24 racconti
Con il titolo «La Rinascita» nel giugno 1944 esce il primo numero della rivista mensile del Partito Comunista. LʼItalia non è ancora libera, è in corso la lotta partigiana e tuttavia fin dal primo numero la rivista dedica alcune pagine alla letteratura. Ci sono componimenti poetici (di Umberto Saba e di Salvatore Quasimodo), testi di autori stranieri ed anche di scrittori italiani, da Alberto Moravia a Cesare Pavese. Questo libro raccoglie alcuni di questi racconti, pubblicati dal 1945 al 1956, in una fase di accesa lotta politica e in pieno neorealismo. Le storie sono impregnate di temi sociali, molte di esse parlano della Resistenza, con contributi di Renata Viganò, Italo Calvino, Marcello Venturi (narratore importante e dimenticato della lotta partigiana) e Mario Puccini, questʼultimo con un racconto commovente sulle apprensioni di un padre per un figlio impegnato in operazioni contro i tedeschi. Ne ho scelto tre da recensire, non solo perché i migliori, a mio giudizio, ma anche perché rappresentativi del nostro Paese, dellʼItalia contadina e di un ceto medio urbano, che dal fascismo porterà con sé i segni indelebili della superficialità. Francesco Jovine è autore di un romanzo, «Le Terre del Sacramento», che narra di un Meridione sempre condannato allo sfruttamento e sempre tradito dalla sua classe dirigente: uno scrittore della rassegnazione e della sconfitta. Nel racconto «La morte del patriarca», pubblicato nel 1949, un nipote parla del nonno, giudice di pace di un villaggio del Sud e uomo di fiducia del principale proprietario terriero, il tipico latifondista meridionale. Il nonno è un patriarca per la sua famiglia e lʼintera comunità: non approfitta dellʼassenteismo del proprietario per arricchirsi, ma anzi si erge a difensore dei contadini. È un baluardo e una figura mitica. > Nelle notti dʼestate girava per le strade illuminate dalla luna, insieme con i suoi compagni contadini e li incantava suonando dolcemente il flauto. (...) Spesso quando egli era assente, i giovani erano accesi da improvvisi furori e mettevano mano alle accette. Ma quando cʼera il nonno non accadeva nulla che non fosse placido e gentile; si sentivano volare quelle note di tortora in amore, accompagnate dal ronzio di calabrone di una chitarra battente, i vecchi contadini si destavano dal sonno e immaginavano i campi estivi carichi di spighe pesanti, e succose frutta bagnate dalla rugiada del mattino. Che ne sarà del villaggio dopo la morte del patriarca? > Ad un tratto una vecchia dal fondo incominciò a piangere ad alta voce e a cantare il suo rammarico doloroso per la perdita imminente. Diceva lenta con voce ritmata: tu te ne vai, nostro onore e nostra difesa, te ne vai spada brillante. Senza di te, riprese una voce giovanile sullʼultima lassa del canto, non abbiamo più luce e giudizio. In «il mondo salvato a spalle», pubblicato nel 1951, Felice Chilanti narra della drammatica inondazione del Polesine e lo fa dandoci un bozzetto realistico e suggestivo della solidarietà contadina. «Correte, gente, lʼacqua straripa lungo tutto lʼargine» Giovanni e suoi compagni contadini accorrono a chiamare a raccolta gli uomini e a salvare le donne e i bambini«. E grida il bottegaio del villaggio,» E tu Giovanni e tu Gabana e tu Tabanin, non siete già stati buttati in galera un anno fa per questi lavori? Avete proprio voglia di salvare la terra e le vacche del Cané? > Canè è il grande proprietario della zona, il cui fratello, lo zoppo, urla come un pazzo ai contadini che si danno da fare per salvare la famiglia e le masserizie dei Cané. Volete fare la rivoluzione disgraziati! Venite a prendermi, Assaggerete i confetti della mia pistola.... (...) Giovanni e i suoi compagni portavano a spalle il mondo alla salvezza: il mondo intiero così comʼera, gli amici e i nemici, la società nella quale vivevano e lottavano; portavano in salvo lʼagrario e i suoi beni, il prete e le sue preghiere, il maresciallo dei carabinieri e le sue manette«. Il titolo del racconto di Libero Bigiaretti (»un altro destino > 1951) richiama Martin Eden di Jack London. Due giovani fanno amicizia perché lavorano insieme in un cantiere: Renato è di estrazione operaia, intelligente, battagliero, capace di far valere con chiarezza ed energia le proprie ragioni > , Giulio viene da una famiglia borghese, insofferente, ha abbandonato la scuola e vorrebbe pubblicare le sue poesie sulla Fiera Letteraria. A differenza di Giulio, tutto intriso di nomi e di libri alla moda«, Renato»leggeva quando gli capitava, con il desiderio caparbio di comprendere fino in fondo > . Giulio conosce Elena, la sorella di Renato, con la quale inizia una relazione. Ci sciogliemmo, io pieno di sgomento e di confusione, lei calma; mi disse di pulirmi le labbra, ché dovevo averle sporche di rossetto. (...) Mi viene da ridere, se ci ripenso. Se ripenso come, per tutta la serata e la notte, mi si complicò nella testa quella comunissima avventura.«E se avesse dovuto sposarla?»Lo sapete che Giulio va a passeggio ai Mercati generali con una fruttivendola? (...) Poi conobbi Loredana con la quale, tra un bacio e lʼaltro, si poteva parlare di letteratura. E Loredana sapeva anche baciarmi molto meglio di Elena". I racconti non sono certo dei capolavori; dietro un neorealismo di facciata emerge una vena melodrammatica ed enfatica, che proviene dalla letteratura del fascismo e da radici ancora più lontane, dellʼItalia provinciale, estranea alla cultura europea. È singolare come si senta già un senso di stanchezza, di rassegnata accettazione del Paese che sarà lʼItalia: intimistica, melliflua ed ipocrita. Viene un poʼ di nostalgia nel leggere questi raccont. Allora, una rivista di partito dava spazio alla letteratura, ai principali autori italiani; oggi siamo costretti a leggere frasi sconnesse su Facebook e su Twitter, mentre gli scrittori parlano dʼaltro, ben lontani dalla politica. E forse da qui che prende le mosse lʼormai stucchevole crisi della sinistra? Perché leggerlo? È interessante per ricordarci qualʼ era la cultura di sinistra.
3012
Nel 1795 Immanuel Kant elaborò un «progetto di pace perpetua», che estirpasse per sempre la guerra. Per il filosofo tedesco, così come per tutti noi, solo la pace assicura il benessere e la felicità. E se così non fosse? Se fosse la guerra la condizione ideale per lʼumanità? Nel 3012 dopo Cristo gli uomini vivono da secoli in pace; eppure si sono dissolti i sentimenti di solidarietà, lealtà e amicizia, sostituiti da un diffuso e gigantesco odio, che per essere contenuto richiede una spietata macchina repressiva. Lʼautore immagina che dopo venti secoli un ricercatore scopra un manoscritto di un anonimo, il quale narra lʼavvento del Profeta, colui il quale predicò «la guerra perpetua». Secondo lʼanonimo (il dubbio è necessario perché leggenda e realtà storica si mescolano) il Profeta era un giovane vitellone, di nome Antalo, che viveva a Fellinia facendo la porno star. Si innamorò di una splendida donna, che lo convinse a seguirlo nella «Capitale del Mondo», una megalopoli di cinquanta milioni di abitanti. Era una trappola: il suo corpo doveva servire a ringiovanire vecchi ricchi, bramosi di ritornare alla vigoria di un tempo. Antalo riuscì a fuggire e sarà protagonista di numerose avventure, alcune divertenti, altre agghiaccianti, tutte sorprendenti e spesso metafora del mondo dʼ oggi, in particolare dellʼItalia. Ad un concorso per scrittori (Antalo fu autore di incomprensibili poesie, oggetto di continue e discordanti interpretazioni) il futuro Profeta conobbe una ragazza, che si era presentata con romanzi di guerra e gli fece conoscere un poema del 1300, il quale descriveva scontri cavallereschi, trucidamenti, corpi squartati, ed inneggiava alla guerra, al coraggio bellico, alla concordia tra i combattenti e alla magnanimità verso i vinti. Fu una rivelazione. > Posò il libro. Si prese la testa tra le mani e una Voce parlò dentro di lui, gli disse: vai e annuncia al mondo che la maledetta età della pace è conclusa. (...) Le tenebre si squarceranno, le virtù che si credevano perdute torneranno a risplendere e le più luminose tra quelle virtù saranno la generosità, lʼamore per la giustizia e la pietà verso i deboli . Ma quali saranno le regole di questa nuova epoca di guerra? i costumi cavallereschi e il rispetto della natura. Ed infatti nei «detti memorabili», con il quali il Profeta tracciò la sua visione, è detto: > la guerra che Dio vuole è giusta e santa, finché si fa contro i veri nemici. Ma se un nemico, per sfuggirmi, si arrampica su un albero, io non posso abbattere lʼalbero per farlo scendere, perché lʼalbero non è un mio nemico . Il curatore ci informa che si aprì una nuova era, ma della guerra «bella, giusta, santa e necessaria», poco rimase. Gli uomini > incominciarono a sgozzarsi con tanto entusiasmo, che nessuna forza naturale o soprannaturale avrebbe più potuto fermarli. La razza umana, allora, visse una stagione irripetibile di violenza e di sangue, ma non fu più infelice di quanto fosse stata in passato. Al contrario fu quasi felice . E quindi è giusto come concluse lʼanonimo, > e così tutto è destinato a passare su questa Terra ciò che è nato dallʼuomo. (...) Amen . È bene chiarire che il libro non è un saggio, ma un vero e proprio romanzo, ambientato in un futuro fantastico, benché non improbabile. È un susseguirsi di vicende, nel corso delle quali il povero Antalo, un ingenuo ragazzo, si trova, suo malgrado, ad essere vittima di forze misteriose ed incomprensibili, ma tutte violente e crudeli. Anche quando uccide, lo fa perché è costretto, rifiutando di diventare un cacciatore di uomini (uno dei divertimenti nellʼera della pace), pur sapendo che questa scelta gli salverebbe la vita. Così non accetta la corruzione dilagante e vorrebbe amare, non soltanto avere incontri sessuali. E , insomma, «un pesce fuor dʼacqua» nella > Grande Capitale del Mondo; ed è proprio questa innocenza che lo rende visionario, capace di dare una prospettiva allʼumanità e al mondo. Con un romanzo apparentemente ironico e cinico, Vassalli ci vuole dire che lʼutopia è necessaria, ma essa richiede spiriti liberi e ingenui. La scrittura è molto distante da quella della Chimera, ma così deve essere perché si tratta di un resoconto, finalizzato a riportare lʼessenzialità della storia del Profeta. Il limite del racconto sta negli eccessivi riferimenti allʼItalia di oggi, dapprima divertenti ma poi noiosi e scontati: sembra quasi che lʼautore abbia voluto togliersi tanti sassolini". Perché leggerlo? È sorprendente.
7-7-2007
In quattro anni, dal 2013 ad oggi, lʼautore ha pubblicato 6 romanzi, tutti con la figura di Rocco Schiavone come protagonista. Forse, la fretta non ha favorito la cura necessaria: la narrazione è confusa, intreccia il genere noir con storie di vita e ricostruzioni di contesti sociali senza arrivare ad una sintesi efficace. Siamo ad Aosta, una donna è stata uccisa nellʼ appartamento del protagonista. Nel lungo interrogatorio che ne segue il vice questore Rocco chiarisce gli antefatti, anche se non del tutto. A Roma ha condotto unʼindagine su un brutale omicidio di due ragazzi. Cʼè di mezzo la droga, ma non entreremo nei dettagli per lasciare che sia il lettore a scoprire come Rocco riesca a dipanare la vicenda. Accanto alla storia principale si aprono numerose finestre narrative, le principali delle quali sono la tormentata storia dʼamore con la moglie e la stretta amicizia con tre compagni dʼinfanzia. Marina > era bella. Con gli occhi concentrati, i denti che mordevano appena il labbro superiore, i capelli raccolti in una crocchia tenuta da una matita, o era una bacchetta cinese? Bella, col camice bianco immacolato che rifletteva la luce della lampada e le creava un alone tuttʼintorno. I capelli parevano più biondi e i pochi granelli di polvere che danzavano intorno al viso sembravano stelle e comete . Marina è andata via da casa quando ha saputo che Rocco è un disonesto: ha approfittato del suo ruolo di vice questore per arricchirsi. Responsabili di questi piccoli traffici sono gli amici dʼinfanzia: una sorta di tre moschettieri, simpatici, grandi mangiatori e bevitori, sempre pronti ad aiutare lʼamico, ma veri e propri furfanti, una cattiva compagnia per un poliziotto. Sarà Marina a tornare a casa, perché ama Rocco e lo accetta così comʼè. La conciliazione tra i due è una delle tante delusioni del romanzo. Leggiamo questo dialogo: > Marina gli carezzò il petto. Veramente per tornare a casa hai dovuto chiudere gli occhi? ( Rocco) Un poʼ. Ora ce li ho belli aperti e vedo accanto a me lʼuomo che amo e che con molta probabilità amerò sempre (Marina). Ho unʼerezione (Rocco). Potresti per una volta pensare ad altro? (Marina) Tipo? (Rocco) . Insomma, per Rocco era tutta una questione di sesso! Perché condurci in una storia dʼamore se tutto si riduce nella banale e rassegnata accettazione da parte della donna? Rocco riesce a trovare i colpevoli; dietro agli omicidi cʼè una potente organizzazione malavitosa, la quale, cerca di assassinare Rocco, uccidendo invece Marina. Quel luglio del 2007 > erano stati giorni strani. Giorni di caldo e improvvisi acquazzoni, di ansia e soprattutto di puzza. Puzza di scantinato, puzza di morti violente, di gente schifosa, acquattata nelle fogne, pronta a colpire... Un romanzo noir richiede un intenso ritmo narrativo; il lettore deve essere avvinto dalla trama, partecipare allʼinvestigazione o farsi travolgere dagli eventi, dalla loro tensione. Tutto ciò manca nel libro: lento, spesso scontato, ricco di personaggi e vicende inutili, il racconto è banale e noioso. Inutilmente i «tre moschettieri» fanno da spalla al protagonista: Rocco, diciamo la verità, è un Marlowe non riuscito, un personaggio che non regge il ruolo affidato, quello del poliziotto corrotto ma buono, giustiziere per conto suo. Al fallimento del romanzo contribuisce anche la scrittura; lʼuso eccessivo del punto e il frequente ricorso ai dialoghi spezzettano la narrazione, rendendola più simile ad una sceneggiatura che al periodare di un racconto, nel quale è necessario allargarsi in descrizioni e in approfondimenti psicologici. Come è possibile che questo romanzo sia da settimane in testa alle classifiche dei libri italiani più venduti? Perché non leggerlo? È noioso e banale.
Abito da sera
Il romanzo è ambientato in Giappone negli anniʼ 60, quando lʼalta e media borghesia si americanizza, civetta con i costumi occidentali, protesa ad allacciare relazioni internazionali. Ayako è la figlia di un piccolo ma rampante imprenditore farmaceutico: ha dei lineamenti «amabili». > Su quei lineamenti, anche con un trucco alla moda, aleggiavano armonia e freschezza, e il suo viso, in alcun modo paffuto, dava lʼimpressione che vi affiorasse qualcosa dʼinteriore Ha un carattere pacato, composto e razionale, > ma Ayako non era affatto ottusa, era solo che le mancava lʼinclinazione a entusiasmi momentanei e a enfatizzare le passioni . La giovane frequenta un circolo ippico alla moda, dove conosce Donna Takigawa, vedova di un esponente dellʼalta burocrazia giapponese. Con un espediente la donna le fa conoscere il figlio, Toshio, che lei stessa descrive come > egocentrico, egoista, caparbio, caustico, insomma un giovane leone . Ed invece Toshio ha una rappresentazione di sé totalmente differente, una sorta di robot, rigido e in qualche modo eterodiretto dalla madre. Si combina il matrimonio, accettato di buon grado dai due ragazzi, in parte perché si piacciono ed in parte per ubbidire al desiderio dei genitori. La luna di miele rafforza il loro legame, che si evolve da semplice simpatia a passione, vero e proprio innamoramento. Sembrerebbe quindi una bella favola, sulla quale irrompe Donna Takigawa, insinuando un presunto tradimento di Toshio: insinuazione che sconvolge Ayako. Ma chi è Donna Takigawa?. È quella che veniva chiamata una vedova «allegra», ricca e potente, ama smisuratamente il bel mondo, i ricevimenti e le relazioni sociali. Dietro un volto tenero ed affettuoso si nasconde un «innocente malanimo, (...) una donna sgradevole», una doppia personalità. Una sera i due ragazzi sono invitati ad un ricevimento da Donna Takigawa. Ma proprio sulla porta di casa Toshio scopre lʼincredibile menzogna e decide di ribellarsi e di non andare dalla madre; Ayako cerca di opporsi, poi ubbidisce al marito e lo segue a mangiare in una modesta trattoria. È uno scandalo; offesa, umiliata e piena di rabbia, Donna Takigawa pretende che divorzino, accusando la nuora di mancanza di rispetto nei suoi confronti. Come si risolve la questione? Non certo mandando a quel paese lʼintrigante suocera né facendo spallucce e continuando per la propria strada. Siamo in un mondo di convenzioni ed anche di interessi, Donna Takigawa è ricca e potente. Toshio va da una principessa della Corte Imperiale, chiedendole se si può fare accompagnare dalla madre in un viaggio alʼestero. > In quel tipo di conversazioni, Toshio giocava in casa, un gioco che i giovani di oggi non saprebbero mai imitare La principessa sa benissimo i motivi della visita, ma > il suo sembiante rimase imperturbabile, tinto di una tenera comprensione, incantevole come un cielo allʼalba, poi con tono chiaro e deciso , accondiscende alla richiesta del giovane, ad una sola condizione: i due ragazzi debbono mostrare verso Donna Takigawa > una tenerezza sincera, (...) chiedendo perdono con garbo, anche se sua madre lo reputasse inaccettabile . Insomma le convenzioni vanno sempre rispettate, anche se si è usato lʼinganno per aggirarle. Il racconto si presta a molte interpretazioni. Quello che è chiaro è che i due giovani subiscono una trasformazione: pur appartenendo entrambi ad una classe sociale dominata dalla forma, prima del matrimonio erano due giovani schietti e sinceri; per sopravvivere diventano anchʼessi due «sembianti» e a cambiarli sono le inquietudini e la paura. > Forse il matrimonio era una scuola dove si insegna la menzogna della vita , perché bisogna > prevedere le reazioni del mondo esterno da ogni angolazione, come se le porte su tutti i lati di una stanza, prima ermeticamente chiusa, si fossero spalancate . Dʼaltra parte non cʼè alternativa per la povera Ayako, > avrebbe potuto diventare un uccellino che vola via, affidando la sua ombra a quella pianura, Ma lì cʼera il vuoto e le faceva paura, neanche un ramo dʼalbero su cui far riposare le ali . Il racconto è elegante e sottile, ma superficiale: si aprono molte finestre sui protagonisti, che piacerebbe approfondire, ma restano soltanto spiragli; lʼautore corre subito via verso qualche cosʼaltro. Preso dalla critica alla società giapponese, alla sua esasperata americanizzazione, lʼautore trascura quelli parti del romanzo, che più attirano il lettore: come le convenzioni sociali facciano perdere lʼautenticità e la gioia spensierata di vivere. Perché leggerlo? Si legge con grande piacere, per lo stile narrativo e perché ci si affeziona subito ad Ayako.
Accabadora
Maria é una fillus de anima, > è così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna ( che li cede) e dalla sterilità di unʼaltra ( che li accoglie e li alleva). Nel nostro caso Maria è stata «adottata» da Tzia Bonaria, una anziana vedova. La prima parte del romanzo, la più riuscita, narra lʼinfanzia e lʼadolescenza di Maria, ed in particolare la graduale conoscenza con la madre adottiva, una donna sempre vestita di nero, severa, chiusa, che apparentemente svolge lʼattività di sarta. Tzia Bonaria offre una relativa agiatezza alla bambina, la fa studiare e soprattutto costruisce intorno a Maria una fragile normalità, comportandosi «come se la creatura le fosse nata in grembo». Per Maria il rapporto filiale e lʼaccettazione della doppia appartenenza a due famiglie sono una graduale conquista, che lʼabitua ad essere al centro dellʼattenzione della gente, ad accettare situazioni anomale e a modellare, da sola e in modo autonomo, la propria vita. La capacità di affrontare lʼindicibilità del mondo e della natura umana si scontra, tuttavia, con una scoperta sconcertante ed inquietante. Tzia Bonaria è una accadabora, ossia una donna che dà la dolce morte (lʼeutanasia) a chi glielo chiede. In un drammatico colloquio, Maria, «con un singhiozzo senza pianto di una bestia strozzata» vorrebbe che lʼanziana vedova le spiegasse «questa cosa necessaria», dare la dolce morte. E la giustificazione di Tzia Bonaria è incredibile, al di là della comprensione di Maria. > Ho imparato da sola, dice la Tzia Bonaria, che ai figli bisogna dare lo schiaffo e la carezza, e il seno, e il vino della festa, e tutto quello che serve, quando gli serve. Anche io avevo la mia parte da fare, e lʼho fatta.... Io sono stata lʼultima madre che alcuni hanno visto....Quando verrà il momento, Maria, scoprirai cose di te che non conosci ancora . La ragazza non regge lʼidea di vivere con una donna che dà la morte e fugge lontano dalla Sardegna, trovando un lavoro presso una famiglia di Torino. È la seconda parte del romanzo, un interludio, che è anche uno snodo, non chiarissimo peraltro, della vicenda. Uno dei ragazzi, che le sono stati affidati nella sua funzione di governante, è un adolescente taciturno, ostile, autoritario, ma lʼabitudine di Maria a misurarsi con lʼindescrivibile permette alla ragazza di farsi aprire lʼanimo del giovane e di scoprire un terribile segreto: il ragazzo ha subìto un abuso sessuale quando era piccolo. La condivisione di un fatto così orribile porta allʼamore, perché il legame tra le persone è tanto più forte quanto più si appoggia sui misteri profondi dellʼanimo umano. Nella terza parte del romanzo, Maria ritorna in Sardegna ad assistere Tzia Bonaria nella sua lenta agonia. Si va gradualmente, ma anche stancamente, allʼepilogo, senza, tuttavia, che ci sia la conclusione che dovremmo aspettarci. Perché Tzia Bonaria muore un momento prima che Maria stia per compiere lʼeutanasia? È la dolce morte un limite che non riusciamo a superare? Qualche cosa che non riusciamo comunque ad accettare? Affrontando un tema così complesso, esisteva il rischio di una prosa ridondante, ricca di incisi e di passaggi enfatici. Lʼautrice si è mossa, invece, con uno stile leggero, sobrio, a tratti ironico, affidandosi a ritratti gustosi e a episodi tipici della vita agreste della Sardegna. La prima parte del romanzo è senza dubbio quella migliore sia dal punto di vista della scrittura che per quanto riguarda la trama. La narrazione si sviluppa di intensità via via che ci si avvicina alla scena finale: il colloquio chiarificatore tra Maria e Tzia Bonaria. Nelle parti successive la narrazione diviene gonfia, perde quellʼessenzialità e quella levità che avevano caratterizzato le pagine precedenti. Ed anche la trama narrativa si dissolve frantumandosi e privando il lettore di una chiara visione del percorso verso la conclusione, che anche per questo delude. Perché leggerlo? Il tema è interessante, la scrittura piacevole.
L'Adalgisa
Il libro è costituito da 10 racconti, che sono altrettanto bozzetti della vita della borghesia milanese degli anni ʼ30. Il tratto comune è una lieve ironia di una società soddisfatta di sè stessa, attenta ai soldi, ai buoni matrimoni, alle occasioni mondane, ma anche alla cultura tecnica, «allʼingegnere». Le scene della vita lombarda sono, poi, lʼoccasione per Gadda per una esplosione di parole, modi di dire, neologismi, sovrapposizioni di forme dialettali a italianismi, che confonde il lettore, il quale perde, spesso, il senso del racconto ma anche il filo del discorso. Sembra, quasi, che lo scrittore abbia lavorato in piena libertà con il linguaggio ed è, quindi, impossibile riferirsi ad una trama, a personaggi, ad episodi, ma la lettura si perde in una serie di impressioni, alcune felici, molte noiose e ripetitive. In uno dei racconti più briosi ( > Quando il Girolamo ha smesso...) Gadda racconta le vicende di una onorata ditta che fallisce in quanto ha dato i soldi ad un finanziere creativo: per levar di tasca, a certi bamboloni con la bocca aperta, lʼanima di quei quattro ruspi o ovverosia sudati risparmi che gli son costati una vita; per spennarli a modino, sti cocchi di mamma, senza gli abbino a strillar troppo forte, e arrivare a farli finalmente contenti dʼun bellʼuscio chiuso, sigillato in piena regola dallʼautorità giudiziaria, per raggiungere questa suprema meta del credito e dellʼattività creditizia, si può bene ingegnarsi adoperare una Croce, la Patria, poi, neanche a parlarne«. In un bozzetto felicissimo sulle abitudini della borghesia milanese (» I ritagli di tempo«), lʼautore racconta il sonnellino durante la lettura del giornale:»bello è il vedere un ingegnere Caviggioni seduto, e quieto, una volta tanto, onninamente immemore del 263.890 e delle filettature normali (dei bulloni Withworth): seduto, dico, anzi nobilmente abbandonato sulla poltroncina del sabato, in attitudine pregustante, indi poco di poi assaporante«. In un altro racconto (» un concerto di centoventi professori), viene tratteggiata con benevole sarcasmo lʼabitudine a frequentare il teatro, dove > la società musogonica della città industre, aja di laboriosi pupilli, dopo le molte buone opere, sʼaduna a purgare le sue indigestioncelle farisaiche, i suoi peccatuzzi stitici, col porger orecchio a quegli altri peccati, un pò più cipperimerli per fortuna, di Luigi Dallapiccola e di Igor Strawinski . Perché non leggerlo? Singoli frammenti sono anche deliziosi, ma per gustarli bisogna soffrire per 284 pagine.
L'adolescente
Arkadij Dolgorukij, lʼio narrante, è il figlio naturale di Versilov, > un uomo, asciutto e superbo, nei miei riguardi altezzoso e negligente e che..., dopo avermi generato e abbandonato tra gli estranei, non solo non mi conosceva affatto ma non se ne pentiva neanche mai . Arkadij soffre profondamente lʼindifferenza del padre, anche perché questʼultimo ha portato con sé la madre e perché ha ridotto il ragazzo in una situazione di forte disagio sociale, in quanto è noto a tutti la sua posizione di figlio illegittimo. > Ero come un escluso... e avevo deciso di ripudiarli tutti e di rinchiudermi definitivamente nella mia vita . A togliere dallʼisolamento il ragazzo, che ha ormai concluso gli studi liceali, è una lettera di Versilov, che lo invita a Pietroburgo. La prima parte del romanzo narra la conoscenza da parte di Arkadij della figura complessa e sfuggente del padre: è un rapporto difficile anche perché > quellʼuomo non era che il mio sogno, il sogno degli anni dellʼinfanzia. Così lo avevo inventato io stesso, mentre in realtà si era dimostrato diverso, caduto tanto al di sotto della mia fantasia . Ma non è solo Versilov il centro della vita di Arkadij. Il giovane si trova dentro un vero e proprio «enigma», fatto di personaggi, di relazioni e di vicende, tra i quali si trova a disagio con il suo carattere, rigido, solitario e orgoglioso. Suo malgrado, deve riconoscere che le persone hanno più facce, che i rapporti tra di esse sono spesso ambigui e che è un «assioma sacrosanto» quanto dice un famoso verso di Puskin: «del basso vero mʼè più caro/lʼinganno che ci trasfigura». Nella seconda parte del romanzo, sembra che Arkadij abbia accettato questa realtà. Conduce una vita dissipata, dedito al gioco, al bere e alle donne, e trascurando la madre e la sorella, che ha appena conosciuto. Potrebbe essere un momento normale nella vita di un adolescente, se non fosse che Arkadij porta con sé un terribile segreto: ha cucito nel cappotto un documento con il quale Katerina Nikolàevna, già amante di Versilov, formulava il progetto di fare interdire il padre, un ricco e vecchio principe, al quale, tra lʼaltro, Arkadij è profondamente legato. La scoperta di questo scritto porterebbe il principe a diseredare la figlia e favorirebbe le aspirazioni della sorellastra di Arkadij,che vorrebbe sposare il vecchio aristocratico. A complicare le cose è che Arkadij è innamorato di Katerina e non vorrebbe tradirla. È inoltre affezionato alla sorellastra, affascinato dalla sua intelligenza e dal suo forte carattere. Tutti sospettano che il giovane abbia il documento e quindi lo blandiscono con atteggiamenti e parole, interpretati dallʼingenuo Arkadij come atti di vera amicizia e persino di amore. È difficile muoversi nellʼintrigo, soprattutto quando non si ha la percezione del bene e del male e quando le persone non sono né chiaramente cattive né nettamente buone. Domina «lʼanima del ragno», ossia che lʼuomo > possa accarezzare nella propria anima un altissimo ideale accanto alla più grande bassezza, e tutto in perfetta buona fede . Ma anche Arkadij si fa catturare da «ignominiosi pensieri», per esempio, utilizzare il documento in suo possesso per conquistare lʼamore di Katerina. > Di dove mai , dunque, era venuto tutto ciò, già così pronto? E questo, perché avevo lʼanima del ragno! Vuol dire che tutto era germogliato da un pezzo e giaceva nel mio cuore corrotto, giaceva nel mio desiderio . Ed è proprio la debolezza di Arkadij, il suo lasciarsi attirare dal male, a far precipitare la situazione nella terza parte del romanzo. Il giovane si fa a sua volta ingannare da alcuni criminali, che gli rubano di nascosto il documento e cercano di ricattare Katerina. Con orrore il giovane deve poi scoprire che essi sono dʼaccordo con Versilov.. La doppia personalità di Versilov si pone dinanzi al giovane come una «immagine spezzata», tanto più dopo un intenso e tante volte atteso colloquio, nel quale Versilov aveva dichiarato al figlio il suo amore per la madre, salvo poi inviare a Katerina una richiesta ufficiale di matrimonio. Ma allora chi è veramente il padre? Forse solo un uomo spinto dal capriccio, da una vanità senza freni, pensa Arkadij. La disillusione della figura paterna si è compiuta. Arkadij non è più un adolescente. Lʼadolescente è il più contemporaneo dei romanzi dellʼautore. A ciò contribuiscono diversi elementi: la modernità del rapporto tra padre e figlio, il tema pirandelliano della doppiezza, i caratteri polizieschi della trama, piena di colpi di scena e che spesso lascia il lettore in attesa di quanto verrà in seguito. Il pregio maggiore del libro è proprio il ritmo serrato, che lascia poco spazio a considerazioni filosofiche, come spesso accade in altri romanzi dellʼautore. Al di là della nota abilità di Dostoevskij di strutturare i dialoghi, colpisce la capacità dellʼautore di richiamare la doppiezza nella struttura della frase: per esempio, i capitoli si chiudono sempre con lʼimmagine di una contraddizione, di un altro, disegnato anche con pochi tratti di parole. Perché leggerlo? È uno dei migliori romanzi di Dostoevskij, non apprezzato a sufficienza forse perché non richiama temi filosofici e religiosi.
Adua
Lʼeditore presenta il libro come un romanzo a due voci, «quella di un padre e di una figlia». Questa sintesi è sicuramente vera. Adua è scappata dalla Somalia per fuggire un padre autoritario e per realizzare un sogno: lavorare nel cinema e diventare unʼattrice famosa. In realtà è riuscita a fare un solo film, porno. Dopo ventʼanni si ritrova donna matura, «Vecchia Lira», come i nuovi immigranti chiamano «le donne della diaspora». Un poʼ per compassione e un poʼ per avere una compagnia, si sposa con un immigrante, che > bazzicava ubriaco molte zone di Roma (...). Ma è a piazza dei Cinquecento (...) in quella piazza che lʼItalia aveva dedicato a dei soldati morti in Africa orientale, che io mi sono fabbricata un amore di cartapesta . Nata da una donna forte e coraggiosa, Asha la Temeraria, unʼinfanzia felice da nomade tra capre e cammelli, una triste adolescenza a Megalo e a Mogadiscio, una vita desolata e banale a Roma, che cosa nʼè dei sogni di Adua? > Volevo essere libera di correre nel vento. (...) Sentivo che la grande città si sarebbe mangiata tutta la mia purezza, tutti i miei sogni . Lʼautrice ci offre squarci della vita di Adua, ma di fatto parla sempre delle sue delusioni, della sua fatica per sopravvivere,comunque. Zoppe, il padre, vive in unʼaltra epoca, durante il fascismo e lo spietato colonialismo degli italiani. Collabora con questʼultimi come traduttore, si rende servo, assiste alle trucidità, ai soprusi, ai comportamenti razzistici e sprezzanti dei nostri connazionali, in Italia come in Somalia. Anche in questo caso la narrazione è fatta di spicchi di esistenza, non tanto importanti per quello che dicono, quanto per ciò che resta sotteso: il disprezzo per sé stessi e nel contempo il fascino, tradito, per lʼItalia e la sua lingua. Zoppe è tuttavia un tradizionalista, che non esita a far subire alle figlie lʼinfibulazione, perché > dopo ci sarà solo la felicità di essere pura, finalmente chiusa come Dio comanda . È un padre autoritario, disapprova e disprezza le aspirazioni della figlia, cinicamente e crudelmente vuole recidere il ricordo della madre di Adua, morta dandole alla luce. > Ma ecco, smettila di nominarla. Quella donna non è niente, è solo un errore . Le due storie, di Adua e di Zoppe, vanno in gran parte in parallelo, come due rette che non sʼincontrano mai, non perché le loro vite si svolgano in tempi e contesti differenti, ma perché padre e figlia non si parlano, sono troppo distanti, mancando ad entrambi la capacità di esprimere il loro amore. > Mi piace Roma dʼestate, soprattutto la sua luce di sera, sul far del tramonto, è calda, e anche i gabbiani diventano più buoni e viene voglia di abbracciarli. Sono i padroni delle piazze, ma qui ci sei tu, elefantino, e loro non si azzardano. Via, state lontano da piazza Santa Maria sopra Minerva! Mi sento protetta vicino a te. Qui sono a Magalo, a casa . Le parole di Adua «si sciolgono e si perdono». Guarda la negra, parla da sola«. E Zoppe cammina per la Roma fascista e»la visione era ancora lì a confortarlo (...) Gli alberi... la cupola di San Pietro... poi il glicine in fiore... lʼodore delle donne... i sorbetti da passeggio... il passo marziale dei soldati... il fruscio delle gonne arcobaleno.... le loro speranze dipinte di blu > . Ecco ciò che lega padre e figlia: lʼamore per Roma. Scego narra molto della Somalia, il lettore percepisce fortemente il desiderio di ritornare idealmente alla terra natale, di riappropriarsi della lingua, dei suoi suoni e delle sue immagini. Ma il romanzo parla soprattutto di un tradimento, di unʼ Italia, di una città, Roma, di una lingua e di una storia, le quali, come donne amate ma troppo belle per essere conquistate, rifiutano i corteggiamenti e gli approcci dei nuovi italiani. Devo dire che ho avuto spesso la tentazione di abbandonare la lettura, e sono andato avanti, sino a conclusione, solo per simpatia e stima per lʼautrice. È difficile scrivere due storie in parallelo, ma lo è maggiormente se ci si affida ai flash back", agli incisi onirici, a frasi sospese e poco chiare. Senza una trama, che dia ordine al tutto, emerge una grande confusione, un affollarsi di pensieri e di immagini, che rendono pesante la lettura. Scego perde in questo romanzo la lieve ironia e la sottile eleganza che contraddistinguono la sua scrittura. Forse, ha chiesto troppo alle sue capacità; unʼoccasione persa. Perché non leggerlo? È confuso e alla fine noioso.
Le affinità elettive
Nella Germania dellʼinizio dellʼ800 Edoardo e Carlotta sono due ricchi possidenti. Pur amandosi da giovani, si sono sposati avanti negli anni, dopo essere rimasti entrambi vedovi. Hanno differenti caratteri, che sembrano completarsi perfettamente: Edoardo è «nel fiore dellʼetà virile», impetuoso, generoso ma superficiale e talvolta sconsiderato; Carlotta è riflessiva, paziente, oculata nella gestione della casa e del patrimonio. La vita scorre serena, godendo «indisturbati la felicità finalmente raggiunta», quando irrompono due ospiti. Il Capitano, amico di Edoardo, è un uomo posato, di grande esperienza, che mette a disposizione le sue competenze di progettista, ingegnere ed organizzatore. Non può che trovarsi in sintonia con Carlotta. Ottilia, nipote di Carlotta, è una giovane graziosa, sensibile, introversa, apparentemente tranquilla. Quel qualcosa di fanciullesco che cʼè in Edoardo non può che corrispondere alla giovinezza di Ottilia. E ben presto > la segreta attrazione e la forza della fantasia affermarono i loro diritti sopra la realtà , con una prepotenza tale che nellʼoscurità, nei momenti più intimi dei due sposi, > non era altri che Ottilia colei che Edoardo teneva fra le sue braccia; il fantasma del Capitano aleggiava o da presso o da lungi allʼanima di Carlotta, e così sʼavvinsero, lʼassente e il presente in soavissima mescolanza di voluttuosa eccitazione . Cogliendo lʼoccasione della partenza del Capitano, Carlotta saggiamente propone di mandare Ottilia in collegio, ma Edoardo, di impeto, lascia la casa, rinunciando apparentemente alla felicità di amare la ragazza. Le due donne restano insieme, in una calma apparente, senza però ritornare ad «una piena ed aperta armonia». A risolvere la crisi matrimoniale, con un nuovo vincolo, potrebbe provvedere la nascita di un bambino, che ha tuttavia gli occhi di Ottilia e le fattezze del Capitano. È la prova fisica dellʼadulterio, ed infatti è stato procreato proprio nella notte, in cui facendo allʼamore i due sposi pensavano ai propri amanti. Lʼaffetto e la cura per il bambino riuniscono Carlotta ed Ottilia: > tutto sembra andare per la sua solita via, come accade anche nelle circostanze più straordinarie, quando tutto è in gioco, che pure si continua ancora sempre a vivere come se nulla fosse . Nuovi personaggi entrano in scena, come un giovane e valente architetto, che avvolge di attenzione Ottilia. Scompiglia la vita quotidiana la briosa figlia di Carlotta, allegra, tumultuosa, anche troppo. Le due donne completano i progetti già avviati dal Capitano: il riordino del grande parco, lʼunificazione di diversi stagni in un lago, la costruzione di una nuova dimora in un meraviglioso punto panoramico, la ristrutturazione della chiesa parrocchiale. La ricerca della perfezione pervade lʼazione dei personaggi e li spinge, persino, a ricostruire mirabilmente famosi dipinti con scene viventi, nelle quali si fa ammirare Ottilia. Carlotta, per affetto per Ottilia o per un segreto desiderio di ricongiungersi con il Capitano, sarebbe disponibile ad accettare il divorzio e lʼunione di Edoardo con Ottilia. Ma è la ragazza a rifiutarsi, con una scelta tutta spirituale, ma solo apparentemente convinta. In questa parte del romanzo, al narratore esterno si affianca il diario della giovane: brevi annotazioni che alternano massime morali e romantiche riflessioni con la manifestazione del profondo struggimento di un giovanile animo innamorato. Ed è la sconsiderata irruenza di Edoardo a far precipitare una situazione così fragile.Sorprende Ottilia in riva al lago in una sera autunnale, i due innamorati si abbracciano e > per la prima volta si baciarono apertamente, liberamente, e si staccarono con uno sforzo doloroso . La ragazza rimane «imbarazzata e agitata». Per ritornare al castello compie lʼimprudenza di utilizzare la barca, malgrado fosse insieme al bambino. Per una serie di fortuite circostanze il bambino cade in acqua ed annega. A questo punto il racconto giunge al suo inesorabile epilogo. Ottilia, pur nellʼapparente serenità ed esprimendo idee di operosa espiazione, si dà la morte per inedia. Goethe, che non era affatto religioso, chiude il romanzo con una sorta di santificazione della ragazza, ad indicare probabilmente una sua spiritualizzazione, la morte di Ottilia come elevazione morale. Thomas Mann ha definito il romanzo > la più chiara fusione tra Eros e Logos, tra sensualità e moralità, tra immediatezza e riflessione... opera tedesca di altissima civiltà morale . La morte per inedia di Ottilia esprimerebbe > lʼobbedienza prestata alla legge dello spirito, che paga il suo tributo, con virile tragicità, alla norma etica . Le affinità elettive sarebbero «una costruzione spirituale», un testo filosofico nella forma del romanzo, una sorta di manifesto della «missione moralizzatrice» della Germania, il suo «imperioso istinto». Forse la Merkel ha troppo letto le affinità elettive quando chiede a noi italiani di fare i nostri compiti a casa: impersona lʼintento educativo della Germania verso i gaudenti popoli mediterranei. Senza nulla togliere al grande scrittore, lʼinterpretazione di Mann immobilizza il libro nel passato, come testimonianza della storia del pensiero tedesco, mettendo in secondo piano ciò che ancora lo rende così moderno: «la storia della magica attrazione» tra anime affini che irrompe disastrosamente nellʼamicizia, nella stima reciproca, nelle istituzioni più sacre, come il matrimonio, e nel mondo ordinato ed elegante che cerchiamo disperatamente di costruire. Ed Ottilia, prendendo il tutto troppo sul serio, è la vittima della superficialità e dellʼegoismo di alcuni, come Edoardo, e della noiosa sapienza di altri, come Carlotta, che, spesso, per troppa sicumera, non colgono in tempo il dramma delle persone come Ottilia, fragili e sensibili. Accanto ai personaggi, un altro protagonista è il paesaggio. In esso e nel continuo tentativo di ricostruirlo secondo un disegno umano si esprime la contraddizione tra presente e passato. Il presente vorrebbe dare a tutto un ordine maggiormente armonioso e razionale, il passato ci riporta la spontaneità della natura, mezzo anche per la trasmissione dei ricordi. Dando una nuova e più adeguata sistemazione al cimitero, Carlotta offende senza volerlo la devozione dei defunti, perché i parenti erano abituati a visitarli sepolti in altri luoghi, anche se dispersi in modo disordinato nel campo santo. È come se si perdesse la nozione del tempo e con essa la memoria, così legata ai luoghi conosciuti e al loro tradizionale disordine. Il limite del romanzo risiede nelle frequenti dissertazioni di carattere filosofico e morale. Soprattutto nella seconda parte del racconto, dopo che Edoardo ha lasciato la casa, le divagazioni appesantiscono e frammentano la lettura, scomponendo lʼunità complessiva, danneggiando il ritmo narrativo e lʼapprofondimento psicologico dei personaggi. Anche Goethe ha fallito nel costruire lʼopera perfetta. Perché leggerlo? La storia e i personaggi sono estremamente moderni, se ci si lascia avvincere dalla trama.
L'Agnese va a morire
Il romanzo narra la Resistenza nelle Valli di Comacchio, tra la terraferma e le zone vallive. A differenza dei grandi libri sulla guerra di liberazione (1943 -1945), generalmente ambientati in montagna, «LʼAgnese va a morire» parla della guerra partigiana di pianura, dove > i tedeschi non sapevano che fra quegli uomini e quelle donne, in giro fra la neve, molti, quasi tutti, erano partigiani. Staffette inviate con un ordine nascosto nelle scarpe, dirigenti che andavano alle riunioni nelle stalle dei contadini, capi che preparavano lʼazione dove nessuno lʼaspettava. (...) Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano. La pianura, ed in particolare lʼambiente vallivo, sono lo sfondo delle vicende di Agnese: una donna grassa e vecchia, sino ad allora laboriosa lavandaia e ruvida contadina. > Una sera di settembre lʼAgnese tornando a casa dal lavatoio col mucchio di panni bagnati sulla carriola, incontrò un soldato nella cavedagna. (...) Aveva le scarpe rotte, e si vedevano le dita dei piedi, sporche, color di fango . Senza esitazione Agnese gli dà rifugio e gli indicherà poi la via della fuga, quando arriveranno i tedeschi. Con questo atto apparentemente ovvio Agnese inizia un percorso umano e politico, che la porta da > un odio adulto, composto ma spietato, verso i tedeschi, (...) verso i fascisti servi , a diventare > responsabile davvero di azioni incomprensibili e di imprevedute decisioni . Dapprima le viene chiesto di portare un pacco e lei risponde: «se sono buona»; poi diviene la coordinatrice della staffette e nel contempo assicura un sicuro nascondiglio al comando di brigata; infine, viene costretta a fare in solitudine scelte rapide e rischiose, che coinvolgono la vita di molti partigiani. Tutto ciò resterebbe un racconto astratto se non fosse calato mirabilmente nellʼambiente vallivo e nelle situazioni di lotta e di sopravvivenza che lo caratterizzarono. Nelle diverse stagioni, dalla primavera allʼinverno, le condizioni di vita sono sempre più dure, e ad esse corrisponde un crescente inasprirsi dello scontro tra partigiani e tedeschi. > Andavano con le barche dentro il canale verde, viscido come una lumaca. Ai lati le canne erano alte, ma non facevano ombra: il sole passava fra i gambi diritti, nudi, come da unʼinferriata, e bruciava sullʼacqua, sulle erbe a galla che parevano bisce morte. (...) È un luogo magnifico, disse il Comandante, le canne non fanno verde, non fanno ombra, ma nascondono. (...) LʼAgnese conosceva quel rumore della valle di notte: ronzare sordo, un grido isolato . Il contingente dei partigiani si è rifugiato in un casone sperduto nella valle e qui > verso sera cantavano, con voce bassa perché nessuno li sentisse, e il canto sembrasse poco più il fruscìo della canne... (...) Le staffette portavano allʼaccampamento il pane, il vino, gli ordini e le circolari... . Con lʼinverno e la pressione crescente dei tedeschi, > via, via dalla casa, via dalla prigione, prigionieri ancora di quellʼacqua scura, sconvolta, piena di erbe e di fango, ma già avviati verso la terra, dove si respirava aria propria, aria pura, non soltanto quella respirata dal compagno vicino, e si camminava non in pochi metri di pavimento, ma avanti, per una strada, per un argine, per un campo, avanti fino al mondo degli uomini liberi . Stretti tra i tedeschi e gli alleati, in fuga da un ambiente ostile e insopportabile, i partigiani vanno a morire, > pur di arrivare a riva, di essere fuori dallʼacqua, di mettere i passi sul suolo che non tremava . Agnese sogna il marito morto durante la deportazione in Germania > Comʼè dura, vero? Lo so che non ne puoi più. Ma non è ancora lʼora di liberarsi, Agnese. (...) LʼAgnese lo vide aprire la porta sul freddo della scala, sentì in faccia veramente quellʼonda fredda. Poi si accorse che non era Palita (il marito), e dietro di lui cʼera un altro, e un altro, e un altro. Lʼultimo richiuse piano la porta. Dopo tanti uomini protagonisti della Resistenza, ecco finalmente una donna, e non certo unʼintellettuale! Solo perché rende giustizia al contributo femminile alla lotta partigiana il romanzo merita un posto di primo piano nella letteratura sulla guerra di liberazione. Non bisogna lasciarsi limitare da questa chiave interpretativa: nel romanzo ci sono numerosi personaggi, tanti episodi della vita civile e combattente, un intenso ritmo narrativo, ricco di colpi di scena, non ultimo quello finale. Dalla critica è stato considerato un romanzo neorealista; se ci si lascia affascinare dalla scrittura, ed in particolare dalle descrizioni dellʼambiente vallivo, ci si accorge come il racconto abbia un sottofondo lirico e persino onirico. Si potrebbe supporre che sia unʼepopea sognata, iliade moderna, densa di miti e di figure eroiche: proprio ciò di cui abbiamo bisogno. Lo stile è asciutto, con un uso sapiente della punteggiatura: le frasi brevi e concise non spezzettano la narrazione, ma ne danno efficacia comunicativa, anche perché aiutate dalla ricchezza degli aggettivi e dal ricorso a dialoghi brevi e sintetici. Perché leggerlo? Un capolavoro nei contenuti e nello stile!
Alma
Questo romanzo riporta la mente ad un altro libro, apparentemente così lontano nel tempo e nei contenuti: «Le Confessioni d'un italiano» di Ippolito Nievo (vedi la recensione in questo sito). Come per Alma, il grande racconto di Nievo è una storia d'amore, che prende le mosse dall'infanzia in quella terra marginale che è il Nord Est dell'Italia. Carlino, il protagonista narrato da Nievo, è innamorato della bella cugina Pisana, che solo nel punto di morte riconoscerà di averlo sempre amato, così Alma rincorre Vili, quel > bambino magro, gli occhi neri e una frangia scura da teppisti , che ha fatto irruzione inspiegabilmente in una famiglia in strano e incerto equilibrio, portandosi via l'attenzione del padre. E come per i protagonisti delle «Confessioni», la vita di Alma > è sempre stata immersa fino al collo nelle questioni che il passato o la memoria e perfino le ossa sotto terra proiettavano nel presente, e lei non aveva fatto altro che camminare sul filo di una ragnatela sforzandosi di evitare le trappole della Storia, quando invece ci stava camminando sopra. Se, però, la storia d'amore di Nievo si sviluppa dentro la grande e gloriosa cavalcata del Risorgimento, quella di Alma è segnata e travolta dalle tragiche vicende del «di là», quel mondo sconosciuto oltre Vienna e Trieste, quelle terre sempre rimosse dall'immaginario collettivo, il dissolvimento della Jugoslavia tra il 1991 e il 1995, e oggi la guerra in Ucraina. Alma vive ormai da molti anni a Roma, apprezzata giornalista, ricercata dagli uomini per quel fascino che hanno quelli «di là», ma non può confessare, perché non sarebbe capita, che > solo un esule da quei mondi è in grado di suscitare in lei qualcosa di simile a un innamoramento. L'occasione per tornare «di là» è la morte di suo padre che le ha lasciato «una scatola», in cui dovrebbero esserci i segreti della sua famiglia, insieme con quelli della grande Storia. L'attende confuse combinazioni di sensazioni in cui presente e passato si mescolano insieme, ma non c'è mai il futuro: la nostalgia per i nonni materni, per la bella e solida casa mitteleuropea; la villetta sul Carso dove sono andati a abitare i genitori, per stare lontani dai nonni e dalla buona borghesia; gli arrivi e le partenze improvvise del padre, sempre coinvolto nelle grandi vicende; la madre anch'essa distante perché sempre occupata nella «Città dei Matti»; i bagni e i giochi sulla riviera di Barcola; e poi i morti, gli stupri, le stragi delle guerre balcaniche, immortalate dalle foto di Vili: > una fossa piccola, una fossa enorme, una fossa con dei corpi, il viso di una ragazza tenuta per i capelli. Scoprirà che nella scatola non c'è niente d'importante, come nel grande romanzo di Kenzaburo Oe («La foresta d'acqua», vedi la recensione in questo sito). Ciò che troverà sarà lo svelamento del mistero di Vili: fotografo delle stragi perpetrate dai serbi per dare testimonianza dei crimini commessi durante le guerre balcaniche. Se questa rivelazione potrà dare sollievo all'animo di Alma, non sarò possibile ritrovare l'amore per chi ha sempre amato. > I loro destini si sono incrociati, pensa Alma. e questo è tanto, i tentativi di fuga non contano. (...) Si guardano. E' così sexy, pensano. La solitudine e le incomprensioni, tutto l'amore e tutti quei morti, (...) quei loro teneri anni, e anche tutti quei pensieri sul caos delle loro vite lontane. Ci sono romanzi che vogliono dire troppo, che mescolano grandi affreschi della storia con le vite familiari, senza però riuscire a approfondire a sufficienza le diverse dimensioni dell'esistenza; e tutto resta in superficie. La relazione privilegiata del padre con Vili (quelle passeggiate insieme che escludevano Alma) non è analizzata nei suoi risvolti psicologici ed emotivi: è come il contenuto della scatola che non dice nulla di intimo. Lo stesso legame tra Alma e Vili, che attraversa tanti anni della loro vita, è trattato con spicchi d'esistenza, certamente meglio nella seconda parte del romanzo, nella Belgrado sotto la guerra, ma mai portato fino in fondo. Chi era Vili, una comparsa della Storia, obbligata, come dice lui stesso, > a essere uno che mente, un falsario, un vigliacco, ad alzare il calice a brindisi disgustandosi illudendomi che così avrei salvato qualcuno? E perché Alma perde sempre l'occasione per rompere il guscio entro cui si appaga Vili? Perché non li dice semplicemente che l'ama e lo porta con sé a Roma, lontano da «di là»? O c'è un mistero indicibile (la rigidezza degli affetti familiari, le stragi e le morti, il mondo dei Matti) che impedisce di dispiegare il senso di umanità reciproca? Troppe domande rimaste senza risposta! Sotto il profilo stilistico il romanzo si avvia faticosamente per salire di livello nella seconda parte, quella della guerra, senza dubbio la migliore. Il continuo avanti e indietro nel tempo e nello spazio confonde il lettore che deve di continuo riprendere le fila della narrazione. E' vero che il flusso dei ricordi e delle sensazioni non ha tempo, e tutto ritorna senza mai andare avanti, ma è pur vero che non seguire una sequenza disorienta il lettore, lo confonde inutilmente. La scrittura è di alta qualità, nei dialoghi così come nelle descrizioni: manca tuttavia di mordente, non lascia il segno, anche per l'uso di un italiano standard, scolastico sotto il profilo lessicale. Perché leggerlo? Interessante la sovrapposizione della Storia con le vicende familiari.
Almarina
> Non saprò mai dire se è Napoli o se sono io. (...) Oppure se è davvero la vista del palazzaccio dall'altra parte del cancello, l'onda gialla che gonfia, le cupole sotto le nubi, architravi troppo pesanti perché una donna sola possa reggerli. Se è fatta, la realtà, di terrazzi irraggiungibili, poteri irraggiungibili come li raccontano... . Con questo incipit il lettore si illude di pregustare il mondo surreale di Anna Maria Ortese (si vedano «Il mare non bagna Napoli» e il Cardillo Addolorato > ); ed invece ci si trova dinanzi ad una storia d'amore sospesa in aria, perché travolta da un flusso di coscienza incontrollato in quanto totalmente interiore. Cinquantenne professoressa di matematica, Elisabetta Maiorano insegna nel carcere di Nisida. Chiunque varchi la porta di un carcere lo sa (e se non lo sa, lo sente) che sta passando da un'altra parte inconciliabile con la promessa che ci fecero da bambini: che la vita non avrebbe fatto paura, e non saremmo mai rimasti soli. Il carcere invece è paura e solitudine > . Ma essere detenuti, vivere in una quotidianità ripetitiva e nel contempo protettiva, che crea una sensazione di isolamento o sono invece le rimembranze di una vita, le speranze e le disillusioni, le scelte sbagliate e gli amori incompresi? A seguire l'effluvio senza sosta della protagonista narratrice viene a pensare che il carcere sia solo un grimaldello per fare uscire il mondo interiore, e pure per piangersi addosso: il marito non amato, il figlio disperatamente cercato con l'inseminazione artificiale e poi con le richieste di adozione, la noia dell'insegnamento, la vecchiaia che avanza. Noi prendiamo questi faldoni e li riponiamo nel più remoto archivio della memoria e dopo nascondiamo la chiave. La nostra speranza, credo, è che quel giorno, ora lontano, in cui avranno scontato tutta la pena, tornerà loro nelle mani questa chiave, e dagli archivi spalancati voleranno fogli bianchi senza più inchiostro sopra, immacolati, come il bucato steso alle terrazze > . Ma se per il carcerato, di cui parla apparentemente la protagonista, c'è la luce della vita normale, come può una persona imprigionata in sé stessa fuggire dalla propria esistenza, prosaica e triste? Solo se irrompe l'Amore. Io mi sono legata ad Almarina così, mentre guardavamo il mare, e le ho raccontato che mio marito era un magnifico nuotatore. (...) Io non so nuotare, lei mi ha detto, allora.«Leggendo Valeria Parrella viene in mente Alda Merini, quando scrive»e forse staccherò dalle radici/la rimossa speranza dell'amore,/ricorderò che frutto d'ogni/limite umano è assenza di memoria,/tutta mi affonderò nel divenire...". In entrambe le autrici si è in presenza di una irrequieta e inappagabile ricerca di un Amore che permetta di rimuovere la memoria, o almeno sospenderla. Il carcere, così come il manicomio per la Merini, è una metafora della prigione dell'animo umano, un momento di quiete, un luogo di incontri inaspettati. Ogni pagina di Parrella è un cammeo, simile a un breve e intenso componimento poetico. Ma se in Merini il lirismo, il parlare di sé stessi, i sentimenti accennati, la preziosità lessicale sono al loro posto perché tipici di un sonetto, soprattutto secondo la tradizionale poesia italiana, in Parrella questi tratti stilistici e narrativi compromettono il racconto complessivo, tolgono movimento alla storia, inaridiscono i personaggi, in particolare quello di Almarina, di fatto incomprensibile. L' io specchiante non si addice al romanzo, il quale richiede comunque una trama. Perché non leggerlo? Un effluvio elegante ma avulso da una struttura narrativa.
L'alveare
Il romanzo è ambientato a Madrid durante la seconda guerra mondiale: è un periodo di profonda crisi economica, caratterizzato da una diffusa miseria e da un senso di «attesa senza speranza», aspettativa di un generico cambiamento insieme a un rassegnato pessimismo. Dona Visi è felice perché la figlia ha trovato un fidanzato, > uno che studia per il posto di notaio , il marito > si rigira fra le lenzuola, > Bene, aspetta a suonare le campane a festa. (...) Stiamo a vedere come va a finire , e il marito lo sa bene perché ha incontrato la figlia a prostituirsi. Madrid è una città dove tutti > camminano senza alcuna meta, con le mani nelle tasche vuote -- nelle tasche che, a volte, non sono nemmeno calde -- con la testa vuota, con gli occhi vuoti e nel cuore, senza che nessuno se lo spieghi, un vuoto profondo e implacabile. (...) La notte si chiude (...) sullo strano cuore della città. Migliaia di uomini dormono abbracciati alle loro donne, senza pensare al duro, crudele giorno che forse li aspetta in agguato, come un gatto selvatico, tra poche ore. Centinaia e centinaia di studenti cadono nel vizio solitario. E alcune dozzine di ragazze aspettano -- che aspettano, Dio mio? Perché le illudi così? -- con la mente piena di sogni dorati.... Se La famiglia di Pascual Duarte > (si veda la recensione in questo sito) ruota intorno a un personaggio dominato da un'inclinazione sanguinaria, da un destino cui non si può resistere, qui abbiamo una serie di episodi, aneddoti e figure, in una successione disordinata che rende difficile ritrovare un filo unitario. D'altra parte a che serve approfondire la vicenda di Elvira, già stanca prostituta, o quella di Celestino, che parla da solo, o capire meglio chi sia realmente > il poeta del rione, (che) ha i pomelli rossi e qualche volta, quando è in vena, sviene nel Caffè e devono portarlo al gabinetto. Sono tante figure, fisiche e quindi contestualizzate, ma anche allegoriche di una condizione umana; ed è inutile entrarvi dentro, tanto è simile il loro destino. Se si vogliono proprio trovare due riferimenti, questi si possono individuare in Dona Rosa e in Martin. La prima > va e viene tra i tavoli del Caffè, urtando i clienti con il suo enorme sedere , al centro di un caleidoscopio di sconfitti e di rassegnati, > con i gomiti sul vecchio, crostoso marmo dei tavoli, (...) un tempo lapidi mortuarie (immagine stupenda di un mondo nel quale tutto è venuto meno). E lei, la grande ostessa, > si palpa il ventre (...) Vada, vada....Ciascuno al suo posto. (...) I peluzzi dei suoi baffi si agitarono in atto di sfida, solennemente, come i cornetti di un grillo innamorato e orgoglioso. Martin è un giovane intellettuale che vive di qualche articolo sul giornale, dei pasti della sorella, che gli mette da parte qualcosa all'insaputa del marito, e delle generosità di una tenutaria di bordello, che gli permette di dormire in un letto caldo accanto a una giovane prostituta. > Sente i capelli della giovane sulla sua faccia, sente il suo corpo nudo sotto le lenzuola, sente il respiro che, a volte, è un pochino roco, in maniera quasi impercettibile , e le recita una poesia melanconica, sogna di essere assunto all'Istituto di Previdenza Sociale, di andare sulla tomba della madre, e non si accorge neppure che la polizia franchista lo sta ricercando. > Martin, per un vago presentimento, non vuole affrettarsi..... E' vero che siamo nella Spagna degli anni '40, ma questa attesa senza speranza" non è forse il sentimento che ci pervade in questo momento, dinanzi ad annunci di clamorose svolte (la pace in Ucraina, la fine del genocidio a Gaza) per poi ritrovarci sempre nell'immobilismo più feroce? Non siamo noi come i personaggi di questo alveare, metafora della nostra condizione? Non ci sentiremo vicini a quanto racconta Cela se l'autore non si fosse affidato a uno stile asciutto, essenziale e intenso, così distante dalle circonvoluzioni di scrittori spagnoli contemporanei, come Cercas, Marìas e Aramburu (si vedano le numerose recensioni dei loro romanzi in questo sito). La scrittura di Cela, intrisa di crudo realismo magico, ricorda Canne al Vento di Grazia Deledda (si veda la recensione in questo sito). Il limite del romanzo risiede proprio nella dispersione dei tanti aneddoti, nella confusione della narrazione; elementi che rendono difficile orientare la lettura, darle un senso complessivo. Occorre lasciarsi andare senza cercare una trama complessiva. Perché leggerlo? Splendida la scrittura, metafora della condizione attuale
L'amante palestinese
È possibile che una storia di amore possa colmare il solco ineluttabile fra due popoli? Il romanzo dà una risposta negativa a questa domanda, forse troppo ingenua. E lo fa ripercorrendo una vicenda sconcertante: la relazione tra Golda Meir, autorevole primo ministro israeliano nei primi anni ʼ70, e Albert Pharaon, discendente di una ricca famiglia palestinese. Il libro ripercorre la storia del nascente stato di Israele dal 1917 ( anno della dichiarazione Balfour con la quale lʼimpero britannico si dichiarò favorevole alla creazione «in Palestina di un focolare nazionale del popolo ebraico») e la guerra del 1948, in conseguenza della quale venne costituito lo stato di Israele e iniziò lʼesilio di oltre settecentomila palestinesi. Lʼavvio del romanzo è estremamente suggestivo. Da un lato cʼè Golda, ancora ragazza, nel kibbutz. Lʼideale sionista della vita dura e comunitaria si sintetizza mirabilmente nella vigoria e nel coraggio della giovane Golda: > così luminosa, così sicura di sé e così fiduciosa, ulivo cresciuto rigoglioso in una terra sterile . Dallʼaltro lato cʼè Albert, «uomo di mondo squisitamente educato» per il quale «nulla è abbastanza attraente nella vita sociale da strapparlo al suo dolce ozio». Se Golda personifica la forza inarrestabile di una idea, alimentata dalla disperazione e dal ricordo delle persecuzioni, Albert rappresenta molto bene una casta di possidenti, che contemplano sbalorditi e increduli lʼimmigrazione degli ebrei, con la loro pazza convinzione di crearsi uno stato, e sono soprattutto preoccupati dellʼideologia socialista, che potrebbe alimentare «strane aspirazioni» nei contadini palestinesi, da sempre sfruttati. Pur così diversi, Golda ed Albert si incontrano, si sentono attratti e portano avanti per alcuni anni una relazione nascosta, profondamente carnale. Alla base del loro rapporto cʼè tuttavia un fraintendimento. Per Albert il loro legame è logico e possibile. Il fatto di essere lʼuno un palestinese e lʼaltra una ebrea non è un problema per chi è vissuto da sempre in una terra, nella quale tante comunità hanno convissuto senza difficoltà. Per Golda la barriera di nazionalità è insormontabile. In un colloquio determinante per il futuro del loro rapporto, ad Albert, che la invita a riconoscere che gli ebrei saranno obbligati a vivere con i palestinesi, Golda grida piena di rabbia: > noi siamo venuti qui per non dipendere più da nessuno, capisci? Non ci sono altri noi allʼinfuori di noi . Le parole sacre del sionismo ( «diventare padroni del nostro destino») sono più forti di qualsiasi amore. Ed allora i due amanti > si gettano allʼassalto lʼuno dellʼaltra, si urtano, si stringono disperatamente, abbandonati a una voglia irresistibile di farsi a pezzi, e che non rimanga più niente di loro né della loro relazione impossibile . La storia di amore tra Golda ed Albert è la metafora delle vicende drammatiche di due popoli. La parte più suggestiva del romanzo è quella sino allʼincontro di Golda ed Albert. Fino a questo punto il racconto è aperto ad imprevedibili sviluppi. Il lettore si aspetta che lʼautore voglia investigare la personalità di Golda: moglie, madre, amante di molti uomini, vigorosa idealista, personalità politica, condottiera del suo popolo. La relazione con Albert era solo il passatempo di una donna profondamente carnale o rispondeva, invece, ad un bisogno inconscio di uscire dagli schemi culturali e sociali del suo essere ebrea? Cʼerano contraddizioni nel mondo di Golda o solo capricci di una donna di potere? Tramite Albert Golda poteva essere «il principe azzurro» che gettava il popolo palestinese «nella modernità come gamberi nellʼacqua bollente», creando tuttavia una eventuale convivenza? La narrazione abbandona questa possibile evoluzione, forse per mancanza di informazioni o perché non vuole forzare più di tanto la storia. Si concentra invece sulla figura di Albert, languida, pigra e insignificante. Ed è un peccato perché il racconto perde di attrattiva e diviene il resoconto di un declino di un uomo, il cui epilogo era già scritto nel preambolo, nella sua stessa figura. Perché non leggerlo? È un racconto fragile: non aggiunge elementi alla comprensione del conflitto tra gli israeliani e i palestinesi, non è intrigante perché non approfondisce il personaggio centrale, quello di Golda.
Un americano alla corte di Re Artù
Il libro è una favola moralistica. Un industriale dell’800 si trova scaraventato alla corte di Re Artù. Cerca di introdurre una cultura industriale e capitalistica, che è vista dall’autore come largamente superiore perché più razionale ed efficiente, di quella imperante nel medioevo. Il tentativo fallisce miseramente per l’opposizione della Chiesa e per un sortilegio di mago Merlino che addormenta il protagonista. La storia vorrebbe essere divertente e si rivela noiosa e pedante.
L'amica geniale
Per gran parte del romanzo lʼamica geniale pare essere Lila; è intelligente, capace di apprendere qualsiasi argomento (persino il latino) senza andare a scuola; è coraggiosa, creativa, intraprendente; con lʼadolescenza diviene anche una splendida ragazza. Elena, lʼio narrante ed una delle protagoniste insieme con Lila, ne è soggiogata sin dalle elementari, vorrebbe assomigliarle, nel fisico e nella mente. > Mi fissai con Lila, che aveva gambette magrissime, scattanti, e le muoveva sempre, scalciava anche quando era seduta accanto alla maestra (...) Decisi che dovevo regolarmi su quella bambina, non perderla mai di vista, anche se si fosse infastidita e mi avesse scacciata. (...) Mi addestrai ad accettare di buon grado la superiorità di Lila in tutto, e anche le sue angherie . Attraverso le parole di Elena seguiamo, un pò invidiosi, lʼinfanzia e lʼadolescenza delle due amiche, e dei loro tanti coetanei, in un rione popolare di Napoli, violento, crudele, ma vitale ed autentico. Il romanzo è, quindi, la narrazione di unʼamicizia, tra Lila e Elena, e con essa di un ambiente sociale? Verso la fine del libro ci accorgiamo che il tema è un altro: lʼautrice parla del distacco dal proprio mondo, come effetto dellʼistruzione, dellʼapertura verso altri orizzonti culturali e linguistici. Quando Lila, ancora adolescente, sposa il ricco salumiere del quartiere, conquistandosi una posizione agli occhi della gente del rione, le due amiche hanno un colloquio chiarificatore, per loro ed anche per il lettore. Elena frequenta brillantemente il liceo, e dichiara, con «un risolino nervoso», che abbandonerà gli studi, una volta presa la licenza. Lila le risponde, secca e decisa: > tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine (...) devi studiare sempre . In quel momento Elena realizza come fossero finite «in due mondi diversi», pur abitando nello stesso rione, pur avendo avuto la stessa infanzia. Elena aveva ricavato da Lila lʼenergia per studiare, ma la scuola era diventata una sua personale ricchezza. > Ero cresciuta con quei ragazzi (i coetanei del rione), ritenevo normali i loro comportamenti, la loro lingua violenta era la mia. Con loro non potevo usare niente di ciò che imparavo ogni giorno, dovevo contenermi, in qualche modo auto degradarmi. (...) Ma proprio quella festa (il matrimonio dellʼamica) ratificava che Lila, lʼunica persona che sentivo ancora necessaria malgrado le nostre vite divergenti, non ci apparteneva più e, venendo meno lei, ogni mediazione tra me e quei giovani (...) si era esaurita. La storia dellʼamicizia di Lila ed Elena è lʼoccasione per una rara riflessione. Nel sentire comune la scuola svolge sempre una funzione positiva, di emancipazione e di elevazione spirituale. Lo è senza dubbio, si spera, ma troppo spesso si trascura come lʼistruzione ci renda estranei al nostro mondo di provenienza, facendoci perdere le radici antropologiche e disperdendo valori ed attitudini non sempre totalmente negativi. Cosa resterà di Napoli in una società che ci vuole tutti omologati? Il cambiamento è, poi, difficile e tormentato per chi lo compie. Elena, infatti, non si sente superiore allʼamica e ai suoi coetanei; tuttʼaltro, vive il distacco con sorpresa e con sofferenza, fa fatica ad acquisire una consapevolezza, che per molto tempo ha negato a sé stessa. Le medesime vicende sentimentali riflettono questo intimo conflitto: è innamorata di Nino, anche lui brillante liceale, ma si è fidanzata con Antonio, un bravo giovane, ma ahimè così ignorante. Perché soprattutto non mi ero fermata per dire a Nino resta, vieni al ricevimento (...) parliamo tra noi, scaviamoci una tana che ci tenga fuori da questo modo di guidare di Pasquale, dalla sua volgarità, dalle tonalità violente di Carmela e di Enzo, anche - sì, anche - di Antonio? " Il tema del distacco non viene affrontato con un approccio falso - narrativo, ma di fatto sociologico - normativo. Lʼautrice sviluppa un articolato sistema di personaggi, ciascuno di essi tratteggiato con efficacia e profondità psicologica. Parimenti, il rione è descritto con vivacità e coinvolgimento, pur non nascondendo la sua natura chiusa, immobile e violenta. Non si esprimono giudizi dallʼalto di una presunta superiorità sociale e culturale né, peraltro, si assumono toni giustificativi e populistici. I pregi letterari, i personaggi, Lila in particolare, lʼambientazione e la scrittura semplice ed elegante, rendono indulgenti verso le debolezze del racconto: un lento ritmo narrativo, a tratti ripetitivo, ed una trama che resta sospesa, forse per preannunciare ulteriori libri. Ma i romanzi a puntate si dovrebbero chiudere con unʼatmosfera di suspense, e non semplicemente con puntini di sospensione. Perché leggerlo? È affascinante la figura di Lila, fine ed elegante la scrittura.
L'amore arreso
In un precedente romanzo «La storia del giogo dʼoro» la protagonista non riesce a sfuggire ai meccanismi familiari e impazzisce, portando alla rovina sé stessa e chi le sta vicino. Nel primo dei due racconti di questo libro, «Lʼamore devastante», Liusu è altrettanto disprezzata dai parenti, ma coglie lʼoccasione di un incontro casuale per scappare da una casa, che > aveva qualcosa di simile a una dimora di fate e di spiriti: qui lo scorrere lento di un giorno era come il passare di mille anni nel mondo. Ma trascorrere mille anni qui era più o meno come un giorno, perché tutti i giorni erano ugualmente monotoni e senza senso . Ed è la noia, non la passione, a spingerla, guardinga e quasi di malavoglia, ad allacciare una relazione con un cinese occidentalizzato, dalla torbida fama di persona ricca, colta e raffinata, ma ostile al matrimonio. Sin dallʼinizio Liusu sa benissimo che legarsi a questʼuomo significa diventarne la concubina. Mentre accondiscende alle lusinghe dellʼamante pensa tra sé: > se io fossi una donna perbene fino in fondo, tu non ti saresti neanche accorto di me. Ma sorrise, inclinò la testa verso di lui e disse, Tu vorresti che io di fronte agli altri fossi una donna perbene, ma che con te non lo fossi . Con grande abilità lʼautrice ci conduce nello sviluppo di una relazione, nella quale > tutti e due (erano) troppo occupati a parlare dellʼamore, dove potevano trovare il tempo per amarsi davvero? . La conclusione è scontata: il ricco amante ospita Liusu in una casa grande e vuota, dove lei aspetterà le sue visite come una classica concubina. A cambiare questo destino è la guerra. I giapponesi bombardano Hong Kong e lʼuomo, nella città sconvolta, decide di sposare Liusu. > La caduta di Hong Kong aveva segnato la vittoria di lei. Ma in questo mondo irragionevole, chi mai sapeva distinguere quali erano le cause, quali gli effetti? Chi poteva saperlo? E forse proprio perché lei potesse vincere era dovuta cadere una intera città? Nel secondo racconto, Rosa rossa, rosa bianca > , lʼautrice si chiede se la trasgressione e il perbenismo possano convivere nella stessa personalità. Zhenbao è un tipo razionale e preciso, in tutto e per tutto il perfetto uomo cinese moderno. Partito fin dallʼinizio col piede giusto, (...) ora aveva unʼottima posizione in una famosa compagnia tessile straniera > Tutto sembra ineccepibile: la moglie laureata di buona famiglia, la figlioletta per quale sono state già accantonate le risorse per le rette universitarie, lʼattenzione premurosa verso la madre e i fratelli, lʼimpegno sul lavoro e lʼaltruismo verso gli amici. Ma è proprio vero? Dal racconto veniamo a sapere che Zhenbao ha avuto unʼintensa e appagante relazione con una donna sposata. Quando lʼamante, realmente innamorata, confessa al marito il tradimento, Zhenbao la lascia perché capisce che lo scandalo lo travolgerebbe. È sufficiente incontrare la donna dopo molti anni per sconvolgerlo e distruggere la sua opaca vita borghese: frequenta prostitute, si dà al bere e al gioco, trascura il lavoro, picchia la moglie. E tu. Stai bene, tu?, chiese lei. Mentre cercava le parole adatte per riassumere in poche, semplici frasi la perfetta felicità della sua vita, Zhenbao alzò la testa e vide la propria faccia nello specchietto a destra dellʼautista. (...) Dʼun tratto però cominciò a tremare davvero e vide nello specchio che le lacrime gli rigavano le guance. Il perché non lo capiva neanche lui. In quel genere di incontri, è sempre lei che piange, non lui. (...) Lungi da consolarlo, lei restò zitta a lungo, poi disse: Non è questa, la tua fermata? > Lʼautrice scava lʼambiguità dellʼanimo umano con un taglio fortemente occidentale. Se lʼavvio del primo racconto richiama ancora la tradizionale famiglia cinese, il proseguimento del racconto potrebbe essere ambientato in qualsiasi città europea. I contenuti e la scrittura stessa del secondo racconto riecheggiano molta letteratura occidentale, alla quale lʼautrice ha attinto largamente. Cʼè poca originalità. Ad affascinare il lettore resta la capacità di Zhang di muoversi nei chiaro scuri e di sondare lʼanimo umano, in particolare quello femminile. Jiaorui e Zhenbao sono a letto: la donna capisce che lʼuomo vuole lasciarla. Sollevando il viso gonfio e arrossato, Jiaorui lo fissò, poi balzò in piedi, quasi stupita lei stessa dʼessersi ridotta in quello stato. (...) Si asciugò gli occhi con il fazzoletto, si soffiò il naso e uscì. (...) Nel sonno gli parve qualcuno si fosse steso sopra di lui, piangendo. (...) Capì che Jiaorui era tornata. (...) Il calore di quel corpo femminile lo avvolgeva come una trapunta di piumino foderata di seta, trasmettendogli un piacevole, sensualissimo tepore. Quando Zhenbao fu sveglio del tutto, Jiaorui se ne andò senza dir niente, né lui proferì verbo". Perché leggerlo? Sono brevi racconti, la scrittura è piacevole ed alcune pagine sono particolarmente suggestive.
L'amore ucciso
Immaginate qualche cosa di simile al romanzo di Anna Premoli ( «Ti prego lasciati odiare»): una storia dʼamore, delicata, leggermente ironica, fatta di fitti dialoghi e di riflessioni giovanili. Potrebbe essere una tenera favola, se non fosse che siamo in Giordania, per la maggior parte delle donne > unʼopprimente prigione, la cui atmosfera è resa ancora più tesa dal rischio di morire per mano dei propri congiunti. La Giordania è la mia casa. Amo la sua aspra bellezza, la sua storia travolgente. Ma, forse, non potrò farvi mai più ritorno . Non ci può essere lieto fine in una storia dʼamore impossibile, in una società nella quale > alla donna che infrange una qualsiasi delle norme che è tenuta a rispettare non è concesso il lusso del perdono . Noi lettori intravediamo sin dallʼinizio la drammatica conclusione del romanzo. Ciò ci crea unʼansietà crescente, che ci impedisce di perderci e di assaporare fino in fondo la bella amicizia tra Norma e Delia. Pur appartenendo a religioni differenti, sono cresciute insieme con gli stessi sogni di libertà e di emancipazione da una millenaria condizione femminile. > I nostri genitori insinuavano nella vita di tutti i giorni lʼidea che gli uomini fossero superiori alle donne. Non eravamo ridotte in schiavitù con frusta e catene, ma piuttosto persuase da parole e insegnamenti vecchi di secoli a metterci in quella condizione di nostra spontanea volontà . Se le loro madri credevano «nello stile di vita arabo», Norma e Dalia si uniformano agli opprimenti costumi della tradizione per paura. Ma > la paura può essere superata.... per questo, prima o poi, le cose dovranno cambiare . Per costruirsi un proprio spazio di libertà, le due ragazze si inventano unʼattività economica, quella di parrucchiera, un lavoro tipicamente femminile, che non minaccia la tradizione, una sorta di attesa del matrimonio combinato, al quale sono inesorabilmente destinate. Una volta lasciate nel negozio dal fratello «di turno», al quale è stato affidato il compito di sorvegliarle, Norma e Delia si sentono libere, di parlare, di scambiarsi confidenze, di leggere riviste femminili, di sognare. Questo rifugio in un «insidioso mare di norme religiose» viene stravolto dallʼarrivo di un giovane, che le costringe «a comportar(si) come non avremmo dovuto». Dʼaltra parte, > dovevamo affidarci al sotterfugio e al raggiro per ottenere ciò che volevamo, e lasciare che un salone di bellezza di periferia, teatro di pettegolezzi, definisse i confini delle nostre vite, confini che avrebbero potuto essere ben più estesi? Potevamo rischiare la pelle per una storia dʼamore? . Le due ragazze non hanno dubbi, pur sapendo che Delia, di fede mussulmana, non potrà mai sposare il giovane, perché questʼultimo è cattolico. Le regole della società giordana impediscono i matrimoni tra persone di diversa religione. Sanno i rischi che corrono. Frequentando un giovane senza il permesso del padre, la ragazza disonora la famiglia ed è permesso ai congiunti punirla con la morte. Non siamo, tuttavia, dinanzi allʼennesimo racconto di innamorati, ai quali è proibito di amarsi. Norma e Delia rifiutano il loro inesorabile destino. > Sebbene il tutto si fosse limitato a qualche dolce e a un caffè, il gusto di quella normale libertà era troppo delizioso per potervi rinunciare. Ci eravamo spostate di pochi chilometri, ma eravamo entrate in un altro mondo . Man mano che ci si avvicina al tragico epilogo, lʼassassinio di Delia da parte del padre, cambia lo stile narrativo, dapprima in modo impercettibile. I sempre più imprudenti incontri tra Delia e il giovane sono narrati ancora con apparente leggerenza, che non vela tuttavia la paura e lʼangoscia delle due ragazze. Poi improvvisamente il racconto diviene denso e drammatico. Con la morte dellʼamica, Norma é adulta di colpo. Capisce che i suoi legami con la Giordania e con le sue tradizioni sono morti con Delia. Tuttavia, nel momento in cui fugge dal suo paese, coglie, come non le era mai accaduto, il profondo dolore della madre, la barriera > che aveva retto per proteggere la propria anima dalla durezza della vita... i brandelli che ancora sopravvivevano di quella persona, unica e indipendente . Non lasciarsi intrappolare dalla pena per sua madre, pur sentendosi come non mai a lei vicina, rende Norma libera come persona, prima ancora che come donna. Il romanzo può essere letto da tanti punti di vista: una fotografia sociologica ed antropologica della Giordania, paese che sotto una patina di modernità nasconde una crudele ed imperante tradizione tribale; una denuncia appassionata della diffusa accettazione del delitto dʼonore e più in generale della condizione femminile nei paesi arabi; la narrazione di una dolce amicizia, di un legame spezzato; un romanzo di formazione, un doloroso sentiero verso lʼetà adulta. Quando Norma ascolta il saggio suggerimento della madre, ossia di chiedere scusa al padre di Delia, che eppure aveva ucciso lʼamica, la ragazza accetta cinicamente la menzogna, riconosce come solo con il sotterfugio e lʼinganno la donna possa sopravvivere. Rischia, come successe a sua madre, di illudersi, di «intravedere fantasmi di occasioni perdute nel suo cuore», o si apre ad una nuova vita, realmente libera ed autonoma? È sufficiente fuggire dalla Giordania per essere riconosciuta come persona? Perché leggerlo? Un romanzo prima ironico e leggero, poi, nelle ultime pagine, intenso e drammatico. Un libro che fa riflettere sulla condizione femminile.
Aniko
I Nenec sono un popolo di poco più di 40 mila individui, stanziati nella parte nord orientale della regione degli Urali: la loro economia si basa fondamentalmente sull'allevamento delle renne. Come molti giovani Nenec, Aniko è andata a studiare lontana dalla propria terra: prima in un convitto nella città più vicina, poi più distante ancora, a studiare geologia all'Università. Ha assimilato la lingua e la cultura russa tanto da dimenticare le sue origini. Deve tornare dal vecchio padre perché le è giunta la notizia della morte della madre e della sorellina, uccise da un lupo soprannominato Diavolo zoppo. Il ritorno è scandito prima dalla ripugnanza ( > quando il padre le era ormai vicino: fece involontariamente un passo indietro: emanava un puzzo di alcol, fumo e sporcizia ), poi si riappropria lentamene della lingua e dei costumi, ed infine sopraggiunge la rimembranza dell'infanzia perduta: «Era calata la sera, insieme alla madre, aveva acceso un fuoco vicino al»cum > . Giocava con le sue bambole di pezza che avevano becchi d'uccello al posto della faccia. La mamma era intenta a cucire una nuova jaguska per una delle bambole. Per un istante Aniko credette di rivedere davvero il volto concentrato della madre. Ma trascorso quell'istante, per quanto si sforzasse, non riuscì più a ridisegnare i suoi lineamenti nei ricordi. Erano svaniti, forse per sempre . E' confusa, fino allora «non aveva fatto altro che provare a vivere». Deve accettare l'invito intriso di rimprovero di Aleska, il compagno d'infanzia, a restare per migliorare le condizioni dei Nenec? O deve lasciarsi sommergere dal fascino della tundra e di una società ancestrale, immobile e apparentemente armoniosa? E' ciò che attrae Pavel, un giovane geologo non Nenec, a desiderare di restare per abbandonare «i soliti pensieri ordinari» e «scoprirsi all'improvviso più maturi, sinceri e buoni!» Non sappiamo cosa farà Aniko, lascia la tundra ma tornerà un giorno? Che sarà di lei? Aniko è un personaggio esile e la sua storia è troppo sfumata per trasmetterci i sentimenti contradditori della ragazza, in bilico tra l'affetto per il padre, solo ormai eppure protetto dal villaggio, e la voglia di essere parte di una società ricca di stimoli culturali e professionali. Estraendo dall'ambiente specifico e se sostituissimo il russo con l'inglese, lo stato di attesa e nostalgia di Aniko è la condizione di molti giovani d'oggi. Ma non era questo lo scopo della scrittrice: legata profondamente alla propria terra, l'autrice ci porta in un mondo di serena concordia dove gli uomini, i cani, le renne e persino i lupi vivono «in una immobilità di gioia inesauribile», come dice Ungaretti parlando della sua città natale, Alessandria d'Egitto. Si pensi alla renna Temujko, che è stata allattata dalla mamma di Aniko e torna sempre sulla tomba della padrona, al cane Buro, il fedele amico del vecchio padre, e come questi accetta con dolorosa rassegnazione l'abbandono della figlia, forse definitivo. E che dire di Diavolo zoppo? La descrizione del lupo, della sua solitudine e del suo rancore, dà inizio all'intero racconto, e impronta di sé alcune della pagine più belle del romanzo. La società dei Nanec pare perfetta, nella sua secolare armonia, ma non è così. Come dice Pavel ad Aniko, > i nenec sono confusi. Esteriormente appaiono calmi. imperturbabili come sempre, ma io so che sono inquieti. Si chiedono come sarà il loro futuro, dove finiranno i loro figli. (...) E se non li aiutiamo adesso... E se l'intera storia fosse una fiaba, e come una fiaba va bene per tutte le latitudini, pure una metafora della nostra misera Italia, un invito a liberarci dalla passività? La scrittura è melodiosa e fluida come l'intera storia: dolce e leggiadra, evocativa e naturalistica ad un tempo quando descrive la tundra e i suoi abitanti, sintetica ed efficace nei dialoghi, nell'eterna conversazione tra i Nenec ed invece contratta quando parla Aniko, come a riflettere la sofferenza dinanzi a scelte di vita che deve affrontare, suo malgrado. La trama è debole nel ritmo narrativo (pare che nulla succeda), ma la scrittura è splendida, con assonanze provenienti da altre lingue. Perché leggerlo? Dolce e leggiadro.
Le Anime Morte
> Felice lo scrittore che, lasciando in disparte i caratteri noiosi, ripugnanti, quelli che colpiscono per la loro triste realtà, affronta i caratteri in cui si rivelano le più alte qualità dellʼuomo..... Eccelso, universale poeta lo acclamano.... ben altro è il destino dello scrittore, che osa evocare alla luce tutto quello che abbiamo sempre sottʼocchi, e che gli occhi indifferenti non percepiscono: tutto il tremendo, irritante sedimento delle piccole cose, che impastoiano la nostra vita, tutta la profondità dei gelidi, frammentari, banali caratteri, di cui ribolle, amaro a tratti e tedioso, il nostro viaggio terreno .Gogolʼ sviluppa unʼanalisi caustica ma gioiosa della società del suo tempo, con una ispirazione che lo rende unico tra i grandi scrittori realisti dellʼOttocento, come Zola, Flaubert e Verga. Lʼidea geniale di Gogolʼ è quella di fare emergere la sordidezza e la vacuità dei suoi contemporanei mettendoli dinanzi ad un fatto inverosimile. Il protagonista del romanzo, il prosaico Cicikov ( > né troppo giovane né troppo vecchio, né troppo grosso né troppo snello, né troppo elevato né troppo umile ) viaggia per la vasta provincia russa proponendosi di acquistare i servi morti ( da qui il titolo del romanzo), sui quali i proprietari continuano a pagare una tassa. E ciò che é paradossale é che non solo i proprietari accettano la compravendita, ma che le istituzioni e la stessa buona società non intravedono lʼassurdità e lʼimmoralità di questo commercio. Ben altri sono gli ostacoli che deve incontrare il protagonista nel suo cammino! Le visite ai proprietari lo costringono a subire le particolarità, talvolta stravaganti ma spesso fastidiose, dei diversi caratteri e stili di vita: il possidente vanitoso e vacuo, la zitellona bigotta ma avida, il proprietario affarista, lʼubriacone anche violento. Si tratta di una carrellata di personaggi e di ambienti, che permettono allʼautore di disegnare con poche pennellate la vita, meschina ma anche dispendiosa, della piccola e media proprietà russa. Se i caratteri sono tratteggiati in modo ironico e brioso, la descrizione dei villaggi è sociologica, anche se manca in Gogolʼ qualsiasi indignazione per la condizione dei contadini. Quando poi scoppia lo scandalo nella piccola città di provincia in cui si trova Cicikov, il nostro protagonista è travolto da pettegolezzi, supposizioni e false accuse, che niente hanno a che fare con la truffa che sta portando avanti, ma che lo costringono alla fuga. Ma come tutti i russi, anche Cicikov ama la velocità della vettura che lo porta correndo sulla strada e si lascia travolgere da una sensazione di esaltazione e di abbandono. > È come se una potenza ignota ti prendesse sullʼala con sé, e tu voli, e tutto vola... Non così anche tu, Russia, come unʼardita insorpassabile troika, voli via? Con la partenza di Cicikov si conclude la prima parte del libro, lʼunica compiuta e approvata dallʼautore. Il piano complessivo dellʼopera prevedeva altri due parti, di cui la seconda ci è pervenuta incompleta mentre la terza è stata distrutta dallo stesso Gogolʼ. Se si legge la seconda parte emerge chiaramente come il tema di fondo dellʼintera opera dovesse essere il viaggio, una sorta di reportage senza meta, senza intenzioni morali, senzʼaltro interesse che quello di rappresentare nella sua immediatezza lo scorrere della vita. E dice Gogolʼ con un accento pirandelliano, > il lettore non deve irritarsi con lʼautore se i personaggi apparsi fin qui non hanno incontrato i suoi gusti: la colpa è di Cicikov; qui egli é padrone assoluto, e dove pare a lui, anche noi dobbiamo trascinarci . La capacità di Gogolʼ di tratteggiare i personaggi e gli ambienti borghesi della società russa costituisce il pregio fondamentale del romanzo. Dalla lettura emerge, tuttavia, una sensazione di superficialità e di incompiuto, quasi che la scrittura richiedesse ancora miglioramenti ed approfondimenti. Perché leggerlo? È un romanzo attuale ( soprattutto per lʼItalia), in quanto racconta la facilità con cui una società vacua e superficiale accetta qualsiasi fatto, anche se inverosimile ed improbabile.
Anime scalze
La storia prende le mosse dal momento in cui troviamo Ercole insieme al fratellino Luca sul tetto di un centro commerciale, con la polizia che grida di scendere. Dal racconto scopriamo che Ercole ha quindici anni, vive con Asia, la sorella più grande, e con un padre assente, che lavora come capita e spesso si mette nei guai. Ercole sa bene che Asia «era forte, sì, coraggiosa, ma non indistruttibile, Legata a me, ma non con me» Quando la sorella gli comunica che andrà a vivere con il fidanzato Ercole comprende che «le madri contengono. Ogni cosa. Fratelli e sorelle accompagnano». Con una vecchia bicicletta va a cercare la madre in un piccolo paese in montagna. Buca la gomma, è costretto a farsi dare un passaggio, deve chiedere i soldi per il biglietto del treno, quando arriva al paese dove vive la madre, gli è difficile trovare dove abita perché la madre sta in una casa isolata. Ercole, testardo e coraggioso, affronta tutti gli ostacoli, vince le paure, ma non debella i mostri che ha dentro. Non riesce a fare alla madre le domande che vorrebbe. > Perché sei andata via esattamente? (...) Perché non mi chiedi se mi sei mancata? (...) Le cose vanno così. Ercole. E non puoi farci nulla diceva Asia. Sopraggiunge una svolta. > Appeso a uno spuntone del muro esterno c'era un casco da football americano, giallo, con il numero dieci in rosso . E' di Luca, suo fratello di sei anni. > La vita è una palla di biliardo, ogni scontro le fa cambiare direzione; e se si è abbastanza forti e fortunati si può andare ovunque . Adesso Ercole ha qualcuno di cui prendersi cura, da proteggere, anche rispetto al mondo degli adulti. E quando al compleanno di Luca, gli amici del padre del bambino cercano di ubriacare il piccolo senza che la madre lo difenda, è Ercole a intervenire e poi a portare in salvo il fratellino. Con audacia e vincendo la paura, si mette alla guida di un' auto. Lo sorprende la polizia. > Mi avrebbero creduto se avessi spiegato cos'era successo, che lo facevo per Luca? Avrebbero creduto a me o agli adulti? (...) E se mi avessero creduto, Luca dove lo avrebbero mandato? A chi l'avrebbero affidato? (...) Ho sentito la voce di Obi-Wan sussurrarmi: usa la forza, Luke. Segui l'istinto. Ho sentito le crepe sbriciolarsi e i mostri uscire dai muri. Ho ingranato la prima. Ho premuto a manetta sull'acceleratore. E sono fuggito. Se nei romanzi dell'Ottocento l'adolescente diviene adulto affrontando prove sempre più ardite, conquistando in tal modo la propria autonomia dai grandi, oggi il ragazzo resta sempre in qualche modo legato all'aiuto degli adulti. Si pensi alla differenza tra l'Isola del Tesoro di Stevenson, dove Jim affronta da solo i pericoli, dalla tempesta al pirata Silver, e la vicenda di Harry Potter che vince il male per il ruolo salvifico del super mago Dumbledore (si vedano le recensioni in questo sito: Treasure Island" e «Harry Potter& the Philosopher's Stone»). In «Anime scalze» non entra in gioco la magia, per fortuna; ma il quindicenne Ercole riesce a non scivolare «dalla confusione alla disperazione» perché trova saldi punti di appoggio nella sorella maggiore Asia e nella fidanzata Viola, coetanea eppure così salda e determinata. Al filone conduttore fondamentale, quello di romanzo di formazione, si aggiungono altri ingredienti: la fragilità e la distanza degli adulti, il tenersi dentro i sentimenti e non cercare aiuto, l'abbandono, l'amore come ancora di salvezza; troppi temi che si sovrappongono senza mai entrare nel dettaglio, quasi che l'autore volesse toccare tutti gli aspetti del disagio adolescenziale: insieme con frequenti pillole di saggezza la dispersione narrativa rende spesso prolisso e scontato il racconto. Un punto di debolezza del racconto è lo stile letterario. A differenza dei romanzi scritti insieme a Marco Magnone (vedi su questo sito le recensioni di «Berlin» e di "Il lato oscuro della Luna) manca il ritmo narrativo, se si escludono le ultime pagine; pure la scrittura è spesso prosaica, senza il contesto perché Torino é distante nella sua desolazione di città post industriale, mentre il ricorso frequente a dialoghi serrati e di poche parole pare un' ancora di salvataggio per una narrazione che fa fatica ad andare avanti, invece che un modo efficace per esprimere l'incomunicabilità. Perché leggerlo? E' scorrevole e indaga il disagio giovanile.
Anna Karenina
Il romanzo racconta due vicende che si svolgono in parallelo e che trovano origine nel rifiuto di Kitty di sposare Levin, preferendo il bello e aitante ufficiale Vronskj. Da questo atto di vanità e di leggerezza, immediatamente sconfessato dall’innamoramento di Vronskj per Anna Karenina, prende le mosse il percorso di Levin, il suo amore per la campagna, il suo avvicinamento a Kitty sino al matrimonio e alla scoperta della fede; e si sviluppa invece la triste storia di Anna, la sua relazione con Vronskj, l’abbandono del marito, la convivenza all’estero, in campagna e a Mosca sino al tragico suicidio. Si è in presenza di una trama «ufficiale», che vorrebbe, forse, esprimere il pensiero e il messaggio di Tolstoj: solo l’attaccamento ai valori religiosi e a quelli tradizionali della Russia possono salvare l’uomo e il paese, mentre la vanità e l’ipocrisia, caratteristiche tipiche dell’aristocrazia, non possono che condurre alla distruzione personale e al disfacimento morale e sociale di un popolo. Il generoso e profondo Levin trova nelle responsabilità del matrimonio, della famiglia e della gestione della terra la risposta ai propri interrogativi sociali ed esistenziali. Non sono le nuove tecniche di produzione, le teorie economiche e i filosofi a dargli questa risposta, ma la vita stessa gli ha dato la rivelazione attraverso la coscienza del bene e del male. > Non ho acquistato il sapere, ma mi è stato dato... perché io, con le mie sole forze, non avrei potuto conquistarlo . L’elegante e colta Anna, invece, che non ha rispettato i legami con i tradizionali sentimenti religiosi e sociali della Russia, è condotta, suo malgrado, alla disperazione: > quante cose, (quando ero bambina) che a quei tempi mi parevano belle e inaccessibili ora mi paiono misere! E quel che possedevo allora, ora è perduto per sempre . Ma la contraddizione tra la ragione, che conduce alla morte, e la fede che conduce alla vita è presente sino agli ultimi momenti della vita di Anna: > Sì tutto mi disturba, mi tormenta. La ragione ci è data per liberarci da quello che ci tormenta. Dunque, bisogna che me ne liberi. Perché non spegnere la luce, se non si ha più voglia di vedere nulla, se non si prova più altro che avversione nel guardare le cose?....ad un tratto il buio che avvolgeva ora ogni cosa per lei fu squarciato e la vita le si presentò per un attimo con tutte le sue chiare gioie passate... Signore, perdonatemi tutto! proferì ancora, sentendo l’impossibilità di lottare. Il Mugik, borbottando qualche cosa, lavorava sulle fondamenta . Via via che si sviluppa il romanzo, il personaggio di Anna Karenina assume una vita autonoma, che travalica le stesse finalità dell’autore e che le dà peculiarità ben differenti da quelle richieste dalla trama ufficiale. Sembra quasi che Tolstoj si innamori di questa sua creatura e non riesca a farla stare all’interno del ruolo progettato. Dapprima è evidente che Anna è una figura vacua e vanesia, che risponde appieno ai falsi canoni dell’aristocrazia russa, ma poi lentamente cresce la complessità di questo personaggio, che ricerca l’amore assoluto e una vita autentica, al di fuori delle ipocrisie della società. Anna è agitata da un profondo senso di colpa, per l’abbandono del marito e soprattutto del figlio, ma tuttavia sente di non essere colpevole, perché vuole soltanto «vivere la sua vita» in modo sincero e vero. Da questo punto di vista non la si può definire una figura romantica, in quanto la storia di amore è importante ma costituisce in fondo il fattore scatenante di unʼaspirazione spirituale più profonda: la volontà di vivere la propria libertà senza ipocrisie e false convenzioni. Anna Karenina è un personaggio tragico, che si distrugge e distrugge gli altri, quasi spinta da un demone (il sogno del vecchio Mugik) e da un destino che è al di sopra della sua stessa volontà. Nel corso del romanzo si attua una sorta di «rovesciamento», una profonda modifica di prospettiva, che porta all’esaltazione del personaggio di Anna, apparentemente fragile e colpevole, rispetto ai più noiosi e piatti Levin e Karenin.
Anni Lenti
In «Patria» l'autore affronta con toni forti le conseguenze psicologiche ed esistenziali della guerra civile che ha insanguinato i Paesi Baschi dal 1968 al 2011 (si veda la recensione in questo sito). Con «Anni Lenti» Aramburu tratta gli stessi temi, ma con accenti placidi, quasi sognanti. D'altra parte > quando mi soffermo a passare in rassegna i miei ricordi di quegli anni (quelli della Spagna di Franco), mi torna una vecchia sensazione di lentezza. (...) Mi tenta, almeno in alcuni tratti del romanzo, fare uno sforzo per trasmettere mediante uno stile studiatamente lento quella sensazione di marasma storico. Per dare questa impressione di una storia > che si trascinava pigramente , l'autore immagina che un «informatore» gli fornisca gli elementi per costruire un romanzo, anche > se bisognerà scostarsi dalla testimonianza dell'informatore, si farà. Prima la letteratura, poi, se rimane spazio, la verità. E quindi una persona ormai adulta racconta a Aramburu la sua vita da bambino presso alcuni parenti di San Sebastian. Lui, > uno stronzo di un navarro , come lo accoglie il cugino Julen, si ritrova a vivere in una famiglia basca: una zia autoritaria e brusca, lo zio malinconico e assente, la cugina grassa e brutta che se la fa con tutti i ragazzi, e Julen, che vedendolo piangere lo consola prendendolo in giro: > se fossi basco non piangeresti. Hai mai visto piangere il ferro? Però, visto che sei un navarro di pasta frolla, succede quello che succede. Forte, sbruffone, sicuro di sé, viziato dalla madre, Julien ricorda Joxe Mari di Patria e, infatti, la sua vicenda ha molti tratti simili: entra nell'ETA, è costretto a fuggire in Francia, ma, a differenza di Joxe, Julien non regge la solitudine e le privazioni della vita clandestina; tradisce l'organizzazione e ritorna a San Sebastian, gettando vergogna sulla famiglia. Tutto questo è descritto con gli occhi di un bambino, che non coglie fino in fondo i pericoli connessi agli avvenimenti e il loro impatto sulla famiglia degli zii. E' vero gli veniva un brivido di paura quando vedeva passare la Guardia Civil, ma > quei baffi, se li ricorda? Quegli sguardi duri, i manganelli e i caschi. le armi che la mia immaginazione da adolescente faceva fatica a concepire fuori dai film di indiani e cowboy. Nella fantasia del bambino tutto si mescola creando come una commedia dell'arte in cui personaggi buffi o spaventosi si agitano nella stessa atmosfera surreale e comica. Si pensi alla cugina grassa, che rimasta incinta è costretta a sposare lo scemo del villaggio, anche lui obeso e malfatto. O la figura grottescamente solenne del parroco, sicuro nel suo istigare i giovani ad affiliarsi all'ETA, e tremebondo quando rischia di essere arrestato. Eppure, il racconto soffuso e divertente dell'informatore bambino non riesce a dare pace, a permettere una conciliazione, anche quarant'anni dopo. Il romanzo si conclude con un ricordo amaro dell'autore. In autobus incontra il padre di Julien ma si volta dall'altra parte. > Mi hanno attaccato l'odio. (...) Mi piacerebbe chiedergli perdono, ma è morto. Ci sono tanti modi per parlare delle tragedie di un Paese, delle lacerazioni di una comunità e dei dolori delle persone che sono stati segnati da quegli avvenimenti. In questo romanzo Aramburu lo fa con un approccio spericolato, sempre sull'esile confine tra il comico e il drammatico; ne deriva un senso di inadeguatezza della narrazione che cresce via via che ci si inoltra nel racconto e ci si aspetterebbe una sua evoluzione verso una maggiore profondità di esposizioni e giudizi. Forse, Aramburu ha sbagliato l'informatore, che poteva fare un bambino? Non poteva che difendere la sua infanzia dietro a una visione fantastica, quasi che tutto fosse quel gioco di ciclisti di plastica, unico giocattolo del bambino informatore, che > avanzano a turno, di tanti passi quanti ne indicava il dado. Aramburu mostra sempre una notevole creatività narrativa. Se in Patria era il cambio del narratore in corsa (dall'io al lei nella stessa frase), qui è invece l'affiancamento al racconto del bambino di una sorta di traccia dello scrittore su come deve sviluppare il romanzo: la trama, l'ambientazione, gli approfondimenti, le parole. Sono «appunti» che via via sovrastano la narrazione, perdendo il senso di una riflessione su se stesso e sul mestiere dello scrittore per divenire sempre più un altro racconto, che ammutolisce quello del bambino. All'inizio questo espediente letterario è intrigante, perché insolito, ma poi si rivela ripetitivo e rompe lo sviluppo lineare della storia. Perché leggerlo? Piacevole ma alla fine il racconto svanisce.
L'anno della morte di Ricardo Reis
Ricardo Reis é uno dei tanti nomi, con i quali firmava le sue opere Fernando Pessoa, massimo scrittore portoghese del novecento. Lʼautore immagina che un Ricardo Reis, dopo sedici anni trascorsi in Brasile, ritorni a Lisbona, proprio nellʼanno della morte di Pessoa, il 1935. È inutile cercare una trama nel romanzo; come nellʼUlisse di Joice, il vero soggetto del racconto sono le peregrinazioni nella Lisbona degli anni ʼ30 e il susseguirsi di pensieri sulla realtà e su sé stessi: pensieri che non trovano mai nelle parole una esauriente espressione. > Sopra la nudità forte della verità il manto diafano della fantasia, sembra chiara la sentenza, chiara, chiusa e conclusa, anche un bambino sarà capace di capirla e andarla a ripetere allʼesame senza sbagliarsi, ma questo stesso bambino capirebbe e ripeterebbe con ugual convinzione una nuova frase, Sopra la nudità forte della fantasia il manto diafano della verità, e questa frase sì, dà molto più da pensare, e immaginare con gusto, solida e nuda la fantasia, diafana appena la verità, se le sentenze capovolte diventassero leggi, che mondo faremmo con loro, è un miracolo che gli uomini non impazziscano ogni volta che aprono bocca per parlare . Nellʼabile capovolgimento letterario con il quale la certezza della realtà si trasforma in vaghezza, e prende il sopravvento lʼimmaginazione, si rivela il tema di fondo del romanzo; non è più possibile «leggere» il mondo, quello interiore così come il contesto esterno. Ricardo Reis cammina per Lisbona come se fosse in un labirinto, senza trovare le vie di uscita. È in parte «uno spettatore dello spettacolo del mondo» ed in parte è travolto dai suoi stessi pensieri: non è lui > che pensa questi pensieri né uno di quegli innumerevoli che vivono dentro di lui, è forse il pensiero stesso che sta pensando, o semplicemente pensando, mentre lui assiste, sorpreso allo srotolarsi di un filo che lo conduce per strade e corridoi ignoti... Ma è Ricardo Reis che è confuso o è invece la realtà stessa che diviene rappresentazione, non verità? Le pagine più interessanti del libro riguardano il viaggio del protagonista a Fatima e la descrizione di una sorta di simulazione di guerra da parte del regime dittatoriale di Salazar: una voglia di partecipare alla grande mattanza degli anni ʼ30 (guerra di Spagna e poi conflitto mondiale). Alla vista dello sfruttamento senza ritegno delle speranze di una guarigione, del commercio piccolo e grande intorno al santuario, la religione diviene superstizione, occasione di festa, disprezzo della spiritualità. Nello stesso modo le parate militari, le celebrazioni di vittorie mai avvenute, le false notizie, la propaganda sono lʼinquietante parodia di un disastro morale e fisico che incombe sullʼEuropa. Il protagonista cerca, senza grande convinzione, solidi ancoraggi alla propria vita, interiore e politica, ma è tutto inutile: > il tempo si trascina come unʼonda lenta e vischiosa, una pasta di vetro liquido sulla cui superficie ci sono miriadi di scintillii che attraggono gli occhi e deviano il significato, mentre in profondità traspare il nucleo fulvo e inquietante, motore in movimento (...) Manca a Ricardo Reis un cagnolino da cieco, un bastone, una luce davanti, che questo mondo e questa Lisbona sono una nebbia scura dove si perdono il sud e il nord, lʼest e lʼovest, dove lʼunica via aperta va verso il basso, se un uomo si abbandona precipita giù, manichino senza gambe né testa . Non cʼè quindi da stupirsi che quando il fantasma di Pessoa fa visita al protagonista, Ricardo Reis decida di seguirlo nel mondo dei morti, laddove la lettura è la prima facoltà che si perde. «Qui (a Lisbona), dove il mare è finito e la terra attende». Si possono dare molte interpretazioni al romanzo: la narrazione di un percorso verso la morte; il desiderio di parlare di una Lisbona ormai scomparsa; il contrasto tra lʼamore vagheggiato ed idealizzato (la figura di Marcenda, figlia di un notaio) e lʼamore sensuale e concreto (la relazione con la cameriera Lidia); la sottile ironia della società portoghese; ed altri significati ancora. Il filo unitario di tante spiegazioni è la frantumazione della coscienza europea, consapevole e spaventata ma inerte e pavida dinanzi al disastro verso il quale va, come se fosse trascinata da un destino illeggibile e inarrestabile. > Tutti abbiamo avuto padre e madre, ma siamo figli del caso e della necessità, qualsiasi cosa questa frase significhi, lʼha pensata Ricardo Reis, che la chiarisca lui . Durante la lettura del romanzo ci si imbatte in frasi eccezionali dal punto di vista letterario. Non si può non essere invidiosi, ed affascinati, del seguente periodo. > Solo una vaga pena inconseguente indugia un poco alla porta del mio animo e dopo avermi un attimo fissato passa, sorridendo di nulla, ha mormorato (Ricardo Reis). Ma in generale lo stile narrativo è pesante e noioso. La frase è complessa, con numerosi cambi di soggetto, i periodi sono lunghi con la dominanza della virgola, la punteggiatura non aiuta la lettura, le riflessioni, spesso di carattere filosofico, prevalgono rispetto alla trama, ai personaggi e alle descrizioni. Mancano totalmente i dialoghi, che potrebbero dare respiro e vivacità alla narrazione. È un Ulisse, nel quale non cʼè Mr Bloom. Perché non leggerlo? È noioso e prolisso.
L'anulare
Se nell'antico Egitto era praticata l'imbalsamazione per conservare un defunto per l'eternità, la visione scintoista e una certa dose di feticismo portano in Giappone a preservare e custodire oggetti e esseri viventi, importanti nella propria vita. Nel romanzo si parta di un «esemplare» e la tecnica usata è forse simile a quella seguita per la conservazione di reperti liquidi, ricorrendo all'aldeide formica. Comunque il metodo non è spiegato nel libro, forse per lasciare un'atmosfera magica e misteriosa. Questo lungo preambolo è stato necessario per inquadrare la storia. La protagonista è una ragazza che ha abbandonato l'impiego in una fabbrica di bibite dopo un incidente sul lavoro: l'ingranaggio di una macchina le ha asportato la punta dell'anulare, > un'immagine mi ossessionava; quel pezzetto di carne a forma di conchiglia, rosa come un petalo di ciliegio, tenera come la polpa di un frutto maturo, che cade al rallentatore nella gazzosa ghiacciata per poi restare sul fondo, fluttuando tra le bollicine, (...) avevo perso una parte del mio corpo. Va a lavorare in città, in una palazzina semi abbandonata. Qui il signor Deshimaru prepara e custodisce degli esemplari di tutti i tipi. > Tutto era impeccabile in lui. Il colore della pelle, i capelli, la forma delle orecchie, la lunghezza delle braccia e delle gambe, la linea delle spalle, la voce risultavano perfettamente armoniosi. (...) I raggi del sole avvolgevano il camice bianco disegnandovi intorno un'aureola di luce. Un giorno, il signor Deshimaru le mette delle scarpe nuove e le ordina di calzarle sempre; poi la spoglia, lasciandole le scarpe indosso, e fanno all'amore. > Sbottonò la camicetta con ordine dall'alto e aprì la cerniera lampo della gonna svasata. (...) Alla fine mi ritrovai nuda. Avevo addosso solo le scarpe nere di pelle. (...) Mi teneva stretta fra le sue grandi braccia-- non in un abbraccio dolce per assaporare la sensazione dei nostri corpi --come se avesse voluto farmi aderire tutto a sé. (...) Ebbi la sensazione di essere stata trasformata in un esemplare incorporato a lui. Da qui la storia è un lento scivolamento fino alla domanda inevitabile: > non potrei affidarmi a te e diventare anch'io uno dei tuoi esemplari? (...) Il liquido conservante doveva essere caldo e tranquillo. Non era freddo e frizzante come la gazzosa. Avrebbe avvolto completamente l'anulare, dalla punta all'angolo fino alle sottilissime linee del polpastrello, mentre il tappo di sughero l'avrebbe preservato dalla polvere e dai rumori esterni. Il racconto è inquietante se lo si vede come una vicenda reale; diviene sostenibile se lo si considera come una metafora della privazione di una parte del corpo. Aver visto staccarsi e disperdersi un piccolo anulare ha creato una ferita profonda nella coscienza della ragazza. E' come se fossimo in un sogno, in cui una sorta di sciamano, tenebroso e lucente a un tempo, attira a sé la ragazza offrendole un mondo protettivo è claustrofobico. Divenire un «esemplare» è un modo per fuggire dalla realtà. La scrittura è limpida e semplice, ben rispecchia il disorientamento della ragazza; piacevole e fluida, lo stile contribuisce a un senso generale di inverosimiglianza, che neanche l'eccentricità della cultura giapponese può superare. Tutto è in superficie, non esiste approfondimento psicologico in un racconto in cui solo i contorni fisici e gli oggetti sono descritti in dettaglio e acquistano in tal modo una parvenza reale. La storia fluisce troppo lineare. Perché non leggerlo? E' troppo inverosimile
Appartamento a Istanbul
La protagonista è una quarantenne tedesca, che vive in Turchia e gestisce una libreria specializzata in gialli. Si descrive in questo modo: > ho il doppio mento, i capelli arancioni, un telefono cellulare (un modello vecchio, però) e una cerchia di amiche che fanno uso di anti depressivi. Sono sempre nervosa, ma non so perché . Triste e sconfortata a seguito di un litigio con il fidanzato, si mette alla ricerca di un appartamento da acquistare. Tra quelli che le sono stati segnalati, cerca di visitarne uno, peraltro occupato abusivamente. Nel tentativo di vederlo, la protagonista, che ha un carattere impulsivo e irascibile, si scontra con lʼinquilino, che rifiuta di farle prendere visione dei locali. Vuole il caso che lʼinquilino venga ucciso: inizia una storia poliziesca, nella quale la protagonista, un pò perché sospettata e soprattutto perché le piace fare la detective, cerca di trovare lʼassassino. Bisogna dire che come noir non è particolarmente avvincente, in particolare perché manca di colpi di scena e tutto appare un pò scontato. Più interessante risulta il tratteggio di una donna che sta in bilico tra due società così differenti, quella tedesca ( dove «la gente è sempre di malumore, infelice e insoddisfatta») e quella turca, dove > gli interni delle case e i vetri delle finestre sono tirati a lucido, ma i balconi e le strade sono talmente sporchi da risultare sgradevoli a chiunque ci metta piede . È chiaro che cosa vuole la protagonista, anche perché dove può vivere, se non in una città mediterranea, una donna che preferisce che nella sua vita entri «un nuovo appartamento invece di un altro uomo?» Il libro ha un innegabile pregio: offrire ad un eventuale turista un elenco dei quartieri più interessanti di Istanbul. La figura della protagonista è descritta con tratti frettolosi e superficiali, quasi volutamente per non entrare in approfondimenti psicologici o sociologici. La vita corre veloce e non cʼè tempo per capire perché si vive ad Istanbul invece che a Berlino, perché si preferisce vivere da soli, con il piacere di fare la detective, che avere un marito e le amicizie tipiche di una tedesca progressista di mezzʼetà, come avere > amiche ossigenate che abitassero in complessi residenziali con piscina, che si lamentassero dei mariti che russavano, che portassero ballerine argentate e votassero per i socialdemocratici . Perché leggerlo? La lettura è piacevole ma il racconto è evanescente e labile. Il lavoro del traduttore deve costare molto poco per pubblicare in italiano un libro così scontato.
L'armata dei fiumi perduti
Il romanzo è ambientato nel Friuli nel 1944 e tratta di una vicenda effettivamente accaduta. In quellʼanno i tedeschi trasferirono nel Friuli una armata di cosacchi, i quali si erano schierati dalla parte di Hitler nellʼillusione di poter sconfiggere i bolscevichi, loro nemici storici. Si trattava di un popolo che aveva vagato per lʼEuropa con donne e bambini alla ricerca di una terra e con la promessa di un ritorno vittorioso nei luoghi di origine, tra i grandi fiumi della Russia europea. Il racconto ruota intorno alla figura di una donna, Marta. Ella è giunta al paese con il proprio fidanzato e con Anita, la sorella di questʼultimo. Ma resta presto sola perché il fidanzato viene inviato sul confine russo e non fa più ritorno. Marta vive con una ricca vedova ebrea di origine slava, che era scappata dalla Russia a seguito delle persecuzioni anti semitiche e si era rifugiata in uno sperduto paese del Friuli. Si vive in unʼapparente serenità, che viene travolta da una retata di tedeschi che portano via la signora ebrea e con essa un gruppo di zingari, che stanziavano con la loro carovana nelle vicinanze del villaggio. Marta resta da sola con Anita, che è in attesa di un bambino, e con un vecchio zingaro, che casualmente si era salvato. Marta è una donna forte, che guarda sempre al futuro ed affronta quindi le avversità con grande coraggio. Arriva dal fronte russo un giovane, Ivos, con il quale la donna ha una breve relazione, ben presto interrotta dalla decisione del giovane di raggiungere i partigiani. Soli in una grande villa, Marta, Anita e il vecchio zingaro vivono in una stato di sospensione, di attesa, cercando di condurre una vita normale in una situazione sempre più difficile e drammatica. A questo punto arrivano i cosacchi, che travolgono la vita del villaggio, sia sotto il profilo materiale ( prima derubano e poi si installano nelle case stesse) che per quanto riguarda la vita sociale, introducendo i propri costumi e intrecciando relazioni con la gente del luogo. In realtà i friulani sembrano accettare lʼarrivo degli invasori, anche perchè si sentono accumunati con essi dal desiderio di una terra e di trovare, finalmente, una soluzione a sofferenze secolari. A casa di Marta vengono a vivere una famiglia ( una donna, un giovane e un ragazzo di dodici anni) e i due comandanti del distaccamento dei cosacchi: Gavrila e Urvan. Con questʼultimo Marta intreccia una relazione sentimentale, che, nellʼidea della donna, potrebbe concludersi con una fuga in America per vivere insieme. In questa parte del romanzo, i toni sono leggeri e malinconici: i cosacchi sono anche capaci di divertirsi e di divertire ma portano con sé una profonda nostalgia per la propria terra, per i propri costumi ed usanze. > Nellʼanima di Urvan, dentro dentro, vagavano ancora i fantasmi di quei costumi arcaici, come un ricordo attenuato e sbiancato, che aveva le sue radici in tempi consumati e disfatti da secoli. Aveva la sensazione di essere capitato chissà dove, e di essere atteso dietro il muro da eventi oscuri e imprevedibili . Sia i cosacchi che la gente del luogo si illudono che si possa continuare a vivere > dentro casa, un luogo separato dal mondo, come in una nave senza ormeggi che scivolasse su un mare privo di variazioni e di tempeste . Ad un certo punto la situazione precipita. La pace guerreggiata tra cosacchi e partigiani si trasforma in guerra aperta. Cominciano una serie di vicende sanguinose, gratuitamente crudeli. In realtà non cʼè nessun motivo per combattersi, ma è come se si rompesse il fragile legame di convivenza fra due popoli. I cosacchi, che sino a quel momento, avevano rispettato le donne i costumi locali, cominciano a compiere violenze e omicidi senza neanche sapere il perché, è come se fosse sparita la speranza di unʼisola felice, di una patria. > Ma soprattutto era la patria mentale ad essere svanita, quellʼordine di pensieri per cui un uomo aveva sempre la sensazione di trovarsi, dentro di essi, in un luogo noto e rassicurante . Ad un certo punto i cosacchi decidono di rimettersi in marcia e ritornare alla propria terra. Sarà un esodo drammatico, in quanto molti moriranno per fatiche e malattie, altri nei combattimenti con i partigiani, gli ultimi compieranno un suicidio collettivo per non essere trasferiti in Russia, dove li aspetterebbe una morte certa. Marta resta di nuovo sola, ma il romanzo va verso una conclusione naturale, perché il mondo deve continuare. Nasce il bambino di Anita e Marta ritrova Ivos e decide di vivere insieme con lui: forse non ci sarà una vera felicità, ma con coraggio si riprenderà a lottare per sopravvivere. Il romanzo si sviluppa su due temi, lʼuno sociale-collettivo, lʼaltro più intimo-familiare. Il tema sociale, che rende questo romanzo attuale, riguarda lʼincontro di due popoli, che si inquadra, tuttavia, nellʼidea che si è sempre dei naufraghi: > lʼumanità era giunta ad un punto in cui sempre più ci sarebbero state intere popolazioni senza patria, nomadi cacciati via dalle loro terre, crocifissi a situazioni dolorose e senza via di uscita, sospinti da eserciti e da guerre . A questa situazione di rinnovate barbarie lʼautore non trova una soluzione sotto il profilo sociale e politico, ma la ricerca nella forza dei rapporti familiari ed intimi e soprattutto nella donna. Marta rispecchia la terra-madre, la figura in grado di creare convivenza. > Era una donna semplice, perfino elementare, che attorno a sé, come sempre, non riusciva a vedere se non uomini, soltanto uomini, tutti simili tra loro, che parlavano lingue diverse, che avevano in mente cose differenti, ma erano tutti tartassati dalla guerra e dalle sventure, tutti dispersi nel disordine e nel buio del mondo . Il ritmo narrativo è lento, talvolta troppo, ma è la scrittura che sorregge la lettura. Si rimane affascinati e avvinti da una prosa calma e distesa, che riesce a creare una sorta di nebbia, di velo rispetto alla crudeltà del destino: in fondo è ciò che vogliono i personaggi. Come disse lʼautore, > mi piace vedere da lontano, descrivere i fatti come se già fossero storia o leggenda . Perché leggerlo? È bella la storia, il libro è scritto molto bene e poi è un romanzo attuale che parla dellʼincontro di due popoli e della forza inesorabile dellʼunica appartenenza al genere umano.
L'armata dei sonnambuli
Il contesto è la rivoluzione francese. > La rivoluzione è come quei mazzi di carte da gioco dove re, dame e cavalieri sono divisi a metà, una diritta e lʼaltra rovesciata, testa insù e testa dabbasso, giri e rigiri la carta ma cambia un cazzo, il re che sta diritto è sempre insieme a quello capovolto, che è come se gli tirasse il ghignone, come se da sotto gli dicesse: io sono te che vai a finir male! Goditela finché puoi, perché il mondo si ribalta . In questa giravolta il popolo, chiamalo massa, coscienza di classe o «calca pulciosa», è quello che crede in un mondo nuovo, dove pensa di essere protagonista per poi ritrovarsi usato dal potere, come un sonnambulo collettivo. La rivoluzione, insomma, è una «Grande Parodia». Per raccontarla gli autori perseguono quattro filoni narrativi, dapprima distinti e sul finale ricondotti in uno solo. Il primo è costituito dalla storia di Marie, una donna del > popolo famelico e smerdo eppure in piedi, assetato di sangue, enormissimo drago di fremenda bellezza . In questo modo gli autori possono parlare dei sanculotti e nel contempo del ruolo svolto dalle donne nella rivoluzione francese: un ruolo spesso dimenticato ed invece importante per il grande sommovimento e per la storia dellʼemancipazione femminile. Fu la prima volta che furono posti con chiarezza i diritti delle donne. Per narrare il popolo e i suoi protagonisti gli autori si inventano una lingua, mostrando creatività e grande padronanza letteraria. La scrittura è un misto di forme dialettali bolognesi e di strutture sintattiche e linguistiche, che richiamano lo stile di Beppe Fenoglio. È senza dubbio la parte più accattivante e meno scontata del romanzo. Il secondo filone narrativo riguarda le vicende di un attore italiano della commedia dellʼarte: Leo, il quale si accorge che durante la rivoluzione il vero teatro è la realtà. > Come sarebbe stato possibile tornare a recitare un vecchio copione al chiuso di una sala, quando il teatro si era fatto storia sotto il cielo di Francia? . Ed infatti Leo diviene «attore e spettatore al tempo stesso», trasformandosi in Scaramouche, vendicatore e combattente per la libertà. Il terzo percorso parla del magnetismo, una teoria e pratica scientifica largamente diffusa nel settecento. Essa ritiene che ci sia un fluido universale che attraversa tutti gli esseri viventi. Utilizzarlo permetterebbe di curare malattie e disturbi, facendo del bene. Ma il magnetismo può essere usato per perseguire il male? Per soggiogare altri uomini, rendendoli automi, una sorta di «armata di sonnambuli»? È ciò che scopre il terzo protagonista del romanzo, il medico DʼAmblanc. Come tutti gli scienziati «non cerca giustizia, ma la conferma di unʼipotesi» e ciò lo conduce a sacrificare la vita di un ragazzo, di cui si era preso cura, pur di verificare se il magnetismo poteva essere utilizzato con finalità malvagie. Infine cʼè la parte maggiormente intrisa di riferimenti filosofici e psicoanalitici: il manicomio, il mondo rovesciato per definizione. > Il padiglione dei folli era una parodia di rione cittadino... tutto quanto avviene qui dentro è parodia del mondo là fuori... a breve giro, passando di bocca in bocca, le notizie si trasmutavano in dicerie incontrollate, a misura che gli alienati le arricchivano delle loro angosce e le piegavano alla tortuosità dei loro codici indecrittabili... studiare il delirio di chi vive nella Grande Parodia in modo manifesto può aiutare a capire chi, in apparenza più dotato di senno, vi affonda senza esserne conscio . Nello sviluppo delle quattro linee narrative il romanzo procede lento e tortuoso. È faticoso ma stimolante, ricco di scene interessanti e di spunti di riflessione. Ad un certo punto il racconto accelera, diviene avventura, colpi di scena e improvvisi mutamenti di direzione. Si legge più facilmente, ma diviene ovvio, assimilandosi ai tanti romanzi moderni, che mescolano suspense con il paranormale. Spetta al lettore scoprire la conclusione inattesa. Possiamo solo dire che il potere è vinto dallʼ umanità più fragile, una donna ormai rassegnata alla miseria e allʼalcolismo. Il popolo comunque avanza e sarà alla fine vincitore? È un grande romanzo storico, ben documentato, capace di narrare in modo coinvolgente un episodio epocale della nostra storia. Lʼidea di raccontare la rivoluzione francese da differenti punti di vista non è solo un efficace espediente letterario. Permette di affrontare temi universali e contemporanei, quali: la questione di quanto il popolo sia massa e quanto invece forza cosciente della trasformazione, i rapporti tra uomini e donne, che, pur in un momento di grande trasformazione, vengono rapidamente ricondotti al dominio dei primi sulle seconde, la scienza come progresso per il bene dellʼumanità e come strumento per lʼoppressione, la follia come esplicitazione dei paradossi della normalità, la lotta politica e sociale divenuta recitazione, teatro. Il limite del romanzo sono i personaggi: è carente il mondo dei sentimenti e delle relazioni interpersonali, con la conseguenza che i protagonisti risultano degli stereotipi, delle figure emblematiche di una filosofia della storia e non invece personaggi vivi ed autonomi. La creatività, che traspare soprattutto nella scrittura, è messa al servizio di un approccio intellettualistico. Perché leggerlo? Un ottimo romanzo storico, una riflessione sul mondo contemporaneo, una scrittura accattivante. Si legge molto bene.
L'Arminuta
> Mia madre del mare è morta al piano superiore del letto a castello, una di quelle notti. A vederla non sembrava malata, forse solo un poʼ più grigia del solito. (...) Al funerale mi accompagnava lʼaltra madre. Poveradalgisa poveradalgisa, ripeteva torcendosi le mani. Ma poi lʼhanno cacciata via, aveva le calze di filanca tutte smagliate e non poteva assistere alla celebrazione in quello stato. Questo sogno perseguita le notti dellʼArminuta, la «ritornata»: una tredicenne rimandata alla famiglia di origine, dalla «madre per forza», dopo aver trascorso lʼinfanzia presso una zia, la «madre del mare». Cresciuta come figlia unica in una casa ordinata e tranquilla, si ritrova catapultata in una famiglia povera e numerosa, con genitori rozzi e apparentemente indifferenti, fratelli chiassosi e sempre pronti allo scherzo anche pesante, un fratellino un poʼ ritardato, e una sorella più piccola, invadente, già esperta dei lavori di casa, e che si fa la pipì addosso. > Verso sera sono rientrati i ragazzi più grandi, uno mi ha salutato con un fischio, un altro non si è nemmeno accorto di me. Si sono precipitati in cucina sgomitando (...). Si sono riempiti i piatti tra schizzi di sugo, al mio spigolo è arrivata solo una polpetta spugnosa sopra un poʼ di condimento. (...) I miei primi genitori si sono ricordati dopo cena che in casa mancava un letto per me. Stanotte tʼaddormi con tua sorella, tanto siete secche, ha detto il padre . Che nostalgia per la vita di prima, per la «madre del mare» e quanta vergogna per una famiglia così ignorante, trasandata e misera! Ma ciò che è inspiegabile per lʼArminuta sono le ragioni per cui è stata rimandata dai genitori «per forza», e così frettolosamente. Che la madre del mare sia malata? E se fosse morta nel frattempo? Con animo in subbuglio e pieno di malinconia lʼ Arminuta si inoltra in un mondo per lei sconosciuto: trova un appoggio nel fratello più grande (il suo primo innamorato?), impara ad aiutare in casa, da piccoli segnali scopre lo scontroso amore materno, anche se non lo accetta. > Avevo sentito la mano di mia madre attraversarmi la schiena e fermarsi decisa sulla scapola. Avevo incassato la testa tra le spalle, come un cane pauroso e compiaciuto della prima carezza dopo un lungo abbandono. Ma presto mi ero sottratta con un movimento brusco e allontanata un poco. Mi vergognavo di lei, delle dita screpolate, il lutto sbiadito addosso, lʼignoranza che le sfuggiva di bocca a ogni parola. Non ho mai smesso di vergognarmi della sua lingua, del dialetto che diventava ridicolo quando si impegnava a parlare pulito . È la sorella Adriana («indossava vestiti striminziti, scarpe sporche, capelli unti») a rompere la solitudine borghese dellʼArminuta, a farle comprendere la ricchezza affettiva che deriva dalla sorellanza, da unʼamicizia che trova forza nella consuetudine, nellʼessere gettate insieme nel mondo, nel salvarsi insieme nella complicità. E non poteva che essere Adriana a dirle bruscamente la verità: lʼArminuta è stata abbandonata dalla madre del mare perché questʼultima aspettava un figlio e non cʼera più posto per lei, voluta soltanto perché non si riusciva ad avere una propria creatura. Alla fine del romanzo lʼArminuta ritrova la madre del mare e dallʼincontro capisce sé stessa: > come un fiore improbabile, cresciuto in un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia . Cʼè una parola che sintetizza questo breve romanzo: autenticità. Si è veri se non si guarda il mondo attraverso le forme, le regole e le sembianze, ma si cercano i sentimenti profondi; si è veri se la cultura, lʼistruzione, i libri, le conoscenze acquisite a scuola, non sono uno schermo, ma servono a meglio calarsi nella vita reale, a ricercare il senso reciproco di umanità, al di là delle appartenenze di classe, etnia, religione e genere; si è veri se non si ha vergogna della propria lingua, ma non ci si rinchiude in una dimensione localistica e folcloristica. Ritorna il tema già trattato nel romanzo di Elena Ferrante («Lʼ amica geniale»), anche se in questo caso la ricerca di una vita autentica viene portata avanti allʼinterno della famiglia, nei rapporti tra figlia e madre e nelle relazioni fra sorelle. La domanda che ci si può porre è la seguente: per quale ragione in questi anni si sente tanto il bisogno di tornare alle fonti primordiali della società italiana, la famiglia e lʼamicizia? Perché sentiamo che la cultura sia insufficiente a farci apprendere «la resistenza»? La trama è gracile e i personaggi sono tratteggiati e non approfonditi, cominciando dallʼArminuta, improbabile narratrice. Il pregio fondamentale è la scrittura: si abbandona finalmente la banalità, lo stile da sceneggiato televisivo, si lavora in direzione di una nuova lingua, fatta di frasi brevi ma non spezzettate, di una giusta mescolanza dellʼ italiano standard con parole dialettali e locali, con risonanze antiche ben collocate in un periodare moderno. Perché leggerlo? Una storia interessante anche se solo abbozzata, una scrittura interessante e piacevole.
L'arte della gioia
Nelle ultime pagine del libro, Modesta, la protagonista del romanzo, é accusata dal figlio di non averlo amato, > perché hai vissuto per tutti, sempre in giro, maledetta, a parlare e a dare confidenza a tutti . E Modesta gli risponde indirettamente poche pagine dopo confessando che «nellʼansia di vivere ho corso troppo con la mente». Il racconto della vita di Modesta assomiglia ad una lunga corsa appassionata, che non ha un momento di quiete, ma anzi trae sempre rinnovato vigore dagli ostacoli che incontra, dalle nuove amicizie ed amori, e da una famiglia allargata, senza confini, gerarchie e ruoli definiti. Alla fine il lettore stesso si ritrova stanco e confuso, travolto da tanta energia. Il romanzo è ambientato in Sicilia, a Catania. Modesta nasce nel 1900 e il racconto attraversa la storia italiana del novecento, con una particolare attenzione alle vicende della sinistra: il partito socialista e quello comunista. Cresciuta in una poverissima famiglia contadina, Modesta è violentata allʼetà di sedici anni da un uomo, che è forse suo padre. Per carità viene accolta in un convento. Se ciò le permette di appassionarsi alla lettura e allo studio, deve subire lʼambiente bigotto e ipocrita delle suore ed accettare regole, che mortificano lʼ intelligenza ed una sessualità fresca e curiosa. Diviene la protetta della madre superiore e per una serie di fortuite circostanze, colte da Modesta con notevole astuzia, va a vivere presso una famiglia aristocratica, i Brandiforti. Modesta non è una eroina alla Jane Austen. Non si fa scrupolo di togliere di mezzo tutti gli ostacoli alla sua volontà di > non essere una donnetta. Come la principessa volevo diventare, quella sì che era una donna forte e volitiva come un uomo . Uccide la madre superiore e la principessa tanto ammirata, sposa il principe erede, malgrado sia mongoloide, e porta avanti due relazioni amorose: con Carmine, il forte e prepotente fattore, e Beatrice, la delicata e dolce principessina. Modesta accetta gioiosamente e senza sensi di colpa la bisessualità, così come è determinata a rendersi padrona del proprio destino. Dʼaltra parte sullo sfondo cʼè sempre «lʼantica paura» della miseria, materiale e morale, delle sue origini contadine. > Non dovevo dimenticare... il passato, ma anzi ricordarlo sempre tutto, così da tenerlo sotto controllo e farmene una forza contro i nuovi incontri che sicuramente mi aspettavano al varco . Ancora molto giovane, Modesta è già allʼapice della società catanese, biasimata per la vita trasgressiva, ma rispettata per le capacità e la cultura. Potrebbe fermarsi. > Ma anche adesso, mentre scrivo, il sole tramonta, qualcuno bussa alla porta, una macchina attende al cancello . Lʼincontro con Carlo, medico settentrionale imbevuto di idee socialiste, trascina Modesta nel mondo delle ideologie, delle aspirazioni astratte, delle grandi illusioni. Per la Modesta concreta e carnale, cʼè troppo di moraleggiante in Carlo, anche se la protagonista ne apprezza la coerenza e la rettitudine. Più travagliata è invece la relazione con Joice, a sua volta figura irrequieta, oppressa da sensi di colpa, che cerca di superare con la psicoanalisi. Il rapporto sentimentale tra Modesta e Joice è scandito dai tentativi di suicidio di questʼultima, da discussioni acide e cattive, nelle quali Joice accusa lʼamica di superficialità, le rimprovera la sensualità gioiosa e trasbordante, che non distingue tra uomini e donne, tra amanti occasionali e relazioni più profonde. > Eh Joice, a che ti è servita tanta intelligenza, tanta scienza se non sei riuscita a scalfire neanche un millimetro del vizio della colpevolezza? Per fortuna che ci sono il mare, il sole, le lunghe nuotate ed «una folla di bambini eccezionali», che Modesta accoglie con affetto, senza tener conto della loro nascita e delle loro relazioni di parentela. A dare una brusca cesura ad una storia sentimentale ormai stanca, troppo imbevuta di intellettualismi e di recriminazioni, irrompe la prigione. Modesta viene arrestata, accusata di finanziare ed aiutare i comunisti e rinchiusa in carcere. In cella incontra Nina ed è un ritorno ad un amore gioioso, fatto di baci e di carezze, affettuoso e sensuale ad un tempo. Con Nina, Modesta può abbandonarsi nuovamente > alla vita sempre senza paura.... Vorrei seguirla... e continuare a sognare..., ma brusii di voci, sferragliare di treni, rumore sordo di folle accalcate si staccano dal mio futuro e invadono la stanza immobilizzandomi alla poltrona . La fine del fascismo e il dopoguerra travolgono Modesta. Il partito comunista vorrebbe utilizzare il fascino e le capacità della donna, ma le sue idee non sono allineate a > quel sorriso accattivante, democratico... che deve rassicurare lʼopinione pubblica... Non si può improvvisamente parlare di libero amore, di aborto, di divorzio, bisogna andare per gradi, come dice il compagno Giorgio ( Amendola) . Modesta è troppo trasgressiva per il perbenismo borghese del partito comunista. La politica è una delusione, non è tuttavia una sorpresa. La vera novità, che destabilizza la protagonista, è il timore verso i giovani. Modesta scopre che i bambini, così amati, sono diventati degli adulti, che lʼaccusano, le chiedono le ragioni della loro vita, del perché sono stati educati in modo così inconsueto. Si sentono imbarazzati dallo stile di vita di Modesta, non lo capiscono. Ed > anchʼio con stupore mi accorgo di avere paura del loro giudizio . Lʼincontro con un nuovo amore, Marco già compagno di Nina, le dà la forza per raccontare la sua straordinaria vita, spiegando a sé stessa e agli innumerevoli «figli» i motivi di tanta gioiosa ansia di vivere. Il romanzo è stato scritto tra il 1967 e il 1976, quando Goliarda aveva superato i quarantʼanni. È un > viaggio a ritroso nei boschi sotterranei dei ricordi apparentemente dimenticati, ma che riportati alla luce, riordinati, liberati da muffe e croste, rivelano mosaici di gemme splendenti per la comprensione della vita propria e degli altri . È una sorta di analisi freudiana, nella quale gli elementi autobiografici si mescolano ad un mondo immaginato, in parte trasposizione dei tratti più profondi del carattere di Goliarda ed in parte narrazione di nostalgie ed aspettative: la grande famiglia, i bambini, la terra di Sicilia. Come è stato osservato da Domenico Scarpa, > questo romanzo è una vittoria continua sulla paura e lʼincertezza . Narrare non sembrò aver dato serenità a Goliarda, se gli avvenimenti degli anni successivi portarono la scrittrice ad un atto disperato ed auto distruttivo: il furto di gioielli ad una amica, il carcere, il disonore e la povertà. Forse cʼè troppo egocentrismo in Goliarda, tantʼè vero che il sistema dei personaggi assomiglia al sistema solare, con un astro centrale ( Modesta) ed innumerevoli pianeti ( i personaggi), che non hanno una vita propria, se non quella che si dirama dal centro. Il mondo di Goliarda è complesso ed articolato ma le figure che lo compongono non sono altro che creazioni, porzioni di un territorio esistenziale e psicologico, che è solo quello della scrittrice. La struttura narrativa si appoggia fondamentalmente su dialoghi tra Modesta e gli altri personaggi: dialoghi nei quali non sono sempre chiari il contesto, la funzione narrativa e talvolta gli stessi partecipanti. Assomigliano più a lunghi soliloqui e danno lʼimpressione che gli interlocutori siano uno solo: la protagonista. Poiché manca anche una trama narrativa ben delineata, la lettura risulta faticosa e si giunge con un notevole sforzo alla conclusione. Lʼeditore Feltrinelli si rifiutò, a suo tempo, di pubblicare il libro, chiedendo allʼautrice, che non accettò, di ridurlo e di renderlo meno dispersivo e prolisso. Il successo clamoroso al di fuori dellʼItalia ha in qualche modo ridicolizzato il severo giudizio della casa editrice. Ma oggi, perdendo di novità la trasgressività di Modesta, la valutazione di allora appare senza dubbio corretta. Perché leggerlo? Se ci si arma di coraggio e di pazienza, lʼansia di vivere di Modesta dà una scossa di energia in un mondo contemporaneo così grigio e monotono.
Artemisia e I colori delle stelle
Ci sono artisti che rimangono inchiodati per sempre a un'idea che abbiamo di loro e che ci impedisce di apprezzarli veramente. Si pensi a Dino Campana, il poeta matto, e come alla presunta pazzia sia stata ricondotta la sua poesia, mettendo in secondo piano le qualità stilistiche e le fonti d'inspirazione (si veda la recensione in questo sito di «La notte della cometa» di Sebastiano Vassalli). Lo stesso è accaduto per Artemisia Gentileschi, pittrice vissuta tra il 1593 e il 1653. Benché fu autrice di circa 50 dipinti e divenne famosa in tutta Europa, la memoria di questa grande artista resta legata allo stupro e al successivo processo che subì nel 1612. > Eppure niente di tutto questo sarà sufficiente a far brillare il mio valore agli occhi del mondo. Come una maledizione che mi porto addosso, per tutti, collezionisti e biografi, sarò sempre la pittora dello scandalo, dello stupro e della vendetta. Così l'autore di questo romanzo immagina che Artemisia rifletta sulla sua vita, quando è ormai donna affermata, ben inserita nella società del suo tempo. In Artemisia riaffiora di continuo quel ritornello che le cantavano all'uscita del tribunale, assolta da ogni colpa, > tra sorrisetti ammiccanti, proposte oscene, lazzi impietosi, (...) Pittora, pittoressa, piglia 'sto pennello e scaldalo a la fessa. E come potrebbe essere altrimenti se ammiriamo le sue Giuditte, impressionati dal realismo feroce delle immagini: il primo quadro («Giuditta che decapita Oloferne»del 1612) in cui l'episodio biblico è trasformato in una rappresentazione della vendetta della donna offesa, e il secondo alla fine della sua vita («Giuditta e la fantesca con la testa di Oloferne» del 1650), in cui le due donne fuggono con la testa dell'uomo dopo averlo decapitato. Quanta profonda è la ferita in una donna abusata da emergere anche dopo tanti anni! Il piacere della negazione non è concesso alla donna, come dice Tjeu Cole in «Open City» (si veda la recensione in questo sito). Tanto più se lo stupro è stato permesso dal padre Orazio, che si è servito della bella e giovane figlia per ingraziarsi i potenti e stringere relazioni d'affari; e ancora di più se con la denuncia, che ha disonorato per sempre la figlia, il padre non voleva punire lo stupratore, ma intendeva riavere un quadro di cui si era appropriato lo stupratore: quadro la cui ideazione il padre riteneva sua, ma era invece di Artemisia ventenne. Parliamo della prima Giuditta, con cui Artemisia si vendicava per l'eternità dell'uomo e rappresentava la solidarietà femminile contro la società maschile. Così tre volte tradita dal padre, Artemisia subì un processo e il disonore, in una Roma papalina, corrotta, violenta e lussuriosa. Nel romanzo Artemisia non è una vittima piangente, è una ragazza forte e disincantata, che sa che la donna deve combattere da sola. Difende. disperatamente e con orgoglio, il suo futuro di pittrice, cosciente del suo valore. Quando torna a casa, dopo aver subito la tortura, non le disturbano le insolenze degli uomini (è abituata!), è invece preoccupata delle sue mani, di poter ancora dipingere. Se la prima parte del romanzo racconta l'intrigo intorno alla vicenda di Artemisia, nella seconda parte, ambientata a Napoli nel 1648, Artemisia è ormai una donna affermata ed è difficile trovare nella narrazione la drammaticità che aveva caratterizzato la prima parte. Di fatto non ci sono vicende rilevanti, la narrazione procede placida, anche se emerge sempre l'irrequietudine di Artemisia, la sua inclinazione a preferire le scene violente, scandalose e turpi, proprie dei quartieri plebei di Napoli, in contrasto con l'opulenza manifesta del governo spagnolo, lontano dai bei ritratti eseguiti per gli uomini illustri, sempre affondando nella melma della sofferenza. Vogliamo discostarci dalle Giuditte, ma sono sempre loro a dominare la nostra visione di Artemisia. E' difficile individuare un filone narrativo in una trama fatta di troppi episodi tra loro poco legati dallo svolgimento della storia. Lo stesso salto temporale e la differente ambientazione, Roma e poi Napoli, non favoriscono l'unitarietà del racconto. Il pregio del romanzo sta, invece, in alcune descrizioni dell'ambiente; descrizioni dai colori forti, dal frasario scurrile e dalla sottile ironia, tratti che richiamano Boccaccio, rendendo il racconto quasi un romanzo sociale. Si coglie l'influenza dei grandi scrittori napoletani del secondo dopoguerra, come Domenico Rea (si vedano le recensioni di «Spaccanapoli» e «Ninfa plebea» in questo sito). Per dare un'idea dello stile di Raffaele Messina si prenda come esempio una delle pagine più felici del romanzo: «All'osteria della fontana», dove gli avventori insinuano che sia stato il padre stesso a sverginare la figlia. > Buttata lì, su quella frattina intrisa di grasso animale, l'ipotesi catturò l'attenzione di tutti gli occupanti. I dadi, lanciati tra continue bestemmie, esaurirono il tintinnio entro il boccale rovesciato; le carte, scoperte sul tavolo o ancora rivoltate, non passarono più di mano di mano. (...) > Ebreo d'un oste, dacci er tuo parere! (...) Con un piatto fumante di minestra di farro e cotenne, retto in alto con la mano destra, si voltò lentamente verso il suo interlocutore e gli rispose con sorriso rubicondo: E' bello il fottere come il bere vino. Di chi sia il buco o quale il vitigno, non è questione d'oste ma cavillo d'avvocato! > . La scrittura scorre fluida, inframezzata da abili citazioni degli atti del processo per stupro o delle lettere della stessa Artemisia; divagazioni che danno veridicità e colore alla narrazione, pur all'interno di un stile tipicamente contemporaneo, con scivolate anche giornalistiche, come per esempio l'abuso del punto" e il conseguente periodo non sostenuto dal verbo. Perché leggerlo? Belle le descrizioni dell'ambiente
Articolo 353 del codice penale
«Volgare caso di truffa, signor giudice, niente di più». Kermeur si trova dinanzi al giudice: ha confessato di avere ucciso un uomo d'affari, Antoine Lazenec. «Ce lo siamo visti spuntare come un fungo ai piedi di un albero», ma in un piccolo paese tranquillo, senza idee e senza lavoro, > quando arriva uno come lui con un'espressione così determinata sulla faccia, (...) c'è qualcosa in lui che sembra come una mano tesa per tirarci fuori anche l'anima, con tutte quelle idee di cambiamento, con tutti quei grandi progetti . La gente ci casca, a cominciare dal sindaco; il pensionato Kermeur investe la sua liquidazione, avvinto dai sogni di ricchezza dell'avventuriero Lazenec. Il bello è che il truffatore non lascia il paese dopo che è ormai evidente che i grandi progetti non diventeranno mai realtà, che i soldi se li è intascati lui, dopo che il sindaco si è suicidato; no, lui resta lì a mettere in mostra il suo dispendioso stile di vita, a propagare ottimismo e fandonie: > un tipo del genere, signor giudice, un tipo del genere, l'ho capito dopo: se non lo fai sparire tu, non sparirà mai. Tornerà . E' questa la motivazione dell'omicidio: un pover uomo, rovinato da un truffatore, si è caricato come «una pila elettrica» e alla fine è esploso, liberando sé stesso e tutto il paese di un vanaglorioso mascalzone. Che bisogno c'è di un lungo interrogatorio? E' quello che ci chiediamo anche noi. In realtà il racconto è un lento soliloquio, in cui Kermeur, l'io narrante, parla con «l'io specchiante», impersonato da un laconico giudice. E' come lo specchio sul caminetto, davanti al quale il protagonista è solito passare molte ore. > E non perché voglio vedere quello che ci si riflette sopra, ho detto al giudice, ma è più forte di me, a forza di guardarlo mi trovo come impigliato nello spessore del vetro, il cervello catturato dalla nebbia che si potrebbe confondere con qualunque mattino infernale quando il sole tenta inutilmente di rifletterci dentro, ma come impallidito o ingannato dalla grana opaca dello specchio . Veniamo così a conoscenza di tutta la vita del pensionato: l'abbandono della moglie, la crescita del figlio, da bambino sino ad essere un adolescente precocemente finito nei guai con la giustizia, la nostalgia del lavoro e i pochi amici, la passione per la pesca e il contesto di un paese sull'Atlantico, dove pareva che > i pini e le felci e l'erba grassa delle dune (...) fossero a conoscenza di un segreto e sussurrassero contro di me, accanto a me, fieri di abitare nel loro mondo particolare, un mondo senza frasi e senza pensieri maligni . E' , insomma, il racconto di una depressione. C'è niente di peggio di aspettarsi qualcosa e trovarsi dinanzi ad altro. Nel prendere in mano il libro si sperava in un intrigo poliziesco o in una storia di provincia abilmente raccontata; ed invece siamo andati incontro ad una sbrodolata di parole, ben scritta bisogna dire, talvolta con riflessioni interessanti, come quando lo scrittore osserva come «un figlio non sia programmato per provare compassione per te», verità che noi genitori dovremmo avere ben presente! E tuttavia non è lo stile brillante e brioso a salvarci, siamo ben lontani dal Dottor Zivago, caro Viel. Il susseguirsi delle frasi, la mancanza di azione, l'eccessiva introspezione, il troppo raccontarsi sono tutti elementi che rendono il romanzo estremamente noioso e pedante. Perché non leggerlo? E' insopportabile.
Ascension
Per la mitologia greca Sisifo è costretto a spingere per l'eternità un enorme masso fino alla vetta per vederlo rotolare giù a valle, e doverlo poi riportare in cima. Per Albert Camus, il mito di Sisifo ci dice come > la lotta verso la cima basti a riempire il cuore dell'uomo. (...) In questo sottile momento, in cui l'uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, (...) contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte (Il mito di Sisifo in Opere Bompiani pagine 318-9). Visto in questo modo, il mito di Sisifo può essere la chiave interpretativa di un romanzo che sarebbe banale definirlo di fantascienza. Harold, un uomo schivo e solitario, è scomparso da molti anni, quando il fratello viene a sapere che è ricoverato per evidenti disturbi mentali; scopre anche delle lettere che Harold ha scritto alla nipote, in cui racconta di un monte comparso misteriosamente in cielo, e della sua esplorazione da parte di un gruppo di scienziati, tra cui Harold. > Mi sono chiesto talvolta perché ti ho indirizzato queste lettere, Hattie, che cosa a che fare questa esperienza con te. (...) Dapprima, mi dissi che le lettere erano poco più che una cronaca, un registro di eventi che mi permettessero processarli in un qualche livello subconscio, più profondo. (...) Ciò è falso. (...) Passai la vita a nascondermi da me stesso, a negare il mio passato, ad occultare la mia identità sotto nuove sfide e nuovi misteri. Come intuì Camus, sete di conoscenza e fuga da sé stessi s'intrecciano inestricabilmente. Il gruppo di scienziati è formato da differenti competenze, alcune scientifiche, tutte delle scienze naturali, un alpinista esperto e alcuni militari. Fa eccezione la presenza di un antropologo, di cui non si comprende la necessità. Dopo essere stati trasportati in elicottero al campo base, comincia l'ascensione verso la vetta del monte. La salita è fatta di difficoltà tipiche di scalate in alta quota: forti venti e temperature siderali, valanghe di ghiaccio e neve, burroni e crepacci. Gli esploratori sono anche aggrediti da mostri tentacolari e risentono di fenomeni paranormali, come la perdita della dimensione del tempo: poche ore possono divenire mesi, il passato e il futuro si sovrappongono al futuro nella mente. La narrazione è piena di avventure, di colpi di sorpresa, di ricordi di Harold, che faticosamente riesce, o pare riuscire, a liberarsi dei sensi di colpa, così da perdonarsi. Solo due uomini arrivano in vetta: Harold, ormai distrutto fisicamente, e Bettan, la guida alpina. In un ambiente solare, sopra le nuvole, sorprendentemente non più battuto dai venti, compare l'antropologo. Non è un uomo, è un Essere Superiore (forse Dio?) e la loro spedizione è stato un esperimento ( > sentii l'intera mia esistenza ridursi all'ampiezza di una gabbia per topi ); un esperimento per verificare le capacità degli esseri umani. E' per volontà dell'Essere Superiore che la scimmia è divenuta un ominide, poi da qui in Homo Sapiens ed infine gli è stato dato il dono della Ragione. Sempre intervenne l'Essere Superiore; adesso è il momento di fare un altro salto, chi sarà il fortunato? Non può che essere Bettan, il nostro Harold è in fondo un debole. Appena l'Essere Superiore pose la pietra miracolosa sul petto, il suo corpo > cominciò a risplendere, prima in un blu profondo, come quello dell'oceano, poi giallo come il sole. (...) Una pulsione di energia esplose da lui come un tuono. (...) E' fatto, disse l'Essere Superiore, (...) Benvenuto, «Uomo Altro», nella nuova era dell'umanità. E proprio in quel momento di trasformazione, Bettan si spara in testa uccidendosi, gridando: > Io sono il padrone del mio destino, (...) Io sono il capitano della mia anima. L'Essere Superiore si ritira sconsolato, per sempre speriamo. Adamo preferì lasciare il Paradiso Terrestre per essere libero. Alcuni angeli si ribellarono a Dio, preferendo la maledizione eterna che essere i cortigiani plaudenti della divinità. Nel romanzo s'immagina che le lettere di Harold abbiano suscitato un grande dibattito nel pubblico e nella critica: un'opera confusa e delirante, la conferma che esiste un complotto planetario, un resoconto di un fenomeno possibile dal punto di vista della fisica teorica, indizi veritieri per la presenza di personaggi realmente scomparsi senza lasciare traccia, una costruzione onirica di un uomo sofferente che ha voluto metabolizzare le proprie colpe. E' difficile dire quale di queste interpretazioni è quella giusta: forse, un po' di tutte. Ed è questo il limite del romanzo: voler dire troppo senza essere umilmente un buon romanzo di fantascienza. La scrittura è lineare e leggibile; per un tema così complesso ci sarebbe voluta una scrittura maggiormente evocativa, capace di creare suggestioni e fantasie nel lettore; una lingua come quella di Paul Lynch in " Prophet Song (si veda la recensione in questo sito). La trama è confusa, per aver voluto mettere insieme il genere d'avventura con quello d'introspezione psicologica, con troppe intrusioni dell'autore nella fisica di Einstein e più in generale nella metafisica. Perché leggerlo? E' interessante ma non aspettatevi un romanzo di fantascienza.
Assassinio al Comitato Centrale
Il romanzo descrive le indagini di un detective privato dopo l’uccisione del segretario del Partito Comunista Spagnolo durante una riunione del Comitato Centrale. Il racconto si sviluppa lentamente mescolando stili e contenuti narrativi tra di loro molto differenti: il rincorrersi di continue «parentesi» sulla vita madrilena e sui tormenti del mondo di sinistra con una struttura delle frasi che ricorda «il Pianista» e quindi noiosa e prolissa; un approccio alla Raymond Chandler, in particolare nelle scene più movimentate, nelle quali il protagonista viene inseguito, catturato e picchiato da esponenti dei servizi segreti; unʼarticolazione più vicina al giallo inglese, quando il protagonista scopre infine l’assassino. Il sovrapporsi di stili e la predominanza dei temi legati ai problemi esistenziali e politici della sinistra rendono il libro brutto, noioso e pesante. È quindi un romanzo datato e poco stimolante rispetto ai problemi di oggi (almeno si spera!).
L'assassinio del Commendatore
Dopo la separazione dalla moglie un modesto pittore di ritratti su commissione compie una peregrinazione per il Giappone. In un motel rischia di strangolare una ragazza, di cui non conosce neanche il nome. > Basta che fai finta, mi aveva detto lei. Ma sarei riuscito a cavarmela con così poco, ne ero sicuro?. (...) Perché obbediva a un mio impulso interiore...(...) Ecco cos'era a farmi veramente paura, nel profondo della mia coscienza . Come in altri romanzi dell'autore (si vedano in questo sito le recensioni di «Kafka sulla spiaggia» e «Norwegian Wood»), da un fatto traumatico, sul bordo del baratro, inizia un intricato viaggio nella coscienza, durante il quale la trama e i personaggi si dissolvono in un mondo onirico e metafisico. Questa volta al centro della riflessione abbiamo la funzione dell'arte, come un «segno implicito, segreto, incomprensibile», capace di farci «sgusciare attraverso lo stretto spiraglio che separa il nulla dalla realtà». Stanco di peregrinare, il protagonista trova rifugio nella casa di montagna del padre di un amico, il grande artista, Amada Tomohiko. La dimora è abbandonata perché il vecchio pittore è ricoverato in una struttura per anziani. In soffitta, il protagonista scopre un quadro, «L'assassinio del Commendatore», che raffigura un omicidio, riprendendo una scena del Don Giovanni di Mozart. Malgrado Tomohiko avesse adottato il tradizionale stile giapponese, apparentemente poco adatto ad esprimere forti emozioni, il quadro raffigura un duello cruento: un giovane uccide sanguinosamente un vecchio, il Commendatore, dinanzi agli sguardi attoniti di una dama in elegante abito bianco e di un rozzo e volgare individuo; da una botola emerge la testa di un misterioso testimone. Mi sono soffermato a illustrare questo dipinto in quanto è da questo che si diramano i diversi filoni narrativi del romanzo. E' come se ci trovassimo dinanzi ad una successione di metafore nelle quale i segni del dipinto, dalla scena sino agli spazi, si rappresentano nella trama e nei personaggi. Com'è abitudine in Haruki avvengono molti fatti inverosimili, indecifrabili e ricchi di simbolismo: tanti e tali che il lettore, e con lui il modesto pittore, si ritrova rinchiuso in una trappola di metafore. Come tornare alla realtà e trovare sé stessi? E' necessario che la scena del quadro prenda vita: dinanzi a Tomohiko, demente e nondimeno vigile, il protagonista uccide l'anziano commendatore, fugge per la botola, compie un viaggio in uno stretto cunicolo buio, viene aiutato dalla dama bianca del dipinto (la fata turchina o Beatrice?),si salva ed esce in una misteriosa buca presso un tempietto buddista. Un viaggio dantesco? Può darsi, ma la conclusione non è il Paradiso, è una prosaica vita da modesto pittore. Forse, il protagonista si è liberato dai propri sensi di colpa dando un equilibrio alla propria esistenza, anche se la vita è come «la fune di un funambolo». L'estremamente lungo e confuso romanzo pare il testamento di un autore che non ha saputo trattenere sé stesso. C'è da chiedersi se Haruki avesse chiaro sin dall'inizio dove volesse andare a parare, o invece il mondo delle idee abbia preso il sopravvento e così i personaggi si sono evoluti senza mai delinearsi veramente, restando in sospeso, mentre le vicende si accavallavano così come venivano nella mente dell'autore, senza un senso o una direzione di marcia. Durante la narrazione lo stile è sempre rimasto preciso e dettagliato, quasi che l'autore abbia voluto fare la cronaca di ciò che di reale ha ben poco: romanzo di stampo ottocentesco di una visione onirica. Questa contraddizione emerge evidente nel modo con il quale l'autore descrive il lavoro del pittore protagonista: meticoloso, attento, quasi fotografico e tuttavia tutte le opere restano incompiute e proprio nella loro inconcludenza sta il fascino. Accompagna il racconto il suono di opere di lirica e di musica classica; una circostanza paradossale se si pensa quanto questo tipo di musica sia ordinata e razionale, e quindi non certamente congeniale ad una mente confusa, quale quella dell'autore. Perché non leggerlo? E' lunghissimo e noioso.
L'attentatrice
> Come accettare di restare ciechi per essere felici, come voltare le spalle a se stessi senza trovarsi di fronte alla propria negazione?... non si restituisce la grazia alla rosa che si trapianta in un vaso, la si snatura; si crede di abbellire il salotto, in realtà non si fa che sfigurare il proprio giardino . Amin, un arabo israeliano, è un brillante chirurgo, felicemente integrato nella buona società di Tel Aviv. Dopo un devastante attentato ad un ristorante, nel quale muoiono numerosi civili, tra cui molti bambini, Amin scopre che il kamikaze è sua moglie, Sihem, la donna, che > ha cullato i miei anni più teneri, abbellito i miei progetti di ghirlande luccicanti, colmato la mia anima di dolci presenze. Non ritrovo più niente di lei in me e neanche nei miei ricordi . Come è possibile che sua moglie sia una fanatica omicida? Per alcune pagine sembra che il romanzo prenda una piega intimistica: i segreti che si celano nei rapporti di coppia. Poi, il racconto riprende la direzione maggiormente esistenziale e sociale. Amin vuole conoscere chi ha convinto sua moglie, sicuro che Sihem sia stata plagiata da qualcuno. Va nei territori occupati, in mezzo alla guerra tra Palestina ed Israele, dalla quale ha cercato disperatamente di sfuggire. Come gli dice un terrorista, > il signor dottore vive accanto a una guerra, solo che non vuole sentirne parlare. Pensa che nemmeno sua moglie debba preoccuparsene.... Bene, il signor dottore ha torto . I sogni di Amin si infrangono sulla spietata constatazione che sua moglie ha agito per una sua decisione, perché > doveva covare odio dentro di sé da sempre, da prima di conoscermi..... aveva dentro di sé una ferita così brutta e atroce che provava vergogna a confidarmela; il solo modo di liberarsene era distruggersi con quella . Ma forse, molto più razionalmente, la verità sta in ciò che scrive Sihem nella lettera di addio: > a che cosa serve la felicità quando non è condivisa. Nessun bambino è al sicuro senza una patria . Il viaggio nei territori occupati è per Amin anche un ritorno alla infanzia, alla sua gente. Il racconto non ci dice se anche Amin prenda consapevolezza del dramma del suo popolo, sappiamo solo che muore, casualmente o volutamente?, in una carneficina commessa da un drone israeliano per uccidere un leader religioso. Con grande abilità narrativa, il romanzo si apre e si chiude con la carneficina nella quale trova la morte il protagonista. Secondo alcuni critici, la morte di Amin, inesplicabile nella trama del racconto, sarebbe la metafora di un conflitto senza fine e della distruzione di un popolo, quello palestinese. È una chiave di lettura troppo semplice per un romanzo complesso, che non vuole prendere posizione, né contro né a favore dei due popoli in lotta. Conferma questo giudizio la positività di alcuni personaggi israeliani, come la tenera amica di Amin, e lʼalternarsi di un linguaggio familiare con quello poetico e, per lunghi tratti, predicatorio. Il ritmo narrativo è serrato, i dialoghi sono fitti ed efficaci, lʼambiente israeliano e i suoi personaggi sono illustrati in modo convincente. Disturbano invece i soliloqui di carattere politico, come quelli del leader religioso e del capo terrorista, che emergono falsi e convenzionali. Anche lʼambiente palestinese risulta artefatto. È evidente che lʼautore si trovi più a suo agio in un ambiente urbano, di carattere occidentale. Perché leggerlo? La lettura è avvincente.
Attesa sul mare
Lo stimolo a leggere Biamonti mi è venuto da una poesia di Montale: Riviere. In questo capolavoro il paesaggio ligure è lʼoccasione per i ricordi, per il rammarico ed anche per nuovi sogni. Ed anche Pietrabruna, il paese arroccato tra monti e mare dove ritorna il protagonista, evoca sentimenti contrapposti: > le colline tremavano a contatto della cupola del cielo, scosse da un blu denso e luminoso. Ma cʼerano terre che volgevano le spalle al sole, sconfortate ( da ragazzo lo avevano fatto sognare). I raggi scendevano dai picchi senza toccarle. Terre in perpetuo desiderio . Edoardo è un capitano di nave che ritorna alla sua casa, in attesa di un nuovo imbarco. Ad accoglierlo ci sono > frane aggrappate alla collina e uliveti dentro voragini luminose... luce di mare (che) si saldava alle cime, ai crinali, sino a Pietrabruna : paese sempre uguale, «ma la vita dovʼera, fuori dalle sciabolate del cielo, fuori dal vento?». Ad aspettarlo cʼè anche Clara, che da anni attende che Edoardo si fermi. Il loro è un amore inconsueto tra un uomo senza radici ( come tanti marinai) e una donna solo apparentemente placida e rassegnata: > nel suo volto sinuoso e ossuto, di una dolcezza irregolare, si accordavano inquietudine e sogno . Clara è la tipica donna ligure, costretta ad essere indipendente, e rimane nel romanzo un personaggio misterioso, incomprensibile, ricco di sfaccettature. Edoardo è invece lineare: dietro i problemi economici nasconde il desiderio di fuga. Ed infatti accetta un imbarco rischioso. Deve consegnare un carico di armi in Bosnia. Si trova a comandare una vecchia carretta. Ben presto il viaggio si rivela una trappola, in quanto perdono i contatti con lʼarmatore e quando arrivano a destinazione Edoardo è costretto a cercare, da solo, i compratori, pur in mezzo ai cecchini e agli scontri tra le diverse bande. Il paese bosniaco può essere simile a Pietrabruna, ma «le colline dal crinale bianco erano blu ombra dove non batteva il sole». Ed anche la donna, che incontra e con la quale si accompagna, può essere Clara, ma aveva «occhi lievi, distanti... i segni di una isterilita dolcezza». Che il paese bosniaco, di cui non cʼè detto il nome, sia lo specchio rovesciato di Pietrabruna e che, quindi, il viaggio di Edoardo non si sia svolto nello spazio, ma nella propria anima? È una interpretazione in quanto il romanzo resta sospeso in unʼultima riflessione ermetica di Edoardo: > cʼè in ogni terra il seme della morte, si vede bene in piena luce..... ci sono colpi di sole su terre appese . Biamonti ha una scrittura accentuatamente lirica, più consona alla poesia che alla prosa. Quando descrive paesaggi e personaggi della sua terra, la Liguria, il suo stile trova un equilibrio spesso felice tra narrazione e ricerca delle parole e dello consonanze. La prima parte del romanzo ha un fascino notevole, soprattutto per chi è innamorato della Liguria, nella seconda parte lo scrittore perde di slancio e di armonia: si capisce che non è a suo agio. Dʼaltra parte non sono lʼattualità e la storia gli interessi dellʼautore, che è invece tutto orientato a scavare nel suo mondo, nel rapporto tra luminosità del paesaggio e tormenti delle coscienze. Perché leggerlo? È una splendida lettura, ma non bisogna aspettarsi una trama narrativa interessante.
L'attore
Mario Soldati è stato definito «il primo, grande media-man della cultura italiana» (Aldo Grasso sul Corriere della Sera del 2016). Infatti, fu romanziere, giornalista, sceneggiatore, regista e autore televisivo. I suoi numerosi romanzi (si possono leggere le recensioni in questo sito: «A cena con il Commendatore», «Lo smeraldo» e «El Paseo dei Gracia») riflettono la grande esperienza come autore cinematografico, sia nello stile come nei contenuti narrativi. Per Soldati ciascuno di noi indossa una maschera, anche se non se ne accorge perché il travestimento fa parte della nostra più profonda coscienza; di conseguenza le nostre relazioni con gli altri sono ambigue, spesso piene di futili inganni, a noi piace vivere come in un sogno, come se fossimo in una soap opera. Viviamo, insomma, in una bolla. A differenza degli altri racconti questo romanzo muove da una vicenda dello scrittore che potrebbe essere reale. Soldati, il narratore, incontra un vecchio amico, un modesto attore, che non vede da molti anni. Enzo è in una difficilissima condizione finanziaria perché sua moglie continua a perdere somme cospicue al Casino: chiede a Soldati un lavoro. Il nostro scrittore cerca di trovargli una parte in una serie televisiva, anche se il momento non è facile perché nuovi dirigenti sono subentrati ai vecchi con cui Soldati aveva un ottimo rapporto. Per informare l'amico di cosa sta facendo va a Bordighera dove vive Enzo con sua moglie. In questo modo Soldati si trova intrappolato in un' intricata ed equivoca relazione familiare: la moglie di Enzo, a suo tempo una bella donna, oggi obesa e malata, è gelosa del marito, che la tradirebbe con la loro cameriera; Giovanna, la cameriera, padroneggia Enzo e la moglie con il suo fascino misterioso e seduttivo; e infine Enzo con convinzione sostiene di amare la moglie ma gioca la parte dell'infedele cercando in modo manifesto di conquistare la sfuggente Giovanna, esasperando la moglie e spingendola a uccidere la cameriera. Perché Enzo finge di tradire la moglie con Giovanna? E perché gli altri stanno al ruolo dato da Enzo, come se fossero a teatro e non interrompono questa crudele e falsa soap opera? > Ogni uomo é, sempre, un po' attore,. (...) ogni essere umano deve, qualche volta, per sentirsi vivo, potersi immaginare un po' . Questo romanzo ebbe un grande successo quando fu pubblicato nel 1970 e vinse il Premio Campiello di quell'anno. In realtà, la storia è noiosa e banale; specialmente se la leggiamo da un punto di vista psicologico: la qualità della narrativa è molta al di sotto di quella degli altri romanzi di Soldati. Restano le splendide descrizioni, cinematografiche nel dettaglio e nei colori. Un esempio. > Giovanna è piccola, magra, solida, bruna. Un viso strano, stretto: gli occhi scuri e ravvicinati, le labbra sottili e non dipinte: un viso dall'espressione chiusa immobile, insensibile, come di pietra. (...) Aveva un tailleur di velluto amaranto, di un'eleganza piuttosto volgare, e molto vistoso. (...) Si guardò a lungo rimirandosi, camminando avanti e indietro come una modella, tirandosi e lisciandosi la giacca del tailleur sulle natiche, voltandosi a guardare ancora al di sopra di una spalla. Perché non leggerlo? Dispiace dirlo: è noioso.
Augustus: a Novel
John Williams ha scritto tre romanzi di grande successo: «Butcher's Crossing» nel 1960, «Stoner» nel 1965 e questa biografia di Augusto nel 1972 (con questa scheda i libri sono tutti recensiti in questo sito). Williams è uno scrittore di grande talento che innova continuamente lo stile adattandolo alla storia e ai personaggi. In questo caso l'autore costruisce la trama mediante le lettere scritte da diversi personaggi; Augusto interviene solo alla fine in prima persona e così noi possiamo conoscere alcuni passaggi fondamentali, politici e personali, della sua vita da differenti punti di vista. E' un raffinato espediente letterario che tuttavia frammenta il racconto e presuppone che si conoscano, almeno a grandi linee, le complesse vicende che portarono al Principato prima e all'insediamento di Tiberio poi. Chi era veramente Ottaviano, poi Augusto? Quando muore lo zio Cesare che lo fa suo erede, Ottaviano è un giovane di diciott'anni: viene a sapere la notizia in Grecia dove si trova insieme con i suoi amici: Mecenate, Agrippa e Salvidienio Rufo. Nel suo diario questi racconta che Ottaviano esprime le sue incertezze sulle reale fedeltà delle legioni di Cesare e rivolgendosi agli amici dice che egli parlerà dei suoi timori solo con loro tre, > che siete realmente miei amici, (...) una fredda tristezza era sopraggiunta e lo allontanava da noi . E' come se il giovane Ottaviano si fosse reso conto che l'adolescenza era finita e che su di lui incombe il grave compito di porre fine alle guerre civili e di assicurare pace e prosperità a Roma: per far questo deve divenire un abile e spregiudicato uomo politico, mettendo gli affetti in secondo piano e usando tutto e tutti, persino i vecchi amici e l'amata figlia Giulia. Parafrasando il mito di Euridice e Orfeo, Orazio racconta il destino di Ottaviano. > Il suo amore non era una donna; la sua Euridice era la conoscenza, un sogno del mondo, al quale cantava la sua canzone. Ma il mondo di luce che era il suo sogno di conoscenza venne distrutto da una guerra civile; (...) e il suo sogno svanì, come se evaporasse, nell'oscurità del tempo e delle circostanze. Vide il mondo, e capì che era solo, senza padre, senza proprietà, senza speranza, senza sogni..... Fu solo allora che gli dei gli diedero la loro lira d'oro, e gli permisero di suonare non come essi volevano ma come desiderava lui . E' una splendida sintesi del destino di Ottaviano, che lo eleva a un ruolo immortale e unico nella storia, a perseguire un fine al quale tutto è subordinato, pure la felicità di Giulia. Ed è qui che ci inoltriamo pure noi nell'oscurità dell'animo umano. Con un colpo di genio letterario Williams riporta il diario di Giulia nell'isola di Ponza dove è stata esiliata. Il triste e rassegnato racconto di Giulia è preceduto dai pettegolezzi sulla sua vita dissoluta, quasi a giustificare la tremenda decisione del padre. Eppure non possiamo che avere simpatia per questa ancora giovane donna, la quale fu costretta a sposare Agrippa, ben più vecchio di lei, e poi l'inquietante Tiberio. Può darsi che sia vero che il padre l'abbia esiliata per i suoi costumi immorali per non farla condannare a morte per complotto contro lo stato; è certo che la crudele e fredda severità di Augusto contrasta con la dolce malinconia di Giulia. Sono pagine bellissime che giustificano da sole la lettura del romanzo: lo svanire dei ricordi perché ormai inutili e portatori solo d'infelicità, e per contrasto la precisione del racconto dell'incontro tra Ottaviano e Giulia, tra padre e figlia. > Il suo viso era smagrito, e c'erano rughe di stanchezza intorno ai suoi occhi pallidi; ma nella luce incerta della stanza, la faccia poteva essere quella di lui che mi ricordavo da bambina . Giulia apprende che la cospirazione è stata scoperta da Tiberio e il padre non può fare altro che condannarla per salvaguardare la sua autorità. > Mia bambina, disse, ciò non ha niente a che fare con l'amore. Si volse di nuovo via da me e prese alcune carte sulla scrivania. (...) Non ho visto mio padre d'allora. Capisco che egli non dirà (più) il mio nome . L'eleganza della scrittura, la ricostruzione romanzata ma sapiente di vicende ancora non chiare agli storici, la ricchezza del lessico e la capacità di rendere le peculiarità dei diversi protagonisti (da Marco Antonio a Cicerone sino a quelli minori) sono qualità letterarie che abbagliano il lettore. In molte recensioni è paragonato a «Io Claudio» di Robert Graves; ebbene è un'altra cosa. Svolazzando con superficialità nella storia e nei protagonisti Williams non riesce a trasmettere passione e mistero; il romanzo finisce per essere distaccato e rigido come immaginiamo che sia stato Ottaviano Augusto. Perché leggerlo? Un po' di fatica ma il diario di Giulia è veramente bello.
Le avventure di Cipollino
> Cipollino era figlio di Cipollone e aveva sette fratelli. (...) Gente per bene, bisogna dirlo subito, però piuttosto sfortunata. Cosa volete, quando si nasce cipolle, le lacrime sono di casa . Così inizia il libro. Con poche e semplici parole lʼautore introduce il protagonista, appunto Cipollino, il mondo del romanzo, dove i personaggi sono verdure e frutta, e la lieve ironia, che caratterizza lʼintero racconto. Non ci sono gli uomini né le figure tipiche della vita contadina; in modo geniale lʼautore sviluppa la storia intorno agli alimenti che nellʼinfanzia siamo richiamati continuamente a mangiare e lo facciamo di malavoglia. In tal modo Rodari rovescia la questione: nessuna morale per i bambini, lʼodiato cibo diviene il protagonista di incredibili e bellissime storie, che sono lʼoccasione per farci riflettere sulla libertà. Cosa ci dice Cipollino con gli altri incredibili personaggi? La libertà è lottare per una vita autentica, non fatta di apparenze, una vita nella quale ciò che conta sono gli amici e non le gerarchie sociali, le convenzioni, il rispetto del potere. È un invito ad essere sé stessi, però senza pretese, lasciando al bambino, e a noi adulti, il piacere di divertirci. Il racconto prende le mosse da un sopruso: sor Zucchina si è costruita una casa minuscola, dove > la mano destra sta in cucina, la mano sinistra sta in cantina, le gambe in camera da letto e la testa esce dal tetto . Pomodoro vuole confiscare la casina, perché sostiene che è stata costruita sul terreno delle Contesse del Ciliegio. Cipollino si ribella e da lì si sviluppa la storia: la gente del villaggio (Mister Uvetta, Fagiolino, Pero Pera ed altri) nasconde la casina presso sor Mirtillo, che «abitava in un riccio di castagna» e aveva appeso un cartello invitando i > signori ladri, prima di entrare il campanello vogliate suonare . Il racconto ci introduce poi al Castello del Ciliegio, dove vive Ciliegino, un bambino solo e malinconico perché, dice Rodari, «o che brutta malattia essere senza compagnia». Cipollino e Ciliegino diventano amici, una verdura tra le più vili, un frutto tra i più gustosi. Alla faccia delle barriere sociali! Insieme combattono per liberare gli amici, nel frattempo rinchiusi in prigione, per salvare la casina di sor Zucchina, e sconfiggere i cattivi della storia, ma senza acredine, quasi con commiserazione. Le avventure sono tante e non sempre finiscono bene. Ci sono due personaggi minori, che indicano più di altri la sottigliezza di Rodari. Sor Pisello è il classico azzeccagarbugli, pauroso e servile. Malgrado sia stato salvato da Cipollino, tradisce i nostri amici per farsi benvolere dal potere: è il classico intellettuale italiano sempre pronto a far voltagabbana secondo come vanno i potenti? Mister Carotino è un famoso detective, il quale ovviamente non scopre mai nulla. Ciò che dice Mister Carotino viene ripetuto, ma rafforzato, dal fedele cane Segugio; per esempio: > Siamo in pericolo - costatò Carotino, senza battere il ciglio, mettendo mano alla rete per farfalle - Siamo molto, molto in pericolo - gli fece eco il cane . Se pensiamo alle inchieste poliziesche del nostro paese che spesso non conducono a nulla, ma creano un grande frastuono, forse Rodari ha voluto demitizzare lʼapparato poliziesco, come per dire: non abbiate paura sono tutti come Carotino! Alla fine vincono i buoni ma soprattutto il mondo risulta capovolto. > Gli avvenimenti precipitano e noi li lasciamo precipitare: i giorni cadono lʼuno sullʼaltro come i foglietti di un calendario, passano le settimane a sette a sette e noi non facciamo a tempo a vedere niente, come quando al cinema la macchina impazzisce, e appena torna a girare abbastanza piano perché noi si possa finalmente vedere che cosa succede, tutto è cambiato. Con Rodari è facile cadere nella trappola di cercare significati reconditi nei suoi personaggi e nelle sue storie, ma si è spinti inesorabilmente in questa direzione perché il mondo descritto è troppo simile al nostro, troppe volte ci ritroviamo dentro ai meccanismi della nostra società, assurdamente oppressivi ed ingiusti. Che il mondo non sia una grande matrioska, nella quale tutte le distorsioni sociali ed etiche si ripetono a tutti i livelli della natura? A distoglierci da questa amara conclusione e a ricordarci che siamo dinanzi ad uno splendido racconto per ragazzi è lo stile narrativo: elegante, arguto, apparentemente semplice, lieve ma profondo. Sono le parole la vera magia di Rodari, tanto che solo leggendolo ad alta voce il racconto acquisisce il suo fascino ed anche il suo vero senso: un volo nellʼimmaginazione, nella fantasia dove tutto è possibile, dove anche le cipolle hanno unʼanima. Perché leggerlo? Riflessivo, divertente, inebriante.
Le avventure di Héctor Belascoaràn
Il libro raccoglie tre romanzi, che hanno come protagonista Héctor Belascoaràn. Il primo romanzo, Giorni di battaglia del 1986, racconta il cambiamento di vita del protagonista: da ingegnere, sposato e funzionario di una grande azienda a detective alla ricerca di clienti e, di propria iniziativa, alla caccia di uno strangolatore. In realtà, la ricerca dello strangolatore è un modo per trovare sé stesso, per fuggire da una vita che era sprofondata > piano piano nellʼoblio di una corsa accelerata, una corsa automobilistica in cui gareggiava pur senza saperlo, una maratona di coglioni che percorrevano i quarantadue chilometri prescritti lungo strade che non erano neppure asfaltate di recente . Si tratta di un romanzo apparentemente di genere «noir» ma in realtà introspettivo, in qualche modo un percorso di liberazione da una condizione borghese e perbenista diventata ormai troppo stretta. E sullo sfondo compare già il vero soggetto dei romanzi: il Messico ed in particolare città del Messico, una città violenta, che «si nutre di carogne». Nel secondo romanzo, Il Fantasma di Zapata del 1992, lo scrittore, e il protagonista, hanno preso sicurezza. Il ritmo narrativo si è fatto più veloce, le frasi sono diventate secche ed essenziali, e Héctor è ora un detective che combatte una società ingiusta, dove tutti, cominciando dai poliziotti, sono corrotti e violenti. Il protagonista è trascinato suo malgrado in tre vicende: cercare Emiliano Zapata che sarebbe ancora vivo, indagare sullʼomicidio di un importante dirigente dʼazienda in pieno scontro sindacale ed evitare che una adolescente si suicidi. Ed Héctor svolge questi incarichi > con la voglia di credere a tutto, desideroso di vedere Zapata, che doveva avere ormai novantasette anni, irrompere al galoppo nella tangenziale in sella a un cavallo bianco, in mezzo a una raffica di proiettili . Nel terzo romanzo, Qualche nuvola del 1992, Héctor si riposa in un isola caraibica, quando vede sua sorella e capisce che > sarebbero arrivati cambiamenti e lui era stanco, svogliato, arruffato, trasandato, desideroso di birre, di boleri e di rumore dellʼandirivieni delle onde. Voleva la sua palma solitaria, i tramonti e qualche rara nuvola rotonda, bonacciona in cielo . Il suo senso di giustizia è più forte della pigrizia e si trova coinvolto in una storia di mafie, di criminalità e di poliziotti corrotti, contro i quali combattere come un guerriero solitario. Il riferimento è senza dubbio Raymond Chandler, anche se Héctor non è cinico come Marlowe. Soprattutto fa senza pretese, così per caso, il detective solitario e giusto. > Ascolta, vecchio Paco, disse Héctor spegnendo la sua ultima Delicado nel portacenere di latta, io, non sono poi questo gran detective. Lʼunica cosa certa è che non sapendo scrivere storie, mi infilo in quelle degli altri. Io da solo, contro il sistema, figurati! Sono cinque anni che affino la mira, e con la calibro 38 non prendo un elefante a dieci metri. Sono sciancato, quando piove zoppico, ieri mi sono trovato in testa i primi capelli bianchi, sono più solo di un cane randagio. Mi incazzo come te, mi rode il pensiero di come si è ridotta questa nazione. Sono messicano come chiunque altro . Cosa mi dici adesso? Faccio il detective perché mi piace la gente". Perché leggerlo? Il primo romanzo è pesante ma gli altri due si leggono con piacere. E soprattutto piace la passione civile del protagonista, senza retorica, come qualsiasi messicano.
Le avventure di Pinocchio
Appena si inizia a leggere il libro di Collodi la mente va subito ad un capolavoro: «le avventure di Cipollino» di Gianni Rodari. Per la nostra sensibilità il racconto di Pinocchio è moraleggiante, con un tema di fondo così distante da noi: > oggi (ma troppo tardi!) mi sono dovuto persuadere che per mettere insieme onestamente pochi soldi bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o collʼingegno della propria testa , cosi dice il Pappagallo a Pinocchio nel Campo dei Miracoli. Quanto è più divertente ed ammaliante il romanzo di Rodari, che parla di libertà, di lotta ai potenti, di ardita immaginazione! Eppure, se si guarda con maggiore attenzione ci si accorge come «le avventure di Pinocchio» e quelle di Cipollino trattino lo stesso argomento: il mondo è rovesciato e bisogna metterlo in piedi, sulla strada giusta. È chiaro come il racconto di Collodi sia un romanzo di formazione: un bambino, tanto zuccone da essere un burattino, impara dalla vita a divenire adulto, a capire il bene e il male. Ma tutti i personaggi sono ben particolari, cominciando da Geppetto, il padre generoso e premuroso. il quale vuole fabbricarsi un «bel burattino» per > girarsi il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino , e giustamente «la vocina» nascosta commenta: «Bravo Polendina!». E che dire della Fatina «dai capelli turchini», la mamma amorosa e dolente! Perché non aiuta Pinocchio e lo lascia invece nel bosco oscuro, in balia degli assassini? Pinocchio affronta da solo le peripezie, che lui stesso provoca non volendo rispettare le regole sociali: invece di andare a scuola va con il burattinaio, si lascia ingannare per avidità dalla Volpe e dal Gatto, dimentica Geppetto in miseria, promette di essere diligente e poi se ne dimentica per correre con gli altri monelli, e così va in prigione, rischia di essere fritto in padella, sino a lasciarsi abbindolare ed andare nel Paese dei Balocchi, e divenire un somarello. Che cosʼ è che lo redime? Le buone azioni. Quando il cagnaccio Alidoro, che lo aveva inseguito per mangiarselo, rischia di affogare, dopo un momento di esitazione Pinocchio lo salva: ed infatti, > il suo babbo gli aveva detto tante volte che a fare una buona azione non ci si scapita mai . Ed allora, per incanto, i vari personaggi, gli stessi animali, si rivelano generosi e disponibili. Quando Pinocchio, alla ricerca di Geppetto, è ingoiato dal terribile Pesce- cane, e lì in fondo allʼenorme stomaco trova il suo «babbino», è un Tonno che li aiuta ad uscire dalla bocca del grande animale: e > Pinocchio (...) gli posò un affettuosissimo bacio in bocca. A questo tratto di spontanea e vivissima tenerezza, il povero Tonno, che non cʼera avvezzo, si sentì talmente commosso, che (...) ricacciò il capo sottʼacqua e sparì . Come capitò che Carlo Lorenzini, il vero Collodi, > un provinciale implacabile, miticamente pigro, lunatico ed imprevedibile , abbia deciso di scrivere «le avventura di Pinocchio» è una questione che lasciamo agli studiosi. Forse perché, come scrisse nel bozzetto «Una lettera al Fanfulla», «il nascer toscano è una disgrazia che può accader a tutti». Ed è proprio la toscanità provinciale che rende vivo e moderno un romanzo, diversamente perbenista e noioso. Lontano dallʼitaliano aulico, la lingua riesce a dare vigore e brio al racconto: Pinocchio è un discolo e ricorda tutti i bambini del mondo, la loro voglia di giocare e divertirsi, la loro ingenua apertura agli altri, il loro desiderio ad non essere rinchiusi nelle barbose regole sociali degli adulti. Tutto questo rende eterno il racconto di Pinocchio, al di là del suo contesto ottocentesco. Perché leggerlo? È il racconto del bambino, che eravamo.
Avventure fra le pellirosse
Il romanzo, pubblicato sotto il pseudonimo di Guido Landucci, è un adattamento di uno dei primi racconti di genere western, scritto nel 1837: «Nick of the Woods: A Tale of Kentucky» di Robert Montgomery Bird. Forse per questo motivo il romanzo presenta alcuni tratti originali rispetto all'approccio tipico di Salgari. Lo schema tradizionale dell'autore è il seguente: un eroe, spesso defraudato della propria ricchezza e del proprio rango sociale, è affiancato da personaggi, che hanno il ruolo di alleggerire il profilo del protagonista, il più delle volte rigido e compatto. Talvolta l'autore inserisce elementi sconcertanti ed ambigui: come nella «Stella dell'Araucanìa», dove un nobiluomo diviene cannibale a contatto con i selvaggi, a conferma del lato oscuro di ciascuno di noi, anche di chi è civilizzato. In «Avventure fra le pellirosse» lo schema è differente: un personaggio di spalla si rivela il protagonista, mentre la narrazione, come al solito fitta di dialoghi, è inframezzata da storie di terribili e sanguinose stragi compiute dai pellirossa; elemento quest'ultimo in evidente contrasto con l'ingenuo anticolonialimo di Salgari, spesso dalla parte dei popoli oppressi. Veniamo alla trama. Due giovani, Rodolfo e Mary, giungono in Texas alla ricerca dell'oro: sono stati privati dell'eredità di un ricchissimo zio, il cui testamento è stato rivendicato dal tutore di un bambino, indicato come erede. Fin dall'inizio si capisce come i due giovani non abbiano alcuna idea dei pericoli ai quali vanno incontro: una vasta e desolata prateria che si trasforma in fitte boscaglie nelle vicinanze del Rio Pecos, fiume da attraversare se si intende andare nelle zone dove si dice ci sia l'oro. A partecipare all'avventura ci sono altri personaggi, dei quali è utile ricordare: Telie, una ragazza che vuole trovare il padre rapito dagli indiani, e Morton il Sanguinario, con il suo inseparabile cagnolino. E' un quacchero, ritenuto «l'uomo più inoffensivo della pianura», con un fucile vecchissimo e «quasi» guasto e un coltello, che «probabilmente non era mai uscito dalla guaina per uccidere un indiano». Oltre ai selvaggi pellirossa scorrazza per la pianura Scibellok, creduto dagli indiani uno spirito infernale: li uccide spaccandoli il cranio e lasciando come segno una croce in mezzo al petto. Siamo nel classico romanzo gotico inglese! Rodolfo è un giovane valoroso ma è totalmente incapace a condurre il piccolo gruppo; ed infatti, dopo diverse avventure, le due ragazze, Mary e Telie, vengono rapite dagli indiani. Nel tentativo di liberarle viene fatto prigioniero anche Rodolfo. A questo punto scopriamo che il padre di Telie è divenuto un capo indiano e, peggio ancora, è al servizio del perfido tutore: quest'ultimo intende sposare Mary ed uccidere Rodolfo in quanto nel vero testamento i due giovani sono indicati come eredi. Pure Morton viene catturato. > L' Avvoltoio Nero non è abituato a risparmiare i suoi prigionieri. Io amo le stragi e non disdegno di bere il sangue degli uomini bianchi. (...) Morton (...) era stato assalito da un tremito nervoso così forte, da non potersi più reggere in piedi. Era stata l'emozione provata, o la fatica, o qualche altra cosa, il tremito si era cambiato in un accesso convulso . L'Avvoltoio Nero pensa che Morton sia un grande mago e che possa fargli trovare Scibellok, lo sterminatore dei pelli rossa. Volete sapere il finale? Non voglio togliere la sorpresa; dirò soltanto che il tutto si conclude con un lieto fine. Il romanzo è una miscellanea, nella quale si mescolano con efficacia lo stile di Salgari, generalmente razionale e meccanicistico, e il gotico ridondante e tenebroso di Montgomery Bird. Morton è il protagonista e nella sua figura si sovrappongono il pacifismo e l'odio, il senso di comunità e la solitudine, la forza e la fragilità: sentimenti contrastanti che non possono coabitare troppo a lungo, preannunciano una fine terrificante e dolorosa. C'è poi un peculiare personaggio di spalla: un cagnolino bianco, una novità per Salgari, fedele compagno di un solitario ed eccezionale guida nella grande prateria. Sono poi presenti tutti gli ingredienti che ci fanno amare Salgari: il succedersi di avventure, le sorprese, i finali dei capitoli che preannunciano altre azioni, il desiderio di andare avanti nella lettura. L'autore italiano non si sofferma, tira dritto con il suo ritmo narrativo incalzante. Perché leggerlo? Non è tutto parto di Salgari, ma è magistralmente adattato ed è un piacere leggerlo.
La ballata del letto vuoto
Kate vive a Dublino ed è un'insegnante universitaria di mezza età. Un giorno trova il marito morto in bagno e si scopre piena di debiti, inseguita dai creditori e dalle banche. Era un furfante l'uomo con cui ha vissuto gran parte della sua vita in una relazione sempre più stanca. > Mi sveglio questa mattina con un terribile mal di testa, il mio nuovo uomo mi aveva appena lasciata una stanza e un letto vuoto . E' il blues del letto vuoto di Bessy Smith, blues che risuona nella mente di Kate con «il sax che mugola sullo sfondo» e la voce di gola di Bessie così sensuale. Questo stato di stupefatta disperazione pare senza uscita, quando una giovane donna le mette in mano un mazzo di chiavi. Inizia da qui una storia che ha diversi filoni narrativi. Kate individua la casa alla quale appartengono queste chiavi: è un appartamento sopra Camogli, dove «il mare si mangia la terra» e dove Kate può vedere > la lucida levigatezza delle pietre appena rotolate sotto le scogliere del mare di Portofino, cristalli di mica che brillano nel sole d'inverno, (...) i caseggiati incombenti, l'arco medievale, il borgo antico, i baretti e i ristoranti illuminati da un pallido sole dorato, sottili come silhouette di cartoncino, (...) in grado di irradiare luce e calore sufficienti a scaldare un'anima o un cuore, Forse anche i miei. Nella mia testa risuona la voce del cambiamento. Insieme con lo splendido porticciolo ligure, Kate s'innamora dell'italiano, della sua musicalità ma pure delle sue forme grammaticali, che paiano riflettere la nostra esistenza, > talmente incerta o talmente complessa che anche al verbo che usiamo per esprimerla tocca saltellare freneticamente fra forme e persino radici diverse . Fa piacere apostrofare l'amante del marito chiamandola zoccola, topo di fogna, per scoprire che la desinenza maschile della parola ha molti altri significati ma non quello di prostituta. Insomma in italiano solo una donnaccia è un topo di fogna, sottile annotazione ironica che solo chi non è italiano può avere, dando noi troppe volte per scontato l'uso sessista di certe parole. Kate poi conosce Anna, un'anziana vicina di casa con la quale stringe un'amicizia sempre più profonda. Nel tratteggiare questo personaggio l'autore ci dice di aver preso come riferimento Rossana Rossanda; è certo che questa figura permette a Wall di esprimere le proprie idee di sinistra, rispecchiandosi in un'immagine di donna che viene dalla tradizione comunista e movimentista della nostra cultura politica. E' un'immagine appunto: uno stereotipo che ostacola l'approfondimento di una amicizia singolare, tra un'irlandese di mezza età, sola e tradita, e una anziana e colta signora, ancora tormentata da abbandoni e nostalgie. E allora il tema del romanzo, «questa discesa a capofitto verso l'Italia», non si arricchisce della ricchezza psicologica di un incontro, ma viene anzi appesantito da riflessioni troppo scontate per darci suggestioni e suscitare la nostra immaginazione. > E' vero che possiamo cambiare vita come i serpenti cambiano pelle? O al contrario siamo ancorati ai vecchi luoghi e ai vecchi tempi da cavi invisibili che ci stringono e ci impediscono ogni movimento . A queste domande Wall dà una risposta con la storia di Kate, che diviene una camoglina e un'italiana di adozione. E' singolare che questa domanda sia espressa nel giorno del Bloomsday. Emerge una caratteristica della narrazione di Wall: apparentemente piana e semplice, distante dal tipico stile irlandese, ma ricca di profonde e suggestive annotazioni filosofiche e letterarie, quest'ultime qualificate da citazioni dall'Ulisse di Joyce. Che l'epifania del grande scrittore irlandese, nella sua apparente prosaicità, esprima una ricerca del cambiamento, troppa intrisa del mondo di Dublino per avere successo? La scrittura scorre fluida e piacevole, disturbata dal ricorso eccessivo alle domande retoriche: espediente letterario che dà movimento alla narrazione ma che spezza e appesantisce il discorso. Il paesaggio e la gente di Camogli sono ricostruiti con grande amore ed efficacia comunicativa: interessanti e dolcemente ironiche le annotazioni sulla lingua italiana. E' debole la trama che alla fine si sfilaccia, mentre è un peccato che non si sia scavato di più sugli aspetti psicologici della relazione fra due donne, così distanti per storia e cultura. Perché leggerlo? E' il racconto di un innamoramento di un luogo e di una lingua.
Balzac e la piccola sarta cinese
Siamo nel 1971 in Cina durante la rivoluzione culturale di Mao. Due ragazzi vengono inviati a rieducarsi in uno sperduto villaggio di montagna. Uno dei due è il narratore mentre l'altro è il suo amico Luo. Di certo, attraversa l'intero romanzo una critica al regime comunista; critica condotta con ironia e leggerezza ma non per questo meno graffiante. Se si limitasse al racconto di come due simpatici e sfortunati ragazzi di città siano sopravvissuti in un ambiente così distante dalla loro provenienza sociale e culturale, il libro resterebbe rinchiuso nella sua dimensione storicamente datata; in realtà l'autore affronta il tema universale del libro come scoperta di se stessi e strumento di emancipazione. I due amici si imbattono in una ragazza, figlia del sarto locale. > Quando si chinava sopra la macchina da cucire, la risplendente base di metallo rispecchiava la scollatura della sua blusa bianca, del viso ovale e lo scintillio negli occhi, senza dubbio i più belli nel distretto . Sofisticata ed elegante, «in un posto dove quasi tutti andavano a piedi nudi», la piccola sarta affascina i ragazzi, dando un senso allo loro misera vita. Un altro fatto sopraggiunge a cambiare il destino dei due amici, e della piccola sarta: la scoperta di un baule che contiene i grandi romanzi della letteratura francese, da Balzac a Flaubert. Vengono in possesso dei libri e li leggono avidamente. > Sfogliarli con le punte delle dita mi faceva sentire come se le mie fragili mani fossero in contatto con le vite umane . E' una sensazione meravigliosa ma insidiosa perché immergersi nella natura umana tramite la penna dei grandi scrittori dell'Ottocento travolgerà i ragazzi e trasformerà la piccola sarta cinese. «Non sarà più una semplice ragazza di campagna». In Luo, ormai amante, c'è come un delirio di onnipotenza: poter governare la crescita culturale della piccola sarta. E' possibile? > Vuole andare in città, disse (il padre). Menzionò Balzac. (...) Disse che ha imparato una cosa da Balzac che la bellezza di una donna è un tesoro al di là di qualsiasi prezzo . Era forse meglio lasciarla ignorante? In larga parte il romanzo ha una trama lineare, ricca di episodi gustosi, sorprendenti e gioiosi. E' come se i due amici si divertissero: si travestono, per esempio, da Mao per carpire i testi di canzoni popolari da un vecchio selvatico montanaro e così darli al proprietario dei libri in cambio di alcuni romanzi: progetto riuscito ma che fallisce perché le canzoni sono fortemente erotiche e quindi in contrasto con la morale socialista. Ad un certo punto la narrazione muta di segno e diviene cupa e opprimente. Subentrano due metafore, quelle del precipizio e del corvo, presagi del disastro verso il quale si stanno dirigendo i due amici (secondo la cultura cinese gli oracoli hanno un'importanza fondamentale perché ci dicono quale sia «la via del Cielo»). Successivamente, il narratore si ritrae per lasciare spazio al racconto degli altri personaggi: il vecchio montanaro, Luo e la piccola sarta. E' un momento lirico, distante dall'approccio narrativo seguito sino al quel punto. E' come se il narratore accettasse definitivamente di essere messo in un ruolo ancillare; tuttavia, capiamo come stia percorrendo pure lui un suo percorso, verso la comprensione della femminilità. Ed infine assistiamo al racconto, rassegnato e disperato, dell'aborto della piccola sarta, la quale compie le sue scelte all'insaputa di Luo che l'ha messa incinta. E' come se la libertà della donna richieda sempre un atto doloroso. La scrittura è elegante, in grado di orchestrare con differenti registri lessicali e sintattici. Fluido, brioso, effervescente, l' autore riesce a non disperdere la narrazione pur affrontando numerosi temi, molti dei quali in sovrapposizione e persino in contrasto. Può mantenere la barra dritta sul finale, sorprendente e inquietante, perché la storia ruota intorno al fascino misterioso del libro. Perché leggerlo? E' un gioiello!
La bambinaia francese
La narrativa dellʼottocento ha un grande fascino ed induce ad una sua rivisitazione in chiave moderna. È questo il caso della Bambinaia Francese, che riscrive un grande romanzo classico: Jane Eyre di Charlotte Bronte. In questo caso, la protagonista è una giovane ragazza francese. Il romanzo si può distinguere sostanzialmente in due parti. La prima è ambientata a Parigi. Sophie è una povera bambina e ha perso il padre nelle gloriose giornate del 1830, che portarono al potere Luigi Filippo, il re borghese. Tramite le società operaie di mutuo soccorso, Sophie ha imparato a leggere e a scrivere, diventando da «Orso» una «Scimmia», termini che nel linguaggio degli operai tipografici distinguono tra chi è analfabeta, e non può lavorare che in attività manuali, e chi invece può applicarsi alla composizione, in quanto ha ricevuto una istruzione. La lettura dei grandi romanzi, dei giornali e delle riviste, dà a Sophie un ruolo sociale nella piccola comunità e, soprattutto, le stimola lʼimmaginazione e le eleva gli ideali e le aspirazioni. È questa la parte migliore del libro, in quanto lʼautrice si discosta da molta narrativa ottocentesca adottando un approccio realista ( alla Zola) e non pietista. Sophie perde anche la mamma, ma fortunosamente viene accolta da una celebre artista di teatro, Celine, sposata, o meglio crede di esserlo, al perfido Edward Rochester. Sophie diviene la bambinaia e lʼamica di Adele, la figlia della coppia. In casa di Celine, Sophie conosce un ragazzo di colore, Tùssi, e il padrino di Celine, un anziano illuminista francese. Lʼautrice approfitta di questo eccentrico aristocratico per descriverci la scuola che vorrebbe, dove lʼapprendimento è ricerca e tutti, ricchi e poveri, vi possono accedere in ugual misura e senza distinzione di classe. Poiché Tùssi è ancora ufficialmente uno schiavo, questa è anche lʼoccasione per parlarci della schiavitù e delle condizioni delle colonie, anche se bisogna dire che il tema, che travagliò tutto lʼottocento, è trattato in modo superficiale, restando per tutto il romanzo una nota stonata e forzata. La situazione di Celine, e quindi di Sophie, precipita, quando muore il padrino e gli avidi parenti fanno imprigionare Celine e cacciano Sophie ed Adele. Tùssi viene messo a servitù presso la famiglia di uno dei parenti. Ci si aspetterebbe un intervento del ricco Rochester, al contrario questʼuomo egoista e spietato rivela che il matrimonio con Celine fu una messa in scena e si porta via Adele, che peraltro rinnega come figlia. Nella seconda parte ci trasferiamo in Inghilterra nella cupa casa di Thornfield. Sophie riesce a seguire Adele e si fa assumere al servizio come bambinaia francese, fingendo di non conoscere la lingua inglese. Ciò le permette di narrarci, dal suo punto di vista, le vicende del grande romanzo di Charlotte Bronte. È inutile dire che la storia si chiude con un lieto fine per i nostri protagonisti, che potranno ritrovarsi in Francia, di nuovo ricchi, in quanto Celine può appropriarsi della legittima eredità ricevuta dal padrino. Un tratto peculiare del romanzo è lʼapproccio narrativo. Nella prima parte le lettere di Sophie e di Tùssi a Celine, già in carcere, vengono affiancate dal racconto in terza persona delle vicende di Sophie sino alla sua partenza per lʼInghilterra. È una modalità che vivacizza la narrazione riuscendo a far convivere tre punti di vista: quello dellʼautrice e le considerazioni dei due principali protagonisti. Nella seconda parte prevale il romanzo epistolare. La corrispondenza tra Sophie e Tùssi ci racconta le vicende di Thornfield. Occorre dire, tuttavia, che questo approccio narrativo risulta ripetitivo e noioso, anche perché cʼè poco di intimo e di sentimento nelle lettere. Dinanzi a fredde e formali descrizioni di ciò che avviene il lettore resta deluso perché si aspetterebbe che i nostri due protagonisti scavassero nei loro sentimenti e alla fine dichiarassero il loro amore, del quale siamo certi sin dallʼinizio del romanzo. Nelle ultime pagine lʼio narrante è Sophie ma il racconto è un semplice resoconto dei fatti. Il romanzo è chiaramente una mescolanza di romanzi ottocenteschi. La rivisitazione del libro di Charlotte Bronte è banale e rispecchia una lettura romantica e tradizionale di Jane Eyre. Ciò che pesa sul racconto sono soprattutto il ritmo narrativo lento, la mancanza di azione e di approfondimenti dei personaggi. Ad una partenza incoraggiante subentra una noia crescente. Perché non leggerlo? È lungo e noioso.
Il bambino del treno
Troppo spesso dimentichiamo lʼimportanza dei luoghi per la nostra vita, per la formazione dei nostri sentimenti, per la trasmissione di una memoria individuale e collettiva. Come dice Paolo Casadio, i muri, gli oggetti, i paesaggi hanno il compito di testimoniare il passato, di farlo sopravvivere a noi stessi, anche se > i muri sanno, ma non posso mai dire nulla, solo farsi carico di tanto peso nella loro muta immobilità . Talvolta non sono posti noti o di particolare pregio, sono dei «non luoghi», come la dismessa stazione di Fornello sulla linea ferroviaria Firenze - Faenza. È con un «groppo di angoscia», che la osserva Lucia, la moglie di Giovannino il nuovo capo stazione: > quel posto affacciato al viadotto, quello slargo di alberi e ginestre attorno alla stazione, quella profondità dietro al fabbricato che poteva nascondere una fenditura o un torrente, quelle stratificazioni di marna che affioravano potenti tra la gariga le rimandavano il quadro di un esilio, il sentimento di unʼostilità invincibile . Sono gli anni tra il 1935 e il 1943, ed invece, forse per un oscuro presentimento, e per un carattere naturalmente timoroso, Giovannino vive lʼisolamento come una protezione verso il mondo esterno. > Il monte di Castelpotente vigilava sulla valle, e quel monte stava lì da quando il fondo del mare sʼera sollevato dando luogo allʼAppennino. Non sarebbe successo nulla. E non succederà mai nulla, signor capostazione. Noi, qui, siamo dimenticati. Così disse il cieco di Piandolci, come un antico vate. Fornello e la piccola famiglia, Lucia e Giovannino con il bambino Romeo, sono la metafora del familismo italiano, di una strategia di vita che racchiude tutto nel mondo degli affetti e nei luoghi vicini e sempre uguali; ma noi sappiamo che è unʼ illusione, una vana e pericolosa speranza. Con un ritmo lento e sognante il romanzo ripercorre lʼinfanzia del piccolo Romeo: lʼambiente della montagna, la scuola di paese con maestri e compagni inimmaginabili per noi cittadini, le relazioni con le famiglie contadine, lontane nello spazio ma vicine nei sentimenti. È un mondo meraviglioso per un bambino, dove i pochi pericoli rientrano nellʼordine eterno delle vicende e delle cose. La natura è amica, in fondo, anche quando cʼè la bufera, o i campi, i sentieri e le case sono sommerse dalla neve. Tutto cambia, quando irrompe sulla scena il dramma più terribile della seconda guerra mondiale: la deportazione degli ebrei. Un treno carico di povera gente, destinata alla morte, si ferma per una notte nella piccola stazione di Fornello. Viene concesso di scendere dal treno e dormire e rifocillarsi presso Lucia e Giovannino. Romeo fa amicizia con una bambina: una infantile infatuazione che potrebbe avere un esito drammatico. > Ancora non lo sa ma di niente, in fondo, cʼè significato se non quello che vi attribuiamo noi, giacché tutto scompare. È cresciuto davvero, costituendo lʼavvenimento vissuto una sorta di prova iniziatica: è entrato nella terra delle perdite e dei rimpianti, e non cʼè nulla di più adulto che comprenderne lʼirrimediabilità e il senso. E il senso, in quel dicembre 1943, è davvero difficile da trovarsi . È un romanzo sullʼinfanzia, con sottostante una domanda inquietante per noi adulti: è possibile essere fanciulli? No, se persino in uno sperduto paesino dellʼAppennino un bambino non può crescere sereno. Sembrerebbe che la colpa di questa infelicità esistenziale sia tutta di un mondo esterno impazzito, sia responsabilità degli altri, contro i quali nulla possono fare gli affetti familiari e le amicizie né la natura benigna. È proprio vero? Non possiamo svelare il finale; possiamo dire con lʼautore che siamo tutti impotenti > a cambiare il corso delle cose, neutralizzare lʼaccanimento ostile del destino che sovente si tramuta in sentenze inappellabili . E non rimangono che > lʼabbraccio, il coinvolgimento, la povera consolazione, (...) la comunanza nel dolore. Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura, un poʼ fuori moda forse con il suo italiano classicheggiante, eppure così elegante e raffinata da soddisfare la nostalgia per una bella lingua. Manca, purtroppo, la trama: il ritmo narrativo scorre senza sorprese, se non nelle ultime pagine: una lunga attesa, che non viene colmata dai personaggi, troppo abbozzati, e dalla descrizione dellʼambiente appenninico; ed è questʼultima una cocente delusione, non essere riusciti a trasmettere lʼʼatmosfera, magica ed antica, di un paesaggio e di una società, ormai tramontata. Perché leggerlo? Bello anche se un poʼ noioso.
Una barca nel bosco
Gasparre vive in un’isola ed è figlio di un pesatore. È molto bravo a scuola, in particolare in latino, e si trasferisce con la madre a Torino per continuare gli studi. Al liceo si accorge ben presto che da parte degli stessi insegnanti vengono richiesti l’integrazione e il conformismo e viene considerato con preoccupazione uno studente «troppo bravo». La mediocrità è la caratteristica del sistema scolastico e la vita di Gasparre è proprio il difficile adeguamento a questo prevalente valore della società. Deluso, si laurea in legge ma apre un bar, rifiutando implicitamente la cultura e l’istruzione. Trova tuttavia nelle piante uno sbocco alla propria ricerca di libertà e di espressione, trasformando la sua casa in un bosco. L’avvio del libro è molto piacevole: le vicende del giovane studente, la scoperta della scuola e della grande città, l’incontro con i compagni e lo sforzo di farsi accettare. È un racconto delicato di una storia che potrebbe essere di tutti i ragazzi. Lo stile è lineare e semplice, molto efficace. Poi il libro prende una strada verso il paradossale, verso una fuga in una cultura new age, quella della salvezza tramite la natura, che, forse l’autrice non se ne accorge, è anch’essa un segnale di conformismo. Anche lo stile diviene più pesante e il ritmo si fa prolisso.
Barriera
Barriera è un sobborgo di Torino a circa due chilometri dal centro: un tempo paese operaio, ora un quartiere multietnico con una diffusa micro criminalità e luogo di spaccio di droghe. > Barriera non cambia mai. (...) Le famiglie vanno al supermercato o al centro commerciale. I vecchi al cimitero. I poveri al mercato degli accattoni. I cinesi in negozio. Gli spacciatori senegalesi ai loro angoli. Le prostitute nigeriane e moldave a dividersi gli altri. Qui, tutto quello che puoi diventare è un'etichetta che ti hanno dato. Un'etichetta che non ti levi . Se in «Il lato oscuro della Luna» (vedi la recensione in questo sito), Marco Magnone e Fabio Gedda avevano raccontato una sfortunata storia d'amore tra due adolescenti nella Berlino ancora divisa dal Muro, qui il centro del racconto è la relazione tra due fratelli: Malik, il più grande, appena uscito da prigione, «porta con sè ferite che non fanno in tempo a fare cicatrici, ti uccidono e basta»; Yasin è gentile, magro e poco muscolare, completamente diverso dal fratello; ma Malik > era il super eroe. Il mio. Anche quando è finito dentro. Anche quando, dopo essere uscito, se n'è andato da casa senza dire nulla. Ecco perché quando mi ha offerto di andare a stare da lui, ripartire da capo, insieme, ci sono cascato subito. Perché eravamo di nuovo io e lui. A fare cavalluccio. A combattere i cattivi. Ora invece . Malik è diventato uno spacciatore e vende una pericolosa droga sintetica per conto di un' organizzazione criminale nigeriana; in questo modo ha causato la morte di una ragazza, con la quale Yasin ha avuto il suo primo incontro d'amore. «L'hai uccisa tu, (...) con quelle maledette pasticche» grida Yasin, > Ora sono io a fare un passo verso di lui. E ad alzargli la voce contro, per la prima volta nella mia vita . Yasin chiede al fratello di andare dalla polizia per denunciare le organizzazioni criminali per le quali lavora. Sarebbe troppo bello se Malik andasse realmente alla polizia, la cultura della violenza è troppo radicata in lui per affidarsi alla legge. La struttura narrativa è simile a quella adottata nel precedente romanzo: gli eventi sono raccontati da entrambi i fratelli in specifici capitoli che si susseguono in modo alternato. Così la storia è vista da diversi punti di vista, ma risulta molto spesso ripetitiva e frammentata, perdendosi il senso complessivo. Inoltre, la violenza è il tratto distintivo di questo libro, talvolta a Castagna e Magnone piace soffermarsi su scene brutali dove il più forte vince sempre; si pensi alle lotte di pugilato e all'ambiente delle palestre, quasi edificanti nei suoi personaggi, rissosi ma valorosi. Mentre in «Il lato oscuro della Luna» prevale un senso di malinconica dolcezza, anche se senza futuro, qui non c'è più speranza, gli adolescenti sono dinanzi al niente: Barriera è una metafora del nostro presente, > soltanto il maledetto freddo che morde duro. E le sagome delle fabbriche abbandonate che spuntano qua e là come dal nulla . La scrittura è caratterizzata da frasi brevi che danno poco spazio alla descrizione dell' ambiente e dei personaggi; se quest' approccio riflette la durezza della storia, non aiuta ad approfondire il dramma di Malik e Yasin e della loro fratellanza distrutta. L'ampio uso del punto e le frasi frequenti senza il verbo rendono più facile la lettura, chiaramente destinata ad adolescenti, ma impoveriscono il linguaggio e, dobbiamo ammetterlo, non tutti sono Cesare Pavese (vedi la recensione di «La casa in collina» in questo sito). Perché non leggerlo? Frammentario e superficiale
Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle Gentiluomo
Immaginiamo che un marziano sia inviato sulla Terra per capire cosa stanno facendo gli Umani: se dobbiamo aspettarci la guerra o possiamo sperare nella pace, che permetta ancora i commerci interstellari. Da un lato questo visitatore, sconcertato ma indifferente (sono problemi dei Terrestri!), ne trarrebbe un'idea confusa; dall'altro sarebbe forse un viaggiatore curioso, un po' inorridito dalle nostre miserie e un po' affascinato dagli antichi monumenti e dalle belle donne. Tra metafora e storia, Barbero racconta le vicende di un gentiluomo americano, Mr. Robert Pyle, in viaggio nella Prussia del 1806, in piene guerre napoleoniche, con il compito di spedire dispacci settimanali all'ambasciatore statunitense a Londra. La prima evidenza è che viaggiando da Amsterdam a Berlino incontra di continuo tante frontiere, alcune all'interno della stessa Prussia, da far pensare che > la geografia degli stati europei ricordi un rompicapo lasciato incompiuto da un bambino capriccioso che non un prodotto della ragione umana, e non c'è da sorprendersi che la lora politica sia guidata prima di ogni altra cosa dalla paura dei vicini. Che stia parlando della nostra Europa? E poi, con > quella libertà che il viaggiatore ha di scegliere le strade da percorrere, i cibi da assaggiare, le ragazze da accarezzare ,Mr. Pyle può > passare il pomeriggio nel palazzo di un gran signore conversando in francese , e finire > la serata nel cortile dell'albergo, ascoltando le chiacchiere della padrona e osservando la sguattera che lavava i piatti in cucina alla luce della lanterna. Il nostro gentiluomo non si limita ad osservare, appena può, coglie i frutti di amori fuggitivi, che siano prostitute e giovani serve o contadine, convinte da pochi talleri, o che siano fugaci relazioni alla Byron, con nobildonne della corte berlinese. A trattenerlo è solo il rischio di contrarre qualche malattia venerea. Ci sono altri piacevoli passatempi: le conversazioni con ufficiali prussiani, > perfino capaci di considerazioni filosofiche , le partite a carte e il nostro Pyle perde sempre un bel gruzzolo di talleri, i salotti eleganti dove si parla francese e si è per la guerra o contro di essa, sempre però ammirando il Bonaparte. Il nostro gentiluomo riesce pure a incontrare Fichte e Goethe, il primo come ci arriva dalla storia della filosofia, il secondo deludente: un logorroico ubriacone. E' la missione che gli è stata affidata? Tra bordelli, viaggi faticosi per alberghi di posta, lunghe chiacchere, il nostro Robert riesce pure a incontrare i ministri prussiani, lo stesso Federico Guglielmo III e i sonnolenti sovrani dei piccoli stati della Germania del Nord, come l'Hannover e la Sassonia. E quando non ha notizie da riportare, non importa: basta leggere il «Moniteur» parigino, anche vecchio di giorni, o inventarsi presunte informazioni da smentire o correggere nel dispaccio successivo. Per Mr. Pyle è un viaggio faticoso ma in fondo piacevole; per noi un bell'affresco della Germania di primo Ottocento, in attesa di una guerra inevitabile, perché ne va dell'orgoglio di una casta militare forgiata dal grande Federico II e dal nazionalismo nascente della nazione germanica. A distruggere il bel tour, a rendere fatue e sconsiderate le suggestioni di guerra, sono le disastrose sconfitte di Jena e Auerstedt, in cui sono evidenti l'impreparazione dell'esercito prussiano e l'arretratezza strategica dei suoi generali. Con il dettaglio dello storico Barbero ci racconta la parte oscura della guerra: i soldati andati a morire male equipaggiati e in disordine, eppure mossi da un fatalismo ancestrale di servi ubbidienti; le case incendiate e saccheggiate, con la popolazione uccisa, violentata o disperatamente in fuga; i generali che si spostano in carrozza, ligi alle forme e attenti alle loro comodità; gli ufficiali stretti tra la disciplina e la solidarietà verso i loro soldati, ai quali non riescono a garantire neanche il pane, d'altra parte i soldati sono contadini abituati a soffrire la fame. > E' tutto scritto in un libricino rilegato in pelle , dice nel prologo Mr. Pyle, > che è rimasto a ingiallire da allora, nel cassetto di una scrivania zoppicante, esiliata da molti anni nel cassetto, (...) un deplorevole racconto di cose fatte molti anni fa, e fatte male. Già in «Romanzo russo», scritto nel 1998 e ambientato nella Russia di Gorbaciov (si veda la recensione in questo sito) si percepisce una sorta di estraniazione rispetto al dissolvimento morale e istituzionale dell'Unione Sovietica; qui la sensazione è ancora più forte, forse perché gli avvenimenti sono così distanti nel tempo. Robert Pyle è in fondo uno spettatore, persino durante la sanguinosa battaglia di Jena la sua preoccupazione è quella di salvarsi, stupito di essere rimasto coinvolto in questa tragedia, malgrado tutto. D'altra parte Barbero è innanzitutto uno storico e la sua professione lo costringe ad essere distaccato, sottilmente ironico talvolta, ma mai coinvolto nei personaggi e nelle loro dolorose vicende. Certo, sono chiare le opinioni dello scrittore: è facile parlare di guerra da lontano, bisogna viverla da parte degli umili e allora si scopre che c'è una bella differenza tra le belle ordinate manovre in un piazzale e quanto succede in un campo di battaglia. Non lasciarsi affascinare dalla tecnologia, ricordiamoci sempre che ci sono gli uomini e le donne, i bambini e i vecchi, e sono loro i protagonisti della guerra. Più che in «Romanzo Russo» traspare un'intensa dimensione etica, un giudizio severo sulla fatuità della classe dirigente e intellettuale, che siano Fichte e Goethe o il nostro gentiluomo americano. Si potrebbe dire che Barbero scrive come parla: fluido, ricco di incisi, preciso ed evocativo nelle descrizioni. Si legge bene, se non fosse che troppo spesso ci si perde, in una trama ripetitiva e prolissa. La lunga descrizione della battaglia di Jena riscatta l'intera narrazione, che rischiava di sfilacciarsi sino a sbrodolarsi. Perché leggerlo? Per chi ama la storia è un gioiello, romanzo attualissimo.
Berlin
Nel sito abbiamo già pubblicato la recensione del primo racconto della grande saga di Berlino, scritta tra gli anni 2015 e 2018 da Fabio Geda e Marco Magnone (si veda «I fuochi di Tegel»). In una «Berlino logora e fatiscente», un'epidemia aveva sterminato tutti gli adulti e solo i minori di diciott'anni erano sopravvissuti: erano precipitati in un > mondo violento, primordiale, oltre al tempo, (che) stava rubando loro anche le parole . Devono continuare a vivere anche se > erano certi che qualcosa di orrendo sarebbe saltato loro addosso da un balcone, o da dentro una macchina, cogliendoli alla sprovvista . Si sono raggruppati in gruppi con valori e dinamiche differenti, all'interno di un muro che circonda tutta Berlino, una sorta di prigione che li protegge ma li obbliga ad un destino claustrofobico, vivendo pur sapendo che moriranno a diciott'anni. Se in «I fuochi di Tegel» gli autori avevano introdotto il contesto e i personaggi, i libri successivi narrano la vita in questo mondo selvaggio: nel «L'alba di Alexanderplatz» è la lotta contro una pantera, una bestia feroce che si nasconde nelle gallerie abbandonate della metropolitana; nel «La battaglia di Gropius» in un inverno glaciale, ormai esaurite le enormi quantità di cibo e di materiale da ardere dei supermercati e degli edifici abbandonati, sono la fame e il freddo a spingere ad una grande battaglia tra quelli di Tegel, guidati dalla selvaggia Wolfrun, e quelli di Gropius, con a capo l' esitante Jacob; nei «I lupi di Brandeburgo» i nostri eroi dovranno avventurarsi oltre il muro per salvare la piccola Nina; ed infine negli ultimi due libri ( «Il richiamo dell' Havel» e «L'isola degli Eroi») la grande saga si conclude in uno scontro tra adulti e ragazzi, in un finale inquietante benché rischiarato da un epilogo hollywoodiano. Il racconto è caleidoscopico, ricco di sfaccettature e angoli di visuale, permettendo ad ogni lettore di seguire l'aspetto che più l'attrae, se non si vuole limitare all'avventura, sempre sorprendente ed affascinante. Trovare un filone conduttore sembra difficile ma è possibile se si seguono le vicende di un personaggio. Il sedicenne Jacob si è ritrovato suo malgrado ad assumere la guida del gruppo di Gropius; Sven, il precedente leader, è stata una figura carismatica, sicura nelle sue scelte perché sempre ispirato da valori di solidarietà e di pace. Jacob, invece, vorrebbe vivere ancora la sua adolescenza (i primi amori, le amicizie, la nostalgia, la malinconia), ma non può, deve assumere le sue responsabilità. E lo fa a modo suo, non sempre rispecchiando l'immagine che si ha della leadership: è esitante, pensa spesso a ciò che avrebbe fatto Sven o suo padre, prende non sempre decisioni che si riveleranno giuste. E' la sua coscienza a fargli fare la scelta fondamentale di tutta la grande saga. In un paesaggio ghiacciato ed ostile alcuni coraggiosi si sono avventurati oltre il muro, alla ricerca di Nina. Si imbattano in Wolfrun, la selvaggia condottiera del gruppo di Tegel, una nemica senza pietà mossa dall'odio verso la vita. Con il suo cavallo Wolfrun è caduta nell'acqua ghiacciata e morirebbe di certo se Jacob non decidesse di salvarla. > Jacob pensò a quell'idea di mondo che un giorno dopo l'altro avevano cercato di costruire, un mondo in cui non bastava salvare la propria vita per sentirsi salvi, e senza darsi altro tempo per riflettere tornò indietro . E saranno Jacob e Wolfrun, così diversi ma ora alleati e forse già innamorati, a guidare le ragazze e i ragazzi ad affrontare l'ultima e più impegnativa sfida. Abilmente costruito sotto il profilo stilistico e narrativo, pare di leggere un poema epico, una sorta di Eneide e Iliade messi insieme. Accanto alle grandi battaglie traspare il senso di umanità reciproca, una pietà virgiliana, radice di sentimenti familiari di cura e di amicizia. Certo il racconto descrive meccanismi di potere e di dominio sino all'atteggiamento razzistico degli adulti verso i giovani, ma i tanti personaggi positivi fanno sempre scelte in contrasto con il delirio della sopraffazione. Dispiace che gli autori abbandonino ad un certo punto la struttura portante della narrazione, ossia la riedificazione di una società libera dal peso e dagli errori dei «grandi», per andarsi a intrappolare (chissà perché) in una vicenda che richiama gli orrori del nazismo, appesantendo la narrazione in modo inutile e ridondante. Perché leggerlo? Cattura per l'ambiente e i personaggi
Berlin I fuochi di Tegel
Nella Berlino ancora divisa dal muro un virus ha sterminato gli adulti. Gli unici superstiti sono le ragazze e i ragazzi di età inferiore ai diciott'anni, dopo questa età anche a loro spetta il destino dei grandi. > Il cibo se lo procuravano cacciando: avevano imparato a costruire tappe per conigli; a scavare buche in cui far cadere cinghiali e cervi. (...) Si erano impadroniti degli orti urbani e con gesti goffi e inesperti cercavano di averne cura. (...) Non era stato facile. Avevano sofferto, soprattutto il primo inverno. Ma poi avevano imparato a cavarsela . Come scrive Francesco Petrarca, «e 'l rimembrare et l'aspettar m'accora»; i nuovi padroni di Berlino vivono in un continuo e sofferto oscillare tra il ricordo, sempre più evanescente e immaginato, e la realtà, il presente orfano dei genitori. > Io, quando cerco di concentrami sulla loro faccia, la vedo tutta sfocata. Però sento le loro voci. E ogni tanto, nell'aria, mi sembra ci sia il profumo dei vestiti di mia madre. Come scrive Ryszard Kapuscinski nell'ultimo capitolo di Ebano (si veda la recensione in questo sito), dissolvere la memoria del proprio ieri significa diventare > gente senza passato, ossia nessuno. Quegli uomini perderebbero ciò che li univa, sparpagliandosi ognuno per la sua strada, da solo. In «Berlin» non c'è futuro soltanto perché sanno che tutti moriranno al compimento del diciottesimo anno d'età. Le ragazze e i ragazzi vivono senza una prospettiva perché non può esserci utopia se si è soli. Cercano nel gruppo quel legame che permetta di dare un senso all'esistenza, evitando nel contempo di interferire con gli altri clan, in particolare con quelli che hanno valori e regole profondamente differenti. Ed è per rispetto di questa norma generale di coesistenza che Sven, leader carismatico dei Gropius, decide di non aiutare le ragazze di Havel nel riprendersi Theo, un neonato rapito dai terribili ragazzi di Tegel. > Sven guardò Nora con dolcezza, gli ricordava una sua compagna di classe, di cui si era innamorato in un'altra vita. (...) Collaborazione. Solidarietà. Non erano queste le regole? Sven strisciò gli occhi lungo le pareti macchiate, quindi a terra, e infine li agganciò ai propri piedi. Sapeva che quelle parole erano state sue, solo due anni prima. All'inizio del nuovo mondo. Ma allora aveva ragione Tegel quando irrideva i ragazzi di Gropius che volevano replicare la società dei genitori? > Carne giovane, pericolo, eccesso: ecco la rivoluzione di Tegel, la loro risposta alla crudeltà del destino. Il loro modo di negare che il virus avesse spento una stagione straordinaria della vita, quella in cui la forza del corpo viene sostituita dalla consapevolezza e dall'esperienza . Siamo a un bivio: dobbiamo scegliere tra un mondo di solidarietà e convivenza o scivolare pazzamente nel tunnel tenebroso della cieca forza. E' l'inizio di una battaglia dalla quale potrà nascere una nuova umanità. Il lettore non deve farsi sviare da quanto ho scritto. «Berlin» non è un saggio di filosofia morale, è un romanzo d' avventura, una sorta di storia cavalleresca, ricca di colpi di scena e di personaggi, alcuni dei quali impareremo ad amare nel proseguimento del racconto (il libro è il primo di una saga). Partendo dal punto di vista degli adolescenti, Geda e Magnone approfondiscono le forze sottostanti alla turbolenza giovanile (il continuo oscillare tra amicizia ed anarchia, il distacco e il legame con i genitori, l'attrazione e la paura del rischio) e pongono noi adulti dinanzi ad un quesito: noi latitanti e indifferenti, spetterà ai nostri figli e nipoti trovare da soli la propria strada? Saranno costretti a lottare per un mondo migliore senza di noi? E viene voglia di continuare nel racconto, per la storia e per sapere chi ha ragione: la pazzia di Tegel o la solidarietà di Gropius, o entrambi. La scrittura è pressoché perfetta, anche troppo. Non emergono peculiarità, nel lessico così come nella sintassi, capaci di affascinare e di dare ritmo inconsueto alla narrazione. I personaggi sono sospesi nel ruolo che ricoprono nel gruppo, senza personalità e storie proprie. Perché leggerlo? Avventuroso, particolare e profondo.
Il bibliotecario
> LʼURSS terrena era un grezzo corpo imperfetto, ma nei cuori dei vecchi romantici e dei bambini delle città felici esisteva separatamente il suo ideale artistico: lʼUnione Celeste. Con la scomparsa degli spazi mentali, era morto anche lʼinanimato corpo geografico . Il dissolvimento dellʼUnione Sovietica non è stato solo uno sconvolgente fenomeno politico ed istituzionale, ma ha generato una profonda lacerazione, psicologica e culturale, nelle coscienze. Nella Russia attuale piccole comunità cercano di ritrovare una identità leggendo i libri di uno scrittore scomparso. Sono sei libri, che, letti solamente nella loro versione originale, sono in grado di trasmettere sentimenti ed energie positive. Questi gruppi, le piccole chiamate sale di lettura e le più grandi biblioteche, lottano tra loro per difendere i propri libri ed accaparrarsene altri. Le battaglie, sempre cruente, vengono condotte secondo i modi e le regole degli eserciti medioevali, dei feudatari che dominavano nella Russia pre - zarista. Aleksej, un giovane disorientato e senza una chiara prospettiva del proprio futuro, si trova coinvolto, suo malgrado, nelle lotte sanguinose tra le diverse comunità, in quanto eredita la funzione di Bibliotecario alla morte dello zio, che ricopriva questo ruolo in una piccola sala di lettura. Aleksej non ha certo un animo guerriero, ma deve acquisire il coraggio e la fermezza che gli sono necessarie per condurre il suo gruppo negli scontri con le altre bande. E in realtà il libro è un succedersi di combattimenti, descritti minuziosamente dallʼautore. Il più importante di essi, e quello decisivo per il futuro del protagonista, si svolge in una foresta. La piccola sala di lettura di Aleksej si è rifugiata in un villaggio, ormai abbandonato, ed in particolare nel Consiglio del Villaggio, laddove si riuniva lʼassemblea degli anziani nella Russia zarista e il soviet nel periodo dellʼUnione Sovietica. Qui numerose bande, comandate da una vegliarda malefica, attaccano il gruppo di Aleksej cantando inni osannanti le imprese eroiche dei soldati e degli operai della Russia sovietica. La descrizione della battaglia ricorda lʼIliade: pochi valorosi tengono testa a centinaia di assalitori, per essere poi trucidati, salvo Aleksej. Il giovane viene catturato e condotto in una casa di riposo, di cui hanno preso possesso le anziane ospiti, rinvigorite dalla lettura dei sei libri e dopo aver massacrato il personale.Il protagonista viene rinchiuso in una cella a leggere, e a rileggere, tutti i sei libri. Ed allora si realizza il destino di Aleksej: essere lʼicona vivente, il depositario eterno dellʼanima della grande madre Russia. > Se è libera la Patria, inviolabili i suoi confini, significa che il bibliotecario Aleksej Vjazincev monta tenacemente la guardia nel bunker sotterraneo, instancabilmente tesse il filo del manto protettivo dellʼIntercessione steso sopra il Paese. A difesa dei nemici visibili ed invisibili . Sono veramente due spunti geniali lʼʼidea di piccole comunità dedite alla salvaguardia del patrimonio storico di un paese e il richiamo alla potenza del libro nel risvegliare e rinforzare le coscienze. In un mondo frammentario e violento cosa ci rimane se non la solidarietà degli amici e la difesa del passato? Ma ciò non può portare ad un nuovo Medioevo? Il problema è che ben oltre la metà delle pagine del libro sono dedicate alla descrizione di scontri feroci, di combattimenti sanguinari, mentre uno spazio modesto, e sicuramente insufficiente, viene lasciato alle vicende dei personaggi e al loro rapporto con i libri. La trama narrativa ne risente pesantemente, diventando prolissa, noiosa e ridondante. La conclusione emerge stanca e confusa, lasciando il lettore esausto dalla lettura di troppe battaglie. Insomma si tratta di unʼoccasione perduta. Perché non leggerlo? Se non si amano le scene di guerra, è meglio non leggerlo.
Bilal
Il libro fa parte di un genere letterario, che ha la sua maggiore espressione in Gomorra e che può costituire un occasione di rinascita per una letteratura esangue, quale quella italiana. Si tratta di un mix tra il romanzo e lʼinchiesta sociale. Fabrizio Gatti è un giornalista che compie le sue indagini sullʼimmigrazione, fingendosi un immigrato e quindi vivendone le condizioni di vita. Il romanzo nasce di per sé, in quanto lʼautore vive in prima persona le vicende narrate e le persone incontrate. Nella prima parte del libro lʼautore ha percorso il cammino tra Dakar e il confine della Libia descrivendo le condizioni disumane e soprattutto la violenza che caratterizza questi viaggi. Di fatto, le persone sono in mano ad organizzazioni criminali, colluse con le polizie locali, che colgono tutte le occasioni per taglieggiare i disperati. Il trasporto avviene con mezzi di fortuna ( vecchi camion, fuori strada), che spesso si rompono lungo il percorso, abbandonando i passeggeri ad una morte certa, nel deserto. La mancanza di soldi per proseguire il viaggio riduce gli immigranti in una sorta di schiavitù nelle zone di passaggio, costretti a lavorare per avere almeno qualche cosa da mangiare. Si tratta della parte più bella del libro, sia per le descrizioni dei luoghi (in certi momenti diviene quasi un racconto di viaggi), sia, soprattutto, per le amicizie che lʼautore stringe con alcuni dei compagni. E qui emerge in modo chiaro la spinta dellʼautore a compiere queste esperienze, ricerca dellʼavventura e nel contempo delle ragioni di una delle più grandi disperazioni del nostro tempo: > e stanotte mentre sto aggiornando il diario, chiuso nel sacco a pelo con la mini torcia elettrica stretta tra il collo e la spalla, sento che sono in balìa dellʼimmenso fiume di braccia. Mi accordo che non esistono approdi. Non sono più io a fare questo viaggio. È il viaggio, nella sua crudeltà infinita, a plasmare me . Nella seconda parte del libro, lʼautore riporta la corrispondenza via e-mail con due amici, conosciuti nel precedente viaggio, che sono rimasti bloccati in Libia. È la parte meno valida del romanzo, ma fornisce comunque una visione della Libia e della condizione degli immigranti in questo paese, che non è solo di transito, come pensiamo in Italia, ma è già spesso una destinazione di lavoro. Sotto la pressione dellʼItalia, la Libia porta avanti una vera e propria persecuzione degli immigranti, spesso concentrati in campi ai margini del deserto e poi abbandonati ad una morte certa. Ci sono poi due parti del libro, che non ci permettono di stare lontani dal problema, pensando che si tratti di questioni di altri paesi. Innanzitutto, Fabrizio Gatti riesce a farsi accettare come un curdo e si fa «imprigionare» nel campo di accoglienza di Lampedusa. Emerge un quadro vergognoso delle condizioni materiali di vita e del comportamento della polizia italiana, in evidente contrasto con i principi della nostra costituzione. Poi, il giornalista descrive la sua inchiesta, sempre fingendosi un immigrante, sulle condizioni di lavoro e di vita della raccolta dei pomodori in Puglia. La sintesi dellʼimpatto sul lettore è data da una riflessione dellʼautore: > li avresti lasciati ammazzare? La risposta è uno spartiacque. Non esiste via di mezzo. Non cʼè possibilità di mediazione tra un mondo di battaglie civili e i suoi surrogati di violenza . Infine nella parte finale, lʼautore ripercorre il viaggio «a ritroso» dalla Libia a Dakar, in parte per descrivere la cacciata degli immigranti dalla Libia e in parte alla ricerca degli amici dispersi. È una parte confusa, nella quale emergono in modo evidente i limiti della scrittura di Fabrizio Gatti, troppo giornalistica per reggere un libro così lungo e complesso. La domanda che ci si deve porre è come mai un libro così «forte» abbia avuto una risonanza così modesta. Una prima risposta può derivare, certo, dai limiti dello stile e del ritmo narrativo, il primo troppo frammentato per essere scorrevole, il secondo spesso ripetitivo e prolisso. Una seconda ragione è da ricondurre al modesto coinvolgimento degli italiani verso le condizioni dellʼimmigrazione. Siamo di fronte ad una generale indifferenza verso il «mercato dei nuovi schiavi». Purtroppo, caro Fabrizio Gatti, esiste una possibilità di mediazione tra un mondo di battaglie civili e i suoi surrogati di violenza: mettere la testa sotto la sabbia e rinchiudersi nel proprio condominio.
Biliardo alle nove e mezzo
Il romanzo si avvia in un'atmosfera kafkiana: l'ingegner Robert Fahmel, esperto di calcoli strutturali, si lamenta con la segreteria per aver disubbidito a un suo preciso ordine: non dire mai dove si trova, se non alla madre e al padre, ai figli, e a un certo Schrella, che scopriremo poi essere suo cognato e amico di liceo, quando entrambi non aderirono alla gioventù nazista. Siamo nel 1958, nella Germania dell'immediato dopoguerra, quando > tutto era come affondato nel passato, eppure presente. Nella regolare, persino liturgica, organizzazione della sua vita l'illustre ingegner Fahmel si reca ogni giorno, dalle nove e trenta alle undici, a giocare a biliardo in un grande albergo, e lo fa alla sola presenza di un fattorino, cui racconta gli anni del liceo quando i compagni avevano mangiato «il sacramento del bufalo» (un chiaro riferimento al nazismo che non viene mai citato) e picchiavano gli «agnelli di dio», quelli che si rifiutavano di aderire all'ideologia nazista. > Colpiva una palla con un colpo ora dolce ora duro, in apparenza senza ragione e senza scopo; (...) cinque volte, sei volte, quando la palla colpita urtava la sponda o le altre palle. (...) La giostra delle linee era sempre ancorata agli angoli, docile alle leggi della geometria e della fisica. Il quotidiano e solitario gioco del biliardo è il divertimento di un uomo amante delle leggi della statica o nasconde un qualche mistero che l'ingegner Robert Fahmel si porta con sé? Per un po' la domanda non trova risposta, in un romanzo caratterizzato da un continuo cambio di narratore, dalla terza persona all'io, e da sempre nuove finestre sul passato e sul presente, come vogliono le leggi della rimembranza. Per lunghe pagine seguiamo il racconto del padre di Robert; di quando, nel 1909, arrivò in città dalla campagna per partecipare a un importante concorso: la costruzione dell'Abbazia di Sant'Antonio. La descrizione delle ore trascorse in un café a preparare gli elaborati progettuali, mangiando formaggio allo zenzero, è una parentesi leggera e divertente in un romanzo cupo e senza speranza. D'altra parte il padre di Robert ha grandi aspettative, confermate dall'aggiudicazione della costruzione dell'Abbazia, che gli aprirà un futuro di successo e di fama come grande architetto, e che gli permetterà un matrimonio importante, con la promessa di una grande famiglia, di figli, nipoti e pronipoti. Ma proprio nel momento in cui consegnava gli elaborati il padre di Robert percepì un presagio del futuro: > socchiudendo gli occhi mi sembrava di avere davanti, già reale, l'intera massiccia costruzione, come se la guardassi da una finestra: i monaci chini al lavoro, i pellegrini che si dissetavano e le lavoranti che già sotto cantavano, attendendo trepide la fine del lavoro, con voci chiare e cupe, che mi giungevano quassù come un canto di morte. Allora chiusi gli occhi e già provai quel senso di gelo che solo cinquant'anni più tardi avrei sentito, uomo maturo, in mezzo al brulicare di vita. Le malattie, il nazismo e la seconda guerra mondiale gli porteranno via molti dei figli e la giovane nuora, sino alla pazzia della moglie; pure l'Abbazia sarà distrutta, demolita dai tedeschi stessi per fare terra bruciata agli alleati. Dal passato torniamo al presente, nel 1958, con una scena apparentemente marginale. Joseph, il figlio di Robert, è insieme alla fidanzata, ma è taciturno, chiuso in sé stesso, non vuole parlare e non vorrebbe andare a un pranzo di famiglia. Pure lui architetto, Joseph lavora alla costruzione della nuova Abbazia e ha scoperto alcuni numeri scritti dal padre in diversi punti dei resti del vecchio edificio: sono le indicazioni dove collocare la dinamite per demolire l'Abbazia. E' stato quindi Robert, ufficiale dei genieri, a distruggere quel capolavoro, che tanto rappresentava nella vita del nonno. Le palle, > rosse sul verde, bianche sul verde, la musica monotona delle palle, come un ritmo di un canto gregoriano, (...) quasi segni di una severa poesia , sono la metafora della ricerca di un ordine che sani, nella sua quotidiana liturgia, le ferite inguaribili di una Germania, in cui le colpe di un popolo si intrecciano a quelle dei singoli, i destini familiari lacerati al delirio di potenza di una nazione. «Perché perché perché», questa espressione interrogativa torna spesso nel romanzo. Come è possibile che un popolo intelligente e colto abbia generato tanta morte? Ed è possibile una conciliazione con il passato? Attraverso una storia familiare, che ruota attorno alla razionalità meticolosa dell'ingegneria nella costruzione così come nella demolizione, Boll riesce a trasmetterci il dolore e la confusione, il disorientamento e la disperazione di un popolo. In «Non disse nemmeno una parola» del 1952 Boll ha narrato la condizione di un popolo ridotto alla fame, tra le macerie della Germania postbellica; più avanti nel 1963, in «Opinioni di un clown», Boll disegnerà i guasti morali del miracolo economico (si vedano le recensioni in questo sito); in questo romanzo lo scrittore pare voler prendere le distanze dalla follia nazista, ma senza riuscirvi: il passato riaffiora di continuo e i personaggi sono come comparse, che brancolano tra la pazzia e l'indifferenza, forse l'unico modo per metabolizzare il lutto. Quali che siano i risultati, Boll fa i conti con la storia, senza nascondersi dietro una facile autoassoluzione. Noi italiani abbiamo fatto altrettanto? I Moravia, i Calvino e gli altri scrittori del dopoguerra hanno scritto delle nostre colpe, o si sono rinchiusi nel familismo, nell'astrattismo o nel vittimismo, come nella «Storia» di Elsa Morante (si veda la recensione di questo romanzo in questo sito)? Non dobbiamo aspettarci una trama lineare, per apprezzare il romanzo bisogna lasciarci avvincere dalla scrittura, dal fascino di una prosa che ricorda a tratti Thomas Mann (si veda la recensione dei «I Buddenbrook» in questo sito) e in altri la musicalità di Laszlò Krasznahorkai (si veda la recensione di «Melanconia della resistenza» in questo sito). Peccato che alla fine il romanzo si sia perso in uno scivolamento delirante verso il nulla. Perché leggerlo? Un capolavoro sofferente, su cui noi italiani dovremmo riflettere.
Il birraio di Preston
Lo spunto iniziale è un fatto realmente accaduto nel 1875 in Sicilia. Il prefetto di Caltanissetta, un fiorentino, impose che il nuovo teatro cittadino fosse inaugurato con un opera lirica pressoché sconosciuta, appunto il birraio di Preston. Si verificarono numerosi incidenti, poco chiariti dallʼinchiesta svolta successivamente. Partendo da questo fatto realmente accaduto, Camilleri ha scritto un romanzo che può essere letto da molti punti di vista, tanto che gli stessi capitoli potrebbero essere messi in una successione differente da quella seguita dal racconto. Un percorso possibile è senza dubbio quello poliziesco, centrato sulla figura del legato di polizia, di nome Puglisi, lʼunico personaggio realmente onesto del romanzo e che può essere considerato come un precursore di Montalbano. Nellʼimmaginazione di Camilleri, il teatro viene incendiato da agitatori mazziniani la sera stessa dellʼinaugurazione. Puglisi, da vero investigatore, scopre la natura dolosa dellʼincendio, che è anche responsabilità del questore, che ha deciso, per beghe politiche e pur informato da Puglisi stesso, di non arrestare gli agitatori mazziniani al loro arrivo in città. La morte di Puglisi, ucciso da uno degli incendiari, fa comodo a molti, anche alle autorità dello nuovo stato italiano. Lʼaltra chiave di lettura del libro sono proprio la corruzione e lʼarroganza dei funzionari inviati in Sicilia, primo fra tutti lo stesso prefetto che tresca con la mafia locale: una convivenza che poco fa sperare per il futuro della Sicilia. Cʼè poi il mondo dellʼisola ed è qui che lʼautore dà il meglio di sé con ritratti suggestivi, affettuosamente ironici e talvolta paradossali, di una società, quella siciliana, che assiste, dallʼalto di una storia millenaria, alla calata dei nuovi conquistatori ( i piemontesi): pessimismo, cinismo, orgoglio e testardaggine nella difesa della propria sicilianità, ma anche abitudine a subire i potenti e la violenza. È possibile poi individuare altri percorsi e spunti narrativi, anche perché lʼautore imposta ciascun capitolo avendo come riferimento capolavori della letteratura italiana e mondiale, che, si presume, siano tra quelli più apprezzati da Camilleri. In questo senso lʼindice del romanzo può essere una guida alla lettura di altri autori. Il romanzo scorre tra continui «avanti ed indietro temporali» con il risultato di frammentare la trama narrativa in tanti bozzetti facendo perdere unitarietà al racconto. Il ricorso alla lingua siciliana, sia nei dialoghi che nella narrazione, incuriosisce, talvolta rende piacevole la lettura, ma nel complesso fa prevalere un senso di manierismo e di ricercatezza letteraria fine a sé stessa. Perché leggerlo? È una lettura piacevole anche se alla fine si rimane un pò delusi. Che cosa voleva dire lʼautore?
Borders no Borders
Borders (2022) e No Borders (2023) sono due romanzi che sviluppano la stessa storia e vanno letti e recensiti insieme. Il comune filo conduttore può essere identificato in uno dei tanti riferimenti letterari presenti nei due libri: il racconto «I sette messaggeri» di Dino Buzzati. Il principe, partito a esplorare il regno di suo padre, dopo anni di viaggio, riconosce che > non esiste, io sospetto, frontiera. (...) Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro (vedi la recensione dei Sessanta Racconti di Buzzati in questo sito). I confini sono quelli tra i popoli così come le barriere che creiamo tra di noi. Dopo un' epidemia scatenata dalla rivolta dell'ambiente contro lo sfruttamento dell'uomo, i sopravvissuti si sono costruiti una città tecnologica, chiusa tra alte mura e circondata da un vasto deserto di cemento. In questa metropoli, chiamata Magnolia per evocare la crudeltà della Natura, > il passato è stato cancellato e così la letteratura del passato. (...) A Magnolia c'è solo una versione della nostra storia! Con cibo e assistenza premurosa hanno fatto diventare i cittadini dei servi fedeli incapaci di pensare! (...) tutto è ecosostenibile, riciclabile e interconnesso, dove la società civile è soddisfatta e la gioventù è forte delle proprie credenze, sprezzante delle antiche credenze. In questo mondo dove è vietata l'Utopia, continua a vivere un' anziana poetessa, che ha assunto il nome metaforico di Olmo. Ha adottato quattro ragazzi. Hanno i nomi di dimenticati scrittori: Lindgren è una ragazza di colore, dai tanti capelli cespugliosi, e come Pippi Calzelunghe guarda il mondo dal suo punto di vista, volitiva e testarda; Dickens, come lo scrittore inglese, è un grande affabulatore > ma è così affascinante che te ne dimentichi ; Alcott, come l'autrice di «piccole donne», > è così serio, sempre pensieroso eppure sempre disponibile ad ascoltare ; Verne > vede oltre , capace di prefigurare il futuro in sintonia con gli animali e le piante. Tra i quattro c'è una forte fratellanza: sono cresciuti insieme, si sentono diversi rispetto ai coetanei e li guida Olmo, cantora di un mondo differente, di una Terra rigenerata a nuova vita, che lei è convinta che ci sia ancora da qualche parte. E così quando Olmo li invita a lasciare Magnolia senza di lei, i ragazzi si sentono abbandonati. > Vuoi fare di noi degli esploratori! In fondo a noi non tiene nessuno. Non valiamo nulla. Poi, capiscono che sono > i figli di Olmo, (...) Magnolia non può accettare la presenza di quattro giovani con la forza e il potere di Olmo. (...) Certo, hanno immagazzinato tutte le sue conoscenze , ma saprebbero usarle?. Come la protagonista del film «Povere Creature», che deve all'allontanarsi dal suo creatore per appropriarsi da sola del mondo, così i figli di Olmo sentono che devono andarsene. E' tempo di superare i confini, di andare verso l'ignoto, ripetendo un viaggio che hanno già intrapreso i grandi esploratori, e, più indietro ancora, gli Argonauti: la ricerca di una Terra Promessa, il perseguimento di un' Utopia. Lindgren, Dickens, Alcott e Verne abbandonano la sicurezza di Magnolia e si mettono sulla strada, come il padre e il figlio in «The Road» di Comac McCarthy (vedi recensione in questo sito); li aspetta una realtà desolata e mortifera prima, e poi una natura lussureggiante e selvaggia che si è riappropriata del pianeta; e infine una comunità di donne e uomini che cercano disperatamente di custodire il passato, per esempio i libri, pur in una vita regredita a livelli primitivi, mancando della tecnologia e della scienza. Che cosa è meglio? La città super avanzata dove tutto è regolato e non esistono più le malattie, oppure tornare ai primordi dell'umanità, quando ci si batteva per sopravvivere e garantire la riproduzione della specie? E' qui l'Utopia: lottare per un mondo dove si realizzi l'equilibrio tra Tecnologia e Natura, tra Progresso e Libertà, e dove la Poesia possa tornare a essere la forza propulsiva dell'Umanità. Accanto alla «Grande Storia» in cui si contendono le fondamentali forze materiali e ideali, c'è anche la vicenda dei quattro giovani. Uscire dall'ala protettiva di Olmo e di Magnolia li porta a incontrare altri giovani e a incrinare in tal modo i rapporti di fratellanza. Lindgreen scopre lentamente di essersi innamorata proprio del nipote del Dittatore di Magnolia, ma a differenza del Corsaro Nero (vedi recensione in questo sito) supera le barriere in un percorso graduale di crescente fiducia; Alcott incontra una giovane, che > cammina dritta come una regina, (...) usa parole insolite, (...) allevata dai personaggi dei suoi romanzi custoditi nella grande biblioteca del Faro dove vive in solitudine; Dickens si innamora, non sa perché, di una ragazza, che vuole vivere a Magnolia, là dove le donne non sono costrette a fare figli, come nel suo villaggio primitivo; ed infine Verne trovanella società tornata primitiva quel rapporto di amore con gli animali che ha sempre desiderato. Dapprima, gli intrusi sono accolti con diffidenza, rischiano di rompere la fratellanza, poi, l'affetto, la voglia di aiutarsi, la comprensione dell'altro li conducono a evolversi da gruppo chiuso a comunità aperta, dove i confini sono labili e in continuo movimento. Come dice il personaggio di Dino Buzzati, > Una speranza nuova mi trarrà domattina ancora più avanti.... Non bisogna pensare che sia un romanzo di prevalenti disgressioni filosofiche. Il racconto è ricco di avventure, anche se prevale una dimensione lirica che sopravanza sempre la trama. La struttura narrativa è simile a quella di «The Road»; brevi capoversi quasi sé stanti, occasioni di descrizioni suggestive della natura e di approfondimenti psicologici dei personaggi, analisi peraltro sempre sospese; i colloqui, molto ben costruiti, sono alternati da rappresentazioni dettagliate ma fantastiche dell'ambiente: si pensi, al fascino del Faro sulla costa della Bretagna, uno dei momenti più intensi dell'intero romanzo. La scrittrice non riesce a creare colpi di scena, svolte drammatiche o momenti di vera tensione. Forse è un libro più rivolto agli adulti che agli adolescenti. Perché leggerlo? Piacevole, interessante, bella la figura di Lindgren.
Un bosco di pecore e acciaio
Chi ascolta la musica spesso non si rende conto quanto la qualità del suono dipenda dall'accordatura dello strumento. Tra musicista e accordatore c'è un complesso legame, raffigurato dall'autrice con l'immagine delle gazze. In un'antica leggenda cinese le gazze formano un ponte sulla Via Lattea tra le stelle Vega e Altair nel settimo giorno del settimo mese lunare: amanti celesti infelici perché separate, in quel giorno potranno finalmente unirsi, a compimento di un grande amore. Il suono, inesplicabile e affascinante creazione della natura e dell'uomo, è al centro di questo romanzo. Tomura è un liceale e vive in un' isolata cittadina di montagna; gli bastava > proseguire la scuola in qualche modo fino al diploma, trovare un lavoro qualsiasi, e continuare a vivere . Gli sarebbe stato sufficiente contemplare ogni anno il miracolo della primavera sulle montagne, quando «gli alberi spogli germogliano tutti insieme.» (...) > Tutta la montagna pareva emettere luce, per l'enorme quantità di rami debolmente soffusi nel rossore. Sopraffatto dalla visione di quelle fiamme illusorie che bruciavano i monti, rimanevo incantato senza riuscire a fare nulla. E ne ero felice . La sua vita cambia quando arriva un accordatore a sistemare il modesto pianoforte della scuola. Guardando l'uomo lavorare Tomura sceglie questo mestiere. S'iscrive a una scuola professionale, e poi viene assunto da una ditta di strumenti musicali. Dapprima è un apprendista, che segue colleghi più esperti presso i clienti, poi, gradualmente e subendo anche insuccessi, gli viene concesso di lavorare da solo. > Io non ho talento (si diceva Tomura). (...) Non dovevo nascondermi dietro la parola talento: non dovevo usarlo come pretesto per arrendermi. L'esperienza, l'esercizio, lo sforzo, la saggezza, la presenza di spirito, la perseveranza, e poi la passione: se il talento non fosse bastato, l'avrei sostituito con quelli. (...) Aggrapparsi a qualcosa, e usarlo come un bastone al quale appoggiarsi per tirarsi su. Ancora una volta la svolta irrompe dall'esterno. Assiste all'esecuzione al pianoforte della giovanissima Kazune e ne rimane incantato, ammaliato dalla musica e dal modo di suonare della ragazza. > Il pianoforte di Kazune era una sorgente connessa con il mondo, che non si prosciugava mai, anzi, avrebbe continuato a sgorgare senza posa, anche se non ci fosse stato nessuno ad ascoltarla . E gli torna alla mente un episodio della sua infanzia. Bambino camminava nel bosco quando vide delle luci che > si affollavano sui rami sottili di un olmo e brillavano sfolgoranti. Non so che fenomeno fosse. Però era bellissimo. Quasi da far paura. Ascoltando la musica di Kazune, Tomura è certo che in montagna, in un luogo che non conosceva, un albero stesse brillando. L'Amore, senza se e senza ma, quel sentimento che non si attende un ritorno, spinge Tomura a superare le sue incertezze e a divenire un accordatore per concerti, al servizio di Kazune, del pianoforte e della musica. E' senza dubbio un romanzo di formazione. Tomura impara un mestiere divenendo adulto nello stesso tempo. Aiutato da un ambiente di lavoro benevolo, forse oltre al plausibile, il ragazzo comprende che le origini povere e montanare non sono un limite; anzi, gli danno una caparbietà che sarà la sua forza. Fin qui sarebbe un racconto ovvio, fatto di lunghi dialoghi con i colleghi, che profondono «pillole di saggezza», e appesantito da dettagli tecnici sull'arte dell'accordatura, curiosità interessanti ma ridondanti. A dare un tratto originale e attraente al romanzo é quel senso di magico che deriva dall'accostamento del suono del pianoforte con le luci e i rumori del bosco: un tocco scintoista tipico della cultura giapponese perché non ha nulla di romantico né di banalmente panteista. Se il pianoforte è un'invenzione dell'Ottocento europeo, la melodia dolce e l'aere luminoso sono sensazioni del bosco che la nostra cultura positivistica e idealistica ha smarrito da secoli. Sotto l'apparente impronta realistica, il racconto ci invita a trovare un'armonia con l'Universo, aiutati dalla musica. Lo stile narrativo è essenziale, quasi minimalista: frasi brevi, poco aggettivate, d'altra parte il narratore è un giovane ventenne, non particolarmente bravo a scuola. La ricorrente citazione di Hara Tamiki, laddove il poeta dell'Olocausto definisce la complessa ambiguità dello stile, sta a indicare come la semplicità della scrittura sia una scelta voluta dell'autrice, operazione perfettamente riuscita. Possiamo dire parafrasando Tamiki: > uno stile che paia dolce, fino a un certo punto, ma sia invece pieno di severità e profondità; uno stile bello come il sogno, ma certo come la realtà . Perché leggerlo? Luminoso, quieto, carico di amore e nostalgia.
La briscola in cinque
Massimo gestisce un bar in un immaginario paese della costa vicino a Livorno. Come tanti locali di provincia il bar è frequentato da un gruppo di vecchietti che passano il tempo a giocare a briscola e a parlare ( o sparlare) dei fatti del mondo e di quelli del piccolo villaggio. Quando un avvenimento straordinario viene a movimentare il tram - tram quotidiano: in un cassonetto dellʼimmondizia viene ritrovato il cadavere di una ragazza. È inutile dire che Massimo si improvvisa detective, commettendo anche alcuni errori, ma alla fine contribuendo in modo determinante alla scoperta dellʼassassino. Per non essere accusato di svelare il colpevole e come ci si arriva, non dirò nulla sulla trama limitandomi a osservare come sia banale e scontata. Allʼinizio lʼattenzione di Massimo per alcuni indizi apparentemente insignificanti invoglia la lettura, ma poi il desiderio dello scrittore di dare un finale a sorpresa rovina la costruzione graduale delle prove, dei moventi e della stessa struttura logica del noir. Lʼambientazione potrebbe schiudere intriganti prospettive se, per esempio, i vecchietti avessero un ruolo significativo nella storia poliziesca o , invece, lo scrittore fosse capace di raffigurare il clima del bar. Niente di tutto questo! Se si esclude lʼuso del vernacolo livornese, il bar e i suoi avventori restano sullo sfondo, piatti, insipidi e superficiali. Lʼunico pregio del romanzo è la scrittura, semplice, facile e chiara. Il lettore corre piacevolmente lungo le pagine senza essere costretto ad un particolare sforzo di concentrazione, ma nello stesso tempo non cadendo nella noia. Perché non leggerlo? È il classico romanzo da viaggio, ma non lascia nulla.
I Buddenbrook decadenza di una famiglia
Il titolo e lʼimpianto ottocentesco rimandano ad un grande romanzo sociale, che avrebbe al centro il tramonto di una famiglia dellʼalta borghesia mercantile. Come succede spesso per i libri importantii, via via che ci si inoltra nella lettura (e immaginiamo che sia accaduto anche allʼautore nello scriverlo), emerge un altro tema: la forza inarrestabile che porta al dissolvimento, al disfacimento e alla morte. Per esprimere il senso profondo del romanzo Mann ricorre genialmente alla musica. Lʼadolescente Hanno, ultimo discendente di una dinastia imprenditoriale, suona al pianoforte «una delle sue improvvisazioni». Esegue un motivo > semplicissimo, (...) unʼinvenzione di poco respiro, unʼinvenzione misera, la quale però acquistava un valore strano, misterioso e significativo . Dapprima il motivo è di sottofondo, sommerso da «scale movimentate», vigorose, quasi che incitassero a «sforzi sempre nuovi». Poi il primo > motivo tormentoso dolce e vagante, quel primo motivo misterioso , prende il sopravvento. > Le fu addosso la marea della cacofonie affioranti che si condensarono minacciose, si spinsero avanti, si ritirarono, sʼarrampicarono, sprofondarono e tesero di nuovo verso una mèta ineffabile che doveva arrivare, arrivare subito, in quellʼistante, nel tremendo apogeo in cui il tormento anelante era diventato intollerabile. E arrivò: non era più possibile fermarla, le convulsioni della nostalgia non si sarebbero più potute prolungare; venne come se un sipario si lacerasse, come se portoni si spalancassero (...) era il motivo, il primo motivo! Ciò che ha portato alla fine dei Buddenbrook non sono state le speculazioni rovinose, le dispersioni del patrimonio per matrimoni disastrosi, la concorrenza delle altre famiglie imprenditoriali; è stato un disfacimento intimo, una stanchezza, un lento ma inesorabile smarrimento della primitiva energia dei fondatori. Siamo a Lubecca, città anseatica sul Mar Baltico, e la storia si svolge tra il 1835 e il 1877. La ditta Johann Buddenbrook (fondata nel 1768), è allʼapice della ricchezza e del prestigio. Il romanzo ha come protagonisti i fratelli Antoine e Thomas. Le prime trecento pagine raccontano come la giovane Antoine, intelligente e irrequieta, rinunzi allʼamore per fedeltà alla «ditta», per contribuire con un matrimonio di interesse al buon nome e alla prosperità della famiglia. Già promessa sposa ad un commerciante di Amburgo, si innamora di un giovane, ma, leggendo il grosso fascicolo dovʼè riassunta la genealogia dei Buddenbrook, sente > come un brivido, (...) come un anello in una catena aveva scritto il babbo. Sì, appunto come un anello di quella catena lei aveva una grande importanza e responsabilità: era chiamata a collaborare con fatti e risoluzioni alla storia della famiglia . Antoine si consacra ad essere senza incertezze la vestale della famiglia, la depositaria di un decoro alto borghese. Emerge poi la figura di Thomas, il quale arriva al massimo della scala sociale, con lʼelezione al senato cittadino. > Thomas Buddenbrook (...) dimostrava nel viso e nel portamento un pronunciato senso di dignità; ma era pallido e specialmente le sue mani (...) erano bianche come i polsini che gli sbucavano dalle maniche nere, di un pallore gelido che rivelava quanto fossero fredde e asciutte. Quelle mani, le cui unghie ovali ben curate tendevano verso una tinta azzurrina, sapevano assumere in certi momenti, in certe posizioni di convulsa incoscienza, unʼespressione indescrivibile di sensibilità ostile e di ritegno quasi morboso, unʼespressione che fino allora era stata estranea e mal si adattava alle mani piuttosto larghe e borghesi, anche se ben modellate, dei Buddenbrook . Sin dallʼaspetto è evidente lʼintima sofferenza di Thomas, per il quale farsi carico della ditta e della famiglia è un dovere, e non un piacere. > Egli sentiva un vuoto nellʼanima. (...) Ma il suo bisogno di agire, la sua insofferenza di riposo, la sua attività era stata fondamentalmente diversa dalla tenace e costante laboriosità dei suoi padri: una cosa artificiosa dunque, un bisogno dei nervi, un narcotico, (...) un martirio . Ormai malato, Thomas confessa alla sorella come sempre più abbia imparato a voler bene al mare. > Onde lunghe come vengono e sʼinfrangono, lʼuna dopo lʼaltra, senza fine, senza scopo, folli e deserte . La sorella ammutolisce: > ma queste cose non si dicono! pensò guardando lontano per non incontrare gli occhi del fratello . E così quando nelle ultime pagine il romanzo discende con lunghe descrizioni della morte di Thomas e di Hanno, con tristi scene delle poche donne sopravvissute, inermi e sbigottite, alle tragedie che hanno distrutto i Buddenbrook, noi non ci stupiamo perché siamo ben consapevoli che sono venute meno le energie e il senso del sacrificio, lʼappartenenza ad una grande dinastia. Lʼattesa della morte è al centro del mondo di Thomas Mann; e questo romanzo non fa eccezione. Allʼinizio la morte sembra qualche cosa di lontano, perché la prosperità crea un clima di placida serenità borghese; solo le descrizioni dei personaggi e degli ambienti sono morbide, ambigue, decadenti. Eppure siamo nellʼottocento trionfante! Più che la trama è la scrittura che ci dà abilmente, soffusamente, il senso del disfacimento. Poi, da un punto in poi, la narrazione diviene palese: i racconti delle agonie e delle malattie (persino delle visite dal dentista), sono puntigliose, attente ad ogni sofferenza fisica e morale; gli ambienti sono opachi, grigi, privi di gioia; i personaggi sono sempre più tristi. Non è un romanzo sociale né psicologico; il contesto resta sempre sullo sfondo, i caratteri sono sviluppati tramite le sembianze fisiche, senza approfondimenti dei sentimenti e delle condizioni esistenziali: sono pennellati e non descritti. È la scrittura a parlarci, a rendere lʼatmosfera, a trasmettere il senso complessivo del romanzo. Perché leggerlo? È lungo, talvolta ridondante ma bisogna lasciarsi portare dalle parole.
The Buddha in the attic (venivamo tutte dal mare)
Il romanzo narra le vicende di donne giapponesi mandate negli Stati Uniti a sposare compatrioti, già da tempo immigrati. > Alcune di noi erano di un piccolo villaggio di montagna in Yamanashi e solo di recente avevano visto il loro primo treno. Altre di noi erano di Tokyo, e avevano visto ogni cosa, e parlavano uno splendido giapponese. (...) Molte più di noi venivano da Kagoshima e parlavano in uno stretto dialetto del Sud che quelle di Tokyo pretendevano di non riuscire a comprendere. (...) Sulla nave eravamo vergini per la maggior parte. (...) Avevamo lunghi capelli neri e larghi piedi piatti e non eravamo molto alte. Che cosa pensarono quando videro il marito, ben diverso dalle foto per età ed aspetto? «Il passato era dietro di noi, e non c'era modo di tornare indietro». Il romanzo segue queste donne in una realtà nella quale dovono dire > Yes, sir, o No sir, e fare quanto le veniva detto, Meglio ancora, non dire niente. Tu appartieni al mondo invisibile . Imparano a ubbidire, a lavorare duramente, a parlare l'inglese, o almeno le parole sufficienti per sopravvivere, e persino si fanno degli amanti o trovano marito tra gli americani: sono lavoratrici e docili come piacciono agli uomini. Quando scoppia la seconda guerra mondiale, da bravi immigrati i giapponesi diventano dei traditori, spie e nemici, da internare in campi di concentramento. E così le donne giapponesi, pure quelle sposate con americani, si ritrovano rinchiuse. «I giapponesi erano scomparsi dalle nostre città. E presto,» puoi ancora vedere gli avvisi ufficiali attaccati ai pali del telefono, (...) ma già stanno iniziando ad essere a brandelli e a sbiadire. (...) Quali fossero esattamente queste istruzioni nessuno può ricordare chiaramente. (...) In autunno non c'è nessuna festa del raccolto buddista..(...) Sappiamo solo che i giapponesi sono da qualche parte là fuori, in un posto o nell'altro, e probabilmente non li incontreremo mai più in questo mondo«. Per dare un senso complessivo al romanzo si può partire dal titolo»The Buddha in the attic«, tradotto banalmente in italiano con»venivamo tutte dal mare > . L'identità giapponese, una miscela di buddismo e scintoismo, è messa in soffitta nel momento in cui le donne giungono in America: bisogna assimilare la nuova cultura, occorre essere americane. E' una semplice sospensione perché quando vengono destinate ad un luogo ignoto, un non luogo > , queste donne scompaiono, non ci sono più, è come se non ci fossero mai state. Ci sono due capitoli da leggere: Venite giapponesi! > il viaggio di queste donne: la nostalgia e la perdita dei legami, il timore e l'attesa. Sono le componenti dell'esilio, quale sia la provenienza e la destinazione, sentimenti comuni a tanti migranti. La scomparsa > narra l'evaporazione dei giapponesi e la mente corre ad un evanescente romanzo di Coetzee (si veda in questo sito The childhood of Jesus > ). L'autrice ha voluto dare alla narrazione un'impronta corale. Per raggiungere questo scopo è ricorsa ad un espediente letterario: l'uso del noi" quando racconta la vita delle donne e della forma impersonale quando si narra la scomparsa del popolo giapponese. Non aver voluto seguire la storia di alcune donne, rendendole protagoniste nella loro individualità, le ha rese massa, appesantendo la narrazione e rendendo il romanzo prolisso e ripetitivo. Perché non leggerlo? E' noioso.
La buona condotta
Il Kosovo è un piccolo stato dei Balcani, incastonato tra la Serbia e l'Albania: si è dichiarato indipendente dalla Serbia nel 2008 ed è abitato in larga maggioranza da albanesi, con una minoranza serba al confine con la Serbia. Quest'ultima non ha riconosciuto il Kosovo e la comunità serba vive in uno stato di sospensione, in tensione continua con gli albanesi. A Sumor, il piccolo villaggio dove è ambientato il romanzo, > quasi tutti erano rimasti a vivere lì, sempre in bilico tra scelta e condanna. Si erano adeguati alle intemperie della Storia, sopravvivendo come potevano. Miroslav è il medico del villaggio, apprezzato da tutti, albanesi e serbi: un uomo che ha sempre cercato di stare in disparte, tranquillo ed equilibrato, lasciandosi trascinare dal fluire della vita. Così lo canzona affettuosamente Ludmila, la strana sorella del suo migliore amico: > Miroslav, Miroslav. Con questo tuo nome, /ce la farai a diventare un leone?/ O canteranno sulla tua salma, / oh Miroslav, Miroslav, gloria alla calma?. Ma è proprio questa, la mansuetudine, la vera natura dell'uomo? Spesso tornano a Miroslav le ultime parole della madre: > ho sempre pensato che tu avessi ucciso qualcuno, (...) più la gente parlava bene di te e più io capivo che nascondevi qualcosa. Il lato oscuro dell'uomo esce allo scoperto quando si fa eleggere sindaco del paese, nella speranza di ricucire i rapporti tra albanesi e serbi; pare la persona giusta ma dovrebbe mostrare un coraggio e una determinazione che purtroppo non possiede. Ne ha da vendere, invece, l'uomo inviato dalla Serbia per svolgere le funzioni di sindaco ombra. Umiliato ed emarginato, Miroslav sente per la prima volta il desiderio di uccidere. In un delirio, aiutato da qualche bicchierino di troppo, sogna di andare dall'uomo e di sparargli. > Lo sparo assordante lo sorprende, sobbalza, non registra quel che accade all'uomo al quale ha sparato, riesce solo a discernere gli schizzi di sangue sul suo pigiama. (...) Nel buio che ha davanti agli occhi si materializza la figura di sua madre nel letto d'ospedale e quell'ultima domanda che gli aveva posto prima di morire: > hai ucciso qualcuno? Lei lo sapeva già allora, era una domanda che veniva dal futuro!. E' solo un sogno di un uomo angosciato. La vicenda prenderà una piega sorprendente, che non voglio svelare. La buona condotta > di Miroslav come sindaco non cambia la condizione del piccolo villaggio, nel bene come nel male. Tutto resta bloccato in una fragile quiete, il passato torna di continuo con le sue ferite e i suoi rancori; non resta che fuggire o adeguarsi. Il romanzo può essere visto come una metafora della realtà odierna. In effetti, viviamo tutti in un mondo claustrofobico, in attesa di un cambiamento che non arriva. Siamo inondati da informazioni apocalittiche, da dichiarazioni altisonanti, ma nulla pare mutare, tutto resta immobile. Viviamo in un' enorme distopia, al cui interno intrecciamo relazioni, sogniamo il passato con nostalgia, elaboriamo il futuro senza sapere se poi ci sarà effettivamente. La chiave di lettura della metafora dà al romanzo una dimensione universale, che va oltre al piccolo villaggio di Sumor; questo approccio pone in secondo piano il Kosovo, e il suo dramma. Con la Bosnia Erzegovina, questa piccola nazione è da decenni in uno stato di sospensione: mantenuta dall'Unione Europea, osteggiata dalla Serbia, i suoi abitanti vivono come in una prigione, oppressi da un passato che non accenna a dissolversi, in un microcosmo dimenticato e sofferente. La lieve e affettuosa ironia della scrittrice, l'abile narrazione e il sistema di personaggi nascondono il dramma in cui vive la popolazione, e mentre ne sottolinea il valore universale, ne dimentica la situazione claustrofobica che richiama i racconti di Dino Buzzati, caratterizzati da un'opprimente angoscia (si veda la recensione dei Sessanta Racconti in questo sito). > Bere la pastiglia alla fontana/ è meglio del rum dell'Avana , canticchiava la stramba Ludmila gettando la dose quotidiana di psicofarmaco. La struttura narrativa ha al centro il sistema dei personaggi: Miroslav e sua moglie, con il loro stanco matrimonio, il ritorno a casa di Zbranko, alla ricerca di un punto di gravità, l'eccentrica e intrigante figura di Ludmila (in serbo cara alla follia") e il suo amore con Nebojia, il sindaco ombra, ingenuo e screanzato piccolo delinquente. Il pregio del romanzo sta proprio nella capacità di tratteggiare questi personaggi, descrivendo abilmente le loro personalità e le loro relazioni reciproche. Sumor è sullo sfondo, scenario a storie personali che non paiono avere realmente uno sviluppo. L'approfondimento psicologico, i tratti onirici della narrazione, il profilo dei personaggi, la leggerezza sono i pregi fondamentali del romanzo. Perché leggerlo? Ben scritto ma si rimane un po' delusi: ci si aspettava che parlasse del Kosovo.
By the sea (sulla riva del mare)
> Il mio nome è Rajab Shaaban. Non è il mio vero nome, ma l'ho preso in prestito. (...) Apparteneva a qualcuno che conoscevo molti anni fa . Già da questa frase, che introduce uno dei due protagonisti, possiamo cogliere alcuni tratti distintivi del romanzo: la bugia, come sotterfugio e gusto di raccontare storie; il destino e l'assoluzione dalle colpe perché Shaaban è l'ottavo mese dell'anno, > quando sono decisi i destini dell'anno che viene e i peccati del vero penitente sono assolti ; la fuga dalla memoria, > prima che essa diventi così solida da tenerci in pugno e sovrastare ogni altro pensiero . Siamo pure dinanzi a un crocevia di civiltà e lingue: Shaaban è in Inghilterra e parla inglese, il luogo e la lingua del colonizzatore, proviene da Zanzibar e dall'Africa Orientale ma tutto il racconto è impregnato di cultura araba e della vicina India meravigliosa. Shaaban ha finto di non conoscere l'inglese, c'è bisogno di un interprete ed è interpellato Latif, un giovane professore di letteratura, pure lui originario dello Zanzibar. Si dà il caso che il padre di Latif si chiami come Rajab Shaaban; è una coincidenza o dietro a questo nome si nasconde qualcun altro, forse persino Saleh Omar, che ha portato la sua famiglia alla rovina? Il lungo colloquio tra Shaaban e Latif, dal titolo indicativo di «Silenzi», è preceduto da due parti propedeutiche. La prima, «Relitti», narra l'arrivo di Shaaban in Inghilterra, la spoliazione della cultura di origine e del suo passato, come un vecchio mobile, residuo inutile di una vita che non c'è più e non potrà tornare. Non bisogna lasciarci ingannare dal fine ritratto ironico della società inglese né dalle considerazioni sul colonialismo britannico: i temi sono lo spaesamento e la rimembranza. Nella misera stanza della casa di accoglienza c'è uno specchio, > troppo largo in quella piccola camera buia, (...) in quella luce opprimente, la mia immagine riflessa pareva quella di una creatura sospesa in una crescente oscurità, il cerchio della luce che s'infilava nell' ombra, incombente sulle mie spalle come un nodo scorsoio non stretto . Ma l'oscurità gli era preziosa perché era piena di «mormorii e sussurri» mentre prima (i rumori) erano stati così paurosamente evidenti. (...) I momenti scivolano tra le dita. Anche se li racconto a me stesso, posso sentire gli echi di ciò che sto sopprimendo, di qualcosa che ho dimenticato di ricordare. > La seconda parte si caratterizza sin dal titolo per realismo narrativo: Latif è il nome con il quale viene chiamato il giovane nella Germania dell'Est, dove è andato a studiare, fuggendo il declino sociale ed economico della famiglia. In modo lucido e quasi distaccato Latif racconta le vicende della famiglia: il padre inetto e ingenuo, la madre che usa la propria bellezza per intrecciare scandalose relazioni amorose, l'affetto per il fratello maggiore e la sua perdizione sino alla scomparsa, e la figura di Hussein, personaggio mefistofelico, manipolatore e furfante. E' una società commerciale, fatta di affari, traffici, trattative, di sali e scendi, dove occorre essere accorti e dove la reputazione è fondamentale. Prosperoso transito di commerci tra l'India e il mondo arabo mussulmano, Zanzibar è travolto, e impoverito, dall'opprimente e ottuso dominio britannico; eppure resiste, sempre alla ricerca di nuovi commerci e fonti di ricchezza. Non saranno i colonialisti a travolgere la famiglia di Latif, saranno le rivalità familiari, gli inganni di Hussein e la bramosia di rivalsa patrimoniale di Saleh Omar, agli occhi di Latif il vero colpevole. Eppure, in questo lungo racconto sociale s'introduce qualcosa di magico. Nella razionalista Germania dell'Est, nella culla del marxismo leninismo, Latif è stato ingannato: credeva di avere avuto un legame epistolare con una giovane tedesca, ma scopre che è una signora cinquantenne, che ha costruito delle storie, desiderosa di sognare e raccontare qualcosa di inconsueto. Ed eccoci alla parte fondamentale del romanzo. Latif va da Shaaban per capire cosa è successo, per completare quelle storie che mancano, (...) come un bambino o qualche cosa di simile, quando i tuoi genitori ti dicono cosa facevi e dicevi, e non hai nessuna memoria di ciò«. Tuttavia»alcune cose non vale la pena conoscere.«E perché Shaaban accetta di narrare?»Avevo bisogno di essere liberato. Non di essere perdonato e di essere pulito dei miei peccati. (...) Avevo bisogno di essere liberato del peso di eventi e di storie che non ero stato capace di dire, e che dicendo avrei colmato il forte desiderio che io sentivo di essere ascoltato e compreso > . Shaaban non è interessato a dire la verità, anzi la sua narrazione dei fatti lo trasforma da colpevole a vittima, destabilizzando Latif. Shaaban ha bisogno di dire storie, come i narratori di Le Mille e una notte«(si veda recensione in questo sito), come»Bartleby lo scrivano«di Herman Melville,» l'imperturbabile autorità della sconfitta di quell'uomo, della nobile futilità della sua vita > : un fabbricatore di parole insomma. Come nell'Odissea (si veda recensione in questo sito), il lettore non si chiede più se Ulisse racconti la verità o menta spudoratamente: ci si lascia scivolare nell'incanto del racconto, in un mondo affascinante e magico di litigi familiari, di amori e tradimenti, di affetti perduti e di vendette, fino a che il povero Latif perde ogni certezza sul proprio passato; solo così è possibile iniziare una nuova vita, dimenticare di ricordare. E' un errore inseguire la trama, cercare inutilmente di ricostruire la storia, di mettere ordine ai personaggi e ai legami reciproci. Per apprezzare il romanzo bisogna lasciarsi trascinare dalla fluidità della narrazione, come quando, in un mare splendido, salino e profondo, ci si lascia guidare dalle correnti, solo talvolta nuotando per riprendere la direzione. Come nei Canti Orfici di Dino Campana, il racconto gira e rigira su se stesso, abbandona e riprende, vede lo stesso episodio da differenti punti di vista; solo talvolta apre delle parentesi sulla storia e sulla società, ma non è quello che interessa; ciò che preme all'autore è parlare dei fascini e dei pericoli della rimembranza, della necessità di abbandonare la memoria, come cronaca di ciò è stato, per inoltrarsi nel presente. A questo scopo è pure utile la bugia. Il difetto del romanzo non è la confusione o la frammentazione; è che alla fine è così lungo da divenire prolisso e ridondante. La contaminazione della lingua inglese può avvenire in tanti modi. Si pensi a Nadime Godimer, al grande Achebe (si veda la recensione di Things fall apart«) e ad Adichie Chimamanda (»Half of a Yellow Sun > in questo sito) in cui le lingue locali si innervano in quella inglese, che mantiene la sua compostezza pur arricchendosi di un nuovo lessico; alla talentuosa Bulawayo Noviolet che passa agevolmente dall'inglese dello Zimbabwe a quello gergale degli adolescenti americani (si veda We need new names > ), e infine al dannunziano Ruschdie Salman, con i suoi neologismi magnificenti (si veda il suo capolavoro Midnight's Children" sempre in questo sito). In Gurnah ci troviamo dinanzi ad uno stile elegante e pulito, che trova proprio nella fluidità del narrare l'impronta dell'arabo e delle lingue africane orientali. Perché leggerlo? è bello farsi catturare, un po' troppo lungo.
Cacao
Questo breve romanzo ricorda una novella di Giuseppe Verga: «La Varanisa» (vedi la recensione di «Le novelle» in questo sito). Lo scrittore siciliano sintetizza mirabilmente la condizione contadina descrivendo i piedi di una misera ragazza: > quei piedi abituati ad andare nella neve e sulle rocce infuocate dal sole, a lacerarsi sulle spine, o ad indurirsi sui sassi, avrebbero potuto essere belli . Così Amado sottolinea più volte i grandi piedi prodotti dal lavoro di raccolta e lavorazione del cacao nelle grandi «fazendas» brasiliane. > Il cacao veniva rovesciato nei truogoli a fermentare per tre giorni. (...) Poi, liberato dal miele, il cacao veniva messo a seccare al sole nelle vasche. Anche li ci ballavamo sopra e cantavamo. I nostri piedi si allargavano, le dita divaricate. (...) Jaca! Jaca! I bambini si arrampicavano sugli alberi come tante scimmiette. La jaca cadeva - patapum- e loro si avventavano. (...) I piedi larghi erano come quelli degli adulti, la pancia gonfia, enorme, per la jaca e la terra che mangiavano . Il giovane Amado racconta la vita dei braccianti nelle grandi aziende di coltivazione del cacao: > quel frutto giallo, dai semi dolci, che li rendeva prigionieri di una vita di carne essiccata e di jaca ; «un romanzo proletario» che immagina scritto da un giovane ridotto in povertà dall'avidità di uno zio capitalista; sfruttato e umiliato nel lavoro di fabbrica, persegue un confuso destino di riscatto tra i braccianti, tra gli «affittati», costretti a lavorare come schiavi per i grandi latifondisti. Che cosa lo spinge? Far parte dei dannati della terra, rompere radicalmente con le ambiguità della borghesia per scoprire che il futuro risiede solo nella solidarietà tra i poveri, nella loro disperata e determinata resistenza allo sfruttamento e alle prepotenze. La narrazione ha il timbro da romanzo sociale: una sorta di Emile Zola brasiliano, Amado intende descrivere freddamente, «naturalmente» direbbe Boccaccio, la condizione contadina e la trasformazione del giovane narratore e protagonista in bracciante esperto e miserevole. Le tappe di questo cambiamento, fisico e mentale, sono scandite dai grandi temi dell' uomo: l'ambiente, splendido e violento, la vita in comune, anche con i suoi momenti di festa, le amicizie e gli amori, il disgusto per il padrone, spietato e avido, e per la sua arrogante e amorale famiglia, la progressiva conquista di una coscienza di classe, e infine la definitiva scelta di campo. Il protagonista frequenta la figlia del proprietario, la quale vorrebbe sposarlo. > Faremo l'irrimediabile. (...) Diventerai padrone. Chinai la testa a fissare il suolo. Ammucchiavo foglie con la mano. (...) No Maria. Continuo a lavorare. Se vuoi diventare moglie di un affittato . Non bisogna lasciarsi ingannare dallo stile asciutto, quasi da inchiesta sociale. Aleggia un non so che di fantastico, d' irreale, che si alimenta in un rapporto ambiguo con il cacao, come se in tanta meraviglia sia inevitabile il riscatto sociale. > L'oscurità avvolgeva tutto. Piangevano le chitarre, gli uccelli cinguettavano. I frutto d'oro del cacao e i serpenti. Le stelle brillavano in cielo. Le lanterne per strada sembravano anime levate in volo. La notte in fazenda è triste, cupa, dolorosa. E di notte che la gente pensa...(...) Guardavamo la piantagione di cacao e non trovavamo la soluzione. La domanda che viene spontanea dalla lettura di Cacao è se la condizione umana dei poveri non sia sempre la stessa in tutte le latitudini. Che differenza c'è tra i personaggi di questo romanzo e i protagonisti di Malavoglia di Verga, di Terra e Germinal di Zola, di Furore di Steinbeck (si vedano le recensioni in questo sito)? Sempre la stessa disperata lotta per la sopravvivenza sotto il peso avido e spietato dei ricchi? Pare non esserci speranza e all'intellettuale non resta che un rassegnato distacco, talvolta si assume una retorica socialista (si veda la parte «manifesto» di Furore), in altri casi ci si limita a descrivere adducendo giustificazioni letterarie, come per il verismo di Verga, in altri casi ancora ci si rinchiude in una malinconica ironia, come nei libri successivi di Jorge Amado. E' come se lo scrittore e il poeta abbiano accettato la sconfitta affidando al giornalismo il compito di rammentarci, senza esagerare, che esiste la sofferenza sociale nel mondo, e non solo i tormenti borghesi. Ho letto il libro dopo la grande sbornia lessicale e immaginativa di Grande Sertao (si veda la recensione in questo sito), per cui lo stile essenziale e lineare di Amado è aria fresca, come immergersi in acque limpide su un fondale di sabbia, senza le luci e le ombre dei mari profondi e scogliosi. Le frasi sono brevi, gli aggettivi pochi, il fascino della narrazione si affida alle vicende come se queste parlino di per sé. Certo, quanta nostalgia per la scrittura di Joao Guimares Rosa! Perché leggerlo? un grande romanzo sociale.
Il cacciatore di aquiloni - The Kite Runner
Sarebbe sbagliato pensare che questo romanzo tratti dell’Afghanistan, che costituisce peraltro il suo contesto di riferimento. Il tema del libro è la vigliaccheria. Amir vive in una bella casa in Afghanistan con suo padre, un uomo importante e coraggioso, e due servi, Ali e suo figlio Hassan. Questʼultimo è l’amico di infanzia di Amir, che lo tratta con superbia, anche se con amicizia fraterna, in quanto pensa di essere superiore per casta e cultura ed è geloso dell’affetto del padre per Hassan. Amir ed Hassan sono campioni di caccia agli aquiloni e proprio nel giorno di massimo trionfo di Amir, perché ha vinto la gara degli aquiloni, questi non interviene a salvare l’amico, che viene picchiato e violentato da Assaf. Amir è un vigliacco e questa colpa lo perseguita per tutta la vita, anche quando sarà costretto ad andare in America, si sposerà e diventerà un famoso scrittore. Solo tornando in Afghanistan a salvare il figlio di Hassan, Amir riuscirà a riscattare la propria vigliaccheria e scoprirà che anche suo padre, per lui figura irraggiungibile e perfetta, non è privo di colpa in quanto non gli ha mai detto che Hassan era suo fratello. Le prime cento pagine del libro, che narrano l’infanzia di Amir in un Afghanistan sereno e felice, sono molto belle, scritte in uno stile delicato e poetico. In seguito il libro perde di smalto sino a perdersi nelle ultime venti pagine, nelle quali si parla di come il protagonista riesce a portare il bambino in America. L’ultima scena, una gara di aquiloni in America, è scontata e banale e rovina in parte lo spessore spirituale e narrativo del libro. Dell’ultima parte l’unica scena di grande impatto è costituita dalla lotta di Amir con Assaf, diventato un crudele talebano che ha ridotto il bambino a suo schiavo sessuale. Assaf sta uccidendo Amir, il quale è tuttavia contento perché si sta liberando dalla colpa che lo ha perseguitato per tutta la vita: Amir verrà salvato dall’intervento del bambino che con una fionda colpisce Assaf.
Caduto fuori dal tempo: storia a più voci
Grossman ha perso un figlio, ucciso durante la leva militare. È una ferita così immensa che si sente > mutilato della memoria.... prigioniero di una celletta remota nel penitenziario del mio spirito , come se «la mia vita assomigliasse a qualcosa mai accaduto». Ed allora sente il bisogno di creare un racconto. > Quella cosa figlia di puttana che è successa a me e a mio figlio,sì, devo amalgamarla in un racconto, devo. Con una trama, e immaginazione! E visioni e libertà e sogni! Che bruci! Una pentola in ebollizione!.... se non scriverò non potrò capire nemmeno chi è lui ora, mio figlio, intendo Grossman immagina un villaggio, dove tutti hanno perso un figlio, ma non possono esprimere pienamente la disperazione per ordine del duca, ossia del potere: > indifferente, lento, fiacco, non cʼè dubbio: un duca esemplare . Lo scriba ha il compito di spiare gli abitanti per controllare eventuali trasgressioni del divieto. Svolge in qualche modo la funzione del narratore esterno. Trascrive le voci dei genitori in lutto, i quali, come in un coro della tragedia greca, gridano, in un canto funereo, dolce e irato ad un tempo, la propria storia e il proprio desiderio di riavere il figlio. Il loro canto esprime tutta la nostalgia e lʼangoscia di un rapporto tra genitore e figlio, che si interrotto bruscamente: il tenero ricordo della nascita e di quando era bambino, il rimorso di non essere stato un bravo padre, di non essergli stato vicino, il desiderio di sentire, almeno per unʼultima volta, il suo odore, toccare la sua pelle, abbracciarlo. > E allʼimprovviso, dentro di noi, sale il vapore del suo corpo intero, intatto e per un istante possiamo immaginare, è qui . La fissità del dolore potrebbe durare in eterno, ma viene rotta da un uomo, che decide di incamminarsi verso «laggiù», laddove pensa sia il figlio. Lʼatto disperato dellʼuomo mette in moto anche gli altri abitanti. Come in una processione sacra, camminano verso quel luogo misterioso che è lʼaldilà. La loro marcia si ferma davanti ad un muro, dinanzi al quale cadono in ginocchio > e ognuno di loro, e ognuno di noi, chiama per nome in un sussurro il proprio figlio Ed allora Grossman capisce che suo figlio è morto: > riconosco la verità di queste parole. È morto, è morto, ma la sua morte non è morta . La memoria si distacca dal dolore e, per quanto è possibile, ricordiamo senza soffrire. Ma allora il racconto, come la ritualizzazione del lutto, permette di allontanare il figlio: > è solo che il cuore mi si spezza, tesoro mio, al pensiero che io abbia potuto trovare per tutto queste parole . Il libro è una commistione tra prosa e poema. In prosa sono le annotazioni dello scriba e le riflessioni del Centauro, metà scrittore e metà scrivania, che rappresenta certamente lʼautore. La struttura in versi è utilizzata per il coro, che svolge due funzioni: riportare i dialoghi tra i diversi personaggi, i quali, più che parlare tra loro, comunicano con il figlio perduto: dare voce collettiva ai «viandanti», ossia al gruppo che si dirige alla ricerca dei figli defunti, nellʼaldilà. La forma narrativa è quella tipica della tragedia greca, con la differenza significativa che non si assiste ad uno svolgimento della storia, con un momento finale di effettiva catarsi. Non cʼè drammaticità nella trama complessiva, non cʼè di fatto una storia. Dʼaltra parte, il racconto è introspettivo, tutto allʼinterno della coscienza dellʼautore. Il contesto è kafkiano, surreale, non tragico. Si tratta di un percorso interiore nel quale i personaggi non sono altro che momenti della disperazione di Grossman, della sua angoscia e del suo disperato tentativo di accettare la morte del figlio. La mancanza di una trama narrativa fa prevalere il particolare rispetto al mondo complessivo del racconto. La narrazione si trasforma in frammenti poetici, suggestivi di per sé, ma isolati e dispersivi, in un contesto narrativo privo di svolgimento. Il lettore deve quindi farsi avvincere dal fascino delle singole parole e frasi. Si pensi al seguente periodo: > come nel momento in cui un neonato irrompe dallʼutero e dal corpo della madre, la morte di mio figlio mi ha trasformato nel padre che non sono mai stato, mi ha trafitto con uno squarcio e una ferita e un senso di vuoto, colmandomi altresì della sua presenza che da allora mi sommerge con unʼintensità mai vista.La sua morte mi ha reso capace di concepirlo. La sua morte mi ha reso un guscio vuoto di padre e anche di madre.La sua morte mi porta a scoprire un seno a chi non lo succhierà mai, e sulle pareti del mio utero, creatosi quel giorno, incide con le unghie di un prigioniero fuggitivo la conta dei giorni trascorsi senza di lui. Così, con uno scalpello trasparente, la sua morte ha scavato in me una consapevolezza: chi perde un figlio è immancabilmente donna . Perché non leggerlo? Troppe suggestioni allʼinterno di una storia priva di ritmo narrativo. Alla fine è noioso.
Caffé Specchi
La protagonista ritorna a Trieste ad aspettare lʼaffidamento del figlio. In unʼattesa estenuante, frammista di incontri e di eventi tragici ( lʼassassinio di una ragazza), la protagonista vive la sensazione di perdersi. > Allʼimprovviso, come se quel silenzio avesse raggiunto il punto critico, lʼaria parve coagularsi, si frantumò in petali che scivolavano oscillando lungo la parete chiara. Una decomposizione rapida, il pulviscolo fermentava trasparenze impreviste. In quella sosta riprendevano sguardi allarmati e un senso di minaccia si disegnava nellʼatmosfera . La frase che ho riportato sintetizza il pregio e i limiti del libro. Si è di fronte ad una scrittura raffinata, più propria della poesia che della prosa, ma la ricerca della preziosità frammenta il racconto e il lettore si trova a sua volta confuso con notevoli difficoltà a capire il senso del tutto. Perché non leggerlo? Andrebbe letto a piccole dosi, ma io non sono riuscito a finirlo.
Il Calcio in giallo
Il libro raccoglie i racconti sul calcio di diversi scrittori di noir, alcuni noti, come Aykol, Giménez-Bartlett, Malvaldi e Manzini, altri meno conosciuti: Gian Mauro Costa, Francesco Recami e Gaetano Savatteri. Le trame, i personaggi e gli stili di scrittura sono differenti; cʼè comunque un tratto comune: il calcio, anche quello dilettantistico o praticato nei campionati minori, è sempre una cosa sporca e violenta, che tira fuori il peggio dalle persone. Gli scrittori già famosi sono scontati: gli schemi narrativi sono quelli dei loro romanzi, disgraziatamente compressi allʼinterno della forma del racconto, per sua natura breve. Interessanti sono i contributi di Costa, Savatteri e Recami; i primi due hanno ambientato le loro storie a Palermo, mentre il contesto del terzo è Milano. Quello di Recami ( «Progresso - Audace 3-2») è il racconto migliore, sul quale vale la pena soffermarsi, per i temi trattati e lʼabile narrazione. Siamo in una partita di ragazzi, con i genitori a tifare sugli spalti. Gianmarco ha undici anni, ha i tipici dubbi di un adolescente sul proprio orientamento sessuale, anche perché, gentile, sensibile ed educato, viene beffeggiato dai compagni con epiteti quali «Giorgi gay». È un bravo giocatore, viene preso di mira da un ragazzo della squadra rivale, aizzato dal padre ( «stroncalo, buttalo giù, finiscilo, ammazzalo..»). Lʼuomo, > over fifty sovrappeso, immigrato pugliese di terza generazione, abbastanza panzuto , «in piena crisi estetica», insulta la madre di Gianmarco con parole impronunciabili, le tira una sberla e scatena lʼira delle mamme, che lo inseguono per picchiarlo. Si rifugia in un magazzino abbandonato, dove viene catturato da Oleg, un gigante, chiaramente un criminale proveniente da chi sa quale paese dellʼEst Europa. E qui la vicenda cambia di segno per il nostro panzuto prepotente: da gradasso diviene un agnellino, così fifone da cagarsi addosso (letteralmente) e da non essere capace di difendere la propria famiglia dalle minacce e dalle violenze di Oleg. Sarà, invece, sua moglie a proteggere i figli e la casa, disponibile a sacrificarsi per questo; ma come? proprio una donna, appartenente a quel genere, che il panzuto apostrofava abitualmente con termini quali: «troia di merda....». Nel frattempo Gianmarco fa una scoperta incredibile: un giocatore famoso, «uno dei suoi idoli, un duro, uno che si faceva rispettare», aveva dichiarato di essere gay. Come era possibile? «Non ti devi meravigliare proprio per niente» gli disse il bidello Sciacca dallʼalto della sua saggezza, > nel mondo del calcio sono tutti froci. (...) Senza dubbio fu la lezione di educazione sessuale più intensa che Gianmarco aveva mai avuto e avrebbe mai ricevuto in tutta la sua vita. Rifletteva. Eccolo il principio, ecco la verità, ecco perché alla Juventus sono tutti froci, Allora se io sono gay vuol dire che sono più virile della mammolette che vanno con le donne? Interviene la bidella. > Che fai Sciacca, racconti le solite storielle sporche ai ragazzi? Ma che vai dicendo, parlavamo di calcio. La forma del racconto non si presta al noir: è troppo breve per rendere possibile quello sviluppo e quella suspense che costituiscono il cuore di un giallo. È come vedere un telefilm della «Signora in giallo»: ad un certo punto deve concludersi e quindi la storia precipita in un finale scontato o rimane sospesa, lasciando insoddisfatto il lettore. Di maggior pregio sono le ambientazioni, i personaggi e soprattutto la scrittura: questʼultima è talvolta una bella sorpresa. Perché leggerlo? Si scoprono scrittori meno noti, ma di valore.
Canale Mussolini
> Noi due però, signore mio, non possiamo andare avanti così. (...) Io non ho capito bene che cosa le serve, ma (...) se io dico che hanno fatto una cosa, hanno fatto una cosa e basta, mi deve credere, se no è meglio che lasciamo stare. Io non mi invento niente. Al massimo posso ricordare male . Immaginando di parlare con un interlocutore Pennacchi adotta un tono colloquiale per raccontare la storia dei Peruzzi, mezzadri del rovighese costretti a lasciare la terra perché sommersi dai debiti e che vanno nell'Agro Pontino a colonizzare le aree bonificate dal governo fascista. E' una lunga narrazione che si sviluppa dalla fine dell'ottocento all'inizio degli anni 2000: un' abbuffata di storia e di vicende familiari che ci piacerebbe fosse il prolungamento del «Mulino del Po» di Riccardo Bacchelli, ma purtroppo non lo è (si veda la recensione del romanzo di Bacchelli in questo sito). I Peruzzi sono una tipica grande famiglia contadina: con una figura centrale costituita dalla madre e una estesa figliolanza fatta di maschi irrequieti e di femmine alle quali occorre trovare il giusto marito. Se negli altri la «furia» ereditaria si stempera nel rispetto delle norme sociali e delle opportune convivenze (con il padrone, le autorità e gli altri contadini), Pericle, l'amato secondogenito, non riesce a contenersi, soprattutto dopo l'esperienza del fronte nella prima guerra mondiale. Si ribella alle leghe bracciantili, che ancora dominavano nelle campagne, si mette insieme con gli squadristi al punto di uccidere un prete antifascista, innamoratosi di Armida, una affascinante coltivatrice di api, anche se respinto la fa propria e la sposa. L'adesione attiva al fascismo permette a Pericle di ricorrere a un potente gerarca per trovare una sistemazione alla famiglia nell'Agro Pontino. L'insediamento dei Peruzzi nelle terre ancora paludose, la scoperta di un'altra realtà agreste (con la funzione importante svolta dalle vacche), la costruzione di Littoria sono le parti più interessanti di questo lungo romanzo, anche perché si vede che Pennacchi conosce bene la storia del territorio e in particolare dei canali, tra cui il Canale Mussolini. Se avesse approfondito le vicende della colonizzazione dell'Agro Pontino partendo dal punto di vista di una famiglia contadina, il romanzo avrebbe assunto uno spessore sociale di rilievo; ed invece, chi sa perché?, l'autore ha voluto attraversare tutta la storia d'Italia: la guerra d'Etiopia, il conflitto nel Nord Africa, la lotta partigiana e chi più ne ha più ne metta. L'approccio colloquiale diviene un soliloquio di considerazioni banali e imprecise, un polverone nel quale Pennacchi mette tutto il suo vissuto ideologico; malgrado gli sconvolgimenti sociali e politici i Peruzzi sono immobilizzati come «statue di marmo», sempre uguali a sé stessi e ossequiosi delle regole ancestrali. Anche quando Armida tradisce Pericle tutto si ricompone all'interno dell'ala protettiva della grande madre, sempre pronta a salvaguardare l'unità della famiglia. Si percepisce una sorta di nostalgia per un mondo duro ma ordinato; ma forse è solo il desiderio del lettore di trovare un sentimento in una narrazione, che pare essere solo l'occasione di prolisse esternalizzazioni. Il romanzo è stato trasformato in un graphic novel da Graziano e Massimiliano Lanzidei e Mirka Ruggeri. Al di là del segno grafico che non sono in grado di valutare, la traduzione in «fumetto» dà movimento alla trama, dando risalto ad alcune figure: Armida (la passione carnale accesa dal giovane nipote, lo sciame impazzito di api quando si addensa la disgrazia), Adelchi, trasformato dalla guerra di Etiopia in un fascista razzista, e i giovani Pericle e Iseo, vittime designate di un'adesione qualunquista al fascismo. Il graphic novel riscatta il romanzo, ma esalta le rigidità dei personaggi, forse volutamente, mentre l'Agro Pontino svanisce, non riuscendo la matita a creare l'atmosfera delle terre bonificate, così come peraltro non lo fa la penna dello stesso scrittore. Perché non leggerlo? E' prolisso, meglio comprarsi il «fumetto».
Canne al vento
È stata una singolare vicenda quella di Grazia Deledda: unico Premio Nobel italiano insignito come scrittore (Montale e Quasimodo erano poeti, Pirandello e Dario Fo di fatto autori di teatro), lʼopera di Deledda ha sconvolto la nostra critica letteraria, la quale si è chiesta per lungo tempo quali fossero le ragioni del premio. Come già avvenne per Matilde Serao, si è cercato di rinchiudere Deledda allʼinterno di scuole letterarie, non riconoscendole autonomia e originalità: verista mancata, la stessa accusa rivolta a Serao? Corollario di Verga e di DʼAnnunzio? Di Federico Tozzi, al quale era legata da profonda amicizia? Lirica - visionaria e simbolista? Sarebbe bastato leggerla senza pregiudizi per scoprire come Deledda sia unica nella letteratura italiana: autrice ancestrale, parla del dolore come destino, della vita come cammino verso una meta inafferrabile di quiete (la morte?), di una natura vivente, magica e indecifrabile, indifferente alle sofferenze degli uomini. > La luce rossa del crepuscolo, vinta verso lʼaltare dal chiaror dei ceri, copriva la folla come di un velo di sangue, ma a poco a poco il velo si fece nero, rischiarato appena dallʼoro dei ceri. La folla non si decideva ad uscire. (...) Era come il mormorio lontano del mare, il muoversi della foresta al vespero; era tutto un popolo antico che andava, andava, cantando le preghiere ingenue dei primi cristiani, andava, andava per una strada tenebrosa, ebbro di dolore e di speranza, verso un luogo di luce, ma lontano, irraggiungibile . Se ci limitiamo alla trama non si può non condividere il giudizio di Benedetto Croce, per il quale i romanzi di Deledda erano > tutto del pari plausibili, e nessuno così fatto da imprimersi profondamente nel cuore e nelle fantasie dei lettori . Per cogliere la forza emotiva e spirituale di «Canne al vento» bisogna lasciarsi andare, farsi trasportare dalla sua scrittura, al di là della storia. Il protagonista del romanzo è Efix, il vecchio servo di tre donne, un tempo agiate possidenti ed oggi ridotte a vivere dei prodotti di un «poderetto», curato dallʼuomo. Il racconto inizia proprio in questo angolo di mondo. > La luna saliva davanti a lui, e le voci della sera avvertivano lʼuomo che la sua giornata era finita. Era il grido cadenzato del cuculo, dei grilli precoci, qualche gemito dʼuccello; era il sospiro delle canne e la voce sempre più chiara del fiume: ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa; sì, la giornata dellʼuomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti. (...) Efix sentiva il rumore che le panas (donne morte di parto) facevano nel lavar i loro panni giù al fiume, (...) e credeva di intravedere lʼammattadore, folletto con sette berretti entro i quali conserva un tesoro, balzar di quaʼ e di là sotto il bosco di mandorli, inseguito dai vampiri con la coda di acciaio. La natura abitata da spiriti maligni rispecchia ed alimenta il terribile segreto che Efix porta con sé: ha ucciso il padre delle sue padrone, un uomo autoritario e violento; lo ha fatto per permettere allʼaltra figlia di fuggire, di trovare la libertà nel continente. Pure per questo che Efix ha dedicato la propria vita alle tre donne, con le quali ha un legame profondo, di servo, di amico, di paladino. Vorrebbe che stessero bene, ha paura di morire prima di vederle in salvo, fuori dalla povertà e con un altro uomo a proteggerle. Quando si presenta Giacinto, il figlio della sorella fuggita in continente, Efix spera che sia lui la persona giusta, che possa ridare prosperità e serenità alle sue padrone. Si inganna: Giacinto è un mascalzoncello, che amoreggia con una ragazza del paese e lusinga Noemi, la più giovane ed orgogliosa delle donne. Non solo, Giacinto perde al gioco somme rilevanti, dando in garanzia il «poderetto», unica fonte di reddito. Efix non è stato capace di difenderle, di proteggerle, ed allora scappa, abbandona il paese, intraprende un lungo vagabondaggio per il Nuorese, accompagnandosi a mendicanti e chiedendo lʼelemosina alle numerose feste dei villaggi. È un cammino che non porta a nulla. > Un usignolo cantò sullʼalbero solitario ancora soffuso di fumo. Tutta la frescura della sera, tutta lʼarmonia delle lontananze serene, e il sorriso delle stelle ai fiori e il sorriso dei fiori alle stelle, e la letizia fiera dei bei giovani pastori e la passione chiusa delle donne dai corsetti rossi, e tutta la malinconia dei poveri che vivono aspettando lʼavanzo della mensa dei ricchi, e i dolori lontani e le speranze di là, e il passato, la patria perduta, lʼamore, il delitto, il rimorso, (...) il riso e il pianto del mondo, tremavano e vibravano nelle note dellʼusignolo sopra lʼalbero solitario che pareva più alto dei monti, con la cima rasente al cielo e la punta dellʼultima foglia ficcata dentro una stella. Ed Efix cominciò a piangere, Non sapeva perché, ma piangeva. Gli pareva di essere solo nel mondo, con lʼusignolo per compagno.(...) Tutti i folletti e i mostri sʼerano scossi e danzavano nellʼombra, inseguendolo e circondandolo . Efix tornerà a casa e morirà sereno, perché Noemi ha accettato di sposare un suo cugino, ricco possidente. La storia a lieto fine, intrisa di religiosità, fa perdere tensione al romanzo: è un tentativo maldestro e affettato per dare un senso alla vita di Efix, per offrirci una speranza. Ma non è così. Come i genitori dolenti in «Caduto fuori dal tempo...» di David Grossman, tutti noi camminiamo in una processione sacra verso quel luogo misterioso che è lʼaldilà. Ma la nostra marcia si ferma davanti ad un muro. Tutto è silenzio. "Un punto giallo brillava dietro un castello (...). Piano piano la sua luce illuminava tutto il paesaggio misterioso e come al tocco di un dito magico tutto spariva; un lago azzurro inondava lʼorizzonte (...) Nel silenzio il torrente palpitava come il sangue della valle addormentata. Ed Efix sentiva avvicinarsi la morte, piano piano, come salisse tacita dal sentiero accompagnata da un corteggio di spiriti erranti, dal batter dei panni delle panas giù al fiume, dal lieve svolazzare delle anime innocenti tramutate in foglie, in fiori.... Perché leggerlo? Nessuno nella nostra letteratura ha cantato la natura vivente con tanta profondità.
Cantilena mattutina nell'erba
> Il mondo intero era pieno di incantesimi in fermento nella nebbia che dilagava. I blocchi di lava si trasformavano in fortezze, i picchi di roccia in torri.... la nebbia fluttuava sopra le valli, trasformandole in calderoni ribollenti, calderoni delle Norme, e planava sulla lava, sui luoghi sacri, su alture lontane invisibili dai sentieri battuti dai cavalli. E la nebbia si riversa. Da dove vieni? Cosʼaspetti? Hai qualcosa davanti a te?, qualcosa dietro? O è solo questo, solo la tua vita, qui e ora, ovvero da nessuna parte? Come, perché, tu? Un ambiente irreale e angosce esistenziali attraversano tutto il romanzo. Siamo nel medioevo, nella mitica Islanda, Sturla è un personaggio storico, che persegue lʼambizioso disegno di unificare tutta lʼisola. Nella prima parte del libro, la più suggestiva perché forse ambientata nella natura misteriosa di unʼisola fredda e calda nello stesso tempo, la facile amicizia dei giovani si trasforma in tradimenti, uccisioni e violenze che contraddistinguono le lotte continue tra i clan. Bellissima è la scena iniziale della tempesta, dove la solidarietà permette al gruppo di ragazzi di salvarsi: ma è un legame che può sopravvivere solo nel sogno, in un castello fatato, dal quale bisogna uscire verso il proprio destino: > allora venne preso da un tale torpore che gli fu impossibile stare sveglio. E fu come se le sale là dentro si rinchiudessero nella montagna. Gli parve di svegliarsi di sobbalzo e che il paesaggio scomparisse nella nebbia. Allora si svegliò. E mai più ritrovò quel castello e i suoi abitanti . La lotta tra i clan conduce Sturla a compiere delitti, anche contro la chiesa. Nella seconda parte del romanzo Sturla va in pellegrinaggio a Roma per ottenere il perdono: è un viaggio per unʼ Europa medioevale dilaniata dalla violenza, in una paesaggio triste e cupo. I rimorsi perseguitano Sturla e si palesano in incubi notturni, in visioni terrificanti di corpi dilaniati. Quale deve essere la sorpresa quando ad accoglierlo non è una città santa, ma una Roma pittoresca e corrotta, che lo assolve in una scena surreale, dionisiaca e felliniana, tra personaggi mascherati, più degni di un festa orgiastica che di una cerimonia di espiazione. Al ritorno da Roma, Sturla si ferma a Parigi per impadronirsi delle arti della magia nera così da avere un mezzo in più per conquistare lʼIslanda. La terza parte del romanzo è un epilogo. Sturla comincia nuove battaglie e compie altre crudeltà: ma non è più sicuro di sé stesso, la sua debolezza lo perderà e lo condurrà alla morte. È ormai un uomo dai due volti come un personaggio di una leggenda, che si diceva che > per metà il suo volto era brutto e spaventoso, e così anche il corpo, mentre dallʼaltra parte era chiaro e bello quanto si potrebbe desiderare . La forza e la debolezza del romanzo stanno nella sua frammentazione: una serie di scene, fatte di una avvallarsi di episodi e di sogni, pensieri del personaggio, e sorrette da una prosa ricca di suggestioni, per certi aspetti vicina alla poesia. Anche se fortemente ambientato nel contesto islandese, da cui trae fascino ed ispirazioni, in realtà ciò che emerge è il dramma di un uomo che va verso la modernità e che non riesce a farsi rinchiudere, e limitare, dalle regole della società medioevale. Nei suoi dubbi e nel suo conflitto interiore, Sturla è veramente un personaggio dai due volti: il passato, e il suo ruolo sociale, che lo vuole guerriero e capo clan, e la coscienza di una inutilità esistenziale, di un divenire. Nel capitolo che dà il titolo al libro, la descrizione metafisica del mattino sintetizza questa sospensione e chiarisce il fascino della scrittura. > È mattino. Cʼera quiete, mentre il sole saliva sul crinale del monte, prima colmando di luce il passo, poi correndo ad abbracciare pareti e rocce. Addolciva massi e pietre aguzze, ne imbiancava qualcuna, ne indorava altre, smussava le asperità di picchi e rupi. Il vento era così tenue che i fili dʼerba erano immobili e rispecchiavano dritti e rigidi nel piccolo ruscello, aspettando. Che cosa?. Che fosse il momento, ancora una volta. E i fiori esultavano, quando il sole li abbracciò così delicatamente che non un calice né un petalo si mossero. Non regnava né gioia né dolore, erano la stessa cosa. Erano la stessa cosa, non cambiava nulla. Ma se era dolore, era così soave in quel chiarore appena nato, in quella resurrezione dorata, che non era pena; se invece era gioia, non era felicità. Ma il tempo attendeva in agguato, con la caducità insita in ogni cosa nellʼeternità del tutto, quando ogni cosa tende a tornare alla terra e a disgregarsi e a dissolversi in materia primordiale in cerca di forme nuove e sconosciute . Perché non leggerlo? La suggestione dei bozzetti, la profondità dei concetti, la bellezza delle descrizioni della natura non riescono a compensare la frammentazione del racconto e la frequente incomprensibilità dei contenuti e della successione degli avvenimenti.
Caos Calmo
Se il premio Strega ha premiato il miglior libro dell’anno, bisogna dire che la letteratura italiana è messa molto male. Il libro ha due spunti interessanti. Il tema del lutto con la difficoltà a sentire il dolore per la morte di una persona cara. Il protagonista, infatti, ha perso la moglie ma vive in una condizione di sospensione (da qui il titolo caos calmo) in quanto non è sconvolto dal dolore ma non riesce neanche a riprendere la vita normale. Infatti, e qui è il secondo spunto interessante, decide di passare le giornate fuori dalla scuola della figlia. In questa attesa si sviluppa la sua vita con una serie di incontri: la cognata e il fratello, i colleghi di lavoro interessati dalle conseguenze di una fusione aziendale in corso, i proprietari dell’azienda e lo stesso compratore dell’azienda e altri personaggi minori. Il protagonista è indifferente rispetto a tutto ciò che succede e continua ad attendere che qualche cosa sblocchi la situazione di sospensione. Sarà poi la figlia a fargli notare che i compagni la prendono in giro per la sua continua presenza fuori dalla scuola e sarebbe quindi opportuno che ritornasse alla vita normale. Gli spunti di partenza sono quindi interessanti ma si perdono nella banalità e nella superficialità degli episodi, che tra di loro non hanno un legame chiaro tanto da rendere la storia frammentaria, prolissa e inconcludente. L’espediente narrativo di raccontare in prima persona con un rincorrersi di frasi e di parole che dovrebbero dare il senso della successione illogica dei pensieri si traduce in un ritmo noioso e pesante, che non riesce a entrare in profondità nelle situazioni e nei sentimenti. I temi si sovrappongono facendo perdere la questione centrale rappresentata dalla elaborazione del lutto.
Capitan Tempesta
Siamo dinanzi ad uno dei romanzi più stupefacenti di Salgari. Le vicende di Capitan Tempesta sono ambientate nel 1571 durante la conquista da parte dei turchi dellʼisola di Cipro, sino allora in mano a Venezia. Ma chi è Capitan Tempesta? > Era un giovane bellissimo, anzi troppo bello per essere un guerriero, un pò alto, snello, di forme eleganti, con due occhi nerissimi che parevano due carbonchi, una bocca da fanciulla con dei dentini superbi... nellʼinsieme sembrava più una graziosissima fanciulla che un capitano di ventura . Già questa presentazione di Salgari introduce il motivo di fondo del romanzo: il travestimento di una splendida dama napoletana, alla ricerca del fidanzato, fatto prigioniero. La trama si svolge intorno allʼambiguità di Capitan Tempesta. Abile spadaccino e valoroso combattente, egli/ella vince in duello i migliori avversari, cristiani e turchi, che cadono poi innamorati della coraggiosa fanciulla. Dopo aver combattuto nella difesa di Famagosta e aver sconfitto in tenzone uno dei più famosi guerrieri dellʼesercito saraceno, il Leone di Damasco, Capitan Tempesta corre al castello dʼUssif, dove è recluso lʼamato fidanzato. Con astuti sotterfugi riesce ad entrare nelle grazie della crudele Haradja, che si infatua del bellissimo giovane, non conoscendone la vera natura. Capitan Tempesta riesce a liberare il fidanzato, fugge per mare ma viene raggiunta e catturata dopo una salgariana battaglia navale. Viene però liberata dal Leone di Damasco, che, ormai conquistato perdutamente dalla giovane, fugge con lei in Italia ( nel frattempo lʼamato fidanzato è stato assassinato). Ci sono tutti i migliori ingredienti dei romanzi di Salgari ma con qualche cosa di più. Non solo il racconto è abilmente giocato sulla doppia natura di Capitan Tempesta, ma anche gli altri personaggi si ribellano al ruolo entro il quale la società vorrebbe confinarli. Prendiamo, per esempio, la sorprendente e magnifica figura di Haradja. Il destino la vorrebbe relegata in un harem, tra le tante mogli di un pascià. Ma > avevo nelle vene il sangue dʼun pirata e quantunque donna, ne provavo tutti gli stimoli feroci . Non poteva che innamorarsi di guerrieri, con una passione, che una volta respinta, diventava odio feroce. Anche la contrapposizione tra religione cristiana e quella mussulmana, che allʼinizio del libro sembrava un conflitto insanabile, via via che si procede nella lettura si stempera, perché evidente che tutti si muovono su un crinale, dove le regole e le ideologie perdono valore e sostanza. Infine, bellissimo è il personaggio di El - Kadur, schiavo di Capitan Tempesta. Invaghito anche lui della fanciulla ( > ti rivedo quando sulla spiaggia sabbiosa mi porgevi dinanzi stillante acqua marina e ti riposavi allʼombra delle palme, felice di guardarmi ) soffre tremendamente perché non potrà mai farla sua. Lʼamore non corrisposto, di cui Capitan Tempesta è pienamente cosciente, e la nostalgia per «i vasti orizzonti luminosi e le dune di sabbia» travolgono lʼuomo sino a portarlo sul bordo della pazzia. Con forme diverse da quelle del Corsaro Nero, dove tutto è cupo e dolore, anche qui Salgari opera su un piano psicoanalitico, nel quale i personaggi e le vicende sono un iceberg di un mondo sotterraneo, fatto di fantasie anche erotiche e di desideri di una vita differente. Perché leggerlo? Allʼavventura aggiunge la complessità dei personaggi.
La capitana del Yucatan
Il romanzo è ambientato a Cuba, durante la guerra ispanico-americana del 1898, che portò la Spagna a perdere le sue ultime colonie. Uno «yacht», l' Yucatan, deve forzare il blocco navale degli Stati Uniti per portare armi e provviste alle truppe spagnole, in gravi difficoltà per la concomitante avanzata dei ribelli indipendentisti e per la pressione della potente flotta americana. E' un vascello di piccole dimensioni, ma è un capolavoro d'ingegneria: le sue macchine gli permettono di toccare i ventisei nodi, il suo scafo di acciaio è suddiviso in diversi compartimenti stagni e dotato di una cintura di protezione, formata di fibre di cocco, che lo rendono inaffondabile. E meraviglia della tecnica! Lo «yacht» può inabissarsi lasciando visibile solo il ponte, così da sembrare un rottame alla deriva. Pure Salgari è rimasto abbagliato dai prodigi della tecnologia o cerca in tal modo di emulare il fascino del Nautilus di Giulio Verne, suo concorrente diretto. A comandare lo Yucatan è la marchesa de Castillo. La Capitana > aveva una bella testa, adorna d'una capigliatura abbondante, d'un nero assai cupo e ondulata come quella delle gitane spagnole, (...) aveva la pelle di quel pallore senza riflessi, d'una tinta strana, che solo si trova nelle creole delle Grandi Antille, (...) occhi di un nero perfetto, (...) lunghe palpebre setose, (...) labbra rosse come un melagrana. Dopo una tale descrizione ci saremmo aspettati una storia ammaliante come quella di «Yolanda la figlia del Corsaro Nero» o ambigua e misteriosa come il racconto di «Capitan Tempesta» (vedi recensioni in questo sito); e invece la marchesa de Castillo sta ai margini, emergendo solo a tratti e in un ruolo comprimario, mentre il vero protagonista è il tenente Cordoba, > un lupo di mare (...) di statura piuttosto bassa, tutto nervi e muscoli, con un viso angoloso, abbronzato dal sole della zona torrida e dalla salsedine dell'aria marina. E' lui che conduce l' Yucatan e il suo equipaggio in una successione di avventure, in mare e in terra. In una di queste imprese Cordoba, con una piccola scialuppa, va a sganciare dei siluri contro una cannoniera facendola esplodere e aprendo la via al piccolo vascello; in un'altra l' Yucatan si nasconde in una grotta marina, in un'altra ancora riesce a fuggire abilmente tra una moltitudine di scogli e di secche. Siamo nella costa Sudest di Cuba, di fronte al Messico, piena di isolotti, di canali marini simili ai fiordi, ricca di una natura lussureggiante, descritta sempre con toni cupi, quasi ad anticipare il finale dolente. Il mare è abitato da > splendide meduse somiglianti a grosse lampade di vetro smerigliato, d'una tinta pallidissima ; i fenicotteri assumono un aspetto fantastico, con la coda > coperta di penne d'uno splendido color rosa carminio, che lungo le ali diventa d'un superbo color rosso corallo o rosso fuoco ; nelle foreste predominano manghi giganteschi, con > liane smisurate che salivano e scendevano lungo i tronchi con mille contorcimenti o aggrappandosi ad una infinità di piante parassite che formavano dei fitti festoni ; e > l'aria è talmente pregna d'umidità che corrompe ogni cosa , tutto si guasta, ammuffisce, si decompone, su tutto grava la terribile febbre gialla. Tra questi miasmi malefici si compie l'ultima corsa dello Yucatan. Troppa è la potenza degli Stati Uniti! Non si può lasciare il meraviglioso vascello agli imperialisti americani, meglio affondarlo con la dinamite. > La marchesa gettò uno sguardo lagrimoso sulla fumante carcassa, semisommersa fra le acque e le sabbie e mormorò, con un sospiro: «la nostra missione è finita!». In misura maggiore che in altri romanzi emerge il Salgari divulgatore. Mescolando paesaggi a lui vicini e resoconti di viaggiatori e geografi (nella seconda metà dell'Ottocento anch'essi ricchi di immaginazione), lo scrittore descrive il mare e le coste in modo minuzioso, con dettagli naturalistici e marinari. Nello stesso modo si comporta nel racconto dell'assedio di Santiago, enumerando le navi americane e illustrando le diverse battaglie. Da un lato ci sono i valorosi ma sfortunati spagnoli e dall'altro i perfidi americani, > il sindacato dei finanzieri , gli imbelli negri ( > grandi cappellacci, piume gigantesche, (...) una tremarella indiavolata) , e i creoli che mancano di coraggio, forse si chiede Salgari, per il clima o l'oppressione costante degli spagnoli. Si sente puzza di razzismo o, più banalmente, un desiderio di rivalsa per la grave sconfitta subita dall'Italia in Etiopia (Adua è del 1896). L'intento divulgativo appesantisce il ritmo narrativo, frammentato e rallentato da troppe digressioni. Manca poi quel sistema di personaggi tipico dei romanzi di Salgari che contribuisce ad alleggerire la trama: un protagonista, generalmente tenebroso, con due caratteri di spalla, spesso lievemente ironici e sapientemente realisti. Qui a dominare la scena è Cordoba, carattere troppo consapevole della propria superiorità di lupo di mare per dare spazio agli altri attori, persino alla stessa Capitana, la quale, infatti, si dichiara sua allieva. Perché leggerlo? E' prolisso e ripetitivo a tratti, ma offre uno squarcio di un pezzo di storia poco conosciuto.
Il cappotto del turco
> Vorrei che fosse lei a scrivere di me. A radunare i pensieri su quegli anni lontani secoli. A giustificare la mia vigliaccheria, il mio bisogno di certezze... sono una cercatrice di pepite dʼoro, colleziono frammenti preziosi, intersezioni della mia vita con la sua, pensieri su di lei, emozioni improvvise che interrompevano anni di silenzio del mio cuore, anni di assenza. Dilato il tempo per non arrivare allʼepilogo di cui non so darmi pace . La protagonista e narratrice, Maria, racconta la sua vita, ma soprattutto parla della sorella, lʼindecifrabile Isabella, dalla pelle bianchissima, dai > sottili capelli di un colore indefinito tra il castano e il rosso, occhi verdastri come il fondo di un lago . Le sorelle hanno «opposte nature», ma proprio per questo il legame tra loro è profondo e travagliato, un continuo inseguimento, fatto di parole non dette, di incomprensioni e soprattutto di rimpianti. Lʼinfanzia le vede strettamente unite, con Maria piena di paura per i guai che potrebbe combinare Isabella, la quale si rivela subito avventurosa, incosciente e irrispettosa a fronte della sorella maggiore, prudente, meticolosa e razionale. È naturale che sia Isabella la prima ad interessarsi ai movimenti del sessantotto, trascinando in questa vicenda politica una recalcitrante sorella e Marco, il fidanzato di Maria. Rapidamente le parti si rovesciano. Lʼincostante Isabella abbandona i gruppi rivoluzionari per girare per il mondo, mentre Maria e Marco diventano convinti attivisti.Il giudizio di Maria su quegli anni, così importanti per la storia del nostro paese, è impietoso. > Non hanno cambiato profondamente il corso della mia vita. Mi sembrano lontani, vuote le parole. Volevamo calzare il mondo in unʼidea vecchia di un secolo. Altre in giro non ce nʼerano . Eppure per Maria sono anni importanti: si sposa con Marco, ha un figlio, si separa e va a vivere da sola. Ma allora perché è un periodo insignificante? Pesa lʼassenza della sorella, un vuoto che non riesce a colmare completamente con la cura del bambino, con il lavoro e lo studio. E Isabella si rifà viva in modo singolare, come è nella sua natura imprevedibile. Si presenta a casa di Maria un turco, mandato da Isabella. Mehmet è un uomo, > massiccio come un armadio.. gli occhi neri e i baffi spioventi.. con un soprabito militare di un colore indefinibile . Nasce una storia dʼamore.«Ho parlato con lui come mi succedeva con te», dirà un giorno Maria ad Isabella, che le ha appena confessato che anche lei ha avuto una relazione con il turco. > Solo che Mehmet si era dato a tuttʼe due presentandosi in modo opposto. Con me aveva finto di essere un bravo marito, dicendomi che ero una donna forte.. e a lei, che invece amava tuffarsi, aveva offerto le sue esperienze e le sue fantasie di avventuriero . E quindi il cappotto del turco è la metafora del rapporto tra le due donne, unite ma distanti, sempre alla ricerca reciproca ma incapaci di trovare una serena stabilità nella loro relazione. Basta poco per travolgere un fragile equilibrio e portare le due sorelle a dirsi e farsi cose di cui pentirsi. Isabella torna a casa incinta proprio quando Maria è a sua volta in attesa di una bambina da Marco, con il quale è ritornata insieme. Prima Isabella in un momento di rabbia verso la sorella provoca un incidente automobilistico, che porta Maria ad un parto prematuro. Poi Maria scopre che Isabella e Marco si sono baciati. Lʼindignazione è tale da portare Maria a scrivere una lettera piena di insulti: «Stai lontana da me, puzzi, mi fai schifo». Si pente subito di quello che ha scritto, ma non riesce a raggiungere Isabella, la quale affoga durante una gita in barca. > Piegai in quattro il cappotto di Mehmet e lo infilai in un grande sacco di plastica, insieme agli abiti vecchi... in questa stanza anonima, sul mio tavolo, le sue fotografie si sono moltiplicate. Ora qui vive solo lei, io mi sento morta. Non era quello che volevo . Il romanzo parla di una relazione spesso non investigata: quella tra fratelli. Gli amanti e gli amici in qualche modo si scelgono, i fratelli si trovano «già dati». Eppure è un rapporto che dura per tutta la vita, anche se dallʼintensità dellʼinfanzia poi scema in una relazione più distante, spesso anche molto lontana. «Non ci siamo nascoste niente, almeno fino a un certo punto». Queste parole, che lʼautrice fa pronunciare ad Isabella, sintetizzano molto bene un percorso di vita tra fratelli così come lʼimmagine del cappotto,ripiegato in un sacco di plastica per essere buttato via, simboleggia la conclusione, forse inevitabile, di una «eredità» dellʼinfanzia. La nuova famiglia, creata con un compagno o una compagna, diviene più importante. La scrittura è essenziale ma espressiva, ricca di spunti poetici. La trama narrativa è intensa, appoggiandosi più alla descrizione delle vicende e delle situazioni, che ai dialoghi, quasi ad indicare lʼincomunicabilità che caratterizza le relazioni tra i personaggi, in particolare tra Maria ed Isabella. Le riflessioni sono affidate ai sogni, inserendo saltuarie ma suggestive viste oniriche. Perché leggerlo? Un bellissimo romanzo, breve ma complesso.
Il cardillo addolorato
Il romanzo ruota intorno ad una domanda, alla quale il lettore non riesce a dare una risposta esauriente: chi é e che ruolo ha il «Cardillo Addolorato», figura, fra tanti personaggi, onnipresente ed oscura? E che significato hanno le strofe che spesso tornano nel corso del racconto, sino alla sua conclusione apparentemente tragica: «e vola vola vola lu Cardillo! e vola vola vola... oh! oh!»? Per rispondere occorre inoltrarsi nella lettura del romanzo, lasciandosi incantare dal mistero della narrazione, che, come la vita, sta nella > freschezza, fluidità, scorrere e precipitare, sparire e risorgere continuo delle sue infinite forme . Siamo alla fine del settecento, nel pieno dellʼEtà dei Lumi. Tre amici, il principe Naville, il mercante Nodier e lʼartista Albert, giungono dal freddo Nord a Napoli, «citta strana, misera e insieme ricca, soavemente colorata», che alterna «giornate di un azzurro purissimo e lucente» con altre piovose ed ombrose. I tre giovani, > splendenti di unʼallegria, unʼeccitazione, un orgoglio giustificate dallʼetà e, noi diremo, dallʼessere in una città così ricca di miraggi, fanno visita ad un noto guantaio. È nella casa del mercante che si verificano i fatti che determineranno il destino dei tre amici. Innanzitutto incontrano Elmina. «Forme piene, per quanto delicate, braccia stupende», sguardo > grave e riservato... una freddezza... una distanza, un abisso... che si poteva vincere (pensa Naville)... che non si sarebbe mai potuto superare , pare ad Albert. Lʼimpressione è così intensa da trattenere il respiro, da creare «uno stordimento dellʼanima», più banalmente, da far innamorare i tre giovani in modo repentino e fulmineo. La loro vita è segnata per sempre. Ma proprio in questo momento dʼincanto si verifica un episodio inquietante. La sorellina di Elmina paragona Albert «al loro vecchio cardillo», lasciato morire per trascuratezza, non cambiandogli lʼacqua e non rifornendolo di miglio. Da una duplice e contradditoria emozione, di stupore estasiato e di crudeltà gratuita, si sviluppa una storia apparentemente senza senso. Come in un eterno ritorno, i personaggi sono sempre gli stessi, le vicende sembrano ripetersi uguali, ma continuamente assumono nuove forme e significati: lʼunica costante è la presenza del Cardillo, il misterioso uccello, «del tutto invisibile e nascosto». Dʼaltra parte, è possibile dare > un nome legittimo alle persone e cose di questo mondo, tutte poco chiare... e che si perdono lentamente ? Albert sposa Elmina, la quale si è data una missione, che trascende qualsiasi amore e legame, persino quello materno: deve prendersi cura di un bambino, che potrebbe essere un suo segreto fratello, ma, ovviamente, non lo è. Un folletto, uno spirito maligno o unʼanima innocente? In questa situazione il povero Albert, personalità fragile e indifesa, non può che soccombere. Nordier, invece, anche lui innamorato di Elmina, dopo aver vagheggiato di sposarla, da uomo pragmatico e superficiale qualʼé, si ritira di buon ordine, quando appare evidente lʼincomprensibile missione che si è affidata la ragazza. Non può accettare questa facile soluzione Naville, anche lui invaghito di Elmina, ma, illuminista e cosmopolita, tenta testardamente di dare una spiegazione a fatti incredibili e misteriosi, di offrire una sistemazione definitiva ed adeguata ad Elmina, inondandola di regali, sempre rifiutati, progettando di sposarla e di portarla via da Napoli. Tutti i suoi sforzi sono vani, non solo perché gli avvenimenti si susseguono in modo sempre più indecifrabile (i personaggi non sono mai quelli che lui pensava che fossero, riemergono persino i defunti a dire la loro..), ma soprattutto perché, nei momenti decisivi, irrompe la voce del Cardillo, lʼangoscioso ritornello: > Oh non avesse mai abbandonato la sua casa e la noiosa vita mondana della ricca, solida, fredda, ragionevole e molto perbene società in cui era nato! Una sorta di destino lo ha trascinato a Napoli e contro di esso il povero Naville ha disperatamente lottato, per restare poi sconfitto. Il principe torna in patria nel maestoso palazzo di Liegi. A chi «gli vantasse il famoso benché ancora neonato Progresso» il non più mondano e divertito principe chiedeva se > avesse sentito il silenzio assoluto del mondo, la gioia imperiale dellʼalba.... la presenza del Cardillo giustiziere . Finché una sera, proprio nel momento di partire nuovamente per Napoli, gli viene annunciato il Cardillo. Risuonò dappertutto il noto ritornello e il principe > (benedì) il Cardillo che arrivava, e finalmente gli avrebbe spiegato tutto. La follia e la separazione, il dolore e questa gioia, che giungeva adesso con lui: tutta calma, fredda, infinita . Ma allora chi è il Cardillo Addolorato? È il mondo sotterraneo, il magma che ribolle al di sotto della razionalità ordinatrice. Per cogliere il significato della voce del cardillo bisogna essere un > lettore paziente, privo di senso comune e fornito invece di una sua antenna privata per raccogliere il silenzio glaciale dellʼUniverso, le liti dei fanciulli del mondo sotterraneo, gli sputi, le lacrime, i nein... nein delle loro implorazioni . Solo nella Napoli, fantastica e dolorosa, generosa e crudele, poteva svolgersi un libro che narra la sconfitta della Ragione. Il pregio principale del romanzo è lo stile, affascinante anche se non facile. Il lettore si immerge in una sintassi involuta, ricca di incisi, rappresentativa della complessità e della vaghezza della vita. È una scrittura che preannuncia il sogno, il mistero, un mondo che non vuole farsi ricondurre a schemi narrativi troppo semplici e lineari. Il difetto è la confusione della trama e del sistema dei personaggi. Dapprima lʼautrice riesce a mantenere un ordine ed uno sviluppo logico, da un punto in poi il disordine irrompe vittorioso. Il lettore si perde e sopraggiungono il fastidio e la noia. Perché leggerlo? Il fascino è la scrittura, ma bisogna avere la pazienza di andare avanti nelle ultime cento pagine.
La cartella del professore
Immaginiamo una giovane donna, tra i ʼ30 e i ʼ40 anni. Non è stata una studentessa brillante, svolge un monotono lavoro di ufficio, ha avuto alcune relazioni sentimentali che però non sono andate a buon fine. È sola. > Da sola prendevo lʼautobus, da sola camminavo per le strade, da sola facevo la spesa, da sola andavo a bere qualcosa (...). Una vita allegra. Triste. Piacevole. Dolce. Amara. Aspra. Stimolante. Irritante. Calda. Fredda. Tiepida. Insomma, in che modo ho vissuto per tanto tempo? Un giorno, per caso, al bar dove va a bere (sembra che sia il suo unico passatempo) incontra il suo vecchio professore di giapponese. Dapprima è una vaga sensazione di sentirsi a proprio agio, «a posto», come quando si compra un libro e si preferisce non togliere la fascetta intorno. Poi subentra qualche cosʼaltro. > Con il professore non ci vediamo sovente. È normale, non è che stiamo insieme. Però non lo sento mai lontano, neppure quando non è accanto a me . Infine emerge lʼamore. > A partire da quando, avvicinandomi a lui, ho cominciato a sentire il calore che emanava dal suo corpo? Attraverso la sua camicia inamidata, percepivo la sua presenza. (...) Una presenza che non sono mai riuscita ad afferrare saldamente. Quando sto per prenderla, mi sfugge. Quando la sento lontana, di nuovo si avvicina . In un sogno la ragazza cerca il professore, ma non lo trova. > Ah ecco, lʼho già messo nella scatola! Ora ricordo. Lʼho chiuso nella grande scatola (...) che tengo in fondo allʼarmadio a muro. (...) Ormai non posso più tirarlo fuori. Perché lʼarmadio è troppo profondo . Ma chi rappresenta il professore, con la sua cartella, la sua voce e il suo corpo, il suo passato, denso di misteriosi significati? È come la luna che deve indicare il cammino ad una ragazza che non conosce sé stessa? È la coscienza che non vuole emergere dalla profondità dellʼanimo? O più semplicemente un amico più anziano al quale aggrapparsi per diventare adulti e fuggire alla solitudine dellʼesistenza? Non lo sapremo mai perché il romanzo non ha una conclusione. Sappiamo soltanto che quando lʼanziano professore morirà, «nelle sere cosìʼ», la ragazza aprirà la cartella e guarderà allʼinterno. > Ma nella cartella non cʼè nulla, solo il vuoto, un vuoto che va espandendosi. Un vuoto senza speranza che ingloba ogni cosa . Per definire in qualche modo questo racconto, che peraltro non vuol farsi etichettare, potremo dire che il romanzo esprime la sofferenza esistenziale, non solo giovanile. Lungo la narrazione scopriamo che anche il professore ha sofferto per vicende a lui incomprensibili, come la fuga e la morte improvvisa della moglie. Lʼanziano amico non è quindi una fonte di saggezza e di sicurezze, ma è pure lui, come la ragazza, un intreccio di certezze e dubbi, di aspettative e delusioni. La loro relazione, anche intima e non solo spirituale, è il frutto di due anime affini, che cercano di appoggiarsi vicendevolmente, di affrontare insieme lʼesistenza. Non si riconduca il senso del racconto alla storia banale di una relazione tra una giovane e il suo vecchio professore.La lenta accettazione del loro amore nasce dal timore di aprirsi allʼaltro, di riconoscere che si è una persona solo attraverso unʼaltra persona. Tipicamente giapponese, il romanzo assume in tal modo una valenza universale. Il fascino di questo breve romanzo risiede nello stile narrativo: delicatamente ironico, pensosamente gentile, i due protagonisti, i meravigliosi paesaggi giapponesi, ed infine la scrittura ci conducono soavemente e piacevolmente lungo un percorso che poteva rivelarsi cupo e pesante. Dispiace che la trama sia fragile, sovente dispersiva e ripetitiva. Una curiosità: leggendo il romanzo scopriremo come la cucina giapponese non sia solo sushi e pesce crudo, possiamo imparare molte interessanti ricette. Perché leggerlo? Tipicamente giapponese e quindi unico.
La casa del gelsomino
> Conosco una città/che ogni giorno s'empie di sole/ e tutto è rapito in quel momento (Giuseppe Ungaretti Silenzio da «L'allegria»). La città è Alessandria d'Egitto: > ecco il cielo libero da nuvole nere; ecco delle nuvolette bianche che sparse nell'aria come bambini che saltellano di gioia nell'immensità dello spazio. Grazie Dio! Eccoti qua, tu che non lasci mai tuo figlio Shagara Muhammad Alì, questo strano nome che gli ha causato un sacco di scocciature, durante l'infanzia e l'adolescenza, e che i tuoi servi scontenti ancora non conoscono bene. Dio, ti prego fammi finire ciò che sto facendo... Shagara è un piccolo malfattore: lavora in fabbrica in un polveroso ufficio pieno di scartoffie e spesso gli viene dato il compito di organizzare cortei e viaggi di operai inneggianti a Sadat, succeduto in Egitto a Nasser. Shagara lucra su questo incarico tenendosi in parte i soldi che gli sono stati dati per pagare gli operai e gli autisti dei pullman. Tutto lo sanno ma è normale in un paese corrotto. Si muove in una città surreale, turbolenta e sempre simile a sé stessa, e > ritornava con forza quella vecchia sensazione di esserne il proprietario, di averla costruita proprio io, di averne tracciato i confini e averne edificato i palazzi sui lati . E' reale Alessandria o solo il delirio di Shagara? Avvengono cose strane, inesplicabili e inquietanti: fu trovato un cadavere in un sacco ma quando lo aprirono ne uscì una donna meravigliosa; i cani, ubriachi, camminavano tutti soli gridando, «a quel paese l'Impero Britannico sul quale non tramonta mai il sole»; un uccello aveva preso un bambino tra gli artigli ed era volato «verso il settimo cielo dove regna Iddio». E ce ne furono altre di fatti incredibili che lasciarono sbalordita la gente, che pur continuava a vivere come sempre. Il rincaro dei prezzi, la corruzione dilagante, la pace con Israele dopo tanti morti, l'arroganza di un governo tecnocratico danno fuoco alla rivolta. Alessandria è travolta da una sommossa popolare, incontenibile e rabbiosa. > Ma perché, proprio in questo istante, punto lo sguardo sui visi delle donne e delle ragazze? (...) Forse perché le cose mi scorrono davanti agli occhi e io non ci faccio neanche caso? Qual è la fonte della nostra indifferenza? Forse quella misteriosa «casa del gelsomino», dove si racchiudono misteri che nessuno riesce a comprendere tanto da divenire la metafora dell'animo umano, oscuro e insondabile, o invece «quella massa scura che si estende all'infinito»? > Quella stupida acqua, per milioni di anni, non ha conosciuto altro che la bassa e l'alta marea, da sola, con se stessa, mai nessuno che condividesse qualcosa con essa . Così come la casa del gelsomino viene demolita per fare spazio ad un'orrida speculazione immobiliare, che distrugge lo splendore e il fascino della città antica, così non ci resta che annichilirci in una esistenza senza prospettive, legata alle piccole quotidianità borghesi. > Dov'è Dio, come ha potuto abbandonarci? Ci aveva dato un paradiso, com'è possibile, che sia svanito tutto, in così poco tempo? Che stupido sono? E' passato tanto tempo e non me ne sono accorto . Di questo splendido romanzo si può dire di tutto: surreale, realistico, crudele ed ironico. Di certo l'autore parla della trasformazione di Alessandria a seguito della selvaggia e diseguale modernizzazione di Sadat: uomo, inneggiato dall'Occidente, ma privo di carisma e così lontano dal «cuore religioso» del popolo egiziano. Tuttavia, il romanzo si eleva rispetto alla contingenza storica e sviluppa, in modo mirabile ed affascinante, un discorso sociale ed intimo ad un tempo: sociale perché ci dice quanto la lontananza di una classe dirigente cosmopolita ferisca un popolo e, dopo tante belle dichiarazioni, deve ricorrere alla più pesante repressione; così finisce la grande sommossa di Alessandria; intimo perché, tramite la metafora della casa del gelsomino e del mare infinito, ci parla del nostro impenetrabile mondo interno e ci invita a non perderci nella quotidianità e neppure in una inutile invocazione a Dio. Solo capire noi stessi ci potrà salvare dall'indifferenza. Leggere questo romanzo è stato un piacere intenso, un perdersi nella fantasia, in suggestioni sublimali, rese possibili da una scrittura tagliente, fatta di brevi frasi all'interno di un periodare articolato e fluido. Perché leggerlo? Per darsi un godimento estetico.
La casa di ringhiera
Amedeo Consonni, il protagonista del romanzo, è in pensione da molti anni e vive a Milano in una casa di ringhiera, costruita all'inizio del Novecento intorno ad una corte rettangolare e dove oggi ci sono venti alloggi. E' un «curioso microcosmo» con testimonianze di architettura industriale, oggi fortemente deteriorate: stucchi cadenti, intonaci fatiscenti, infissi, tradizionalmente di legno ed oggi sostituiti da altri di alluminio anodizzato, color argento e color ottone, per non parlare delle numerose parabole TV installate sulla ringhiera, che danno un senso di «miseria»globalizzata > . In apparenza la vita di Consonni è quella tipica di un vedovo in pensione: riassettare ogni giorno il piccolo e confortevole alloggio, andare al supermercato e prepararsi i pasti da solo, leggere il giornale con un sonnellino al pomeriggio, scambiare qualche parola con i vicini, e il martedì e giovedì prendersi cura del nipotino. Ma Consonni ha uno strano hobby: ama collezionare notizie sui crimini prendendo dai giornali qualsiasi articolo concernente assassinii e archiviando questi ritagli in raccoglitori perfettamente ordinati per delitto. Nel tempo ha cominciato a investigare sul campo all'insaputa della polizia. Oltre al passatempo di Consonni, un po' perverso ma innocuo, Regami descrive gli altri abitanti della casa di ringhiera: in particolare una famiglia di quattro persone (padre, madre e due ragazzi), dove l'uomo è spesso ubriaco e violento, la strana e rumorosa coppia di vicini, l'ottantenne follemente dedito alla sua vecchia auto. Dalla lettura del dettagliato ed affascinante quadro di questo microcosmo > si potrebbe pensare che siamo dinanzi ad un romanzo di costume nel quale la trama poliziesca è solo un espediente; è intrigante l'indagine di Consonni su un recente crimine, feroce e misterioso, ma il racconto sembrerebbe più finalizzato a descrivere il personaggio che a offrirci suspense e intrigo come dovrebbe fare un romanzo noir. Quando, d'improvviso, l'uccisione di un'inquilina dà inizio ad una serie sconvolgente e sorprendente di eventi, coinvolgendo gli abitanti del nostro microcosmo. Senza svelare la fine, un vero colpo di scena, possiamo dire che lo svolgimento degli avvenimenti conferma come noi italiani, tutti anche i bambini, abbiamo, o pensiamo di avere, qualcosa da nascondere e comunque non vogliamo dire nulla alla polizia. Ho letto la novella tutto di un fiato". Nella prima parte mi ha affascinato l'ambiente fisico e sociale della casa di ringhiera, quasi fuori dal tempo: si pensi alla minuta descrizione dell'appartamento di Consonni con le sue tappezzerie ottocentesche, o alle rivalità e ai piccoli sgarbi per parcheggiare nel cortile. Nella seconda parte il ritmo narrativo prende velocità e non possiamo abbandonare il libro, perché ansiosi di leggere l'episodio successivo. La narrazione è scandita da cenni sospesi di colpi di scena, abilmente costruiti così da alimentare il desiderio di andare avanti, come in un romanzo d'appendice. La scrittura è raffinata e riesce a mescolare il linguaggio comune con modi di dire dialettali, creando in tal modo l'atmosfera nostalgica che pervade il racconto. E' un piccolo gioiello che unisce costume con noir, insieme a un lessico piacevole e a una bella costruzione sintattica. Perché leggerlo? E' intrigante e ben scritto.
Una casa fuori dal tempo
> S'avvia tra i muri, e preda della luce..../forse eri tu, ora è un'apparizione/o forse è tutto ciò che non ha pace/ (...) E' una figura, non ha requie.../è nostra la credevo una chimera ( da «S'avvia tra i muri» della raccolta Avvento notturno di Mario Luzi). Vengono in mente questi versi leggendo questo romanzo, che parla di presenze fuori dal tempo, ombre e luci che vivono d'inverno nel regno dei morti e d'estate in quello dei vivi, come nel mito di Persefone. Di certo Vera, questa timida ragazza inglese del primo Ottocento, non si sarebbe aspettata di avere un'esperienza incredibile: divenire l'amica di Ginestra, cui spetta vivere per l'eternità come Persefone, in bilico tra l'oltre tomba e il mondo dei vivi. La storia inizia in Inghilterra. Vera è orfana di entrambi i genitori e ha solo un fratello maggiore, Caspian, appassionato di archeologia. Vera studia italiano nelle scuole londinesi fondate dall'esule Mazzini (ho apprezzato questo riferimento a un ruolo importante e dimenticato del fondatore della Giovine Italia). Caspian decide di portare la sorella con sé a Pompei, dove è impegnato negli scavi. Vera si muove libera tra le pietre della città romana, quando le compare a fianco Ginestra. Come nella poesia di Luzi Vera si accorge dell' improvvisa presenza di Ginestra > non dal rumore, perché non ne fa: a farla voltare è un risucchio, un vuoto d'aria, come quando stai volando troppo in alto su un'altalena. Ginestra è > alta come lei, (...porta sandali piatti, di cuoio rosso un po' sbucciato... , ma è inutile descriverla, è meglio ammirare il ritratto che ha fatto la disegnatrice Elisabetta Stoinich delle due ragazze, insieme, con le mani affettuosamente intrecciate come due amiche, sbarazzine, piene di vita, sorridente Vera, leggermente malinconica Ginestra nella sua tunica romana e i suoi capelli ribelli, così somigliante ma così diversa da Vera, col suo composto abbigliamento vittoriano. Ma perché si percepisce in Ginestra una lieve malinconia? La ragazza sa che perderà Vera all'arrivo dell'inverno così come non potrà più vivere come i mortali. C'è una svolta nel racconto; gli archeologi riescono a riprodurre in un calco la figura di una donna morta nella grande eruzione del Vesuvio, questa donna è la madre di Ginestra. L'attesa eterna di Ginestra è divenuta inutile, ha potuto rivedere la madre, può abbandonare il regno dei morti. Chiede alla Dea il permesso di lasciare l'allegra e vacua comunità delle compagne; in cambio della libertà la Dea vuole Vera. Prevale l'amore e Ginestra si condanna alla prigione eterna. > Sono scivolate via l'una dall'altra, le mani strette si sono separate, l'intreccio delle dita si è sciolto. La terra si è spaccata davanti a loro, allontanandole. (...) Invece di far cadere Vera nella voragine (...) Ginestra l'ha guardata negli occhi per un lungo istante. Tornando nella fredda Londra, Vera si ricorderà dell'amica e del suo sacrificio? Beatrice Masini ha scritto un romanzo delicato, soffuso, quasi evanescente. La passione per la mitologia greca e l'archeologia l'hanno spinta a intrecciare il percorso di formazione di Vera, una vera e propria rinascita, con la storia dei primi scavi di Pompei, tra conservazione e avidità di guadagno, tra nuove tecnologie e il faticoso e pericoloso lavoro degli operai. Si pensi alla bella figura del piccolo Nico, costretto a lavorare ancora bambino, e alla descrizione dei calchi, un metodo largamente diffuso nell'Ottocento anche per divulgare e mantenere le opere dell'antichità. Questi riferimenti realistici sono il contorno di una storia di forte impronta filosofica: il tempo, > che erode e non lascia nulla intatto. Il tempo che ha sempre fame, e mangia tutto. Invece prima -- prima, adesso, dopo, quando era, quando è stato, quando sarà -- di là, prima, era, è tutto così perfetto e levigato. Sovrastata da cotanta metafisica la trama ne risulta schiacciata, indebolita, fragile; i protagonisti non sono approfonditi in termini esistenziali e psicologici, a cominciare da Vera e Ginestra. La scrittura è elegante e musicale, ben corredando la lieve malinconia della storia. Le frasi sono sinteticamente perfette, il lessico è ricco eppure moderno. Il lettore scivola leggero attraverso il bell'italiano, ma ad un certo punto si chiede: dov'è il fuoco in tanta virtuosità stilistica? Perché leggerlo? La trama è fragile ma è piacevole da leggere.
La casa in collina
La Resistenza è narrata il più delle volte dal punto di vista di chi ha partecipato alla lotta partigiana. Il lungo racconto di Pavese parla di chi è rimasto in attesa, anche se coinvolto. > In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia . Così ragiona Corrado, protagonista ed io narrante, mentre il mondo circostante viene travolto dalla guerra. Si è rifugiato in collina, la quale > per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere. (...) Non avevo tristezze, sapevo che nella notte la città poteva andare tutta in fiamme e la gente morire. I burroni, le ville e i sentieri si sarebbero svegliati al mattino calmi e uguali . Durante il giorno va spesso in città, in unʼosteria: qui si suona, si balla e si sparla del fascismo. > Ogni volta giuravo di tacere e ascoltare, di scuotere il capo e ascoltare. Ma quel cauto equilibrio dʼansie, di attese e di futili speranze in cui adesso trascorrevo i giorni, era fatto per me, mi piaceva: avrei voluto che durasse eterno. Lʼimpazienza degli altri poteva distruggerlo. Da tempo ero avvezzo a non muovermi, a lasciare che il mondo impazzisse . A scuoterlo non sono sufficienti la caduta di Mussolini e lʼ8 settembre, né aver ritrovato una donna della sua giovinezza, dalla quale, forse, ha avuto un figlio, oggi dodicenne. > Adesso avevo quarantʼanni e cʼera Cate, cʼera Dino. (...) Non ero futile e villano anche stavolta, che le giravo intorno tra smarrito e umiliato? Il fragile ed illusorio equilibrio viene distrutto dallʼarresto di Cate. Corrado si salva per caso e si rifugia in un convento, dove lo raggiunge Dino. > Che altro fare sotto il portico vuoto se non riassaporare mattino e sera lʼantico spavento? Il convento non è più sicuro e quindi decide di rifugiarsi presso la casa dei genitori, nelle Langhe. Nel frattempo Dino > se nʼè andato, e per fare sul serio. Alla sua età non è difficile. Più difficile è stato per gli altri, che pure lʼhan fatto e ancora lo fanno . Il viaggio da Torino alle Langhe lo porta al centro della lotta partigiana ma riesce a salvarsi. > Malgrado i tempi, qui nelle cascine si è spannocchiato e vendemmiato. (...) Adesso che la campagna è brulla, torno a girarla; salgo e scendo la collina e ripenso alla lunga illusione da cui ha preso le mosse questo racconto della mia vita. (...) Qui ogni passo, quasi ognʼora del giorno, e certamente ogni ricordo più inatteso, mi mette innanzi ciò che fui, ciò che sono e avevo scordato. (...) A volte, dopo avere ascoltato lʼinutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato. Si può continuare a vivere dopo una guerra civile? > Si ha lʼimpressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi E perché sono morti? > Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero. Il fallimento di Corrado (non è riuscito a proteggere neanche Dino) si conclude con una meditazione sulle sorti dellʼumanità, che trascende il racconto: dalla narrazione del contesto storico e dellʼinteriore sofferenza esistenziale si eleva ad una dimensione cosmica, particolarmente attuale alla luce delle guerre civili che sanguinano molte parti del mondo. Sotto il profilo stilistico il racconto è un capolavoro assoluto: asciutto, scarno ma capace di evocare il senso della storia e il destino dei personaggi. Lo scrittore lavora abilmente sullʼaccostamento fonetico delle parole tanto che spesso pare di trovarsi innanzi un componimento poetico, invece di un testo in prosa. È incredibile poi la capacità dellʼautore di non spezzettare il ritmo pur ricorrendo in modo prevalente al punto e quindi a brevi frasi. Lʼuso della virgola per creare una sospensione tra soggetto e verbo (dando autonomia a questʼultimo) è una chicca stilistica, che richiede un possesso eccezionale della sintassi, delle parole e della lingua italiana in genere. Il connubio della narrativa americana con quella classica ha dato risultati eccezionali, difficilmente raggiunti nella letteratura italiana. Perché leggerlo? È un capolavoro e una riflessione sulla guerra.
I casi del commissario Croce
Nel prologo Ricardo Piglia riporta un'annotazione di Carlo Marx sul male, come > principio fondamentale che ci rende creature sociali, (...) risiede qui la vera origine di tutte le arti e le scienze e, a partire dal momento in cui il male dovesse cessare, la società necessariamente decadrebbe, se non addirittura perirebbe . Se pensiamo alla storia dell'Argentina, storia che l'autore attraversa saltellando qua e là, la violenza, lo sterminio dei popoli nativi, i ripetuti colpi di stato da parte dei militari, il populismo peronista e il liberismo spietato, la repressione poliziesca sino ai desaparecido, non sono anomalie ma elementi connaturati a una società capitalistica; e solo con un approccio razionale si può trovare una spiegazione possibile. Per raggiungere questo fine Ricardo Piglia ha inventato il commissario Croce, un «geniale investigatore» con il nome di un filosofo italiano hegeliano, Benedetto Croce. E' una coincidenza? No di certo, se si considera che «il vero destino di un kantiano è la scuola di polizia» anche se > nessuno è padrone dei propri pensieri. Non esistono le cosidette proprie idee, pensare o è appropriato o non è appropriato e pure «se non distruggiamo i pensieri, i pensieri distruggono noi». Per spaziare liberamente Piglia non sviluppa un'unica trama, ma si affida a racconti, che l'autore vorrebbe presentare come casuali, inseriti senza un filo logico. In realtà, forzando forse l'intenzione dell'autore, li possiamo raggruppare in alcuni filoni. Il "Film", «L'eccezione», «L'impenetrabile,»La Promessa > , sono racconti che riguardano momenti salienti della storia argentina. Si prenda L'impenetrabile > dove Croce è incaricato di risolvere la scomparsa dell'ingegner Panizza, noto industriale ma dal passato oscuro. Croce risale il Rio della Plata, gli era facile perché aveva trascorso molte estati sulla vasta laguna (...) per sfuggire alla routine e condurre una vita filosofica«. E quando lo incontra, Panizza dice parole enigmatiche (tipo»l'organizzazione del tempo, e non l'invenzione della macchina a vapore è la chiave del capitalismo > ) per poi squagliarsela definitivamente. Chi è Panizza? E' uno dei tanti europei scappati dopo la seconda guerra mondiale e che non vogliono farsi trovare? E che dire del pianto del commissario nel finale del racconto il Film > , quando Croce scopre che la biondina protagonista della pellicola pornografica è Evita Peron, quella donna che tanti avevano amato come una vergine > . Altri racconti rappresentano i tratti essenziali della società argentina: la malinconia ( La musica«), la superstizione come in»L'Astrologo«e in»Tigre«, la virilità come nel paradossale e indecifrabile»Signora X«, l'amore per il rischio come nel»Giocatore > . E infine Piglia si sofferma sul genere criminale facendo intravedere la sua predilezione per le storie poliziesche all'Agata Christie e per i misteri sconcertanti di Poe. I racconti sono un manuale d'istruzioni e di riflessioni, da cui scopriamo che il metodo di Croce opera mediante analogie metaforiche, combina l'intuizione poetica con la precisione matematica" («La conferenza», «La risoluzione» e «Il metodo»). Sullo sfondo c'è sempre l'Argentina: > le strade sono deserte, non c'è un'anima da nessuna parte, non c'è nessuno al porto, è tutto morto, una cosa demenziale, ettari ed ettari di campagna e dietro non c'è niente, cani randagi, ossa al sole, e solo vento, polvere e solitudine. (...) Siamo stati sconfitti così tante volte che ormai non cambiamo più . Sarebbe necessario conoscere l'Argentina e la sua storia per apprezzare questi racconti; eppure, queste brevi storie ci creano dell' invidia immaginando quale potrebbe essere il nostro Noir, oggi di così grande successo, se ripercorresse il nostro passato recente favorendo la trasmissione della Memoria. Dal punto di vista narrativo la lettura riporta ai «sessanti racconti» di Dino Buzzati (vedi recensione in questo sito): lo stesso senso del paradosso e la medesima disillusione rassegnata. Se si pensa che «i casi del commissario Croce» sono l'ultimo libro di Piglia, scritto quando era già un malato avanzato di SLA, siamo dinanzi a un ben triste testamento, insieme con il desiderio di lasciare un approccio letterario e trasmettere la passione per il genere criminale. Si fa fatica a finire la lettura, talvolta i racconti sono dispersivi, con numerosi incisi narrativi, talvolta le storie sono troppo paradossali, come accade in Buzzati, è difficile restare avvinti. Perché non leggerlo? E' interessante ma prolisso e frammentario.
Cassandra a Mogadiscio
> Jirro in somalo significa «malattia», letteralmente è così. (...) Ma Jirro per noi è una parola più vasta. Parla delle nostre ferite, del nostro dolore, del nostro stress postraumatico, postguerra. Jirro è il nostro cuore spezzato. La nostra vita in equilibrio precario tra l'inferno e il presente. Questo libro parla di questa malattia, fisica e spirituale, lacerante e nostalgica; e lo fa con un taglio autobiografico, che si costruisce > in costante movimento. Il passato non è mai fermo, segue i nostri cambiamenti , come scrive Scego nella sua postfazione. L'autrice immagina un colloquio con la nipote che vive a Londra, e la trama è cadenzata da parole chiave in somalo, che partendo da Jirro prosegue in una serie di tappe di storia personale, familiare e collettiva: eventi, relazioni, fisicità, memorie, profezia. Gli eventi sono due: il 1971, quando i genitori hanno abbandonato la Somalia dopo il colpo di stato di Siad Barre, il 1991, quando la Somalia precipita nel caos della guerra per bande. > «Nessuna strada ci riporterà a casa, figlia», dice lei (Halima, la madre di Scego) con una durezza che non le ho mai sentito prima. > Le strade sono state interrotte. Le case sono crollate su se stesse. Noi siamo diventati belve. E Mogadiscio è stata seppellita dai suoi stessi abitanti sotto un cumulo infinito di cadaveri . La Somalia in guerra, ma sempre lì nel cuore, strazia le relazioni tra la madre e Igiaba. Un giorno, nel 1989, la madre attraversa Roma per un possibile lavoro di domestica ma è respinta perché nera. > Urla nel silenzio. (...) E con quell'urlo, senza voce, con quell'umiliazione senza tempo, si insinua nella mente colma di nostalgia lo skyline di Mogadiscio. Arrivato lì, al centro dei suoi sospiri, per confortarla. Torna in Somalia; scompare per due anni senza dare più notizie perché travolta dalla guerra civile. Per Igiaba, ancora adolescente, è un abbandono con un impatto devastante: comincia a soffrire di bulimia nervosa. > Dagalka wabu dilai je'eelka. La guerra uccide l'amore. (...) Io vomito la guerra. Fino ad azzerare in me ogni sogno. Fino ad azzerare in me ogni me. Come quei parenti di mia madre persi nella bruma del loro scontento. E nel Jirro che non gli dava tregua. Al ritorno, Halima comincia a parlare alla figlia, > da donna a donna. Se prima le aveva raccontato della sua infanzia, in campagna a pascolare le pecore, adesso le narra la sua vera vita. > Il trauma di aver perso il paese natale lei e il paese di origine io ci accumunava nel lutto. (...) Voleva, a livello inconscio, (...) passarmi la sua vita. Perché non si trattava più di una storia famigliare e basta. Halima ricorda di come sia stata infibulata, e naturalmente > parlava di papà. Costruiva la sua leggenda. (...) Lei una centralinista e lui un uomo bellissimo, primo cittadino di una città che odorava di spezie. Poi, avvolta nella sua veste bianca, ogni tanto (...) mi cercava con lo sguardo. E in quel contatto di occhi, io figlia, lei madre, pensavamo al profugo. All'esilio che avevamo attraversato insieme. Quella malattia agli occhi che perseguita oggi Igiaba, ormai verso la menopausa, quel non aver figli o un marito, tutto questo deriva, forse, dall'avere somatizzato la lacerazione della sua vita, lei italiana innamorata di Roma, lei figlia di una Somalia distrutta? Che la tragedia dei popoli colonizzati, sfracellati e destinati all'oblio, le sofferenze dei migranti del mondo, le guerre, le stragi , le donne e i bambini violentati e trucidati, che tutto questo sia un segno di un destino che ci aspetta, anche noi ricchi, confortati dalle nostre belle leggi, e dall'aria condizionata? Un' amica ha proposto a Igiaba di leggere le Troiane di Euripide. Al centro c'è Cassandra che dice: > Io porto la fiaccola, io celebro, inondo la luce, vedete, con questa mia lampada il tempio. Come Cassandra, anche noi (umanità dilaniata) la portiamo la fiaccola. (...) Portarla è il nostro fardello. I romanzi di Scego hanno un filone comune: l'intreccio tra storie personali e vicende generali e come sia possibile scoprire sé stessi, e gli altri, solo dal dipanarsi di questo inviluppo dentro la propria coscienza. E' quindi imprescindibile per l'autrice scrivere racconti complessi, con molte vicende parallele in un contesto fortemente politico, e poco psicologico. In «Oltre Babilonia» del 2008 il punto di sintesi è data dalla lingua, in quella scuola di arabo, dove gente di diverse provenienze studia questo «esperanto»; in "Adua > del 2015 l'autrice parla di un tradimento, di un'Italia amata che scaccia il migrante, e infine in quella commistione di realtà e fantasia che è Una linea di colore > del 2020, due donne realmente vissute si sintetizzano in un personaggio inventato, che porta con sé le ferite dell'emigrazione e della schiavitù, (vedi le recensioni di questi libri in questo sito). In Cassandra a Mogadiscio" Scego cambia prospettiva, come non mai parla di sé stessa, confessa le proprie fragilità fisiche e psicologiche. La brillante e simpatica scrittrice, incontrata in tante Feste dell'Internazionale, si rivela una personalità tragica, che evoca e interiorizza dolori esistenziali e planetari: un Ungaretti contemporanea. Parla della Somalia? No, sta parlando del suo Paese amato, l'Italia, sull'orlo della frantumazione, della sua Roma, in balia della violenza verbale e fisica, della sua adorata lingua, l'italiano, che pare ormai destinato a una regressione nelle sue antiche lingue locali. Insomma, narrando la sua famiglia e il suo Paese di origine, Scego riflette su sé stessa come italiana. Dov'è la Terra Promessa? O quella di Ungaretti è solo un'utopia disperata? Il punto di forza di Scego è sempre la scrittura; pur in un italiano semplice e immediato, l'autrice evoca sensazioni che lasciano il segno nel lettore: sono spesso brevi frasi, messe lì inaspettate, non sempre inserite nel filo della narrazione, quasi che Scego si lasci trasportare dalle emozioni più che dalla trama. Quest'ultima è un punto di debolezza; la ricchezza della narrazione non è ricondotta in modo efficace a una sintesi facilmente rintracciabile dal lettore. A questa confusione narrativa contribuiscono gli espedienti letterari che tanto paiono piacere alla scrittrice; in questo caso sono i colloqui con la nipote così come la scansione dei capitoli per parole chiave, che spesso non sintetizzano i contenuti dei capitoli stessi. Scavando poi come non mai nel proprio intimo e nelle proprie relazioni fondamentali, in particolare verso la madre, emerge la carenza delle analisi psicologiche. Quelle di Scego, come di molti autori non occidentali, sono storie corali, introiezioni del dolore universale più che introspezioni dei propri sentimenti. Perché leggerlo? Si scopre una Scego non conosciuta, la lettura è tuttavia difficile.
A cena col commendatore
Lʼautore immagina che un impresario di opera lirica, ormai in pensione, decida di mettersi a scrivere affinché si sappia chi fosse realmente: > curioso degli altrui travagli... marmoreo commendatore di unʼepoca ormai trascorsa . Prima della sua dipartita, il commendatore sarebbe riuscito a comporre tre racconti, che riporterebbero episodi reali della sua vita. Nella «Giacca Verde», lʼimpresario ha scritturato un brillante direttore dʼorchestra per lʼOtello di Verdi. > un uomo di genio ( ma) così vano che si occupa costantemente dellʼimpressione, anzi dellʼeffetto che egli produce su chiunque lo accosti . Durante le prove, tutto é proceduto bene sino allʼattacco dei timpani, quando, improvvisamente, il direttore ha chiesto di sospendere lʼesecuzione, portando a giustificazione un improvviso malore. Lʼimpresario é riuscito, tuttavia, a farsi confessare le vere ragioni dellʼinterruzione ed anche della decisione del musicista di rompere il contratto. Durante la seconda guerra mondiale, il direttore, giovane e non ancora famoso, si era rifugiato in un paese di montagna dellʼItalia Centrale, dove aveva fatto amicizia con il suonatore di timpani presente nellʼorchestra: «un ometto di mezzʼetà, modesto, tranquillo, dallo sguardo spento» , il quale, però, si era fatto conoscere come un noto maestro di musica, ricevendo la stima e lʼammirazione della gente del luogo. Ebbene, il giovane direttore, ben più valente e affermato del povero orchestrale, non aveva svelato la sua vera identità, ma si era presentato come un umile impiegato di banca, Ma perché dissimulare? > Spensieratamente, per curiosità, per vizio, avevo disceso il vago sentiero della burla.... e vedendo quel piccolo uomo grassottello, dalla buffa giacca verde e dal passo balzellante, venirmi incontro nel refettorio, io avevo soprattutto guardato la giacca e non lʼuomo . Ma non era solo la superficialità a portarlo al futile inganno, cʼera anche «un sottilissimo ed esasperato piacere, quello di non essere più io», ma in tal modo aveva tradito lʼamicizia, il legame sincero tra due uomini che si erano trovati insieme in un momento difficile della propria vita. E adesso il direttore, importante ma vanesio, preferisce fuggire piuttosto che affrontare il povero orchestrale, che resta, invece, saldo nel suo ruolo e nella sua dignità, modesto lavoratore della musica. Nel secondo racconto, «Il padre degli orfani», lʼimpresario fa visita ad un collega, che aveva lasciato improvvisamente lʼattività, per gestire un orfanotrofio. Quando gli chiede i motivi di una decisione così drastica, il collega gli racconta una storia commovente: aveva incontrato in treno un bambino malato, ne era rimasto impressionato, ma, per pigrizia o per i troppi impegni di lavoro, aveva indugiato a prestare aiuto e, quando si era deciso a farlo, aveva scoperto che il bambino era morto, in quanto la famiglia non era stato in grado di comprare i farmaci necessari. Un bellissimo racconto, se non fosse che lʼimpresario casualmente scopre la vera storia: il collega aveva un legame omosessuale con un giovane, che aveva avuto un bambino da una ballerina. Pur richiesto di dare un aiuto, il collega si era rifiutato e aveva, tra lʼaltro, allontanato da sè il giovane per timore che la sua irreprensibile vita borghese fosse sconvolta dallo scandalo. > Si era pentito di tanti peccati, non del solo mortale che aveva commesso. Aveva fatto mille sacrifici, non quellʼuno senza il quale tutti gli altri non avevano valore: il sacrificio, allʼamore, della propria vanità . Lʼimpresario vorrebbe costringerlo a riconoscere la sua abbiezione, ma poi lo vince la ripugnanza di una scena isterica, la fatica di togliere ad un uomo la propria maschera. Nel terzo racconto, «La finestra», lʼimpresario va a far visita ad una vecchia amica inglese, di cui è da sempre innamorato. Spera di poter vivere insieme gli anni della vecchiaia, ma poi scopre che la donna ha sempre amato un filibustiere, un poco di buono, che lʼha abbandonata da molti anni. Lʼimpresario riesce a dimostrare il vero carattere di questo bellimbusto, ma è inutile. Anche dinanzi alle prove più evidenti, la donna conferma il proprio amore. Per lʼimpresario è lo svelamento di un mito, di un sogno di tutta la vita: > se pensavo a Twinkle come lʼavevo lasciata ventʼanni addietro e poi sempre ricordata, schietta, arguta e di gusti così semplicemente nobili.... non credevo, guardandomi intorno, ai miei occhi. Eppure, la sua lunga solitudine, popolata dalle fantasie e dal rimorso, mi spiegava anche questa corruzione . Con il suo stile semplice, elegante ed arguto, Soldati affronta i temi della complessità dellʼanimo umano, riconducendola a tutto ciò che in noi cʼè di ambiguo e di incerto. La maschera, dietro la quale ci nascondiamo, non è un artificio, ma fa parte intrinsecamente della nostra coscienza. I racconti sono compatti ed essenziali, sorretti da una abile e veloce struttura narrativa. I protagonisti e gli ambienti sono disegnati con poche ed efficaci pennellate, attente ai particolari ( le mani, il modo di vestire, lʼarredamento), così da ricordare, con felice sorpresa, i romanzi dellʼottocento. Perché leggerlo? Sono racconti bellissimi, la scrittura è piacevole e fluida.
Il Centravanti è stato assassinato verso sera
Il romanzo descrive l’attività di Pepe Carvalho, un misto fra Marlowe e Nero Wolff, chiamato a proteggere un calciatore della più importante squadra di Barcellona, che si pensa minacciato di morte. In realtà la storia poliziesca fa da sfondo alla descrizione di ambienti di Barcellona in pieno boom edilizio e trasformazione urbana: i personaggi si muovono in un contesto nel quale i vecchi valori franchisti si stanno dissolvendo ed emergono nuovi valori legati al capitalismo rampante. Al disfacimento della società e alla violenza dominante fanno da contraltare i piccoli piaceri quotidiani (il mangiare) e i valori dell’amicizia che rappresentano gli ultimi ancoraggi per l’essere umano. La parte migliore è costituita propria dalla descrizione di Barcellona, dalla caratterizzazione dei personaggi, mentre talvolta alcune digressioni, di carattere quasi filosofico, rallentano il ritmo della narrazione. Lo stile è molto ricco e articolato e risente dell’influenza dei grandi scrittori di letteratura poliziesca americana e di Simenon.
Che fare ?
Cernysevskij fu un rivoluzionario russo dellʼottocento, precursore delle grandi ideologie e correnti politiche che portarono alla rivoluzione dʼottobre del 1917. Economista, filosofo, scrittore, fu incarcerato a trentaquattro anni nel 1862 e rimase in prigione sino al 1888. Scritto nei primi anni del carcere da un giovane idealista, il romanzo ha una preponderante impronta morale e politica, che compromette la componente più propriamente narrativa. Il tema è di grande attualità: la libertà e lʼeguaglianza della donna. Vera (in russo significa fede) vive in una gretta famiglia borghese ed é destinata ad un matrimonio di convenienza con un pretendente ricco e volgare. In una splendida raffigurazione che ne dà un sogno di Vera alla fine del libro (una incredibile anticipazione dello stile onirico di Nietzsche), alla giovane, rappresentata in «una donna giacente», la regina Astarte intima di essere sottomessa al suo signore. > Rallegrane gli ozii. Amalo, poiché egli ti comprò; e se non lʼami, ti ucciderà . Ma Vera risponde che non è lei > ritratta in questa scena. Allora io non esistevo. Quella donna era schiava. dove manca lʼeguaglianza, non vʼha posto per me . Ed infatti Vera rifiuta il suo destino, si ribella alla famiglia e sposa un giovane medico. Non è una semplice rivolta di una adolescente risoluta. Vera sa bene che è uscita da «un sotterraneo umido e scuro» per liberare le altre donne, le quali «ancora giacciono prigioniere ed inferme». Ormai indipendente, Vera avvia una sartoria, dove le lavoranti non solo si spartiscono gli utili e decidono loro le scelte aziendali e quale organizzazione darsi, ma si dedicano anche alla propria istruzione e allʼemancipazione delle donne. I rapporti matrimoniali tra Vera e il marito si ispirano allʼamicizia, senza rapporti affettivi e sessuali. > Sta ora bene attento: ecco come vivremo (...). Prima di tutto, avremo due camere, la tua e la mia: in una terza camera pranzeremo, riceveremo gli amici comuni. In secondo luogo, io non entrerò in camera tua (...) e tu nemmeno entrerai nella mia camera . Sempre nel sogno finale Vera immagina che questa figura di donna sia rappresentata da unʼaltra regina, la Verginità. > La brutalità primitiva dellʼuomo fu educata via via dalla bellezza muliebre.(...) Lʼuomo amò la vergine pura, inaccessibile. Ma la donna non aveva ancora una coscienza . Sembra una situazione serena, ma un profondo disagio pervade Vera. È un sogno a rivelarlo. La giovane immagina che un artista la obblighi a leggere il suo diario. > Cʼera scritto di noi due (racconta Vera al marito) e del bene che ci vogliamo, e poi di botto, al tocco della sua mano, apparivano delle brutte parole, dovʼera detto che io non ti amavo . Vera non può certo seguire la terza regina, Afrodite, che invita ad unʼapparente libertà, perché perseguita «mercanteggiando il piacere». Deve conoscere il vero amore, che si fonda sullʼeguaglianza di intelletto, di sentimenti e di sesso tra uomo e donna. Si innamora di un amico del marito, Kirsanov: la loro storia è contrastata perché entrambi vorrebbero non riconoscerla e restare fedeli, lei allo sposo, lui allʼamico. Il suicidio del marito di Vera permette di concretizzare la loro storia dʼamore, realizzando «lʼeguaglianza tra le due creature che si amano». Così parla la quarta regina nel sogno di Vera. > Riconosciuta la parità dei due sessi, lʼuomo non considera più la donna come una sua proprietà. Si amano lʼun lʼaltro, perché così vogliono . (...) Se vuoi con una sola parola esprimere quel che io sono, chiamami eguaglianza. Il sovrastante ricorso ai dialoghi tra i personaggi, ed in particolare tra Vera, il marito e Kirsanov, dà la sensazione di trovarsi dinanzi ad un discorso socratico, che rinforza la caratteristica filosofica e moraleggiante dello scritto. È sempre Vera a condurre il ragionamento, mentre i due uomini sono stereotipi, figure schiacciate dalla personalità della donna. Vera è un carattere complesso; dapprima è semplicemente una giovane ancora incerta e spaventata; coglie in modo pragmatico lʼopportunità di un matrimonio liberatore; con la tipica sicurezza giovanile affronta una relazione priva della carezza soave, assidua, il bisogno di cullarsi voluttuosamente in un sentimento di tenerezza«. Poi, conosce»lʼimperiosità di quel sentimento soave > , anche se non sa chiamarlo amore. Il suicidio del marito la sconvolge, ma lo supera, definendo il senso di colpa che ne è seguito come un inutile melodramma". Un poʼ di egoismo non guasta! Infine, diviene una donna consapevole sino in fondo del proprio valore e delle proprie aspirazioni. Può darsi che Cernysevskij si sia indentificato con Vera e che quindi il libro sia un romanzo di formazione, o un canto del cigno di una giovinezza perduta. Dal punto di vista letterario è un racconto mediocre; lo stile narrativo basato sui dialoghi, la sovrabbondanza di riflessioni, disgressioni e dichiarazioni lo rendono ampolloso, ripetitivo e prolisso. Solo i sogni aprono uno squarcio innovativo in una struttura narrativa tradizionale, poco incline ad approfondire i personaggi e le situazioni. Perché non leggerlo? È noioso.
A che punto è la notte
È un libro che si legge tutto dʼun fiato. L’ambiente è la Torino degli anni ’60, nella fase di intensa industrializzazione e di sviluppo della Fiat. Inizialmente i personaggi si muovono in modo autonomo tra di loro: un venditore di matite, che si scoprirà essere un carabiniere in incognito alla ricerca di laboratori di lavorazione della droga, una giovane ragazza della borghesia torinese che ha come amante un misterioso commercialista, che poi si scoprirà essere un contabile della mafia, una redazione di una casa editrice (l’occasione per una parodia degli intellettuali), interessata alla pubblicazione di strane cassette di dialoghi di un parroco, che professa idee eretiche e ha plagiato un gruppo di parrocchiani, un ufficio del commissariato, che si interessa di una presunta aggressione al parroco, un ingegnere della Fiat, che si interessa di gestione delle scorte. Tutti questi personaggi si ritrovano, casualmente, alla messa del parroco eretico, durante la quale il prete stesso viene ucciso in un attentato dinamitardo. Si avvia unʼindagine complessa e difficile, caratterizzata da altre due uccisioni, quelle del venditore di matite e dell’ingegnere della Fiat. La vicenda si conclude con la scoperta di una truffa ai danni della Fiat di cui l’inspiratore è un alto dirigente dell’azienda; il parroco, l’ingegnere e i parrocchiani sono gli esecutori materiali. Il libro è molto complesso e articolato ma ha diversi aspetti di rilievo: la trama molto suggestiva e ricca di colpi di scena, un ritmo narrativo serrato, che raramente decade nel superfluo, la sovrapposizione delle storie e quindi anche dei temi: la storia d’amore della ragazza e del commercialista mafioso, l’ambiente della Fiat con la sua gerarchia e i suoi riti aziendali, l’ambiente della polizia con i contrasti con i carabinieri, il mondo religioso con i suoi incubi secolari (le sette gnostiche), la solitudine sentimentale del commissario Santamaria e in generale di tutti i personaggi «adulti» del libro. Sullo sfondo emerge l’Italia in trasformazione, nella quale i valori tradizionali, le stesse piccole ruberie, vengono travolte dall’industrializzazione e quindi dall’espansione della città: non è un caso che il romanzo sia ambientato sostanzialmente nella periferia, in un contesto urbano e sociale sempre più degradato e sconvolto. Ma sarà una società peggiore di quella passata? Gli autori non sembrano pensarlo: Thea, questa giovane ragazza della borghesia, preferisce il legame con un mafioso alle amicizie della sua classe sociale e la madre pensa che è forse meglio così piuttosto che sposarsi un ingegnere della Fiat, corrotto e paranoico. Si rompono gli schemi rigidi di una società ipocrita e solo in tal modo i personaggi trovano il loro destino, e l’amore, anche se al di fuori delle regole tradizionali. Esiste poi un altro tema, che emerge solo alla fine del romanzo. L’alto dirigente della Fiat viene scoperto perché si dimentica che è sempre seguito da due poliziotti di scorta, che devono assicurarne la sicurezza. La solitudine del potere, la sua indifferenza rispetto agli umili sono anche la fonte della rovina di chi è al vertice della società e pensa che sia persino inutile accorgersi degli altri. La democrazia è un processo inevitabile?
Chi dice e chi tace
Il romanzo è ambientato a Scauri, un paese in provincia di Latina, dove è nata e cresciuta l'autrice. > Sul lungomare i lidi splendevano nella luce dorata del tramonto. (...) Coppie di fidanzatini passeggiavano allacciati, due donne, entrambe con una tuta di ciniglia, camminavano svelte...(...) Gli intonaci della case cercavano di resistere alla salsedine, dalla Bussola arrivava una musica ballabile e gli uomini fumavano e bevevano birra tenendosi la pancia. (...) Alle pareti del dopolavoro ferroviario erano affisse una foto sbiadita di Gramsci, un'immagine ricostruita di Berlinguer, la prima pagina del primo numero dell'Unità.... In questa insignificante e sonnolente località della costa laziale prende dimora Vittoria, che vive in una villa con una giovane donna. > Occhi non chiari ma pieni di luce, portava un cappello di paglia che aveva visto giorni migliori, pantaloni morbidi, un maglione bianco a trecce, (...) Vittoria sembrava uscita dalle pagine di Oggi. (...) Sembrava una principessa araba in una tenuta di campagna toscana. Chi era Vittoria? A questa domanda cerca di rispondere Lia quando il corpo senza vita della donna è trovato nella vasca di bagno della casa. In un ambiente indifferente e pettegolo, Lia pare l'unica a interessarsi delle cause della morte (suicidio o omicidio?) e soprattutto di chi fosse realmente Vittoria, perché aveva abbandonato Roma e perché conviveva con una ragazza, che non poteva certo essere sua figlia. E Lia scopre che Vittoria è come > il greco, aveva lasciato poche tracce e per raggiungere il significato, ammesso ce ne fosse uno, bisognava procedere ricombinando gli elementi, consci che sarebbe sempre rimasto un margine per l'interpretazione o, nel peggiore dei casi, che nessuna delle combinazioni avrebbe avuto senso. E' chiaro che Chiara Valerio ha molto amato e sofferto il greco antico!. Sotto l'apparenza di un racconto Noir, Lia s' inoltra nel labirinto di quel mistero che alberga in tutti noi, indecifrabile ma cui cerchiamo di dare ordine. A questo conflitto interiore che anima la letteratura, come diceva Ungaretti, l'autrice cerca di dare una soluzione con un approccio troppo razionale, facendolo diventare un rompicapo filosofico o matematico che cela la paura di allontanarsi dai definiti e rassicuranti valori prevalenti. E se Lia fosse stata attratta sentimentalmente da Vittoria? Su un lungomare che non è quello di Scauri, forse sulle rive del Nilo o in un' oasi del deserto, > vedevo Vittoria. (...) Mi avvicinavo e le chiedevo. Perché? Vittoria sorrideva, (...) mi prendeva il viso tra le mani, mi baciava. Io chiudevo anche gli occhi. Nel sogno ero felice. Ancora un rumore, una voce, due voci. Staccavo le labbra da quelle di Vittoria e mi guardavo intorno. Le mie figlie correvano verso di me.... Per me è stato un romanzo sofferto, abbandonato e poi ripreso per voler arrivare comunque alla fine e scoprire l'enigma e il mito di Vittoria. I due aspetti si sovrappongono: da un lato svelare cosa c'è dietro a questa donna della buona borghesia romana, dall'altro capire perché nella piccola e provinciale Scauri Vittoria si sia trasformata in un riferimento immaginario e vagheggiato. Sarebbero già stati due temi complessi da portare avanti insieme, oscillando tra noir e romanzo sociale; Valerio ha voluto anche indagare il vissuto di Lia, senza però svelarne fino in fondo la psicologia, le frustrazioni e i desideri di trasgressione. Tutto è rimasto in superficie. La scrittura accentua la fatica del lettore: le frasi scarne e apodittiche, l'uso ripetuto del punto per chiudere periodi senza verbo, il frequente cambio di soggetto narratore, io, lei e tu, le numerose digressioni, l'affollamento dei personaggi, i mutamenti di direzione nello sviluppo del racconto, sono caratteristiche stilistiche che accrescono la frammentazione della narrazione e rompono il fluire del discorso. Chiara Valerio ha uno stile spigoloso e saggistico, mentre le parti migliori sono proprio quelle in cui traspaiono elementi onirici e una soffusa nostalgia della sua Scauri. Perché leggerlo? Interessante la figura di Lia ma è un romanzo faticoso.
Chicago
Il libro è un insieme di storie di egiziani che lavorano e studiano a Chicago, presso lʼuniversità di medicina. In alcuni casi si tratta di persone ormai avanti negli anni, che si sono affermate e apparentemente integrate nella società americana. In altri casi sono giovani ricercatori, che hanno ricevuto una borsa di studio dal governo egiziano e che , quindi, dipendono per il successo della loro carriera dalle autorità del proprio paese. Devono impegnarsi duramente per ottenere ottimi risultati accademici, ma devono anche stare molto attenti a non assumere atteggiamenti critici o semplicemente irriverenti del regime egiziano, allora quello di Mubarak. Le storie si sviluppano autonomamente, intrecciandosi solo a tratti. Shaima è una giovane molto devota, che > a dispetto delle sue eccezionali doti scientifiche, era di unʼignoranza abissale per quanto concerne gli strumenti utili per sedurre un uomo . Già sulla trentina, incontra un collega egiziano, del quale si innamora e con il quale scopre le delizie del sesso. Questa vicenda sembra evolversi verso un lieto fine, quando Shaima si ritrova incinta e, dinanzi al diniego spaventato del giovane ( un figlio disturberebbe la sua carriera accademica), è costretta ad abortire, pur contro le sue convinzioni religiose. Marwa ha sposato, prima di trasferirsi in America, un giovane allʼapparenza brillante e serio. In realtà il marito si rivela uno squallido individuo: avido, autoritario,infido, con gusti sessuali perversi e violenti, e per di più spia dei servizi segreti egiziani. Marwa vorrebbe divorziare ma trova lʼopposizione dei genitori ed allora, furbescamente, crea una situazione per la quale la separazione diviene inevitabile: il marito è disponibile a concederla ad un potente personaggio dei servizi segreti, pur di aver garantita la carriera accademica, pregiudicata dalla sua totale insipienza come ricercatore. Se i giovani sono costretti a muoversi, chi ingenuamente e chi con astuzia, negli spazi ristretti concessi da una società repressiva ed ipocrita, a questo destino non sfuggono gli stessi adulti. Saleh ha preferito fuggire dallʼEgitto abbandonando la donna amata, della quale soffre, ancora dopo tanti anni, il pesante rimprovero: «È proprio un peccato che tu sia un vigliacco!» esclamò la ragazza dicendogli addio. Saleh si è sposato con una americana ma è stato per lui un matrimonio di convenienza, tantʼè vero che la nostalgia per la madre patria diviene ad un certo punto irrefrenabile e assume persino aspetti feticistici, come indossare i suoi vecchi abiti egiziani. Vorrebbe riabilitarsi rispetto dimostrando alla donna amata di essere un uomo coraggioso che rischia per le sofferenze del suo popolo. Non ci riesce, perché in fondo è un codardo, e quindi si uccide. Anche Rafat si è sposato con una donna americana, dalla quale è nata una figlia. In un drammatico incontro tra padre e figlia ( in un ultimo tentativo di salvarla dalla droga) la ragazza svela con violenza la finzione su cui Rafat ha appoggiato tutta la vita: > sei un impostore ( gli grida), un attore fallito, che recita una parte cretina che non convince nessuno. Cosa sei? Egiziano o Americano? Naghi è un idealista, aperto alle nuove esperienze che gli concede la società americana, convinto che occorra lottare per la libertà e la democrazia del proprio paese. Si muove al di fuori degli schemi, spesso esponendosi in un ambiente infido, quale quello degli egiziani allʼestero. Incontra una ragazza ebrea, con la quale ha una relazione sentimentale, fatta di passione, di affetto e di scoperta reciproca. Riceve la visita di un esponente dei servizi segreti egiziani, che lo invita ad abbandonare le velleità rivoluzionarie e gli fa sapere che è in possesso di riprese dei suoi amplessi focosi con la giovane ebrea. Chi può aver collocato una telecamera nascosta nel suo appartamento? Paradossalmente Naghi accusa lʼamica, tanto profonde sono la diffidenza e le barriere tra i due popoli. > Per quanto forte sia il tuo amore ( dice la ragazza) non ti scorderai mai che sono ebrea. Posso essere sincera con te finché voglio, la tua fiducia in me sarà sempre fragile . Anche Naghi, che vorrebbe essere un poeta, non sfugge al destino di finzione e di sospetto generato da una società repressiva. Tutte le storie si sviluppano in parallelo creando un caleidoscopio di vite, voci ed immagini, tale che è difficile cogliere un comune filone narrativo. I bozzetti di cultura egiziana, costruiti con sottile ironia, gli abili tratteggi dei personaggi e delle loro vicende, nonché la descrizione dettagliata delle propensioni erotiche dei personaggi e delle coppie, sono una trappola che rinchiude il lettore nelle particolarità facendogli perdere il senso complessivo del romanzo. Senza dubbio cʼè una critica alla società egiziana. Ma è probabile che il significato nel libro risieda nellʼinfelicità creata dagli schemi repressivi della società. Esiste un legame tra sistema sociale ed istituzionale ( la mancanza di democrazia) e il destino individuale, anche quello appartenente ai sentimenti intimi e familiari. E che questo non sia solo una caratteristica del mondo egiziano appare evidente dallʼunica storia, nella quale i personaggi non sono del paese nord africano. Graham è un professore sessantenne, libertario ed eccentrico. Incontra Carol, una donna di colore, con la quale porta avanti una meravigliosa relazione dʼamore. Ma Carol, perché nera, non trova lavoro, finisce a fare la modella ed è spinta a concedersi ad un importante dirigente di una azienda. Si amano, eppure la segregazione sociale distrugge il loro rapporto, perché non si sfugge agli effetti devastanti di una società ineguale, anche se formalmente democratica. Aswani è un abile scrittore, ma la struttura narrativa basata su racconti multipli e paralleli non si può prolungare a lungo senza appesantire la narrazione e disperderla in troppi rivoli. Dʼaltra parte non esiste una trama complessiva che permetta di riprendere il filo del romanzo, per cui alla fine la narrazione risulta prolissa e poco avvincente. Perché leggerlo? È un insieme di bozzetti piacevoli e intriganti.
The childhood of Jesus (L'infanzia di Gesù)
«In age of iron» (tra le recensioni) la madre abbandonata dalla figlia e condannata alla solitudine esclama con disperazione «lasciami andare da me stessa, (...) è un compito difficile, ma sto imparando». In Disgrace (anch'esso tra le recensioni) il protagonista, un borioso intellettuale, va verso la morte: > sdraiato su una sedia di plastica tra il puzzo delle penne di gallina e delle mele in decomposizione, sente il suo interesse per il mondo defluire a goccia a goccia . E se invece noi non accettassimo la morte, anche se essa assume la forma del Paradiso? Un adulto e un bambino si ritrovano in un mondo immaginario, dove predomina la gentilezza e l' amicizia, nel quale tutto fluisce sempre uguale a sé stesso, dove tutti si sono dimenticati del proprio passato. > Niente sta mancando. Il niente che tu pensi che stia mancando è un'illusione. Tu stai vivendo in un'illusione. Per il protagonista > questa vita è troppo placida per il suo gusto, manca troppo di sù e giù, di dramma e tensione, è troppo, di fatto, come la musica alla radio. Anodina«, è questa la parola spagnola»? La storia stessa non è che una narrazione. La nostra storia non è reale. Ed allora che cos'è la nostra vita? Un racconto? Insomma, accettare il Paradiso lo si può fare solo perdendo sé stessi. Dice Dante nel canto XXXIII del Paradiso, > Qual è colui che sognando vede,/che dopo il sogno la passione impressa/rimane, e l'altro a la mente non riede, /cotal son io, ché quasi tutta cessa/mia visione, e ancor mi distilla/nel core il dolce che nacque da essa (versi 58-62).Ossia, solo se mi abbandono ad una mistica intuizione di Dio posso dissolvermi nel Paradiso ed acquisire una pace, serena ed eterna, anche se monotona Se avessi continuato la lettura forse avrei capito il ruolo del bambino (Gesù che accompagna l'incredulo Giuseppe?); devo confessare che ho interrotto il libro in forza del diritto di tutti i lettori di poter abbandonare un racconto, se esso non piace. Ciò che mi ha disturbato sono state l'astrattezza dei dialoghi e la ripetitività della trama. Sembra, quasi, che lo scrittore stia parlando con San Tommaso o con qualche altro teologo, usando i personaggi non come soggetti vivi e ricchi di sentimenti ma come bolse controfigure di concetti. D'altra parte siamo in Paradiso. Coetzee ci ha convinto: con la morte è meglio scomparire nel nulla. Perché non leggerlo? Astratto, noioso e inconcludente.
La chimera
> Davanti a me, sul mio tavolo, mentre scrivo, cʼè una fotografia a colori... La fotografia di Antonia , o meglio di una delle tante Madonne, tutte simili, dipinte da un pittore ambulante nei primi anni del Seicento. > Quegli occhi neri come la notte, e luminosi come il giorno; quel neo sul labbro superiore; quelle labbra rosse e carnose e poi quel ricciolo ribelle che scappa fuori dal panneggio, sulla guancia sinistra .... era una copia fedele del ritratto di Antonia, della strega quindicenne di Zardino. Possiamo supporre che sia stata questa fotografia, di una adolescente, «uno stato di grazia, prima ancora che unʼetà», a spingere Vassalli a narrare > una grande storia, dʼuna ragazza che visse tra il 1590 e il 1610...., e delle persone che furono vive insieme a lei, negli anni stessi in cui lei fu viva, e che lei conobbe; di quellʼepoca e di quei luoghi . I luoghi sono Novara e un piccolo borgo, oggi scomparso. Zardino > fu un villaggio come quegli altri che si vedono laggiù, un poʼ a sinistra e un poʼ oltre il secondo cavalcavia; sotto la montagna più grande e più imponente di questa parte dʼ Europa, il Monte Rosa. (...) Una chimera! Da lassù, dalla sommità della chimera oggi si vede > una pianura vaporosa con qualche albero qua e là e unʼautostrada che affiora dalla nebbia ; allora, nel Seicento, si contemplava > un paesaggio di vigneti e di boschi verso le paludi e gli argini del fiume; di prati e di baragie (terreni incolti, brughiere) (...); di campi di granoturco, di grano e di risaie e un abitato il quale > tra le case era grigio, angusto, primitivo e però anche, nella buona stagione, tutto era fiorito di convolvoli e di rosine rampicanti . In questa epoca e in questi luoghi Antonia trascorse la sua breve vita: abbandonata alla nascita, sopravvissuta allʼinfanzia, adottata da una famiglia contadina di Zardino, la cui modesta agiatezza dava origine ad invidie e rancori, la ragazza era troppo bella, altera e indipendente per non essere al centro dei pettegolezzi e dellʼastio delle comari: lei, «unʼesposta», cosa pensava di essere, una piccola signora! Forse sarebbe potuto diventare donna ,sposarsi e avere figli, se le circostanze non lʼavessero trascinata verso una morte spietata. Si invaghisce di un «camminante», ossia di uno di quegli «anarchici della campagna», che vagavano in odio «ad ogni servitù». Innamorata proprio dello suo spirito libero, dei suoi racconti di viaggi e di città, Antonia compie lʼimprudenza di incontrarlo di notte, al tramonto, sotto una vecchia quercia, che le leggende del villaggio vorrebbero luogo di spiriti maligni, dimora del Diavolo. Un giovane prete fanatico la denuncia al SantʼUffizio, accusandola di stregoneria. Il caso vuole che sia in atto una lotta di potere tra il Tribunale dellʼinquisizione e la Curia vescovile, e la povera Antonia è la vittima inconsapevole di questo scontro politico. Un caldo torrido, una lunga siccità e la paura di epidemie spingono a cercare un capro espiatorio: e chi meglio di una misera contadinella, troppo imprudente e vivace? > Le fiamme crepitarono alte, la notte diventò chiara come il giorno, le lingue di fuoco si unirono in unʼunica vampata. (...) Si videro i capelli della strega che svanivano nel nulla e la sua bocca che sʼapriva in un grido senza suono. (...) Antonia non fu più. Esplose il giubilo della folla. (...) Allora, finalmente, incominciò la festa . Nella premessa, intitolata «il nulla», Vassalli ci offre una interpretazione metafisica: > per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla . Se ci si allontana dal fragore e dalla passione del nostro tempo ci si accorge come la storia, e la nostra esistenza, non siano altro che un fluire senza scopo e senza senso, appunto il nulla. Perché Antonia è stata mandata al rogo? Perché non le è stata concessa di vivere? Per evitare che il tempo si chiuda su di noi, che il nulla ci riprenda, forse solo un Dio potrebbe intervenire, ma > è lui lʼeco di tutto il nostro vano gridare. (...) Colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto e però purtroppo non può dircele per questʼunico motivo, così futile!: che non esiste. Con tutto il rispetto per lʼautore dobbiamo dire come il fascino del romanzo non risieda nella sua filosofia della storia; ciò che avvince sono i personaggi e lʼambiente. Certo sono tutti scomparsi, ma a noi lettori ci appaiono ancora così profondamente vivi, nei loro sentimenti, nelle piccole e grandi motivazioni che li agitano e li spingono ad amare, a credere, a sopravvivere, anche soffrendo. E che dire di Antonia, figura del Seicento ma così moderna nelle sue ingenue aspirazioni e meraviglie? Eccola che arriva a Zardino, ancora bambina. > Lʼesposta, rannicchiata tra due sacchi, la guardava (la campagna novarese) scorrere nei suoi occhi spalancati; e chissà mai le passava per la testa vedendo per la prima volta le montagne riflesse e frantumate negli specchi delle risaie, e le lunghe file dei salici con i rami tagliati, e tutto il resto. (...) Forse, anzi probabilmente, non pensava a niente; lasciandosi cullare dal dondolio del carro e lasciandosi distrarre dalle novità e dalla varietà delle immagini (...) un airone ritto in mezzo a una risaia, un volo dʼanatre... Altro che metafisica questo è vero amore per la propria protagonista! Vassalli è un grande scrittore anche sotto il profilo stilistico. La sintassi è ricca ed articolata, con un uso sapiente della punteggiatura. Le descrizioni dettagliate del paesaggio, la rappresentazione dei personaggi, ricchi di sfumature, pure in quelli maggiormente odiosi, come il boia o il grande inquisitore, lʼabile ricorso agli aggettivi sono tutti elementi che rendono fluido ed attrattivo il racconto. Lʼunico limite, forse, è lʼeccessivo ricorso a citazioni di documenti storici, quasi a voler dare affidabilità alla narrazione. Perché leggerlo? Bello, piacevole, interessante e profondo.
A ciascuno il suo
Il libro, ambientato in un piccolo paese siciliano, racconta di un delitto e dell’indagine compiuta da un insegnante di provincia, «per curiosità e per noia», che scopre il vero assassino e viene per questo ucciso. Al di là dell’ambientazione, tipica di una società nella quale prevale l’omertà, l’ipocrisia e la falsità nei rapporti tra le persone, l’aspetto più interessante è costituito dalla figura del personaggio, il professore Laurana: curioso e ingenuo nello stesso tempo, vive in una dimensione sua propria al di fuori delle regole della piccola comunità. In realtà non ha nessuna intenzione di denunciare l’assassino ma ciò che lo muove, e lo perde, sono una fede «illuministica» nella conoscenza e la ricerca di nuove emozioni. Estraneo, nella sostanza, alla società nella quale vive, non ne capisce le regole e gli si addice l’affermazione finale del libro: «era un cretino». Lo stile asciutto e vigoroso, che non lascia spazi alla retorica e a ridondanze barocche, lo rende di esempio per l’intera letteratura italiana.
Cigni Selvatici: tre figlie della Cina
Il libro ripercorre la storia della Cina dal 1909 al 1978: dalla Cina feudale ed imperiale sino alla fine della Rivoluzione Culturale, attraverso lʼinvasione giapponese e la lotta per lʼindipendenza, la guerra civile tra i comunisti e il Kuomintang, la vittoria di Mao e la nascita della repubblica popolare, i lunghi anni di perenne rivoluzione delle guardie rosse e i conseguenti sconvolgimenti sociali. Queste vicende drammatiche sono narrate dal punto di vista di tre donne: la nonna, ancora prigioniera della società tradizionale, la madre, che incarna la figura della donna cinese emancipata, ed infine la figlia Jung Chang, protagonista e narratrice, espressione della nuova Cina. Il racconto si conclude la partenza di Chang per lʼAmerica. È un grande affresco storico, talmente dettagliato da essere una sorta di resoconto (né saggio né romanzo), con la conseguenza di appiattire le vite individuali e frammentare i grandi avvenimenti politici e sociali, rendendoli inesplicabili. È inutile sintetizzare il libro; è più interessante soffermarsi su alcuni temi di fondo. Cosa significa vivere allʼinterno di un grande mito, che si dissolve lentamente ma inesorabilmente? La giovane Chang è cresciuta nel culto di Mao e sino alla fine cerca di salvarne la figura. > Che cosa era stato a trasformare la gente in mostri? Perché tutta quellʼinutile brutalità? Fu allora che la mia devozione a Mao cominciò a vacillare. (...) Nella mia mente cominciarono a insinuarsi dubbi sullʼinfallibilità di Mao, ma a quello stadio, come altre persone, attribuivo la colpa più che altro alla moglie di Mao e allʼAutorità della Rivoluzione Culturale. Mao, lʼimperatore divinizzato, era ancora al di sopra di ogni sospetto . Poi lo giustifica in qualche modo. > Mao trovava soffocante lʼidea del progresso pacifico: era un condottiero militare irrequieto, un poeta - guerriero, e aveva bisogno di azione, di azione violenta . Ed infine arriva ad una svolta definitiva: crollano le certezze travolgendo lo stesso legame con la Cina. > Ora mi chiedevo: se questo è il paradiso, allora lʼinferno che cosʼè? (...) nel mondo esisteva davvero un posto più carico di sofferenza. (...) Fu in quello stato dʼanimo che composi la poesia. Parlavo della morte del mio passato indottrinato e innocente come di foglie morte strappate a un albero da un turbine di vento e trasportate in un mondo senza ritorno. Ad incrinare la grande devozione verso Mao è anche il contrasto tra i legami familiari e i valori comunitari. La madre di Chang ha rischiato la vita per la liberazione della Cina e per lʼidea comunista, eppure per il suo carattere indipendente ed attento ai valori autentici della vita, come lʼamicizia, viene additata alla pubblica disapprovazione. Quando chiede quali sono le cose per cui deve chiedere istruzioni al Partito, le viene risposto «Tutte». Non cʼè uno spazio individuale. > Mia madre aveva diciotto anni, si era appena sposata ed era piena di speranze per una nuova vita, ma si sentiva infelice. (...) Scoprì di non riuscire a darne la colpa al Partito, che le sembrava nel giusto, così incolpò mio padre, prima per averla messa incinta e poi per non averla sostenuta quando era stata attaccata e respinta . La decisione di Chang di abbandonare la Cina è anche una fuga dal destino di sua madre, la quale ha talmente interiorizzato lʼautorità del Partito da non rendersi conto che il richiamo a valori comunitari è ipocrita e assurdo, e giustifica soltanto un potere assoluto. Nel distacco di Chang verso il suo paese natale, nel rifiuto della sua patria e nellʼ idealizzazione dellʼOccidente, incide anche il padre, la cui devozione al comunismo è assoluta, è un uomo «fedele innanzi tutto alla rivoluzione». Quando però fu costretto a bruciare i suoi libri, scoppiò in un > pianto lacerante, incerto e selvaggio, il pianto di un uomo che non era abituato a spargere lacrime . Lʼ unica reazione è lʼaffetto, una debolezza «borghese» criticata dal Partito. > Rimasi così atterrita che sulle prime non osai far nulla per consolarlo. Alla fine lo abbracciai da dietro e lo tenni stretto, ma non sapevo cosa dire. (...) Dopo il falò, ebbi la netta sensazione che nella sua mente fosse cambiato qualcosa : La pazzia è lʼunica conclusione ad una vita totalmente dedicata alla fede politica. La lunga carrellata storica ha un lieto fine per Chang (vince una borsa di studio e può andare in America), ma si conclude malamente per la Cina: un luogo non più amato dalla giovane. Sarebbe stato un bel tema se non fosse stato trattato da un libro ibrido: non è un saggio di storia perché questʼultima, per essere utile, può essere studiata solo «dallʼalto», così da fornire una visione complessiva; non è un romanzo perché avrebbe richiesto uno stile narrativo maggiormente ricco nelle parole e nelle immagini, sarebbe stato neccessario approfondire i sentimenti dei personaggi e i loro rapporti reciproci, dettagliare di meno non limitandosi a descrivere, preoccupandosi invece di esprimere e comunicare il clima culturale e sociale. Insomma, non si può parlare di un luogo se non lo si ama più. Non si può scrivere di storia partendo da un microcosmo. Perché non leggerlo? È lungo, piatto, prolisso; non aiuta a capire la storia recente della Cina.
Il Cigno Nero
> Continuavo a vivere e a scrivere. Senza entusiasmo a vivere e a scrivere. (...) Guardavo con suprema indifferenza le mie giovani colleghe cariche di fascino e di sacro zelo passarmi davanti senza nemmeno darmi delle gomitate. Io stessa mi mettevo da parte per far loro strada . Questo incipit del romanzo genera nellʼingenuo lettore lʼidea che ci si trovi dinanzi alla storia di una ragazza, con «una faccia come tante altre», che cerca sé stessa nella Milano degli anniʼ 80, città rampante, aggressiva e bramosa di soldi. Qualche sospetto dovrebbe venire per il nome improbabile della giovane: Arlette, la firma di una rubrica di un periodico dal titolo «Dialoghi dʼamore». Comunque, lʼabile costruzione letteraria del romanzo farebbe ben sperare: il presente è narrato da Arlette mentre le vicende che hanno portato allʼoggi, gli anni ʼ40 e ʼ50, sono scritte in terza persona, così da distinguere la scoperta da parte di Arlette della sua vita come frutto del passato dalla narrazione oggettiva dei fatti e dei personaggi, che hanno determinato questo passato. Via via che ci si inoltra nella lettura ci si accorge che questa opinione iniziale è unʼillusione, si è dinanzi ad una occasione perduta. La trama è tanto inverosimile da diventare banale. Lʼambiente è lʼalta borghesia lombarda, sempre in bilico tra Milano e la Svizzera. Allʼinizio degli anni ʼ40 Edison è un abile e spregiudicato imprenditore; con i soldi della moglie, ripetutamente e apertamente tradita, ha costruito un impero editoriale. Ha una relazione con una giovane scrittrice, che lo abbandona quando Edison rifiuta di pubblicarle un romanzo. La moglie, invece di seguire lʼesempio dellʼamante e quindi lasciare il marito, sopporta con pazienza: per amore dei figli come ogni brava madre? per interesse come ogni buona figlia della borghesia? Non lo sapremo mai perché nel romanzo manca qualsiasi approfondimento dei personaggi. Anche la moglie di Edison ha una breve storia dʼamore, ma non con una persona normale, nientedimeno con un monsignore. Quando ritorniamo al presente, veniamo a sapere che Arlette è figlia dellʼamante di Edison e ha avuto una relazione con il figlio di Edison. Non spaventatevi! Non siamo di fronte ad un incesto perché Arlette è nata da un altro uomo; anche se Casati Modignani ha una propensione per il torbido e il morboso (in un episodio alcuni bambini guardano da uno spioncino alcune donne fare pipì) cʼè un limite per una scrittrice della buona borghesia! Dalla storia dʼamore di Arlette è nata una bambina, erede del grande impero editoriale dopo il suicidio del padre, compiuto, ovviamente, in un luogo eccezionale: una suite del Gran Hotel di Rimini. Questa breve sintesi è un assaggio di una storia piena di intrighi, di quelli che dovrebbero darci delle sorprese, ma che risultano scontati, perché dopo poche pagine lʼingenuo lettore capisce che tutto è possibile. La noia subentra; ma ciò che maggiormente indispone è la visione del mondo: le figure maschili sono uomini maturi, ricchi, potenti, le figure femminili donne fragili e rassegnate ad un ruolo subalterno, sempre alla ricerca di un amante o di un marito, che dia sicurezza ed ovviamente una vita agiata. Non ci sono giovani dei quali innamorarsi? Il matrimonio è un approdo sereno, dove non si vedono > scintillanti arcobaleni ma (...) la dolce naturalezza di due coniugi collaudati da una vita vissuta insieme . Si sogna una vita banale, lontana dagli intrighi di una borghesia affamata di potere e di denaro, pur godendone i vantaggi. Non cʼè niente di male scrivere dellʼalta borghesia, forse disturba un poʼ la superficialità con la quale la scrittrice tratta di avvenimenti drammatici e importanti, quali la seconda guerra mondiale e la Resistenza, la narrazione di questʼultima intrisa di luoghi comuni. Non si possono accettare, invece, la vacuità dei personaggi e la pochezza delle ambientazioni (le descrizioni dei salotti e dei giardini sembrano quelle tipiche degli arredatori, fredde e impersonali). Casati Modignani riporta una citazione di un poeta ed educatore dellʼottocento: > così nellʼoceano della vita noi passiamo e ci parliamo. Uno sguardo e una voce. Poi di nuovo il buio . Può essere vero, ma bisogna dare voce alle persone, ai personaggi, parlare dei loro sentimenti e delle loro storie, non solo fatte di intrighi, potere, lusso e soldi. Perché non leggerlo? È veramente brutto! Insignificante, noioso e superficiale.
Cinque romanzi brevi
Il libro comprende cinque romanzi ( La strada che va in città, È stato così, Valentino, Sagittario e Le voci della sera) e quattro racconti ( Unʼassenza, Casa al mare, Mio marito, La madre). Scritti in un periodo di trentʼanni, dal 1933 al 1961, rispecchiano lʼevoluzione letteraria ed esistenziale dellʼautrice, dalla giovinezza alla piena maturità. Come dice la stessa scrittrice nella prefazione del 1964, si è dinanzi ad una ricerca stilistica con la quale lo sforzo «di scrivere non più per caso.... fingendo di sapere», ha portato a scoprire > che il pericolo dʼessere casuale lo correvo lo stesso. Perché non si trattava di un vizio dellʼadolescenza, ma piuttosto dʼun vizio del mio spirito.. ero abile nel fingere di amare quello che mi era in verità indifferente . Tuttavia, questa annotazione del 1964 sembra essere, a sua volta, una finzione, perché in tutti gli scritti di questa raccolta emerge un tale male di vivere, un così forte pessimismo della situazione femminile, che sarebbe sconcertante che queste condizioni esistenziali fossero una simulazione, un «tirare a indovinare». Ed infatti la raccolta testimonia anche di un percorso di vita, dalla consapevolezza dellʼinfelicità allʼindifferenza. Limitandosi ai tre romanzi principali, nel primo ( La strada che va in città, 1941) la protagonista è una adolescente, che abita in campagna, insieme con i fratelli e il cugino Nini. La città è un luogo dove andare per fuggire da una vita monotona e conoscere lʼamore. La ragazza è corteggiata da Giulio, ma è in fondo innamorata del cugino Nini. Lʼadolescenza termina bruscamente quando la protagonista scopre di essere incinta di un bambino di Giulio e, pur sapendo di non amarlo, accetta di sposarlo. Ma vorrebbe ritornare a prima, quando poteva > scappare ogni giorno in città, e cercare del Nini e vedere se era innamorato di me, e andare anche con Giulio in pineta ma senza doverlo sposare. Eppure tutto questo era finito e non poteva più ricominciare . Con la stessa passiva rassegnazione accetta la notizia del suicidio di Nini e con il tempo «diventava sempre più difficile pensare a lui». Il secondo romanzo ( È stato così, 1947) è il più sconcertante. Si apre con la protagonista che uccide il marito con un colpo di pistola. Segue il racconto di come si arrivati a questo omicidio. Giovane maestra conosce Alberto, un uomo più anziano, non bello ma interessante. > Mi chiedevo se lui era innamorato di me e se io ero innamorata di lui e non capivo più niente. Non mi diceva mai parole dʼamore e anchʼio certo non gli parlavo di questo . Eppure lo sposa per scoprire che il marito ha una amante da molti anni e spesso si allontana con lei per lunghi periodi. La protagonista accetta questa vita > perché non ero mai stata capace di vivere e adesso certo era troppo tardi per imparare , ma la morte della figlia avuta dal matrimonio e la reazione fredda del marito scatenano la disperazione troppe volte repressa. Non può più vivere con questʼuomo né potrà conoscere altri uomini ed allora «gli ho sparato negli occhi». Nelle annotazioni del 1964 a questo romanzo, dedicato al marito, Ginzburg sembra quasi sminuirne lʼimpatto drammatico dicendo che «il colpo di pistola è nato dal caso», poteva anche non esserci, anche se è proprio lʼomicidio a dare il senso al racconto. La scrittrice vuole rifiutare una profonda ed intima infelicità fingendo di scrivere per caso? E poi perché dedicare al marito uno scritto nel quale si sentono così forti il rancore e la delusione? Nel terzo romanzo ( Le voci della sera 1961), il racconto abbandona, almeno apparentemente, i temi del dolore e della infelicità per scivolare verso le problematiche dellʼindifferenza e dellʼincomunicabilità. La protagonista narra la sagra familiare dei Balotta e della loro progressiva dissolvenza. I vari componenti di una stirpe un tempo vigorosa perseguono stancamente progetti imprenditoriali mai realizzati e stringono grigi matrimoni infelici. Anche la protagonista ha una relazione con uno dei rampolli, ma di nascosto come due amanti. Quando si decidono ad uscire allo scoperto, per sposarsi, smettono di parlarsi e di cercarsi, perché > si è sciupato tutto... perché abbiamo cominciato a sotterrare i nostri pensieri, bene in fondo, bene in fondo dentro di noi. Poi, quando riprenderemo a parlare, diremo solo delle cose inutili... vuol dire essere infelici ma fare in modo di non dirselo, per poter vivere . Non resta che lʼincomunicabilità, bene espressa dai dialoghi senza senso, di cose banali ed inutili, della madre della protagonista, con i quali si chiude il romanzo. Fin dagli esordi la scrittura di Ginzburg è asciutta, essenziale ed incisiva, e quindi fortemente innovativa rispetto allo stile ampolloso e ridondante del primo novecento. Via via che si prosegue nella raccolta, sono evidenti alcuni tentativi di rendere la narrazione più ariosa e descrittiva, ma poi la scrittrice ritorna alla stringatezza: le frasi non sono più, tuttavia, «una scudisciata ed uno schiaffo», come nella Strada che va in città, ma diventano dialoghi serrati, con una forte impronta teatrale, quasi pirandelliana. È come se lʼautrice abbia tentato di aprirsi per poi ritornare a rinchiudersi in un mondo nel quale è possibile solo la vacua comunicazione. La narrazione di Natalia Ginzburg sovrasta, invade con la sua «consapevolezza, assoluta, inesorabile e mortale» di una infelicità senza scampo, di una vita che deve aver sopportato un dolore profondo, ben nascosto in un esistenza intellettualmente e socialmente brillante. È una pena con un profondo connotato femminile. Le protagoniste, che sono sempre lʼio narrante, sono brutte e banali, incontrano uomini superficiali ed egoisti e la loro stessa maternità è vissuta come un obbligo, un incidente, che spesso si chiude in modo infausto. La condizione femminile sembra essere una prigione e un destino già segnato, in un ambiente sociale piccolo borghese. Perché leggerlo? Sono romanzi molto belli sotto il profilo letterario e sono la testimonianza di una dimensione femminile del dolore.
La Ciociara
Per Moravia La Ciociara > era il suo omaggio di romanziere alla Resistenza come fatto collettivo . Lʼambiente è la Ciociaria, a sud - est di Roma, il contesto storico è il periodo tra lʼottobre 1943 e il giugno 1944, quando questo territorio fu sconvolto dal lungo stallo nellʼavanzata degli alleati, a causa delle linee di fortificazioni di Cassino e del fallimento dello sbarco di Anzio, nel gennaio del 1944. La narratrice e protagonista del romanzo è Cesira: cresciuta in Ciociaria, ha sposato un bottegaio romano, un uomo che la disprezza, chiamandola «la burina». Ed infatti Cesira è rozza, plebea e contadina, ma forte e concreta, grande ed esperta lavoratrice. La sua vita ruota intorno alla casa, al negozio, e alla figlia Rosetta. Così la descrive la madre allʼinizio del racconto: > aveva un viso come una pecorella, con gli occhi grandi, di espressione dolce e quasi struggente ; in seguito dovrà ammettere > che questa perfezione era fragile e quasi artificiale, come quella di un fiore cresciuto in una serra calda . Per Cesira la guerra è lontana ( > sti figli di mignotte, si scannino tra di loro finché vogliono, che ce ne importa a noi della loro guerra? ). E come dirà un altro personaggio, > la guerra è brutta soltanto per i fessi. (...) Vengano i tedeschi, vengano gli inglesi, vengano i russi, quello che per noialtri negozianti deve contare soprattutto è pur sempre il negozio e se il negozio va bene, tutto va bene . Così la pensa anche Cesira, si arricchisce infatti con la borsa nera per tutti gli anni della guerra. Dopo lʼ8 settembre Cesira si ritrova piena di denaro ma senza provviste, costretta a fare la fame. Decide di lasciare Roma e andare in Ciociaria, presso i genitori. Il treno porta le due donne sino a Fondi, dove la linea si interrompe. Trovano alloggio presso una losca famiglia, che abbandonano in fretta perché Rosetta ha subito le proposte indecenti di un piccolo gerarca fascista. Scappano, quindi, in montagna, in un misero villaggio di pastori, dove hanno trovato rifugio numerose famiglie, fuggite da Fondi. Nelle lunghe pagine dedicate alla vita comune degli sfollati e dei contadini, Moravia parla di una sua esperienza personale, al punto che avvenimenti e protagonisti sono i medesimi del suo diario di quei giorni terribili, quando fu costretto con Elsa Morante a ripararsi in Ciociaria. La narrazione, scorrevole ma prolissa, è portata avanti abilmente, procede bene nel contrasto tra i fatti terribili della guerra (desolazioni, bombardamenti, rastrellamenti, violenze) e la splendida indifferenza della natura, che segue, immutabile e cinica, lʼeterno ciclo delle stagioni. Il racconto sembra sospeso, in attesa dellʼarrivo degli alleati, che dovrebbero portare «lʼabbondanza». Compare Michele. un giovane intellettuale, fermo nelle idee e coraggioso nei comportamenti. A differenza di Rosetta, che deve la sua innocenza allʼignoranza, Michele è ben consapevole di ciò che accade, dellʼoppressione nazi- fascista, che non riguarda solo il piccolo mondo degli sfollati, ma tutta lʼItalia, condotta ad un generale disastro materiale e morale. Figura positiva, è come imprigionato nella vita degli sfollati, nella misera e ignavia quotidianità dellʼattesa, solo attenta a sopravvivere in qualche modo. Finalmente arrivano gli alleati; dovrebbe essere la liberazione, ed invece la situazione precipita. Alcuni tedeschi prelevano Michele, che poi uccidono, quando il giovane si schiera in difesa di una famiglia di contadini: Michele muore da eroe. Le due donne sono sorprese, sole ed isolate, da un gruppo di soldati alleati, i quali violentano Rosetta. Lo stupro cambia la ragazza; lei così innocente dichiara alla madre stupefatta: > lui o un altro per me fa lo stesso. (...) Voglio fare lʼamore perché è la sola cosa che mi piaccia e mi sento di fare. E dʼora in poi sarò sempre così . Lo stupro, la morte di Michele, la guerra cambiano profondamente anche Cesira: era una donna sicura, diviene incerta, tormentata, tanto che i suoi sonni sono attraversati da incubi, quasi che solo il mondo onirico le permetta di ritrovare lʼoriginaria solidità; in uno di questi sogni immagina che Rosetta si sia sposata e che «si sbottonava il corpetto e dava la mammella al pupo», ma era Rosetta o quella povera pazza che aveva incontrato vagare nella campagna, in mezzo alle desolazioni della guerra? Quali che fossero le intenzioni, lʼautore non riesce ad esprimere la tragicità della guerra ai civili, e ciò per due motivi. Innanzitutto prevale un forte pessimismo sulla natura degli uomini, che conduce allʼaccettazione di quanto avviene, a non ribellarsi, a subire; atteggiamento che non viene certo riscattato dallʼultimo capitolo, nel quale il dolore sembrerebbe ridare prospettiva a Rosetta e a Cesira. È una appendice ipocrita e dolciastra, utile ad evitare un finale troppo cinico per trovare accoglienza presso i lettori. In secondo luogo, la metamorfosi di Rosetta, da brava ragazza a «mignotta», è inverosimile (si supera così facilmente uno stupro?), sa di morboso e rispecchia lʼidea tipicamente maschile sulla natura sensuale della donna. Insomma, la violenza sessuale di gruppo sarebbe stata una iniziazione, un modo brusco per conoscere «le cose brutte» del mondo. Dʼaltra parte > lei adesso ci aveva preso gusto a quello che i marocchini le avevano imposto con la forza . Da momento catartico lo stupro diviene lʼinesorabile destino di tutte le donne. Non si può essere accusati di essere politicamente corretti se si dice che questa visione di Cesira - Moravia è insopportabile, oltre a far perdere tensione allʼ intera storia. La trama è costruita mirabilmente, i personaggi sono ben disegnati, la scrittura è fluida, agevole e perfetta con il suo arioso periodare. Il lettore viene condotto per mano sino allo stupro, preannunciato lungo tutta la narrazione da lievi accenni e da fugaci episodi; quando accade appare inevitabile. Moravia conferma le sue grandi doti di scrittore. Perché leggerlo? Cesira è una vittima e la sua storia è emblematica di quanto accade ai civili in tutte le guerre.
La città dei prodigi
Il romanzo racconta la storia di Barcellona tra il 1888 e il 1929; un arco di tempo tra due esposizioni universali, che videro la trasformazione urbanistica e sociale della città. Mendoza, giornalista catalano ma non indipendentista, narra i cambiamenti di Barcellona dal punto di vista di un misero ragazzo di campagna, che viene a lavorare a Barcellona all' edificazione delle strutture della esposizione del 1888; ragazzo, che dopo un breve periodo al servizio dei lavoratori, diviene un uomo d'affari spregiudicato e un po' criminale. Così l'autore presenta Onofre Bouvila: > basso di statura, con ampie spalle, (...) lineamenti pallidi e ruvidi, capelli neri arruffati. I vestiti erano rattoppati, in disordine e poco puliti. (...) C'è qualcosa nel suo sguardo che rende nervosi. Però, non c'è da temere, > un'altra piccola sardina che la balena (Barcellona) si mangerà senza neanche accorgersi. Non sarà così. Onofre farà rapidamente carriera dentro il sindacato anarchico per l' impegno e le qualità di leadership. Potrebbe continuare a fare attività politica, probabilmente finendo in carcere, sicuramente restando povero e sfruttato. Invece, senza apparenti rimpianti, diviene il guarda spalle di un affarista, che si serve di Onofre come un picchiatore senza scrupoli, utile in una città travolta dalla speculazione immobiliare, dalla corruzione e dalle ruberie, con una borghesia rampante, pronta a tutto pur di arricchirsi. Come una sorta di Mastro Don Gesualdo catalano (si veda la recensione del libro di Verga in questo sito), Onofre sale la scala sociale, crea le giuste relazioni con l'alta borghesia, sposa una rampolla di un'altolocata famiglia di Barcellona, diviene un uomo potente, immensamente ricco, senza remore morali, sempre determinato sulla via del successo. Che cos'è che lo muove? Un giorno. all'inizio della sua ascesa sociale, va da una chiromante per conoscere il futuro. La risposta delle carte è vaga, come sempre; ma la donna vede che non gli spetta la felicità né la ricchezza: ciò che persegue Onofre è la vendetta. Il padre, un uomo d'affari, millantatore e pasticcione, è stato umiliato nella sua vita; Onofre vuole riscattarlo dimostrando che il figlio non solo diventerà ricco e potente, ma potrà piegare ai suoi piedi quella stessa borghesia che aveva così disprezzato e cacciato il padre. E' come Il Conte di Montecristo o un banale rappresentante di un sistema corruttivo che ha plasmato Barcellona? Non lo sapremo mai, l'autore non indaga l'animo di Onofre, un personaggio che resta sempre nelle ombre della nebbia di una città tumultuosa, la vera protagonista: di fatto, Barcellona si è mangiata la sardina, malgrado che Onofre creda di dominarla. E forse, proprio per affermare disperatamente la sua supremazia, per l'esposizione del 1929 Onofre si fa costruire un elicottero, allora oggetto prodigioso, e con questo mezzo scompare in cielo, dinanzi a una folla sbalordita e agli occhi increduli di Alfonso XIII e del dittatore De Rivera. E' una fuga? E' salito in Paradiso? O semplicemente è scoppiato l'elicottero uccidendo Onofre? L'autore non lo dice, lascia a noi trovare il finale di una vita straordinaria. Ciò che è certo è che alla fine del 1929 De Rivera sarà costretto a dimettersi e l'anno successivo Alfonso XIII lascerà il trono e verrà insediata la repubblica. E' finita un'epoca per la Spagna e Barcellona, si avvia un'altra storia. Come capita spesso nei romanzi moderni, il libro è lungo e dispersivo. La parte migliore è la prima, in cui l'autore racconta l'arrivo di Onofre a Barcellona, l'ambiente in cui vive, la miseria, la fatica, i strani personaggi che frequentano la casa dove il ragazzo ha trovato alloggio; è particolarmente intrigante la figura di Dolfina, compagna di lotta, sempre insieme a un gatto nero, selvaggio e aggressivo; ragazza che è il primo amore dell'ingenuo Onofre, il quale, nel conquistarla, mostra già quel cinismo e quella determinazione che lo accompagnerà per tutta la vita: uccide il gatto nero, lo elimina perché un ostacolo, come farà fuori tutti quelli che gli impediranno di raggiungere i suoi obiettivi, a prescindere dai legami affettivi. Nella costruzione dell'ambiente si percepisce Charles Dickens (si vedano le recensioni di David Copperfield e di Oliver Twist in questo sito), anche se Mendoza affronta il tutto con un tratto ironico e distaccato, senza moralismi. Peccato che questo stile narrativo si dissolve nel corso del romanzo, insieme alla capacità di costruire i personaggi, sempre più banali, e perdendo l'approccio storico- sociologico che aveva così ben delineato la prima parte. Perché Barcellona è la città dei prodigi? Non certo per il suo sistema corruttivo, di cui Onofre è un rappresentante; Barcellona è una città stupefacente perché si è sempre reinventata, in un processo interminabile di distruzione creativa, lottando, in modo anche velleitario, contro Madrid e gli avvenimenti che spesso le sono stati ostili. Mendoza pare suggerire che l'annientamento totale della città all'inizio del Settecento, alla fine della guerra di secessione spagnola, abbia azzerato il passato e abbia contribuito a creare un clima culturale e sociale orientato al futuro, pronto di continuo a travolgere la città sotto il profilo urbanistico, architettonico ed economico. Perché leggerlo? E' interessante sotto il profilo storico, ma troppo lungo.
Le città del mondo
Il viaggio, la fuga, la ricerca del cambiamento costituiscono i temi di questo romanzo, ambientato nell’arido ambiente siciliano e tra mille città, reali nei nomi ma fantasiose e immaginarie nella loro descrizione. Due pastori, padre e figlio, una ragazza in fuga, che trova asilo presso una vecchia prostituta itinerante, due giovani sposi, sempre in viaggio per motivi che non è possibile sapere, un padre, che cerca di abbandonare il figlio presso una città accogliente. A questi personaggi sempre in viaggio si contrappone un contesto apparentemente immobile, ma in realtà in attesa di grandi cambiamenti sociali ed economici: una vecchia signora, in attesa di una morte che si fa attendere, osserva con il cannocchiale la campagna e le città vicine, sperando in un cambiamento che possa stravolgere la società. I personaggi si incrociano lungo il racconto ma non esiste di fatto un filo conduttore se non il viaggio tra le tante città. Si tratta di un romanzo particolare, che lascia il desiderio del cambiamento e un senso di freschezza, che deriva proprio dalla presenza di giovani che cercano, comunque, qualche cosa nel futuro.
The Clan of the Cave Bear (Ayla, figlia della terra)
Il romanzo è il primo di una saga di successo, che ha come protagonista una donna Sapiens in un'Europa di milioni di anni fa, quando la nostra specie convisse a lungo con l'uomo di Neanderthal. A seguito di un terremoto la piccola Ayla si trova abbandonata, destinata senza dubbio alla morte. Viene accolta da una tribù di Neanderthaliani. La regola vorrebbe che un individuo degli «Altri» sia soppresso perché > ogni deviazione dal comportamento usuale potrebbe scatenare l'ira degli spiriti. E la bambina è realmente diversa: > aveva poco più di quattro anni, (...) ma camminava eretta su gambe forti e muscolose, (...) la sua bassa fronte si piegava indietro in una lunga, larga testa, che si appoggiava su un collo corto e spesso , poteva articolare dei suoni, poteva persino ridere. A salvarla sono due persone importanti del Clan: Iza, la curatrice, e Creb, lo sciamano. Li muove un sentimento di curiosità e solidarietà insieme. Sono coscienti che Ayla crescerà in un ambiente diffidente, se non ostile, e dovrà imparare a comportarsi come la gente del Clan: adottare la corretta postura di una femmina Neanderthaliana, rispettare i rigidi ruoli sociali, imparare il linguaggio dei segni, reprimendo ogni pulsione al linguaggio parlato. > Ci sarà il tempo, Iza pensava, di insegnarle le buone maniere. Stava già cominciando a pensare alla bambina come sua. (...) Creb era silenzioso, pieno di pensieri. > Essere accettata dentro il Clan non cambia chi è. E' nata dagli Altri, come può imparare tutta la conoscenza che hai? Tu sai che lei non ha memoria . Non ha il passato dei Neanderthaliani, quell'insieme di conoscenze e valori che si sono sedimentati nei millenni e sono la struttura portante della loro società. Per esempio, la tradizione vuole che le femmine non vadano a caccia, funzione sociale che spetta solo ai maschi e su cui essi hanno creato il loro potere. Irrequieta, curiosa, indisciplinata, Ayla ha imparato di nascosto a cacciare con la fionda, ed è bravissima. E' la prima, e non sarà l'ultima, deviazione dalle regole. Tutte le volte, la generosità di Ayla, la sua evidente volontà d'integrarsi nel Clan e la diffusa credenza che Ayla sia protetta da uno Spirito superiore, portano la tribù a perdonarla, sino a vederla come una di loro. Ayla vive un conflitto interiore tra integrarsi nella comunità ed essere libera, essere sé stessa, non più oppressa da una società claustrofobica. A trattenerla è l'affetto per Iza e Creb, che l'hanno accolta contro il parere di tutti. Malgrado i suoi sforzi, Ayla ha un nemico irriducibile: Broud, il futuro leader del Clan; gli indispone l'atteggiamento della donna degli «Altri», falsamente remissivo, lo irrita la crescente popolarità della donna, contesta la sua stessa inclusione nel Clan, contraria alla tradizione. E' animato da un misto di pulsioni di potere, di ottusa ottemperanza alla tradizione ed anche da una inconfessabile attrazione per Ayla. Come per tutti i maschi messi alle strette, non resta che lo stupro. Broud violenta Ayla, che resta incinta e dà alla luce un bambino, che porta le sembianze dell'Homo Sapiens e quelle dell'Uomo di Neanderthal. E' un mostro! grida Broud, va soppresso secondo le regole. Ma così non avviene, anzi le femmine del Clan che hanno appena partorito si rendono disponibili ad allattare il figlio di Ayla, la quale ha perso il latte. La solidarietà femminile è più forte della tradizione! Vicina alla morte, Iza ricorda ad Ayla che un giorno Broud sarà il capo e allora > non penso che tu dovresti vivere con questo Clan quando Broud diviene leader. (...) Penso che sarebbe meglio che andassi via. Decretata morte vivente da Broud, isolata ed emarginata, ad Ayla non resta che il cammino verso altre terre, alla ricerca degli «Altri». La scrittrice attinge con sapienza all'antropologia per ricostruire i meccanismi sociali del Clan, meccanismi che sono descritti con minuzia di particolari. Si potrebbe facilmente obiettare che la società dell'uomo di Neanderthal poteva essere profondamente differente da quella delle società primitive dell'Homo Sapiens. E' un'osservazione corretta ma non rilevante ai fini della lettura del romanzo, il cui tema è l'accoglienza del diverso. Dobbiamo dire che l'integrazione fallisce: malgrado gli sforzi, Ayla resta una degli «Altri», desiderosa di libertà, innovatrice ed esploratrice (suggestive le pagine che descrivono la piccola Ayla alla scoperta della foresta); la gente del Clan cerca di includere Ayla, ma non riesce a ribellarsi a Broud, non possono rompere le regole, andare contro la tradizione. Il messaggio è pessimista, alla luce dei conflitti del presente, saremo mai capaci di accogliere chi è diverso da noi? Forse, se ci liberiamo dalla Memoria. Il romanzo è lungo e prolisso, alternando momenti di tensione con lunghe pagine che poco aggiungono alla storia. Costruito intorno a un articolato sistema di personaggi, il racconto si disperde in una marea di nomi, perdendo la focalizzazione sui protagonisti e sulla rappresentazione dell'ambiente, sociale e naturale. Si va avanti nella lettura aspettandosi sempre qualcosa di nuovo, come per esempio l'incontro con gli «Altri»; invece, non avviene niente di dirompente e la conclusione pare scontata. La scrittura è lineare, elegante e ricca nel lessico: un bell'inglese. Perché leggerlo? E' molto lungo, ma vale la pena, alla fine.
Il Clandestino
Nella Resistenza (la guerra di liberazione tra il 1943 e il 1945) la scelta di prendere le armi contro il nazifascismo nacque raramente da una maturazione meditata; il più delle volte fu un atto di inconsapevole spavalderia, incosciente dei rischi che si andava a correre. Come scrisse Luigi Meneghello in «I Piccoli Maestri», fu > un urlo, (...) un sentimento collettivo (...) inebriante: si avvertiva la strapotenza delle cose che partono dal basso, le cose spontanee . Anche Mario Tobino approfondisce la scelta della lotta partigiana, e lo fa con il suo stile, di chi «studia gli uomini e li ama». Anselmo è un giovane ufficiale medico, di recente tornato dalla Libia. > Era ancora imbambolato dalla guerra, aveva nelle orecchie i lamenti dei soldati, era stato spettatore di azioni crudeli. Come il protagonista del romanzo di Cesare Pavese (La casa in collina), vorrebbe «un letargo, un anestetico», per > riscoprire la bontà, la tenerezza che nel mondo, al di là di ogni brutta violenza, ci dovevano essere ancora . Un giorno, dopo lʼ8 settembre, una donna lo ferma per strada. > Lʼaspettavo, volevo domandarlo a lei che ha fatto la guerra. (...) Chi è stato? Ora con chi siamo? Cosa ci hanno fatto credere? Di chi è la colpa? E tutti quelli che sono morti, poverini? (...) Li ho visti morire, è stato inutile... risponde Anselmo e «sentì che era stupidamente per piangere». Per il giovane è uno scossone, un risveglio, deve uscire dal torpore, mettersi in azione. Nella sua città, Viareggio (nel romanzo chiamata Medusa), un gruppo di giovani ha creato unʼorganizzazione clandestina: si definiscono marxisti - leninisti, si dicono comunisti, anche se non hanno mai letto Marx e Lenin e non hanno ancora avuto contatti con il risorto partito comunista (lo desiderano ardentemente). Cʼè poi un vecchio ammiraglio, il quale vorrebbe agire; è stato messo a riposo dalla Regia Marina per le sue posizioni anti fasciste. ma è animato da una fanciullesca voglia di lottare, di fargliela vedere ai fascisti e ai tedeschi. Anselmo diviene ben presto lʼufficiale di collegamento tra «i clandestini» e lʼammiraglio, gli vengono affidate missioni delicate e difficili, che riesce ad assolvere sempre molto bene, per le sue doti di equilibrio e di fine tessitore delle relazioni umane. Tobino ci conduce attraverso i primi passi della lotta partigiana, come si trattasse di un romanzo di evasione; situazioni pericolose però narrate in modo esilarante ed ironico si sovrappongono al racconto del crescente legame che si crea tra i giovani clandestini, giovani non ancora adulti, caratteri profondamente diversi, differenti le condizioni sociali e il livello di istruzione, ma sempre animati dalla voglia di vivere e da una comprensione reciproca, che supera i difetti e le varie attitudini: lʼazione porta allʼamicizia e questʼultima allʼunità. I clandestini così come lʼammiraglio vivono sullʼorlo del burrone, come se fosse un gioco, certo rischioso ma senza dubbio a lieto fine. IL volto crudele della guerra emerge, al di là del nostro desiderio di serena avventura: non siamo al cinema, come fantastica uno dei protagonisti del libro! Cominciano le perquisizioni, i rastrellamenti, gli arresti. Anselmo partecipa allʼuccisione di un fascista a La Spezia, lui stesso uccide uno squadrista, che ha assassinato crudelmente lʼammiraglio. Devono lasciare Viareggio e andare sulle montagne, a combattere la guerra partigiana, dove Anselmo troverà la morte. > Chiuse gli occhi (...) e subito sognò di essere in un bosco densissimo di fronde, lui era sdraiato, uccelli di nido gli volavano intorno, gli mettevano il becco vicino, lʼaprivano come ridessero, uguali a bambini soddisfatti di aver mangiato . Chi si aspetta il Partigiano Johnny di Fenoglio non può che restare deluso: qui non ci sono eroi solitari. Il romanzo è costruito linearmente, senza enfasi, una cronaca aperta, ricca di infinite possibilità, la quale riesce a scherzare perché lucida, trasparente, ed eppure amorevole verso i protagonisti, persino nei confronti dei fascisti. > Ma i fascisti perché fanno questo? si domandò Anselmo in un mormorio . La determinazione dei «clandestini» prende corpo dagli avvenimenti, sono loro a farli adulti, a maturarli politicamente, a renderli dei combattenti, convinti comunque che come le navi possono navigare nel mare calmo come in quello agitato, anche tra gli alberi, dove > mugolava la morte, (...) purtuttavia cʼera felicità, letizia, di fronte alla presente solitudine . Perché leggerlo? Splendido libro di un autore purtroppo dimenticato.
The cold eye of Heaven (Farley)
Quando ci si avvicina alla fine della vita si desidera ripercorrere con la memoria la propria esistenza. Se si è dei grandi uomini ci si può illudere di lasciare un ricordo di sé con una biografia ricca di personaggi e di avvenimenti: una sorta di narrazione del proprio ruolo nella storia. Ma quando si è dei piccoli uomini con una vita banale che senso ha fare una cronaca della propria vita? Non resta che la rimembranza che ci vede «nella fissità di un ritratto», frutto della mescolanza di fatti reali e di immaginazione (si veda in questo sito il «Giorno del giudizio» di Salvatore Satta); oppure, per dirla con Italo Svevo, > la vita più intensa è raccontata in sintesi dal suono più rudimentale, quello dell'onda del mare, che, dacché si forma, muta ad ogni istante finché non muore (vedi la «Coscienza di Zeno» recensita in questo sito). Christine Dwyer Hickey compie un'operazione ancora più spericolata di quella di Zeno e Satta. All'apparenza l'autrice ripercorre l'esistenza di Farley come se fosse un resoconto a ritroso degli eventi più importanti della sua vita di modesto impiegato: ultrasettantenne ormai solo, attende con ansia di vedere la giovane vicina che «lo faccia sentire un po' più giovane, soltanto un poco meno vecchio»; si affanna ad acquistare un vestito adeguato al funerale del proprio titolare, funerale dove per altro non è invitato; lo vediamo al rinfresco per il suo pensionamento chiedersi se gli mancherà qualcosa della vita di ufficio, con > le stupide freddure e l'arroganza dei giovani, le trivialità del lunedì mattina e l'odore di dopo barba scadente, i troppi fastidi e i dispetti senza senso, i primi della classe e i menefreghisti di ogni cosa Andando indietro nel tempo vediamo Farley prendersi cura della madre, la quale ha sempre preferito il fratello intellettuale, egoista ed assente; ed eccolo dall'amante (la moglie del titolare) prendere la decisione sconsiderata di finanziare la ditta per cui lavora senza pretendere un attestato del prestito; ed indietro ancora il lutto devastante per la perdita della moglie, la scelta di mettersi a lavorare per sposarsi abbandonando sogni di viaggi, la notizia della morte del padre, lui ancora dodicenne, e infine a cinque anni in ospedale l'inutile attesa della visita dei genitori. Di certo, Farley è il tipico piccolo borghese; se si è appiattito in una routine senza ambizioni e colpi di scena è in fondo colpa sua: ha sempre fatto le scelte meno impegnative, si è messo a disposizione degli altri quasi volentieri, sia che fossero il titolare, la moglie, l'amante ovvero la madre, il fratello e persino la vicina di casa, vagheggiata nei rimasugli erotici di un povero vecchio. Se però mettiamo Farley «sdraiato comodamente su una poltrona Club», come avrebbe detto Svevo, ci accorgiamo come la vita di Farley sia girata attorno ad un'attesa, quella del padre. Prendiamo ad esempio due passaggi del romanzo. Farley ha cinque anni, arrivano finalmente in ospedale la mamma e il fratello, chiede dov'è il padre. E' a pescare? Alla risposta della donna che è al lavoro e non è potuto venire dal figlio, Farley percepisce > il rumore dell'acqua che scorre dolcemente. Si vede adesso su una riva. (...) Sta indossando gli stivali di gomma che lo coprono sino alla coscia: stivali che riconosce da una scatola in un ripiano essere quelli del padre. (...) E' solo. Solo sulla riva. Un uomo, un ragazzo, un bambino, un neonato, un uomo di nuovo, tutto all'improvviso . Adesso è vecchio alla fine del libro. Vede il vicino correre a prendere l'autobus ma non riconosce il viso. > Allora il suo proprio padre invade la sua mente. Faccia sfortunatamente chiara. Morto d'infarto.. (...) Comunque di certo un bastardo che non ebbe il tempo o una parola per nessuno. Un ringhioso. Ringhiava al giornale, ringhiava alla radio, ringhiava se tu gli parlavi mentre stava pranzando . E al funerale tanti bei discorsi su un uomo che lui e suo fratello non avevano conosciuto. > Un grande conversatore. Un uomo intelligente. (...) Appassionato di pesca con la mosca . Il romanzo è un capolavoro. Non è solo l'arguto espediente di un racconto a ritroso. In ciascuno degli eventi della sua vita Farley si muove come Bloom nell'Ulisse di Joyce: un cammino dispersivo ma affascinante tra strade e negozi di Dublino, tra personaggi minori che danno il senso di una vita solitaria ma superficialmente socievole (Farley è sempre padrone di sé), tra riflessioni laterali, apparentemente marginali. Ne esce un percorso disordinato dei flussi di coscienza del protagonista e di come la faticosa manifestazione dell'io si radichi nei luoghi e nelle relazioni, e non in astratto in un lettino di un psicanalista. La scrittura è poi splendida e vibrante: è un diluvio di parole meravigliose, di fonemi intraducibili dei quali ci si appaga con l'orecchio e non con la vista, di un lessico ibridato con il parlare quotidiano, all'interno di una costruzione sintattica travolgente anche se non immediata per il lettore italiano, senza dubbio difficile da rendere nella nostra lingua. Perché leggerlo? E' splendido, l'autrice è Joyce e Rushdie insieme.
La colpa
È possibile sfuggire allʼangoscia solo frugando nella propria mente, inseguendo una > follia lucida di costruzione di possibilità terribili perché plausibili, plausibili perché possibili, possibili perché pensate, pensate perché presenti da qualche parte, nella mente... (come) un Prometeo nudo, arrossato, gocciolante, legato dallʼimmaginazione con lacci dʼacciaio sulla cima più alta e più esposta a strapiombo sullʼabisso ? O è necessario un fatto, anche traumatico e violento, che costringa ad uscire dai propri incubi, a riscoprire lʼamicizia, a reinventare «tenerezze e assalti» da «drappi e materassi sfondati»? Questo romanzo narra una rinascita a nuova vita. In una Marecchia descritta come una terra selvaggia, una «landa nera e brulla», Estefan è un diciannovenne sbandato e disorientato, come tanti ragazzi. Porta con sé un profondo senso di colpa. Ancora bambino, gli è morto accanto il fratellino durante la notte, senza che lui se ne accorgesse. Lo poteva salvare? O è lui che lo ha ucciso? Da quel momento Estefan è diventato il > figlio più stronzo, gatto davanti ai fari, sacco per boxeur... meglio non esistere, a volte, per gli altri. Meglio, a volte, non esistere affatto . E da allora lo accompagna un incubo: immagina di essere al bordo di un buco, della cui profondità non distingue i contorni e non capisce i colori, ma intravede «bambini, altalene, scivolo, strilli, lacrime» e soprattutto > Mamma killer cartonata... Mamma terrifica, Mamma con labbra colore arteria sottili sottili. Sottili che tagliano. È vestita con papaveri neri strappati.. (e) ride, ed è una risata brutta, una risata che sembra tirata su con uncini potenti, che potrebbero stracciare la faccia di Mamma tutta intera . Si potrebbe dire facilmente, e superficialmente, che Estefan avrebbe bisogno dellʼaffetto dei genitori, e soprattutto di sua madre. Ma la realtà non è così facile, perché la perdita del fratellino ha travolto una famiglia un tempo serena, ha distrutto le relazioni reciproche, ha caricato Estefan della colpa di essere sopravvissuto. Il racconto narra la vita disordinata e senza senso di Estefan, tra corse in macchina, spinelli ed alcool, discoteche, sempre fuori casa e contro la scuola, continuamente in un conflitto sordo con il mondo degli adulti. Cʼè, tuttavia, unʼamicizia profonda, quella con Martino, un altro ragazzo difficile, che alterna unʼapparente docilità con scatti improvvisi di violenza. Anche lui porta con sé una ferita dallʼinfanzia: è stato violentato dallo zio quandʼera bambino (sinceramente unʼinutile ridondanza ai fini della narrazione). Una sera, vagando nella «selvaggia» Marecchia, Estafan si imbatte in un casolare isolato di un vecchio contadino che vive con la nipote, una bambina rimasta orfana sin dalla nascita. La madre era una tossica, morta dandola alla luce. Le peripezie di Estefan tra gli animali della fattoria e lʼincontro con la bambina sono una delle parti più riuscite del racconto. Lʼautrice non riesce, tuttavia, a liberarsi dal piacere dei rimandi introspettivi ed allucinanti, ricadendo di nuovo nella trappola delle immagini inquietanti, senza abbandonarsi alla dolcezza della favola. Lo sterco, il fieno, gli animali da cortile, le attrezzature diventano, per il protagonista e per lʼautrice, un > non luogo. Un luogo del pensiero in cui il tempo si sfracella. Cʼè la mietitrebbia fossile, il fieno e i ragni, il pollo e chissà cosʼaltro. Microbi e batteri come se piovesse, ragnatele di una perfezione imbarazzante e un delirio di giochi di luce da gustarsi in silenzio. Qui il tempo passato e quello presente si compenetrano... (ma) il futuro è fottuto . La storia è,tuttavia, più tenace della propensione al delirio auto distruttivo. Nasce unʼ affettuosa e singolare amicizia tra Estafan e il bambino: un legame che resiste anche quando si riaffaccia il senso di colpa. Per una serie di casualità, infatti, il nonno della bambina, uscito di notte a cercarla, si uccide con un colpo di fucile. Estafan fugge disperato dopo essersi assicurato che la bambina fosse in buone mani. Nella corsa subisce un incidente gravissimo. Lo ritroviamo in ospedale, solo e con «il dolore che gli occupa la mente», ma Martino e la bambina sono lì ad aspettarlo. > Il ragazzo (Martino) gli prende le dita fra le sue. Estefan apre gli occhi, mette a fuoco. E non gli sembra vero, per la prima volta non rimpiange il bianco . Nei ringraziamenti lʼautrice osserva come > scrivere questo libro abbia significato per me dare senso a tanti eventi, è stato un processo doloroso e stupendo . Senza dubbio questo percorso interiore è andato a scapito della lucidità complessiva, della trama e dellʼapprofondimento dei personaggi. Il lettore apprezza lʼidea narrativa e i contorni, anche se abbozzati, dei protagonisti e dellʼambiente, ma non può non rimpiangere lʼoccasione perduta, ciò che poteva essere il romanzo se lʼautrice si fosse trattenuta da inseguire gli incubi e i deliri della mente. La scrittura è ridondante di aggettivi e di immagini, quasi barocca e spesso criptica. Andrebbe riscritto. Perché non leggerlo? Lʼinseguimento degli abissi della mente è noioso, alla fine.
Come dio comanda
Un brutto libro, non certo al livello dei precedenti. Un gruppo di amici abitano in provincia e ruotano intorno a un ragazzino che vive in un ambiente desolato e squallido. Il carattere e la storia dei personaggi sono portati sino all’assurdo. Il padre del ragazzo è un fanatico nazista, con il mito della forza ma in fondo buono e legato profondamente al figlio; un altro amico è un alcolista, appena separatosi dalla moglie, che muore nel tentativo di fare una rapina a una banca; un altro, ancora, è un minorato psichico che in un momento di follia uccide una ragazza per poi uccidersi. Il tema di fondo del libro è il forte legame tra il padre e il figlio: un affetto che riesce a sopravvivere e a crescere anche in un ambiente squallido e tra personaggi apparentemente dominati da miti assurdi. Un altro personaggio positivo è costituito da un assistente sociale, che aiuta il ragazzo e trova poi l’amore. Come ha scritto Francesco Troiano > Ammaniti dipinge, al di là del plot, il ritratto di un paese devastato dalla volgarità e dallʼappiattimento consumistico: gli uomini hanno capelli tinti e le donne occhiali griffati, vanno in vacanza nei villaggi Valtur o al Coral Bay«di Sharm el Sheikh, prendono i telefonini da»Cellulandia«e fanno acquisti al centro commerciale»Quattro camini > . Intorno, la miseria di chi non ce lʼha fatta, dipinta però senza indulgere a simpatie di maniera: la ferocia, magari non del tutto consapevole, dei poveri, esplode - come già avveniva in Io non ho paura > - in modi devastanti e imprevedibili, che non lasciano spazio a giustificazioni di sorta . È una melassa di episodi, di sentimenti e di temi sociali, che scade nel noioso e nello scontato.
Con gli occhi del nemico
Questo libro raccoglie quattro conferenze tenute da Grossman tra il 2004 e il 2006. Due di queste riguardano la natura dello scrivere, le altre affrontano la situazione «spaventosa e ambigua e complessa» di Israele. Ciò che unisce la riflessione sulla letteratura con quella sulla politica è la missione della scrittore: per Grossman consiste nel rifiuto alla > rinuncia alla possibilità di capire cosa io pensi veramente... Sicché, forse, sarebbe meglio non pensare, non sapere, affidare il compito di pensare, di agire e di stabilire norme morali a chi certamente ne sa più di me . Grossman condivide quanto sostiene Vargas Llosa, nella prefazione a «la Zia Julia e lo scribacchino»: la letteratura prende le mosse dal dissenso di chi scrive rispetto al mondo, da > quel che lui vorrebbe sopprimere, aggiungere o correggere nella vita . Il punto di partenza è, tuttavia, una ricerca interiore, che richiama a Pamuk, per il quale > essere scrittori significa prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi («la valigia di mio padre»). Per lʼautore israeliano,infatti, > lʼimpulso primario che innesca e muove la scrittura è il desiderio di inventare e raccontare una storia, e conoscere se stessi. Del resto, più scrivo e più mi rendo conto della forza di un secondo impulso, che collabora e completa il primo: il desiderio di conoscere il prossimo dallʼinterno, da dentro... sentire che cosa significa essere unʼaltra persona . E quindi il movente fondamentale > è lʼaspirazione a rimuovere, volontariamente, ciò che mi difende dallʼaltro , per superare > lo sforzo che facciamo per non scoprirci completamente con lʼaltro... per preservare...il telaio in cui è contenuta, a volte imprigionata, la nostra multiforme ed erratica psiche . Il perno di questo passaggio dalʼ io agli altri è costituito dai personaggi. > Scrivere un romanzo significa, in larga misura, essere totalmente responsabili di qualche decina di personaggi . Per spiegare questa affermazione, rilevante alla luce della povertà descrittiva e psicologica di tanti romanzi moderni, Grossman si affida ad una indovinata metafora. Lo scrittore è come qualcuno che tiene decine di persone imprigionate in cantina. > Ogni tanto gli converrà far quattro chiacchiere con loro...provare a calmare le tensioni... ascoltare le loro storie e i loro ricordi, a rammentare loro tutto quello che resta ancora da sognare, da rimpiangere, affinché dimentichino per un momento la fossa soffocante in cui si trovano . Dallʼattenzione sui personaggi discendono i compiti, che Grossman affida alla politica. > Se cʼè una cosa che vorrei sperare che politici e uomini di governo possano prima o poi imparare dalla letteratura, è proprio questo modo di votarsi a una situazione, e alle persone che vi sono intrappolate , a causa in misura non irrilevante delle trappole che gli stessi politici e uomini di governo hanno contribuito a creare. Lʼaccenno alla responsabilità della politica conduce alle conferenze che parlano della drammatica situazione di Israele. Non si può non ammirare il coraggio, ma anche la dignità, di Grossman nellʼaccusare frontalmente le responsabilità del governo di Israele nel perseguimento di una politica di aggressione, che sta conducendo ad uno snaturamento dei fondamenti stessi dello stato di Israele, delle sue istituzioni, della stessa legalità, mettendo in moto un processo, che sembra irreversibile, di «smarrimento e di smembramento.. del corpo pubblico, sociale». Tuttavia, la riflessione più interessante di Grossman riguarda un aspetto che spesso non viene sottolineato: la graduale scomparsa del > modello dellʼebreo universale, cosmopolita, che aspira a compiere una missione intellettuale e morale , sostituito dallʼutilitarismo, dalla forza e dalla competitività aggressiva. Se la terra di Israele doveva essere negli ideali del sionismo un modo per porre fine alla Diaspora, rendendo il popolo ebreo finalmente «uguale» agli altri popoli, la paura e lʼostilità verso gli altri (innanzitutto verso i palestinesi) perdurano gli schemi psicologici e spirituali della Diaspora, questa volta in chiave aggressiva. Da oppresso il popolo ebraico diviene oppressore. È inutile cercare nelle conferenze di Grossman la leggerezza e la sottile ironia di Pamuk o di Vargas Llosa. Non è solo lo stile dello scrittore, sempre serioso, complesso e meditativo. È il dramma dellʼuomo, come persona (innanzitutto come padre per la perdita del figlio), come israeliano, che assiste al dissolvimento del proprio popolo, come ebreo, dinanzi al tradimento di valori millenari, che impedisce a Grossman di lasciarsi lontano le tinte cupe e drammatiche. Lʼangoscia che trasuda dalle parole, il taglio filosofico delle considerazioni, il senso di un destino ineluttabile, al quale si può contrapporre solo lʼutopia, rendono la lettura pesante ed impegnativa, a tratti ripetitiva. Solo in alcuni momenti ci si immedesima emotivamente con lo scrittore. È quando, nella splendida commemorazione di Rabin, chiede con dignità di non giudicarlo con commiserazione ed indulgenza perché mosso da un «sentimento di rabbia e di vendetta» per la terribile tragedia della morte del figlio. Anche il dolore può essere usato dal potere per far tacere il dissenso e la critica! Perché leggerlo? Le riflessioni sullo scrittore e sulla letteratura sono particolarmente interessanti.
Con le peggiori intenzioni
Il libro è ambientato nel contesto della borghesia romana (pariolina) degli anni’70 e ʼ80. Una famiglia ebrea, i Sonnino, conduce una vita estremamente lussuosa e dispendiosa, anche se si trova ad attraversare periodi di grande successo, la bancarotta e poi la ripresa economica. Il capostipite, il nonno Bepy, vive nella più totale sregolatezza e influenza, nel bene e nel male, il destino di tutti i suoi famigliari, i figli e i nipoti. La storia dei Sonnino si incrocia con quella dei Cittadini, il cui capostipite, Nanni, è stato socio di Bepy ma poi ha continuato ad accumulare una ricchezza sempre più grande, nobilitandosi sposando una principessa. Anche Nanni ha determinato la vita dei suoi famigliari, il figlio che si suicida, il nipote alcolista e la nipote Gaia, di cui è innamorato Daniel, il nipote di Bepy. Un primo filone conduttore del libro è la storia delle due famiglie, quasi una Buddenbrook romana. Ma le vicende famigliari sono l’occasione per la descrizione di personaggi e di ambienti paradossali, sulla falsariga di Middlesex di Jeffrey Eugenides, e per una ricerca del tempo perduto di Daniel, che ricorda in qualche modo Proust. È pure presente il tema dell’ebraismo, con accenti e richiami a Woddy Allen. Si tratta, quindi, di un libro fortemente influenzato da altre letture e lo stile stesso ricorda Saul Bellow o la versione di Barney. Il ritmo e la struttura sono all’inizio piacevoli per poi diventare sempre più noiosi, ripetitivi e scontati. L’uso eccessivo della forma interrogativa e la mescolanza di linguaggi e lingue frammentano la narrazione, la quale non si appoggia né su una descrizione approfondita del contesto (la rappresentazione della borghesia romana risulta superficiale e sotto certi aspetti falsa, tenendo conto della cultura cosmopolita del protagonista) né su un analisi dei personaggi, dei loro sentimenti e della loro evoluzione emotiva e spirituale. Forse, l’aspetto più genuino del libro è la storia di una gioventù, una visione intellettuale e ironica delle vicende di Moccia.
Le Confessioni d'un italiano
Carlino è il figlio naturale della contessina di Fratta e cresce presso gli zii, lasciato alla cura dei servi e considerato come un «parente di serie B». Presso il castello di Fratta, vive anche la cugina, una bambina più piccola di Carlino, di nome Pisana. Carlino si innamora sin da ragazzo della Pisana, una ragazza sempre più vivace e imprevedibile, che ha con Carlino un rapporto controverso: ne ricerca la protezione e l’affetto quando ne ha bisogno per poi ferirlo nei sentimenti frequentando altri ragazzi e trattandolo male. Il romanzo (fine ‘700 metà ‘800) è la storia di questo amore, accompagnata dalla nostalgia di un’infanzia, povera e trascurata, ma felice e spensierata. Le vicende politiche (la vecchia società feudale di provincia, la decadenza di Venezia, il periodo napoleonico, la restaurazione ecc. ) sono importanti ma di contorno a questo rapporto travagliato ma profondo che lega Carlino e la Pisana. I due si mettono assieme e poi si lasciano per ritrovarsi infine in un continua lotta di sentimenti e di ruoli reciproci, che prescinde da tutti gli sconvolgimenti che li circondano e nei quali sono profondamente immersi. Emergono due temi, tipicamente romantici ma di grande attualità:la nostalgia per l’infanzia: > eravamo felici senza fatica, felici senza saperlo... per me gli è vero ci fu anche lo spiedo da girare; ma perdono anche allo spiedo, e vorrei volentieri girarlo ancora per riavere l’innocente felicità di una di quelle sere beate, fra le ginocchia di Martino, o accanto alla culla della Pisana . Ma il ricordo dell’infanzia e delle persone si perde lentamente in una lunga vita: > ombre dilette e melanconiche delle persone che amai, voi vivete ancora in me... la gioventù rimase viva nella mente dell’uomo; e il vecchio raccolse senza maledizione l’esperienza della virilità . Domina quindi una diffusa tristezza, una rassegnazione che nasce dalla consapevolezza che tutto scompare come il grande amore: > perdonami di averti amato alla mia maniera, dice la Pisana in punto di morte, di aver sacrificato te a un mio ghiribizzo strano e inconcepibile, di non aver cercato nella tua vita altro che un occasione di appagare le mie strane fantasie!... Tu non dovevi capirmi, tu dovevi odiarmi, e invece mi hai sopportato! . Incomprensibilità dell’amore, dell’affetto che lega due persone e le spinge a volersi bene nonostante tutto. E il romanzo si chiude proprio con un inno all’amore per la Pisana: > ti intravvedo azzurrina e compassionevole al raggio morente della luna (siamo in pieno romanticismo)... sperammo ed amammo insieme... senza di te che sarei io mai? . Un altro tema del romanzo è costituito dal trapasso dalla società aristocratica a quella borghese, dalle speranze di unʼItalia libera e dalla crescente delusione di questo disegno. Un altro tema è senza dubbio rappresentato dal pessimismo sull’animo degli italiani, sulla loro strutturale incapacità di essere un popolo libero ed «etico». Si tratta, come già detto, di contorni, di contesti all’interno dei quali si sviluppano i veri filoni conduttori del romanzo. Se è vero come dice Goffredo Bellonci che il romanzo non è solo il romanzo della Pisana, in quanto l’autore intende descrivere il percorso verso una crescente consapevolezza dell’individuo e di un popolo che trova in sé la forza della rinascita, è pur vero che la rete dei sentimenti è quella che dà modernità ed attualità al romanzo. Il romanzo è molto lungo e prolisso. Le prime duecento pagine (l’infanzia nel castello di Fratta) sono molto belle, veloci, fresche, briose e ironiche. Si leggono tutte di un fiato. Poi il romanzo assume un ritmo discontinuo, spesso lento e pesante, talvolta inutile. Il lettore ci si perde e a fatica prosegue nella lettura.
Confessioni del cavaliere d'industria Felix Krull
Quale mistero nasconde questo romanzo che ha accompagnato tutta la vita di Thomas Mann? Iniziato nel 1910 e poi abbandonato, è stato ripreso nel 1954, un anno prima della morte dello scrittore. Thomas Mann immagina che un singolare personaggio, incantatore o semplice imbroglione, racconti la sua vita e lo fa partendo da un emblematico episodio della sua giovinezza. Ancora bambino viene portato dal padre al circo, dove può ammirare lo spettacolo di un famoso clown, il cui contegno, pur nelle differenti situazioni, scabrose o comiche, > serbava una grazia scevra dʼogni volgarità e trascuratezza... libero ed arguto e diffondeva la gioia della vita, se si può con questʼespressione indicare lo squisito e doloroso senso dʼinvidia, la nostalgia, la speranza ed il bisogno dʼaffetto in cui sʼaccende lʼanimo umano alla vista di ciò che è bello e felicemente perfetto . Alla fine dello spettacolo il padre accompagna il bambino a conoscere il famoso clown e al fanciullo appare una «vista ributtante», un uomo volgare, tutto cosparso di orribili pustolette, in un atmosfera pregna di unguenti e belletti. > Ma gli adulti, la gente esperta della vita, che si lasciava così spontaneamente, anzi con passione, sedurre da lui, non sapevano di essere ingannati, oppure con una tacita intesa, non volevano considerare ingannatore quellʼinganno? Forse era così a pensarci bene: in qual momento la lucciola si mostra nel suo vero aspetto, quando si libra nella notte estiva come poetica scintilla, oppure quando si torce sulla nostra palma, ridotta ad un misero insetto? Il tema è quindi quello della duplice personalità dellʼuomo, del suo ambiguo e costante travestimento, per cui si assumono le sembianze di ciò che piace: la vita è un inganno verso gli altri e verso sé stessi. Felix Krull nasce da un piccolo industriale tedesco, fraudolento produttore di uno spumante contraffatto. Grazioso senza essere bello, > biondo e brunetto insieme, con la luce degli occhi azzurri.... il fascino velato della voce, la lucentezza serica dei capelli , Felix avrebbe continuato volentieri lʼindolente ritmo della sua adolescenza, se non fosse costretto, allʼetà di diciannove anni, a trovarsi un lavoro, per il fallimento e il suicidio del padre. Un amico di famiglia gli trova un lavoro a Parigi presso un grande albergo. Qui il giovane conduce una duplice esistenza: lift boy e apprendista cameriere durante lʼorario di lavoro, elegante e raffinato parigino nel tempo libero, godendo dei soldi delle ricche ospiti dellʼhotel, alle quali concede le sue dolcezze amorose. Aveva raggiunto la sua aspirazione più profonda, la «permutabilità»: semplicemente scambiando lʼabito e lʼacconciatura poteva essere, a piacimento, un servitore ed un signore. È una vita che gli aggrada, quando un ricco giovane, invaghitosi di una cantante dʼoperetta, gli propone di sostituirlo in un viaggio in giro per il mondo, che i genitori gli hanno imposto nella speranza che dimentichi lʼindecente amante. È il grande salto: > fui colto da un brivido di gioia pensando alla compensazione fra essere e parvenza che la vita voleva concedermi, allʼapparenza che essa voleva aggiungere allʼessere . Ci aspetteremo una situazione pirandelliana, invece Thomas Mann ci conduce attraverso divagazioni filosofiche e sociologiche, che si sovrappongono alla narrazione dei principali episodi della conquista sociale di Felix. La prima tappa del viaggio è Lisbona, dove il protagonista viene accettato facilmente dallʼalta società. Ad attirarlo sono in particolare la moglie e la figlia del Direttore del Museo delle Scienze: la prima una prosperosa e rigida nobildonna ( «non graziosa ma bella») ,la seconda una giovinetta, «dalle labbra orgogliosamente serrate», con la tipica asprezza del Sud. È la «doppia immagine» del fascino femminile: la nobiltà altera e la graziosa ed acerba giovinezza. Felix vorrebbe assaporarle entrambe, vagheggia persino il matrimonio, ma sarà la nobildonna ad esortarlo a non «cercar fortuna in fanciullaggini» e a lasciarsi invece trascinare dal «turbine di forze primordiali» scatenate da un petto regale e maturo. E qui si interrompe la prima parte delle memorie di Felix Krull e noi supponiamo che il giovane abbandoni le velleità di un solido orizzonte borghese, a lui peraltro precluso dal vivere sotto mentite spoglie, e di andare avanti nella sua vita da avventuriero e da imbroglione. Ma non lo sapremo mai perché il racconto della vita di Felix resta incompiuto. Il romanzo è diviso in due parti. Sino alla sostituzione tra Felix e il ricco giovane, riconosciamo lo stile del grande Thomas Mann: la narrazione si sviluppa in modo lineare, la trattazione degli episodi e dei personaggi è brillante, persino lievemente ironica, ed i «capricci» (le divagazioni, la mancanza di una sequenza temporale, gli approfondimenti) sono funzionali alla comprensione complessiva. Nella seconda parte la struttura del racconto diviene dispersiva e confusa. È senza dubbio abile raccontare e commentare le vicende ricorrendo alle lettere del presunto figlio, Felix, ai presunti genitori, sconcertati, per altro, da quanto viene narrato, pensando, come è vero, che sia un parto della fantasia. Questo espediente letterario dimostra la maestria di Mann, ma non riesce a ricondurre il romanzo ad un minimo di compattezza e lucidità. Sembra che lʼautore stia inseguendo, con le ultime energie rimaste, il compimento di unʼopera, cui tiene molto. Ma la foga prende la mano e i tanti argomenti e pensieri si affollano senzʼordine. Perché non leggerlo? Non vale la pena.
La conquista dell'America
Il libro ha come oggetto la conquista del Centro America da parte degli spagnoli nel ‘500 e nel ‘600, conquista che viene narrata mediante le vicende di cinque personaggi: Colombo, Cortès, Las Casas, Duran e Sahagùn. A ciascuno di questi personaggi l’autore fa corrispondere un differente atteggiamento nei confronti della conquista:in Colombo l’approccio prevalente è quello della scoperta, che lo conduce a una forte attenzione verso la natura e l’ambiente e a un sostanziale disinteresse nei confronti della popolazione indigena, che viene fondamentalmente assimilata alla natura;in Cortès prevale lo spirito di conquista e quindi la conoscenza del linguaggio e della mentalità della popolazione indigena in funzione del perseguimento di obiettivi militari. Cortès comprende rapidamente il mondo simbolico degli atzechi e dei maya e lo utilizza in modo molto efficace per rinforzare e comunicare meglio l’invicibilità degli spagnoli. L’autore ritiene anzi che uno dei motivi del rapido disfacimento dell’impero atzeco sia proprio da ricondurre a un sistema di credenze basato sull’inevitabilità del futuro, la cui direzione non poteva essere modificata e poteva essere letta mediante una serie di «segni». Cortès quindi indaga la popolazione indigena proprio per capirne il mondo spirituale e i relativi «segni» e quindi utilizzarli a proprio favore mediante un’accorta politica di comunicazione. Da questo punto di vista Cortès si presenta come un precursore della semiotica;in Las Casas, prete domenicano, il filo conduttore è l’amore per la popolazione indigena, che si basa su una concezione egualitaria e sull’idea che il popolo indo-americano avesse già valori cristiani e fosse quindi «buono», in contrapposizione con la crudeltà degli spagnoli. Come dice l’autore, l’approccio del prete domenicano si basa su categorie valutative e non sulla conoscenza dei costumi e della cultura degli atzechi. > Se il pregiudizio di superiorità è indiscutibilmente un ostacolo sulla via della conoscenza, si deve riconoscere che il pregiudizio di eguaglianza rappresenta un ostacolo ancora maggiore, perché porta a identificare puramente e semplicemente l’altro con il proprio ideale di sé (o con il proprio io) ;in Duran, prete domenicano cresciuto in America, emerge lo spirito di conoscenza, anche se all’interno di una visione meticcia dei rapporti con la popolazione indigena. Già l’ultimo Las Casas, dopo il famoso dibattito di Valladolid contro un altro prete che sosteneva l’inferiorità degli indigeni e il diritto di renderli schiavi, aveva scoperto la relatività delle varie posizioni ideali e la scomparsa di qualsiasi posizione privilegiata, rinunciando al diritto di assimilare gli indiani. Duran ritiene che la conoscenza della lingua e della cultura degli indigeni sia lo strumento fondamentale per poterli convertire al cristianesimo. Lo studio lo conduce a una sorta di ibridazione culturale, che si manifesta in vari modi, alcuni anche singolari: gli indigeni sono stati già oggetto di una predicazione cristiana e quindi le loro divinità sono simili al dio cristiano, ritiene di svolgere il compito di storico, di una storia di eroi (quella degli atzechi), narra la storia della conquista rispecchiando l’incredulità per il crollo di un impero così ben organizzato;Sahagùn, prete francescano, scrisse ben dodici libri, in atzeco e in spagnolo, nei quali descrive la civiltà di questo popolo. L’autore è il precursore dei moderni studiosi e quindi riesce a descrivere senza dare alcuna interpretazione. Molto interessante è il confronto tra la descrizione di un sacrificio umano da parte di Duran e da parte di Sahagùn, dal quale emerge con evidenza la descrizione fredda e distaccata da parte di questʼultimo. Sahagùn utilizza dei questionari, la cui struttura riflette la sua idea di ciò che può essere una civiltà. Anche in lui la conoscenza riflette dei giudizi di valore. Il libro è molto complesso e articolato, ma in fondo cerca di rispondere ad alcune domande di fondo: è possibile conoscere l’altro? È possibile salvaguardare la differenza nell’uguaglianza? È possibile evitare il massacro, culturale e fisico, da parte del conquistatore? A queste domande l’autore non riesce a dare una risposta esauriente, ma il libro descrive un probabile percorso, dalla scoperta attraverso il massacro sino all’ibridazione culturale e al relativismo, e afferma come bisognerebbe partire dalla conoscenza reciproca, che a sua volta passa attraverso la comunicazione (conoscenza del linguaggio e dei «segni»).
A conquistare la rossa primavera
Scritto nei giorni immediatamente successivi al 25 aprile 1945, questo libro è un romanzo autobiografico, ricordo di > cose vissute, e ancora vive dentro, prima che il tempo abbia placato il tumulto dei sentimenti ( Giorgio Amendola nota introduttiva allʼedizione del 1975). Lajolo, nome di battaglia Ulisse, ha partecipato, credendoci, a tutte le guerre fasciste. Il 25 luglio 1943, giorno delle dimissioni di Mussolini, lo sorprende attonito. > È la fine... la gente grida di contentezza... ho il gelo sulla fronte, la camicia dʼordinanza mi stringe alla gola come un laccio.... ora cominciano i lunghi giorni di tristezza . Cosa fare? Da un lato la sua storia personale lo spinge ad impegnarsi nella repubblica di Salò, dallʼaltro lato sente dentro > qualcosa di inconciliabile ( che) mi diceva di non accettare. Non sapevo ancora bene distinguere cosa fosse.... ma capivo, anche se in modo indefinito, che in quel posto sarei stato sulla falsa strada, non avrei fatto del bene al paese... (e) uscivo per la campagna. La terra incrostata ed arida pareva si fosse ritirata in se stessa, gelosa e paurosa di vedersi scoperta . Per un uomo dʼazione, come Lajolo, il tormento spirituale non può durare a lungo e non si risolve con la meditazione. Saranno i giovani del suo paese ( Vinchio dʼAsti) e la sua terra ( le Langhe) a fargli scegliere la via. > Quei ragazzi miei, che al buio sʼerano tutti alzati al cenno di chiamata, pronti a dare la vita, mʼavevano detto che quello era lo spirito patriottico vero... ( sono) gli stessi ragazzi che erano partiti tante volte a far la guerra . > La mia terra! Non potevo tradirla perché la sentivo dentro la mia carne. La mia terra, con i suoi paesi e le case basse multicolori, coi tetti corrosi e splendenti, e le cascine con gli orti circondati da canneti sottili... forse mai come in questi tempi avevo conosciuto da vicino la mia terra . E sono proprio la solidarietà tra combattenti, scandita da un elenco minuzioso di nomi dei compagni partigiani, e le immagini della «cara terra astigiana» a costituire i pregi distintivi del romanzo. Lʼautore non ci si può soffermare a lungo perché le azioni si susseguono con un crescendo di intensità e drammaticità sino al terribile inverno 1944-45. In quei mesi i nazifascisti sviluppano il massimo sforzo per distruggere le forze partigiane, che erano riusciti a costituire nelle zone adiacenti ad Asti quella che è stata chiamata la repubblica del Monferrato. È un inseguimento partigiano per partigiano, che porta anche a crudeli rappresaglie contro la popolazione civile. Lajolo, ormai uno dei capi della Resistenza, si nasconde, con alcuni compagni, in tane e cascinali, nascosti nella boscaglia. La narrazione ricorda le pagine del Partigiano Jonny, ambientato sempre nelle Langhe e nello stesso periodo. Ma il racconto di Lajolo è freddo, scarno, minuzioso, e proprio per questo emozionante e coinvolgente. Sempre prevale in Lajolo la fraternità con i compagni, un legame intriso di ammirazione, affetto e comprensione, anche verso quelli che, ad un certo punto, si danno alla fuga Talvolta affiora la retorica, ma essa viene decisamente ricacciata indietro da uno stile asciutto, quasi da resoconto militare. Dʼaltra parte Lajolo è ben cosciente di combattere una guerra civile. > Sono i tristi pensieri che ci schiude in cuore la crudeltà della guerra civile, quando sei costretto a far la guerra tra le tue case . E sorgono allora domande angosciose. > Perché, mi domando, hanno imparato a soffrire, perché dopo tanti anni di guerra hanno sentito il bisogno di combattere ancora? Durante la guerra partigiana Lajolo diviene comunista. Per nostra fortuna, lʼautore dà poco spazio alla discussione politica così come raramente approfondisce la sua maturazione ideologica. Quando lo fa, rapidamente il racconto scivola in frasi scontate, tante volte lette ed ascoltate. A noi, delusi e pessimisti, impressiona la grande speranza, che anima il mondo ideale dei protagonisti. Fa riflettere la sicurezza con la quale pensano al futuro: un grande cambiamento nella cultura, nellʼetica e nella struttura sociale. Che dire di questa convinta affermazione: > nessuno più ci intontirà con le parole. Noi abbiamo appreso a giudicare dai fatti, freddamente, passando tutti e tutto al vaglio della nostra coscienza . Perché leggerlo? Un ricordo «a caldo» della Resistenza, senza retorica.
Il contesto
Il libro racconta le vicende del commissario Rogas, che è chiamato a indagare sugli omicidi di una serie di magistrati. Il commissario individua una pista (una persona condannata ingiustamente che si sta vendicando) ma viene dirottato dai suoi superiori sulla pista a sfondo politico. In questa direzione scopre che si intende uccidere un uomo politico dell’opposizione per bloccare unʼeventuale alleanza tra forze politiche della maggioranza e quelle dell’opposizione. Pedinato, viene organizzata una falsa scena del delitto, nella quale il commissario avrebbe ucciso il leader dell’opposizione per essere poi ucciso. Un amico del commissario va dal nuovo capo dell’opposizione per dirgli la verità ma viene convinto a desistere per il bene «della pace sociale». Il libro è stato scritto nel 1971 e risente del periodo del compromesso storico e del terrorismo, riflette in modo eccessivo le problematiche politiche che riguardano quella fase storica e che rendono il racconto lento, prolisso e poco interessante. Si conferma la base pessimistica dell’autore sulle reali possibilità di cambiamento del nostro paese, ma manca il ritmo narrativo degli altri romanzi e l’ironia di sottofondo si annega in un noioso filosofeggiare.
Conversazione in Sicilia
Un giovane operaio vive un sentimento di profonda insoddisfazione per la propria vita: > la quiete della non speranza. Credere il genere umano perduto e non avere voglia di fare qualche cosa in contrario, voglia di perdermi, per esempio, con lui . Questa insoddisfazione («questi astratti furori») è un fatto intimo, ma anche una coscienza del dolore cosmico. Il giovane cerca di uscirne con un viaggio, che possa costituire un ritorno alla propria infanzia e nel contempo un approfondimento di se stesso, una riflessione sui valori e le idee prevalenti nella società. Il viaggio è articolato in diversi momenti topici: le conoscenze in treno, dove le persone sono archetipi di ruoli sociali, l’arrivo nel paese, il colloquio con la madre, il giro con la madre presso le case del paese per effettuare le iniezioni, l’incontro con l’arrotino e la sbornia nell’osteria, il fratello morto in guerra e infine «la sintesi» dell’intero romanzo presso il monumento in bronzo del paese. Lo sviluppo dei temi, i frequenti cambiamenti nello stile e nel ritmo narrativo (talvolta cinematografico, in altri momenti lirico e suggestivo, ricco di simbolismi e allegorie) rendono estremamente difficile fornire unʼinterpretazione univoca, come dimostrato dalla rassegna della critica, dove ciascuno degli autori sembra commentare un romanzo differente da quello letto dagli altri. Esistono senza dubbio diverse chiavi interpretative: rapporto con i genitori e con la terra di origine, descrizione di una crisi di valori che non trova risposta nelle forze politiche e sociali (impersonate nell’arrotino, nel tappezziere e nell’oste) , disperazione esistenziale, che non viene risolta dal ritorno nel grembo materno, ricerca stilistica di un approccio cinematografico alla scrittura. È probabile che il romanzo sia un po’ di tutto questo, tanto da configurarsi come un sistema aperto e dinamico, che non può essere richiuso in unʼunica interpretazione. A me piace pensare che la vera chiave interpretativa del romanzo sia il contesto, quella Sicilia, > una piccola Sicilia ammonticchiata, di nespoli e tegole, di buchi nella roccia, di terra nera, di capre, con musica di rampogne, che si allontanava dietro di noi, e diventava nuvola e neve, in alto . Quell’ambiente che inquadra il ritmo continuo della vita («il giro delle iniezioni»), della malattia e della morte, che rendono tutti gli uomini simili e uguali di fronte al dolore e a un destino comune. > Era notte, sulla Sicilia e la calma terra: l’offeso mondo era coperto di oscurità, gli uomini avevano lumi accanto chiusi con loro nelle stanze, e i morti, tutti gli uccisi, si erano alzati a sedere nelle tombe, meditavano. Io pensai, e la grande notte fu in me notte su notte. Quei lumi in basso, in alto, e quel freddo nell’oscurità, quel ghiaccio di stella in cielo, non erano una notte sola, erano infinite; e io pensai alle notti di mio nonno, le notti di mio padre, e le notti di Noè; le notti dell’uomo, ignudo nel vino e inerme, umiliato, meno uomo di un fanciullo o d’un morto . E allora il vero tema è, forse, l’identificazione e il senso di appartenenza a una dimensione collettiva, costituita dal genere umano. Il personaggio centrale è quello del Gran Lombardo, che sente ed esprime una volontà di grandi doveri, di fare qualche cosa per l’umanità. Ma non si sa cosa fare e quindi l’operaio conclude: > non piango in me. Non piango in questo mondo... E uscì dalla casa, in punta di piedi . Il romanzo presenta delle pagine molto suggestive e raggiunge il suo culmine stilistico e narrativo nel «giro delle iniezioni» e più in generale nella prima parte: il viaggio in treno e l’arrivo al paese. In altri momenti prevale un approccio intellettualistico, che porta anche alla frammentazione della narrazione rendendola talvolta ridondante e prolissa.
Il convitto
Il romanzo è il capitolo conclusivo di una trilogia: «La strada del Donbas (2009),»Mesopotamia«(2014) e»Il Convitto«(2017). Come nel romanzo di Cesare Pavese»La casa in collina«(si veda la recensione in questo sito) Corrado chiedeva»un letargo, un anestetico, una certezza di esser ben nascosto«così da non farsi coinvolgere dalla Resistenza, così Pasa, il protagonista de»Il Convitto«, a chi gli consiglia di fuggire risponde che»era solo un insegnante, un semplice insegnante (...) nient'altro che un insegnante, il resto lo interessava poco. Dove sarebbe dovuto andare, chi ci sarebbe stato ad aspettarlo, cosa c'era da temere, sarebbe andato tutto bene, lui era solo un insegnante > . Ed è rimasto con il vecchio padre senza neanche seguire le notizie in televisione mentre divampa la guerra nel Donbas tra ucraini e russi. Nessuno sa come sia successo che le viscere della terra si siano spalancate sputando fuori quel nerume, (...) tutto prenderà fuoco come in una città medievale: casa dopo casa, strada dopo strada, tempo qualche giorno, e poi non ci sarà più nulla > . A scuoterlo dall' ignavia è il rimorso per aver permesso che il figlio della sorella fosse rinchiuso in un convitto; vuole andare a riprenderlo anche se deve attraversare la linea del fronte, in mezzo ai combattimenti. Si mette in viaggio, in una peregrinazione che lo riporta sempre negli stessi luoghi come se non proseguisse verso una qualche direzione ma girasse in tondo come un orso nel circo. (...) Da tre giorni cammino insieme a persone che neppure conosco. Come se una molla mi spingesse da dietro, m'impedisse di fermarmi. E la molla spinge anche loro, allo stesso modo, lontano da casa. Anche se almeno metà di loro non ha più né una casa né una famiglia. Vagano per la circonvallazione senza avere alcuna possibilità di uscirne. Girano in tondo intorno alla propria città. E anch'io giro con loro, non so perché > . In un ambiente devastato dalle bombe e dalla violenza, dove non c'è pietà per nessuno, la peregrinazione di Pasa diviene un pellegrinaggio fuori dal tempo e dallo spazio (la guerra del Donbas del 2014): è come un cammino in un incubo, fatto di un miscuglio di personaggi, di distruzioni, di morte, di ricordi del passato. E' un sogno o la realtà? Perché quel soldato, suo ex scolaro, lo ha risparmiato? Perché hanno ucciso il custode del Convitto, l'unico insegnante che non era fuggito per custodire i giovani ospiti del convitto? Perché lui, così pavido e maldestro, si salverà? L' illustrissimo dottore gli ha chiesto di assistere un ferito, un adolescente di vent'anni. > Tra poco se ne andrà, ora chiuderà gli occhi e sarà finita.(...) All'improvviso Pasa percepisce accanto a lui un'altra presenza, sconosciuta, ferma lì ad aspettare, pertinace.(...) Chi sta aspettando? Per chi è venuta? Di sicuro per me, immagina Pasa. E' lei che da tre giorni non mi perde d'occhio, è lei che emana questo greve odore di cane bagnato, è a me che dà la caccia, è contro di me che prende la mira.(...) A quel punto il ferito gli stringe la mano.(...) Percepisce che la morte lo aggira, si allontana e si avvicina all'altro.(...) Non guardare, si dice, non devi guardare, corri soltanto, corri più veloce che puoi, finché ne hai la forza e il tempo, corri e non ti voltare... Giovanna Brogi, l'ottima traduttrice dall' ucraino, nella sua postfazione interpreta il romanzo come un percorso di formazione di Pasa, il quale riflette sulla propria identità anche linguistica, prende coscienza della propria pusillanimità e comprende che deve scegliere dove stare. Questa interpretazione contrasta con l'incupimento metafisico dell'intero racconto dove non c'è una prospettiva di salvezza e rinascita. Si prenda un brano finale, ricco di simbolismo in contrasto con l'apparente iperrealismo del racconto. Abbiamo lasciato Pasa nella sua fuga dalla morte. > C'è una tale quantità di bianco da far sembrare che tutti i colori si siano esauriti.(...) Campi bianchi e l'asfalto nero della strada lungo il quale lui cerca di fuggire, che dovrebbe salvarlo.(...) E distingue netti i cani oscuri sul fondo bianco.(...) Sono sempre più vicini, feroci e impavidi, sanno che la vittima non può sfuggire, che non ha via di scampo, eccola, lì davanti a pochi balzi, ancora un attimo, qualche altro momento, e potrai saltarle addosso, conficcarle i denti nella gola mentre lei cerca di liberarsi, di ingannare la sorte . A Pasa non resta che la compassione, la «pietas» latina, espressa nelle ultime pagine dal nipote non più adolescente: il riconoscimento da parte del ragazzo della fragilità dello zio, forse, salva Pasa. L'essenzialità della scrittura, le parole scarne, il ritmo incalzante accompagnato da lunghe sospensioni, la capacità narrativa di passare da un intenso realismo a un simbolismo onirico sono i tratti distintivi di questo capolavoro, una felice sorpresa in un panorama letterario spesso banale. Che siano le condizioni essenziali dell'esistenza a creare opere di valore, ciò che non è possibile quando prevale la morbida e salottiera quotidianità? Non sarà che la letteratura europea abbia bisogno della guerra per rinascere? Perché leggerlo? E' interessante sotto il profilo storico, ma soprattutto è affascinante lo stile letterario: un capolavoro.
Il coraggio del pettirosso
> Non cʼè ingenuità in chi pensa che un popolo possa esistere davvero solo se cʼè qualcosa, come un libro appunto, che lo racconti agli altri . Così spiega il tipografo Ruben al giovane Saverio per spingerlo a narrare di Carlomagno e della sua gente. Non sappiamo dove fosse questo villaggio; forse si trovava nelle Alpi Apuane, di certo era un paese di cavatori, duri, selvaggi, ostinatamente legati ad una propria cristianità, fatta di leggende, di valori comunitari, di libertà di coscienza. Ed è di questo che parla il romanzo: il coraggio del pettirosso. > Vorrei il permesso, signoria, di andare un poʼ dove mi pare, tanto non darei fastidio a nessuno, piccolino come sono . Così chiese il pettirosso al re degli uccelli del bosco; e per risposta il falchetto gli ruppe una zampa, costringendolo a volare con una ala sola. Ma il piccolo pettirosso non si arrese e > volava sempre più in alto e un poʼ più in là del posto che gli avevano assegnato , fino a che > dallʼalto prese a bombardare sul capo il re degli uccelli a colpi di cacatine . Per raccontare di questo paese immaginario, e della libertà che lì si professava, lʼautore la prende dalla lontana, forse anche troppo. Saverio vive ad Alessandria dʼEgitto ed è figlio di un fornaio anarchico, il quale, come tutti i suoi amici, ritiene che Ungaretti fosse un fascistone. Alla morte del padre Saverio scopre una raccolta di poesie: «il porto sepolto» e lo sorprendono in particolare questi versi di Ungaretti. > Vi arriva il poeta/E poi torna alla luce con i suoi canti/E li disperde/Di questa poesia/Mi resta/Quel nulla/Di inesauribile segreto . Che cosa voleva esprimere il poeta? E perché suo padre leggeva questo libro? Giovane superficiale e perditempo, da quel momento viene preso da una irrequietudine crescente, che neanche un viaggio nel deserto riesce a sopire. Vuole conoscere il paese del padre, appunto Carlomagno. Va in Italia e visita Roma in «preda di una sensazione di sovrabbondanza fiabesca». Si imbatte in Ungaretti. > Il vecchio, ma quanto era vecchio! a guardarlo così da vicino sembrava più vecchio di un sasso. (...) gli occhi fiammeggianti di un idolo zulu, (...) mi sembrava irreale, fatto dʼaria come i ginn . Il grande poeta sembra riconoscerlo e gli fa avere un foglietto, in italiano arcaico e confuso, dove era scritto che un certo Pascal, «luterano perfido», fu bruciato sul rogo. Pascal era il suo cognome, si parla di un suo avo? Saverio non riesce ad andare a Carlomagno perché la polizia lo espelle. Ritorna ad Alessandria e compie immersioni sempre più profonde e pericolose; forse pensa di trovare il porto sepolto, di cui parla Ungaretti. Colto da embolia, viene ricoverato in una clinica, dove giace per mesi abulico, senza forza e volontà. Per spingerlo a reagire viene indotto a raccontare la sua vita ed anche i sogni delle sue notti agitate. Ed è così che tutto ciò che sappiamo è una storia dentro la storia, > una storia sognata, inventata di sana pianta, una storia di cinque secoli fa in un posto perso nel mondo . In unʼ Europa devastata dalle guerre di religione tra cattolici e protestanti, Pascal, un vecchio soldato di ventura, si ritrova a Carlomagno, dove viene prescelto come sposo da Sua (strana usanza ma il mondo era rovesciato in quel villaggio sperduto e singolare). Sua intende scrivere la storia di Carlomagno, vuole essere la sua poetessa. Spinge il marito, di solito prudente ed accorto, ad intraprendere un viaggio per recuperare i mezzi per stampare un libro. Recuperano una Bibbia in italiano, tradotta da un calvinista, la leggano di nascosto ed infine arrivano in Val Pellice, la valle degli eretici valdesi. Quando però tornano a Carlomagno è arrivata lʼinquisizione, decisa a normalizzare il villaggio e la sua gente. Pascal è accusato di eresia e trascinato al rogo; Sua, incinta ,si è salvata in groppa a sua madre, «in groppa a un demonio, fate voi». E Sua poté stampare il suo libro, e Saverio lo sognò e lo raccontò, perché potesse essere un «pettirosso da combattimento». Tutto ha preso le mosse da una poesia, anche poco chiara. Alcune parole hanno portato in superficie una coscienza, un alito di libertà, un desiderio irresistibile di conoscere le proprie radici, anche se tragiche. Fra i tanti temi che tratta, le innumerevoli suggestioni, le troppe divagazioni, il romanzo parla della forza della narrazione, del libro scritto e raccontato; e così facendo ci porta in un mondo libero, in quellʼ Italia protestante che poteva essere un occasione per il nostro Paese, se non fosse stata soffocata, condannandoci ad un destino di ignavia, ignoranza e ipocrisia. È pertanto un libro politico allʼinterno dellʼinvolucro della favola. Il sogno è la parte migliore del romanzo, forse anche perché lʼautore si muove in un ambiente familiare. La scrittura è sempre raffinata ed efficace, tuttavia il racconto è dispersivo, troppo spesso un polpettone. Maggiani ha voluto dire troppo ed ha rovinato in questo modo il nucleo fondamentale, costituito dal sogno e dal villaggio immaginario di Carlomagno. Perché leggerlo? Ci anima di spirito protestante.
I corsari delle bermude
Il libro appartiene al ciclo delle Bermude. Il contesto è la rivoluzione dʼindipendenza americana (quindi metà del settecento) e il protagonista è sir William, un nobile inglese di origine francese, che si è fatto corsaro per combattere il fratellastro, il crudele marchese Halifax, che gli vuole portare via lʼamata. Lʼamore infelice e la grande poesia del mare sembrano essere i riferimenti del romanzo: > ah! quella notte! abbracciati sulle dune di sabbia, ascoltavamo il ritmo sonoro delle onde. È una musica divina, una musica che vale tutte quelle create dagli strumenti dʼottone, di rame, di bronzo . È allʼinizio si assiste ad una battaglia navale, come nei migliori romanzi di Salgari. In seguito la trama prende unʼaltra direzione. Lʼamata è prigioniera a Boston, città in mano agli inglesi e sotto assedio dagli americani. Sir William, insieme con i suoi prodi, Testa di Pietra e Piccolo Fiocco, si introduce nella città assediata e cercano di liberare la donna. Si susseguono una serie di avventure, ma alla fine il crudele marchese di Halifax riesce a fuggire con lʼamata di sir William. Il ritmo narrativo è lento, appesantito da continui scambi di scherzi e di battute tra Testa di Pietra e Piccolo Fiocco: i colloqui dominano mettendo in secondo piano lʼazione. Dʼaltra parte il vero protagonista del romanzo è Testa di Pietra, la sua furbizia, la sua saggezza contadina, la nostalgia per la sua terra natale. la Bretagna. Ma Salgari non riesce a dipingere i sentimenti. Senza azione e senza personaggi tenebrosi e ad un tempo eroici, il racconto perde di fascino e diviene noioso. Perché non leggerlo? Non ci sono il mare, lʼamore e il destino infelice: non cʼè quindi il vero Salgari.
Il Corsaro Nero
Siamo nel Seicento, il secolo dei pirati, > gente composta principalmente di spostati, di soldati e di marinai avidi di bottino , che scorrazzavano il mare dei Caraibi > per mettere le mani sulle ricche miniere dalle quali la Spagna traeva fiumi dʼ oro . Tra questi «ladroni del mare» cʼera anche un nobile italiano, il conte di Ventimiglia, il Corsaro Nero: > era vestito completamente di nero.... anche lʼaspetto di quellʼuomo aveva, come il vestito, qualche cosa di funebre, con quel volto pallido, quasi marmoreo . La storia ha inizio con la notizia dellʼimpiccagione del Corsaro Rosso, fratello del Corsaro Nero, che ha fatto la stessa fine degli altri due fratelli, tutti assassinati a tradimento per mano del duca Wan Guld. Il Corsaro Nero decide di recuperare il corpo del fratello per dargli degna sepoltura. La spedizione a Maracaybo, dove era stato impiccato il Corsaro Rosso, costituisce un preambolo dei temi del libro: colpi di scena, duelli, astuzie ed eroismi, inquadrati in una natura rigogliosa e meravigliosa, con quadretti di una tipica città coloniale, abitata da una popolazione di mercanti e di cavalieri spagnoli. Si combatte e si uccide ma non cʼè odio tra pirati e spagnoli: il vero nemico è uno solo, il duca Wan Guld: il fiammingo traditore. Arriviamo ad un punto di svolta del romanzo. Recuperato il corpo del fratello, si svolge il funerale sulla Folgore, la nave del Corsaro Nero: > il mare sfolgoreggiava sempre intorno alla nave, rumoreggiando sordamente.... quelle ondulazioni avevano in quel momento degli strani sussurrii. Ora parevano gemiti di anime, ora rauchi sospiri, ora flebili lamenti . Dinanzi ad un equipaggio, emozionato ma anche terrorizzato dai fantasmi dei fratelli morti, Il Corsaro Nero rompe il silenzio funebre con un terribile giuramento: > la mia anima sia dannata in eterno, se io non ucciderò Wan Guld e sterminerò tutta la sua famiglia come egli ha distrutto la mia! . Il destino è segnato: non cʼè più spazio per altre scelte, per una diversa volontà. La vita del Corsaro Nero non può che seguire la strada segnata da questo giuramento. Il Corsaro Nero cerca la vendetta ma incontra invece, in modo imprevedibile, lʼamore. La Folgore si imbatte in una nave spagnola, che viene conquistata dopo una cruenta battaglia e lì i pirati fanno prigioniera una fanciulla, > una bella figura di giovane, alta, slanciata, flessuosa, dalla pelle delicatissima, di un bianco leggermente roseo . Quale contrasto tra lʼaspetto lugubre del Corsaro Nero e il biancore della giovane! Fin dallʼinizio si capisce che è nato un amore, ma questo amore porta con sé la tragedia. Salgari ci lascia nellʼincertezza, non ci svela subito chi è la fanciulla, ma si capisce come il Corsaro Nero sappia che > i morti possono abbandonare i profondi baratri dove riposano e salire alla superficie a distruggere le speranze di felicità. Dʼaltra parte la giovane intuisce che il traditore di cui si vuole vendicare quel «funebre gentiluomo dʼoltremare» potrebbe essere suo padre. Il lettore deve ancora aspettare. I pirati vanno alla conquista di Maracaybo e poi il Corsaro Nero insegue Wan Guld nella foresta e nelle paludi dellʼAmerica Centrale. La natura, splendida ma spietata, diviene per numerose pagine la protagonista del romanzo. Il Salgari avventuroso e esotico scrive qui alcune delle sue pagine migliori. Wan Guld riesce a fuggire ma sfortunatamente uno spagnolo rivela al Corsaro Nero che la fanciulla è la figlia del fiammingo traditore. Non vale per il Corsaro Nero una massima seguita dai pirati, che non chiedono mai alle loro donne di rendere conto di ciò che hanno fatto nel passato, ma solo di ciò che faranno nel futuro. Per il Corsaro Nero il passato si racchiude nel suo disumano giuramento: la fanciulla viene abbandonata in una scialuppa: "soffiava forte il vento allora e nella profondità del cielo guizzavano vividi lampi, mentre allo scrosciare delle onde si univa il rombo dei tuoni... intanto che la scialuppa si allontanava sempre... fra i gemiti del vento ed il fragore delle onde si udivano, ad intervalli, dei sordi singhiozzi... Guarda lassù! ( dice il fido Carmaux) il Corsaro Nero piange! Il Corsaro Nero è il capolavoro di Salgari e , senza dubbio, uno dei più bei libri della letteratura italiana, non solo di quella di avventura. Unicamente una critica elitaria, quale quella italiana, poteva non cogliere la complessità del romanzo. È un libro di avventura ed anche qualche cosa di più. Innanzitutto è unʼesplosione di fantasia, il gusto del meraviglioso e dellʼorrido che solo lʼimmaginazione può conseguire. Basti pensare alla descrizione ricca e meticolosa dellʼambiente naturale, allʼattenzione alle vesti, tutte ricamate, cariche di pizzi e traboccanti di colori, alle raccapriccianti ed efferate scene di battaglie. La fantasia costituisce anche la fuga da una angoscia esistenziale, che è alla base della personalità del Corsaro Nero. Le vicende della vita portano solo dolore, gli affetti sono causa di sofferenza e bisogna sfuggire da una realtà che non dà felicità e pace. Cʼè in qualche modo un demone che trascina lʼuomo al suo triste destino ed allora è meglio, fin che si è in tempo, rifugiarsi nellʼimmaginazione. Perché leggerlo? È un libro di avventura, romantico ma anche moderno nel suo messaggio di dolore e di angoscia.
Cortocircuito
Il libro è costituito da una serie di racconti, che trattano di storie di migranti stranieri in Italia. Nel primo, il Turbante, un sikh arriva nel nostro paese fuggendo la miseria e trova lavoro presso una fattoria in Toscana. Inizia un processo di avvicinamento, culturale e personale, tra la padrona di casa e lʼimmigrante, che condurrà la prima alla scoperta di un mondo e il secondo ad integrarsi gradualmente nei costumi del nostro paese: lʼabbandono del turbante e la rasatura della barba rappresentano lʼespressione visibile della frattura rispetto al paese di origine. Nel secondo racconto, il Cortocircuito, lʼinterruzione della corrente elettrica in un quartiere di Roma permette alla protagonista di scoprire un accampamento di migranti rumeni in un campo abbandonato, limitrofo al condominio Sono loro la causa del cortocircuito in quanto si sono collegati abusivamente alla rete elettrica; lʼintervento di riparazione comporterà anche la distruzione della squallida dimora ( una catapecchia senzʼacqua e servizi igienici), nella quale viveva questa povera gente. Il terzo racconto, Scuolabus, è senza dubbio il più bello, in quanto congiunge il tema dellʼimmigrazione con quello dellʼinfanzia. Una bambina ha come baby sitter una ragazza filippina. Di solito è la mamma ad accompagnarla al pulman della scuola, un bus giallo. Un giorno, però, la mamma si ammala ed è la ragazza filippina a portare la bambina alla fermata e, malgrado le proteste, la carica su un altro bus, di colore blu. La bambina si trova quindi a passare alcuni giorni in un altro asilo nido, con altre maestre e compagni. Cerca disperatamente di dire alla mamma dello sbaglio ma non viene creduta ed, anzi, alimenta nei genitori preoccupazioni crescenti per queste fantasie e presunte bugie. Alla fine la mamma si accorge dello sbaglio ma lʼerrore della ragazza filippina ha permesso alla bambina di scoprire un nuovo mondo. Il quarto racconto, Sospetti, parla di due migranti, unʼucraina ed una filippina, che badano a due donne anziane, tutte due sulle sedie a rotelle. Per una disattenzione delle due ragazze, si verifica un incidente mortale: le due donne muoiono, si apre unʼinchiesta della polizia che scagionerà le ragazze. Infine lʼultimo racconto, Il Gabbiano, prende il titolo dallʼomonimo scritto di Cechov. La vicenda è molto triste: la donna ucraina, che si accompagna con un italiano, vorrebbe ricongiungersi con il figlio, che è rimasto nel paese di origine. Riceve una proposta di matrimonio da un anziano, presso il quale lavora come badante. I figli si oppongono e la cacciano lasciandola senza lavoro. Inoltre lʼamico italiano reagisce con violenza e la donna decide di lasciarlo ritrovandosi di nuovo sola. I racconti rappresentano un percorso stilistico e contenutistico. Sotto il profilo del ritmo narrativo e della struttura della lingua, lʼautrice prende sempre più confidenza, passando da uno stile ancora incerto e basato su riflessioni a modalità narrative sempre più efficaci, che fanno emergere il senso delle vicende dal narrazione piuttosto che dalle considerazioni. Parimenti, lʼautrice passa dalla scoperta alla consapevolezza crescente di una desolazione e di una solitudine, che non è più sociologica ma esistenziale. Nel primo racconto prevale ancora la questione culturale e sociale, anche se allʼinterno di una sensibilità da scrittrice. > Il motivo per cui trattengo le domande sulla punta della lingua, non è solo la difficoltà di comunicare, quanto la convinzione di invadere con unʼindiscrezione troppo disinvolta, di stampo sfacciatamente occidentale, il suo mondo privato, distante anni luce dal nostro, e perciò pressoché inafferrabile . Alla fine del libro la risposta a questa ricerca di comunicazione è la solitudine, che abbraccia tuttavia sia il migrante che lʼitaliano. > Tu ricorda parole Cechov? Trigòrin dice lui sente come volpe che cani corre dietro, così sente io. Io corre, corre, corre, e cani corre anche dentro gambe. E Mascia dice che quando amore entra dentro cuore, meglio no, meglio caccia via, meglio dimentica. Io meglio senza, io meglio sola . Ma forse la risposta va ricercata nella disponibilità alla scoperta che anima la bambina di Scuolabus: lʼerrore della ragazza filippina le fa scoprire due asili nido profondamente differenti, uno moderno ed un di stampo tradizionale-religioso, ma alla bambina piacciono tutte e due e il suo vero problema è lʼaffetto della mamma. Perché leggerlo? È un libro apparentemente esile ma in realtà profondo. È piacevole da leggere e ha al suo interno un vero piccolo capolavoro: il racconto della bambina con il Scuolabus.
La coscienza di Zeno
Siamo a Trieste tra la fine dellʼottocento e i primi anni del novecento. Lʼautore immagina che uno psicoanalista pubblichi «per vendetta» le memorie di un suo paziente, che si è sottratto alla cura ed ha raccontato un sacco di bugie. Il romanzo ha quindi la forma narrativa dellʼautobiografia. «Sdraiato comodamente su una poltrona Club», Zeno cerca di ricordare gli avvenimenti più importanti dell ʼesistenza, tenendo conto che > la vita più intensa è raccontata in sintesi dal suono più rudimentale, quello dellʼonda del mare, che, dacché si forma, muta ad ogni istante finché non muore . Lo sforzo di ritornare al passato non è un percorso cronologico ma un soffermarsi sui momenti più importanti della vita. La struttura narrativa segue, infatti, i differenti punti di vista, dai quali Zeno guarda la propria biografia. Il primo capitolo ha come oggetto il fumo, o meglio lʼultima sigaretta, quel proponimento, sempre disatteso, di smettere il vizio. Il lettore incontra subito la lieve e paradossale ironia che caratterizza tutto il libro, ma ci si imbatte anche con il tema portante del romanzo: il timore che > trovandomi in corsa traverso il tempo non potessi più essere raggiunto dallʼamore e più in generale da ciò che si vorrebbe essere. Ritornare al passato fa riaffiorare il divario tra le aspirazioni e ciò che si è raggiunto. Emerge un costante senso di colpa, al quale bisogna trovare una plausibile giustificazione. La consapevolezza di «essere vissuto indarno», come diceva Leopardi, «farammi acerbo», alimentanto un misto di malinconia e di affanno. Il ricordo è > dolce per sé; ma con dolor sottentra il pensier del presente, un van desìo del passato, ancor tristo, e il dire: io fui ( Le ricordanze). I capitoli successivi svolgono lo stesso tema allʼinterno di uno schema narrativo sempre più complesso ed articolato. Zeno investiga il proprio animo in rapporto alle principali figure della sua vita. Nel secondo capitolo, «morte del padre», Zeno non riesce ad offrire lʼaffetto filiale che vorrebbe perché troppo forte è la delusione del padre per le evidenti incapacità del figlio come uomo dʼaffari. Nel terzo capitolo, «matrimonio», il protagonista non consegue lʼamore, impersonato dalla bella Ada, e si sposa, senza sapere perché, con Augusta, la sorella bruttina. Nel quarto capitolo, «moglie e amante», Zeno non è un bravo marito né un buon amante, mentre nel quinto capitolo, «associazione», è lʼamicizia che viene persa. Zeno, che pur ha cercato di aiutare in tutti i modi Guido, marito di Ada, non è capace di evitarne la rovina economica e il suicidio, tanto da essere accusato da Ada, il suo eterno amore, di avere tradito lʼamico. Lʼautobiografia potrebbe concludersi a questo punto. Invece, lʼaffermazione del dottore, che Zeno è guarito, perché ha capito che nel suo inconscio amava sua madre e odiava suo padre ( il famoso rapporto di Edipo), scatena la reazione razionalistica di Zeno, che confessa, candidamente, che ha sempre mentito, trovando subito una giustificazione: > ( il dottore) non studiò che la medicina e perciò ignora che cosa significhi scrivere in italiano per noi che parliamo e non sappiamo scrivere il dialetto.... se egli sapesse come raccontiamo con predilezione tutte le cose per le quali abbiamo pronta la frase e come evitiamo quelle che ci obbligherebbero di ricorrere al vocabolario . In realtà, se ci poniamo dallʼesterno, e non dal punto di vista di Zeno, gli avvenimenti potrebbero essere interpretati in modo differente rispetto alla visione del protagonista. Zeno è un buon figlio, che cerca di star vicino al padre, è un buon marito pur con qualche scappatella, si preoccupa dei figli, è generoso, pronto ad aiutare lʼamante e lʼamico in difficoltà, si rivela un abile uomo dʼaffari, quando è costretto a farlo. Tutte le sue questioni esistenziali nascono da come vive la vita nella coscienza più che dal reale vissuto. Sarà necessaria la guerra per rompere il velo di ignoranza che Zeno ha della propria vita e per rivelare che il protagonista sa affrontare le difficoltà e trarne anzi vantaggio economico. Ma allora il libro è solo la facile ironia sulla psicoanalisi e più in generale sulla psicologia? Discipline che sembrano voler trovare problemi laddove un approccio razionalistico alla vita ne darebbe una soluzione fattibile e serena. In realtà, il romanzo può essere letto a cerchi concentrici, dalla realtà allʼinconscio e viceversa: la descrizione dellʼimpatto dellʼio profondo sulla coscienza dellʼuomo, vera eccezionalità rispetto alla prosaicità dellʼesistenza. Esiste una chiave interpretativa di ogni coscienza, che lʼautore deve ammettere, malgrado il suo approccio razionalistico. Per Zeno questa chiave interpretativa sembra risiedere nella dicotomia buono - cattivo, alimentata da un episodio dellʼinfanzia. > Assistevo senza grande dolore alla tortura che veniva inflitta a Guido dal bilancio messo insieme da me con tanta cura e me ne venne un dubbio curioso e subito dopo un curiosissimo ricordo. il dubbio: ero io buono o cattivo?... mi vedevo bambino e vestito ( ne sono certo) tuttavia in gonne corte, quando alzavo la mia faccia per domandare a mia madre sorridente: sono buono o cattivo, io?.... Oh incomparabile originalità della vita! Era meraviglioso che il dubbio chʼessa aveva già inflitto al bimbo, in forma tanto puerile, non fosse stato sciolto dallʼadulto quando aveva già marcato la metà della sua vita . Perché leggerlo? È un libro molto denso, complesso, ricco di spunti. Va letto, ma non prima di addormentarsi.
La Cotogna di Istanbul
La cotogna é > lʼunico frutto che con il tempo è capace di rendere più forte lʼodore anziché farlo illanguidire. È brutta, tutta piena di bitorzoli, ma con il tempo diventa più rotonda, più morbida, più bella e femminile . Il racconto è la narrazione di un amore tenace, per una terra e per una donna. La terra è la Bosnia, «la terra dei lunghi amori e dei lunghi rancori». La donna è Masa, «viso da tartara, occhi come grani di uva nera». Il destino vuole che il fidanzato della donna venga arrestato pochi giorni prima del matrimonio. Masa, > chioma fluente color rame scuro, testa dura come una partizanka e volitiva come una bosgnacca , aspetta il suo uomo per dieci anni ( in realtà nel frattempo si sposa e ha ben due figlie, ma è una parentesi di nessuna importanza nel racconto e di cui non si capisce il senso). Quando lʼuomo ritorna, dopo pochi giorni viene ucciso da una granata ed allora > per Masa la bella... finì un amore durato dieci anni dʼattesa, non so se rendo lʼidea, e dieci giorni di libera uscita . È a questo punto della storia che si inserisce Max, ingegnere austriaco, che si innamora di Masa e con lei della Bosnia e di Serajevo, perché > da nessuna parte puoi capire meglio il destino dʼEuropa... dove era morta lʼultima illusione ( della grande fratellanza universale) verso le case attorno allʼaeroporto crivellate dai segni di Armageddon . Ma anche il grande amore di Max per Masa viene distrutto, questa volta dal tumore che porterà la donna alla morte. Alla notizia della perdita di Masa. Max si convince che > soltanto una cosa avrebbe potuto fermare quel destino maledetto: era il frutto che doveva prendere, e forse non aveva preso in tempo, la misteriosa zuta dunja, la gialla meraviglia della città imperiale. E invece Masa, la bella di Bosnia, dagli occhi come grani di uva nera, era morta aman aman senza aver quella cotogna aspettata da Istanbul . Ed allora Max si mette in viaggio a piedi alla ricerca della cotogna. A questo punto la storia diviene così confusa che possiamo dire soltanto che Max muore misteriosamente in un hotel di Istanbul. Capita spesso che uno scrittore molto bravo in un genere letterario voglia misurarsi con ambiti, strutture narrative e scritture che non li sono congeniali, con il risultato di fallire. Si pensi a Ken Follett che con «la cruna dellʼago» aveva scritto un bellissimo thriller per poi dedicarsi a grandi romanzi storici, con i quali si è capito chiaramente che non era Tolstoj né Victor Hugo. Questo è il caso di Rumiz, ottimo giornalista, che ha voluto narrare una storia, già confusa di per sé, nella forma di una lunga ballata. Ne è venuta fuori una prolissa, frammentaria, noiosa, irritante canzone dʼautore. Affidarsi alle suggestioni e agli effetti evocativi può andar bene per una canzone, composta da alcune strofe, ma sopportare tutto ciò per circa duecento pagine è veramente eccessivo. La verità é che non tutti sanno creare un poema! Perché non leggerlo? È irritante, superficiale e noioso.
La crisi della coscienza europea
Il libro ripercorre lo sviluppo delle idee dal 1680 al 1715, periodo nel quale, come dice l’autore > avvenne nella coscienza europea una crisi: tra il Rinascimento, da cui derivava direttamente, e la Rivoluzione francese, che preparò, non ce ne fu nella storia delle idee nessuna di più importante. L’uomo, e l’uomo soltanto, diventava la misura di tutte le cose . La prima parte del libro riguarda la demolizione del passato, in particolare lo sviluppo delle opinioni contro la religione. I titoli dei capitoli sono emblematici dell’oggetto della furia distruttrice: i grandi mutamenti psicologici e contro le credenze razionali. L’autore si sofferma sia sui grandi personaggi (come Pierre Bayle, Leibniz, Bossuet) sia sulle correnti culturali sottostanti alle grandi filosofie, come la negazione del miracolo, degli oracoli e delle stregonerie. Ne deriva un affresco incredibile di storie personali, di interrelazioni tra personaggi, di incredibile diffusione di libri e di giornali, di un mondo cosmopolita, che trova la sua origine nella revoca dellʼeditto di Nantes, con il quale vengono espulsi dalla Francia i protestanti. In realtà la Riforma è alla base del nuovo pensiero e i filosofi eretici, in particolare Spinosa, ne sono gli ispiratori. Di particolare interesse è poi la figura di Richard Simon, che vuole leggere testualmente i testi sacri e ne coglie tutte le contraddizioni. Dice il Simon, > sono convinto che non si possa leggere con frutto la Bibbia, se prima non si conosca quanto concerne la critica del testo. Come dice Hazard, erano ribelli nati…. sbrigativi, presuntuosi, paragonavano tutta la storia a un foglio di carta, tutto pieno di cattive pieghe: bisognava abolire tali pieghe, e tornare alla pagina bianca, ecco tutto!... il mondo era pieno di errori, generati dalle facoltà ingannatrici dell’anima, garantiti da autorità incontrollate, diffusosi con il favore della credulità e della pigrizia…(si) doveva compiere innanzitutto un immenso ripulisti > . La seconda parte del libro riguarda la costruzione del futuro e in particolare il percorso che porterà al predominio della Ragione, ossia del metodo scientifico. L’autore si sofferma, anche in questo caso, sul contributo dei grandi uomini, innanzitutto Locke, Newton, ancora Leibniz e Vico, ma soprattutto esplora i cambiamenti sotterranei, quelli che Hazard chiama i valori immaginativi e sensibili: il pittoresco, la psicologia dell’inquietudine e così via. Ne deriva un affresco ricco di suggestioni, che riesce a descrivere molto bene la contemporaneità tra un pensiero alto > , che vuole ricondurre ad un approccio razionale il reale, e correnti sotterranee che mantengono gli elementi magici nella società. La modernità nasce quindi bifronte ma ha un motore costituito dall’inquietudine, dal desiderio di esplorazione, dalla ricerca di una felicità che non è più possibile ricondurla allʼaldilà. Una filosofia che rinuncia alla metafisica e si restringe volontariamente a quel che può cogliere di immediato nell’anima umana. Una morale che si fraziona in più morali: il ricorso all’utilità sociale, tanto per sceglierne una. Il diritto alla felicità, alla felicità sulla terra…. La scienza che assicurerà il progresso indefinito dell’uomo e quindi la sua felicità > . La tolleranza come virtù (si pensi all’Epistola de Tolerantia di Locke) e poi i primi tratti di romanticismo che si trovano nel concetto di inquietudine di Locke: e non sarà forse inutile osservare che l’inquietudine è il principale stimolo che ecciti l’industria e l’attività degli uomini > . L’inquietudine consiste nel desiderio di ciò che ci manca ma anche nella speranza e nella fiducia di poterla avere. Che cosa è rimasto di questo ribollio di idee oggi? Lo spirito critico si è spento in una marea di parole vuote, il metodo scientifico si è frantumato in metodologie e tecniche, l’uomo ha perso di conseguenza fiducia nel futuro e il magico > , le credenze irrazionali hanno ripreso vigore. L’inquietudine si è riflessa su se stessa. Cosa occorre fare? Buttare i libri alle ortiche (come sembra suggerire il film Cento Chiodi di Olmi) e buttarsi nell’empatia con gli altri e con la natura? O riprendere con calma le fila di un discorso interrotto, ridando fiducia al metodo scientifico? Come diceva Vico ma in tal densa notte di tenebre…. apparisce questo lume eterno, che non tramonta, di questa verità…: che questo mondo civile è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono, ritrovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana".
Un cuore così bianco
Il romanzo si apre con un mistero (il suicidio della presunta prima moglie del padre di Juan, il protagonista e io narratore) e si chiude con la soluzione dell'enigma, che non dirò per non privare il lettore della sorpresa. Tra questi due lati del racconto, il segreto si svela lentamente, perché è in fondo sempre conosciuto, o sospettato: come Lady Macbeth nella tragedia shakespeariana, Juan vorrebbe conservarsi innocente, non sapere, anche se ha vergogna di avere «un cuore così bianco». E' vero che gli episodi che riaffiorano nella mente del protagonista paiono profetizzare lo svelamento del mistero. E' una successione di fatti, reali o immaginati; un susseguirsi sempre più confuso perché ribollente nella coscienza: durante il viaggio di nozze a Cuba la mulatta intravista dalla finestra dell'albergo (mentre la giovane sposa è a letto malata), lo confonde con l'amante che non arriva e gli urla > Io ti ammazzo ; la nonna racconta a Juan, ancora bambino, la leggenda di un serpente che ingoierebbe le giovani spose; il lungo racconto sull'amica Berta, che cerca incontri occasionali e lo costringe a guardare i video di un certo Bill, che non rileva il volto e fa richieste oscene, ben accolte perché > la condizione ideale è quella dell'attesa e dell'ignoranza ; persino la ragazza della cartoleria che ha fatto sognare l'adolescente Juan, perché lo rendeva > felice pensare al futuro astratto, era tutto rimandato, lei era lì un pomeriggio dopo l'altro, sempre localizzabile e non c'era motivo per concretizzare il futuro e farlo smettere di essere futuro. Se il tema fosse quello di come noi rifiutiamo di riconoscere la «verità», il romanzo oscillerebbe tra il raffinato «Open City» di Cole Teju, in cui il protagonista analizza la propria vita non ricordando un episodio ignobile della propria giovinezza, perché non vuole sapere, e l'affascinante racconto di Salvatore Satta, «Il giorno del giudizio», in cui l'unica speranza è quella «di crearsi fantasmi, ai quali aggrapparsi» (si vedano le recensioni in questo sito). In realtà c'è dell'altro. In uno dei capitoli più intriganti, Juan, per il suo lavoro d'interprete, deve tradurre la conversazione di due statisti: uno spagnolo e l'altro inglese. Stanco del difficoltoso procedere del dialogo, decide d'inventarsi quanto si dicono i due, portandoli a parlare dei loro sentimenti, anche quelli intimi. > Raccontare deforma, raccontare i fatti deforma i fatti e li altera e quasi li nega, tutto ciò che si racconta diventa irreale e approssimativo benché veritiero. (...) L'unica verità è quella che non si conosce e non si trasmette, quella celata e non controllata, forse per questo si racconta tanto e si racconta tutto, perché niente sia mai accaduto, una volta raccontato. E allora quando alla fine del romanzo Juan vede e ascolta il colloquio rivelatore del segreto, e lo fa solo attraverso uno spiraglio di una porta, la scoperta lo spinge a raccontare per nascondere disperatamente la verità in un frastuono di parole e immagini, perché il mistero sia «come pitture e nient'altro», come dice Shakespeare. Nell'appendice al romanzo Marìas sottolinea come solo la letteratura e le arti possono narrare l' enorme zona d'ombra della nostra esistenza,. Se però in «Domani nella battaglia pensa a me» questo approccio aveva creato una specie d'incantamento dentro cui si muovevano i personaggi all'interno di una trama strutturata, qui Marìas si è abbandonato a un fluire confuso di ricordi , al fascino del continuo ritorno, allo scorrere del tempo dove neanche le parole creano un pur esile ancoraggio (si vedano le recensioni del libro già citato e del «L' uomo sentimentale» in questo sito). Citando Ungaretti si potrebbe dire che il mistero in noi è indicibile, ma è compito della letteratura dare un ordine alla sua espressione, per evitare che ci perdiamo in una moltitudine di vocali e consonanti, di sillabe ed eleganti strutture sintattiche. Perché leggerlo? E' prolisso ma interessante.
Il cuore delle cose
Il romanzo è ambientato nei primi del Novecento alla fine della Restaurazione o Rinnovamento Meiji: il lungo periodo tra il 1867 e il 1912 che era iniziato con l'affermazione del potere imperiale sullo Shogunato Tokugawa. Questo riferimento storico è opportuno non solo per contestualizzare il racconto, centrato sull'ambiguo e complesso rapporto tra due generazioni, ma per renderlo anche attuale; così come oggi, siamo in una fase di transizione negli assetti politici e sociali così come nelle coscienze e nel modo di sentire. Un giovane studente conosce una persona più anziana, identificata solo con il termine di «maestro». Ne è affascinato; è attratto dai modi taciturni e burberi, dal suo stile di vita solitario, distaccato dalla società e dagli altri esseri umani, dalle sue riflessioni, sempre criptiche, sull'amore, l'onestà, il denaro. In modo ambiguo il maestro esercita sul ragazzo una sorta di ricatto, l'attesa di un tradimento. > Sono un solitario, ma in un certo senso non lo sei anche tu? (...) Tu, incontrando me, probabilmente senti una certa solitudine. Ma perché io non ho la forza di aiutarti a liberartene, tu ora ti rivolgerai in qualche altra direzione e non verrai più da me. (...) Lei può pensare che io possa allontanarmi (risponde il ragazzo). (...) Il maestro pareva non ascoltarmi. Eppure dovrai stare attento, perché nell'amore c'è colpa. Se rimarrai con me, non avrai soddisfazione, ma nemmeno correrai pericoli. Pochi indizi fanno intravedere ciò che c'è dietro alla misantropia del maestro: va spesso sulla tomba di un amico, la cui morte avrebbe cambiato il carattere dell'uomo, senza che si voglia spiegare le ragioni e gli antefatti di questo mutamento. Dopo la laurea il ragazzo torna dai genitori, in attesa di trovare un lavoro. Il padre è gravemente malato, ormai è alla fine. > La mia malinconia tendeva a trasformarsi con il trasformarsi del frinire delle cicale, come se il destino che mi avvolgeva si muovesse per gradi dentro un immenso ciclo di diverse esistenze. Il ragazzo è combattuto tra l'affetto e il dovere filiale, che vorrebbe che restasse presso il capezzale del padre, e il desiderio di non interrompere il rapporto con il maestro. > Per me, il maestro era una figura in ombra, e non sarei stato contento fino a quando non mi si fosse rivelato del tutto. Una lunga lettera, preceduta da insistenti telegrammi, spinge il ragazzo a compiere un atto imperdonabile; abbandona il padre morente per correre a Tokyo dal maestro. Che cosa scrive il maestro in questa sorta di testamento morale? E come se il ragazzo avesse svolto una funzione ermeneutica. > Preferirei vedere il mio passato annullato con la mia vita, piuttosto che offrirlo a qualcuno che non lo desidera. In verità, se non ci fosse stata una persona come te, il mio passato non sarebbe mai stato conosciuto da nessuno, nemmeno indirettamente. Solo a te, dunque, fra milioni di giapponesi, intendo raccontare il mio passato, perché tu sei sincero. E' inutile inoltrarsi nella estesa confessione del maestro, che scarica le sue colpe sulle fragili spalle del ragazzo. Possiamo solo dire che si è comportato in modo disonesto, lui che si sentiva pieno di virtù. Ha spinto un amico al suicidio, rendendogli evidenti le contraddizioni tra le aspirazioni spirituali per una vita ascetica e l'attrazione amorosa verso una giovane donna, amata anche dal maestro. > E così, pur desiderando seguire in tutta sincerità la vita dell'onestà, me ne allontanai. Ero uno sciocco, se vuoi, un astuto arrogante. (...) Dentro di me nacque, come in un vortice, la sensazione di aver vinto barando e di essere stato sconfitto come uomo. Nella bella prefazione, dal titolo espressivo «Soseki: la solitudine come arte», Gian Carlo Calza ripercorre la biografia umana e letteraria dell'autore e definisce «Il cuore delle cose» «un resoconto fedele della vita o del destino stesso dell'autore». Se pensiamo come nessuno dei protagonisti del romanzo abbia un nome e che già in un'opera del 1905 («Io sono un gatto» vedi recensione in questo sito) Soseki avesse giocato sui due personaggi (il gatto narratore e il noioso professore d'inglese) per descrivere le diverse facce della stessa personalità, si può suggerire che il giovane studente, il maestro e l'amico, siano differenti punti d'indagine del carattere dell'autore: il ragazzo rappresenta la fragilità della giovinezza ricca di attese, l'amico suicida sta per la ricerca di ancoraggi spirituali in una fase di transizione, e infine il maestro è Soseki orami disilluso, rinchiuso nell'individualismo e in una visione pessimistica della vita e del Giappone. Se ci distacchiamo dalla biografia dell'autore e ci trasferiamo in modo ardito nell'Italia di oggi, ecco che il rapporto tra il ragazzo e il maestro pare ben qualificare la crisi intergenerazionale che caratterizza il nostro Paese. Noi, «baby boomers», siamo i cattivi maestri che distillano pillole di saggezza, belle frasi retoriche, ma come il maestro di Soseki siamo disonesti perché manipolatori, protetti dalle nostre pensioni, con comportamenti ben lontani da quanto pomposamente affermiamo. I giovani sono il ragazzo, ingenui, pieni di aspirazioni, in fuga dai cattivi maestri, ai quali non credono più! Questa trasposizione al presente è suggerita anche dalla rappresentazione teatrale del «Il cuore delle cose» da parte di Kenzaburo Oe ( si veda la recensione di«La foresta d'acqua» ) dove il maestro è visto come un «falso educatore» dai giovani liceali che assistono alla rappresentazione. In modo elegante e nitido l'autore indaga l'intrigo psicologico e morale tra il maestro e il giovane, cosi come tra il primo e l'amico suicida. La narrazione procede lenta e talvolta ripetitiva; la lunga lettera ha troppo i tratti del soliloquio da non essere prolissa. Perché leggerlo? Sollecita numerose riflessioni sul presente.
Cyclops
Il romanzo prende le mosse da un antefatto storico: una nave con un misterioso carico affonda dinanzi a Cuba. Subito dopo, la scena si sposta negli anni'80 su una spiaggia in Florida. Un dirigibile, > immobile nell'aria tropicale, in bilico e tranquillo, come un pesce sospeso in un acquario , attende un magnate americano per andare alla ricerca del presunto tesoro finito sul fondo del mare col naufragio. > Ciò che nessuno sapeva, o possibilmente sospettava, era che Raymond Le Baron e i suoi amici al bordo del «Prosperteer» fossero svaniti in un mistero che andò ben oltre qualsiasi ricerca di un tesoro. Da questo momento prendono l'avvio una serie di vicende incredibili e confuse. Dopo cinquecento pagine è difficile ordinare i fili narrativi, cerchiamo di farlo. Le Baron fa parte di un circolo segreto di capitalisti che ha creato una base spaziale sulla Luna, dove sono arrivati anche i sovietici; questi cercheranno di espugnare l'avamposto americano ma saranno annientati dai valorosi in una battaglia sul suolo del nostro satellite; e tutto questo all'insaputa del presidente degli Stati Uniti! Le Baron e i suoi non sono rimasti uccisi nel naufragio del dirigibile, ma sono stati fatti prigionieri dai perfidi comunisti in una base segreta a Cuba, e per di più i sovietici vogliono far fuori Fidel Castro, che vorrebbe rendersi autonomo dall'Unione Sovietica. Già questi fatti richiedono un eroe per essere dipanati; e questo è Dirk Pitt, una sorta di Sandokan al centro della produzione letteraria di Cussler. In questo romanzo lo conosciamo prima in una scena avvincente su una spiaggia della Florida, dove il nostro eroe impedisce che il dirigibile trascinato dal vento faccia una strage dei poveri villeggianti, affascinati e terrorizzati: > le vele multicolori della flotta di «windsurfer» balenavano attraverso l'acqua verde-azzurra come un prisma impazzito. Poi ritroviamo Pitt, immaginiamo stanco dopo l'eroica avventura, > tra tre dozzine di scintillanti auto d'epoca, un antico aeroplano, e un vagone ferroviario fine Ottocento. Pitt ha appena il tempo di guardare con affetto un favoloso coupé sportivo, distrutto da un'esplosione e che intende riportare alla sua precedente eleganza e bellezza, quando riceve una telefonata dalla moglie di Le Baron che gli chiede di aiutarla a trovare il tesoro nascosto. E ancora ci sono altre avventure sino a che il nostro Sandokan americano conduce «i buoni» a sventare le trame dei perfidi e maldestri sovietici, trovando persino il misterioso carico. Travolto, ma contento di tanta superficialità dopo aver letto «Melanconia della resistenza» di Làszlò Krasznahorkai (vedi la recensione in questo sito), ho riposto il libro, sicuro di non leggerne altri dell'autore. C'è thriller e thriller. Per giudicare il romanzo dobbiamo però andare ai tanti film americani che riempiono le sale cinematografiche e che vengono proiettati nei nostri teleschermi. L'affollamento dei personaggi e delle vicende nasconde la difficoltà degli autori di thriller di dare spessore alle storie e ai protagonisti. In questo romanzo Pitt pare indifferente al fascino dell'unica figura femminile, la bella vedova; c'è solo una breve e pudica scena d'amore, mentre esprime empatia e solidarietà per i compagni d'avventura, con uno stile tipicamente cameratesco. Non è quindi un vero Sandokan, tenebroso e melanconico perché l'amata è la figlia del suo nemico. A merito dell'autore bisogna dire che la violenza è contenuta, forse perché il romanzo è stato scritto negli anni'80. Dal punto di vista stilistico il romanzo è ben scritto. In particolare stupiscono le descrizioni per la precisione e il dettaglio. Le scene migliori sono quelle del mare, a conferma dell'amore dell'autore per questo ambiente. Perché leggerlo? Può essere un momento di svago se si è stanchi di letture dense. Ma solo una volta!
D'amore e ombre
Il romanzo è ambientato in Cile a dieci anni dal colpo di stato che portò al potere Pinochet e la giunta militare, instaurando una crudele dittatura: il Cile, > una macchia sulla carta geografica, immerso in un vasto e prodigioso continente dove il progresso arriva con secoli di ritardo, (...) un territorio nel cui humus eterno si trascinano animali mitologici e vivono esseri umani immutabili dall'origine del mondo , dove un élite dorata e potente convive con una massa emarginata e silenziosa. Francisco fa parte di una famiglia fuggita dalla Spagna a seguito dell'avvento del franchismo; lavora come fotografo, s'impegna nel sociale e aiuta di nascosto l'espatrio dei numerosi perseguitati dal regime militare. Ed è proprio cercando un impiego che conosce Irene: > dalla strana chioma scarruffata sulle spalle,(...) indossava una sottana troppo lunga di stoffa artigianale, camicetta di colore grezzo, (...) con anelli a tutte le dita e una sonagliera di braccialetti di bronzo e d'argento al polso, (...) con un sorriso civettuolo, ultimo requisito per concludere che quella giovane poteva rubargli ogni pensiero, perché l'aveva vista così com'era nelle sue letture dell'infanzia e nei sogni dell'adolescenza. La ragazza appartiene però a quell'élite che vive protetta da «porte sorvegliate fino al segnale del coprifuoco». Francisco percepisce che li separano tante cose, dallo stato sociale ai legami familiari sino alla cultura, e non vuole mettere in pericolo la loro amicizia dichiarando il proprio amore, preferisce che l'amore «la ricolmasse dolcemente, così com' era accaduto a lui». Un episodio straordinario provoca un cambiamento radicale nelle loro vite, in particolare in quella di Irene. Si sparge la voce che una ragazza possiede poteri miracolosi nei momenti di tranche e molta gente corre a chiedere miracoli e aiuti alla giovane; l'affollamento e la curiosità inducono i militari a intervenire, ma la ragazza, dotata di una forza prodigiosa quando è nel suo stato di estasi, scaglia l'ufficiale, l'arrogante e criminale Ramirez, in una porcilaia dove l'uomo sprofonda nel lerciume, dinanzi agli occhi sbigottiti dei suoi soldati, della gente e di un maiale. E' un'offesa che non può non essere vendicata; dopo alcuni giorni la ragazza viene prelevata e scompare nel nulla. Irene non si accontenta delle versioni ufficiali, inizia a investigare e in tal modo prende coscienza della realtà in cui vive, ed insieme del suo amore per Francisco. Dinanzi alle salme tumefatte e irriconoscibili, nell'orrida scoperta di una cava dove vengono nascosti i corpi martoriati delle vittime della violenza dei militari, Irene non si rassegna e rivela, lentamente ma inesorabilmente, il suo carattere deciso a conoscere e denunciare l'orrore indicibile della violenza. Irene non è più la stravagante e variopinta rampolla della buona borghesia, la crisalide si è fatta dolorosa e consapevole combattente. Il principale filone narrativo, la storia d'amore e di ombre di Francisco ed Irene, è immerso in un racconto corale di un popolo, in un intreccio di vicende, personaggi, situazioni e contesti, narrati in un'atmosfera fantastica e quasi surreale, sia quando si parla di microcosmi, sia quando ci si inoltra nella violenza, senza pudori e sotterfugi, ma in modo esplicito, perché il lettore deve impallidire come è successo a Irene. Pervade un senso soffuso di rassegnazione come se non sia possibile liberare l'America Latina dal sopruso e dalla violenza, e non resti che la fuga o perdersi negli splendidi paesaggi, tra le grandi cime della cordigliera, o più semplicemente nell'esplosione di chiasso e di colore dei mercati: > pile di frutta di stagione, pesche, meloni, angurie, (...) banchi di speroni, staffe, selle e cappelli di paglia, sfilze di stoviglie rosse e nere, gabbie di galline e di conigli, in mezzo a un bailamme di grida e di mercanteggiamenti . La scrittura scorre fluida, con quel discorrere ricco di incisi e digressioni tipico della letteratura sudamericana; talvolta ci si perde, è forse un po' banale nella seconda parte, si allunga troppo, ma è sempre attraente e suggestivo. Perché leggerlo? Affronta la violenza dal punto di vista dell'amore.
Dal Vero
Il libro è una raccolta di racconti, pubblicati da una giovanissima Matilde Serao, allʼetà di 22 anni. Nel 1883 lʼautrice ventiseienne, dopo «quattro anni di vita artistica militante», avrebbe voluto «cambiare tutto», trovando questi scritti giovanili scorretti nella forma, di «poca profondità di impressioni» e confusi da un «intralcio delle idee». Leggendoli ad oltre un secolo di distanza, questo giudizio appare troppo severo: Serao si avvicina al mondo con una lucidità sorprendente ed una dirompente e canzonatoria voglia di vivere. Nel racconto intitolato «Per i bagni», lʼautrice immagina che unʼamica scriva a Lulù e le esprima un sospetto: > il tuo costume da bagno è troppo elegante. Di tela azzurra oscura, è ricamata col filo rosso, (...) il grande cappello di paglia col suo gruppo di papaveri; le scarpettine di tela di paglia, legate con i nastri di croce, troppa eleganza, perché rimanga inoperosa ed inefficace. (...) Il tuo costume da bagno è troppo grazioso, perché tu non voglia farlo vedere a qualcuno con la personcina dentro. Nevvero? (...) Non sorridere, disgraziata creatura, non distrarti nel tuo sogno: ti aspetta la più crudele disillusione, la più orribile realtà. (...) Se vedi un uomo in costume da bagno nellʼacqua, separato dai suoi antipatici indumenti, ti sembra la cosa più lamentevole, più compassionevole che sia sul globo terraqueo. (...) O Lulù che non sei americana, emancipata, vecchia zitella, moglie sorvegliata o sorvegliatrice, ma semplicemente una creatura bianca e adorabile, (...) O Lulù bionda, azzurra e soave, o mia donnina, non andare a nuotare con quei signori e con quelle signore! Lontana dalle apparenze, avversa al destino borghese della donna, la giovane Matilde non vuole un > amore fine, leggero, profumato, sottile, lasciato, ripreso; (...) ma niente più che unʼombra, amore palliduccio . Né, tuttavia, intende lasciarsi trascinare dalla passione, rendersi sottomessa alla volontà di un uomo; e si chiede, insieme alla protagonista del suo racconto intitolato «Fulvia», se potrà e saprà amare. In realtà la scrittrice vuole vivere intensamente gli avvenimenti sociali e culturali, invece di rinchiudersi in un limitato mondo domestico. Anche quando tratteggia le «fugaci e dolci impressioni» della campagna campana e dei confortevoli ambienti borghesi, persino dinanzi al tramonto su Pompei, la scrittrice riconosce che > noi entriamo nella vita, pallidi e febbricitanti pellegrini, con lʼardente desiderio delle grandi azioni, delle grandi passioni, dei grandi orizzonti. (...) E trabalzati, scossi, sospinti, urtati nella lotta perenne fra lʼidea e la parola, scomponendo vecchi ideali per formarne di nuovi, (...) noi siamo intimamente felici . Dove stare? Si chiede Serao nel racconto «Alla decima Musa». > Sopra: una stanzetta quieta e silenziosa, dallʼambiente dolcemente caldo. Una lampada lascia piovere la sua luce eguale e tranquilla sovra le pagine di un libro simpatico; qui e là un sorriso di amicizia o di amore, le ore che trascorrono lente e placide, come belle persone languenti. Giù: la strada bagnata, infangata, sdrucciolevole per la melma, calpestata da migliaia di piedi; (...) lʼandare, il venire, lʼincontro, lʼurto di una folla fitta, continua, sempre rinnovantesi, che parla, ride, grida, schiamazza, canta, urla. (...) Allora colui che legge, è preso dalla nostalgia della strada, della nebbia, dellʼagitazione; prova un desiderio aspro di mettersi in quel tumulto, di godere quello spettacolo, di portarvi la sua parte, di sentirsi piccolo, annullato, assorbito: egli non lotta più, cede: e con un soffio gigantesco, la strada vince la stanzetta . Forse, come disse la stessa Serao, cʼè troppo «intralcio delle idee», come è ovvio in una adolescente; i racconti sono, tuttavia, piacevoli perché traspirano, nei personaggi, nella descrizione degli ambienti e nelle stesse parole, di una sensualità incontenibile, di un desiderio di fresca trasgressione. Lo stile narrativo è vario, passando da dialoghi serrati a descrizioni minuziose, sempre con lʼaiuto di un lessico ricco ed elegante. La sintassi non è sempre sicura, la punteggiatura è talvolta approssimativa,ma la prosa è efficace, va diritta al segno. Perché leggerlo? È una bella scoperta.
Dalla parte di lei
> Dietro il muro sorreggendosi, stringersi tra noi, formare un grumo di sofferenza e di attesa. (...) Le sentivo gemere, implorare, senza essere udite: perché la voce di una donna è solamente povero fiato; e il muro è pietra, cemento, mattoni . Questo romanzo parla della separatezza tra uomo e donna, di due mondi distinti il cui confine è impossibile da valicare. Questo tema è «agghindato da uno straccio di trama», come scrive Melania Mazzucco, e si sviluppa tra due finali inevitabili: il suicidio o l'uccisione dell'uomo amato. Il primo capitolo è ambientato a Roma negli anni'30; in un contesto familiare povero e angusto la giovane Alessandra vede sfibrarsi la madre, tra il desiderio di amore e un > marito piccolo borghese,(...) anche il suo aspetto fisico era privo di qualsiasi spiritualità . Già allora Alessandra coglie la distanza tra il mondo delle donne e quello degli uomini. Percepisce «l'affettuosa indulgenza» che lega le donne, > tutte, rassegnate, accettavano, col nascere di un nuovo giorno, il peso di nuove fatiche . Dall'altra parte gli uomini > non raccontavano niente, non amavano la conversazione, gli scherzi, sorridevano poco, (...) imbrancandola con i figli, la suocera, la serva: gente pigra, dispendiosa e sconoscente. (...) Man mano, sotto una parvenza di rassegnazione, era nato nelle donne un livido rancore per l'inganno nel quale erano state tratte . Alessandra conosce l'amicizia femminile, accogliente e complice; verso i maschi è difesa dal suo fisico magro e angoloso, anche se è oggetto delle attenzioni possessive e rispettose di Claudio, un bravo ragazzo che tuttavia non ama. Dopo il suicidio della madre Alessandra viene inviata dai parenti paterni in Abruzzo, dove è ambientato il secondo capitolo, sicuramente il migliore dell'intero romanzo. Qui viene in contatto con la rassegnata saldezza della Nonna (con la enne maiuscola): > perché una donna non dovrebbe desiderare di morire? Lassù c'è un buon profumo di gigli, (...) qui lavorare, mettere al mondo i figli. (...) E sempre aver paura degli uomini perché sono di cattivo umore, perché hanno l'amica e spendono denaro con l'amica. Per la Nonna ci sono solo due alternative: o piegarsi all'uomo, accettandone i capricci, gli egoismi e i tradimenti, o invece chiudersi imperiose nel proprio mondo, «dire sempre sì si e poi far tutto il contrario». Potrebbe essere questo il futuro di Alessandra se accettasse un bravo giovane del posto, ma come dice la Nonna pure Alessandra è incantata dagli uomini, non perché spinta dal sesso ma perché convinta che sia possibile parlare il linguaggio delle donne con gli uomini, ed essere felice. Quando torna a Roma per assistere il padre ormai cieco, conosce Francesco, un professore universitario. Il terzo capitolo è ambientato a Roma durante la guerra e l'occupazione tedesca. Prima del matrimonio, la relazione con Francesco è fatta di lunghe passeggiate, di colloqui fitti e intensi, di lettere d'amore: Francesco è serio, devoto, colto e bello, con lui, forse, è possibile vivere di sentimenti, di piccole attenzioni, di gesti affettuosi. Ma l'idea che hanno gli uomini del matrimonio (la donna come «angelo del focolare»), e gli impegni politici e intellettuali troppo importanti per essere alla portata della donna, allontanano Francesco; non perché lui la tradisca o le manchi di rispetto e di affetto, ma il legame è diventato una consuetudine che esclude Alessandra. > Perché non mi scrivi più lettere d'amore?, gli dicevo. Egli rimaneva addolorato, perplesso. E' vero , rispondeva, forse perché ormai posso parlarti quando voglio. Ma non mi parli più d'amore. (...) Accadono molte cose significative, e per me è difficile pensare ad altro. Tu forse non puoi capire perché sei donna > . Con una lunga narrazione, che porta il lettore allo sfinimento, l'autrice ci conduce sino all'unico finale possibile per una donna che chiedeva di essere amata come le donne vorrebbero essere amate, affettuosamente ascoltate in ogni gesto. Francesco, proruppi disperata. aiutami Francesco. Egli si scosse appena, dormi, mormorò, (...) In me il cane rabbioso ebbe un balzo, si slanciò. M'avventai contro Francesco e gli scaricai la pistola nella schiena. La chiave di lettura che propone la stessa autrice nella prefazione del 1994, e che Melania Mazzucco pare accogliere nella sua introduzione, è quella di un romanzo a cavallo tra narrazione di genere e metafora della disillusione di un'Italia ben differente da quella sognata con la Resistenza, alla quale Alba de Céspedes prese parte. Ci sarebbe una cesura con il precedente romanzo, dove si racconta di collegiali che vivono come sospese, protette dalle mura del collegio, e possono dire è bello stare a discutere tra noi, tutte donne: se ci fosse un uomo, non avremmo osato parlare«(si veda la recensione di»Nessuno torna indietro > in questo sito). Se non ci facciamo influenzare dalla nobilitazione che ne ha voluto dare l'autrice molti anni dopo, ci accorgiamo come ci sia un filo conduttore tra i due romanzi: la ricerca delle donne della propria e peculiarità felicità femminile, a prescindere dagli uomini, e dal sesso. Se però le collegiali perseguono un proprio percorso individuale, non sempre fortunato, ma comunque pieno di speranza, qui invece non c'è una prospettiva al desiderio d'amore. Non si può dire che non ci siano riferimenti a Madame Bovary e persino ad Anna Karenina, soprattutto nelle parole con le quali si chiude la prefazione: Dalla parte di lei, pur nella sua tragica fine, voleva opporsi a che l'amore fosse un'illusione > (si veda le recensioni di questi due libri su questo sito). A me piace accostare la figura di Alessandra a quella di Murasaki, la quale comprende che la vita non è come la letteratura (pure la Nonna invita la nipote a non leggere i libri), Genij non è un personaggio, maschile e femminile insieme, al quale affidarsi, e la grande poetessa giapponese fa morire la protagonista. (si veda la recensione in questo sito di The Tale of Murasaki > ). Alba de Céspedes è un'autrice elegante, che richiama nella scrittura Alberto Moravia. L'apparente profilo ottocentesco del romanzo, sospeso tra favola e cronaca, ricorda Menzogna e Sortilegio" di Elsa Morante (si veda la recensione in questo sito). La struttura circolare, che torna sempre su sé stessa senza un reale sviluppo, compromette l'efficacia della narrazione, rendendola prolissa, quasi che l'autrice sia arrivata alla fine per sfinimento, senza un disegno complessivo. Perché leggerlo? Il tema è attuale ma il racconto è troppo lungo.
Decameron
Se cerchiamo nello Zingarelli, troviamo la seguente spiegazione dell'aggettivo «boccaccesco:»lezioso, salace come in certe novelle del Boccaccio«. E il dizionario aggiunge:»identifica situazioni, descrizioni, scritti di argomento sessuale, ai quali non è tuttavia estranea una vena di leggerezza, di divertimento e anche di mordacità > . Questa definizione riflette il sentire comune, che nasce da molte novelle del Decameron (si pensi alla quarta novella della prima giornata, dove un monaco e il suo abate si portano a letto una giovane contadina), ed è in assonanza con la lingua, popolaresca, ricca di doppi sensi e spesso volgare. D'altra parte per Giosuè Carducci il Decameron è il rovescio della commedia divina di Dante«e Boccaccio un»cinico, (...) in cui non v'è che paganesimo e decrepita corruzione«(citazioni da»Vita e Opere di Giovanni Boccaccio > in Vittore Branca nell'introduzione al Decameron). Povero Boccaccio che tanto amava Dante! Il dibattito critico è molto vasto e articolato; da semplice lettore rilevo alcuni tratti generali per poi proporre possibili raggruppamenti delle cento novelle. Nel proemio l'autore scrive che le donne sono ristrette da' voleri, da' piaceri, da' comandamenti de' padri, delle madri, de' fratelli e de' mariti, il più del tempo nel piccolo circuito delle loro camere racchiuse dimorano... (...) Adunque, acciò che in parte per me s'amendi il peccato della fortuna > . La donna è al centro delle novelle; non è la Beatrice di Dante (personificazione dell'Amore per il Bene) né la Laura di Petrarca, oggetto del desiderio e mamma nello stesso tempo; parliamo della donna vera, fatta di carne, (...) «piena di concupiscibile disidero», che si sente orgogliosamente uguale agli uomini, come dice Ghismunda al padre Tancredi (I novella della quarta giornata): > riguarda alquanto a' principi delle cose, tu vedrai noi d'una massa di carne tutti la carne avere e da un medesimo Creatore tutte l'anime con iguali forze, con iguali potenze, con iguali vertù create . La stesura delle novelle prende le mosse da un evento straordinario e tragico: la peste del 1348. Ed è proprio dalla descrizione di questa terribile epidemia che possiamo trarre altri due tratti essenziali dell'opera. Con pennellate da grande sociologo Boccaccio analizza i meccanismi sociali innescati dalla pestilenza, cogliendo lucidamente come essa abbia devastato soprattutto le classi più misere della società, che non potevano proteggersi dal contagio fuggendo dalla città. E' un'analisi acuta e fredda, senza quel moralismo compassionevole e fastidioso che è presente nella descrizione della peste da parte del Manzoni. La povera gente voleva seppellire degnamente i propri defunti; e allora > infinite volte avvenne che, andando due preti con una croce per alcuno, si misero tre o quattro bare, da' portatori portate, di dietro a quella: e, dove un morto credevano avere i preti a sepellire, n'avevano sei o otto e tal fiata più . Certo a una mentalità ottusamente convenzionale, come quella di Carducci e pure di Benedetto Croce, questa ilare scena potrebbe parere un atto di cinismo mordace di un monello, che si ride del mondo. E invece essa rivela l'atteggiamento empatico e pessimistico che pervade l'intera opera di Boccaccio: un realismo partecipe delle sofferenze dell'essere umano. Donna viva, narrazione della società così com'è, simpatia verso il destino dell'umanità, sono queste le caratteristiche delle 100 novelle. Proprio alla luce di queste chiavi interpretative esse possono essere raggruppate in quattro fondamentali filoni, per ciascuno dei quali indico la novella più rappresentativa. Il primo filone è quello fiabesco, per il quale Boccaccio attinge alla letteratura arabo-mussulmana e a quella cavalleresca: segnalo la novella VII della seconda giornata. Il secondo gruppo di racconti è quello pittoresco, e qui non si può fare a meno di indicare un capolavoro: la celeberrima novella V della seconda giornata. Ci sono poi le maschere della Commedia dell'Arte, tratte dalla cultura popolare, cittadina e villana: per ridere amaramente su noi creduloni consiglio la novella X della sesta giornata. Infine per il filone moraleggiante, stanca e pessimistica riflessione del Boccaccio sulla vita e le sue disgrazie, invito a leggere l'ultima novella del Canzoniere, che tanto piacque a Petrarca e ai contemporanei (novella X della decima giornata). Il Decameron è un grandioso capolavoro di poesia-prosa, una sintesi magistrale tra l'endecasillabo dantesco e la narrativa padana e mediterranea. Si è parlato di plurilinguismo per indicare la ricchezza lessicale del Boccaccio, che attinge a tante lingue del nostro paese per rispecchiare la differenziazione sociale e culturale del nostro Paese. Com' è stato scritto (vedi Vittore Branca «una chiave di lettura per il Decameron» nell'introduzione all'edizione Einaudi) l'espressionismo linguistico è programmatico perché > mira a creare, a livello fonetico, lessicale, grammaticale, un'atmosfera ambientale più di spiriti che di cose, anche con suggestioni foniche per non dire musicali . Insomma, il Decameron è una testimonianza di ciò che poteva essere la lingua italiana e non è stata, rifiuto dell'omologazione di una classe dirigente distante e spaventata dal popolo. Abbiamo dovuto attendere il secondo Novecento! Perché leggerlo? Divertente, affascinante, splendido.
Demetrio Pianelli
Il romanzo è ambientato a Milano, alla fine dellʼottocento: città con i > grandi rettilinei e le botteghe di lusso, (...) il movimento dei tram e il viavai della gente affaccendata, che pensa a far quattrini, che lavora, che produce, che non bada tanto alle ciarle, che se la gode senza tante fisime ; nel sottofondo delle vicende umane predomina un gran frastuono, eppure non così distante cʼè anche la serena campagna, persino la vista del Monte Rosa. Che può fare un poverʼuomo in una città > più buona che cattiva, che dà volentieri da mangiare a chi lavora, ma dove (...) chi non sa fingere non sa regnare ? Demetrio Pianelli è un impiegatuccio, con «la fronte bassa coperta dai capelli», che conduce una vita scandita da ferree abitudini e da piccole felicità. Ecco come descrive De Marchi lʼ arrivo di Pianelli al posto di lavoro. > Aprì il cassetto e controllò i due panini nel cartoccio. Fece una rapida ispezione al suo cappello rotondo, (...) e lo collocò nella sua vestina sullʼometto. Poi aprì un altro cassetto e trasse fuori le due manichette di tela lucida chʼegli metteva per scrivere. Se le infilò: diede una nervosa e rapida fregatina alle mani, chiudendo gli occhi, accartocciando tutte le rughe della faccia . Le tre stanzucce dove vive hanno un terrazzino, dal quale Pianelli può ammirare i fiori, e più ancora «le erbe, le erbe semplici, vestite soltanto di verde»; e quando vuol pigliarsi una boccata dʼaria, gli è sufficiente andare a spasso, > a poche miglia fuori di porta Romana, (...) la terra classica del verde, delle marcite, delle praterie color smeraldo, lunghe, larghe, distese a perdita dʼocchi, sprofondate tra i filari dei salici grigi e dei pioppi tremolanti . La vita di questʼuomo è travolta dal suicidio del fratello minore, Cesarino detto Lord Cosmetico: bello ed elegante si è goduto la vita, e la giovane moglie (soprannominata «la Bella Bigotta»), è vissuto al di sopra delle proprie risorse, ha contratto molti debiti, incapace di affrontare il disonore e il carcere, ha preferito togliersi la vita, affidando a Demetrio la moglie e i tre figli, due bambini e una ragazzina. Dapprima Demetrio non vuole farsi carico della famiglia del fratello e di onorare i debiti; successivamente, dietro le insistenze della nipote, accetta di correre in aiuto. > Demetrio (...) sentiva al di sotto della roccia indurita scorrere, come un fiume, una profonda commozione che cercava modo di uscire. (...) Demetrio si contrasse nella sua scontrosità coma una foglia secca. I nervi del viso guizzarono sotto la dura corteccia. (...) Perché non dovrei aver la volontà di aiutarvi? Ah dunque, (...) Lʼho provata anchʼio la miseria e so che sapore ha: ma contro la miseria non cʼè che un rimedio: volontà di lavorare e risparmio, risparmio e volontà di lavorare . Povero Demetrio! Pensa che sia così semplice, che basti essere un gran lavoratore ed una persona seria, per essere apprezzato e conquistarsi, perché no?, anche lʼaffetto della bella cognata e costruirsi in tal modo la famiglia che non ha mai avuto. Ci vuole ben altro! È necessaria una solida posizione economica, come quella del cugino proprietario terriero, lui sì che può ambire alla «Bella Bigotta». E quindi Demetrio è un vinto? Quando viene a sapere che il capo ufficio, il potente cavalier Balzalotti, ha tentato di sedurre la cognata, Demetrio si ribella alla gerarchia, al posto fisso, al suo destino di povero impiegatuccio, e urla al furfante tutto il suo disprezzo, dinanzi ai colleghi stupefatti. > La gente che giudica allʼingrosso poteva credere che avessero vinto gli altri, cioè i potenti e i furfanti , anche contro le intenzioni dellʼautore, noi crediamo che abbia vinto un galantuomo. Per la maggior parte dei critici, il tema del romanzo è la rassegnazione, di manzoniana memoria. In un contesto piccolo borghese, ipocrita, attento al soldo e alle proprietà, intriso di una religiosità bigotta e superstiziosa, a chi sta in basso della scala sociale non resta che arrendersi, vivacchiare nel proprio cantuccio. Al di fuori del «guscio», nel mondo, cʼè solo posto per chi conosce lʼarte del vivere, che > consiste, pare, nel prendere le cose come Dio le manda e nel lasciarla andare come il diavolo le porta (secondo la saggezza del cavalier Balzalotti). Ed è così che si muovono i diversi personaggi del romanzo, tanto che appaiono degli stereotipi, persino caricaturali, verniciati di una sottile ironia. Ma non è cosi per Demetrio: è vero è un orso, «un oggetto fuori dʼuso», eppure proprio per questo esprime un caparbio e indomito coraggio, un distacco dal vociare rumoroso e futile; ci invia in tal modo un messaggio di «resistenza», nonostante tutto. Il tratto peculiare dello stile narrativo di De Marchi è lʼironia, la quale si alimenta di modi di dire e di espressioni della lingua lombarda. In tal modo lo scrittore si allontana radicalmente da Manzoni; contamina lʼitaliano e ci riporta con i piedi per terra, nella lingua parlata. È un uso folcloristico del dialetto, purtroppo, il quale precorre ciò che verrà molto più avanti, nel secondo novecento; basti pensare a Camilleri e a De Cataldo. De Marchi, lui sì è timoroso, non ha il coraggio di andare fino in fondo, il dialetto resta un espediente lezioso e fine a sé stesso. Perché leggerlo? Una Milano piccolo borghese deliziosamente descritta, un piccolo e inconsapevole eroe.
La deriva dei continenti
Questo romanzo è un vortice dʼacqua, che risucchia lʼintero racconto in un unico incomparabile episodio, tragico ed intenso, dopo il quale niente è come prima. Il problema è che questo mulinello è una «sabbia mobile», così lento e vischioso da sfinire il lettore. Ma andiamo con ordine. Bob è un giovane di trentʼanni, padre di due bambini, sposato con una donna che lo ama; ha un posto fisso e unʼamante. Non cʼè nulla di apparentemente sbagliato nella sua vita, eppure Bob la odia: in parte per il solito sogno americano (la vecchia metafora dellʼAmerica alla quale tutti sembrano crederci), ed in parte perché Bob > ha lasciato nel mondo reale un uomo irreale, inventato, che fa il suo dovere, prudente, responsabile, fedele ed equilibrato, mentre nel mondo invisibile (...) Bob è inconcludente, avventato, irresponsabile, infedele, irrazionale, (...) lʼuomo che è un bambino . Questo lato invisibile prende il sopravvento e lo spinge ad abbandonare una vita prosaica ma sicura, per cercare qualcosa che lui stesso non sa cosa sia. Lascia la casa di proprietà e il posto fisso, e trascina la famiglia in Florida a vivere in un caravan, a lavorare prima con il fratello (uno smargiasso truffatore) e poi con un amico (un altro mascalzone). È una deriva inesorabile: non solo è un fallimento economico, è pure una discesa psicologica e morale. Bob uccide un uomo, anche se per difendersi, si disinteressa della famiglia, è coinvolto nel suicidio del fratello, fa finta di non accorgersi dei loschi affari dellʼamico, finisce a fare traffico illegale di clandestini. Accanto al racconto di Bob si sviluppa la storia degli immigrati haitiani, in particolare di una donna con il suo bambino. È inutile soffermarsi su questo filone narrativo, che avrebbe potuto dare molto se non fosse stato infarcito di riti vudu, del fascino dellʼesoterico, di visioni stucchevoli del «buon selvaggio». Caro Banks le sofferenze dellʼimmigrazione sono troppo gravi e serie per essere lʼoccasione di artefatti e folcloristici racconti! I due filoni narrativi (le vicende di Bob e quelle degli haitiani) convergono in un evento drammatico ed ad un tempo emblematico di una condizione universale. Bob trasporta con la sua barca un gruppo di haitiani, determinati ad arrivare in tutti i modi in America. Lo fa per soldi, ma il suo atteggiamento è di empatia per questa povera gente: li porta dellʼacqua, offre delle sigarette, sembra volersi far coinvolgere. Quando però vengono avvistati dalla guardia costiera e dunque cʼè il rischio di essere arrestati, Bob non esita a buttare a mare gli haitiani (uomini, donne e bambini), condannandoli ad una morte certa per annegamento. > È caduto in un luogo oscuro e freddo, dove le pareti sono perpendicolari e scivolose e tutte le uscite sono state sigillate. È solo. (...) Ecco come un uomo perde la sua bontà. (...) Dalla bocca allʼinguine, Bob percepisce il proprio corpo come una fredda barra dʼacciaio, braccia e gambe si induriscono come ghisa, la testa, occhi bocca naso orecchie, sembra chiudersi al mondo a poco a poco . Il capitolo «Per mare» narra la terribile vicenda dellʼassassinio dei clandestini, lasciati annegare per un pugno di soldi: è di una potenza evocativa straordinaria, anche alla luce di ciò che avviene giornalmente nel nostro mediterraneo. Lʼautore mostra una grande abilità stilistica, nella costruzione della trama e nellʼuso delle parole. Sino allʼultimo il lettore spera che ci sia un diverso finale, nel quale Bob palesi la sua bontà, una effettiva compassione verso gli haitiani, «così fragili, delicati e sensibili». Ed invece, lui, «un tipo gentile e socievole», commette un delitto orrendo, una strage. E ci fanno ancora più ribrezzo le sue banali giustificazioni, come «nulla gratis nella terra della libertà», o la sua auto commiserazione: «e infatti eccomi qui. Peccato che non sono più io». È facile, tuttavia, scandalizzarci per il comportamento di Bob; in realtà le sue azioni e i suoi pensieri esprimono molto bene la distanza tra ciò che proclamiamo e ciò che facciamo, quellʼipocrita perbenismo, la nostra falsa coscienza. Ed allora perché rovinare tanta bravura stilistica in banali disgressioni di carattere filosofico e perché tante lungaggini sulla cultura haitiana? Non era forse meglio focalizzarsi sui personaggi, o lavorare sulle reali condizioni degli immigrati, in viaggio verso il sogno americano? È un libro rovinato dalla presunzione dellʼautore di essere in grado di trattare troppi temi, invece di concentrarsi su limitate ma efficaci chiavi di lettura. Perché leggerlo? Vale la pena leggerlo solo per il capitolo «Per mare».
Di sangue e di ghiaccio
Immaginiamo dei Promessi Sposi dove Renzo e Lucia siano due mentecatti o presunti tali, i luoghi siano una Lecco di fine ottocento, in bilico tra superstizioni, cialtronerie e positivismo, il centro della narrazione sia il manicomio e l'autore non sia Manzoni, ma uno scrittore al suo esordio. Dice all'amico Baldo Bandini, squattrinato teatrante, Antonio Ghislanzoni, l'unico personaggio realmente vissuto: > noi non siamo il Manzoni o Stoppani, siamo dei vecchi scapigliati stanchi, buoni solo a fare scherzi e prendere per i fondelli i borghesucci. (...) Moriremo magari prima che inizi il Novecento e dureremo ancora meno nella memoria e nella storia. Il Ranocchio, invece, io credo che il Ranocchio durerà. Non lui certo, capiscimi. La sua razza, però, non si può estinguere. E' la dinastia dei pazzi e dei diversi, di quelli che come casa hanno la strada e il lebbrosario, gli appestati che solo a vederli senti il campanello dei monatti . Ranocchio o meglio Ranocchia è il nomignolo di un ragazzo, balbuziente, strambo, abbandonato dai genitori, al quale fa da padre Bandini, perché «gli scemi vanno in coppia all'altro mondo». Trovato mezzo annegato e totalmente nudo, portato a casa da un Bandini disperato, il ragazzo continuò per giorni a produrre > bave verdastre, (...) cantare (...) canzoni in un dialetto che nemmeno ricordava, schiocchi di consonanti appese, ululati vaghi e indistinti a mezz'aria . Si decide di internarlo in manicomio. Ma cosa era successo? > Buon Amico (scrisse Ghislanzoni al Bandini) la soluzione è semplice. Come accade spesso, la follia del nostro Ranocchio è delle peggiori. Si chiama amore e il contagio è di una donna . Ed è uno dei contagi peggiori perché la donna amata è Bianca la maestrina: algida, come se indossasse sempre un'armatura, aveva permesso a lui, il povero ed ignorante Ranocchio, «di violare la sua fortezza». > Quando la osservava da lontano camminare, nelle lunghe passeggiate serali con il suo bel crucco biondo (l'amante di Bianca è un ufficiale austriaco), Ranocchia avrebbe potuto giurare di vederla armata. Lo scudo e l'elmo scintillavano, la lancia era puntata: nemmeno insieme a quella faccia di macaco senza barba sapeva liberarsi dal fardello che si portava dentro. Eppure gli dava il braccio con lo sguardo un po' socchiuso dalle palpebre . Non poteva che sbocciare un innamoramento così intenso da indurre il ragazzo a simulare una pazzia, per farsi ricoverare in manicomio, dove la maestrina era stata mandata a seguito di un crollo nervoso dopo la partenza dell'amante, o per nascondere una gravidanza che avrebbe dato scandalo. Fino a questo punto il romanzo fila liscio, intrigante per i strani personaggi e per la descrizione di una Lecco e di un lago di un altro secolo certo, ma entrambi così vividi di colori e di luci da sembrare ritratti viventi: l'amore dei luoghi guida la penna dell'autore favorendo un piccolo miracolo di scrittura. Poi, la storia si ingarbuglia e si banalizza. Le molte pagine dedicate al manicomio sono fredde, scontate, false, il luogo sembra più un lager nazista che «una grande casa di risonanza» dove «il delirio diventa eco/l'anonimità misura», dove si trascorre un > tempo perduto in vorticosi pensieri/assiepati dietro le sbarre/ come rondini nude (Alda Merini). La trama si sfilaccia ulteriormente quando l'autore passa a raccontare la fuga di Ranocchia, la disperata ricerca di Bianca, per sapere almeno se è viva dopo che è scappata dal manicomio, ed infine lo svelamento del mistero di Bianca, anche con l'aiuto di una strega e di un parroco che assomiglia maledettamente a Don Abbondio. Senza scoprire il finale possiamo dire che la maestrina è strana, introversa ed egocentrica, ma non è certo pazza, anzi è così savia da simulare una scomparsa per fuggire da una Lecco bigotta ed ottusa. E poiché non ci facciamo mancare nulla, nell'ultima parte abbiamo anche un po' di mistero esoterico, costituito da numeri incomprensibili, il cui segreto solo un bambino, anche lui scemino, riesce ad infrangere. Bisogna accettare che > il mondo in realtà è incerto e vago, come il cielo che si rannuvola ad agosto e non sai dire se pioverà o se girerà il vento : una conclusione degna di Manzoni, per il quale il popolo non deve alzare la testa ma affidarsi alla Divina Provvidenza. Perché rovinare una bella idea, la descrizione del mondo degli Scemerelli, con così tante parole inutili? Forse è questo il vero mistero del libro. Non dobbiamo però disperare: in questo romanzo d'esordio l'autore mostra una scrittura pulita ed elegante. Le frasi si susseguono in modo lineare, la punteggiatura è usata con maestria, meglio certo di quella di Manzoni, il ricorso agli aggettivi è parsimonioso ma efficace, parole inusuali e modi di dire abbelliscono la narrazione. Non parliamo poi delle descrizioni di Lecco e del lago, suggestive e naturalisticamente vive. Insomma bisogna che l'autore abbia più fiducia nella sua scrittura e semplifichi le storie, non affollando di situazioni e personaggi. Perché leggerlo? Nella prima parte è intrigante; nel complesso è ben scritto.
Il Disertore
E' un grande romanzo contro la guerra; richiama altri due libri sull'argomento, entrambi recensiti in questo sito: Matterhon di Karl Marlantes ambientato nella guerra del Vietnam e Niente di nuovo su fronte occidentale di Erich Remarque. Se il primo è un racconto epico, una sorta di Iliade moderna che dimostra l'inutilità della guerra come occasione di cambiamento sociale ( sfatando un grande mito!), se il secondo è una discesa agli inferi dove nella trincea sopravvivono dei «morti viventi», «Il Disertore» narra la vicenda di un soldato tedesco, che prende coscienza dell'assurdità del nazionalismo, della tragedia nella quale è coinvolto e crede di trovare una soluzione passando dall'altra parte, a combattere tra i partigiani. Siamo nella seconda guerra mondiale in Polonia; un piccolo avamposto tedesco deve presidiare una ferrovia in un territorio ormai in mano al nemico. Isolati, abbandonati e sfiduciati, > la natura selvaggia guardava con innocente voluttà quei soldati che, a osservarli da buona distanza, non avresti detto in preda ad ansimi, a gemiti, e vicini alla disperazione; da lontano apparivano anzi più simili a figure che si trovano talvolta rappresentate al mercato delle vecchie incisioni, e si muovono allegre, senza meta, libere da ogni gravità . Proska si ritrova per caso in questo drappello; viaggiava su un treno verso il fronte orientale quando una bomba ha distrutto il convoglio; salvatosi per miracolo si inquadra, naturalmente da bravo soldato, in una piccola squadra, agli ordini di un sottoufficiale maldestro, autoritario e violento; il comando militare è lontano. E' una umanità variegata, dallo spilungone un po' scemo ad un ex mangiatore di fuoco che ha come amica una gallina sino ad un giovane studente, oggetto degli scherzi sadici del capo. Come in Matterhon e in Niente di nuovo sul fronte occidentale è la fratellanza a cementare il gruppo, mentre il patriottismo è visto ormai come una fregatura. > Lo chiamano senso del dovere, disse con disprezzo Pandilatte (un soprannome per Wolfgang il giovane studente), ce l'hanno iniettato nel sangue. E con quello ci hanno squinternato, levato l'indipendenza. (...) Contagioso è il risentimento nazionalista. Un risentimento che è la radice della presunta superiorità tedesca e la fonte di questo stramaledetto senso di predestinazione . Poche parole, e soprattutto gli effetti mortiferi di un delirio di onnipotenza, demoliscono quella missione universale, di cui parlava Thomas Mann, e che ha infettato la società tedesca. Ed è per questo, e per la storia che racconta, che il romanzo dovette attendere a lungo prima di essere pubblicato. In guerra per il soldato innanzitutto bisogna salvarsi, e non si può fare se non si dà la morte. > Svelto il grilletto è impaziente; ha una gran sete di morte. (...) Ancora una sventagliata. Tutto e ventotto. Che altro aspetti? E i colpi lasciarono la bocca e rasarono le canne. (...) Il fiume, faccia di tolla, spingeva zitto la sua acqua al mare, passava prati e boschi svettanti, passava i seni granitici dei ponti, passava le piccole e grandi città, passava, passava. Un uomo sognava sua moglie. Acqua passata. Sognava un figlio. (...) Tutta acqua passata: il fuoco scaturito dalle labbra, i desideri sgorgati dagli occhi; la tenerezza, la fedeltà incrollabile e l'angoscia nel petto. Solo la coscienza non inaridisce, questo fiero, aspro paesaggio di giustizia, questo fortino contro il rimorso . Porska osserva un giovane partigiano, che cammina come se stesse facendo «una passeggiata sentimentale». Non vorrebbe sparargli ma «siamo costretti a ubbidire alla guerra anche se la odiamo come la peste». Non c'è una alternativa alla guerra ed è questa sentimento, insieme alla disillusione e all'opportunistica ricerca della sopravvivenza, che spinge Porska a passare a combattere con i partigiani. Dall'altra parte della barricata la vita è «altrettanto grigia, per nulla migliore». Porska fa comunque il suo dovere,, come lo aveva fatto da soldato tedesco. E spara, dà la morte senza neanche sapere chi ha di fronte. Con la grande avanzata dell'armata rossa verso occidente Porska giunge alla casa di sua sorella e, senza intenzione, d'istinto, uccide il cognato, il quale, senza riconoscerlo, anche lui d'istinto, puntava la canna di un fucile contro di lui. Quando Proska se ne accorge nasconde il cadavere: la sorella crede per anni che il marito sia un disperso. > Maria vuole certezze. Solo tu gliele puoi dare, Proska, Devi dargliele. (...) Una volta che saprai dove dormire, una volta che avrai trovato dove poter stare da solo con te stesso e le tue lunghe giornate, una volta che saprai che tutte le strade desiderano essere percorse fino in fondo: allora, Proska, dovrai scriverle. Lo farai. Devi . Un povero uomo, un uomo di qualità ma troppo piccolo per prendere la decisione giusta, si trova, suo malgrado, in mezzo alla guerra. Reagisce come può e diviene disertore non per scelta, per necessità, perché in guerra si deve dare comunque la morte. E' questo il grande messaggio del libro: alla violenza non si può rispondere che con la non violenza, se si vuole salvare la propria coscienza. E' un illusione, un struggente anelito, sperare che si possa sprofondare «nelle paludi remote dell'oblio», o che si possa rimediare al male con altro male. Solo una scelta di pace può dare veramente la serenità. E' un romanzo pressoché perfetto: costruito sapientemente in un giusto dosaggio tra trama, personaggi e paesaggio; attraversato da una intenso afflato pacifista, non declamatorio ma espresso tramite le storie di povera gente, soldati loro malgrado: > l'orologio che ogni guerra/stringe fra le grinfie rosse/sgoccia giù per le lancette/i minuti dei suoi soldati/e l'orgoglio della vita/cade muto, neanche un'eco,/e il vento rapisce i nomi/sull'altalena dell'oblio . Perché leggerlo? Un capolavoro.
La dismissione
La dismissione, di cui tratta il libro, è quella dello stabilimento siderurgico di Bagnoli, a Napoli. Con lʼespediente letterario della narrazione allo scrittore da parte di un tecnico , Vincenzo Buonocore, la storia della chiusura della fabbrica, del suo impatto sul contesto sociale della cittadina campana, si amalgama con una vicenda personale. > Se io devo essere per intero in questo libro, e deve esserci Rosaria, deve esserci Marcella, deve esserci Martinez, deve esserci la fabbrica che scompare, Bagnoli che cambia volto; se devi esserci anche tu stesso con la tua pretesa di raccontare tutto questo servendoti di me, e deve esserci la mia mediocre storia di uomo, con tutte le sue debolezze, i suoi rancori e rimpianti, che senso avrebbe tacere quel che accadde quella sera tra me e mia moglie? La storia è molto semplice. Buonocore è un tecnico, che è entrato molto giovane in fabbrica come operaio, ma poi le capacità, la dedizione al lavoro e soprattutto la passione per lʼimpianto, la colata continua, lo hanno condotto a dedicarsi allʼattività di manutenzione. Quando si decide di vendere lʼimpianto ai cinesi, viene affidato a Buonocore il compito di gestire i rapporti con i tecnici cinesi e di seguire la demolizione dellʼimpianto. Nel frattempo, Buonocore si trova coinvolto in una relazione, rimasta sempre virtuale, con la figlia di un collega, Marcella: una ragazza sbandata e desiderosa di appoggiarsi ad una persona più matura. Le due vicende,la relazione con Marcella e la chiusura dellʼimpianto, si concludono tristemente con la morte della ragazza e la definitiva demolizione, tramite la dinamite, dei resti dello stabilimento, i cui pezzi migliori, come lʼimpianto di colata, sono stati smontati e venduti. Inoltre, la scoperta da parte della moglie, Rosaria, della relazione del marito con Marcella, compromette anche il matrimonio di Buonacore. Dalle lettura emerge unʼ impressione di qualche cosa di artificioso. La relazione tra Buonocore e Marcella è un insieme di episodi, di cui non si capiscono i presupposti, le implicazioni sotto il profilo sentimentale; anche i suoi effetti su Rosaria sono superficialmente indagati. La descrizione della demolizione assume a tratti connotati melodrammatici, caratteristiche di indagine sociale e di protesta politica, senza però convincere ed effettivamente dare il senso di ciò che è accaduto. Il lato più interessante è, in realtà, il rapporto tra Buonocore e lʼimpianto. Allʼinizio del romanzo, Buonocore entra di notte nello stabilimento e sale sul piano di colata per vedere dallʼalto. > Eccolo, il mio impianto, immenso come una cattedrale con unʼunica navata grigio- azzurra dallʼalta volta a coste e i fianchi arabescati da geometriche carpenterie, percorsi da fasci di tubi simili a sistemi venosi, scale, binari, aerei corridori I miglioramenti che è riuscito ad apportare allʼimpianto lo convincono che > la macchina non si piega ad alcuna prepotenza, premia sempre e soltanto la tua intelligenza . Ma quando lʼimpianto è stato demolito, Buonocore capisce che un rapporto di amicizia si è rotto. > E adesso eccoci qui, uno di fronte allʼaltra. Non ci siamo che noi: io, la gru e questo vasto relitto che non riconosco più e che a sua volta non riconosce più me; forse perché non ha più facoltà cognitive, ha perduto lʼanima, la parola, il sentimento . Lʼaspetto più interessante del libro è il grande tema del rapporto tra lʼuomo e la macchina, di una sorta di innamoramento, che ha caratterizzato e caratterizza la cultura tecnica, e che si è andato disperdendo con la deindustrializzazione degli anniʼ 80 e ʼ90. Perché non leggerlo? Quali siano i punti di vista dai quali si vuole leggere il libro ( storia personale, descrizione di una società in trasformazione, denuncia politica, analisi della cultura tecnica), la trattazione è superficiale, lo stile poco attraente e in certi aspetti prosaico e noioso.
Divieto di soggiorno
Il libro è un racconto-inchiesta e si tratta di una serie di interviste a immigrati. Si passa dalla prostituta proveniente dell’Est Europa a persone che hanno avuto successo, nel campo economico e in quello sociale e politico. Ne emerge una visione molto variegata, da cui risulta che, paradossalmente, sia stato più facile integrarsi e salire nella scala sociale per gli immigrati arrivati nell’Italia degli anni ’70 rispetto a quelli di più recente provenienza. In realtà l’immigrazione rispecchia il deterioramento della società italiana: una crescente chiusura verso l’esterno, l’indifferenza verso la novità e quindi la tendenza alla politica dello «struzzo», che non vuole vedere che l’Italia sta cambiando. Ci sono due aspetti del libro di notevole interesse:il primo è sintetizzato nella citazione al libro stesso: «volevamo braccia, sono arrivate persone» (Max Frisch). Come dice l’autrice, è l’impianto culturale e ideologico alla base della normativa italiana, che non funziona: > è ancora l’utilità economica del lavoro del migrante a sancirne il diritto a vivere nel nostro Paese . O come dice con altre parole una colf somala: sono trattata > sostanzialmente bene, anche se quando raccontavo la mia storia sentivo una generale indifferenza. È un rapporto di affari: io garantisco un servizio e loro mi pagano . In termini politici, Jean-Léonard Touadi, assessore al Comune di Roma, > uscire dalla logica del sociale, smetterla di accostarsi alla categoria degli immigrati, per quanto fragile sia, con l’ottica dell’intervento sociale di emergenza. Ognuno di noi ha bisogno invece di pari opportunità, di accesso alla cultura, accesso alla casa, agevolazioni di accesso al credito . Ma questi non sono problemi anche degli italiani?il secondo aspetto riguarda la visione degli italiani vista dagli immigrati. Si tratta di una prospettiva interessante, che fa emergere un mondo triste, nel quale, per esempio, gli anziani hanno perso molto della propria autorità e prevale invece l’abitudine a viziare i bambini, una separazione di ruoli tra l’uomo e la donna, lo squallore della vita affettiva, una generale indifferenza. «C’è molta cura individuale e poca, anzi nessuna, per lo spazio di tutti». > Mi è capitato di raccontare che cosa si mangia nel mio Paese, e il più delle volte mi hanno guardato con una faccia schifata . Prevale l’arte di arrangiarsi, in quanto si scelgono i lavoratori in base alle indicazioni dei parenti e amici e quindi > il lavoratore non viene scelto in base alla qualifica e alla preparazione professionale, ma in quanto membro di una categoria di simili per provenienza . Il libro è interessante, ma si affida troppo a interviste a persone di successo e a esponenti ufficiali del mondo dell’immigrazione, trascurando l’impegno di scavare sul campo, cioè tra la gente. All’interno di uno stile pulito e di una buona costruzione del racconto, emergono una debolezza giornalistica e una fragilità dell’inchiesta, che danno l’impressione di artificiosità a quanto viene raccontato.
Divorzio all'islamica a viale Marconi
Issa è in realtà un ragazzo italiano di nome Christian. Conosce perfettamente lʼarabo. I servizi segreti decidono, quindi, di arruolarlo ed inviarlo in Viale Marconi a Roma sotto le vesti di un immigrato tunisino. La sua missione è raccogliere informazioni su una presunta cellula terroristica, che si nasconderebbe presso un call center. Sofia, o meglio Safia, è unʼegiziana che ha sposato un connazionale a seguito di un matrimonio combinato. Il marito fa il pizzaiolo a Roma, è molto religioso e costringe Sofia a portare il velo. Le vicende di Issa e di Sofia si sviluppano in parallelo. Ciascuno dei due racconta la propria storia: un espediente letterario che non riesce a dare animazione ed attrattiva alla narrazione, rendendola anzi superficiale per il poco spazio dato ai protagonisti. Per Issa essere un immigrato tunisino comporta la scoperta del mondo dellʼimmigrazione: precarietà, paura, appartamenti sovra affollati, affittuari e datori di lavoro prepotenti, contrasto di nazionalità e soprattutto tra praticanti e non praticanti. Per Sofia la vita a Roma è lʼopportunità per trovare spazi di libertà e per perseguire il proprio sogno, quello di fare la parrucchiera. Sofia è religiosa ma autonoma nei suoi giudizi e mal sopporta i pregiudizi e lʼautoritarismo del marito, di cui non è innamorata. Issa e Sofia si incontrano casualmente e solo per brevi momenti, ma si capisce, dagli sguardi e dallʼattenzione reciproca, che tra di loro è nato qualche cosa. Il rapporto potrebbe passare da uno stato di sospensione, tipica degli innamorati segreti, a qualche cosa di più concreto ed intimo. Issa riceve dal marito di Sofia la richiesta di sposare la moglie, che è stata ripudiata in uno scatto dʼira. Secondo la legge islamica Sofia e il marito si possono risposare solo dopo che lʼex moglie si sia maritata con un altro uomo, abbia consumato il matrimonio e poi abbia divorziato. A Sofia lʼidea piace, non perché voglia ritornare con il marito ma in quanto è innamorata di Issa. Ma il giovane non sa decidersi, perché non se la sente di ingannare Sofia: lui infatti non è né tunisino né mussulmano. Il finale è una sorpresa, che non può essere svelata. Ma resta la domanda: Issa e Sofia si metteranno insieme? Lakhous è uno splendido scrittore: frasi breve, piccoli ritratti e una lieve ironia sono i pregi fondamentali della sua scrittura. In questo romanzo, tuttavia, la voglia di dilungarsi in considerazioni sociali e culturali ( sul mondo mussulmano e su quello degli immigrati e degli italiani) va a scapito del ritmo narrativo. Il racconto è talvolta noioso e scontato, risultando un pò artefatto. Solo a sprazzi ritornano lʼautenticità e il brio che avevano caratterizzato il precedente libro dellʼautore. Perché leggerlo? È piacevole, interessante e per molti aspetti istruttivo. Ci si affeziona ai due personaggi tanto che si vorrebbe conoscere la fine della loro storia dʼamore, come in una telenovela.
Domani nella battaglia pensa a me
Il romanzo narra la particolare vicenda di Victor, un ghost writer, il quale viene invitato una sera da una donna sposata, Marta; tuttavia, sul punto di fare all’amore, Marta muore e Victor, spaventato e incerto, lascia la casa senza avvisare nessuno. Preso dal rimorso e dalla curiosità, fa in modo di venire in contatto con la famiglia di Marta: il padre, un gentiluomo madrileno, la sorella, con la quale spera di intrecciare una relazione, e il marito, un uomo dʼaffari che si trovava a Londra mentre lui era stato invitato da Marta. Alla fine, Victor confessa di essere lui l’uomo che era in casa di Marta e, a sua volta, il marito gli confessa che era a Londra insieme con la sua amante, che gli aveva raccontato di aspettare un figlio e di voler abortire nella città inglese. In realtà non era vero e l’uomo, in un momento di follia, ha cercato di ucciderla; la donna è fuggita e si è fatta investire mortalmente da un taxi. Accanto a questa vicenda principale, si sviluppano due storie parallele. Qualcuno ha raccontato a Victor che Celia, la sua ex-moglie, si prostituisce. Una sera, a Victor sembra di riconoscere sua moglie in una prostituta di nome Victoria, che carica in macchina nell’intento di capire se si tratta di sua moglie o se invece è un’altra persona che le assomiglia. La difficoltà a distinguere tra il vero e il falso, tra la finzione e la realtà, si ritrova nell’incontro con un uomo potente, l’Unico, che lo ha chiamato per scrivere un discorso. In realtà Victor si presenta con il nome di un amico (unʼaltra finzione che diviene realtà); inoltre nella conversazione l’Unico manifesta la sua disperazione perché non può esprimere i dubbi e le incertezze che sono alla base della sua azione. Nel commento al libro, l’autore ne indica il tema di fondo, che è l’inganno, ma non quello voluto (frutto di una trama razionale o dell’ipocrisia della società), ma quello che deriva dal tempo e dal ricordo. > La più completa delle biografie non è fatta d’altro che di frammenti irregolari e di scampoli scoloriti, anche la propria biografia. Crediamo di poter raccontare le nostre vite in maniera più o meno ragionata e precisa, e quando cominciamo ci rendiamo conto che sono affollate di zone d’ombra, di episodi non spiegati e forse inesplicabili... L’inganno e la sua scoperta ci fanno vedere che anche il passato è instabile e mal sicuro, che neppure ciò che in esso sembra fermo e assodato lo è per una volta e non per sempre... . L’inganno è veramente il leit motiv del libro? Non penso che esaurisca i contenuti di questo romanzo, nel quale i personaggi si muovono in una sorta di incantamento, di dimensione irreale che è frutto di due forze fondamentali: il tempo e il ricordo. > Quello che ci pesa, dice il marito di Marta, il brutto della cosa è che il tempo in cui crediamo quel che non era si trasforma in qualche cosa di strano, fluttuante e fittizio, in una specie di incantamento o sogno che deve essere soppresso dal nostro ricordo; ad un tratto è come se quel periodo non lo avessimo vissuto affatto . Ed ancora > la morta che lo frequenta e lo spia e lo visita è un’altra, la sua morta che risiede nel suo pensiero come la mia abita nel mio allo stesso modo di un palpito incessante nella veglia o nel sonno, la sua misera moglie e la sua misera amante mescolate ed alloggiate entrambe nelle nostre teste in mancanza di luoghi più confortevoli, dibattendosi contro la dissoluzione e volendo incarnarsi nell’unica cosa che rimane loro per conservare il vigore e la frequentazione, la ripetizione e il riverbero infiniti di ciò che una volta fecero o di ciò che ebbe luogo un giorno: infinito, ma ogni volta più stanco e tenue . I protagonisti di questo romanzo sono travolti dagli avvenimenti, che sembrano paradossali e imprevedibili e sottoposti a un ritmo che fa perdere la distinzione tra passato, presente e futuro. Ma un fatto, appena passato, a sua volta si disperde e disperatamente si vorrebbe tornare indietro, si vorrebbe che i fatti non fossero avvenuti o avessero preso un’altra direzione. Ma si vive veramente, si è veramente se stessi, o si vive all’interno di una finzione continua, in quanto la realtà non riesce a racchiudere la nostra immaginazione? In questo contesto solo la morte sembra essere un fatto reale ma la morte è l’inizio di una perdita graduale del ricordo. È un libro importante, che viene portato avanti con un ritmo narrativo travolgente, «un rap letterario», che per essere seguito richiede di immergersi nella lettura.
Don Chisciotte
Il romanzo è ambientato nel primo Seicento e narra le vicende di un gentiluomo di campagna che, infervorato dalle storie cavalleresche, immagina di essere un cavaliere errante. Inizia quindi un viaggio nella Mancia con lo scudiero Sancho Panza e due fedeli animali, il cavallo Ronzinante e l’asino. Il romanzo è articolato in due parti. Nella prima parte si sviluppano le vicende più incredibili, che nascono dall’immaginazione di Don Chisciotte: un’osteria diventa un castello da espugnare, un gruppo di viandanti dei cavalieri nemici da combattere, un gruppo di carcerati degli sfortunati da liberare, che rapineranno a loro volta Don Chisciotte. Tutte le vicende si chiudono generalmente in modo infelice: Don Chisciotte e Sancio ne escono picchiati, dileggiati e con le ossa mezze rotte, ma tuttavia Don Chisciotte è sempre convinto che è stato sconfitto da un «incantamento», da una finzione creata ad arte da qualche mago malefico. La prima parte si chiude con il ritorno di Don Chisciotte a casa, portato in un carretto dentro una gabbia. La storia del cavaliere errante è intercalata da una serie di episodi, di vere e proprie storie, che sembrano avere come unico filo conduttore la rappresentazione di una realtà ipocrita, dove la forza e la prepotenza predominano. Questa prima parte si sviluppa intorno alla contrapposizione tra il sogno eroico, quello di Don Chisciotte, e il sogno plebeo, quello di Sancho. Don Chisciotte vive in un mondo perfetto e si imbatte nella storia e nella realtà; Sancio vive nella storia e l’accetta così com’è: un mondo umano di piccole miserie e di gioie mediocri dove non esistono disillusioni perché non ci sono grandi illusioni. Nella seconda parte l’autore immagina che siano state già narrate le vicende di Don Chisciotte e quindi le persone, che incontra il cavaliere errante nella sua nuova avventura, si divertono a prendere sul serio Don Chisciotte creando situazioni paradossali e spesso crudeli. Il romanzo si conclude con il ritorno di Don Chisciotte e con il suo riconoscimento, in punto di morte, che la cavalleria errante è una falsità e che l’unica fede è quella nella religione cattolica. Questa parte del libro è stata scritta molti anni dopo, e si può senz’altro affermare che Don Chisciotte «muore vivendo», in quanto > la storia ormai lo precede e lo fa ludibrio ridicolo di villani e di servi, di duchi e di banditi . Il romanzo è l’esaltazione dell’immaginazione. In un mondo noioso, ipocrita e ingiusto, Don Chisciotte si crea le sue regole, quelle della cavalleria errante, e anche quando le regole non corrispondono alla realtà il fenomeno dell’incantamento permette a Don Chisciotte di continuare a vivere secondo la sua visione del mondo. Ma è pazzo o lo fa volutamente per poter sopravvivere e comunque divertirsi? Al richiamo di Sancio che non doveva lasciare liberi i carcerati, Don Chisciotte ribatte che > i cavalieri erranti devono aiutare gli oppressi come gente necessitosa, tenendo conto delle loro angosce e non delle loro colpe. Io mi imbattei in una fila di gente miserabile e disgraziata, e feci con loro quello che mi ordina la mia regola, e per il resto avvenga che può . Ma qual è questa regola? > Scopo finale è quello di applicare in terra la giustizia distributiva, dando a ciascuno il suo, interpretando e facendo osservare le buone leggi... (le armi) hanno per oggetto la pace, che è il maggior bene che gli uomini possono desiderare in questa vita . Don Chisciotte è quindi pazzo ma a un tempo saggio, la sua figura, ancora centrale, nella prima parte del libro assume sempre più il ruolo di un comprimario dell’altro grande protagonista: Sancho Panza. Contadino arguto e credulone rappresenta in qualche modo la saggezza contadina, che risolve i problemi con il buon senso. Il rapporto tra Don Chisciotte e Sancho è una relazione di grande affetto e di profonda stima: lo scudiero è l’unico che crede nel cavaliere e ci crede pur riconoscendo che è pazzo, perché gli vuole bene. Quando si fa osservare a Sancho Panza che anche lui è pazzo se crede in un pazzo, lo scudiero risponde che in lui predomina la fedeltà a Don Chisciotte e quindi il suo desiderio di stargli vicino e di aiutarlo. D’altra parte la conversazione con Don Chisciotte è stata per Sancho Panza > il concime caduto sopra la sterile terra del mio arido ingegno, e il tempo passato nel servirla e frequentarla n’è stato la coltivazione... rise Don Chisciotte dei discorsi di Sancio pieni di affettazione . Insieme con Don Chisciotte e Sancho gli altri due protagonisti sono Ronzinante e l’asino: > l’amicizia fra le due bestie fu così stretta, così unica nel suo genere... che quando le due bestie si potevano avvicinare badavano a grattarsi l’una con l’altra... e Ronzinante incrociava su quello dell’asino il suo lungo collo . La libertà dell’immaginazione e l’amicizia sono quindi i due temi fondamentali del libro, al quale si aggiunge il gusto dell’avventura, che si esprime non in mondi lontani ma nella stessa Mancia, a pochi chilometri da casa. La modernità del libro sta proprio in questi temi e nel gioco di specchi (finzione nella finzione), che si sviluppa nella seconda parte, peraltro la meno bella e in molti tratti prolissa e ridondante.
I doni della vita
La delicata eleganza della scrittura accoglie il lettore sin dalle prime pagine del romanzo: la prosaica e tranquilla vita di una città di provincia, le abitudini quotidiane, i rigidi ruoli sociali, gli amori contrastati, la prevedibile e banale esistenza sono descritte con un tale affettuoso ed ironico dettaglio da desiderare che il racconto continui su questa strada, come se fosse una edizione moderna e ridotta del capolavoro di Marcel Proust (Alla ricerca del tempo perduto), dove realmente nulla accade. Non è così, perché irrompe la guerra! La storia prende le mosse da uno scandalo: contro la volontà del nonno, potente e ricco industriale, Pierre sposa Agnes, una ragazza senza dote e utili relazioni sociali, della quale è tuttavia profondamente innamorato. La madre di Pierre > pensava confusamente: averlo tanto amato, protetto, preservato da ogni male perché in un attimo mi venga strappato! Non potrà rimanere a Saint-Elme. Suo nonno non lo permetterà. Lʼho perso . Scoppia la prima guerra mondiale e Pierre viene richiamato alle armi. Cʼè ben altro di cui preoccuparsi. Ci si illude che > una guerra mondiale debba svolgersi quasi senza spargimento di sangue. (...) nessuno Stato vorrà rispondere davanti ai posteri di un simile crimine! (...) È impossibile che accada una cosa simile, diceva tra sé e milioni di persone, quella sera, ripetevano le stesse parole. (...) Ma davanti, mio Dio, cʼè Pierre, andiamo, cʼè Pierre, il mio bambino! Non è possibile. È un incubo . (...) E comunque, non le sfuggiva una lacrima. Il suo dolore era troppo strano e troppo forte per consentirle di piangere > . Se questi erano i sentimenti contrastanti della madre, gli sposi si erano detti addio con una calma rassegnazione. Soli, nel silenzio della loro camera, nel calore del loro letto, si erano scambiati, la notte prima, il bacio dellʼaddio, un bacio muto e profondo, senza lamenti, senza inutili recriminazioni. Ora le loro labbra erano stanche e senza vita > . Quando tornano a casa in licenza, i soldati non raccontano ciò che succede realmente al fronte, vorrebbero tener distinte la guerra dalla vita dei propri cari. Bastiamo noi a soffrire > , pensano. Ma non è possibile. Anche Saint- Elme è sovrastata dai bombardamenti, dalle colonne di profughi e di militari in fuga, dallʼoccupazione tedesca. La popolazione resiste pervicacemente. Dʼaltra parte, la guerra passerà, noi passeremo, ma ci saranno sempre questi semplici e innocenti piaceri: la freschezza, il sole, una mela rossa, il fuoco acceso dʼinverno, una donna, dei bambini, la vita di ogni giorno...il fragore, il frastuono delle guerre finiranno per spegnersi > . È una vana speranza: terminata la prima grande mattanza ne segue unʼaltra, ancora più terribile. Si attendeva la guerra come lʼuomo attende la morte. Sa di non poterle fuggire; implora solo una proroga > . È la seconda guerra mondiale. Questa volta è Guy, il figlio di Pierre e di Agnes, ad essere richiamato al fronte. Durante una licenza, Rose, la moglie di Guy, gli annunzia di aspettare un figlio: é orribile questa guerra... No, non ridere. Sono una femmina, sono puerile. Ma che vuoi? Vedo le cose da donna. (...) Ti ricordi il libro che mi hai fatto leggere, (...) un condottiero fa dellʼironia perché lʼuomo che ha mandato a morire ha la moglie che lo aspetta a casa, con la lampada accesa sul tavolo e i fiori sulla tovaglia, e le lenzuola pulite nel letto? Ma è lei che ha ragione e io, io....(...) Sono molto felice, ripeteva lui senza guardarla, con una strana timidezza, molto, molto felice. (...) Era una sensazione di trionfo. Ah, ti prendi gioco di me, ma anchʼio mi prendo gioco di te. (...) Vuoi distruggermi e io vivo! Vuoi togliermi ogni speranza? Guarda, mi sposo, amo, godo, ho un figlio! E più ti accanirai contro di me, più mʼimpunterò dal canto mio! > Da molti il romanzo è visto come la storia di una famiglia borghese e di provincia durante le due guerre mondiali. È un approccio riduttivo ad un libro, che parla di come i sentimenti, quelli veri, resistono ad ogni tempesta e permettono agli uomini di superare qualsiasi disastro. Pierre e Agnes si cercano continuamente, si allontano e si ritrovano; non cʼè forse la passione che ci aspetteremmo, cʼè invece una grande tenerezza. In conclusione del romanzo Agnes ritrova il marito dopo un lungo e difficile viaggio in mezzo alla guerra. È vivo, è salvo. Lei si fermò sulla porta, presa da un tremito tale che non riusciva a proseguire. Lui sembrò intuire la sua presenza. Le andò incontro, Sei tu? Mio Dio, finalmente sei tu!, disse lui. Li guardavano tutti. Si baciarono di sfuggita, in modo maldestro. Nessun bacio, nessuna stretta riuscivano a esprimere la gioia dei loro cuori". È una storia borghese? Forse, ma esprime la forza che permette di sopravvivere e di ricostruire dopo i più terribili disastri. È come una donna, con la sua sensibilità e dolcezza, vede una delle più assurde follie dellʼuomo: la guerra. Si può parlare di morte senza esserne affascinati: una lezione per il nostro tempo, percorso da tanta violenza, reale e narrata. Perché leggerlo? È un capolavoro, per la sua splendida scrittura.
Una donna
Il libro è di carattere autobiografico e ambientato storicamente nei primi del Novecento. La protagonista, ancora ragazza, viene violentata da un giovane, che poi sposa e da cui ha un figlio. Vive con il marito in un piccolo centro di provincia, dove si sforza di attenersi alle regole sociali, che vorrebbero che la donna fosse confinata in casa, in totale dipendenza dall’uomo. Con la perdita di lavoro del marito la coppia si trasferisce a Roma, dove la protagonista comincia a lavorare in una rivista letteraria, si fa conoscere nel mondo culturale e nel movimento femminista, frequenta una rete ampia di amicizie, tra le quali un singolare intellettuale, del quale è affascinata. Il marito stesso è attratto da una collega della moglie e quindi i tradizionali valori sociali si frantumano, in qualche modo. Il marito ha tuttavia l’occasione di ritornare a lavorare nel piccolo centro di provincia e quindi la protagonista si ritrova rinchiusa all’interno delle mura domestiche, pur avendo preso consapevolezza degli ideali del movimento femminista, delle sue capacità letterarie e, soprattutto del fatto di non amare e di non poter più sopportare il marito. Esplode la crisi, che è per la donna un dramma, in quanto lei sa, che se decide di lasciare il marito, perde il figlio. Eppure decide di trasferirsi a Milano separandosi dolorosamente dal figlio. Molto opportunamente l’autrice ha intitolato il libro «Una donna», perché, al di là degli aspetti autobiografici, narra dell’emancipazione della donna e soprattutto dei conflitti spirituali che la coinvolgono in un percorso che entra in contraddizione con il ruolo di madre. «Mi pareva strano», scrive l’autrice raccontando di un dibattito parlamentare, > inconcepibile che le persone colte dessero così poco importanza al problema sociale dell’amore. Non già che gli uomini non fossero preoccupati della donna, al contrario, questa pareva la preoccupazione principale o quasi. Poeti e romanzieri continuavano a rifare il duetto e il terzetto eterni, con complicazioni sentimentali e perversioni sensuali. Nessuno aveva saputo creare una grande figura di donna . Ed è questo il presupposto del libro: narrare il mondo delle relazioni uomo e donna visto dalla donna. In questo senso il romanzo non tratta tanto dell’emancipazione sociale della donna quanto del suo ruolo all’interno dei rapporti di coppia. La sua attualità sta proprio in questo: la grande rivoluzione sociale che ha sconvolto la struttura sociale ottocentesca, è l’autonomia della donna verso lo sposo e i figli, anche se questa autonomia viene poi ridimensionata con l’accettazione della donna dei riferimenti maschili nel mondo del lavoro e più in generale nella politica. Quattro sono i temi fondamentali del romanzo:la rottura del rapporto di dipendenza rispetto all’uomo per costruire un rapporto differente con l’altro. > Come può diventare una donna, se i parenti la danno, ignara, debole, incompleta a un uomo che non la riceve come suo uguale; ne usa come un oggetto di proprietà; le dà dei figli con i quali l’abbandona sola, mentre egli compie i suoi doveri sociali, affinché continui a baloccarsi come nell’infanzia? e ancora > tra le due fasi della vita femminile, tra la vergine e la madre, sta un essere mostruoso, contro natura, creato da un bestiale egoismo maschile: e si vendica, inconsapevolmente. Qui è la crisi della lotta di sesso. La vergine ignara e sognante trova nello sposo un cuore triste e dai sensi inariditi: fatta donna ed esperta comprende come il suo amore sia stato prevenuto da una brutale iniziazione. Fra i due torna spesso lʼintrusa e il solo ricordo avvilisce il loro bacio ;l’erotismo, ossia la ricerca del piacere, anche fisico, nel rapporto con l’uomo. > Entrava, nella stanza buia, l’uomo stanco o infastidito, accendeva il lume, si moveva senza guardare s’io dormissi. Poi, i miei occhi erano serrati, e io sentivo una massa pesante stendermisi accanto; nel silenzio qualche parola, che voleva esprimere passione, ebbrezza; ed ero in suo potere…. Questa è la mia vita. Essere adoperata come una cosa di piacere, sentir avvinta l’intima mia sostanza. E veder i giorni seguir le notti, un dopo l’altro, senza fine ;la crisi della maternità come legame e prigione dell’autonomia della donna, ma soprattutto la descrizione del lacerante conflitto che viene aperto da due opposte esigenze: l’amore per i figli e la ricerca di una vita piena e completa. > Perché nella maternità adoriamo il sacrificio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna?... È una mostruosa catena... Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità? . la ricerca della verità, che supera l’ipocrisia, l’ambiguità e la menzogna di una società che può accettare tutto purché non detto o fatto in modo chiaro, alla luce del sole; e tutto questo anche a scapito del rapporto con il figlio, aprendo un conflitto lacerante. > Partire, partire per sempre. Non ricadere più nella menzogna. Per mio figlio più ancora che per me! Soffrire tutto, la sua lontananza, il suo oblio, morire, ma non provar mai il disgusto di me stessa, non mentire al fanciullo... Questo era l’atroce dilemma. Se partivo egli sarebbe stato orfano. Se restavo? Un esempio avvilente, sarebbe cresciuto anche lui tra il delitto e la pazzia . Non so per quale motivo, dopo un primo grande successo, questo libro sia stato messo in disparte nella letteratura italiana, accusato di estetismo e di sentimentalismo. Sono persino state condotte critiche sulla sua eccessiva aderenza alla realtà, alle effettive vicende dell’autrice. Lo stesso Pirandello riteneva che il romanzo si sarebbe dovuto concludere con la partenza della protagonista con il figlio: alla faccia del lieto fine!Il romanzo ha delle cadute nello stile, talvolta troppo lirico ed enfatico, e nel ritmo narrativo, soprattutto nella parte relativa alla vita romana. Esso è tuttavia un libro altamente attuale, proprio perché fa emergere la figura della donna come individuo, nelle sue aspettative e nelle sue contraddizioni e fa capire come la ricerca di un ruolo autonomo della donna crei conflitti laceranti, di grande profondità e complessità: in particolare il rapporto con la maternità e con i figli. Sarebbe bene che questo libro lo leggessero, anzi lo imparassero a memoria, persone come Buttiglione, che si permettono di accusare la donna di superficialità e di edonismo solo perché vuole avere un suo ruolo completo come individuo.
Donne informate sui fatti
Nella Torino della buona borghesia si compie un delitto: una ex prostituta rumena, sposata a un ricco banchiere, viene trovata strangolata. Si scopre poi che ad ucciderla sono stati due balordi, pagati dalla "cara" amica del banchiere, gelosa e decisa a vendicarsi in quanto era stata respinta. La narrazione è portata avanti mediante il racconto delle donne, coinvolte in qualche modo nel delitto: la bidella che ha scoperto il corpo, una barista che si trovava nel luogo del delitto, una volontaria, una carabiniera, una giornalista, la figlia e la cara amica del banchiere. Si sviluppano dei ritratti femminili, con le loro storie familiari, i loro amori e le loro idee. Il libro è molto piacevole, il ritmo è sempre veloce e la lingua elegante e semplice a un tempo. Si sente il grande mestiere, ma manca di vigore. I personaggi restano sullo sfondo, la trama si sviluppa lentamente, senza colpi di scena, per chiudersi in modo scontato.
Doppio sogno
Fridolin ed Albertine sono una coppia della buona e rispettabile borghesia. La loro unione si fonda su «una perfetta compenetrazione di sentimenti e di idee». Eppure, è sufficiente un ballo in maschera, dove entrambi erano stati corteggiati, lui «con insinuante gentilezza», lei > dapprima affascinata e poi allʼimprovviso offesa... con una insolente parolaccia , perché li sfiorasse, > e non per la prima volta, unʼombra di avventura, di libertà e di pericolo . Da questo insignificante antefatto hanno origine lʼaccenno, il desiderio, la possibilità di una seconda vita, fatta di trasgressioni, segreti voluttuosi, audacie ed anche crudeltà. Fridolin, medico di professione, deve recarsi di sera da un paziente. Durante la notte, colto da una irrequietudine imprevedibile per un uomo così ponderato, si compiace della dichiarazione dʼamore di una figlia al capezzale del padre, sta per litigare, come un liceale, con un gruppo di studenti ubriachi, si ritrova in un quartiere malfamato ed accetta gli inviti di una giovane prostituta, ed infine prende parte ad un singolare ricevimento. Uomini, vestiti in «festosi costumi da cavalieri bianchi, azzurri, rossi» ballano con donne, > il capo, la fronte e il collo avvolti in veli scuri, mascherine nere di pizzo sul viso, ma per il resto completamente nude . Dapprima la scena è austera. Poi gli uomini si precipitano > tutti verso le donne, che li accolsero con risate furenti, quasi malvage . > Lʼineffabile piacere della vista gli si trasformava in un quasi insopportabile tormento di desiderio , ma ben presto Fridolin viene scoperto. È un intruso, sarebbe punito se non si facesse avanti una dama, nuda ma velata in volto, che dichiara di «riscattarlo», assumendosi le conseguenze del suo atto. È salvo e torna a casa. Albertine è profondamente addormentata, ma, al suo arrivo, si sveglia con una risata stridula e sinistra. È la conclusione di un sogno, nel quale Albertine immagina di stare in«unʼinfinita marea di nudità» e di assistere alla tortura di Fridolin, «senza provare pietà né orrore, con assoluto distacco»: sino allʼuccisione del marito, durante la quale > ero tentata (disse Albertine) di dileggiarti. di riderti in faccia , di desiderare «che almeno sentissi le mie risa mentre ti crocifiggevano». Fridolin è sconvolto e, dopo aver vagheggiato il fuggevole proposito di «incominciare una nuova vita, sotto spoglie diverse», decide di vendicarsi della moglie portando in qualche modo sino in fondo le avventure della notte. Ma il percorso a ritroso è deludente e si conclude con la visione allʼobitorio del corpo della dama, che lʼha salvato, e che è stata probabilmente avvelenata per punizione. > Una sconosciuta, unʼestranea mai incontrata prima... non rappresentava per lui, né poteva rappresentare che il cadavere pallido della notte passata, destinato irrevocabilmente alla decomposizione . «Nessun sogno è interamente sogno», così come, > la realtà di una notte e anzi neppure quella di unʼintera vita umana non significano, al tempo stesso, anche la loro più profonda verità . Una parte di noi stessi è, quindi, oscura, squarciabile con fatica nella realtà ed invece conoscibile più facilmente con la fantasia, nel sogno. Questo concetto, filone conduttore del romanzo, può avere due significati. Il primo è confortante anche se limitativo e rispecchia quanto dice molto bene in un sonetto Lorenzo il Magnifico: > O Amor, del mio ben troppo invidioso, lassami almen dormendo essere felice . Il secondo significato è più inquietante e riporta al fatto che ciascuno di noi assume che > la dimora della propria mente è, non può essere, interamente opaca a lui (Cole Teju Open City). Non accettiamo razionalmente ciò che siamo veramente perché dovremmo riconoscere che non siamo degli eroi. Non è un caso che nel romanzo Fridolin non arrivi sino in fondo, anche se vorrebbe farlo: non ha un rapporto sessuale, per esempio, con la giovane prostituta così come vorrebbe rifiutare, da nobiluomo, il sacrificio della dama. Diversamente Albertine, la cui seconda vita si sviluppa solo nel sogno, può esprimere senza freni la sua lascivia e il desiderio di trasgressione (lei sposa giovinetta ancora vergine), e manifestare sguaiatamente il disprezzo e lʼastio verso il marito, razionalmente repressi. Il limite del romanzo è nella lentezza della trama, che si potrebbe racchiudere in poche pagine, ma che invece lo scrittore porta avanti con pedanteria. Riesce in meno di cento pagine a rendere noioso e prolisso il racconto. Perché non leggerlo? È inutile.
Dove sei stanotte
> Ha scarponi vecchi, uno aperto sulla punta, che sembra un sorriso sdentato. (...) Ma in fondo non lo vede nessuno, perché a Milano, anche se c'è l'Esposizione Universale ed è il centro del mondo, un senza-tetto che spinge un carrello con dentro la sua vita fa parte del panorama e quindi è invisibile . Con questa immagine di comune indifferenza sociale, il romanzo faceva sperare di essere un Noir d' intensa impronta sociale; in particolare, se accompagnata da un altro luogo tipico di Milano «capitale del mondo»: il mondo della televisione e delle grandi fiere annuali, come il Salone del Mobile. Il protagonista, Carlo Monterossi, è un famoso produttore di un programma che fa schifo pure a lui, vive in uno splendido appartamento con una governante efficiente e protettiva: è una vita finta e superficiale che potrebbe durare per sempre, agiata, tra feste, fugaci relazioni e auto commiserazioni. Quando tutto viene sconvolto. Alla fine di un party si ritrova in casa un giapponese, stordito e spaventato. Chi è? E cosa ci fa in casa sua? E perché viene ucciso e la sua bella dimora messa a soqquadro? E' da qui che prende le mosse un Noir con una trama ingarbugliata e ridondante dove c'è di tutto tranne l'ingrediente fondamentale: la suspense. Come in un grande mélange di Simenon e De Cataldo (si veda la citazione di Romanzo Criminale in questo sito) abbiamo l'intrigo poliziesco, i servizi segreti, il commissario emarginato ma intelligente, lo sfondo sociale cinico e affaristico della Milano «da bere», l'emarginazione e l'immigrazione clandestina, e infine, perché no?, anche l'amore. E' uno zibaldone insomma, condito per fortuna da frequenti citazioni di Bob Dylan, di un romanticismo malinconico come in questa poesia: > Nella pioggia del primo mattino con un dollaro in mano/ E' una fitta al cuore e le tasche piene di sabbia/Sono molto lontano da casa e mi manca tanto il mio unico amore . Lo stile narrativo è mosso, fatto di un alternarsi di efficaci descrizioni e di colloqui serrati; sulla fluidità del discorso disturbano la continua entrata e uscita di scena dei vari personaggi, stancante e confusa nel suo ripetersi, e la ricorrente introspezione psicologica sull'uomo Carlo, che lentamente evolve da cicisbeo a uomo "vero". E', forse, un tentativo di introdurre un cambiamento interiore nel personaggio: mutamento che rimane in sospeso perché non approfondito, riducendosi ad essere un espediente letterario. La scrittura è elegantemente semplice, avrebbe meritata una storia robusta e meglio costruita. Perché non leggerlo? E' prolisso, la cosa peggiore per un Noir.
Dracula
La figura di Dracula ha dato origine a una produzione letteraria e cinematografica che ne ha esaltato gli aspetti legati all'orrore travisando il tal modo la complessità del romanzo di Stoker. L'avvio della narrazione rispecchia l'idea che abbiamo della storia di Dracula. Jonathan Harker, un giovane agente immobiliare, va nei Carpazi per concludere la vendita di un immobile al conte Dracula, il quale intende trasferirsi a Londra. Come in Cuore di Tenebra di Conrad il viaggio fra queste montagne in gran parte sconosciute è un'immersione nell'ignoto della coscienza umana, che il giovane Jonathan stenta ad accettare. Basti pensare alla descrizione fisiognomica, come piaceva agli antropologi dell'Ottocento, del viso di Dracula: > aveva una marcata, molto marcata, faccia aquilina, con un naso sottile e fortemente sporgente e narici particolarmente arcate. (...) Le sopracciglia erano eccezionalmente larghe così quasi da essere sopra il naso.(...) La bocca, per quanto la potevo vedere sotto i folti baffi, era penetrante e piuttosto crudele alla vista, con denti particolarmente bianchi e aguzzi . Con crescente paura il giovane Jonathan si rende conto di trovarsi in un incubo, in un castello nel quale è prigioniero e dove potrebbe essere preda del bisogno di sangue di Dracula e di quattro vampire. Jonathan riesce miracolosamente a salvarsi (non è chiaro come faccia e lacune di questo tipo sono frequenti nel romanzo). Il racconto si sposta in Inghilterra con un inizio alla Jane Austen. Mina, la futura sposa di Jonathan, incontra Lucy, la quale «appariva più dolce e deliziosa che mai»: segue una descrizione paradisiaca della campagna inglese. Il lettore rimane un attimo sconcertato, ma poi abilmente Stoker ci prepara all'arrivo di Dracula su un veliero fantasma e alla trasformazione della graziosa Lucy. E' difficile capire cosa stia accadendo, è qualcosa di inspiegabile per una mentalità imbevuta di scientismo e razionalismo. Svelerà il mistero uno scienziato olandese chiamato in soccorso da un suo discepolo psichiatra, amico di Lucy. Lentamente ma ostinatamente il professore capisce che il conte Dracula ha bisogno di sangue per assicurarsi l'immortalità ed è venuto a Londra per creare nuovi vampiri, conquistando in tal modo il mondo. Il professore capisce anche i punti di debolezza di Dracula e dei vampiri in genere: la loro forza è solo di notte, di giorno giacciono in una bara, e si ritraggono dinanzi alla Croce e all'ostia. Per liberarsi dei vampiri bisogna spaccare il cuore e decapitarli. Il gruppo tenta di salvare Lucy. In una scena drammatica, che da sola merita la lettura del libro, di notte, con in braccio un bambino a cui ha succhiato il sangue, Lucy cerca riparo nella sua tomba, non prima di aver tentato di sedurre il fidanzato così da trasformarlo anche lui in vampiro. Sarà il professore a fermarla e sarà il fidanzato, prima incredulo poi sconvolto, a spaccarle il cuore, salvando l'anima della ragazza. Il messaggio è chiaro: il vero amore vuole un atto estremo e ciò che conta è lo spirito, il Bene da salvaguardare dal Male. Da questo momento è una lotta tra il coeso gruppo di amici, guidati dal professore, e il conte Dracula. Protagonista di questo scontro è Mina, la moglie di Jonathan, anch'essa preda di Dracula e che corre il rischio di divenire una vampira, come l'amica. Sarà la determinazione di Mina, insieme con la sua ferma visione razionale, a condurre il gruppo alla scontata vittoria, per ora. Si legge il romanzo tutto di un fiato, gli episodi si susseguono con un ritmo non sempre incalzante perché intercalati da lunghe dissertazioni del professore, figura fondamentale nella trama, ma troppo scontata nella sua sapienza. Il lettore è affascinato dall'atmosfera tenebrosa e dai personaggi minori ma in realtà centrali per la storia, in particolare Mina. Via via che si prosegue nel racconto Dracula è sempre più nello sfondo, mostro spaventoso, ma «infantile» nei ragionamenti e quindi facilmente prevedibile nei comportamenti (nonostante tutto noi europei siamo superiori sotto il profilo etico e razionale). Si possono individuare tre filoni narrativi: l'impronta gotica tipica del romanzo inglese dell'Ottocento, amante dell'esotico, del mistero e del sangue; la riflessione su una scienza che deve essere pronta ad accettare l'incomprensibile e sappia fare i conti con la religione, ed infine l'amicizia e l'amore, non solo in chiave romantica ma come forze che riescono a spingere gli esseri umani a lottare e a sacrificarsi. Occorre accennare alla struttura narrativa. Questa è basata sul racconto dei diversi protagonisti, tramite diari e lettere. I 'io narrativo cambia di continuo permettendo così di comprendere i diversi punti di vista: l'amico psichiatra che stenta a credere a quanto sta accadendo e per molta parte del romanzo accetta gli avvenimenti in ossequio al professore; Jonathan che riesce a lasciare testimonianza del suo viaggio nei Carpazi ed esprime poi il suo amore per Mina controllandola nei suoi impulsi vampireschi e rendendosi pronto all'estremo sacrificio, ossia di spaccarle il cuore; ed infine Mina, che lotta disperatamente per non divenire vampira, aiuta il gruppo accettando come donna un ruolo subalterno (dattilografa i diari del marito rendendoli disponibili al gruppo), sempre preoccupata di non essere un inconsapevole veicolo di informazioni per Dracula. Sottile è il ragionare di Mina (stupefacente per una donna dice il professore!): valuta le diverse alternative di percorso di Dracula per tornare al suo castello dove trovare rifugio; in tal modo individua ciò che farà il mostro: splendido esempio di pensiero strategico! Come succede spesso la narrazione a più mani appesantisce il ritmo narrativo, rendendolo talvolta ripetitivo e ridondante. Perché leggerlo? Affascinante e suggestivo.
Il Duca
> Erano ormai dieci anni che vivevo quassù a Vallorgàna da solo, nella villa dei miei avi. (...) Io ero certo di trovarmi nella sorte migliore che potessi desiderare. Nulla di importante avveniva nelle mie giornate. Nulla di complesso ingarbugliava il mio sguardo. Nessuno strappo nella quotidianità. Nessuna decisione a intralciare il passo . E' questo l'incipit del racconto di colui che conosceremo solo come il Duca. Erede di una antica famiglia nobiliare, i conti Cimamonte, il Duca appartiene alla cultura dei pochi, > quella di chi, per mezzi e tradizioni, vive in un mondo di pensieri dal quale i più sono esclusi . Il Duca vive, o vorrebbe vivere, in un'isola, costituita dalla sua villa e da Vallorgàna. A disintegrare questo isolamento «spaventoso» sopravvengono due fatti. Mario Fastrèda, capo riconosciuto della piccola comunità, fa tagliare gli alberi di un bosco di proprietà del Duca; è un piccolo sopruso, che potrebbe essere lasciato passare, se non fosse che il Duca scopre un antico codice che narra la storia dei Cimamonte. Leggendo le gesta dei suoi avi, la cronaca delle prepotenze e violenze dei Cimamonte, si rende conto che le faide erano «fatue e pretenziose», ma per un nobile erano invece «obblighi di rispetto», degni della più grande attenzione. Ed è come se un drago, dormiente da secoli, > venisse su dalla terra, da radici che si stessero tendendo, da pietrame che si stesse sgretolando, da croste che si stessero spezzando . Inizia una guerra tra il Duca e Fastrèda; la impone «un passato profondissimo, (...) frutto dell'antico ordine del sopra e del sotto». Per lunghe pagine l'autore ripercorre le vicende di questa faida insensata, incomprensibile dal punto di vista razionale, ma che affonda le radici in un odio ancestrale. E' il contesto a dare fascino al racconto: la Montagna che sovrasta il paese come un monolite sacro, i boschi, incombenti e minacciosi, che avanzano a scapito dei prati, la piccola comunità, sempre più vecchia e disperatamente ancorata alle tradizioni, ai rancori e alle leggende, ed infine misteriosi ed antichi presagi, come il volo di una cornacchia dalle ali bianche. Non siamo dinanzi al bosco magico di Dino Buzzati (si veda «Il segreto del bosco vecchio» recensito in questo sito); Melchiorre è uno storico degli alberi e della loro terra e sa bene che non è vero che «i boschi e le montagne siano specchio di virtù», come vorrebbe l'ingenua mitologia naturalistica. A interrompere, per fortuna, la narrazione della faida arriva Maria, contro l'odio sopraggiunge l'amore. «Era una malia di natura straordinariamente fisica tutta rivolta al corpo:»trascinante e diversissima, indocile, lunatica, irriguardosa e con un che, per altro, d'inspiegabilmente selvatico«. Ma Maria è la nipote di Fastrèda, il nemico. Il vento d' autunno,»danzando e bisbigliando mi mostrò nel suo specchio brandelli di me stesso e frammenti di altre cose e infine, abbracciando un ceppo di faggio, diede una frustata e inizio a bisbigliare con più insistenza. Mi chiese se Maria volessi perderla o conservarla. (...) Se fossi inebriato dal suo corpo soltanto o se in lei avessi colto l'inesprimibile > . E' un dilemma che probabilmente il Duca non sarebbe riuscito a risolvere da solo. Prima una potente bufera lo caccia da Vallorgàna, creando in lui un disincanto verso il passato, la storia incombente degli avi; non vorrebbe più tornare al paese, vorrebbe abbandonare la villa allo sfacelo. Ritorna per fare l'inventario delle cose da vendere, incontra Maria e tramite gli occhi bruni di lei scopre questo luogo raro e comunque crudo e comunque chiuso, che può aprirsi soltanto aggredendo erte e salite, aggirando scogliere di boschi.... > Capisce di appartenere a Vallorgàna non per volontà dei suoi avi, ma perché questo è il suo luogo, la cui storia sovrasta e supera quella delle persone. Quando lo dice a Maria, l'affascinante Maria risponde: può darsi > . Ma perché tante elucubrazioni, non bastava dirle che restava perché l'amava? Estraniazione, furia, amore, disincanto e incanto sono le cadenze di un grande romanzo, che si sviluppa in un ambiente ristretto, sul quale incombe la storia degli uomini e della natura, storia che da passato remoto«rischia continuamente di diventare»passato presente". Alla fine sarà il presente a vincere, ma a questa attesa conclusione si arriva dopo tante pagine, numerose riflessioni filosofiche e molti incisi. La trama perde di ritmo, talvolta pare uno zibaldone nel quale l'autore ha voluto dire troppo del suo mondo a scapito della narrazione e dei personaggi. A dare piacere alla lettura è la scrittura, ricca di aggettivi che non compromettono il fluido scorrere delle parole dando anzi un senso piacevole di barocco. Perché leggerlo? Piacevole, accattivante, anche se lungo.
Le due Tigri
L’ambientazione è l’India e i crudeli Thugs, che hanno rapito la figlia di Tremal-Naik per renderla la «vergine della pagoda» al servizio della crudele divinità, Kalì. Sandokan e Yanez intendono liberare la bambina e iniziano una spedizione che li porterà nel delta del Gange, in una zona paludosa infestata da animali feroci e dominata dal colera, nei sotterranei dove vivono i Thugs sino a Delhi nel pieno dello scontro tra indiani e inglesi durante l’insurrezione del 1857. Sono presenti tutti gli ingredienti dei grandi romanzi di Salgari: l’ambiente ostile, il tradimento, il coraggio e la forza di Sandokan, i temi dell’amicizia e dell’onore. Emerge, tuttavia, con forza un tema, spesso sotteso nei romanzi di Salgari ma mai esplicitato fino in fondo: il tema del colonialismo e della crudeltà del conquistatore nei confronti del popolo indiano. Da questo punto di vista Sandokan assume una posizione ambigua: non sta, ovviamente, con gli inglesi, anche se si salva grazie a un salvacondotto dell’esercito britannico e grazie anche allʼamicizia con un ufficiale francese; ma non prende neanche posizione per i rivoltosi e rimane indifferente dinanzi all’uccisione di massa di donne e di bambini. > Urla spaventevoli s’alzavano da tutte le vie, accompagnate da scariche tremende... Fuggiamo anche noi, disse Sandokan . La Tigre di Monpracem non è il Corsaro Nero: è una figura rinchiusa nel proprio mondo di pirata e ancorato a rapporti di amicizia, che non si evolvono verso una reale coscienza politica. È come sospeso tra l’ostilità verso l’oppressore e l’idea di poter risolvere la propria lotta individuale da solo e con gli amici. È paradossale che la Tigre dell’India, il crudele Suyodhama, capo dei Tughs, che viene ucciso da Sandokan, senta maggiormente il tema dell’indipendenza del continente indiano rispetto al pirata di Monpracem, eppure valoroso e onesto. La posizione di Salgari sembra essere diversa, in quanto conclude il romanzo con una nota di ammirazione verso il capo dei rivoltosi: > ormai l’insurrezione era domata e sole il prode Tantia Topi, colla bellissima e fiera Rani di Jhansie, e un pugno di valorosi, teneva ancora alta la bandiera della libertà, fra le folte jungle e le numerose foreste del Bundelkund . Perché non ha scritto un romanzo su questo grande personaggio?
E non disse nemmeno una parola
Siamo nella Germania degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. Le ferite della guerra sono ancora evidenti, fisiche e psicologiche: distruzioni, miserie, ricordi degli orrori del conflitto e nessuna speranza per il futuro. Fred, telefonista presso lʼarcivescovado della città, ha lasciato il tetto domestico, dove abitano sua moglie, Kate, e i suoi bambini, dopo che si è trovato a scaricare la propria rabbia sui figliuoli, picchiandoli. Non regge più, infatti, la ristrettezza e la desolazione dellʼunica camera in cui vivono. Dedito al bere, vaga per la città ed organizza incontri clandestini con la moglie, in squallide camere dʼalbergo, in parchi e tra cortili abbandonati. Il racconto è appunto costruito intorno ad uno di questi incontri, mediante la narrazione intervallata di Fred e di Kate. In tal modo è possibile conoscere i due differenti punti di vista: la disperazione di Fred e la stanchezza di Kate. Malgrado lʼamore reciproco, li separa ormai il modo diverso con il quale hanno reagito alle angustie. Kate è sostenuta da una profonda religiosità, basata su un rapporto diretto con Dio. > Dio solo parve rimanere con me in quel malessere che mi sommergeva il cuore, mi riempiva le vene, circolava dentro di me come il mio stesso sangue..... fui presa da una grande indifferenza verso tutti loro e con me non rimase più altro che la parola di Dio . In Fred la religione non è conforto ma anzi ulteriore prova della falsità e della vacuità che domina il mondo; per lui non rimangono che un male oscuro, una cupa disperazione esistenziale, un monotono succedersi di visite allʼosteria, di pranzi frettolosi e di ricerca disperata di soldi, da spendere spesso nel bere. Sono ormai due estranei o lʼamore è più forte della desolazione? La conclusione del romanzo fa propendere per il primo esito. In alcune pagine di grande efficacia, lʼautore rappresenta magnificamente il senso di una lontananza crescente. Dopo una notte nella quale Kate ha comunicato a Fred lʼintenzione di lasciarlo, lʼuomo, chiuso in una sorda rassegnazione e in una passività angosciante, cammina senza meta e scorge una donna > non più giovane, ma bella, vedevo le sue gambe, la gonna verde, la consunta giacchetta bruna, vedevo il cappello verde, ma soprattutto il profilo mesto e soave..... e a un tratto seppi che era Kate. Poi mi riapparve estranea..... era lei, ma era diversa da come la ricordavo.... così ce ne andavamo lʼuno dietro lʼaltra, pensando entrambi ai bambini, e io non avevo il coraggio di raggiungerla, di rivolgerle la parola . Il romanzo è stato interpretato in vari modi: un racconto erotico, dove il lettore aspetta con suspense la scena dʼamore tra marito e moglie, ritornati amanti clandestini; una riflessione sulla perdita di senso della religione e in generale dei valori dopo una guerra; la descrizione di una città martoriata, dove i sopravvissuti vagano in una lotta continua per vivere e quindi la rappresentazione della Germania mutilata. A questʼultima interpretazione farebbe convergere la narrazione impastata fino allʼinscindibile della follia, le visioni, i rumori, la pubblicità e le canzonette della grande città in cui vivono i protagonisti. A me sembra, invece, che il romanzo vada letto nel modo più semplice. È una storia dʼamore che non sopravvive, malgrado tutto, alla miseria, perché Fred e Kate reagiscono con una differente forza morale alla desolazione propria e a quella della società. Kate guarda ancora al futuro pur allʼinterno di un profondo malessere, Fred si lascia trascinare, compiacendosi, in un atteggiamento vittimistico e auto distruttivo. La trama narrativa, esile e povera, è sorretta da uno stile estremamente efficace. Le parole, scarne ma incisive, e la struttura sintattica essenziale sono la prova evidente di come si possa costruire un complesso racconto senza perdersi nella ridondanza del linguaggio. Perché leggerlo? È molto attuale, in quanto descrive il senso di spaesamento dinanzi ad una società che si va dissolvendo e ancora non si vedono le tracce di quella emergente.
Ebano
Ebano è una raccolta di appunti di viaggi compiuti in Africa nell'arco di trent'anni: dall'indipendenza di questo continente sino alle vicende più recenti, come il genocidio nel Ruanda. Il libro racchiude in sé la natura del saggio e quella del racconto di una esperienza di vita, profondamente coinvolgente per l'autore. Reporter squattrinato di un quotidiano di Varsavia altrettanto privo di soldi, Kapuscinski si ammala di tubercolosi e spiega al dottore che non può tornare in patria. «Il sogno della mia vita, lavorare in Africa, sarebbe svanito per sempre». Da questa passione per il viaggio e per l'Africa ha origine una peregrinazione da una parte all'altra del continente: dal Ghana nella costa occidentale all'isola di Zanzibar ad oriente, nell'Africa sub-sahariana e in quella tropicale, sino al Corno d'Africa e ai grandi Laghi. Il lettore saltella e > tutto si confonde, si accavalla, sbiadisce. (...) Spesso la nostra memoria è talmente satura di nomi di località, regioni e paesi, che non riusciamo più ad associarli a un'immagine, a una veduta, a un paesaggio, a un episodio o a un volto. (...) L'unità mondiale, così difficile da raggiungere nella realtà pratica, si realizza nei nostri cervelli, nei suoi strati di memoria perduta e confusa . Non diversamente dal superficiale uomo d'affari che del mondo conosce solo gli aeroporti, i buoni ristoranti e gli alberghi di lusso, il curioso reporter rischia la vita per darci lo stesso ritratto: un' Africa eguale nel tempo e nello spazio, e sempre senza speranza perché tutte le parti del grande continente sono accumunate «dalla stessa sventura, dalla stessa sorte e dalla stessa incertezza». Certo, Kapuscinzki leva alta e vigorosa la voce contro «l'internazionale della marmaglia predatrice», così come si sente parte della «vita tormentosa, del penoso vegetare sempre al limite della morte» del popolo oppresso e violentato, e per questo sempre esule. Eppure, dopo tanti anni in viaggio, lo splendido capitolo conclusivo, dal titolo suggestivo e sfuggente «All'ombra di un albero, in Africa», ci lascia un messaggio di amara rassegnazione. Lo schiavismo, il colonialismo rapace e crudele, l'ingordigia delle classi dirigenti, la desertificazione e la rapina ambientale, la morte e la fuga di intere popolazioni hanno distrutto «l'ombra dell'albero» al riparo della quale si tramandavano storie e tradizioni: senza quest'ombra l'africano > perderebbe ogni nozione e persino la memoria del suo ieri, diventando gente senza passato, ossia nessuno. Quegli uomini perderebbero tutto ciò che li univa, sparpagliandosi ognuno per la sua strada, da solo. L'Africa ha una superficie di 30,37 milioni di chilometri quadrati, così grande da contenere gli Stati Uniti, la Cina, l'India, l'Europa ed altre nazioni. Ha 54 stati e 1.500 lingue. C'è da chiedersi perché guardiamo sempre l'Africa come qualcosa di uniforme e non cerchiamo di cogliere le diversità, e in tal modo pure i cambiamenti e le potenzialità del grande continente. Pur benevolo e attento, Kapuscinski cade nella stessa visione eurocentrica ed esotica che ha caratterizzato le relazioni tra l'Occidente e l'Africa. Da qui, e non solo dalla disorganizzazione della struttura del libro (appunti di viaggio lasciati così senza una trama complessiva), nasce un senso di ripetitività: ogni resoconto sembra identico all'altro, solo raramente emergono gli incontri e le storie mentre i giudizi, tutti condivisibili, paiono preconfezionati. In Orientalismo > Edward Siad sosteneva che l'Occidente vede l'Oriente come uno specchio di sé stesso: ricerca ciò che fantastica sia l'Oriente ( un'idea vagheggiata, sedimentatesi nella sua storia) senza studiare realmente i popoli e le culture che compongono l'Oriente di oggi; con lo stesso procedimento noi vediamo l'Africa: è sempre Cuore di Tenebra", terra vitale e affascinante certo, ma sempre lontana dalla modernità e di conseguenza destinata ad essere sottomessa, a subire sofferenze inaudite dalle quali non può sfuggire. Perché leggerlo? Vale la pena per l'ultimo capitolo.
Echo Mountain (la ragazza dell'eco)
Siamo nel Maine nel 1934: a seguito della grande depressione una famiglia ha dovuto lasciare la città per trasferirsi ai piedi di una montagna, ai limiti della foresta, adattandosi a vivere in un ambiente totalmente differente rispetto a quello urbano. Confessa la madre alla figlia Ellie, ancora adolescente: > guardò alle mani rovinate. Mi sento una straniera in questa nuova pelle. Mi lasciai dietro troppo di chi io ero sempre stata. Ellie, invece, è affascinata dalla nuova vita, vuole conoscere e adattarsi. In questo l'ha aiutata il padre, riferimento fondamentale per la giovane ragazza. > Questo legame con mio padre e la natura selvaggia crearono un solco tra me e mia madre, e con mia sorella specialmente, perché entrambe parevano pensare che io le avessi in qualche modo tradite sentendomi felice quando esse non lo erano . Per comprendere quale sia per la ragazza «l'eco della montagna» si può riportare l'episodio dell'incontro con l' orso. > Ma allora feci l'errore di leggere, nei suoi occhi, quel primitivo che io ammiravo. Di sentire, in lui, un amore di cose che io amavo: giacere in un prato con l'erba che cresce alta tutto intorno, nascondermi da ogni cosa tranne che dal cielo e da stormi di api, ricchi di polline di fiori, che annuiscono verso di me (splendida espressione!) saltellando come volano le api. O il rosa del tramonto. O il limpido sussurro di un tordo del bosco . Siamo in piena idealizzazione romantica della natura! In Ellie convivono sentimenti contradditori: una solitudine sofferta perché non si riconosce più parte della famiglia e un senso di libertà in un ambiente nel quale può girovagare, andare alla scoperta della foresta imparando a raccogliere il miele e facendo lavori pratici con l' insegnamento paterno. Questa labile situazione precipita quando il padre ha un grave incidente che lo riduce in coma. Ellie se ne assume la colpa tacendo la verità su quanto era accaduto: era stato il fratellino che, correndo dietro un coniglio mentre il padre segava un albero, aveva spinto l'uomo a spostarsi facendosi colpire dalla pianta mentre cadeva. > Parte di me voleva dirle che era stata colpa di Samuel (il fratellino), se il piccolo potesse essere accusato di qualche cosa. Ma quando pensai di dire queste parole, mi sentii fragile e triste.(...) Decisi che sarebbe stato peggio scaricare la colpa che assumerla. Se avevo imparato qualche cosa dalla montagna, e da mio padre, era che mi sarei sentita più forte e più felice se fossi stata capace di affrontare le avversità e di farlo bene. Così rimasi in silenzio. Ed essi presero il silenzio per una confessione. Come farà Ellie a vincere l'angoscia che la sovrasta: la lontananza dalla madre e dalla sorella, la vista del padre paralizzato, il non più sereno rapporto con il fratellino, la vita difficile in un ambiente selvaggio, le privazioni materiali di una famiglia impoverita e sola. Ci riuscirà inoltrandosi nella natura misteriosa, scoprendone i segreti magici e salvifici. Di certo è un romanzo di formazione, anche se bisogna dire che Ellie pare già una ragazza forte e determinata sin dall'inizio della storia. E' come se le difficoltà della vita e le forze della natura abbiano fatto uscire fuori qualche cosa che Ellie aveva già. Ciò che grava sull'intera narrazione, ricca di personaggi e di avventure, è la banale raffigurazione di una natura benigna, sogno di una fuga dalla vita urbana e industriale. E' troppo facile! Il bosco, la montagna, gli animali selvaggi non sono amici ma forze primordiali che rispondono alle cieche regole del mondo primitivo. Apparentemente Ellie va alla scoperta del nuovo ambiente, in realtà quest'ultimo è solo lo specchio di ciò che noi vagheggiamo sia la natura. Per capire i limiti del romanzo, occorre rivolgersi all'Isola del Tesoro (si veda recensione in questo sito), dove Jim affronta da solo i pericoli, sfugge al fascino del male, che esiste nonostante quello che pensiamo, e in tal modo diviene realmente adulto. La scrittura è elegante, alternando dialoghi serrati e belle descrizioni, ricche di espressioni lessicali musicali e affascinanti. In una carrellata troppo lunga, la trama si sfilaccia, diviene prolissa e perde d'efficacia rispetto all'avvio del racconto. Perché non leggerlo? E' banale.
Educazione siberiana
Nicolai Lilin viene dalla Transnistria ( terra di nessuno tra la Moldavia e lʼUcraina) e scrive in italiano. Appartiene a quegli autori dellʼimmigrazione, che stanno dando un contributo significativo al rinnovo della nostra letteratura, spesso così esangue. Ed infatti il romanzo trasborda di energia, di una vitalità e di una brutalità a stento controllate dai canoni e dai percorsi educativi che si generano allʼinterno delle comunità di appartenenza, al di là e al di fuori dello Stato. Il racconto si apre con alcune pagine, intense e sconvolgenti. Siamo in Cecenia e i soldati russi sono sfiniti: «andavamo avanti come le onde dellʼacqua.... combattevamo sempre, sempre». E proprio laddove massimo dovrebbe essere il rispetto delle regole e della gerarchia, un soldato, > appena il capitano gli ha girato la schiena... facendo una faccia strafottente ha sparato al prigioniero in testa e sul petto. Aveva sonno ed era stanco, come tutti noi . Seguono due lunghi capitoli, «il Cappello e il Coltello» e «Quando la pelle parla», nei quali lʼautore descrive, con puntiglio antropologico, le norme di convivenza e le modalità di comunicazione della comunità criminale siberiana, che fu costretta a trasferirsi dalla Siberia alla Transnistria. Traspare con forza la nostalgia di un mondo, reale o semplicemente vagheggiato: > sapevo con certezza che stavo vivendo la morte della nostra società e quindi cercavo di sopravvivere, passando attraverso questo grande vortice di anime, storie umane, da cui mi allontanavo ogni giorno sempre di più . Ad una narrazione che dà ancora sicurezza ( così come in un territorio governato dalla mafia ci si sente salvaguardati per quanto riguarda la piccola criminalità) seguono due capitoli nei quali lo scontro tra bande diviene pura violenza. In «Il giorno del mio compleanno», il protagonista, insieme con un amico, deve portare un messaggio ad un esponente di unʼaltra comunità criminale. È una semplice ambasciata, ma si traduce in scontri, combattimenti, tranelli, il tutto in un ambiente urbano degradato e abbandonato a sé stesso. E laddove ci sono coercizione, promiscuità e corruzione, come nel «Carcere Minorile», la violenza diviene sopraffazione morale, fisica e sessuale. Dallʼavvio del successivo capitolo ( quello decisivo per la formazione del protagonista) ci si aspetterebbe una nota di speranza, e forse di amore. Ksjusa è una fragile ragazza autistica, protetta dalla comunità siberiana in quanto donna e perché disabile. Ma subisce uno stupro di gruppo ed allora inizia la caccia ai violentatori: una lunga corsa per tutti i quartieri della città sino alla vendetta, inesorabile e sanguinolenta. Ma per il giovane protagonista è > impossibile sentire la pace. Era giusto punirli per quello che hanno fatto, però punendoli non abbiamo aiutato Ksjusa. Quello che mi tortura ancora è il suo dolore, contro il quale tutta la nostra giustizia è stata inutile . Lʼepilogo è «una caduta libera». Sembra che il protagonista sia riuscito a crearsi un futuro diverso, fuori dalla comunità criminale. Quando, arruolato a forza nellʼesercito russo, si trova risucchiato in una nuova spirale di violenza. Ma allora ciò che veramente serve nella vita è lʼeducazione siberiana. Non è chiaro quanto il romanzo sia autobiografico e quanto invece pura invenzione. Alcune battaglie tra le bande ricordano quelle narrate da altri autori russi contemporanei, come Elizarov di Il bibliotecario, così come le violenze sessuali nel carcere minorile rispondono a luoghi comuni sulla vita delle prigioni ed alcune descrizioni in questo contesto sono decisamente pornografiche ed esagerate. Ma che sia realtà o fantasia poco conta. Il messaggio è chiaro: la frammentazione della società moderna, le cui regole di convivenza sembrano radicarsi sempre più nelle comunità familiari e nelle logiche di clan piuttosto che nelle istituzioni statuali. In questa discesa verso un mondo medioevale ci sono rari momenti di serenità: il rapporto con la natura ( le scene di pesca sono le più suggestive), le amicizie tra i coetanei, il rapporto con la saggezza dei vecchi, il rispetto delle regole e dei rituali. È un mondo anti illuministico che si chiude in sé stesso. La descrizione minuziosa delle regole e delle diverse comunità criminali, la ripetitività degli episodi, alla fine scontati, la carenza nel ritmo narrativo e nellʼapprofondimento dei personaggi, in fondo stereotipi e spesso simili, sono tutti fattori che rendono noiosa la lettura. Si arriva a fatica alla conclusione del romanzo. Perché leggerlo? Stimola la riflessione sulla società moderna ma non avvince.
El Paseo de Gracia
Eugenio è un noto scenografo e costumista italiano, che vive a Los Angeles. Una telefonata dallʼItalia lo riporta allʼorigine della sua carriera e alla figura di Olga. Molti anni prima, quando era ancora in Italia, Eugenio aveva avuto una relazione con unʼamica della moglie, appunto Olga: > piccola, carina, bruna, frangetta e tirabaci alla Louise Brooks (...) aveva uno sguardo sfuggente, ambiguo . Eugenio amava sua moglie, donna intelligente, colta e raffinata, ma era avvinto dalla ripetitiva scansione degli incontri con lʼamante: un lungo periodo di indifferenza, un amplesso furtivo, tacito, violento, veloce , e di nuovo lʼindifferenza, come niente fosse accaduto. Qualʼ è il gusto di un tradimento così avaro di erotismo e di sentimenti? > Eugenio si sentiva superiore a Olga, (...) al punto di godere soltanto se rischiava, oh, impunemente! la commedia di fingersi inferiore e di adorare lei appunto come se lei gli fosse davvero superiore (...) (ma) Eugenio sapeva sempre che Olga era una miserabile schiava . Era il piacere di ingannare sé stesso, anche se solo per cinque minuti (il tempo dellʼamplesso) la molla del desiderio di Eugenio, il quale, nel suo egoismo, si compiaceva che Olga si illudesse di essere la padrona, sapendo comunque che era un gioco. Ovviamente non era così, la donna non voleva essere la futile occasione dellʼego smisurato dellʼuomo, di una «doppia bugia» sempre uguale a sé stessa. > Eugenio non si accorgeva mai, e gli faceva comodo non accorgersi, e nemmeno sospettare, che lei poteva anche avere unʼanima, poteva anche, dai e dai, incominciare a volergli bene . Olga fuggì, scomparendo, ma rimase nella fantasia di Eugenio: lʼaspirazione di una donna suddito, che diviene sovrana per pochi minuti. Il romanzo riprende «nel presente». Eugenio è tornato in Italia a girare un film, ma il soggiorno in Europa non è altro che una ricerca di Olga. E quando deve andare a Barcellona, dove si dice che viva la donna, Eugenio ripercorre più volte El Paseo de Gracia nella speranza di incontrare Olga, la quale, > stranamente, miracolosamente, gli sarebbe apparsa identica a come era quindici anni prima: con il suo casco lucido alla Louise Brooks, col suo musetto sciocco e furbo, con il suo sorriso imbronciato . E lui gli avrebbe detto, > con la massima possibile tranquillità: Certo, che tutto è finito. Ma... ma forse, si potrebbe provare ancora una volta... una sola . Lo sfondo è il mondo meraviglioso ma falso del cinema. Lʼautore sviluppa anche una serie di intrighi, che dovrebbero dare un minimo di ritmo narrativo ad una trama fatta essenzialmente di sensazioni e riflessioni. Un primo significato del romanzo risiede nella narrazione della trasgressione, tanto più accattivante quanto più distante dalla vita normale. Come dice lʼautore, > astinenze lunghe (...).Poi, improvviso, sottile risvegliarsi del desiderio ma, per la durata di qualche giorno, solo un richiamo distratto, un memento apparentemente innocuo. Infine, di botto, una smania che non gli dava pace (...) E tutto si ripeteva più o meno come nella volta precedente . Esiste, poi, una chiave di lettura più profonda, esistenziale e filosofica, bene espressa dal brano sullʼ ossessione delle piastrelle. Eugenio vede nelle piastrelle del bagno lo stesso disegno, continuamente ripetuto, ma con infinite piccole differenze. Guardando le piastrelle da differenti punti di vista emergono due figure ricorrenti: il Bravo, che lo si riconosceva > sempre di profilo e se ne vedeva subito il volgare, massiccio naso adunco, la bocca crudele, lʼocchio acuto di belva che spia; e la Soubrette, una faccetta piccola e graziosa (...) e con la minuta boccuccia che a sua volta sorrideva . La Soubrette era il Bravo visto alla rovescio: il dominatore può diventare il dominato, il violento il docile e così via; noi tutti possiamo essere contemporaneamente, nelle varie circostanze, lʼuno e lʼaltro. Già nello «Lo Smeraldo», romanzo fantastico, Soldati sviluppa il tema del doppio, ricorrendo allʼespediente del sogno. Esistono altri mondi dentro di noi? Nel più tradizionale «A cena col commendatore» ritorna sulla complessità dellʼanimo umano: la maschera dentro la quale ci nascondiamo non è un artificio, ma fa parte intrinseca della coscienza. In questi due romanzi il racconto è sorretto dalla scrittura; nel primo dannunziana e immaginifica, nel secondo semplice e ottocentesca. In questo libro, invece, lo stile è «spezzato», faticoso, prolisso, mal sorretto da una trama esile e inconcludente. Perché non leggerlo? Non rispecchia lo scrittore Soldati. È una caduta di qualità
L'élégance du hérisson
Renée è la portiera di una elegante palazzina di Parigi, dove vivono famiglie della buona borghesia. Allʼapparenza si comporta come una tipica portiera, disponibile, riservata e umile. In realtà Renée è una donna di grande cultura e di fine intelligenza: legge la migliore letteratura, si interessa di filosofia, ascolta la buona musica e segue il cinema di qualità. Non manifesta mai questi suoi interessi preferendo vivere nascosta, lontana dallʼ «indifferenza che ci circonda», come un riccio. Nello stesso palazzo vive Paloma, una ragazzina dotata di un forte spirito critico, di un «orecchio assoluto per le contraddizioni». Per duecento pagine il romanzo si sviluppa su due percorsi paralleli: la vita e le riflessioni di Renée, spesso troppo intrise di intellettualismo per avvincere la lettura, e il diario di Paloma, che descrive la vita familiare con lʼattitudine di una adolescente piena di rabbia e già delusa del mondo. Lʼeleganza, intesa anche come sottile ironia, disprezzo del brutto e ricerca del bello, contraddistingue il racconto dei due personaggi, sempre nella forma dellʼio narrante: talvolta, sembra, quasi, che il romanzo sia lʼoccasione per lʼautore di raccogliere e presentare una serie di riflessioni filosofiche e letterarie e i personaggi si riducono a meri mezzi di comunicazione, senza una vita propria. Lʼarrivo nel palazzo di un giapponese e lʼincontro fortuito tra Renée e Paloma sono le cause di un cambiamento nella vita dei personaggi così come nel ritmo narrativo. Alla base del singolare comportamento di Renée cʼè un dramma familiare. Finalmente a Paloma Renée riesce a raccontare le vicende che hanno portato alla morte della sorella e la sua decisione di diventare una «clandestina», in quanto > come io non potevo più cessare di essere ciò che ero, capì che il mio destino era quello del segreto, dovevo tacere ciò che ero e non mescolarmi mai allʼaltro mondo . Con la confessione Renée esce dal riccio e comincia a vivere, intrecciando una frequentazione fuori dalla sua classe sociale, con il ricco giapponese e lʼadolescente borghese. Non è quindi la cultura che rompe la gerarchia sociale, ma la ricerca delle consonanze spirituali, delle somiglianze più profonde. Ma proprio quando Renée comincia a vivere, perde la vita in un banale incidente. Nel momento della morte sente il desiderio di una tazza di té, di compiere ancora un rituale sempre uguale a sé stesso, comune ai ricchi e ai poveri, durante il quale > si fa il silenzio, si intende il vento che ulula fuori, le foglie dʼautunno che fremano e si involano, il gatto dorme in una calda luce. Si sublima il tempo . Ma allora la vita del riccio è la migliore? Di questo libro si può dire che è molto elegante, spesso ricco di suggestioni e di riflessioni, ma privo di vita, quasi un gioco intellettuale. Perché leggerlo? Si tratta di una serie di frammenti che si compongono nellʼultima parte. Lʼeleganza dello stile, le riflessioni sempre argute dellʼautore e la singolarità delle situazioni rendono possibile lʼattesa sino alla fine.
Elias Portolu
Nel prendere in mano questo romanzo di Grazia Deledda la mente va immediatamente a «Canne al Vento» (si veda la recensione in questo sito) e si spera di ritrovare la stessa magica atmosfera del capolavoro della scrittrice sarda. E medesimo il contesto ambientale e sociale, si parla anche qui del dolore come destino, della vita come cammino verso la morte, ma manca quella natura vivente, magica e indecifrabile, che è il tratto distintivo di «Canne al Vento». Al contrario, il paesaggio sardo è di contrappunto ad una vicenda umana irrimediabilmente segnata sin dall'inizio. Ecco come la scrittrice descrive la tanca, il terreno dedicato al pascolo. > I pascoli lussureggianti, al cader della primavera, prendevano un verde dorato luminoso: i cardi aprivano i loro fiori d'oro e di viola, i rovi sbattevano le loro rose selvatiche. (...) Il corso d'acqua in certi punti scorreva fra boschetti di sambuchi, dove il sole appena penetrava, formando laghetti verdi e misteriosi, circondati e tramezzati di roccie, sulle quali l'acqua infrangevasi mormorando . Paiono risuonare i versi del Petrarca, ma non siamo in Provenza, siamo nella dura, selvaggia, ancestrale Sardegna. Può darsi che la verdeggiante e luminosa tanca non sia reale, sia invece un vaneggiamento di Elias Portolu, un modo per dare serenità ad un'anima inquieta. A differenza dei fratelli e del padre, «bassotti, robusti, barbuti, col volto bronzino e con lunghi capelli neri», Elias «era alto e snello, col volto bianchissimo, delicato, sbarbato». E' tornato dalle carceri del Regno, e questa esperienza l'ha cambiato profondamente, fisicamente e spiritualmente: > la lunga prigionia aveva reso candide le sue mani e la sua faccia, (...) il suo riso era stanco e spezzato, la voce debole; (...) sembrava una donna vestita da uomo. Inoltre il suo linguaggio aveva acquistato qualcosa di particolare, metà italiano e metà dialetto, con imprecazioni affatto continentali . In carcere ha imparato a leggere e scrivere, si è portato con sé libri di chiesa, che studia di nascosto. «Confuse visioni» gli ondeggiano nel sonno. Nel sogno gli pareva che > strane pecore dal volto umano saltassero sul muro che chiudeva la tanca; ed egli andava lor dietro, affannosamente . Quando un uomo gli fa incontro. E' zio Martinu, una specie di gigante, che tutti chiamano il padre della selva. A lui, sempre in sogno, Elias confessa che è debole, che non ne può più. E con la sua voce possente il gigante gli dice che «se tu non vuoi aver fastidi va' a farti prete!». Ed ancora a zio Martinu che Elias si rivolge, non più in sogno, quando si accorge di essersi innamorato della futura cognata, la bella Maddalena; non accetta il consiglio del vecchio di palesare ufficialmente il suo amore, ha paura di offendere il fratello, di far deflagrare un matrimonio deciso dalle famiglie da tempo, teme lo scandalo, non ha coraggio. Ma > immancabilmente Maddalena gli appariva in sogno. Ed erano sogni che lo turbavano e lo eccitavano dolorosamente. Soprattutto si rinnovava continuamente nel sogno la scena del ballo con Maddalena, > giacché le sue spalle, la sua vita, la sua mano serbavano intatta l'impressione fisica del corpo e della mano di Maddalena: e la mente, ricordando le parole di lei, si smarriva ancora in una vertigine di piacere e d'angoscia . La sua pusillanimità lo perderà e toccherà alla Morte decidere per lui. Dinanzi al corpicino senza vita del bambino avuto da Maddalena sentirà «calare un tenue velo di pace e quasi di gioia», solo e libero di ogni umana passione. Se ci estraniamo dal contesto sardo la figura di Elias è emblematica di chi non riesce ad uscire dagli schemi della società, dalle regole non scritte, delle quali è di fatto prigioniero. E' così difficile esprimere i propri sentimenti ed essere autentici! Andando forse oltre alle intenzioni di Grazia Deledda, nel romanzo paiono esserci tre mondi: quello semplice della povera gente che accetta con rassegnazione la morte e le sofferenze, e sarebbe pronto a riconoscere l'amore tra Elias e Maddalena, quello ipocrita e superstizioso della religione, che reprime i sentimenti salvo tollerare i peccatucci carnali pur che restino sotto una coltre di silenzio, e la figura del sapiente selvaggio, che non crede in Dio ed invita a scelte coraggiose. E' una interpretazione che renderebbe interessante il romanzo se questo non fosse sommerso da un tono melodrammatico e penitenziale. Perché non leggerlo? Melodrammatico e melenso, una delusione.
Emma
Emma è una giovane donna, determinata, indipendente, ma incline «a pensare un poʼ troppo bene di sé stessa». Vive in una cittadina della campagna inglese insieme con il padre: un vedovo fragile, timoroso delle novità e soprattutto di essere abbandonato dallʼadorata figlia. Dʼaltra parte perché sposarsi? > Se dovessi innamorarmi, in verità, sarebbe una cosa differente! Ma non mi sono mai innamorata; non è nel mio modo di essere o nella mia natura; e non penso che dovrei. E, senza amore, sono convinta che sarei una folle a cambiare una situazione come la mia; (...) e mai, mai potrei aspettarmi di essere così veramente amata e importante; così sempre prima e unica negli occhi di qualsiasi uomo come lo sono in quelli di mio padre . Non sono solo lʼorgoglio e il voler essere padrona di sé stessa, è anche il suo ideale di marito: alta integrità, aderenza alla verità e ai principi, disprezzo dellʼinganno e delle piccolezze. Si manterrà fedele a questi criteri, con tanta sicurezza affermati e vissuti? In parte. La storia inizia con la decisione della governante, Mrs. Weston, di sposarsi e di lasciare la casa dove per tanto tempo è stata al servizio. Se il padre è sconvolto, per Emma significa perdere lʼunica persona con la quale ha potuto confidarsi, lʼunica che riusciva in qualche modo a frenare il carattere della ragazza, sensibile, riflessivo ma anche caparbio e deciso ad imporsi agli altri. Ci sarebbe anche il cognato, Mr. Knightely, la conosce fin da bambina, ma con lui è un continuo battibecco, un perenne confrontarsi da differenti punti di vista. Emma incontra Harriet Smith, con la quale stringe una intensa amicizia. Ma se > Mrs. Weston era oggetto di rispetto , che aveva le basi nella gratitudine e nella stima, Harriet sarebbe stata amata come una alla quale lei poteva essere utile. Per Mrs. Weston non cʼera niente da farsi; per Harriet ogni cosa . Harriet è priva di dote e proviene da un basso ceto sociale, ma non per questo si deve degradare a sposare qualsiasi pretendente! Con una bella dose di presunzione e di imprudenza Emma convince la docile Harriet a non sposare Martin (un modesto fittavolo!) e ad ambire alla mano di Mr. Elton, il vicario della piccola città. Quando Mr. Elton, rifiutato dalla stessa Emma (ma allora perché è il giusto marito per lʼamica?) si sposa con una ragazza vacua e superficiale, ma con un bel patrimonio, Emma consola Harriet, facendole presente che Elton non era poi un uomo così affidabile. Compaiono due nuovi personaggi: Jane, una bella ma sofferente ragazza, la quale viene a vivere con la zia ed ha come unica prospettiva quella di andare a fare la governante presso famiglie benestanti; Frank, figlio del marito di Mrs. Weston, e che vive presso una zia, ricca e autoritaria. Emma cerca di stringere amicizia con Jane (unʼaltra ragazza da gestire?), ma viene in qualche modo respinta e tenuta distante. Nei pochi giorni che sta presso il padre, Frank riesce a fare la corte ad Emma e poi ad Harriet. Se Emma, dapprima compiaciuta ed intrigata dal giovane intuisce che cʼè qualcosa di falso nel comportamento di Frank, sembra la volta buona per Harriet, almeno così pensa Emma, la quale convince in tal senso lʼamica. Inutilmente Mr. Knightley la mette in guardia, facendole presente il debole carattere di Frank, ma ancora una volta Emma testardamente non si attiene al ben più saggio giudizio dellʼamico. Proprio durante uno di questi colloqui, spesso puntigliosi e contrastati, avviene un fatto premonitore. > Con un piccolo movimento, ben diverso dalla comune amicizia, (...) Mr. Knightley le prese la mano, se non era stata lei stessa a fare il primo gesto non lʼavrebbe potuto dire, ella poteva, forse, averla piuttosto offerta . Muore la zia di Frank ed allora il giovane, libero da costrizioni, confessa che era segretamente fidanzato con Jane e che il suo presunto corteggiamento per Emma e per Harriet era stata solo un modo per distogliere lʼattenzione dal vero oggetto del suo affetto. Ecco il motivo del malessere di Jane, la falsa situazione nella quale si trovava. Emma è dispiaciuta per Harriet e si rende conto di aver sbagliato ancora una volta nelle sue valutazioni, ma è profondamente offesa per il comportamento nei confronti di Jane, si è dovuta prestare allʼinganno per la mancanza di coraggio e di dignità di Frank. Dʼaltra parte > si potrebbe ben dire che il mondo non è della donna, le sue regole non sono le sue . Per Emma cʼè una sorpresa. Quando va ad informare Harriet della vicenda, scopre che lʼamica è innamorata di Mr. Knightley ed è convinta di essere ricambiata. Emma dovrebbe essere felice, perché allora sente un senso di dispetto, di sottile gelosia, di perdita dellʼoggetto amato? > Quale cecità, quale pazzia lʼaveva condotta! Ciò la colpì con una forza di travolgente sofferenza! Emma scopre di amare e di aver sempre amato lʼamico, e quindi qualʼ è la gioia quando Mr. Knightley, dapprima timidamente e poi sempre più sicuro, le confessa che lʼama anche lui e che la vuole sposare. Ma Harriet è di nuovo ingannata? Nessun problema, Emma con un sotterfugio la manda a Londra dalla sorella, per togliersela di torno, e poi, quando infine la deve affrontare, apprende che Harriet lʼha sempre ingannata, ha sempre amato Martin, che ha continuato a vedere, nonostante Emma. Tutto finisce bene, ma cosa resta dellʼindipendente ed orgogliosa Emma? Andrà ad abitare con il padre e con Mr. Knightley, chiudendosi nella dimensione familiare, tipica della donna. Ed anche le amicizie femminili, quella per Harriet in particolare, si muteranno in semplici superficiali conoscenze, è difficile portarle avanti quando si ama un uomo. È un romanzo molto articolato, anche troppo lungo e complesso, nella trama così come nella scrittura. Il fulcro è sempre lʼindipendenza della donna, con alcuni elementi distintivi rispetto ad altri romanzi dellʼautrice. Se negli altri libri il contesto, la cittadina, la piccola borghesia del primo ottocento, la campagna inglese, sono di sottofondo, qui sono al centro della narrazione. Basti pensare al secondo volume: le conversazioni superficiali, gli incontri salottieri e le scampagnate forniscono lʼimmagine di una società vacua, bigotta, molto attenta alle apparenze e ai patrimoni. Sembra di leggere i «Guermantes» di Marcel Proust e, come in questo volume della Ricerca, i dialoghi senza fine sono altrettanto noiosi, prolissi e inconcludenti. Un altro aspetto che accumuna il romanzo allʼopera di Proust è il tema della discrepanza tra ciò che si immagina e la realtà. «Me stesso creai ciò che vidi», cita ad un certo punto Mr. Knightley; ed infatti Emma immagina situazioni che si rivelano ben diverse da quelle costruite dalla sua fantasia. Rivolgendosi ad Harriet, esclama Emma «o Dio! come non lʼho mai vista!». La storia si sviluppa lentamente, senza ritmo narrativo, senza azioni. Predominano i dialoghi, spesso ripetitivi. Solo a tratti sono approfonditi i personaggi, i quali ruotano tutti intorno ad Emma, senza però completarla e spiegarla. La sintassi è estremamente difficile e tortuosa, quasi che lʼautrice abbia voluto mostrare la sua abilità nella scrittura e nel possesso dellʼinglese «colto». Perché leggerlo? Vale la pena leggerlo se si vuole avere una visione completa degli splendidi personaggi di Austen; in caso contrario è meglio non prenderlo in mano perché è lungo, difficile e prolisso.
Eneide
Il poema racconta il viaggio di Enea verso lʼ Italia e la guerra che dovette affrontare > per poter fondare la sua città e introdurre nel Lazio i Penati, dando origine alla stirpe latina, ai padri albani e alle mura eccelse di Roma ( libro primo). Il poema si divide in due parti. La prima, che parla della peregrinazione sino allʼarrivo sulle coste laziali, riprende la struttura dellʼOdissea, mentre la seconda, che narra dello scontro con i Latini, ha come riferimento lʼIliade. Il poema è molto complesso, in quanto esistono diverse chiavi di lettura, che coesistono sovrapponendosi. Innanzitutto lʼEneide è il canto di un destino già scritto: porre le basi per lʼedificazione di Roma. A questo disegno devono sottostare tutti, sia gli uomini che gli dei. A differenza di quanto avviene nei poemi omerici, la dinamica che si sviluppa tra gli dei, ed in particolare lo scontro tra Giunone, nemica di Enea, e Venere, madre protettiva dellʼeroe, è solo apparente. Nellʼultimo libro, il dodicesimo, Giove si rivolge a Giunone: > quale sarà la fine, sposa mia? che resta? Sai bene, e devi sapere, che nume tutelare della patria, Enea al cielo è dovuto e dai fati elevato alle stelle. Che vuoi? Con quale speranza ti aggrappi alle gelide nubi? LʼEneide è il poema della storia dellʼumanità ( in termini filosofici potremo dire dellʼEssere che si fa nella storia) e non degli individui. Al di sotto della provvidenza, la vita freme, tuttavia, e vuole uscire allo scoperto. A rompere gli schemi sono soprattutto le figure femminili. Didone, le donne troiane che rifiutano di continuare il viaggio, Amata, madre di Levinia, la sposa destinata ad Enea, Camilla, la donna guerriera, e Giuturna, sorella di Turno, il nemico che deve soccombere. Sono donne che rifiutano il destino con un furore che cresce e si diffonde attraverso una progressiva perdita di controllo sino allʼautodistruzione. La furia di Amata viene descritta da Virgilio con la celebre metafora della trottola ( «come, scagliata da una frusta, scorazza una trottola» nel libro settimo), mentre le grida di Didone urlano il tradimento dellʼamore e della fiducia: > speravi dunque di poter nascondere il misfatto, maledetto, e allontanarti senza cenno dalle mie terre? Non valgono lʼamor mio o la mano che un giorno ti diedi a trattenerti? O Didone, che di una fine atroce morirà? . ( libro quarto); e Giuturna, che, riconoscendo la sua impotenza a salvare il fratello, chiede di morire, lei immortale: > ma quale mai bene dolce mi sarà, fratello, senza di te? Vʼé voragine tanto profonda che per me possa aprirsi, sommergendo una dea nei mortali abissi? Detto questo, tra lunghi gemiti, sʼavvolse il capo nel ceruleo mantello e in fondo al fiume si nascose .( libro dodicesimo). Enea stesso, talvolta, esce dal suo ruolo, di eroe ubbidiente al dovere, per mostrare di avere una individualità sua propria. Quando Vulcano gli regala una splendida armatura, già ornata delle future imprese di Roma, Enea si comporta, finalmente, come qualsiasi essere umano: > tutto ciò ammira Enea nello scudo di Vulcano, donato da sua madre e, ignaro degli eventi, si bea delle immagini, sollevando sulle spalle la gloria e i fati della stirpe ( libro ottavo). Un altro tema importante, e particolarmente moderno, è la guerra. Virgilio, a differenza di quanto avviene nellʼIliade, si sofferma sulla crudeltà della guerra anche mediante una descrizione minuziosa degli effetti sui corpi dei colpi impressi dai guerrieri. Ma ciò che interessante è che la guerra viene spiegata come la conseguenza della debolezza del re Latino, che, pur consapevole dellʼesigenza di allearsi con Enea, accogliendolo come genero, si ritrae in disparte lasciando che gli eventi vadano per conto proprio. > Travolti dalla tempesta, in balìa del destino ahimè siamo. Di tutto ciò con sacrilego sangue, esclama, voi, voi, sciagurati, pagherete il fio. Per me si approssima la quiete: in vista dellʼultimo porto di tutto mi spoglierà una felice morte. Altro non disse, si chiuse nel palazzo e degli eventi abbandonò le redini . ( libro ottavo). La guerra è sempre dovuta alla debolezza di chi vuole la pace ma non sa opporsi. La prima chiave di lettura, quella della realizzazione di un destino già segnato, è così dominante da rendere spesso pesante e noiosa la lettura.La traduzione di Mario Ramous è splendida, così come è molto interessante il commento di Gianluigi Baldo. Perché leggerlo? Vale la pena per il profilo delle figure femminile e per alcuni episodi, apparentemente marginali, come lʼamicizia eroica di Niso ed Eurìalo.
Enrico di Ofterdingen
> Quando numeri e figure non saranno più la chiave dʼogni creatura, quando quelli, che cantano o baciano, ne sapranno più dei dotti, quando il mondo tornerà alla vita libera, e tornerà nel mondo, quando poi luce e ombra sʼuniranno di nuovo in autentico chiarore, e si conosceranno, in favole e poesie, le eterne storie del mondo, allora davanti a una sola parola segreta, sparirà lʼesistenza assurda . Questi versi esprimono «nel modo più dolce lo spirito che anima» il libro di Novalis: un percorso spirituale, prima ancora che fisico, conduce un giovane a comprendere come solo la poesia sappia portare a sintesi le dicotomie che travagliano il mondo (bene e male, luce e ombra, pace e guerra, uomo e natura); a quel punto «irromperà la libertà», ma con essa avrà fine unʼesistenza, che ha senso solo se è alla continua ricerca di un equilibrio con sé stessa e con il mondo. Contemporaneo di Goethe e di Kant, al culmine dellʼilluminismo, Novalis è un animo irrequieto, che non si appaga delle vecchie e delle nuove verità. Per esprimere questo bisogno di qualcosʼaltro, lʼautore immagina che nella Germania medioevale il giovane Enrico intraprenda un viaggio, dalla casa paterna a quella dei genitori della madre, dalla Tubingia fredda, industriosa e banale, alla Svevia, calda, piena di lusinghe e di passioni. In un sogno propiziatore Enrico si ritrova immerso in una natura magica, nella quale > nuove immagini, mai viste prima, (...) sembravano un dissolversi di affascinanti fanciulle. (...) Lo assalì un dolce torpore, (...) Ciò che però lo attrasse fu un fiore alto dʼun azzurro luminoso, (...) questo iniziò a muoversi e a trasformarsi; le foglie si fecero più scintillanti, (...) il fiore si chinò verso di lui e i petali mostrarono unʼampia corolla azzurra in cui fluttuava un tenero viso . Che cosa rappresenta il fiore azzurro, irraggiungibile e tuttavia avvolgente? Unʼaspettativa, che si potrà specificare solo attraverso le diverse tappe del viaggio ed i suoi personaggi: i mercanti, che lo accompagnano prendendolo a tutela e raccontandogli storie fantastiche; i crociati con la loro esaltazione della guerra; la giovane schiava orientale e le ingiustizie subite; il minatore, che gli fa capire la complessità e la grandezza della natura; ed infine lʼeremita, la cui saggezza dimostra come solo nella solitudine sia possibile conseguire la pace interiore. In ciascuno di questi episodi e personaggi cʼè ancora una bivalenza di opposti sentimenti e contrastanti situazioni: lo spirito non si è ancora ricomposto in unità. Ciò avviene allʼarrivo in Svevia, dove non solo Enrico incontra lʼamore, la giovane Matilde, ma soprattutto ascolta una lunga fiaba. Ricca di spunti mitici e simbolici, di disgressioni oniriche e speculative, la fiaba parte dalla distruzione dellʼarmonia celeste ad opera dello scrivano del re, una sordida personificazione dellʼintelletto. Lo scrivano ha conquistato il dominio del mondo, liberandosi di Sofia (la saggezza) e di Eros (lʼamore). Spetterà a Favola, personificazione della poesia, riportare pace e ordine nel mondo, congiungendo Eros e Sofia, amore e saggezza. > Non tarderà a lungo il bello straniero. Il calore sʼavvicina, lʼeternità inizia. (...) La fredda notte lascerà questi luoghi solo quando Favola otterrà lʼantico diritto. (...) Fondato è il regno dellʼeternità, nellʼamore e nella pace termina la lotta, trascorso è il lungo sogno di dolore. Sofia è, in eterno, sacerdotessa dei cuori . Lʼopera non è poesia né prosa, ma si colloca al confine tra i due generi letterari; è un opera giovanile e incompiuta, in quanto Novalis è morto nel 1801 a solo trentʼ anni. Ha avuto una grande influenza nella letteratura tedesca, perché premonitrice del romanticismo, con il suo stile intenso ed evocativo e per la sua concezione quasi panteista della natura. Al di là di queste considerazioni, cosa resta di questa opera così particolare? Proprio il messaggio di fondo, ossia lʼidea che senza un sentimento forte non sia possibile dare armonia al Mondo. Per esempio, cosa manca oggi allʼUnione Europea, una costruzione istituzionale complessa e pure di successo, visto che ha garantito la pace allʼEuropa? Proprio la mancanza di una visione, di grandi aspirazioni, insomma della poesia. La solidarietà e la saggezza non sono sufficienti a rompere gli steccati nazionalistici se non sono sostenuti da una grande spinta ideale. Ricca di disgressioni poetiche lʼopera di Novalis si perde spesso in dialoghi e narrazioni a forte connotato filosofico; tutto ciò fa perdere ritmo allʼintero racconto, il quale si riduce spesso a riflessioni sul mondo e sulla vita. Tanta è la voglia di dire e così forte il ricorso al mito, ai simboli, persino allʼesoterico, che la lunga fiaba, perno centrale del libro, risulta di difficile comprensione in tutti i suoi risvolti narrativi ed espressivi. Perché leggerlo? È breve, affascinante e dà molti spunti di meditazione.
L'equazione del cuore
Massimo, un anziano professore di matematica in pensione, vive in solitudine in un'isola del golfo di Napoli: ha perso da alcuni anni la moglie Maddalena; la figlia Cristina si è sposata con un ricco imprenditore del Nord e torna solo d'estate per un breve soggiorno, insieme con il figlio Checco di otto anni. In sogno Massimo immagina di raccontare alla moglie degli alberi da frutto e > che le spigole e i cefali si prendevano dagli scogli tutto l'anno, mentre le mormore e le orate solo in primavera. (...) Maddalena, che aveva una voce talmente bassa che era strano che si percepisse in mezzo al soffiare del vento e alle urla dei gabbiani , gli chiedeva di Cristina e il vecchio professore le rispondeva che aveva tante cose da fare e soprattutto poteva dedicarsi alla matematica, > seguire le onde cicliche del mare e calcolarne le variabili col vento e con la luna ; e Maddalena, prima di scomparire, gli ricordava che dietro una figlia, anche se adulta, «bisogna vedere un bambino che non finisce mai.» Lo stato di beatitudine nel quale pare vivere il vecchio professore è interrotto in modo brusco da una telefonata, che comunica la morte della figlia e del genero in un incidente d'auto, nel quale è rimasto coinvolto anche Checco, in ospedale in gravissime condizioni. Massimo è costretto a lasciare il suo paradiso terrestre e andare, malvolentieri, in una fredda e nebbiosa cittadina del Nord. Per un po' il racconto pare voler parlare della piccola Italia industriosa, del suo sottofondo di intrighi, maldicenze e di noioso e fragile benessere; poi prende la direzione del Noir, anche se appiccicato ad una storia che di «giallo» ha poco. Il vero tema del libro è un altro: come conciliare razionalità e sentimento? L'approccio razionale porterebbe a interrompere la vita di Checco dinanzi alla prospettiva che il bambino resti in coma o ne esca gravemente disabile. E così farebbe il professore (potrebbe tornare subito al suo paradiso terrestre!) se non irrompesse con furia Alba, la tata del bimbo. > Chi cazzo sei tu, inutile eremita, che nemmeno sai quanto ti ama...? (...) Massimo restò immobile dov'era, nella stessa posizione. All'improvviso ebbe freddo, un freddo immenso. (...) Si forse non ho tenuto conto di qualcosa di importante, dottore . L' urlo di Alba, nel suo primordiale ed infinito amore, spinge il vecchio professore a reagire. Lo fa a suo modo. Deve capire come mai un ordine apparentemente perfetto, un insieme di benessere, prestigio sociale e forti legami familiari, si sia spezzato riducendo Checco in fin di vita. «Domani parto, se non ho nulla da capire». Non è chiaro se il vecchio professore voglia indagare le cause e le dinamiche dell'incidente per una reale empatia o lo fa solo per individuare una regola che «renda comprensibile il disordine», dando pace alla sua mente matematica. Caro professore, non sempre c' è un rapporto di causa ed effetto, talvolta non è possibile trovare un metodo che dia equilibrio agli esseri umani; spesso i sentimenti irrompono improvvisi laddove la ragione vorrebbe diversamente. Nell'ultimo capitolo de Giovanni cita l'equazione di Paul Dirac, erroneamente definita l'equazione dell'amore: essa indicherebbe che due particelle che hanno interagito tra loro per un certo di tempo, continueranno a farlo anche dopo che se sono state separate. E' come dire che i legami d'amore si distruggono e non si evolvono, in quanto due persone che si sono amate sono indissolubilmente legate. In realtà l'equazione dei fisico Dirac dice il contrario: descrive il moto di una particella libera che non interagisce né con campi esterni né con altre particelle. E' triste che uno scrittore come de Giovanni ricorra in modo superficiale ad una leggenda popolare che serve a vendere tatuaggi agli innamorati; non si capisce neanche perché lo debba fare, rinunziando a meglio approfondire la storia di un vecchio eremita che scopre la vera personalità della figlia e comprende finalmente il suo legame profondo con il nipote. Il romanzo è scritto molto bene, la narrazione scorre piacevole e fluida. Di grande intensità sono le prime cinquanta pagine, successivamente la trama si evolve con fatica, quasi che lo scrittore abbia perso la direzione. Il cambio del soggetto narrante, sempre più frequente nel corso del racconto, il ricorso al colloquio con il nipote in coma, sono espedienti che mostrano le abilità narrative di de Giovanni, ma fanno anche intravedere la debolezza strutturale della storia: essa non regge se lasciata alla sua evoluzione naturale: come Noir e come analisi psicologica. Perché leggerlo? E' piacevole.
L'eredità delle dee
> La regione di Kopanice si trova al confine tra Moravia (zona sud orientale dellʼattuale Repubblica Ceca) e Slovacchia ed è composta da vari paesi dislocati sui pendii dei Carpazi Bianchi. Si tratta di una regione che ha pienamente conservato le sue tradizioni folcloristiche, anche perpetuate in una forma arcaica, soprattutto perché è un luogo quasi isolato dal mondo circostante . Le donne chiamate dee sono > soggetti che possiedono, secondo quanto si crede diffusamente, specifiche capacità che permettono loro di curare malattie, di vedere il passato, di prevedere il futuro e di scoprire informazioni di solito inaccessibili alla gente comune . Così si legge in documenti della Gestapo, impegnata a confermare la teoria secondo cui in Moravia si sarebbe conservato un nucleo di popolazione germanica e quindi sarebbero giustificate le pretese del Terzo Reich sullʼEuropa Centrale. Non sono motivazioni politiche che inducono Dora, giovane ricercatrice in etnografia, a studiare le dee. Lei stessa è stata cresciuta da una dea, la zia Surmena, da quando, ancora bambina, ha scoperto il corpo della madre massacrato dal padre a colpi dʼaccetta. > Per lungo tempo aveva pensato che fosse quello il principio di tutte le sue sofferenze. Ma non era vero. (...) Dora non era stupida, e i volti sconvolti dei paesani parlavano chiaro: la sciagura sua e di suo fratello aveva origine molto prima, un tempo che la sua breve memoria non poteva ricordare . Con il piglio della scienziata e con la tensione di chi è personalmente coinvolta, Dora recupera e studia documenti dʼarchivio, risalendo lungo il corso della storia: dalla caccia alle streghe alle scrupolose indagini dei nazisti sino al periodo socialista, con le sue teorie razionalistiche e complottistiche. Non si limita ad analizzare e comparare rapporti di polizia, ricerche di antropologi ed etnografi, lettere e resoconti; ritorna spesso nei luoghi della sua infanzia per raccogliere le testimonianze delle donne e vivere nuovamente > i boschi pieni di faggi e querce, (...) i prati che brulicano dʼestate di rare orchidee, concordie e anemoni, inframmezzati da strisce di campi coltivati, con delle basse casupole abbarbicate al terreno, (...) con quei mattini freddi di unʼestate torrida, (...) e con quei rigidi inverni. (...) Con quella luna tonda, gigantesca, che spunta sopra le cime addensate delle montagne. (...) E davanti alla soglia di casa, sul crinale della collina, pare di stare in cielo, col mondo intero che si apre ai nostri piedi. Ma perché tornare al passato? Riportare alla luce i mostri? Sulla famiglia di Dora incombe la maledizione di una dea cattiva, contro la quale Surmena aveva combattuto tutta la vita. Se non si affida a «quelle occulte mani che mʼintridono» (come dice Ungaretti) come può spiegare Dora i tragici eventi: il truce omicidio della madre, il fratello minorato in coma per un attacco epilettico, la zia Surmena rinchiusa in manicomio a morire come una povera pazza, il suicidio del padre? > Appoggiò la testa al muro di piastrelle dellʼospedale e chiuse gli occhi. (...) E se fosse davvero colpa della maledizione che si era trascinata fino a loro? Cosa avrebbe significato per lei crescere con quella consapevolezza? Il romanzo può essere letto da molti punti di vista: un thriller storico, un conflitto tra scienza e superstizione, unʼimmersione romantica in un mondo ancestrale di donne, la ricerca di radici comuni dellʼEuropa Centrale, germaniche e slave ad un tempo perché intrise dello stesso paganesimo indoeuropeo; e soprattutto la vicenda di Dora, della sua solitudine, del suo disperato bisogno di avere una famiglia, della sua forza dʼanimo che non si arrende ai misteri. Non accetta Dora che venga infamata lʼamata zia Surmena, accusata di collaborazionismo con i nazisti e per questo perseguitata ingiustamente dal regime socialista. Lʼautrice ha voluto affrontare tanti argomenti: il risultato è una sovrabbondanza che stanca la lettura, dissolve la trama, frammenta la narrazione. E al lettore resta una domanda: chi è Dora? La protagonista è sommersa da troppi fatti e da troppi personaggi e noi non abbiamo capito chi sia, dopo oltre quattrocento pagine. Perché non leggerlo? È intrigante allʼinizio, ma poi si rivela prolisso e noioso.
L'eredità Ferramonti
Chelli è un autore «minore» dellʼottocento, dimenticato e collocato ai margini della letteratura italiana. Solo Benedetto Croce lo ricordò nella sua Letteratura della Nuova Italia, storpiando per altro il cognome (lo chiamò Ghelli) e citandolo come un cronista della borghesia di Roma capitale. Chelli è invece un ottimo scrittore, per la tecnica narrativa e per il modo originale di trattare il sistema dei personaggi. Il contesto storico è la Roma della seconda metà dellʼottocento, in profonda trasformazione urbanistica e sociale da quando è diventata capitale di un grande Stato. Lʼambiente sociale è costituito dalla borghesia bottegaia e impiegatizia, i valori dominanti sono il «dio denaro» e lʼascesa sociale a tutti costi. > Da Piazza di Ponte a Campo dei Fiori, padron Gregorio Ferramonti godeva la notorietà e la considerazione di un uomo, che si ritiene quasi milionario. Aveva costruito da sé la propria fortuna . È vero che la sua ricchezza era molto chiacchierata, ma Ferramonti, > come tutti i miserabili arricchiti, navigando in acque poco limpide, conosceva gli uomini, non li stimava, e soprattutto ne diffidava . Il disprezzo include anche i figli, i due maschi Mario e Pippo e la femmina Teta. Il primo è uno scialacquone dei soldi del padre, il secondo è ignorante e rozzo, mentre la figlia ha la grave colpa di aver sposato un modesto impiegatuccio ministeriale, persino squattrinato. Padron Ferramonti rompe i rapporti con i figli, i quali sono pieni di rancore verso il padre e soprattutto temono di essere diseredati. Tuttavia, sono così superficiali, così privi di energia e di ambizione che ben difficilmente potrebbero lottare con successo per lʼeredità Ferramonti. Si assumerà questo obiettivo Irene. > Lei portava... una nota di eleganza, un fascino di sorriso ed uno splendore di bellezza, un fremito, una gioia, una ebbrezza sottile che penetravano uomini e cose, (ma) sentiva nei suoi nervi, nel suo sangue e nel suo cervello qualche cosa, che non sapeva definire: una febbre di tutta se stessa, che lʼavvertiva dʼesser nata per la ricchezza e pel dominio . Lʼeredità Ferramonti doveva essere sua! Doveva sovvertire un destino che la voleva > nata povera, tra bottegai, fra gente che lʼavrebbe creduta pazza da legare se avesse potuto conoscerla per quello che era realmente . Per raggiungere il suo obiettivo, Irene sposa Pippo, fa in modo di conciliare i tre fratelli, diviene amante di Mario, per partecipare al «gran giro» della borghesia romana ed approfittare delle fortunate speculazioni finanziarie del cognato. Ed infine attacca il suocero, il padron Gregorio, conquistandolo con la sua grazia, > con le sue mille carezze da gattina amorosa...con gentili chiacchierate, che lo crogiolavano in una ineffabile beatitudine . Quando il vecchio muore per attacco apoplettico, dovuto alle tante leccornie che gli dava la nuora così affettuosa, Irene si ritrova con una carta, che la renderebbe erede di gran parte del patrimonio. Noi lettori la seguiamo incuriositi e sbalorditi nella realizzazione del suo ambizioso e coraggioso disegno; e Chelli è così abile che non ci accorgiamo di dove vuole parare, del perché di tante mosse imprevedibili. Siamo convinti della sua vittoria perché troppo evidente è il dislivello psicologico tra Irene e gli altri personaggi. Ed invece la nostra «eroina» perde clamorosamente. Perché? Il raggiro, la spregiudicatezza, la bramosia di denaro, lʼadulterio ben celato sono tutte cose accettabili alla borghesia romana, ma non il pubblico scandalo. > Ella era infelice. Non rammentava un giorno della propria esistenza, che segnasse una tregua alla rivolta segreta contro il proprio destino, onde aveva il cuore avvelenato... (ed allora si abbandonava) alle sue audacie di donna che sfida il mondo, dopo averlo voluto ingannare collʼipocrisia . Ostenta la sua relazione con il cognato (Mario è un noto libertino), accetta di vestirsi in modo scandaloso e provocante, facendosi vedere camminare > con un molleggiar canagliesco dei fianchi, che lasciava apparire istantaneamente dallʼapertura della gonna la gamba sinistra, come nuda sotto la maglia carnicina, la giarrettiera scarlatta sulla calza bianca ed i piedini arcuati nelle scarpette di raso, allora fu unʼesplosione: era un prodigio! non sʼera visto mai nulla di simile! E dire chʼella a principio aveva voluto rifiutarsi!.. Insomma il desiderio di piacere, di sentirsi seguita da > unʼonda di pensieri osceni, come un dilagamento di sogghigni equivoci e di occhiate imprudenti , prende il sopravvento sulla fredda calcolatrice e la rovina. La sua fragilità la tradisce. È facile per gli avvocati argomentare che Irene ha abbindolato il vecchio Gregorio con le turpi arti della meretrice e, quindi, il testamento è stato carpito con lʼinganno. A vincere è proprio il disprezzato ma accorto impiegatuccio ministeriale, che si ritroverà erede di un ingente fortuna, dopo che Pippo e Mario sono morti tragicamente, disperati perché abbandonati dalla donna amata, Irene. La prudente ed opaca condotta borghese ha la meglio sul coraggio, anche trasgressivo, di chi vuol ribaltare la gerarchia sociale: un triste presagio per la nuova Italia. Dietro una trama apparentemente semplice cʼè una tecnica narrativa sofisticata. E come se ci trovassimo dinanzi ad un film, nel quale la macchina da presa cambia continuamente di prospettiva, senza concentrarsi su un solo personaggio od ambiente. Ciascuno dei protagonisti è via via il riferimento del racconto, così ciascuno sembra potersi muovere liberamente e dare alla storia uno sviluppo diverso rispetto a quello che effettivamente si realizza. Solo a tratti emerge lʼangolo di visuale di Irene e il lettore capisce, sorpreso, che tutto lo svolgimento è parte di un disegno complessivo della donna. Ma proprio quando la macchina da presa si concentra sulla donna, emerge, contro ogni aspettativa, che ella non è,forse, una perfida ordinatrice di inganni. È anche una donna, sola e debole, con i suoi dubbi e le sue debolezze. Lʼautore si comporta come un regista che lascia che gli attori recitino a soggetto. Senza uno psicologo onnisciente, > vengono meno i ritratti ufficiali degli attori o le spiegazioni dei processi interiori del loro agire; ognuno è descritto e comprensibile solo in quanto oggetto dellʼanalisi propria o altrui, e la persuasività di queste diverse ottiche è in rapporto diretto con la perspicacia dellʼosservatore , ossia del lettore (Roberto Bigazzi prefazione allʼedizione Einaudi 1972). Perché leggerlo? Sofisticato affresco della borghesia romana, splendida figura di donna, arrampicatrice e trasgressiva.
L'eroe discreto
Don Rigoberto è il direttore di una importante società di assicurazione, è appena andato in pensione ed è in procinto di fare lʼagognato viaggio in Europa. È un uomo colto, amante della letteratura: ha scelto un lavoro manageriale «per vigliaccheria», ha deciso di > non essere un creatore, solo un consumatore dʼarte, un dilettante della cultura. (...) Che tristezza essere costretti a vedere avvocati e giudici, (...) invece di immergersi dalla mattina alla sera in quei volumi, in quelle incisioni, in quei disegni e, ascoltando buona musica, fantasticare, viaggiare nel tempo, vivere avventure straordinarie, emozionarsi, intristirsi, godere, piangere, esaltarsi ed eccitarsi . Felicito Yanaqué è il titolare di una avviata azienda di trasporti: uomo concreto, imprenditore di successo, si è fatto da sé, con la sua determinazione e lavorando sodo, anche lui ha bisogno di sognare; lo ha fatto trovandosi una amante, una giovane donna, una mantenuta è vero, ma della quale si è comunque innamorato, senza molte illusioni. Due esistenze come tante, quando le certezze vengono sconvolte e tutto sembra sprofondare nel caos. Il proprietario della società di assicurazione, un vedovo ottantenne, decide di sposarsi con la sua domestica, giovane e bella; è uno scandalo che don Rigoberto è costretto a fronteggiare da solo perché i «novelli sposi» hanno intrapreso un lungo viaggio in Europa. Felicito riceve lettere di minacce e richieste di soldi. Lʼuomo, un vero «eroe discreto», rifiuta di sottostare, anche se spaventato e tutti lo consigliano di cedere e pagare il pizzo. Ha sempre in mente le parole pronunciate dal padre prima di morire: > non permettere mai a nessuno di metterti i piedi in testa, figliolo. Questo consiglio è lʼunica eredità che posso lasciarti . Le due storie si sviluppano in parallelo, con un ritmo narrativo che vorrebbe essere quello del thriller, ma non lo è; la figura di don Rigoberto è lʼoccasione per lunghe divagazioni sullʼarte e sullʼessere umano, tutto ciò appesantisce la narrazione e mette in secondo piano la vicenda di Felicito, la cui caparbia forza morale non riesce ad emergere come dovrebbe. Le due storie si concludono, intrecciandosi, con una serie di colpi di scena: sorprese che non vanno svelate per non far perdere al lettore il gusto del racconto; basterà dire che non si parla di criminalità ma di banali e squallide vicende familiari. Come dice don Rigoberto, dietro il quale si nasconde lʼautore, > in questo paese non si può costruire uno spazio di civiltà anche minuscolo, la barbarie finisce per distruggere tutto . Non esistono spazi salvifici, ossia > lʼidea che la civiltà (...) sopravvivesse in minuscole cittadelle, edificate nel tempo e nello spazio, che resistevano allʼattacco permanente di quella forza istintiva, violenta, ottusa, brutta, distruttiva e bestiale che dominava il mondo . Le differenze tra i due protagonisti sono il perno dellʼintero racconto: da un lato don Rigoberto si rifugia nellʼestetismo e nellʼindividualismo, dallʼaltro Felicito, sempliciotto sino al ridicolo, lotta per la sua dignità e prende in mano il proprio destino. Per chi stiamo? Ad un certo punto il figlio di don Rigoberto osserva come il padre parli sempre dellʼEuropa e gli chiede se ci sia qualcosa che gli piaccia del Perù. La risposta è sconcertante: > tre cose, Fonchito, disse, fingendo di parlare con la pompa di un grande illuminato, i dipinti di Fernando de Szyaszlo, La poesia in francese di César Moro. E i gamberi del fiume Majes, naturalmente. Quante volte abbiamo sentito dire le stesse cose da un rappresentante della nostra classe dirigente, esterofila, disfattista e provinciale? Non è che la speranza venga proprio dai tanti «eroi discreti» e non da vanesi intellettuali? Il libro di Vargas Llosa parla, sotto traccia e con fine ironia, dellʼinadeguatezza di una classe dirigente. Non è certo il migliore romanzo di Vargas Llosa. La scrittura, la descrizione dei personaggi e degli ambienti, la costruzione della trama ci ricordano il grande autore; ma la narrazione è fiacca e senza mordente, come se la mano fosse stanca e non aspettasse altro che librarsi in fantasie senili. Perché leggerlo? È piacevole ma non aspettatevi il grande Vargas Llosa.
L'esame
> Pubblico oggi questo vecchio racconto poiché mi piace irrimediabilmente il suo linguaggio libero, la sua favola senza morale, la sua malinconia portena (tipica degli abitanti di Buenos Aires) e anche perché lʼincubo in cui nacque è ancora sveglio e vaga per le strade . Con questa annotazione Cortazar introduce un racconto scritto nel 1950, negli anni del primo peronismo, tra il 1945 e il 1955. Fu un periodo di grandi cambiamenti sociali: uscita ricca dalla seconda guerra mondiale, sotto la guida di Peron lʼArgentina sembrava avere dinanzi un futuro di sviluppo. Eppure, crescevano il disagio e il pessimismo tra gli intellettuali e nel ceto urbano; una malattia morale e psicologica che nasceva dalla soffusa e tacita consapevolezza della contraddizione tra una città cosmopolita, come era Buenos Aires, e un regime ottusamente ostile alla cultura e alle libertà individuali. I personaggi del racconto, i due fidanzati Juan e Clara, Andrés, Clara e il cronista, vagano nella notte in una città irreale, immersa nella nebbia. Il loro è un parlare apparentemente senza senso, che ruota costantemente intorno allʼinutilità dellʼintellettuale. > Tutto questo parlare, passarci fogli, questi tavolini dei caffè dove libri e libri e libri e prime e mostre.... Credimi, qui cʼè una fregatura, un tradimento. Non ti resta che unire tradimento alla realtà, alla vita, allʼazione, e con questo e uno stemma sul risvolto della giacca sei pronto a intraprendere qualsiasi carriera . Il gruppo non ha una meta né le vicende che lo coinvolge danno una trama alla narrazione; alternando prosa e poesia, citazioni letterarie argentine, latino americane ed europee, i giovani continuano a parlare dello stesso tema, in modo ossessivo e chiaramente inutile: > un bravo biologo riderebbe a crepapelle sentendo il nostro squittire. Perché non gridiamo nemmeno, il nostro è un versetto da topi . > Così assurdo parlare a vanvera, pensò Juan mentre uscivano, sentirsi parlare e sapere che non si ha mai abbastanza ragione. Questa è unʼaltra, forse la peggiore, delle nostre vigliaccherie . Juan, hai veramente ragione! Purtroppo siamo stanchi di tanto chiacchiericcio, vorremmo avere un poʼ di realtà, di sano pragmatismo. È per questo motivo, insieme con la mancanza di trama e la pochezza dei personaggi, che ho deciso con sofferenza di abbandonare la lettura alla fine del primo capitolo. Può darsi che il racconto prosegua cambiando radicalmente ritmo narrativo, non lo saprò mai, pazienza! «Il linguaggio libero» va bene se è in piccole dosi. La domanda che viene spontanea a noi italiani del secondo millennio è la seguente: quanto di questo racconto ritroviamo nel nostro Paese? > La creazione nasce dalla morale, non dallʼingegno (dice Juan), Ahi, Ahi, fece Clara, siamo mosci. Giusto, mosci, senza tensione. (...) Intendo dire che siamo carenti di spirito di sistema (che sia la libertà o per la libertà), e questo è soprattutto un difetto morale . Perché non leggerlo? È profondamente noioso.
Ettore Fieramosca
> Il padre di Fieramosca, invecchiato nelle guerre che lacerarono lʼItalia durante il secolo XV, non poté dare ad Ettore altro che una spada; e questi da giovanetto credette il mestier dellʼarme il solo degno di sé, né poté per molti anni aver pensieri superiori ai tempi in cui viveva, nei quali la forza dellʼarmi non si impegnava che ad accrescere la riputazione e lʼavere. Ma crebbe il senno col crescer dellʼetà; e neʼ brevi momenti che si restava dal guerreggiare, invece di spender lʼozio in caccie, in giostre ed in altri giovanili piaceri, ebbe cari gli studi e le lettere; e conosciuti gli antichi autori, e gli onorati fatti di coloro che avevano sparso il sangue in pro della patria e non in vantaggio di chi meglio li poteva pagare, comprese quanto scellerata cosa fosse per se stesso il mestier dellʼarme, se a guisa di masnadiere si faccia col solo fine di arricchirsi delle spoglie dei deboli, e non per virtuosa cagione di difendere sé ed i suoi dalle straniere aggressioni . Questa lunga citazione, con la quale DʼAzeglio sintetizza la formazione del protagonista, rende bene lo stile e il senso del romanzo: storia di un duello in riscatto dellʼoffeso onore italiano, ma anche specchio di un grande personaggio del nostro Risorgimento, quale è stato Massimo DʼAzeglio. Letterato, pittore, scrittore, uomo dʼarmi, patriota ed infine primo ministro e mentore di Vittorio Emanuele II nei burrascosi anni, che seguirono la sconfitta della prima guerra dʼindipendenza. Con questo romanzo DʼAzeglio arricchisce con la fantasia un fatto storico effettivamente avvenuto nel 1503: la disfida di Barletta. Alcuni cavalieri italiani, che militavano al servizio della Spagna, vennero gravemente insultati da un barone francese, il quale aveva posto in dubbio il valore e la lealtà dei nostri combattenti. Ne nacque una sfida nella quale risultarono vincitori gli italiani. Lʼavvenimento storico è tuttavia di sfondo ad una intensa e sfortunata storia dʼamore. Ettore Fieramosca, > perfetto nelle forme del corpo, (che) mostrava... con un vestire stretto alla carne , è innamorato di Ginevra. La giovane è oggetto dei depravati desideri di Cesare Borgia. Ettore riesce fortunosamente a salvare Ginevra, nascondendola in un convento vicino a Barletta. Non è solo la passione amorosa, peraltro casta, a legare i due giovani. Anche Ginevra è una fervente patriota. Quando Ettore la informa della sfida, > il respiro di Ginevra diveniva più frequente; il seno, come fa una vela investita dai soffi dʼun vento che incalza, si alzava e sʼabbassava gonfio di affetti impetuosi, discordi, ma però tutti degni di lei; gli occhi, che parevano temperarsi a seconda delle parole del giovane, sʼaccendevano, gettavan faville. Quanta ardita sensualità nelle parole di DʼAzeglio! È inutile aspettarsi un lieto fine. Siamo nellʼottocento e le storie dʼamore devono finire tragicamente. Ginevra muore, rapita e profanata nella sua virtù dal crudele Borgia. Ettore, ignaro della perdita della donna amata, vince la sfida, ma, quando sa la verità, scompare senza lasciare traccia. I montanari del Gargano parlarono per molti anni > dʼun cavaliere armato sulla cima di certe rocche inaccessibili, che stavano sopra un burrato cadente a piombo nel mare . Le avventure di ardimento e di amore, gli intrighi e i tradimenti si succedono con una agilità e una maestria sorprendente e in qualche modo unica per la letteratura italiana dellʼottocento. DʼAzeglio è un precursore di Salgari. La ricchezza di episodi e di personaggi appesantisce, tuttavia, la trama, rendendo spesso difficile ritornare al filone principale. In molti casi il racconto sembra essere lʼoccasione di grandi affreschi. DʼAzeglio, da ottimo pittore, descrive con minuzia e con colori vivaci le feste, i ricevimenti e i duelli di un secolo, che amava divertirsi, pur guerreggiando continuamente. E lʼautore ricorda che lʼarte della cucina era ben difficile ai quei tempi, perché > tutti i piatti dovevano non solo piacere al palato, ma dilettare eziandio lʼocchio dei commensali... i piatti dei confetti erano formati, ora come monticelli sui quali crescevano piante cariche di frutti canditi, ora ad immagine di laghetti dʼacque stillate, neʼ quali galleggiavano barchette di zucchetto lavorato, piene di dolci: alcuni figuravano unʼalpestre montagna con un vulcano in cima, ed il fumo che nʼusciva era di gratissmi profumi . È difficile trovare il romanzo in forma integrale, in quanto lʼitaliano di DʼAzeglio è spesso arcaico, anche ampolloso. Non bisogna arrendersi. Proprio la sua scrittura dà quel senso di immaginifico e di irreale che é il fascino del libro. Perché leggerlo? È piacevole perdersi nellʼardore e nella fantasia di DʼAzeglio.
La famiglia di Pascual Duarte
Il lungo racconto di Cela è un romanzo pervasivo, pauroso e pietoso nello stesso tempo; lo si vorrebbe un affresco di una società contadina ancestrale dominata dalla violenza, o pensarlo come «una visione nitida della vulnerabilità dell'uomo», come recita la motivazione con cui fu conferito il premio Nobel allo scrittore spagnolo nel 1989. In realtà, Pascual Duarte non è una vittima, è banalmente un assassino: > il sangue sembra che sia il companatico della tua vita , gli dice Lola, la prima moglie, confessando di avere un'amante. Certo, nella lunga lettera scritta in carcere, prima della sua esecuzione, Pascual cerca di dimostrare come sia stato trascinato dal destino; nella lunga e confusa cronaca di come sia arrivato a uccidere tre persone (l'amante della sorella, la madre e don Gonzalez, > insigne patrizio cui dedica con malizia la sua sorta di confessione), ricorrono frasi del tipo: cercai di posporre > l'urto che tuttavia doveva accadere, fatale come le malattie e gli incendi, come i tramonti e la morte, perché nulla poteva impedirlo. oppure. > se la mia condizione di uomo m'avesse consentito di perdonare, avrei perdonato, ma il mondo è fatto come è fatto e voler andare contro corrente non è possibile. Dopo essere uscito dal carcere, dove scontava la pena per il primo delitto, Pascual giunge ad accusare la clemenza della legge per averlo trascinato > verso un male peggiore. Meglio sarebbe stato restare in prigione! Folle impostore o anima fragile, plasmata da un'infanzia infelice, dallo strazio > di non poter uscire dal male mentre dentro di noi si va imputridendo questo ossario di speranze morte sul nascere.... Se diamo per vero ciò che ci racconta Pascual, dobbiamo propendere per la sua innocenza, non per la legge, dinanzi alla Giustizia divina: un padre brutale, > alto e grosso come un macigno , una madre, > alta e magra, (...) scattosa e violenta ; entrambi privi di ogni principio morale e di qualsiasi freno ai propri istinti; e poi, un fratello scemo e una sorella che presto abbandona la casa per prostituirsi; e che dire di Lola che lo insulta, dicendogli che non era un uomo, era come il fratello scemo. Ci sono i bambini morti, l'uno a causa di una giumenta irrequieta e l'altro per il freddo vento della Castiglia. Pascual cova in sé un odio, che esplode inesorabile in una furia sanguinaria; un mostro da cui è inutile sfuggire. > Mi misi a correre; e anche l'ombra correva. Mi fermai; e anche l'ombra si arrestò. Alzai gli occhi al firmamento: non c'era una sola nuvola in tutto il suo arco. L'ombra continuava ad accompagnarmi, passo dopo passo, fino a casa...(...) Avrei voluto mettere la terra frammezzo la mia ombra e me stesso, fra il mio nome e me stesso, fra il mio sangue e me stesso, questo me stesso di cui, a togliergli l'ombra e il ricordo, il nome e il sangue, rimarrebbe così poco.... Nella concezione induista ogni individuo ha un suo «karma», una sorta di sovra temporalità dell'essere, che con la morte non segue il destino del corpo ma trapassa da una forma di vita all'altra nell'eterno ciclo delle rinascite. Il karma di Pascual è l'inclinazione sanguinaria, è questa l'ombra che lo insegue. Forzando l'interpretazione si potrebbe dire che sottostante al racconto ci sia una visione metafisica, un pessimismo atemporale dell'uomo. Se riportiamo al presente questa condizione, se pensiamo al genocidio di Gaza, alle stragi in Ucraina, ai tanti conflitti che ci sono nel mondo, la storia di Pascual non si chiude nella sua tragica vicenda umana, ma costituisce una sorta di profezia apocalittica per l'intera umanità. Come scrive Sebastiano Vassalli in «3012 l'anno del profeta» (si veda la recensione in questo sito), gli uomini > incominciarono a sgozzarsi con tanto entusiasmo, che nessuna forza naturale o soprannaturale avrebbe potuto fermarli. (...) Amen . Costruito intorno ad un abile espediente letterario, una sorta di confusa confessione, riscoperta da un semplice trascrittore, il romanzo ha una trama apparentemente disordinata, per il fluire dei ricordi che si sovrappongono e per le lunghe interruzioni nello scrivere da parte del carcerato Pascual; in realtà, la narrazione è portata avanti molto bene, soffrendo, forse, della mancanza di colpi di scena, se si esclude il drammatico omicidio della madre. Non so se è voluto o è una distrazione: da nessuna parte viene raccontato l'assassinio di Don Gonzales. La scrittura è efficace, alternando dialoghi serrati con ampie e suggestive descrizioni degli ambienti e con approfondimenti dello stato d'animo del protagonista narratore. Gli altri personaggi sono dei comprimari. Perché leggerlo? E' un pugno nello stomaco.
Fedor M. Dostoevskij
Il saggio è una breve biografia di Dostoevskij, accompagnata da un approfondimento di una serie di fatti, personaggi e opere letterarie che hanno avuto un impatto significativo sulla vita dello scrittore. Si tratta di una «sorta di bignami» che può servire per chi deve studiare l’autore e avere un inquadramento generale dei rapporti tra la sua vita, il contesto e la produzione letteraria.
La Ferocia
Il libro ha vinto il premio Strega 2015 ed è stato presentato da molte recensioni come una sorta di Buddenbrook allʼitaliana: ci si aspetterebbe un bel romanzo con un forte connotato sociale. Niente di tutto questo. È un pessimo romanzo, scritto male, intimistico - esistenziale, che riflette una percezione della realtà tipica degli anniʼ90. Annoiato dalla trama, disgustato dello stile narrativo, ho interrotto la lettura a pagina 237 e posso quindi raccontare la trama sino ad un certo punto. Inizia con il suicidio di Clara, viziata ed eccentrica rampolla di una arrampicatrice famiglia imprenditoriale di Bari: un padre affarista e avido, tipico costruttore edile del Sud; una madre assente, serenamente soddisfatta dellʼagiatezza raggiunta, e tre fratelli; un medico affermato, una ventenne sulla buona strada per diventare altrettanto viziata come la sorella, e Michele, il figlio di unʼamante del padre, morta durante il parto. Il legame tra Clara e Michele è particolarmente intenso, anche per la fragilità del ragazzo, il quale trova nella sorella, così sicura di sé, un punto di appoggio e forse un oggetto dʼamore. Il romanzo vuole scavare soprattutto questa relazione e lo fa con continui salti temporali, dal presente (Clara morta) al passato, con la giovane suicida ancora nei panni di una vivace ragazza, dalla sfrenata vita sessuale. Intorno a Clara e Michele, nelle diverse dimensioni temporali, ruotano gli altri familiari, tutti apparentemente indifferenti alla terribile disgrazia accaduta o ai contenuti sempre più morbosi dei rapporti tra i due giovani. Forse perché > noi non siamo noi, (...) siamo guidati da forze di cui non siamo consapevoli, agiamo senza sapere perché, diciamo cose il cui movente è ignoto, crimini senza colpa e morti senza causa apparente . La nostra vita si ripete secondo il ciclo delle stagioni, con una fatalità che noi vorremmo propria della natura, ma è anche nostra. > Impaurita dalla moto, la lucertola si tuffò nei fili dʼerba. Scomparve tra i rami lacerando nella fuga la tela del ragno salticida, il quale, ricomposta lʼimmagine del rettile attraverso i suoi otto occhi, era riuscito ad evitare lʼimpatto. Il ragno zampettò. Il terreno secco e arido registrò lʼinformazione sovrapponendola allʼalfabeto delle formiche che si incrociavano spezzando e biforcando e poi ricomponendo una linea che non era mai la stessa. La legge a cui obbedivano si modificava in loro confermandosi nella legge di ogni simile, riceveva nuovi impulsi dalle profondità del formicaio, poi più lontano, dalla tremenda forza che cambia volto alle stagioni . Non è certo un romanzo sociale né un racconto psicologico, che vuole approfondire i sentimenti e le motivazioni. Lʼautore si muove su un piano metafisico, nella convinzione, profondamente meridionale, dellʼimmutabilità dellʼessere umano e del contesto sociale e politico. Da qui forse viene il titolo: la Ferocia. Si poteva dare comunque un ritmo narrativo! Una trama comprensibile! A peggiorare il risultato letterario è lʼimpronta minimalista, che si riflette nellʼesagerato ricorso al punto e alla quasi completa assenza del punto e virgola e dei due punti. È difficile in questo modo non spezzettare il discorso, rendendolo pesante e incomprensibile. Un esempio: > Michele tornò in camera sua. Fece per stendersi a letto. Si arrestò. Da destra verso sinistra. Il comodino. Lʼarmadio. Guardò intorno con aria preoccupata. La finestra mezza aperta. Il battito cardiaco accelerò. Rimani calmo. Non può essere saltata già dalla finestra. Si sedette sul bordo del letto. E così continuando, adesso si capisce perché non ho più continuato a leggere. Perché non leggerlo? È un romanzo brutto, noioso e vecchio.
La Festa del Caprone
Quali sono i meccanismi che sorreggono una dittatura? Varga Llosa prende le mosse dalla storia, da protagonisti e vicende reali, per indagare il fascino oscuro del despota, e lo fa partendo da un personaggio crudele, nel quale si sono distillati le peculiarità della tirannide, senza il paravento delle ideologie e delle buone maniere. Leggiamo dall'Enciclopedia Treccani che Trujillo governò dal 1930 al 1961 la Repubblica Domenicana > con metodi dittatoriali fino alla morte, grazie al controllo sulle forze armate, a quello esercitato (direttamente o tramite i membri della sua famiglia) sull'economia nazionale e al ricorso sistematico a metodi terroristici contro i suoi oppositori ; e, aggiungo, per l'appoggio degli Stati Uniti e della Chiesa, che lo vedevano come un baluardo contro il comunismo. Siamo nella fase finale: le atrocità del regime hanno spinto gli Stati Uniti e la Chiesa ad abbandonare Trujillo, strozzando il piccolo paese con sanzioni ed isolando il dittatore a livello internazionale. Tre sono i filoni narrativi, che corrono in parallelo per poi intrecciarsi, sempre intorno alla malefica figura di Trujillo. Urania, giovane donna di successo che vive a New York, torna a Santo Domingo a visitare il vecchio padre, ridotto a letto in uno stato quasi vegetativo. Per molte pagine non comprendiamo tanto astio contro il padre, sappiamo solo che Urania > non è giunta a vincere il rifiuto insormontabile, lo schifo che le ispirano gli uomini...non avevi mai voluto curarti . Nel secondo filone narrativo la scena è quella dove verrà ucciso Trujillo e dove attendono ansiosi i cospiratori (quelli prima chiamati giustizieri e poi patrioti): sono un gruppo eterogeneo di personaggi, mossi dalla vendetta o dal rigetto di un regime crudele, sono stati beneficiati dal dittatore e sono legati a lui da un rapporto di odio-amore: una > paralisi, l'addormentamento della volontà, del raziocinio e del libero arbitrio che quell'infimo personaggio azzimato fino al ridicolo, con la vocina flautata e gli occhi da ipnotizzatore, esercitava sui domenicani poveri o ricchi, colti o incolti, amici o nemici . Il suo assassinio è una catarsi, una liberazione da un tragico fascino, non un atto politico. Ed infine siamo dinanzi a Trujillo e alla sua corte: i figli depravati e sadici, la moglie avida e mille volte tradita, il presidente fantoccio, il capo della polizia, esecutore delle più atroci torture e delitti, l'abile azzeccagarbugli e tanti altri. Tutti vivono in una continua angoscia: e' un'abitudine del Capo destituirli, espropriarne le ricchezze, metterli in prigione, farli uccidere, così per un capriccio, per affermare il suo potere di vita e di morte. E loro subiscono, se cadono in disgrazia, anelano a tornare nelle grazie del tiranno, sono pronti a tutto, come il padre di Urania, prima ascoltato presidente del senato e poi messo da parte, senza una ragione. Il paese è a rotoli, dilagano inflazione e povertà, il regime si sta incrinando, ma a poche ore dal suo assassinio, Trujillo è preoccupato di una sola cosa: non riesce ad usare «la parte del corpo che non voglio nominare»(Patrizia Valduga «la tentazione»). Il racconto si sviluppa lentamente, talvolta è prolisso, quando si giunge ad alcuni splendidi capitoli, solo per i quali vale la pena leggere il libro. La cospirazione fa capo al comandante delle Forze Armate, che avrebbe dovuto intervenire con rapidità e decisione alla notizia della morte di Trujillo. Ed invece attende, tergiversa, > immerso in quella specie di ipnosi pensò che forse la sua indolenza fosse dovuta al fatto che, sebbene il corpo del Capo fosse morto, la sua anima, il suo spirito o come altro si chiamava continuasse a tenerlo schiavo . E come i congiurati del 25 luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo destituì di fatto Mussolini, il nostro cospiratore scivola nelle sabbie mobili del supplizio. Poi, seguiamo nella sua presa del potere il presidente fantoccio, > ometto disarmato che scriveva versi e sembrava così poca cosa in questo mondo di uomini veri con pistole e mitragliatrici , e, con le dovute differenze, la mente corre a Dino Grandi o allo stesso Pietro Badoglio, complici della dittatura fascista ed eppure suoi affossatori. Ed infine, nell'ultimo e drammatico capitolo, capiamo il tanto rancore di Urania. Ancora bambina, il padre l'ha venduta al dittatore pur di riconquistare le grazie del Capo. E lui, > prendendola per un braccio, la rovesciò accanto a sé. (...) Quella massa di carne la schiacciava, la soffocava contro il materasso. (...) Ma l'asfissia non le evitò di accorgersi della rudezza di quella mano, di quelle dita che esploravano, frugavano ed entravano in lei con forza . Tante possono essere le parole per descrivere una tirannide, ma essa si sintetizza nella manifestazione più ancestrale e brutale: lo stupro. Non sono a conoscenza se ci sia un grande romanzo sulla dittatura fascista, in grado di scavare il fascino oscuro della tirannide, così come ha fatto Vargas Llosa. Se ci fosse questo racconto uscirebbe dall'ombra la ricca corte che ha circondato il dittatore: i suoi squadristi a doppio petto, i tanto egregi eredi della classe liberale, i magniloquenti e pavidi intellettuali, ingenui o semplicemente ruffiani, i codardi generali compiacenti, e le tante donne, che Mussolini ha usato e gettato poi via, o le ha portato con sé alla morte. Se fossi l'ANPI, l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, affiderei a Varga Llosa il compito di darci questo affresco, per rispondere alla domanda: > chi è stato? (...) Di chi è la colpa? E tutti quelli che sono morti, poverini? (...) Li ho visto morire, è stato inutile...sentì che era stupidamente per piangere (Mario Tobino «Il Clandestino» vedi recensione su questo sito). Magistralmente tradotto, il romanzo è troppo lungo ed in particolare l'ampio ricorso ai dialoghi, spesso dei soliloqui, appesantisce la narrazione, non incanta e non alimenta l'immaginazione, resta qualcosa di freddo e distante. Lo scrittore è lontano dalla realtà della Repubblica Domenicana, è uno spettatore di un dramma, interessato ad indagare i meccanismi della crudeltà e del dominio, senza lasciarsi coinvolgere ed anzi mosso da una mal celata ironia. Questo approccio impedisce al lettore di sentirsi addosso le drammatiche e dolorose vicende dei personaggi, la tragedia di un paese. Perché leggerlo? Una grande indagine sulla tirannide.
I figli e i padri
Il libro è composto da tre romanzi, che coprono tutti gli anni ’90: Luce del nord del 1991, Colpa di nessuno del 1995 e L’amico d’infanzia del 1999, concluso solo alcuni mesi prima della morte dell’autore. Tutti i tre romanzi ruotano intorno ad un protagonista maschile, in un contesto che è quello della piccola borghesia romana e di una Roma in profonda trasformazione. In Luce del Nord, Angelo vive da tempo a New York, lontano dalla sua famiglia, dal fratello e dalla madre. Un giorno riceve una lettera dal fratello, Ferruccio, che gli racconta di uno strano sogno: è gravemente ferito e Angelo lo invita a scappare, a fuggire, come se avesse corso un grave pericolo. Alcuni giorni dopo il sogno, viene a sapere che il fratello è morto. Decide quindi di tornare a Roma, ma finge di essere un amico di Angelo, Cesare. Il romanzo si sviluppa su questa finzione, che permette ad Angelo di entrare nella vita del fratello, di cogliere tutto lo squallore della sua vita, tra privazioni economiche, delusioni professionali e tradimenti coniugali. Diventa anzi l’amante della moglie di Ferruccio, che disprezza Angelo ma impara ad amare Cesare. Angelo ritrova anche il rapporto con il padre e si affeziona al figlio del fratello. La storia sembra evolversi verso un lieto fine, quando Angelo decide nuovamente di fuggire e di ritornare negli Stati Uniti, dove, per farsi accogliere, ricomincia ad inventare altre storie. E’ il romanzo della continua fuga, nella quale l’America costituisce un sogno di libertà e di individualismo. In Colpa di Nessuno, forse il romanzo più sociale dei tre, il punto di attacco è la necessità del protagonista, uno squallido venditore a porta a porta di contratti di assicurazione, di riprendere le fila della propria vita: > è arrivato il momento di staccare le stelle filanti, raccogliere i nastri finti e le mascherine, e gettare tutto nel cesto delle feste passate . Paolo, il protagonista, conosce negli Stati Uniti Laura e, una volta che la donna è rimasta incinta, si sposano e ritornano insieme in Italia. Per lavorare Paolo accetta un impiego di venditore presso Italo, suo suocero. Entra in tal modo nella famiglia della moglie, composta dalla suocera Ida, donna avida e triste, dalla sorella di Laura, Silvana e da suo marito, Daniele, un uomo violento e di destra. Paolo conduce una vita squallida, nella quale il suo matrimonio va progressivamente a rotoli, al punto, che un giorno, si accorge che la moglie lo tradisce. L’accettazione di valori fatui, rozzi e volgari provoca una progressiva decadenza di Paolo, che viene più volte sottolineata dal padre, un uomo di un’altra generazione. Non c’è un vero conflitto tra figlio e padre, come sembrerebbe dalla titolo dato a questa raccolta di romanzi; i conflitti, politici, sociali e intergenerazionali sono scomparsi per essere sostituti dalla rassegnazione e dall’individualismo. In realtà tutti i personaggi subiscono, in qualche modo, la crisi della società italiana degli anni’90 ed è proprio il tema della decadenza dei rapporti e dei valori che sembra caratterizzare il romanzo. Un vecchio, che incontra, lo invita a stare sempre da solo. > Già adesso l’amicizia e la solidarietà si chiamano complicità ed omertà. Non ti fidare mai, non cedere. Non è più tempo di stare insieme. Non devi mai dovere dire noi, sarebbe già un segno di cedimento E poi l’autore inserisce una nota autobiografica di grande suggestione > Quando ero piccolo, credevo che il mondo fosse una specie di giostra fatta apposta per divertirmi. Ma ora in quale bocca di drago mi sono andato a cacciare, che razza di figure sono quelle che mi trovo davanti, che non mi divertono più, mostriciattoli da quattro soldi, capaci di tutto e di niente? . Un delitto, l’assassinio di Italo, del quale tutti credono che sia colpevole Paolo, diviene l’elemento catartico che apre gli occhi al protagonista. Paolo si rende conto dell’aridità e dello squallore della sua vita, di questa famiglia acquisita, che si trascina avidità e violenza, nonché della malvagia della moglie, Laura. Il romanzo si conclude con un grido di disperazione e di odio. > Se penso al futuro, Laura, me lo immagino come una grande piazza, affollatissima, in cui la gente urla e ride. Ci saranno uomini e donne venuti da tutte le parti del mondo, con abiti comprati a New York, a Roma, a Sarajevo, a Gerusalemme, e a Mogadiscio. Gente di tutte le razze e di tutte le provenienze, che si incrocia e si contamina di storia. Ognuno con la storia dell’altro, infettato di mondo. Solo noi due non ci saremo, Laura. Noi, coi nostri sentimenti aggrovigliati, non siamo stati capaci di dare nulla al presente, e dunque figuriamoci al futuro. Siamo due sputazzi del passato arrivati chissà come fino a qui. Ma nostro figlio sì, lui ci sarà. Io spero che attraversi per intero tutta la piazza, e che un boato carico di odio lo accompagni sempre e non lo abbandoni mai, che si nutra e cresca di tutta la perfidia. Lo lascerò a corroderli con i loro stessi denti . L’amico di infanzia è il romanzo più intenso e profondo dei tre, quasi premonitore della vicina morte. La storia di Fausto è raccontata dall’amico giornalista. E’ la storia di un fallimento. I due sono stati amici sin dall’infanzia in un quartiere alla periferia di Roma e poi si sono allontanati: Fausto ha cominciato a vivere di tanti lavori sino a finire a fare il venditore di immobili per una società che acquista a basso prezzo proprietà pubbliche per poi venderle a prezzi più elevati, cacciando gli inquilini. E’ un lavoro squallido che Fausto ha accettato per recuperare dei soldi così da inviare il figlio, che vive lontano con la madre a Milano, a studiare all’estero. La vicenda si sviluppa tragicamente, in quanto Fausto, in un momento di rabbia, uccide a bastonate il suo principale che non gli voleva concedere un prestito. Ne deriva una discesa di Fausto agli inferi, vive come un barbone, inseguito dalla polizia, ma proprio nel momento della massima disperazione trova tra i disperati solidarietà e aiuto. Alla fine, in un momento di lucida follia, fa esplodere gli uffici della società immobiliare e ne rimane mortalmente ferito. La storia di Fausto travolge anche l’amico, che si trova svuotato di energie. L’amico narratore riconosce che «non c’era la miseria di un seme nel gran tornado che ha sconvolto le nostre vite» e quindi è rimasta soltanto una grande miseria e un estremo dolore esistenziale. Il romanzo termina con una profonda riflessione sulla vita e sulla morte. Dinanzi alla morte di Fausto, il narratore rimane sconcertato al pensiero > che in realtà ci piacciamo e ci odiamo solo in base alla contingenza di un momento e chiude il romanzo con questa strofa: " ma eravamo nati per esserci/ e per un po’ ci siamo riusciti / e è questo che le nostre asciutte / bocche adesso vogliono cantare. Le recensioni sottolineano soprattutto i connotati sociali dei tre romanzi: gli anni’90, il degrado urbano e culturale dell’Italia. In realtà, a me sembra che i tre romanzi ( e soprattutto l’ultimo) ruotino intorno alla disperazione esistenziale e alla ricerca, spesso disillusa, di una speranza. L’ambiente stesso dell’ultimo romanzo, il degrado della periferia romana, scivola pian piano verso un contesto surreale nel quale tutto è possibile, anche le cose più incredibili: un elefante che passeggia per le strade di Roma, una cornacchia che colonizza la città per cibarsi, un bambino che impara a giocare a pallone in uno stadio deserto, una nuova vita, rappresentata dal figlio di cui è in attesa Elena, il grande amore di Fausto, la solidarietà della stessa moglie della vittima, il preside che si è fatto eremita nella periferia romana, sono tutti fatti che dimostrano che nel sottosuolo della vita urbana esistono ancora energie positive che possono cambiare una situazione così degradata.
Figlie di una nuova era
Rudi, l'ingenuo e sognante marito di Kathe, una delle protagoniste, sintetizza con una poesia il senso complessivo del romanzo: > ho visto in controluce/che il ponte è caduto/e la debole luce/ormai ho perduto/e mi abbandono/alla corrente che mi conduce . Quattro giovani donne sono amiche per la vita, si innamorano, si sposano, alcune di esse diventano madri, restano vedove o divorziano, insomma conducono una vita apparentemente normale nella Germania tra 1919 e il 1945; attraversano la crisi economica e sociale del primo dopoguerra, l'inflazione iperbolica, la turbolenza politica della repubblica di Weimar (con la repressione dei comunisti da parte dei socialdemocratici), l'ascesa del nazismo, le leggi per la purezza della razza (con la segnalazione dei bambini nati con malformazioni), la graduale ma inesorabile emarginazione degli ebrei sino alla Shoah, la catastrofe della seconda guerra mondiale. Come è possibile avere una vita normale dinanzi a così drammatici avvenimenti? > Ma adesso cosa restava da fare, se non ritirarsi nella sfera del privato? il mondo non era più un posto affascinante . (pensa Bunge, il padre spendaccione di Ida, un'altra protagonista). Ed infatti il romanzo sviluppa le storie di Henny, Kathe, Lina e Ida in un'ottica profondamente intimistica, lambita solo esteriormente dalle terribili vicende che hanno interessato il popolo tedesco. Henny e Kathe sono amiche dall'infanzia e decidono di comune accordo di intraprendere la professione dell'ostetrica, di mettere al mondo bambini proprio quando non si sa cosa attendersi dal futuro (una metafora?). Mentre Henny persegue l'idea della famiglia, Kathe fa altre scelte. La prima si sposa ancora giovane perché rimane incinta, ha una figlia, perde il marito e ne sposa un altro, dal quale avrà un altro figlio, per scoprire che il secondo marito è stato un delatore per i nazisti, Kathe non vuole avere figli, è comunista e spinge il marito a impegnarsi politicamente, travolgendo in tal modo la vita di entrambi. Ida, invece, è nata e cresciuta nel lusso, il padre, ormai sull'orlo della bancarotta, la dà in moglie ad un ricco e potente banchiere, destinandola all'infelicità, solo in parte ripagata da una lunga storia d'amore con un bel cinese. Lina scopre presto di essere lesbica e va a vivere insieme con la sua compagna, in una situazione sempre più precaria perché l'omosessualità è condannata dal nazismo. Ci sono molti altri personaggi, ma già da questa breve esposizione delle protagoniste si può dedurre la fragilità dell'intero racconto. E' vero che la guerra irrompe nella pace e fino in fondo si cerca di vivere nell'indifferenza, non ci si aspetta «Guerra e Pace», ma si poteva attendere una trama ed un'analisi dei personaggi che cogliesse le profonde ferite dell'animo umano dinanzi al pericolo e agli orrori. La pace in attesa della guerra crea una sorta di sospensione e si cerca disperatamente di stare aggrappati al privato, ai pallidi sentimenti, alle consuetudini, alle amicizie e agli affetti familiari. Due splendidi romanzi vengono subito in mente: «Nessuno torna indietro» di Alba De Cespedes, con le sue ragazze rinchiuse e nel contempo difese dentro un collegio, e «Neve sottile» del giapponese Tanizaki, racconto nel quale la descrizione minuta della famiglia giapponese degli anni'30 vuole essere una critica al familismo inerte e, ad un tempo, all'imperialismo guerrafondaio ed aggressivo, così lontano dal sentire comune della gente. Niente c'è di tutto questo nel nostro romanzo, tanto che le drammatiche vicende della Germania paiono essere solo l'occasione per dare brio ad una trama troppo piatta e banale se calata in un contesto di normalità. E' l'inizio di una trilogia, che lasciamo ad altri lettori. A indurre ad un giudizio negativo sono pure la struttura narrativa e la scrittura. Le storie delle quattro giovani donne sono portate avanti in parallelo con brevi paragrafi all'interno di una articolazione dei capitoli di carattere cronologico. Di conseguenza la narrazione è confusa, è difficile al lettore recuperare il racconto complessivo, e la trama risulta in definitiva prolissa e ripetitiva. I troppi personaggi contribuiscono a compromettere la chiarezza complessiva. La scrittura, a sua volta, è piatta, basata su brevi frasi e su dialoghi, mancano le descrizioni dell'ambiente (Amburgo) e del contesto sociale e politico. Perché non leggerlo? Inutile, mal scritto e sgradevole, se si pensa a quanto è successo in Germania fra le due guerre.
Il figlio del Corsaro Rosso
Il figlio del Corsaro Rosso > era un bellissimo giovane, (...) di forme elegantissime che palesavano il gran signore, con gli occhi nerissimi e ardenti, i baffi neri e la pelle bianchissima . Ci si attenderebbe un nuovo Corsaro Nero. Ma così non è: innanzitutto perché il figlio del Corsaro Rosso prende spesso le distanze dai pirati, al punto di pagarli di tasca propria per evitare che saccheggino le città conquistate, confermando unʼidea diffusa tra i filibustieri, che i conti di Ventimiglia (il Corsaro Nero, il Rosso e il Verde) siano sempre stati «corsari dilettanti»; in secondo luogo perché il figlio del Corsaro Rosso non cerca la vendetta, ma vuole solo ritrovare la sorella, anche se ella è custodita dal marchese di Montelimar, colui che ha ucciso il Corsaro Rosso e che ora tiene prigioniera la figlia. Manca lʼodio inesorabile del Corsaro Nero. Ed è per questo che le imprese del figlio del Corsaro Rosso non hanno la stessa tensione dei grandi romanzi del ciclo dei Caraibi: il Corsaro Nero, la Regina dei Caraibi, Jolanda la figlia del Corsaro Nero. Sono presenti i classici ingredienti della struttura narrativa di Salgari: i duelli, la foresta equatoriale, i combattimenti navali, gli assedi alle fortezze spagnole. Non cʼè il senso di queste avventure, lʼattesa di qualche cosa di tenebroso, la fonte del soprendente ritmo narrativo dello scrittore. La peculiarità del libro è unʼaltra. In Salgari abbiamo sempre dei personaggi che fanno da spalla al protagonista, spesso contribuendo a renderlo più umano, ad introdurre elementi di leggerezza. In questo caso il sistema è rovesciato: il figlio del Corsaro Rosso resta sullo sfondo mentre predominano figure apparentemente comprimarie. La prima parte del romanzo si svolge nellʼisola di San Domingo. I nostri amici sono inseguiti dagli spagnoli e da cani «ferocissimi». Lʼambiente è spaventoso e meraviglioso ad un tempo: macchie di vegetazioni, paludi, mortali sabbie mobili si alternano ad isolotti, con > splendidi cespi di rododendri, alti più di dieci metri, (...) grappoli di fiori porporiti, (...) superbe palme coronate da parasoli di lunghissime foglie palmate, ricadenti elegantemente con spate dʼun violetto iridescente listato di porpora, e fiocchi di frutta che sembravano mele verdi . In questa natura irreale, descritta con qualche errore grammaticale (parasole è una parola invariabile) il figlio del Corsaro Rosso si imbatte in un bucaniere, allʼapparenza un selvaggio. Vive di caccia, ha una > miserabile abitazione formata da rami malamente intrecciati e da poche pertiche . Aiutato dal vino e dalla conversazione con un gentiluomo europeo, il bucaniere rivela, «con gli occhi dilatati, il viso bagnato di sudore», il suo terribile segreto: > bisogna che affoghi i ricordi lontani! Ah, la triste sorte che mi ha colpito! (...) Eh, la vita terribile è così, se si è preda dʼun genio maligno . Veniamo così a sapere che il bucaniere era un nobile di Francia, che ha macchiato il blasone dei suoi avi ed è fuggito in America. Può il conte di Ventimiglia riportarlo allʼantico rango? Non è più possibile, > tutto è passato, tutto è stato dimenticato. Ho ucciso due maiali selvatici, laggiù sul margine delle paludi... è il mio mestiere. Il bucaniere conduce in salvo il figlio del Corsaro Rosso, il quale scopre che la sorella è stata portata a Panama. Ci spostiamo nelle ricche città spagnole della costa occidentale dellʼ America Centrale. Gli inseguimenti, gli scontri e gli assedi sono ripetitivi, quasi scontati. Fa eccezione il duello tra il figlio del Corsaro Rosso e un sicario, un abile spadaccino, che dovrebbe uccidere il conte di Ventimiglia. Illuso!! Il bandito «si abbassò tutto, raggomitolandosi quasi su sé stesso». Era la sua mossa segreta: il colpo dalle cento pistole. La spada del conte lo colpì alla gola, affondandosi dentro per parecchi centimetri. > Rimase un momento quasi diritto, colle bracce aperte, poi ruzzolò pesantemente fra le sabbie, mormorando: sono finito . Anche in questa parte del romanzo il vero protagonista è un personaggio di «spalla»: un guascone, ubbriacone, chiacchierone, pronto sempre a menare le mani, ma capace di risolvere le situazioni più difficili con la sua astuzia, e la sua sfrontatezza. Il gruppo di filibustieri sta per essere catturato dagli spagnoli nella città di Panama. Ed allora il guascone, invece di fuggire, si fa avanti, racconta alle guardie che era lì per fare la serenata alla sua > splendida catalana, sapete, con due occhi che brillano come stelle e.... una bocchina, miei cari signori, da far girare la testa anche al Signor presidente dellʼUdienza reale . In unʼaltra occasione diviene un nobile castigliano, il conte dʼAlcalà, dai tanti titoli e dai tanti nomi, e riesce pure a farsi dare cavalli, viveri e fucili, ovviamente per scappare. È una delle poche volte in cui Salgari abbandona la narrazione avventurosa, immaginifica o tenebrosa, per inventarsi un personaggio divertente, arguto, una sorta di Arlecchino. La storia ha chiaramente un lieto fine, ma fiacco e frettoloso. Pur non conoscendolo la sorella, ancora fanciulla, abbraccia il fratello e fugge con lui. Ma non lʼaveva mai visto prima! Sente il richiamo del legame di sangue: un poʼ superficiale come spiegazione. Ma ancor di più lo è un altro fatto: è lo stesso marchese di Montelimar, catturato il figlio del Corsaro Rosso, a condurlo dalla sorella. Un vero gentiluomo! Che cosa nʼè della lugubre storia del Corsaro Nero: ben poco, solo la forma! Alla fine del lungo romanzo Salgari sembra più preoccupato a convincere il lettore che quanto racconta è vero, non è inventato, che a dare ritmo al racconto. Si sfilaccia lʼintera storia, lo stesso scrittore si accorge di averla portata troppo avanti e troppo a lungo. Perché non leggerlo? È noioso e ciò è sorprendente per Salgari.
Il figlio del Mare
Immaginiamo che in un mondo, il nostro, imprigionato in una struttura sociale cristallizzata, avvenga un fatto straordinario che sconvolge gli assetti precostituiti permettendo al povero di ascendere la scala sociale. Forse, solo a seguito di una guerra o di una catastrofe naturale, è possibile una rivoluzione. Con una storia esile, questo romanzo introduce il tema del cambiamento, e lo fa in un'epoca lontana da noi: il 452 dopo Cristo quando gli Unni invasero l'Italia. Siamo a Atesis, l'attuale Este, città allora lambita dal fiume Adige, che cambiò il suo corso nel 589 a seguito di una disastrosa alluvione. E' una pigra città, controllata da una potente famiglia romana e dai maggiorenti, i così detti curiali. Pietro è un ragazzone dai capelli rossi e fa il guardiano di maiali; un quattordicenne grande e grosso, timido, chiuso, analfabeta, nato da una notte d'amore della madre con un barbaro «che veniva da mar, dalle terre che stanno di là della grande acqua». Essersi prestato stupidamente alle curiosità di Giustina, la graziosa e irrequieta figlia del padrone, porta Pietro a subire una sonora bastonatura, giusta punizione per aver osato parlare con la ragazza: guardiano dei maiali sei e devi restare, piuttosto accompagnati alla prosperosa Galla, anche lei del basso popolo! Tutto muta quando arrivano gli Unni, accolti con terrore perché guerrieri feroci e invincibili: > sembravano molto alti e robusti, fisici compatti (...), i loro destrieri avevano la bocca schiumante di bava e gli occhi pieni di follia . In realtà con Pietro e Giustina, che si ritrovano insieme prigionieri, non si comportano male come ci si potrebbe aspettare: gli concedono salva la vita, ne permettano il rientro a casa dove Pietro parteciperà valorosamente all'epica e inutile battaglia per la salvezza di Atesis. La città è saccheggiata, la campagna è attraversata dai barbari e dai banditi, non c'è più cibo e riparo; non resta che fuggire per trovare rifugio nelle lagune dove gli Unni non vogliono andare per timore delle pestilenze. Iniziano un viaggio pieno d'insidie, soli, brutalizzati dalla paura e dalla fame, due adolescenti, Pietro e Tito, una ragazzina abituata alle comodità e alle difese di una ricca casa, Giustina, e una vecchia cavallina nera. E' inutile seguirli lungo le pianure e i canali che portano alle lagune venete: la storia è banale, precorre le «Avventure di Tom Sawyer», senza averne il ritmo e la suspense, riducendosi pian piano a un racconto melenso, con molti aspetti inverosimili, e avulso dall'ambiente storico e naturale. «Non c'è viaggio più lungo di quello che ti riporta a casa», dichiara l'autore nei Ringraziamenti. Dopo tanti romanzi ambientati in giro per il mondo, Morosinotto vuole parlare della sua terra, avviando una saga che, si suppone, vorrebbe seguire le vicende di Pietro e di Giustina, e dei loro eredi?, nella costruzione della futura e splendida Venezia. Ebbene, avrebbe potuto metterci più impegno, non affidandosi a banalità adolescenziali senza tempo (siamo sicuri che le ragazze e i ragazzi del 500 dopo Cristo fossero come i nostri?) e cercando di creare un'atmosfera che partisse dall'ambiente vallivo delle lagune. Bisogna ammettere, a malincuore, che la guerra è un bell'espediente per dare ritmo al racconto: la difesa di Atesis, con i suoi combattimenti e colpi di scena, attrae il lettore, gli ricorda l'Iliade in breve. La scrittura fluisce leggera e facile, senza asprezze: piacevole da leggere ma contribuisce a dare quel senso di superficialità frettolosa che contraddistingue il romanzo. Sottolineo una particolarità: in quasi quattrocento pagine la punteggiatura è costituita solo da punti e virgole, c'è un solo due punti, non ci sono punti e virgola; virtuosismo alla Cesare Pavese, o stilo giornalistico tanto di moda, oppure compiacimento verso un lettore adolescente, che si presume poco abituato a una sintassi articolata? Perché non leggerlo? E' banale e noioso.
Fiordicotone
Il 15 dicembre 1943 venne arrestata e inviata all'internamento la famiglia ebrea dei De Fano: Omero, «il mite rilegatore», la maestra elementare Alma, la madre di lei e la piccola Velia, figlia della coppia, una bambina albina soprannominata Fiordicotone. Nella confusione del rastrellamento la bambina venne nascosta sotto la mantella nera di un uomo, così salvandosi. Omero e l'anziana madre furono subito soppressi mentre Alma fu riservata agli ufficiali delle SS per loro divertimento sessuale. «Fa' qualunque cosa ti chiedano, pur di salvarti la vita», le aveva detto la madre, «nuda tra altre donne denudate». Ma se mettere il corpo al servizio degli aguzzini le aveva preservato la vita, l'esperienza l'aveva profondamente ferita nello spirito. Guardandosi allo specchio dopo la liberazione, Alma > non riuscì a riconoscersi. Aveva sbottonato casacca e camicia e s'era guardata. Un corpo perfetto, desiderabile. Si vide incolore, gli occhi logorati, il viso sbiadito e senza vita. Di quel corpo che tanto amava colse la tristezza, l'angoscia di una solitudine continuamente abusata . E' dalla duplice sofferenza, di internata e di prostituta, dalle cataste di morti e dall'umiliazione subita ( > in bocca il sapore acido, sulla pelle il sentore miserabile e persistente della violenza ) che crebbe in Alma la percezione che non esistesse un dopo, > ché talmente quell'inferno era senza fondo e senza dignità da non lasciare alcuna speranza. Non c'era più niente. Soltanto Fiordicotone. Come è ovvio il libro narra la ricerca della figlia: la prima ospitalità in Svizzera, il viaggio nell'Italia distrutta sino a Lugo, la scoperta che la figlia non era più in paese, le difficoltà a farsi dire dove si trovava, ed infine l'incontro con Velia. Incombeva sempre su Alma un presagio di una vecchia cieca: «la troverai, e quando l'avrai trovata ritornerai nell'ombra». Come Alma pure il lettore non comprende le parole, oscure come gli oracoli della Sibilla. Cosa vuol dire tornare nell'ombra? Scopriamo lungo il racconto che Alma non aveva ombra, era come un fantasma corporeo ma inconsistente, era senz'anima. Alma «era prigioniera di una cifra tatuata», non aveva speranza e non pensava che ci fosse un futuro per la figlia. Con toni forse troppo melodrammatici ma tenendoci sospesi in una preoccupata attesa l'autore ci porta sino alla conclusione. In un precedente romanzo («Il bambino del treno» recensito in questo sito) Paolo Casadio è partito da un fatto realmente accaduto, ambientato in un luogo preciso: una piccola stazione, oggi abbandonata, della linea ferroviaria Faenza-Firenze. Luogo e vicenda storica hanno dato un ancoraggio concreto alla narrazione; insieme allo stile elegante hanno contribuito alla buona riuscita del romanzo. In «Fiordicotone» Casadio si disperde su troppi temi, dal dramma esistenziale degli internati alla ricerca della figlia. Il filo conduttore non sono tanto la storia e la protagonista, quanto un alone di morte, di fantasmi che aleggiano dal passato, con il rischio di scivolare nel «fantasy» (si pensi all'immagine dell'ombra, sinceramente esagerata) o, più nobilmente, nel contesto evanescente e astratto di molte poesie di Mario Luzi. Nel vuol dire troppo l'autore trascura l'ambiente di Lugo di Romagna, i personaggi e in particolare la ricostruzione delle ambiguità, dei pavidi compromessi, dei piccoli sotterfugi a fin di bene di tante persone comunque consenzienti con le orrende finalità del regime nazista: si pensi alla figura del maresciallo. Il frequente ricorso al punto con le conseguenti frasi senza verbo frammenta la narrazione e compromette l'eleganza della scrittura: un lascito dannoso del dominante stile giornalistico. Perché leggerlo? Si legge molto bene ed è interessante dal punto di vista storico.
La foresta d'acqua
Un famoso scrittore settantenne, Choko Kogito, torna alla casa dell'infanzia per prendere visione della valigia dove sarebbero nascosti documenti in grado di rivelare i motivi del suicidio del padre. Siamo in una foresta sulle rive delle acque in cui il padre è annegato in una sera di tempesta. Choko visita il monumento voluto dalla madre in ricordo del tragico avvenimento. > Una grande pietra rotondeggiante spuntava dalla nuda terra, sembrava un frammento di meteorite. Quando mi avvicinai e provai a guardarla meglio -- assomigliava anche a uno strano ammasso vegetale verde d'acqua -- notai che recava un'iscrizione di appena cinque righe. (...) > Non hai preparato Kogii a salire nella foresta/ E come preso dalla corrente del fiume non tornerai mai più./ A Tokyo durante la stagione arida/I ricordi mi affiorano alla mente all'incontrario/Dalla vecchiaia fino agli anni dell'infanzia . I primi due versi furono scritti dalla madre e invitavano Choko a prepararsi alla morte, ma anche a predisporre alla fine della vita il nipote, gravato da una grave disabilità. E' un primo filo conduttore dell'intero romanzo: il pensiero della Morte, l'attaccamento disperato alla vita che si esprime con la > mancanza del coraggio necessario per tentare di scrivere il suo «ultimo lavoro» e sconvolgere la sua intera opera. Gli altri versi, dello stesso scrittore, segnalano l'altro tema, anch'esso tipico della vecchiaia: ritornare indietro agli anni dell'infanzia, misurarsi con la figura del padre, indagare le tante facce della Memoria. Affiorano alla mente altri romanzi come «Il giorno del giudizio» di Salvatore Satta o lo splendido «The cold eye of heaven» di Christine Dwer Hickey (si vedano le recensioni in questo sito). Kenzaburo non vuole scrivere un «romanzo dell'io», dove il soggetto è al centro della narrazione, parlando sempre di sé stesso e l'ambiente, le vicende e gli altri, sono solo un «io specchiante». Per non cadere nell'ego narcisistico così invadente nei nostri giorni, Kenzaburo ricorre al racconto da parte di altri e a rappresentazioni teatrali, e lo scrittore è uno spettatore, stupefatto e ammirato. Come in Dante, l'io narrante protagonista è in secondo piano, sovrastato dai personaggi e dagli avvenimenti. Questo preambolo pone in secondo piano la trama, che eppure esiste e irromperà alla fine del romanzo. Choko vuole raccontare l'annegamento del padre, cui, bambino, ha assistito inerme. Perché il padre si è ucciso? E perché Kogii, l'amico immaginario, lo attirava verso le acque? Che cosa racchiude la memoria? Dapprima, ogni cosa pare chiara, poi tutto si sfuma e svanisce, tra immaginazione e realtà. > D'un tratto vidi davanti a me decine di leucischi argentei, (...) e al di sotto di quel banco di pesci, avvolto nella fanghiglia sul fondo scuro, ebbi la netta sensazione di scorgere un grande corpo nudo.... mio padre! Il suo carattere fluttuava dolcemente, cullato dalla corrente sottomarina. E io, lì a guardarlo, cercavo di imitare i suoi movimenti. (...) Presi una scheda e scrissi: «amo mio padre disperatamente». Nella valigia non ci sono elementi per decifrare il suicidio del padre, Choko cade nella depressione, si chiude in se stesso, tratta male il figlio, persino potrebbe uccidersi. A salvarlo è una giovane attrice, Unaiko, che lo coinvolge nella sceneggiatura di un fatto risalente a metà dell'Ottocento. E' una rivolta di contadini capeggiata da una donna, la sommossa fu repressa nel sangue e la donna subì uno stupro di gruppo prima di essere uccisa. Pare un «innocuo» episodio da celebrare, quando Unaiko decide di dichiarare nel corso della rappresentazione che da bambina è stata violentata più volte dallo zio, potente funzionario, e il tutto è stato zittito. Si annuncia uno scandalo, si rivela l'ipocrisia della società giapponese, la realtà entra in scena e salva Choko. E' difficile sintetizzare in una recensione questo complesso romanzo. Accanto ai temi già indicati ce ne sono molti altri: il declino fisico dell'uomo e dello scrittore, che ricorda «Morte a Venezia» di Thomas Mann (si veda la recensione in questo sito); la disabilità e quindi il peso di avere un figlio «diverso»; la funzione catartica del teatro, che permette anche di demistificare uno dei testi fondamentali della letteratura giapponese moderna, «Il cuore delle cose» di Nutsemi Soseki (recensione in questo sito); il fascino magico della natura, tema tipico giapponese, e infine le trasformazioni sociali e culturali del Giappone contemporaneo, ancora in bilico tra tradizioni e modernità. Tanti argomenti sono presenti e forse troppi. Il lettore va avanti perdendosi nei meandri della narrazione, affascinato e affaticato. Al padre che gli parlava del «Grande dizionario dei caratteri cinesi» l'adolescente Kenzaburo Choko rispose: > se tutte le parole saranno in un dizionario, allora non sarà più possibile trovarne di nuove, e non ci sarà più alcun divertimento! Con un stile elegante e fluido, ricorrendo ad abili tecnicalità stilistiche, lo scrittore indaga numerose forme espressive, dall'epistolario al teatro, dalla musica alla lirismo onirico. E' un'ampia tastiera narrativa (impossibile individuare quella lessicale), di cui Kenzaburo si compiace troppo spesso, con il risultato di appesantire e allungare il racconto, facendo perdere di vista il nucleo centrale. Come dice lo scrittore stesso, sembrano «frammenti», come se non fosse più possibile l'unitarietà dell'Essere. Perché leggerlo? E' un flusso di coscienza con un "io" non invadente.
Forse Esther
La narratrice protagonista parte da Berlino per un lungo viaggio nei paesi all'Est della Germania, in quel vasto spazio geopolitico dove pare che tutto sia avvenuto, all'insaputa di noi europei occidentali. Prima va a visitare con la figlia il grande Museo di Storia Tedesca a Berlino (consiglio tutti di andarci) e nell'area dedicata alla Shoah la figlia le chiede: > dove siamo noi qui in questo pannello, mamma? (...) Avrei voluto aggiungere che noi in quell'immagine non figuravamo affatto . Ma non è vero ed è per questo, forse, che vuole risalire lungo l'albero genealogico della sua famiglia: ebrea, un po' polacca e un po' russa, vittima di drammatici avvenimenti: la caduta di grandi imperi, la guerra civile russa, la rinascita e la spartizione della Polonia, il nazismo e lo stalinismo con i loro eccidi, stragi, ghetti, campi di concentramento, milioni di morti; e peggio ancora la perdita della propria lingua e della propria storia. E in effetti l'autrice saltella, «in modo strano e goffo, simile a una puntina di un disco giunto alla fine». I nomi e i nomignoli lungo l'albero genealogico si susseguono ed è inutile identificarli e ricordarli; la confusione è forse voluta. Alcuni passaggi del racconto restano fortemente impressi, come il genocidio di Babij Jar, anche per le parole del grande poeta Evgenij Evtusenko («Ogni vecchio ucciso qui/io. Ogni bambino ucciso qui/io»). In generale le persone, le vicende, i luoghi e le parole sono come «scritte perdute», iscrizioni che vengono rinvenute per caso e si cerca di decifrarle, ma non si capisce neanche a quale alfabeto appartengano. > Capii che ero arrivata troppo tardi, che il sapere era andato perso, e io non avevo la forza di recuperarlo, mi ero attardata, con la mia nascita e in generale; non era una colpa, era solo troppo tardi . Ma allora ha senso ricercare le proprie radici? O quel «naturalmente» usato dall'autrice nell'avvio del racconto sta a > sottolineare l'insensatezza del suo viaggio, (...) quasi che quella sparizione e quel nulla fossero fenomeni naturali o addirittura ovvi . A Varsavia l'autrice ha creduto di trovare la casa dove è vissuta la sua famiglia e scopre che era un'altra, oggi distrutta. > Durante la notte non riuscii a dormire, sognavo la sauna, il ghetto, corpi nudi nella torsione della morte o del piacere, sognavo la diversità, uomini e donne, (...) non so se sono mai stata tra i miei e chi siano i miei, queste rovine attorno a noi e dentro di noi, e il passaggio da una lingua all'altra che compio per poter stare da ambedue le parti, per essere al contempo io o non io, (...) in tedesco la lingua è femminile, in russo è maschile, che cos'ho combinato con questo scambio? E' un libro difficile per la trama disordinata, come se fosse l'insieme di aneddoti, luoghi, personaggi che si affollano nella mente senza trovare un ordine, una sistemazione razionale. E' come se la memoria incombesse e travolgesse la protagonista, sono troppo forti le immagini, troppo intensi i dolori. > Lame di coltello spuntano dalla parete e si muovono a breve distanza dal corpo. Pendono da qualche parte, (...) e tu le descrivi da un'ottica teorica, (...) ma non riesci a restituire quel terrore né il raccapriccio della loro presenza, perché restituirlo significa riconoscerlo e consentirgli un accesso. Tanto terribili sono queste cose. Certo, la storia della famiglia è eccezionale, ma c'è da chiedersi se ha veramente senso sollevare il coperchio del passato, a che cosa porta se non al pianto, al delirio. Il romanzo si chiude con un episodio emblematico. > Quando mi ritrovai di fronte alla casa che doveva essere la mia, (...) un'anziana signora (...) mi disse, o forse fu un rimprovero?, l'ho incontrata un po' troppo spesso da queste parti negli ultimi tempi! E io le risposi stupita che da anni non ero più stata lì. Questo non conta nulla, disse lei . E' una splendida metafora del fascino oscuro della rimembranza. Perché leggerlo? E' difficile, ma elegante e raffinato. Dà uno specchio narrativo di una storia e di una cultura a noi sconosciuta
La fortezza della solitudine
Il romanzo è ambientato nei quartieri «negri» di New York. Lo stile narrativo è portato avanti «per saltelli» rendendo pesante la lettura. È difficile esprimere un giudizio perché non riesco ad avere la giusta concentrazione per seguire una trama apparentemente inesistente e una scrittura difficile, anche tradotta in italiano.
Francesca e Nunziata
Francesca e Nunziata sono due donne, cui il caso ha dato un comune oggetto dʼamore: la produzione della pasta. Il romanzo narra la storia di una famiglia di pastai napoletani e di come si sono evoluti da semplici artigiani a industriali. La storia inizia poco prima della spedizione dei Mille e della caduta dei Borboni. Il nonno di Francesca produce la migliore pasta di Napoli e nel lavoro coinvolge la numerosa prole. È questa la parte più suggestiva del racconto anche per lʼuso del napoletano nei dialoghi. Bellissime sono le scene delle fusillare al lavoro e della loro accoglienza della macchina che avrebbe sostituito il loro lavoro: > Figliulé, figliulé preparateve ʼ a mappatella, preparateve ʼ a mappatella! Le fusillare, sdegnose, ostentatamente finsero di ignorare il complesso articolarsi dellʼingombro, ma le donne di casa si fermarono con lietezza accanto a esso e le bambine gli fecero festa E il nonno cantava «Oro e diamante tene il Sultano ma io tengo ʼ e trezze toie dintʼa sti mane». Era quello il tempo quando > il grande schieramento della sua famiglia, abituato al sacrificio, operoso e animato, aveva sempre attinto da ogni piccola cosa serena felicità, ma fu quello il tempo della gioia più piena . La vicenda riprende poi molto più avanti con Francesca, ormai grande imprenditrice, donna ricca e potente. Come ringraziamento per la guarigione di una delle sue figlie, Francesca adotta Nunziata, una povera orfanella. Nunziata è lʼunica della numerosa prole di Francesca a lavorare nel pastificio, acquisendo quindi fin da bambina lʼarte di fare la pasta. > Non è cresciuta molto, pensava Francesca, è rimasta piccerella, ma tiene una salute di ferro, e poi è una lavoratrice, è come me . Ma Nunziata è una ragazza vivace e sensuale: messa incinta dal fratello acquisito, il bello e colto Federico. Francesca decide di darla in sposa, per coprire lo scandalo, e nel momento di salutarla le chiede che cosa vuole in dono: > ʼ nu ruotolo dʼoro, una parure di diamanti... E Nunziata si era fatta coraggio e aveva alzato gli occhi nel risponderle. Per un attimo gli sguardi si erano incontrati: voglio due ʼingegni per fare i maccheroni > . Nella terza parte del romanzo, Nunziata è diventata una imprenditrice di successo mentre Francesca ha subìto una serie di disavventure finanziarie, che lʼhanno portata alla rovina. I giorni di Nunziata nelle loro scansioni di sole e di ansie, dolori e canzoni, ebbero un contrassegno preciso di laboriosità indefessa, di sacrificio senza negligenze, proprio come quelli di Francesca. Ma nello svolgersi furono più allegri e fortunati e nel lento dipanarsi più soddisfatti. Le rallegrò lʼesistenza e lʼaiutò a vivere: il tressette > . Nunziata è una donna indipendente, non convenzionale, sorretta da un atavico desiderio di vivere, anche delle piccole cose. I suoi amanti, il legame profondo con la famiglia di Federico, ormai in miseria, la pongono in profondo contrasto con i figli. Il declino personale di Nunziata, osteggiata e isolata, è emblematico della fine di una civiltà: Napoli scompare sommersa da una iattura, che avrebbe seccato la linfa di lavoro di un artigianato orgoglioso e capace e cancellato lʼimportanza vitale di esperienze e qualifiche. Il libro è un grande affresco, che può essere letto da tanti punti di vista: il canto di un vigore meridionale che spesso si dimentica, la storia di Napoli e delle occasioni perse, lʼevoluzione di un industria dal lavoro manuale a quello meccanizzato, il ruolo delle famiglie e delle donne. Una storia così complessa si regge non tanto sui personaggi e sulla trama, quanto su uno stile lussureggiante e fascinoso, pur restando sempre ben saldo sul racconto. Oltre alla prima parte, quella più verace ed esilarante, ci sono alcune pagine bellissime, come la descrizione del pranzo offerto da Francesca. Rossi e gialli, disposti in quiete file, appassiti dolcemente dal fuoco, smorzati nella tonalità dei colori, i peperoni ripieni trattenevano nelle nervature svigorite, nelle grinze degli afflosci, lucide untuosità e si allentavano disfatti e quasi sensuali, con le spaccature che lasciavano intravedere il segreto del ripieno e gli occhi delle olive nere«. E poi il tocco finale.» I due uomini di fede andarono a mangiarli nel nascosto della pineta... e così nel buio, solo gli occhi di pietra di un Ercole maligno, senza naso e senza mani, seppero la carnalità del pasto". Perché leggerlo? È un canto a Napoli, allʼindustria, alle donne e alla lingua italiana
Frankenstein a Baghdad
Un vecchio rigattiere, ubriacone e ciarlatano, compone un cadavere con pezzi di corpi dilaniati dalle bombe, così frequenti a Baghdad durante lʼoccupazione americana, negli anni 2005 e 2006. Una vecchina vive in contemplazione di un quadro di San Giorgio, che le ha promesso, secondo lei, il ritorno del figlio, scomparso da venticinque anni nella guerra tra lʼIraq e lʼIran. Hasib, un giovane addetto alla sicurezza di un albergo viene ucciso dallʼesplosione provocata da un kamikaze di nazionalità sudanese. Non è possibile ricomporre il corpo e i familiari dovranno piangere una bara vuota, come avviene spesso a Baghdad, oggi. Ma lʼanima del giovane si impossessa del cadavere ricostruito dal rigattiere e gli dà nuova vita. È merito di San Giorgio, che in tal modo cerca di mantenere lʼimpegno preso con la vecchina, ingannandola a fin di bene? O > ciascun membro della famiglia sognò qualcosa riguardo Hasib, e quei sogni, assemblati e intrecciati insieme, si contemplavano a vicenda, (...) dando vita al corpo onirico di Hasib. (...) E alcuni di loro esagerarono con i sogni, spingendo con le proprie mani lʼaggrovigliata e compatta matassa onirica fino a molto lontano, più lontano di quanto potessero immaginare i familiari, gli amici, i parenti e i vicini di casa insieme, in un luogo che non sarebbe mai venuto loro in mente ? Superstizione, immaginazione, menzogne non sono altro che facce della storia, alle quali si finisce di credere, > dimenticando che erano solo bugie divenute vere in un qualche momento del passato . Quel che sia, un nuovo essere, denominato «Comesichiama» prende vita, agisce in un quartiere di Baghdad; e noi lo seguiamo nella sua vicenda: dapprima un vendicatore, che vuole > impartire punizioni esemplari, (...) per gli innocenti che non hanno alcun sostegno, a parte la propria anima che cerca di difendersi dalla morte ; alla fine un assassino, che uccide per poter rimanere in vita, rimpiazzando i pezzi in decomposizione (una mano, un occhio, le dita dei piedi...) con altre parti, ancora fresche. > Quella era la sua unica giustificazione, Non voleva decomporsi ed estinguersi. (...) Per questo si aggrappava alla vita, forse più degli altri, di quelli che gli concedevano le loro, di vita, e pezzi dei loro corpi, così, per paura . Comesichiama ha tanto da raccontare, ha i ricordi di tutti coloro che gli hanno dato pezzi di corpi, ma lʼunica persona che lo ascolta è la vecchina che crede che lui sia il fantasma del figlio scomparso. Ma anche lei non riesce a comprenderlo, è stanca, è ora di andare a dormire. > Perché non ti riposi, figlio mio? Vuoi che ti sistemi un materassino in cortile? gli disse per porre fine al suo monologo lungo e ramificato. Lui sentì che avrebbe voluto davvero (...) distendersi sul sottile materasso di cotone a guardare il quadrato del cielo e contare le stelle fino ad addormentarsi. Ma quella vita non gli era concessa . Così sintetizzato, il romanzo può sembrare una via di mezzo tra una storia macabra e un racconto metafisico, una rappresentazione dellʼodierna condizione esistenziale, in Iraq come altrove: lʼunico modo per ricomporre la propria frammentaria esistenza, individuale e collettiva, è depredare parti di altre, in un circolo vizioso che non ha fine, perché può sostenersi solo con un saccheggio continuo. Per fortuna, intorno al filone principale si sviluppano altre vicende, che non si capisce se siano di semplice contorno o se rappresentino invece il vero oggetto del libro: la vita di quartiere e i suoi abitanti; le traversie di un giovane e brillante giornalista, stritolato dagli ingranaggi del potere, delle donne e del facile guadagno; un oscuro dipartimento dei servizi segreti, che si affida ad astrologi e negromanti per fare previsioni riguardi agli attentati che insanguinano la città e scoprirne gli autori; ed infine lo scrittore stesso, casuale narratore della paura ormai diffusa, di > unʼimmagine che mutava e si moltiplicava in base al numero delle teste poggiate sui cuscini, nella notte, preoccupate e allʼerta . Molti personaggi e tante situazioni si alternano e si sovrappongono, tutte narrate con tratti ironici e paradossali, rendendo di fatto lʼintero romanzo una grande metafora del potere e di come > ci sono leggi che operano solo in circostanze precise, e quando accade qualcosa che obbedisce a queste leggi lʼuomo si stupisce e sostiene che si tratti di una cosa assurda, una superstizione o, nel migliore dei casi, un miracolo . Delicato, elegante, leggero ma non superficiale, intriso di nostalgia e di affetto per Baghdad, il romanzo è quasi perfetto; gli manca solo il ritmo narrativo. Il racconto si sviluppa lentamente, frammentandosi in troppi episodi e personaggi, confondendo il lettore, privandolo delle sorprese e nel contempo degli approfondimenti psicologici, che avrebbero dato spessore ai protagonisti. Perché leggerlo? È una lettura piacevole pur affrontando una realtà terribile.
I fratelli Karamazov
Il romanzo è ambientato in una città di provincia della Russia e tratta delle vicende della famiglia Karamazov e dei complessi rapporti tra il padre e i figli. Il racconto può essere articolato in tre parti fondamentali. Nella prima parte viene delineato il profilo dei personaggi principali tramite una successione di avvenimenti drammatici, nei quali si manifestano i sentimenti dei figli verso il padre (di disprezzo e di odio, ma anche di consapevolezza di essere «fatti della stessa pasta») e in tal modo anche i caratteri, complessi e contradditori dei protagonisti: Dimitri impulsivo e «animalesco» ma trascinato anche dalla passione e dall’amore; Ivan cinico e riflessivo, ma anche angosciato da un profondo senso di colpa e di disperazione (per il dolore dell’umanità e per la coscienza di essere come il padre); Alesa buono e gentile ma in un certo senso spettatore nei confronti delle vicende drammatiche e posseduto anch’esso da una sensualità, che gli proviene dal padre; e infine il figlio naturale del vecchio Karamazov, Smerdjàkov, che esprime tutto il dolore, il senso dell’ingiustizia e l’odio, presenti anche nei fratelli ma in una dimensione «animalesca» e quindi senza freni. La prima parte del romanzo, la più ricca di temi e di suggestioni, descrive il mondo filosofico e religioso del racconto, nella lunga trattazione su padre Zòsima (la sua visione del mondo, la sua morte e la delusione per la rapida decomposizione del corpo), e poi nel colloquio tra Ivan e Alesa (i capitoli «La Ribellione» e «il Grande Inquisitore»). Nella seconda parte vengono descritte le vicende, che portano all’assassinio del vecchio Karamazov e all’arresto di Dimitri. Si tratta dei capitoli più fragili del libro, centrati fondamentalmente sulla figura di Dimitri e su due personaggi femminili: Katerina Ivanovna (fidanzata di Dimitri ma che ama Ivan) e Grùsenka, la donna che costituisce il movente apparente del delitto (Dimitri ama Grùsenka, che a sua volta è amata dal vecchio Karamazov). La seconda parte si chiude con il riconoscimento dell’amore tra Dimitri e Grùsenka. Nella terza parte viene descritto il processo con le arringhe dell’accusatore e del difensore. Ma il vero oggetto di questa parte è costituito dall’incontro tra Ivan e Smerdjàkov e nellʼaccusa di quest’ultimo verso Ivan: Smerdjàkov ha ucciso il vecchio Karamazov, perché giustificato dalla partenza di Ivan. In realtà è Ivan il vero mandante del delitto. Da questa affermazione hanno origine la follia di Ivan e in un certo senso la decisione di Katerina di portare in tribunale una lettera di Dimitri, che preannunciava il delitto, che sarà alla base della condanna. La critica parla normalmente di due piani in base ai quali vanno «letti» i personaggi: quello empirico e uno metafisico. In realtà bisognerebbe distinguere anche tra il piano metafisico- religioso e quello metafisico-filosofico. Dal punto di vista «empirico» il ritmo del racconto si basa fondamentalmente sul dialogo tra i personaggi e si incarna sul tema della contraddizione tra la razionalità e l’irrazionalità: i personaggi sembrano essere mossi da due forze tra di loro in conflitto ma vengono comunque ricondotti sempre a un «destino» che trova fondamento nella natura intrinseca (nel codice genetico si direbbe oggi) della persona. È questa la vicenda dei fratelli Karamazov: odiano e disprezzano il padre o lo compatiscono (nel caso di Alesa), ma in tutti i casi sono fatti della stessa natura e a quella sono irrimediabilmente ricondotti. Questa ineluttabilità della loro natura è chiara a Ivan (ed è alla base della sua follia); è evidente in Dimitri e in Smerdjàkov, ma traspare anche in Alesa, per esempio nei rapporti con il giovane Kòlja. Come dice Ivan in un colloquio con Alesa: > perché mentire a se stesso, quando tutti gli uomini vivono così e forse non possono vivere in altro modo? Me lo domandi a proposito delle mie parole di poco fa, che uno dei due rettili divorerà per forza l’altro? Permetti pure a me, in tal caso, di farti una domanda: credi anche me capace di versare il sangue di Esopo come Dimitri, cioè di ucciderlo? . Il secondo piano è quello religioso, che è profondamente legato al tema della sofferenza e della sua compatibilità con l’esistenza di Dio. Come dice Ivan ad Alesa nel capitolo «La Ribellione»: > se tutti devono soffrire per conquistare con la sofferenza l’eterna armonia, che c’entrano i bambini?... Io non voglio l’armonia, non la voglio per amore dell’umanità... Non è che non accetti Dio, Alesa: semplicemente gli restituisco rispettosamente il biglietto. Se le sofferenze dei bambini sono servite a completare la somma di sofferenze occorrente per pagare la verità, affermo sin d’ora che nessuna verità vale questo prezzo . Non esiste sicurezza nella fede; Alesa stesso dubita nel momento stesso in cui vede decomporsi il corpo di padre Zòsima, e soprattutto non si giustifica Dio se esiste una tale sofferenza nel mondo. Il terzo piano è quello filosofico, legato alla nascita dell’uomo moderno. È nel capitolo del «Grande Inquisitore» che si esprime il contrasto tra il sacrificio di Cristo per dare agli uomini la libertà di giudizio e la volontà della Chiesa (e così di qualsiasi Istituzione) di mantenere gli uomini in uno stato di tutela. Così parla il Grande Inquisitore: > che colpa ha l’anima debole se non ha la forza di accogliere doni così terribili?... E se c’è un mistero, anche noi avevamo il diritto di predicare il mistero e di insegnare agli uomini che non è la libera decisione dei loro cuori quello che importa e neppure l’amore, ma il mistero al quale devono inchinarsi ciecamente, anche contro la loro coscienza. E così abbiamo fatto. Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità . Il legame tra i tre piani (empirico, religioso e filosofico) è dato dall’affermazione di Ivan che tutto è possibile all’uomo: si esprime in tal modo un concetto di «uomo senza limiti» che è alla base di tutte le vicende del romanzo, della sua costruzione filosofica e delle contraddizioni presenti nei personaggi e nello spirito che anima il libro.
Il Fu Mattia Pascal
Mattia Pascal vive in una cittadina di provincia e si è trovato, quasi per caso, sposato, povero e bibliotecario.Soffre lʼimmobilità della sua esistenza ed è terrorizzato dallʼidea di vivere «così, sempre, fino alla morte, senzʼalcun mutamento, mai..». Per trovare una momentanea evasione fugge a Montecarlo dove gioca al casinò e vince unʼ ingente somma. Scopre poi che nel suo paese è stato trovato il corpo irriconoscibile di un suicida, che si pensa sia lui, Mattia. È questa la parte più felice del romanzo, veloce nel ritmo, ironica, ricca di ritratti ben costruiti e di una rappresentazione efficace della vita provinciale e dellʼambiente dei giocatori del casinò. Alla notizia della sua presunta morte, Mattia decide di scomparire, di essere un altro, libero da tutti i vincoli del passato, > come rifatta vergine e trasparente la coscienza, e lo spirito vigile del mio nuovo io . Si tratta, tuttavia, di unʼillusione, in quanto nellʼinganno non riesce a vivere in modo autentico. Di ciò diviene pienamente cosciente quando si innamora di una donna, alla quale non può dichiararsi. In realtà a Pirandello non interessa tanto il dramma dellʼuomo Mattia Pascal quanto il paradosso di un personaggio che è riuscito ad ingannare anche la morte. La vita non è forse un enorme mistero, si chiede Pirandello, e «tutto questo mistero non esiste fuori di noi, ma soltanto in noi» e > se la morte non esistesse, ma fosse soltanto lʼestinzione dello sciagurato sentimento che noi abbiamo di essa ? Nella seconda parte del romanzo lʼautore perde dʼinteresse per lo studio dei personaggi e delle situazioni, che divengono via via sempre più scontate e banali, e si concentra invece sul tema a lui così caro: la vita come illusione, come una serie di specchi della coscienza, peraltro falsa e ingannevole, dellʼio. Il ritmo narrativo diviene lento e ripetitivo, i dialoghi sono in molti casi ridondanti e il libro perde la freschezza e lʼoriginalità delle prime pagine. Non sorprende la conclusione del romanzo. Mattia Pascal si trova imprigionato tra le menzogne e decide di simulare un nuovo suicidio, ossia di morire unʼaltra volta, e di ritornare ad essere Mattia Pascal. Ma la moglie si è risposata, credendo giustamente di essere vedova, e quindi Mattia Pascal, anche ritornato alla vita «vera», deve continuare a vivere nellʼinganno e nella menzogna. Egli, ormai, è il Fu Mattia Pascal. Il desiderio di «evaporare», come dicono i giapponesi, è una delle aspirazioni, mai veramente espresse, di ogni essere umano. Si può ritornare sui prossimi passi? Si può vivere unʼaltra vita? Pirandello sembra rispondere in modo negativo, ma non perché ritenga che ciò che contino siano i rapporti autentici che abbiamo con le persone e con lʼambiente in cui viviamo, ma in quanto è convinto che tutto è un illusione ed un inganno. È il tema delle grandi opere teatrali di Pirandello, che, dal punto di vista stilistico, fanno perno sulla dialettica tra i personaggi, strumento estremamente efficace per realizzare una sorta di svelamento della menzogna nella quale viviamo. Trasferito questo approccio al romanzo, esso lo rende pesante, contribuendo a ridurre il piacere della lettura. Perché leggerlo? Lo slancio e lʼironia della prima parte del romanzo compensano la lentezza della seconda parte.
Il funerale di zia Stana
>. La narratrice, una tale nullità che non ci viene detto neanche il nome, è una giovane donna che passa il tempo davanti alla TV a guardare le amate serie televisive. Come fanno i giapponesi a barricarsi in casa, non l'hanno una madre? Ed essa costringere la nostra protagonista a lasciare la propria cuccia, così confortevole e protettiva, per andare al funerale della zia Stana, che si è strozzata con un ossicino di pollo. Si ritrova scaraventata dentro le ancestrali e corrose relazioni familiari, nel villaggio della propria infanzia, dove riaffiorano le dinamiche dell'adolescenza, da tanto tempo rimosse o solo seppellite nel più profondo dell'animo. Il racconto è causticamente ironico e insieme così violento da richiedere alla narratrice di fermarsi spesso >. I parenti sono figure estreme, caricature dei ruoli che s'incontrano in ogni famiglia: le personalità forti e quelle remissive, gli odii e i disprezzi reciproci solidificatesi negli anni, la ripetitività dei comportamenti e dei gesti, l'avidità per un eventuale eredità. E al centro lei, la narratrice, invisibile, come quando >. Gli avvenimenti precipitano. Una pioggia torrenziale travolge tutto, trascina la nostra protagonista in una fossa di fango dove finalmente potrebbe marcire in pace; anche se, per la sua sfortuna, è probabile che degli scavi archeologici la riesumeranno dopo secoli: >! Quando per un colpo di fortuna trova un bel rotolo di euro, nascosto in un cappotto. >. Il romanzo è ambientato in Bosnia, ma il contesto potrebbe essere il Giappone, l'Italia, qualsiasi parte del mondo. Il fascino e il limite di molti scrittori dell'Europa dell'Est sono l'universalità delle loro storie. Come in "Melanconia della resistenza" di Làslò Krasznahorkai e in "La buona condotta" di Elvira Mujcic (si vedano le recensioni in questo sito), anche in questo caso l'autrice si muove in una dimensione astorica, surreale e kafkiana. Se da un lato ci si ritrova nella narrazione (chi di noi non è stato a un funerale tra parenti sconosciuti?), dall'altro non si percepisce il dramma di un Paese, come la Bosnia Erzegovina, da anni lacerato da differenze religiose, linguistiche e nazionali, sempre in bilico sulla guerra civile. O è questa una fuga da una realtà difficile e angosciante, che permette di raccontare storie incredibili, come dice l’autrice postfazione? Sotto il profilo narrativo la lettura scorre piacevole all'interno di una trama ben costruita, anche se alla fine ripetitiva e scontata. È vero che la narratrice è una "comparsa", ma il racconto diviene più interessante proprio quando lei emerge, con suggestive finestre sulla sua vita e con evasioni oniriche, troppo brevi scorci sulla sua personalità. Perché leggerlo? Per la sua rappresentazione ironica e surreale di una famiglia.
Fuoco
Il libro fa parte di una collana che vuole trattare i temi sociali e civili attraverso il noir. In questo caso il contesto è la camorra. Leonardo è un imprenditore colluso con la criminalità. Per vendicarsi di un torto cerca di uccidere una persona protetta da un potente capo clan ed è quindi costretto alla fuga, insieme con la figlia ignara del vero lavoro del padre. Si rifugia momentaneamente in un villaggio turistico in Salento. In parallelo, si sviluppa unʼaltra storia: Lu è un ragazzo difficile, che il padre manda per alcuni giorni presso alcuni parenti, sempre in Salento, vicino al villaggio turistico, dove alloggia Leonardo con sua figlia. Tra questʼultima, di nome Cecilia, e Lu comincia una storia dʼamore. Nel frattempo, per difendersi, Leonardo prende contatto con un altro capo clan, acerrimo nemico del primo camorrista. Mentre Leonardo sprofonda sempre più nella collusione con la criminalità, tanto da partecipare al tentativo di incendio di un bosco vicino al villaggio turistico, Cecilia si rende sempre più conto della vera vita del padre, che credeva onesto. I camorristi rapiscono Leonardo e Cecilia, ma lʼintervento di Lu salverà la ragazza e lʼamore farà trovare al ragazzo un equilibrio psichico che prima gli mancava. Il romanzo intreccia molti temi: la storia criminale con il legame tra mondo degli affari e camorra, il disagio sociale dei giovani, lʼassenteismo dei genitori, sempre presi dai loro problemi e poco vicini ai figli, lʼambiente come occasione di affermazione di potenza ( sono infatti inspiegabili le ragioni di incendiare un bosco se non quelle legate al prestigio e alla ricerca della visibilità da parte della criminalità). Il racconto si sviluppa con una certa leggerezza, con ironia senza calcare i toni. Ne risulta una lettura piacevole e accattivante, anche aiutata da un stile efficace e veloce. Perché leggerlo? È un libro che tratta in modo piacevole temi importanti di rilevanza sociale.
Fuoco amico
Eyal, figlio di Yirmy, è stato ucciso, durante il servizio militare, dai suoi stessi compagni, che lo hanno scambiato per un ricercato palestinese. Amotz, cognato di Yirmy, nel dargli la notizia della morte del figlio, usa senza volerlo un termine crudele: Eyal è stato ucciso da un fuoco amico. Questa è la premessa del racconto, che prende le mosse dal momento in cui Daniela, cognata di Yirmy, parte per lʼAfrica, dove il cognato è andato a rifugiarsi e dove è morta la sorella. Da questo momento il romanzo si sviluppa secondo due traiettorie parallele: il viaggio di Daniela in Africa e la vita di Amotz, da solo, in Israele. Daniela vuole sapere dove è morta la sorella e in qualche modo sta compiendo un viaggio di liberazione dalla sofferenza e dalla morte. Ma vuole anche capire perché il cognato, ormai settantʼenne, vuole vivere in Africa. Il paesaggio, gli animali e le persone costituiscono lo sfondo di un costante colloquio tra Daniela e Yirmy, nel quale si sovrappongono temi familiari ( la sorella, la ricerca da parte di Yirmy delle vere circostanze nelle quali è morto il figlio) e temi più generali, legati alla condizione di Israele e alla peculiarità di una religione, quella ebraica, così dura e severa. Se è possibile darsi una ragione della morte dei propri familiari, ben più difficile è superare con serenità lʼ angoscia esistenziale di un popolo. Ed allora, lʼunica possibilità è la fuga in un continente lontano: sono venuto, dice Yirmy, > a prendermi una pausa dal mio popolo, dagli ebrei in generale e dagli israeliani in particolare «tutto quello che mi opprime scivola via senza filosofie e discussioni». A sua volta Amotz, titolare di una azienda di progettazione deve trovare una soluzione a strani rumori che provengono dal vano ascensori di un condominio: è un problema tecnico o cʼè qualche cosa di misterioso, di insondabile, che proviene da un paese che vive con leggerezza una condizione sullʼorlo del precipizio? Fuoco amico tratta molti temi, forse troppi: la morte, la famiglia, la religione, il destino di un popolo, la fuga da tutto. Il filone conduttore è costituito dallʼidea che la vera minaccia non viene dallʼesterno ( per esempio, dai palestinesi) ma da noi stessi, da un popolo, quello ebraico, che ha sempre errato senza mai volersi integrare con gli altri. Il libro non vuole essere un atto di accusa verso Israele, anche se le pagine relative alla Bibbia sono senza dubbio molto critiche, ma costituisce unʼ espressione di una profonda sofferenza esistenziale. Il popolo israeliano è oggi come quellʼelefante che viene portato in giro come una attrazione perché possiede un occhio gigantesco. > Daniela si sente stringere il cuore alla vista della sua sofferenza, quasi fosse un congiunto. E in quellʼiride screziata di azzurro, di giallo e di verde che la guarda con tristezza si raccoglie una goccia che a poco a poco si trasforma in una lacrima, seguita da unʼaltra, e il pianto di quellʼanimale muto, e forse anche grato, sconvolge Daniela nel profondo, come se in quel momento si avverasse finalmente il desiderio che lʼha condotta in Africa durante la festa di Hanukkah . Fuoco amico esprime la sofferenza di un popolo e la sua incapacità di uscire dalla propria condizione. Il difetto, però, del libro è che il tema si sviluppa lentamente, quasi sommerso dalle parole, che sembrano servire a nasconderlo e a disperderlo. Il periodare è piacevole ma la lentezza, la mancanza di ritmo narrativo, lʼuso monotono dellʼ espediente di raccontare due storie parallele sono tutti fattori che rendono il libro prolisso e noioso. Perché non leggerlo? È un racconto dispersivo, pesante malgrado lʼabilità collaudata dellʼautore. Il lettore si perde in una infinità di parole.
Fuoco su Napoli
Lʼoggetto del romanzo è Napoli: «un cadavere in avanzato stato di decomposizione». Diego Ventre è un avvocato brillante e raffinato, ma in realtà un camorrista. Viene a sapere da un vulcanologo che una eruzione distruggerà gran parte della città. Diego vede in questa catastrofe la possibilità di rinnovare Napoli, di interromperne il declino, ma anche capisce che si possono fare dei grandi affari. Tiene nascosta la notizia e inizia una serie di operazioni speculative. Nel frattempo si innamora di Luce, figlia di una grande famiglia di aristocratici. Inizia un corteggiamento, con il quale Diego può esprimere tutta la sua cultura classica e i suoi gusti raffinati. Ciò non gli impedisce di continuare la sua azione criminale, a tessere trame affaristiche, a corrompere e a minacciare. Napoli viene distrutta dalla furia della natura, Diego e Luce si sposano, ma proprio nel giorno del matrimonio Luce scopre di aver sposato un mafioso e un violento. Fugge, viene catturata dal nemico di Diego, violentata più volte come sfregio, ma proprio nel momento dello stupro arriva Diego che uccide il nemico e poi punta la pistola al petto della ragazza. La vuole uccidere secondo un codice mafioso, che non può accettare che la propria donna sia stata di un altro uomo, o è solo un gesto protettivo? Non lo sapremo mai perché in quel momento Diego viene ucciso dal fratello. Lʼautore riprende uno spunto di Curzio Malaparte nella Pelle (lʼeruzione del Vesuvio come distruzione e creazione di una nuova Napoli) ma questa idea resta solo sullo sfondo. In realtà, tutto il romanzo sviluppa intorno a Diego, eroe negativo ma ammirato in fondo e mezzo per un compiacimento estetizzante del bello e del brutto di Napoli. La debolezza della trama, la povertà di analisi dei personaggi, i continui richiami ad una città irreale, perché fatta solo di monumenti, i soliloqui del protagonista, pedanti e inconcludenti, sono tutti fattori che riducono il racconto ad una serie di immagini, di bozzetti. Come ha scritto lʼautore riferendosi a Napoli, > è un romanzo senza storia, un romanzo senza capitoli. Le parole sembrano montate a caso, senza un vero prima e senza la speranza di un dopo . Perché non leggerlo? È inutile.
Fuori da un evidente destino
L’ambiente è una città americana nel territorio dei Navajos. Jim, mezzo indiano e mezzo bianco, ritorna nella sua città per essere coinvolto in una serie di omicidi commessi da un’ombra vendicatrice, che era attivata da un suo avo indiano per vendicarsi di un eccidio commesso da alcuni avventurieri. È un ritorno nel passato, sia quello lontano, che quello più vicino a Jim, legato alla sua infanzia e alla sua scelta di abbandonare la città natale. La conclusione del libro è in parte ovvia, i colpevoli di ieri e di oggi vengono puniti, e in parte è amara, in quanto Jim deve sacrificarsi, uccidendosi, per interrompere la furia vendicatrice dell’ombra, che è la sua ombra. La storia è troppo new age, così come lo è lo stile. Ma il ritmo narrativo si mantiene sostenuto così da rendere la lettura piacevole e avvincente.
Un garibaldino di nome Chiara
È il 1860. Chiara è la figlia di un noto patriota, amico di Garibaldi. La ragazza, sotto le spoglie di un ragazzo, riesce a seguire la spedizione dei Mille e quindi conosce Simone, di cui, si capisce, che si innamora. La storia è piacevole ma è condotta in modo troppo superficiale sia sotto il punto di vista delle vicende personali di Chiara (il desiderio che il padre non si sposi con una signora torinese, il desiderio dell’avventura, l’inizio dell’amore per Simone) che per quanto riguarda il contesto storico. Quest’ultimo emerge in modo frammentario senza illustrare le condizioni ambientali e i presupposti politici della spedizione.
Il gatto che voleva salvare i libri
Qual è il fascino dei libri? Perché molti di noi trascorrono così tanto tempo a leggere romanzi e poesie? L'autore prova a dare una risposta a queste domande, e lo fa con un racconto di formazione, una via di mezzo tra Harry Potter e l'Isola del Tesoro (vedi le recensioni in questo sito). Natsuki Rintaro è il tipico «hikikomori», sinonimo di un adolescente asociale, apatico e misantropo. Certo, ha la passione di leggere, passione che viene dal vivere nell'affollata e polverosa libreria del nonno. E' un piccolo negozio di libri usati, con una struttura peculiare. > Quando si entrava nella libreria dalla luminosa porta d'ingresso, in prospettiva il locale appariva molto più profondo di quanto non fosse in realtà, e per un attimo sembrava che quel corridoio circondato di libri si prolungasse all'infinito verso il buio . C'è un potere nei libri, diceva il nonno al nipote mentre apriva tranquillo un libro. Alla morte del nonno il ragazzo dovrebbe andare a vivere con una zia, destino che accetta passivamente, quasi indifferente. All'improvviso, dal nulla, compare un gatto, con fare gentile ma deciso, lo invita ad un'impresa: salvare i libri. Insieme con il gatto il ragazzo si inoltra lungo il corridoio oltre la parete della libreria; i due si ritrovano in palazzi, in veri e propri labirinti, dai quali il ragazzo potrà uscire solo se libererà i libri. A ciascuno dei labirinti corrisponde un modo di intendere la nostra relazione con questo «insieme di fogli di carta ricoperti di caratteri stampati»: il desiderio spasmodico di conservazione, la ricerca di un compendio che permetta di conoscere il maggior numero di scritti nel più breve tempo possibile, la concezione del libro come un oggetto di consumo, un business per cui va distrutto tutto ciò che non si vende. E' una casistica ben nota a noi appassionati, ma si dimentica che > leggere un libro è un po' come salire in cima a una montagna. (...) Ogni tanto bisogna esaminare riga per riga, rileggere più volte a ritroso la stessa frase, e procedere con lentezza sforzandosi di capire. Come risultato di tale impegno gravoso, di colpo ci si apre la mente . Sono parole del nonno che riaffiorano alla mente del ragazzo, parole dense e vigorose. Con la metafora dell'arrampicata il nonno vuol dire che si può salire con fatica solo se si ama la montagna. Ed è questa argomentazione che spiazza gli interlocutori e salva i libri: come si fa a tenerli prigionieri, a tagliuzzarli e a considerarli come un qualsiasi prodotto, se si amano? Il percorso formativo non è concluso. Parafrasando Carlo Marx della «Miseria della Filosofia», si è ancora nel mondo delle idee, in un legame erudito e narciso con la lettura. Sarà solo l'ultima impresa a portare a termine la maturazione dell'adolescente: come diceva Confucio, la cultura umanistica, la letteratura e la poesia, ci fanno comprendere «il senso dell'umanità reciproca», ossia l'empatia che lega tutti gli esseri umani. L'autore tenta di dare ritmo narrativo al racconto, creando nel contempo un'atmosfera magica. A questo fine ricorre all'espediente letterario del gatto, un uso molto frequente nella letteratura giapponese, basti pensare a «Io sono un gatto» di Soseki Natsume (si veda la recensione in questo sito). Ma se nell'opera di Soseki il gatto è una figura ironica e saggia, alter ego del noioso e gretto professore, qui il piccolo felino è un bolso censore del protagonista, simile al gufo di Pinocchio. Il lungo corridoio che si apre misteriosamente nei labirinti ricorda il ben più originale binario ferroviario dal quale parte la magica avventura di Henry Potter; inoltre, la descrizione dei palazzi è così minuziosa da risultare scontata e prolissa. Partito bene, il romanzo scivola in una riflessione pedante sul libro, con considerazioni condivisibili e apprezzabili se si trattasse di saggistica. A sollevare la qualità del romanzo è la scrittura: piana, piacevole e scorrevole, anche se talvolta ripetitiva: azzeccate le pennellate della libreria e dei profili del ragazzo e dei suoi amici. Peccato che non abbia lavorato sui personaggi! Perché leggerlo? Parla del nostro amore per i libri.
Genova sembrava d'oro e d'argento
Il libro non parla di Genova, malgrado il titolo. La città è solo un luogo, senza immagini e senza spessore, dove raccontare la vita di un poliziotto. Il protagonista è un giovane, che non ha speranze e pensa che la vita sia > solo uno schema del sistema, uno dei tanti, ma non sono gli uomini a controllarlo, neanche quelli riuniti a Palazzo Ducale. Il sistema è una macchina senza testa, una macchina autonoma . Quello che conta è il gruppo, lʼappartenenza ad azioni coraggiose e violente. Tutta la vita di questo giovane poliziotto è un susseguirsi di esercitazioni, libere uscite, straordinari ed interventi contro tifosi e manifestanti. Viene inserito in un gruppo speciale che viene addestrato per il G8 a Genova. Le esercitazioni, pesanti e finalizzate ad azioni anti guerriglia, rafforzano lo spirito di corpo. A Genova le convinzioni del giovane vengono messe a dura prova non tanto da ciò che succede ma dallʼamore per una ragazza, che, forse, riuscirebbe a convincerlo che il destino è nelle nostre mani, che non è vero che «lʼessere umano è quello che é». Poi tutto precipita: il poliziotto partecipa allʼazione di Via Diaz e scopre che la misteriosa ragazza, conosciuta a Genova, è lì tra i giovani picchiati e sanguinanti. Ancora una volta è stato il destino a decidere: > ero fottuto, lo ero sempre stato, piangevo perché aveva ragione Sara, avevo avuto la mia possibilità di scegliere, piangevo per me, perché capivo che adesso davvero era finita . Il grande tema del romanzo è il cinismo come conseguenza di una vita senza speranze. Il racconto, tuttavia, si sviluppa monotono e lento senza ritmo narrativo e senza che lʼautore riesca a dare profondità psicologica ai personaggi, cominciando dal protagonista. La delusione maggiore viene poi da Genova, che non cʼè ( é mai stato lʼautore nelle strade dove sono avvenuti gli scontri del G8?) con il risultato che tutta la vicenda appare fredda ed artificiosa. Perché non leggerlo? È noioso ed inutile.
Gerusalemme liberata
Gerusalemme Liberata racconta il momento culminante della prima crociata, quando Goffredo di Buglione nel 1099 conquistò Gerusalemme. Può essere interpretato come un poema epico ( una sorta di Iliade cristiana), ma in realtà le chiavi di lettura sono ben più complesse di quelle dellʼopera omerica. Innanzitutto, il poema è la narrazione di una purificazione, collettiva ed individuale: > così cantando, il popolo devoto con larghi giri si dispiega e stende, e drizza a lʼOliveto il lento moto ( Canto XI verso 10). Questo santo avanzare si scontra, in cruenti combattimenti, con i saracini ed anche con le forze del male: è una lotta tra forze sovrannaturali, degli inferi e del cielo. Gli scontri, di eserciti e di cavalieri, sono uno dei filoni conduttori del poema e permette a Tasso di dimostrare una grande perizia e conoscenza dellʼarte della guerra e dei duelli, con un gusto dellʼorrido, che rimanda ai moderni film di avventura: > e tra ʼl collo e la nuca il colpo assesta; e tronchi i nervi e ʼl gorgozzuol reciso, gio rotando a cader prima la testa, prima bruttò di polve immonda il viso, che giù cadesse il tronco; il tronco resta ( miserabile mostro) in sella assiso, ma libero del fren con mille rote calcitrando il destrier da sé lo scote . ( Canto IX verso 70). Ma che differenza tra i sogni di gloria militare e la realtà, dura e crudele! In versi, sempre da ricordare, Tasso canta lʼassurdità della guerra. Alla fine della battaglia > non vʼè silenzio e non vʼè grido espresso, ma odi un so che di roco e indistinto: fremiti di furor, mormori dʼira, gemiti di chi langue e di chi spira. Lʼarme, che già sì liete in vista foro, faceano or mostra paventosa e mesta; perduti ha i lampi il ferro, i raggi lʼoro, nulla vaghezza a i bei color più resta . ( Canto XX versi 51 e 52). Accanto alla componente epica cʼè la parte elegiaca e lirica, costituita da lunghi inserti paesaggistici e sentimentali. È il versante più bello del poema, che fa perno sulla donna, che per Tasso è una figura complessa, ricca di tante sfumature, un mistero da scoprire. Erminia, una delicata fanciulla saracina innamorata di Tancredi, un cavaliere cristiano, vorrebbe diventare una guerriera per stare vicina al suo eroe: > ah perché forti a me natura e ʼl cielo altrettanto non fèr le membra e ʼl petto, onde potessi anchʼio la gonna e ʼl velo cangiar ne la corazza e ne lʼelmetto ( Canto VI verso 83). Ma capisce Erminia che la guerra è degli uomini e lei può essere solo una docile moglie: > fugge Erminia infelice, e ʼl suo destriero con prontissimo piede il suol calpesta ( Canto VI verso 111). Ed Armida, la vera protagonista del poema, è maga, ingannatrice e conquistatrice di uomini, ma quando vede il suo Rinaldo, anche lui cavaliere cristiano, il suo odio si tramuta in amore: > ma quando in lui fissò lo sguardo e vide come placido in vista egli respira.... di nemica ella divenne amante . ( Canto XIV versi 66 e 67). Proprio la narrazione delle donne del poema e dei loro amori sfortunati verso i cavalieri cristiani rivela la complessità del mondo di Tasso. Vorrebbe essere il poeta della contro riforma, della fede salda e priva di incertezze, ma in realtà si percepisce come il poeta ami il modo femminile, ne indaga i tormenti e i sentimenti, così come preferisce i vinti e gli infedeli. A fronte di cavalieri cristiani rigidi ed impersonali ( Goffredo, Tancredi e Rinaldo) si confrontano personaggi complessi e ricchi di umanità: la dolce Erminia, la disgraziata Armida, il coraggioso Saladino e il feroce Argante. Questi sono personaggi vivi, pieni di dubbi, di affetti e di ricordi. È questo il mondo spirituale di Tasso, che riflette la sua angoscia: > vivrò fra i miei tormenti e le mie cure, mie giuste furie, forsennato, errante; paventarò lʼombre solinghe e scure che ʼl primo error mi recheranno inante, e del sol che scoprì le mie sventure, a schivo ed in orrore avrò il sembiante. Temerò me medesimo; e da me stesso sempre fuggendo, avrò me sempre appresso .( Canto XII verso 77). È questo il Tasso moderno, preromantico ed esistenziale, che ama i notturni: > sorge la notte intanto, e sotto lʼali ricopriva il cielo i campi immensi; e ʼl sonno, ozio dellʼalme, oblio deʼ mali, lusingando sopia le cure e i sensi ma non cʼè pace, «ché la furia crudel gli sʼappresenta sotto orribili larve e lo sgomenta» ( Canto VIII versi 57 e 59). Perché leggerlo? È un lungo poema, talvolta noioso, con un verso difficile, perché denso ed involuto. Ma quando Tasso si libera della religione, della fede, di ciò che deve essere detto, e lascia andare lʼispirazione, allora una lirica musicale e profonda avvince il lettore.
Il Giardino dei Finzi-Contini
Il racconto narra la storia dʼamore tra l’autore e Micòl nell’ambiente di unʼimportante famiglia israelitica di Ferrara: i Finzi-Contini. Emergono due temi fondamentali: la nostalgia per una Ferrara serena e tranquilla e, soprattutto, una storia intimistica, legata alle relazioni personali che si sviluppa come sospesa su un baratro: i protagonisti cercano di vivere come se niente stesse accadendo, ma in realtà le leggi razziali, l’emarginazione, la guerra e la deportazione, così come la malattia, incombono e coinvolgono sempre più le vicende dei protagonisti. È riduttivo leggere il romanzo come la storia di Ferrara o una vicenda dʼamore non corrisposto; essa è la storia degli ebrei, ma anche di qualsiasi altro, che dinanzi al pericolo e alla dissoluzione di un mondo «fingevano di non vedere, lasciavano correre...». Lo stile è caratterizzato da una forte musicalità, nonché da una ricchezza di aggettivi e di narrazioni, che tuttavia non va a scapito dell’efficacia e della sinteticità. I personaggi non vengono «scavati» ma restano in superficie, quasi indecifrabili e contraddittori nei loro sentimenti e comportamenti.
Gilgi, una di noi
Chi sa se Alba de Cèspedes avesse letto questo romanzo prima di scrivere «Nessuno torna indietro» e «Dalla parte di lei», pubblicati rispettivamente nel 1938 e nel 1948, pochi anni dopo l'uscita in Italia nel 1934 del racconto di Irmgard Keun, fortemente censurato per eliminare le parti più trasgressive (si vedano le recensioni dei libri di de Cèspedes in questo sito). Pur tenendo conto di uno stile completamente differente (elegante e barocco quello della scrittrice italo-cubana, cinematografico e modernissimo quello dell'autrice tedesca) ci sono numerosi aspetti affini. Le giovani collegiali di «Nessuno torna indietro» cercano la propria strada al di fuori degli stereotipi della «bella moglie e amante», così come Gilgi afferma con forza la propria indipendenza da Martin, l'uomo amato, fatuo e manipolatore. > Tutta la tenerezza svanisce dal volto di Gilgi, la sua voce è dura e chiara: le mie cose le sistemo io da sola, (...) non tollero che nessuno si senta responsabile per me, è l'affronto più grande che mi si possa fare, io.... Ancora maggiori somiglianze paiono essere quelle con «Dalla parte di lei». Come Gilgi, abbandonata dalla madre biologica, così su Alessandra incombe il suicidio materno, che travolge la sua vita e la spinge alla ricerca di un uomo con cui avere una totale sintonia. E se Alessandra uccide il marito quando comprende che non può essere amata fino in fondo («Francesco, proruppi disperata, aiutami Francesco»), così Gilgi lascia Martin quando si rende conto che troppa è la distanza tra il mondo esteriore, in cui è precipitata per opera dell'uomo (affidarsi alla giornata in una spensieratezza superficiale) e il suo mondo interiore di ragazza che vuole essere caparbiamente ingranaggio del tutto. Messa di fronte alla miseria che ha trascinato una famiglia al suicidio, Gilgi capisce che > la spensieratezza è diventata un'illusione, (...) che non ci si può nascondere nella collettività, che si è soli. Questo bisogna imparare: bisogna imparare a essere una persona, bisogna imparare che una risata costa mille lacrime, sapere che un'ora di felicità va pagata con mille ore di dolore.... E allora non è possibile continuare a vivere con un uomo cui > tutto il resto diventa assolutamente, profondamente indifferente. Bisogna andarsene, riprendere la propria vita. > Lei appartiene alla struttura universale, non è fatta per starsene fuori....ora crede di nuovo profondamente al dovere delle mani giovane e sane..... Ambientata negli anni '30 in Germania, la vicenda di Gilgi aveva evidenti connotati politici e scandalosi, che indussero i nazisti a mettere al rogo l'opera, e ai fascisti di censurarla in molti parti. Con l'occhio di oggi il personaggio di Gilgi pare quello di una tipica e brava impiegata, una sorte di Carla dell'omonimo poema di Elio Pagliarani. Ama la vita ordinata, la graziosa signora Gilgi: si sveglia preso al mattino, fa la doccia fredda per rinforzarsi, fa ginnastica, corre in ufficio (è un'impiegata modello), poi studia le lingue. > Il fatto che le mie pretese, (dice Gilgi ad una amica) non siano mai oltre la mia portata mi rende libera.... A sconvolgere una vita laboriosa arriva Martin, uno spensierato ed egoista giramondo. > la fantasia di Gilgi è sempre stata una brava bambina. (...) Ora la brava bambina si sta allontanando un po' troppo, Martin racconta, e Gilgi vede mari, deserti, campagne, quello che vede non è la realtà. L'amore la sconvolge e pare assorbirla totalmente. Dopo una descrizione a tratti ironica della vita di Gilgi, come i piccoli trucchi per allontanare le avances del capo, il racconto si sofferma a lungo a descrivere l'infatuazione di Gilgi, fatta di continui avanti e indietro, una sorta di pendolo tra i valori borghesi, di cui la ragazza è infarcita, e la vita trasgressiva che le aspetta con Martin. L'attesa di un bambino non desiderato, l'incontro con un vecchio amico, che ha perso il lavoro ed è ridotto in povertà per i figli arrivati e non voluti, l'evidente superficialità di Martin, attento solo a se stesso e incurante di quanto accade in una Germania devastata dalla miseria, sono tutti elementi che spingono a una scelta fatale in un delirio onirico: prima pensa al suicidio, poi fugge a Berlino, aprendosi a una nuova vita. Il pregio del romanzo è la scrittura, che potremmo definire cinematografica: i dialoghi rimandano alla sceneggiatura di un film in cui bisogna dare spazio agli attori, le descrizioni sono ricche di immagini potenti, che si imprimono nella fantasia del lettore, e pure i lunghi deliri di Gilgi sono a tratti prolissi ma sempre onirici e di forte impatto. Si pensi all'incontro di Gilgi con la madre biologica, cui la ragazza vuole chiedere dei soldi. Agli occhi di Gilgi la madre ritrovata è una «macchia bianca». > Nella stanza non c'è alcun rumore, solo una penombra pesante e silenziosa e una piccola macchia bianca: il viso della donna da rivista. (...) Sono tutti morti... sono completamente sola, sola sul pianeta.... E che dire dell'immagine della partenza per Berlino quando Gilgi vede, o immagina di vedere, > una piccola arancia rotolata giù dalla banchina, è in mezzo ai binari lisci, dritti e ingegnosi, maldestramente semplice e inadeguata: una chiusura onirica a un romanzo unico dal punto di vista stilistico. Perché leggerlo? E' affascinante la scrittura, a tratti la narrazione è ridondante.
Il gioco dell'angelo
David Martin eʼ un giovane giornalista, che comincia a scrivere alcuni racconti a puntate sul suo giornale. Questi racconti hanno un notevole successo e quindi viene stipendiato da un editore per scrivere una serie di romanzi, di un ciclo chiamato La città dei maledetti. Con i soldi guadagnati prende in affitto una casa misteriosa, da molti anni abbandonata, e posseduta prima da uno strano personaggio Diego Malasca. Nel frattempo si intrecciano diverse vicende: David eʼ innamorato di Cristina, che lo convince a scrivere un libro, di nascosto, per un ricco amico, che vorrebbe diventare un famoso scrittore. Viene contattato da un editore francese, che si rivelerà poi essere il diavolo o la personificazione del male, che lo convince, per un lauto compenso, ad elaborare una nuova religione. Su richiesta di un amico libraio, assume come assistente una giovane ragazza (Isabella), che vorrebbe diventare una scrittrice. David, pur continuando a scrivere il libro commissionato, avvia unʼindagine per capire chi eʼ lʼeditore francese e perché vuole elaborare una nuova religione. Si succedono a questo punto una serie di orrendi omicidi e David viene coinvolto in vicende surreali e inverosimili, tutte, però, caratterizzate dal mistero. Invano Isabella cerca di riportarlo alla realtà, David insegue disperatamente il mistero e con esso lʼamore infelice per Cristina. Tutte le persone a lui vicine, amiche e nemiche, muoiono in modo orrendo e misterioso: Cristina, per esempio, diventata pazza, muore affogata in un lago gelato dinanzi agli occhi dellʼamico. Dopo una serie di vicende tenebrose e di morti terribili, David riesce a fuggire in un paese straniero e lontano per incontrare un giorno, molti anni dopo, il diavolo, che gli affida Cristina bambina, aprendo in tal modo una prospettiva di futuro. La scena rispecchia fedelmente una fotografia, che David aveva trovato molti anni prima e che riportava il diavolo a passeggio mano nella mano con Cristina bambina. Il mistero domina incontrastato. Qualʼeʼ il significato di questo libro? Esistono, senza dubbio, molte ipotesi interpretative: la costruzione di una religione di morte che viene tuttavia sconfitta dallʼamore, una infelice storia di amore, un "noir > inspiegabile, un labirinto di idee e di situazioni di cui non si capisce il filo conduttore. A me piace pensare che il motivo comune sia costituito dal libro. Sono i libri i veri protagonisti del romanzo e con essi la fantasia e lʼimmaginazione. Allʼinizio del romanzo, quando lʼautore parla di sé bambino, David ricorda che dove i miei amici vedevano tracce dʼinchiostro su pagine incomprensibili, io vedevo luce, strade, persone. Le parole e il mistero della loro scienza occulta mi affascinavano e mi sembravano una chiave con cui aprire un mondo infinito > . In un altro punto del romanzo, Samperi, il libraio amico, prevede che David diventerà un nuovo Edgar Poe. E sembra proprio essere questo scrittore il punto ispiratore del romanzo. Le vicende narrate sono vere o il frutto dellʼimmaginazione e della fantasia? Non sono sempre le Cittàʼ dei maledetti a dominare la scena? David potrebbe avere inventato tutto, in una forma di delirio e dentro la casa maledetta, oppure essere lui stesso lʼesecutore di tanti delitti? Da questo punto di vista, trova un senso la figura di Isabella, che costituisce la realtà, la concretezza, la pedanteria in una situazione nella quale la fantasia più sfrenata ha preso il sopravvento. Come dice il diavolo, Tutto è racconto, narrazione, una sequenza di eventi e personaggi che comunicano un contenuto emotivo". Un libro complesso, che si rivela, tuttavia, prolisso e sempre alla ricerca di situazioni di effetto, che non riescono a creare,tuttavia, un vera suspense neʼ una reale azione. Le vicende si susseguono scontate e in alcuni casi eʼ evidente il ricorso ad immagini prelevate di petto da immagini letterarie. Secondo me, il romanzo non ha vita, è formale e letterario.
Il giornalino di Gian Burrasca
Vamba, pseudonimo di Luigi Bertelli, immagina di aver scoperto il «Giornalino di Gian Burrasca,»da una portinaia moglie d'un usciere del Tribunale mentre lo leggeva a' suoi figliuoli«; infatti il diario di Giannino Stoppani era rimasto lungamente»dimenticato fra gli incarti della Cancelleria giudiziaria, ciò che non farà certo maraviglia a chi sa come tutto della Giustizia italiana sia lungo e oblioso, (...) faticoso e costoso... > Il giornalino di Gian Burrasca inizia il 20 settembre (giorno della conquista di Porta Pia) e si conclude il 2 marzo dell'anno successivo; gli anni non sono indicati ma verosimilmente dovrebbero essere il 1907 e il 1908, quando il racconto fu pubblicato a puntate sul Giornalino della Domenica. Il contesto è la tipica famiglia borghese dell'inizio del Novecento, di modesto benessere, sempre in attesa di un'eredità e preoccupata di trovare un buon marito per le tre figlie ormai grandi. Giannino è il più piccolo e possiamo presumere che abbia circa dieci anni: discolo, ribelle, sempre pronto a nuove birichinate, delle quali non comprende la portata, perché ingenuo o troppo furbo. Dopo che l'avvocato Maralli, futuro marito della sorella Ada, rischia di perdere un occhio per l'ultima bravata di Gian Burrasca, alla mamma che gli dice piangente: lo vedi, Giannino mio, quanto dispiaceri, quante disgrazie per colpa tua!... «Giannino le risponde»per consolarla, (...) ma se son disgrazie, scusa, che colpa ci ho io? > Il diario si divide in due parti. Nella prima, di circa 200 pagine, si susseguono le trovate di Giannino, alcune esilaranti, altre sinceramente esagerate, spesso ripetitive nella struttura narrativa. Vamba non ha alcun intento pedagogico, com'è per Cuore di De Amicis e Pinocchio di Collodi (di quest'ultimo si veda la recensione in questo sito). Il gusto dello scherzo prevale su tutto. Nella seconda parte Giannino è mandato in collegio, dove il ragazzino conosce la solidarietà tra i compagni e il significato della rivolta come sfida all'autorità. Di grande efficacia sono le figure del Direttore e della Direttrice: lui secco secco e lungo lungo«, lei»bassa bassa e grassa grassa«e che chiama il marito»imbecille > . D'altra parte è la proprietaria del collegio, fondato dallo zio. E qui si innesca uno degli episodi più divertenti dell'intero racconto. I ragazzi si accorgono che i due amano le sedute spiritiche nelle quali invocano lo spirito del fondatore; con un espediente Giannino e suoi amici simulano le risposte dall'oltre tomba, ma non riescono a trattenere le risa e finiscono per essere scoperti. Il diario termina con un tono amaro. Umiliato dal Direttore e dalla Direttrice perché collegiale povero che non poteva pagare la retta, sentendosi indegno verso i compagni l'amico Barozzo fugge dal collegio: si rivolse a me e mi avvinghiò con le braccia, e mi tenne stretto stretto; mi baciò e le nostre lacrime si confusero insieme sui nostri visi, (...) e quando ritornai in me io ero solo, appoggiato al portone dell'istituto, chiuso". Si sarebbe potuto concludere il diario con questo sentimento di dolore e sorpresa per una amicizia persa a causa di un orgoglio ferito; ed invece, testardo, Vamba vuole aggiungere un'ulteriore bravata di Giannino, in questo modo inchiodando l'intero diario ai suoi aspetti caricaturali. Con l'occhio di oggi l'atmosfera e gli episodi del Giornalino di Gian Burrasca paiono appartenere ad un'altra società, distante dalla nostra. Per noi adulti il diario può essere un'interessante rappresentazione della borghesia del primo Novecento, quella descritta con ironia da Guido Gozzano; una struttura sociale che è continuata per tutto il fascismo e per i primi decenni del secondo dopoguerra, quando è stata travolta dal consumismo e dalla rivoluzione sessuale. Penso che agli adolescenti Giannino appaia un ragazzino incomprensibile, anche se può piacere il suo spirito di rivolta verso gli adulti, visti come una controparte ostile, rigida, e pure ipocrita. Senza volerlo Vamba ha raccontato il conflitto tra generazioni, benché l'abbia fatto in modo paradossale e per questo inverosimile. Gli accenti toscani della lingua rendono il diario di Giannino una testimonianza di un italiano vivo, popolare e vissuto. Ed è per questo che è piacevole leggere il Giornalino di Gian Burrasca. Perché leggerlo? Offre uno spaccato di un'Italia che non c'è più.
I giorni innocenti della guerra
Durante la seconda guerra mondiale, si sviluppano una serie di vicende personali in una piccola città di provincia, vicino Roma, e nella grande Londra. Stefano, appassionato di diritto e impiegato presso il Tribunale, sposa in seconde nozze Nina, una ragazza irrequieta, che accetta un marito molto più anziano per accontentare la famiglia, ma è in realtà innamorata di Sergio. Nello stesso tempo Ally è un pilota inglese, omosessuale, che è legato da una profonda amicizia con Edna, unʼeccentrica ragazza inglese. Stefano e Sergio partecipano alla lotta partigiana, alla quale dà un importante contributo anche Nina come staffetta. La ragazza conduce una relazione clandestina con Sergio, ad insaputa di Stefano, che peraltro ha una relazione con una prostituta. La situazione precipita, quando Ally cade con il suo aereo e viene nascosto da Sergio: i due ragazzi vengono sorpresi in atteggiamenti affettuosi da Nina e da Stefano, il quale si accorge dalla reazione della ragazza che Sergio era il suo amante. Stefano torna a casa e le dà fuoco uccidendosi nell’incendio. Nina si accorge, troppo tardi, di amare Stefano, mentre Edna capisce il profondo legame con Ally, malgrado la sua omosessualità. La guerra è solo uno sfondo, che chiarisce i rapporti tra le persone, che sono tuttavia sempre basati sulla complessità e ambiguità dei sentimenti umani. Come dice l’autore: > la vita non è altro che una gran confusione. Un disordine e un rimescolio di cose e di sentimenti, che però alla fine è tutto quanto ci lega agli altri e ce li fa amare .
Il giorno del giudizio
Pochi anni prima di morire, un illustre giurista ripercorre la propria infanzia, in una Nuoro senza tempo; e > come in un negativo che si sviluppa, volti remoti ricompaiono, (...) e forse mentre penso alla loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno della loro memoria . Potrebbe essere una banale autobiografia, interessante perché racconta di una Sardegna (tra lʼOttocento e il Novecento), dove ancora cʼera > un senso magico delle cose, per cui ogni atto era un rito, ogni parola lʼeco di unʼaltra parola, ogni fatto un mistero , e lʼunica speranza era quella di «crearsi fantasmi, ai quali aggrapparsi». Se fosse solo questo, il libro potrebbe riposare per sempre negli scaffali polverosi, dove mettere le troppe storie familiari e descrizioni, nostalgiche e spesso folcloristiche, di una società, che non cʼè più e non potrà mai più tornare. Il romanzo vive, invece, al di là del contesto, perché parla di un altro argomento: la morte come dissolvimento della memoria. Poiché > ognuno di noi, anche se si limita a guardare in se stesso, si vede nella fissità di un ritratto, non nella successione dellʼesistenza , così il romanzo è composto da personaggi ed episodi, a prima vista isolati e ripetitivi; il lettore ne ricava una sensazione di frammentarietà e incompletezza, di confusa e superficiale narrazione. Si vorrebbe di più, soprattutto quando lʼ autore parla del nucleo principale del racconto: il padre patriarca, autoritario ed assente, la madre, apparentemente ai margini ma centrale nella cura della casa e dei figli, i numerosi fratelli, i tanti libri che raccolgono con amore e con i quali > la fantasia entrava nella casa austera (...) e operava silenziosamente, toccando con la bacchetta magica uomini e cose . Vorremmo sapere di più del piccolo Sebastiano (dietro il quale si nasconde lʼautore), del suo legame, gioioso ed infelice, con il fratello Peppino, della loro comune passione per la rilegatura dei libri, di «unʼindustria infantile», priva di senso forse, eppure espressione della «fantasia del gratuito». Ed invece restiamo delusi, perché le tante storie e i tanti personaggi devono convergere su un solo obiettivo, narrativo ed esistenziale: il giorno del giudizio, lʼestinzione della memoria e con essa dellʼesistenza stessa. Sebastiano è in procinto di partire da Nuoro per andare a studiare a Sassari. Lʼautore tratta questo episodio di sfuggita, quasi volesse dimenticarlo. Donna Vincenza, la madre dei numerosi figli, > gli preparò il viatico con le buone bistecche impanate, e le frittelle spolverate di zucchero. Sebastiano lasciò tutto lì, vergognoso di sua madre, (...) e partì nel buio della notte, come uno ansioso di appartenere agli altri . E che dire di Pietro Catte, che era andato in continente ad arricchirsi, e che un giorno scese dalla corriera, «tra ghigni e sberleffi», e «come un autonoma si mise in corteo», seguendo il richiamo del guidatore, > il diavolo in persona, con le corna e la barba aguzza e la coda ritorta , che lo condusse ad impiccarsi ad una grande quercia. E Gonaria, che parlava con Dio, e fu tradita perché Dio lasciò morire il fratello canonico; ed allora, la povera donna chiuse per sempre la stanza del fratello, per aprirla dopo venticinque anni e scoprire che era diventata un nido di topi, i tarli avevano divorato i mobili e dal soffitto pendevano grappoli di ragnatele. > Se non si muore si vive. E questa verità, che sembra ovvia, è invece gravida di conseguenze, perché la vita trasforma tutto, non cʼè nulla che resista alla sua implacabile verità. (...) Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale . Non è un libro facile: numerosi personaggi e tante storie si susseguono senza un ordine evidente. Spesso bisogna riprendere il filo del racconto; se ci si lascia andare invece, la mente va a sé stessi, alla propria vita, al ricordo di chi lʼha vissuta con noi, e di come questa memoria si è dissolta nel tempo, perché «se non si muore si vive». Ed allora ci si accorge che non è tanto importante fare una «cronaca» dellʼesistenza, quanto vagare nella rimembranza, perché, come dice lʼautore, non si tratta dellʼaltrui destino, ma del nostro; e cʼè un momento in cui anche noi abbiamo il nostro giudizio finale. A rendere agevole la lettura aiuta una scrittura raffinata, semplice ed elegante: si intravede il linguaggio giuridico; lungi dallʼessere un difetto dà lentezza e ponderatezza alla narrazione; è cio che ci si aspetta ed evita di banalizzare i ritratti, i loro personaggi e le loro storie. Bisogna lasciarsi invischiare nel racconto, così come la nostra memoria, ottenebrata dal tempo, corre lungo la nostra vita. Perché ricordare veramente il passato, non è meglio farsi guidare dallʼimmaginazione? Solo il mito apre i nostri cuori al mistero. Perché leggerlo? Piacevole e profondo.
il giorno della civetta
L’ambiente è sempre la Sicilia e l’oggetto è il delitto mafioso. Un tenente dei carabinieri di Parma, ma di servizio sull’isola, si trova ad indagare sull’omicidio di un piccolo imprenditore edile, al quale si aggiungeranno gli assassini di un contadino, di mestiere potatore, che aveva riconosciuto l’omicida e di un confidente della polizia, che aveva indicato i nomi dei mandanti. Il tenente, scartata la pista sentimentale (la moglie del potatore aveva un’amante), riesce abilmente a ottenere la confessione dell’omicida e di chi gli aveva affidato l’incarico risalendo a un personaggio potente della mafia, rischiando di scoprire le connivenze con il mondo politico. Potrebbero essere coinvolti un deputato e un ministro, che intervengono più volte per fermare le indagini. Sarà poi la mafia a fornire «alibi eccellenti» ai tre indagati. Il tenente, in vacanza a Parma, viene a sapere che l’assassino e i mandanti sono stati prosciolti e che è stata ripresa la pista sentimentale. Dopo una cena con gli amici, il tenente «si sentiva come un convalescente: sensibilissimo, tenero, affamato». «Al diavolo la Sicilia, al diavolo tutto»....Rincasò verso mezzanotte, attraversando tutta la città a piedi....ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia e che ci sarebbe tornato. «Mi ci romperò la testa» disse a voce alta. L’autore sviluppa con sottile ironia una trama che sta tra il giallo, in certi momenti ricco di suspense, e il romanzo politico, che si focalizza sul tema dell’ambiguità del potere (bellissimi da questo punto di vista i colloqui tra il deputato e gli altri esponenti del mondo istituzionale, che il lettore non è messo in condizione di riconoscere) e della collusione, forse naturale, dei diversi livelli nei quali si articola il potere stesso. Proprio perché il tema fondamentale è il potere, appare sinceramente fuori luogo una delle pagine più note del libro, quella in cui il capo mafioso illustra la sua visione della società al tenente (gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà), in quanto introduce aspetti folcloristici e una sociologia banale che abbassano lo spessore del libro, libro che non parla soltanto di Sicilia e di mafia, ma coglie l’occasione del delitto mafioso per una riflessione sul potere come forza oscura e inattaccabile. È per questo che il romanzo è universale e supera il contesto storico e sociale. Lo stile è brioso e brillante con un ritmo narrativo che presenta rare cadute di tensione (in particolare nei ricordati soliloqui del capo mafioso). La struttura sintattica e la lingua sono semplici ma efficaci e affidano la funzione espressiva al ritmo narrativo e all’uso degli aggettivi e dei legami tra i periodi. Sciascia è un riferimento fondamentale per la lingua italiana.
Giustizia
Il romanzo descrive una vicenda paradossale. Un consigliere cantonale uccide un suo amico in un ristorante davanti a una folla di testimoni. Una volta in carcere, assolda un avvocato (l’autore del manoscritto) per individuare un diverso assassino. L’avvocato recupera una serie di informazioni che permettono di fare assolvere in corte di assise il consigliere cantonale. L’avvocato, convinto di essere stato una pedina del consigliere (che è in realtà il vero assassino) cerca di ucciderlo ma manca l’obiettivo. Il romanzo si conclude molti anni dopo, quando lo scrittore (lo stesso Durrenmatt) viene a conoscenza delle motivazioni alla base dell’assassinio e della reale successione delle vicende che hanno condotto al delitto. Il tema dominante del romanzo è costituito dall’incomprensibilità del reale e dal suo possibile rovesciamento in situazioni assurde, prive di logica e di qualsiasi forma di senso sociale e storico. Come scrive lo scrittore, > la storia che è diventata reale soltanto nella mia fantasia e che ora, descritta, si allontana da me, è forse più assurda della storia del mondo, meno solida del suolo su cui edifichiamo le nostre città? . Questo tema filosofico viene tradotto in un ritmo narrativo incalzante, che da una struttura tradizionale (da romanzo ottocentesco) si evolve in una successione di personaggi e di avvenimenti che si sovrappongono e si intrecciano, anche su piani temporali differenti. Anche lo stile diviene convulso, fatto di frasi brevi e tronche, così da manifestare l’eccitazione dell’autore e l’assurdità o la mancanza di logica delle vicende e delle situazioni descritte. È tuttavia un romanzo tutto ripiegato in se stesso: non esiste di fatto una trama che dia un minimo di suspense e di interesse a seguirla, i personaggi appaiono privi di un proprio spessore e carattere, quasi marionette in mano al destino, le descrizioni degli ambienti sono ripetitive. È di fatto un romanzo noioso, intellettualistico, che non riesce a esprimere in forma d’arte il tema filosofico che ne è alla base. Una conferma deriva dal fatto che le parti più interessanti e leggibili sono quelle che assumono le caratteristiche del saggio.
The Glass Palace
È un libro insignificante. È ambientato in Birmania dopo il 1886, quando lʼInghilterra trasformò questo vasto regno in una provincia dellʼIndia britannica, esiliando lʼultimo sovrano. Il palazzo di vetro, titolo del romanzo, è la metafora di un mondo travolto dallʼimperialismo e dal capitalismo, ai quali ci si deve adeguare, pena lʼestinzione o, nel caso migliore, lʼoblio. Il protagonista, Rajkumar, è un ragazzino, > uno straccioso indiano... con una sorta di vigile determinazione.. non cʼera alcuna semplicità nel suo viso, nessuna innocenza: i suoi occhi era pieni di concretezza, curiosità, appetito. Era come doveva essere . Tradizione, radici culturali, valori ideali non possono avere dimora quando tutto viene sconvolto e bisogna sopravvivere e possibilmente arricchirsi. Eppure anche in Rajkumar, già adulto quando era ancora ragazzino, cʼè spazio per i legami di affetto e lealtà, che non siano > relativi a se stesso e alle sue immediate esigenze, ciò era quasi incomprensibile . Proprio durante il saccheggio del palazzo reale, il protagonista conosce Dolly, dodicenne damigella delle piccole principesse, figlie dei sovrani sconfitti e umiliati. Si accende un amore che non abbandonerà più Rajkumar. La storia si sviluppa in parallelo, permettendoci di seguire la scalata sociale del protagonista e la vita della famiglia reale, isolata e controllata strettamente dagli inglesi. Nello sfacelo della casa regnante, Dolly matura in una donna riservata, apparentemente timida, ma sicura, colta e indipendente. Si sposa con Rajkumar, diventato nel frattempo un ricco uomo dʼaffari, giovane ma già pingue. Ma lo fa per amore o semplicemente perché vuole fuggire da una sorta di clausura dorata? Non posso rispondere alla questione se il matrimonio di Rajkumar e di Dolly sia frutto di un vero amore o più semplicemente del desiderio di entrambi di abbandonare il vecchio per il nuovo, la tradizione per la cultura del dominante imperialismo inglese. Quando mi sono accorto che ero ancora al 40% del romanzo dopo ore di noiosa lettura, ho riposto il libro, sconfitto dalla pochezza della trama, dalla superficialità dei personaggi e dalla prosaicità della scrittura. Leggendo il libro di Ghosh viene voglia di rileggere Kim di Kipling: un bieco cantore dellʼimperialismo inglese, ma ben altro scrittore! Perché non leggerlo? È noioso, inutile, banale.
The glassmaker (la maestra del vetro)
In questo romanzo Tracy Chevalier, autrice del bestseller «Girl with a Pearl Earring» (si veda la recensione in questo sito) si misura con Venezia, la «Città dell'Acqua», e con uno dei suoi tesori immortali: Murano, «l'Isola del Vetro». Nella prefazione Chevalier si chiede > se gli artigiani della Città dell'Acqua e dell'Isola del Vetro paiono invecchiare più lentamente di quanto avviene nel mondo esterno. (...) Pittori, scrittori, intagliatori, maglieristi, tessitori e, perché no?, artigiani del vetro: i creatori vivono spesso in uno stato sospeso che i psicologi chiamano flusso, in cui le ore passano senza che loro le notano. L'ammirazione per l'arte ha condotto l'autrice a elaborare un racconto, che pretende di seguire la storia di Murano nei secoli, da uno stato primigenio di perfezione e isolamento alla realtà attuale, intrisa di consumo e qualità artigianali insieme. E' un grande affresco storico che induce Chevalier a ricorrere a un espediente ardito: la storia di Orsola e della sua famiglia torna nei secoli, con gli stessi personaggi, passioni e vicissitudini, in un contesto sempre diverso. Partiamo dal 1486, in una Venezia ancora potente e ricca, per andare poi all'inizio del Settecento, quando è ormai evidente la decadenza della Serenissima, e quindi passare alla cessione all'Austria nel 1797, quando Venezia perse la sua indipendenza, sino alla prima guerra mondiale e agli anni a noi più vicini. Dicevo un espediente ardito perché Orsola non invecchia con i tempi della Storia, ma lo fa più lentamente; e se ciò può essere rappresentativo dell'immobilismo di Venezia, questo accorgimento letterario rende inverosimile il racconto. E' meglio, quindi, non seguire la scrittrice lungo l'intero romanzo, ma soffermarsi sulla prima parte «Calici, Perle e Delfini»: ambientata nel 1486 essa racchiude il senso del libro. Orsola è una bambina, poi ragazza, appartenente a una famiglia di artigiani del vetro a Murano. Lei desidera ardentemente imparare l'arte. > La vita di Orsola si svolgeva intorno a una pila senza fine di panni da lavare, di cura dell'orto e di lavori di pulizia, ma, quando poteva, trovava i modi per andare nel laboratorio, con la scusa di consegnare messaggi o portare dei biscotti ai lavoranti. (...) Allora si sarebbe voluta intrattenere a guardarli fare vasi o bicchieri e ornare i calici. Di nascosto, va da una famiglia concorrente, da una donna, famosa artigiana e mercante. Questa donna le insegna a creare delle perle di vetro e le consiglia di lavorarle in cucina, lontano dal laboratorio. Pare un piccolo sotterfugio ma saranno le perle a salvare economicamente la famiglia alla morte improvvisa del padre di Orsola, con il quale si perde gran parte delle maestrie del laboratorio. Chevalier è abile a dipingere il contesto e le relazioni familiari, a spiegare le modalità di lavorazione del vetro, e a descrivere i commercianti veneziani che si arricchiscono sull'isolamento cui è condannato Murano dai regolamenti della Repubblica. L 'incompetenza del fratello maggiore, che ha assunto il ruolo di capo famiglia e non comprende l'importanza delle relazioni commerciali, costringe Orsola ad andare a Venezia, a scoprire la «Città dell'Acqua», con i suoi canali e gondolieri, le osterie e i bordelli, la magnificenza dei palazzi e i quartieri malfamati. > Sembrava che ogni gondoliere sul canale imprecasse allegramente insulti, quasi cantando: > Buzaròn, Mona!, Magnamerda!, Visdecasso!, Copri le orecchie, gridava Giacomo, e lei rideva delle volgarità Insieme con la città, e con i mercanti, Orsola conosce anche il bel pescatore, di cui si innamora, rompendo, anche qui, le rigide regole della società di Murano, che voleva che ci si sposasse tra le stesse famiglie, per conservare i segreti dell'arte e l'isolamento dell'isola. Con malizia, forse, il bel pescatore > si fa assumere come garzone nel laboratorio, impara l'arte del vetro e poi fugge all'estero, portando con sé le conoscenze e le capacità così ben custodite. E' stato quindi un amore a porre fine a un monopolio che garantiva ricchezza e prestigio a Murano, e a Venezia? Ci vogliamo credere; resta il fatto che Orsola rimane in attesa di un amore vagheggiato, la cui unica testimonianza sarà un delfino di vetro > , che le verrà spedito lungo i secoli. Dobbiamo ammettere che Chevalier non è Ken Follett, se vogliamo inquadrarla nell'ambito dei thriller storici: le manca la capacità di dare ritmo alla storia, di creare le sorprese e i cambi di direzione alla trama (di Ken Follett si possono leggere in questo sito le recensioni di A place called freedom" e «World without end»). Come nello scrittore inglese i personaggi non sono approfonditi in termini psicologici: per esempio, la figura di Orsola, eroina tenace e infelice (qual è il mistero di questa donna?), non è analizzata nei suoi aspetti umani e sociologici. D'altra parte come era possibile che ciò avvenisse, se l'autrice si muove nei secoli, quasi che un'artigiana del Quattrocento esprimesse lo stesso vissuto di una donna del Settecento e del Novecento! Chevalier ha una scrittura elegante, un inglese piacevole con una sintassi lineare e limpida; un lessico vasto ma comprensibile rende facile la lettura, senza impoverirla. L'attenzione al parlato veneziano, le descrizioni precise dell'ambiente (si pensi agli stessi percorsi tra l'isola e la città), le spiegazioni delle modalità di lavorazione del vetro e dei meccanismi commerciali, indicano come la scrittrice si sia immersa nella storia e soprattutto nella stessa «Città dell'Acqua». Distrutta dal turismo e dall'abbandono dei suoi abitanti, Venezia conserva un fascino incredibile, attira e si fa amare, nonostante ci impegniamo a distruggerla. Perché non leggerlo? Alla fine è prolisso e inverosimile.
God help the child (Prima i bambini)
Per molti di noi lʼinfanzia è stata fonte di sofferenze. > E ciascuno riscriverà questa storia per sempre, conoscendo il dolore, immaginando la trama, inventando il suo significato e dimenticando la sua origine . Poi un giorno scopriamo che > hai accettato come una bestia da fatica il peso di una maledizione incomprensibile e la minaccia ingiustificata che ti lega alle ferite e ti lascia con un destino; e tu spendi la vita negando benché quellʼodiosa parola sia solo una fragile linea disegnata su uno scoglio, rapidamente dissolta in qualsiasi momento dalla forza del mare . Ma qualʼ è questa forza? Lʼautrice sembra dire che possa essere lʼamore, testimoniato dalla nascita di un bambino. Due giovani sʼincontrano per caso, portando con sé un segreto. Bride è nata con una pelle di un «terribile colore»: il nero. Faceva talmente ribrezzo alla madre, che questa non la toccava mai, anche se non era certo colpa della bambina, ma del venti per cento di sangue negro della sua famiglia. Ancora piccola, per farsi accettare Bride compie un atto terribile: con la sua testimonianza manda in carcere una donna, accusandola di molestie sessuali, pur sapendo che è innocente. Booker è un giovane brillante e un buon musicista; la sua vita è stata travolta dalla morte del fratello, violentato e torturato da un maniaco sessuale. Vorrebbe vivere nel ricordo ed è fuggito di casa, dinanzi al rifiuto della famiglia di continuare in una perenne commiserazione. Vivono sei mesi intensi, di travolgente passione ed anche di forte identità di intenti e sentimenti; entrambi, tuttavia, si tengono nascosto il doloroso segreto. Ed ecco che un giorno Booker se ne va, semplicemente dicendo: «non sei la donna». Lo ha fatto, forse, perché è nera, benché affascinante e ricca? Neanche la bellezza e il successo possono vincere il razzismo? È ancora lʼ antica colpa, di essere nata con quel colore della pelle? Bride vuole saperlo; si mette alla ricerca di Booker, per trovarlo presso una vecchia zia. Mentre lo cerca le succede uno strano fenomeno: ritorna bambina, quasi che la vita ricominciasse dallʼinizio: > un bambino. Nuova vita, Immune al diavolo o malattia, protetto da rapimento, violenze, stupro, razzismo, insulto, ferita, auto disgusto, abbandono, Libero da errori, Tutta bontà. Senza collera. Così credono . Con questa inspiegabile trasformazione Bride si libera dalla colpa ed è pronta a confessare la terribile verità, così come ad accettare la sofferenza di Booker: comprende che lui lʼha lasciata perché lʼama, > per non farla travolgere da un dolore così profondo che le avrebbe distrutto il cuore : > Adesso è incinta. Buona fortuna. (...) Ascoltami, Stai per scoprire che cosa ci vuole, come è il mondo, come funziona e come cambia quando tu sei un genitore. Buona fortuna e Dio aiuti il bambino . È difficile comprendere la linea narrativa di questo romanzo; troppi sono i temi che si sovrappongono: la violenza sui bambini, il razzismo, la liberazione dalla sofferenza e, forse, altri ancora. La trama è confusa, e non aiuta certo il cambio continuo di narratore (la madre, Bride, lʼamica, il racconto in terza persona), anzi spiazza il lettore in quanto costringe a riprendere il filo complessivo senza peraltro aggiungere nulla alla comprensione della storia e dei personaggi. Ciò che salva il romanzo è la scrittura: anche se stanca rispetto ad altre opere dellʼautrice riesce ancora ad affascinare con la sua elegante e soffusa costruzione sintattica, con le parole così evocative da creare aspettative di significati, che tuttavia sfuggono e restano sospesi. Insomma, si rimane un poʼ delusi. Perché leggerlo? È intenso.
A Golden Age: i giorni dell'amore e della guerra
Il romanzo è ambientato nel Bangladesh durante la breve ma cruenta guerra di liberazione dal Pakistan, dal marzo al dicembre 1971. Lʼautrice ripercorre gli avvenimenti dal punto di vista di Rehana: una donna che vorrebbe essere semplicemente moglie e madre: > aveva sposato un uomo che non si attendeva di amare; viveva una vita di compostezza, una vita con poche sorprese. Aveva chiesto a suo padre di trovarle un marito con poche ambizioni. Qualcuno le cui ricchezze non si sarebbero dissolte allʼimprovviso . Ed invece la donna si ritrova vedova, senza un reddito. Fragile e indifesa, non ha la forza per impedire di farsi portar via dal cognato i due figli, Sohail e Maya. Il desiderio disperato di riaverli la porta a compiere unʼazione inconcepibile per lei, donna religiosa e ligia alle regole della tradizione: ruba dei gioielli ad un cieco e riesce a riprendersi i figli dimostrando di avere redditi sufficienti per allevarli. Aver accettato di farsi sottrarre i bambini, anche se per poco tempo, è una ferita profonda; crea in Rehana un senso di colpa che condiziona i rapporti con i figli. È vedova, ha lasciato i ragazzi senza un padre, non ha voluto dargli un nuovo genitore. Quando il popolo in rivolta dichiara lʼindipendenza del Bangladesh, Rehana > si sentì sicura che tutto si sarebbe risolto da sé:(...) il paese sarebbe divenuto la sua casa, e i ragazzi avrebbero continuato ad essere i suoi bambini. Improvvisamente il mondo sarebbe giusto di per sé, ed essi avrebbero continuato a vivere vite ordinarie, non eccezionali . Ma, > una guerra era venuta a trovarli. Qualunque cosa stesse per accadere era già accaduto; ora avrebbero dovuto vivere nella sua ombra. Vorremmo vivere in pace, condurre unʼesistenza fatta di piccole cose (cucinare, assettare la casa, curare il giardino, allevare i figli, godere del loro amore), ma arriva la guerra e niente è più come prima. Il romanzo non affronta il grande tema della guerra e della pace; narra invece il percorso interiore, che conduce unʼesile donna trentacinquenne a partecipare con un ruolo attivo alla lotta del suo popolo per la libertà, contro una repressione crudele e spietata. Dapprima Rehana lo fa per il figlio, coinvolto nella Resistenza, poi agisce perché intende combattere per lʼindipendenza del Bangladesh. Rehana permette ai partigiani di nascondere nel suo giardino munizioni e dinamite, ospita un ufficiale dellʼesercito di liberazione rimasto gravemente ferito in un attentato, infine, coraggiosamente libera un carcerato, presentandosi da sola alla prigione, dove corrompe le guardie. Perché mette in pericolo la sua vita? > Io voglio fare la mia parte. Forse non è per mio figlio, forse è qualcosʼ altro. Tu non pensi che posso amare qualcosʼaltro che i miei figli? Io posso, posso amare altre cose. In questo percorso ci sono due momenti fondamentali, nei quali si attua una sorta di spoliazione della sua essenza più intima. Su richiesta della figlia decide di usare le sue stoffe più preziose per fare delle coperte per i partigiani: > il sari era di fronte a Rehana come immagini in un album di foto, evocative, un poco accusatorie Ma perché non farlo, se Maya si vestiva di bianco (colore della vedovanza) ad indicare il suo disprezzo per il lusso, ed anche, forse, per il lutto intramontabile per il padre? > Siamo in guerra, (...) Per provare che sono di qui. Per questo sto facendo qualche cosa . Rompe anche i legami ancestrali. Alla fine della guerra va in carcere a far visita al cognato, che aveva combattuto e torturato i partigiani e che le chiede, forte dei legami familiari, di farlo liberare. > Ella sta per pronunciare le parole, ovvie e scontate, - per rispetto a mio marito- , ma poi la vista di tutti loro, Joy e Aref e Mrs Sengupta apparvero davanti a lei. Ma persino così avrebbe potuto perdonarlo, ma poi si ricordò della sguardo di Maya quando seppe di Sharmeen (la migliore amica della figlia, stuprata e massacrata), e quei primi giorni di guerra quando capì che non ne sarebbe venuta fuori con tutto il suo mondo intatto E disse: > non ti posso perdonare, fratello. Per mia figlia io non ti posso perdonare. È un libro intenso, in certi passaggi ricco di azioni, che danno velocità e suspense alla narrazione. Lʼautrice è molto brava a muoversi su due piani: i rapporti familiari e la grande storia, che, come succede spesso, si racchiude in pochi mesi. Il perno intorno al quale ruota il racconto è il rapporto tra madre e figlia. Per Rehana è scontato che Sohail si impegni nella lotta, anche se è sopraffatta dalla paura per la sua vita. Non accetta il comportamento di Maya. Verso la figlia si sommano pregiudizi sociali e problemi di comunicazione, di comprensione reciproca. Quando Maya lascia la madre per andare oltre confine, per lottare da lì per la causa rivoluzionaria, Rehana esprime la sua angoscia e la invita a stare attenta. Ma la figlia le dice che lei è sempre preoccupata per la madre. > Rehana fu sorpresa ad ascoltare queste parole, ma capì che doveva essere vero, (...) una piccola finestra nel cuore sigillato di sua figlia. Non era che lei fosse diffidente, era oppressa. Oppressa dal padre amato, da colui che era scomparso, dalla sua propria madre vedova . È un peccato che questo splendido libro frani nel finale, confuso, frettoloso e per certi aspetti inverosimile. Il libro è sorretto da uno stile elegante, una sintassi semplice ed efficace, vocaboli ricercati dal punto di vista della lingua inglese ma nel contempo arricchiti da parole e modi di dire propri del bengalese. Siamo di fronte al tanto atteso miscuglio dellʼinglese con la lingua locale, raro negli scrittori del continente indiano. Perché leggerlo? Una splendida lettura, che supera la storia specifica del Bangladesh per divenire un racconto di tutte le guerre di liberazione.
Gomorra
Gomorra è un libro che tratta della camorra, ossia di quello che viene chiamato il «sistema». Ma in realtà non tratta soltanto di un fatto criminale, ma indaga sull’intreccio tra economia e criminalità e sulla presa di coscienza di un mondo corrotto al quale, però, ci si deve ribellare, innanzitutto con l’informazione e con la denuncia. Il libro si apre e si conclude con l’intreccio tra economia e criminalità. L’industria dell’abbigliamento, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, l’edilizia sono tutti settori «regolari», nei quali i grandi gruppi economici utilizzano la camorra per fare profitto ed eludere le regole del mercato e le leggi. Gran parte del libro è poi dedicata alla violenza, inaudita, delle bande e delle famiglie camorristiche: una lotta senza freni, che colpisce i nemici come gli innocenti. Ogni tanto si levano coraggiosamente alcune testimonianze isolate: un prete, una giovane maestra, un magistrato e così via. Il libro può essere interpretato come un percorso di crescente consapevolezza sulla situazione di abbandono nella quale viene lasciata la Campania e della quale sembrano essere vittime tutti i suoi abitanti, dai normali cittadini alla manovalanza criminale sino ai capi boss, il cui destino sembra essere quello di essere uccisi o di finire in carcere condannati all’ergastolo. Ma perché tutto ciò succede? Perché questa regione è diventata la cloaca di tutti i rifiuti tossici del paese con il consenso dei maggiorenti locali? A queste domande Saviano sembra dare una precisa risposta: > una ricchezza saccheggiata, presa con fatica da qualcuno e portata nel proprio buco . Questa frase sintetizza la società napoletana, ma racchiude una verità più ampia, che riguarda l’intero paese. La mancanza totale di senso della comunità, se non quello di clan, la dipendenza culturale da stereotipi (i capi camorristici imitano il cinema e non viceversa), il mito della violenza sono tutti presupposti culturali di una società, che facilmente si fa asservire dai grandi interessi economici. In questo senso, i capi camorristici sono destinati a pagare per chi sta dietro: > i boss che decidono di non pentirsi vivono di un potere metafisico, quasi immaginario ma > i boss pagano sempre, non possono non pagare. Ammazzano, gestiscono batterie militari, sono il primo anello dell’estrazione di capitale illegale e questo renderà i loro crimini sempre identificabili e non diafani come i crimini economici dei loro colletti bianchi . A questa situazione Saviano, e pochi altri, si ribellano. Dinanzi alla tomba di Pasolini, l’autore sente di «essere meno solo». > E lì iniziai a biascicare la mia rabbia, con i pugni stretti sino a fare entrare le unghie nella carne del palmo. Iniziai ad articolare il mio io so. L’io so del mio tempo... Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so . E quindi si eleva il grido di rivolta: > non permettiamo uomini che le nostre terre diventino luoghi di camorra, diventino un’unica grande Gomorra da distruggere . Ma questo grido può trovare risposta in un Italia, così paludata come quella attuale?
Gotico Americano
Il romanzo è ambientato a New York e racconta la vita di Bruna, un' italiana, docente in scienze politiche, trapiantata negli Stati Uniti per seguire il marito Tom, medico italo americano. Con due figli, Minerva e Mario, si innamora di un suo studente afroamericano, Yunus, che andrà poi a combattere con l'Isis e morirà nella difesa di Mosul. Già così ci sarebbero tanti temi, ma l'autrice ci mette molto altro: il declino dell'America, le lacerazioni razziali e sociali, l'integrazione di diverse culture, il terrorismo e l'islamofobia. Nelle note alla fine del libro Farinelli cerca di dare un filone interpretativo unitario e lo propone nell'identità e nelle sue diverse facce: religiosa, politica, di classe, di orientamento sessuale, di conflitto generazionale. > Io credo che al di là dei confini nazionali e delle differenze etniche, culturali e religiose che ci contraddistinguono e spesso separano, siamo anzitutto cittadini del mondo e mi auguro un giorno anche cittadini della stessa democrazia cosmopolita . E brava la professoressa! Ma dov'è Bruna? Nonostante tutto, il romanzo non è un saggio politico, è il racconto della vita della protagonista. Ed allora partiamo da Bruna. La narrazione prende avvio dalla fine: Bruna ha appena saputo che il suo amante studente è un combattente dell'Isis; è il giorno della vittoria di Trump; per addormentarlo Bruna ha raccontato al piccolo Mario un episodio del Corano, laddove Yunus fu scaraventato nel ventre della balena e salvato da Dio perché era un uomo giusto. Perché Dio non salva ogni uomo, come cantavano gli schiavi neri d'America? Dovrebbe rispondere al figlio ma > le parole le soffocano in gola. (...) Con il pugno continua a stringere il lembo di seta nera come se tentasse di schiacciare quell'oscurità. Mario allora le prende il viso tra le mani e dolcemente le accarezza le guance, lì dove le lacrime hanno cominciato a scendere scavando dei rivoli chiari sul trucco pesante...(...) Ho mentito a tutti . La sua vita è in frantumi; convinta di potercela fare da sola, si è scontrata con la famiglia italo americana di Tom, combattendo i loro pregiudizi e la loro invadenza, poteva essere più conciliante e remissiva; ha cercato di rendere Tom un uomo forte e autonomo non accettando la sua natura di eterno bambino; non è stata ambiziosa e competitiva rinunciando alla carriera universitaria; e poi è arrivato Yunus e se n'è andato, poteva dirgli che era rimasta incinta, ma > il silenzio aveva inghiottito tutte le parole, forse perché nessuna delle cose che avrebbero voluto dirsi aveva la forza di cambiare il corso della loro vita. (...) Possiamo levigare la superficie, addolcire le asperità, riempire qualche crepa ma cambiare no, neppure per amore . Eppure, c'è un ancoraggio in questa desolata rassegnazione. Minerva > infila le mani fredde sotto la camicia da notte della madre. Le appoggia sulla sua pancia calda, come per sentire. (...) Non ti preoccupare di nulla, ti aiuterò io . E il fragile Mario, diventato Maria, > l'aveva abbracciata e poi aveva messo la testa sulle sue gambe con la faccia schiacciata contro il suo grembo . Cara professoressa cosmopolita, dopo tutto è il nostro italico familismo che ci salva! Il romanzo è un'occasione mancata. Il grande tema dell'amore resta sullo sfondo. Intravediamo come sia difficile amare quando tanti idealismi ci sommergono e restiamo sospesi, insoddisfatti, incapaci di chiarire le relazioni con le persone della nostra vita. Travolta dagli avvenimenti e dalle novità Bruna avrebbe potuto approfondire le ragioni dei suoi presunti fallimenti e forse scoprire che aveva conquistato una migliore conoscenza di sé stessa, di ciò che era e che avrebbe voluto essere. Mossa da alte finalità politiche l'autrice non ha approfondito ciò che veramente contava nel racconto e che lo avrebbe reso interessante. E la vita di Bruna scivola così come sassolini in un pendio; come dice il poeta, > nulla mutaron nella vostra vita/gli anni che sguscian facili nell'ombra/quando una teda basta alla penombra/e la discesa è quasi una salita . (Marino Moretti «La Madonna del Sassoferrato» da Poesie Scritte col lapis, 1919). A pregiudicare il racconto sono pure la scrittura e lo stile narrativo. La prima si sviluppa incerta; dapprima caratterizzata da periodi brevi con un ampio ricorso alla punteggiatura, in seguito maggiormente ariosa, però sempre banale, scialba e scolastica. Il ritmo narrativo è lento, con lunghe prolusioni ideologiche e una ripetizione frequente di poche azioni, non sufficienti a dare dinamicità e suspense al romanzo. La descrizione dei personaggi è fragile: anch'essi non hanno un'evoluzione nel corso del libro, tutto è scontato e già detto. Perché non leggerlo? Prolisso e inutile.
Il grande colpo di Crimson City
Crimson City > aveva una sola strada polverosa che a un certo punto si sdoppiava in un solo incrocio polveroso. Una chiesa, una lavanderia, un ufficio postale, un emporio, una banca, un albergo, un saloon. Tutto aveva un aspetto malandato, sporco, scolorito dal sole, come se il deserto che c'era intorno stesse cercando di mangiarsi il paese un morso per volta, (...) come se nello spazio di venti case e tre strade ci avessero infilato tutta una serie di relitti e rimasugli di una città vera, con un piano, un'intenzione, un futuro. Roy era arrivato alcuni anni fa. > E' un bravo ragazzo disse lo sceriffo in fretta. > Pensate: è smontato dal treno tutto solo otto anni fa, e da allora sta qui. (...) Lavora sodo, mai una lamentela. E' diventato uno dei nostri. Un giorno, sono arrivate due persone dal deserto: un uomo, che tutti pensarono che fosse il famoso sceriffo Pickett, e una ragazza mezzosangue, che si presentò come sua sorella. Piper > era così spavalda, dura, levigata, con le due pistole legate alle cosce, e le ossa sottili, i muscoli scattanti, e quel qualcosa d' infernale che le brillava negli occhi. Avevano ricevuto una lettera dall'unico sopravvissuto della banda criminale dei fratelli Gordon, uccisi dallo sceriffo Pickett, evidentemente tranne uno di essi, che adesso cercava vendetta con un duello, in questa miniatura di città. Mentre gli abitanti del villaggio, tremanti ma eccitati, aspettavano l'arrivo dell'assassino, tra Roy e Piper nacque l'amore: il ragazzo pareva timido e timoroso dinanzi alla spavalda ragazza, usa alle armi, una pistolera; Piper iniziò a essere attratta dalla delicatezza e dall' ingenuità di Roy, apparentemente fragile e senza difesa. Siamo dinanzi alla tipica storia di un ragazzo romantico che si è innamorato di una misteriosa, strana e splendida ragazza, in attesa di essere salvata da un cavaliere? Roy capirà che la passione non è sufficiente a salvare l'amata? Come succede in «Il lato oscuro della Luna» di Fabio Geda e Marco Mugnone (vedi la recensione del romanzo in questo sito). Quando, all'improvviso, veniamo a sapere che Roy è molto diverso da chi noi pensiamo che sia. Il ragazzo è l'unico supestite dei fratelli Gordon, ed è venuto a Crimson City per uccidere chi ha distrutto la sua famiglia: lo sceriffo Pickett e sua figlia. L'amore sarà più forte della vendetta, o Roy continuerà nel suo scopo, cercando di uccidere anche Piper? Lascio ai lettori scegliere cosa preferiscono. A me piacerebbe lo stesso finale del Corsaro Nero, che s' innamorò della figlia del suo nemico e continuò nella vendetta, abbandonando l'amata in una barca in mezzo al mare. > Fra i gemiti del vento e il fragore delle onde si udivano, ad intervalli, dei sordi singhiozzi... Guarda lassù! il Corsaro Nero piange! ( puoi leggere la recensione del romanzo di Emilio Salgari in questo sito). Siamo sicuri che Roy sia venuto a Crimson City per fare vendetta, o aveva altri obiettivi? La trama è ben costruita, Nella prima parte, è interessante l'idea di una miniatura di città, lontana da tutto, dove l'unico collegamento con il mondo civilizzato è il passaggio di un treno ogni due settimane: una piccola comunità con le sue dinamiche, in attesa d' improbabili cambiamenti. Tuttavia, la narrazione è un po' noiosa e banale. Poi, c'è una svolta imprevedibile, e la novella diviene ricca di suspense, come in un thriller. Forse il finale sarebbe dovuto essere meno dolciastro, ed è invece come nei film di Hollywood, «vivranno felici e contenti». La scrittura è molto semplice, forse troppo, anche se il romanzo è rivolto ad adolescenti; la struttura narrativa è basata principalmente su dialoghi ed eventi, il tutto a scapito di descrizioni ed analisi approfondite dei personaggi, le cui scelte e i cui sentimenti non sono ben spiegate. Perché leggerlo? Avvincente dopo un avvio noioso.
Grande Sertao
Sertao è una vasta regione del Nord Est del Brasile: è un insieme di bassi piani caratterizzato da brevi e intense piogge che danno origine a periodi di siccità e di alluvioni, rovinando i raccolti e portando carestie tra la popolazione, estremamente povera e da sempre sfruttata dai latifondisti. Alla fine dell'Ottocento si sviluppò un esteso banditismo, che fondeva ribellione, brigantaggio e confuse richieste sociali. In quest' ambiente, dove «il criminale vive come gli piace», Guimares Rosa ha composto un poema epico, una sorta di Iliade, con i suoi eroi e le sue battaglie (si veda la recensione dell'Iliade in questo sito). Inoltre, l'autore ha raccontato un'infelice e incantevole storia d'amore, una apparentemente impossibile straordinaria passione, che ricorda quella per la Pisana nelle «Confessioni di un italiano» di Ippolito Nievo (vedi recensione in questo sito). Riobaldo è il figlio di un ricco proprietario terriero; potrebbe vivere nell'agiatezza e sposare una ricca e bella ragazza della sua classe sociale, ma ha preferito andare a combattere con i ribelli: > il Sertao mi ha prodotto, poi mi ha inghiottito, poi mi ha sputato fuori dal caldo della bocca . Tra i ribelli ha conosciuto uno splendido e delicato ragazzo, di cui si è innamorato. > Sentii il bisogno di porre le dita, leggere, molto leggere su quei suoi teneri occhi. (...) Tesoro, fosse giorno chiaro, e potessi vedere il colore dei tuoi occhi...; così dissi, perduto in una dimenticanza, come se stessi soltanto pensando, quasi dicessi un verso. Diadorim fece un passo indietro, spaventato. (...) E rise cattivo. Non siamo nell'antica Grecia dove sono normali le relazioni omosessuali e Achille poteva amare Patroclo, qui, nel Sertao, Riobaldo e Diadorim possono essere solo amici e gli approcci di Riobaldo un mero «scherzo di dileggio». Diadorim è il figlio del più importante capo banda, il quale é ucciso da un rivale, crudele e sanguinario, «l'uomo senza faccia», forse il Diavolo. Comincia la vendetta. Alcuni gruppi sotto il comando di Riobaldo inseguono i nemici, con continui scontri, tra grandi fiumi, paludi e boscaglie, splendidi animali selvaggi, poveri contadini e ricchi latifondisti, rubando, violentando donne e saccheggiando, morendo di malattie e in combattimento. Il grande Sertao cambia profondamente Riobaldo: da un riflessivo e insicuro giovane diviene un capo senza pietà, abile e determinato. Con la sua sensibilità femminea Diadorim lo rimprovera dolcemente: «quello che sta cambiando, in te, è compito dell'anima, non dovere del comando». Riobaldo ha fatto un patto con il Diavolo? Certo, ha cercato un accordo in una notte di tempesta ma il Diavolo non apparve. Finalmente, veniamo all'ultima e definitiva battaglia. Diadorim uccide «l'uomo senza faccia», vendicando il padre, ma lui stesso muore combattendo. E quando le pie donne lavano il corpo, come era uso nell'Iliade, scoprono che Diadorim è una ragazza! > Lei era, tale che così si disincantava, in un incanto così terribile. (...) Ululai. (...) Diadorim era una donna, era una donna come il sole non accende l'acqua del fiume Urucuia, come io singhiozzai la mia disperazione . Il romanzo non é solo una storia d'amore. Ci sono almeno altri due filoni narrativi. Innanzitutto, Guirames Rosa ci racconta del mondo scomparso dei «jacunços» e del loro ambiente naturale e sociale: uomini duri il cui destino è già segnato dalla nascita e che sanno che saranno sconfitti, ma continuano a vivere nel Grande Sertao, cantando le loro canzoni: > vita è sorte assai rischiosa/nel dover della lealtà:/ogni notte è fiume a valle, /ogni giorno è oscurità... Un altro tema è quello metafisico: esiste il Diavolo e dov'è Dio? Se alla fine del romanzo non riusciamo a dare una risposta alla prima domanda, invece comprendiamo molto bene che Dio, se esiste, è come il Grande Sertao, pervasivo ma molto lontano, indifferente a ciò che accade agli esseri umani. Come dice il traduttore, il mondo narrativo e lirico di Guimares Rosa > fonde terminologia, strutture e flessioni regionali con le più ardite innovazioni e la tipicità del mondo naturale e umano da cui prende le mosse. Forse, si perde molto con la traduzione, ma rimane comunque il senso magico del racconto, che porta il lettore in una sognante e affascinante storia. Riobaldo, alla fine della sua vita, narra il suo Sertao ad una persona non identificata, indicata soltanto con Vossignoria"; in questo modo Guimares Rosa dà movimento al romanzo, alternando brevi frasi colloquiali con descrizioni dettagliate e intense, fondendo realtà e immaginazione. E' un peccato che Feltrinelli abbia rovinato questo capolavoro usando un carattere minuscolo, faticoso da leggere: forse per risparmiare la carta e l'inchiostro! Perché leggerlo? Faticoso ma splendido.
La grande traversata
Siamo in una grande casa editrice, nell'ufficio preposto alla redazione dei dizionari. Pur essendo un business redditizio, lo staff è particolarmente ridotto, anche perché la preparazione di un nuovo vocabolario è un'attività eccezionale, un progetto difficile e complesso che non avviene ogni anno; tra un vecchio e nuovo dizionario c'è una continua revisione, che non coinvolge tuttavia l'intera struttura dell'opera. Impariamo come il dizionario debba essere esaustivo, aggiornato ma sintetico, anche perché inglobato all'interno di una pagina dove ogni lemma (così si chiamano le singole voci) deve avere uno spazio tale da non creare squilibri con gli altri lemmi. Per esempio, come descrivere un grande poeta dell'anno mille (samurai, monaco e poeta), al quale la tradizione diede il nome di Saigyo, termine ricco di significati, da immortale a pellegrino girovago sino a lumaca d'acqua dolce? Bisogna riportare alcuni versi del poeta? E' giusto dire che ogni giapponese «non può che emozionarsi» dinanzi alle poesie di Saigyo? Un vocabolario dovrebbe essere preciso e obiettivo evitando di dare giudizi. Un altro problema è la carta, che deve essere estremamente sottile ma deve pure evitare che l'inchiostro trapassi il foglio andando a replicarsi nel retro della pagina. Non c'è da stupirsi come la particolarità del lavoro richieda persone talmente assorbite dai segreti delle parole da non pensare ad altro. In modo compulsivo, > le studiavano e analizzavano con estrema freddezza, quasi come se le vivisezionassero. C'era qualcosa di vendicativo nella loro ossessione, come se dessero la caccia a un odiato nemico e raccogliessero informazioni per coglierlo con le mani nel sacco e fargliela pagare . La nostra storia inizia quando il responsabile va in pensione e cerca una persona che lo possa sostituire. Nell'ufficio c'è un collaboratore ormai esperto ma ha il difetto di non avere l'ossessione meticolosa necessaria per lavorare alla redazione di un dizionario. All'ufficio vendite lavora un giovane, un tipo dai «capelli da matto e che non si sbarazza mai di quegli odiosi copri maniche neri». Già il nome intriga il responsabile: Majime è una parola inusuale e pare che significhi fornitore di cavalli. Quando poi a pranzo il giovane descrive il suo passatempo preferito (guardare la gente prendere la scala mobile), il responsabile sa di trovarsi dinanzi al suo uomo. Come le persone si mettono in fila per due e in questo c'è un'armonia «favolosa, inafferrabile», esclama entusiasta Majime, così una marea impressionante di parole che arrivano da ogni parte vengono classificate e messe in colonna, sistemate alla perfezione nelle pagine di un dizionario: è in questo ordine sta il piacere del redattore di vocabolari. Majime prende via via possesso della nuova responabilità, si innamora e sposa una giovane e brillante cuoca. Sembrano una coppia improbabile ma li unisce la stessa meticolosità e ricerca dell'ordine: Majime nel lavoro di ricercatore ossessivo delle parole, la donna nella predisposizione perfetta dei piatti della cucina giapponese. L'editore decide di avviare un nuovo grande dizionario: chiamato «la Grande Traversata». Bisogna fare in fretta e bisogna sbaragliare la concorrenza, anch'essa al lavoro per pubblicare un vocabolario. Occorre rafforzare lo staff e arriva un'impiegata dell'Ufficio Marketing. Incredula e spaventata dinanzi «all'espressione ardente, quasi diabolica» di Majime, Kishibe pensa di non avere le competenze e la passione: è dinanzi ad «una muraglia erta e spigolosa impossibile da scalare». Ed invece arriva a capire che quel nuovo vocabolario da pubblicare nel più breve tempo possibile, conciso e preciso come deve essere un buon dizionario, è per lei veramente una traversata. > Aveva portato avanti la sua vita e la carriera senza mai fermarsi a riflettere. (...) Prendere coscienza del potere delle parole (il potere non di ferire il prossimo ma di rispettarlo, di comunicare e di costruire sane relazioni interpersonali) le aveva insegnato a conoscere meglio sé stessa e a comprendere i pensieri e i sentimenti altrui . Tutti noi, accaniti lettori, crediamo che le parole possano cambiare le persone, o almeno far conoscere meglio sé stessi e gli altri. Per sviluppare questa tesi, accattivante e intensa, sarebbe stato necessario approfondire i personaggi: Majime è invece un monolite, un predestinato alla passione morbosa per il particolare, Kishibe è più complessa come personalità ma perviene alla conoscenza di sé stessa tramite il lavoro duro e determinato, senza che si capisca da dove viene e dove vorrebbe andare. Talvolta pare che l'autrice voglia dare un tocco di giallo all'intera storia: riusciranno i nostri eroi a fare il vocabolario contro mille difficoltà e imprevisti, malgrado lo scetticismo dei vertici aziendali? Ma la trama è lenta e senza sorprese, scadendo a tratti nel melodramma e nel superfluo. Perché leggerlo? E' scritto in modo piacevole e fa scoprire il mondo dei vocabolari.
The Grapes of Wrath (Furore)
> Nella polvere c'erano piccoli crateri dov'era caduta la pioggia, e c'erano limpide chiazze sul mais, e ciò era tutto. (...) L'aria polverosa sovrastava ogni cosa con un suono più soffuso di quanto facesse la nebbia. (...) Gli uomini tacevano e non si muovevano spesso. E le donne uscivano dalle case per stare accanto ai loro uomini - per vedere se questa volta gli uomini sarebbero crollati . Dinanzi alla distruzione del raccolto i contadini e le loro famiglie sono ammutoliti e rassegnati: è un destino inesorabile contro il quale bisogna combattere, tuttavia. L'avvio, evocativo e intenso, preannuncia i due livelli del romanzo: il manifesto politico che chiama i lavoratori all'unità, all'organizzazione e alla lotta; una famiglia travolta dalla crisi economica e comunque determinata a perseguire un sogno, mettendosi in cammino verso la terra promessa, la California. > Le stelle scomparvero, a poco a poco, verso occidente. Ed ancora la famiglia indugiava come viaggiatori sognanti, gli occhi rivolti al tutto, senza vedere i dettagli, ma l'alba intera, la terra intera, la completa tessitura della campagna, in un solo sguardo . Nella recensione seguirò l'esodo di questa famiglia, perché è questo il cuore del romanzo. Possiamo articolare la trama in quattro blocchi: l'abbandono, il viaggio, i campi e il lavoro, la catastrofe finale. Il primo, dal 1 al decimo capitolo, è una sorta di preambolo: con grande efficacia vengono descritte la disperazione, lo sfratto incombente e violento, con i bulldozer a distruggere la casa, la frettolosa decisione di partire, l'affannosa vendita dei pochi beni e l'uccisione del maiale e delle galline, per crearsi le necessarie provviste per il viaggio, ed infine l'attesa della partenza, con sentimenti frammisti di paura e fiducia. «L'abbandono» permette all'autore di presentare i personaggi: i vecchi, testardi e fragili ad un tempo, il capo famiglia, già in difficoltà a assumere pienamente il suo ruolo, lo zio, sempre in procinto di crollare per senso di colpa (ha lasciato morire la moglie), la numerosa figliolanza (quattro maschi e due femmine, una delle quali incinta), uno strano prete che ha deciso di non pregare più perché non serve («tutta questa santità, tutto ciò che non capii»). Poi c'è la Madre: eroina tragica e possente. > Era pesante, ma non grassa. (...) Le braccia robuste e abbronzate erano nude sino al gomito, e le mani erano rotonde e delicate, come quelle di una bambina paffuta. Il viso pienotto non era dolce; era controllato, con gentilezza. Gli occhi del colore delle foglie sembravano aver vissuto ogni possibile tragedia e di averle sostenute con pena e sofferenza come passaggi verso una infinita serenità e una sovrumana comprensione. Sembrava sapere, accettare, e volentieri assumere il suo ruolo, la cittadella della famiglia, roccaforte inespugnabile. E sarà lei che emergerà come un pilastro durante il «viaggio», il grande esodo (capitoli da 11 a 18). > La gente in movimento, in cerca, erano migranti ora. Queste famiglie che avevano vissuto su un piccolo pezzo di terra, che erano vissuti e morti in quaranta acri, avevano mangiato o erano morti per fame su quaranta acri, avevano adesso l'intero Ovest da percorrere . Sulla strada si compie una trasformazione antropologica: non tutti riescono ad affrontare il cambiamento, un figlio fugge, il marito della figlia incinta abbandona la ragazza, i vecchi muoiono e vengono seppelliti lontano dalla loro terra, miseramente come tutti i poveri che non hanno più patria, i figli più grandi, Tom ed Al, reagiscono in modo differente, il primo agognando la rivolta e il secondo cercando le ragazze, come se niente stesse succedendo. E' sempre più difficile per la Madre tenere insieme la famiglia, ma lei combatte indomita e indistruttibile, anche se spesso è sommersa dai ricordi. > Ritorno alle cose tristi - quella notte che il nonno è morto e noi lo abbiamo seppellito. Ero tutta concentrata sulla strada, e lottando e muovendoci, e non era così male. Ma adesso sono qui. E la nonna - e Noah che si allontana così! (...) Posso ricordare come erano le montagne, aguzze come denti vecchi accanto al torrente dove Noah se ne andò. Posso ricordare come erano gli sterpi dove giace il nonno. Posso ricordare il ceppo davanti alla porta di casa colla piuma incastrata, tutto attraversato da tagli, e nero per il sangue delle galline . Finalmente la famiglia è arrivata in California. «I campi e il lavoro» (capitoli da 19 a 29) sono ben differenti da ciò che attendevano i migranti: i campi dove sostare con i carri sono isolati, putridi, invivibili ; manca il lavoro e i salari sono da fame, tutti i tentativi dei contadini di organizzarsi vengono repressi. Si muore letteralmente di fame; la Madre lotta disperatamente per sostenere la famiglia e tenerla insieme, è spinta da una convinzione: > la donna tiene tutta la vita nelle sue braccia. (...) La donna è tutta un unico flusso, come un fiume, qualche roccia, qualche cascata, ma il fiume continua ad andare nella direzione giusta. La donna guarda a ciò in questo modo. Non vogliamo scomparire. La gente continua ad andare avanti - cambiando un poco, forse, ma continua ad andare nella direzione giusta . La determinazione e la pazienza del proletariato si personificano nella Madre, la quale rispecchia nella sua forza tutte le donne. Ed infine siamo alla catastrofe (capitolo 30). Non è più l'uomo ad opprimere, è la natura, che si scatena in tutta la sua violenza, prendendosela con i più deboli, con quelli che vivono in campi esposti all'acqua in piena. Una pioggia torrenziale, una vera e propria alluvione, investe il campo dove si sono stanziati i poveri migranti. Si cerca di fare un argine, viene travolto dai legni trascinati dalla corrente. E' la fine per la famiglia, corrono disperati a cercare salvezza sulla strada e poi a trovare un riparo. Entrano in un fienile, ma quando si inoltrano nel buio si fa avanti un emaciato ragazzino, urla che suo padre sta morendo di fame. Ed allora la figlia, che aveva appena perso il bimbo di cui era in attesa, si avvicina all'uomo morente. > Poi lentamente giacque accanto a lui. (...) Si denudò il seno. (...) Scivolò più vicino e gli avvicinò la testa. Eccomi, disse, eccomi, La mano si mosse dietro la testa dell'uomo per sorreggerla. Le sue dita gli accarezzarono gentilmente i capelli. Lei alzò lo sguardo in alto e sul fienile, e le labbra si unirono in un sorriso misterioso. Medea, Antigone, Cornelia, tutte le grandi donne della tragedia ritornano alla mente durante la lettura di questo intenso romanzo. Certo, c'è il tema sociale, siano dinanzi ad un affresco di ciò che accadde negli anni '30 negli Stati Uniti, si parla di proletariato e di migrazione, si analizzano molto bene i meccanismi dello sfruttamento di classe: la concentrazione della ricchezza, la meccanizzazione e l'espulsione della manodopera, la creazione di un esercito di riserva di disperati per comprimere i salari e imporre condizioni durissime di lavoro e di vita, la repressione della polizia, il razzismo. Tanti possono essere i punti di vista; io dò la mia particolare interpretazione: la storia drammatica della famiglia riflette un cupo pessimismo di fondo, il quale si riscatta solo perché è la donna a resistere come una «roccia», a combattere senza mai piegarsi. Il finale, così magico e misterioso, nel quale la figlia, piagnucolosa per tutto il racconto, si fa carico di un uomo morente, ci indica che il romanzo è «un inno all'eroina femminile». E' ingenua e semplicistica come interpretazione? E' probabile, per me è questo il fascino del romanzo. Steinbeck adotta «la lingua dei parlanti», usando un termine di Pasolini. Ciò rende difficile la traduzione perché bisogna calarsi in un linguaggio senza dubbio distante dall'inglese classico. D'altra parte lo scopo dello scrittore era proprio di fare emergere l'America contadina, in contrapposizione alla lingua dell'alta borghesia. E' un romanzo rivoluzionario anche nella scrittura: peccato, quindi, che sia stato appesantito dal filone saggistico e per molti aspetti declamatorio ed inutile. Da alcuni critici è stato detto che la struttura del romanzo è simile a quella di Moby Dick, nel quale le lunghe digressioni sulla vita baleniera completano la storia di Ismael e di Achab. Non sono d'accordo: in Furore il filone saggistico è ridondante, mentre il romanzo sarebbe stato maggiormente efficace se ci si fosse limitato alla storia della famiglia, così da renderlo compatto e meno dispersivo. Perché leggerlo? Intenso, magico e realistico ad un tempo, una scrittura innovativa.
The Grass Harp (l'arpa d'erba)
«Lʼarpa dʼerba» è un romanzo di formazione, ma va letto come una assonanza di immagini meravigliose e suoni straordinari, «unʼarpa di voci che raccontano una storia» E a noi non resta che ascoltare. Come già si è visto nel «Giorno del Giudizio» di Salvatore Satta, la rimembranza non è un succedersi di eventi, una sequenza di situazioni e personaggi; è invece come chiudere gli occhi > per fissare la loro immagine, (...) una serie di ricircoli, anelli che non evolvono con la libertà di una spirale: per me passare dallʼuno allʼaltro è stato un salto, non un cambiamento graduale . In questo caso a ricordare è un adolescente: Collin. Orfano di entrambi i genitori viene accolto nella casa delle zie, in una piccola cittadina di campagna. Verena, la più giovane delle due sorelle, è una donna autoritaria, esperta negli affari, sempre pronta ad imporre regole e restrizioni. Dolly, lʼaltra sorella, è bizzarra, con gli occhi di > una persona dotata di un naturale talento, gentili, trasparenti occhi, di un colore verde luminoso, come una crema alla menta . E poi cʼè lʼunica amica di Dolly, Catherine. > Erano sempre insieme ed ogni cosa che dovevano dire lo dicevano lʼuna allʼaltra: appoggiando lʼ orecchio ad una trave potevo ascoltare lʼaffascinante tremore delle loro voci che fluivano come un ronzio tra i vecchi tramezzi di legno. (...) Lo so: Dolly, dicevano, era la croce di Verena. (...) Forse era così. Ma quelli furono anni felici. (...) Se qualche folletto volesse farmi un regalo, mi dovrebbe dare una bottiglia colma delle voci di quella cucina, gli ha ha ha e i bisbigli del fuoco, una bottiglia strapiena degli odori di forno, di burro e di dolci, anche se Catherine puzzava come una scrofa in calore . Verena, sempre avida di guadagni, vorrebbe che la sorella accettasse di mettere in commercio le ricette di erbe naturali, delle quali Dolly è famosa, ma anche giustamente gelosa. Per la prima volta le due sorelle si scontrano e Dolly, così fragile e docile, mostra tutta la sua caparbietà: decide di andarsene, porta con sé Collin e Catherine e sceglie come dimora un albero: > spazioso, robusto, (...) era come un battello fluttuante su un mare di rami, (...) Dolly sapeva, e faceva in modo che io sapessi, che era una nave, che starci era veleggiare lungo le coste nuvolose di ogni sogno, (...) noi le appartenevamo, come le appartenevano i rami illuminati dal sole, nido di uccelli notturni. È un scandalo, è chiaramente una rivolta, verso Verena e contro lʼintera città. Ed infatti più volte lo sceriffo, il reverendo, i compaesani vanno sotto lʼalbero per convincere Dolly a scendere. La situazione diviene ancora più imbarazzante quando un vecchio giudice in pensione si aggiunge ai «rivoluzionari», i quali a loro volta permettono che si accampi vicino allʼalbero una strana e numerosa famiglia di vagabondi. Lʼordinata vita cittadina è sconvolta. Si arriva allo scontro fisico, allʼazione di forza, Catherine viene arrestata. Alla fine sarà Dolly a decidere: la sua saggezza, e lʼaffetto per la sorella, per Collin e Catherine, la convincono a scendere, anche perché Varena ha compreso di aver sbagliato. Il racconto si conclude con la lunga malattia di Dolly e con la sua morte. È tempo per Collin di andarsene. Che cosa simboleggia lʼalbero? Tante cose: la libertà, il sogno,la natura, e in particolare un legame così forte da sopravvivere alla morte: quello tra Collin e Dolly. > Avrei inventato qualcuno, una storia per ritrovarla, poiché lei sembrava andare avanti verso il futuro, mentre io ero incapace di seguirla nella mia monotona immobilità . Ma come andavo avanti nello scrivere > noi fluivamo insieme di nuovo come una corrente dʼacqua che per un istante unʼisola ha diviso . Come si era già visto nel Grande Gatsby lʼocchio del giovane narratore, un adolescente, illumina con lʼimmaginazione la figura di una modesta donna di provincia e di una banale casa sullʼalbero, costruita da altri ragazzi per gioco. La fantasia è il mezzo più potente (il solo?) per trasfigurare la realtà, e renderci felici. Il primo capitolo è splendido; poi il racconto procede lento, senza ritmo, con troppe divagazioni e con lʼingresso di un numero eccessivo e ridondante di personaggi. Insomma lo scrittore ha tirato un poʼ per le lunghe, non riuscendo a sviluppare lʼidea geniale della casa sullʼalbero come rifugio e luogo di sogno e libertà. Forse ha nuociuto aver voluto creare una trama, e non lasciarsi, invece, immergere nellʼ atmosfera misteriosa del bosco: troppa prosa, poca poesia! Perché leggerlo? Vale la pena leggerlo solo per il primo capitolo.
Il grido silenzioso
> Mi sveglio nell'oscurità che precede l'alba, e annaspo tra gli angosciosi brandelli di sogni che ancora indugiano nella mia coscienza, alla ricerca di un'ardente sensazione di attesa. (...) In ogni parte del mio corpo percepisco separatamente i diversi pesi della carne e delle ossa, come sensazioni che si fondono in un dolore sordo nella mia coscienza, riluttante a riaffiorare alla luce. (...) Ho dormito con le braccia e le gambe piegate di lato, nella posizione di chi non voglia ricordare la propria natura o la situazione in cui si trova. E' questo l'incipit del romanzo; esso racchiude i tratti essenziali di un racconto onirico eppure fortemente radicato nella realtà: il rifugio nel sogno per fuggire alla sofferenza, quest'ultima espressa nei corpi, spesso descritti in modo grottesco; la memoria come prigione che rinchiude il destino umano, già condannato; l'ambiguità delle relazioni familiari e sociali, ispessite da rassegnati silenzi e da indicibili ricordi. Siamo dinanzi a un flusso di coscienza in un ambiente rappresentato in modo naturalistico e fiabesco a un tempo. Mitsui, l'io narrante, è sconvolto dal suicidio tragicomico di un amico. La sua vita è già segnata dalla mostruosa disabilità del figlio e dall'alcolismo della moglie; pesano poi su di lui tragici avvenimenti famigliari, il cui ricordo è rimosso ma sempre presente nella sua coscienza. Forse per dare una svolta alla sua vita accetta l'invito del fratello Taka di tornare al villaggio ai bordi della foresta «possente», dove era la casa della famiglia e dove sono cresciuti da bambini. E' un ritorno al passato: per Mitsui la disperata speranza di cambiamento, che si traduce nella definitiva consapevolezza della sua estraneità dal mondo, per Taka il desiderio di autopunirsi ripercorrendo vicende drammatiche che hanno coinvolto la famiglia. Nel 1860, alla caduta dello Shogunato, il fratello del bisnonno aveva guidato una rivolta contadina, repressa poi nel sangue; alla fine della seconda guerra, sempre nel villaggio, era morto un fratello in uno scontro tra giapponesi e coreani, quest'ultimi prigionieri di guerra. Volendo ripercorrere le gesta dello zio e del fratello, Taka decide di condurre gli abitanti del villaggio a saccheggiare il locale supermercato, di proprietà di un coreano, detto «L'imperatore» (forse per dargli un valore sacrale, lui coreano!). Mitsui si tiene estraneo agli avvenimenti, raggomitolandosi ancora di più nel suo torpore, Taka emerge invece come un leader vigoroso e astuto; è invece una messinscena con cui Taka vuole punirsi per una grave colpa: ancora ragazzo, ha violentato la sorella disabile, spingendola così al suicidio. Taka confessa un omicidio non commesso e poi, non creduto da Mitsui, si uccide. > Sembrava un fantoccio di gesso di statura naturale, completamente rosso e vestito solo di pantaloni. Grida la moglie a Mitsui, che cerca di giustificarsi. > Tu rifiuti le persone e le lasci morire e l'unica cosa che sai fare per rimediare é gridare in sogno: «Vi ho abbandonati!» (...) Nelle tenebre profonde del sotterraneo, agitate da vorticosi mulinelli di vento, vidi gli occhi di un gatto morente. (...) Mentre li contemplavo nell'oscurità, gli occhi del mio gatto, compagno di lunghi anni, diventarono gli occhi di Taka, gli occhi del fratello del bisnonno che non avevo conosciuto e gli occhi di mia moglie, rossi come susine; e tutti si unirono in un cerchio luminoso che stava rapidamente affermandosi come una parte innegabile del mio essere. (...) E io sarei sopravvissuto in un'agonia di vergogna, sotto la luce di quelle stelle, scrutando con il mio unico occhio e la timidezza di un topo un mondo esterno vago e buio... L'ambiente è simile a quello di «La foresta d'acqua» (vedi la recensione in questo sito), alcuni riferimenti storici sono analoghi, come le rivolte contadine del 1860, ma profondamente diversa è la struttura narrativa. A differenza di quanto avviene in «La foresta d'acqua», qui l'io è ridondante così come sono intricate le relazioni familiari, che si sviluppano su due assi: il rapporto tra Mitsui e Taka, un misto di affetto e ribrezzo, la relazione del primo con la moglie, apparentemente in secondo piano. > Rimanendo in silenzio per un po' e poi, fissandomi con occhi pieni di disperata ostilità e questa volta rossi per le lacrime invece che per il whisky, mia moglie mi disse: > Quando verrà il momento in cui, come dici tu, dovremo riconoscere che non si può più tornare indietro, forse allora saremo un po' più gentili l'uno con l'altro! . Pur nel complesso intreccio di temi e livelli narrativi, forse il senso unitario del romanzo è l'accettazione del figlio disabile, unica possibilità per ricostruire una relazione lacerata dal destino impietoso. La narrazione si sviluppa lentamente, con numerosi rimandi e incisi, come se l'autore abbia avuto timore di scoperchiare troppo in fretta il fondo della coscienza. Si rimane avvinti dal fascino delle parole, capaci di suggestioni psicologiche e sociali; sovrasta una sensazione di oppressione claustrofobica, non s' intravedono sviluppi e conclusioni, la lettura diviene pesante e si arriva con fatica alla fine del romanzo. Perchè leggerlo? Una scrittura splendida, il fascino del dolore e della morte.
La guerra della fine del mondo
> Come era possibile che lì, alla fine del mondo.... qualche cosa di diverso ordinava le cose, gli uomini, il tempo, la morte, qualcosa che sarebbe ingiusto chiamare follia e troppo generale chiamare fede e superstizione . Sono queste le considerazioni di uno dei protagonisti di un libro incredibile e per certi versi indecifrabile. Llosa Vargas racconta un evento reale, accaduto nel Brasile del 1889, nel passaggio dallʼimpero alla repubblica. Una massa di diseredati si era raggruppata intorno ad un santone e, in una sorta di fanatismo messianico e religioso, aveva costituito un luogo di utopia, libero dallo sfruttamento. Il governo della giovane repubblica mandò contro di loro un esercito possente, che, dopo una battaglia sanguinosa, compì una strage agghiacciante e crudele. Lʼepisodio era stato narrato più volte, ma Llosa Vargas ne fa un racconto complesso, dove i temi sociali e politici si intrecciano con quelli spirituali e psicologici. Il romanzo si può dividere in tre parti. Nella prima lʼautore racconta gli antefatti della rivolta: uno strano personaggio si muove nel sertao, seguito da pochi discepoli, per ricostruire le chiese abbandonate e e quindi portare un segno religioso ad un popolo lasciato da tutti, anche dai propri preti. Poi, intorno a lui si raggruppa una folla sempre più numerosa, ma il santone riesce anche a convertire personaggi tra i più disparati: capi banda, sanguinari assassini, commercianti, donne di malaffare, gobbi ed infelici. Tutti sono attratti da una ricerca di redenzione e di pace. Nella seconda parte si crea dal nulla il luogo dellʼutopia, Canudos, la cui fama richiama altra gente ma attira anche lʼattenzione dei latifondisti monarchici, che sperano di utilizzare la rivolta ai fini anti repubblicani, e lʼinteresse di socialisti e rivoluzionari, che interpretano con categorie europee vicende fuori dagli schemi delle ideologie marxiste ed anarchiche. Le prime spedizioni inviate a domate la rivolta falliscono miseramente: la sopravvivenza di Canudos è una minaccia, non perché la povera gente intenda fare una rivoluzione ma perché è la testimonianza di una società utopica. Esiste una alternativa tutta brasiliana allo sfruttamento e ciò non va bene sia ai monarchici che ai repubblicani: le due forze politiche si alleano e viene inviato un grande esercito. E qui si apre la terza parte, la più incredibile di tutto il libro. Con una abilità narrativa eccezionale, Llosa Vargas descrive per duecento pagine lʼassedio di Canudos: è una continua alternanza di descrizioni guerresche con la narrazione delle vicende dei diversi personaggi. Quattro sonole figure centrali le cui storie unificano un racconto che sarebbe risultato frammentario. Innanzitutto un gruppo formato da un nano, da una contadina e da un giornalista praticamente cieco, perché ha perso gli occhiali. I suoi occhi annebbiati guardano le scene terribili con una prospettiva sfuocata, che rende irreale lʼintera narrazione ( un espediente letterario eccezionale). Lontano dal campo di battaglia, a fatti già avvenuti, si sviluppa, poi, il dialogo tra lo stesso giornalista e uno dei capi monarchici, un barone la cui moglie è impazzita alla vista della sua casa bruciata dai rivoltosi. La ragione, grande ordinatrice del mondo, si è dissolta dinanzi ai terribili episodi di Canudos: le regole non hanno più senso, il mondo è rovesciato. > Lʼamore, il piacere, pensò il barone sconcertato. Gli parve un sacrilegio che quelle belle, dimenticate parole apparissero sulle labbra di quellʼessere ridicolo, contratto come un airone sulla poltrona. Non era comico, grottesco che una cagnetta bastarda del sertao facesse parlare dʼamore e di piacere un uomo che, malgrado tutto, era colto? Ma nel mondo la verità e la felicità si possono trovare proprio in qualche cosa di incredibile, come in un rapporto di amore e di affetto tra un giornalista, una contadina e un nano, o nellʼamore lesbico della moglie del barone per la sua domestica, al quale avrebbe potuto partecipare anche il barone stesso se si fosse accorto prima che ciò avrebbe fatto piacere a sua moglie. E allora potrebbe essere che il barone potesse vedere che > la gente sulle barche non stava pescando ma gettava fiori in mare, spargendo petali, corolle, mazzi sullʼacqua, e facendosi il segno della croce, e, pur non potendo udirlo, il petto gli palpitava con forza, fu sicuro che quella gente stava pure pregando e forse cantando . È estremamente difficile dare unʼunica interpretazione al libro. Di certo lo si può leggere in tanti modi: un atto di accusa verso una classe dirigente spietata nella difesa dei propri interessi, una critica ad una sinistra spesso vanagloriosa e lontana dalla comprensione della realtà specifica, una rappresentazione crudele della violenza della guerra così come dellʼignoranza delle masse. Penso invece che il filone conduttore sia la confusione, un affollarsi di voci e di immagini, un fuoco dʼartificio, che dura pochi minuti ma illumina il cielo in modo puntiforme, senza un senso evidente. Perché leggerlo? Lo stile narrativo è splendido e regge un libro, sicuramente lungo e frammentario.
Guerra e pace
Il libro tratta delle guerre napoleoniche e in particolare dell’invasione dei francesi della Russia, del saccheggio di Mosca e della sconfitta di Napoleone. Nelle prime parti del romanzo la guerra è qualche cosa di lontano, una questione dei potenti, dei loro giochi diplomatici, mentre > la vita, la vera vita degli uomini, con le sue necessità fondamentali concernenti la salute, la malattia, il lavoro, il riposo... , si svolgeva, come sempre, indipendentemente e al di fuori dell’amicizia e dell’ostilità politica con Napoleone Bonaparte e al di fuori di tutte le possibili riforme . Esistono quindi diversi piani di narrazione:i grandi fatti politici e militari, le battaglie e le rivalità politiche, narrando le quali Tolstoj esprime sin dall’inizio uno dei temi fondamentali del libro. La sua filosofia della storia è che tutto si compie sulla base di un fine, che è non è dato agli uomini comprendere, perché opera della Provvidenza Divina. Questa concezione filosofica contrasta, poi, con l’evidente rappresentazione della guerra come distruzione, sofferenza e morte, ossia una catastrofe, che non salva né vinti né vincitori;la vacua vita della corte e degli aristocratici, rinchiusi nel loro sistema di relazioni, nei piccoli piaceri mondani e negli intrighi: tutti comportamenti che continuano durante lo stesso saccheggio di Mosca, noncuranti del pericolo che incorre sul paese;la ricerca di una spiegazione dell’esistenza, che viene rappresentata da Pierre (la massoneria e le idee della democrazia francese), dai tormenti del principe Andrea (che coglie sin dall’inizio l’assurdità della guerra e fugge inorridito), dalla fiducia nella religione della principessa Maria;la vita familiare dei Rostov, fatta di piccoli fatti autentici, della scoperta dell’amore di Nastascia, dell’affetto infelice di Sonja per Nicola, delle prime infatuazioni, delle feste e dei ricevimenti. Questa struttura del romanzo si rompe con l’invasione dei francesi, quando la guerra entra nella vita civile. Come dice il principe Andrea, > anche mio padre faceva costruire a Lissia Gori e credeva che quello fosse il suo posto, là fosse la sua terra, la sua aria, fossero i suoi contadini; ma venne Napoleone e, senza sapere della sua esistenza, lo urtò, gettandolo, come una scheggia, fuor dalla strada e crollarono Lissia Gori e tutta la sua vita . La guerra rimescola i diversi piani narrativi del romanzo e sconvolge la vita dei protagonisti, aprendo percorsi che sembravano impossibili, ma sono resi possibili dalla sofferenza, dalla necessità e dall’autenticità che viene richiesta dai fatti eccezionali. Maria viene salvata da Nicola e se ne innamora, Pierre capisce nella prigionia, a contatto con le privazioni, la morte e le persone semplici, le radici della serenità e della felicità, Natascia conosce l’amore assistendo Andrea e coglie gli aspetti veri, e non superficiali, del rapporto di amore e quindi si prepara ad accettare l’affetto di Pierre. Tutto si conclude nella scoperta della valori fondamentali (la famiglia, il matrimonio, il piacere della campagna e della buona gestione, la religione) in un «osanna» della tradizione e del bene. La forte impronta religiosa e filosofica va a detrimento della profondità e complessità dei personaggi e delle vicende narrate. I protagonisti sono stereotipi di ruoli sociali e familiari e non emergono tormenti reali, effettive evoluzioni e cambiamenti. Il ritmo della narrazione è veloce, se si escludono le digressioni filosofiche, ma ciò è dovuto a una successione di episodi, che, in certi casi, decadono in flash estemporanei rispecchiando, paradossalmente, la struttura di una fiction moderna. Si salvano alcune pagine: la visita di Nicola all’ospedale militare con la visione degli infermi in condizioni igieniche spaventose, la battaglia di Borodinò, la mescolanza tra soldati russi e prigionieri francesi, ricondotti a un unico destino, la morte di Andrea e i tormenti di Maria e di Natascia. Da questo punto di vista non si può condividere l’opinione espressa nell’Enciclopedia Treccani, che volge in positivo ciò che è invece il più profondo limite dell’opera. > Ciò che maggiormente colpì e colpisce in questa epopea a motivi ricorrenti e pur sempre nuovi, è l’assenza in essa di ogni arbitrio d’arte, il fondersi completo dell’arte con la vita. Sostenute da una prosa tutta sostanza e senza ombre di orpelli, le diverse fila del racconto si annodano e disciolgono con spontaneità assoluta. Vi si celebrano con la stessa devozione, umile e solenne, la vita e la morte. Dai protagonisti alle comparse, tutti hanno una loro inconfondibile individualità, e tutti, a loro volta, sono come assorbiti da una umanità che è in essi e sopra di essi. Soltanto verso la fine del romanzo si avverte la presenza dell’autore che ha una tesi da difendere e da predicare. E questa presenza sarebbe invero urtante, se essa non ci riportasse all’essenza stessa dell’opera: l’uomo non crea nulla, non domina nulla, egli segue la marcia inevitabile dei fatti che si svolgono dinanzi ai suoi occhi . L’attualità del romanzo sta nella dolorosa rappresentazione della guerra, nei suoi effetti devastanti sui soldati e sulla società civile. In questo senso il tema dicotomico della guerra come un insieme di eventi lontani, che non toccano le coscienze, e della guerra come ingresso violento nella vita quotidiana costituisce un elemento di riflessione valido anche per l’attuale situazione politica. Tolstoj non condanna la guerra in se stessa (è evidente il suo apprezzamento della guerra partigiana e la concezione romantica della guerra come liberatrice dei valori autentici), ma sembra, soprattutto, condannare la guerra come «gioco» diplomatico e politico, che trascura l’impatto di sofferenza e di dolore sul popolo.
Guglielmo e la moneta d'oro
È un libro per ragazzi di 9-10 anni. Guglielmo è un ragazzino che trova una moneta d’oro e scopre che le persone, anche quelle buone, diventano false e cattive per l’avidità. Gli unici legami che gli restano sono quelli con il suo cane e con un vagabondo, ex-soldato. Alla fine Guglielmo capisce che, se > un uomo è libero, ha degli amici, ha un onesto lavoro, vuol bene alla gente, beh forse ha qualcosa di più d’una moneta d’oro o di cento. Quindi è ricco . Il libro è piacevole, ma mi sembra un po’ datato, troppo semplice e privo di quel poco di suspense da rendere non scontata la lettura.
L'ha ucciso lei
Mohamed è emigrato dal Marocco in Francia per lavorare in fabbrica, una vita dura che gli ha permesso di crescere cinque figli. Essi gli sono ormai estranei perché integrati nella società francese, mentre lui è rimasto legato alle proprie tradizioni, sentendosi marocchino piuttosto che francese. La quotidiana fatica di unʼintensa vita lavorativa gli ha permesso di nascondere, innanzitutto alla propria coscienza, il disagio di una cultura che non condivide e il rifiuto dellʼintegrazione, della rassegnazione ai costumi occidentali. Giunge, però, lʼetà della pensione e non può più sfuggire ad una sensazione di malessere che ha sempre avuto: di essere «uno che non ha mai trovato il proprio posto». La maggior parte del breve romanzo è la narrazione di un percorso interiore. Mohamed cerca in tutti modi di dare un senso alla vita da pensionato francese, ma dovrebbe trascorrere le sue giornate al bar, > bere birra? Neanche per sogno. Guardare la Tv, seguire i risultati delle corse, fantasticare su quelle ragazze seminude che popolano i telefilm americani? O seguire il consiglio di un compaesano: trasferirsi al paese e prendersi una bella ragazza come seconda moglie. Nessuna delle due soluzioni è possibile. È troppo forte in lui il legame con la propria tradizione, la religione, la terra, i costumi del suo Marocco. La sua rettitudine e il suo senso del dovere famigliare non gli permettono, neanche, di offendere la moglie e di mettersi in contrasto con i figli. > Mohamed si incamminò, con i pugni chiusi nelle tasche. Pensava ai propri figli ed ebbe la sensazione di averli persi. Si sentì precipitare nel vuoto, scaraventato nel nulla come un sacco di macerie. Un sacco pieno di cose che non servono più. In questo sacco cʼera un ratto morto da tempo. E ne emanava un fetore insopportabile. Si disse, Io sono il sacco e il ratto, sono le pietre e il ferro arrugginito, sono lʼanimale che nessuno ama... Mohamed non esiste più. Più nessuno pensa a lui, invoca la sua presenza. È finita, è giunto al termine del lungo cammino . Ed allora Mohamed reagisce a questa angoscia nellʼunico modo che è immaginabile per lui, emigrato ed estraneo alla nuova patria: ritornare al proprio paese, costruire una grande casa in grado di accogliere tutta la sua famiglia. Ma come gli disse unʼombra che gli comparve dinanzi, questo edificio sarà > un luogo di penitenza per anime perse come te, stranieri che non sanno più chi sono né da dove vengono . Lʼultima parte del romanzo è, appunto, il racconto di questo percorso, che non può finire che con una morte solitaria, seduto in una poltrona che > sprofondava ogni giorno di più... solo la testa sporgeva ( sino a che) il quarantesimo giorno la terra inghiottì la testa.. (e) in pochi giorni la tomba si ricoprì dʼerba verdissima . E come se il Marocco lo riprendesse dopo una vita di esilio: un immagine tenebrosa ma bellissima. Il romanzo affronta alcuni temi tradizionali della condizione dellʼemigrato, in bilico tra la terra dʼorigine e il paese di accoglienza. La pensione è lʼelemento scatenante per uomini che nel lavoro hanno trovato il modo per nascondersi quel profondo disagio esistenziale, che deriva da una condizione sempre più isolata, se non in contrasto, con le nuove generazioni. È molto interssante che tutto il racconto ruoti intorno al rapporto intergenerazionale, piuttosto che affrontare scontate problematiche culturali e sociologiche. Lʼelemento peculiare del romanzo è la figura di Mohamed. Non cerca scappatoie e mezze misure, ma affronta, caparbiamente e miseramente, la propria estraneità rispetto alla società francese e il sogno di un ritorno alla propria cultura. Ma allora a chi si riferisce lʼautore con quel Lei del titolo: alla nostalgia per la sua terra che lo ha ucciso o, invece, proprio alla rettitudine di Mohamed che lo porta a non accettare compromessi? Scritto molto bene, è un peccato che si senta unʼimpronta intellettualistica, che toglie sincerità alla narrazione. È troppo forte il salto tra gran parte del libro, fatto di introspezioni psicologiche, e la parte finale, onirica e surreale. Perché leggerlo? È scritto molto bene, lʼautore si perde, tuttavia, nei meccanismi psicologici del protagonista.
Hotel Bosforo
A differenza del più riuscito «Appuntamento a Istanbul» in questo romanzo non è chiaro dove lʼautrice voglia andare a parare: libro giallo, racconto di ambientazione o storia di una quarantenne, simpatica ma ancora alla ricerca di sé stessa? Ciò che sappiamo per certo è che la protagonista, e narratrice in prima persona, ha una libreria specializzata in genere noir, ama vivere fuori casa, nei tanti locali di Istanbul (attenzione! annotarseli per chi ha intenzione di visitare la città) e soprattutto sogna di scrivere nel suo biglietto da visita: > Kati Hirschel libraia - detective, consulente della squadra omicidi . Ad innescare la storia e scuotere la svogliata Kati è lʼarrivo di Petra, amica dʼinfanzia e presto coinvolta, come possibile indiziata, nellʼassassinio del regista del film, al quale lavora come attrice. È stata lʼamica, per gelosia o per qualche segreto della sua vita? È stato qualcuno della troupe, forse per prendere il posto del regista? O invece, lʼuomo era coinvolto in qualche traffico criminale ed è stato eliminato dalla mafia turca? Lʼinvestigazione di Kati procede lentamente e fiaccamente, senza che i tasselli del delitto si mettano a posto secondo un percorso logico. Mancano anche i colpi di sorpresa. La conclusione arriva alla fine, per caso. Il lettore viene, invece, travolto da un turbinio di personaggi ai quali la protagonista pone le stesse domande in modo testardo e monotono. Qualche scena erotica condisce malamente il racconto. Sinceramente è un brutto romanzo. Non si riesce a trovare un elemento di qualità. Non è un buon noir, perché non ha una trama. La vita personale di Kati è tratteggiata superficialmente e noi non riusciamo a capire chi sia veramente questa tedesca, innamorata di Istanbul. Lʼatmosfera della città resta sullo sfondo. Le annotazioni sono infatti banali e scontate, del tipo: > su dieci milioni di persone, pare che nessuno torni mai a casa. Le strade pullulano di gente e di auto a qualsiasi ora del giorno e della notte . Quante metropoli non rispondono a questa descrizione? Si salva solo la lieve ironia della narratrice, ma non è sufficiente a farci gustare il racconto. Perché non leggerlo? È noioso: una perdita di tempo.
L'idiota di famiglia
Negli ultimi anni della sua vita Emanuel Kant fu malato di demenza: espulso dall'università, isolato dalla società, il grande filosofo scrisse migliaia di pagine nel delirante tentativo di arrivare alla verità del reale, e non fermarsi alla sua interpretazione. Con una felice intuizione, l'autore immagina che ad "Herr Professor", così chiamato dai figli e dai suoi alunni, sia toccata la stessa sorte di Kant: perdere le capacità cognitive e scivolare nella demenza, dopo anni di severo e algido insegnamento di storia e filosofia, sempre all'interno dei rigidi e razionali schemi del marxismo. Per assistere il padre malato, il figlio lascia Roma per tornare a Viareggio; tra le carte del padre scopre un manoscritto che narra in forma di romanzo le "Tre Giornate di Viareggio", una violenta insurrezione popolare del maggio 1920, repressa nel sangue dal governo italiano. Sono appunti scritti in una calligrafia confusa che costringe il figlio ad una faticosa trascrizione. Ciò che è sorprendente, conoscendo il rigido marxismo del padre, sono l'esaltazione dell'anarchismo e il titolo del racconto: "indifeso fervore": un celebre verso di Sandro Penna, un poeta distante nella sua poesia trasgressiva dalla visione morale di "Herr Professor", così come lo aveva conosciuto il figlio. Chi era veramente "Herr Professor"? Questo padre sempre pronto a disapprovare il figlio, da come giocava a tennis (più attento a tenersi in ordine i capelli che muoversi sul campo) alla sua scelta di abbandonare il corso di laurea di Filosofia per divenire traduttore, per di più dall'inglese, lingua disprezzata dal padre. Poteva essere l'occasione per rendere la Demenza, il declino cognitivo e fisico di un uomo, l'occasione per riscoprirne la figura e la vita, per meglio conoscerlo e pure per decifrare finalmente se stessi, in una delle relazioni fondamentali della nostra esistenza. Ed invece, come dice l'autore nella postfazione: >. La malattia del padre, il ritorno a Viareggio e l'abbandono di Roma sono pretesti per arguti dialoghi tra i personaggi, per sottili ironie sulle dinamiche sociali e culturali della nostra società, per digressioni, talvolta interessanti, più delle volte inutili e ridondanti. Un fastidioso schema intellettualistico pervade l'intero racconto, facendogli perdere spessore psicologico e rendendolo prolisso e dispersivo. Il romanzo può essere lo spunto per una riflessione generale sulla letteratura italiana. Spesso assistiamo ad autrici ed autori che hanno una notevole visibilità e incontrano giudizi positivi da parte della critica e dei grandi lettori. "L'idiota di famiglia", per esempio, è stato presentato a "Petrarca", un importante programma televisivo dedicato alla cultura e ai libri in particolare. Si pensi a romanzi molti diversi da loro ma sempre oggetto di riconoscimenti, come, per esempio, "Alma" di Federica Manzon, "Almarina" di Valeria Parrella, "La Ferocia" di Nicola Lagioia, "Con le peggiori intenzioni" di Alessandro Piperno (si vedano in questo sito le recensioni dei libri citati): tutti acclamati ma fragili per la trama e la scrittura, soprattutto rinchiusi all'interno di schemi letterari precostituiti, che non rispecchiano la realtà italiana sotto il profilo sociologico e non approfondiscono veramente i sentimenti e le psicologie dei personaggi. Predomina un oscillare tra nostalgia e pessimismo, le trame sono spesso inconsistenti e i personaggi scivolano facilmente in stereotipi. C'è da chiedersi se nelle valutazioni prevalga l'appartenenza a certi ambienti editoriali rispetto all'effettiva qualità narrativa. A forza di romanzi di “nicchia” c’è il rischio che la nostra letteratura vada verso l’inconsistenza, portandosi con sé anche la lingua. Perché non leggerlo? Questo romanzo è fastidioso.
Il segreto della Hudson Queen
È singolare commentare questo romanzo subito dopo aver letto "La perla sanguinosa" di Emilio Salgari (si veda la recensione in questo sito): una strana coincidenza, quasi che le perle siano portatrici di avventure e disgrazie. Ed infatti quando Sally Jones e il Capo trovano una collana di perle nascosta in uno scomparto segreto nella ruota del timone della loro nave, Sally, con la sua saggezza di scimmia intelligente, prova > una sensazione sgradevole alla bocca dello stomaco. (...) Le perle della collana (...) sembravano emanare dall'interno una luce tenue e misteriosa. A differenza del fantastico ambiente salgariano, qui le perle ci conducono nel "sottosuolo" delle città marinare: bassifondi violenti e pericolosi per la nostra scimmia, apparentemente fragile e indifesa. La storia riprende dal punto in cui l'abbiamo lasciata nel romanzo precedente (si veda la recensione di "La scimmia dell'assassino" in questo sito); ma qui manca la sorpresa perché già conosciamo Sally, e non abbiamo il fascino della Lisbona marinara e piratesca né assaporiamo l'intrigo del Noir. Il racconto si svolge a Glasgow. Sally e il Capo vanno alla ricerca della presunta proprietaria delle perle, l'orfana Rose, abbandonata bambina dal padre e alla quale quest'ultimo voleva donare il gioiello per riscattarsi. Si trovano immersi nella malavita della città inglese: il Capo è costretto a comandare una nave che fa contrabbando di alcol con l'America, Sally è tenuta prigioniera come ostaggio da una banda criminale. Vessazioni, scontri tra gruppi malavitosi, vita notturna con la sua violenza, persino spettacoli di boxe si susseguono, coinvolgendo la povera e impaurita Sally, oggetto di curiosità, irrisione e sfruttamento. Sally è custodita da Bernie il Macellaio: grosso ragazzone un po' stupido, noto per le sue rabbie improvvise e incontrollate, lui stesso vittima delle beffe e delle angherie degli altri criminali, persino della stessa sorella. Ed è l'amicizia tra Sally e Barnie il fulcro della storia. Sally ha molte occasioni per fuggire ma resta per aiutare il povero Bernie, per non lasciarlo solo, per difenderlo e salvarlo. Dinanzi all'incendio della casa dove poteva morire la sorella, Bernie prese lo slancio per gettarsi anche lui nel fuoco, ed allora > lo cinsi con le mie lunghe braccia, (...) lo presi subito per un braccio e lo ricondussi sul ponte, lontano dall'edificio in fiamme. La saggia e buona Sally si riscopre non più fragile, ma madre del grosso Barnie. Quanto siamo distanti dall'atmosfera misteriosa e malinconica de "la scimmia dell'assassino"! Tutto il fascino del precedente romanzo si è dissolto in una trama prolissa, in cui i colpi di scena non riescono a dare ritmo alla narrazione. Si va avanti lentamente, sperando di ritrovare i personaggi, le vicende e la scrittura che ci avevano ammaliato così tanto. È una ricerca vana; solo l'amicizia tra Sally e Bernie ci salva da una completa delusione, ma è un rapporto solo accennato, poco approfondito, che non coinvolge. Perché non leggerlo? È noioso.
Il soccombente
>. Se si vuole cercare di comprendere questo racconto, per molti versi delirante, conviene andare su YouTube a vedere e ascoltare le "Variazioni di Goldberg" di Bach, suonate al piano dal "leggendario" Glenn Gould. Lo si deve fare perché Bernhard parla del "genio" e di cosa succede a chi incontra una personalità irraggiungibile per qualità artistiche: non si può che essere "soccombenti". >. L'io narratore, Whertheimer e Glenn si ritrovano a Salisburgo, allievi di un noto insegnante di pianoforte. I primi due sono giovani pianisti virtuosi, che potrebbero avere una buona carriera concertistica; ma l'incontro con il genio è fatale perché entrambi comprendono che non potranno mai essere all'altezza del "leggendario" Glenn, mai sarebbero capaci di suonare le "Variazioni di Goldberg", come riesce all'amico. Entrambi, l'io narratore e Whertheimer, abbandonano la musica: il primo regala persino il suo splendido Steinway e si ritira a Madrid a scrivere su Glenn, in un'affannosa e inconcludente revisione dell'opera del grande pianista; il secondo si rinchiude in un solitario casino di caccia, strimpellando un pianoforte scordato. Alla notizia della morte improvvisa di Glenn, Whertheimer si uccide. L'io narratore vuole capire i motivi più profondi del suicidio dell'amico. Era sempre stato un infelice, come quei depressi che si portano dentro di sé "il male di vivere"? È un destino dei "soccombenti", >? O >? Per capire il mistero dietro al suicidio dell'amico, l'io narratore si fa aprire l'ultima dimora di Wertheimer, dove si era rintanato, e scopre un pianoforte a coda di nessun valore, >, su cui c'è lo spartito delle Variazioni di Goldberg"; e l'io narratore, pure lui, vorrebbe riprendere il pianoforte dopo anni, per misurarsi con il genio, e forse anche lui si perderà nel tentativo di emulare il leggendario Glenn. Dopo aver letto questo racconto, potremmo esclamare "viva la mediocrità". Quale sofferenza c'è in ogni artista che non può emulare il genio! Forse, la depressione di Francesco Petrarca nacque dalla gelosia per Dante, come affettuosamente gli fece notare l'amico Boccaccio; e per questo cercò con i "Trionfi" e "Africa" di scrivere due poemi che contendessero il primato con la Divina Commedia, e drammaticamente non ci riuscì. E che dire di Dante che nel Canto XXV dell'Infermo getta un grido contro Ovidio rivendicando una sua superiorità nelle creazioni delle metamorfosi: "Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio, /ché se quello in serpente e quella in fonte/ converte poetando, io non lo 'invidio (versi 97-99). Per consolarci, non ci resta che ingabbiare i grandi uomini >. Per il leggendario Glenn la condanna è un video su YouTube, lui, fuggito dai concerti in una isolata casa di campagna, sarà costretto a farsi ascoltare per l'eternità come un pianista "prigioniero" della sua stessa fama; noi, uomini mediocri, saremo veramente liberi perché anonimi. La trama del racconto è inesistente, è come un soliloquio, con un periodare fluido ma in certi tratti senza senso, con un ritmo che richiama il teatro invece che la prosa: tutto si è scomposto, niente ha senso, si può solo riportare il ricorrere dei pensieri e dei ricordi; anche in questo caso con molti dubbi, con la formula retorica "così diceva, pensai". Perché non leggerlo? È tremendamente faticoso. Può stare bene in una libreria per fare bella figura della nostra cultura.
Il sosia poema pietroburghese
Jakov Petrovic Goljadkin è un rispettato funzionario pubblico. Dostoevskij lo presenta nella sua ordinata e modesta dimora in una mattina ricca di attese per il nostro "eroe": > lo guardarono con familiarità le pareti verde sporco affumicate della sua stanzetta, il comò di mogano, il divano alla turca d'incerata rossa a fiorellini verdognoli. Dinanzi allo specchio, in questa giornata per lui eccezionale, > sarebbe davvero un bell'affare, "disse a mezza voce Goljadkin", sarebbe davvero un bell'affare se proprio oggi non fossi in piena regola, se, mettiamo, mi fosse venuta fuori qualche novità, un bel foruncolo assolutamente inopportuno, ad esempio. Deve essere perfetto il nostro eroe, è invitato, o pensa di esserlo, al compleanno dell'unica figlia del consigliere di Stato Berendeev. Pur in una prevalente euforia, Dostoevskij ci dà subito alcuni segnali di qualcosa che non va: mentre sale su *una carrozza di nolo azzurra*, il suo servo scambia > occhiate d'intesa col vetturino e alcuni sfaccendati, (...) trattenendo a stento le risate più sguaiate; salito sulla vettura, il nostro eroe > sussultò (...) e si rintanò in fretta e quasi spaventato nell'angolo più buio della carrozza; infine, scopriamo che Goljadkin, il compassato funzionario, è in cura presso un dottore, che lo invita a non evitare la vita spensierata, a non essere *nemico della bottiglia*. E quindi non restiamo stupiti quando il nostro eroe viene respinto dal portiere e non può accedere al compleanno della figlia del potente consigliere. Non è gradito ospite! Con un sotterfugio, Goljadkin riesce a infilarsi nel ricevimento e qui in uno stato di delirio si comporta in modo sconveniente, tanto da essere messo alla porta. Ma è realtà o un'allucinazione in una mente già malata? Questo è il preambolo all'ingresso di un nuovo personaggio: il sosia, il viscido, disgustoso, astuto Goljadkin numero due. Dapprima, il sosia manifesta un atteggiamento umile verso il "numero uno", *attaccandosi a ogni suo sguardo*, poi si farà sempre più arrogante, conquistandosi la benevolenza dei superiori del nostro eroe. Non solo, lo irride davanti ai colleghi più giovani. > Dopo avergli fatto un po' di solletico, (...) provocando un gran divertimento nella gioventù che li circondava, il signor Goljadkin numero due, con una sfacciataggine disgustosa, assestò definitivamente un colpetto sulla pancetta debordante del signor Goljadkin numero uno, e accompagnò il gesto col più velenoso e allusivo dei sorrisi dicendo: "tu te la spassi, fratellino". A cosa si riferisce il sosia? Come Dostoevskij espliciterà in "Memorie del sottosuolo" (si veda la recensione in questo sito) c'è in noi, nel profondo del nostro animo, una malvagità che ci porta a compiere atti cattivi, che ci può condurre anche alla pazzia. Solo nel sogno il nostro eroe riesce a intravedere un atto meschino, > una vigliaccheria vista, sentita oppure da lui stesso compiuta non molto tempo prima, un comportamento sconveniente: > una ben nota signorina, (...) una tedeschina, alla quale il sosia può tranquillamente alludere, > circuendo Goljadkin, sorridendogli con affabilità, e mostrando, in quel modo, falsa cordialità verso di lui. Per il nostro eroe è un sollievo quando vede arrivare il dottore: > dagli occhi del signor Goljadkin scesero le lacrime. "in questo caso sono pronto... mi rimetto completamente e affido il mio destino (al dottore)", (...) un tremendo e assordante grido di gioia scaturì dal petto di tutti coloro che lo circondavano e con la più crudele risonanza serpeggiò tra la folla in attesa. (...) Il viscido gemello del signor Goljadkin (...) mandava piccoli baci al signor Goljadkin; ma poi cominciò a dare segni di cedimento e ad apparire sempre più raramente, fino a scomparire del tutto. Uno psichiatra potrebbe dire che ci troviamo dinanzi a una personalità schizofrenica, in uno stato di crescente alterazione, con una scissione della personalità. Uno psicoanalista, molto prima di Freud, potrebbe intravedere la paura dell'io d'incontrare il suo doppio, di svelare il male che ha dentro di sé, dietro la parvenza di una rispettabilità borghese, rifiuto dell'ingranaggio dell'opprimente burocrazia dell'Impero Russo. Ed allora la pazzia di Goljadkin, la creazione di un suo sosia disgustoso e viscido, non è altro che un disperato atto di rivolta, che non può che portare al manicomio, perché deviante rispetto alle regole dominanti. E Dostoevskij è il cantore della società pietroburghese. > Oh, se io fossi un poeta! Poeta naturalmente all'altezza di Omero e di Puskin, perché con un talento meno sublime è impossibile farsi avanti. Non sarà che pure a noi contemporanei non ci resti che la follia, dinanzi ad un mondo così asfissiante, ma dov'è un Dostoevskij? Il ritmo è incalzante e brioso, rimandando il lettore allo splendido "Il villaggio di Stepàncikovo e i suoi abitanti" (si veda la recensione in questo sito). Già grande scrittore, Dostoevskij ci porta per mano nel racconto della pazzia del protagonista, dapprima increduli, con cenni lievi e ironici, poi in modo sempre più evidente. Certo, la narrazione della follia si attorciglia su sé stessa, e come potrebbe essere diversamente visto che solo con la ripetizione degli avvenimenti e degli stati d'animo si può scavare in profondità. L'idea del sosia è geniale perché crea un altro punto di vista, una prospettiva esterna e interna ad un tempo, un espediente narrativo veramente innovativo, che si ritrova in pochi romanzi, come, per esempio, in "Io sono un gatto" di Natsume Soseki (si veda la recensione in questo sito), ma senza dubbio con un ritmo ben diverso. Perché leggerlo? Intenso e inquietante ad un tempo.
Il Villaggio di Stepàncikovo e i suoi abitanti
L'io narrante è un giovane che vive a Pietroburgo > senza nulla da fare, (...) convinto che in breve tempo (avrebbe) fatto cose davvero notevoli, addirittura grandiose. È mantenuto da uno zio, un ricco proprietario terriero nella lontana Stepàncikovo. I loro rapporti epistolari sono radi, ma negli ultimi tempi il giovane è sollecitato ad andare dallo zio con lettere sconclusionate e senza senso, da cui traspare la preghiera di sposare la giovane governante, una ragazza infelice, bella e istruita. Il nostro giovane decide di accondiscendere alle richieste, per un misto di curiosità ed affetto. Si ritrova in una > stramba collezione di personaggi, una ristretta comunità che ruota intorno a un abile e carismatico manipolatore, ciò che oggi chiameremo un "guru"; e da cui la modernità del racconto. Foma Fomic > era basso, biondo e coi capelli brizzolati, con una gobba sul naso e piccole rughe su tutto il volto. (...) Leggeva ad alta voce libri sulla salvezza dell'anima, discorreva con lacrime eloquenti delle varie virtù cristiane, (...) raccontava la sua vita e le sue imprese, (...) ed era un maestro nel giudicare il prossimo. Vissuto nella miseria, per tutta la vita aveva dovuto girare per le case dei proprietari terrieri, facendo "il giullare". A Stepàncikovo, finalmente, aveva potuto esercitare le sue arti di affabulatore, soddisfare la sua vanità, riscattarsi dalle umiliazioni così a lungo subìte. La sua tecnica è di approfittare delle debolezze altrui, passando da un vittimismo offeso e orgoglioso a sermoni esaltanti le sue virtù, e le depravazioni degli altri. Diciamo che si trova in un terreno fertile. Lo zio, ex colonnello degli ussari, è buono, onesto e fiducioso, ma porta avanti una tresca con la giovane e povera governante: vorrebbe farla sposare al nipote per continuare la relazione. Il padre della ragazza manifesta una dignitosa indifferenza ma in realtà mira a un matrimonio della figlia con l'anziano e ricco proprietario. C'è poi Tatiana, una ricca zitella, un po' ninfomane; a casa si spera che sposi lo zio, per unire i patrimoni, ma ci sono dei bellimbusti che progettano di rapirla per mettere le mani sul suo denaro. C'è poi la generalessa, con il suo entourage di devote e perfide signorine: le crisi isteriche, i malori e gli svenimenti avvengono tutte le volte che il ruolo di Foma viene messo in dubbio, e offeso dichiara di andare via, in esilio. È chiaro che non lo farà mai. > Foma occupa due grandi e splendide stanze. (...) La comodità assoluta circondava il grande uomo. Le carte da parati nuove e colorate, le tende di seta cangiante alle finestre, i tappetti, la specchiera, (...) tutto testimoniava la tenera attenzione dei padroni di casa nei confronti di Foma Fomic. E il nostro giovane, che fa? Si comporta da "scienziato", "filosofo", "sapientone": osserva la dinamica degli esseri umani, solo a tratti indignandosi quando vede lo zio calpestato dal lestofante. La narrazione procede veloce, con il ritmo tipico di una "pièce" teatrale: dialoghi serrati, umorismo, macchiette, "maschere" stereotipali della meschinità dell'animo umano. Si percepisce un disprezzo per la provincia e per il mondo contadino in particolare; come quel povero servo, sempre maltrattato da Foma perché continua a sognare "un toro bianco" e non "eleganti signore e signori che prendono il tè". In un crescendo di "commedia degli equivoci", Foma pare perdere il suo dominio, ma con un colpo di scena il furbo e abile manipolatore riafferma il suo potere sugli abitanti di Stepàncikovo. E' un destino dei grandi autori che la loro opera sia offuscata dai capolavori che hanno scritto. Quando si parla di Dostoevskij, si va subito a libri quali "Delitto e Castigo", "L'Idiota" e "I Fratelli Karamazov" (si veda la recensione de "L'Idiota" in questo sito). Nella vasta produzione dello scrittore russo c'è molto altro di valore. Si pensi a "L'Adolescente", così attuale per l'analisi del rapporto del protagonista con la figura del padre (si veda la recensione in questo sito). "Il villaggio di Stepàncikovo e i suoi abitanti" è definito in modo unanime un'opera comica, in tal modo non cogliendo gli elementi peculiari del romanzo. Esso parla del Potere, e di quali sono le motivazioni profonde che ne sono alla base: non è il denaro (Foma rifiuta un'offerta generosa per lasciare la casa), non è neanche il gusto del dominio, o il ruolo di prendere le decisioni che contano (anzi il Potere fugge dalle decisioni). Ciò che spinge Foma è la vanità, un narcisistico desiderio di essere al centro, potersi compiacere delle proprie parole, essere riverito e lusingato. Ne è evidente l'attualità dinanzi a un Potere cui basta far parlare di sé stesso, in un'orgia mediatica. Gli abitanti di Stepàncikovo sono un'isolata comunità della campagna russa ma molto ci dicono sul servilismo e la vacuità dell'animo umano. La scrittura e la trama sono spumeggianti, distaccandosi dal punto di vista stilistico dai grandi romanzi: non c'è introspezione psicologica né si approfondiscono le relazioni tra i personaggi. È senza dubbio un romanzo di formazione, in cui il grande scrittore si esercita nella costruzione dei dialoghi, con poca attenzione al contesto, e in particolare trascurando il narratore, dietro il quale si nasconde lo stesso Dostoevskij. Perché leggerlo? E' divertente e profondo.
Iliade
LʼIliade si sviluppa in un periodo breve di tempo ma illustra i fatti più salienti della guerra di Troia. L’incipit è la lite tra Agamennone e Achille per il possesso di una schiava ma in realtà Achille mette in dubbio l’autorità di Agamennone. L’eroe decide di non partecipare più alla guerra e quindi si succedono una serie di scontri, che, pur tra alterne vicende, tendono a concludersi con la sconfitta degli Achei, sino al punto che i Troiani riescono a incendiare una nave dei greci. L’assemblea dei capi Achei invia più volte ambasciate ad Achille perché rientri in battaglia; va invece a combattere Patroclo, l’amico carissimo dell’eroe, che viene ucciso da Ettore. Achille entra in guerra per vendicare Patroclo, compie una strage e uccide Ettore. Priamo riesce, tuttavia, a placare l’ira di Achille e a prendere il cadavere di Ettore per dargli una giusta sepoltura. La storia è relativamente semplice ma è resa più complessa per la presenza di diversi livelli narrativi: ciascuno dei temi viene portato avanti su tre piani: la comunità degli dei, la comunità degli uomini e i sentimenti individuali, che sono sempre subordinati alla volontà e alle ferree regole della comunità, prima ancora che alla volontà della divinità. Il primo tema è lo scontro per il governo della comunità e quindi il potere. Il poema inizia proprio con il conflitto tra Agamennone e Achille, ma la tensione per l’affermazione dell’autorità costituisce una costante. Basti pensare che Ettore decide di non ritirarsi entro le mura di Troia e di combattere su campo aperto solo per affermare la sua autorità nei confronti di Polidamante che lo consigliava in tal senso: > ora, mentre a me diede il figlio di Crono pensiero complesso d’acquistar gloria presso le navi, respingere al mare gli Achei, stolto, tali consigli non devi aprire fra il popolo, nessuno ti obbedirà dei Troiani, io non vorrò . Ma lo stesso scontro per il potere è presente fra gli dei: dice Poseidone a Era preoccupata che Achille possa soccombere a un dio, > andiamo a sederci, piuttosto, in disparte alla vedetta... se poi Ares comincia la lotta o Febo Apollo, o trattengono Achille, subito allora da parte nostra sorgerà lite di guerra; e molto presto, io penso, battuti, torneranno all’Olimpo, in mezzo agli altri numi, vinti sotto le nostre mani per forza . Lo stesso tema del potere emerge in modo evidente nell’assemblea del libro XIX, nella quale Achille vorrebbe rientrare subito in battaglia, per vendicare Patroclo e dargli degna sepoltura, mentre gli altri capi vogliono che Achille accetti ufficialmente i doni di Agamennone, affermandone in tal modo la sua autorità. Il secondo tema è, ovviamente, la guerra: è il tema più scontato e anche il più noioso, se si eccettua la battaglia fra gli dei, che raggiunge elementi evidenti di comicità e di derisione delle divinità. Le vicende militari si frammentano e sembrano finalizzate a esaltare la grandezza degli eroi e degli uccisi. Il terzo tema è costituito dai sentimenti familiari: l’affetto per gli amici, l’amore filiale, il rispetto per gli anziani, il dolore per la perdita dei cari. È questo il tema più vicino alla sensibilità dei moderni e l’epica si traduce in pathos in alcuni passaggi: il colloquio tra Ettore e Andromaca, l’amore di Teti per Achille e il dolore di quest’ultimo per Patroclo: Ettore > mise in braccio alla sposa il figlio suo: ed ella lo strinse al seno odoroso, sorridendo fra il pianto; s’intenerì lo sposo a guardarla, l’accarezzò con la mano ... ma le regole della comunità sono più forti dei sentimenti individuali, > su, torna a casa, e pensa alle opere tue, telaio, e fuso; e alle ancelle comanda di badare al lavoro; alla guerra penseran gli uomini tutti e io sopra tutti, quanti nacquero ad Ilio ( libro VI). A questi temi si inseriscono altri filoni narrativi (parentesi all’interno del poema) come il bellissimo libro XVIII (la fabbricazione delle armi di Achille) e il libro XXI, in particolare la difesa dei Troiani da parte del fiume Xantos e la sua sconfitta da parte del fuoco. In complesso, il poema è noioso e frammentato e non è sicuramente all’altezza dell’Odissea.
L'impostore
Dal 1975 al 2005 la Spagna è stata ingannata da un grande impostore. Eric Marco, un oscuro titolare di un'autofficina, s'inventò di essere un antifranchista e di essere stato deportato per questo nel campo di concentramento di Flossemburg, insieme con altri ottomila repubblicani spagnoli inviati in Germania a morire nei campi di sterminio. Facendo leva sull'aureola che gli veniva dal suo falso passato, Marco fu prima segretario generale della Confederazione Generale del Lavoro, e poi presidente degli Amici di Mauthausen. Per merito di un oscuro storico l'enorme bugia di Marco fu scoperta pochi giorni prima che parlasse in una cerimonia a Mauthausen dinanzi al presidente del governo spagnolo. Vargas Llosa ha definito Marco «spaventoso e geniale». Quando per la prima volta Cercas incontra l'uomo, non può fare a meno di urlare > un orrore! Un autentico orrore!. A trattenerlo a scrivere un libro su di lui, non era solo le infamie commesse da Marco, dal dolore inflitto agli altri deportati e ai loro parenti sino ai tanti giovani che lo avevano ascoltato, affascinati e trepidanti; Cercas temeva di lasciarsi invischiare nei tentacoli del sublime bugiardo, si chiedeva se era disposto > a scrivere un libro su Enric Marco senza scendere a patti con il diavolo. (...) perché non tentare di salvare il grande impostore e il grande maledetto, quella grandissima canaglia che è già più che condannato?. Chi ha letto «Soldati di Salamina» (si veda la recensione in questo sito) sa che Cercas gioca un po' su queste sue resistenze a scavare la «verità». Anche in questo caso Cercas supera gli scrupoli morali, dimentica facilmente ciò che diceva Primo Levi, ossia che capire è già giustificare; s'inoltra con l'usuale impegno da giornalista d'inchiesta a ricostruire le torbide vicende e i subdoli inganni che hanno condotto Marco a dominare la scena nazionale negli anni del post franchismo. Lasciamo al lettore entrare nei dettagli di una vicenda ingarbugliata che attraversa la storia recente della Spagna. Diciamo solo che Cercas individua la fonte del successo di Marco in una mescolanza di piccole verità, fatti storici, fascino personale e menzogne spudorate. E' vero! Marco è stato veramente un infame; ma come fu Limonov per Carrère e Don Chisciotte per Don Alonso Quijano (si vedano le recensioni dei due libri in questo sito), Marco > si diede (,,,) una nuova identità e una nuova vita eroica, (...) ormai oltrepassato il culmine della vita, vuole continuare a vivere quando ormai non gli tocca vivere, o meglio che vuole vivere ancora, contro tutto e tutti, tutto ciò che non ha vissuto fino ad allora. Non è come uno scrittore cui è permesso mentire per raccontare la verità? Povero Cercas! Non sa che questa indulgenza verso la bugia è una falla in cui s'inserirà Marco in modo spietato, ricordando come il personaggio finale dei Soldati di Salamina, l'oscuro eroe soldato, fosse una finzione dello scrittore; finzione con la quale Cercas ha ingannato tanti lettori che, dopo aver letto il romanzo, hanno scritto alla casa di riposo di Digione, dove lo scrittore aveva raccontato vivesse l'oscuro eroe. E quindi anche Cercas è un impostore: > lei è un commediante e un bugiardo, che ha tutti i miei difetti e nessuna delle mie virtù, e che io sono il suo riflesso in un sogno, o in uno specchio. (...) Questa è la verità, Javier. La verità è che lei è me. Il punto centrale del romanzo è il colloquio che l'autore dichiara immaginario, una volta tanto. In un lungo dialogo tra Marco e Cercas le certezze del secondo si smontano dinanzi alle serrate argomentazioni dell'impostore, esaltato dal ruolo di inquisitore affidatogli dall'autore spagnolo. Le uniche pagine espressamente di fantasia paiono capovolgere l'intera narrazione. Dov'è il confine tra invenzione e verità nella memoria storica? E perché le menzogne non possono essere accettate se rivolte a far conoscere le pagine buie della storia, creando coscienze consapevoli? Ma in questo modo, come nei Fratelli Karamazov, a noi non tocca che inchinarci al mistero del passato, sperando che sia un mistero giusto e buono? (si veda la recensione dei Fratelli Karamazov in questo sito). Il pregio fondamentale del romanzo è proprio la vicenda di Marco, la quale si racconta da sé, tanto è incredibile. Cercas aggiunge una trama dispersiva e prolissa, che spesso si involve in sé stessa, ricca di digressioni che rendono pesante la lettura. A compensare le circonvoluzioni della narrazione è il solito periodare fluido e chiaro dell'autore: stile che sa un po' troppo di giornalismo. Perché leggerlo? E' interessante la storia.
In culo al mondo
Sono passati otto anni dalla fine della guerra coloniale portoghese, che devastò lʼAngola tra il 1961 e il 1975: da un lato il Portogallo di Salazar e dallʼaltro i movimenti di liberazione angolana. Il protagonista, ed io narrante, incontra una donna in un locale, come tante altre volte, > quando il bar è un Titanic che fa naufragio, (...) un galeone spagnolo sommerso, popolato dai cadaveri alla deriva della ciurma illuminati di sbieco da un chiarore sottolunare, cadaveri che fluttuano senza aderire alle sedie, fra due acque, e dimenano le braccia prive di ossa in una calma di alghe . Sappiamo poco di questa donna, ma senza dubbio sa ascoltare, perché il nostro protagonista comincia a raccontare i suoi ventisette mesi di guerra,in «culo al mondo», a morire > non della morte della guerra, che ci priva allʼimprovviso delle cervella con uno scoppio fulmineo e lascia intorno a sé un deserto disarticolato di gemiti e una confusione di panico e di spari, ma della lenta, afflitta, torturante agonia dellʼattesa, lʼattesa dei mesi, lʼattesa delle mine sulla pista, lʼattesa del paludismo, (...) lʼattesa della jeep della Polizia politica che ogni settimana passava, (...) portando con sé tre o quattro prigionieri che scavavano la loro fossa, vi si rattrappivano, chiudevano gli occhi e si afflosciavano sotto le pallottole come un soufflé si affloscia sul forno, con un fiore rosso i cui petali si schiudevano sulla fronte ; una guerra che faceva vomitare e rispondere con > una voce dolce di bambino Non perdere tempo con me perché io sono così stanco di questa guerra che neanche con le bombe mi toglierete di qui ; una guerra che non si può dimenticare, tanto che > nel momento in cui le sue ginocchia si divaricheranno dolcemente, i suoi gomiti mi stringeranno le costole e il suo pube rossiccio schiuderà i suoi petali carnosi con lʼumida consegna di valve calde e morbide, entrerò in lei, capisce?, come un umile e tignoso cagnetto insonnolito in un vano di scala, alla ricerca di un conforto impossibile sul legno duro degli scalini, perché il soldato di Mangando e tutti i soldati di Mangando e Marimbanguengo e Cessa e Musuma e Ninda e Chiume balzeranno in piedi dentro di me nelle loro bare di piombo, avvolti in bende sanguinanti che svolazzano, per esigere da me, con i rassegnati lamenti dei morti, ciò che per paura non ho dato loro: il grido di rivolta... Il protagonista narra, quindi, la sua esperienza, ma non dobbiamo aspettarci un resoconto o una denuncia: la crudele e vigliacca devastazione della guerra disvela la povertà del nostro animo, la sua pavidità, il suo vuoto ideale e sentimentale, ma nel contempo rivela lʼinutilità della tante parole, di chi non ha mai provato sulla pelle «la furiosa e pungente paura di morire», di chi si può permettere di > essere competente, serio, saggio, socialdemocratico, sardonico, trasportando con i libri nella valigia la furbizia facile dellʼultima verità di carta . Lʼesperienza di guerra è una cesura tra il prima e il dopo, è una discesa nella profondità dellʼanimo, è una morte spirituale, che ci toglie la possibilità di amare. Non restano che fugaci momenti di tenerezza, con i quali due esseri soli si inventano «una diafana pace di infanzia». Per essere apprezzato sino in fondo questo libro andrebbe letto ad alta voce, come un lungo poema. Se si avesse la pazienza di farlo si scoprirebbero lʼabile scansione delle parole e le loro capacità evocative, e ci si troverebbe in un mondo onirico, anche se terribilmente reale, nel quale sensualità, nostalgia, disperazione e morte si mescolano insieme, riportando alla luce i mostri della nostra infanzia, e la nostra solitudine esistenziale. > Se fossimo, per esempio, dei formichieri, lei e io, (...) forse ci potremmo capire in una complicità di proboscidi inquiete che annusano insieme sul cemento nostalgie di insetti inesistenti; forse ci uniremmo, col favore del buio, in coiti tristi come le notti di Lisbona. (...) Forse, dopo essermi palpato, scoprirò di essere allʼimprovviso un unicorno, forse lʼabbraccerò, e forse lei agiterà le sue braccia attonite di farfalla conficcata in uno spillo, pastosa di tenerezza. (...) E avremmo recuperato in questo modo qualcosa dellʼinfanzia che non appartiene a nessuno di noi e insiste a scendere lungo lo scivolo in un riso del quale giunge fino a noi, ogni tanto, e in una specie di rabbia, lʼeco attutita . Perché leggerlo? È un grande libro, sulla guerra e sulla solitudine umana.
In viaggio con Erodoto
Kapuscinski è un grande reporter, che ha scritto numerosi libri di viaggio. In questo caso narra di come è diventato reporter e di alcuni suoi viaggi in Cina, India e Africa. Ma soprattutto parla del suo grande amore letterario, Erodoto. Quando viaggia si porta con sé le Storie di Erodoto. I viaggi di Kapuscinski sono a un tempo viaggi reali e viaggi nel mondo di Erodoto, al punto che è difficile distinguere la realtà attuale da quella del tempo di Erodoto. > Più tempo passavo a leggere Erodoto, più provavo un sentimento d’amicizia e quasi d’affetto nei suoi confronti. Mi era sempre più difficile fare a meno non tanto del libro, quanto del suo autore . Lo affascina > per il suo modo di essere e di rapportarsi agli altri: una persona che, dovunque vada, diventa immediatamente un centro di aggregazione . Che cosa dice Erodoto al mondo moderno? > Per Erodoto la pluralità culturale del mondo è un tessuto vivo e pulsante dove niente è dato e stabilito una volta per tutte, ma che continuamente si trasforma creando nuove relazioni e contesti . E poi > un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati . > La storia è un ininterrotto succedersi di presenti e quindi il mondo non è una proprietà esclusiva dei vivi, dove i morti non detengono quote di mercato . La lettura di Erodoto permette all’autore di esprimere i suoi sentimenti sul mondo e sulla storia: diversità, viaggio non come evasione ma conoscenza e ascolto degli altri, la storia non come descrizione di eventi trascorsi e ormai messi nella spazzatura, ma come presenza immanente «perché le imprese degli uomini col tempo non siano dimenticate».
Io non ho paura
Il romanzo riprende il tema del libro precedente: lo squallore dell’ambiente e della famiglia a confronto con l’innocenza dell’infanzia. Michele vive in un piccolo borgo e durante un giro con gli amici scopre un bambino che è stato rapito e imprigionato da un gruppo, del quale fa parte anche il padre. Si sviluppa quindi un percorso spirituale e psicologico durante il quale Michele si rende autonomo rispetto ai genitori sino al punto di correre a salvare il bambino rapito, che potrebbe essere ucciso dai rapitori. Riesce a salvarlo ma viene colpito dal padre e «ora c’era di nuovo buio e c’era papà e c’ero io». A differenza di quanto avveniva nel libro precedente, è più evidente la contraddizione tra i sentimenti familiari e di clan (sempre improntati ad affetto e protezione) e l’immoralità del rapimento, che costituisce un atto collettivo, dell’intero paese. È un ragazzo, Michele, che deve rimettere in ordine la scala dei valori, anche a scapito dei legami familiari. È quindi un quadro della società italiana, che travalica il contesto ambientale (il piccolo paese) ma è invece emblematico di un clima più generale. La solarità del paesaggio, la vastità degli orizzonti insieme con la limitatezza degli spazi (splendidamente descritti dall’autore) sono parte integrante della narrazione, esprimendo un contrasto tra un mondo chiuso e desolato e l’aspirazione verso una maggiore libertà e limpidezza di sentimenti e di valori. Rispecchia bene una società, e degli individui, in bilico tra un presente vacuo e un futuro più ricco di contenuti. Lo scrittore ha raggiunto con questo romanzo una maggiore compattezza nello stile e nel ritmo narrativo, che lo rende un libro molto suggestivo oltre che bello da leggere. Si tratta senza dubbio di un romanzo di grande livello narrativo e contenutistico.
Io non mi chiamo Miriam
> Si vede seduta nel suo bel soggiorno, nella bella villa che Olof ha ereditato, con i bei mobili che ha comprato perché guadagna bene. (...) La gonna scozzese diventa un vestito a righe da prigioniera, le calze svaniscono e le scarpe scivolano via nel nulla, il parquet sotto i suoi piedi è di colpo cemento grezzo, (...) e Miriam grida, grida e sente se stessa gridare e si tappa la bocca con le mani per costringersi a tacere. Non è solo perché riaffiora di continuo il ricordo di Ravensbruck e di Auschwitz, Miriam porta con sé il peso della menzogna, e del tradimento. Per tutti, anche per il figlio e la nipote, Miriam è un'ebrea che ha trovato accoglienza nell'ospitale e ordinata società svedese; in realtà prese l'identità di una ragazza morta, che portava impresso un marchio simile a quella di Malika, di lei giovane rom; nessuno avrebbe accolto la deportata Malika, appartenente ad un popolo considerato il più infimo tra tutti i paria del mondo (ladro, spergiuro, rapitore di bambini, violento e così via). Ha ottantacinque anni, le viene regalato un bracciale che è un pezzo di artigianato zingaro. > Le lacrime le salgono agli occhi costringendola a battere le palpebre per scacciarle e le parole le balenano nella testa, (...) poi lascia che quelle parole le affiorino alle labbra . La verità, immediatamente sconfessata, mette in moto un racconto che si dipana su due filoni narrativi: la lunga passeggiata con la nipote, la quale vuole indagare cosa ci sia dietro l'oscura dichiarazione della nonna, e il disumano dei campi di concentramento che deve essere scacciato dall'animo per non essere travolti. > Non si può parlare di tutto! (grida Miriam) Devi capirlo. Non, se si hanno ottantacinque anni e si è della razza sbagliata, (...) Lo capisci o no? E' successo davvero. Era tutto reale. Era un altro mondo e io non ci voglio tornare . Ed ecco irrompere nella mente Auschwitz dove viene subito uccisa la cugina e dove il fratellino viene usato come cavia umana, e dove il popolo rom si rivolta e verrà sterminato in massa nelle camere a gas; il campo di lavoro di Ravensbruck, dove, insieme con la spietatezza delle sorveglianti, incontra, lei così diffidente, l'amicizia e la solidarietà. Ma i morti tornano sempre, sono dietro a porte che è facile aprire. > E va bene. Che vengano pure. Sarà anche vecchia, ma è ancora in grado di uccidere qualche fantasma del passato. (...) Si, è lei, è proprio Anuscha (la cugina uccisa). Ha dieci anni e non è ancora successo niente di male. (...) Quando allunga la maniglia la mano si muove maldestra e in gola è in agguato il pianto, ma ecco che la porta si apre, si spalanca e compare Else (l'amica del campo di concentramento). E' ancora alta e magrissima come uno stecco, ma sembra sana e sazia e indossa vestiti integri. (...) Siamo destinati a perdere tutto, anche le persone che hanno più importanza per noi. E per questo non tenta più di trattenere il pianto, per questo allungandosi verso la quinta porta lascia scorrere le lacrime. Dentro la sta aspettando Didi (il fratellino ridotto a cavia). (...) E' una traditrice. (...). Di qui la sua vergogna. Ha tradito i morti. Ha tradito il suo popolo e la sua lingua. (...) Da un lato ci sono loro. Dall'altro però restano quelli che non ha mai tradito. Anuscha. E Didi. (...) Mi mancate ancora, ogni giorno. Scrive Elsa Morante in «Menzogna e sortilegio» (vedi la recensione in questo sito), > il passato e il futuro sono due campi di nebbia e di vertigini, che i vivi non possono esplorare se non con la fantasia e con la memoria. A che serve sondare questa reggia della morte? > No, disse suo padre con una voce che veniva da un luogo lontano. No, Non ricordare. Dimentica e guarda avanti . Per far questo bisogna ingannare e tradire. Ed ancora Morante: > una lucida insonnia s'impadronisce di me, e io, nella camera taciturna e spopolata, altro non potrò interrogare d'ora innanzi che la mia vera memoria .Conservare per tutta la vita il proprio segreto, ritrarsi dalla tentazione di rivelare la verità sono l'unico modo di custodire il proprio dolore, l'enorme sofferenza che le deriva dalla perdita dei suoi cari e insieme con essi dall'appartenenza di un popolo, quello rom, disprezzato e calpestato. La struttura narrativa ha una trama circolare: l'autrice torna sugli stessi temi, situazioni e personaggi così da portare avanti un'indagine sociale e introspettiva per approssimazioni successive. La parte relativa alla vita nei campi di concentramento si appoggia su fonti documentali e assume spesso i connotati della cronaca; non poteva che essere così, forse, perché l'autrice non racconta una storia vera né ha vissuto l'esperienza del lager. Le interviste con sopravvissuti le permettono di dare spessore al racconto, in particolare quando parla della vita delle detenute e delle relazioni che si intrecciano tra di loro. In altre pagine, come nella rivolta dei rom, la narrazione risulta piatta e scontata. Diversa pare invece la parte relativa alla vita di Miriam in Svezia: la finzione dà libertà di movimento alla narrazione, la quale assume colore e spessore perché l'autrice conosce molto bene il contesto sociale e culturale. Emerge una lieve ironia dei costumi della società svedese, valorizzati dalle capacità mimetiche di Miriam: giovane donna capace di interpretare i segni del corpo, l'intonazione della voce e i comportamenti di un popolo, quello svedese, per lei così lontano. A creare confusione sono i continui andata e ritorno tra il presente e il passato, tra la realtà e la rimembranza: forse una maggiore linearità della struttura narrativa avrebbe aiutata la lettura. Perché leggerlo? libro importante e innovativo, va oltre alla storia dell'Olocausto.
Io sono dio
> Le guerre finiscono. Lʼodio dura per sempre. Lʼodio covato per anni aveva portato un uomo a disseminare una città di bombe. Lʼodio ne aveva portato un altro a farle esplodere . Le conseguenze di quel gioco insano che è la guerra costituiscono il contesto ideale di un thriller. Lʼantefatto del libro è il ritorno di un reduce dal Vietnam, sopravissuto ma mostruosamente sfigurato dal napalm, la bomba incendiaria largamente usata dagli americani nella guerra. Come si direbbe oggi in modo elegante, è stato il «fuoco amico» a ridurre lʼuomo nelle terribili condizioni in cui si trova: fatto prigioniero dai vietcong e usato come scudo umano, è stato colpito da reparti del suo stesso esercito, malgrado lo avessero chiaramente riconosciuto. Lʼodio e la vendetta si riversano contro i suoi stessi concittadini, come dice allʼunico amico > credo che ci vogliamo le vite di molti uomini per provare il dolore che ho provato io in quei pochi mesi di ospedale . Devono passare molti anni, quando a New York si verificano alcune esplosioni, con molte vittime. Lʼindagine viene affidata ad una giovane detective, Vivien, al quale viene affiancato Russell, uno scrittore fallito, ma di ricca famiglia, che era venuto in possesso di informazioni rilevanti per la ricerca del colpevole. Come succede nel thriller, il romanzo si sviluppa secondo due filoni narrativi paralleli: il dipanarsi delle vicende poliziesche, ricche di colpi di scena e di intrecci, e le storie personali dei due protagonisti, che finiscono per innamorarsi. Tra i tanti rivoli del racconto, cʼè anche un sacerdote che avrebbe avuto la confessione degli omicidi da parte dellʼassassino: il condizionale è necessario perché è proprio questa confessione il passaggio fondamentale del romanzo, che potrebbe far scoprire ad un attento lettore ( non certo il sottoscritto che non ha capito) chi sia il colpevole. Il romanzo è senza dubbio il migliore scritto da Faletti: la storia è ben costruita, la trama è ricca di vicende e di personaggi che tuttavia si intrecciano bene nel racconto complessivo. La scrittura è piana e tranquilla, semplice ma efficace nel contempo. Se una critica va fatta, riguarda il finale del romanzo, che come succede in molti thriller, non è sviluppato a sufficienza e arriva senza tensione e suspense. Forse lo scrittore avrebbe dovuto curare maggiormente la conclusione anche riducendo parti ridondanti del libro. Perché leggerlo? Si legge molto bene e la vicenda cattura lʼattenzione.
Io sono un gatto
Il protagonista e narratore di questo romanzo è un gatto: un randagio, accolto in casa di un professore, non amato ma sopportato per inerzia. Così si definisce il nostro eroe: > io non ingrasso perché leccornie non ne mangio, ma sono in condizioni passabili e tiro avanti giorno dopo giorno senza zoppicare . Come tutta la sua specie, la fissità e la pigrizia del nostro gatto nascondono una grande saggezza, una profonda capacità di riflessione su quanto avviene nel mondo degli umani. Ed per questo che chi leggesse > il libro distrattamente, convinto che si trattasse di unʼopera di poco valore, di colpo capirà di trovarsi davanti a qualcosa di molto diverso, qualcosa che sembra facile ma è profondo come la dottrina di Buddha, e non si permetterà più di leggerlo sdraiato sul tatami con le gambe scomposte, saltando le righe . Siamo in Giappone allʼinizio del novecento, durante la guerra con la Russia, che si concluderà con la clamorosa vittoria del nascente impero nipponico. È una lunga fase di transizione, dalla cultura tradizionale e chiusa degli shogun allʼapertura al mondo occidentale, alla sua letteratura e alla sua scienza. In casa del professore si riuniscono, in chiacchere senza fine e costrutto, diversi intellettuali: lo scettico, arguto e superficiale, il giovane fisico, perso in ricerche scientifiche delle quali non si capisce il senso, il filosofo zen, vagheggiante una spiritualità non più sentita, ed infine il giovane uomo dʼaffari, bramoso di arricchirsi. Al centro cʼè il professore: misantropo, chiuso come «unʼostrica», egoista, trascorre tutto il suo tempo nello studio, ufficialmente a leggere gli innumerevoli libri che acquista dilapidando il modesto reddito da insegnante > Ma cosa sta facendo, sdraiato bocconi su questa coperta dal lungo passato, il mento appoggiato sulle mani, una sigaretta fra le dita? Niente, se ne sta lì in ozio. È possibile che nella sua testa cosparsa di forfora riflessioni sui massimi sistemi si rigirino come una ruota di fuoco, ma a osservarlo da fuori non si direbbe. Eppure, il gatto è immensamente grato al professore, perché gli permette di assistere ad uno spaccato emblematico della società umana; è vero, una riunione di affabulatori, ma che fornisce al nostro eroe «mille esperienze», e a noi lettori pillole di saggezza. Per esempio, il gatto va a visitare un bagno pubblico, dove gli uomini sembrano tutti uguali nella loro nudità, ed allʼimprovviso emerge un > un gigante. Il superuomo di Nietzsche. Il re dei demoni, Il comandante in capo dei bruti. (...) E strada facendo rifletto. Fra quegli uomini nudi come vermi, che nello sforzo di diventare tutti uguali si sono tolti braghe, haori e hakama, è emerso un eroe altrettanto nudo che ha imposto agli altri la propria autorità. Ne deduco che gli esseri umani si possono denudare quanto vogliono, non raggiungeranno mai lʼuguaglianza . E che dire del narcisismo? Osservando il professore che si guarda allo specchio e si lamenta della sua faccia, così sgradevole, il gatto riflette che > quando si è scontenti di sé, quando si è in preda allo scoraggiamento, non cʼ è rimedio più efficace che guardarsi allo specchio. Si ha unʼimmediata e chiara percezione del bello e del brutto. Ci si meraviglia di aver vissuto fino a quel momento mostrando al mondo una tale faccia. E questʼ improvvisa consapevolezza è un momento prezioso nella vita di una persona. Nulla è più utile allʼessere umano che la percezione della propria stupidità . Tutti sappiamo che i gatti sono molto pazienti; ma ogni cosa ha un limite! Dinanzi al chiacchiericcio senza senso, dinanzi alla vacuità delle parole, alla povertà dei sentimenti, ad un rumore di fondo nel quale si dissolvono le filosofie tradizionali (il buddismo e il confucianesimo), così come il pensiero occidentale, anche un micio non ne può più; e così si ubriaca e si lascia morire. > Ora basta, vada come vuole. Sono stufo di lottare... (...) A poco a poco mi sento meglio. (...) Dove sia. cosa stia facendo, mi è del tutto indifferente. So solo che mi sento bene. (...) Spazzo via sole e luna, polverizzo cielo e terra ed entro nel mistero della pace eterna, Sto morendo, E morendo raggiungo la pace. (...) Rendo grazie. Rendo grazie . Ad un certo punto di questo lungo romanzo sorge un dubbio, affascinante ed inquietante ad un tempo: che il gatto e il professore siano le parti di una stessa persona? Il saggio e lʼottuso? Il partecipe e l indifferente? E che questo racconto, scritto poco prima della morte, sia il testamento spirituale di Soseki? Se così fosse il libro assume una veste estremamente moderna, quasi psicoanalitica, affresco della complessità e dellʼambivalenza dellʼanimo umano, precursore di quei tratti ambigui ed evanescenti che accompagneranno la grande letteratura giapponese. Il libro è decisamente noioso. Non esiste una trama; i personaggi sono stereotipi, i dialoghi sono lunghi e sono solo espedienti per meditazioni, le disgressioni del gatto sono più interessanti, ma per essere colte nella loro pienezza richiederebbero una conoscenza approfondita della storia e della cultura giapponese. Di grande livello è la traduzione, la quale esalta la scrittura, lʼunico lato pregevole del romanzo; le note esplicative sono curate ed esaurienti, contribuiscono ad arricchire la nostra conoscenza della società nipponica e ci invitano a studiarla. Perché non leggerlo? È noioso.
Io uccido
Il romanzo tratta di una serie di delitti avvenuti a Montecarlo, commessi da uno psicopatico, che uccide una serie di personaggi famosi in preda a un delirio di vendetta e per ridare una faccia a suo fratello, nato infelice e ucciso dal padre. Un agente americano si trova a dirigere le indagini in un groviglio di vicende collaterali e di colpi di scena. Si tratta del classico romanzo, che riprende lo stile e il ritmo narrativo dei libri di Ludlum, Le Carrè e così via: racconto poliziesco, che non si affida all’ambientazione (in realtà ridotta all’essenziale) né a un approfondimento dei caratteri dei personaggi né infine alla suspense. Ci si affida alla velocità della narrazione e, in questo caso, a una scrittura piacevole e piana. È un bel libro, forse troppo lungo (come tutti i romanzi di questo genere), ridondante (per esempio, dopo la scoperta dell’identità dell’assassino sino alla sua cattura), frettoloso (come il protagonista scopre l’identità dell’assassino) e infine poco verosimile per quanto riguarda l’ultimo colloquio tra il protagonista e il generale «cattivo». Altre pagine catturano l’interesse e l’attenzione: il primo assassinio nella barca, le telefonate alla stazione radio, la ricerca del commissario francese ad Aix en Provence e infine la cattura dell’assassino. Finalmente anche la letteratura italiana è entrata in un genere letterario che ha avuto e ha una grande fortuna all’estero e in Italia.
L'isola degli idealisti
> Molti anni fa, in una minuscola isola di un lago d'Italia, vivevano alcune persone delle quali s'interessa la presente storia . Carla > aveva i capelli già molto grigi, in questo millenovecentotrenta, ma il volto era dolcemente fresco, giovanile, e conoscendola ci si spiegava lo stile dei suoi romanzi . Il padre, il vecchio Antonio, la rimproverava spesso perché non approvava i libri della figlia, malgrado fossero di grande successo; criticava pure il figlio Celestino, «troppo alto e grosso e forte». > Tu sei tutto intelligenza, come i tenori famosi sono tutta voce. Per il resto non hai altro, ti manca persino il buon senso. C'erano poi altri ospiti: un cugino e sua moglie, Jole e Vittorio, parenti poveri e giovani, il custode Giovanni e due domestiche, il cane Pangloss al quale Celestino cercava disperatamente di insegnare a riconoscere i numeri. Non accadeva mai nulla. > Era una terra, rarissima, senza avvenimenti. Si viveva soltanto, e questo era già molto; (...) ma questa storia non esisterebbe se un certo fatto non fosse accaduto, cominciando una certa sera di maggio di quell'anno. Arrivano sull'isola, a trovarvi rifugio, due furfantelli, che vivevano di rapine negli alberghi, di gioco d'azzardo e di piccoli imbrogli. Guido e Beatrice non nascondono di essere inseguiti dalla polizia; e tuttavia Celestino decide di accoglierli, in parte già intrigato dalla donna, di una dolcezza morbida e serena e talvolta sguaiata, e perché ha un obiettivo: insegnare ai due ad essere onesti. Celestino elabora un programma scientifico, d'altra parte, come dice il vecchio Antonio, > qui si prendono le cose troppo sul serio. L'eternità, la verità, l'infinito, la matematica . Come c'era da aspettarsi il programma fallisce miseramente: Guido e Beatrice rubano soldi e gioielli, poi, una volta scoperti, se ne vanno a riprendere la solita vita. «E' passato un anno, tutto sembra come prima: ma non è vero». L'isola è in quarantena per la scarlattina, portata da un piccolo orfanello accolto dalla famiglia; Guido e Beatrice si ripresentano nell'isola, ma ben diversi dal tono che avevano la volta precedente. > Gli abiti che indossavano gli mostrarono subito la decadenza, la sfortuna. Dovevano aver attraversato un brutto periodo, davvero, e stavano davanti a lui (Celestino), senza vergogna, ma anche senza spavalderia. I modi non erano disinvolti come una volta, stavano quasi impacciati e consci del loro impaccio, ma senza volontà di reagire all'abbattimento . Questa volta sembra più facile il programma di Celestino: ha dinanzi due alunni, umili, rassegnati, disponibili ad apprendere valori morali e un mestiere onesto. C'è qualcosa di più: la generosità di Carla e Celestino diviene prima compassione, poi affetto e quindi amore, Carla per Guido e Celestino per Beatrice. E quindi potremmo dire che non sono la scienza o la virtù a cambiare gli uomini, ma l'amore. Sarebbe un bel finale, romantico e rassicurante, se non capitasse un altro avvenimento: Jole e Vittorio, da quattro anni nell'isola, hanno sistematicamente rubato alla famiglia che li aveva accolti; scoperti, lasciano l'isola con il maltolto per poi tradire tutti, denunziando alla polizia Guido e Beatrice e mettendo nei guai giudiziari anche il vecchio Antonio, in quanto ha dato rifugio a due ricercati. Mi rifiuto di svelare il finale. E' una favola, scritta con elegante leggerezza, la quale trasmette tre messaggi importanti: è inutile chiudersi in una isola in una mediocre sicurezza, gli avvenimenti sono più grandi di noi e ci travolgono; i mascalzoni si nascondono dietro alle persone rispettabili ed amiche, in una sorta di «mondo rovesciato»; ed infine senza l'empatia (pietà, solidarietà, simpatia) non si va da nessuna parte. Sono messaggi attuali: lascio al lettore giudicare. Il romanzo riporta la data del 1942; in realtà non fu mai pubblicato, anche se probabilmente commissionato dal Corriere della Sera. Ciò spiega in parte la fragilità della trama, esile e scontata, e la superficialità dei personaggi, solo un abbozzo e più stereotipi che reali figure (soprattutto Celestino); il racconto è anche uno spartiacque tra i numerosi racconti pubblicati sino al 1940 (di letteratura rosa e che risentono del clima fascista) e i grandi romanzi polizieschi del dopoguerra: l'autore è in cammino verso uno nuovo stile, maggiormente incisivo. Perché leggerlo? Elegante, intriso di dolce malinconia.
Istanbul
> Io so che la mia ispirazione trae vigore dallʼattaccamento alla stessa casa, alla stessa strada, allo stesso panorama e alla stessa città... questo mio legame con Istanbul significa che il destino di una città può diventare il carattere di una persona . In questo libro Pamuk racconta di come è diventato uno scrittore, ma nel farlo non può non parlare della sua Istanbul, la città degli anniʼ 50 e ʼ60, in pieno declino, non a caso narrata e fotografata in bianco e nero. È talmente stretto lʼintreccio tra la storia della città, racchiusa nei «dettagli del passato», e la storia della propria identità come scrittore ed individuo, che è appare evidente come la convulsa trasformazione di Istanbul abbia inesorabilmente invecchiato lo stesso Pamuk, non rendendolo più interprete del tempo contemporaneo. Il romanzo non ha una trama vera e propria, ma è un insieme di microcosmi, di episodi, di riflessioni e suggestioni. Per dare un senso generale al racconto, si possono individuare tre filoni narrativi. Innanzitutto, quello biografico parla dellʼinfanzia e dellʼadolescenza, della grande famiglia Pamuk, della case, della crisi coniugale dei genitori. Il percorso formativo di Pamuk non coinvolge la pagina scritta. Non ci sono incauti ed infantili tentativi di scrittura né grandi libri, che «hanno cambiato la vita». I libri, letti e riletti dal giovane Pamuk, sono «la collezione di fatti e curiosità», possibilmente arricchiti da disegni e fotografie, che siano > una rassegna seducente, terribile e a tratti disgustosa di curiosità, eventi e personaggi bizzarri . Da qui è naturale il passaggio alla pittura: essa permette di contemplare e rappresentare il panorama di Istanbul, dapprima «considerato unanimemente bello», poi contrassegnato dai segni del declino. > Disegnavo le piccole moschee, i muri distrutti, gli archi bizantini di cui si vedeva solo una parte, le case di legno con sbalzi e le modeste abitazioni . Nel dipingere Pamuk conosce il piacere della creazione artistica. > Solo ora realizzavo, con un salto spirituale più complesso e più scaltro, il desiderio di fuggire da me stesso.... talvolta perdevo il controllo del disegno... e qualcosa mi trascinava con impeto, sollevandomi piacevolmente: solo quando finiva, a moʼ di onda che si disfa infrangendosi contro gli scogli, dopo essermi liberato dallo stupore e dalla tristezza, potevo riposarmi un poʼ . Per capire perché Pamuk decida di diventare scrittore, abbandonando la facoltà di architettura e la passione per la pittura, occorre rivolgersi al secondo filone narrativo: la rassegna dei grandi scrittori turchi ed occidentali che hanno parlato di Istanbul. È necessario conoscere questa letteratura per apprezzare le pagine ad essa dedicate. Si coglie, comunque, come Pamuk guardi alla sua città attraverso le parole degli osservatori occidentali, al punto tale che le descrizioni di Istanbul da parte di questʼultimi sembrano > un ricordo personale. Naturalmente, a questo contribuisce anche il fatto che la popolazione di Istanbul si sia nel frattempo decuplicata, e alcuni viali e piazze, nonostante non siano per nulla cambiati, sembrino ora luoghi completamente diversi a causa dellʼaffollamento. Sento sempre la nostalgia degli anni in cui la città era solitaria e vuota . Si ritorna sempre ad Istanbul, a > questa mescolanza della storia con le rovine, delle rovine con la vita, e della vita con la storia . Il terzo filone narrativo è costituito dalla descrizione della città, dalla contemplazione del Bosforo e dalle peregrinazioni tra > i resti del vecchio tessuto della città fatto di legno e pietra . Chi ha avuto occasione di perdersi nei quartieri armeni e greci o di scendere da Taksim verso le rive sul Bosforo può apprezzare quanto scrive Pamuk e capire che > forse amiamo il posto in cui viviamo solo perché non abbiamo altra soluzione, come in famiglia. Ma dobbiamo scoprire dove e perché amarlo . È inutile sperare di trovare nel libro una guida ad un soggiorno ad Istanbul. Troppo distante e limitata è la città di Pamuk rispetto a quella attuale, multiforme, giovane, dinamica e gigantesca. Il libro parla del profondo legame che tutti noi abbiamo con i luoghi della nostra vita e che spesso diamo per scontati, come un fatto ovvio. È un rapporto reciproco, che va difeso e costruito giorno per giorno e che si alimenta nello sforzo quotidiano di > accordare il proprio stato dʼanimo ai panorami che la città offre. E tale operazione, se fatta con naturalezza e sincerità, conduce a unire, nella propria memoria, le immagini della città ai sentimenti più profondi e sinceri, al dolore, alla tristezza e di tanto in tanto alla felicità, alla gioia di vivere e allʼottimismo. Se impariamo a guardare una città in questo modo, e se ci viviamo così a lungo da trovare lʼoccasione di unire in un legame stabile i panorami ai nostri sentimenti più veri e profondi, dopo un poʼ... le strade, le immagini, i paesaggi della nostra città si trasformano, uno dopo lʼaltro, in realtà che ci fanno ricordare alcuni nostri sentimenti e stati dʼanimo . Perché leggerlo? Dimentichiamoci di Istanbul, parliamo del legame con la nostra città, e dei ricordi e dei sentimenti.
Italia in Giallo
Il quotidiano La Stampa ha offerto con il giornale una serie di racconti di Noir: Macchiavelli, De Silva, Fois, Lucarelli, Manzini, Carlotto, Simi, Robecchi, Malvaldi, Fantini e Pariani, Cassar Scalia, Pastor, Recami, de Giovanni, De Cataldo e Savatteri. E' stata un'ottima iniziativa: ha permesso di passare in rassegna i principali scrittori italiani del genere. Emerge come il Noir italiano sia di ambientazione, quest'ultima costruita intorno ad un personaggio, in generale un commissario di polizia; la trama è in secondo piano e spesso scontata. Negli autori del Nord il contesto è realisticamente crudo, specchio di un'Italia amorale e senza prospettive; laddove si parla del Sud l'ambiente è trasfigurato in una fantasia di fuga dalla desolazione della società meridionale, aspirazione resa sognante dall'uso civettuolo del dialetto, secondo lo stile di Camilleri. Mi soffermo su alcuni di questi racconti. La «febbre» di Maurizio de Giovanni ci porta a Napoli e già dal titolo ricorda «Il Paese di Cuccagna» di Matilde Serrao (si veda recensione su questo sito). La febbre è il gioco del lotto e la vittima è «l'assistito», ossia colui che dà i numeri ricevuti dall'al di là. Non possiamo non avere simpatia per un commissario così coinvolto con la sorte dell' ucciso. > Nell'immagine che si presentava allo sguardo della mia anima, e di cui la mia anima condivideva la sofferenza, il sangue scendeva come una lunga, ininterrotta lacrima verso il basso, imbrattando la guancia, il collo e il davanti della vestaglia . Il racconto trasuda di napoletanità: arioso, raffinato nella lingua e nella sintassi, con una trama ben costruita, la breve storia dell'«assistito» ci invita a leggere altri lavori di de Giovanni. In «Romanzo Criminale» (vedi recensione in questo sito) Giancarlo Cataldo aveva fornito un affresco desolante e rassegnato dell'Italia e di Roma in particolare, lasciando in secondo piano i personaggi, di fatto stereotipi criminali. Nel racconto dal titolo emblematico di «Medusa» è la protagonista il centro della narrazione. Oggi anziana insegnante in pensione, conosciuta per la sua severità, la professoressa Blasi ha trascorso la vita in una singolare relazione con un barone omosessuale. E quando questi fu ucciso, > al Caffè centrale non si parlava d'altro. E se ne parlava all'uso salentino, con poca o nulla pietà , ma se > al barone, in fondo in fondo, tutto si poteva perdonare: era nato così, e così doveva finire. Ma a lei, a lei no, quell'ostinazione senza causa gliel'avrebbero rimproverata per l'eternità . Bisogna ammetterlo: De Cataldo ha un passo in più rispetto agli altri autori italiani di Noir, nello stile e nei contenuti. Immaginiamo un anziano in una Milano «con quel cielo giallo che non faceva presagire niente di buono», che cosa può pensare quando gli suonano il campanello? In questa piccola chicca, «Ottobre in giallo a Milano», Francesco Recami sviluppa una vicenda surreale, eppure verosimile. L'anziano pensionato colpisce con una chiave inglese un intruso, presentatosi come commissario di polizia; preso dalla paura per quello che ha fatto, non si rivolge alle forze dell'ordine come avrebbe dovuto fare un bravo cittadino, invece con l'aiuto di un conoscente manigoldo getta il corpo sanguinante e privo di conoscenza davanti al Pronto Soccorso e poi si rifugia nei bassifondi della società con l'aiuto di un nipote furfantello, un po' pusher e molto avido. Che fine farà il nostro vecchietto in una Milano, > dove sembrava che fosse scoppiata la bomba nucleare, almeno così nei film colorano il cielo postatomico ? Avevo conosciuto Recami in un altro racconto «Progresso-Audace 3-22» (vedi recensione in questo sito in «Il Calcio in giallo»), ed avevo apprezzato l'elegante narrazione di paradossi inquietanti del nostro tempo: credo che sia interessante approfondire l'autore con veri e propri romanzi. Quanto mi piace Gaetano Savatteri! La trama è inconsistente ma c'è ironia da vendere! Come in «La segreta alchimia» (vedi recensione in questo sito in «Viaggiare in giallo»), il protagonista è un disoccupato giornalista, continuamente preso in giro da un amico fraterno e da una forse fidanzata, architetta innamorata dell'opera d'arte, splendida e superflua. La città è Gibellina, dove il terremoto del Belice ha prodotto una ricostruzione fatta di urbanistica razionalista e di edifici e monumenti di grandi artisti; peccato che il paesaggio è un deserto, un abbandono surreale, lasciato com'è dagli abitanti, in fuga al Nord e all'estero. La fine ironia, l'affettuosa descrizione del contesto, la retorica dei riti istituzionali, la conferenza annuale, il buffet e la visita al museo, i personaggi rinchiusi nei propri ruoli, sono tutti elementi alla base di una denuncia politica e sociale, esposta con leggerezza e quindi non banale. E' un racconto da leggere. Perché leggere questi racconti? Sono interessanti e piacevoli.
Jolanda la figlia del corsaro nero
Il romanzo è in qualche modo la continuazione del Corsaro Nero. Jolanda, la figlia del pirata, ritorna nei Caraibi per riprendersi l’eredità della madre. Qui viene più volte rapita dal conte di Medina, figlio naturale del nonno, il quale vuole prendersi la ricchezza di Jolanda e soprattutto vendicarsi dell’uccisione del padre, il nonno di Jolanda, da parte del Corsaro Nero. Morgan, il pirata amico del Corsaro Nero, combatte per liberare Jolanda sino all’uccisione del conte di Medina e al matrimonio con Jolanda, che nel frattempo si è innamorata del pirata. La vicenda è l’occasione per una serie di avventure, che si sviluppano nel mare dei Caraibi, in Venezuela e in America Centrale con una successione di battaglie navali, di assedi a città spagnole e di tempeste. Lo stile è sempre quello di Salgari, veloce e rapido nella descrizione degli eventi di guerra, anche se bisogna dire che si assiste a una caduta nel ritmo e a una ripetitività che rende talvolta noiosa la lettura. La parte più bella del libro è il racconto di Jolanda e di Morgan nella giungla del Venezuela. Il pirata è gravemente ferito e la giovane è costretta a misurarsi rapidamente con una natura ostile e sorprendente, con la minaccia degli animali feroci e l’assalto di selvaggi. Si tratta di una sorta di iniziazione che può avere molti significati: l’esaltazione di una figura eroica, in questo caso costituita da una donna, la rappresentazione di una natura esotica (il noto esotismo di Salgari), il passaggio dalla giovinezza all’età adulta, lo scontro tra il coraggio della volontà e un contesto esterno nemico. Come nella vicenda del Corsaro Nero, è possibile unʼinterpretazione psicoanalitica e autobiografica del racconto, che si concentra proprio nelle vicende di Jolanda nella foresta.
Kafka sulla spiaggia
> Stavo per entrare nel mondo spietato degli adulti, e lì dovevo sopravvivere da solo. Dovevo diventare più duro di chiunque altro . Il libro è innanzitutto un romanzo di formazione, che prende lo spunto da un racconto di un grande autore della letteratura giapponese: Natsume Soseki. Egli narra la storia di uno studente, che scappa di casa e va a lavorare in una miniera, compiendo una «esperienza di vita e di morte» per poi ritornare al mondo di prima. La singolarità dello scritto di Soseki è che non dice se il giovane sia cambiato. Leggendolo si ha la sensazione di «non capire che cosa voglia dire». Analogamente il quindicenne Tamura Kafka, uno dei due protagonisti del romanzo di Haruki, lascia lʼodiata casa paterna per fuggire al dolore di essere stato abbandonato dalla madre. Lo sovrasta una enorme ferita spirituale, che può essere superata solo accettando il rifiuto della madre, senza aspettarsi spiegazioni. Deve semplicemente perdonarla. È un difficile passaggio esistenziale, anche perché farlo lo porterebbe definitivamente alla maturità, a riconoscere che noi tutti siamo come una maschera della tragedia greca: > luce e ombra, speranza e disperazione, riso e tristezza, fiducia e solitudine . Non è un caso che in un libro ricco di metafore la biblioteca e la foresta siano le costruzioni simboliche più importanti del percorso interiore di Tamura.Fuggito da casa, Tamura trova accoglienza in una biblioteca privata, dove fa amicizia con il segretario, una sorta di filosofo, un poʼ uomo e un poʼ donna, e soprattutto conosce quella che potrebbe essere sua madre, la signora Saeki, con la quale fa allʼamore. Ma la biblioteca è il simbolo della sistemazione ordinata dei ricordi, senza la quale non potremmo sopravvivere. > Tutti perdiamo continuamente tante cose importanti... vivere significa anche questo ma ognuno di noi nella propria testa ha una piccola stanza dove può conservare tutte queste cose in forma di ricordi . Camminare nella foresta simboleggia invece la ricerca di un mondo a parte, immobile, sereno perché senza memoria. Ed infatti Tamura si inoltra sempre più nel bosco per arrivare > ad un luogo particolare del mio essere, alla sorgente luminosa dove si producono le tenebre e si creano echi senza suono . Lì in un villaggio irreale potrà trovare quella pace interiore che non riesce ad avere perché continuamente si chiede: > perché non mi ha amato? Se mia madre non mi ha amato, non sarà stato per qualche mia grave mancanza di fondo? . Ma come ha fatto Tamura ad entrare in questo mondo, > dove il tempo non è più necessario e ( quindi) non sono necessari neanche i ricordi ? Qui subentra lʼaltra storia che percorre in parallelo la vicenda di Tamura. Nakata ha subìto gli effetti di un misterioso fenomeno, verificatesi durante la seconda guerra mondiale. Ancora bambino è rimasto in coma per diversi giorni e poi, tornato cosciente, ha perso ogni ricordo, ha dimenticato tutto, anche saper leggere e scrivere. Da allora è rimasto un poʼ minorato, con strani ed apparentemente inutili poteri:per esempio sa parlare con i gatti, in quanto conosce la lingua di tutti gli esseri viventi. Anche in questo caso lʼautore riprende una antica leggenda giapponese, che vuole che ci siano «spiriti viventi», che hanno la prerogativa di uscire dal corpo, di recarsi in luoghi lontanissimi e di vivere ai confini del mondo. Ebbene, Nakata sembra possedere queste qualità. La sua tranquilla vita di un uomo ormai anziano, un pò strambo ma innocuo, si interrompe bruscamente perché è costretto a uccidere una persona che taglia la testa ai gatti ( questʼuomo non è altro che il padre di Tamura). Nakata si mette in viaggio anche perché sente che deve compiere una missione: cercare la pietra dellʼentrata, ossia permettere a Tamura di entrare nel mondo senza tempo. E ciò è fondamentale per il ragazzo perché superare i confini del mondo reale permette di incontrare sua madre, perdonarla e accettare di crescere. > Mi trovo stretto fra un vuoto e un altro vuoto. Non so distinguere il giusto dallo sbagliato. Non so nemmeno cosa cerco..... ma da qualche parte mi arriva la voce della signora Saeki, che dice, con tono fermo: non importa, devi tornare comunque. Sono io che lo voglio. Che tu sia lì . Narrare fatti e circostanze al limite dellʼassurdo permette allʼautore di non rispettare i criteri di verosimiglianza e di portarci in un mondo onirico, proprio del sogno più che della realtà. Allʼinizio il racconto è strutturato come un classico romanzo, poi man mano che si procede il lettore non si stupisce più delle vicende e dei personaggi, convincendosi che lʼautore stia narrando un sogno, un percorso dentro la coscienza, nella quale i diversi piani, razionale ed irrazionale, in qualche modo si fondono ed acquisiscono una concezione unitaria. Si è dinanzi ad un libro con forti connotati filosofici, con un frequente ricorso al simbolismo, alle parole evocative di tanti significati. È un peccato. Restando in bilico tra lʼapprofondimento psicologico e il racconto fantastico, troppo spesso incline alle divagazioni filosofiche, il racconto perde di sintesi, si dissolve la direzione di marcia della narrazione, rimane alla fine sospeso senza una conclusione definitiva. Resta la sensazione di aver letto qualcosa di affascinante ma evanescente, > come lʼacqua che in un mattino dʼestate indugia in una piccola fossa del terreno prima di evaporare al sole . Perché leggerlo? Vale la pena leggerlo ma non ci si deve aspettare una facile lettura né una chiara conclusione.
Kaijin l'ombra di cenere
Per Giuseppe Ungaretti c'è in noi un mistero, inconoscibile e indicibile, e lo scopo della poesia non è svelarlo ma permetterci di trovare un equilibrio, come dice il protagonista di questo racconto, Momokushi, > fra ciò che si mostra al mondo e ciò che si tiene nascosto; fra ciò che è apparente e ciò che è intimo e reale. Misurarsi con questo mistero è in fondo ciò che perseguono tutti gli artisti; se per alcuni, come Javier Marias, significa inoltrarsi dentro il labirinto delle relazioni contemporanee, come in «Domani nella battaglia pensa a me» (si veda la recensione in questo sito), Linda Lercari ha preferito indagare i segreti dell'animo in un ambiente a lei caro e conosciuto: il Giappone medievale. Siamo alla fine dell'era Kamakura nel 1330; dopo il tentativo dei mongoli di invadere il Giappone, il paese è travagliato da continue guerre fra i diversi feudatari. Momokushi è un potente castellano e guerriero, che ha al suo servizio numerosi samurai. Il racconto prende le mosse dalla morte in battaglia di Haka, il samurai a lui più vicino per coraggio, valore in combattimento e fedeltà. In punto di morte Haka gli confessa qualcosa, che mette in subbuglio Momokushi. Abilmente la scrittrice non ci svela cosa gli abbia detto l'amico: e un segreto che Momokushi, e noi con lui, dobbiamo scoprire lentamente. Ha inizio una sorta di romanzo «giallo» in un ambiente per noi fiabesco, ma reso verosimile da dettagli concreti, che rivelano la profonda conoscenza di Lercari del Giappone medievale. Momokushi si reca dalla concubina di Haka per chiederle se sa qualcosa e gli viene dato un bauletto, che contiene oggetti dell'amico. In esso trova una poesia dalle parole evocative ma oscure ( > mille stagioni/inverno dell'anima, /il cuore muore. Scopre una «tusba», una piccola placca metallica a difesa della mano, che capisce che gli apparteneva per la decorazione di una libellula: sconcertato, nota pure che è stata aggiunto il disegno di una carpa, sicuramente per iniziativa dell'amico. Nella cultura giapponese la carpa è simbolo della libertà di seguire la propria via e della forza di superare le avversità. Insieme con gli indizi materiali riaffiorano alla mente di Momokushi ricordi disordinati della vita insieme a Haka, in particolare un episodio: i due amici si erano allontanati dagli altri samurai quando Haka > improvvisamente gli afferrò una mano e se la portò al cuore. Il volto rosso scarlatto, più rosso dei fiori di ciliegio illuminati dalle lanterne. Nel ricordo > un lieve senso di colpa attraversò Momokushi. Se fosse stato più attento, forse avrebbe potuto indovinare quale malessere corrodesse l'anima dell'amico, ma temeva di conoscere la risposta e per questo era sempre stato schivo. Saranno i fiori di mandorlo decorati sulla spada dell'amico a svelargli il segreto della loro vita insieme e le parole pronunziate da Haka in punto di morte. E' troppo tardi! Come nel finale di «Grande Sertao» di Joao Rosa Guimares (si veda recensione in questo sito) non resta che il senso doloroso della perdita per ciò che non è stato. > Su questo prato/fra alberi antichi/un sorso di vino,/ un canto, un cuscino,/niente rumori/di fuoco e tempesta,/nessuna minaccia,/illusione di festa. Il racconto ha il passo lento del poema in prosa. Si percepisce una dolcezza malinconica, con un'alternanza di momenti guerrieri, di descrizioni suggestive della natura e dell' ambiente dei samurai, insieme con i mormorii per un'amicizia così intensa, quale quella tra Momokushi e Haka. Solitario si staglia il castellano Momokushi: è lui il protagonista orgoglioso e sofferente. Ha sconvolto il palazzo adottando Haka bambino, ha coltivato l'intimità con l'amico contro le maldicenze, ha sopportato il lutto, prendendo lentamente coscienza di ciò che era nascosto dietro la relazione con l'amico, solo apparentemente simile a quella tra guerrieri. Se i particolari sono ricchi di suggestioni la trama è spesso ridondante, i frequenti «flash back» confondono e appesantiscono il flusso narrativo a scapito del ritmo. Una maggiore essenzialità avrebbe senza dubbio giovato al romanzo. La scrittura è elegante e piacevole: si nota una notevole maestria nelle descrizioni della natura e della società giapponese. L'attenzione al dettaglio dà verosimiglianza all'intero racconto, evitando di scivolare nelle banalità ricorrenti sul Giappone. Forse, sarebbe stato utile un maggiore approfondimento della figura di Haka, e delle sue scelte di vita. Perché leggerlo? Interessante la storia, ben descritti gli ambienti.
L'Eroina di Port-Arthur
Emilio Salgari era molto veloce a costruire storie intorno ad avvenimenti che impressionavano il pubblico; e lo faceva mescolando un so che di esotico con guerre e storie d'amore. Così era stato per "La capitana del Yucatan" e per "Le Stragi delle Filippine" (si vedano le recensioni in questo sito), e così è in questo romanzo, pubblicato sotto falso nome nel 1904. Il contesto è la guerra russo-giapponese del 1904-1905, in cui > il piccolo Giappone, come lo chiamavano sprezzantemente i russi ha affrontato e vinto il grande Impero Russo. Il luogo è Port-Arthur, punto d'ingresso per la conquista della Corea e allora in possesso dei russi. Il racconto si avvia con una scena di splendore e decadenza insieme: un "daimio" (ossia un feudatario) passa tra la folla con accanto la bellissima figlia, Shima. > Non aveva che sedici, (...) non alta, di forme squisitamente modellate, con occhi di un nero intenso che nulla avevano di obliquo, (...) pelle dai riflessi alabastrini, (...) con una boccuccia bellissima, dalle labbra un po' sottili, indizio di un'energia straordinaria. Ci sarà un magnificente ricevimento a casa del daimio per il fidanzamento di Shima con Boris, un ufficiale russo. Il futuro sposo non si presenta: ha una relazione con una geisha e sa che sta per scoppiare la guerra con il Giappone, che rende impossibile il matrimonio con una giapponese. La città è immersa in un clima d'attesa, che permette alle due donne di fronteggiarsi: Shima, > cogli occhi sfavillanti ed il volto acceso, chiede alla geisha se ama veramente Boris; l'altra le implora di lasciarle il suo amore, > perché strappare a me, povera geisha, l'amor d'un solo uomo, e che è il solo che mi abbia veramente amata e che io amo? Sono un povero fiore gettato in balia del vento, destinato ad appassire se nessuno mi raccoglierà e mi esporrà alla rugiada ed al sole. Mai nei suoi tanti romanzi Salgari ha narrato un conflitto di tanta passione e risvolto sociale, tra una bella e ricca aristocratica e una povera prostituta innamorata. In uno scrittore così attento all'opinione pubblica si percepiscono echi di Gabriele D'Annunzio, Guido Gozzano, Gian Pietro Lucini e dei poeti “maledetti” francesi come Paul Verlaine e Charles Baudelaire. Purtroppo, il conflitto sociale e amoroso non si evolve perché irrompe la guerra; e sulle due donne s'impone un solo dovere: servire la patria, il Giappone. > La patria! , esclamò la geisha, con un improvviso slancio d'entusiasmo, (...) Il pericolo che corre la patria in quest'ora solenne, unisce popolo e nobiltà per la difesa suprema del paese e colma gli abissi che li dividono, disse Shima con voce grave. Se l'attirò fra le braccia e la baciò sulla fronte, dicendo: per la patria! E non siamo più nella lontana Port-Arthur, e come se celebrassimo i martiri di Dogali e di Adua, gli eroi che hanno difeso la Nazione dai feroci etiopi! Salgari canta l'Italia nazionalista, colonialista e irredentista, che con esultanza andrà in Libia e poi a liberare Trento e Trieste, nella grande mattanza della prima guerra mondiale. Il "piccolo" Giappone è lo specchio della nuova Italia: i suoi morti caduti in battaglia i futuri martiri, le due donne sono tutte le madri, le spose e le figlie che rinunzieranno ai propri affetti per la Patria. Attento lettore dei reportage di guerra, Salgari mostra una notevole conoscenza delle dinamiche dello scontro navale in atto a Port-Arthur, in cui la potente flotta giapponese, ben guidata ed equipaggiata, bloccò le navi russe nel porto, chiudendo poi la città in una tenaglia dal mare e dalla terra. Proprio la vastità e la durata della battaglia rendono difficile per Salgari dare chiarezza all'insieme e mettere in risalto i colpi di scena. L'autore si muove meglio quando ci sono poche navi a confrontarsi ed è facile focalizzare il lettore sui luoghi fondamentali per l'azione. Nello stesso modo, Salgari abbandona il suo modello narrativo, con una figura centrale e alcune di spalla. Qui potrebbe essere Shima, ma "l'eroina" viene travolta dalle vicende e per lei è difficile coabitare con le figure minori. E dov'è il nemico, il traditore Boris? Il sistema dei personaggi lacunoso e indecifrato è il punto debole di questo romanzo. Perché leggerlo? Per un po' si vagheggia il Salgari del "Corsaro Nero" (si veda la recensione in questo sito).
L'idiota
Il romanzo è imperniato sulla figura del principe Myskin, che ritorna in Russia dopo un lungo soggiorno in Svizzera dove è stato curato per «idiozia», ossia per malattia mentale. Le vicende del protagonista si sviluppano in un contesto affollato di personaggi, dal cupo Rogozin (quasi la personificazione del male) a una serie di opportunisti e nichilisti sino a due personaggi femminili (Nastasja e Aglaja), che pur in modo diverso si contendono l’amore di Myskin. Lo scontro tra le due donne, la fuga di Nastasja da Myskin (che per pietà più che amore intendeva sposare la donna) e l’uccisione di Nastasja da parte di Rogozin riconducono Myskin alla pazzia. Il tema centrale del romanzo è l’innocenza di Myskin in un mondo falso, tortuoso, ambiguo che il protagonista non capisce e del quale tende anzi a rompere gli schemi e le regole con comportamenti spontanei e sinceri. Myskin costituisce un elemento di rottura al quale la società non riesce a dare una risposta, perché è sconcertata e sorpresa. Il dilemma è quello espresso dai genitori di Aglaja: > C’era qualcosa di strano in quella faccenda, e quanto di strano esattamente? O invece non cʼè nulla di strano? . È ovvio che i genitori cercano la risposta nell’opinione della società e dei personaggi più autorevoli, organizzando un ricevimento nel quale Myskin stupirà (e in parte affascinerà) tutti con il suo comportamento sconcertante. In qualche modo Myskin ricorda il personaggio di Cristo nel famoso incontro con l’inquisitore dei Fratelli Karamozov: la sincerità, la semplicità, il senso di pietà, la volontà di dare amore sono tutti elementi al di fuori della nostra società e in qualche modo incompresi o rifiutati. La pazzia non è quindi un fatto negativo ma un punto di vista differente, e più vero, della realtà e delle relazioni tra le persone. I personaggi sembrano in qualche modo capire la forza di Myskin, ne sono attirati ma ne hanno paura. Nastasja lo capisce più di altri ma ne rifugge perché ha paura di fargli del male, Aglaja lo ama ma lo vorrebbe diverso, più conforme alle regole della società e Rogozin lo odia proprio perché percepisce come Nastasja sia attratta in modo irreversibile dal carattere di Myskin. Anche gli altri personaggi, e ce ne sono innumerevoli, agiscono con lo stesso sentimento ambivalente, che oscilla tra il disprezzo e l’ammirazione. Accanto a questo tema centrale vi sono poi altri innumerevoli filoni di riflessione, alcuni tipici della società contemporanea (per esempio il nichilismo già trattato nei Demoni), altri più universali: tra i più interessanti quello dell’attesa della morte e quindi dell’angoscia che attanaglia gli uomini, il tema del volto come specchio dell’anima e di chi osserva, il tema del male e dell’odio, personificati da Rogozin e descritti nel cupo ambiente della casa di quest’ultimo. L’Idiota è un romanzo singolare. È molto tradizionale nello stile narrativo, che è anche troppo ricco di dialoghi quasi da renderlo un’opera teatrale, ma è estremamente innovativo sotto il profilo dei temi trattati. La mancanza pressoché totale del tema religioso (dominante nel Fratelli Karamazov) aiuta l’esplosione di altri argomenti più vicini a una dimensione esistenziale, nella quale l’individuo deve cercare se stesso in autonomia e non affidarsi a divinità o alla metafisica. Più ancora degli altri romanzi, l’Idiota esprime «l’uomo nuovo» e quindi apre le porte al post-modernismo. Il ritmo narrativo non è sempre coinvolgente (più vicino a Demoni che a Delitto e Castigo o ai Fratelli Karamazov ) e in termini letterari non è particolarmente riuscito.
L'ombra del vento
L’ambiente è Barcellona nel periodo della Spagna di Franco, negli anni’50. Il figlio di un libraio viene accompagnato dal padre (libraio di testi antichi e rari) presso il Cimitero dei libri dimenticati, un deposito di tutti quei libri che nessuno mai cercherà. Qui il ragazzino prende un romanzo di un autore spagnolo. La lettura lo trascina in una vicenda che si snoda lungo la sua giovinezza, in una sorta di storia parallela: le vicende che hanno travolto la vita dell’autore (l’amicizia tradita, l’amore per una ragazza che si rivela poi essere sua sorella, la morte di questa e infine la persecuzione da parte di un ex-amico diventato un crudele poliziotto) sembrano ripetersi anche per il ragazzo. Il giovane scopre pian piano ciò che è successo all’autore, viene a sua volta perseguitato da un cattivo poliziotto e sembra dover perdere la donna amata come è successo allo scrittore. Il libro si conclude con un lieto fine: il cattivo viene ucciso e il giovane può sposarsi. L’avvio del racconto si presenta interessante con questa idea dei libri dimenticati e annuncerebbe una trama costruita tra il fascino misterioso dei libri e la scoperta della vita, che c’è dietro all’autore e alle storie raccontate. Questo avvio promettente si perde poi in una vicenda, che si fa via via sempre più scontata e dove il continuo ricorso al «raccontato» (protagonisti che ricordano alcuni episodi della vita dell’autore) rende prolisso e spesso noioso il libro. Come succede spesso il romanzo è troppo lungo, troppo ricco di temi e di personaggi (spesso inutili ai fini del racconto) e con troppa poca ambientazione. Il risultato è un po’ di noia.
L'ordine
Gli ambienti del romanzo sono l’inverno e la primavera della Finlandia e il contesto storico è la guerra tra le forze bianche, che difendono l’indipendenza del paese e le forze rosse che vogliono introdurre anche in Finlandia la rivoluzione comunista. La guerra, insieme con una natura selvaggia e incontaminata fanno da scenario alle vicende di una donna prigioniera e dei suoi rapporti con il giudice (uno scrittore alcolizzato e paranoico) e con il soldato, con il quale ha vissuto per otto giorni in un’isola deserta e da cui aspetta un figlio. Tutta la storia si svolge in un ex manicomio e uno dei protagonisti è un povero folle, che pensa di fare le fotografie ai fantasmi, e che evidente l’assurdità di tutti gli eventi. Infine c’è anche un bambino, orfano di un’amica della donna, che subisce la violenza del nonno e dei cugini ma poi viene salvato dalla donna. Accanto alle vicende e ai caratteri dei protagonisti si sviluppa, in brevi introduzioni ai diversi capitoli, la descrizione del comportamento dei lupi e di come gli uomini cercano di sterminarli, in una lotta che sembra senza fine. Ed allora, si capisce, forse, il significato del libro, che peraltro risulta, per certi versi, criptico e di difficile comprensione. La donna è una lupa, feroce e determinata, ma pronta a dedicarsi alla prole, al bambino e al figlio che aspetta dal soldato. In un ambiente difficile e contro un giudice, astuto e crudele, la donna, come una lupa, si muove con astuzia. Al contrario il soldato (un giovane che si è arruolato per riscattarsi sia dal proprio fallimento lavorativo che dal padre) si comporta come «un cane»: più volte salva la vita della donna, se ne innamora, le è fedele e muore per salvarla. Due eroi, quindi, la donna è l’eroe positivo, che non subisce gli eventi assurdi della guerra, ma reagisce e li affronta guardando il futuro e infine vince, ridando speranza a un bambino e portando con sé il germe di una prospettiva. Il soldato è l’eroe negativo, un debole, che viene distrutto dalla guerra, ma, a differenza degli altri, salva la propria dignità, proprio proteggendo la donna. Il libro è di grande spessore e affronta un tema di grande attualità. In una società, che si va dissolvendo, occorre affrontare il futuro con forza e tenacia.
L'orologiaio di Brest
Nella sua splendida biografia di Matteo Ricci ("Il Palazzo della memoria di Matteo Ricci" editore Adelphi) Jonathan D. Spence racconta come il missionario gesuita conquistasse i mandarini cinesi con il dono di orologi che si faceva venire dall'Europa. A sbalordire l'élite confuciana erano la splendida meccanica del Seicento europeo e l'idea di poter sezionare il tempo in misure infinitamente piccole, tali da scomporre e persino fermare il flusso degli eventi. Forse, era a questo cui ha pensato de Giovanni quando ha intitolato questo romanzo: un "quasi Noir" che mescola la scoperta del proprio passato e della propria identità con le macchinazioni di una misteriosa "Entità". Ci sono due dimensioni temporali: uno sbiadito professore di storia medievale è spinto da una giovane giornalista a svelare l'irrisolto omicidio di un magistrato e del suo autista, per scoprire che l'assassino era stato suo padre, un terrorista degli ann'60, abile costruttore di dispositivi meccanici, come esplosivi e innocenti orologi; in un altro piano temporale, di molti anni prima, un'ingenua ragazza allaccia una relazione con un potente cardinale, il cui assistente, su indicazione del suo superiore, organizza l'eliminazione della giovane, servendosi di un misterioso personaggio. Come si intrecciano le due storie e come si concludono, forse, sulla costa atlantica, appunto a Brest? Non lo sveliamo per non togliere la sorpresa al lettore. Già in un romanzo del 2022, " L'equazione del Cuore", (si veda la recensione in questo sito) l'autore si era allontanato dal Noir classico all'italiana, di forte ambientazione, per indagare il dilemma tra razionalità e sentimento, ispirandosi all'equazione del fisico Dirac, per cui i legami d'amore non si evolvono, sono intrecciati per sempre. Pure qui, in questo racconto, de Giovanni fa riferimento ad un ingranaggio per dire che il passato riaffiora di continuo, legando due persone, il professore e la giovane giornalista, in un intreccio non ricercato ma indissolubile. Sotto il profilo narrativo, la trama è troppo condizionata dai disegni criminali del Potere, qui identificato nel potente Cardinale e nel suo ambizioso assistente. Perché impelagarsi in una storia così inverosimile, quando sarebbe stato sufficiente indagare il tema della Memoria non accettata, eppure necessaria se si vuole vivere un'esistenza autentica. Aver voluto mettere insieme troppe storie e troppi generi letterari l’autore ha creato un polpettone prolisso e ridondante, che solo a momenti acquista il ritmo di un Noir. A peggiorare la narrazione è la sovrapposizione di piani temporali, che solo verso la fine si chiariscono, senza dare suspense al racconto. Dispiace infine che de Giovanni abbia perso ogni riferimento con Napoli, privando il racconto dell’ambientazione che infatti resta evanescente. Perché non leggerlo? È noioso.
L'ultimo longobardo
È un romanzo storico, ambientato nell’anno 900, nella fase di disfacimento del mondo longobardo. Il protagonista, Arechi, viene educato nella corte papale, diviene poi un potente signore di Cividale e ritorna alla corte papale come custode del soglio pontificio. Conduce una vita di delitti e di intrighi per poi pentirsi in punto di morte. Il libro è insulso. Non esiste una caratterizzazione dei personaggi e dello stesso protagonista, che compie delle scelte inesplicabili, come l’abbandono, per gelosia, dell’amata moglie. Non esiste, neanche, una reale ambientazione storica e le vicende si susseguono come fossero parte di una cronistoria, con alcune e frequenti scivolate verso l’orrido e le scontate visioni di una chiesa corrotta e segreta.
L'uomo sentimentale
Un cantante lirico racconta un sogno nel quale ha ripercorso una storia dʼamore: alcuni anni prima ha conosciuto e frequentato a Madrid una coppia: la moglie di un importante uomo di affari e il suo accompagnatore. Il cantante si era innamorato della donna, il cui marito si era poi ucciso per disperazione. Mentre scrive i contenuti del sogno gli giunge la notizia della morte accidentale della sua ex fidanzata. L’espediente del sogno raccontato sembra voler ricreare quel contesto di incantamento, presente con maggiore forza nell’altro romanzo dell’autore, appena recensito. In realtà l’autore ha inteso raccontare una storia dʼamore per dimostrare come il sentimento > richieda sempre qualche cosa di fittizio oltre a ciò che gli procura la realtà. L’amore si basa in grande misura sulla sua anticipazione e sulla sua memoria . Da questo punto di vista il vero protagonista è il marito, che non ha optato per la realtà ma vive nell’aspirazione e quindi in unʼaspettativa dʼamore, costituita dall’accettazione da parte della moglie del suo affetto e passione. Non so perché ma il libro mi ricorda una trama pirandelliana, in quanto emerge l’impressione che la realtà non sia quella che appare ma è come si vorrebbe che fosse e la disperazione nasce proprio nel momento in cui ci si accorge della profonda diversità tra realtà e immaginazione. I vari protagonisti, la moglie, l’accompagnatore, il marito e la stessa ex fidanzata (che da viva non aveva importanza e la assume per la sua morte) sono analoghi ai sei personaggi in cerca dʼautore di Pirandello. Stanno cercando di uscire dall’irrealtà mediante il cantante lirico, che appare un soggetto passivo della vicenda, che subisce i fatti in realtà scatenandoli. La passività con la quale il cantante accetta l’abbandono da parte della donna vuole forse indicare la prosaicità della realtà rispetto alla profondità e vitalità dell’immaginazione? Il libro è scritto molto bene ma è di minore spessore, anche stilistico, rispetto al precedente.
La perla sanguinosa
Benché si facesse chiamare "Capitan Salgari" lo scrittore veronese non ha mai viaggiato; si è affidato per i suoi romanzi ai numerosi resoconti degli esploratori e geografi, che riportavano in Europa la scoperta di mondi prima sconosciuti, resoconti che mescolavano notizie attendibili con altre fantasiose, intrise di crescente razzismo. Il nostro scrittore è sempre stato abile a cogliere tempestivamente "la moda", ricorrendo la bramosia del pubblico ad avere novità strane ed esotiche. Già dal titolo misterioso ed evocativo si entra nell'atmosfera: "la perla sanguinosa" è una perla di rara bellezza, rubata da un tempio sacro a Ceylon, l'attuale Sri Lanka, e intrisa del colore del sangue del ladro che l'aveva rubata e che era poi affogato nel grande banco di Manaar, una estesa secca situata tra l'India meridionale e Ceylon. Dietro la perla c'è una storia d'amore: una fanciulla si è dovuta fare monaca buddista e potrà essere riscattata solo con la consegna della perla sanguinosa; a contendere la perla e la fanciulla ci sono un umile pescatore di perle e il Guercio, un malvagio impostore; entrambi si trovano nella prigione di Port Cornwallis, una colonia penale inglese situata nell'arcipelago delle Andamane, un gruppo di isole al centro del Golfo di Bengala. È dalla prigione che prende avvio il romanzo: tre carcerati (il nostro pescatore, un marinaio inglese e un macchinista indiano, tutti ingiustamente imprigionati) riescono a fuggire dalla colonia e con una fragile barca si dirigono verso Ceylon per recuperare la perla sanguinosa e riscattare l'amata fanciulla. Non solo sono inseguiti dal Guercio ma devono affrontare una serie di avventure: dall'assalto di un vampiro del mare, forse un "lamprede", un pesce con una bocca a ventosa che si nutre del sangue, a una terribile tempesta con onde gigantesche, sino ad essere catturati dalla regina di Nikobar che vorrebbe fare suo sposo il bell'inglese, come Circe con Ulisse. La fantasia di Salgari non ha limiti, inventandosi i Vadassi, dei quali lo scrittore narra la storia del valoroso capo Adikar, che, affascinato da Napoleone, ne voleva ripetere le gesta, portando a trionfo il suo popolo, una sorta di Sandokan selvaggio; e che dire dei "delfini crocefissi", in realtà un piccolo cetaceo che vive nelle acque antartiche, ben lontano dal golfo del Bengala. Alla confusa ricchezza di riferimenti geografici, zoologici a antropologici fa riscontro una storia confusa, ricca di avventure, ma spesso ripetitive e prolisse. Il modulo narrativo di Salgari è imperniato su una figura principale e alcuni personaggi di spalla, che alleggeriscono la narrazione e mettono in risalto il protagonista. Quando se n'è allontanato con successo, come in "Capitan Tempesta" e in " La stella dell'Araucania" (si vedano le recensioni in questo sito) è perché ha saputo costruire una storia d'amore convincente e intensa. L'ambiente, pur presente, è sempre rimasto sullo sfondo, strumentale a costruire un'atmosfera esotica e misteriosa. Qui le funzioni narrative si sono capovolte: al centro c'è l'ambiente, il gruppo di carcerati in fuga è piatto, senza un leader (emerge ovviamente l'inglese ma è una figura sbiadita), e senza una gerarchia dei ruoli; la storia d'amore resta sospesa e lontana, e il cattivo viene facilmente sconfitto. Sovrapporre avventure e descrizioni terrificanti non riesce a dare ritmo al racconto e ad avvincere il lettore. Ci appaghiamo solo di alcune descrizioni, come quando si racconta la lotta con il vampiro: > si era avvinghiato al mio corpo con tutti i tentacoli e gli occhi del mostro, quegli occhi enormi e glauchi, erano fissi su di me, immobili, come assaporare il mio supplizio e attraverso quel corpo quasi trasparente vedevo il travaso del mio sangue scorrere dalle ventose alla bocca e passare quindi nel ventricolo. Perché leggerlo? Come testimonianza di come si vedeva il mondo nell'Italia dell'Ottocento.
La quarta estate
Con un viaggio avventuroso e dopo aver perso il bagaglio, la giovane dottoressa Andrea Dalvina Zanardelli arriva a Ravenna per andare a lavorare al sanatorio di Marina di Ravenna, dove sono curati i bambini "scrofolosi", provenienti dall'orfanotrofio. Siamo nel 1943. Dalvina proviene da un'agiata famiglia del Lago di Garda. Già il primo approccio la stupisce, quando le viene chiesto alla stazione se deve andare a Marina o in Abissinia. Poi c'è questo strano paesaggio, così distante dalla sua immagine del mare: > una specie di palude, una pocia d'acqua crespa che s'intuiva profonda poco più d'una pozzanghera, e che si chiamano "valli" (o piallasse), come quelle dei suoi monti. Ne sentì sin dall'inizio il fascino, un > fascino selvatico, (...) affaticato dal lavoro di povera gente, (...) la familiarità tra i marinai, il silenzio rispettoso con il quale si salutavano succhiando le pipe di coccio, e per tutto questo (...) si sentiva piuttosto a casa. A lei, la bella ragazza, *dai capelli color albicocca*, bastava poco: > il suo carattere esigeva schiettezza, autenticità, perché sentiva di appartenere alle storie semplici. E così le piacque subito il sanatorio, > la solarità assoluta del luogo, il frangersi continuo delle onde, il sapore di salsedine che s'incollava al corpo, (... la semplicità ordinata degli ambienti e la tranquilla operosità delle suore, dai nomi strani come Leopola, Nolasca, Zoefe, Benespera, Galizia: una comunità di religiose devote a Santa Dalmazia, ma sempre e soprattutto donne, con i loro segreti e i loro amori, non necessariamente rivolti solo a Cristo. Nell'arco di pochi mesi si sviluppa una storia "semplice", una microstoria rispetto alla grande storia che sta travolgendo l'Italia, dallo sbarco degli alleati alla caduta di Mussolini sino all'invasione da parte dei tedeschi. Fino all'8 settembre 1943, l'autore narra queste vicende tramite la pazzia del precedente medico del sanatorio, rimosso e ricoverato in ospedale perché si crede Benito Mussolini: un'abile metafora della follia che ha portato il nostro Paese alla guerra. Poi, a un certo punto, non è più possibile schermarsi dietro le inguaribili manie oratorie di un povero allucinato: > la parola "bombardamento" era appena entrata, con tutto il suo carico dirompente, nell'organizzato vivere del sanatorio. Quel che pareva stabile e perpetuo vacillava, non era più, e nessuna garanzia, nessuna immunità si poteva intravedere a ragion di logica. Per ancora un poco, noi lettori speriamo di essere immuni dalla guerra, e poter seguire Dalvina nella scoperta di sé stessa, del suo corpo desideroso di amore e del suo lato materno, che la lega indissolubilmente a un povero scrofoloso, non per compassione ma perché > sentì quei sussurri insinuarsi nella carne, oltrepassare barriere e difese e rinnovare un disagio intimo e indecifrabile che l'indusse a trasalire, e non certo per la misteriosa origine delle parole. Ma su tutti noi incombe un destino, di cui è difficile discernere il senso perché non guarda all'Amore e alla Speranza: > le bombe non sono mica ubbidienti, e neppure intelligenti. Vanno dove vogliono. (...) Voglia di sognare. E allora chissà, s'era inventata tutta questa favola di suore, mare e bambini. I suoi bambini. Queste sono gli ultimi pensieri di Dalvina. E se tutto fosse rimasto un sogno, forse si sarebbe salvata? Paolo Casadio ha la capacità di partire da piccoli fatti reali, frutto di una ricerca attenta d fonti, per costruire storie che hanno sempre un "Luogo" fatato, immerso nel mistero e nella magia. Nel suo primo romanzo "Il bambino del treno" è una piccola stazione sulla linea Faenza-Firenze, che fa da cornice ad un episodio realmente avvenuto. Nel successivo "Fiordicotone" il luogo è Lugo di Romagna, anche se la prova narrativa è meno riuscita di quella precedente perché l'autore si disperde su troppi temi e si discosta dalla sua scrittura morbida ed elegante, il pregio fondamentale di Casadio (si vedano le recensioni in questo sito). Qui, invece, l'autore romagnolo dà il meglio di sè: la ricostruzione dell'ambiente di Marina di Ravenna, così diverso da quello di oggi, dà al lettore sensazioni indecifrabili e fiabesche, ed è facile immagine quale ne sia stato il fascino per una colta ragazza del Nord; le personalità delle suore sono descritte con affettuosa ironia e ci sembra di vederle davanti, nelle loro passioni di donne e nella loro fede comunque tenace; e che dire dei bambini "scrofolosi", sempre più indisciplinati e vivaci via via che migliorano in salute (anche per le erbe delle Pinete); e poi quella chicca dell'allucinato che si crede Mussolini, divertente e tuttavia realistica. Forse, l'unico appunto riguarda la figura di Dalvina, tratteggiata con insufficiente approfondimento psicologico e sempre ricorrendo ad allusioni di ferite subite, che restano in sospeso e non ci permettono di comprenderne la personalità. Ed infine, noi lettori siamo delusi perché ci aspettavamo un lieto fine. Perché leggerlo? È un romanzo bellissimo, una lettura piacevole e avvincente.
La stirpe e il sangue
Nel XV secolo nella Transilvania, > c'è una storia che sta guadando i fiumi, volando fra i boschi frondosi e impigliandosi alle labbra dei passanti. Una storia che orripila, (...) pare si aggiri fra le campagne una creatura immortale dalla fame violenta, assetata di sangue. (...) C'è una cometa che da due mesi solca il cielo, come una ferita di coltello, da cui cola il sangue del creato. È Dracula, non il reale conte Vlad Dracula, il quale, malgrado la sua crudeltà, non fu certo immortale né si nutriva del sangue delle sue vittime. Nella nostra storia è Radu, un esile adolescente, un predatore, sempre pronto a balzare alla gola, > rapido come una pulce, ma dal morso letale, (...) una falena impazzita, zampillante. In un racconto che ha il ritmo della morte, in un ambiente sconvolto da guerre, violenze e stragi, in un'atmosfera cupa, paurosa, dove non pare mai brillare il sole, una piccola famiglia cerca di sopravvivere: Maria, la madre, grande conoscitrice delle erbe, anche di quelle che uccidono, una strega forse; Anna, la figlia che ancora bambina deve proteggere il fratellino appena nato; e Radu appunto, ancora neonato deve cibarsi del sangue non potendo attingere al latte esausto della madre. > È minuscolo, viola imbrattato di sangue e di umori di donna. Dovrebbe morire, dice la levatrice, perché > non è voluto dagli spiriti del vento, (...) Anna glielo toglie dalle mani e se lo stringe al petto, il primo vagito nasce lì, fra le sue braccia di piccola sorella. E così Radu, il futuro "vampiro", è frutto dell'amore della piccola sorella, che lo porta con sé, lo custodisce e lo nasconde, gli dà il poco cibo che può trovare. Nella foresta la piccola famiglia deve difendersi dagli animali feroci, quando sono rapiti devono salvarsi dagli uomini. È inutile inoltrarsi nella trama, di impianto fortemente gotico, così surreale da lambire il "Fantasy"; è meglio lasciarsi trascinare dall'immaginazione, e pensare che questo racconto, così lontano nel tempo, sia in fondo una metafora della nostra condizione attuale: guerre, stragi, violenze e genocidi non possono che partorire un Mostro; e ci chiediamo se Anna abbia fatto bene a salvare e nutrire Dracula, dandogli tutto il suo amore. Non ha senso accostare questo romanzo a Dracula di Bram Stoker (si veda la recensione in questo sito): un'opera intrisa di positivismo, che narra lo scontro tra la scienza e l'inconoscibile, e Dracula non è un personaggio reale, ma l'allegoria delle nostre pulsioni più profonde e inenarrabili. Forse, al di là delle suggestioni gotiche, il romanzo è il proseguimento di "La Colpa" (si veda la recensione in questo sito). Alcuni temi paiono tornare: l'ambiente selvaggio (qui la Transilvania, lì la Marecchia desertificata); in entrambi "la follia lucida di costruzioni di possibilità terribili perché plausibili, (...) un Prometeo nudo, arrossato, gocciolante..."; una dimensione esistenziale dove solo l'amicizia e l'amore possono salvare. In " La stirpe e il sangue", scritto dieci anni dopo "La Colpa", pare che l'autrice sia scivolata in quello strapiombo vagheggiato nel romanzo del 2012, e solo collocarsi nel Fantasy le abbia permesso di sopravvivere. Il pregio fondamentale del racconto è la scrittura: frasi brevi ma evocative, quasi dei versi in prosa, che entrano nella mente del lettore. Si percepisce l' influenza di una poetessa come Beatrice Masini. Perché leggerlo? È sanguinolento, in certe situazioni in modo esagerato, ma piace la scrittura. Così tenera è la figura di Anna.
La vergine eterna
L'autore immagina che un compagno di scuola, divenuto produttore cinematografico, gli proponga di scrivere la sceneggiatura di un film su Michael Kohlhaas, un racconto del 1810 di Heinrich von Kleist. La trama si presta ad un tema particolarmente caro a Kenzaburo Oe: quello della libertà e della rivolta contro i soprusi del Potere. Ambientato nel sedicesimo secolo, il romanzo di Von Kleist narra la storia di un commerciante di cavalli che non accetta di essere derubato e umiliato da un potente feudatario e, testardamente e disperatamente, lotta per avere Giustizia. È naturale per Kenzaburo di trasferire questa tragica vicenda nelle sommosse contadine che sconvolsero il Giappone nella seconda metà dell'Ottocento, e che interessarono proprio il villaggio natale dello scrittore, come già descritto in "La Foresta dell'acqua" (si veda la recensione in questo sito). Fin qui è il contesto; ma sin dalle prime pagine si intuisce che c'è qualcos'altro al di sotto della trama, quasi che la sceneggiatura scateni forze primordiali che provengono dal sottosuolo dell'animo umano. A differenza di "Memorie del sottosuolo" di Fedor Dostoevskij (si veda la recensione in questo sito), o non è la malvagità, ma quel sottile, ambiguo e svergognato desiderio di fantasie erotiche che può ancora travolgere un vecchio. Il romanzo si articola infatti in due momenti della vita di Kenzaburo: nel primo è già scrittore affermato ma fortemente depresso e in grave crisi creativa, nel secondo è un anziano signore ormai in declino fisico. L'indizio di un tema "nel sottosuolo" della trama ufficiale si trova nella citazione di una poesia di Edgar Allan Poe, scritta nel 1849, anno della morte di Poe (quanti riferimenti "allegorici" nel grande autore giapponese!): "or sono molti e molti anni/che in un regno in riva al mare/viveva una fanciulla che col nome/conoscerete d'Annabel Lee; /e viveva questa fanciulla senz'altro pensiero/che amarmi ed essere amata". Questi sono i versi ricchi di evocazioni erotiche di Poe; ma chi è Annabel Lee per Kenzaburo Oe? È Sakura-san, un'attrice giapponese famosa ad Hollywood e che il produttore vorrebbe che fosse la protagonista del film su Michael Kohlhaas. Coincidenza vuole che Kenzaburo abbia già visto la giovanissima Sakura, e ne era stato "rapito", in un cortometraggio su Annabel, dove Sakura, ancora bambina, era la protagonista dell'ultima scena, nelle vesti di una > fanciulla dalla veste candida e fluente, che sotto la purezza dell'immagine aveva > un che di ambiguo e misterioso. La trama del romanzo si dipana intorno "al sottosuolo" di Sakura, al di là dei suoi modi calmi e sicuri. Innanzitutto, l'attrice è determinata a porre al centro del film la donna che condusse la rivolta dei contadini nella seconda metà dell'Ottocento, e che prima di essere uccisa subì uno stupro di gruppo: la vicenda della donna, chiamata nella leggenda la madre di Meisuke, fu oggetto di una rappresentazione teatrale organizzata dalla nonna e dalla madre di Kenzaburo, cui ha partecipato lo scrittore ancora bambino. Poi, lo scrittore viene a sapere che Sakura è chiamata la "Vergine eterna": ancora bambina Sakura fu portata in America da un soldato che divenne suo marito e la iniziò alla carriera cinematografica; un uomo che l'amò quindi, con cui però Sakura non riuscì mai ad avere un rapporto sessuale completo. E da qui che ha origine un incubo ricorrente di Sakura: > nel sogno provavo una paura indicibile, ma non sapevo bene perché, non riuscivo a mettere a fuoco. Eppure in quel cortometraggio su Annabel Lee, diretto proprio dal marito, traspariva una tale purezza nell'immagine di Sakura bambina adagiata su un tronco sulla riva del fiume, come nella poesia di Poe. Ma c'era dell'altro, qualcosa di orrendo nel finale del cortometraggio, una conclusione tenuta nascosta e che inconsapevolmente Sakura voleva ripercorrere come protagonista dello spettacolo teatrale della tragica storia della madre di Meisuke. > Grazie a un passaggio estremamente pacato e bucolico, sono riuscito persino a immaginare la madre di Meisuke incamminarsi lungo un sentiero di montagna che si addentrava nella foresta. (...) Ho provato un profondo rammarico pensando di aver vissuto tanti anni senza riflettere a fondo su cosa potesse celarsi realmente oltre questo sentiero; sono diventato un vecchio settantenne e non ho fatto altro che ascoltare quella melodia così semplice e pura (la Sonata per pianoforte Opus 111 di Beethoven di accompagnamento al cortometraggio su Annabel Lee), che mi trascinava inesorabilmente verso l'ignoto. Non riuscivo e non riuscirò mai a liberarmi dall'immagine di quel pollice grosso e tozzo che s'insinuava a forza in quella piccola fessura.... > Mi risveglio nell'oscurità che precede l'alba, e annaspo tra gli angosciosi brandelli di sogni che ancora indugiano nella mia coscienza, alla ricerca di un'ardente sensazione di attesa. (..) Ho dormito con le braccia e le gambe piegate di lato, nella posizione di chi non voglia ricordare la propria natura o la situazione in cui si trova. Così scrive Kenzaburo Oe in "Il grido silenzioso" (si veda la recensione in questo sito), quasi ad esprimere ciò che abbiamo rimosso tutta la vita, ma che torna nella vecchiaia, più forte che mai. In "La vergine eterna" sono le pulsioni erotiche di un vecchio, in un racconto che ruota intorno ad una donna, affascinante proprio per i suoi più profondi segreti, tanto nascosti "nel sottosuolo" dell'anima da essere da lei stessa sconosciuti. È necessaria la creazione artistica per riportare in superficie il dolore di tutta una vita. Il romanzo è un inno alla letteratura, alla sua capacità di mescolare avvenimenti storici, riferimenti letterari, riflessione su sé stessi e capacità terapeutiche. Si percepisce un senso di rammarico per quanto non si è riuscito a fare, e a vivere. È un romanzo perfetto! Certo, con fine ironia, Kenzaburo scherza sulla sua inclinazione a perdersi nella storia, ad essere spesso prolisso e dispersivo. Non lo si può dire per questo romanzo: la trama si sviluppa senza sbavature e conduce con sicurezza il lettore verso il centro oscuro della storia. La riuscita della narrazione dipende, forse, da essersi focalizzato su un personaggio, che cresce e si afferma, lentamente ma inesorabilmente, lungo il romanzo, alla ricerca di sé stessa, della sua volontà di essere autentica, come una Anna Karenina giapponese (si veda la recensione del capolavoro di Tolstoij in questo sito). La scrittura fluisce elegante e precisa, con tanta abilità stilistica da sbalordire. Perché leggerlo? È un capolavoro.
Le lacrime dell'assassino
I bambini sono sempre più le vittime innocenti di guerre, violenze e morte. Basta pensare a cosa assistiamo oggi, in Ucraina e Palestina. Per un bambino che ha visto uccidere i propri genitori, è ancora possibile ricostruire la propria vita? E si può creare con l'assassino una relazione tale da salvarne l'anima? Questo romanzo è rivolto agli adolescenti, eppure affronta temi importanti, purtroppo tramite un approccio narrativo che richiama «Il piccolo Principe» di Antoine Saint -Exupery: insipido, moralistico, inverosimile. (si veda la recensione del «piccolo Principe» in questo sito). Pablo vive con i genitori in una piccola casa nell'estremo Sud del Cile, > dove nessuno arriva per caso. Angel è un assassino. Quando è accolto dai genitori di Pablo, non può fare a meno di ucciderli perché è l'unica cosa che sa fare. Mentre Pablo non è in casa, > là fuori, dal mare, risalivano nubi dense di pioggia.(...) Angel tirò fuori un coltello e lo piantò in gola all'uomo, poi in quella della donna. Sul tavolo, il vino e il sangue si mescolarono, tingendo di rosso tutte le profonde crepe del legno. Angel non uccide Pablo. > Risparmiare il moccioso lo faceva sentire sollevato. E, in più, lui lo avrebbe mandato al pozzo a prendere l'acqua. Nel tempo, si crea una relazione complessa tra Angel e Pablo; è un rapporto di mutua dipendenza: per Angel è la prima volta che sente un affetto per qualcuno, per Pablo > Angel è l'unica persona che si è preso cura di lui, l' ha nutrito, gli ha dato la volpe (che avevano accolto ancora piccola), (...) in un mondo dove solo i morti possono riposare, i viventi, essi, devono stringere i denti e sopportare la propria esistenza. Un giorno, camminando nella larga e desolata campagna del Cile, Pablo e Angel s' imbattono in una casa isolata, in una foresta, dove vive un vecchio boscaiolo. Qui, potrebbero vivere in pace; la bontà, che è in ogni uomo, potrebbe pure esprimersi in Angel. > Esistono metamorfosi molto discrete, disse il vecchio, quelle che accadono alla nostra anima, per esempio, non sempre sono visibili. (...) Angel afferrò il coltello nascosto nella sua tasca; sentì il manico tra le dita. (...) Avanzò verso Pablo. (...) Posò gli occhi su Pablo. (...) «Tieni, disse è per te». Il silenzio era totale. La lama del coltello rifletteva i bagliori delle candele. Possiamo ritrovare pace e fratellanza se il peggiore assassino può amare un bambino. Un tema importante è portato avanti in modo superficiale e ambiguo. Innanzitutto, non è verosimile che un bambino abbia assistito all'uccisione dei suoi genitori e possa superare il trauma come ha fatto Pablo, così facilmente: è un modo per banalizzare il Male, per renderlo una cosa poco seria. In secondo luogo, l'amore non salva l'anima di un malvagio se questi non riconosce le proprie colpe e chiede perdono. Non è sufficiente piangere e compiere un bel gesto. Perché non leggerlo? E' falso.
Il ladro e i cani
Il romanzo descrive il graduale sfinimento di un uomo, che uscito dal carcere si trova abbandonato dalle persone più importanti della sua vita (la moglie, la figlia e l’amico) e ricerca unʼimpossibile vendetta. Si tratta di un percorso psicologico e intimistico (una sorta di introversione) durante il quale il protagonista non percepisce neanche l’amore di chi gli sta intorno (della donna che lo ha accolto nella sua casa) in quanto è dominato da un delirio di onnipotenza e di vittimismo, che lo porta a perdere di vista i veri sentimenti per ricercare solo la vendetta. Non emerge un’ambientazione specifica: Il Cairo e la società egiziana fanno da sfondo ma il racconto potrebbe benissimo essere ambientato in qualsiasi altra città. Si tratta di una scelta giusta in quanto la vicenda è psicologica ed è quindi comune a tutti gli uomini e non a uno specifico contesto sociale. Come racconto intimistico non lascia tuttavia forti impressioni e la trama così come la descrizione dei sentimenti appaiono scontati.
La lanterna di Diogene
Si tratta di un racconto che si può suddividre in due parti. Nella prima l’autore narra il suo viaggio in bicicletta da Milano alla costa romagnola, anche se, in realtà, si ferma sui monti modenesi. Nella seconda parte viene illustrato il soggiorno a Bellaria. La prima parte è molto bella e vivace. Si percepisce un senso di evasione, di fuga dalla città e dalla società industriale; il paesaggio, le locande e le persone incontrate vengono descritte con uno stile ironico ma nello stesso tempo affettuoso. In queste pagine prevale anche un compiacimento letterario, nelle parole e nei riferimenti, che va a scapito della spontaneità della narrazione. Nella seconda parte si accentua questa caratteristica insieme con un lirismo, che ricerca l’effetto in se stesso ed è comunque ridondante rispetto ai contenuti del racconto. L’oggetto è infatti la Romagna all’inizio del Novecento con la durezza della sua vita, la sua povertà e miseria. Molto bello è il viaggio a Comacchio: il difficile percorso in bicicletta, la città alla sera, il pernottamento e così via. Ha quasi dei connotati veristi la descrizione della famiglia che vive in un capanno sulla spiaggia: il pasto famelico dell’uomo, la curiosità dei bambini e i poveri vestiti della donna. Il forte connotato di queste pagine si perde però in un moralismo generico e conservatore, quando lo scrittore ricorda che le disgrazie possono essere di tutte le classi sociali: il suo compagno ha una grave malattia che lo costringe a una dieta ferrea!Come scrive l’Enciclopedia Treccani del 1935 (epoca non sospetta sotto il profilo politico), l’opera di Panzini tende, > nonostante le premesse classicistiche e le sue intenzioni di obiettività, di compostezza... , verso la confessione lirica, la notazione impressionistica, il soliloquio interiore variato di cadenze melodiche e di vere e proprie aperture di canto ; tutte caratteristiche che hanno reso insopportabile la lettura di un altro racconto «Viaggio di un povero letterato».
Il lato oscuro della Luna
> Vieni a questo muro se odi il tuo posto/e affronta un assaggio di spazio cosmico/dove nessuna forma di vita può esistere/e gli oggetti non fanno che cadere (Joseph Brodsky «La canzone del muro di Berlino» 1983 dall'inserto speciale dell'Internazionale 2019). Questa poesia sintetizza bene il racconto che andiamo a commentare, ambientato nel 1975 a Berlino. Non è un caso che la prima immagine è quella di un uccello che cade, come dal nulla, ai piedi di uno dei protagonisti, il sedicenne Sven. Il ragazzo si è appena innamorato di una coetanea: Cloe dai capelli verdi. > Vorrei ricordare di cosa abbiamo parlato. Lo vorrei. E invece niente. Ciò che ricordo è che la scarpa destra di Cloe e la mia scarpa sinistra si sfioravano (...); ricordo la sua pelle, sul polso, quasi trasparente, e le braccia tese e la testa incassata nelle spalle. I capelli. (...) Ogni tanto Cloe si voltava e mi guardava strano . Sembrerebbe una tipica storia adolescenziale e per molto tempo il racconto si sviluppa lento e prosaico intorno ai due ragazzi, i quali si alternano nella narrazione, con una cadenza un po' ripetitiva. Capiamo da alcuni indizi che la situazione di Sven e Cloe è profondamente diversa. Il primo vive in una famiglia «normale»: i genitori, piccoli commercianti, vorrebbero ancora controllare il ragazzo ma sono troppo impegnati a litigare e a separarsi. Cloe è stata abbandonata dalla madre, ha un padre strambo, fragile e con lavori precari, e deve badare alla nonna, malata di Alzheimer. Subisce un tentativo di stupro, talvolta è presa da istinti di suicidio, si accaparra di una pistola per vendicarsi dell'aggressione, data l'inerzia pusillanime del padre; e irride tra sé e sé il romantico Sven perché la vuole aiutare. > Fiducia a catinella. In quello che fa. In chi è. In cosa lo aspetta. Probabilmente, ha fiducia anche in me. (...) Una roba da voltastomaco . Ma si vive a Berlino, dove un Muro divide la città e chi, come Cloe e Sven, vivono nella parte Ovest quella dell'Est pare un luogo misterioso, anche se tanto simile: > strade e palazzi, e ancora strade e altri palazzi, proprio come qua. Forse, a guardare più vicino, sarebbe stato diverso, ma non ero mai stato a Berlino Est. Non c'era mai stato motivo . Kurt, il migliore amico di Sven, vuole liberare Frida, amata sin dall'infanzia e che vive a Berlino Est. Il piano fallisce perché Kurt e Frida sono fatti prigionieri da una banda criminale; quando viene a saperlo, Sven vuole andare a liberarli; e Cloe decide di aiutarlo. Perché? Lo ama in fondo? Niente di tutto questo. > Berlino è ai nostri piedi e brucia nel tramonto, (...) è una promessa. E brucia l'Est, dove invece non sono mai stata, ma anche solo a vederlo da qua, (...) è una promessa. (...) Una promessa di avventure come quelle di quando ero piccola, ma più eccitanti. E folli. (...) La mia mano che stringe una pistola. Nulla è reale. Ecco perché voglio godermi tutto, e voglio succhiare ogni istante fino al midollo . In un'avventura che ha il sapore del trhiller e non ha un lieto fine, Cloe si perde definitivamente, ma Sven non capisce e la cerca inutilmente. Viene da chiedersi se sia una storia di adolescenti, o invece questo racconto parli di noi stessi, di quella «terra di nessuno», di quel > tempo doloroso che per me e te e tutti noi con pena si consuma (Arrigo Bertolucci il tempo si consuma" da Viaggio d'inverno). E se il poeta ritrova il figlio nella folla della messa di mezzogiorno, così non è per Sven: con irrequieto occhio ingenuo cerca Cloe nella Berlino tumultuosa e indifferente, credendo che l'amore da solo la possa salvare, ci possa redimere. Cupo è il nostro destino! E' un bel romanzo: chiara e precisa la scrittura, intensi i protagonisti e ben articolata la trama, che da un certo punto in poi ci avvince creando suspense. Talvolta si ha l' impressione di qualcosa di artefatto, di costruito a tavolino, ma questa sensazione è superata dal paesaggio di Berlino, profondamente amato dai due scrittori, e dal tenersi lontano dalla conclusione attesa, il lieto fine. Perché leggerlo? Molto bello, affascinante la figura di Cloe!
Le Notti Bianche
> Sono un Sognatore...vivo talmente poco nella vita reale! Ho vissuto così raramente, nella realtà, momenti come questi, che spero di farli rivivere nei miei sogni. Vi sognerò tutta la notte, tutte le settimane, tutti i mesi, tutto l'anno.... È così che si esprime l'io narratore quando una notte incontra una ragazza piangente, che si definisce anch'essa una "sognatrice". Di lui non conosceremo mai il nome, di lei sappiamo che si chiama Nasten'ka e vive con la nonna, la quale la tiene legata al suo abito con una spilla per evitare che si allontani. È una strana clausura se Nasten'ka esce tranquillamente nella notte e ha allacciato una relazione con un giovane vicino, che le ha promosso di sposarla; una storia inverosimile e "strappa lacrime", che non avrebbe sedotto nessuno se non il nostro ingenuo Sognatore. D'altra parte, è un giovane disilluso dalla vita, con *una fantasia malata d'angoscia*, in attesa di una > scintilla dalla quale far divampare un fuoco per scaldare il cuore gelato, dalla quale far rinascere quello che prima era tanto caro, che toccava l'animo e faceva ribollire il sangue, che strappava le lacrime dagli occhi e che ingannava così maestosamente. E se per Nasten'ka l'incontro è un modo per consolarsi e, se vogliamo, un atteggiamento civettuolo e vittimistico per farsi ammirare e giocare con i sentimenti, per il Sognatore la fanciulla è il proseguimento del Sogno, di una fantasia d'Amore. > Oh Nasten'ka, Nasten'ka, se sapessi quanto sono solo. esclama il Sognatore come se la ragazza potesse, o volesse, riempire il suo vuoto. Povero Sognatore! Il gioco sottile della seduzione è condotto fino al punto che il nostro Sognatore è pronto a sposarla, visto che il fidanzato di Nasten'ka non si è fatto vivo per onorare la promessa di portarla all'altare. Meglio un Sognatore che restare zitella attaccata alla gonna della nonna! > L'avevo guardata...S'era appoggiata a me più pesantemente. In quell'istante c'era passato accanto un giovanotto. (...) Dio che grido! che fremito! Come si era staccata dalle mie braccia per corrergli incontro. (...) Ero rimasto lì, a lungo, a guardarli... Alla fine, entrambi erano scomparsi dalla mia vista. Nella sua bella introduzione Sarah Tardino chiama in causa l'amor lontano del poeta provenzale Jaufrè Rudel; in questa ottica Nasten'ka sarebbe una Fantasia d'Amore, una figura idealizzata e reale, che come cantò Giosué Carducci, "tre volte la bocca tremante/co 'l bacio d'amore baciò". Troppa grazia per l'infelice Sognatore! Questa interpretazione pone l'attenzione sulla relazione tra i due giovani, dimenticando il centro del racconto: il Sogno. All'interno di una struttura narrativa imperniata sul dialogo, il racconto è un lungo soliloquio, in cui la parte raccontata da Nasten'ka non è che lo specchio deformato della sofferenza del Sognatore e del suo bisogno di costruirsi una storia di cui lui sia il protagonista, il salvatore della dolente fanciulla. In questo dialogo frutto della fantasia del Sognatore, Nasten'ka si chiede > perché non possiamo essere tutti come fratelli? (...) Perché non si può dire schiettamente quello che si ha nel cuore...? Perché il Sogno non può divenire reale, aggiungo io? Perché non si può incontrare qualcuno o qualcuna con cui confidarsi, e innamorarsi, con cui fuggire dalla solitudine? O forse, è meglio continuare a sognare. Perché leggerlo? Un fragile racconto di difficile comprensione, ma mirabilmente scritto.
Leggere
Il libro vuole essere una via di mezzo tra l’elogio del libro, ossia della lettura, e il senso del leggere. L’autore passa in rassegna numerosi autori e scritti per dimostrare infine come la scrittura riesca a rappresentare, in modo differente, situazioni e contesti apparentemente simili. Inoltre leggere è un processo introspettivo mediante il quale le persone interpretano, in modo attivo, le suggestioni che emergono dalle vicende e dalle parole. La scrittura è quindi il tramite tra una storia e la vita personale del lettore: più che capire lo scrittore, il lettore insegue un proprio percorso spirituale, che viene attivato e alimentato dalla lettura. Del libro restano impresse due affermazioni, una dal punto di vista dello scrittore e l’altra dal punto di vista del lettore:dice Petrarca in Epistulae Familiares > io voglio che il mio lettore, chiunque egli sia, pensi solo a me... io non voglio che nello stesso tempo faccia i suoi affari e studi, non voglio che si impadronisca senza fatica di ciò che non senza fatica io ho scritto ;dice Machiavelli in una lettera a Vittori del 1513: > venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio... e non sento per quattro ore alcuna noia; sdimentico ogni affanno, non temo la povertà; non mi sbigottisce la morte . Il libro si legge in modo piacevole, ma appare un «po’ tirato», senza un reale filo conduttore.
Leone
Le convenzioni sociali vorrebbero che i genitori fossero le solide fondamenta della famiglia e le fragili pareti i figli, bisognosi di guida e sostegno. In questo strano romanzo non è così. Katia, una madre divorziata, vive nell'incertezza, > si sentiva un po' al confine, tra città e campagna, tra il mondo com'era stato e il nuovo che cominciava. Ci stava bene, così a metà. (...) Non aveva chissà quali desideri o speranze. Era solo l'idea che magari un bel giorno le cose si sarebbero messe a girare in un altro modo per lei . Invece, Leone, un bambino di sei anni, ha una salda certezza: prega, perché crede in Gesù, anche se è una statuina in ceramica. Che c'è di male? Osservano, un po' incredule e affettuosamente ironiche, le amiche di Katia: ma il bambino va verso una direzione inaspettata, e, diciamolo pure, poco convenzionale nella nostra società falsamente credente. Katia è preoccupata, si sente in colpa; proprio Leone, così spaesato. > Un bambino che sembrava essersi sperduto in mezzo a qualcosa, un bosco di notte nell'era dei dinosauri. (...) A volte gli sembra un angelo, che è finito in quella loro cucina e cerca di svolazzare senza cielo . Da un singolare punto di vista, il bisogno di pregare, l'autrice indaga il legame tra madre e figlio. Lei > si sentiva traboccare di tenerezza, per quel bambino che le era nato così, senza averlo mai deciso. Come un fungo, un fiore. (...) Un fiore può anche non averne, di passanti, se capita in un pezzo di terra dove non va nessuno a camminare. Un fiore può capitare che nasce e non lo vede mai nessuno. E i figli? E Leone, che «si muoveva in diagonale invece che dritto», che cercava di > esistere il meno possibile. (...) Esercizi di inesistenza, potremmo dire. (...) Gesù, per piacere, fa' che la smettano di parlare di me . L'autrice evita ogni possibile deviazione psicologica, verso l'analisi delle relazioni tra genitori e figli, non le interessa cogliere la vicenda per offrire spunti di inutile saggezza e di banali considerazioni: descrive dolcemente gli avvenimenti e non giudica la madre né gli altri adulti. E' un pregio, che ci porterebbe ad apprezzare il racconto se l'autrice fosse stata in grado di dare ritmo narrativo alla storia e non si fosse lasciata trascinare da un lento e noioso svolgimento. Forse perché si è accorta, ad un certo punto, che la narrazione si sfilacciava nel nulla, l'autrice è ricorsa al miracolo e persino ad un nuovo diluvio. La preghiera diviene salvifica delle colpe dell'umanità e Leone un piccolo Gesù moderno. Non è proprio così, perché, peggiorando ancora di più la qualità del racconto, Mastrocola non si espone, mantiene un atteggiamento ipocrita, falsamente laico. Il lettore ne esce amareggiato. Poteva essere una storia interessante, si è rivelato un racconto stucchevole: se l'intenzione era di mostrare che c'è in noi, sin da bambini, un bisogno di sacro, e che la preghiera è parte intrinseca dell'esistenza, questa questione teologica viene banalizzata con una narrazione troppo inadeguata rispetto alla complessità dell'argomento. A peggiorare il tutto è lo stile letterario: una scrittura ripetitiva, costruita su un periodare piatto, contrassegnato dall'uso eccessivo del «punto», dalle frasi compiute senza verbo, insomma un approccio che scivola volentieri nell'italiano semplicistico della narrazione giornalistica o televisiva: niente di male se il romanzo fosse sorretto da una trama intensa e da una analisi approfondita e suggestiva dei personaggi e delle situazioni. Perché non leggerlo? E' inutile e in fondo stucchevole.
Il Leone di Damasco
Il romanzo dovrebbe essere il proseguimento di «Capitan Tempesta», un racconto ambientato a Famagosta nel 1517 durante la guerra tra veneziani e turchi. La protagonista era una giovane nobildonna: abile spadaccina, travestita da uomo si era messa alla ricerca del fidanzato, rapito dalla terribile Haradja. Salgari era riuscito a costruire una storia piena di fascino, lavorando sullʼambiguità uomo- donna, su vigorose figure femminili e su un colpo di scena finale: lʼamore tra Capitan Tempesta e il Leone di Damasco, innamoramento, che non teneva conto delle diverse appartenenze, nazionali e religiose. Ci si aspetterebbe la stessa atmosfera intrigante e la medesima libertà dalle convenzioni. E lʼavvio promette bene, anche se alcuni segnali fanno capire, sin dallʼinizio, che la storia prenderà pieghe diverse. Si parte dalla figura di Haradja: > bellissima giovane (...) gli occhi nerissimi, (...) i capelli lunghissimi, sciolti, dʼuna tinta che aveva i riflessi delle ali dei corvi... (...) aveva lʼinsieme del suo volto (...) qualcosa di duro e di energico che tradiva subito la donna turca, sempre crudele in fondo, come le avevano orami abituate i sanguinari sultani del XV e del XVI secolo . Haradja non è più una donna anti conformista: è parte di una genia crudele e sanguinaria, quella dei turchi, e uccellacci neri, «mangiatori di morti», sono il simbolo vivente di migliaia e migliaia di cadaveri, lasciati al sole per essere spolpati. Un clima cupo e mortifero attraversa lʼintero racconto e priva di spinta narrativa le avventure, che, malgrado tutto, Salgari cerca di costruire. Haradja vuole vendicarsi di Capitan Tempesta, che lʼha ingannata facendosi passare da uomo e del quale si era invaghita, ed intende anche punire il Leone di Damasco, già suo fidanzato e che lʼ aveva abbandonata per la nobildonna cristiana. Rapisce, quindi, il figlio della coppia e il padre del Leone di Damasco. Li ha in pugno: sovrastata dallʼodio e soprattutto dallʼorgoglio, sfida a duello Capitan Tempesta. > I due cavalli si erano urtati così impetuosamente, che per poco non gettarono di sella le padrone, poi fu uno scrosciare dʼarmi sulle armature. (...) Haradja continuava ad assalire, tentando di far abbassare quella spada che aveva dei lampi di fuoco sotto i raggi già cocenti del sole. (...) Per la morte di Allah!, bestemmiò la nipote del Bascià (Haradja), (...) Sei salda come una roccia, tu?..Eppure io ti ucciderò! (...) Si udì un grido, o meglio, un urlo di belva ferita, poi la nipote del grande ammiraglio rovinò al suolo con gran fragore dʼacciaio. (...) Finisci la tigre dʼHussiff! , gridò il Leone di Damasco; ma numerosi soldati turchi sopraggiunsero impedendo a Capitan Tempesta di sopprimere la terribile rivale. È il momento migliore del romanzo; poi, la narrazione perde di mordente: Haradja e Capitan Tempesta scompaiono dal racconto, il Leone di Damasco è presente ma in secondo piano, sbiadito e irrilevante, emergono personaggi minori, che, come spesso succede in Salgari, cercano di dare brio e di creare una dinamica nei ruoli; dovrebbero far da spalla al protagonista, ne evidenziano lʼinsussistenza. Emerge, invece, una figura realmente esistita: Sebastiano Veniero, grande comandante della flotta veneziana, al quale, secondo Salgari, sarebbe dovuta la vittoria di Lepanto contro i turchi. Il racconto si chiude stancamente. Il libro fu pubblicato nel 1910, un anno prima della guerra di Libia (1911-1912), che contrappose lʼItalia allʼimpero Ottomano. È possibile che Salgari abbia cavalcato sentimenti diffusi presso lʼopinione pubblica: il turco come crudele oppressore di popoli, sanguinario e traditore. Il romanzo abbonda di stragi, torture, scorticamenti, squartamenti ed altre orride gesta: non cʼè pietà da parte dei turchi così come cavalleresco rispetto dei vinti. E i cristiani sanno morire con onore, bisbigliando il Miserere «nello spasimo atroce dellʼorribile supplizio»! Cʼè tuttavia troppo accanimento per pensare che il clima mortifero del romanzo risponda solo ad una esigenza editoriale o ad un rigurgito nazionalista dellʼautore. Salgari si uccise lʼanno successivo la pubblicazione, nel 1911: lo scrittore viveva ormai in una profonda depressione, con frequenti crisi auto distruttive e numerosi tentativi di suicidio; il romanzo riflette lo sconforto di Salgari e il fascino di una fine truculenta. Nel contempo il racconto risente di una stanchezza e di una mancanza di idee, che lo scrittore cerca disperatamente di compensare ricorrendo a modelli preconfezionati, non più inseriti in un contesto narrativo dinamico: ne sono una prova la ripetitività dei dialoghi e delle scene, la debolezza dei personaggi e le rare descrizioni di paesaggi, questʼultime a fronte di una peculiarità del romanzo: digressioni storiche, generalmente poco presenti nella produzione di Salgari, un chiaro segno di una ormai fragile vena narrativa. Perché non leggerlo? È un canto del cigno, un amaro e triste epilogo di un grande scrittore.
I leoni di Sicilia
Il romanzo ripercorre la storia imprenditoriale e umana della famiglia Florio lungo un secolo, dal 1799 al 1869, quando il successo economico e sociale verrà pienamente raggiunto; e lo fa strutturando il racconto secondo i prodotti che sono stati alla base del successo: Spezie, Seta, Cortice (da cui deriva il chinino), Zolfo, Pizzo, Tonno e Sabbia. Forse, sotto il profilo storico sarebbe stato opportuno dare maggiore evidenza agli altri capisaldi dell'ascesa: la flotta di navi a vapore e quindi la tecnologia, le concessioni ottenute dai Borboni e poi dal nuovo Regno, i prestiti a usura all'indebitata aristocrazia palermitana e le relazioni spregiudicate con il potere politico. E' una grande saga famigliare, con forti figure maschili mentre quelle femminili hanno un ruolo di comprimarie. Se si volesse trovare un'unica chiave interpretativa, si potrebbe individuare nella citazione di John Milton che l'autrice pone in apertura: > Fero desio, quell'immortal rancore/E quel coraggio che non mai s'abbatte, /Che mai non si sommette . I Florio sono originari di un piccolo borgo calabrese e la decisione di Paolo di aprire un negozio di spezie a Palermo crea una spaccatura all'interno della famiglia: lite che è alla base di uno spietato rancore che non verrà mai superato e condiziona gli stessi rapporti tra madre e figlio. Un altro elemento che peserà sull'intera storia è Palermo: > strana città, misera, lercia e regale al tempo stesso, (...) non si capacitano di come il puzzo della fogna possa convivere con l'aroma delle zagare e dei gelsomini che decorano i cortili dei palazzi nobiliari. (...) Per quanto potesse amarla e considerarsi suo figlio, Palermo lo trattava da estraneo. Lui aveva provato a farsi accettare, l'aveva corteggiata con la ricchezza, aveva dato lavoro, aveva portato benessere. Forse era questo ciò che non gli si perdonava: il lavoro. Il potere. Gli occhi aperti sul mondo quando invece Palermo i suoi occhi li teneva ben chiusi . Le radici calabresi, di «bagnaroti», pesano sui Florio e li danno una durezza di carattere negli affari così come nei rapporti umani. Quando Vincenzo, figlio di Paolo, s'innamora di Giulia, la fa sua amante perché la giovane non appartiene all'aristocrazia palermitana; dopo due figlie illegittime, la sposerà solo quando Giulia gli darà un figlio maschio e nessuna rampolla della nobiltà lo vuole come marito, perché è sempre un «bagnaroto», anche se ricco. Così Ignazio, figlio di Vincenzo, sceglie di non seguire la donna amata per sposare una giovane aristocratica, finalmente. In un momento di sospensione, fuori dal ruolo nel quale è condannato, Ignazio guarda sua madre. > Ed è in quel momento che lui nota le occhiaie scure, le rughe intorno alle labbra, la fronte segnata. Com'è possibile che sia tanto invecchiata? Quand'è successo? Per rispondere a queste domande sarebbe necessario svelare il mondo interiore, quello dei sentimenti tra madre e figlio, tra marito e moglie. E invece c'è una > frattura antica, che gli affari e la confidenza costruita nei lunghi anni di vicinanza non sono stati in grado di sanare. La confidenza, già. Non quella dei sentimenti... Il libro si potrebbe definire una biografia romanzata: ricostruzione del contesto storico, indagine della documentazione disponibile (non è chiaro quanto ampia anche perché non sono state citate le fonti) e narrazione dei personaggi e delle vicende filtrata probabilmente dall'immaginazione dell'autrice. C'erano ampi margini per dare spessore ai protagonisti, soprattutto quelli femminili. Prendiamo, per esempio, Giulia. E' presentata come una figura ricca di personalità; cresciuta all'interno di una famiglia imprenditoriale milanese, è colta e conosce le dinamiche del mondo degli affari. Com' è possibile che si sia appiattita così facilmente al ruolo di amante e poi a quello di moglie ubbidiente, che solo nella stanza da letto fa valere la sua forza? Perché non «inventarsi» una relazione maggiormente complessa e conflittuale tra Vincenzo e Giulia? Nello stesso modo la sonnolente ed affascinante Palermo rimane sullo sfondo; solo raramente emergono i colori e i suoni di una città certamente conosciuta ed amata dall'autrice. Limitata dall'albero genealogico, la scrittrice non ha dato spazio alla fantasia e troppo spesso ha ricondotto la narrazione a una cronaca. Per chi come me ama la scrittura ricca, aggettivata, quasi barocca, prevale all'inizio un senso di rifiuto per uno stile narrativo secco, spezzettato, lessicalmente povero, semplicistico. Poi, sarà che la scrittrice diviene più sicura di se stessa, si comincia ad apprezzare la scrittura: si capisce che la semplicità è intenzionale. Si vuole raggiungere la platea più ampia di lettori e ci si vuole concentrare sulla storia, non perdendosi in voli pindarici e retorici di carattere sintattico e lessicale. Resta una nostalgia per uno stile più vaporoso e accattivante. Perché leggerlo? Si legge bene ed è interessante, anche se non avvincente.
Il Leopardo
Lʼautore viene presentato come un maestro del thriller, superiore anche a Stieg Larsson. In realtà ne è un pallido erede. Harry Hole è un detective dellʼanticrimine norvegese, specializzato in serial killer. Dopo unʼindagine, nella quale il criminale ha cercato di uccidere la moglie e il figlio, Harry ha lasciato la polizia ed è andato a sprofondare nella disperazione ad Hong Kong, tra alcol, droga e gioco dʼazzardo. Qui lo va a cercare una detective, Kaja, per convincerlo ad aiutare la polizia in un altro caso di serial killer. Il thriller si sviluppa, affidandosi soprattutto a fitti dialoghi, intorno a diversi filoni narrativi: la ricerca del criminale ( con diverse piste investigative), la lotta tra i diversi settori della polizia norvegese per assumere la guida della lotta alla criminalità, e la vicenda personale di Harry, alla ricerca di un proprio equilibrio. Come dice uno dei possibili colpevoli, > non puoi svilire i tuoi sentimenti così. Cerchi di scantonare il fatto che tu, come chiunque altro, sei guidato dai concetti di giusto e sbagliato . Ed Harry è in fondo un cavaliere alla ricerca della verità, ma continua a «vagare in tondo», non riesce a trovare la sua radice. È durante il racconto compie sempre le scelte giuste, ma queste non lo portano a trovare «il posto cui appartiene». È il romanzo si chiude con Harry, vittorioso sul crimine, ma che ritorna ad Hong Kong alla ricerca di sé stesso. Il libro è lunghissimo nel senso che sembra chiudersi per poi riaprirsi di nuovo sino ad estenuare il lettore. Il problema è che manca di suspense e i protagonisti, in particolare Harry e Kaja, restano in superficie, senza che si capiscano bene le motivazioni e lo sviluppo delle loro vicende personali. Perché non leggerlo? È un libro inutile, che si può leggere solo in spiaggia
Lettere di una novizia
Il libro è articolato in forma epistolare, un insieme di lettere che vengono scambiate tra i vari protagonisti. La figura centrale è costituita da una giovane ragazza, Rita, che, al momento di farsi monaca, scrive una lettera a un sacerdote per confessare che le manca la vocazione. Dapprima, le argomentazioni sembrano razionali e semplici; via via il racconto della ragazza, e degli altri protagonisti, diviene ambiguo, palesando sempre più la complessità dell’animo umano. Rita è una giovane che vorrebbe sinceramente ambire alla bontà, alla chiarezza, ma che in realtà è dominata da una passione languida, da fantasie e aspirazioni ben più materiali. C’è in lei un senso di rivalsa verso un destino che l’ha costretta sin da bambina a vivere in convento, contro la propria sensualità, la propria aspirazione alla vita. La contraddizione tra l’apparire (la buona e devota fanciulla) e il suo vero essere (desiderio di cogliere il piacere della vita, cominciando dall’amore) la spinge all’astuzia e all’inganno: la vera personalità emerge, tuttavia, nel corso delle lettere, quando, di fronte ai fatti, è costretta a un progressivo svelamento. L’altra protagonista è la madre. Si tratta di una personalità più chiara rispetto a quella della figlia. È evidente che si tratta di una donna frustrata e fragile, che vorrebbe appoggiarsi alla figlia coinvolgendola nelle pene d’amore. Quando si accorge che la figlia rifiuta questo ruolo e anzi la inganna, esplode un odio profondo, che ha origine nel fastidio di dover curare una bambina, poi adolescente: da qui anche la decisione di spingerla a diventare monaca. Accanto alla vicenda di queste due donne, ci sono poi i sacerdoti e le monache: il mondo ecclesiastico si muove con ipocrisia, cercando di nascondere lo scandalo che via via emerge (Rita ha ucciso un uomo e la superiora del convento ne è a conoscenza) e in alcuni casi facendosi coinvolgere dalla ragazza stessa in unʼaffinità di rapporti, che sembra indicare anche una relazione d’amore (è il caso di don Paolo). Come dice lo scrittore nella sua prefazione, > i personaggi del mio libro possiedono questa intima diplomazia, ma volta a cattivo scopo e a esclusivo profitto della loro pigrizia e del loro egoismo , ma, > la morale fanatica della chiarezza interiore non è utile all’arte in quanto combatte e distrugge il mondo dei sentimenti rendendoli fittizi, in quanto inquadrati all’interno di regole estranee alla complessità dell’animo umano . La trama è molto semplice. Rita sin da bambina viene mandata in collegio. L’abbandono della casa di campagna costituisce un trauma, perché l’allontana dai nonni e dalla natura, il paesaggio veneto, da lei profondamente amato. La ragazza vive tutto ciò come un atto di crudeltà, alla quale deve adeguarsi. In vacanza presso la casa materna, Rita crede di aver ritrovato un rapporto di affetto con la madre, per poi accorgersi che quest’ultima vuole soltanto un appoggio alla sua fragilità e alle sue pene d’amore. Nel frattempo conosce un giovane del quale si innamora e con cui vorrebbe scappare. Quando il giovane le dice che non intende fuggire con lei, Rita, presa d’ira, lo uccide. A questo punto la madre, d’accordo con la madre superiora, decide di farla monaca in modo da nascondere il delitto e lo scandalo. Ma la volontà di Rita di non accettare questo destino affidandosi a una serie di lettere, anche anonime, piene di menzogne e di mezze verità, porta a far emergere il delitto commesso. Ormai abbandonata da tutti, considerata una squilibrata, la povera ragazza finisce in prigione, dove muore di polmonite. L’ingrato giudizio del mondo è sintetizzato dal sacerdote, che dà notizia della sua scomparsa: > oggi ho riflettuto a lungo e ho constatato che Rita non era buona, sebbene simpatica a tutti. E per questo diciamo con speciale cordoglio: Dio ne abbia pietà! . Il libro si può dire perfetto. L’espediente della lettere, la prosa dolce e piana, il diradarsi progressivo della descrizione dei paesaggi veneti, che sono sempre momenti di serenità e di dolcezza, la capacità di far emergere pian piano la complessità dei caratteri sono tutti elementi che rendono la lettura piacevole e ricca di suggestioni.
La lettrice scomparsa
Vince, un insegnante di lettere eternamente precario, si è inventata una nuova professione: la biblioterapia, dare consigli di lettura che possano aiutare le persone a risolvere i propri problemi esistenziali e psicologici. Ma i libri hanno questo potere terapeutico, che «allontana l'attrazione del vuoto e dell'umor nero» come pensavano gli antichi greci? O umilmente leggere di narrativa ci porta a fantasticare un'altra vita, con un altro finale? Con una trama esile e personaggi inconsistenti, il romanzo cerca, forse, di rispondere a queste domande, perseguendo due filoni narrativi. Nel primo noi assistiamo ai colloqui di Vince con le sue pazienti: donne che vengono a raccontare le proprie storie a uno squattrinato inesperto terapeuta, sedendosi nel divano letto di un misero monolocale. Alcune se ne vanno indignate senza pagare, altre accettano i consigli di lettura, anche se non sapremo mai se hanno letto i libri suggeriti. Ci si potrebbe aspettare scene divertenti o paradossali, in realtà i colloqui sono l'occasione per uno sfoggio della cultura libresca del nostro autore. Anche per le citazioni in francese nello incipit di ogni capitolo, di là dal vuoto narrativo, la mente non va a «Lezioni Americane» di Italo Calvino ma a «Sindrome da panico nella città dei Lumi» di Visniec Matei, in cui un susseguirsi confusionario di personaggi e autori sovrasta il lettore senza un'unità narrativa (si veda la recensione in questo sito). Perché tanto bisogno di darci una bibliografia sotto mentite spoglie, così come avviene in un altro racconto noioso e inutile, quello di Alba Donati («La libreria sulla collina» recensita in questo sito)? Il secondo filone riguarda la scomparsa di una vicina di casa, un'anziana signora che ha lasciato come testimonianza un elenco di libri preso in prestito da una libreria di vicinato. Che cosa hanno in comune tutti questi autori: da Paul Auster a Raymond Chandler e John Updike (in questo sito ci sono numerose recensioni di quest'autore: «Rabbit Redux», «Terroriste», «Villages») sino a John Fante (in questo sito puoi leggere le recensioni di «One of us and Sweet Home», «The brotherhood of the grape», «Wait until spring, Bandini»), ed altri ancora? > Inevitabilmente anche di loro mi chiesi quali problematiche relazionali avrebbero potuto illuminare, e a quali percorsi di autoconsapevolezza e di ricostruzione della personalità introducevano. Ne fui spaventato. Avrei più letto soltanto per esclusivo e infantile piacere? E' difficile trovare una chiave interpretativa del romanzo, di là dalla fragile indagine investigativa, appiccicata per dare un minimo di ritmo alla narrazione. Certo, c'è il grande tema dei rapporti tra letteratura e vita, con il desiderio o la speranza di rendere reale ciò che sogniamo. Forse, è possibile trovare un significato a tanti libri citati tornando al luogo dell'autore: Roma. > Giù in basso, dice Stassi, la città era tornata a essere un anagramma da risolvere, una sciarada di strade dalla direzione confusa. (...) Camminare a Roma è andare verso qualcosa senza avere nessuna destinazione precisa. In certe ore, questo pendolarismo involontario è il luogo di una solitudine perfetta, che non dà dolore né pena . Senza una personalità marcata, la scrittura scorre piacevole all'interno di un'abile costruzione sintattica, come se le frasi scorressero fluide, senza intoppi e troppa fatica. Ne emerge una sensazione di narrazione artefatta, a tavolino senza vita: «Emozioni letterarie» come confessa l'autore. Perché non leggerlo? Inutile e prolisso.
Le libere donne di Magliano
Così come «Per le Antiche Scale», il libro è ambientato in un manicomio e il protagonista, nonché l’io narrante, è un medico psichiatra. Non esiste una trama ma si tratta di una narrazione frammentaria, costituita dalla descrizione di singoli personaggi, donne per lo più, della struttura: pazienti, infermiere, suore e contadine, che appartengono alla campagna che circonda il manicomio. Alcune di queste, come Lella, svolgono un ruolo non passeggero nel racconto, ma in generale tutte sono assorbite dalla follia, quasi che fosse difficile distinguere tra sanità e pazzia. > Con i matti che comunicano le loro leggi io con facilità mi accomodo, si cammina sullo stesso binario e se un improvviso spettatore dovesse subito giudicare chi dei due è il malato si troverebbe incerto; e tale mio esercizio,che dei giorni ripeto con frequenza, mi stanca e ritorno al mio andito con la nebbia di una vaga angoscia,quasi un convalescente, come se quei minuti che mi trasferivo nella mente del matto, abbandonando la mia, fosse come andare nell’inferno, vivere nei gironi, avere oltrepassato le fredde acque dell’Ade, e ritornassi alla vita con l’anima ancora ghiacciata dalla morte . Si tratta, quindi, di una serie di episodi, che, pur nella loro specificità e apparente disordine (quasi di diario), permettono di individuare alcuni filoni narrativi:la dolcezza e la meraviglia che traspaiono dai ritratti. Non è il medico che scrive né si è alla ricerca di un impronta ideologica; i singoli personaggi sono descritti con affetto, talvolta con ironia, ma sempre con la forte consapevolezza che dalla pazzia non si esce. Emerge il tema dell’erotismo, traspare in modo chiaro come la solitudine sia spesso alla base di un percorso che conduce alla pazzia, ma quest’ultima è anche un destino inevitabile, che accumuna poveri e ricchi. Emblematica è la figura di Lella, che sembrava essere uscita dalla malattia, ma poi basta che all’oggetto del suo desiderio (un affetto meramente sognato) sia interessata un’altra donna per ricondurla verso una crisi depressiva e quindi di nuovo nella pazzia. L’equilibrio è sempre instabile. > La donna ha il volto assai bello e stranamente, benché così implori, sembra che sia sul punto di ridere e a certi tratti ride come in una felice ebbrezza, come in quel momento toccata da una gioia amorosa . Ma la pazzia si nasconde. > È stata forse quella donna, una ultra fiorente donna bionda, esuberante e prepotente; essa da diversi giorni era garbata, accondiscendente con dolcezza ad aiutare ogni servizio del reparto; addirittura come una monaca senza peccato accudiva con ogni pietà un’altra malata bizzosissima. E stamani ho letto una sua lettera diretta al marito dove le parole dichiaravano il suo animo che brama violenza ed omicidio ;la serenità del paesaggio toscano, quasi in contrasto con la violenza e il disordine del manicomio. > La pianura di Lucca sfavilla le messi dal prorompere della primavera fino all’autunno; riposa in una profonda ellissi circondata da monti che si stagliano limpidi in cielo. La pianura lucchese d’estate è un muovere-ondeggiare di verde ridente, un conversare spiritoso con ogni frutto e gemma e la vista varia e danza e si perde e si rinfranca e per nulla i monti che lontanamente circondano ostacolano quella letizia ;il dolore esistenziale del protagonista, la cui angoscia è frutto nel contempo di se stesso e della vita del manicomio: il legame tra la sua esistenza e le vicende dei matti sembra essere l’unico motivo per superare unʼangoscia che, altrimenti, risulterebbe insopportabile. > La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe, tramonti, e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo. Qui attendo: gloria e morte. Di qui parto per le vacanze. Qui, fino a questo momento, sono tornato. E il mio desiderio è di fare di ogni grano di questo territorio un tranquillo, ordinato, universale parlare . Ma c’è una speranza, l’amore tra le creature: tutto ciò permette allo scrittore di dire che c’è, forse, una via di uscita dalla pazzia e dall’angoscia esistenziale. > E della Lellina spero di non dirne più niente essendo assai, se il cielo mi ha aiutato, le parole che ho detto . Il libro, bellissimo, è caratterizzato da uno stile elegante, un po’ da studi classici, ma che riesce in modo mirabile a rendere un clima sognante, quasi che ciò che si narra non sia vero ma frutto dell’immaginazione e del desiderio dell’autore. La costruzione delle frasi, l’uso degli aggettivi, le parole, spesso di forte impronta toscana, contribuiscono a rendere piacevole la lettura, pur valorizzando la drammaticità dei contenuti.
La libreria sulla collina
Alba Donati vive a Milano e lavora presso l'ufficio stampa di un importante editore. Come le è venuta l' idea di trasferirsi in uno sperduto paese della Lunigiana ad aprire una libreria? Il romanzo ruota attorno a questa domanda, e lo fa in forma di diario, giorno per giorno. La risposta immediata della scrittrice è che > le cose non vengono in mente, le cose covano, lievitano, ingombrano la nostra fantasia mentre dormiamo, (...) e a un certo punto bussano: eccoci, siamo le tue idee pronte ad essere ascoltate . Fra le pieghe del racconto si può ritracciare un altro motivo, intimo e famigliare: tornare alla casa dove era cresciuta da bambina: una casa «metà abitabile e metà sprofondata nel nulla», con due porte, una > andava alle cantine, luogo che ha aggiunto almeno un paio d'anni all'analisi con la dottoressa Lucia , ed una saliva alla soffitta per una scala nuova costruita dal padre, ma che proseguiva poi con una in legno, perché «l'amore paterno si era interrotto». Per chi ha vagheggiato il sogno di aprire una libreria per vivere tra questi oggetti misteriosi e affascinanti, e nello stesso tempo vorrebbe capire perché il libro ci sostiene nell'infanzia così come nella vecchiaia, il diario di Alba Donati pare promettere mondi inesplorati nell'inconscio e nella funzione serenatrice della letteratura. Ed invece prende il sopravvento l' editor che ha vissuto nel mondo editoriale, tra critici, editori e intellettuali: più che un cammino verso sé stessa e le sue origini, il diario assume i contorni di una carrellata tra i libri amati dalla scrittrice. Numerosi sono gli spunti di lettura, le proposte interessanti, ma dov'è la storia della libraia neofita? La Lunigiana si dissolve, la figlia, la madre e il padre restano sullo sfondo, solo accennati, e pure lo stuolo di amici e benefattori rimane senza parola; ma ciò che è più grave che è senza voce la libreria, quel particolare negozio di difficile avviamento e gestione oggi, dinanzi a tanta caleidoscopica confusione. Al di là del Crowdfunding e delle vendite «per corrispondenza» ha avuto successo? Quanta fatica è stata necessaria? Su che cosa ha fatto leva? La forma del diario pone al centro l'io ed è quindi un modo per esprimere angosce, dubbi, sensazioni e sentimenti. Con il diario ci si apre lentamente, un passo alla volta. In questo racconto il diario è solo un espediente che appesantisce la narrazione rendendola ripetitiva, frammentata e prolissa. Perché non leggerlo? E' noioso e banale, è interessante solo una carrellata di proposte.
Il libro nero
Il romanzo si sviluppa intorno a due figure: Galip è un giovane avvocato, che è stato abbandonato dalla moglie e si mette alla sua ricerca, inseguendo le tracce lasciate dall’altro personaggio del romanzo, Celal. Questi è un giornalista, che cura una rubrica da molti anni, ed è il cugino di Galip e fratellastro della moglie. Il libro si sviluppa su due voci. Una voce in terza persona racconta il girovagare di Galip per Istanbul sulle tracce della moglie e del cugino. Celal, in prima persona, riprende considerazioni, anche paradossali ma sempre suggestive, della rubrica per sviluppare meditazioni sull’esistenza e sulla società turca. È un libro molto denso, complesso e prolisso, con un ritmo narrativo molto lento e per molti tratti noioso. Un primo tema è senza dubbio il contesto, costituito dalla società turca, in bilico tra l’Europa e l’Asia, tra la modernità e la tradizione islamica, sempre sul punto di liberarsi della nostalgia della grandezza del passato ma risucchiata in qualche modo dalla storia. In un’intervista l’autore ha affermato che «turco è sinonimo di confusione», e questa affermazione appare il tema dominante del libro, in particolare della prima parte. Dai connotati sociologici e culturali si passa rapidamente a un tema esistenziale: niente appare per ciò che è veramente. L’ex-marito della moglie, militante dell’estrema sinistra, vive volutamente una vita borghese con moglie e figli. Un vecchio amico raccoglie in modo ossessivo la documentazione sui movimenti politici di sinistra, dalla cui lettura emerge una confusione totale di nomi e di fatti, spesso inventati. Una compagna di scuola si è sposata con un uomo perché assomigliava a Galip e pensava di poter vivere in questo modo con lui, invece che con il marito. Gli oggetti stessi hanno un doppio significato: > a fargli paura era la sensazione precisa che quegli oggetti avessero un significato diverso... A che cosa serve?, chiese lui... è una gamba di tavolo, rispose l’altro, ma c’è gente che le infila nell’orlo delle tende. Si potrebbe anche farne una maniglia. Che fare per penetrare nel mondo arcano dei secondi significati e scoprire il mistero? . Si apre, a questo punto, un tema filosofico: c’era un’era felice nella quale le parole («le lettere») rappresentavano pienamente il significato dell’oggetto e quindi il racconto e la vita corrispondevano. > In quell’Età dell’oro, gli oggetti che mettevamo nelle nostre case coincidevano con quelli che sognavamo... tutti sapevano perfettamente che le parole e ciò che esse descrivevano erano fatti talmente contigui, che, nelle mattine di nebbia, parole e significati arrivavano a confondersi. Al risveglio la gente non sapeva distinguere i sogni dalla realtà, la poesia dalla vita, i nomi da chi li portava. Racconti e vite erano talmente reali che nessuno avrebbe mai nemmeno concepito di chiedere dove finissero le une e dove cominciassero le altre. I sogni venivano vissuti e le vite interpretate a fondo . La scissione tra parole e oggetti, tra poesia e realtà, tra sogno e vita, conduce alla solitudine e all’incomunicabilità tra le persone e tra queste e gli oggetti: > il mondo in cui voleva entrare non era questo ma un’altra sfera, che Celal aveva trascorso la vita a creare. Secondo lui, Celal, chiamando le cose con il loro nome e raccontando storie, aveva a poco a poco circondato di mura il mondo dove si era segregato, nascondendo le chiavi . Si può essere se stessi? Si può ricongiungere il racconto con la vita? Sì, ma solo nell’immobilità di manichini, di oggetti freddi, che, più ancora di quelli vivi, riescono a dare l’esatta rappresentazione della vita. Il capitolo chiave del libro è quello, bellissimo, della visita ai sotterranei di un costruttore di manichini; in questo luogo che si trova al di sotto della vita rappresentata («i manichini pubblicitari»), questa persona aveva continuato la tradizione familiare di costruire manichini che rappresentassero veramente i personaggi e le figure della realtà. Ma se solo i manichini permettono di ricongiungere racconto e vita non è quindi solo la morte il momento in cui si realizza l’Età dell’Oro? Il libro appare per molti versi intellettualistico e noioso, richiuso in temi filosofici ed esistenziali che fanno perdere di smalto al racconto e agli stessi personaggi. Si presenta inoltre frammentario e ridondante.
Limonov
In un «Diario di un fallito (2004)» Eduard Limonov immagina che > verranno tutti. I delinquenti e i timidi (...). Gli spacciatori di droga e i procacciatori di clienti per i bordelli. Verranno gli onanisti, gli amanti di riviste e di film porno. (...) Verranno i pensionati che al supermercato fanno la coda nella fila riservata a chi compra meno di cinque articoli. (...) Verranno tutti, imbracceranno le armi, occuperanno una città dopo l'altra, distruggeranno le banche, le fabbriche, gli uffici, le case editrici, e io, Eduard Limonov, marcerò in testa alla colonna, e tutti mi riconosceranno e mi ameranno. Questo brano, riportato da Carrère, sintetizza bene chi fosse Limonov (1943-2020); questo D'Annunzio russo che ha attraversato il secondo Novecento come un superuomo, non volendo costruire qualcosa (che fosse letteratura o partito politico), ma perseguendo solo l'azione per l'azione, fuori da ogni schema, con un ideale di estetismo narcisistico. Per Carrère, Limonov è ciò che lui non ha mai osato essere (così la sorella descrive lo scrittore da piccolo: > mio fratello è molto serio, non fa mai sciocchezze, legge tutto il giorno libri da grandi ), e allora per vivere un po' da superuomo Carrère scrive un romanzo «reale» che ha il grosso difetto di attingere fondamentalmente agli stessi racconti autobiografici del personaggio. Ed è una fortuna per noi lettori che tutta la narrazione sia filtrata dall'aureola dell'immaginazione. Sin dall'inizio, quando Carrère lo incontra nel 2007, sessantacinquenne impegnato con Kasparov in un movimento liberal democratico, Limonov pare un personaggio eccezionale agli occhi dell'intellettuale francese: > è ancora asciutto: pancia piatta, linea da adolescente, pelle liscia e bruna da mongolo, (...) un po' il d'Artagnan invecchiato di Vent'anni dopo (...). O si diverte, lui, il bandito, la canaglia, a impersonare il ruolo del democratico virtuoso,,,? (...) Sotto sotto ci gode a fare il lupo nell'ovile?.Carrère ripercorre con leggerezza l'intera vita del nostro personaggio: il mito del padre ufficiale del glorioso esercito sovietico, mito poi distrutto dal declassamento sociale subito dalla famiglia; l'adolescente selvaggio, sempre con un coltellaccio in tasca, e comunque giovane poeta; il soggiorno a Mosca in piena era brezneviana tra intellettuali passivamente insofferenti del regime; e poi New York e Parigi dove riesce a pubblicare i suoi romanzi americani; ed ancora il ritorno a Mosca, la frequentazione con Aleksandr Dugin, il presunto ideologo di Putin, e insieme fondano il partito nazional bolscevico, che lo porterà in carcere da cui uscirà trionfante. Bisessuale, sempre contornato da bellissime e sensualissime donne, tra scene di sesso sfrenato e sottili conversazioni intellettuali, senza farsi mancare crimini e violenze nell'ex Iugoslavia (d'altra parte anche D'Annunzio ha conosciuto la guerra «rinnovatrice»), la vita di Limonov passa senza pentimenti, da vero superuomo; o è quella che l'ingannatore Eduard ci ha voluto raccontare e l'ingenuo intellettuale se l'è bevuta? Quali che fossero le intenzioni di Carrère c'è da chiedersi perché non ha elaborato una storia originale, frutto della sua creatività, e ha voluto invece raccontare un personaggio reale. Questo approccio ha due difetti principali. Innanzitutto, si subisce la rappresentazione che di se stesso dà lo stesso Liminov, creando una sorta di lente distorta, che porta tuttavia ad esaltare personaggi così estremi, ma che piacciono molto all'industria mediatica perché innocui e magnificenti a un tempo. In secondo luogo la narrazione ha un decorso oscillante: incisiva quando si può attingere ai romanzi di Liminov (gli anni fino a Parigi e il carcere) per poi appiattirsi a cronaca quando si è dovuto usare altre fonti. Non è un caso che i colloqui si concentrano dove si usano le autobiografie di Liminov, ed è in quelle parti che la narrazione diviene più viva. Supponiamo che Carrère abbia voluto descrivere il declino dell'Europa e degli Stati Uniti e le cause dell'ascesa di Putin e dei sovranisti, perché non farlo con un'analisi storica secondo metodologie consolidate, o porsi un obiettivo più ambizioso: essere un nuovo Hugo o Dostoevskij capace di vera letteratura? Nella nostra mente Limonov sarà sempre rinchiuso nella sua epoca senza divenire universale ed eterno come Jean Valijean dei Miserabili o come i personaggi dei Fratelli Karamazov. Il pregio del romanzo è lo stile narrativo, elegante e lievemente ironico. Ben costruito, anche se troppo ricco di nomi, la lettura procede piacevolmente, in particolare nella prima parte, senza dubbio la migliore sotto il profilo narrativo. La tensione cala già nel periodo parigino, che risente di un certo compiacimento tipicamente francese, per calare progressivamente sino a creare una certa insofferenza. Perché leggerlo? Ben scritto e un'interessante rappresentazione del declino dell'Europa.
La linea del colore
Il romanzo fa parte di una trilogia, che comprende altri due libri: «Oltre Babilonia» del 2008 e "Adua > del 2015 (le recensioni sono disponibili in questo sito). Ed infatti ritroviamo lo stesso tema: la donna nera vive in un mondo di violenza e di soprusi, perché donna e perché nera. Riprendendo lo schema narrativo di Adua > l'autrice porta avanti due storie parallele: quella di Lafanu Brown, pittrice afroamericana vissuta nella seconda metà dell'ottocento nella Roma papalina, città morbida, accogliente e lazzarona, e quella di Leila, italiana di origine somala, la quale vive nella Roma di oggi, ammaliante, decadente e cattiva. Sono epoche distanti, ma con un comune punto di partenza: la Fontana dei Quattro Mori di Marino, riportata nella galleria fotografica di Rino Bianchi in appendice al libro, galleria di grande suggestione e fondamentale per interpretare l'intero racconto. Così scrive Lafanu, quelle donne, quelle mie antenate, perché noi discendiamo dalle sofferenze degli schiavi, vogliono che qualcuno dia loro voce. Oh Lizzie cara, lo vedo quanto si sforzano di protendersi verso di noi > . Leila è insieme con un'amica a Marino dinanzi alla Fontana. L'amica, ragazza intelligente, aperta al mondo e studentessa di arabo, le dice ridendo: hai visto che roba? (...) Non la trovi bellissima? (...) Anche lei, nonostante il suo bagaglio di conoscenze, era cieca al dolore di quei quattro prigionieri dalla pelle nera. Forse non si era nemmeno accorta che erano neri > . Le due storie, di Lafanu e di Leila, si sviluppano con ritmi differenti e diverso stile narrativo: all'origine c'è sempre la violenza. Lafanu è stata stuprata da ragazza nell'abolizionista città americana di Coberlin, nel 1859. Studentessa modello frequentava un collegio che si faceva vanto di avere alunni di colore. Una sera, Lafanu pretese di andare a teatro, con un elegante vestito ricco di colori. Ogni colore le fu cancellato di dosso. Le rimasero una vaga traccia di madreperla negli occhi spaventati e il nero della sua pelle d'ebano. Il nero non la voleva abbandonare. Non ti lascerò mai, le prometteva > . Dove sopravvivere? In un luogo dove c'è l'incontro tra il colore e la superficie. Lafanu diventa una pittrice, la ricerca del bello come ancora di salvezza la porta in Italia, a Roma. Conquista faticosamente il suo posto come artista, incantata del barocco e del classicismo italiano. La perseguono gli incubi. E' affascinata da un dipinto di Lorenzo Lotto, Santa Lucia davanti al giudice > , dove in un angolo del quadro una servetta negra trattiene un bimbo capriccioso. Lefanu dedica schizzi su schizzi a questo quadro. Cancella tutto ciò che lei considera superfluo. Scompare tutto, scompare persino il bambino, rimane solo la ragazza nera con la sua ansia. Una scena che Lafanu trasforma nella sua ossessione. Nell'indagine di uno spavento > . Come se il bello potesse liberarci dalla violenza, è un'illusione!. Pure Leila è nera e nel contempo sradicata dalla Somalia: esule di una terra che in fondo non è mai stata la mia > . Se si è neri è difficile sfuggire alla violenza. Binti, cugina di Leila, nel tentativo di venire in Italia si ritrova nel girone infernale dei trafficanti, che la stuprano, così come facevano i loro compari bianchi con i negri nei terribili viaggi in mare verso l'America. Ed ora, Binti urla in silenzio. E' uno spettacolo angosciante, la bocca si spalanca, gli occhi si dilatano, ti aspetti un urlo....ma dalle sue labbra non esce niente«. Forse la salvezza potrebbe essere l'incontro tra il colore e la superficie.»Presi un respiro, mi feci forza e mi avvicinai a mia cugina. (...) Smise di disegnare. Quasi ci rimasi secca dallo stupore. C'era una donna legata a un palo che stava spezzando le catene. Piangeva, e aveva in grembo un passaporto. > Lafanu è un personaggio inventato, sintesi di due donne nere realmente vissute a Roma: la prima ostetrica e attivista, la seconda scultrice. La mescolanza di realtà e di fantasia dà alla narrazione un ritmo sereno e suggestivo, come in un romanzo storico di evasione. Se tutto ciò fa perdere di drammaticità alla storia, stimola la curiosità del lettore senza creargli ansia: è chiaro che ci sara un lieto fine, anche se un po' malinconico e dolciastro. Leila è l'autrice e le vicende si sviluppano al giorno d'oggi. Certo c'è dell'immaginazione, ma la cruda realtà dell'emigrazione e del traffico di clandestini sovrasta l'intero racconto: esso scivola nella cronaca e nella denuncia. Le ferite alla nostra coscienza, peraltro ipocrita e pigra, sono troppo profonde perché possiamo trastullarci. Come già avvenuto in Adua", è veramente impegnativo portare avanti due filoni narrativi senza rendere il racconto prolisso e ridondante. La scrittura essenziale non aiuta a creare suggestioni e quindi non sorregge la storia di Leila, spesso di taglio giornalistico. Fortemente innovativo, anche se non sempre pienamente riuscito, è la commistione tra realtà, fantasia e arte figurativa. Perché leggerlo? E' un libro innovativo che sviluppa una storia drammatica
La lunga vita di Marianna Ucrìa
Siamo nella Sicilia del ʼ700. Marianna appartiene ad una ricca famiglia aristocratica di Palermo. È sordomuta, ma la sua menomazione non le ha impedito di essere una donna decisa, colta, corteggiata e alla fine indipendente, capace di non tener conto delle regole e dei costumi della società del suo tempo. Anzi, > la menomazione lʼha resa più attenta a sé e agli altri, tanto da riuscire talvolta a carpire i pensieri di chi le sta accanto . Vorrebbe > scrollare la testa per liberarsi di quei pensieri inopportuni, appiccicosi come il succo delle carrube... da ultimo ci casca dentro, alle persone, attratta da un certo sfarfallìo brioso dei loro pensieri che promettono chissà quali soprese . La vita di Marianna si svolge proprio allʼinterno della gabbia che le deriva dalla sua invalidità: da un lato deve costringere gli altri a scriverle, in biglietti ai quali risponde con altrettanti foglietti, e quindi è una relazione filtrata, resa difficile dalla cattiva padronanza della parola scritta da parte dei suoi interlocutori ( la stessa classe aristocratica è spesso quasi analfabeta); dallʼaltro lato Marianna possiede una sorta di potere telepatico, che è ad un tempo lettura labiale, sensibilità dei sensi, immaginazione di una personalità melanconica e solitaria. Si tratta, tuttavia, di una comunicazione invasiva, che non ha rispetto dellʼintimità della persona. Apparentemente, la vita di Marianna non ha niente di eccezionale, per quei tempi: si sposa ancora bambina con uno zio, che diventa «il marito zio», ha molti figli, si dedica alla gestione delle sue immense proprietà, preferisce la lettura dei libri alla vita mondana, alla quale partecipa per dovere. Il matrimonio si consuma in una serie di accoppiamenti senza amore, ma non ha un particolare astio verso il marito zio, anche quando scopre che è stato lui a violentarla quando aveva cinque anni. Ma è al padre, amato ed ammirato, che Marianna, ormai vedova e donna matura, imputa la sua mutilazione, perché a lui che deve il silenzio su ciò che le è capitato da piccola e un matrimonio raccapricciante, con il suo stesso violentatore. > Capisce con limpidezza adamantina che è lui, suo padre, il responsabile della sua mutilazione... è lui che le ha tagliato la lingua ed é lui che le ha riempito le orecchie di piombo fuso perché non sentisse nessun suono e girasse perpetuamente su se stessa nei regni del silenzio e dellʼapprensione . Ed è alla fine della sua lunga vita, quando ha scoperto sia lʼamore sensuale che quello letterario, che Marianna abbandona Palermo, sola con una serva pazza. In giro per lʼItalia si accompagna ad un gruppo di attori e finalmente Marianna > gustava la libertà: il passato era una coda che aveva raggomitolato sotto le gonne... il futuro era una nebulosa dentro a cui si intravvedevano delle luci da giostra. E lei stava lì, mezza volpe e mezza sirena, per una volta priva di gravami di testa, in compagnia di gente che se ne infischiava della sua sordità e le parlava allegramente contorcendosi in smorfie generose e irresistibili . Enzo Siciliano, un grande critico letterario, colloca il libro nella tradizione di Verga, De Roberto e Lampedusa. È un accostamento sbagliato. Il contesto storico, così come la sagra familiare, sono espedienti per narrare dellʼaltro: la solitudine della donna, esasperata dalla sordità e dal mutismo, la lotta per liberarsi, per conquistarsi un proprio spazio in una società gretta, rozza ed ipocrita. È un romanzo intimistico e contemporaneo, anche per la funzione di redenzione, ma anche di chiusura su sé stessi, che viene affidata alla fantasia. Ad un certo punto Marianna «legge con il mento appoggiato alla mano» una frase di David Hume in un quaderno, forse dimenticato da un viaggiatore nella sua biblioteca: > lʼintelletto, dice il filosofo inglese, distrugge del tutto sé stesso... noi ci salviamo da questo scetticismo per mezzo di quella singolare e apparentemente volgare proprietà della fantasia ( di entrare) negli aspetti più reconditi delle cose . Lʼimmaginazione è la chiave di comprensione delle cose e il romanzo può essere interpretato, nello stile barocco e nelle descrizioni ricercate e senza tempo, come una fuga continua dalla durezza della vita quotidiana, alla quale ci si ritroverebbe rinchiusi se si facesse affidamento alla sola ragione. Romanzo, quindi, filosofico, sotto lʼapparenza della storia familiare e del racconto storico? A questa chiave di lettura inducono anche la struttura narrativa, fatta di bozzetti e di episodi, e la scrittura talvolta ampollosa, immaginifica e affettata. E sono queste caratteristiche che rendono il racconto prolisso, lento e noioso. Perché non leggerlo? È noioso.
Il maestro e l'infanta
Nel Canto XVII del Paradiso ai versi 43-45 Dante narra che l'avo Cacciaguida ricorra alla musica per spiegargli la visione del futuro esilio del poeta: > da indi (dalla mente divina), sì come viene ad orecchia/ dolce armonia da organo, mi viene/a vista il tempo che ti s'apparecchia . Il suono delle corde di uno strumento, insieme con la dolcezza della voce, sono un dono divino concesso agli uomini per lenire le ferite del corpo e quelle dell'anima, per Dante sopportare la profezia del suo doloroso peregrinare. E' vero o la musica è solo un palliativo? Se scaviamo il romanzo di Alberto Riva al di là delle apparenze, dobbiamo concludere come la musica dia una sorta di meraviglioso stordimento ma nulla può fare per guarire la solitudine, la depressione e la follia. Siamo nel diciottesimo secolo, tra il 1720 e il 1758, Domenico Scarlatti, figlio del più noto Alessandro, giunge a Lisbona per divenire musicista in una delle corti più ricche dell'Europa di quel tempo. Domenico > è un uomo sotto la quarantina che ne dimostra qualcuno di più, gran naso nodoso, gli occhi di una nocciola mutevole, distanti, forse guastati da un leggero strabismo: la pelle è chiarissima e i vestiti neri, un nero deciso e luttuoso. (...) Il padre, per anni, lo ha tenuto piegato, quasi inginocchiato sulla tastiera ore e ore ogni giorno, soprattutto la sera . Schivo sino alla scortesia, non è certo il classico cicisbeo né uomo di belle maniere, come vorrebbe l'elegante e vacua società settecentesca. E forse proprio per il suo carattere scontroso e indipendente non è disponibile ad avallare la volontà del sovrano di reprimere le inclinazioni musicali dell'Infanta, la grassottella e bruttina Maria Barbara. Al contrario, Domenico ne diviene precettore, raffina ed esalta le qualità naturali della ragazza; si crea un legame che durerà nel tempo, anche quando Maria Barbara andrà sposa all'erede di Spagna, e diverrà poi regina. Qualsiasi compositore del tempo, da Vivaldi al cantante Farinelli, avrebbe approfittato della circostanza per avere fama e ricchezza. Non è così per Domenico Scarlati; animato da una cupa frenesia, scompare nelle taverne, dove > ascolta fantasiosi arrangiamenti traferiti sulle corde, portati da voci femminili . Frequenta, nella Spagna dell'Inquisizione, il mondo dei gitani, dove scopre che > dentro quel popolo di andalusi c'era una civiltà sepolta, e quella civiltà era la musica. Che la guitarra è il libro non scritto attraverso cui una storia viene tramandata. Ma non è solo la guitarra sono le mani, le voci, le dita, persino i piedi. (...) Ci dicono perché il nostro canto è profondo (spiega il vecchio gitano). Ci chiedono il segreto del cante.....E noi rispondiamo: il nostro canto è la ricerca, il nostro canto è il viaggio. (...) un dramma misterioso, un dramma senza finale . Per tutta la vita Domenico insegue qualcosa di indefinibile e lo trova, forse, girando nei quartieri più poveri e malfamati. > Chi avesse sorpreso il maestro in una di quelle notti, l'avrebbe visto leggermente accasciato, un gomito sul tavolo, una gamba allungata, un certo sguardo. (...) Si guarda le mani: la sua relazione è con lo strumento. (...) Quello con lo strumento è un rapporto di interrogazione. Di progressivo disvelamento . Se fosse stato per Domenico gli esercizi musicali, le famose Sonate di Scarlatti, sarebbero andate perse: forse il musicista riteneva che fosse inutile lasciare quelle composizioni incapaci a lenire il suo male oscuro. E' merito di Maria Barbara se noi le conosciamo. L'impianto del romanzo è qualcosa di intermedio tra la ricostruzione storica e l'indagine introspettiva dei due protagonisti: Domenico Scarlatti e l'Infanta Maria Barbara, nonché le peculiarità della loro relazione. La musica, l'attrazione misteriosa dei Sonetti, hanno prevalso su una narrazione che avesse messo sullo stesso piano i due protagonisti: Maria Barbara resta sullo sfondo, appiattita nei doveri e nei compiti del suo rango; al di là del fascino degli esercizi musicali composti dal maestro, che cosa ha legato veramente Maria Barbara ad un uomo così chiuso e scortese? L'unico dato significativo è la testardaggine di Maria Barbara, la sua determinazione a salvare l'opera di Scarlatti e renderlo famoso. Potrebbe avere spinto la donna un represso amore per l'uomo? Non lo sapremmo mai perché la genesi musicale e biografica dei Sonetti ha avuto il sopravvento e ha riportato Maria Barbara nell'oblio, dal quale l'autore voleva toglierla. La scrittura è piana e fluisce tranquilla, senza attrarre né respingere. Solo quando l'autore descrive scorci di Lisbona emergono suggestioni piene di vivi colori. Ecco Lisbona, forse frequentata e amata dall'autore: > qualcosa di torvo, quell'odore degli animi insoddisfatti, degli uomini infelici, (...) e poi la città, aperta su un estuario che è già mare, fatta di colori mutevoli, di salite e discese, di improvvisi azzurri, turchesi, blu oltremarini. > E la Città comprende/E s'accende/ E la fiamma titilla ed assorbe/ I resti magnificenti del sole/E intesse un sudario d'oblio/ Divino per gli uomini stanchi . (Dino Campana, Genova in Canti Orfici).
I Malavoglia
L’ambiente è un villaggio di pescatori della Sicilia della fine Ottocento. I Malavoglia sono una famiglia di pescatori, proprietaria di una barca (La Provvidenza) e di una dimora con una piccola campagna (la casa del nespolo). La vita trascorre serena e dignitosa in una comunità che rispetta i Malavoglia in quanto economicamente sono in grado di sostenersi. In breve tempo una serie di disgrazie scaraventano la famiglia nella povertà e nel dolore: la Provvidenza subisce un naufragio dove muore Bastianazzo il figlio di padron Ntoni, e viene perso un carico di lupini. La famiglia è costretta a indebitarsi per riparare la barca e ripagare il prestito contratto per l’acquisto dei lupini. Poi uno dei figli, Luca, muore soldato e un nuovo naufragio costringe a vendere anche la casa del nespolo. Ntoni, l’altro nipote di padron Ntoni, si dà al contrabbando,viene sorpreso dalla polizia e nella colluttazione ferisce gravemente un poliziotto. Per salvarlo dall’ergastolo l’avvocato tira in ballo la corte che il poliziotto faceva a una delle ragazze dei Malavoglia, la quale, presa dal disonore, fugge dal paese. Dopo questa serie di disgrazie, il libro sembra chiudersi con una nota positiva: Alessi, l’altro nipote di padron Ntoni, riesce a riacquistare la casa del nespolo. In realtà la nota positiva sta a testimoniare la ciclicità della storia, la continua lotta per sopravvivere, fatta di momenti positivi e di altri negativi, questʼultimi più frequenti. Insieme con la famiglia Malavoglia, l’altro soggetto del libro è costituito dalla comunità, rappresentata da una serie di personaggi, dai loro legami reciproci, dalla loro logica utilitaristica, ma anche da una sovrapposizione continua di temi economici con il pettegolezzo, la ricerca dei mariti, il perbenismo e infine l’indifferenza verso la disgrazia. Nessuno aiuta i Malavoglia, se non altri disgraziati, mentre le famiglie possidenti, o che si ritengono tali, li abbandonano, in quanto la sfortuna è in fondo la testimonianza di una colpa. Si tratta di un libro complesso, nel quale si sovrappongono molti temi. Nel sottofondo un totale fatalismo, che rispecchia un destino già segnato dalla gerarchia sociale e dall’utilitarismo economico: > che hai, gli domandava, nulla ho, ho che sono un povero diavolo. E che cosa vuoi farci se sei un povero diavolo? Bisogna vivere come siamo nati . «Quando uno non riesce ad acchiappare la fortuna è un minchione si sa». Sarebbe, tuttavia, limitativo ridurre il libro a una mera rappresentazione di uno specchio della società nè a ricondurlo a una sorta di filosofia della storia. In realtà l’animazione dei diversi personaggi, il ritmo narrativo e soprattutto la lingua, molto particolare perché non dialettale e così rappresentativa del contesto, sono tutti fattori che collocano il racconto in una dimensione non reale, immaginativa ed espressiva di sentimenti universali. Se si confronta il libro di Verga con quelli di Emile Zola , in particolare Terre, emerge in modo evidente una profonda differenza. Il libro di Verga non vuole impressionare o spingere alla rivolta o alla desolazione, si muove invece sul terreno della «leggerezza», ricco di ironia nei confronti di una società che vive chiusa nelle sue regole e non comprende lo spirito eroico con il quale si muovono i Malavoglia. La contrapposizione tra eroismo individuale (e famigliare) e gretto conservatorismo della società costituisce un tema tutto italiano e quindi emblematico di una cultura e di un paese.
Malombra
Benedetto Croce ha stroncato questo romanzo, il primo di Fogazzaro, osservando come manchi «lʼintuizione centrale che domini tutte le altre» e prevalga invece una irritante confusione. Si è tentati di dargli ragione se ci si lascia condurre dalla storia, con i suoi innumerevoli episodi secondari. Se si legge invece il libro assumendo il punto di vista di uno dei protagonisti, Corrado Silla, appare evidente come ci si trovi dinanzi alla narrazione di un travagliato percorso spirituale, che si sviluppa tra irrequietudini esistenziali e ricerca della fede, lʼunica che può dare equilibrio e serenità. Silla, dietro il quale si nasconde lo scrittore, è un > ingegno non lucido, mistico di tendenze, potente per certe intuizioni fugaci piuttosto che per nerbo suo proprio e costante.. aveva idee poco definite, poco pratiche, ardente spiritualista.... amava, anche in tenue materie, appoggiarsi a qualche grande principio generale . Ha scritto un breve racconto, ignorato dal pubblico e dalla critica, ma che ha trovato notevole interesse in Marina di Malombra, giovane aristocratica, orfana e povera, accolta per questo da un ricco zio. Lo scrittore la descrive dinanzi allo specchio: > dallʼampio accappatoio usciva, come da una nuvola bianca, il collo sottile, elegante, e fra due fiumi di capelli biondi-scuri, ove lucevano due grandi occhi penetranti, fatti per lʼimpero e per la voluttà... si gittò alle spalle con una scrollata di testa i due fiumi di capelli e chi sa quanti pensieri torbidi . Silla e Marina hanno molte affinità comuni, soprattutto una irrequietezza che si esprime in comportamenti impulsivi e in meditazioni disordinate e allucinanti, ma il povero Corrado, debole e insicuro, è travolto dalla donna, la quale lo caccia, lo ricerca, lo chiama disperatamente, gli dichiara il suo amore ed infine lo uccide. Dʼaltra parte Marina è dominata dai fantasmi del passato, ossia dalla folle determinazione di vendicare lʼassassinio di una sua antenata, la prima moglie del padre dello zio. Ella vede in Corrado la reincarnazione dellʼomicida e, pur amandolo, deve comunque punirlo con la morte. La storia della coppia Silla e Marina non ha una matrice razionale, per esempio psicologica, ma appartiene al mondo del magico, del fantastico, del sogno. La colpa di Silla è di lasciarsi prendere dal fascino oscuro di uno spiritualismo non ancorato alla fede, alla razionalità e allʼordine della religione cattolica. Al contrario lʼaltro filone narrativo, la coppia Silla ed Edith, si sviluppa intorno alla ricerca della fede. Edith è una ragazza tedesca, giunta in Italia per ricongiungersi al padre, vecchio esiliato che aveva trovato ospitalità presso lo zio di Marina. > Era graziosa nel suo abito nero, semplicissimo, corto ma non troppo, con un mazzolino di viole alla cintura.... nel viso delicato, leggermente roseo, la bocca e gli occhi avevano una espressione più spiccata di fermezza. È strano come quegli occhi esprimessero intelligenza della vita reale, contemperata di bontà..... quale se un altro spirito infuso al suo, uno spirito malinconico si ravvivasse qualche poco nella gaiezza di lei . La fede domina la personalità di Edith e ne guida i sentimenti e i comportamenti. «Lʼelegante forma bruna di Edith, che egli vestiva di poesia», conquista Silla, che vagheggia di trovare in lei quellʼequilibrio a lui così necessario. > E sentiva in se stesso una luce serena, un calore così lontano, gli pareva, dallʼindifferenza come dalla passione, un sorgere di non so quale indefinibile fede . Ma il richiamo del fascino oscuro di Marina è troppo forte per Silla, così come Edith è troppo rinchiusa in una religione fatta di sacrifici e di doveri da combattere con la necessaria passione per lʼamore, che eppure sente per Corrado. E «il demonio della voluttà tetra» conduce Silla alla morte. Ad Edith non resta solo che il ricordo di ciò che poteva essere la sua vita, il cui destino accetta con cristiana rassegnazione. Magra consolazione e ben ipocrita giustificazione per un amore esangue, incapace di lottare per il proprio amato! E che religione è quella che conduce ad una pavida attesa, ad essere spettatori della propria vita e di quella degli altri? Al di là della dispersione sottolineata da Croce, il difetto fondamentale del libro risiede nella trattazione meramente letteraria dei personaggi, che assumono raramente vita reale. Dʼaltra parte lʼintero romanzo è intriso, ed appesantito, da lunghe divagazioni filosofiche e religiose, altrettanto astratte quanto la rappresentazione dei protagonisti. La caratteristica più interessante del libro è costituita dai paesaggi. La natura viene descritta a tinte forti, talvolta tetre e tempestose, in altre occasioni luminose e quiete. E soprattutto la natura ha «unʼanima», lei sì viva e reale: unʼanima che riflette ed amplifica i sentimenti dei personaggi, dando loro in tal modo un minimo di vitalità. Come gli uomini la natura è piena di contraddizioni, che vengono sintetizzate mirabilmente nella descrizione del paesaggio, come la seguente: > piccolo lago di misura e di fama, appassionato, mutabile; ora violetto, ora verde, ora plumbeo; talvolta, verso la pianura anche azzurro . La contemplazione del paesaggio racchiude lʼeterna aspirazione dellʼanimo umano: > oh furia amorosa di fiori protesi al sole onnipotente, erbe tripudianti, ubbriache di vento, qual ristoro esser voi, viver la vostra vita dʼun giorno, sentirsi tacere la memoria, il cuore, quel tumulto faticoso di pensieri assidui a lottar insieme, a fare e disfare lʼavvenire . Perché non leggerlo? È un libro noioso, prolisso, inconcludente.
Manoscritto trovato a Saragozza
La migliore introduzione a questo strano libro è la figura del suo autore: il conte Potocki, vissuto tra il 1761 e il 1815, quando morì suicida. Grande viaggiatore, etnografo, archeologo, geografo, filologo, Potocki fu il tipico esponente dellʼilluminismo settecentesco: la sua curiosità e la sua enorme erudizione furono al servizio di un approccio razionale alla realtà. Osservatore attento delle religioni e dei costumi, Potocki fu pure attratto dallʼesoterismo, dallo spiritualismo e in generale dal mondo fantastico. La complessa interrelazione tra ragione e mistero è il filone conduttore del manoscritto, le cui vicende sono anchʼesse oscure ed incredibili: scritto in francese, andò perduto, comparve in una traduzione da una presunta versione in polacco ed infine fu ritrovato il testo forse originale in francese. Costruito nella forma del Decamerone, una serie di novelle suddivise in giornate, il romanzo racconta le avventure di Alfonso, che deve attraversare la Sierra Morena per recarsi a Madrid. Di fatto il giovane protagonista, e narratore, non fa molta strada, in quanto si trova risucchiato in un ricircolo infernale e misterioso tra le forche di due impiccati e una locanda abbandonata: al mattino si risveglia tra i corpi in decomposizione, di giorno è in viaggio verso la locanda e di notte viene visitato da due splendide donne, che si dicono sue cugine. In questo continuo avanti e indietro incontra altri personaggi, che gli raccontano le loro storie, piene di apparizioni, di scheletri e di castighi soprannaturali. Malgrado situazioni ossessivamente inspiegabili razionalmente, Alfonso cerca continuamente di trovarne una ragione e di non accettare lʼesistenza del mistero. > Forse alla locanda mi era stata data una bevanda per addormentarmi, dopodiché niente era più facile che trasportarmi durante il sonno sotto la forca fatale. Pacheco ( un pazzo o indemoniato nel quale si imbatte Alfonso) poteva aver perso un occhio per tuttʼaltro incidente che per il suo legame amoroso con i due impiccati, e la sua storia spaventosa poteva essere una favola.... Ma lentamente viene preso da una sorta di «annientamento di tutte le mie facoltà».....( comincia a rendersi conto di una potente associazione) > che sembra non avere altro fine che quello di nascondere non so quale segreto, o quello di incantarmi con magie che qualche volta riesco in parte a penetrare ma che poi, per altre circostanze, non tardano a farmi piombare nel dubbio. È chiaro che anchʼio faccio parte di questa catena invisibile . La ragione vacilla dinanzi allʼinspiegabile e la vasta erudizione può essere al massimo «una compagnia gradevole» ma rischia di finire come i cento volumi di un altro personaggio del romanzo: rosicchiati e distrutti dai topi. La struttura narrativa è fondata sulla singolare ripetizione della stessa profezia: una situazione sempre identica, riprodotta e moltiplicata con una serie di combinazioni fantastiche che sembrano avere una sola finalità: aggredire la stabilità dellʼinterpretazione razionale. La ripetitività, che potrebbe rendere noiosa la lettura, è sorretta da unʼesplosione di invenzioni narrative e da una forma piacevole, immaginosa e spesso ironica. Avido di esperienze e di sapere, Potocki ci ha voluto dire, con questo romanzo incompiuto, che la vita è meravigliosa. Perché leggerlo? È un libro piacevole e fantastico.
La manutenzione dei sensi
> Bisbigliano tra le luci al neon/sotto la pensilina. Vogliono/che tenda l'orecchio/e li riconosca uno alla volta/mentre arrivano i treni notturni/alla stazione della memoria. Chi siete? /Da dove venite? vorrei chiedere,/ ma sbanda la mia ombra/sul marciapiede di tante partenze/improvvise, il cuore si rattrappisce, /manca l'aria...: Mia moglie è con voi? /Fatemi ascoltare ancora la sua voce/ supplico spalancando le braccia/nel sogno ormai spento (Stefano Simoncelli da Terza copia del gelo 2014). Il protagonista/narratore è un reporter, sempre all'estero; e lo era quando sua moglie Chiara è morta all'improvviso. > Non c'ero. Ero lontano, per un lavoro. Le foto di Chiara sono dappertutto, quasi che la volesse ancora presente, ma non ne parla mai, > il dolore si è autofecondato, si è espanso. Gravato dalla perdita e dalla colpa perché era assente al momento della morte della moglie, si lascia andare, trascura il lavoro, abbandona le amicizie, si sente > un usuraio dei sentimenti. E' in questo stato di crisi esistenziale che irrompe Martino: un bambino di otto anni, con la sindrome di Asperger, una delle tante forme di autismo. Glielo porta la figlia Nina, che lascia il padre ad affrontare da solo la gestione del bambino. E' un incontro insolito: un uomo che si faceva trascinare dal fluire dell'esistenza, è un bambino cui bastava sedersi accanto, accendere un computer, senza dover necessariamente interloquire o farsi coinvolgere, > sempre senza scambiarci troppe confidenze, ma anche senza patemi. Da qui nasce un'esile storia, in cui un adulto e un bambino si aiutano a vicenda nella scoperta di un legame che superi la dimensione della responsabilità, della solidarietà e dei sentimenti. Non c'è un finale eclatante e salvifico, qualcosa che ci dia una morale, un insegnamento: la storia si conclude con un abbraccio. > Avrei voluto abbracciarlo, alzare la mano e poi il braccio e infine afferrargli piano la spalla e stringerlo. (...) «A cosa stai pensando?», mi aveva chiesto, proprio quando il mio pensiero stava per essere archiviato nel cassetto della rassegnazione. «Al fatto che mi piacerebbe abbracciarti». (...) Lui non aveva risposto, rimanendo con le labbra serrate per un po'. Poi mi si era premuto contro, puntando la testa sotto la mia ascella e cominciando a dare piccoli colpi. E allora i morti possono tornare, > lasciandosi dietro solo frammenti senza più un posto nella memoria. Ciò che ci dà la forza per andare avanti non è il ricordo, ma la cura verso gli altri: chiamasi Amore. Il titolo del romanzo non rispecchia il significato del racconto: più che «manutenzione dei sensi», si dovrebbe intitolare «scoperta dei sensi»: non di quelli cui pensiamo ormai normalmente: il sesso o la relazione sentimentale (in realtà il protagonista s'imbatte in alcune fugaci storie); mi riferisco a quel legame fisico che usa l'intero spettro dei nostri sensi, senza aspettarsi nulla, che sia gioco o soddisfazione. Peccato che Faggiani abbia affrontato un argomento così importante, quello della scoperta dei sensi, collocandolo in una fuga dalla città, in un ambiente eccezionale quale è la montagna. Chi di noi può permettersi di andare a vivere in uno chalet tra i boschi? E chi si può permettere di vivere > come volevamo vivere , liberi, guardando > la Terra girare senza sentirne i rumori?. Non è chiaro se sia una vicenda autobiografica; di certo, è troppo fragile il contesto per dare spessore alla storia, al di là di spunti interessanti, ma frammentari e occasionali. La scrittura è il pregio fondamentale del romanzo, anche se talvolta lo stile è giornalistico, con l'uso sovrabbondante del «punto» , del gerundio e della frase senza il verbo. Si prenda questo esempio: > Ma non mi aveva risposto (già il correttore di Word avrebbe messo come errore il "ma > dopo il punto), probabilmente stava trattando, rincuorando, sostenendo qualcuno. Qualcun altro, invece del sottoscritto. Non era sufficiente una virgola prima di qualcun altro"? E poi tre gerundi di seguito non sono troppi? La narrazione si sviluppa lentamente, senza colpi di scena, i personaggi restano sospesi, senza che si capisca veramente il loro travaglio interiore: tanti sentimenti si affollano, sempre in superficie. Perché non leggerlo? Troppo fragile.
Il marchese di Roccaverdina
Lʼambiente è la campagna siciliana della seconda metà dellʼottocento. Rabbàto è una piccola città, in attesa ormai da tempo della pioggia, che ponga fine alla siccità, che sta portando lʼintero paese alla miseria e alla fame. Il marchese di Roccaverdina è un ricco possidente, che vive come se il mondo fosse immutabile e riconoscesse un suo potere senza limiti, sulle cose e sulle persone. Da tempo aveva come amante una contadina, Agrippina Solmo. Per salvare le apparenze, decide di darla sposa al suo fattore con lʼimpegno che il matrimonio non si sarebbe dovuto consumare. La gelosia lo spinge ad uccidere il fattore e poi ad agire per fare condannare un povero contadino, che morirà in carcere. Non sente un vero e proprio rimorso di queste infamie ( lʼabbandono dellʼamante, lʼuccisione del fattore e la condanna di un innocente), in quanto, in fondo, sono povera gente e al marchese di Roccaverdina è permesso tutto. Percepisce, piuttosto, un senso di paura, «la solita apprensione di pericoli appiattiti nellʼombra». Lʼamante abbandonata e il fattore ucciso «apparivano improvvisamente e allo stesso modo sparivano» ed > egli provava la strana sensazione di camminare su un terreno poco solido, che avrebbe potuto da un momento allʼaltro sprofondarglisi sotto i piedi . È la viltà la molla che porta il marchese, prima così sicuro di sé stesso e del suo ruolo sociale, a dubitare, a riflettere sulla stessa esistenza di Dio e sulla validità della religione, sugli uomini e su sé stesso. Invano, cerca di trovare conforto in unʼattività febbrile, gettandosi nella politica, avviando un progetto di sviluppo della lavorazione del vino, sposandosi con una nobildonna locale. Solo la vista della campagna, bagnata dalla pioggia, gli dà un pò di serenità: > lasciamo, per ora, questo discorso. Guardate. Le campagne sembrano un giardino! Unʼimmensa stesa di verde, di mille toni di verde, dal tenero al cupo che sembrava quasi nero; un trionfo, una follia di vegetazione fin nei terreni più ingrati, che non avevano mai prodotto un filo dʼerba! Il suicidio di un contadino, al quale aveva tolto la terra con le minacce e le prepotenze, scatena la follia, che porta il marchese alla demenza e poi alla morte. Nel momento della malattia, solo lʼamante è al suo capezzale ad assisterlo, a dimostrazione di un amore che supera i ruoli sociali. Ma le apparenze sono più forti degli affetti: la povera donna non può restare al momento del trapasso del marchese ed essa > si lasciò trascinare via, senza opporre resistenza, umile, rassegnata comʼera stata sempre, convinta anche lei che non poteva restare più là, perchè il suo destino aveva voluto così! È un romanzo complesso: da un lato, un contesto sociale rigido e immutabile allʼinterno del quale i protagonisti si muovono secondo schemi predefiniti, dallʼaltro lato la figura del marchese di Roccaverdina, che vorrebbe rompere questi schemi sociali, sia dal punto di vista economico ( nuove colture, modalità di lavorazione moderne, innovazione tecnica, forme associative tra i produttori), che da quello degli affetti e dei sentimenti. Non ama, il marchese, il suo ambiente sociale, mentre si trova più a suo agio con i contadini, con la vecchia serva che lo ha allevato, con lʼamante, per la quale ha ammazzato. La follia trova proprio origine nella contraddizione tra la volontà senza limiti, quasi da «superuomo», e lʼincapacità di liberarsi dei condizionamenti culturali e sociali, delle superstizioni e della paura della punizione divina. Perché leggerlo? Si legge con piacere e si tratta di un romanzo molto moderno. La figura del marchese di Roccaverdina è emblematica di un conflitto interiore, tipico della nostra epoca.
Il mare non bagna Napoli
Anna Maria Ortese ritorna a Napoli, città dalla quale manca da molti anni. Ufficialmente ha avuto lʼincarico di intervistare i giovani scrittori napoletani, alcuni già noti, altri che lo diventeranno: Prisco, Rea, Incoronato e La Capria. Un lungo capitolo descrive, appunto, la visita a questi autori e noi capiamo come il risveglio culturale e politico della città dellʼimmediato dopoguerra si sia ormai dissolto, lasciando delusione, rassegnazione e pessimismo, e spingendo alla fuga, verso Roma e Milano. Quando incontra Prunas, lʼanimatore della rivista Sud, ormai chiusa, ma intorno alla quale tanti intellettuali si erano raccolti pieni di ardore e di speranza, Ortese percepisce > un dolore e una curiosità infinita: devi avere pietà, dicevano quegli occhi spenti, devi evitare di guardare. È vero che siamo morti?, chiedeva, è vero che siamo stati assorbiti dalla città, e ora siamo in pace? (...) La città lo aveva distrutto. E perché non avrebbe dovuto distruggerlo? Tutti erano caduti, qui, quelli che avevano desiderato pensare o agire, tutte le lingue si erano confuse ed erano andate ad incrementare la dolorosa vegetazione umana. Questa natura (Napoli e la sua gente) non poteva tollerare la ragione, e di fronte allʼuomo muoveva i suoi eserciti di nuvole, dʼincanti, perché egli ne fosse stordito e sommerso. Lʼinchiesta giornalistica è solo un espediente: lʼautrice vuole perdersi, spaesarsi, ricercare una «visione dellʼintollerabile», possibile solo in una città, come Napoli, nella quale tutto è > pensato, immaginato, sognato, e anche realizzato artisticamente, ma non vero: una inquietante rappresentazione . Il libro si apre con alcuni bozzetti di vita napoletana, dei quali il più riuscito è senza dubbio il primo, «Un paio di occhiali». In un putrido e maleodorante rione il sole non tocca che i balconi più alti e il resto non è che ombra e immondizia; eppure la gente saluta con gioia la giornata di sole, come se > quellʼaria, quella festa e tutto quellʼazzurro chʼerano sospesi sul quartiere dei poveri fossero anche cosa loro. Una povera ragazza, pressoché cieca, è in trepida attesa degli occhiali, che la famiglia le ha comprato con i pochi risparmi. Ma chi non ha mai visto comʼè veramente la realtà ne può sopportate la vista? Non è meglio vedere tutto sfocato? > Eugenia, sempre tenendosi gli occhiali con le mani, andò fino al portone. (...) Improvvisamente i balconi cominciarono a diventare tanti (...) i carretti con la verdura le precipitavano addosso; le voci che riempivano lʼaria, i richiami, le frustate, le colpivano la testa come se fosse malata. (...) Tanti buchi, tante formiche ; le prese uno smarrimento, la realtà era troppo intensa per sopportarla. Ai bozzetti, brevi, eleganti e suggestivi, segue la narrazione di una visita ad un grande fabbricato, nel quale trovano alloggio famiglie che non sono più in grado di permettersi un appartamento decente. Lʼautrice viene guidata per i lunghi corridoi, dal primo piano, composto di antri oscuri e maleodoranti, sino al terzo piano, dove ci sono dimore più pulite e luminose. La strada di chi entra nel palazzo è sempre la stessa: dapprima va ad abitare nel piano più elevato, per discendere poi, inesorabilmente, più in basso. > I bambini, una volta lindi e sereni, in quel buio si coprivano dʼinsetti e i loro volti diventavano sempre più gravi e pallidi, le ragazze si mettevano con uomini sposati, gli uomini si ammalavano. Non risaliva più nessuno, da giù. (...) Cʼera qualcosa che chiamava da giù, e chi cominciava a scendere era perduto, ma non se ne accorgeva che alla fine . Il grande caseggiato è la metafora della condizione antropologica, sociale ed esistenziale di Napoli, dove plebe e borghesia convivono tra loro indifferenti, come > ombra, debolezza, nevrastenia, rassegnata paura e impudente allegrezza . Nella prefazione allʼedizione del 1994 Ortese ammette che > la scrittura del Mare ha un che di esaltato, di febbrile, tende ai toni alti, dà nellʼallucinato: e quasi in ogni punto della pagina presenta, pur nel suo rigore, un che di troppo: sono palesi in essa tutti i segni di una autentica nevrosi . Questo giudizio è la diagnosi perfetta del libro: le singole pagine, le frasi e le parole sono spesso splendide, ricche e capaci di rendere pienamente le situazioni e i sentimenti; ma lʼinsieme risulta disordinato, confuso e sospeso, tanto che le conclusioni bisogna trarle dalle parole stesse dellʼautrice. E ʼun grido, una disperata indignazione contro una realtà, per Ortese «incomprensibile e allucinante»: la fine del sogno della rinascita di Napoli, e pertanto è una sconfitta. Perché leggerlo? È scritto molto bene e soprattutto la visita al grande caseggiato è di una vivezza impressionante: un vero capolavoro.
Mastro Don Gesualdo
Il romanzo è ambientato in Sicilia, nella prima metà dellʼOttocento: una terra ancestrale ed arida, > una landa bruciata dal sole, colline su colline, accavallate, nude, arsicce, sassose, sparse di olivi rari e magri, di fichidindia polverosi . Mastro Don Gesualdo sin da ragazzo ha lavorato duramente per arricchirsi e > difendere la sua roba contro tutti, per fare il suo interesse, nel paese non un solo che non gli fosse nemico, o alleato pericoloso e temuto . Dʼaltra parte è un popolano, fuori dal giro dei possidenti locali, è quindi deve > celare sempre la febbre dei guadagni, la botta di una mala notizia, lʼimpeto di una contentezza; e aver sempre la faccia chiusa, lʼocchio vigilante, la bocca seria! Ha la possibilità di uscire dallʼemarginazione alla quale lo condanna la nascita contadina: può sposare Bianca, appartenente allʼantica ma decaduta stirpe aristocratica dei Trao. In un ricevimento offerto da unʼesponente della nobiltà locale, Don Gesualdo ( > raso di fresco, vestito di panno fine, con un cappello nuovo fiammante fra le mani mangiate di calcina ) fa il suo ingresso fra i pezzi grossi del paese per accorgersi che non sarà il matrimonio a permettergli di abbassare la guardia. Ed è proprio per vendicarsi dellʼaccoglienza algida e sprezzante del suo matrimonio da parte dei parenti della moglie che Mastro Don Gesualdo rompe tutte le tradizioni locali prendendo in gestione da solo, e ad un canone altissimo, le terre comunali. La descrizione dellʼasta è una delle pagine migliori del romanzo, con i possidenti che cercano di respingere lʼassalto di Don Gesualdo, poi di fare invalidare lʼasta ed infine di cercare un accordo, facendo pressione anche su Bianca e quindi sui legami di parentela, prima ripudiati. Ma il nostro protagonista va avanti per la sua strada, fermo nella sua posizione > con il suo risolino sciocco, lʼunico che non perdesse la testa in quella baraonda . La vittoria, innanzitutto sociale, di Don Gesualdo conclude la prima parte del romanzo, senza dubbio la più riuscita, per il distacco con la quale Verga narra, con dialoghi serrati e rapidi, le dinamiche, di denaro e di relazioni, della piccola aristocrazia locale. I protagonisti sembrano dei burattini rinchiusi nel proprio ruolo sociale: non cʼè introspezione psicologica ma sono i freddi fatti che parlano da soli. In seguito, si attua un cambiamento ideologico e stilistico: il romanzo decade in un sentimentalismo zuccheroso assumendo le caratteristiche di un romanzo di appendice. Bianca si rivela una sposa ubbidiente ma distante, che non dà affetto e confidenza a Don Gesualdo, confermando in tal modo le differenze di origine sociale. Lʼunica figlia, Isabella, forse frutto di una precedente relazione di Bianca, cresce viziata e sprezzante verso il padre, che considera anche lei un rozzo contadino e di cui non comprende i sacrifici e le fatiche. Don Gesualdo, ormai vecchio e malato, vede dissipato dalla figlia e dal genero il patrimonio così faticosamente accumulato e muore nellʼindifferenza e nella solitudine. Eppure, anche nel punto di morte, raccomanda a sua figlia > la sua roba, di proteggerla, di difenderla.... Spiegava quel che gli erano costati i suoi poderi... li passava tutti in rassegna amorosamente.... li descriveva minutamente, zolla per zolla, gli tremava la voce, gli tremavano le mani, gli si accendeva tuttora il sangue in viso, gli spuntavano le lacrime agli occhi . Solo per scrupolo di coscienza implora la figlia di dare qualche cosa («farai conto di essere una regalìa») ai figli illegittimi che ha avuto da una serva, lʼunica persona che lo ha veramente amato. Numerosi critici ritengono che il romanzo sia la > demistificazione dellʼarrampicatore sociale.... implicitamente rivolta a colpire i valori dellʼessenza stessa della società borghese ( Romano Luperini 1968) e la narrazione > delle lacerazioni indotte nel tessuto di unʼeconomia arcaica e di una società contadina da unʼeconomia e da una società capitalistico - borghesi, rette da un brutale esclusivo codice economico, dalla logica alienante della ricchezza e del possesso ( Vitilio Masiello 1972). Questa chiave di lettura è superficiale e riduttiva rispetto alla complessità del pessimismo di Verga. Se è vero che lo scrittore fa dire al suo personaggio che «ciascuno al mondo cerca il suo interesse, e va per la sua via», è pure vero che lʼaccumulazione della roba è percepita da Don Gesualdo come una missione, di cui può solo lamentarsi ma dalla quale non può sfuggire. E così gli altri personaggi sono tutti fissati in un destino sociale, che li costringe a vivere in unʼinfelicità esistenziale e talvolta fisica. Si pensi alla stessa figura di Bianca, ma ce ne sono altre nel romanzo, che deve sposare un uomo che non ama e vive tutta la sua vita debole e malata. Ed allora, forse, la vera chiave di lettura del romanzo è lʼeffetto sulla personalità umana di una struttura sociale immobile, statica, che non permette né lʼascesa né la fuga. Uno dei primi commentatori del romanzo notò come Verga non mostri mai > i suoi personaggi nelle ragioni interne dellʼanimo loro: li fa agire, non li mostra in atto di pensare (Guido Mazzoni 1890). Questo approccio dellʼautore scivola nella superficialità e nellʼoscurità nella seconda parte del romanzo, quando il ritmo narrativo diviene disteso, fluido ma tradizionale. Nella prima parte, sino alla magnifica scena dellʼasta per la gestione delle terre comunali, il soverchiare del dialogo sulla narrazione e il ricorso a brevi ritratti sono espedienti letterari estremamente originali per allontanare lo scrittore e fotografare i protagonisti, mettendo in risalto il loro abbandonarsi al ruolo sociale e facendo scomparire il lavorio interno del pensiero: non sono soggetti coscienti ma marionette della società. Perché leggerlo? Talvolta è faticoso alla lettura, ma la prima parte del romanzo vale la fatica.
Il meccanico delle rose
Il romanzo, scritto in italiano, è ambientato in un paese mai nominato, ma facilmente identificabile con lʼIran, prima e dopo la rivoluzione khomeinista. Cʼè forse un protagonista, Reza, ma è una figura solamente «sfiorata», di cui sappiamo poco perché il suo carattere e il suo destino sono determinati dalle vicende e dalle personalità degli altri personaggi. O forse non ha bisogno di esprimersi perché " lui > è ben saldo, con la giusta dose di opportunismo e di egoismo per sopravvivere, mentre chi gli è intorno è troppo fragile per resistere in un mondo difficile e crudele. Il romanzo è strutturato in cinque capitoli, che corrispondono ai personaggi che determinano il destino di Reza. Nel primo capitolo Akbar approfitta della credulità della gente per sostituire il figlio nato morto con un neonato, Khodadad, abbandonato sulle scale di casa. Per fare questo deve, però, gridare al miracolo, offendendo in tal modo la fede e determinando il destino di Khodadad, che da quel momento verrà segnato come un prediletto da Dio, come colui che può risuscitare i morti. Akbar compie poi un altro peccato: fa lʼamore con la cognata, che darà poi alla luce Reza. Lʼintero racconto prende, quindi, le mosse da un duplice inganno ed è come se incombesse una maledizione su tutte le vicende successive. Nel secondo capitolo, Khodadad, non sopportando più il ruolo di miracolato > , fugge insieme con Reza, per cercare una nuova vita nella grande città. Per convincere lʼamico a seguirlo Khodadad lo conduce al cimitero, dove cʼè una fossa vuota, già scavata per non essere impreparati dallʼinevitabile chiamata di Dio. Andare in città, dice il ragazzo, è lʼunica maniera che abbiamo per salvarci da quella fine lì«. Ma il pratico e prosaico Reza gli risponde giustamente,» se non è lì, sarà altrove > . La vita in città risulta ben più difficile di come se lʼaspettavano, anche se bisogna dire che Reza riesce ad adattarsi molto meglio di Khodadad. Durante una lite con il padrone che non li vuole pagare, Khodadad viene colpito mortalmente mentre Reza uccide lʼuomo. I due ragazzi scappano decidendo di separarsi. E così Khodadad si spegne da solo, con lʼunica consolazione dellʼangelo della morte, Ezrail, che lo dondolò, cantandogli nellʼorecchio, in un bisbiglio,la ninna nanna dellʼoblio, lʼunica che conoscesse > . Nel terzo capitolo, il romanzo narra la triste storia di Donya, che, bisogna dire, ricalca un poʼ troppo la vicende di tanti romanzi strappa lacrime dellʼottocento. Dopo una misera adolescenza a causa di una crudele matrigna, la ragazza si innamora del classico signorino > di buona famiglia ed è obbligata a sposarsi con un uomo che non ama, appunto Reza, nel frattempo diventato un abile e fortunato meccanico. Tra i due non cʼè amore né tanto meno passione, ma mentre Donya soffre profondamente per una vita coniugale incompleta, agiata, rallegrata da una figlia, ma affettivamente deludente, Reza sembra trovarsi bene, accettando, forse con troppa remissività, la freddezza della moglie. Lʼunico momento di relativa felicità per Donya è costituito dalla visita al cimitero di un vicino santuario, dove la donna immagina di pregare sulla tomba della madre morta: si siede per terra, e con un sassolino batte per tre colpi per richiamare lʼattenzione di sua madre e avvertirla che è lì a pregare per la sua anima > . La vita di Donya potrebbe concludersi prosaicamente in un matrimonio rassegnato ma sereno ( in fondo Reza è un bravʼuomo), quando a sconvolgerla, portandola al suicidio, è la tragica fine di Mathab, lʼamata figlia. Il quarto capitolo è senza dubbio il più drammatico, per molti aspetti sconvolgente. La ragazza viene arrestata dalla polizia khomeinista, torturata e strangolata. La sua unica colpa è di essere fidanzata con un avvocato, che difende i suoi clienti, spesso povere prostitute, con troppo fervore. E nel momento della morte Mathab si rifugia nei meravigliosi ricordi dellʼinfanzia, immaginando di ascoltare le parole del padre. Il buio e il silenzio privo di crepe la cullarono. Una voce calda e dolce le coccolò i timpani con parole che le giungevano liquide, leggere > . Nellʼultimo capitolo scopriamo che Reza ha avuto una lunga relazione con una prostituta, Laleh. È lei anzi che ha finanziato lʼattività di Reza, permettendogli di diventare un ricco meccanico. Sul punto di morte vorrebbe che Reza venisse a salutarla, lei che lo aveva sempre aiutato. Ma lui non viene. Se guarisce, lui viene e la porta via, così le ha detto. Tanto dolore? Lui non viene. Ma non si rassegna. La notte sembra ancora molto lunga. Il sonno non la culla. Ma arriverà mai la fine? > Per molti commentatori il significato di questo libro sta nella citazione dei versi di un grande poeta iraniano, che dicono abbiamo giocato qui in mezzo per un poʼ, poi siamo finite, una dopo lʼaltra, nella cesta dellʼoblio > . Non siamo noi a fare il nostro destino, che per altro è poca cosa rispetto a Dio. Senza dubbio il romanzo è intriso di una profonda religiosità, di una sorta di rassegnazione esistenziale, che trova pace solo nellʼidea che tutta la vita è volontà di Dio. Ma si percepisce anche, lungo tutto il libro, un costante desiderio di fuga dalla prosaicità dellʼesistenza: una fuga che alla fine non si può realizzare che con la morte. Resuscitare più leggera e con le ali, si dice. Deve diventare più leggera, con le ali, e volare lontano. Lontano da lì. Lassù. Ma poi? Come orientarsi? Quale bussola guardare? Di quale ghebleh fidarsi? E se poi si perde di nuovo? Il pregio principale del libro è la scrittura: semplice, elegante, delicata. I numerosi dialoghi non impoveriscono la narrazione, anzi permettono di approfondire i personaggi. Emerge molto bene la complessità della società iraniana, tra una profonda religiosità e moderne aspirazioni. Soffermarsi troppo nel dettaglio, prolungando le storie dei diversi personaggi, fa cadere la tensione e non favorisce la focalizzazione sui temi fondamentali, non facilmente individuabili e non totalmente sviluppati. Perché leggerlo? Splendida scrittura, storia interessante e in alcuni momenti avvincente.
Melanconia della resistenza
E' singolare iniziare la recensione di un romanzo ungherese richiamando «Tokyo Soundrack» di Hideo Fukukawa (si vede la recensione in questo sito). E' proprio la lontananza geografica e culturale a rendere interessante l'accostamento. Se il racconto giapponese narra il disfacimento ambientale e sociale di Tokyo, qui lo stesso tema è sviluppato in una cittadina magiara travolta da un lento e inspiegabile disordine, come se > quella micidiale realtà, molto terra terra, sembrava irreversibilmente destinata a svaporare. Numerosi erano i segnali inequivocabili: la spazzatura che si accumulava per le strade senza che qualcuno la raccogliesse, le sempre più frequenti mancanze dell'elettricità, alberi secolari che crollavano, trasporto pubblico nel caos, poche e spaventate persone in giro, persino orde di gatti, > bestie enorme, inselvatichite, (...) tornate al primitivo istinto dei predatori, testimoni e imperatori di un tramonto annunciato -- ma apparentemente rimandato all'infinito --- , simili ai cani e ai corvi di Tokyo Soundrack, e ai cinghiali, nutrie, lupi e altri animali selvaggi che scorrazzano ormai per le nostre strade, insieme alla trionfante popolazione di ratti. > Un pantano sulla palude (...) era il fondamento ideale per la situazione, (con) la sensazione che le case, gli alberi, i lampioni e le colonne delle affissioni pubblicitarie vi sprofondassero dentro. E' una profezia, se pensiamo al nostro mondo che pare scivolare in un futuro subdolo, con noi che viviamo in «un'attesa senza speranza». Non è facile identificare i fili narrativi di un racconto imperniato di realismo magico, volutamente confuso e frammentario (e come potrebbe essere diversamente se quanto succede non è più razionale?), caratterizzato da lunghe digressioni anche filosofiche, da un tono ironico e paradossale, che ricorda Kafka. Cerco di farlo partendo dai protagonisti, i quali, come diceva un grande studioso tedesco, Erich Auerbach, per i personaggi di Dante, sono una «rappresentazione figurale»: esseri umani, con la loro sorte personale, e allegorie di idee atemporali del declino e del disordine. Prendiamo il primo personaggio, la signora Pflaum; la conosciamo in una scena esilarante: il viaggio su un treno affollato, accanto a gente sporca e maleducata, lei così precisa e ordinata. Altrettanto divertente è la descrizione della piccola casa tra > gli oggetti immacolati dell'appartamento, e tutto le parve perfettamente in ordine, (...) era chiarissimo che tutti quelli che come lei vivevano nel loro piccolo silenzioso nido , avrebbero evitato le cose terribili che accadevano fuori. Quante signore Pflaum conosciamo che sono sicure che la cura delle piante, la pulizia dei mobili, le piccole routine quotidiane le preservino da sventure devastanti! C'è poi Valuska, > questo eccezionale artista della vita in estasi , convinto di avere trovato l'armonia nella perfezione delle costellazioni; guarda in cielo per non vedere ciò che succede in terra. Non si accorge, o gli va bene così, che i compagni d'osteria lo prendono in giro, quando ricostruisce con figure viventi la rotazione della Luna intorno alla Terra. Quanti di noi ci rifugiamo in ideali astratti per evitare di misurarci con la realtà? C'è pure il musicista Etszter: si è dimesso da Direttore del Conservatorio quando si è accorto che l'accordatura del pianoforte appiattiva i suoni in un'astratta e innaturale armonia, ed ora vive chiuso nel suo appartamento, a suonare un piano scordato, a pontificare sull'irrazionalità del reale con il suo unico allievo: il buono e sempliciotto Valuska. Quante volte siamo costretti ad ascoltare autorevoli filosofi sulla crisi dell'Occidente, anzi sull'Apocalisse che attende la terra, perché la nostra europea «Città dei Lumi» non sa difendere i valori dell'illuminismo e del cristianesimo! Ed infine c'è la signora Etszter, dal corpo enorme e sensuale, > sentendosi padrona del futuro, guardava la città con gli occhi di un'audace ereditiera, convinta di trovarsi alle soglie di un'era radicalmente nuova, gravida di promesse, che avrebbe spazzato via tutto. Ma come successe nel primo decennio del Novecento, quando molti segnali facevano presagire la fine di un mondo apparentemente lieto e sicuro, ma ci volle l'irrompere della prima guerra mondiale a travolgere quell'età felice, così è l'arrivo di un circo, che espone il corpo mummificato di un'enorme balena, a rompere il fragile e declinante equilibrio; e niente è più come prima. Per fermare il saccheggio e le brutalità, dirette forse da una figura misteriosa, chiamato il Principe (il diavolo, la personificazione del Male?) non è più possibile girare in tondo, ripararsi nella piccola pace domestica, o fantasticare di mondi lontani o filosofeggiare se «il reale è razionale»; ci vuole la mano ferma ed energica di chi sa comandare. La città dà volentieri il potere alla signora Etszter, personificazione del potere autoritario. Ci potremmo tristemente fermare qui: è innegabile, pare, che solo la dittatura può darci la bramosa serenità, le piccole e amate abitudini domestiche. Ma, forse, > gli operai della distruzione (comandati dal Principe?) sono ancora in opera. Come nei Buddenbrook di Thomas Mann (si veda la recensione in questo sito), l'ultimo capitolo è dedicato al disfacimento del corpo con la morte: una descrizione dettagliata e precisa che ci ricorda come l'uomo, nella sua lunga evoluzione, abbia visto > miliardi di cose inquiete, pronte al cambiamento continuo, aveva visto come dialogavano tra loro severamente senza capo né coda, ognuna per proprio conto; miliardi di relazioni, miliardi di storie, miliardi, ma si riducevano a una sola, che conteneva tutte le altre: la lotta tra ciò che resiste e ciò che tenta di sconfiggere la resistenza. In una recente intervista (La Stampa 25 ottobre 2025) Orhan Pamuk afferma che > troppa etica uccide la letteratura. (...) La letteratura non è fatta per giudicare moralmente. E' un'arte delle connessioni, della comprensione. Ci permette di entrare nella mente di persone che non ci piacciono . E io aggiungerei: risponde al bisogno dell'uomo di ascoltare e raccontare storie, di appassionarsi ai personaggi, di amarli e detestarli; la letteratura ci insegna la complessità dell'uomo. Tutto questo manca in Krasznahorkai. Certo, i personaggi sono descritti come essere umani, con le loro debolezze e tratti caratteristici; ma non c'è approfondimento psicologico, sono trattati in modo ironico, senza empatia, presupposto della comprensione. Ciò è particolarmente vero per Valuska, in fondo il protagonista. La sua descrizione resta sempre in superficie, non va oltre a una sua rappresentazione paradossale: > il pastrano delle poste, con relativa borsa a tracolla in cuoio, berretto, un paio di scarponi. Ma chi è questo ragazzo, già destinato al manicomio come l'idiota del villaggio? Quali sono i suoi sentimenti? Perché il suo legame fiducioso con il Direttore del Conservatorio? Tutto resta sospeso. Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura: un periodare lungo, ricco di incisi, che si sviluppa senza interruzioni, un fluire di parole e frasi che avvince il lettore. E' una lettura faticosa, bisogna leggere molte pagine di seguito, per entrare dentro lo stile narrativo, farsi condurre dallo scrittore nelle tante storie del racconto; ma dopo una cinquantina di pagine bisogna fermarsi, prendere fiato, ritrovare la forza e la volontà di continuare. Alla fine la fatica ha il sopravvento, e, bisogna ammetterlo, non si vede l'ora di arrivare alla fine. Perché leggerlo? Inebriante la scrittura, a tratti molto divertente.
Memoriale
Albino è un giovane contadino, che abita sopra un lago insieme con la madre, alcolizzata, taciturna e anaffettiva. Dagli scarni cenni sulla sua vita precedente apprendiamo che ha trascorso l'infanzia in Francia, è rimasto orfano del padre appena la famiglia è tornata in Italia, è andato soldato nella seconda guerra mondiale, è stato in un campo di prigionia, dove ha contratto probabilmente la tubercolosi. Ci sono in Albino la nostalgia di un tempo felice, il bisogno di punti di riferimento (la madre, la religione), la ferma convinzione di essere perseguitato, (dagli ufficiali, dai medici, domani dai capi reparto), insieme con un confuso anarchismo che nasce dal mondo contadino in cui è cresciuto. Il lago è la rappresentazione allegorica di una solitaria inquietudine. > Sul lago erano sospese, né alte né basse, delle nebbie azzurre; solo sul lago, come un fumo. Il cielo era sereno e già aveva alta, sotto i veli del giorno, una piccola luna: > vedi Albino, pensavo, se tutti i tuoi mali fossero come quelle nebbie che la luna a mezzanotte avrà sicuramente consumato. (...) Toccavo le mie spalle come da ragazzo durante la malattia e masticavo un sapore di me stesso, un filo della mia gioventù. E' il 1946 quando Albino si presenta all'Ufficio del Personale di una grande fabbrica per essere assunto come operaio fresatore. Da qui si diramano due filoni narrativi, che si sviluppano intrecciandosi: uno sociologico e l'altro esistenziale. Volponi, con la sua esperienza di dirigente industriale, descrive molto bene l'ambiente alienante della fabbrica: dinanzi al posto di lavoro > tutti avevano un muscolo tirato, o le labbra strette, o gli occhi socchiusi o le sopracciglia aggrottate. Vuol dire che tutti avevano un pensiero che batteva dentro le loro teste e rimbalzava su tutta la fabbrica e ancora batteva. (...) Il lavoro stesso non dava alcun aiuto; non richiedeva l'accompagnamento del pensiero, andava avanti per conto suo tirando le nostre mani perché nella fabbrica non era possibile fare altro. A differenza di quanto emerge dal romanzo di Ermano Rea ( La dimissione > si veda la recensione in questo sito), non si percepisce un senso di appartenenza al prodotto, alle macchine e all'organizzazione del lavoro: la fabbrica è un corpo ostile, Albino fa parte a sé stesso, non si sente solidale con gli altri né accetta la gerarchia aziendale, che gli propone persino di fare la spia. Gli dice un amico sindacalista, > ma tu stai sempre per conto tuo. Mi attaccavano dunque perché ero solo? , si chiede Albino. Malgrado la malattia e le accuse verso i medici di fabbrica, Albino è protetto dalla Direzione (chi sa perché?), che gli dà un lavoro tranquillo, quello del piantone. Proprio dall'entrata della fabbrica Albino assiste ad uno dei primi scioperi del dopoguerra e corre ad avvisare gli addetti alla mensa di astenersi dal lavoro, per favorire la lotta degli operai (per noi è oggi difficile capire l'importanza della mensa). Quest'atto di insubordinazione non è accettabile per la Direzione, e lo licenzia. Se la storia fosse solo questa, il romanzo sarebbe un affresco dell'Italia industriale degli anni' 50. Ma Volponi vuole esprimere un malessere esistenziale, che va oltre al contesto storico, al tema dell'alienazione, problematica così diffusa nella pubblicistica marxista degli anni '60. Lo scrittore immagina che Albino scriva una sorta di confessione, con cui pare volere definitivamente accettare il suo stato di abbandono. > Guardavo, come sempre, il lago crescere a poco a poco sotto i miei occhi, nella salita verso casa mia. Nel nitore del pomeriggio il lago era senza sfumature, senza bracci verso la campagna e gli alberi; chiuso dentro le sue sponde. E il suo colore non brillava e non si spandeva all'intorno. (...) A quel punto ho capito che nessuno può arrivare in mio aiuto: non la fabbrica, non i compagni, non i medici, furfanti o meno, né tanto meno la madre: > io sono una goccia/la prima o l'ultima di un acquazzone/caduta dalla grondaia/quando nell'aria/non s'aspettava pioggia,/nemmeno quella goccia./la mia goccia s'è perduta, /nessuno l'ha goduta. Nella sua bella prefazione Giuseppe Lupo vede il romanzo come un'elegia della fabbrica, di un mondo scandito dal ritmo delle macchine che si è andato selvaggiamente sostituendo al ciclo delle stagioni e dei suoi lavori che caratterizzavano la vita dei campi. Di questo passaggio Albino, pare dire Giuseppe Lupo, ne è la vittima e il cantore ad un tempo; da qui il ritmo solenne ed onirico del romanzo. E' singolare che un dirigente industriale dell'Olivetti, qual era Paolo Volponi, abbia scritto un racconto così realistico ed esistenziale insieme, con tratti che paiono scivolare verso la psicoanalisi. Se pensiamo che Memoriale" è la prima opera di Volponi, dobbiamo perdonargli la confusione narrativa, le inutili ripetizioni o divagazioni; e lo dobbiamo fare perché il malessere di Albino pare riflettere quello di Volponi, stretto tra la razionalità manageriale e la tensione poetica. Scritto in forma di confessione, l'io narrante è lo stesso Albino. Le tante letture in sanatorio, il tempo libero passato in biblioteca debbono avere insegnato molto al povero contadino se il romanzo è scritto così bene: un periodare fluido, anche se talvolta involuto, le conversazioni serrate, intrise di simbolismo le descrizioni del paesaggio agreste (si sentono rimembranze pascoliane) a fronte di un realismo onirico quando si parla della fabbrica. Al romanzo fa difetto la trama: si allunga inutilmente per molte pagine, perdendo di sintesi e divenendo prolissa. Perché leggerlo? E' interessante il connubio tra razionalità industriale e magia del mondo contadino.
Memorie del sottosuolo
Nel preambolo è lo stesso autore a dividere il racconto in due parti. Nella prima, intitolata "Il sottosuolo", > il personaggio presenta sé stesso, le sue convinzioni, e pare voler chiarire le cause per cui è comparso, e doveva comparire nel nostro ambiente, ossia come nell'era del positivismo, della ragione dominante, fosse necessario riconoscere nell'uomo una forza primordiale, che viene dal sottosuolo, che ti spinge ad essere malvagio, ad avvilirti nell'abbiezione, che ti fa gridare con compiacimento: > sono un uomo malato... Sono cattivo. È quindi un manifesto filosofico, un punto di arrivo nichilista sulla natura umana. Nella seconda parte, "A proposito della neve bagnata" (un titolo che ci si aspetterebbe da un romanzo giapponese), il protagonista narra un episodio della sua vita che dovrebbe spiegare le idee e le suggestioni espresse nella prima parte. È come se il protagonista, quarantenne nel momento in cui illustra le sue teorie, ritornasse con la memoria a quando era ventenne e a un incontro che gli aveva cambiato la vita. Se ci liberiamo dallo schema subdolamente proposto dall'autore, ci accorgiamo come il racconto abbia al centro la Donna. Un chiaro suggerimento è già nei versi citati da Dostoevskij in avvio della seconda parte: "quando, dalle tenebre dell'errore, /(...) mi raccontavi la storia di quanto era stato prima di me/e all'improvviso, coprendoti il viso con le mani,/sopraffatta dal dolore e dalla vergogna,/indignata e sconvolta,/ tu piangevi..." (Nikolàj Nekràsov 1846). Qui è una giovane prostituta, Liza, che il protagonista incontra in un postribolo e che invita a cambiare vita, offrendole il suo aiuto. L'aveva affascinato il suo > volto fresco, giovane, palliduccio, con le sopracciglia diritte e scure e uno sguardo severo, come un po' stupito. Nel farle l'avventata promessa di redenzione, il nostro protagonista non è mosso da una vera empatia. > Un pensiero sordido nacque nella mia mente e serpeggiò per tutto il mio corpo come una sensazione sgradevole, simile a una discesa in un sotterraneo umido e muffoso. (...) Ora invece mi si chiarì l'dea assurda, disgustosa come un ragno, della depravazione, che senza amore, in modo brutale e volgare, comincia proprio da quello il coronamento dell'amore vero. C'è come un lieve confine tra la sopraffazione, il piacere di umiliare, e l'affetto sincero e puro per una Donna, tra l'amore come voluttà e l'Amore senza sé e senza ma. E quando Liza si presenta a casa del protagonista, quest'ultimo porta avanti un gioco crudele, di offese e di ripicche, quasi che fosse colpa della povera ragazza se lo avesse sorpreso con una vestaglietta > sudicio, misero, disgustoso, (...) una canaglia, un farabutto, un fannullone, non più l'eroe del loro incontro al postribolo. Ed allora *accadde un caso strano*. Umiliata, offesa, dinanzi all'avvilimento, Liza > aveva capito, fra tutto, quello che una donna intuisce sempre prima di ogni altra cosa, se è veramente innamorata, e cioè che ero infelice. (...) Non immaginavo neppure che non era venuta per avere parole pietose, ma per amarmi, perché per una donna solo nell'amore risiede ogni resurrezione, ogni salvezza, da qualunque rovina e ogni rinascita, che non può manifestarsi se non nell'amore. Purtroppo > siamo nati morti, e già da tempo non nasciamo più da padri vivi, e ci piace sempre di più. Non sappiamo riconoscere ed accettare l'Amore. Il racconto è un'analisi esistenziale, introspettiva e filosofica di un anti eroe, o meglio di una scissione dell'Io, tra la nostra autorappresentazione nella fantasia e nella letteratura, e la vita concreta, in cui non siamo più grandi uomini, ma esseri meschini e malvagi. Non so se D'Annunzio abbia mai letto "Memorie del sottosuolo", ma senza dubbio il protagonista del racconto pare preannunciare i personaggi dei romanzi e delle opere teatrali del nostro scrittore: superuomini nell'arte e abbietti nella vita. Non è il protagonista-narratore che ci rimane scolpito nella nostra immaginazione, anzi alla fine ci annoia il fluire ridondante delle parole, dietro cui si rifugia; è Liza ad emergere pian piano, da misera prostituta a donna ferita nel suo amore tradito, nel suo orgoglioso rifiuto di un compenso, che brutalmente le viene elargito. È una figura dinamica, non stereotipata, l'unica figura ad evolversi all'interno di una narrazione statica, in cui le situazioni e i personaggi sembrano inchiodati nelle loro funzioni, a cominciare dal protagonista. Non è un caso che "Memorie del sottosuolo" non abbia avuto un successo di pubblico e di critica, proprio perché mancano la trama e l'evolversi delle figure umane, nella loro dimensione psicologica e spirituale. Perché leggerlo? E' interessante per conoscere la "filosofia" dAi Dostoevskij
Memorie di una principessa etiope
> Quando avevo quattro anni, nella casa di mio padre, la vita aveva il sapore della vera felicità e davanti a me e ai miei fratelli si apriva un'esistenza fiabesca . Ricordi, nostalgia e senso del proprio rango sono i tratti distintivi di questo romanzo autobiografico, ambientato in Etiopia e in Italia negli anni tra il 1925 e il 1946. L'autrice è la figlia del degiac Nasibù Zamanuel, importante esponente dell'aristocrazia feudale, eroe della resistenza contro l'Italia e ucciso avvelenato dall'iprite, della quale fece largo uso l'esercito italiano nell'invasione del 1935. A scrivere il romanzo Martha fu spinta «da un senso del dovere»: far conoscere gli avvenimenti che sconvolsero la sua famiglia e trasmettere la > stupefacente atmosfera che scaturisce dal mio Paese, richiamandone i colori, i sapori e le usanze e la vitalità di un popolo raffinato, generoso e profondamente rispettoso dei dettami dei valori cristiani sui quali ha fondato la sua esistenza stessa (presentazione del libro Roma 17 luglio 2006). Il libro si divide in due parti. La prima narra l'infanzia dell'autrice tramite le storie della madre e gli occhi meravigliati di una bambina. Emerge un mondo abbagliante, sontuoso, magico, lontano dal nostro tempo e dalla realtà stessa dell'Etiopia. Sono quadri di vita che hanno al centro la figura del padre. In un grande raduno mondano dell'aristocrazia feudale, alla presenza dell'imperatore, il degiac Nasibù si presenta > avvolto in un vaporoso sciamma con alti bordi di seta rossi, le larghe spalle dalla cappa di velluto blu arricchita da guarnizioni dorate, (...) in sella del suo magnifico cavallo bianco bardato di ricchi finimenti luccicanti di fregi dorati. (...) Nella nuvola di polvere sollevata dalla corsa tumultuosa lo affiancò una ragazza che cavalcava all'amazzone . E' la futura madre di Martha, figlia di un principe russo, e l'amore pare scaturire dallo splendore dei due principi e dell'alta società etiope. E' inutile farsi domande inopportune, come indagare quale sfruttamento bestiale ci fosse dietro a tanta magnificenza; anche noi, come Martha, siamo catturati da «lontanissimi ricordi» ,quando ci si sente protetti dall'amore dei genitori e i giochi si possono protrarre senza fine e > nessuno avrebbe mai previsto che qualcosa potesse disturbare il corso della nostra vita . Il 3 ottobre del 1935 l'Italia invase l'Etiopia con un esercito di 350.000 uomini, bene armato e sostenuto dall'aviazione. Dopo una gloriosa ma vana resistenza, sfiancata dall'irrorazione di gas nervino, l'Etiopia si arrese. Si dissolve la magia. > La memoria, come cancellata, non mi aiuta a far emergere neppure il più debole ricordo di quei momenti. Di ciò che seguì non mi è rimasto altro che una sensazione di stordimento . Augusto Graziani, nominato viceré dell'Etiopia, accondiscende a salvare l'odiata famiglia del degiac Nasibù, ma la esilia in Italia. Siamo alla seconda parte del libro. Il racconto perde i connotati di fiaba per divenire la dolorosa cronaca di una peregrinazione: dopo un soggiorno a Napoli vengono inviati a Tripoli, poi in un'oasi nel deserto libico, dove, forse, Graziani spera che muoiano di fame e malattia. Riportati a Tripoli vengono mandati a Rodi, successivamente in val di Fassa e quindi a Firenze, dove vivono sino alla liberazione della città, in mezzo a traversie, bombardamenti e stretta sorveglianza della polizia. Ci aspetteremmo un odio verso gli italiani; nient'affatto, non solo il popolo italiano ma gli stessi fascisti, i federali e i funzionari, sembrano mostrare una singolare tolleranza verso la famiglia di Nasibù: insomma, «italiani brava gente!». Non riusciamo a capire se sia l'occhio ottimista della Martha adolescente a vivere gli avvenimenti sotto una luce positiva, o invece l'atteggiamento di benevolenza fosse reale, forse dovuto al rango principesco della famiglia. Poco importa: ciò che manca è il vissuto di Martha, la quale diviene adolescente durante l'esilio; ci sono episodi gustosi (come lo sfollamento a San Giustino e la comunella con i bambini del piccolo borgo), immagini pittoriche della natura, dense di colori, tramite le quali capiamo come la giovane Martha sia stata catturata dalle bellezze dell'Italia. Il nostro Paese deve aver lasciato il segno nella maturazione della giovane principessa, se ella, tornata in Etiopia, ripartirà per un nuovo esilio, perché il paese natale, tanto amato, le sta stretto in fondo. D'altra parte «la vita è una storia»: ricordiamo solo quello che contribuisce alla rappresentazione di noi stessi. Estraniamoci un momento dall'Etiopia, dai crimini del colonialismo italiano, giustamente ricordati da Angelo Dal Boca nella sua appassionata prefazione al libro: soffermiamoci invece sul tema del ricordo. Salvatore Satta in un romanzo purtroppo dimenticato (Il Giorno del Giudizio > , recensito in questo sito) avvicinandosi alla morte, ripercorre la Nuoro della sua adolescenza con una serie di ritratti, e volti remoti ricompaiono (...) e forse mentre penso alla loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno della loro memoria > . Ben diverso è il libro di ricordi di Martha: pur fra tante calamità, del paese e della famiglia, i personaggi e le vicende ritornano in superficie come se illuminate da un luminoso cielo sereno, sotto un firmamento di stelle, tra vivaci colori azzurro-vivo. Quant'è bello questo mondo, mamma, (...) Mi sembra un paradiso!." Esclama la Martha bambina alla vista di Napoli dal mare. Dispiace veramente che il racconto non abbia conservato nella seconda parte la vivezza e la magia della prima. La caduta di tensione, non essere stato in grado, o non aver voluto, evolvere la narrazione verso una romanzo di formazione e, perché no?, di riflessione sociale e politica, sono tutti fattori che pregiudicano la qualità complessiva del racconto, lo rendono alla fine prolisso, banale e noioso. Perché leggerlo? La prima parte è uno splendido affresco della società etiope, una carrellata fantastica di ricordi.
La Mennulara
> Sappiamo poco e niente su di lei, e così è. Il fatto è che era brava nel suo lavoro e le piaceva comandare, e da lì sono nati i problemi di tutti. Ai padroni piace avere gli impiegati bravi, ma non piace essere comandati. Se lʼavessero sentita, sarebbero ancora più ricchi assai, ma noi rimaniamo sempre poveri e offesi anche da morti . Così sintetizza Don Paolino, già autista della famiglia Alfallipe, il destino di Maria Rosalia Inzerillo, detta la Mennulara, deceduta allʼetà di 55 anni. Il romanzo si apre con la morte della donna e dipana lentamente il mistero di questa «criata» (serva): nata da una famiglia poverissima, fu costretta fin da bambina a lavorare alla raccolta delle mandorle (da qui il soprannome); presa al servizio in casa Alfallipe, divenne accorta amministratrice di un patrimonio in dissesto; assunse, infine, la direzione della famiglia, garantendone il sostentamento economico. Così la descrive Orazio Alfallipe, ricordando il giorno in cui si innamorò perdutamente di lei. > La vidi, sottile e minuta. (...) Indossava una sottoveste chiara, bagnata dagli schizzi dʼacqua. Le puntai addosso il binocolo, ammaliato dal ritmico movimento del corpo, dai seni piccoli e pizzuti e dalle giovani braccia armoniose. Era bella. (...) Mi osservava circospetta, ma senza timore. Cosʼè?, disse, indicando il binocolo. (...) Insegnami come si guarda, disse. (...) Mi cresceva in petto un senso di meraviglia che mi annientava... La morte della Mennulara sconvolge la cittadina di Roccacolomba, in una Sicilia senza tempo: la gente commenta, spesso con giudizi fortemente critici, la vita della donna, spettegola sul funerale ed in particolare sul comportamento degli Alfallipe. Questi sono convinti che la Mennulara tenesse nascosto una notevole disponibilità finanziaria; si aspettano una ricca eredità, ma non trovano disposizioni testamentarie in questo senso. Sempre più indispettiti, non si attengono alle direttive della donna in merito al necrologio e al funerale. Ma anche nella tomba, la donna continua a dirigere la famiglia, costringendola a fare come dice lei; in particolare, dà istruzioni precise per recuperare antiche ceramiche greche e farle valutare da un esperto. Poiché questi manufatti erano stati acquistati da tombaroli, e pertanto non potevano essere messi in commercio, la Mennulara ne aveva fatto fare delle copie, ed erano queste oggetto della perizia, così da avere un attestato che certificasse la falsità delle ceramiche e quindi permettesse di portarle allʼestero, per essere vendute. Nella loro avidità e dabbenaggine gli Alfallipe non immaginano un espediente così abile; il disprezzo per la Mennulara, una «criata», li porta a intravedere chi sa quale inganno. Ma se gli aveva serviti per tutta la vita, salvando il loro patrimonio? Era comunque una serva. Quando leggono la perizia, pensano di essere stati beffati, sono sopraffatti dalla rabbia e dallʼodio per la donna,con furia distruggono le copie false ed anche gli originali autentici. Dinanzi al paese sbalordito e divertito, si privano dellʼ eredità tanto attesa e dissipano gli ultimi rimasugli di onorabilità. Con la devastazione delle ceramiche annientano pure «il muto testimone» della relazione tra Orazio e la Mennulara, e della loro comune passione per lʼarte e la storia. Si devono rispettare i sentimenti di una «criata» in una Sicilia senza tempo? No di certo. La domanda è se la Mennulara sia una figura positiva, trainante del cambiamento sociale, o la sua storia sia, una volta ancora, la testimonianza di una sconfitta, lʼaccettazione di un destino inevitabile ed immutabile. Ebbene, la Mennulara ha creduto di potersi elevare («si era estraniata dalla gente sua pari») senza cambiare le gerarchie sociali; ha rinunziato a tutto, ha subìto una relazione nascosta con il padrone, ha sopportato il disprezzo degli Anfallipe, dei quali era il fondamentale sostegno, alla fine non è riuscita a preservare il suo lascito spirituale, la collezione di ceramiche, la testimonianza di unʼesistenza. La Mennulara è una sconfitta. Ma lo sono pure i tanti personaggi di Roccacolomba: spettegolano, talvolta sembrano ribellarsi, altre volte esprimono sagge e benevoli riflessioni, ma sempre si piegano al potere e allʼimmobilità sociale. Questo è il senso profondo del romanzo, così come della figura della Mennulara: non cʼè futuro civile per la Sicilia. Il romanzo é pressoché perfetto sino a pagina 152, fino alla scena della distruzione delle ceramiche. Poi, non si sa bene per quale ragione, lʼautrice ha sentito il bisogno di svelare la vita della Mennulara, ricorrendo, tra lʼaltro, a lunghe spiegazioni e non alla trama e al sistema dei personaggi. È stato inutile, dannoso per il ritmo complessivo della narrazione. È stato un peccato, perché ha fatto perdere tensione al racconto. Perché leggerlo? È piacevole, interessante, «un divertimento maestoso» (Aldo Busi)
Menzogna e sortilegio
Elisa si aggira per le stanze, nel silenzio e nella solitudine, e quando si imbatte a tradimento nella sua immagine, le sembra di vedere > una forma muoversi in queste funebri acque solitarie, (...) come una medusa , non una santa: «piuttosto una strega». È proprio per spiegare il sortilegio, che lʼha portata a rinchiudersi in poche camere, Elisa ci offre il racconto della sua famiglia: ed è «unʼapparenza di ombre», un «morbo fantastico», che parla di amore e di morte, come nei libri di fiabe: «di te Finzione, mi cingo, fatua veste». Il romanzo si può articolare in due parti. Nella prima Elisa non ha conosciuto i fatti e i personaggi, dei quali narra: tutto è filtrato da reminiscenze di chi era ancora vivente quando lei era bambina, o da indizi, carte e luoghi. Dʼ altra parte, > il passato e il futuro sono due campi di nebbia e di vertigini, che i vivi non possono esplorare se non con la fantasia e con la memoria. (...) A che serve sondare questa reggia della morte? Il solo tentativo di sondarla produce angoscia e nausea, come quando ci si affaccia ad un precipizio . Non sapremo mai se ciò che ci racconta sia vero, anche perché sembra la narrazione di un grande inganno, di menzogne, che vogliono rivestire di «fuoco e splendore» la persona amata. Così il nonno materno è un furfante ed un ignavo, ma avvince la figlia Anna con storie meravigliose, di viaggi, gioielli, onori e gloria; ed Anna dimentica di vivere in povertà e scarica la sua rabbia sulla madre Cesira, donna gretta e disperata. I nonni paterni sono laboriosi contadini e potrebbero essere unʼancora di solida concretezza: il figlio Francesco è però nato da una relazione fugace della madre con un malandrino, anche lui affabulatore e venditore di "fumo > . Non ci si deve stupire se Francesco, andando a studiare in città, si presenta come un barone, per di più con idee rivoluzionarie. E che dire di Edoardo, il ricco cugino della misera Anna: affascinante, di lineamenti femminei, vacuamente intelligente, innamorato di sé stesso, pronto ad amare, illudere e tradire chiunque, solo per lʼambiguo piacere di divertirsi. Troppo ingenui Anna e Francesco per non cadere nelle sue spire tentatrici: Anna si innamora del cugino, sognando un legame, che non potrà mai concretizzarsi per la differenza di censo e soprattutto per il carattere di Edoardo, troppo superficiale per un rapporto duraturo e responsabile; Francesco crede di aver trovato un amico sincero in Edoardo, e non si accorge che è condotto per mano da un amore vero (quello della prostituta Rosaria) ad uno vagheggiato e idealizzato, la passione per Anna. E così Anna e Francesco si trovano sposati, come in un sortilegio: Anna ama Edoardo e si unisce a Francesco per disperazione, questʼultimo ha ingannato la donna, spacciandosi per ricco proprietario e giovane in carriera. A questo punto entra in scena Elisa, non più solo narratrice. Finito è dʼora innanzi il mio privilegio dʼassistere, sola spettatrice, a una commedia di spiriti. (...) Una lucida insonnia sʼimpadronisce di me, e io, nella camera taciturna e spopolata, altro non potrò interrogare dʼora innanzi che la mia vera memoria. Altro non potrò raccontare, cioè, se non le cose che vidi coi miei occhi, udii coi miei propri orecchi, e di cui mio padre e mia madre, nella loro diversa insania, mi fecero confidente e testimone > . Essere protagonisti è un atto di maturità, e nel contempo di dolore, perché non ci si può difendere con la rimembranza immaginaria. I ricordi, come animali giaciuti in letargo, si scuotono al mio richiamo, e si avvicinano a me con passi vellutati e funebri > . Lʼesperienza dellʼElisa adolescente è veramente straordinaria; non è solo partecipe di una relazione cattiva e perversa, causa del declino psicofisico dei suoi genitori; la ragazza è inghiottita in una sorta di triangolazione che vede da un lato Francesco ed Anna e dallʼaltro il fantasma di Edoardo, morto di tisi. Per compiacere Concetta, la madre ormai pazza di Edoardo, ma in realtà per appagare sé stessa, Anna inventa un epistolario di lettere del cugino. Che virtù aveva questa finta corrispondenza? Vi abitava, piena di festa e di fuoco, un Pensiero: (...) aveva movenze ispirate, costume cavalleresco, e una civetteria gettata, in guisa di spavalda e leggera armatura, sullʼamara sua voluttà. Inoltre, la sua bellezza ombrosa, sventolava come orifiamma la fatuità adolescente, la cara, veniale fatuità > . Ma chi era veramente lʼautore di questo carteggio? Il Cugino nella sua forma eterea di fantasma, o Satana, come potrebbe risultare dai timbri infernali > delle lettere, o Anna stessa, come avrebbe detto qualsiasi medico, ibrido frutto dʼuna povera mente morbosa«. Se così fosse,»il finto Epistolario si trasforma in me in uno specchio, in cui lʼamato viso di Anna mi appare così imbruttito e stravolto, che memoria, volontà e fantasia mi suggeriscono di scegliere una menzogna in luogo di questa diagnosi. (...) Di Anna, di questo duplice mio idolo, della mia dormiente, preziosa Fenice, fa un oggetto di miseria e di pietà. E infine, sullʼEpistolario fantastico, sul nostro carteggio famoso, sparge il triste pallore dellʼinsania, e lʼinforme noia della morte > . Ed allora lʼEpistolario fantastico, così come tutto il romanzo, viene ad essere una strofa dʼamore«, un modo disperato con il quale»lo spirito che presiede alle fanciullaggini«cerca di vincere la morte,»almeno per gioco. Il romanzo ha un impianto ottocentesco: trama complessa, meticolosa descrizione degli ambienti, analisi approfondita dei personaggi, scrittura riccamente vaporosa, di una eleganza raffinata. Non bisogna, tuttavia, lasciarsi ingannare; se amore e morte sono tra loro strettamente intrecciati, perché appena si ama si sa già che la persona amata si estinguerà, solo sognare, fantasticare, mentire agli altri e a sé stessi, ci permettono di sopravvivere, di limitare la sofferenza. Il sortilegio sta in questo: Elisa preferisce chiudersi nelle stanze solitarie, ad inseguire le proprie ombre, invece di misurarsi con la realtà e ripercorrere le insane aspirazioni di chi lʼha preceduta. Il romanzo non parla forse della coscienza di Elisa? Esso non può essere frutto della sua mente malata? Lo sa solo il Gatto Alvaro, compagno fedele di Elisa. Quando ogni luce è spenta, accendi al nero le tue pupille, o doppiero del mio dormiveglia, e sʼincrina la tregua solenne, ardono effimere mille torce, tigri infantili sʼinseguono nei dolci deliri". Nel leggere Menzogna e Sortilegio la mente corre a Thomas Mann. Siamo nel Meridione dʼItalia, i colori e i personaggi sono quelli del nostro Sud; eppure cʼè la stessa demolizione del romanzo tradizionale e si respira la medesima aria di decadimento, di lento declino verso la morte. Dispiace lʼeccessiva lunghezza: siamo dinanzi ad unʼopera di grande originalità, che meriterebbe di essere nuovamente scoperta e letta. Perché leggerlo? Una splendida scrittura e viva la fantasia!
Il mercante di libri maledetti
La terza di copertina accosta il libro al Nome della Rosa di Umberto Eco e ai Pilastri della terra di Ken Follett. Niente di tutto questo: se si vuole proprio trovare un riferimento letterario, si può parlare del Codice da Vinci. Siamo nel medioevo. Un mercante giunge in un monastero del Polesine. È alla ricerca di un libro misterioso, ma anche di un giovane novizio, che è cresciuto tra i monaci. Da qui inizia una sorta di caccia al tesoro per i principali monasteri dʼEuropa ( non poteva ovviamente mancare Santiago di Compostela) per recuperare parti del misterioso libro e comporre così, con diversi indizi, un puzzle di accezioni e formule magiche. In questa ricerca il mercante e i suoi compagni ( il giovane novizio e un valoroso cavaliere francese) sono inseguiti dai cavalieri di Sainte - Vehme, un misterioso e potente ordine cavalleresco. Si assiste a numerosi agguati, a sorprese e colpi di scena. Ovviamente, il racconto ha un lieto fine, ma lascia il lettore deluso perché non capisce cosa abbia di importante il libro così a lungo cercato: che sia lʼennesima fandonia? Il romanzo è chiaramente un thriller, che manca, tuttavia, di tutti gli ingredienti che possono dargli spessore e caratteristiche distintive. La collocazione nel medioevo è inutile. Al di là del susseguirsi di monasteri, non cʼè una approfondita e suggestiva ambientazione, che sia il frutto di una reale conoscenza dei costumi e della cultura di quel periodo storico. I personaggi sono piatti e la stessa figura del mercante, che potrebbe avere qualche fascino, risulta fredda, incomprensibile e superficiale. Il libro è ricco di colpi di scena, che tuttavia non sono introdotti da una atmosfera di suspense, per cui sono prevedibili, sia nel succedersi che nelle conclusioni. Sembra quasi lʼautore abbia lavorato soltanto sulla trama, andandosi ad ingarbugliare in una successione di episodi e circostanze. Perché non leggerlo? A meno che uno non sia molto stanco e abbia bisogno di una lettura che richieda poca concentrazione, è inutile perderci del tempo.
Messaggeri dell'oscurità
Il romanzo riguarda una serie di casi di evirazione e poi di omicidi, che si scoprirà essere il frutto dell’attività di una setta. Si tratta di unʼopera poco riuscita e senza dubbio non all’altezza degli altri libri dell’autrice. È un racconto noioso, piatto e in certi momenti artefatto (si pensi al soggiorno in Russia): manca l’aspetto originale dei libri della Bartlett che è rappresentato dalla descrizione del carattere dell’autrice, del suo modo di vedere e di affrontare la vita.
Mi piaci da morire
Monica vive a New York e vorrebbe fare la scrittrice, invece lavora in un negozio di abbigliamento. Dopo una serie di disavventure sentimentali, conosce un editore inglese (un vero e proprio «principe azzurro»), che non solo si innamora della ragazza ma le permette di pubblicare un libro. Si tratta di un romanzo pieno di luoghi comuni (Monica vive con una svampita portoricana, che rimane incinta, e con un gay), di sdolcinature e di ovvietà. La storia potrebbe essere ambientata a New York come a Roma e manca totalmente di qualsiasi approfondimento dei sentimenti e delle vicende. Ma questi libri hanno successo?
Microcosmi
Microcosmi è un insieme di > frammenti che a poco a poco si compongono in un romanzo ordinato, la cui struttura e il cui senso (gli) si rivelano alla fine, come accade nella vita . E la vita è un insieme di luoghi, > luoghi e cose, difficilmente separabili dalle persone amate e dallʼimmagine del mondo che le avvolge . Il primo frammento è il Caffè San Marco a Trieste, che dà il segno alla narrazione: un viaggio dove non ci si muove mai. > Seduti al caffè, si è in viaggio; come in treno.... non si può apporre a nulla una vanitosa impronta personale, non si è nessuno. In quel familiare anonimato ci si può dissimulare, sbarazzarsi dellʼio come di una buccia . E che cosa cʼè di più immobile e nel contempo vitale delle lagune e dei grandi boschi? Il racconto procede con la descrizione ricca di suggestioni e di ricordi del mare di Grado e delle foreste del Monte Nevoso. Qui il bosco non è un luogo naturale o fantastico, ma è > insieme esaltazione e cancellazione di confini, una pluralità di mondi differenti e contrapposti, pur nella grande unità che li abbraccia e dissolve . il capitolo successivo, dedicato alle colline torinesi, crea una placida e dolce atmosfera ( forse anni sereni e felici dellʼautore), che ci fa pensare che > anche sparire potrebbe essere una festa, come perdersi fra le colline che di sera sembrano un mare, grandi e calme onde del respiro lungo, possente . E viene voglia di «salire in camera e lasciare che il mondo si arrangi». I capitoli seguenti ( Assirtidi, che riguarda le isole della Croazia, in particolare Lussino e Cherso) e Antholz ( una valle dei Tirolo) portano a luoghi ( non detti esplicitamente) di vacanza dellʼautore. Sono le pagine meno felici del libro, troppo ricche di citazioni storiche e di ambienti difficilmente identificabili dal lettore. Con il capitolo dedicato al «Giardino pubblico» ( una vera chicca letteraria), Magris ci porta bruscamente alla propria infanzia facendola emergere in un bambino, che porta un pesce rosso agonizzante nel piccolo lago del giardino per cercare di farlo sopravvivere. Il Giardino è un luogo di svago, ma anche di proibizioni. Inoltrarsi nel giardino è per il bambino come immergersi nellʼacqua profonda, trovarsi «oltre tutte quelle porte che di solito sbarrano lʼingresso nel suo cuore segreto». Il Giardino pubblico rispecchia la complessità e la varietà dellʼanimo umano. Lʼio è come il Giardino una foresta oscura, un insieme di luoghi aperti, di grandi alberi secolari, di anfratti: > la foresta è tuttʼintorno, ma non si è dentro la foresta, soglie invisibili sbarrano il cammino... si è fuori, esclusi dal bosco, che forse incomincia un metro più avanti, ma la porta per entrare e arrivare dove cʼè quel rosicchiare e borbottare non si trova . Il ritorno del bambino a casa introduce al capitolo finale, dal misterioso titolo «la volta», che finalmente parla esplicitamente di un episodio della vita dellʼautore, facendo emergere con estrema tenerezza la figura della madre. Come in un sogno, il bambino ricorda un bombardamento aereo e la fuga in un rifugio, dentro una chiesa. Il bambino ha paura ma è insieme con gli altri («in tutta la chiesa, ci si salutava, ci si dava la mano, qualcuno si abbracciava») ed allora > non si stupì di vedersela accanto... mettiti a dormire, gli disse, ti sveglio io quando è il momento . Ha paura ma sente delle voci che lo rassicurano. Sono > due voci, quasi identiche alla sua, i figli, che avevano riempito la casa, i giorni, la vita, e gli dicevano di non aver paura . Il ciclo della vita si chiude, dallʼinfanzia alla vecchiaia, tra le persone amate. Microcosmi ha diverse qualità: lʼespediente letterario dellʼautore di narrare luoghi e persone della propria vita senza mai ricorrere allʼio, una scelta felice in una era, come la nostra, così narcisistica; la scrittura estremamente elegante, che sovente si innalza a livello della poesia; la profondità e lʼacutezza di molti pensieri, messi lì con noncuranza, dei veri e propri aforismi. È difficile individuare un senso complessivo a frammenti di narrazione. Si può dare, forse, una lettura psicoanalitica: riandare ai luoghi più significativi della sua vita permette allʼautore di ritornare alla propria infanzia, alla madre e di trovare un legame tra i diversi momenti della vita. Ricorre poi la metafora della porta, ossia della difficoltà di entrare, ma dove?, forse nella propria coscienza. I pregi del libro sono anche i suoi difetti: non cʼè una trama, i riferimenti e le disgressioni sono spesso noiose, lo stile narrativo scivola facilmente nella ricercatezza erudita, perdendo di schiettezza. Si sente il colto germanista, un pò snob e poco accogliente. Perché leggerlo? Leggere tutto il libro è pesante. Vale la pena di soffermarsi solo sui capitoli dedicati al Caffè San Marco, alle colline torinesi e al giardino pubblico, questʼultimo un vero e proprio capolavoro.
I miei giorni alla libreria Morisaki
La spinta a leggere questo breve romanzo nasce dal desiderio di capire perché si leggono i libri, e di conseguenza per quale motivo si è avvinti dalla libreria, questo singolare negozio dove negli scaffali sono riposti volumi di carta, grandi e piccoli, ma sempre affascinanti e accoglienti. Chi di noi amanti dei libri non vorrebbe lavorare in una libreria! In questo caso parliamo di una rivendita di libri usati, alcuni di valore altri commerciali, in un quartiere di Tokyo, dove su entrambi i lati della strada si vedono solo librerie. «Un parco giochi per gli amanti dei libri», mormora Takako, la protagonista narratrice, dopo che è uscita dalla stazione della metropolitana. Ha lasciato un lavoro sicuro dopo una fallimentare storia d'amore e vive da tempo rinchiusa in casa, a dormire tutto il giorno. Le ha telefonato uno zio, uno strambo individuo che ha ereditato la libreria del bisnonno e le ha proposto di dargli una mano nella conduzione del negozio, offrendole pure un piccolo alloggio, zeppo di libri, polveroso, con un fortissimo odore di muffa, una tana perfetta per una depressa come Takako. C'è il rischio che la vita quotidiana non cambi veramente; dopo alcune ore in libreria può infilarsi sotto le coperte a dormire. Ma ci sono i libri. > Quei vecchi libri nascondevano storie per me inimmaginabili. E non mi riferisco solo a ciò che raccontavano. In ognuno ritrovai tracce del passato . In particolare la ragazza rimase colpita da una frase di Kajii Motojiro (scrittore giapponese vissuto nella prima parte del Novecento): > che significa guardare? Significa trasferire su un oggetto parte della nostra anima, se non la sua totalità . E' un evidente approccio scintoista, tipico della cultura giapponese, che rivela il nostro rapporto con il libro: nella lettura si sente un'affinità con lo scrittore e nel contempo si capisce meglio sé stessi, in un coinvolgimento misterioso che si alimenta delle parole ed anche dell'odore e del tatto dell'inchiostro e della carta. Il libro è come un albero, dei fiori e i loro insetti, degli animali, un paesaggio, un' opera d'arte,: è qualcosa che parla tramite segni fisici. Presto però Takako percepisce i limiti del libro. > In libreria avevo trovato calore e serenità, ma non potevo accontentarmi, o non sarei mai cresciuta. Sarei rimasta fragile. Dovevo andarmene, riprendere in mano la mia esistenza . Siamo a pagina 59, fin qui il racconto è intrigante: da qui in poi scivola in una storia banale e dolciastra di una ragazza in cerca di sé stessa. Di certo sarebbe stato esagerato aspettarsi un libro sulla letteratura come quello di Nafisi Azar («Reading Lolita in Tehran» vedi la recensione in questo sito); ci saremmo accontentati del «Il gatto che voleva salvare il libro» di Natsukawa Sosuke (si veda la recensione in questo sito), racconto prolisso e talvolta banale, eppure accattivante nella sua atmosfera vaporosa e misteriosa. Trattare il nostro indecifrabile legame con il libro e la libreria come ha fatto l'autore agita in noi delusione e indignazione ad un tempo. Perché non leggerlo? E' superficiale.
La miglior vita
Il romanzo è ambientato in un piccolo villaggio dellʼIstria, in un arco di tempo che va dallʼinizio del novecento agli anniʼ70. Il racconto attraversa le grandi vicende del secolo appena trascorso: gli ultimi anni dellʼimpero austriaco, la prima guerra mondiale, lʼannessione allʼItalia, la guerra partigiana ed infine la collocazione nella Jugoslavia, a seguito del trattato di pace del 1947. Sono avvenimenti storici di grande impatto per una comunità ai confini, composta di croati e di italiani: i primi in maggioranza e generalmente poveri contadini, i secondi una minoranza di ricchi proprietari. Ma non è il tema sociale che interessa lʼautore, anche se, ovviamente, traspare continuamente lungo la narrazione, soprattutto nel frequente ricorso alla mescolanza linguistica di croato e di italiano, uno dei tratti più attraenti del libro. Il tema del racconto è tutto interiore e può essere ricondotto ad un argomento: la religione e la sua funzione per lʼindividuo e per una piccola comunità. Tomizza immagina che un anziano sagrestano narri la sua vita, e quella dei suoi compaesani, attraverso la storia dei parroci, che si sono succeduti nel corso degli anni. > Con quanti preti non avevo avuto a che fare: preti con madri, con sorelle, con perpetue, e preti soli. Nelle ore insonni mi giravano davanti agli occhi come una giostra che specchiava me e al tempo stesso la situazione politica del loro periodo. Arzigogolavo nel buio che ognuno avrebbe potuto mostrarmisi migliore e ognuno peggiore, a seconda dei tempi ma anche in virtù di un mio diverso modo di essere e di valutarli. (...) Perché rimanevo? Difficile rispondere oggi, perché difficile è trovar credito. Sentivo di servire la chiesa e con essa di servire la comunità, non i preti destinati tutti a passare. Mi ero sposato con quel servizio, con quel dovere, prima ancora che con Palmira, e tutto il resto veniva dopo, Palmira compresa. Ma intendevo assolutamente aprire unʼaltra strada a nostro figlio, e questo impegno anche agli occhi di lei in parte mi riscattava . Questa citazione sintetizza il lungo percorso del protagonista - narratore, che lo porta ad allontanarsi dalla religione, mentre assiste alla decadenza della parrocchia, che serve per tutta la vita. > La chiesa è un edificio come un altro, finirà comʼè prevedibile, senza destare grandi impressioni: in cima alle colline si vedono ancora muri di chiesette dei secoli passati, avvolte dai rovi. Ma da allora ci fu una ripresa, e la gente ritornò anche nei campi. Succederà ancora? Ne dubito. Nato da un sagrestano, lo diviene ancora giovane. I preti che si susseguono sono profondamente diversi tra loro: alcuni ignoranti e rozzi, altri prepotenti ed arroganti, altri ancora fragili individui, pronti a peccare con il vino e le donne. Solo uno, un giovane prete croato, sembrò rispecchiare ciò che ci si aspetta da un sacerdote. Ma poi, quando lo rivedrà vescovo, si accorgerà che anche lui è diventato falso ed ipocrita. > Da lui mi sarei aspettato di sentire, o perlomeno di leggergli in volto, il disinganno, le ulcerazioni che non potevano non essersi prodotte. (...) In altri tempi non sarebbe stato più fiero, se non più pietoso? . Ed allora al vecchio sagrestano, senza più un parroco da servire, non rimane che essere il cronista della sua gente. Nelle ultime pagine del libro, estremamente suggestive, il protagonista racconta le vicende di alcun suoi compaesani, come la gnagna Zvana Zuncolin, «donnetta curva e nera», o Michelin, un tempo «un bellʼuomo scuro con gli occhi da zingaro», che ha trascorso una vita da ubriacone per dimenticare la donna amata: è rimasto famoso per una frase, «per lʼuomo non ci sono pezzi di ricambio». Lo stile narrativo non è sempre facile, ma la lettura è spedita perché si rimane avvinti dalla storia di una comunità, prima isolata e nascosta, poi sempre più coinvolta dai grandi avvenimenti. Nel racconto di Tomizza, mai folcloristico e nostalgico, la religione si mescola con le ancestrali usanze pagane e con i nuovi costumi, apparentemente laici ed anticlericali. È la chiesa è sempre lì, «in qualche modo presente e basta», con i suoi registri, di nati e di morti, scritti un poʼ in croato e un poʼ in italiano, con calligrafie chiare ed oscure: una presenza, dalla quale il protagonista vorrebbe sfuggire, ma non può, perché > aderiva perfettamente a quella che da sempre avevo imparato a conoscere e per comodità uso chiamare (vita) ordinaria, ma non vi combaciava del tutto pur incantandomi, pur aiutandomi a scoprire tratti nascosti o non rilevati della vita vera . Ma in questo accontentandosi del «proprio pieno potere», la religione non risolve il mistero della morte, lasciando lʼindividuo solo e dubbioso nel momento più grave della vita. > Scende sulla terra il vuoto dei cieli o su di noi si spalanca la miglior vita? Questo non sapevo, che il mondo muore a ogni morte di un uomo . Perché leggerlo? Lasciatevi incantare dalla storia di una vita ordinaria, in un piccolo villaggio dellʼIstria, tra Croazia ed Italia.
Miguilim
> Un certo Miguilim viveva con la madre, il padre e i fratelli, assai lontano di qui, (...) nel Mutùm. In mezzo al Campo Gerais, ma in un avvallamento in zona di foreste, terra nera, alle falde delle montagne. Miguilim aveva otto anni . Con questo incipit da fiaba Guimares Rosa narra una grande famiglia contadina dal punto di vista di un bambino. > Miguilim non aveva voglia di crescere, di essere una persona grande, i discorsi delle persone grandi erano sempre le stesse cose secche, con quella necessità di essere violente, cose spaventate . In una famiglia sprofondata nella miseria (il papà > urlava che lui era povero, sul punto di divenire miserabile, di dover chiedere l'elemosina ), Miguilim vive al centro di un nucleo sociale complesso, fatto di persone e animali: il padre violento, lo zio che tresca con la mamma, la nonna stramba di una saggezza severa e atavica, la serva strega, «così nera nera, come deve essere la Morte», i bovari e la gente del villaggio, gli animali da cortile, e tanto ancora; ma nessuno è come il fratello Dito, sicuro, protettivo, capace di fronteggiare il padre. > Di colpo, scoppiò. (...) Ed ecco il tuono! Tuonò enorme, una quantità di volte; tutti si tappavano le orecchie, chiudevano gli occhi. Allora Dito si abbracciò con Miguilim. Dito non tremava, solo era più serio. (...) Dito era furbo e pacifico. (...) Dito non litigava sul serio con nessuno, (...) Miguilim voleva sempre non litigare, ma finiva per litigare con tutti. Che bello essere come Dito: adatto a tutti gli orari delle persone... . Miguelim è fragile, non adatto al lavoro contadino, ha paura di inoltrarsi da solo nella foresta per portare il pranzo al padre che lavora nei campi, e a nulla valgono le parole assicuranti del bovaro quando Miguelim gli chiede se lui è malfatto, né gli abbracci e i baci della serva strega e neanche lo strofinio del gatto Sossoe, > gli occhi di un verde tanto meno vuoto --- era una luce dentro un'altra dentro un'altra, dentro un'altra, senza fine . Miguilim è come se vivesse in un suo mondo, magico, incomprensibile, meraviglioso e terrificante. Non c'è da stupirsi che la morte di Dito sconvolga il bambino, quasi impazzisce, non può più nascondersi dietro le sicurezze del fratello, deve andare pure lui a lavorare nei campi, in uno zappare sfaticante sotto il sole. Come in una bellissima fiaba, arriva a salvarlo un cavaliere; si rivolge proprio a lui, al piccolo Miguelim, e gli porge degli occhiali. > E Miguilim guardò tutti, con tanta forza. (...) Guardò le foreste scure in cima alla montagna, qui la casa, la siepe di fagioli selvatici e di sao-caetano ; il cielo, il recinto del bestiame, il cortile, gli occhi rotondi e le alte vetrate del mattino. (...) Il Mutùm era bello. Adesso lui lo sapeva. Se in «Il mare non bagna Napoli» di Anna Maria Ortese (si veda la recensione in questo sito), gli occhiali sprigionano una realtà insopportabile per una povera ragazza dei bassi, qui, invece, le lenti hanno un potere salvifico, quasi che solo la conoscenza della realtà permetta di meglio sopportarla. Un finale fiabesco conclude in bellezza l'infanzia del piccolo Miguelim, e preannuncia il grande racconto sociale del capolavoro di Joao Guimares-Rosa. (si veda la recensione del «Grande Sertao» in questo sito). La grande famiglia contadina ha caratterizzato la struttura sociale del nostro Paese sino agli anni '50 del Novecento. Eppure non ci sono grandi romanzi che narrano del mondo mezzadrile e colonico. Pinocchio è il figlio di un artigiano, i «Malavoglia» sono dei pescatori, Giannino del «Il giornalino di Gian Burrasca» è il tipico ragazzino borghese, le storie di Cuore sono troppo edificanti perché rispecchino una realtà sociale, forse solo lo splendido capitolo «Le quattro stagioni» in «Il Mulino del Po» indaga le dinamiche tipiche del mondo contadino (Per Pinocchio, Malavoglia, il Mulino del Po e il Giornalino si vedano le recensioni in questo sito). Qui invece, Guimares Rosa ripercorre l' infanzia di un bambino all'interno della complessa rete di relazioni d' una realtà misera, tutta rivolta alla sopravvivenza, ma nella quale si agitano sentimenti e si può sognare. Il rapporto tra Miguelim e Dito connota una gerarchia informale in cui il più fragile cerca l'appoggio della personalità più forte, creando una relazione privilegiata e salda, che dà sicurezza e che solo il finale fiabesco può sostituire. Nella sua intensa prefazione Antonio Tabucchi definisce il racconto > un'operetta dal timbro mozartiano, eseguita dal flauto magico di un narratore non comune . E' una definizione particolarmente azzeccata: è il ritmo altalenante di momenti iperrealistici con altri fantastici, «di non storia», che dà quel senso di fascino ambiguo che caratterizza la narrazione. Dietro il facile schermo della fiaba (ma lo è veramente?) il racconto > suscita inquietudine e conserva sempre una valenza non attribuibile, a margine (o al di là) della formulazione speculativa. Qualcosa che ricorda il pensiero selvaggio, che è legato al mistero dell'Essere . (Prefazione di Tabucchi). Perché leggerlo? Bellissimo!
I milanesi ammazzano al sabato
Il romanzo è ambientato nella Milano degli anni’60. Un commissario di polizia viene chiamato a indagare sulla scomparsa di una ragazza, molto bella ma minorata psichica. Ritrova il cadavere, bruciato ai bordi della strada, e scopre un giro di prostituzione. Mediante una serie di indagini presso il mondo della malavita e le case di tolleranza, individua gli assassini ma arriva troppo tardi perché sono già stati uccisi dal padre della ragazza. Quest’ultimo, un brav’uomo, viene trascinato a commettere un delitto per la lentezza e l’incapacità della polizia a risolvere il caso. Si tratta di un noir molto pesante e comunque amaro: una città violenta, priva di scrupoli e una polizia disattenta. Il racconto è ben costruito, con un ritmo narrativo piacevole anche se i colpi di scena appaiono un po’scontati. L’interesse dell’autore sembra essere più la descrizione dell’ambiente che la costruzione della trama.
Mille anni che sto qui
Il tempo si riempie «di gallerie lunghissime e comunicanti», un labirinto che non è detto porti da qualche parte. Alla base del libro cʼè un idea esistenziale: la vita è un insieme di bivi imprevedibili e può trovare solidità e certezza solo nella ricerca delle radici, la propria terra e i propri antenati. Gioia è una ragazza di Matera che è scappata per cercare una libertà, che mai sua madre, sua nonna e lei stessa sarebbero state capaci anche solo di immaginare. Percorre > una breve stagione di libertà e di appartenenza, confusa nella folla, nelle piazze italiane, Roma, Bologna, Firenze Ponte Vecchio, dorme con un ragazzo svizzero con la pelle liscia come una ragazza.... grida gli slogan P38 ti spunta un foro in bocca, si commuove alla vista delle bandiere rosse, usa le loro aste come mazze, si cala il fazzoletto rosso sul viso, pensa di avere il futuro fra le mani . Coinvolta, suo malgrado, nel terrorismo fugge a Parigi, dove fa lʼattrice, lavora in un call center erotico e si perde tra molti uomini, il più delle volte facendosi usare. Ma quando > era diventata una giovane donna perfetta come la materia inorganica, sottratta allʼimprevedibilità del tempo si chiede > a che serve?, a chi ne avrebbe reso conto? Ora che poteva essere chiunque, non era più nessuno . Allora sente il bisogno di ripercorrere allʼindietro, > momento per momento, tutto quello che portava lì. Così senza accorgertene ti perdi nella storia . Gioia risale la storia dei suoi antenati, a Grottole, piccolo paese della Basilicata. Il punto di partenza è il 1861, lʼanno dellʼUnità dʼItalia, e da lì parte per narrare le vicende della sua famiglia, in particolare delle donne che sono stati determinanti, con la loro forza e il loro carattere. Ne risulta un racconto sociale e familiare ad un tempo: un affresco di una Italia povera e abbandonata, immobile per un secolo per poi trasformarsi rapidamente negli anni del boom economico, dopo il 1960: il dissolvimento dei legami familiari, di una vita comunitaria che rappresentava la gabbia ma anche la forza della società contadina. È emblematica, da questo punto di vista, la triste quotidianità dei genitori di Gioia, Rocco ed Alba, che guardano lo stesso programma televisivo in stanze diverse, se questa incomunicabilità viene messa a confronto con la vita dei loro nonni e bisnonni, che lavoravano, mangiavano, litigavano, vivevano tutti insieme. Non cʼè più quel mondo, così saldo e sereno.Gioia, partendo nuovamente, vede dal treno che > la campagna ondulata che aveva cullato la sua nostalgia, nostalgia di un dolore carissimo, di lacrime, di curiosità insoddisfatte, di prigionia, adesso aveva perso la verginità. Lei che ci aveva scalciato contro, adesso si rammaricava della sua perdita e ne celebrava in silenzio un funerale senza lacrime . Il libro può essere distinto in due parti. La prima, ambientata a Grottole, è la ricostruzione, quasi unʼindagine storica, di una struttura sociale e familiare. Il ritmo narrativo risente proprio di questo approccio descrittivo, che solo a sprazzi si alza di livello, verso la trasfigurazione della storia e lʼapprofondimento dei personaggi. La seconda parte, che descrive le vicende di Gioia negli anni ʼ 60 e ʼ 70, presenta uno stile moderno, talvolta confuso ma efficace nel dare il senso del «deragliamento» del personaggio. Particolarmente efficaci sono le pagine nelle quali lʼautrice persegue una sorta di storia parallela: la Gioia che poteva essere una brava ragazza, laureata, ben maritata e con i figli e invece la Gioia reale che si è persa nella ricerca di sé stessa. Lʼesigenza, forse, di dire troppo in poche pagine conduce ad un racconto disordinato, ad una sorta di accozzaglia di azioni e situazioni. Il lettore ne resta disorientato non comprendendo appieno la storia di Gioia. Perché leggerlo? Si legge in modo piacevole, è interessante per la ricostruzione storica e fornisce un efficace contrasto tra modernità e tradizione.
Le mille e una notte volume I
«Le mille e una notte» è un manoscritto arabo probabilmente risalente al califfato Abbaside, tra 750 e il 900 dopo Cristo: il contesto è il favoloso impero di Bagdad, esteso dal Nord Africa alla penisola araba sino all'Asia Centrale e all'India. La scoperta fu di Antoine Galland all'inizio del settecento e da allora il testo si diffuse in Occidente creando stupore e scandalo: nacque l'orientalismo. A causa delle tante versioni dell'opera va precisato che la recensione fa riferimento al testo stabilito sui manoscritti originali da René R. Khawan. Cominciamo con la «Tessitrice delle notti». Il re è stato tradito dalla moglie: un moro «le alzò in aria le gambe, le scivolò tra le cosce e la penetrò». Da quel momento il sovrano decide di prendere in sposa ogni notte una fanciulla e di ucciderla all'alba. La figlia del visir, Shahrazad, la quale «aveva letto libri e scritti di ogni genere», chiede al padre di combinare il matrimonio con il re, dicendo: > o mi innalzerò nella stima dei miei simili liberandoli dal pericolo che li minaccia, o morrò o perirò senza speranza di salvezza, condividendo la sorte di quelle che sono morte e perite prima di me . Il padre cerca di dissuaderla con storie che invitano ad una vita prudente e schiva, ma la figlia, testarda e sicura di sé, gli risponde che potrebbe presentargli altre storie che portano a conclusioni diverse. Ed ecco il fulcro di «Le mille e una notte»: la parola. Con l'invenzione letteraria, l'affabulazione e la poesia si possono affrontare le situazioni più difficili, vincere gli spiriti maligni e, persino, volgere a proprio favore la volontà di Dio. Secondo l'interpretazione generalmente condivisa, in realtà non confermata dalla struttura dell'opera, ogni notte Shahrazad narra una storia al re: affascinato, il sovrano tiene in vita la ragazza per il desiderio di sentire un altro racconto sino a farne la sua sposa per tutta la vita. Miracolo della parola! L'opera ha un modello ripetitivo: c'è un racconto di base all'interno del quale si sviluppano altre storie, tutte finalizzate a convincere e meravigliare l'interlocutore. La narrazione in prosa è intercalata da poesie secondo uno stile tipico della civiltà Abbaside. Conviene lasciarsi avvincere, pur tuttavia è possibile ritrovare alcuni filoni comuni. Nel celeberrimo «Il pescatore e il Jinn» il tema è l'astuzia. Un pescatore libera un diavolo imprigionato per secoli dentro un vaso nel fondo del mare. Una volta fuori, il Jinn vuole uccidere il pover'uomo. Il pescatore fa leva sulla vanità del diavolo sfidandolo a mostrargli come può stare chiuso in un piccolo vaso; è un raggiro per imprigionare nuovamente il Jinn. Alle implorazioni e alle promesse di quest'ultimo il pescatore gli risponde con racconti che mostrano la saggezza della poesia: > avrebbero potuto mantenersi giusti e puri,/ma hanno abusato del loro potere/ e il mondo a sua volta li ha oppressi/(...) eccoli restituiti al loro squallore... Vorremmo lasciarci sprofondare nel fascino delle storie del «pescatore e il Jinn» (secondo il verso «se ritorni, noi torneremo»), ma dobbiamo correre ad illustrare l'altro magnificente racconto: «Il facchino e le dame». Qui il tema è la clemenza, a sua volta frutto dell'amore. Un facchino si ritrova nella casa di tre dame, sono di una bellezza perfetta, che fa dire al poeta. > inviolata...quand'io la supplico concedermi/l'amplesso. Bellezza le consiglia/di mostrarsi generosa,/ ma Civetteria le proibisce di accettare . Arrivano tre mendicanti con un occhio solo e poi persino il sultano con il visir. Ha luogo un convivio nel quale gli ospiti sono legati da un giuramento: > tutto che ci vedrai fare, tutto ciò che osserverai intorno a noi...non cercare di capirne la ragione . Troppo, però, è la stranezza di ciò che vedono da non indurre gli ospiti a fare domande. Compaiono dieci mori pronti a tagliare la testa degli incauti, che non hanno mantenuto l'impegno preso. Per placare l'ira delle tre dame i mendicanti raccontano la loro storia e chiedono clemenza: sarà data a tutti gli ospiti tanta sono la meraviglia dei racconti e il piacere che ne hanno ricavato le tre magnifiche fanciulle! Come si può punire quando si canta l'amore? > La donna prese l'arma e avanzò finché non fu di fronte a me. (...) La guardai a lungo. (...) Le sue guance espressero allora i sentimenti che occupavano la sua anima, e mi tornarono alla mente i versi del poeta: se tace la mia bocca, parlano i miei sguardi/che ti diranno quel che non posso dire,/perché l'amore rende manifesti/i sentimenti in me celati.(...)/l'uno è scrittore di genio, benché la sua retorica sia solo debitrice al gioco delle palpebre;/l'altro è non meno fine letterato/benché solo con l'occhio si esprima . Capiamo da questi versi come la parola ammaliatrice sia frutto anche della recitazione orale e gestuale, il tutto in dolce compagnia dove ci sono una musica gradevole, un profumo soave e la felicità dell'amplesso, perfetta > solo se fornita di questi quattro elementi/bella età, vino,/un corpo amato, delle monete d'oro... Si possono indagare i tanti temi sottostanti all'opera, da quelli filosofici alla rappresentazione di una società che aveva al centro la bellezza, l'arte, la ricchezza, il soprannaturale e la magia, in un clima generale di violenza e di sopruso da parte del sovrano. Non poniamoci troppe domande; perdiamoci nei racconti, nelle loro trame sbalorditive, nei fatti e nei personaggi incredibili, frutto di una fantasia rigogliosa e incontenibile; concediamoci il piacere dei tanti versi, ammaliatori e misteriosi come il seguente: > il giuramento che mi lega, l'ho prestato/per l'ebbrezza che suscita in me il battere/della sua palpebra, per la curva dei suoi fianchi, /per le frecce stregate che mi lancia/ (...)fuggiti sono i dolori come al sorgere radioso/del sole, lasciando perplessa la luna./L'astro del giorno era in anticipo?/Voleva forse già metterla in fuga?... Perché leggerlo? Sbalorditivo, magnifico, affascinante, esplosione dell'immaginazione.
Le mille e una notte volume II
Se i racconti del primo volume (vedi recensione in questo sito), hanno un'impronta fiabesca, trasportandoci in un mondo popolato di spiriti e di magiche invenzioni, qui le novelle hanno un taglio realistico; la lettura è meno avvincente ma ne traiamo una rappresentazione della società abbaside, del potere del califfo e dei suoi emiri, degli intrighi della corte, della rassegnata ubbidienza dei sudditi. Nel racconto, «La forza dell'amore», l'infelice Ghanin è severamente punito per la falsa accusa di aver sedotto la favorita del califfo. La cieca gelosia spinge «l'emiro dei credenti» a perseguitare il giovane e la sua famiglia. Quando il califfo si ravvede del tremendo errore e chiede che cosa può fare per lui, Ghanin risponde che > il servo non può rimproverare il padrone in alcun modo per come questo ha creduto bene di comportarsi con lui. (...) Il servitore resta il servitore, e il padrone resta il padrone ; è la madre del giovane, coraggiosamente, a invitare il califfo a pensare a quanto sia fragile la natura umana, > a quanto sia spesso incline all'inganno e alla simulazione. E pensa a come queste cattive disposizioni possano essere aggravate dalla gelosia, cui le donne sono fin troppo esposte. Non bisogna credere che siamo dinanzi a una sorta di «Decameron» arabo o a «le Anime morte» di Gogol in salsa medio orientale (vedi le recensioni in questo sito); anche nelle novelle di questo secondo volume la prosa è intrecciata alla poesia, i racconti s'incastrano l'uno dentro l'altro, predomina la bellezza degli uomini e delle donne, si fugge dalla realtà verso l'inverosimile. Ciò che raccontiamo è un'illusione? Nell'avvio del lunghissimo racconto, «I volti dell'amore», dove è descritto un mondo favoloso senza confini che ci rimanda a «The Enchantress of Florence» di Salman Rusdhie o a «Paradise» di Abdulrazak Gurnah (vedi recensioni in questo sito), la bellezza del giovane principe è tratteggiata con versi intrisi di narcisistico desiderio: > E' il cerbiatto della gazzella dal passo esitante!/Basta che prenda per mano uno specchio:/fedele e adulatore, rifletterà/l'idea assoluta di bellezza che il suo sogno vi proietta. Le novelle più belle sono quelle che hanno come protagonista il califfo Harun al Rashid (regnato tra il 766 e l'809). Pare che questo sovrano fosse > ghiotto di aneddoti, di fatti di cronaca e di pettegolezzi ; per cui travestito da semplice cittadino andava a scoprire come viveva la gente comune e a compiere scherzi alle loro spalle. Ben noiosa doveva essere la vita nei palazzi di Bagdad! In «Il dormiente che non dorme», il califfo, fingendosi un mercante, si introduce nella casa dell'onesto Hasan, dopo averlo ubriacato, gli fa bere un potente sonnifero; portato nel palazzo Hasan vive una notte da califfo, credendo che sia la realtà: è preso per pazzo ed è rinchiuso in manicomio. Quando ne esce continua a vivere non sapendo più se sta in un sogno o nella realtà. > Perché hai instillato la confusione nella mia mente, perché mi hai messo sottosopra il cervello?. E «il successore del profeta» risponde candidamente che lo fa per diletto. Nella novella «Il califfo e il pazzo» al Rashid vuole capire se una persona rinchiusa in manicomio sia veramente un pazzo; ne scaturiscono una serie di racconti, a incastro, in un'atmosfera pirandelliana, in cui l'arguzia del gran visir, personaggio sempre presente in «Le mille e una notte», mette alla prova il povero demente; si scoprirà poi che più di arguzia bisogna parlare d'inganno, perché il gran visir voleva impedire il matrimonio tra la figlia e il presunto pazzo. Lasciamo al lettore scoprire la trama di «Il saggio persiano». Qui ci limitiamo a dire che un bellissimo «rosticciere», > egli è lo stallone/di ogni grazia , riesce a conquistare la splendida principessa per merito di un infuso d'amore del sapiente mago. Appaghiamoci di questi versi deliziosamente erotici: > Stretti fianco a fianco, coi miei occhi/li ho visti, mi sarebbe piaciuto/vederli dormire insieme/sulle mie stesse palpebre./Erano due gazzelle del deserto,/e due stelle fulgenti nella notte,/due astri mattinieri, ramoscelli perfetti,/e due incarnazioni della diva Bellezza. René R. Khawan, il curatore di questa edizione di «Le mille e una notte», ha ritenuto, dopo lunghe ricerche, che i due libri di questo secondo volume, «Passioni vagabonde» e «Il gusto dei giorni», completino quelli più noti riportati nel primo volume: «Illustri dame e galanti servitori» e «Cuori disumani». Ovviamente non sono in grado di discutere le scelte del curatore, tra l'altro su una problematica estremamente scivolosa per la difficoltà di mettere ordine in questa importante testimonianza della poesia araba del Califfato di Bagdad. E' difficile pensare che siamo dinanzi ad una successione di racconti notturni, sia per la lunghezza delle novelle che per il loro impianto così realistico; anche la poesia perde di peso rispetto alla prosa e la narrazione non ha più quel ritmo serrato delle novelle riportate nel primo volume. Si percepisce una certa stanchezza, un non so che di formalistico e ripetitivo, come se la decadenza politica e militare del grande impero si rifletta nel suo canto, nostalgico e disperato. Mentre nelle novelle del primo volume c'è sempre una conclusione che proietta a un futuro felice, qui ogni novella finisce con un richiamo alla Morte, a > Colei che distrugge i piaceri e disperde le adunanze, (...) Possa Dio esserci benigno nel giorno di quell'appuntamento. Perché leggerlo? A tratti è prolisso, si fa fatica ma vale la pena.
I minatori dell'Alaska
Il vero titolo dei «Minatori dell'Alaska» dovrebbe essere «la grande attraversata delle pianure e delle Montagne Rocciose sino all'Alaska»; infatti la ricerca dell'oro è marginale rispetto all'intera storia, occasione per Salgari per narrare l'ambiente nord americano così come veniva raccontato nell'Ottocento. Per avvicinarsi alla vera storia dell'West, e degli Stati Uniti, consiglio il libro di Massimiliano Galanti «La questione indiana» Odoya 2016. Lo schema è quello tipico di Salgari. C'è il protagonista, Bennie il Grande Cacciatore, così descritto: > alto, muscoloso, dalle braccia poderose, il petto ampio, con una testa energica, coperta da una lunga capigliatura nera, inanellata, che cominciava già a brizzolarsi, con occhi penetranti e una barbetta tagliata a punte . Insomma Buffalo Bill! A fare da spalla, secondo il tradizionale modello salgariano, ci sono: un messicano compagno di Bennie ( > molto bruno, paffuto, (...) con gli occhi nerissimi, il vero tipo ispano-americano ) e due italiani, superstiti di una scorreria indiana. Falcone è stato scotennato e miracolosamente sopravvissuto, conosce a fondo le miniere dell'Alaska, ricca d'oro, ed è in possesso di uno strumento fondamentale per la ricerca del metallo prezioso: un particolare setaccio per permetteva di non immergersi nell'acqua per pulire l'oro dalla terra. Armando, nipote di Falcone, è da poco in America ma si rivelerà un abile tiratore ed ottimo compagno di Bennie nella caccia e nello scontro con gli indiani. Questo gruppo decide di andare in Alaska così da approfittare delle conoscenze di Falcone e del suo utile strumento. Il lungo viaggio è un susseguirsi di avventure: non solo salvarsi dagli infidi indiani ma pure misurarsi con una natura selvaggia ed affascinante. Lo schema si ripete in modo monotono: Bennie ed Armando si allontano dall'accampamento per esplorare le zone circostanti e trovare selvaggina, s'imbattono in luoghi insidiosi e devono lottare con animali spaventosi, come il grande orso bruno, branchi di lupi e mandrie impazzite di bisonti. C'è di tutto: dalle misteriose piante danzanti (sorte di cespugli trascinati dal vento) a testimonianze di cannibalismo sino al ritrovamento di resti di animali prestorici. E' facile sorridere dei resoconti di viaggio degli esploratori dell'Ottocento, relazioni alle quali ha attinto largamente Salgari, aggiungendovi ovviamente la sua fervida ed inesauribile immaginazione. Dobbiamo lasciarci trasportare da un secolo favoloso, pieno di pregiudizi e ricco di suggestioni: leggiamo con gusto le descrizioni della natura del nostro amato scrittore. > La luna era allora tramontata, e una fitta oscurità era piombata nell'immensa pianura. (...) Bennie (...) guardava dovunque, seguendo con lo sguardo le capricciose linee di fuoco delle lucciole, e porgendo ascolto alle strida monotone dei grilli in festa, alle lontane urla dei coyotes, ai muggiti del bestiame . Se ci ricorda troppo un nostro paesaggio, che dire dei > prati formati da piccoli muschi di uno splendido color smeraldo (...) le radure erano coperte da distese di lichene pietroso, tenacissimo, simile ai funghi secchi, o da muschi alti, nerissimi, pregni di umidità . E da chi ha attinto Salgari questa cruda rappresentazione dei minatori dell'Alaska? > Più che esseri umani, parevano bestie abbruttite dal duro lavoro e dalle privazioni. Erano tutti cenciosi, luridi, con le camicie annerite dal fumo degli accampamenti o lorde dal fango dei pozzi, i pantaloni rattoppati in mille modi, gli stivali sfondati che lasciavano uscire le dita, cappelli impossibili a descriversi o cappucci che ormai avevano perduto il pelo: tutti però avevano le cinture armate di rivoltelle e di bowie-knife luccicanti . Se non fossero armati potrebbero essere dei nostri minatori del Monte Amiata o delle miniere di Porto Empedocle. Quale diverso atteggiamento di Salgari verso i pellerossa e quello verso i poveracci alla ricerca dell'oro! I primi infidi, crudeli e superstiziosi, i secondi avidi e disperati, e pure non privi di una sorta di giustizia. Figlio dell'Ottocento non poteva non esserci un po' di razzismo nel nostro amato scrittore! Nella grande produzione salgariana siamo dinanzi ad un romanzo minore, benché sostenuto dal ritmo incalzante delle avventure e dalla ricerca del meraviglioso. Mancano i colpi di scena e i cambi di marcia: i nemici sono destinati a soccombere, un po' tutti nello stesso modo, che siano indiani, malfattori e lupi affamati: un tiro con il fucile, una mossa rocambolesca e inaspettata, una prudente ed accorta strategia. Non c'è poi la dinamica dei personaggi: Bonnie è un eroe senza passione ( ha avuto una innamorata? ha subito ingiustizie?) e chi li dovrebbe fare da spalla sono figure sbiadite, senza quella vivacità ed ironia che contraddistinguono molti personaggi minori di Salgari. Perché leggerlo? E' pieno di avventure, suggerisco il capitolo che racconta l'assalto dei lupi.
Il mio nome è rosso
Il libro si sviluppa su diverse trame, che è difficile ricondurre a un unico filone narrativo. Un primo percorso riguarda il declino della tecnica della miniatura, che si era sviluppata nel Cinquecento sotto l’influenza dell’arte persiana e cinese. L’arte ottomana della miniatura giustificava la possibilità di disegnare le immagini a completamento dei libri con il fatto che non si effettuavano ritratti di personaggi reali e non esisteva uno stile personale, ma le figure e i paesaggi rappresentavano il mondo con l’occhio di Dio e quindi riprendevano continuamente immagini e stili, che erano stati codificati dai vecchi maestri e quindi erano legittimati dall’autorità del passato. In realtà questo approccio costituiva in qualche modo una giustificazione e un obiettivo, in quanto, poi, il miniaturista e il laboratorio, al quale questi apparteneva, aggiungevano piccole modifiche o assemblavano in modo innovativo le immagini fissate dai grandi maestri del passato. Il sultano decide di fare preparare un libro con immagini secondo lo stile europeo, conosciuto dagli ottomani attraverso Venezia. A causa della delicatezza della richiesta, che poteva creare forti reazioni tra gli ortodossi, la realizzazione del libro non viene affidata al laboratorio di corte, ma a un anziano artista, Zio Effendi, che affida singoli disegni agli stessi miniaturisti del laboratorio. Il racconto delle modalità di attuazione dei disegni è condotto dall’autore in modo singolare, ossia dal punto di vista delle diverse immagini rappresentate: il cane, l’albero, la moneta, il cavallo, la morte, il colore rosso. Con questo espediente narrativo l’autore racconta la storia dell’arte della miniatura, che è arrivata alla sua conclusione, perché, dopo la morte del sultano, verrà abbandonata in quanto considerata non aderente ai precetti della religione mussulmana. La storia di questʼarte permette anche di aprire una serie di scorci sulla storia della civiltà mussulmana (in particolare le invasione dei mongoli e la guerra tra la Persia e gli ottomani) e sui temi narrativi predominanti, in particolare la storia d’amore tra Cosroe e Sirin. Un secondo percorso narrativo è in qualche modo un giallo. Uno dei miniaturisti uccide un compagno e lo Zio Effendi. Si intrecciano in qualche modo diverse motivazioni: la gelosia e l’invidia, il desiderio di carriera e l’idea che si stesse realizzando un libro blasfemo e che questa operazione andasse fermata. Anche in questo caso l’autore utilizza l’espediente di far narrare le vicende dal punto di vista dei diversi personaggi. È interessante come vengono condotte le indagini: il sultano affida al maestro del laboratorio di miniatura il compito di individuare l’assassino tra i propri discepoli, pena la tortura e la morte di tutti. Il maestro scopre una stranezza nel disegno del cavallo, un tratto che identifica il disegnatore, e quindi chiede al sultano di entrare nel tesoro per studiare i vecchi libri e scoprire in questo modo l’origine storica del tratto e quindi identificare il miniaturista in base alla conoscenza della sua vita e della sua evoluzione artistica. In realtà al maestro non interessa questa indagine. È deciso a punire i discepoli per averlo tradito accettando di collaborare alla realizzazione del libro ed è interessato a visionare, per l’ultima volta, il grande tesoro del sultano. Un patrimonio artistico che sta per scomparire e una storia di lotte e di invenzioni emergono dinanzi al maestro, che decide di accecarsi secondo un vecchio rituale dei grandi maestri. Un terzo percorso narrativo è la storia d’amore di Nero, ritornato dopo tanti anni a Istanbul, e di Sekure: una vicenda triste perché la donna non ama realmente Nero ma accetta di sposarlo solo per trovare una sistemazione e dare un padre ai propri figli. I tre filoni narrativi si intrecciano tra di loro e sono ricondotti a unʼunitarietà non tanto dai contenuti, quanto soprattutto da un clima di nostalgia e di tristezza: un mondo sta scomparendo. È il grande impero ottomano ed è l’incontro di civiltà e di culture che facevano riferimento alla religione mussulmana. L’arte della miniatura non resiste all’assalto della cultura occidentale, che riprende «il reale» e afferma l’individualità dell’artista, e dell’ortodossia religiosa. Il maestro decide volutamente di distruggere il laboratorio perché capisce che non può più tenere sotto controllo le aspirazioni dei discepoli. Le strade e le case della città sono tristi, l’amore si riduce a convenienza e i bambini stessi sembrano pallide rappresentazioni dell’infanzia. Nero, che ha scoperto l’assassino per amore di Sekura e ha rischiato la vita, condurrà unʼesistenza triste e solitaria accanto a una donna che non lo ama. Perché o non si cambia o si cambia troppo in fretta perdendo ciò che proviene dal passato? Dice il maestro: > ora capisco che migliaia di miniaturisti, facendo in delicato segreto sempre gli stessi disegni per secoli, avevano disegnato il segreto e delicato trasformarsi del mondo in un altro mondo . Non sono le vicende che creano questo contesto di malinconia e di decadenza, ma è lo stile dell’autore, che riesce con l’accostarsi degli argomenti e l’uso attento degli aggettivi a creare un senso di sospensione e di dolce maliconia.
A modo nostro
Il romanzo ha inizio con lʼarrivo a Parigi di Xie Qing, un uomo modesto e senza ambizioni, un camionista che ha sempre vissuto a Wenzhou, una citta di provincia, vicina al Mar Cinese Orientale. Si ritrova in Francia perché chiamato a riconoscere il corpo della sua ex moglie, Yan Hong, morta in un incidente stradale. La polizia francese vorrebbe che Xie Qing compisse diligentemente le pratiche burocratiche, intascasse lʼassicurazione e lasciasse il Paese al più presto. Xie Qing si rifiuta, in parte perché vuole capire cosa sia realmente successo (la moglie ha fatto una misteriosa telefonata prima di morire), ed in parte perché vorrebbe conoscere meglio Yan Hong. Dal momento della separazione, improvvisa e per lui inspiegabile, Xie Qing > non era più riuscito a liberarsi dal rancore di chi si sente raggirato . Al lettore sembra prospettarsi una storia di intrigo, quasi un thriller, arricchito dalla ricerca di un legame interrotto ma radicato nellʼinfanzia e nella giovinezza. Purtroppo il romanzo ha una svolta. Una ricca e potente cinese, la quale ha preso sotto la sua protezione lʼingenuo e spaesato Xie Qing, lo convince a cambiare radicalmente vita. > Non sei stato tu a chiedere di espatriare, non hai nemmeno corso il rischio di partire da clandestino, hai avuto lʼopportunità di lasciare la Cina soltanto perché è morta tua moglie. E unʼopportunità come questa è stata la tua fortuna! (...) Un uomo che non si lancia in alcuna impresa è venuto al mondo invano . Così il camionista senza ambizione si trova coinvolto nel traffico di esseri umani prima, e poi in grandi speculazioni immobiliari nella sua città natale. Partecipa, per caso e senza grandi meriti, al «grande arricchimento», fatto di azioni criminali, di corruzione, di dispregio per la vecchia Cina, eppure vagheggiata con una falsa nostalgia. > Come un bruco che dopo aver faticosamente strisciato tra foglie e arbusti si trasforma in farfalla, Xie Qing si sentiva profondamente diverso rispetto al suo arrivo a Parigi. La sua metamorfosi si era completata quando la nave carica di clandestini era sprofondata nel canale di Otranto, con il sacrificio di decine di vite nel fiore degli anni . La strage, della quale è in parte responsabile, accelera il processo di arricchimento ed insieme trasforma il protagonista in un cinico uomo dʼaffari. Non è nata una farfalla ma un moscone! A latere della storia di Xie Qing, e della sua metamorfosi, viene narrata la vita di Yan Hong. > Era solitaria, senza amici, al di fuori del lavoro leggeva, scriveva o semplicemente stava lì a riflettere, Xie Qing non era mai riuscito a scoprire se in quel suo misterioso mondo interiore regnassero le tenebre più fitte o una luce invisibile . Noi lettori sappiamo dalle sue dolorose vicende che cʼè in Yan Hong una tensione verso valori autentici, i quali si alimentano continuamente con la memoria del padre, uomo e rivoluzionario integerrimo, suicida pur di non tradire la fiducia in lui riposta da un alto generale dellʼArmata Rossa. Splendidi versi esprimono il mondo interiore di Yan Hong, il legame con il padre e nel contempo la forza dei suoi valori. > Ma uno solo ha amato lʼanima pellegrina e la tortura del tuo trascolorante volto. Curvati dunque su questa tua griglia di brace e dì a te stessa a bassa voce Amore ecco come tu fuggi sulle montagne e nascondi il tuo pianto in uno sciame di stelle. Questa tensione sempre rinnovata per ciò che è autentico spinge Yan Hong ad andare volontariamente nei campi di rieducazione per «giovani istruiti» durante la rivoluzione culturale, a cercare con caparbietà i documenti segreti del padre per consegnarli ai figli del generale e non pregiudicare la loro carriera nella Cina moderna, ad accettare, stupita ed incuriosita, la proposta di trasferirsi a Parigi (madre di tutte le rivoluzioni!) da parte di un club «patetico» e potente di nostalgici rivoluzionari, infine a rifiutare di vivere in una villa, decidendo invece di fare lʼoperaia in una fabbrica tessile e poi lʼambulante sulla costa atlantica. Vuole vivere come i suoi connazionali, immigrati e clandestini! E come Anna Karenina Yan Hong non accetta di essere lʼamante parigina di un alto funzionario del governo cinese, ma pretende lʼamore per sé e il figlio, avuto dallʼuomo. E come Anna nella ricerca di una vita autentica trova la morte. Il romanzo narra due storie, modi diversi di concepire la Cina moderna: lʼarricchimento senza scrupoli e il disperato rifiuto di questa scelta di vita, lʼaffermazione di valori differenti, eticamente potenti. È la ricerca di una nuova visione morale, la quale non può radicarsi nei vecchi riferimenti rivoluzionari,che erano stati alla base della liberazione e della rinascita della Cina. Sullo sfondo lʼautore racconta le vicende dei clandestini, di come arrivavano in Europa e di come vivono e lavorano nel nostro continente. Nel contempo, cʼè un richiamo continuo alla vecchia Cina: tenera malinconia per una società ormai solo nellʼimmaginario. A compromettere il romanzo, per altro ben scritto, è lo spazio eccessivo dato alla parte apparentemente più accattivante: quella del traffico di esseri umani; non perché non sia interessante, ma perché resta in superficie, con connotati di narrazione poliziesca e criminale, senza entrare in profondità nelle storie dei protagonisti: i clandestini appunto. È una parte che risulta artefatta, e non vissuta. Perché leggerlo? Interessante, avvincente la figura di Yan Hong.
I Moncalvo
Il romanzo è ambientato a Roma alla fine dell'Ottocento. E' ancora forte la rottura tra la Chiesa e il nuovo Stato italiano, ma la frattura si va lentamente ricomponendo nel crescente clima di affarismo e nazionalismo che pervade la classe dirigente. Di umili origini, un tempo rinchiusi nel ghetto, «all'ombra delle nostre vecchie sinagoghe, isolati in un mondo ostile», i due fratelli Moncalvo, Giacomo e Gabrio, si sono affermati nella società, seguendo però strade differenti: Giacomo ha fatto una brillante carriera in campo scientifico, ottenendo riconoscimenti accademici anche se non economici, Gabrio si è arricchito enormemente in Egitto per tornare a Roma e divenire un esponente importante dell'alta finanza. Sono diversi approcci alla vita, ereditati da Giorgio e Marianina. Il primo è il figlio di Giacomo e, come il padre, è dedito allo studio e all'insegnamento, indifferente alla ricchezza, morigerato e intriso di valori morali. Marianina, figlia di Gabrio, è ambiziosa, amante del lusso e dei salotti dell'alta borghesia, pronta a tutto pur di ascendere nella scala sociale. Domina un comune «indifferentismo» religioso. I Moncalvo si sentono ebrei più per tradizioni familiari che per fede e pratica. E' un tratto ricorrente in molta borghesia ebrea, desiderosa di integrarsi e influenzata dai valori positivistici, nazionalisti e affaristici di fine Ottocento. A pregiudicare la fragile unità familiare è la conversione di Marianina al cattolicesimo per poter sposare un esponente dell'aristocrazia "nera > , così definita perché legata al Vaticano, e acquisire in tal modo il rango di principessa, entrando a far parte dell'alta società. E' un progetto dei genitori, ma è la ragazza a perseguirlo con determinazione e consapevolezza sorprendenti per una viziata e ricca ereditiera. Nel corso del romanzo Marianina è definita come un Lucifero«, una»Sfinge > , una personalità misteriosa e sconcertante per gli stessi genitori. Per tentare di comprenderne il carattere bisogna soffermarsi su un colloquio tra i due cugini. Giorgio è sconvolto dalla passione, ella gli avrebbe dato un'ora di ebbrezza, ed egli, il rigido scienziato, travolto da un vento di follia, chiedeva a sé stesso se per avere quest'ora non convenisse sacrificare tutta la vita«. Nella sua presunzione Giorgio pensa di dare con il suo amore»una tavola di salvamento«ed evitare che la cugina si getti»in un baratro di viltà e di menzogna, comprando «un misero blasone a prezzo del tuo corpo e della tua anima». > Ella si strinse nelle spalle. Tu vaneggi (disse). (...) Il mio cuore non è di nessuno. (...) Dovevamo crescere nella vecchia città di dove sono originarie le nostre famiglie, entro il vecchio recinto che chiudeva la gente della nostra razza, (...) ristretti di ambizioni d'idee, fidenti solo nella missione del nostro popolo....Allora sì avremmo potuto sposarci ed esser felici.... Oggi è impossibile . Emblema di un femminismo audace, Marianina è una personalità dell'avvenire, figura moderna e libera. Il romanzo termina con le amare considerazioni di Giacomo sull'intera società italiana di fine Ottocento. > Quasi da per tutto era un abbassamento dei caratteri (pensa l'austero professore), un naufragio delle convinzioni, un cinico disprezzo delle virtù eroiche della rinuncia e del sacrificio, una corsa sfrenata verso gli effimeri onori e le improvvise ricchezze... Era probabilmente questa la finalità di Castelnuovo nello scrivere la storia dei Moncalvo, e questa impronta moraleggiante ha portato molti critici a definire come «ideologico» il romanzo: una contrapposizione tra gli eredi dei valori risorgimentali, ormai in dissoluzione, e la nuova classe sociale, cinicamente rampante; il tutto intriso di toni melodrammatici (si pensi alla figura di Giorgio) e di timbri dannunziani (quanto Marianina assomiglia a Sibilla Aleramo!). E' una interessante rappresentazione dell'Italia giolittiana; inoltre, il romanzo spiega l'attitudine della borghesia ebraica ad accettare i valori dominanti sino a non vedere gli elementi razzistici del fascismo. Solo per questo sarebbe interessante leggere il libro. La figura enigmatica di Marianina dà qualcosa di più, ci fa intravedere un carattere complesso e affascinante. Lo stile letterario è asciutto, distinguendosi dalla prevalente retorica della letteratura italiana di fine Ottocento. E' un pregio da non sottovalutare. Perché leggerlo? Interessante dal punto di vista storico, splendida la figura di Marianina.
La morte a Venezia
Il protagonista è un noto letterato. > Non aveva mai conosciuto lʼozio, mai la spensierata negligenza della gioventù . Aveva condotto > una vita di auto superamento e di ciononostante, una vita aspra, tenace e temperata, che egli aveva plasmato a simbolo di un eroismo delicato e commisurato ai tempi . Eppure nel suo intimo cʼera sempre stata una inquietudine, «uno strano dilatarsi dellʼanima», indirizzato da una ferrea e quotidiana disciplina verso la perfezione ideale nellʼarte e la rappresentazione di elevati valori morali. Ormai sulla sessantina, allʼapice della sua fama, durante una passeggiata per le strade cittadine si imbatte in un forestiero, che lo impressiona per i tratti zingareschi ed esotici, tali da suscitargli > una sete giovanile di terre lontane, un sentimento così intenso, così nuovo o almeno da tanto tempo accantonato e disimparato... interrogò il suo cuore grave e stanco per scoprire se al pigro viaggiatore fosse ancora riservato un nuovo entusiasmo, un nuovo turbamento, una tardiva avventura della sensibilità . Non è quindi solo voglia di viaggiare ma sogno onirico di > tutte le meraviglie e gli orrori del multiforme globo terrestre . Con questo «enigmatico desiderio» la sua meta non poteva che essere Venezia, > la bellezza lusingatrice, la città, metà fiaba, metà trappola per i forestieri, fra i cui miasmi lʼarte fiorì un tempo in voluttuoso rigoglio, e che ispirò ai musicisti note cullanti e carezzevolmente languorose . Prende alloggio in un elegante hotel, frequentato dalla ricca e variegata borghesia dellʼEuropa dei primi anni del ʼ900. Trascorre le giornate a contemplare il mare, a visitare «nelle notti tiepide» piazza San Marco e le calle della meravigliosa città. > Il ritmo piacevolmente costante di quellʼesistenza lo aveva già avvinto nel suo incantesimo, la morbida e lussuosa dolcezza di quello stile di vita lo aveva in breve tempo sedotto . Quando, mentre si smarriva nelle «vaste lontananze del mare», > la linea orizzontale che segnava il confine della terra fu intersecata allʼimprovviso da una figura umana... egli vide il bel fanciullo passargli davanti sulla sabbia e da quel momento > mente e cuore erano ebbri, il demone che si diletta a calpestare la ragione e la dignità dellʼuomo guidava i suoi passi . Lui, uomo ormai anziano, acclamato letterato per il suo classicismo, per le rigide regole della sua arte, si infatua, sino ad innamorarsene, dello splendido ragazzo e > la sua anima assaporò la lussuria e la frenesia del disfacimento . Dʼaltre parte, > quale valore poteva ancora attribuire ad arte e virtù, di fronte ai vantaggi del caos? Lʼinnamoramento si accompagna ad un consumarsi di energie in un corpo già debole, ad «unʼ angoscia sempre più violenta», ad un «senso di mancanza di ogni via dʼuscita e di ogni speranza»: va verso una voluttuosa morte. Dinanzi alla distesa del mare e al fanciullo amato che guarda lʼorizzonte, «figura assolutamente isolata e irrelata», il protagonista si lascia morire, come assorto in un sonno profondo, «librandosi in unʼimmensità colma di promesse». Il racconto, chiaramente autobiografico, può essere interpretato in tre modi diversi. La prima chiave di lettura è quella più semplice. Un signore anziano scopre, alla fine della sua vita, il proprio orientamento omosessuale, sempre represso per adeguarsi alle bigotte regole borghesi. Lo scrittore vorrebbe dare a questa rivelazione il senso di un disfacimento morale, ma in realtà il protagonista si lascia trascinare ben volentieri dalla passione, anche vedendola come una liberazione. > Gioia, sorpresa, ammirazione vi si poterono dipingere apertamente quando il suo sguardo incontrò... la cara immagine . Ed egli fu travolto dal desiderio > di baciare le dolci labbra della sua ombra, civettuolo, curioso e lievemente straziato, sedotto e seducente . È un vero e proprio desiderio erotico e sessuale. La seconda chiave di lettura vede, invece, il racconto come una costruzione spirituale, una sorta di riflessione sul percorso artistico dellʼautore. Non sapremo mai se Thomas Mann fosse omosessuale, ma è evidente che la dicotomia «riflessione e irrequietudine», «ordine ed eros» costituì la corrente sotterranea che vivificò una produzione letteraria, apparentemente inserita nellʼalveo del tipico romanzo borghese. In questo senso il fanciullo impersona questa contraddizione, tra bellezza classica e disordine decadente: fallimento di quella missione civilizzatrice ( e siamo infatti poco prima della prima guerra mondiale), che lo scrittore affidava alla Germania. Ma siamo anche in una fase in cui il romanzo borghese si apriva a nuove avventure, alla ricerca di forme innovative, in grado di narrare la coscienza europea, ormai in crisi. > Il viso, pallido e graziosamente impenetrabile, circondato da capelli inanellati color del miele, con il naso che scendeva diritto, la bocca incantevole, lʼespressione di dolce e divina serietà ricordava le sculture greche del periodo aureo , ma > ci si era ben guardati dal toccare con le forbici i suoi bei capelli che si arricciavano sulla fronte, sopra le orecchie e ancor più folti sulla nuca . Ed infine lʼultima linea interpretativa, senza dubbio la più complessa, è quella onirica, costituita dai sogni e dalle immagini. Qui lo scrittore si lascia andare a visioni fantastiche, che trovano nella descrizione di Venezia la loro trasposizione nella realtà. E che sia Venezia la sintesi delle tre linee interpretative? Voluttuoso disfacimento, forme classiche e libere ad un tempo, meraviglie sognanti sono i tratti che fanno della città il riflesso dellʼanima in disordine del poeta. Venezia non è solo contesto di sfondo, ma protagonista dominante del racconto. Perché leggerlo? È bellissimo, soprattutto per la sua scrittura, ammagliatrice, barocca, multiforme, ma coerente con le finalità del racconto e con la complessiva trama narrativa. Un vero capolavoro!
Il mostro del Casoretto sei storie della casa di ringhiera
Lessi tutto di un fiato «La Casa di Ringhiera» di Recami (vedi recensione in questo sito), trovandolo uno dei migliori Noir della vasta letteratura italiana: la felice congiunzione di un romanzo di costume con il ritmo tipico del miglior giallo. E' per questo che appena ho letto la recensione del «Il mostro del Casoretto» sono corso a comprarlo, prefigurando il piacere che avevo avuto con «La Casa di Ringhiera». Forse perché avevo aspettative così alte, la delusione è stata dolorosa. Il libro è una raccolta di racconti, che, tranne l'ultimo, hanno come protagonista il pensionato Amedeo Consonni, il nonnino detective. Nella prima storia, «Il mostro del Casoretto», Consonni è accusato di molestie sessuali a una bambina; per punirlo i parenti della piccola l' imprigionano in un cascinale abbandonato per fargliela pagare. Consonni riesce a liberarsi, ma viene convinto da Angela, che scopriamo essere la sua attempata fidanzata, a tornare nel luogo in cui era stato rinchiuso per far cogliere sul fatto i torturatori dalla polizia. E' una trama fragile, giocata su situazioni scabrose più che su sorprese e ambientazioni sociali. Il secondo racconto, «Chi ha pane non ha denti, chi ha denti non ha pane», è senza dubbio il più piacevole tra le storie del libro. Ritornano alcuni personaggi e situazioni, che avevamo già conosciuto nella «La Casa di Ringhiera»: il signor De Angelis c'è l'ha con il cane di un vicino che fa sempre la pipì sulle ruote della sua BMW, decide di chiudere l'animale nella cella frigorifera abbandonata negli scantinati del palazzo. Saranno Gianmarco e Margherita, i due bambini del condominio, a liberare inavvertitamente il cagnetto e ad evitare a De Angelis un'accusa di sottrazione e maltrattamento di animali. E' una storia lieve e ironica, in cui Consonni torna ad essere il bravo nonnino. Poi, forse non sapendo cosa ancora sviluppare intorno alla casa di ringhiera, Recami si allontana dall'ambiente lombardo e i racconti si svolgono a Firenze, in Sardegna, con un Consonni vittima di equivoci. Di queste storie è inutile parlarne. Il giudizio non può che essere severo. Nei racconti mancano la trama e i personaggi. Consonni ne esce ridotto alla figura di un vecchietto lubrico e un po' scemo, che prende il Viagra per avere un rapporto sessuale, con l'unico risultato di essere sorpreso in mutande con l'organo maschile eretto (ma perché insistere in queste volgarità?). La sua fidanzata Angela è una corpulenta signora ancora in cerca di sesso, e il rapporto tra Amedeo e la donna non ha nulla delle poesie del vecchio Ungaretti ancora capace di innamorarsi: > sei comparsa al portone/in un vestito rosso(...) era di lunedì/per stringerci le mani/e parlare felici/non si trovò rifugio/che in un giardino triste/della città convulsa . (12 settembre 1966 dalla raccolta Ungà 1966-1968). E' difficile narrare gli affetti e i sogni di noi vecchi! Perché leggerlo? E' una delusione.
Mrs. Dalloway
Il romanzo si sviluppa a Londra nello spazio di una giornata, negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale: per la maggior parte del tempo i personaggi si muovono, riflettono e sognano nelle vie e nei parchi della capitale inglese, luoghi facilmente riconoscibili. La mente va immediatamente all' Ulisse di Joyce, accostamento valido solo per la natura di «antiromanzo» del libro di Woolf così com'è quello dello scrittore irlandese. Se quest'ultimo vuole scrivere un «poema omerico» e quindi mitico su un'istanza fortemente realistica (Dublino e i suoi abitanti sono in carne e ossa dinanzi a Bloom), Woolf agisce all'interno di un flusso di coscienza in uno spazio e tempo interiore, al di là del contesto esterno, del presente e del passato. Come disse la scrittrice in un saggio del 1919 > la vita non è una specie di lampioncini disposti simmetricamente; la vita è un alone luminoso, un involucro semitrasparente che ci circonda dai primordi della coscienza sino alla fine . (da introduzione di Sergio Perosa Edizione Oscar Mondadori 1979). E' > una magica attesa simile a quella di un nuotatore prima di tuffarsi nel mare profondo e brillante sotto di lui, con le onde che minacciano di infrangersi, ma gentilmente dividono solo la superficie, la fanno muovere, la nascondono e la coprono come se stessero stendendo perle sopra le ninfee acquatiche. Non dobbiamo aspettarci una trama, dobbiamo invece ricercare lampi di suggestione e di poesia nell'ambito di una storia semplice, banale ed intensa ad un tempo, perché parla del riconoscimento di sé stessi. C'è un primo nucleo, costituito da Clarissa Dalloway, nobildonna inglese sulla cinquantina, ben maritata con prole, la quale attende il ritorno dall'India di un vecchio innamorato. E' il momento di riflettere sul proprio passato, sulle occasioni mancate? Solo in parte, in realtà a Clarissa, tutta nel suo ruolo, la disturba particolarmente che il marito l'abbia lasciata a casa per andare ai famosi ricevimenti di Lady Bruton. Camminando per le vie di Londra rumorose e affollate e per questo da lei così amate, Clarissa > si sentiva stranamente di essere invisibile; non vista; non conosciuta; di non essere più sposata, di non avere più figli ora, ma soltanto questo sorprendente e alquanto solenne progredire con tutti gli altri, su per Bond Street, essere la signora Dalloway, non più Clarissa, solo la moglie di Richard Dalloway . In quei momenti la coglie un sentimento contradditorio: di estraniazione dalla vita e nel contempo di immersione in essa, nei suoi rumori di sottofondo senza il filtro dell'immaginazione e della poesia: in questo stato d'animo, chiusa nella propria coscienza in un autismo sconcertante, Clarissa riconosce sé stessa, il suo prosaico appagamento in una vita solida e socialmente accettata. In fondo, cosa ha sofferto? La lontananza di un antico presunto innamorato. Ben più drammatico è il secondo nucleo, purtroppo solo abbozzato. E' il racconto della pazzia di Semptimus e del disperato amore della moglie Rezia. L'uomo ha partecipato alla prima guerra mondiale, ha assistito a stragi, è stato presente alla morte del suo più caro amico. Ha profondamente sofferto, che senso ha vivere ancora? > Rezia si metteva il cappello, e correva per campi di grano, dove poteva mai essere?, su per una collina, in qualche parte vicino al mare, perché si vedevano delle navi, dei gabbiani e delle farfalle; ed erano seduti in cima ad una scogliera, (...) e la carezza del mare, che pareva accoglierli nel cavo d'una conchiglia, e le mormorava all'orecchio; ed ella era distesa sulla spiaggia, sparsa le pareva di essere, come dei fiori disseminati su una tomba. E' morto, diceva sorridendo alla povera vecchia che la vegliava . Lo stile narrativo è altamente poetico e costituisce il tratto peculiare del romanzo. La trama e i personaggi si polverizzano all'interno della coscienza e sono in tal modo solo occasione per una scrittura fortemente evocativa, ricca di metafore, con un ampio ricorso al sogno. Woolf non riesce a dare spessore realistico alla narrazione e quando abbandona lo stile poetico scivola facilmente nel melodramma, come nella conclusione citata del vaneggiamento di Rezia. La scrittrice rifiuta il coinvolgimento, persegue, purtroppo, finalità filosofiche e psicologiche molto diffuse nel suo tempo, intende essere estranea ai personaggi e alla loro storia, così facendo polverizza e rende sterile l'intero racconto. Perché non leggerlo? Noioso, prolisso, inconcludente.
Il Mulino del Po
Il Mulino del Po è definito dallʼautore come un romanzo storico, che racconta le vicende di una famiglia di mugnai ferraresi tra il 1815 e la prima guerra mondiale. Il fine di Bacchelli è di narrare la storia dʼItalia dal punto di vista degli umili, > acquisire alla poesia un secolo, un momento della possente umiltà del popolo minuto, civile in Italia dʼuna sua civiltà a volte evasiva e segreta e sempre inconfondibile e non mai soppressa da tanto e sì illustre e anche greve carico di storia . Nel primo volume, «Dio ti salvi», Lazzaro Scacerni si é trovato, suo malgrado, nella grande disfatta dellʼesercito napoleonico in Russia. Durante la disastrosa ritirata, un ufficiale italiano svela, in punto di morte, come recuperare un tesoro di preziosi oggetti religiosi, rubati dalle chiese ferraresi durante il periodo giacobino. Scacerni, ritornato in Italia, con i soldi ricavati dalla vendita degli oggetti si fa costruire un Mulino ad acqua, il San Michele, e diventa così un mugnaio o molinaro del Po. Sino al 1860 il Po faceva da confine tra lo Stato Pontificio e lʼAustria ed era luogo di contrabbando e frequentato da ladri e furfanti. Scacerni viene ricattato da un ricettatore e capo banda, il Raguseo, al quale aveva venduto gli oggetti preziosi. Proprio quando ha deciso di uccidere il Raguseo, questo viene assassinato. Scacerni salva sé stesso e la propria anima. > La domanda, nelle lunghe ore pensierose accanto alle macine della bianca e della gialla, sorgeva esplicita, ripensando quanto aveva operato Iddio per salvarlo: e perché lʼha fatto? Ma capiva non esservi risposta, se non in un atto di grazia . Il secondo volume, «La miseria viene in barca», ha come protagonisti Giuseppe, detto Coniglio Mannaro, figlio di Lazzaro e Cecilia, figlia del Matto di Paneparso, un mugnaio del Po. In una giornata di tempesta il mulino di Cecilia è trascinato dalla corrente tumultuosa e viene salvato da Lazzaro, che in qualche modo adotta la ragazza come figlia. Coniglio Mannaro rifiuta il lavoro del padre e, avido di denaro, intraprende lʼattività di sensale, spesso in modo disonesto e spregiudicato. Cecilia, invece, è rude, selvaggia e integra, ama i mulini e il Po. Coniglio Mannaro riesce con lʼinganno a sposare Cecilia dalla quale avrà 7 figli. I due coniugi resteranno sempre distanti perché troppo lontani nei valori e nei legami, Cecilia legata al fiume e ai figli, Giuseppe alla terra e al denaro. Soprattutto la disgusta la disonestà del marito nei rapporti personali e negli affari. Ma il castigo > sarebbe venuto dal fiume; della cosa lei era certa, da nata in una terra dove tutto, e la terra stessa, e il bene e il male, dal fiume era dato e ritolto, sì che fiume e fortuna vʼerano una cosa sola . Infatti nella grande piena del 1872 ( alcune delle pagine più sconvolgenti del libro), Coniglio Mannaro perde le sue terre, sommerse per sempre dalle acque del grande fiume. In una scena drammatica, Cecilia salva in piena tempesta il marito, che, ormai impazzito, era rimasto sullʼargine e stava per essere travolto dalla furia della acque. Nel terzo volume, «Mondo vecchio sempre nuovo», Cecilia, che combatte contro la miseria e la fame, è costretta a mandare due figlie a servizio. Una di queste, la bella ed onesta Berta, va presso una famiglia di contadini, dove un giovane, Orbino, é da sempre innamorato della ragazza. In uno splendido capitolo, «I giorni della ghirlanda», che andrebbe letto in tutte le scuole, Bacchelli ripercorre il ciclo della vita agreste durante lʼanno, sino alla festa del raccolto. Si manifesta in queste pagine il grande amore dellʼautore per la campagna e per la vita dei contadini. Ma insieme con il tempo delle stagioni progredisce lʼamore tra Berta e Orbino, un amore pudico e ben difeso, perché i due giovani hanno deciso di «fare la prova» ( come si diceva allora quando si faceva lʼamore prima del matrimonio) solo quando il loro legame fosse stato approvato dalle famiglie. Sul destino dei Scacerni grava una maledizione, che deriva dallʼoriginario peccato. È tempo di lotte nella campagna ferrarese tra i padroni e la lega dei contadini. Cecilia è con i padroni, solo perché è donna del fiume, legata alle tradizioni e non accetta ordini dai contadini. Non solo i due giovani si devono dividere, ma lʼodio per i Scacerni porta a sparlare di Berta a tal punto che in un momento di pazzia il fratello uccide Orbino. Come in una tragedia greca si assiste, sulle rive del Po, alla purificazione del cadavere del povero giovane da parte della mancata e casta sposa. Per Bacchelli ciò è una metafora della vita e della morte. > Il mondo non é più se non disgrazia, contro cui ribellarsi é più inutile che soffrire. Nascere non é altro che un venirci a morire, vano come lʼandar del fiume.... simile al fiume che rende salme, lʼora dellʼuomo sʼannulla nel tempo che la reca. Vi cade la speranza, la carità vi muore, é perduta la fede . Così come si chiude tragicamente la vicenda della famiglia Scacerni, così anche la storia dei Mulini del Po finisce, soppiantati dai mulini a vapore. E con loro si dissolve la speranza dellʼuomo Bacchelli e del suo mondo, quello contadino. > Una famiglia, una gente, una terra, non li inventai, li invenni.... chi lʼha narrata, sente dʼun tratto il vuoto . È un grande libro, che può avere molte chiavi di lettura. Innanzitutto ci sono il grande fiume e lʼambiente ferrarese. È questa la parte più interessante non solo come testimonianza storica ma anche per la capacità dellʼautore di rappresentare il mondo delle acque e quello contadino. In secondo luogo, Bacchelli compie un grande affresco storico della storia italiana, basato sulla contrapposizione tra il declino dei valori del risorgimento e la forza del popolo italiano, forza che lʼautore riconduce alla fede cattolica. E qui emerge evidente la nostalgia di Bacchelli per un mondo che la modernità ha indebolito, travolto e mutato radicalmente: quel regno temporale dei papi, che era forse ipocrita, pieno di privilegi e vecchio, ma che permetteva alla povera gente di sopravvivere e di non essere schiacciata da un padrone troppo esoso, dalle tasse e dalle stesse leghe sindacali, fortemente criticate dallʼautore. Infine cʼè il tema religioso: la misericordia di Dio é misteriosa ma opera sempre per dare ai giusti quello che gli spetta. Perché leggerlo? La lettura completa del libro è molto pesante, in quanto Bacchelli non riesce a tenere il ritmo narrativo, ma alcune parti, soprattutto quelle legate allʼambiente, sono molto belle e interessanti. Va letta una raccolta di alcuni brani.
Muschio bianco
Per comprendere questa «gemma» letteraria bisogna tornare a un precedente romanzo dell'autrice: «Aniko» di cui si può leggere la recensione in questo sito. Aniko ha abbandonato il suo popolo, il Nenec, per andare a vivere lontano, e ha lasciato Aleska, compagno d' infanzia, e il padre Petko. Il racconto prende l'avvio dalla decisione della madre di Aleska di fare sposare il figlio. > Suo marito era morto, (...) e il focolare non si era spento dopo che il padrone se n'era andato. Era rimasto un altro compito da assolvere (...): generare una corrente viva che non si disperdesse e non si prosciugasse come una pozzanghera a primavera, ma seguitasse a scorrere come un fiume dentro agli argini. A ventisei anni suo figlio non era ancora un vero uomo. (...) Bisogna farlo sposare ad ogni costo. Il cuore di Aleska è tuttavia oppresso dall'amore per Aniko. Se da bambino si sentiva > come un uccellino indifeso con le ali non ancora sviluppate , ora è > un avvoltoio incattivo, offeso. Si sentiva come un uccello rapace che, allargando gli artigli dell'amor proprio, si appoggia al muro sordo della vita senza che nessuno possa comprendere il suo dolore. Di notte sogna Ilne (così è chiamata Aniko nel libro), il suo sorriso seducente, e la possiede. (...) Quando si rende conto che è soltanto un sogno e non la realtà, si sente struggere dalla nostalgia. La nostalgia è come un ragno nero e peloso. Il tocco delle sue zampe avvelena l'anima. Il romanzo ci racconta la liberazione di Aleska dall'attesa del ritorno di Aniko, e lo fa in una società, quella Nenec, ormai in dissoluzione ma ancorata ai vecchi valori, alla cocciuta determinazione di salvare la propria cultura. Al centro di questo mondo c'è il focolare, il fuoco sempre acceso, compito e prestigio della donna; a lei compete di dare e allevare i figli, a lei l'onere di conservare e trasmettere la cultura Nenec. Da qui nasce l'enormità, per la vecchia madre e per l'intera comunità, di un uomo che non vuole sposarsi, ostinatamente legato all'amore «lontano». I due piani narrativi, l'uno individuale e l'altro collettivo, si sovrappongono alternando momenti onirici con racconti corali. Nel sogno, > Ilne lo fissava e sorrideva. Non era più la stessa Ilne che l'aveva invitato a seguirla. Un sorriso malizioso, ammiccante, che non le aveva mai visto in volto e che per qualche ragione lo infastidiva, non abbandonava le sue labbra. (...) Capì che avrebbe voluto cancellare dal suo volto quel sorriso; (...) il suo era un invito a un gioco d'amore che non era che un inganno. Se Aniko si trasforma nella rimembranza dolorosa per poi svanire nel cuore di Aleska, con la cessione delle sue slitte il vecchio Petko dichiara dinanzi alla comunità che Aniko non tornerà mai più; non è necessario conservare la dote, > dieci slitte abbandonate (...), come orfane, colpevoli di fronte alle persone e alla vita. (...) Il cum era silenzioso come se fosse immerso nel sonno. Ma il giovane sapeva che, immobili, le due donne (la madre e la giovane sposa) lo attendevano in ginocchio davanti al fuoco. (...) Scostando con un ampio gesto la tenda dietro le spalle, entrò. Così entra un ragazzo che è diventato un uomo. C'è una protagonista nascosta ed è Aniko. Essa compare all'improvviso, inattesa, con una sorta di dichiarazione d'amore in cui pare che Nerkagi non riesca più a trattenere il proprio "io«, in un romanzo in cui il narratore è»onnisciente". > Amo i vecchi alberi, dice Aniko, (...) li amo per tutte le estati passate, per il mistero della vita che occultano, per il mormorio delle foglie che si può scambiare per un canto o un pianto, una confessione o un racconto. Gli antichi alberi somigliano ai vecchi. E sarebbe bello essere certi che proprio loro siano ancora custodi di quell'Aurea parola della verità, dimenticata chissà quando dagli uomini. E poi, in questo racconto apparentemente semplice, come dietro i personaggi della Commedia c'è Dante, ci sono alcune figure dietro alle quali si cela Nerkagi. Certo, una di queste è la madre di Aleska, emblema del caparbio legame alla tradizione; ma c'è un altro personaggio, così lieve da parere inutile nella trama. E' la giovane sposa rifiutata da Aleska, rispettosa del mistero dell'animo del marito. Con una splendida similitudine, così Nerkagi canta la dolorosa e rassegnata condizione di una sposa non accolta: > il mondo della ragazza era come quella di un fiorellino sbocciato per volontà del destino in fondo a un burrone dove i raggi del sole penetrano solo di primo mattino e le pietre, ostili, trasudano freddo. Coperte di un viscido muschio, emanano un forte fetore e invidiano la bellezza e la dolcezza dei petali del fiore, ignorando la luce che la sua corolla irradia nell'oscurità. Sono rimasta in silenzio per troppi anni, confessa l'autrice, e ora è tempo che il muschio diventi bianco. Lo stile è un dolce fluire di parole, a volte elegiaco e in altre lirico, ricco di similitudini tratte dall'ambiente naturale, dagli alberi e dagli animali; una natura in apparenza immobile che contrasta con i cambiamenti del mondo dei Nenec e con gli enigmi dell'animo umano. Tanta è la soavità della scrittura che nel lettore si compie una sorta di metamorfosi, che permette di misurarsi con il mistero senza decifrarlo. Perché leggerlo? Fuori dal tempo e dallo spazio è un canto della nostra condizione umana.
Acqua sporca
> Neela in Italia aveva un lavoro, una figlia, una casa -- in quest'ordine, ma senza che nessuna delle tre cose le appartenesse davvero. (...) Si era applicata con inesausta costanza per costruirsi un guscio nuovo, certe cose non si apprendono con gli occhi, ma con lo stomaco. Dietro quella colata di cerone, Neela si sentiva abitata da un sottomondo mostruoso che premeva per emergere e che sempre ricacciava indietro. Dopo tanti anni in Italia, dopo una vita di fatica, aveva un po' di soldi, che a Ceylon, il suo paese natale, le davano una solida posizione economica. Decide, allora, di tornare a casa. Questa scelta pare incomprensibile ai parenti di Ceylon, un Paese devastato dalla guerra civile, dalla repressione militare, dalla crescente povertà e dagli effetti del cambiamento climatico: Paese ben diverso da quello lasciato da Neela, ormai trasformato da modelli di consumo occidentali e da nuove credenze e costumi. Alla scrittrice non interessa il futuro di Neela, la cui vita pare determinata dal destino immutabile dell'emigrata. Il tema del romanzo è l'impatto di questa partenza su Ayesha, la figlia di Neela, "l'acqua sporca", perché ormai italianizzata, e nel contempo alla ricerca di un legame con il passato, il suo e della sua famiglia. Questi due lati esistenziali non sono affrontati in una scontata chiave sociologica, che ruoti intorno al tema dell'identità. Con grande abilità narrativa la scrittrice racconta in parallelo la storia della famiglia di Neela e quella di Ayesha; a differenza della madre, Ayesha non può tornare, diversamente dalle zie e dalle cugine, non può affidarsi ad antichi rimedi, alla saggezza di un mondo magico, ancora abitato da spiriti e pratiche buddiste, o affidarsi a ideologie anti colonialiste e rivoluzionarie. Dove sono le radici di un' "acqua sporca", che deve sopravvivere all'interno di una società post capitalista? Amante delle metafore, la scrittrice ricorre all'immagine di alberi tropicali, che crescono da semi > che si insinuano nelle crepe delle cortecce di altri alberi, soffocando l'ospite con le proprie radici. (...) Il rapporto che intessevo con la mia vita altrove era così: un'esistenza che cresceva su un'altra come un parassita. Mentre una cercava di prendere il sopravvento, portandosi appresso le radici, esposte come carne viva, l'altra, quella sottostante, continuava a sopravvivere al limite del marciume. Mi sentivo una Persefone che divideva il suo tempo tra due mondi. Lei si era venduta per sei chicchi di melograno, per che cosa mi ero venduta io? Sorge spesso il dubbio se Uyangoda stia parlando dell'Italia, usando Ceylon come Montesquieu scriveva della Francia immaginandosi una Persia che esisteva solo nelle sue "Lettere Persiane". La stessa impressione si trae leggendo Igiaba Scego, in particolare l'ultimo libro recensito in questo sito: "Cassandra a Mogadiscio". È vero che la parte più affascinante del romanzo sono i capitoli dedicati a Ceylon, ma sempre l'autrice ci riporta con crudezza al dramma esistenziale e psicologico di Ayesha, una donna così vicina a noi, eppure tanto lontana perché è un "acqua sporca". Ed è proprio in questo "andare e tornare", tra un'isola vagheggiata e la nostra alienazione quotidiana, che risiede l'importanza del romanzo sotto il profilo dei contenuti. La struttura narrativa è ben costruita, con il ricorso all' io quando si parla di Ayesha, passando invece alla terza persona quando si raccontano le storie familiari: questo approccio crea una strana alternanza tra il soggettivismo tipico del romanzo contemporaneo, e l'oggettivismo che deriva dal voler parlare del mondo e delle esistenze "universali”: La scrittura è fluida ma densa, si percepisce un'impronta filosofica, in particolare in alcuni passaggi spesso ricchi di meditazioni e astrazioni. Tutto ciò accresce il fascino della lettura. La trama non può che essere fragile, visto che tutto è stato già detto dalle prime frasi del libro. Perché leggerlo? romanzo difficile, ma affascinante.
The namesake (il nomignolo)
> Trasfòrmati in parole: (...) se correndo intorno a un solo nome è sempre di te e di me che si tratta e sempre le stesse le armi potenti di lutto e afflizione che pure nei sogni a rovina inseguono la mia levigatezza (Cosimo Ortesta da il progetto di un freddo perenne 1988). Nel leggere questo romanzo mi è venuto in mente questo verso di Ortesta: i nomi ci seguono nella nostra esistenza, parlano di noi stessi, del legame che abbiamo con gli altri e di tutti i sentimenti, anche dolorosi, che ci portiamo dietro; come dice Lahiri, «i nomi muoiono nel tempo, periscono con le persone». Gogol è figlio di una coppia bengalese, che si è trasferita negli Stati Uniti; il nome gli è stato attribuito alla nascita in attesa del "vero > nome che sarebbe dovuto arrivare dall'India, ma non è mai pervenuto: un nomignolo, quindi, scelto dal padre per la sua passione degli scrittori russi. Gogol odia persino segnare il suo nome in fondo ai suoi disegni nella lezione d'arte. Odia che sia ad un tempo assurdo e oscuro, che non abbia niente a che fare con chi è lui, cioè né indiano né americano ma soprattutto non russo > . Chiamarsi Gogol è il segno della sua ambiguità, di una identità sospesa tra due mondi, due differenti culture, storie e tradizioni. E Gogol cerca di uscire da questa indeterminatezza, di fuggire dal nome, perseguendo con testardaggine la separazione dai genitori e dalla grande, chiassosa e affollata comunità bengalese, con l'abbigliamento, la cucina, gli usi e la lingua, difese strenuamente proprio perché si vive lontano dal proprio paese. E' stanco di tornare a Calcutta per la visita ai parenti, viaggio tanto atteso dai propri genitori. E soprattutto non vuole più sentirsi chiamare Gogol. Va a studiare lontano da casa, si laurea in architettura, trova lavoro in un'altra città, cambia nome in Nikhil. L'atteggiamento del protagonista non muta anche quando viene a sapere i veri motivi che hanno indotto il padre a dargli quel nomignolo. Una sera il treno che riporta Nikhil a casa ha un forte ritardo. Il padre lo attende alla stazione in uno stato di grande ansietà: gli rivela che l'ha chiamato Gogol perché da giovane fu uno dei pochi superstiti in un grave incidente ferroviario: lo ha protetto il libro del grande scrittore russo. A questo che pensi quando pensi di me, gli chiede Gogol, Ti ricordo di quella notte? Niente affatto, dice suo padre alla fine, con una mano sui fianchi del ragazzo, un gesto abituale che aveva imbarazzato Gogol fino a quel momento. Tu mi ricordi di tutto ciò che è seguito > , ossia della famiglia, del lavoro e del benessere conquistato; e il nome attribuito al figlio racchiude tanti significati, non ultimo ciò che disse Dostoevskij: noi tutti venimmo dal cappotto di Gogol > . L'enigmatica frase non può essere ancora compresa dal giovane Nikhil, il quale riprende la fuga dalle proprie radici. Conosce Maxine, una classica ragazza della buona borghesia liberal > , con belle case, begli oggetti, solidi punti di riferimento. Ospite della dimora dove i genitori di Maxine, così colti e disponibili, trascorrono le vacanze, in riva ad uno splendido lago e tra boschi e verdi prati, Gogol capisce che questo è un luogo che sarà sempre qui per lei. Rende facile immaginare il passato di Maxine, il suo futuro, disegnare nella mente il suo divenire anziana. (...) Attraverso le finestre vede che l'alba sta emergendo lentamente nel cielo, soltanto poche stelle sono ancora visibili, le forme degli alberi circostanti e le costruzioni diventano pian piano distinguibili. Un uccello comincia a cantare. E allora ricorda che i genitori non lo possono raggiungere: non gli ha dato il numero di telefono. (...) E qui accanto a Maxine, in questa accogliente natura selvaggia, si sente libero. > La fuga si interrompe quando improvvisamente muore il padre. La corsa all'obitorio, il riconoscimento, la raccolta dei pochi oggetti che il padre aveva con sé, il ritorno a casa presso la madre, ormai sola, il funerale di rito indiano, con intorno tutta la comunità bengalese, riportano brutalmente Gogol indietro, al suo essere né indiano né americano, e nemmeno russo. Maxine lo invita ad una vacanza insieme (perché ti potrebbe far bene (...) andare via da tutto questo«); Nikhil le risponde:»non voglio andar via > . Ed ecco che è di nuovo Gogol, si lascia guidare da sua madre verso un matrimonio con una ragazza bengalese, in una cerimonia fastosa e affollata che poco tempo prima avrebbe sdegnosamente rifiutato. Non è così semplice ritrovare la propria identità. Non possiamo approfondire la storia della ragazza sposata da Gogol, un racconto dentro il racconto. Possiamo solo riportare alcuni tratti fondamentali: ha un nome impronunciabile in americano e quindi viene chiamata con un nomignolo, anch'essa è fuggita dalla famiglia, è andata a Parigi dove ha appreso una lingua terza (né americana né bengalese), è tornata negli Stati Uniti per insegnare letteratura francese all'Università, si circonda di fini intellettuali (così distanti dalla semplice cultura tecnica di Gogol), ha avuto molti uomini, tradisce Nikhil, torna a Parigi. Gogol è un romantico, e come tale ha una storia d'amore, intensa almeno per lui, crede realmente di avere trovato solide radici in una moderna famiglia anglo-bengalese. Il tradimento e la separazione lo riportano bruscamente ad uno stato di sospensione. Si chiede come hanno fatto i suoi genitori, lasciare indietro le loro rispettive famiglie, vederle così raramente, senza un luogo dove ritrovarsi, in uno stato perenne di attesa, di nostalgia. (...) Gogol sa che i suoi genitori hanno vissuto le loro vite in America a dispetto di ciò che gli mancava con una forza che teme di non possedere«. Cosa c'è in un nome, si chiede Shakespeare in Romeo e Giulietta:»ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo > . Il romanzo non ci dice se ha ragione Giulietta. Nella vecchia casa che la madre sta abbandonando per trasferirsi a Calcutta, Gogol ritrova i racconti del grande scrittore russo: un libro che il padre gli aveva regalato quand'era adolescente e lui aveva abbandonato sullo scaffale, con un misto di indifferenza e fastidio. E trova una dedica: l'uomo che ti diede il suo nome, dall'uomo che ti diede il tuo nome«. Ecco l'enigma di Dostoevskij:»il nome che aveva così detestato, era qui nascosto e preservato. (...) Coloro i quali gli avevano dato e conservato il nome di Gogol erano lontani da lui, adesso. Uno morto, l'altra, vedova, in procinto di una differente tipo di partenza, per vivere piena di nostalgia, come suo padre, in un mondo separato. (...) Una volta o due alla settimana ascolterà il nome di Gogol, sui fili del telefono, o scritto sullo schermo. (...) Senza la gente nel mondo a chiamarlo Gogol, non importa quanto a lungo lui viva, Gogol Ganguli, una volta e per tutto, svanirà dalle labbra di chi l'ama, e così, cesserà di esistere. E' un romanzo intenso e complesso: una scrittura fluida ed elegante, un'attenzione spasmodica al dettaglio. I luoghi, gli oggetti, il cibo, l'abbigliamento sono descritti minuziosamente, a differenza dei personaggi, non trattati in modo superficiale, ma volutamente sempre in attesa" di qualcos'altro, o con la nostalgia per qualcos'altro. La scrittrice sembra vuol dire: tutto è vacuo tranne i luoghi, naturalisticamente mostrati e pur tuttavia ricchi di miti, di suggestioni, trasmettitori di valori e di mondi. Talvolta si perde il filo della trama, ma che importa? Il fascino risiede nella scrittura e tocca al lettore ricomporre e interpretare il tutto. Perché leggerlo? Un capolavoro, affascinante e denso di significati e di evocazioni.
Narratori meridionali dell'Ottocento
Come hanno notato le curatrici, Alda ed Elena Croce, la letteratura meridionale è fortemente influenzata dai grandi autori francesi, come Zola, Flaubert e Maupassant: attenzione, quindi, alle situazioni sociali, con un accento peculiare tuttavia, un misto di favolistica ironica e fiabesca e di toni melodrammatici. La rassegna è limitata a 10 scrittori, alcuni dei quali noti, come Capuana, Serao e De Roberto; non è chiaro quanto sia rappresentativa, ma in essa è possibile selezionare due scritti singolari. Salvatore Di Giacomo è un prolifico scrittore napoletano, giornalista, poeta e studioso. Predilige gli spettacoli tragici, i miscugli di ferocia e di bontà, i suoi personaggi sono meretrici, camorristi e pezzenti, i suoi ambienti sono vicoli sudici e pittoreschi. Il racconto «La Taglia» dà un efficace ritratto di una vicenda drammatica e dimenticata della nostra storia: il grande brigantaggio tra il 1860 e il 1870. Siamo in un «paesello sconsolato» sul quale gravitava «un silenzio di morte»: oggi il saccheggio della casa del sindaco, ieri una orecchia tagliata per avere un riscatto, poi un mandriano arrostito sulla legna come un montone; un orrore al quale i soldati reagiscono, > senza romore di giudizio, senzʼavvocati e tribunali. Laggiù, dietro la chiesuola, li fucilarono sullo sterrato . Mariangela è colta dai dolori del parto, è circondata solo dai figli perché il marito è andato a catturare un feroce bandito sul quale è stata messa una taglia; è il disperato tentativo di un poveraccio per sfuggire alla miseria. > Il marmocchio era arrivato sotto lʼuscio a carponi. (...) Lʼaltro, il rosso, lo afferrò alle spalle e se lo rovesciò sul petto. Il bimbo nudo strillava, impazientendo, con le manine che volevano difendersi.(..) Il sole di luglio irrompeva lì dentro con una vampa che ardeva la carne e toglieva il respiro;(...) la chioccia beccava fra i chicchi sparsi, (...) un cagnuolo puntava le zampe sullʼorlo dellʼorciolo e vi allungava il muso sporco, (...) fuori un silenzio pesante... La donna ha le doglie, il bambino più grande, il rosso, corre spaventato a cercare il padre. Mentre si inoltra nella boscaglia trova una lucertola, che mette in saccoccia. Chiama disperatamente il padre, poi lo vede: > lʼammazzato si vedeva poco in faccia, (...) le mosche gli correvano attorno a frotte, (...) una mano spuntava, tutta pesta e sanguinosa, aperta. (...) Tata! Tata!, chiamava il piccino, Tata, mamma chiange e ti voʼ!...Oi , tata! Sʼimpazientì. Si stese a boccone sul muricciuolo, mise fuori la lucertola, le attaccò uno spago al mozzicone di coda sanguinante e la fece camminare, rattenendola con improvvise strappate, gridandole dietro: Ah, Ah!... Isce!... > Vittorio Imbriani, anche lui napoletano, è stato professore universitario, patriota e combattente, ma anche scrittore fantasioso ed attento alla letteratura popolare. Ne è una testimonianza il racconto Le tre Maruzze > , una vera e propria rarità, in quanto fu pubblicata in soli ventotto esemplari nel 1875. In napoletano maruzza > è la lumaca, nella storia questi animaletti sono i custodi di tre orti preziosi: un roseto, un meraviglioso campo di granturco e un aranceto. Don Peppino, un giovane contadino, salva tre luride bestiole (la biscia, la lucertola e la zoccola), in realtà tre fate, le quali, come canta il Parini, fan beate gli amanti e a un volger dʼocchio mescere a voglia lor la terra e il mare > . E infatti il bravʼuomo diviene il giardiniere del Re, il quale lo tiene in gran conto perché Don Peppino è sincero e fedele. Un giorno, la Regina e le altre Altezze Reali, indispettite ed ingelosite dal sentirsi ripetere sempre che Don Peppino era lʼunico che non mentiva, proposero al Re una scommessa: tentare in tutti i modi il giardiniere e se Peppino avesse spifferato > una bugia, sarebbe caduta la testa del Re, in caso contrario quella delle Altezze Reali. Don Peppino resiste alle proposte dei principi, ma quando la Regina si offre in cambio di una rosa,come canta Girolamo Fontanella, lo sdolcinato verseggiatore, > sul felice amator cade e congiunge seno a sen, bocca a bocca e core a core . Ed ora come fare? Dire una bugia significa incorrere nelle ire del Sovrano, dire la verità comporterà che sarà il Re a perdere la testa. Ciò che soprattutto pesa in Don Peppino è il dolore delle tre fate (ora nella forma di una vanga, zappa e badile), perché lʼuomo non ha saputo resistere e «domani dirà la bugiuzza». Ma alla domanda del Sovrano: «che fan le mie maruzze?» Don Peppino risponde: > Bocca di Verità Bugia non vi dirà, la moglie vostra a domandarne venne; mʼoffrì quel chʼio chiedessi e tre ne ottenne. In prezzo della prima io la baciai; (...) Vanga, zappa e badil che tutto sanno, comʼio vʼho detto il ver vi attesteranno . Che morale trarre da questa fiaba? Mentre i potenti si dilettano in giochi inutili, in stupide scommesse, il povero agisce saggiamente, anche se pure lui si è lasciato ingannare. Sarà vero? «...Cuccurucù...». Ho scelto solo due racconti, perché gli altri non aggiungono molto alla letteratura ed anche alla narrazione del nostro Mezzogiorno. Giornalismo, fantastico e melodramma si mescolano insieme, dandoci una visione languida e pessimista del Sud. Lʼunico racconto di grande forza è quello di Federico De Roberto («La Paura») ambientato in una trincea della prima guerra mondiale e che parla della morte annunciata; alcuni soldati devono andare in un avamposto pur sapendo che moriranno di certo. È la morte, > acquattata, vigile, pronta a balzare e a ghermire; se bisogna andarle incontro, fissandola negli occhi, gli occhi si velano, le gambe si piegano, le vene si vuotano, tutte le fibre tremano, tutta la vita sfugge. È una pagina tragica ed estremamente attuale; ma siamo nel 1927, un altro mondo rispetto agli stanchi e ripetitivi racconti della fine dellʼOttocento. Perché non leggerlo? Niente di suggestivo e stimolante.
La nascita di Roma
Il libro narra le vicende della nascita di Roma tramite la storia di due fratelli, Servio e Plistino. Schiavi, fuggono per trovare la libertà a Roma, che andava costituendosi intorno alla figura di Romolo. I due fratelli fanno fortuna, ma Servio non riesce ad avere figli e i discendenti di Plistino muoiono a causa di una pestilenza. Servio e la moglie decidono di adottare uno dei fratelli della moglie di Plistino così da tramandare il nome della famiglia. Nel romanzo sono presenti tutte le vicende più famose della nascita di Roma, ma lo stile e la narrazione salgono di livello quando vengono trattati temi familiari: l’amore tra i coniugi e il legame con i figli, la morte e il dolore, la religione imperniata sulla venerazione degli antenati, l’adozione come espressione di un amore che travalica le affinità di sangue, i valori della giustizia e della libertà. È meno presente l’intento pedagogico rispetto alla «Storia delle Storie del mondo», ma lo stile mantiene quel tono affettuoso, dolce e in certi momenti lirico, che contraddistingue l’autrice. La struttura narrativa è spesso frammentata e non fornisce il ritmo necessario a non rendere a tratti (soprattutto nella parte centrale) noiosa la lettura.
Nati due volte
Il libro, di carattere autobiografico, racconta i rapporti tra lo scrittore e il figlio disabile. Il pregio fondamentale del racconto, articolato in capitoli tra di loro autonomi e quindi privo di una trama complessiva, è costituito dallo stile asciutto, che evita facili sentimentalismi e false solidarietà. Il ragazzo disabile costituisce quasi lo specchio dell’autore, la rappresentazione di una vicenda personale ricca di criticità, per esempio nei rapporti con la moglie e con la scuola, che è l’ambiente di lavoro dello scrittore. In realtà si tratta di un libro noioso, in certi casi fatto di aforismi, di affermazioni fini a se stesse e non inquadrate in una vicenda. Anche il profilo del figlio si presenta piatto, privo di sfumature e quindi proteso a darne una visione positiva, pur nella grave disgrazia.
La nave faro
> Una nave faro non ha un'elica, non ha un motore, sul ponte di comando non c'è un timone: non può far altro che ondeggiare, un po' sconsolata, un animale che tira invano una catena In questa nave che non navigherà e non vedrà terre lontane, gli uomini dell'equipaggio scompaiono > nel labirinto oscuro dove tutti i giorni della loro vita lavorativa venivano digeriti in un ammasso di ricordi quasi inestricabili . In questa sorta di prigione, in un equilibrio fragile di vite e di ricordi irrompe un capretto. Lo porta a bordo il cuoco con l'intenzione di macellarlo per farne un piatto gustoso. > Un animale così su una nave (gli gridò la contadina), sta' attento perché vorrà scappare. (...) Una capra vuole sempre andar via , ma sulla nave siamo tutti prigionieri, dice il cuoco. Viene naturale chiedersi perché il cuoco abbia voluto portare il capretto a bordo; certo è una carne squisita ma le ragioni culinarie non sono rilevanti, nell'infanzia dell'uomo riposa un'immagine che riaffiora di continuo. Ancora bambino un servo della casa lo indusse a sgozzare una gallina. > Dal collo sgorgò il sangue, il pollo batté con forza le ali. (...) corse dentro alla ricerca di sua madre. (...) Si mise il pollice in bocca e posò il capo sul suo petto. Il dito aveva il sapore dolce del sangue del pollo. (...) Chiuse gli occhi . Il cuoco non ha una grande esperienza nella macellazione, tanto meno di capre, ma non importa: nel suo inconscio vuole ripetere il rito infantile con il quale ha vinto la paura e ha ritrovato la madre. Il cuoco non si rende conto che non è il solo a subire il fascino oscuro del capretto. Arrivano alcuni giorni di una nebbia densa che, > smorzò il vento, dissipò i suoni, pietrificò il moto delle onde, circondò la nave faro. (...) Ora era un animale inerme, incatenato, accerchiato, (...) invisibile per le navi in transito . Il rischio dello schianto è palpabile, la tensione nell'equipaggio è altissima, non si può che attendere, scrutando il buio della nebbia. A chi non si è rafforzato in anni di attesa e non è capace di reprimere la paura, il capretto, animale saltellante e irrequieto, può sembrare il diavolo, che ha portato il disordine in una vita così regolare come quella della nave faro. C'è un marinaio, che > a volte sentiva cose che non c'erano e faceva fatica a scrollarsi di dosso i pensieri che lo assillavano . Il suo compito a bordo è di fare le rilevazioni per il Servizio Meteorologico, ma le annotazioni meticolose e dettagliate sono diventate «una contabilità ombra della sua inquietudine e del suo disagio». Si convince che sia il capretto l'origine dei mali che affliggono l'equipaggio, di quella nebbia oscura che avvolge la nave: una situazione che non gli permette di riempire il suo quaderno giornaliero. Decide di dare la morte al capretto con un rito che esorcizzi il male. Ma se l'animale è il diavolo come si può sperare che un semplice marinaio salvi la piccola comunità? Non si capisce se per la scarsa conoscenza dell'autore della vita marittima o per le difficoltà della traduttrice di trasferire in italiano un eventuale linguaggio marinaresco, comunque la nave faro resta sullo sfondo del racconto; è possibile riportarla alla luce solo come una metafora del male e della fragilità dell'animo umano. Ad un certo punto il cuoco si ammala di malaria e precipita in una sospensione della coscienza a causa della febbre. Finalmente una tregua alla memoria, dice l'autore!. Che cos'è questa passione per i ricordi, mai veri ma sempre immaginati? Non sarebbe meglio svanire nel vuoto del presente, senza passato e futuro? Diceva Sant'Agostino che non esiste che il presente, perché il passato è la memoria nel presente e il futuro non è che l'attesa di oggi per ciò che accadrà. Dando al racconto un'interpretazione filosofica potremmo concludere che il capretto è il grimaldello per trascinare il passato nel presente, tutto ciò che di oscuro c'è nell'animo umano e che ha origine nella memoria. La scrittura è essenziale: frasi brevi con un frequente ricorso al punto con la conseguente frammentazione della narrazione, personaggi abbozzati e in qualche modo sospesi, una trama semplice persino banale. Pare una cronaca fredda e giornalistica di una vicenda che non deve avere una spiegazione, se non ci si limita ad alcuni tratti psicologici, peraltro poco sviluppati. E' assente il fascino del mondo marittimo, nel linguaggio e nelle situazioni, se si escludono le descrizioni della nebbia oscura e paurosa. Perché non leggerlo? E' fragile Sotto il profilo narrativo, inutile per quanto riguarda i contenuti.
Le navi dei vichinghi
Siamo nel 900 dopo Cristo. I vichinghi, popolo originario della Scandinavia, vivevano di raccolti, di pesca delle aringhe e, per i più impazienti, di scorrerie sul mare, soprattutto verso lʼInghilterra e lʼIrlanda, dove ebbero fortuna con le armi, e molti poi vi si fermarono. Cominciavano ad essere interessati dalla predicazione di preti, «uomini col capo rasato», che cercavano di convertirli alla religione cristiana e di addolcire i costumi, ancora rozzi e violenti. Il romanzo narra le vicende di Orm il rosso: il più giovane dei figli di un ricco contadino, il quale, appena > giungeva la primavera e lʼodore del catrame cominciava a impregnare lʼaria , volgeva lo sguardo al mare e, per la gioia di partire, «arrivava persino a comporre qualche verso». Orm era il pupillo della madre, che non voleva che partisse con il padre in navigazioni pericolose, a causa delle tempeste e dei nemici. Le circostanze vollero diversamente. Nel tentativo di difendere il suo gregge fu catturato da una nave di vichinghi, che navigavano «verso mezzogiorno», verso il regno dei Franchi e la ricca Andalusia. Comincia in questo modo la prima parte del libro, che narra il lungo viaggio di Orm. Fu una spedizione verso mondi ancora ignoti ma in parte già vagheggiati: terre ricche da depredare. I vichinghi non avevano una meta, e quindi il libro non è una versione nordica delle Argonautiche come ritiene Michael Chabon nellʼintroduzione. Erano gli avvenimenti a trascinare i viaggiatori, i quali dimostrarono coraggio, vigore, capacità di cogliere le opportunità e desiderio di conoscere nuovi luoghi e costumi. Il racconto del lungo viaggio è anche la narrazione della formazione di Orm, da ragazzo viziato e impulsivo divenne un uomo esperto e un condottiero. E così quando ritornò a casa, Orm era ormai un adulto, che pretendeva di governare il proprio destino. Il racconto dellʼarrivo in patria si apre con uno dei capitoli più interessanti: le feste per il natale alla corte del re. La contraddizione tra tradizione e cristianesimo, tra valori ancestrali e nuovi ideali, emerge in modo brutale. Il lungo pranzo in onore del natale si concluse con una serie di sanguinosi duelli, nei quali venne coinvolto anche Orm, per difendere la collana donata dal Califfo di Cordova. E fu proprio durante la lunga guarigione che sbocciò lʼamore tra Orm e la figlia del re: amore, che spinse il ragazzo, ormai adulto, ad unʼulteriore crescita spirituale. Pur di conquistare la donna amata, Orm decise di rinunziare alla collana e di convertirsi al cristianesimo. Fu una grave scelta, perché lo costrinse a rifugiarsi vicino alle grandi foreste, > dove i re non arrivano mai. Sarà là che costruirò la mia chiesa . Si possono dare tante interpretazioni al romanzo: miscuglio di narrativa fantastica e resoconto sociale, narrazione della trasformazione dei vichinghi in normanni, conquistatori dellʼInghilterra e protagonisti dellʼultima fase del medioevo; diffusione della cristianità e quindi questioni etiche e culturali ; nostalgia della società dei vichinghi, rozza ma autentica; peregrinazione di giovani alla ricerca del proprio destino e allʼinseguimento del nuovo; rappresentazione della lunga e travagliata vita di un uomo. Il senso più vero del romanzo è, tuttavia, lʼavventura, condita da una sana e disincantata ironia, un distacco che permette di non prendere troppo sul serio le figure degli eroi, le imprese incredibili e le meravigliose scoperte. Come dice Michael Chabon in conclusione alla sua introduzione, > lʼavventura è un piatto che è meglio consumare nel conforto di casa propria . Perché leggerlo? La storia è a tratti episodica, ma è un affascinante racconto epico e popolare.
Nel mare ci sono i coccodrilli
Il romanzo ha come sottotitolo «Storia vera di Enaiatollah Akbari». E', infatti, Akbari che racconta a Geda il suo viaggio dall'Afghanistan all'Italia. Che sia un espediente letterario o una reale intervista poco importa, la forma del reportage giornalistico dà la necessaria attendibilità alle peripezie del ragazzo, al suo sogno di libertà e di pace. Akbari vive nel nord dell'Afghanistan ai confini con il Pakistan: appartiene a una etnia scita perseguitata dai talebani. Ancora bambino deve assistere alla fucilazione del maestro, che testardamente voleva tenere aperta la scuola. Per sfuggire alla repressione talebana la madre di Akbari lo porta a Kandahar e lo affida a un conoscente che lo fa arrivare a Quetta in Pakistan. In questa città Akbari deve trovare il modo di sopravvivere, accettando anche lavori immondi come sturare la fogna, immerso nei liquami. Quetta è una sorta di luogo di formazione, dove Akbari impara a farsi largo tra le difficoltà, apprende nuovi mestieri, come quello di piccolo ladro di strada, e conosce altri ragazzini con cui giocare a pallone e sognare un futuro migliore. Ha sentito di un > un sacco di ragazzini che andavano in Iran. (...) Sentivo queste voci nell'aria, come irradiate da un altoparlante al posto della preghiera dei muezzin; le percepivo nel volo degli uccelli, e ci credevo, perché ero piccolo, e quando sei piccolo cosa puoi sapere del mondo? Ascoltare e credere erano la stessa cosa. Credevo a tutto quello che mi dicevano. E soprattutto, quando si è ancora ragazzini, si pensa che l'amicizia dia una tale forza da poter affrontare qualsiasi difficoltà. Purtroppo, poi, si scopre, che «nel mare ci sono i coccodrilli». Akbari se ne accorgerà andando in Iran e poi in Turchia, sempre pensando di aver trovato il posto giusto dove vivere. Se le pagine dedicate a Quetta sono ancora pervase da un senso di avventura, i luoghi, le persone e le vicende rappresentate come in un sogno di realtà, da cui si potrà fuggire tornando a casa, poi, in Iran, Turchia e Grecia, tutto diviene più crudo e cattivo, e pure Akbari diviene più duro, disilluso e pronto a salvarsi anche abbandonando gli amici. Si pensi all'attraversata in mare sul gommone per arrivare sulle coste della Grecia, quando, tra le onde, hanno perso un amico:. > abbiamo continuato a remare e a gridare il nome di Liaqat. E a remare. E a gridare. (...) Nulla. Liaqat se l'era preso il buio. A quel punto -- non so bene come sia successo: sarà stata la fatica, sarà stato lo sconforto, sarà stato che ci sentivamo troppo piccoli, già, infinitamente troppo piccoli per non soccombere a tutto ciò -- a quel punto è successo che ci siamo addormentati. Ormai solo, Akbari riesce ad arrivare in Italia, un'Italia meravigliosa, ancora accogliente, dove un minore era assistito e dato in affido, ed erano soltanto quindici anni fa! «In anime scalze» (si veda la recensione in questo sito) Geda scrive che > la vita è una palla di bigliardo, ogni scontro le fa cambiare direzione; e se si è abbastanza forti e fortunati si può andare ovunque. Di là del resoconto del viaggio, in cui la parte più interessante è il ruolo dell'Iran come paese di cerniera e d'immigrazione, la storia di Akbari è un romanzo di formazione che trascende le specifiche vicende. Si diviene adulti affrontando e superando le difficoltà, sapendo apprendere dalle circostanze, anche con una certa dose di opportunismo e pragmatismo. E' il lieto fine che banalizza il racconto, dandogli un senso di dolciastro e pregiudicando in tal modo la drammaticità dell'immigrazione minorile. Il romanzo fa conoscere gli itinerari dei migranti ma tutto è troppo facile, senza sofferenze se non quelle fisiche. La separazione dalla famiglia, il distacco dagli amici, lasciati al loro destino, l'abbondono delle proprie radici paiono agevoli, semplici da superare. Perché non leggerlo? Alla fine è banale.
Nessuno torna indietro
Siamo poco prima della guerra civile in Spagna (1936 - 1939); un gruppo di ragazze si ritrova in un collegio di suore a Roma. Si crea unʼ intima ed intensa amicizia tra giovani donne, pur provenienti da ceti sociali differenti e da diverse esperienze personali. È come se la struttura sociale esterna fosse momentaneamente sospesa e tutte potessero vivere con una libertà ed una sincerità impensabili se fossero in società. > Seguitavano a confidarsi: da principio sembrava avessero un poʼ di pudore delle loro aspirazioni, poi, a poco a poco, mettevano la carne al vivo, perfino sʼavvicinavano, si toccavano per meglio comunicare, finché Silvia osservò: ---però è bello stare a discutere così tra noi, tutte donne: se ci fosse un uomo, non avremmo osato parlare (...). Noi donne siamo sincere soltanto tra donne. Cʼè una solidarietà singolare tra noi. È un mondo femminile, consapevole della sua condizione eccezionale e comunque in attesa del dopo, quando si lascerà il collegio. > Qui ci siamo scelte tra tante, si direbbe, per autentica affinità. Ma è soltanto la familiarità continuata di ogni giorno che ci lega; appena questa cade si scava fra noi unʼincolmabile distanza . Eppure qualcosa resterà. > Chi può dimenticare di essere stata padrona di sé stessa? (...) Quelle che sono rimaste, che sono passate dalle mani della madre alle mani del marito, non ci perdonano di aver visto cose nuove, nuove facce, di aver avuto la chiave della nostra stanza, uscire entrare allʼora che si vuole. E gli uomini non ci perdonano di saperne quanto loro . A scalfire uno stato così ricco di umanità reciproca (come direbbe Confucio) è lʼarrivo di Emanuela. > Io non capisco che sta a fare qui--Silvia osservò dal letto-- non studia, hai visto? e qui si viene per studiare . Emanuela è in collegio a Roma per stare vicino alla figlia, avuta da una relazione extra matrimoniale. La ragazza non intende rivelare alle amiche la sua particolare situazione; finge di essere come loro perché lo vorrebbe essere, senza vincoli, ancora con tutte le possibilità di vita davanti a sé. > Faccio parte del vostro gruppo. Giuramento sul tavolo comune come i moschettieri. Otto per una, una per otto. E adesso io so tutto di loro che con le altre sono così segrete e schive. E loro di me che sanno? Tutte bugie. La perfetta sintonia fra le ragazze viene meno, quasi che una presenza estranea, quella di Emanuela, dia fuoco alle braci dormienti del destino individuale. La prima ad andarsene è Xenia: fugge dal collegio dopo la bocciatura allʼesame di laurea, fa perdere notizie di sé, e va vivere a Milano, diviene una donna cinica, che usa gli uomini per il proprio tornaconto. > A lei, di tutti i piaceri questo solo pareva delizia ineffabile: godere di se stessa, della sua compagnia, della sua immagine . Poi muore Milly, gravemente malata, «Avevano ragione le compagne di chiedersi se mai era stata». È il turno di Anna, figlia di ricchi proprietari terrieri, la quale, appena laureata, va a sposare un coetaneo del suo stesso ceto sociale, mettendo in soffitta gli studi, le amicizie e la libertà, pur di vivere sui propri possedimenti. > Io penso, continuò seria, che sia un errore voler uscire dalla propria classe sociale ed entrare a forza in unʼaltra . Lascia il collegio anche Vinca, una spagnola fuggita da casa per non vivere con la matrigna; va presso compatrioti ad aspettare notizie del fidanzato, andato a combattere per Franco nella guerra civile; lʼamato ha invece sposato unʼaltra donna, lì a Cordoba, e a Vinca non resta che rimanere a Roma, a vivere modestamente dando lezioni di spagnolo. Ed ecco Silvia, brutta ma intelligente, la quale si laurea brillantemente. > E adesso, Silvia? adesso? Niente era mutato solo quel dott. che poteva mettere davanti al suo nome. Bisognava fare tutto da sé . Rimangono Augusta e Valentina, destinate allo zitellaggio e per questo legate da una particolare amicizia, protetta dalle mura del collegio. E sono loro, depositarie di una utopia di comunanza femminile, a cacciare Emanuela, finalmente. > Il busto piegato, il viso accanto al viso di lei, anelante, Augusta le diceva con voce soffocata e torbida: Ladra! (...) Neppure lʼaltro giorno, quandʼeri a letto, hai parlato. (...) Te stessa, sempre avanti a tutto. (...) Devi andartene adesso. (...) Io volevo stasera, avanti a tutte, dirti: Vattene!, poi ho pensato che non è colpa tua: ci sono esseri che nascono come te mancati, indifferenti . Siamo dinanzi ad un grande romanzo femminile, il primo, forse, della letteratura italiana. Le protagoniste sono donne nella loro complessità: i sentimenti, i sogni erotici e le aspirazioni. Mancano totalmente gli uomini e quando compaiono (si pensi alle vicende di Xenia) sono solo funzionali al raggiungimento di obiettivi maturati dalla protagonista in solitudine, senza il contributo dellʼaltro sesso. Siamo negli anniʼ30 e possiamo immaginare lʼimpatto rivoluzionario del racconto, pur allʼinterno di uno schema narrativo apparentemente tradizionale. Le vicende delle ragazze, una volta lasciato il collegio, sono storie differenti e tutte plausibili: esse in qualche modo rispecchiano anche le diverse sfaccettature dellʼanimo femminile, una coesistenza di idee, emozioni e desideri che lʼautrice probabilmente sentiva nella propria coscienza di giovane donna, con ancora innanzi tanti possibili destini. Nessuna delle protagoniste si realizzerà pienamente, tutte in qualche modo tradiranno la pienezza e la molteplicità della natura femminile, si rassegneranno in qualche modo ad una via, tradizionale, trasgressiva o vacua, ma sempre unʼ unica via, necessariamente riduttiva della complessità dellʼanimo umano. Ma quanti di noi, uomini o donne, abbandoniamo la ricchezza poliedrica della giovinezza? Forse perché, come dice Silvia, «vivere gli avvenimenti è molto più facile che immaginarli». Riguardo lo stile narrativo cʼè poco da dire: perfetta la scrittura, eleganti i vocaboli, raffinata lʼintera costruzione letteraria. È uno splendido contributo alla lingua italiana, è la dimostrazione di come sia possibile scrivere ad un tempo in modo colto e semplice. Perché leggerlo? Grande libro della letteratura femminile.
Neve sottile
Siamo in Giappone in un arco cronologico che va dagli anni immediatamente precedenti alla seconda guerra mondiale sino all’inizio del conflitto. In una situazione di preoccupazione e di crescenti ristrettezze economiche, si sviluppa una vicenda familiare, la storia di quattro sorelle. Un’antica famiglia, ormai decaduta, si è divisa in una casa principale, che si trasferisce a Tokio e alla quale competono le decisioni fondamentali della famiglia, e un ramo secondario, che vive a Osaka e fa perno sulla protagonista, una delle sorelle: Sachiko. La donna si fa carico della responsabilità delle due sorelle minori, una che non riesce a trovare marito per la sua timidezza e scontrosità, e l’altra, più moderna ed emancipata, che svolge un lavoro di artista e intreccia un insieme di relazioni amorose, anche con uomini di livello sociale inferiore alla famiglia. Il romanzo è un insieme di piccoli episodi, con una linea narrativa apparentemente frammentata, ma che sviluppa proprio sulla descrizione dell’intimità di una famiglia giapponese, della contraddizione tra tradizione dei costumi e dei valori da un lato e modernità occidentale dall’altro. Le donne vestono in kimono, ma anche in abiti occidentali, si va a teatro a vedere antiche rappresentazioni giapponesi ma si divorano i libri e i film occidentali. Anche la ragazza più ribelle, una delle sorelle minori, che vorrebbe andare in Francia a imparare la sartoria, frequenta una tradizionale scuola di danza e acquisisce notorietà realizzando bambole giapponesi. Le regole della tradizione non riescono a racchiudere e irrigidire gli affetti familiari. I ripetuti tentativi matrimoniali di Sachiko per una delle sorelle minori falliscono in quanto la donna non si sente di contrastare la volontà e il carattere della sorella. Gli scandali provocati dall’altra sorella trovano poi perdono e benevolenza da parte di Sachiko. L’amore tra le sorelle e tra i familiari è più forte di qualsiasi regola e imposizione. Si potrebbe pensare che il contesto sia costituito dalla guerra, che alla fine debba irrompere nel romanzo (quasi una sorta di Guerra e Pace). Non è così: la guerra resta sempre sullo sfondo, poco menzionata, e ciò che interessa soprattutto sono i problemi intimi, la ricerca della serenità e dell’equilibrio dei protagonisti. Solo le lettere degli amici occidentali che hanno lasciato il Giappone richiamano il sopraggiungere di un conflitto militare, di cui, però, non si ha ancora piena consapevolezza. L’autore vuole forse rassicurare il lettore (si ricordi che è stato pubblicato a dispense durante la guerra) o avanza una sottile critica al familismo, all’eccessiva attenzione ai sentimenti individuali e alle relazioni amicali, che portano a tardare a prendere coscienza di ciò che sta capitando. Sarebbe interessante se ci fosse stato un seguito al romanzo, per conoscere il comportamento dei personaggi durante l’ultima fase del conflitto, sotto i bombardamenti. Il vero contesto del romanzo è costituito dai costumi e dai valori della società giapponese, descritti in tanti momenti ma sintetizzati nella natura, per esempio le gite della famiglia a vedere i ciliegi in fiore. La pace, l’ordine, la serenità che traspare dalla natura contrastano sia con la complessità dei sentimenti e delle vicende, che con il crescente emergere della guerra. Il romanzo si sviluppa lentamente, con una notevole povertà di azioni perché tutto giocato sui particolari. Alla fine risulta prolisso, anche se non noioso, talvolta ripetitivo.
Niente di nuovo sul fronte occidentale
Il romanzo, reso famoso da un film, è un diario di guerra. Ambientato nel primo conflitto mondiale, narra di un gruppo di ventenni tedeschi: «la gioventù di ferro», come la chiamavano i loro insegnanti. Tutto è confuso, i ricordi della vita precedente sono > visioni mute, (...) una enorme sconsolata malinconia. (..) Finché eravamo in caserma destavano in noi una selvaggia e ribelle bramosia. (...) Ma qui in trincea quel mondo si è perduto. Il ricordo non sorge più; noi siamo morti, ed esso ci appare lontano all'orizzonte come un fantasma, come un enigmatico riflesso, che ci tormenta e che temiamo e che amiamo senza speranza. (...) E se anche ce lo restituissero, questo paesaggio della nostra gioventù, non sapremmo più bene che farne . E' una discesa agli inferi quella che racconta Paolo, l'io narratore; e lo fa senza retorica, vittimismo ed autocompiacimento. > I nostri pensieri sono come creta molle che viene plasmata secondo la varia vicenda dei giorni; sono buoni quando siamo tranquilli, morti quando ci troviamo sotto il fuoco. Terreno sconvolto, dentro di noi e fuori di noi . Il libro ripercorre i diversi aspetti della vita militare nella grande mattanza che fu la prima guerra mondiale: l'agonia di un commilitone ( > Questi è Franz Kemmerich, diciannove anni e mezzo; non vuol morire, Non lasciatelo morire! ), al quale sul letto di morte ci si appropria degli ottimi stivali; la dura e vessatoria disciplina della caserma, le piccole rivincite del fante ai danni del sotto ufficiale ottuso e malvagio; l'importanza del rancio, le ruberie per migliorare il magro cibo; le visite a giovani prostitute sognando che siano le ragazze della propaganda; l'ambiente dell'ospedale, dove si amputano braccia e gambe tra le urla del poveretto, e non si vede l'ora che un moribondo liberi il letto; la licenza a casa, fastidiosa perché costretti a subire i discorsi guerrafondai dei «borghesi»; l'amicizia, un legame così forte da farci sopportare la durezza della vita del soldato e così labile perché i compagni facilmente muoiono; ed infine la trincea. Chi si aspetta un tono epico, una sorta di Iliade, resterà deluso. I combattimenti sono in realtà una carneficina: corpi crivellati di colpi e polverizzati dalle bombe, rantoli di feriti con ventri sventrati, sangue e cadaveri dappertutto, persino urla di cavalli agonizzanti; ciò che importa per il fante è sopravvivere. > Siamo diventati belve pericolose, non combattiamo più, ci difendiamo dall'annientamento. (...) Deliriamo di rabbia, non siamo più legati impotenti al patibolo, possiamo distruggere, uccidere a nostra volta, per salvarci, per salvarci e per vendicarci . Il libro è un atto di accusa contro la guerra, non solo perché è assurda e crudele, ma perché trasforma gli uomini, li priva dell'umanità: > questa vita ci ha ridotti ad animali appena pensanti, (...) ci ha impastati di insensibilità, per farci resistere all'orrore che ci schiaccerebbe; (...) ci ha dato l'indifferenza dei selvaggi per farci sentire, ad onta di tutto, ogni momento della realtà. (...) Così meniamo un'esistenza chiusa e dura, tutta in superficie . Non c'è una trama vera e propria, i personaggi agiscono come chi vive «empiricamente», giorno per giorno, senza apparenti sentimenti, peraltro inutili da manifestare. Sorregge il racconto una scrittura essenziale, fatta di frasi brevi, quasi concitate, capaci di dare un ritmo incalzante alla narrazione. Talvolta sopraggiungono momenti di calma, come la vita in caserma o la licenza a casa (e qui emerge la debolezza stilistica dell'autore); è momentaneo, le immagini della grande mattanza ritornano, evocative di quella morte crudele che è la guerra, la disperazione ci sovrasta e ci rendiamo conto che la vita è una miseranda parvenza. Ci sono solo monconi di vita: > papaveri rossi sui prati intorno ai nostri baraccamenti, lucidi insetti sui fili d'erba, calde serate nelle camere semibuie e fresche, alberi neri e misteriosi nel crepuscolo, stelle e fluire di acque, sogni e lunghi sonni . Perché leggerlo? Ci ricorda che cos'è la guerra.
Niente di vero tranne gli occhi
Anche con questo romanzo Faletti si conferma un ottimo autore di thriller all’americana. Un ottimo stile e un ritmo narrativo veloce, che lascia tuttavia lo spazio a suggestioni sui misteri che circondano la vita e le relazione tra le persone. L’unico difetto è costituito dal fatto che la protagonista vede le scene tramite gli occhi di uno degli assassinati, occhi che gli sono stati trapianti. Si tratta di un fatto inverosimile, che introduce un elemento di disturbo, tra l’altro inutile ai fini dello svolgimento della trama.
Ninfa Plebea
> Tengo una figlia, bella e cianciosa,/zetella e ffresca, comm'a 'na rosa;/sempre vicina, da peccerella,/ ll'aggio tenuta pella vunnella. . Così cantava Nunziata della sua bambina Miluzza, cercandole i pidocchi in testa. E Miluzza era bella davvero e tutti i maschi del paese > studiavano le caviglie sottili di cavallino da corsa, il seno germogliante come un mazzolin di fiori, il capo da quattordicenne di un fascino oscuro . Che cosa volessero Miluzza lo sapeva «per memoria prenatale», ed anche perché era nata e cresciuta in una povera famiglia dei bassi: il padre sciancato, impotente e cornuto, la madre nota per darsi a tutti i soldati di passaggio, facendolo con gioia e passione come Bocca di Rosa della canzone di Fabrizio De André. Figlia della puttana del quartiere, Miluzza conosce il sesso ancora bambina: che sia la compagna di gioco o la vecchia negoziante, o invece il parroco e l'austero professore. Non è vero rapporto carnale, sono perlustrazioni lascive della piccola vagina; d'altra parte «non si va in giro con certe gambe di fuori e senza mutandine». E' possibile che Miluzza avrebbe avuto lo stesso destino della madre Nunziata, puttana accettata dalla piccola città di provincia, quando la morte dei genitori (e quindi il venir meno della modesta sartoria con la quale vivevano) e il lavoro di operaia in un'azienda locale di cartonato, cambiano radicalmente la vita di Miluzza. Il padrone si invaghisce della ragazza e senza ritegno la fa la sua amante. Sperando di nascondere la relazione e per sorprendere Miluzza, la conduce a Napoli, ospitandola in grandi alberghi e facendole frequentare i migliori ristoranti. Ma è proprio la vita elegante nella grande città che porta Miluzza a realizzare la sua condizione di mantenuta, di «Sisina, Sisina elegante, (...) e pe' 'na lira fa zuchetuzù», come recita un macchiettista insolente. Ascoltandolo tra le risate generali, > Miluzza ebbe un riso freddo. (... Il mondo napoletano, così sbracato, era il contrario del suo umore . Per lei il sesso è un fatto naturale, malinconico, soffuso e delicato da consumare in un ambiente discreto, tra la gente del quartiere, senza offendere chicchessia. Anzi, Miluzza rischia di essere travolta dallo scandalo, di doversi chiudere in casa tra il vituperio generale, di dover lasciare la cittadina dove è sempre vissuta. A salvarla giunge la guerra e come l'angelo della Resurrezione arriva un soldato in fuga. Il finale felice stona con il tono complessivo del racconto, lezioso e spumeggiante, ma sempre impregnato di uno sconsolato pessimismo. La vita della povera gente è e sempre sarà così: ritagliarsi spazi di sopravvivenza e di semplice divertimento tra le miserie e le fatiche quotidiane. Ma è veramente una vita così triste o invece si va avanti sereni e sicuri perché parte di una umanità rigogliosa e festante? Non è un caso che sia la grande città a scoperchiare lo squallore, di cui prima non si era consapevoli quando si viveva nel proprio ambiente. La scrittura è il pregio fondamentale del racconto. Rea crea una nuova lingua, un misto di italiano e di napoletano; in tal modo dà brio e suggestione all'intera narrazione, mostrando pure come si può usare la «lingua dei parlanti» senza renderla un espediente civettuolo o, peggio ancora, una specie protetta. Perché leggerlo? Brioso e accattivante.
Una nobile follia
Igino Ugo Tarchetti è vissuto tra il 1839 e il 1869. È quindi uno scrittore risorgimentale che è stato messo da parte in quanto portò avanti una forte critica alla guerra e un evidente riconoscimento del valore della diserzione e dellʼobbiezione di coscienza. Il romanzo, in parte autobiografico, tratta le vicende di Vincenzo D: > una di quelle menti che non sanno scegliere tra la prosperità e la coscienza e sono esse sempre delle creature sciagurate . Il racconto si articola in tre parti. La prima parte riguarda lʼinfanzia e lʼadolescenza del protagonista. Abbandonato, cresce in un orfanotrofio, dove conosce Margherita, il suo grande amore. Si tratta di una parte ampollosa e retorica, dominata da una visione romantica e spiritualistica della vita e del mondo. È tutta una esaltazione dellʼamore e della natura, assunta come un mondo idilliaco, Un dialogo tipico è il seguente: Margherita chiede: > ove andiamo? Ad amarci. E che fanno quelle lucciole? Si amano. E tutte quelle stelle? Si amano. Dio, come è bella la notte! È lʼamore che lʼabbellisce . A pagina 71 è forte la tentazione di abbandonare il libro. La seconda parte racconta la vita militare di Vincenzo D. Proprio nel momento in cui i due innamorati decidono di sposarsi, Vincenzo viene chiamato alle armi. Con pagine di grande efficacia, viene raccontata la trasformazione individuale e sociale di una persona costretta a subire la disciplina militare. Chi ha compiuto il servizio militare non può non ritrovarsi nelle parole dellʼautore: > le evoluzioni, il passo, il moto misurato e meccanico, la cadenza assordante del tamburo, la novità dellʼabito, lʼasprezza del comando e la disciplina stordiscono la sua mente, la distolgono da una riflessione seria e costante, creano nuovi bisogni, nuove idee, nuove parvenze. I buoni sono divenuti cattivi, i cattivi pessimi, i pessimi malvagi . La vita militare di Vincenzo ha una svolta quando viene chiamato a partecipare alla guerra di Crimea.Già la causa della guerra, richiamata dallʼautore, è di una tale futilità, che è di per sè una critica allʼassurdità dello scontro militare: un principe russo rifiuta di rendere visita al ministro turco e passeggia per le vie di Costantinopoli con «lo scudiscio alla mano». In questa parte del libro si colloca la descrizione della battaglia della Cernaia: sembra di assistere ad un film moderno ad effetti speciali e ad un tempo ad una battaglia dellʼIliade. Corpi dilaniati, teste mozzate, sangue e devastazioni sono narrate con una forza cromatica tale da poterle vedere come in un quadro. La narrazione raggiunge il suo punto di massimo impatto quando anche la natura ( qui non più benigna ma nemica dellʼuomo) prende parte alla battaglia: > il mare rigetta sulla riva gli alberi, le gabbie, i cadaveri. Unʼonda gigantesca, che sembra riassorbire in sè tutte le altre onde dellʼoceano, si avvicina lenta e maestosa alla riva. Una lunga fila di naufraghi apparisce sopra di essa agitando i petti e le braccia: sentono la terra sotto i loro piedi, ma lʼonda che li incalza di dietro sopraggiunge, si rovescia sopra di essi, li travolge e li riporta sullʼalta superficie del mare . Ma Vincenzo è riuscito a salvarsi e non ha ancora ucciso nessuno, in quanto è rimasto sommerso da un mucchio di cadaveri. Quando riprende conoscenza si trova di fronte un soldato nemico e, come nella Canzone di Piero di Fabrizio De Andrè, è costretto ad ucciderlo per correre poi a chiedergli perdono ed accorgersi che il soldato ucciso > era bello di una bellezza maschia ad un tempo e gentile, aveva i capelli biondi e inanellati, la fronte ampia e serena . Il soldato sul punto di morte chiede a Vincenzo «perchè mi avete ucciso?». A quel punto il protagonista decide di disertare e di acquistare la propria libertà: > io aveva gettato il guanto allʼumanità; non aveva meco che la mia coscienza: come avrei sostenuto quella lotta? La terza parte è la discesa verso la follia, che ha origine nellʼomicidio. Ormai il racconto si trasforma in filosofia e in un insieme di aforismi, in alcuni casi senza senso. Emerge in modo evidente una dichiarazione contro la guerra e soprattutto contro la vita militare, mentre prevale ormai una visione del mondo panteista. Il tutto diviene un confuso manifesto politico. Lʼautore si affida ad un espediente narrativo ( Vincenzo D. racconta allo scrittore che racconta ad un amico), che invece di rendere più vivace la lettura contribuisce ad appesantirla, in quanto il racconto è tutto sviluppato in prima persona, nella forma di una narrazione: narrazione che spesso è un occasione per noiose divagazioni filosofiche, che fanno cadere il ritmo narrativo. Lo stile ampolloso, enfatico, fortemente aggettivato, rende spesso pesante la lettura. Perchè non leggerlo? È sufficiente andare in una biblioteca pubblica e limitarsi alle pagine che descrivono la vita militare e la grande battaglia della Cernaia (in tutto quaranta pagine).
Nodo alle budella
La trama del romanzo è surreale. Paul, un piccolo truffatore, si innamora di una strana ragazza, Jeanne, che lo introduce nel grande giro delle rapine ma lo tradisce con un altro. In seguito al tradimento, Paul comincia a vivere in uno stato di allucinazione e sogna sempre un ometto con i baffetti. Durante una rapina in banca pensa di vedere questo individuo in uno degli impiegati e quindi, per liberarsi dall’incubo, lo uccide. Inizia un inseguimento della polizia, durante il quale Paul inizia una «discesa» verso gli inferi: sia fisicamente che spiritualmente. Paul perde il controllo della propria vita ed entra in uno stato paranoico. In questa condizione uccide una donna che lo ha accolto in casa e che lo proteggeva dalla polizia. Il libro descrive il declino di una persona e il suo passaggio da un stato di incerto equilibrio a una condizione nevrotica e auto-distruttiva. In questo senso, è la rappresentazione di una situazione più generale, che può capitare a chiunque: essa, però, viene portata avanti dall’autore in modo paradossale e inesplicabile, lasciando il lettore sconcertato e deluso della superficialità della vicenda..
Non avevo capito niente
Un avvocato di scarso successo e squattrinato partecipa, quasi da spettatore e senza rendersene conto, a una serie di vicende, sentimentali e lavorative, che lo coinvolgono pesantemente. Continua la relazione con l’ex moglie, diviene l’oggetto dell’amore di una brillante e bellissima avvocatessa, viene a sapere, senza reagire, che il figlio frequenta «cattive compagnie» ed è incline all’omosessualità, diviene il difensore di un noto pregiudicato della camorra, ottiene una serie di successi processuali, per lui inattesi, in quanto referente della camorra, scopre alla fine che non aveva capito di essere stato lo strumento, in mano alla magistratura, per incastrare il suo difeso. Il narrante è l’avvocato stesso, il cui nome, Malinconico, ne sintetizza bene la personalità: una tristezza di base, che tuttavia si accompagna a una forte auto ironia e a una filosofia della vita che gli permette di accettare il mondo così com’è. In un colloquio con l’amante, quest’ultima gli rinfaccia che lui non sa perché fa le cose: > il che è verissimo, anche se non ci trovo niente di strano. Siccome però non ho il coraggio di dirlo, ma allo stesso tempo non ho alcuna idea originale, al momento, pesco fra le informazioni più recenti. No, è che non mi vedo mentre le faccio. Come? Che le cose le capisco solo quando le ho fatte . Per l’autore, la vita è un rotolarsi di avvenimenti sui quali non si può incidere e tutti si muovono come fossero ripresi da una cinepresa, comportandosi in modo falso e non autentico. La stessa camorra è una realtà che si deve accettare per quella che è e di cui si possono apprezzare certi aspetti del suo codice di comportamento: ciò che sarebbe opportuno è «una camorra sostenibile». Il romanzo si apprezza di più per le digressioni dell’autore, spesso felici e puntuali, sulla vita di oggi. Come dice lo stesso autore: > il fatto è che io sono un narratore incoerente. Mi interessano troppo le chiacchiere incidentali che ti portano da un’altra parte. Quando racconto sono come uno che cerca una bolletta nel cassetto delle ricevute. Prima tasto un poʼ, tanto per prendere confidenza con il materiale organico, poi pesco a casaccio, sperando di prenderci . La trama è tuttavia fragile senza un reale ritmo narrativo, affidata, com’è, più a dei bozzetti, sempre incompleti, che a una struttura minimamente organica del racconto. La frammentazione dominante, la vacuità narcisistica delle situazioni, l’inverosimiglianza dei comportamenti e degli ambienti (per esempio, il locale dove l’avvocato ha lo studio, la benevolenza curiosa della camorra nei suoi confronti) non sono sufficientemente compensati dallo stile, senza dubbio elegante e agile, e dalla leggerezza ironica dello scrivere. Alla fine, il romanzo risulta noioso, poco pregnante e irritante per il modo, troppo superficiale e rassegnato, con il quale viene affrontato il tema della camorra. È un romanzo specchio della nostra Italia: rassegnata, richiusa nella dimensione amicale e familiare, pronta a cogliere le opportunità così come si presentano.
Non dire notte
«Su tutto è steso un sorriso fiacco sbiadito dolente». Questo verso di Ezra Zussman «in una poesia sulle sere autunnali» può sintetizzare il significato di questo libro, denso, grigio e apparentemente banale. Theo e Noa vivono una convivenza normale, fatta di piccole abitudini, di silenzi e di amori fugaci. Entrambi hanno avuto una vita solitaria e difficile. Incontratisi per caso, si sono rifugiati, alla ricerca di una fragile serenità, in una cittadina nel deserto israeliano, dove sembrava che > i massi pallidi, il pendio, le alture a oriente, persino lʼaspro lucore delle stelle, tutto fosse in attesa di un cambiamento. Imminente, fra un istante, quando tutto sarà chiaro . Ad incrinare la loro uggiosa quotidianità irrompe la morte per overdose di un alunno di Noa e la volontà del padre del ragazzo di affidarle la realizzazione di un centro per il recupero dalla tossicodipendenza. Noa si getta nel progetto con entusiasmo: trova finalmente uno scopo alla vita e soprattutto afferma in questo modo la sua indipendenza da Theo, più anziano ed esperto di lei. Ad animarla è anche un sentimento di rimorso per non aver colto i segnali di aiuto che in qualche modo le aveva mandato il ragazzo. La città è diffidente ed ostile al progetto. Theo la vorrebbe mettere in guardia, ma capisce che > lʼunica via per aiutarla è non cercare di aiutarla... Sto in agguato, fermo, la fisso nel buio con gli occhi pietrificati, in attesa che crolli sfinita? Allora potrò piegarmi e prendermi cura di lei come allʼinizio. Sin dallʼinizio. Cʼè in Theo un sentimento protettivo, quasi paterno, che, tuttavia, rinchiude Noa in una sorta di crisalide, dalla quale non riesce ad uscire: è troppo fragile, troppo forte è il bisogno di sentirsi difesa e di correre a stringersi > nella grotta buia dei peli del petto ( di Theo) come fosse stato gravido di me . E, > come acqua che lenta scorre sul fronte interno delle palpebre chiuse per la stanchezza , il progetto finisce nel nulla. Noa stessa si stanca di perseguirlo e il tutto scivola nella prosaica vita quotidiana, in > un sogno silenzioso, beato, lontani da se stessi, lontani dal dolore e dalla sofferenza, intenti ad ascoltare le raffiche del vento che soffia da sud e smette e di nuovo agita le fronde dei pini sciancati nel giardino del rudere e di lì prosegue travolgendo tutta la città e fino a tastare da fuori le persiane che abbiamo chiuso.... fra due settimane e mezzo finiscono le vacanze estive . Non è la storia al centro del racconto, il quale è tutto giocato intorno al mondo esistenziale dei personaggi. Lo scrittore non ha, tuttavia, un intento psicologico, anzi i sentimenti restano tratteggiati, raffigurati in modo leggero e quindi misteriosi. Anche lʼespediente letterario della doppia narrazione ( Theo e Noa sono i narratori degli stessi episodi) non conduce ad una interpretazione delle vicende dai due differenti punti di vista. Tuttʼaltro, ciascun capitolo sembra fine a se stesso tantʼè vero che il lettore quasi non si accorge di leggere la stessa storia, vista da differenti angolazioni. Il vero tema è esistenziale, cosmico e filosofico. Il vero protagonista è il deserto, sempre uguale a sé stesso e sempre diverso, travolto da un vento impetuoso e caratterizzato da un ambiente arido, dove a fatica riesce ad insediarsi la vegetazione. La città stessa è fatta di ampi spazi vuoti, come «strisce di deserto», una idea mal riuscita di città giardino > macchiettata di rottami e qualche arbusto che ha varcato la linea di confine fra vegetali e minerali . Lʼelemento distintivo del romanzo risiede nellʼattenzione alla dimensione urbanistica dellʼesistenza umana. Spesso ci dimentichiamo che le strade, lʼarchitettura degli edifici, i monumenti, le zone di verde e lʼambiente esterno alla zona urbana ( dove le forze della natura riprendono il sopravvento) plasmano la nostra esistenza, ci danno il carattere che siamo. Ed allora lʼirrompere di un cambiamento ( un centro di tossicodipendenza, diventare periferia di una grande città e così via) non solo dissolve un fragile tessuto urbano, ma travolge anche, snaturandola, la nostra essenza. E non è rinchiudendoci nella «quiete normalità» delle pareti domestiche che possiamo difenderci dal disfacimento sociale e dallʼatomizzazione esistenziale, che deriva anche dalla caduta di senso del contesto nel quale viviamo. Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura: essenziale e poetica ad un tempo. Frasi brevi accompagnate da lunghi periodi, una punteggiatura tal volta ridondante e in altri casi inesistente, un uso parsimonioso ed attento degli aggettivi contribuiscono in misura determinante a creare un clima narrativo denso, difficile ma affascinante, dove prevalgono i colori grigi ed opachi: unʼatmosfera di dolce melanconia. Perché leggerlo? Anche se ambientato in Israele, è un romanzo che rispecchia molto bene lo stato dʼanimo degli italiani in questo momento.
Non ti muovere
La trama del libro si presenta intrigante: in occasione di un incidente della figlia il protagonista racconta (a chi?) la sua relazione extraconiugale con una donna. Questa è una persona completamente al di fuori del suo ambiente sociale, non bella ma della quale si è innamorato per qualcosa di cui lui stesso non capisce le motivazioni. La difficoltà ad abbandonare il proprio mondo e la nascita della figlia portano tuttavia il protagonista ad abbandonare questa donna, la quale aspetta un figlio. Sentendosi tradita la donna abortisce clandestinamente e muore. Il filo conduttore è basato sul passaggio da un’attrazione fondamentalmente sensuale e trasgressiva a un affetto più profondo (ma sincero?) che si manifesta solo nel tentativo disperato di salvare la donna. All’inizio il protagonista si chiede infatti se, «il corpo può amare ciò che la mente disprezza» e in realtà non riesce a dare una risposta a questa domanda: la mancata risposta è alla base della tragedia. Se quindi la trama è interessante essa viene mortificata da uno stile prolisso, non essenziale e dalla ricerca di effetti; inoltre alcuni episodi risultano lunghi, ridondanti e noiosi.
Norwegian Wood
Sono passati diciottʼanni. Lo scrittore ricorda un grande amore,quello per Naoko. Il romanzo è la ricerca della sua memoria, ma anche un percorso di liberazione da una persona che ha dominato la sua vita. La figura di Naoko è scomparsa dalla memoria, ma poi pian piano riaffiorano le sue sembianze: > le sue piccole mani fredde, quei bei capelli lisci così leggeri al tocco, i lobi delle orecchie morbidi e rotondi con sotto un piccolo neo... la voce che a volte tremava per qualche ragione (era come se parlasse su una collina dove soffiava un vento fortissimo) . È questo lʼavvio del romanzo e già sin dallʼinizio è chiara la delicatezza dello stile, impalpabile e dotato di una notevole potenzialità simbolica: un approccio narrativo che rispecchia molto bene la fragilità e la sensibilità del protagonista: Watanabe. Watanabe, Naoko e il fidanzato di questa, Kisuki, sono tre grandi amici. Ma Kisuki si uccide e il rapporto si interrompe momentaneamente. Watanabe va a studiare a Tokio e vive in collegio, conducendo una vita solitaria, con pochi amici e con la grande passione per la letteratura. Un giorno, incontra nuovamente Naoko e si accende lʼamore: i due ragazzi fanno lunghe passeggiate, in silenzio, Naoko davanti e Watanabe dietro, > guardando la sua schiena e i capelli lisci e neri, trattenuti da un grande fermaglio marrone in modo che quando si girava da un lato lasciavano intravvedere il suo piccolo orecchio bianco . Nel frattempo Watanabe conosce Midori, una ragazza piena di vita ma anchʼessa oppressa dalla morte, in quanto ha perso la mamma e deve curare un padre morente. Anche con Midori, Watanabe intreccia un rapporto che è fatto soprattutto di disponibilità e di ascolto da parte del ragazzo: rapporto sempre in bilico tra amicizia, attrazione sessuale ed amore. Naoko scompare ma poi si scopre che è stata ricoverata in una casa di cura per malattie psichiatriche. Watanabe trascorre alcuni giorni in questa casa di cura, tra le montagne, dove riallaccia la relazione con Naoko e sente crescere un forte amore per la ragazza. Watanabe vive «in una palude» tra la forte amicizia per Midori e lʼamore vagheggiato per Naoko: il ragazzo vive come in una terra di nessuno, sempre disponibile verso gli altri ma mai capace di vivere fino in fondo la propria vita. Il suicidio di Naoko lo trascina nella disperazione, da cui esce solo quando si rende conto che deve vivere anche per sé stesso. Scena centrale di questo passaggio dalla disponibilità alla consapevolezza, dallʼadolescenza allo stato adulto è lʼincontro con un pescatore che, per aiutarlo, gli racconta della morte di sua madre: > ma cosa sta dicendo? pensai. E a un tratto fui assalito da una rabbia insensata che avrei voluto mettergli le mani al collo e strozzarlo. Io ho perso Naoko! Quel suo corpo meraviglioso non esiste più, e tu mi vieni a parlare di tua madre! Il romanzo può essere interpretato come un racconto adolescenziale: un ragazzo diviene adulto attraverso la sofferenza. In realtà ci sono altri due aspetti importanti: il tema della morte, che, come dice lʼautore, è parte integrante della vita ma da cui si esce solo con la sofferenza; il tema della letteratura e quello della musica, come momenti di accompagnamento della vita. La morte, il suicidio di Hisuki, incombe sul racconto, da cui i protagonisti non riescono a liberarsi: è un passato di dolore dal quale si può uscire solo con la sofferenza. Non è un caso, poi, che nella prima parte del romanzo Watanabe legga, e rilegga, il Grande Gatsby, un personaggio eroico e solitario, mentre nella seconda parte del libro, quando Watanabe si deve misurare con la morte e con la sofferenza, la lettura è la Montagna Incantata, il racconto dellʼuomo che attende la morte come destino fatale. Perché leggerlo? La delicatezza dello stile, la bellezza dei personaggi e soprattutto del protagonista, i temi esistenziali trattati sono tutti motivi per leggerlo. È un libro che si legge con estremo piacere.
La notte della cometa
Nell'inserto «Tuttolibri» della «Stampa» del 18 gennaio 2021 Donatella Di Cesare recensisce il libro di Giorgio Agamben «La Follia di Holderlin»: libro che parla delle vicende che portarono il grande poeta a chiudersi in manicomio, dal 1802 al 1846. Fu vera pazzia o come sospettò Schelling l'amico aveva «assunto le maniere esteriori di chi è pazzo»? Holderlin era > lacerato, in una condizione esistenziale che sembrava spingerlo fuori e oltre la sua epoca . Alla stessa domanda cerca di dare una risposta Sebastiano Vassalli, ripercorrendo la vita di Dino Campana con una biografia documentata e romanzata, come dice lo stesso scrittore; così facendo smantella il luogo comune per cui la poesia di Campana trovi origine nella follia. Come è difficile credere che Holderlin, fuori di sé, abbia potuto tradurre Sofocle in tedesco, così ci chiediamo se un pazzo abbia potuto creare un capolavoro assoluto come «Genova» (da Canti Orfici): > Poi che la nube si fermò nei cieli/Lontano sulla tacita infinita/Marina chiusa nei lontani veli,/E ritornava l'anima partita/Che tutto a lei d'intorno era arcana-/mente illustrato del giardino il verde/sogno nell'apparenza sovrumana/De le corrusche sue statue superbe: Fermiamoci qui perché ci verrebbe voglia di parlare solo di questa poesia, invece che della triste vita di Campana. Nato nel 1885 a Marradi. > Tarchiato, biondastro di mezza statura, (...) Aveva una capigliatura biondo-rame, folta e ricciuta, che gl'incorniciava un viso di salute: due baffetti che s'arrestavano all'angolo delle labbra, e una barbetta economica che non s'allontanava troppo dal mento Così lo descrive un amico nel 1912, quando già il giovane Campana, considerato pazzo dalla famiglia e dall'intera Marradi, era stato allontanato più volte: prima rinchiudendolo nel manicomio di Imola, poi imbarcato per l'Argentina con un biglietto di sola andata, successivamente, al suo ritorno, inviato al manicomio di Firenze e quindi indotto a vivere in pensioncine sull'Appenino tosco-romagnolo. Nel 1914 Campana pubblica a sue spese i «Canti Orfici», che gli daranno una prima notorietà, gli apriranno le braccia di Sibilla Aleramo, con la quale avrà una tempestosa relazione d'amore. Infine, nel 1918, con la diagnosi di demenza da sifilide, verrà ricoverato in manicomio dove morirà nel 1932. Vassalli ripercorre le vicende umane di Campana con la stessa passione e impegno documentario che troviamo in uno dei suoi capolavori, «La Chimera». La protagonista, una giovane esposta ai pettegolezzi del paese perché libera e bella, ebbe la colpa di fare all'amore con un «camminante», di notte sotto una vecchia quercia, ritenuta dimora del diavolo: per questo fu messa al rogo come strega. (si veda la recensione su questo sito). In "3012 > , sempre recensito in questo sito, un giovane vitellone di Fellinia vuole riportare la guerra in un mondo spaventoso dove la pace viene imposta con la repressione: predica la guerra cavalleresca e viene ucciso dai guardiani della pace, diviene il Profeta. Entrambi furono perseguitati perché fuori dal coro«, spiriti liberi ma fragili. Così fu Dino Campana. Scrive lo scrittore.»Cercavo i matti: trovai i matti. (...) Ogni matto mi raccontava la sua storia. (...) I più, erano gente che davano fastidio. (...) Persone di cui bisognava liberarsi mandandole in America o in Australia, o internandole in un manicomio. (...) Di giorno, vivevo in mezzo ai matti; di notte, in albergo, continuavo a sognare le loro storie«. Per loro,»il manicomio è una grande cassa di risonanza/e il delirio diventa eco/l'anonimità misura,/il manicomio è il Monte Sinai,/ maledetto, su cui tu ricevi/le tavole di una legge/agli uomini sconosciuta«. (Alda Merini da»La Terra Santa«). Ed allora non resta ai presunti folli che cantare con Campana,»Non so se tra rocce il tuo pallido/Viso m'apparve, o sorriso/Di lontananze ignote/(...) E ancora per teneri cieli lontani chiare ombre correnti/E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera«. (La Chimera da Canti Orfici»). «La notte della cometa» è del 1984; ed allora sollevò polemiche: chi accusò l'autore di imprecisioni se non menzogne, accuse che avevano origine nella disinformazione generata dal primo biografo di Campana (basti pensare che ancora nel 1993 Alberto Asor Rosa riportava in una sua prefazione ai Canti Orfici l'inverosimile sbarco del poeta ad Odessa nel ritorno dall'America, per poi andare a piedi ad Anversa, dove è veramente sbarcato dalla nave Odessa); chi, come Eduardo Sanguineti, lesse con supponenza la ricostruzione di Vassalli, soprattutto laddove l'autore chiarisce i rapporti tra Campana e Soffici (Sanguineti nella sua raccolta alla poesia italiana del novecento colloca Campana tra i «vociani», quando Dino disprezzava la rivista «La Voce»), chi, infine, si offese e querelò lo scrittore, come la città di Marradi, perché Vassalli aveva svelato l'astio e la cattiveria dei marradesi per il loro grande concittadino. Sono tutte polemiche datate, le quali appiattiscono la poetica unica e meravigliosa di Dino Campana alla sua sfortunata vita. La vera questione da porre oggi è un'altra: da dove nasce la poesia di Campana, quali furono i suoi maestri, come pervenne, ancora giovanissimo, a componimenti insoliti e straordinari per la nostra letteratura? Forse ha ragione Asor Rosa che > non resta che rileggerlo oggi come un frutto isolato e un po' misterioso delle nostre viscere italiane più profonde (Alberto Asor Rosa prefazione ai Canti Orfici ed. L'Unità 1993); ossia un po' come Canne al Vento di Grazia Deledda (si veda recensione in questo sito). E' sufficiente, o sarebbe il momento di indagare meglio la poesia di Dino Campana? Con tutta l'ammirazione per Sebastiano Vassalli bisogna riconoscere i limiti di questa biografia romanzata: frammentaria e talvolta confusa, ripetitiva e prolissa, ricerca l'effetto letterario facendo perdere la vista d'insieme, trascura la formazione letteraria e ideale del poeta, rimandandola ad una sorta di ricerca solitaria, avvallando, in tal modo paradossalmente, il luogo comune di poeta «strambo»: non pazzo ma strano. Perché leggerlo? E' un libro che chiarisce la vita di Campana ed anche ciò che era il manicomio.
Le Novelle
Il libro raccoglie le novelle di Giovanni Verga, scritte tra il 1874 e il 1894. Lʼautore sente il bisogno di un raccoglimento dallʼintensa vita mondana di Milano, desidera «rivedere» la sua Sicilia, > lʼimmenso focolare della fattoria del Pino, alle falde dellʼEtna . Dallʼ esigenza di ritornare alle proprie radici ha origine il primo racconto, che racchiude tutti i grandi temi della narrativa di Verga. Nedda, «la varanisa» è una misera ragazza; il suo destino è già segnato dalla sua nascita: > lʼimmaginazione più vivace non avrebbe potuto figurarsi che quelle mani costrette ad unʼaspra fatica di tutti i giorni, a raspar fra il gelo, o la terra bruciante, o i rovi e i crepacci, che quei piedi abituati ad andar nudi nella neve e sulle rocce infuocate dal sole, a lacerarsi sulle spine, o ad indurirsi sui sassi, avrebbero potuto esser belli; (...) la miseria lʼavea schiacciata da bambina con tutti gli stenti che deformano e induriscono il corpo, lʼanima e lʼintelligenza - così era stato di sua madre, così di sua nonna, così sarebbe stato di sua figlia . Quanto è distante da questa realtà immutabile e crudele lo sguardo del privilegiato, che contempla «sbadatamente» lʼaffascinante paesaggio siciliano ed ascolta > con singolare interesse i discorsi di quella gente posta così in basso al piede delle sue torri .( Le storie del Castello di Trezza nella raccolta Primavera ed altri racconti). Da questa contraddizione tra il mondo degli umili e quello dei privilegiati, tra la visione romantica della natura e lʼaspra durezza dellʼambiente, ha origine il progetto di Verga, espresso chiaramente in apertura alla raccolta intitolata Vita dei Campi: > ho cercato di decifrare il dramma modesto e ignoto che deve aver sgominati gli attori plebei che conoscemmo insieme. Un dramma (...) di cui il nodo debba consistere in ciò - che allorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più incauto, o più egoista degli altri, volle staccarsi dal gruppo per vaghezza dellʼignoto, o per brama di meglio, o per curiosità di conoscere il mondo, il mondo da pesce vorace comʼè, se lo ingoiò, e i suoi prossimi con lui . È singolare che lʼautore abbia intitolato Fantasticheria questa sorta di manifesto, quasi ad indicare come lui stesso non ci credesse sino in fondo. Ed infatti se ci inoltriamo nei tanti racconti ci accorgiamo come essi perdono di efficacia narrativa quando si allontanano dalla Sicilia. Ne è consapevole anche lʼautore. Nel racconto di chiusura alle Novelle Rusticane, dal titolo emblematico «Di là dal mare», Verga narra la partenza di due innamorati dallʼisola e, > quando lo assaliva la dolce mestizia di quelle memorie, egli ripensava agli umili attori degli umili drammi con unʼaspirazione vaga e incosciente di pace e di obblio . È uno spartiacque: di qua le raccolte Vita dei Campi e Novelle Rusticane, dalle quali traspare un pessimismo sì profondo ma reso protesta sociale dal forte coinvolgimento dellʼautore con le sue storie e i suoi personaggi; di là una serie di raccolte (Per le Vie, Vagabondaggio, I ricordi del capitano dʼArce, Don Candeloro e C), nelle quali la narrazione degli umili perde di energia, diviene pietismo, commiserazione, rassegnazione, sconfitta. I racconti più belli sono quelli di Vita dei Campi. I personaggi sono eccezionali, devianti dalla norma: Jeli, Turdiddu, Gramigna, La Lupa, Rosso Malpelo, si collocano > fra tanti matti che hanno avuto il giudizio nella calcagna, e hanno fatto tutto il contrario di quel che suol fare un cristiano il quale voglia mangiarsi il suo pane in santa pace . (Verga nella prima stesura poi eliminata di Pentolaccia, citato nellʼintroduzione di Carla Riccardi pag. XIII). Prendiamo la storia di Jeli. Si apre con la rievocazione dellʼamicizia infantile tra lʼingenuo guardiano di cavalli ed Alfonso, il figlio del padrone. Tra i due bambini non ci sono differenze di classe e di cultura: godono insieme delle meraviglie di una natura primordiale. Ma diventando grande Jeli subisce lʼurto con la realtà, sempre tragica in un rapido crescendo, culminante col tradimento del valore più alto: lʼamicizia. È infatti Alfonso che gli prende la moglie come amante. > Sua moglie lo lascia a infradiciare dietro lʼuscio, dicevano i vicini, quando in casa cʼè il tordo! Ma Jeli non sapeva nulla, chʼera becco. Quando però vede che Alfonso, > colla bella barba ricciuta, e la giacchetta di velluto e la catenella dʼoro sul panciotto, prese Mara (sua moglie) per la mano per ballare, solo allora, come vide che la toccava, si slanciò su di lui, e gli tagliò la gola di un sol colpo, proprio come un capretto . La violenza cieca ed improvvisa dellʼumile, che troppo ha sopportato, è spesso la conclusione delle storie. Lo è anche nel celebre racconto «La Lupa». > Era alta, magra, aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna e pure non era più giovane; era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse, che vi mangiano . Non è una donna che subisce, la volontà e la sensualità la rendono dominatrice. Per avere lʼuomo che ama le dà la figlia in sposa, per portarselo a letto nella stessa casa, contro ogni convenienza. Allora lʼuomo per liberarsene > lasciò di zappare la vigna, e andò a staccare la scure sullʼolmo. La Lupa lo vide venire, pallido e stralunato, colla scure che luccicava al sole, e non si arretrò di un passo, non chinò gli occhi, seguitò ad andargli incontro, con le mani piene di manipoli di papaveri rossi, e mangiandoselo con gli occhi neri . È unʼ immagine straordinaria e di grande impatto, che lascia sospeso il racconto: lʼuomo lʼha uccisa o si è gettato nuovamente fra le braccia della Lupa? Nelle Novelle Rusticane la narrazione si irrigidisce. I personaggi di Il Reverendo, Cosʼè il Re, Don Lucciu Papa, Malaria, Libertà, non sono che lʼincarnazione delle leggi della società siciliana. In fondo la vita è come quella dellʼasino di San Giuseppe, dellʼomonimo racconto:è inutile ribellarsi e non è detto che gli animali stiano peggio di tanti esseri umani. Il destino inevitabile di tutti gli umili: > compro soltanto la legna, perché lʼasino ecco cosa vale! E diede una pedata sul carcame, che suonò come un tamburo sfondato . La qualità stilistica e narrativa dei racconti è discontinua, in quanto > lʼitinerario del Verga novelliere si può definire come una serie di tappe di avvicinamento ai romanzi (Introduzione di Riccardi pag. XXIV). Nei racconti Verga si nasconde di meno dietro il verismo, lʼapparente distacco dai personaggi e dalle situazioni: le novelle sono una sorta di laboratorio, nel quale lo scrittore lavora > in più direzioni e contemporaneamente su più versanti, anche il teatro (introduzione di Riccardi pag. XXV), ma raggiunge la sua espressione migliore laddove è più evidente il coinvolgimento, il legame con la sua terra e la protesta implicita per le condizioni disumane del popolo meridionale. Sotto questo profilo i racconti, in particolare di Vita nei Campi, hanno una vita autonoma rispetto a quella dei romanzi e sono spesso dei capolavori. Perché leggerlo? Nedda, Vita dei Campi e Novelle Rusticane sono grandi racconti, che danno una visione realistica e coinvolgente del nostro Meridione.
La nuova vita
Il protagonista del romanzo è il libro: un libro ma anche tutti i libri. > Il colpevole non è solo quel libro, il libro che ha ingannato mio figlio, ma tutti i libri, che escono dalle tipografie, sono tutti nemici del nostro tempo, della nostra vita . Così disse minaccioso il padre di Mehmet, uno dei protagonisti del romanzo, che per primo ha letto il libro ed è fuggito. Gli altri due protagonisti sono Osman, un giovane studente che si innamora di Canan, la ragazza di Mehmet. È la ragazza che fa leggere il libro a Osman e i due ragazzi iniziano un vorticoso viaggio per la Turchia alla ricerca, apparentemente, di Mehmet, ma in realtà essi sono mossi da unʼinquietudine, da un male di vivere, che la lettura del libro ha fatto esplodere: > passeggeri dei pullman notturni, infelici fratelli, so che anche voi cercate quel momento privo di forza di gravità. Non volete essere né lì né qui, diventare altro e vagare nel piacevole giardino che c’è tra i due mondi . Ma quali sono questi due mondi? La vita attuale e la nuova vita, o la ricerca dell’angelo, la morte. Il romanzo è quindi un susseguirsi di viaggi in pullman, di incidenti mortali, di televisori accesi, di viaggiatori e di paesaggi surreali. La ricerca di Mehmet si conclude con la sua uccisione da parte di Osman, nella speranza di liberarsi del suo rivale in amore, ma a questo punto la ricerca non è conclusa perché Osman non ha raggiunto un suo equilibrio. Riprende i viaggi sapendo benissimo che la vera uscita verso una nuova vita è la morte. > L’angelo si vede in quel magico momento di uscita e proprio allora percepiamo il vero significato della confusione che chiamiamo vita. Solo allora possiamo tornare a casa . E Osman muore proprio in un incidente stradale, come ne aveva visti durante i suoi viaggi in pullman. Qual è il vero significato di questo romanzo? Innanzitutto la lettura di un libro rappresenta un momento di rottura dell’equilibrio umano, > un buon libro è un pezzo di scrittura in cui si spiegano cose che non esistono, una specie di assenza, una specie di morte. Ma è inutile cercare fuori dal libro il paese che si trova al di là delle parole . Quindi il libro è un’altra realtà rispetto al vivere effettivo: sono altri mondi che vengono alimentati dal testo e dall’immaginazione. Il loro ruolo è tuttavia dirompente sul vivere umano, che percepisce e comprende l’unidimensionalità della vita. L’altro tema è il viaggio, il continuo movimento, che costituisce l’unico punto di stabilità del romanzo e del suo protagonista. Quando Osman capisce che Mehmet era anche lui partito dal libro e > dopo ricerche, viaggi e avventure in cui aveva incontrato morte, amore e disgrazie, aveva ottenuto quello che io non ero riuscito ad ottenere, la pace interiore , decide di ucciderlo, preso dall’invidia e dal rancore. Il terzo tema è sicuramente la morte, l’angelo tanto cercato: il viaggio, la vita, finisce inevitabilmente con la morte, con > gli occhi abbagliati e pieni di paura, come una volta guardavo l’incredibile luce che zampillava dal libro sarei passato immediatamente a una nuova vita . La nuova vita, tanto cercata, è la morte. È un romanzo ermetico, del quale è difficile percepire il senso vero. Ciascuno può trovare dal romanzo una sua interpretazione: legata al contesto sociale tra la modernità e la tradizione, una storia dʼamore infelice, l’idea del complotto come motore della storia. A me piace pensare che il libro parli delle tante dimensioni della vita, della continua ricerca della nuova vita, che anima sempre l’uomo. L’autore cita anche la nuova vita di Dante, la rinascita, la scoperta di una spiritualità più vera.
Nuovi racconti italiani
Il libro raccoglie 29 racconti, una rassegna che comprende scrittori famosi, come Bassani, Buzzati, Gadda, Moravia, Pasolini, Pratolini, Cassola ed altri; ma anche autori meno noti, comunque rappresentativi della letteratura del nostro Paese. Non si può dar conto di tutti i racconti, peraltro molti non particolarmente riusciti, mi soffermo solo su alcuni. Essi hanno un tratto comune: parlano delle condizioni materiali di vita dellʼItalia degli anniʼ50, con un approccio tra verità e poesia, fra disegno sociale e storie personali. Carlo Bernari è oggi uno scrittore dimenticato, ma nel 1929 compose un romanzo («Tre operai»), che dava una visione realistica della condizione operaia sotto il fascismo e per questo ebbe una diffusione semiclandestina. Nel suo lungo racconto, «Il crumiro», Bernari ci parla di Peppino, un napoletano pieno di risorse: nella Bari del dopoguerra riesce a trovarsi un lavoro di «tutto fare» in una fabbrica, a costruirsi una casa, ovviamente abusiva, ad allacciarsi alla luce e allʼacqua, sempre di straforo, e a mettere su famiglia. > Alla napoletana, lo motteggiavano i suoi compagni di lavoro, quando al mattino scoprivano il rubinetto aggiustato, la nuova presa di vapore, uno scranno ricavato da una vecchia cassa da imballaggio (...). Non proprio a regola dʼarte, ma in maniera approssimativa, sì alla napoletana, comunque però era fatto . E se è vero che il tutto (la casa, il lavoro e la numerosa figliolanza) ha i suoi inconvenienti ( > ma insomma, dentro ci sentono, fuori ci vedono, mi vuoi dire che amore è questo? ) Peppino sente di avere raggiunto tanti traguardi, modesti agli occhi di oggi ma importanti nellʼItalia di allora. Quando, a seguito di una pioggia, che scrosciava da giorni, > ostruite le fogne, unʼacqua melmosa e verdognola rifluì dal sottosuolo (...) raggiunse lʼultimo cortile, dove abitava Peppino: e lì ristagnò e distrusse la casa di Peppino e della sua famiglia, annientando i suoi sogni. Con Rea, Prisco, Ortese ed altri, Raffaele La Capria appartiene a quella vena narrativa napoletana che risale a Matilde Serao. In questo breve racconto («Ninì prende il largo») La Capria parla di libertà, e lo fa con il mare di Posillipo. Ninì è uno «scugnizzo». La schiena nera, ossuta, chiazzata di sale, tuttʼuna con lo scoglio, già cominciava a scottare sotto il sole (...) Ma lʼattenzione di Ninì era concentrata nella conchetta trasparente, tra quelle quattro pietre del fondo, che se le pigliavi e le portavi su erano pietre come le altre, (...) e quando le vedevi invece sotto mezzo metro dʼacqua così chiara, erano piene di avventure«. Sta pescando il mazzone (un pesce di scoglio che»pure il gatto lo schifa > ), quando un amico gli urla di salire in barca. Ed ecco a remare verso la punta di Posillipo, a chiamare le ragazze perché si affaccino ai balconi, a fare il gradasso con chi sta fra gli scogli: e si agitava col culetto sulla prua della barca, batteva coi calcagni sui fianchi, come a spronarla. (...) Ora man mano che la barca avanzava, la linea dellʼorizzonte si spostava sempre più in là, dietro il Capo di Posillipo e il promontorio si ritirava sempre più nella costa, e davanti agli occhi di Ninì il cerchio perfetto del golfo si apriva lasciando intravedere altre distanze. (...) A ripensarci, adesso, la conchetta trasparente sotto gli scogli di Palazzo DonnʼAnna pareva a Ninì non più grande di una bagnarola > . Bonaventura Tecchi ha vinto nel 1960 il Premio Bancarella col romanzo Gli egoisti«. In»La ragazza della filanda«, la protagonista è unʼoperaia»grande e ossuta quasi quanto un uomo > , (...) conservando sotto quella membratura maschile una curiosa innocenza, in parte timida e in parte sempliciona . Non ha ancora conosciuto il sesso e ride quando le compagne le dicono che lʼamore > è un gusto, presso a poco come quello che tu hai a mangiare le cose ghiotte . > Pareva che quel suo stesso corpo, così squadrato e forte, fosse una corazza, entro la quale lʼamore non sarebbe potuto entrare per malizia, forse solo con la violenza . E così avviene: un uomo, solo perché «lʼaveva sotto mano», le fa la corte, la convince a farsi portare a casa, e quando si accorge che > davvero non era mai stata toccata dallʼamore, ne ebbe quasi un senso di rancore, (...) e quando venne il piacere rapido, violento, e la gran soddisfazione, lʼorgoglio di lui, anche allora rimase (...) la volontà di umiliar lei . E lei, piantata dopo pochi giorni, va > via sola giù per il viottolo, con quelle spalle ossute che sussultavano sotto lo scialletto, ma senza piangere. Giovanni Testori è conosciuto come autore di teatro, ma ha scritto numerosi racconti e romanzi. La breve storia «Guardati intorno ed impara» è enigmatica, tanto che fino allʼultimo non ne è chiaro il senso complessivo. Una giovane donna fugge da una casa, barcolla, si appoggia ad una parete, cerca di riprendere contatto con la vita: capisce > che non le resta nientʼaltro da fare che nascondere se stessa, non solo alle persone ma anche alle cose . È questo lʼavvio di una storia: lentamente si dispiega, comprendiamo che la ragazza ha ucciso un uomo, non perché veramente lo volesse, ma per un meccanismo familiare. Sorella, fratello e madre sono legati tra di loro da un nodo, che > nella sua elementarità era quasi tragico: legami che venivano trattenuti da ogni espressione sentimentale, ma che si manifestavano nella loro forza, allorché la vita della famiglia attraversava qualche situazione difficile. Allora una parola, una domanda o un semplice riferimento bastavano perché i tre si ritrovassero costretti e quasi dannati a un solo destino. (...) Sarebbe stato necessario distruggere, a furia di poter tutto, ogni residuo umano. Le storie di Peppino, di Ninì, dellʼoperaia della filanda e della giovane donna sono paradigmatiche di una società e di una condizione esistenziale. Darsi da fare, spesso inutilmente, desiderare la libertà, anche di un momento, accontentarsi di un amore qualunque, lasciarsi intrappolare dai meccanismi familiari, sono i tratti caratteristici di unʼItalia che è lì lì per cambiare, ma nella quale prevale ancora la rassegnazione. Pur nel pessimismo prevalente i quattro racconti esprimono forza narrativa e innovazione: gli autori costruiscono trame eleganti ed interessanti, personaggi significativi e di spessore, hanno qualcosa da dire e lo fanno con una scrittura colta, ma già contemporanea. La lingua parlata sta entrando in quella scritta e lo farà poi in modo prepotente, per ora serve a non far fare ai racconti "la figura barbosa e barbina dellʼantiquato (Antonio Baldini nellʼintroduzione). Perché non leggerlo? Sono quattro bei racconti, ma non valgono la fatica di leggere oltre cinquecento pagine..
Odissea
Il libro ha come oggetto il ritorno di Odisseo alla propria casa ed è strutturato in quattro parti:il preambolo, nel quale un concilio degli dei, su proposta di Atena, decide di permettere a Odisseo di riprendere il viaggio verso casa ordinando a Calipso di liberare l’eroe;la decisione di Telemaco, figlio di Odisseo, di liberarsi dei pretendenti, che continuano a frequentare il palazzo e a dilapidare il patrimonio del padre. Dopo un’inutile invito al popolo ad aiutarlo nella lotta contro i pretendenti, Telemaco compie un viaggio presso altri sovrani per conoscere le sorti del padre e sapere se è possibile superare la situazione di incertezza nel quale si trova e dare in moglie la madre, prendendo pienamente in possesso i propri beni;il viaggio di Odisseo presso i Feaci, con la scena della tempesta e l’incontro con Nausicaa (le pagine più belle del poema) e il racconto delle avventure;l’arrivo a casa, il progressivo svelamento della propria identità e la strage dei pretendenti. Da molti autori l’Odissea è interpretata come il ritorno di Ulisse (e quindi del viaggiatore) e come unʼesaltazione della sua intelligenza e astuzia. In realtà si tratta di un poema molto complesso nel quale si sviluppano differenti temi narrativi e si contrappongono diverse personalità. Un primo tema è senza dubbio quello del viaggio e soprattutto del mare. Non è un caso che le pagine più affascinanti del poema siano quelle del libro V, che tratta della tempesta e del naufragio di Odisseo: > Gli si avventò un’onda altissima, con terribile impeto, e fece girare la zattera. Lontano, fuori dalla zattera fu sbalzato e il timone lasciò andare di mano: in mezzo si spezzò l’albero sotto l’orrenda raffica dei venti lottanti, lontano la vela e l’antenna caddero in mare. Molto tempo rimase sommerso, non fu capace di tornare subito a galla, sotto l’assalto della grande onda... finalmente riemerse e dalla bocca sputò l’acqua salsa, amara, che a rivi gli grondava dal capo . > Al naufrago, e più in generale all’ospite, occorre sempre fornire accoglienza e rifugio : così parla Nausicaa alle ancelle nel libro VI: > fermatevi ancelle: dove fuggite alla vista d’un uomo? Forse un nemico credete che sia?... Ma questi è un misero naufrago, che c’è capitato, e dobbiamo curarcene: vengono tutti da Zeus gli ospiti e i poveri; è un dono, anche piccolo, è caro . Il tema dell’ospitalità è uno dei filoni dominanti dell’Odissea e corrisponde proprio al sentimento collettivo di un popolo, di naviganti e che è cosciente di come la fortuna, e la ricchezza, possano cambiare rapidamente. Un secondo tema è costituito dalla complessa personalità di Odisseo, che è ben sintetizzata dalle parole di Atena nel libro XIII: > Furbo sarebbe e scaltrito chi te superasse in tutti gli inganni, anche se è un dio che t’incontra. Impudente, fecondo inventore, mai sazio di frodi, non vuoi neppur ora, in patria, lasciar da parte le astuzie, e i racconti bugiardi, che ti sono cari fin dalle fasce. Via, non parliamone più, perché ben conosciamo le astuzie entrambi . Ulisse è un grande inventore di storie ed è emblematico che le sue famose avventure non siano narrate dal poeta ma siano oggetto di un racconto di Odisseo ai Feaci. Sono fatti veri o sono invenzioni fiabesche, così come quelle che con tanta facilità racconta al pastore Eumeo, alla moglie a allo stesso padre? Ma chi è Odisseo, un perenne vagabondo, un uomo ormai abituato solo a combattere e a viaggiare? È incredibile che proprio nel momento in cui si svela a Penelope, invece di abbracciarla e di esprimere il proprio amore, deve subito informarla della previsione dell’indovino Tiresia, secondo la quale è destino che debba lasciare ancora Itaca per intraprendere un nuovo viaggio e morire infine nel mare. Non ci sono in Odisseo sentimenti verso il figlio, la moglie e il padre, che eppure hanno così tanto sofferto: l’unico momento di vero affetto sembra essere quello verso la madre nei splendidi versi del libro XI: > E mi slanciai tre volte, il cuore mi obbligava ad abbracciarla; tre volte dalle mie mani, all’ombra simile o al sogno, volò via: strazio acuto mi scese più in fondo, e a lei rivolto parole fugaci dicevo: Madre mia, perché fuggi mentre voglio abbracciarti? . Un terzo tema è costituito da Telemaco e dal complesso processo con il quale, cresciuto senza un padre, deve diventare, suo malgrado, adulto. Come è diverso dal padre!. È pieno di incertezza, di dubbi, combattuto tra l’amore verso la madre e il desiderio di riprendere possesso dei propri beni e della propria indipendenza. I dubbi del giovane lo rendono un personaggio moderno, proprio perché ricco di intime contraddizioni, che sono il frutto del conflitto tra il suo ruolo (quello di principe), il suo affetto verso la madre e il fatto di non essere all’altezza della forza del padre: non riesce a tendere l’arco! > Non io per Zeus... impedisco le nozze della madre, anzi dico che sposi pure chi vuole, e le offro doni infiniti. Ma non oso cacciarla suo malgrado di casa con perentorio comando: che un dio non voglia! (libro XX), ma poi deve imporsi alla madre stessa e diventare finalmente adulto: > Madre mia, quanto all’arco, nessuno più di me fra gli Achei n’è il padrone... su, torna alle tue stanze e pensa all’opere tue, telaio e fuso... Lei stupefatta tornò alle sue stanze, e la prudente parola del figlio si tenne in cuore (Libro XXI). Un quarto tema è rappresentato dalla figura di Pallade Atena, che costituisce la vera protagonista del poema. Non solo si deve alla dea la liberazione di Odisseo da Calipso, ma soprattutto sono i suoi continui consigli e suggerimenti che permettono a Telemaco e a Odisseo di agire con la dovuta accortezza. Non siamo di fronte a fatti meravigliosi e incredibili (a miracoli) ma è sottostante a tutto il poema il tema dell’intelligenza e dell’indipendenza di giudizio, che è appunto impersonata da Atena. In un articolo di La Repubblica del 25 novembre 2006 viene commentato il libro XXIII nel quale Penelope riconosce Odisseo. La donna ricerca un segno segreto, che le confermi che l’uomo è veramente Odisseo, perché troppo lunga è stata l’attesa e vuole essere sicura, > perché Penelope crede in una sola forma di conoscenza: quella dei segni segreti, fondata sulla propria memoria e quella di Ulisse . A Telemaco che la accusa di avere «il cuore più duro del sasso», Penelope risponde: > Creatura mia, il cuore nel mio petto è attonito: non riesco né a dirgli parola né a interrogarlo né a guardarlo nel viso. Ma se è davvero Odisseo che in patria è tornato, oh molto bene e facilmente potremo conoscerci: abbiamo per noi dei segni segreti che noi sappiamo e non gli altri . E quando Odisseo le dà il segno (il letto nuziale ricavato all’interno di un grande olivo che non è possibile spostare per le radici), Penelope riconosce il marito e «di colpo si sciolsero le ginocchia ed il cuore» e allora entrambi ritrovano l’antico amore: > e a lui venne più grande la voglia del pianto; piangeva tenendosi stretta la sposa dolce al cuore, fedele;... così bramato era per lei lo sposo a guardarlo, dal collo non gli staccava le candide braccia .
Olive comprese
Siamo nellʼItalia degli anniʼ30 in piena era fascista. In un piccolo paese del lago di Como, quattro balordi trascorrono il tempo in osteria e a fare scherzi. Un giorno, per fare un piacere alla prostituta del villaggio, avvelenano i piccioni che normalmente stazionano nelle piazze e nelle vie. Uno di questi piccioni viene regalato ad una vecchia signora, che muore avvelenata. Da questo episodio prendono le mosse tutta una serie di avvenimenti che hanno come protagonista il maresciallo del paese. Si tratta della classica figura del carabiniere: ligio allʼordine, severo ma nel contempo pragmatico e di buon senso, cerca di risolvere i problemi della gente del paese operando come un «buon padre di famiglia». Il racconto corre veloce, anche perché aiutato da uno stile brioso ed essenziale, tra vicende un poʼ paradossali, come quella del fratello che si preoccupa che la sorella, magrolina e devota, non sposi un amico dotato di attributi sessuali particolarmente esagerati, e personaggi singolari, come la moglie del podestà, che crede di essere tre persone in una e cambia continuamente personalità. Lʼatmosfera ricostruita dallʼautore è quella tipica che ci è stata tramandata riguardo allʼItalia fascista: un regime assurdo, non amato ma subìto, ma nello stesso tempo paternalistico e accondiscendente. Il maggior pregio del libro è che si legge molto bene, ma sia i personaggi che gli ambienti restano superficiali e lontani. I primi diventano quasi delle macchiette, i secondi (il lago di Como e la vita del villaggio) risultano alla fine irrilevanti. lʼabile ritmo narrativo non compensa la vacuità dei contenuti. Perché non leggerlo? Perché ha senso leggerlo solo in treno, quando si è molto stanchi.
Oltre Babilonia
Il romanzo è una matassa di narrazioni, in tempi ed ambienti diversi, ma riconducibili a due storie familiari. Mar è figlia di Miranda, una donna argentina, e di un padre somalo che non ha mai conosciuto. Zuhra è somala, figlia di Maryam e anchʼessa di un padre sconosciuto. Sono cresciute e vivono a Roma e sono italiane, ma entrambe non sanno quale sia la loro lingua madre e si sentono in qualche modo in bilico tra due identità. Così dice Zuhra > mamma mi parla nella sua lingua madre. Un somalo nobile dove ogni vocale ha un senso. Nella bocca di mamma il somalo diventa miele. In somalo ho trovato il conforto del suo utero, in somalo ho sentito le uniche ninnananne che mi ha cantato,in somalo certo ho fatto i primi miei sogni. Ma poi, ogni volta, in ogni discorso, parola, sospiro, fa capolino lʼaltra madre. Lʼitaliano aceto dei mercati rionali, lʼitaliano dolce degli speaker radiofonici, lʼitaliano serio delle lectiones magistrales. Lʼitaliano che scrivo . Il tema dellʼidentità, e quindi della lingua, non è tuttavia lʼoggetto dominante del romanzo. Il libro si sviluppa intorno al tema della sofferenza e della riscoperta di sé stessi. Mar è una ragazza che ha perso la sua amante, suicida, e il suo bambino. Essa vive un rapporto difficile con la madre, assente e lontana, perché sempre chiusa nel suo dolore: è stata la compagna di uno dei carnefici, di quelli che hanno torturato e assassinato tanti argentini, forse anche il fratello della donna. Zuhra, a sua volta, è stata violentata da bambina, perchè abbandonata dalla mamma, che ha cercato per anni di trovare nellʼalcol un rifugio alla distruzione sociale ed umana della Somalia. Sulle due ragazze incombono, quindi, il dramma delle proprie madri. Ed è solo tramite il racconto delle terribili vicende che hanno dovuto sopportare Miranda e Maryan, che è possibile riprendere il filo dei rapporti tra le madri e le proprie figlie e permettere a questʼultime di trovare un proprio equilibrio. Era necessario, tuttavia, un luogo fisico, un punto di incontro; ed esso è costituito da Tunisi, dalla scuola di arabo, dove gente proveniente da tanti mondi diversi si ritrova per studiare una lingua, che unisce così tanti popoli: un nuovo esperanto? Sarà la lingua a portarci oltre babilonia? Si tratta di un libro complesso. Sotto il profilo stilistico lʼartificio letterario delle storie parallele richiede una lettura attenta in quanto non sempre si riesce a riprendere il filo narrativo. Il rischio di una frammentazione del racconto è, tuttavia, compensato dalla possibilità per lʼautore di usare stili letterari diversi: da quello tipico dei giovani romani ad uno disteso ed evocativo, più congeniale a storie degli anni ʼ 60 e degli anniʼ70. Lo stile rende evidente il salto generazionale tra le figlie e le madri così tra queste e le proprie famiglie di origine. Molti sono, invece, i temi trattati dal libro: la fatica e la ricchezza di avere più identità, la forza delle lingue come strumento di crescita e di coesione sociale, il racconto come liberazione, la sofferenza esistenziale e in particolare quella delle donne, la disperazione dei popoli. Il centro di gravità del libro è, comunque, la donna, che deve vivere in un mondo di violenza e di soprusi: le donne operose, spesso solidali, ma molto sovente vittime e strumenti del potere maschile. Perché leggerlo? La scrittura è molto efficace, ricca di suggestioni, i personaggi affascinano, gli ambienti, in particolare quelli somali, creano forti emozioni, e soprattutto elementi di riflessione per noi italiani: una serie di bellissimi frammenti.
Oltre il fiume
Geeʼs Bend è un braccio di terra, bagnato su tre lati dal fiume Alabama, laddove lʼacqua forma una sorta di grande e inarcuato tornante. Per raggiungere la più vicina cittadina i «benders» devono percorrere un tragitto di un ora e mezzo di macchina o di un quarto dʼora di traghetto, se questo non fosse stato abolito negli anniʼ60 dallo sceriffo della contea, con la seguente ineccepibile motivazione: > non abbiamo chiuso il traghetto perché erano neri, (...) lʼabbiamo chiuso perchè se lʼerano dimenticati, che erano neri . Geeʼs Bend è un enclave unico: tutti i residenti discendono dai sedici schiavi che si insediarono in questa striscia di terra nel 1816; lʼisolamento geografico e la scarsa attrattività del suolo hanno permesso alla piccola comunità di non essere alterata dai grandi sconvolgimenti sociali e politici che hanno interessato la storia americana: la guerra civile, le segregazioni razziali, la grande depressione, il movimento di liberazione di Martin Luther King. Anche quando questʼultimo li coinvolse, assumendoli come paradigma dello sfruttamento del popolo afroamericano, i «benders» andarono «oltre il fiume», come li invitò il grande leader nero, combatterono per lui e soffrirono per la sua morte, ma poi tornarono alla loro terra, perché > per una donna di colore, che discende dagli schiavi, (...) il fiume supplica che lo si attraversi, e al tempo stesso sbarra la strada . Ma oggi la piccola comunità, ridotta ormai a qualche centinaio di sopravvissuti, rischia di scomparire. Il progetto di un nuovo traghetto romperà definitivamente lʼisolamento. Moehringer coglie abilmente questo momento narrandolo con gli occhi e la mente di una piccola donna di Geeʼs Bend. > Mary è tutta fatta di cerchi. Il suo corpo è tondo, la sua faccia è tonda, il suo fiume è tondo. Nel mondo di Mary Lee ogni cosa è tonda, perché è soltanto alla fine di qualcosa, di un secolo, di una storia, di una frase, che se ne capisce veramente lʼinizio. (...) Ha passato lʼintera vita in questo luogo senza tempo. Come ha fatto lʼetà a scovarla? Tramite Mary Lee Moehringer ripercorre la storia di Geeʼs Bend, intrecciando vicende sociali con episodi della vita della donna. È una dolce e malinconica narrazione: ci sono momenti di rivolta, cʼè tanta sopportazione, ma il tutto è intriso di rassegnata benevolenza; e questo non solo perché Mary Lee > è una persona gentile (... se non posso ridere e scherzare con te, se non posso essere carina e amichevole, meglio che lasciamo stare) , ma perché > una vita fa Mary Lee contava sul fiume per proteggerla da quelli che amichevoli non lo erano affatto. (...) Il suo fiume è un forte Dio bruno, (...) Eterno, Silenzioso, Dà la vita, e la prende senza esitare. È la forza che ha plasmato il mondo di Mary Lee. (...) Ci sono persone che passano la vita a opporsi a ciò che le limita. Mary Lee ce lʼhanno battezzata nellʼacqua che la limita. Per lei è un dono, e per ciò che le è dato rende grazie. Questo lungo racconto riporta alla mente un grande romanzo italiano: Il Mulino del Po. Come nel libro di Riccardo Bacchelli, anche qui si parla degli umili, delle vittime, e lo si fa come lo fece il conservatore e cattolico Bacchelli, con nostalgia, quasi per dire: la vita era migliore allora, quando si era isolati, non si poteva andare a scuola, si era poveri e si subivano le prepotenze dei bianchi, ma almeno si viveva protetti dal grande fiume (qui lʼAlabama, là il Po), in una vita tranquilla, senza tempo. Ma la storia avanza, caro Moehringer, e lo sfruttamento dei neri, dei contadini, dei «dannati della terra» non può essere la banale occasione per fare del folclore, per vincere, immeritatamente, un premio Pulitzer con un racconto hollywoodiano. Perché non leggerlo? Banale, meglio il Mulino del Po.
L'ombra delle colline
Il romanzo si apre con un sogno. Il protagonista, Stefano che è anche lʼio narrante, viene condotto dallʼamico Francesco a caccia, tra le colline del suo Piemonte. Il bosco è un insieme di «cascate e piramidi di usignoli riuniti», un paradiso di felicità; e poi improvvisamente le > chiome degli alberi erano cumuli di minuscoli teschi corrosi, verdastri, che a milioni tintinnavano sinistramente gli uni contro gli altri . Il sogno è premonitore del senso del romanzo, che si sviluppa tra il ricordo e la vita presente, tra la violenza vissuta e immaginata da un lato e il «gomitolo della cose quotidiane» dallʼaltro. > Devo sforzarmi a ricordare. Devo provarmi perché questi ricordi giacciono sepolti, in ispida confusione e separati da me. Sono stato bene, normale e lieto e aggressivo finché mi è riuscito di vivere al di fuori di me . La casa di campagna è un riferimento importante per il protagonista, per la natura che la circonda e per i fatti terribili che gli sono successi nella sua giovinezza: la morte del nonno, lʼuccisione di un soldato tedesco, la partecipazione alla guerra partigiana. Stefano vive ormai a Roma, uomo di successo, ma unʼ inquietudine crescente gli ha impedito di sposarsi e porta avanti una monotona relazione con la sua ormai ex fidanzata. La decisione di compiere insieme una visita nella vecchia casa di campagna, dove vive ancora lʼarcigno padre, sembra poter riaccendere il rapporto tra i due, ma il peso del ricordo è troppo forte. > Sono cresciuto tra i morti, Lu, e ho potuto metterli da parte, collocarli lontano, a furia di sperare nella pace, nella comune e lunga vittoria... E oggi, questi morti è giusto che io torni a scrutarmeli accanto.... Non spaventarti, Lu, tanto tutto andrà avanti come prima, come sempre, persino noi! persino per colpa nostra! . Il ritorno nei luoghi della giovinezza non serve. «Forse, conclude lʼautore, ci toccherà soggiacere a unʼeterna rassegnazione». È un illusione sperare che il ritorno al passato possa liberare dagli incubi che derivano dal ricordo e dalla delusione delle speranze e dei desideri della giovinezza: solo vivere «nellʼumile alba di ogni giorno», senza progetti e senza sogni, può dare un poʼ di pace. È un romanzo profondamente pessimista, dove la scrittura si esprime al meglio proprio quando assume accenti lirici ed evocativi, come nella descrizione delle colline e nella narrazione dei sogni. Sullo sfondo compaiono i grandi fatti del dopoguerra ( lo smarrimento per il crollo del fascismo, la resistenza, il fallimento della mancata attuazione dei cambiamenti attesi), ma ciò che interessa allʼautore è dare il senso di un dolore esistenziale e vi riesce proprio con la lingua, con lʼuso sapiente degli aggettivi e della punteggiatura. Quando, invece, passa a tratteggiare i caratteri e a costruire i dialoghi, si assiste ad una caduta del ritmo narrativo, che diviene monotono e ridondante. Perché non leggerlo? Alcuni brani sono molto belli e trattano di un tema molto attuale: la delusione dellʼItalia di oggi. Ma nel complesso il romanzo risulta noioso e prolisso.
Opinioni di un clown
Hans, è un giovane di una famiglia ricca e influente ma che lavora come clown, ed è stato lasciato dalla sua ragazza, Maria. Fervente cattolica, la giovane non è riuscita più a vivere con Hans, che è molto critico verso la religione e più in generale verso il perbenismo borghese e non sopporta il gruppo di cattolici frequentato da Maria. Hans si dà al bere e si ritrova a perdere il lavoro, solo nel suo appartamento, a cercare contatti con gli amici, il padre e il fratello. Riceve solo dei rifiuti e quindi decide di andare per la strada a chiedere l’elemosina suonando una chitarra e cantando inni liturgici. Il romanzo è fortemente ambientato nella Germania del dopoguerra e, da questo punto di vista, molto datato. Un tema è tuttavia di carattere universale: il rifiuto di una società ipocrita e falsa, che non accetta la verità e la contestazione delle regole sociali dominanti. In che modo si può reagire: con il niente. > Hai tentato di consolarti con lo stantio cinismo di sinistra di Fredebeul: inutilmente. Inutilmente avrai cercato di arrabbiarti dello stantio cinismo di destra di Blothert. C’è una bella parola: niente. Non pensare a niente. Non al Kanzler o al katholon, pensa al clown che piange nella vasca da bagno, al caffè che gli sgocciola sulle pantofole . Il tema del niente è il filone conduttore del romanzo e trova origine nella figura di Henriette, la sorella mandata al fronte a morire, la profonda ferita del giovane, il lutto mai ricomposto. Henriette spesso si estraniava e non pensava a niente e diceva che ciò era meraviglioso. Così le recite da clown sono un modo per estraniarsi, per vedere il mondo dal punto di vista del niente. Il tempo passato nella vasca da bagno, l’attesa dello squillo del telefono, la maschera e il vagabondaggio sono tutte modalità con le quali l’autore ricerca il niente e quindi si separa da un mondo, politico-sociale ma anche personale, che egli non accetta e che gli appare mostruoso nella sua vacuità. Il ritmo narrativo è molto veloce, con un intercalarsi di introspezioni intime e di colloqui, sempre in qualche modo interrotti e deludenti. Ricorda in qualche modo quello di Javier Marias con la differenza che la vena caustica è molto più forte e non lascia spazio a una dolce e rassicurante ironia. Il percorso narrativo sembrerebbe condurre a un suicidio del protagonista che ritrova invece conforto e sopravvivenza nella maschera da clown, perché solo mascherati si può vivere in una società dove predomina l’affarismo e il perbenismo.
L'ora di greco
Nel primo canto del Paradiso, Dante indica con la parola «trasumanar» quel superamento dei limiti umani senza di cui non sarebbe possibile contemplare Dio in tutta la sua potenza; poi, leggendo questa cantica, scopriremo che il percorso nei diversi Cieli sarà una trasformazione della vista e dell'udito, così da reggere la luce e i suoni dell'Empireo. E se invece la conciliazione con sé stessi e con gli altri avvenisse secondo una strada inversa, con il silenzio e la cecità? Sin dall'infanzia, per la protagonista di questo romanzo > la frase più banale lasciava intravedere con la trasparenza del cristallo perfezioni e imperfezioni, verità e inganno, bellezza e bruttezza. Lei si vergognava di quelle frasi, che si dipanavano bianche come ragnatele dalle sue mani e dalla sua lingua. Il divorzio e la perdita dell'affidamento del figlio la scaraventano nel silenzio: > è un silenzio freddo e rarefatto, come un'ombra privata del proprio corpo, come il tronco cavo di un albero morto, come lo spazio oscuro tra una meteora e l'altra. Il protagonista, invece, è cresciuto in Germania, gli è stata diagnosticata la perdita graduale e inesorabile della vista; è tornato in Corea dove insegna greco antico a uno sparuto gruppo di studenti, tra cui la nostra protagonista. Con la lingua greca l'autrice pare riferirsi al Mito della Caverna di Platone: in questa famosa allegoria i prigionieri non vedono che ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta di loro di fronte, e credono che queste visioni siano oggetti reali così come lo siano gli echi provenienti da eventuali passanti al di fuori della prigione. Se questi prigionieri uscissero dalla caverna scoprirebbero che gli oggetti e le voci non erano che illusioni; siamo condannati ad un eterno offuscamento da parte dei nostri sensi, non sarà la filosofia a salvarci, la conciliazione non si realizzerà tramite la vista e l'udito, con i nobili sensi di Dante. L'incontro avverrà solo quando ci affideremo agli altri sensi, così come paiono fare i nostri protagonisti: > con gli occhi chiusi, strofina la guancia sul viso di lei, (...) le bacia la bocca. I capelli bagnati dietro le orecchie, le sopracciglia. Come una flebile risposta proveniente da lontano, le dita fredde sfiorano le sue sopracciglie e si dileguano. (...) I cuori e labbra che si toccano, uniti ed eternamente separati. Tante volte ho pensato che il nostro enorme e complesso cervello sia una sovrastruttura che pesa sulle relazioni tra gli esseri umani come un macigno; che siano più felici gli animali nella loro ingenua immediatezza. Forse, è questo che vuol dire questo romanzo, ponendo al centro la lingua di Platone e narrando la strada vicenda di una donna e di un uomo che finiranno per amarsi senza parlare e vedersi. O forse, è troppo difficile per noi occidentali comprendere un romanzo di una cultura e di una lingua così distanti dalla nostra. E' probabile che l'autrice volesse dire dell'altro, ma è questo che mi è parso di capire. Hang Kang sta avendo una grande promozione editoriale da quanto ha vinto il premio Nobel. Leggendo questo breve romanzo, c'è da chiedersi se questa fama sia dovuta ad un'effettiva qualità editoriale o invece ad un gusto esotico, al desiderio di scoprire un paese ancora sconosciuto come la Corea. Questa domanda sorge spontanea dinanzi alla mancata distribuzione dei romanzi di Laszlo Krasznahorkai**, di ben altro spessore e qualità. (si veda la recensione in questo sito di «Melanconia della resistenza»).** **Perché non leggerlo? Di difficilissima comprensione.**
L'orecchio di Kiev
Nel 1919 Kiev era contesa da diverse forze: l'esercito bianco di Anton Denikin, sostenuto dall'Intesa, cercava di sovvertire i bolscevichi; i cosacchi sotto la guida dell' «atamano» Simon Pertljura combattevano per l'indipendenza dell'Ucraina; l'Armata Rossa lottava per fermare le azioni contro rivoluzionarie e respingere le pretese della Polonia sulla Galizia. Malgrado che il romanzo sia ambientato in un preciso momento storico, il racconto pare sospeso in un mondo senza tempo, proiettato in una realtà dispotica, dominata dal disordine e dalla violenza, come se conflitti , devastazioni e crimini siano il tratto inesorabile e immutabile delle terre di mezzo tra l'Occidente e la Grande Russia. Un atto sanguinolento avvia il racconto: la stessa sciabola che aveva ucciso il padre tronca di netto l'orecchio destro del giovane Samson; orecchio che il ragazzo riesce miracolosamente a raccogliere e a riporre in una scatola di caramelle. Samson è spaventato e disorientato; rimasto solo, si organizza per andare avanti in una città dove mancano il riscaldamento e il cibo e dove la vita di ciascuno è appesa a un filo, tra soprusi e uccisioni. In quel momento Kiev è controllata dall'Armata Rossa ed è incredibile come continui la vita ordinaria e come la nuova autorità si adoperi a perseguire i furti e gli omicidi (ma non ci sono gli «investigatori di una volta»), spenda energie per censire la popolazione («trecento a interpellare i residenti»), perseveri nella meticolosa burocrazia del regime zarista (ma manca la carta!), assicuri l'energia elettrica, anche se la legna sta per finire. > E' la cacofonia della rivoluzione, questa: troppe armi in giro, zero sicurezza e cento volte più banditi e rapinatori! (...) Sono rimaste solamente le firme sui verbali!. E' proprio la burocrazia a salvare il giovane Samson, dando non solo un pranzo quotidiano, ma anche uno scopo alla sua vita solitaria. Si rivolge alla milizia per protestare per la requisizione dei suoi mobili, in particolare la scrivania del padre dove aveva riposto la scatola di caramelle con dentro il suo orecchio. La bella calligrafia e la chiarezza espositiva del suo esposto lo fanno assumere nel settore investigativo. E da qui parte un thriller perché il giovane Samson è determinato a scoprire gli autori di un atroce delitto. L'indagine poliziesca s'intreccia con una storia d'amore; un'addetta al censimento viene a vivere con Samson, ma tra loro c'è solo un sussurro del ragazzo, «Sposami»; parola timidamente pronunciata mentre la giovane dorme o fa finta di dormire. Con una punta d' ironia, Karkov scrive come la > la vicinanza senza fretta alcuna di passione rompa la solitudine del giovane Samson, il quale si sente in sogno come > un eroe esausto, (...) mentre una ninfa seminuda vegliava su di lui. L'abile trama e l'agile scrittura non nascondono la debolezza del thriller e soprattutto non evitano una delusione nel lettore. Dal titolo sembrerebbe che l'orecchio troncato sia al centro del romanzo. Tramite l'orecchio, per un fenomeno miracoloso, il giovane Samson può ascoltare da lontano, nitidi e precisi, gli intrighi e i pericoli che incombono su di lui. Questa idea non è sfruttata sino in fondo; e questo perché l'autore non intende ricorrere a elementi magici, volendo restare ben piantato in un realismo narrativo, a sua volta carico di una «attesa malinconica» di un qualcosa che cambi il destino dell'Ucraina. Perché leggerlo? Con lieve ironia racconta la storia sofferta dell'Ucraina.
Orlando Furioso
Il poema narra le vicende della guerra tra Carlo Magno e gli arabi illustrando il percorso di Ruggiero, capostipite della famiglia degli Estensi, verso la fede cristiana e la scelta di campo a favore del re carolingio. Accanto a Ruggiero si sviluppano le vicende degli altri personaggi e vengono narrate storie innumerevoli, alcune delle quali si innestano nella trama principale mentre altre rappresentano digressioni apparentemente anche casuali. Dalla lettura del poema, estremamente gradevole e divertente, emergono alcune considerazioni di rilievo: la sua modernità. Il ritmo incalzante della narrazione, la chiusura di ciascuno dei Canti (che lascia l’aspettativa su quanto verrà detto nel successivo), l’intreccio tra le diverse vicende (da telenovelas), il gusto dell’immaginazione e dei fatti meravigliosi e incredibili (una successione straordinaria di effetti speciali). L’Orlando Furioso sembra essere il precursore del prevalente approccio alla letteratura e al cinema e la dimostrazione tangibile di come la qualità della narrazione permetta di immaginare e creare nella mente scene e ambientazioni a differenza di quanto avviene nel cinema attuale che vuole uno spettatore passivo. Uno studio attento dell’Orlando Furioso in una chiave moderna fornirebbe elementi utili per una riflessione e una revisione dell’attuale letteratura e della produzione cinematografica; il divertimento dell’immaginazione. Nell’Orlando Furioso si è spesso letto un atteggiamento ironico dell’autore nei confronti della letteratura cavalleresca: si tratta della famosa ironia ariostea. A mio avviso tuttavia ciò che colpisce è soprattutto il valore dell’illusione e dell’immaginazione. Si percepisce in tutto il poema (soprattutto nei primi trenta canti) come l’autore si stia divertendo a creare situazioni fantastiche, paradossali e incredibili. Ed è proprio da questa ricerca del divertimento (dello scrivere come evasione per se stessi) che nasce la freschezza e l’originalità dell’intero poema; la donna e la femminilità. I veri protagonisti del poema sono le donne che esprimono sempre un carattere forte, tipicamente femminile. Si pensi alle figure delle donne guerriere (Bradamante e Marfisa) che pur essendo molto più brave degli uomini nei campi di battaglia manifestano un senso della cura e sentimenti di affetto, che sono tipicamente femminili. La scelta stessa di Angelica di sposare un oscuro pastore preferendolo a Orlando, scatenando la pazzia di quest’ultimo, sembra marcare la contraddizione tra la profondità dei sentimenti della donna e la vacuità alla base dei comportamenti degli uomini (nei quali prevalgono l’orgoglio e il senso dell’onore). È evidente che l’autore prende le parti delle donne, spesso anche in modo esplicito, in altri casi facendo emergere la sua preferenza con la descrizione del personaggio e delle vicende; il realismo verso la politica. Si parla spesso di discrezione dell’Ariosto che evita di fare pesare sul poema le proprie vicende personali e le proprie idee. Malgrado la sua riservatezza appare evidente come l’Ariosto abbia una visione realistica e malinconica, ma non cinica, della situazione italiana e in particolare dell’incapacità dei governanti di dare una soluzione alla frammentazione del paese e alla sua conseguente dipendenza dallo straniero. In questo senso le idee di Ariosto come «funzionario pubblico» emergono al di là delle intenzioni dell’autore e fanno intravedere un personaggio di grande valore, che, a differenza del Machiavelli, affronta il tema della politica con realismo ma anche con una grande passione civile. È quindi probabile che i personaggi e le loro vicende simboleggino anche idee politiche e costituiscano quindi anche messaggi ancora da interpretare. Lo stile letterario è molto bello con un verso di evidente derivazione dal Petrarca ma senza dubbio più facile alla lettura. Forse è proprio il suo ritmo così armonioso che lo rende talvolta un po’ ripetitivo soprattutto quando le vicende e il ritmo della narrazione non concentrano l’attenzione del lettore.
Paese d'ombre
Il romanzo è ambientato nella seconda metà dellʼottocento in Sardegna a Norbio, una piccola città circondata da boschi secolari. Angelo è rimasto orfano sin da bambino: > tutta la sua vita è un lento passaggio dalla condizione contadina alla condizione borghese, o, come si diceva a Norbio, alla condizione signorile . Questo percorso, che è appunto il filone conduttore del libro, non è un tradimento delle radici contadine, ma anzi è la narrazione di un destino di una persona complessa. Il protagonista è cosciente della realtà pastorale ed istintivamente si inserisce nellʼordine degli istituti borghesi per adoperarli a vantaggio della comunità. La vita di Angelo è la ricerca di un difficile equilibrio tra la salvaguardia dei beni comuni (il bosco innanzitutto) e i diritti di proprietà. Ancora bambino riceve in eredità alcuni possedimenti, che amministra saggiamente insieme alla madre. Ormai ragazzo conquista la fiducia di un ingegnere minerario e diviene il supervisore del taglio dei boschi,effettuato per trarne carbone di origine vegetale. Ed è proprio il profondo disagio che gli deriva dalle modalità di sfruttamento del bosco che spinge Angelo ad una operazione imprenditoriale arrischiata: prendere lui in gestione i tagli dei boschi. Nel frattempo crea una sua propria famiglia, sposandosi prima con una giovane contadina, che sarà il suo unico amore ma che muore dandogli alla luce una bambina, e poi con lʼerede di una delle più ricche ed altolocate famiglie locali. Ricco possidente, stimato da tutto il paese, viene chiamato dai maggiorenti alla carica di Sindaco. In questa posizione Angelo dimostra le sue qualità di ottimo amministratore e il suo attaccamento ai beni comuni: compie infatti unʼ operazione incredibile per la mentalità dei proprietari locali decidendo di fare acquistare al Comune un grande bosco in vendita, così da permettere a tutti i cittadini di usufruire delle ricchezze dellʼeconomia pastorale. Paradossalmente Angelo, ormai vecchio ma ancora Sindaco, muore in mezzo al suo popolo nel tentativo di frenare gli eccessi durante una festa locale, così a sintetizzare la sua lotta per lʼemancipazione della propria gente. La storia si sviluppa lentamente quasi che gli avvenimenti non abbiano niente di straordinario. In un Italia, quella post risorgimentale, deludente, dominata dal malgoverno e dallo sfruttamento dei poveri, «solo le comparse erano uomini autentici». Non sono quindi i grandi uomini e i grandi fatti a fare la storia, ma le «piccole» persone come Angelo, le quali con il duro lavoro, lʼattaccamento alla propria terra e la voglia di imparare, costruiscono la speranza di un futuro migliore. Dʼaltra parte lʼesistenza dellʼuomo si apre e si chiude allʼinterno di un ambiente (i boschi, la campagna, le case del paese) che è «una clessidra di cui si poteva percepire lo scorrere lento della sabbia». Nella descrizione di questo ambiente, più che nellʼanalisi dei personaggi ( troppo stereotipati) e nella critica sociale scontata e generica, la scrittura raggiunge i migliori risultati, rendendo con efficacia lʼascolto e la riscoperta costante del mondo circostante, sempre uguale e sempre differente. > Ma il silenzio della campagna era diverso da quello del giorno prima. Ad ascoltarlo bene, e ogni tanto Angelo si fermava con lʼorecchio teso, si distinguevano tanti piccoli rumori simili alle bollicine dʼaria in un bicchiere di acqua limpida: rotolìo di carri, colpi lontani di unʼaccetta o di una zappa, il su e giù ritmato di una sega, e un alitare di voci umane, invisibili presenze nel fruscìo della pioggia. Poi le voci sparse si fusero ed ebbe lʼimpressione di una folla, di una processione che si avvicinasse a piedi scalzi. Poco dopo, a una svolta, si trovò di fronte i tetti scagliosi di Norbio.... ore le voci suonavano chiare nellʼaria umida; e si udiva anche il rumore sordo e continuo delle piccole mole di pietra.... azionate dagli asinelli bendati che eternamente girano in tondo . Perché leggerlo? Si legge con piacere soprattutto per la narrazione del paesaggio sardo. Delude la trama, che è scontata soprattutto nella parte conclusiva del romanzo, e i personaggi risultano piatti e vaghi. La stessa figura di Angelo non è approfondita nelle sue contraddizioni, tra vocazione contadina e scelte di vita.
Il paese di cuccagna
Una folla composita, senza distinzione di sesso, censo e condizione sociale, si raccoglie in attesa dellʼestrazione del lotto. Quella mattina non sentono > il bisogno di mangiare, di bere, di fumare, nutrendosi vividamente delle visioni di cuccagna nella fantasia, sognando (...) tutta una spanciata di pranzi grassi e ricchi, divorati in immaginazione . Mentre il popolo napoletano, trepidante, sovreccitato, illuso, segue lʼestrazione con voci sempre più irose sino «ad un ultimo soffio di collera», una giovane cucitrice, delicata e infaticabile, continua a lavorare; > ella sembrava così lontana, così schiva, così assorta, in un mondo assolutamente staccato, diverso, che la fantasia poteva supporla più una immagine che una realtà, più una figura ideale che una persona vivente . Il romanzo intende mostrare e deprecare gli effetti devastanti del vizio del gioco sulle condizioni materiali e spirituali di Napoli, malgrado ci siano le forze e le virtù per rendere prosperosa questa grande città. Vorrebbe essere severa e realista Matilde Serao! Ma dinanzi allʼimpetuosa e gioconda vita napoletana la sua indignazione si stempera e si corrompe in una vivida immaginazione, con la quale non si riesce più a distinguere tra fantasia e realtà. Si prenda, per esempio, il secondo capitolo del romanzo: «Il battesimo dʼAgnesina Fragalà, bella figlia di papà». Due giovani sposi, felici bottegai in via Toledo, danno una festa in onore della loro bambina: è un caleidoscopio di colori seducenti, un tintinnare di piattini, di cucchiaini, di bicchieri, un > unione di cose belle allʼocchio, buone al palato, deliziose allʼolfatto . Ci si lascia trascinare dallʼesperta descrizione dei zuccherosi dolci napoletani, quando, con un colpo di scena, compare «lʼassistito» dagli spiriti, > un convulsionario pallido, che mangia molto, che finge di avere o ha delle allucinazioni, che parla per enigmi (da Il Ventre di Napoli). E subito gli invitati, anche il ricco strozzino, si affollano intorno a questo triste personaggio, tutti convinti che una frase banale pronunziata dallʼimbroglione indichi un numero fortunato, da giocare alla prossima estrazione del lotto. Per tutta la prima parte del romanzo Matilde Serao crea mirabili bozzetti di vita napoletana, sino alla narrazione del momento più sacro del «grande immaginario paese di cuccagna»: il miracolo di San Gennaro. Forse è utile un consiglio: gustarsi fino in fondo le pagine senza pretendere di essere dinanzi ad un Emile Zola italiano o voler rintracciare il verismo di Verga. > Ma come in fondo a tutte le allegre cose del paese di cuccagna, vi è una vena sempre fluente di amarezza, questo carnevale che travolgeva in buffonerie e mascherate tutte le cose e le persone più gravi della città, questo carnevale era una pietosa cosa . Matilde Serao, nel suo «cuore di napoletana», non si può compiacere cinicamente delle scene pur suggestive del presepe napoletano, da lei stessa creato. Lʼintento pedagogico e moralistico prende il sopravvento. La seconda parte descrive la triste fine alla quale vanno incontro i vari personaggi del romanzo, i responsabili del disastro come le loro vittime, ma tutti «così deboli, così miseri, così infinitamente infelici». Tale è lo scoramento che, come lʼautrice, veniamo presi dal > delirio di fuggire, di fuggire, per non vedere più, per non udire più, per non avere più lo spettacolo della più amara delusione . Il libro è un grande affresco sociale, ma ci sono pure vicende e personaggi, dai quali è possibile cogliere anche altri temi di fondo, oltre a quello prevalente della raffigurazione del paese di cuccagna. Innanzitutto i personaggi femminili sono generalmente le figure positive, anche se non mancano tra di loro usuraie ed imbroglione. Le donne sono solide, concrete, estranee o non totalmente coinvolte nella diffusa follia per il gioco. Ciò che le perde è la fedeltà, oltre ogni limite, verso la figura maschile, fidanzato, marito o padre. Si intravede una critica di Serao verso le donne, troppo spesso incapaci di ribellarsi, di prendere in mano il proprio destino sino in fondo. I personaggi maschili ne escono male, anche quando, come Antonio Amati, si ha una personalità forte, sana, razionale. Medico e scienziato potrebbero salvare la povera Bianca Maria, vittima di un padre pazzo e crudele, ma non lo fa. Dinanzi alla testarda devozione della figlia verso lʼautorità paterna lʼabbandona al suo destino, offeso ed umiliato perché a lui viene anteposto il padre; troppo forte è in Bianca Maria lʼobbedienza filiale. > Ogni compassione era sparita dal suo cuore, egli provava tutto lʼimplacabile egoismo delle immense sofferenze . Lʼamore era fragile, più debole dellʼorgoglio, figlio della pietà e non invece dellʼaffetto. E in questo la donna era ancora vittima. La prima parte del romanzo è un capolavoro. Nelle scene di vita napoletana la scrittura ricca ed elegante di Serao trova il suo contesto ideale per esprimersi al meglio. Certo, i personaggi non sono approfonditi, la trama non è organica, sono come tanti racconti, che sembrano non far parte di unʼunica narrazione. Nella seconda parte, lʼautrice vorrebbe riprendere il filo complessivo, ma non ci riesce e il tutto resta frammentario. Inoltre prevalgono i toni melodrammatici e moralistici, che compromettono la tensione e la drammaticità delle tragedie umane, rendendole scontate e patetiche. Anche il racconto della morte di Bianca Maria, che chiude il romanzo, è talmente lento e lacrimevole da lasciare unʼ impressione di pietismo stucchevole. Perché leggerlo? La prima parte è un capolavoro.
Palazzo Yacoubian
Palazzo Yacoubian è un luogo rappresentativo dell’Egitto di oggi, dominato da un regime corrotto e anti-democratico, dove il sopruso, l’astuzia e l’inganno sembrano essere i tratti dominanti. Una giovane ragazza è costretta a subire le avances dei datori di lavoro ma si innamora di un depravato e vecchio possidente, che rischia di essere cacciato di casa dalla sorella. L’ex fidanzato della ragazza non viene accettato dall’Accademia di polizia in quanto figlio di un portiere e, all’università, entra a far parte dei Fratelli Mussulmani. Viene arrestato, violentato e torturato dalla polizia, e, una volta rilasciato, va a vivere in un campo di addestramento e si sposa con una vedova di un altro martire. Viene ucciso durante l’assassinio del commissario di polizia, che lo ha torturato in carcere. Un ricco omosessuale si innamora di un ragazzo, che lo uccide durante una lite. Un affarista si sposa per avere una donna che soddisfi le pulsioni sessuali da vecchio, ma, quando viene a sapere che la donna aspetta un bambino, la fa abortire di forza e poi la ripudia. A sua volta, l’affarista è costretto a pagare una lauta tangente a potenti uomini politici. Con uno stile apparentemente leggero e ironico e con un ritmo narrativo da «romanzetto» in realtà lo scrittore muove una critica feroce sia alla società egiziana che agli stessi Fratelli Mussulmani. In un mondo incombente, i singoli cercano di sopravvivere e di trovare una propria strada: in alcuni casi ciò li porta alla rovina (l’ex fidanzato che viene torturato e ucciso, l’omosessuale che viene assassinato dall’amante, la donna che si sposa con l’affarista e viene ripudiata), altri si salvano, perché trovano l’affetto malgrado le differenze di età (la ragazza e il vecchio depravato). Il romanzo viene portato avanti in modo leggero, tanto da sembrare artefatto e quindi fornire una falsa rappresentazione della società egiziana. Per gran parte del libro non c’è vigore ma lo scrittore sembra far leva sugli aspetti più scabrosi delle vicende. Nell’ultima parte, il racconto assume maggiore forza ed emergono anche sentimenti autentici e non costruiti ad arte.
Il palio delle contrade morte
È probabile che non sia uno dei libri migliori dei due autori. Al di là dello stile brioso e veloce, la trama è totalmente inconcludente: moglie e marito, con un rapporto coniugale logoro e noioso, si ritrovano per caso in una casa patrizia vicino Siena, dove assistono a un delitto (l’assassinio di un noto fantino del palio), allacciano rispettivamente una relazione con il padrone di casa e la figlia e partecipano al palio, nel quale le contrade morte (quelle escluse dalla gara) si vendicano della loro mancata partecipazione mediante il «fantasma» del fantino ucciso. Romanzo poliziesco, genere fantastico, riflessione sulla desolazione dei rapporti umani o semplicemente ricerca di una storia paradossale: non si capisce e si resta di fatto delusi.
Un pappagallo volò sull'IJssel
Nel primo racconto di «Le mille e una notte», dal titolo espressivo di «Tessitrice delle notti» (si veda recensione in questo sito), Shahrazad inganna il crudele sultano ammaliandolo con storie meravigliose e intriganti. E' il miracolo della parola! Cosi in questo romanzo Pari, una donna immigrata infatuata della lingua olandese, si salverà scrivendo. Una guaritrice fiamminga le affida il compito di narrare la vita degli immigrati. > Scrivi la storia delle persone che ti circondano, la storia degli stranieri che arrivano in Olanda. (...) Liberati dalla tua angoscia scrivendo. (...) Forse è questo il tuo dovere, ora che il destino ti ha condotto in terra straniera. Con l' impianto novellistico e la soffusa leggerezza del capolavoro arabo, e nel paese dove > in ogni contrada si sente e si teme la voce dell'acqua con le sue eterne sciagure , Pari dovrebbe narrare > la storia di Mamed, di Catherina, di Lina, quella del colonnello, della moglie del colonnello, di Tala, del signor Rahimi, del pappagallo e la tua storia. Sono tutti immigrati che potrebbero rispondere alla domanda > che cosa ci fai tu qui? con una semplice parola: > Vivo. Aver posto al centro Pari non deve far pensare che essa sia la narratrice né l'unica protagonista: è Abdolah che racconta dall'alto della posizione privilegiata di osservatore invisibile e neutrale, così come il romanzo è affollato da molti personaggi; la mia scelta è giustificata dall'ostinazione di Pari di fare propria la lingua olandese e dal fatto che è la vita di questa donna, più quella di altri, a testimoniare il precario equilibrio tra integrazione e radici. Sposata ancora bambina, Pari ha seguito il marito in Olanda. Le lunghe assenze dell'uomo permettono alla donna di frequentare una scuola dove imparare l'olandese. > Sentiva che qualcosa nel profondo della sua natura si era messo in moto e voleva distruggere tutto. (...) Si rendeva conto che le parole che cercava sul vocabolario e le frasi che scriveva nella sua nuova lingua erano in realtà esplosivi che voleva piazzare sotto la sua vita familiare, sotto il suo passato, il suo presente e tutta la sua esistenza. Comincia a pubblicare brevi racconti in un giornale locale; va a vivere prima con il suo insegnante di olandese e poi con un giornalista: uomini che pretendono giochi erotico-sessuali per lei nuovi ma offensivi per la sua morale. In Olanda si fa così, è la sicura risposta alle sue timide rimostranze! Quando una notte irrompe il marito e accoltella Pari, mentre l'olandese scappa senza difenderla. Il passato è tornato violentemente. Se nel tentativo del marito di ucciderla ,dalle radici riemergono i tratti oppressivi di un mondo atavico, la sottraggano alla morte gli usi e le liturgie medio orientali. > Dodici anziani avvolti in lunghi cappotti neri, ognuno con un rosario in mano , entrano nella camera d'ospedale dove Pari è in coma irreversibile. > Le loro parole dolci danzavano come api nei raggi del sole e il mormorio delle preghiere avvolse il capo di Pari come un ronzio. (...) All'improvviso l'ago si mosse, tracciando con un rumore metallico una linea ondulata, un zigzag di vita. Come nei favolosi racconti di «Le mille e una notte», un pappagallo (un Angelo?) che volava sull'Ijssel vide > una giovane donna dai lunghi capelli dorati che montava a pelo un bizzarro cavallo bianco dalla lunga criniera, (...) un posto strano popolato da migliaia di animali ,grandi elefanti primordiali, giraffe, dinosauri, cammelli, tigri, leoni dalla vecchia criniera,e anche bestiole molto piccole: germani reali, pappagallini colorati, farfalle, insetti dorati. Nella protestante, accogliente e trasgressiva Olanda, per salvare Pari erano riaffiorate tutte le magie dell'Oriente. Il romanzo si sviluppa su due binari: le difficoltà dell'integrazione, culturali prima che politiche e istituzionali, le storie individuali che mostrano come ciascuno affronti l'assimilazione in modo differente. L'Olanda si offre come un paese accogliente, eppure emergono inesorabilmente le diffidenze, le paure e le diversità linguistiche e culturali. Se dapprima è intrigante accompagnarsi a uno straniero o a una straniera, il primo così appassionato, la seconda affascinante sotto il velo, poi la donna olandese si ritrae preoccupata e l'uomo non sa portare rispetto a tradizioni più riservate di quelle della società olandese. Pur all'interno di un quadro di difficile assimilazione, le singole vicende, distinte e parallele, mostrano come nell'incontro tutti cambino, olandesi e immigrati, ma ognuno in modo differente. E' vero che il destino ci sovrasta, sia fatta la volontà dell'Altissimo!, ma ciascuno di noi gioca con il destino in modo diverso, si costruisce una propria via; ed è qui il vero cambiamento. Al pappagallo sull'Ijssel, all'Angelo o all'Altissimo, non spetta che guardarci. Il romanzo è insieme di moduli narrativi, che si sviluppano in modo autonomo e poi s'intrecciano quasi a caso; è difficile riportare a sintesi le diverse storie, se non in alcuni passaggi topici: la tomba della piccola Tala dove tutti si raccolgono a pregare, l'unico telefono pubblico, usato dagli immigrati per comunicare a casa, il gruppo degli anziani che vivono come se fossero ancora in Oriente, e la figura misteriosa del pappagallo, forse il mitico «cacatua» di Federico II, simbolo della cultura araba antica. La scrittura è fiabesca e realista a un tempo, mai appiattita sulla mera descrizione o su inutili digressioni politiche e sociologiche, e per questo ricca di suggestioni. Perché leggerlo? E' dispersivo, ma piacevole da leggere.
Paradise
Il romanzo ha due principali filoni narrativi. Il primo è un grande affresco storico del Sultanato di Zanzibar poco prima della spartizione dell'Africa Orientale avvenuta nel Congresso di Berlino del 1885. Come spiega un amico di origine indiana al sedicenne Yusuf, agli europei > non interessa il commercio, ma la terra stessa. E ogni cosa che c'è in essa....noi. (...) Perderemo tutto, incluso il nostro modo di vivere . Sarebbe stato facile per Gurnah presentarci la civiltà araba- swahili, che controllava le coste dell'Africa Orientale sin dalla metà del Settecento, come un'era felice prima della conquista europea. La coesistenza di lingue differenti, sedimentatesi nel corso dei secoli, i costumi raffinati dei mercanti, lo splendore dei palazzi e dei giardini, i profumi, le vesti e i gioielli delle ricche matrone, l'osservanza delle regole religiose, sono tutti fattori che ci spingerebbero ad esaltare il mondo precoloniale rispetto al dominio europeo, in questo caso tedesco. Ancora una volta Gurnah ci stupisce, e lo fa, tra l'altro, in modo imprevedibile, raccontando i viaggi dei mercanti verso l'interno dell'Africa, verso i grandi laghi e le montagne, alla ricerca di avorio, oro e schiavi. A ragione, da molti commentatori le spedizioni all'interno descritte nel romanzo sono state comparate a «Cuore di Tenebra» di Joseph Conrad, in cui il viaggio nella malsana foresta fluviale è come una discesa in un mondo oscuro, dove le forze primordiali dell'uomo hanno la meglio sulla civiltà; nello stesso modo in Paradise, partecipando alle incursioni all'interno, il giovane Yusuf diverrà «un uomo lupo», > sentii che il bandolo della vita gli stava scivolando tra le mani, ed egli lasciava scorrere il bandolo senza resistenza. (...) Non c'era niente che potesse pensare di fare che lo avrebbe liberato dalle catene della condizione nella quale viveva. E qui giungiamo al secondo filone narrativo. Yusuf è ancora bambino quando viene sottratto alla famiglia per onorare un debito contratto dal padre con un ricco mercante. Lo sradicamento è brusco e definitivo ed è sancito dalla perdita della collanina datagli dalla madre. Si ritrova a crescere in una ricca dimora, imparando il commercio sotto la tutela di un giovane, pure lui, insieme alla sorella, prelevato a pagamento di impegni finanziari non saldati. Nella nuova casa Yusuf è attratto da un meraviglioso giardino nascosto da un alto muro: è un luogo tanto ricco di profumi e di colori che Yusuf > sognava che di notte le fragranze si diffondevano nell'aria e lo spaesavano. Nella sua sensazione intensa di piacere immaginava di ascoltare della musica . E' il Paradiso descritto dal Corano? Il giardino nasconde un segreto: separata dal mondo esterno, vive la moglie pazza del mercante padrone; si è invaghita della bellezza di Yusuf che ha potuto ammirare tramite specchi appesi agli alberi. Ed è proprio per allontanarlo dalle mire della donna che il mercante coinvolge Yusuf nelle spedizioni verso l'interno, da cui il giovane tornerà adulto e determinato a non farsi fermare: vuole scoprire sino in fondo il mistero del giardino. Cosi comprenderà che l'Inferno e il Paradiso si sovrappongono, sono la stessa prigione: come nella Messa di Requiem di Mozart i toni infernali si alternano a quelli paradisiaci, la magnificenza nasconde l'infelicità. Dietro la parvenza di un romanzo storico Gurnah affronta un problema universale ed eterno: quello della libertà. I personaggi sono dominati dalla figura mefistofelica del mercante, sempre calmo, pronto a proteggere così come a cacciare, vero simbolo del potere, che solo un'altra forza può soppiantare. Non facciamoci illudere dai modi, l'essenza del potere è sempre la stessa. Yusuf preferisce la supremazia dell'europeo, forse più spietata ma senza sotterfugi. Il viso dell'ufficiale tedesco > era la faccia di un cadavere, e Yusuf fu sconvolto dalla sua bruttezza e dallo sguardo crudele. (...) La colonna in marcia era ancora visibile quando sentii un rumore come una porta che si chiudeva dietro di lui nel giardino. Si guardò intorno rapidamente e poi corse dietro la colonna con occhi luccicanti. La scrittura è più composta rispetto a quella di «Sulla riva sul mare», censito in questo sito; è come se l'autore abbia inteso scrivere una cronaca, in cui gli elementi fiabeschi e le digressioni sono limitate perché bisogna concentrarsi sugli aspetti essenziali del racconto. Non ci si perde nella lettura restando sempre vigili su quanto accade; e allora pesa la lunghezza della narrazione, interrotta troppo bruscamente dall'arrivo dello straniero, come se l'autore abbia voluto finire il romanzo in qualche modo. Perché leggerlo? Splendido affresco di una civiltà a noi sconosciuta.
Il partigiano Johnny
Le vicende tra lʼ8 settembre 1943 e il febbraio 1945 costituiscono lo sfondo storico del romanzo. Sono gli anni della guerra partigiana. Allievo ufficiale a Roma, Johnny ha lasciato lʼesercito, come molti altri dopo lʼannuncio dellʼarmistizio e la generale confusione che ne è seguita. È ritornato a casa, ad Alba. Giovane intellettuale, appassionato di letteratura inglese, appartiene ad una famiglia della piccola borghesia. I genitori vorrebbero che si nascondesse, quieto, senza esporsi. Ma il giovane decide di abbandonare > una posizione fluida, rimediabile da ogni mortale impatto mediante finzioni e sotterfugi o astuzie , per schierarsi invece > nel grande dualismo a prezzo dellʼimmediata, indisquisibile esecuzione . Ed allora > partì verso le somme colline, la terra ancestrale che lʼavrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero... in nome dellʼautentico popolo dʼItalia, ad opporsi al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente . Si imbatte in una banda garibaldina, che fa capo quindi ai comunisti. Come tanti suoi compagni, non gli interessano le idee politiche, importante è combattere il fascismo. Conosce Tito, un giovane e scaltro contadino, così lontano da lui per cultura ed origini sociali, ma così vicino per fratellanza partigiana. Era > felice ed ansioso di mischiarsi agli uomini, a tutti. Avevano combattuto con lui, erano nati e vissuti, ognuno con la sua origine... per trovarsi insieme a quella battaglia . Uccide il suo primo uomo: > il ragazzo danzava a trenta metri, accecato dal suo stesso coraggio... Johnny gli sparò senza affanno, senza ferocia.... si aderse sui gomiti nellʼascensionale sospensione davanti al suo primo morto . Lo scontro con i fascisti dissolve la banda, troppo male armata per poter resistere. Johnny va alla ricerca di un altro esercito partigiano ed incontra i così detti badogliani, più vicini alle sue idee politiche. Ritrova un ambiente borghese a lui più famigliare ed è con loro, nei paesi collinari intorno ad Alba, che trascorre il lungo periodo di stallo dellʼ inverno tra il 1943 e il 1944. Anche se meglio organizzati ed equipaggiati delle squadre garibaldine, sono totalmente impreparati a resistere allʼattacco dei fascisti e dei tedeschi nellʼestate del 1944. La lotta è durissima ma impari. Johnny vede morire molti dei suoi compagni, si riduce con un piccolo nucleo, tra cui gli amici Pierre ed Ettore, con i quali si rifugia presso una fattoria. Ma Pierre si ripara in città, dove è più facile nascondersi, mentre Ettore viene catturato insieme con la contadina, che li ha accolti e rifocillati. Affronta disperato e solo il lungo e rigido inverno tra il 1944 e il 1945. Si nasconde nelle zone più selvagge del bosco, nei dirupi creati dai torrenti, cercando talvolta cibo e riparo presso i contadini, a loro volta stremati ed impauriti. > Il cuore gli si fendeva per la brama dellʼantica comunità, la faziosa, criticabile, a volte repellente comunità, e dei vecchi campi di battaglia e della compagnia dei vivi, dei morti, dei catturati... Anelava al reimbandamento, per esso avrebbe dato metà del suo sangue, Dovʼè Nord ( il soprannome del comandante partigiano)... il 31 gennaio è una data assurda per ritrovarci. Quel mattino ti alzerai e chiamerai ma ti risponderà soltanto il silenzio delle colline . Alla fine dellʼinverno, dellʼingenuo e idealista studente rimane ben poco. La perdita degli amici più cari, le stragi alle quali ha dovuto assistere, il freddo, la fame, la sporcizia lo hanno trasformato in un combattente solitario. Quando, a gennaio 1945, ritornano a riorganizzarsi ed a ingrossarsi le file partigiane ( ormai si avvicina lʼavanzata finale degli alleati), > Johnny non si trovava più, quel patch, lungi dal scancellarsi, si ampliava. Non sopportava più comunanza né routine, scapolava la collettività, la perlustrazione e la guardia . Il grido ingenuo, «Viva Noi!, sempre fino alla fine della storia umana», che aveva espresso quando si sentiva profondamente unito ai suoi compagni, si è trasformato in un senso di insoddisfazione, di delusione verso gli altri, che lo conduce a disubbidire e a cercare una morte coraggiosa e solitaria. Il romanzo è la prosecuzione ideale di Primavera di bellezza, altro capolavoro di Fenoglio. Se in quel libro lo scrittore ha narrato la maturazione politica di un giovane, che prende coscienza di che cosa è stato il fascismo e della necessità di lasciare una testimonianza individuale di rivolta, in «Il partigiano Johnny» Fenoglio racconta la storia partigiana di un ragazzo e di come le vicende della guerra e la durezza dellʼambiente abbiano lasciato una impronta indelebile, ed imprevedibile, nella sua personalità. Pur sempre convinto di «dir di no fino in fondo», di non arrendersi mai, alla fine della guerra Johnny non riesce più a sentirsi parte di una comunità più vasta, lʼesercito partigiano, ma vuole combattere da solo i fascisti, come un eroe solitario. E via via che si procede nella lettura mutano sia la lingua che il rapporto tra Johnny e lʼambiente. Se allʼinizio del romanzo la scrittura è ricca di termini inglesi, quasi ad esprimere il mondo letterario del protagonista, pian piano le parole anglosassoni si fanno più rade e si giunge al punto che Johnny tradisce lʼamata lingua inglese, rifiutando il ruolo di interprete, per preferire quello di combattente. Nello stesso modo la collina è inizialmente uno sfondo, per assumere nel proseguimento del racconto una funzione crescente di protagonista, quasi amalgamandosi con la nuova personalità di Johnny. Il bosco, i burroni, i paesi arroccati sulla montagna, la nebbia e il gelo, il mondo contadino, con le sue bestie e i suoi cani feroci o amichevoli, sono il nuovo mondo del protagonista, che, come un novello Robin Hood, porta avanti la sua battaglia solitaria contro i cattivi. Da questo punto di vista il libro di Fenoglio è una splendida narrazione della Resistenza, ma non di quella retorica, che vorrebbe esaltare la storia collettiva e la nascita di una coscienza nazionale. Paradossalmente nel romanzo il percorso è opposto: da una visione civile e politica, anche se ingenua e grezza, il protagonista perviene ad una concezione individualista e disincantata del mondo ideale della guerra partigiana. Il grande fascino di Fenoglio è la creatività espressiva della lingua: > una lingua non grammaticalizzata, duttile, scomponibile e ricomponibile, nei suoi elementi costitutivi, con estrema mobilità... una lingua magmatica con cui collaborare creativamente. Il risultato è una prosa incessantemente produttiva di neoformazioni lessicali, morfologiche e sintattiche ( Dante Isella: la lingua del partigiano Johnny). Poteva essere una interessante direzione di sviluppo della letteratura italiana. Nessuno lʼha seguita, perdendo lʼoccasione di dare nuova ed originale linfa ad una lingua ormai stantia, quale quella italiana. Un elemento di debolezza del romanzo è la scarsa compattezza, che porta ad una trama narrativa spesso dispersiva. La focalizzazione sulla figura del protagonista non fornisce dinamicità e dialettica al sistema dei personaggi, i quali, a loro volta, non hanno sufficiente spessore ed autonomia per contrastare lʼinvadenza del personaggio Johnny. È un libro epico ed individualista per eccellenza. Perché leggerlo? È un libro affascinante, in particolare per la sua lingua.
Il passato è una terra straniera
Forse non è il libro migliore dell’autore. Un giovane e brillante studente viene trascinato da un amico in una discesa verso gli inferi: prima il gioco, poi la droga e infine rischia addirittura di essere coinvolto in un stupro. Dinanzi alla violenza estrema reagisce salvando la ragazza e in qualche modo si salva anche lui. Lo spunto narrativo potrebbe essere anche interessante ma si trascina in modo lento, né con colpi di scena né con un approfondimento psicologico delle motivazioni alla base di un comportamento così differente rispetto a quello della vita passata. Sembra, quasi, che il personaggio sia un debole, che abbia sempre subìto quanto si aspettava da lui per fare emergere solo, sotto la pressione dell’amico, la sua vera personalità. Lo stile oscilla da quello tipico dei gialli di ambiente a quello utilizzato nei racconti introspettivi: la sintesi è la noia nella lettura.
Patria
In una sera di pioggia un piccolo imprenditore basco è ucciso da un comando dell'ETA, un'organizzazione terroristica che insanguinò la Spagna dal 1968 al 2011, provocando oltre 800 morti, di cui 240 civili (fonte Wikipedia). Txato, questo è il nome della vittima, si era rifiutato di pagare il pizzo e il suo assassinio fu preceduto da una serie d' insulti e da un crescente isolamento da parte del paesino, dove viveva da anni l'imprenditore e la sua famiglia. Joxe Mari, il figlio del migliore amico di Txato, è affiliato all'ETA e opera in clandestinità; in una delle sere precedenti all'attentato è stato mandato in ricognizione presso la casa della vittima, > non appena aveva cominciato a camminare, mi aveva visto. La Browning impugnata nella tasca e il Txato, cosa fa, cosa accidenti fa, attraversa la strada e viene dritto verso di me. La scena non era prevista dal copione. «Ehi, Joxe Mari. Sei tornato? Sono contento». Quegli occhi, quelle orecchie enormi, quell'aria amichevole. L'amico di suo padre che gli comprava i gelati quando lui era bambino. (...) Non farlo. Non ucciderlo. Erano rimasti muti uno di fronte all'altro. (...) Sono un membro dell'ETA e sono venuto a giustiziarti. Ma non glielo aveva detto. Non gli era venuto. Là in alto la campana aveva suonato un no. Questa scena, descritta a pagina 445, poteva essere un possibile avvio del romanzo, dando unità, secondo me, all'esplorazione delle conseguenze, non sociali e politiche ma psicologiche ed esistenziali, di una guerra civile che ha lacerato un'intera comunità. E invece Aramburu narra le storie individuali in modo disordinato, con avanti e indietro, inseguendo le vicende dei singoli personaggi come queste fossero storie specifiche, banali e scontate, vitalizzate solo dal legame con quell'unico fatto terribile. L'uccisione di Txato distrugge i consolidati rapporti di amicizia, determina la vita di tutti, degli affetti così come delle condizioni materiali di esistenza, immobilizza in ruoli definiti dall'odio e dal dolore. Joxe Mari finirà all'ergastolo, condannato a essere un eroe della liberazione dei paesi Baschi. Sua madre, Miren, assume le parti della protettrice, orgogliosa e inflessibile, del figlio perseguitato > fanatizzata per istinto materno. Il marito di Miren e il migliore amico di Txato si richiude in se stesso, vigliacco, nasconde il lutto per la morte di Txato e la disapprovazione per le scelte di Joxe Mari. Gli altri figli sono in fuga da quella terra maledetta, così come lo sono i figli di Txato. Sono tutti > satelliti di un uomo assassinato. Lo volessero o no, le loro rispettive vite ruotavano da lunghi anni intorno a quel delitto, a quel fuoco incessante di, di cosa?, cazzo, ma di pena, di dolore, e questa storia deve finire e non so più come. A rompere l'immobilismo della sofferenza è Bittori, la vedova di Txato, con la sua decisione di tornare al paesino e di riaprire la vecchia casa: > una strana atmosfera avvolgeva i soprammobili, le pareti, i mobili, un odore caratteristico che, senza essere stomachevole, era tutt'altro che accogliente. Ed era lo stesso odore che emanano i vestiti di mia madre quando la abbraccio. Siamo dopo il 2011, la guerra civile è finita e tutti vorrebbero dimenticare. Il parroco ferma Bittori per strada per invitarla a non tornare in paese, > a non riaprire le vecchie ferite. La risposta della donna è lapidaria: è qui > per tirare fuori tutto il pus che c'é ancora dentro. Altrimenti, non si chiuderà mai. Caparbia, Bittori otterrà che Ioxi Mira le chieda perdono, perché solo così ci può essere una vera riconciliazione, e non invece un pavido oblio omertoso. La determinazione di Bittori smuoverà tutti gli altri protagonisti della storia, che usciranno dalla loro sofferenza per ritrovare di nuovo se stessi, metabolizzando finalmente il lutto e accettando il proprio destino. Gli argomenti fondamentali del libro sono la lacerazione e la riconciliazione: la violenza frutto dell'odio e la volontà di ricostruire la fratellanza. L'autore evita la retorica e il moralismo, scava, invece, all'interno delle coscienze. I personaggi sono sempre in bilico tra immobilismo doloroso e possibilità di liberazione dal destino; per riuscirci hanno bisogno di una forza esterna, costituita da Bittori, che abbandona le vesti della vedova sconsolata per assumere quelle di un' eroina tragica, portatrice, suo malgrado, di un compito universale ed eterno: quello di portare il carnefice a riconoscere le proprie colpe, a dichiararle e in tal modo liberarsi dal rimorso. Si è già accennato al disordine della narrazione. Con una tendenziale scansione di tre capitoli per volta l'autore approfondisce i diversi personaggi del romanzo, senza creare una gerarchia d'importanza, quasi che non ci sia un protagonista. Quest' approccio lascia al lettore la libertà di scegliere la figura chiave del racconto (per me Bittori), ma annebbia la focalizzazione, ostacola la ricomposizione delle storie, che restano inconcludenti. L'alternarsi della prima e della terza persona come voce narratrice intriga dapprima, creando un effetto di spiazzamento. E' una bravura stilistica che alla lunga confonde la narrazione: ogni frase è interessante ma il tutto diviene dispersivo. Infine il romanzo è molto lungo, prolisso e ripetitivo. Perché leggerlo? Interessanti gli argomenti affrontati.
La patria delle visioni celesti
Il libro raccoglie 12 racconti, ambientati nel deserto libico: > in quella distesa desolata, impenetrabile, in cui aleggiavano spiriti e misteriosi enigmi . Il passato è dʼobbligo, perché il mondo originario del deserto è ormai scomparso, distrutto dal colonialismo crudele degli italiani, dalla dominante siccità e dalle guerre.Le storie sono differenti come contenuti e stili, ma emerge un comune percorso, storico ed umano, della fine della civiltà dei beduini e quindi di una perdita per lʼumanità. Il racconto, che dà il titolo alla raccolta, è senza dubbio il più affascinante ed anche il più misterioso. Padre e figlio avanzano nel deserto: > da quando si erano messi in viaggio il deserto aveva continuato a dilatarsi e ingrandirsi.... generava alla fine un orizzonte spietato, che a sua volta, percorso un ennesimo tratto, ne originava un altro... e in quel limbo che si allungava tra la distesa di sabbia e lʼorizzonte tremolava il miraggio . A che cosa mirava un cammino che sembrava «eterno»? Il padre ha prelevato il figlio, ancora bambino, dallʼoasi. Lo ha fatto perché vuole che il ragazzo sia un «uomo del deserto», perché «chiunque impugni una zappa e ferisca la terra è un schiavo», mentre > il nomade ha per coperta il cielo disseminato di stelle, il suo cuscino è lo spazio aperto, vaga come le gazzelle e non si inginocchia davanti a nessun luogo . Il viaggio sembrerebbe la narrazione dellʼiniziazione, ma il padre sta cercando qualche cosa: la sua patria, il ritorno alla dimora dei nomadi del deserto. Ma alla fine del racconto scopriamo, con sorpresa, che questa patria è la terra definitiva dellʼoblio: la morte. > Non rimpiangere il viaggio di passaggio che hai dovuto compiere, perché rimanere nella memoria dellʼarcano è meglio che scivolare nel deserto del ricordo . Saranno i racconti successivi a farci capire le ragioni di una scelta così drastica. Pian piano, lʼautore ci conduce alla guerra, narrandoci le vicende terribili, e che noi italiani abbiamo rimosso, della conquista della Libia da parte dellʼesercito fascista e della resistenza eroica e disperata dei libici. Non cʼè acredine, è una cronaca, capace, tuttavia, di darci il senso della distruzione di un popolo. Dove va, ormai, il beduino? «Lʼuomo che si è assuefatto alla guerra non può più farne a meno». Non è corretto dire che il soggetto dei racconti sia il deserto, anche se precisa, quasi naturalistica, risulta la descrizione dellʼambiente, degli animali, dei frutti e delle piante. In realtà il vero tema è la nostalgia. > Tutti noi amiamo lʼorizzonte e piangiamo di nostalgia, vagheggiando ciò che si nasconde al di là del deserto . Ma allora il tema è universale, perché «anche tu come me hai nostalgia dellʼignoto?» La scrittura è estremamente ricca e versatile, passando da uno stile elegiaco e poetico ad uno realista e freddo. Da questo punto di vista il racconto più compiuto è «il voto della vergine». La vita delle giovani del deserto viene descritta con tratti sociologici. Le due ragazze che portano le greggi al pascolo parlano di amori e di sogni, dello sposo promesso, come le ragazze di tutte le epoche e di tutte le civiltà. Il sole, lʼarsura e il calore sono così intensi da fare impazzire anche i capretti, rendendoli ribelli ed aggressivi. Una delle due ragazze non vive nellʼattesa del cavaliere del deserto che la prenda in sposa: lei sogna lʼacqua, essa è il suo vero innamorato. E quando arriva improvvisa, si getta nella corrente del torrente in piena e si lascia trascinare: > cominciò a spogliarsi... si inginocchiò e lui la strinse tra le braccia. Si avventò sul suo corpo nudo di vergine e lo sommerse delicatamente. Scivolò libera insieme con la corrente.... in fuga verso lʼignoto insieme alla sua bella innamorata . Perché leggerlo? Non si devono cercare la trama, il ritmo narrativo e gli approfondimenti sociali e psicologici. È la narrazione della fine di una civiltà e implicitamente è un atto di accusa.
La pelle
Il libro è ambientato durante la seconda guerra mondiale, durante l’avanzata degli americani: a Napoli e poi negli ultimi capitoli a Roma e a Firenze. Malaparte è ufficiale di collegamento tra gli americani e gli italiani. E da qui nasce il contrasto tra una società giovane e semplice (quella americana) e una ormai decadente e in sfacelo (quella europea). Al di là dei temi legati alle vicende immediatamente successive all’armistizio (lo sgretolamento della società italiana, la guerra civile, il vendersi in tutti i modi ai nuovi conquistatori, quello che Malaparte chiama la nuova «peste»), in realtà il romanzo è particolarmente attuale. Emerge un pessimismo profondo sul futuro degli europei, un senso di disfacimento, di marciume e di morte, con episodi quasi inverosimili ma che corrispondono a una società che non esprime più un senso del futuro, nella quale è tutto possibile. Il «nuovo» portato dagli americani scatena qualcosa che era nascosto nella società europea, ne distrugge le fondamenta proiettandola in una dimensione grottesca, amorale e inquietante. Occorre sperare che succeda un fatto straordinario (l’eruzione del Vesuvio) per distruggere questa società. Questo romanzo non rispecchia anche la realtà attuale? Esprime le caratteristiche più profonde della società europea: il suo decadentismo, l’accondiscendenza verso i potenti, la ricerca del tornaconto anche a rischio di compromettere ciò che si ha di più caro, la volgarità e l’ignoranza dominante. Il libro è sicuramente molto attuale e lo stile così immaginoso e ricco esprime molto bene questo senso di decadenza e di disfacimento. La parte migliore non è costituita dai colloqui né dalla trattazione dei personaggi (in realtà molto piatti e convenzionali), quanto dalle descrizioni delle situazioni e dai brani che esprimono il sentimento dell’autore: brani che sono sempre caratterizzati da ritmi lirici e da una ricerca del meraviglioso, che sembrano richiamare la letteratura italiana del cinquecento (l’Ariosto?). In questo senso lo stile del libro è in forte contrasto con la letteratura successiva, che risentirà fortemente di quella americana e ricercherà temi intimistici (Moravia) neo realisti (Pavese, Vittorini ecc. ) e fantastici (Calvino, Buzzati), che sono completamente estranei a Malaparte. Se confrontiamo alcuni romanzi recenti della stessa letteratura anglosassone ci accorgiamo che il libro di Malaparte è molto moderno.
Per le Antiche Scale
Il libro è ambientato in un manicomio e il narratore (e protagonista) è un medico psichiatra. Nella prima parte del libro viene descritto il carattere di un precedente medico dell’ospedale, grande personalità e uomo di scienza. L’approfondimento della sua figura permette di cogliere tutta una serie di singolarità (non esce mai dal manicomio, ha paura dei temporali, non tocca mai le porte che conducono ai diversi reparti e così via) che fanno emergere una mente piena di paure e comunque animata da un delirio di onnipotenza. Nella seconda parte il romanzo è costituito da una serie di ritratti di malati di mente, dai quali emergono l’ineluttabilità della malattia e nel contempo la profonda umanità dei protagonisti, che sono anch’essi in grado di dare e ricevere amore e con i quali è possibile instaurare un dialogo se si riesce a comprendere il linguaggio. Il vero protagonista è comunque costituito dal manicomio, che sembra dominare sia i sani che i malati. La struttura chiusa determina dei confini invalicabili, che sono innanzitutto psicologici (prima che fisici) tant’è vero che gli stessi medici spesso sono portati a vivere all’interno. Il manicomio non è il paradigma della vita moderna, che, pur apparentemente così libera e aperta, è in realtà chiusa in schemi precostituiti e in una serie di vincoli? E il malato di mente, nei suoi deliri e nel suo peregrinare con la mente, non rappresenta di fatto la vera, e unica, libertà?Lo stile è asciutto, privo di qualsiasi retorica e si sviluppa in modo piano e sereno, contrassegnato da una lieve ironia e da accenti di tenerezza.
Le perfezioni provvisorie
Guido Guerrieri è un avvocato penalista, al quale un collega chiede di verificare se sia possibile riaprire le indagini sulla scomparsa di una ragazza. Anche se di malavoglia, Guerrieri si improvvisa investigatore e scopre una storia di consumo e di spaccio di droga, della quale è rimasta vittima la ragazza. Il giallo è ben costruito. Il lettore viene condotto abilmente alla conclusione, che non è una sorpresa, pur essendo non scontata ci si arriva con la stessa curiosità e ingenuità dellʼautore. Come tutti i romanzi di Carofiglio, alla storia poliziesca si affiancano le vicende personali dellʼavvocato: un quarantenne maturo che vive in qualche modo «sospeso» nel presente, con un passato che si sta perdendo nellʼoblio e una vita sentimentale dal futuro incerto. Ma in fondo in questa sospensione il protagonista ci vive bene perché «solo quello che è provvisorio è perfetto» e anche il passato fa parte di una «specie di presente esteso, simultaneo e accogliente». I pregi principali del romanzo sono costituiti dalla scrittura, leggera ed elegante, e dalla parte investigativa, ben costruita e chiaramente frutto di una esperienza reale sul campo. Il punto di debolezza è il ritratto del personaggio, che appare un pò evanescente e senza che le sue vicende personali, in realtà poco interessanti, si intreccino in modo efficace con il racconto investigativo. Non è un caso che il personaggio assume un suo spessore solo quando si parla di diritto e di legge. Perché leggerlo? La scrittura e la trama rendono il libro molto piacevole alla lettura.
Il pesce elettrico
Il libro narra il viaggio di tre giornalisti in Turchia per incontrare un loro amico, imprigionato in un manicomio dalle autorità in quanto amico dei curdi, che sta per essere rilasciato. Non si capisce se sia una storia intimistica (una ricerca di se stessi), un’ambientazione della Turchia o una storia poliziesca. Di fatto è un libro noioso, povero nelle descrizioni e modesto nei dialoghi. Non sono riuscito a finirlo.
Il pianista
Il libro appartiene a un periodo precedente ai romanzi di stampo «poliziesco» e tratta degli anni immediatamente successivi alla morte di Franco e alle prime delusioni sul sistema democratico e sull’incapacità della sinistra di realizzare un effettivo cambiamento. È un romanzo noioso nei contenuti e nello stile, molto lontano dai romanzi polizieschi del periodo successivo anche in termini di ambientazione e di illustrazione della vita di Barcellona. Prevalgono i dialoghi, spesso ripetitivi e lenti, nei quali i protagonisti sembrano assolvere a ruoli preordinati e portatori di significati generali (ormai legati a dibattiti e vicende lontani) piuttosto che esprimere storie personali.
La piazza del diamante
> Vivevo come deve vivere un gatto: su e giù, a coda bassa, a coda ritta, adesso è ora di mangiare, adesso è ora di dormire; con la differenza che un gatto non deve lavorare per vivere. A casa si viveva senza parole e le cose che portavo dentro mi facevano paura perché non sapevo se erano mie . La protagonista, Natalia detta Colombetta, è lʼio narrante. È una giovane che lavora in pasticceria. Si sposa con Quinet, un giovane egoista e irrequieto ma affascinante, dal quale ha due figli. Quinet fa il restauratore ma comincia ad allevare colombi nel solaio di casa. Ben presto gli uccelli invadono tutta la casa e Natalia si trova a condurre una vita sempre più pesante e faticosa, tra la cura dei figli, il lavoro di domestica presso una famiglia facoltosa e la pulizia della casa. Ma non è la fatica che spaventa Colombetta, è il senso crescente di vivere una vita non sua, ma decisa da altri. Questa angoscia la trascina a compiere lʼunico atto di rivolta della sua vita: liberarsi dei colombi impedendone la riproduzione. Nel frattempo è scoppiata la guerra civile. Quinet va a combattere con lʼesercito repubblicano, Colombetta perde il posto di lavoro e cade in una miseria crescente sino al punto di non riuscire a dare da mangiare ai propri figli e di decidere di ucciderli e di uccidersi. È il momento più cupo della sua disperazione: si sente ormai sconfitta non soltanto dagli eventi drammatici della guerra civile, quanto dal senso di solitudine che le pesa addosso. > Dovetti farmi di sughero per tirare avanti, perché se invece di essere di sughero con il cuore di ghiaccio fossi stata, come prima, di carne,che quando ti pizzicano ti fa male, non sarei potuta passare per un ponte così alto e così stretto e così lungo. E andavo per le strade, sporche e tristi di giorno, buie e azzurre di notte,vestita tutta di nero e, in cima, una specie di macchia bianca, la faccia che diventava sempre più minuta . Va in una drogheria a comprare dellʼacido per uccidersi e uccidere i propri figli e in quel momento drammatico si verifica una svolta nella sua vita: il droghiere, che è a conoscenza della morte di Quinet, le propone di sposarlo. Ancora una volta Natalia accetta come se fosse una decisione di altri. La nuova vita, di benessere per sé e per i suoi figli, non la libera dallʼangoscia esistenziale. Un giorno, in uno stato tra la realtà e il sogno, ritorna alla vecchia casa che ha abitato con Quinet. Cerca un foro vicino alla serratura, che era stato tappato con il sughero. > Cominciai a tirar fuori pezzetti di sughero con la punta del coltello. E il sughero saltava via sminuzzato. Tolsi tutto il sughero e solo allora mi resi conto che non potevo entrare .Colombetta va quindi in Piazza del Diamante, un tempo piena di vita ed oggi «una cassa vuota fatta di case vecchie con il cielo per coperchio». E sulla spalla > si posò un colombo cravattato di raso, di quelli che non avevo mai visto, ma che aveva piume laccate, e sentii un vento di tempesta che mulinava dentro lʼimbuto ormai quasi chiuso e con le braccia sul viso per difendermi da non so che, lanciai un urlo di inferno. Un urlo che dovevo portarmi dentro da molti anni e dalla bocca mi uscì un pezzetto di niente e quel pezzetto di niente che mi era vissuto tanto tempo dentro era la mia giovinezza che fuggiva con un urlo che non sapevo cosa fosse... distacco? . Il romanzo è sviluppato dal punto di vista dellʼio narrante, Natalia. Questo accorgimento letterario rende ancora più evidente il distacco, quasi da spettatrice, della protagonista rispetto alle vicende della propria vita. Natalia racconta in modo minuzioso e dettagliato ( si pensi alla descrizione della casa dove lavora come domestica, alla splendida rappresentazione, quasi un dipinto!, di Piazza del Diamante piena di vita), ma il tutto sembrano essere le note di un geografo, di un esploratore. Accanto a questa rappresentazione apparentemente realistica della vita ci sono poi i sogni di Natalia, in gran parte giocati intorno agli uccelli, ai colombi e alla presenza delle persone che hanno dominato la sua vita. Lʼangoscia esistenziale e il senso di vuoto non si manifestano nel racconto dei fatti reali ma riescono ad esprimersi solo nel mondo simbolico. Da questo punto di vista, le vicende legate ai colombi costituiscono, forse, il legame tra realismo e simbolismo, quasi lʼespressione fisica dellʼangoscia esistenziale della protagonista. È un romanzo splendido, apparentemente semplice nello stile ma in realtà giocato sulla costruzione delle frasi. Lʼautrice non ha bisogno di utilizzare molte parole, troppi aggettivi, né di dare un ritmo intenso alla narrazione: la sintassi è lo strumento che dà potenza narrativa al romanzo. Perché leggerlo? È un romanzo affascinante, complesso e difficile da interpretare, ma che affronta un tema universale: la difficoltà a vivere la vita come protagonisti e non come spettatori.
I piccoli maestri
Questo racconto autobiografico sulla Resistenza ha lo stesso avvio di altri romanzi, che hanno narrato gli anni di guerra partigiana tra il 1943 e il 1945: come in «Primavera di Bellezza» di Fenoglio o «A conquistare la rossa primavera» di Lajolo il protagonista è un giovane ufficiale, in attesa di chi sa che cosa. > Forse ci spegneremo così, poi quando saremo spenti, si spegnerà un poʼ alla volta anche la guerra . Ed invece arriva lʼarmistizio, «come un urlo», e si ritorna a casa, a piedi, in mezzo a colonne di tedeschi. Si torna a frequentare gli amici dellʼuniversità, a Vicenza, si riprendono le vecchie discussioni, si partecipa ad un > sentimento collettivo (...) inebriante; si avvertiva la strapotenza delle cose che partono dal basso, le cose spontanee; si provava il calore, la sicurezza di trovarsi immersi in questa onda della volontà generale . Si entra nella Resistenza, girando in città e per i paesi della pianura veneta, ma già a ottobre del 1943 si è costretti a salire in montagna, nel Bellunese e nellʼAltipiano di Asiago, i luoghi dove è in gran parte ambientato il libro. A differenza di quanto accade in Fenoglio e Lajolo, il protagonista non diviene un lupo solitario, come il «Partigiano Johnny», né acquisisce una coscienza politica, che lo conduca a schierarsi, anche dopo la liberazione. Lʼautore scrive un racconto volutamente anti eroico, ma lo fa con timore, perché > ogni tanto avevo il senso di toccare un punto più pericoloso, quasi una breccia in un argine; e mi pareva che smuovendo sarebbe venuto giù un fiotto di caotiche affezioni personali, civili e letterarie che mi avrebbe portato via . E > alla fine si estinsero anche i sensi delle parole, aggettivi, nomi, quei vigliacchi dei verbi; (...) Da ultimo restammo soli io e il non io . La scansione del racconto segue le fasi tipiche della storia partigiana: la nascita delle bande, disorganizzate ed isolate, i rastrellamenti dellʼautunno del 1943, il lungo inverno successivo e la crescita del movimento nella primavera del 1944 e quindi la nuova offensiva nazi fascista, che porta i partigiani a scendere in pianura. Il protagonista attraversa questi avvenimenti senza soffermarsi sulle azioni di guerra, le quali restano sempre sullo sfondo, ma concentrando lʼattenzione sugli uomini e sul paesaggio. Incontra vecchi amici, se ne fa dei nuovi, li perde (perché vengono fucilati o muoiono in battaglia), lambisce alcuni amori, cerca disperatamente di parlare di letteratura e di filosofia, di portarsi con sé la sua cultura umanistica. Anche lui, come il Partigiano Johnny, si ritrova solo nel lungo inverno del 1944: in fuga, affamato, senza scarpe sopravvive a stento, ma il tutto sembra un sogno. > Camminavo, col paesaggio che veniva fuori a pezzi e bocconi e faceva lʼeffetto di muoversi. (...) Poi la luna fa un lungo salto a pesce nel cielo, la sua luce color mandarino si decanta; sono in piedi e sto in piedi, cammino sulla strada tra le case di Frizzòn, batto alla prima porta. (...) In questa casa non cʼè nessuno. Sono tutti morti. Aprimi almeno tu! Sono morta anchʼio. (...) Aspetto la bara che venga a portarmi via . Pur abbandonato (sarà salvato dalla Rosina, una giovane contadina) il protagonista vive come in un lungo viaggio, reale ed ideale, per le montagne venete, al ciglio delle colline e delle pianure. E spesso lo sovrasta un sentimento di meraviglia, come quando vede dallʼalto > i torrenti, le strade, i paesi riconoscibili a uno a uno in una specie di grande lago; tutto era di smalto e dʼoro, (...) e per un poʼ mi venne una specie di emozione che non mi aspettavo, come se uno viaggiando in Cina si affacciasse a una valle remota, e gli apparisse, lì sotto Thiene, il fumo di Schio, e le montagnole sotto le quali cʼè il suo paese, casa sua . Lʼatmosfera soffusa e delicata è il pregio fondamentale del romanzo: essa è il frutto di uno stile narrativo e di un approccio, volutamente perseguito. Per quanto riguarda il primo aspetto, la scrittura è di impronta umanistica, tradizionale, colta ed elitaria; ma la retorica tipicamente italiana è ripulita dei suoi fronzoli, è resa frugale ed essenziale; in tal modo si esaltano la fluidità del periodo e la ricchezza dei vocaboli e delle espressioni. Il romanzo è una sorta di rimembranza e quindi giustamente lʼautore non intende fare una cronaca degli avvenimenti, ma li vuole narrare con la lente della memoria, che dà forma a singoli pezzi, guardandoli dalla prospettiva di chi li vede ormai lontani, come in una nebbia. con un sentimento di tenerezza, ma anche di lieve distacco. Ed è questo il tratto peculiare del romanzo, che lo rende affascinante. Questa scelta, che dà più importanza alle sensazioni che agli avvenimenti, rende a tratti noioso il racconto, perché va a scapito del ritmo e dellʼapprofondimento dei personaggi. Perché leggerlo? È bello perdersi nella sua atmosfera.
Piccolo Mondo Antico
L’ambiente è il Lago di Lugano, ed in particolare la Valsolda. Siamo tra le due guerre d’indipendenza. Franco è il nipote di una potente marchesa ed è innamorato di Luisa, una giovane di famiglia seria ed onorata, ma modesta. Tra la marchesa e Franco il contrasto non si limita all’amore del giovane per Luisa ma anche alle diverse idee politiche, la donna legata alla dinastia austriaca, l’uomo convinto patriota. Franco sposa, all’insaputa della marchesa, Luisa e quindi la giovane coppia deve vivere in ristrettezze economiche, aggravate, ad un certo punto, dal licenziamento dello zio di Luisa, un funzionario onesto e serio dell’amministrazione lombardo-veneto: licenziamento dovuto alla volontà della potente marchesa. La vita scorre serena e gravita intorno alla figlia della coppia, la piccola Maria. L’unico contrasto tra gli sposi ha origine nelle differenti convinzioni religiose: Franco devoto e cattolico osservante, Luisa di fatto indifferente e atea nella sua coscienza. Ci sono poi le idee politiche, comuni ai due sposi e al loro piccolo entourage, che, insieme con le difficoltà economiche, inducono Franco a trasferirsi a Torino. Ed infine, a turbare l’andamento familiare e creare contrasti tra gli sposi si inserisce la scoperta di un documento con il quale il nonno di Franco, marito della marchesa, avrebbe lasciato l’eredità al nipote. Franco, per orgoglio, non intende far valere il documento, che è stato nascosto dalla marchesa, e questo fatto indigna Luisa, non tanto per motivi economici quanto per l’ingiustizia subita. Sulla vita della coppia, «sul piccolo mondo antico», irrompe la tragedia della morte di Maria, annegata nel lago. Luisa si chiude in un dolore tragico anche perché si sente colpevole della morte della bambina. Luisa si sente arida e fredda, si crea tra i due sposi una barriera, che rischia di distruggere il loro rapporto. Scoppia la seconda guerra d’indipendenza, Franco, che nel frattempo è ritornato a lavorare a Torino, invita la moglie ad un incontro all’Isola Bella prima della sua partenza per il fronte. Luisa è molto incerta, poi viene convinta dallo zio e andando verso l’isola, sul battello, vede un gruppo di soldati che va alla guerra e capisce che ci sono sofferenze e dolori più grandi dei suoi. L’incontro con Franco è dapprima freddo, poi via via si scioglie e i due si ritrovano, dando alla luce una nuova creatura. Come in tutte le belle storie, l’amore alla fine trionfa. Si tratta, quindi, di una storia romantica, che creò clamore a suo tempo per le idee religiose che vi erano espresse. Era portata avanti, nella figura Luisa, una forte critica alla religione, soprattutto a quella ufficiale e bigotta, sino al punto che la donna affermava che «Dio è cattivo» o persino, che Dio non esiste. Se la guardiamo con gli occhi del nostro tempo, ciò che rimane di pregevole del romanzo è, invece, il contrasto tra l’intimità del mondo familiare e la partecipazione ai grandi eventi. Alla base c’è la rappresentazione del «piccolo mondo antico», che, come dice l’autore, > era ancora più segregato dal mondo grande che al presente, era più che al presente un mondo di silenzio e di pace, dove i funzionari dello Stato e della Chiesa,e, dietro al loro venerabile esempio, anche alquanti sudditi fedeli dedicavano parecchie ore ad una edificante contemplazione . Questo mondo è costituito dalla Valsolda, di cui l’autore descrive sia la natura che la comunità. Ed è proprio questa la parte più debole del romanzo: la natura viene affrontata con uno spirito romantico, tendente al «meraviglioso», all’immagine propria di un«turista», risultando in definitiva falsa e distante; i personaggi, innumerevoli, sono descritti soprattutto nelle loro relazioni reciproche, ma risultano, in definitiva, come caricature di figure tipiche di un piccolo paese ( la servetta infedele, il curato, il professore, lo spione e così via), senza, però, riuscire ad darne una rappresentazione ironica. Lo stesso ricorso al dialetto non dà vivacità e veridicità ai dialoghi, risultando infine fastidioso ed inutile. La figura di Franco è piatta, anche inverosimile, se si pensa che subisce una disgrazia terribile, che sembra superare con facilità. L’unico personaggio che risulta contradditorio e complesso è quello di Luisa: essa è consapevole della fragilità del marito, della vacuità della religione, ma accetta il ruolo sociale di moglie e di madre. Solo la morte della figlia rompe questo difficile equilibrio trascinandola quasi alla follia. Ma, alla fine, si salva riprendendo il ruolo che le è stato affidato dalla società. Piccolo Mondo Antico è il romanzo di un ricco e colto borghese dell’ottocento italiano, che ritiene che solo nell’assumersi le proprie responsabilità sociali ci si possa salvare e crescere come personalità. La tradizione pre-industriale è quindi qualche cosa da superare, così come la chiusura nei problemi personali, nelle piccole relazioni interpersonali, nella ricerca di soluzioni metafisiche e irrazionali ( la religione, lo spiritismo). Il tema della responsabilità e del superamento della dimensione familiare e localistica è particolarmente attuale nella società italiana: forse proprio la superficialità di come è stato affrontato nel romanzo ha fatto sì, così come è avvenuto, che familismo e localismo siano rimasti ancora oggi i punti deboli della società italiana.
Il piccolo principe
Il Piccolo Principe è, forse, uno dei libri più famosi e letti nel mondo. Il racconto prende lʼavvio da un episodio dellʼinfanzia del narratore, un pilota come Saint Exupéry. Allʼetà di sei anni aveva disegnato un «boa che aveva digerito un elefante» con la forma apparente di un cappello, per chi, come gli adulti, non hanno immaginazione. Infatti, essi > mi risposero di lasciare da parte i boa, sia di fuori che di dentro, e di applicarmi invece alla geografia, alla storia, allʼaritmetica e alla grammatica . Da allora il narratore trascorse «la vita solo, senza nessuno cui poter parlare» fino a quando, caduto con lʼaereo nel deserto ( un vero episodio della vita di Saint - Exupéry) non incontra un «ometto» ( il piccolo principe), arrivato dallo spazio. Il piccolo principe viveva in un piccolissimo mondo, talmente piccolo che > bastava spostare la tua sedia di qualche passo e guardavi il crepuscolo tutte le volte che lo volevi In questo pianeta il piccolo principe aveva cura di un fiore, il solo del suo mondo,«ma era troppo giovane per saperlo amare». E, come succede spesso a chi non si rallegra di ciò che gli è vicino, si mette in viaggio alla ricerca di qualche cosʼaltro. Nel suo peregrinare incontra sei mondi piccolissimi, sempre con un unico abitante: un re che «esigeva da ciascuno quello che ciascuno poteva dare»; un vanitoso, che voleva essere ammirato come lʼuomo più bello del pianeta, anche se ne era il solo abitante; un ubriacone, che beveva per dimenticare di aver vergogna di bere, un uomo dʼaffari, che contava continuamente; un tizio che accendeva e spegneva continuamente un lampione, perché il suo pianeta girava talmente in fretta che si passava in un istante dal giorno alla notte; ed infine un un geografo che non aveva mai esplorato i fiumi, i monti e i mari che disegnava sulla cartina geografica. Infine arriva sulla Terra e anche qui il piccolo principe compie alcune scoperte interessanti, come una volpe, che gli ricorda che «lʼessenziale é invisibile agli occhi» e, quindi, il suo fiore è unico non perché non ci siano altri fiori ( ed infatti il piccolo principe aveva già incontrato un prato di fiori), ma perché si è preso cura di quel fiore: > gli uomini hanno dimenticato questa verità. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato , ossia ciò a cui ti sei legato con un atto di cura. > Che si tratti di una casa, delle stelle o del deserto, quello che fa la loro bellezza è invisibile ed è la fedeltà a qualche cosa, ad una idea, a qualcuno.Ed infatti Il piccolo principe abbandona la terra perché deve tornare a curare il suo piccolo fiore. Dopo che è andato via, il narratore ( Saint Exupéry) si accorge di aver dimenticato di aggiungere la correggia di cuoio alla museruola della pecora disegnata per il piccolo principe. Ma allora la pecora potrà mangiare anche il fiore!! > Guardate il cielo e domandatevi: la pecora ha mangiato o non ha mangiato il fiore? E vedrete che tutto cambia... Ci si deve porre domande imprevedibili che sono irrazionali ma vogliono sondare i misteri dellʼuniverso e dellʼanimo umano: solo la ricerca dellʼimpossibile può evitare che la vita cada nella prosaicità dellʼesistenza. Il racconto è autobiografico e parla di una vita eccezionale e incompresa. Lʼespediente della favola permette, senza in vincoli della verosimiglianza, di affermare la necessità di avere un sogno, che nel caso di Saint Exupéry sono il volo, lʼesplorazione e lʼavventura. Al di là della dolcezza della narrazione e della soave leggerezza con la quale sono affrontati diversi temi esistenziali ( il fascino della natura e del mistero, lʼamicizia e la fedeltà, i difetti dellʼuomo e la grandezza dellʼuniverso, lʼimmaginazione e la razionalità economica), in realtà emerge una enorme presunzione: lʼidea di essere unici nellʼuniverso, ossia che la ricerca dei propri sogni non deve avere limiti e, quando mi accorgo che non li posso più raggiungere, è meglio la morte. La carrellata dei piccoli mondi é lʼoccasione per fare dellʼironia su figure detestate dallʼautore, ma rispecchia anche una visione individualistica, in quanto solo quando siamo soli la nostra personalità si può pienamente esprimere. Nello stesso modo lʼambientazione nel deserto racchiude il desiderio di una solitudine, nella quale lʼautore sembra compiacersi: é più facile parlare con un bambino ( «lʼometto») che con adulti che non ci capiscono. Il piccolo principe, pur nella sua soavità e delicatezza, é la metafora di un delirio di onnipotenza di un uomo, e di una umanità, che non vuole avere limiti: il canto del cigno del super eroe della cultura del novecento. Perché non leggerlo? Si può leggere perché è molto breve, anche se inutile. Ma mi raccomando: non farlo leggere ai bambini perché non è educativo.
Pietra di pazienza
In Afghanistan una donna si ritrova accanto al corpo del marito, gravemente ferito e apparentemente in coma. > Fuori un poʼ si spara, un poʼ si prega, un poʼ si tace... la camera è piccola. Rettangolare. È soffocante, nonostante le pareti chiare... la camera è vuota. Vuota di ogni ornamento . In una situazione claustrofobica, isolata dal mondo e nel contempo immersa nel turbinio della guerra, la donna, da sempre silenziosa e sottomessa, comincia a parlare, a raccontare i suoi segreti al marito. E lo può fare > perché tu non potevi rispondermi nulla, non potevi fare nulla contro di me... io ero rasserenata . Si realizza una sorta di scambio. Da un lato la donna cura il marito e in tal modo ne possiede il corpo, ormai totalmente dipendente da lei. Dallʼaltro il marito si appropria dei segreti della moglie > Nessuno può crederci, nessuno! Non mangi, non bevi, e sei ancora qui! Infatti è un miracolo. Un miracolo per me, grazie a me, il tuo respiro è legato al racconto dei miei segreti. Si alza, leggera. Poi si blocca in un gesto pieno di grazia come per dire: ma non ti preoccupare, i miei segreti non hanno fine . Fuori il mondo è sconvolto: una vecchia pazza vaga per le macerie, soldati irrompono nella casa e la donna si finge una prostituta per non essere stuprata, ma poi (per compassione?) si concede più volte ad un adolescente balbuziente. Dentro, nel chiuso soffocante della camera, impariamo che la donna si è dovuta sposare ancora bambina, senza conoscere lo sposo, sempre in guerra. Apprendiamo che aveva le mestruazioni quando ha avuto il primo rapporto sessuale, ed è stata una fortuna perché in tal modo ha dimostrato di essere arrivata vergine alla consumazione del matrimonio. Veniamo a conoscenza che la donna, per non essere ricusata, ha avuto le figlie da un altro uomo, perché il marito era sterile. > Questa voce che erompe dalla mia gola è la voce sepolta da migliaia di anni... se ogni religione è la storia di una rivelazione, la rivelazione di una verità, allora, mia sang-e sabur ( mia pietra di pazienza, che ascolti), anche la nostra storia è una religione Una religione che si esprime nel corpo. Noi lettori vorremo che dallʼincontro eccezionale di un corpo maschile con i segreti di una vita femminile nascesse una comunanza tra uomo e donna, perché > quando è difficile essere donna, diventa difficile anche essere uomo! . Ma non è così. Il marito si risveglia dal coma ( o era sempre stato vigile) e si scaglia con furia sulla donna, uccidendola per essere a sua volta ucciso. La fragile unità è andata in frantumi. Questo racconto non è una storia afgana, ossia concepibile solo in quel particolare contesto sociale e culturale. Lʼ autore tratta un tema universale, in una situazione possibile, con le dovute differenze, in tutte le latitudini: la distanza tra uomo e donna, la loro incomunicabilità reciproca, si elide solo eccezionalmente, in un momento di grande sofferenza: accanto al letto di un malato terminale, nella solidarietà per la perdita di un figlio, in mezzo a guerre o distruzioni. Da questo punto di vista è un romanzo tipicamente occidentale, del quale riprende problematiche esistenziali, argomenti narrativi e persino espedienti letterari: per esempio la contrapposizione tra dentro e fuori. Ed è proprio questʼimpronta intellettualistica che delude e rende scontato lʼintero racconto. Lo stile narrativo rende efficacemente la contrapposizione tra dentro e fuori. Gli avvenimenti esterni sono raccontati in modo oggettivo, estraniante, come se fossero indifferenti alla donna. La narrazione dei segreti e del rapporto della donna verso il corpo del marito sono affidati ad una scrittura ricca di suggestioni, di evocazioni religiose e di effetti poetici. La differenza di stili narrativi riflette lʼaccettazione della violenza come un dato e nel contempo la volontà della donna di liberarsi, raccontando i suoi segreti al corpo inerte del marito. Perché leggerlo? Breve ed efficace.
Un pinguino a Trieste
Il "Giornale di Trieste" del maggio 1953 riporta la notizia dell'arrivo a Trieste del pinguino "Marco". > Giunto dalle lontane terre del Capo di Buona Speranza ove un singolare destino lo aveva condotto, (...) Marco è stato sedotto dall'affettuose premure di un lupo di mare, il nostromo di coperta della motonave Europa Prendendo spunto da una vicenda reale, Carminati ha scritto un romanzo di formazione che dà un tocco di lievità a un momento difficile della storia di Trieste, tra il 1950 e i tumulti del novembre 1953, quando terminò con morti e feriti una protesta per l'accordo segreto tra Stati Uniti e la Jugoslavia, con l'assegnazione della città all'Italia e dell'Istria alla Jugoslavia. Niccolò è ancora bambino nel 1950, > con pochi pensieri e molta libertà, quando fugge da Lussino per Trieste, dove va a vivere da uno zio. In una scatola tenuta nascosta scopre casualmente un telegramma che comunicava come suo padre risultasse disperso, presumibilmente annegato, in seguito all'affondamento del piroscafo su cui era imbarcato. Perché lo zio non gliela aveva mai mostrato? Forse > perché voleva che rimanessi bambino il più a lungo possibile, voleva che io credessi al topolino dei denti, a San Nicolò che porta i regali, alla Befana, alle stelle cadenti, a mio padre vivo da qualche parte in Africa. Ho guardato verso il mare aperto. Le onde hanno avuto un brivido: (...) dieci anni prima il mio papà era morto in mare, e da dieci anni viveva solo nella mia fantasia. Dal ritaglio di un giornale (il "Tempo" del gennaio 1953) Niccolò viene a sapere che quattro marinai del piroscafo affondato si sono salvati in una scialuppa, e se fra questi ci fosse suo padre? Se fosse ancora vivo da qualche parte sulle coste dell'Oceano Indiano, dove si era inabissata la nave? Con un atto che mescola speranza, coraggio e spirito d'avventura, Niccolò s'imbarca come marinaio su un piroscafo diretto a Città del Capo, lui ancora adolescente e che per di più soffre il mal di mare. Forse la ricerca del padre è solo un'occasione per divenire adulto, come Jim nell'Isola del Tesoro (si veda la recensione di "Treasure Island" in questo sito). > Sarei tornato a casa, ammette Niccolò, > con una nuova mappa: quella tracciata dai miei piedi e dai miei occhi. Il romanzo è costruito con grande maestria ed eleganza, riuscendo a mettere insieme i sentimenti di un adolescente, le sue curiosità e le sue scoperte, con una trama piacevole, con le sue brave sorprese, forse un po' scontate. Non ci sono i cattivi! Ci invade una sorta di speranzosa letizia, abituati a storie dispotiche pure nei romanzi per adolescenti: si pensi a "Borders no Borders" o alla grande saga di "Berlin" (si vedano le recensioni in questo sito). Il tutto è eccessivo, troppo facile si potrebbe dire, così distante dalle vicende triestine così come dalla realtà di oggi. Dobbiamo dare una prospettiva positiva, ma lo dobbiamo fare riconoscendo i problemi attuali, per non cadere nel rischio di una "bella favola". Il pregio del romanzo è la scrittura: elegante, perfetta sul piano sintattico, lessicalmente ricca. Carminati recupera la parte migliore della nostra lingua, con un uso sapiente della punteggiatura, senza cadere nelle trappole stilistiche oggi così frequenti: dall'abuso del "punto" con la conseguenza di frammentare il discorso, come nell'acclamata "La Ferocia" di Nicola Lagioia, al periodare disordinato in cui il flusso delle parole non si affida alla punteggiatura ma ai suoni, come nella troppo apprezzata "Alma" di Federica Manzon (si vedano le recensioni in questo sito). Perché leggerlo? È piacevole ed è una bella storia. Apprezzamento medio basso.
I pirati della Malesia
I pirati della Malesia assaltano una nave, nella quale Kammamuri viaggia con una giovane ragazza, pazza. Il coraggio di Kammamuri convince Sandokan a salvargli la vita e ad aiutare a liberare il fidanzato della ragazza che è tenuto prigioniero dal rajah James Brooke. Si apre una serie di intense avventure, che condurranno alla vittoria di Sandokan sul rajah, alla liberazione del fidanzato della ragazza, Tremal-Naik, e al recupero della ragione da parte della ragazza stessa. Il libro è caratterizzato da fondamentali elementi narrativi:l’ambiente, le foreste del Bormeo e il mondo del mare, che viene descritto con rapide e suggestive pennellate, orientate a creare un’atmosfera affascinante e nel contempo tenebrosa. È un contesto accattivante ma pericoloso e lontano dal mondo occidentale, che nasconde non tanto il gusto dell’esotico, ma un desiderio di scoperta e la consapevolezza di una natura nemica dell’uomo;gli eroi, in quanto tutti i personaggi, persino la ragazza «pazza», sembrano non avere dubbi e si muovono senza tentennamenti. La lealtà, il coraggio, l’orgoglio, la dignità e lo sprezzo verso la morte sono i sentimenti che spingono e caratterizzano i personaggi del romanzo. In questo senso, Salgari esprime una «volontà di potenza», una concezione di superuomo, che è tipica della sua epoca. I personaggi hanno ruoli pre-definiti: Sandokan l’eroe senza paura ma capace di piangere al ricordo dell’amore scomparso, Yanes l’astuto e il freddo calcolatore, Kammamuri il devoto e abile servitore e così via. Non esistono sfumature e ambiguità in queste figure;Il ritmo narrativo è incalzante, contraddistinto da rapidi dialoghi, da sintetiche descrizioni, da continui momenti di suspense e da repentini cambiamenti di scena, anche se bisogna dire che i capitoli finali appaiano frettolosi al punto che la sconfitta del rajah appare poco coerente con l’intelligenza e la forza manifestata da altri capitoli dall’anniversario di Sandokan. Bellissimo è il capitolo che descrive la rivolta dei forzati sino alla loro strage da parte dei selvaggi. Il ritmo narrativo di Salgari precorre la struttura delle sceneggiature del cinema e conferma la modernità di questo autore, al di là dello stile, talvolta, aulico e retorico, tipicamente ottocentesco. La modernità e l’originalità dello stile narrativo di Salgari emergono da due peculiarità: l’artificiale procedimento dell’accumulo, per cui, per esempio, in poche pagine e in una sola foresta può addensarsi una moltitudine di temibili o strani animali, ciò che risponde > non soltanto all’esigenza di tenere il lettore col fiato sospeso, ma anche di offrire in breve spazio il mondo come spettacolo e come prodigio (Introduzione a Salgari, Bruno Traversetti, pag. 42); il metodo dell’eterno ritorno (di una sorta di ricerca del tempo perduto), per cui gli eroi hanno sempre perso una situazione di stabilità (per esempio, Sandokan era un principe) e tendono a ritornare in quella situazione, anche distinguendosi rispetto ai personaggi comuni (per esempio, Sandokan è felice che lo zio di sua moglie, un lord inglese, lo riconosca come nipote). Il riferimento è sempre ad una «società convenzionale», che è stata distrutta da un fatto straordinario. Questi procedimenti sono diffusi nel cinema moderno, di avventura, e proprio la ricerca di questo equilibrio, mai recuperato compiutamente, rende Salgari un autore estremamente attuale, e da certi punti di vista angosciante.
I pirati delle montagne
Secondo Daniel Pennac il secondo diritto del lettore è di non terminare un libro. «Il libro ti cade dalle mani? Lascialo cadere». E continua dicendo che ci sono migliaia di ragioni per abbandonare un libro, la principale è la seguente: non abbiamo mai tempo, è meglio spendere il poco tempo che abbiamo leggendo quello che ci piace. Nel passato ho cercato di finire un romanzo o un saggio, anche se non mi piacevano. Che tortura! Il maggiore dei miei figli persevera in questo errore; per esempio, caparbiamente vuole terminare «All the Pretty Horses», malgrado lo trovi pesante e noioso (si veda la recensione in questo sito del romanzo di Cormac McCarthy). Alcuni anni fa ho deciso che avrei gettato un libro «dalle mie mani» dopo ottanta pagine, se avessi trovato la sua storia non interessante, i suoi personaggi malamente descritti e la sua scrittura poco piacevole, o soltanto se avessi preferito leggere un altro libro. Ho applicato queste superficiali regole in questo caso. Siamo durante la Resistenza. Tra colline non identificate, ma probabilmente nel confine Nord-Est d'Italia, un piccolo contingente di partigiani combatte contro i nazi-fascisti: sono di differenti nazionalità, uniti dalla comune necessità di sopravvivere piuttosto che dall'odio verso i tedeschi e i fascisti. C'è pure un ragazzo di nove anni: Giorgio, soprannominato il Mozzo perché i partigiani immaginano di essere i favolosi pirati della Tortuga e la loro banda simile ai Bucanieri veleggiando per i mari dei Caraibi. Realmente una strana metafora giacché sono in montagna! Perché non un gruppo di alpinisti verso la conquista di una cima o gli alpini nella prima guerra mondiale? Non è chiaro perché Giorgio abbia lasciato la sua casa e i genitori; leggendo veniamo a sapere che > era cominciato, per lui, con dei fascisti collaborazionisti che lo rincorrevano. (...) Con lui che correva come una lepre sul sentiero che, superata Capodistrada, va ancora su ottocento passi, novecento se sei affaticato, prima di infilarsi attraverso le sterpaglie e dentro l'intrico dei rovi, per venir fuori, già a carponi, al fienile e raggiungere così quel nascondiglio. Qui il ragazzo è stato adottato da un gruppo di uomini e donne, già usi alla guerra e alla morte: leali, coraggiosi, profondamente onesti, e protettivi verso Giorgio, come se fossero le Tigri di Mompracem. Giorgio impara a vivere come un partigiano, apprendendo passo per passo a sopportare il freddo e la fame, a nascondersi, a stare all'erta per un improvviso attacco tedesco, a dimenticare la propria famiglia, e infine a combattere. > Stringeva gli occhi, Giorgio detto il Mozzo e, cercando di recuperare quella sensazione di invisibilità, si arrotolava nella coperta di lana ruvida, aspettando l'alba quando > i contorni delle cose sono di più sotto il controllo della mente e quelle stesse cose si ingigantiscono meno. Le prime pagine del romanzo promettevano una storia interessante: un adolescente che diviene adulto affrontando una vita dura e combattendo per la libertà. Sfortunatamente, rapidamente la vicenda è rientrata all'interno delle tre regole auree. Innanzitutto, la narrazione è noiosa, senza colpi di scena e momenti di tensione, una scontata e ripetitiva successione di eventi di guerra e di vita partigiana. In secondo luogo, i personaggi non sono analizzati in profondità, soprattutto la personalità di Giorgio, il quale sembra accettare le nuove e drammatiche esperienze troppo facilmente. Infine, la scrittura è piena di dialoghi inutili e banali, a scapito della descrizione dei luoghi e della creazione di quell' atmosfera, che vorrebbe essere immaginaria, ma è piattamente prosaica. Di conseguenza, ho deciso di far cadere il libro, ne avevo un altro da leggere, e il tempo è così poco! Perché non leggerlo? E' noioso.
La Più Grande
> Colei che un giorno sarebbe diventata La Più Grande inciampò in uno sgabello lasciato in mezzo. (...) Tre ciotole finirono in terra rompendosi di schianto. La quarta invece rimase sospesa a un palmo dal pavimento: un bambino allungò la gamba e riuscì a fermarla, in equilibrio perfetto, nell'incavo tra il piede e la caviglia. Fu così che Shi Yu vide per la prima volta Li Wei. In queste poche e chiare parole si sintetizzano le fondamentali linee narrative del romanzo. Come Oliver Twist (si veda la recensione in questo sito) Yu è una piccola orfana che ancora bambina lavora come serva in una misera e lurida locanda: un luogo cui tornerà nel sogno anche quando diventerà una potente e temuta pirata, la nostalgia dell'anfratto dove risiede «la carità feroce del ricordo», come dice Giuseppe Ungaretti (da «Ultimi cori per la terra promessa»). > Era molto tempo che Yu non tornava alla locanda che sorgeva in fondo alla sua anima. (...) Sentiva un grande dolore dentro ma non ricordava perché. Lì, Yu era ancora innocente, sfruttata ma felice; poi dovrà imparare ad essere una comandante di pirati, godendo la libertà dei mari, il piacere dei combattimenti, ma dovendo assumere decisioni difficili, dure e sofferte, come lasciare morire la figlia in battaglia. «La Piu Grande» è un romanzo di formazione, scandito dalla stessa articolazione del racconto, che segue le fasi della vita di Yu. A differenza di Jim di Treasure Island di Stevenson (si veda la recensione in questo sito), Yu non deve divenire adulta; lo è già a sei anni, deve imparare invece ad affrontare le tappe che la renderanno una leader: lottare contro i nemici ed imporsi in un mondo di maschi, comandare degli uomini ( > dovrai imparare a mettere gli interessi della ciurma davanti ai tuoi , le dice l'amico cuoco), subire la prigione e la tortura, liberarsi e condurre la sua flotta alla vittoria contro le navi imperiali, contro l'Avversario, il potente principe eunuco. > Devi essere fiera di te, Yu, mormorò. (...) Allora perché certe volte le veniva voglia di scappare via? (...) A che cosa è servito tutto questo? (...) Voglio solo sprofondare. Nel blu. Nel freddo cuore del mare. Nella pace. Come per i personaggi dell'Isola del Tesoro, il mare, la vita dei pirati, l'avventura, la lotta eterna del bene contro il male la spingono a continuare un'esistenza di lotta, senza che si intravedano la serenità e la quiete. Nell'equilibrismo di Li Wei risiede il terzo filone narrativo: le arti marziali. Il ragazzino è il nipote di un potente maestro dello stile detto dell'Aria e dell'Acqua, con cui è possibile saltare come si volasse e muoversi con leggerezza nell'acqua. Yu impara queste tecniche, potendo anche leggere un libro misterioso, depositario della saggezza di secoli di questa arte marziale. Se Morosinotto avesse dovuto rivolgersi agli adolescenti di inizio Novecento, o ancora a noi ragazzi degli anni'50, avrebbe probabilmente ambientato il romanzo nella favolosa India, tra i pirati di Mompracem, o nelle acque dei Caraibi, tra i corsari. Poiché siamo negli anni duemila e le forme orientali di combattimento emanano un grande fascino, i luoghi del racconto sono i mari della Cina, le città di Shanghai, Macao, Canton e Hong Kong, e il contesto storico è il decadente impero di Pechino, prima dell'aggressione imperialista delle potenze occidentali. Tutto è meticolosamente preciso. ma anche tutto è un po' scontato, al punto che non ci stupiamo quando Yu vola sulle acque né siamo attratti dalla sequenza di movimenti dai nomi suggestivi ma inesplicabili. Per trovare la magia delle tecniche marziali orientali consigliamo di leggere «Kaijin l'ombra di cenere» di Linda Lercari (si veda la recensione in questo sito). E infine c'è l'incontro con Li Wei, l'Amore inseguito da Yu per tutta la vita. «La Più Grande» sa che lo ha sempre amato ma Li Wei pare essere ormai un nemico, al servizio dell'Avversario. E come il Corsaro Nero (si veda la recensione in questo sito) piange davanti ai suoi corsari perché deve abbandonare in una scialuppa la donna amata, perché figlia del nemico cui ha giurato vendetta, così Yu > si asciugò le lacrime con la manica della maglia. Il comandante non può lasciarsi andare davanti ai suoi uomini. > Sapeva che dalle navi tutti la stavano guardando chiedendosi cosa fosse accaduto. Morosinotto è un grande costruttore di trame, come ha mostrato mirabilmente in «Il grande colpo di Crimson City» (si veda la recensione in questo sito); in questo caso la lunghezza non aiuta a dare ritmo alla narrazione, che si disperde in ripetizioni, in una moltitudine di nomi, in un turbinio continuo di digressioni. Yu e Li Wei restano abbozzati senza che il loro amore sia approfondito e arricchito da incontri che non siano frettolosi, da espressioni di sentimenti, anche se tormentati. Finito di leggere il racconto, il lettore pensa quanto sarebbe stato bello sforbiciare un po' alcune parti ridondanti e invece studiare maggiormente i due innamorati, eternamente legati tra loro dall'infanzia, ma eternamente resi distanti da una vita così diversa: Yu pirata, Li Wei funzionario imperiale. La scrittura è incisiva, fatta di frasi brevi e chiare, con uno stile che ricorda Emilio Salgari. I dialoghi sono efficaci così come le descrizioni delle battaglie e dei combattimenti. Alcune scene, come la lotta tra Yu e l'Avversario o le cavalcate sul mare della ragazza, sono estremamente suggestive e lasciano il lettore senza fiato. Perché leggerlo? Avventuroso, anche se talvolta prolisso.
A place called freedom
Ken Follett immagina di aver trovato una scatola sepolta nel giardino della casa dove si è trasferito. Dentro trova incisa su un collare questa scritta: > quest' uomo è proprietà di Sir George Jamisson, anno 1767.(...) se il collare d'acciaio potesse parlare,(...) che storia racconterebbe? Da questo incipit, che ricorda la scoperta di un tesoro, si avvia un racconto che vorrebbe essere storico e sociale, all'Emile Zola, ma diviene presto un fumettone. Siamo nell'Inghilterra della metà del Settecento e già dalla metà del XVI secolo era iniziato lo sfruttamento dei giacimenti di ferro e di carbone del «Black Country», nelle Midlands occidentali inglesi. Le condizioni di lavoro erano durissime, per le rudimentali tecniche minerarie e per l'avidità dei padroni, ai quali i minatori erano persino legati da un vincolo settennale. Uomini, donne e bambini scendevano nelle profondità della terra, numerose e frequenti erano le vittime, dovute principalmente alle esplosioni conseguenti alle perdite di gas. Non restava ai minatori che sognare la libertà in un futuro al di là della vita. > Non guardare più con gli occhi della pietà/vedi la nostra vittoria/quando noi edifichiamo quella città paradisiaca/tutti gli uomini saranno liberi . In queste parole ci sono la rassegnazione e il riscatto, l'incrollabile volontà alla libertà. Ed è quest'ultima che spinge Mack, un giovane e carismatico minatore, a porsi a capo della sua gente. Pure nella nascente borghesia ci sono impulsi verso la libertà, più vista come una insofferenza verso le strette regole sociali che per una consapevolezza delle condizioni di bestiale sfruttamento del popolo. Lizzie appartiene ad una famiglia un tempo benestante oggi impoverita: la ragazza potrebbe sposare uno dei giovani Jamisson perché è graziosa, di belle maniere anche se troppo indipendente, e soprattutto possiede un terreno particolarmente ricco di carbone. Questa Lizzie è un carattere particolare: ama indossare abiti maschili per potersi muovere più liberamente, cavalcare come un uomo, conoscere la vita dei minatori; ed è inoltre attratta dal magnetismo di Mack, dal fascino che emana: > con orgoglio muoveva il suo corpo potente, la sicurezza con la quale piegava la testa, lo sguardo intenso nei suoi verdi occhi lucenti. Ella si sentiva attratta . Lizzie non vuole riconoscere la passione per Mack, anche quando scende nelle miniere e vede il giovane all'opera, indomito e forte, a salvare la gente durante un'esplosione di gas, quando lo ammira per il suo coraggio di reclamare migliori condizioni di lavoro, e quando infine lo vede nudo emergere dalle fredde acque del torrente, nella fuga verso Londra. Ci vuole tempo perché Lizzie riconosca l'amore per Mack, e insieme il desiderio di libertà. Sposerà uno dei due giovani Jamisson, bugiardo, rammollito e ottuso, con lui andrà in Virginia in una piantagione di caffè, dove incontrerà di nuovo Mack, portato schiavo dall'Inghilterra, ed è con lui che troverà la libertà nel selvaggio West. C'è da chiedersi cosa intenda Ken Follett per libertà: i costumi indipendenti e trasgressivi di una giovane borghese, aspirazioni più vicine alle nostre che a ciò che una ragazza potesse avere nell' Inghilterra del XVI secolo, o invece l'emancipazione di un popolo che inizia un cammino verso i diritti e la giustizia sociale della classe operaia? Se pensiamo che lo scrittore è simpatizzante del partito laburista, il romanzo testimonia, sotto traccia, l'involuzione del pensiero socialista: da movimento operaio a liberalismo di sinistra. Dov'è la libertà? Solo nel selvaggio West, lontano dai vincoli borghesi della società. Non sarebbe stato meglio approfondire la vita sociale e individuale di un nascente mondo operaio nell' industria mineraria e metallurgica, che avrà un'importanza determinante nella rivoluzione industriale e nella nascita di una coscienza di classe? Scritto, come in tutti suoi racconti, in un bell'inglese, elegante e arricchito anche da parole gergali, una trama articolata e talvolta avvincente (come nella visita di Lizzie alle miniere), il romanzo presenta i soliti difetti di Ken Follett: tante vicende che si sovrappongono (lo sfruttamento dei minatori, la lotta dei portuali londinesi, lo schiavismo e l'aspirazione d'indipendenza dei coloni americani), e personaggi poco approfonditi, in particolare Lizzie, che dovrebbe essere il perno dell'intera storia. Quale nostalgia per le ragazze di Jane Austen! Perché leggerlo? Si legge agevolmente, anche se alla fine risulta piatto e prolisso.
Il porto dei sogni incrociati
Secondo il Buddhismo la sofferenza nasce dal fatto che ci si oppone al fluire della vita e ci si attacca a forme illusoriamente permanenti, siano esse cose, eventi, persone o idee. Ed invece lʼuomo è come un volo di un uccello o il passaggio di un pesce nellʼacqua, che non lasciano traccia di sé; è come andare in barca a vela, facendosi guidare dai venti. E chi meglio di un marinaio personifica questa condizione di transitorietà? Siamo in un pub di una città irlandese, dove si ritrovano quattro persone; non si conoscono ma tutte vivono in una città portuale e hanno incrociato il capitano di una nave mercantile: Marcel. Rosa Moreno ha il sorriso di Ingrid Bergman, rischia di passare tutta la vita nello stesso bar di un piccolo porto della costa atlantica della Spagna: ed allora > tutto le appariva nero, come se non valesse la pena di vivere . Una notte trascorsa con Marcel le ha regalato sogni di libertà, possibilità di una nuova vita, ma anche unʼeredità tangibile, un bambino. Madame Le Grand è una vedova ancora piacente, trascorre la vita ad archiviare le storie di tutti i marinai che transitano nella sua città portuale, > per provvedere a che tutte le persone che incontrava lasciassero una traccia dietro di sé, invece di sparire nel nulla, come se non fossero mai esistite . Invita a cena Marcel con la sua ciurma e rimane affascinata di un uomo al quale > non gli importava di sapere cosa cʼè dopo, (...) massimo desiderio: nessuno perché rende infelici . Peter Sympson è un gioielliere, al quale Marcel affida per la vendita una pietra preziosa di grande valore, ed insieme pure gli dice il senso profondo della sua vita: > il suo hobby sono le pietre preziose. Il mio sono le conoscenze passeggere e i loro sogni della vita. Jacob Nielsen è un informatico, vive nel mondo di internet, talvolta è colto dallʼirrequietezza, è poi sufficiente > una folata di vento dal mare per spazzar via il suo desiderio di altrove . Incontra Marcel, è conquistato dallʼidea di una rete di «porti incrociati», della quale il capitano occasionalmente conosciuto potesse essere il fulcro inconsapevole. > E se in quel modo fossero riusciti a dimostrare che il mondo non è un caos impenetrabile, un gorgo di anonimi esseri umani che annegano e si perdono nella loro stessa profusione e diversità? . Rosa Moreno, Madame Le Grand, Peter Sympson e Jacob Nielsen sono lì, casualmente nello stesso pub, per rivedere lʼuomo, che li ha tolti dalla monotona esistenza quotidiana e li ha proiettati in una incertezza piena di speranza. Tutti e quattro si illudono. Per Marcel > legarsi ad altri esseri umani sarebbe stato come correre un pericolo mortale. Perché chi meglio di lui poteva sapere che tutti i legami di quel genere possono essere spezzati? Essere solo e libero di danzare era diventato il suo destino da questo lato della fossa . Marcel fugge con la sua barca a vela, anche dopo che viene a sapere che Rosa porta in grembo suo figlio. > Strano è il cuore del marinaio: spera, ha paura, si spinge più vicino e vira al largo della costa, infine raddobba la vela lacerata, e volge la prua spaccata verso lʼoceano, inverte la rotta sconsolato ( Robert Louis Stevenson, Underwoods da Poesie, Oscar Classici Mondadori 1997). La bella citazione di Stevenson non è appropriata. Il grande scrittore inglese si riferisce alla vita del marinaio, al suo desiderio irrefrenabile di solitudine. Larsson non parla di questo: il mare lontano, romanticamente descritto, resta ai margini; né si parla veramente dei personaggi. Anche quando veniamo a sapere dellʼ infanzia di Marcel, nella quale il capitano ha sofferto la perdita di tutti i suoi parenti, ci rendiamo conto che non sia questa terribile ferita del passato a spingerlo continuamente alla fuga. Pure gli altri personaggi hanno sofferto; nondimeno cercano disperatamente qualcosa di solido, certezze e relazioni alle quali ancorarsi e per le quali vivere. Il romanzo è una narrazione filosofica. Il vero tema è la contraddizione tra permanenza e transitorietà: la non permanenza non è una condizione instabile da cui liberarsi, è la modalità della realtà, è il segno che non lascia testimonianza, è la «vacuità» come dato essenziale dellʼessere umano. Che nostalgia per la scrittura della «La vera storia del pirata Long John Silver». Tanto in quello splendido romanzo lo stile narrativo è vivace e suggestivo, quanto qui l ʼesposizione è piatta, prosaica, fredda. Le vicende scorrono senza slancio, sviluppate in modo burocratico e ripetitivo. Perché non leggerlo? Scontato, piatto e prosaico.
Il porto dell'amore
Non so se esista nella nostra letteratura qualcosa di simile al racconto di Thomas Mann: «La morte a Venezia» (vedi la recensione su questo sito). Il breve scritto di Comisso riprende molto dell'atmosfera del capolavoro del grande scrittore tedesco. Si percepisce la medesima onirica attesa di un disfacimento, voluttuosa e malinconica. Siamo a Fiume, tra il 1919 e il 1920: la città, dolcissima del profumo del gelsomino, era illuminata > dai barbagli del mare e sui pendii i frutteti luccicavano di fiori,(...) sul mare alcune vele illuminate dal sole.(...) Il tepore del sole corrispondeva alla languidezza del corpo che il buon cibo ricreava. Godevo di piaceri indefiniti... Come non ricordare «le notti tiepidi» di piazza San Marco e la «morbida e lussuosa dolcezza» che aveva avvinto il vecchio scrittore, andato a morire a Venezia? Comisso narra con languida nostalgia la sua breve avventura fiumana, e lo fa con una serie di ritratti, pervasi da una «noia immensa» e dall'idea dannunziana che «tutto nel mondo aspira all'amore». E' un percorso metaforico per i sentieri della giovinezza: l'accoglienza tradita, l'amicizia tra uomini, la passione per la donna croata («vieni con me, l'Italia è nell'amore» le dice Comisso), la torbida attrazione per la donna in sfacelo ( > la pelle appassita, le rughe, gli occhi foschi, le mani adunche, la figura sformata, la bocca arida e i denti anneriti ) sino alla figura del gobbo, ruffiano grottesco > sorrideva alla nostra smania e godeva portarla fino a un punto esasperante.(...) Fremevo d'impazienza. L'idea del bosco, della luna e di questa contadina facile all'amore nella notte, mi confermava che i più bei sogni d'adolescenza fossero realizzabili nella vita . E come Thomas Mann si lascia andare a visioni fantastiche, dove Venezia è > metà fiaba, metà trappola per i forestieri, fra i cui miasmi fiorì un voluttuoso rigoglio, (...) note cullanti e carezzevolmente languorose , così una grotta carsica trascina Comisso > in una situazione di sogno angoscioso, immaginavo che una massa d'acqua scatenata dovesse venirmi a travolgere contro le pareti soffocandomi e stritolandomi.(...) Come potrà tale perfezione durare e come potremo trovarne d'uguali?(...) Il terreno era cosparso di innumerevoli api morte e quella strage mi dava presagio anche d'una mia fine, quale conseguenza di un'estate troppo avidamente vissuta . L'esercito italiano pose fine all'avventura fiumana e a Comisso non restò che la nausea. > Ci pesava la vita e noi eravamo invecchiati insieme ai nostri vestiti imbevuti di profumi, di polvere, di sudore, e consunti . Nel racconto giovanile di Comisso c'è molto dei poeti crepuscolari; leggendolo tornano in mente i versi di Guido Gozzano: > cuore che non fioristi, è vano che t'affretti/verso miraggi schietti in orti meno tristi;/tu senti che non giova all'uomo soffermarsi,/gettare i sogni sparsi per una vita nuova (Da i colloqui «le due strade»). Lungi da essere premonitrice del fascismo, l'avventura fiumana fu un esperimento di libero amore, con il quale una gioventù borghese, segnata dalla violenza della prima guerra mondiale, cercava disperatamente di vivere, di non tornare all'opaca vita piccolo borghese perseguendo una sorta di rivoluzione dei costumi e delle coscienze. Comisso narra questo sogno infranto: non resta che il fascismo per illudersi di liberarsi dalla prosaica Italia giolittiana. «Il porto dell'amore» è un'opera giovanile, «pullulante di insofferenze per la grammatica» come osserva Rolando Damiani nella prefazione alla raccolta delle opere dell'autore; ed è proprio in queste improprietà grammaticali il segreto del fascino di Comisso. L'autore usa una lingua che mescola forme auliche, classicheggianti ed eleganti, con invasioni del parlato e del dialetto. Ne deriva una lettura singolare, attraente e misteriosa; come disse Montale, «un suono esatto e leggero delle parole», che dà un indecifrabile senso di grazia. Perché leggerlo? Meravigliosamente languido.
Il prato in fondo al mare
Stanislao è il nipote di Ippolito Nievo: scrittore, poeta e grande patriota del Risorgimento, morto all'età di 29 anni. Si deve ad Ippolito uno dei capolavori della nostra letteratura dell'Ottocento: «Le Confessioni di un italiano», la cui recensione è disponibile in questo sito. Il 4 marzo del 1861 il battello a vapore Ercole, partito da Palermo per Napoli con a bordo Ippolito, scomparve nel tratto di mare tra Capri e la penisola Sorrentina. Morirono tutti: con Nievo si perse anche la contabilità dell'esercito garibaldino e quindi la prova della correttezza della gestione finanziaria della spedizione, oggetto di calunnie e accuse da parte del governo piemontese. Fu un naufragio dovuto alle condizioni del mare o fu una bomba che mise fine alla vita di Ippolito e sotterrò negli abissi documenti di fondamentale importanza? Stanislao ricostruisce questa vicenda e indaga sui misteri che circondano la scomparsa della nave. Non bisogna aspettarsi una storia poliziesca: è la ricerca > di qualcuno perduto e avvolto da una strana luce che talvolta confondeva la verità . > Elegante, distaccato, viso morbido, occhi marroni, mobilissimi, (...) romantico, razionale nell'azione , Ippolito è un mito; di lui e della sua morte non se ne parlava nella famiglia Nievo, quasi che solo il silenzio potesse immortalare un personaggio che non desiderava altro che l'oblio. La ricerca di Stanislao prende le mosse da una visione. Guardando un francobollo dedicato allo zio, d'improvviso > il mare si ingrandì, diventò enorme, in grandezza naturale. Il volto si allargò e divenne chiarissimo poi si dissolse riapparendo di colore naturale e allontanandosi nel mare che lo avvolgeva. Nel bollo l'uomo aveva una macchia rossa sul petto. Era un berrettino da guerra, rosso. Rimase il colore e cambiò la forma che si mise a pulsare. (...) Scomparve tutto nel mare che era diventato una porta azzurra . E' una allucinazione; essa dà l'impronta all'intero romanzo, apparentemente costruito intorno ad una trama razionale, in realtà scandito da una serie di ritratti, alcuni di essi di grande suggestione. Pensiamo al capitolo «l'ultimo minuto», capitolo che da solo vale la lettura del libro. Con un realismo inquietante e affascinante l'autore ripercorre il naufragio, immaginando anche i pensieri dell'ultimo minuto, quando «apparve ad ognuno la vecchiaia che non avrebbe mai vissuto», fino a quando > si accesero alcune luci. Erano creature del fondo ad organi elettrici. Nessun altro assisté all'arrivo sul fondo del vascello napoletano. Si adagiò con una carezza silenziosa e chiuse dentro il suo misero carico . Viene in mente una delle poesie di Ippolito ( «le lucciole» citata nel libro): > la mia mente somiglia un praticello/Pieno di lucciolette all'ora bruna/ Dove il chiaror in questo lato o in quello/ Tremulo guizza senza posa alcuna . L'adagiarsi sul fondo del vascello evoca gli ultimi capitoli, nei quali l'autore racconta le immersioni in profondità per rintracciare il battello o almeno alcuni resti di esso. E' una descrizione realistica e dettagliata: tra numerose imbarcazioni adagiate sul fondo (quanto è immenso il mare! e quanta umanità è seppellita nelle sue profondità!) Stanislao realizza come la sua indagine fosse > un'onda che mi trasportava senza direzione e senza leggerezza. Dove? (...) La solitudine pian piano si svuotò delle sue immagini. Tutto divenne estraneo, leggero. Mi sentivo una galleria dove il vento scuoteva le strutture. E mi conduceva lontano, nel nulla. (...) Fui gettato nella memoria di solitudine del naufrago che cercavo. Ippolito, una settimana prima di sparire, scrisse: «morirò per morire e tutto sarà finito» E' inutile la ricerca: Ippolito Nievo vuole restare un mito e un mistero deve essere la sua scomparsa. Come si fa a raccontare la vita e la morte di uno zio, di un padre o di un nonno? Come si riesce a dare il senso di una devozione? Stanislao dà una risposta sconcertante: lo si fa cercando sé stessi, in un turbine di ritratti e riflessioni, nel quale il ricordo della persona venerata resta lì sospeso, nella memoria e nell'immaginazione. Come è scomparso Ippolito Nievo? Non lo sapremo mai, ma per un nipote che importanza ha? Non deve scrivere una biografia né portare avanti un'indagine storica: deve riscostruire nella sua mente, anche affidandosi alla fantasia, il carattere essenziale dell'uomo. Per Ippolito era la solitudine, d'altra parte, diceva: > le lucciole brillano nel mio cervello all'ora bruna, scintillando tra dense ombre . Come il capolavoro dello zio anche il romanzo di Stanislao è discontinuo: a capitoli di grande efficacia narrativa e persino esilaranti (pensiamo alla parte intitolata «le stalle di Augia» dove si racconta la peregrinazione negli archivi di stato), si susseguono pagine confuse e ridondanti, come gli incontri con chiromanti ai quali chiedere lumi su dove trovare il battello, inutili digressioni sull'efficacia delle pseudo scienze. La scrittura sorregge il romanzo, con frasi brevi, dialoghi serrati e un parsimonioso ma efficace uso degli aggettivi; tuttavia l'autore non riesce ad evitare che il ritmo diventi prolisso e dispersivo. Se lo zio Ippolito ha avuto la giustificazione di non aver potuto rivedere il suo capolavoro prima che andasse alle stampe, caro Stanislao! Tu non hai alcuna scusa: alcune belle sforbiciate avrebbero fatto bene al racconto. Perché leggerlo? Per il capitolo «l'ultimo minuto» e per riscoprire le Confessioni di un italiano.
Primavera di bellezza
Il romanzo è ambientato nel 1943, nei mesi drammatici che portarono alla caduta di Mussolini, sostituito da Badoglio, allʼarmistizio dellʼ8 settembre e alla fuga del re da Roma. In questo breve arco di tempo gli italiani presero coscienza di ciò che era stato il regime fascista e a quale disastro li aveva portati. Come il protagonista del romanzo, lʼallievo ufficiale Johnny, gli italiani furono presi da una indignazione che > li caricò come un proietto sulla bocca di un cannone: porco assassino, schifoso bluffatore! . Il romanzo racconta, appunto, questa tragica maturazione, narrandola dal punto di vista di giovani soldati, abbandonati a sé stessi, come fu tutto il paese.Il romanzo si apre in una caserma, in Piemonte, dove Johnny sta seguendo il corso di allievo ufficiale. Lʼambiente militare è trasandato, scandito più da vuoti rituali che da un reale addestramento. In realtà nessuno, nemmeno gli ufficiali di più alto grado, credono alla vittoria dellʼItalia e alle ragioni della guerra. Prevalgono scoramento e pessimismo. Cʼè uno scollamento tra la realtà e i ripetitivi, inutili esercizi, ai quali sono testardamente impegnate le giovani reclute. > Stremato da quellʼeccesso di libertà e di oblio, dovette appoggiarsi al tronco di un pioppo; sentì la scorza tenera e tiepida, non udì la tromba lontana suonare il cessate il fuoco. Questa del fiume era la realtà, il sogno morboso era lʼesercito italiano . Quanto irreali appaiono le scritte sui muri «Vincere», quando la truppa italiana, «unta, scalcagnata, zingaresca», viene trasferita a Roma: sembra che lʼesercito americano sia sbarcato in Sicilia. La speranza di combattere degli allievi ufficiali svanisce rapidamente. Vengono fatti stazionare in una caserma di Montesacro, ricominciando le inutili esercitazioni. > Non era poi tanto grave, una intera squadra abbastanza affiatata a oziare nella godibilissima quiete di una caserma quasi deserta.... faceva lʼeffetto di stare in clinica . Lʼarmistizio li coglie totalmente impreparati. Johnny, con un gruppo di compagni, si trova a presidiare un deposito di munizioni nella campagna romana, quando vede arrivare frotte di soldati, vestiti metà in borghese e metà in divisa, in fuga da Roma. Il re, Badoglio e gli alti ufficiali hanno lasciato la capitale senza dare ordini su come comportarsi: > opporsi ai tedeschi, non resistere, uccidere i tedeschi, non aprite il fuoco sui tedeschi, non cedere le armi, auto disarmarsi.... spicciatevi anche voi a trovare qualche straccio borghese . Prevalgono la rassegnazione e la fuga, dʼaltra parte «doveva pur finire». «Pieno di miseria, senza più spazio per la paura», anche Johnny decide di tornare a casa, in Piemonte. Inizia un viaggio nei treni sovra affollati di fuggiaschi, con i tedeschi che nelle stazioni prelevano i soldati italiani per inviarli nei campi di concentramento in Germania. Spesso alcuni degli italiani vengono fucilati sul posto, quando cercano di fuggire. > Il lezzo di quella moltitudine italiana, piegata, tentante di fare le più piccole e necessarie cose con unʼaria di assoluta innocuità e sommissione. Spesso risuonava sotto le tettoie un bestiale richiamo tedesco e allora quei soldatini, così sodi e lindi, fendevano irresistibilmente la sospesa massa italiana verso misteriosi appuntamenti e mansioni . Queste poche righe danno magnificamente lʼimmagine di come erano stati ridotti gli italiani da una classe dirigente improvvida e codarda: un abbandono al quale corrispondeva una efficienza senza scopo dellʼesercito hitleriano. Due popoli sono allo sbando, anche se con modalità differenti. Johnny riesce miracolosamente ad arrivare in Piemonte, a pochi chilometri da casa, quando incontra un reparto di soldati, che hanno deciso di non arrendersi e di combattere i tedeschi. Decide di aggregarsi ai partigiani, non certo per convinzioni politiche ma per un impulso emotivo, per non sentirsi > troppo inferiore ad uno sputo... perché gli ripugna di uscirne così ( come un fuggiasco) . Il destino di Johnny è segnato durante un assalto ad un convoglio: > il tedesco veniva, una faccia giovane e una vecchia divisa, e ora abbassava la machinepistol già puntata. Johnny percepì un clic infinitesimale . Lo splendore di questo romanzo non risiede soltanto nella vicenda tragica ed emblematica di Johnny. La sua eccezionalità sta nella parola usata, ricca, immaginifica e innovativa. E come se Fenoglio abbia voluto trasfigurare la storia, rifiutando di darle un resoconto arido e freddo. La lingua italiana viene plasmata per creare un ambiente sospeso ed irreale, quasi che tutto ciò che è successo a Johnny non sia veramente accaduto, ma appartenga ad un incubo, personale e nazionale. Nel leggere questo meraviglioso libro ci si sente pervasi ad una intensa melanconia, per ciò che è stata lʼItalia ma anche per ciò che poteva essere la nostra lingua, se non fosse inaridita in uno stile narrativo, frettoloso, povero e sterile. Perché leggerlo? È il racconto di un momento importante della nostra storia ed è una affascinante lettura.
Una primavera di fuoco
Nel conflitto tra israeliani e palestinesi gli avvenimenti tra il 2000 e il 2002 costituiscono uno spartiacque fondamentale. Prima del settembre 2000, data di inizio della così detta seconda Intifada, vigeva in Palestina > un ordine imposto da unʼoccupazione che durava da anni e da generazioni, che era diventato unʼabitudine, anzi, una routine, uno stile di vita, eppure la farfalla continuava a dibattersi, poteva prender fuoco, poteva esplodere e farlo vacillare . E quando la visita di Ariel Sharon, allora leader del Likud e poi premier di Israele, provocò il sentimento religioso dei palestinesi pregando sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme, scoppiò unʼondata di violenze che portò alla reazione militare di Israele, allʼassedio di Arafat e alla successiva occupazione dei territori palestinesi da parte degli israeliani. Il romanzo vorrebbe narrare queste drammatiche vicende dal punto di vista di due fratelli, Magid e Ahmad, e della loro amica, Suʼad. Il racconto è diviso in due parti. Nella prima, senza dubbio la più suggestiva e meglio strutturata, il tema di fondo è costituito dai sogni in tempo di guerra, da un famoso verso di Mahmud Darwish: «lasciatemi stare, lasciatemi andare là dove voglio andare». Magid è uno splendido ragazzo, che sogna di diventare un famoso cantante. Ahmad è ancora un bambino timido, introverso, solitario e sensibile. Stringe unʼamicizia segreta con una bambina israeliana, con la quale comunica, con poche parole e soprattutto con gesti, attraverso il filo spinato che divide i territori dei coloni da quello dei palestinesi. Ma i sogni sono pieni di speranze menzognere! Il caso trascina i due ragazzi nella realtà drammatica che attanaglia la loro società. Magid viene accusato, malgrado sia innocente, dellʼassassinio di un importante esponente del governo palestinese, odiato in quanto considerato un collaborazionista. Costretto a fuggire, entra nella resistenza. La vicenda di Ahmad è paradossale. Per riprendersi la gatta adorata, che era stata inconsapevolmente presa dallʼamichetta israeliana, viene sorpreso nella colonia e tradotto in carcere, in quanto sospettato di essere, lui ancora bambino, un terrorista. Nella seconda parte il romanzo cambia di prospettiva. Da un lato lʼautrice porta avanti una riflessione politica sul ruolo dellʼAutorità palestinese. Sono più le domande che le risposte. Dinanzi a dirigenti che sembrano preferire la carriera e la visibilità al compimento delle speranze del proprio popolo lʼautrice si chiede se > non è la Causa come una trama dʼamore, che inizia dolce, forte e travolgente, e poi con il tempo appassisce, muore e decade? Dallʼaltro lato emerge la prospettiva femminile. Diviene Suʼad la protagonista, che ama Magid ma lo vede trasformarsi in un uomo elegante, in giacca e cravatta. > Svaniti lʼartista e il rivoluzionario, non resta che lʼarrivista che progetta la scalata al potere... È così che il potere riduce un ragazzo di belle promesse?.... E noi donne? Cosa ne sappiamo, cosa proviamo, cosa facciamo? Non un granché, per loro noi siamo di contorno, non di più . Le donne sono quindi sole, ma in loro si compendiano tutti i problemi di un popolo in guerra. > Assedi interiori, assedi esterni, lʼassedio della società e quello di Israele; gli uomini ne conoscono uno solo. Lei, invece, li subiva tutti insieme . Ed allora solo la donna può esclamare: > Palestina, pezzo di cielo, il tuo nome sulle mie labbra è una preghiera.... una sorta di azzurra preghiera estesa quanto lʼorizzonte . Il dramma del popolo palestinese va di pari passo con lʼinaridirsi e il dissolversi dei sentimenti dellʼadolescenza e della giovinezza. Il libro è una narrazione elegiaca, in certi momenti epica, della distruzione di una patria, dalla quale non si salva il mondo interiore, quello degli affetti intimi. > Corri, corri. Scalzi, svestiti, in pantofole e in ciabatte, con i bambini, senza i bambini. Anziani, vecchi e feriti che passavano sopra le macerie, le pietre, i vetri, gli incendi, la spazzatura sparsa dovunque. E cadaveri. E feriti con lesioni di ogni genere e gravità, chi alla mano, chi al piede, chi accecato dalle vampate di calore, chi ammutolito e incapace di articolare verbo. E urla. Non resta che la mortificazione per le proprie lacrime e lʼumiliazione per una vita consumata da un destino avverso. Il vero limite del romanzo è la trama narrativa. Nella prima parte riesce a mantenere una sua logica, la quale, tuttavia, si sminuzza nelle pagine successive, con un susseguirsi confuso e disordinato di eventi: la descrizione epica dellʼassalto al palazzo presidenziale di Arafat e della fuga dei palestinesi sotto lʼaggressione militare, le meditazioni e le delusioni di Suʼad, che diviene talvolta narratrice ( disorientando ulteriormente il lettore), le riflessioni politiche dellʼautrice, spesso vagamente accennate e quindi incomprensibili per chi non conosce gli avvenimenti, gli intermezzi elegiaci sul dolore e sulla disperazione del popolo palestinese, talvolta retorici e ripetitivi. È come se unʼondata di pensieri sommergesse lʼautrice, e tutto ciò a danno dei personaggi e della storia. Il frequente ricorso alle interrogative retoriche contribuisce ad appesantire la lettura, non chiudendo mai fino in fondo il ragionamento e la narrazione. Perché non leggerlo? Dopo un inizio accattivante la lettura diviene man mano più frammentaria, spesso ridondante e noiosa.
Probabilmente mi sono persa
La protagonista è una giovane donna: vive a Tehran con un bambino, è separata, è in cura da uno psicologo, ha una amica: Gandom. La storia si sviluppa nellʼarco di poche ore. Si è svegliata confusa allo squillo del telefono dellʼex marito, si ritrova piena di lividi e con un occhio contuso (è stata picchiata?), si ricorda a mala pena di aver mandato il bambino allʼasilo con il taxi; inizia subito un dialogo immaginario con Gandom. > Perché non le ho mai detto che a volte i sogni accompagnati dalle paure, dalle ansie e dalle preoccupazioni sono più belli della realtà e, a volte, addirittura più reali della realtà... Erano amiche dʼinfanzia, sono cresciute nella stessa città di provincia e insieme lʼhanno lasciata per andare a studiare a Tehran, si sono innamorate dello stesso uomo, ma poi la protagonista ha sposato quello prescelto dalla famiglia. Esce di casa, il traffico è intenso e rumoroso, la radio invade lʼabitacolo dellʼauto con messaggi pubblicitari, notizie infarcite di propaganda politica, richiami religiosi: > Cick, Cick, Cick...il cioccolato per grandi e piccini, (...) I problemi economici sono un complotto del nemico, (...) Le donne e gli uomini sono essenzialmente diversi. Se una donna devia dalla strada della purezza, provoca il disonore del marito ma se lʼuomo..., (...) Quando deve nascere un bambino, viene un angelo da parte di Dio (...). Lʼangelo lo spinge in questo mondo e se ne prende cura per tutta la vita... Continua a parlare con Gandom, così veniamo sapere che le sono morti il padre e i fratelli, è cresciuta in una famiglia rovinata dai debiti, con una madre fredda e severa. > Da quando, da quando mi sono coperta con questo chador nero e pesante?(...) Forse ho lasciato qualcosa in un qualche posto, nel passato. (...) Ah, se fosse possibile con un solo respiro profondo inghiottire il passato e mandarlo giù per sempre.... Ben diversa è Gandom, piena di vita, gioiosa, sicura, con un padre affettuoso, una nonna gentile e tanti soldi da spendere nello shopping. Sono inseparabili, con lʼamica sempre pronta ad affermare la propria superiorità, conoscendola meglio di quanto lei stessa si conosca. > Gandom mi doveva umiliare sempre, sia quando mi rinfacciava le mie paure, sia quando non me le rinfacciava. Tutta la mia vita è andata in merda con questa persona, una persona che sembrava sapesse tutto di me, come se conoscesse i miei angoli nascosti, come se fosse più vicina a me di me... tutta la mia vita... mi viene da ridere... . Non la vede da molti anni, la deve trovare perché non può vivere senza di lei, la cerca presso lʼuomo che entrambe hanno amato. > Ho trentacinque anni. Domani porterò Samiar allʼasilo e, quando uscirò dal portone, vedrò una donna di trentacinque anni ferma lì, in piedi, che mi fissa sorridendo. Questa volta, dopo tutti questi anni, la riconosco, con quegli occhi lucenti neri, con quella pelle liscia, ambrata, con tutti quei capelli che fuoriescono qui e là dal foulard e le incorniciano il viso... con quel sorriso che le fa venire due fossette sul viso... le vado incontro e le stringo forte le mani nelle mie. Dice: come sono calde. Vorrei dirle che non sono le mie mani che sono calde... non dico nulla... soltanto le stringo forte nelle mie e sorrido... dopo tutti questi anni, so che anche a me, quando sorrido, vengono le fossette sul viso . È la storia di una scissione della personalità. Oppressa dagli incubi del passato, ai quali ha tentato invano di sfuggire trasferendosi nella grande città, per ritrovarsi ancora più sola e disperata, la protagonista è scivolata nella schizofrenia. > Misi la mano sulla sua. Il suo essere sempre presente era meglio del suo non esserci. La sua presenza, con tutta la sofferenza che mi provocava, e forse con tutta la sofferenza che mi provocavo...(...) È come se mi fossi persa anni fa, persa in quel cielo pieno di stelle di Zahedan . Per ritrovare sé stessa dovrebbe tornare allʼinfanzia, molti indietro nel passato, e non è possibile. La salverà lʼamore materno? > Piango... Piango a voce alta, (...) Samiar mi accarezza i capelli e io sprofondo nel suo abbraccio... . Il racconto è costruito su diversi livelli: la vicenda reale, insignificante; i dialoghi serrati con Gandom, ovviamente dei soliloqui; le visite dallo psicologo, brevi ed inutili ai fini della comprensione della protagonista; e lʼIran contemporaneo, tra modernità e Islam tradizionalista. Ne deriva una narrazione frammentaria e confusa, anche per lʼuso esasperato dei punti di sospensione, vorrebbero dare il senso del flusso della coscienza, in realtà è un banale espediente letterario per non approfondire il dramma esistenziale della protagonista. Si resta perplessi, si rimane insoddisfatti, con lʼimpressione di un racconto superficiale, artefatto, intellettualistico, e non realmente vissuto. Perché non leggerlo? Inconcludente e inutile.
Il profumo delle foglie di limone
Juliàn è un ex internato di un campo di concentramento nazista, > ossessionato da un passato che ormai non importava più a nessuno ma del quale non riusciva a dimenticare neppure un giorno . Al limite della vecchiaia va in Spagna perché ha saputo che un gruppo di criminali nazisti si è rifugiato sulla Costa Blanca. Lo anima un odio profondo per questi «mostri moribondi», il desiderio di incutere la paura e la sofferenza che ha visto e subito nel lager: > ero rimasto indietro, intrappolato nel mio mondo, con i miei odi, i miei amici e i miei nemici . La sua vicenda si intreccia con quella di Sandra, una ventenne rimasta incinta, incerta e confusa su quale direzione dare alla sua vita. Sandra appare al vecchio Juliàn come lʼicona del presente e del futuro, che lui non ha mai conosciuto sino in fondo perché concentrato in un sentimento più forte: lʼodio e quindi il passato. > Aveva i capelli di varie sfumature che andavano dal rosso al nero, lunghi da una parte e più corti dallʼaltra. Portava anche un anellino al naso. Aveva gli occhi di un colore tra il verde e il marrone e il naso aquilino. La luce del sole, colpendole il volto, faceva sembrare il suo sguardo leggermente ironico . Un incontro tra due vite così differenti è potuto accadere perché Sandra era stata accolta da una coppia di ottuagenari nazisti, che in fondo erano rimasti affascinati dagli stessi sentimenti di Juliàn per la ragazza. Sandra aiuta, in modo sempre più convinto, Juliàn nella sua indagine su questo gruppo di criminali.In realtà via via emerge come questi ex nazisti siano alla loro volta dei vecchi infelici, chiusi nei propri sogni di potenza e di giovinezza, imprigionati in un insieme di relazioni dove predomina la sopraffazione e persino la truffa. Lʼinutilità dellʼodio diviene sempre più evidente in Juliàn, anche perché si rende conto che la sua ossessione può mettere gravemente in pericolo la ragazza. Capisce finalmente che ci sono cose più importanti che ritornare costantemente al passato. Si pacifica finalmente con lʼesperienza del lager, al punto che decide di fermarsi in una casa di riposo dove hanno trovato rifugio anche due vecchi nazisti. Per Sandra, invece, le vicende nelle quali si è trovata coinvolta la rendono adulta, le fanno capire che la sua missione di vita è quella di dare una vita serena al figlio che porta con sé. Le resta solo il ricordo di un amore per un giovane, presunto nazista, che le ha salvato la vita. Cʼè in qualche modo un mistero, qualcosa di incompiuto che non sappiamo se si porterà con sé, aprendo nuovamente quel destino di continuo ritorno al passato che era stato di Juliàn. Il tema del nazismo, visto sia dal punto di vista dellʼaguzzino che da quello della vittima, è lʼoccasione per parlare dei rapporti tra il passato e il presente, delle difficoltà di comunicazione tra le generazioni, che si possono superare solo sul «fare» ( Juliàn e Sandra si trovano insieme nella loro indagine sul gruppo di criminali) e non sul «dire», ossia la narrazione delle esperienze. Cʼè, tuttavia, qualche cosa di più in questo romanzo. Cʼè il senso di una contrapposizione tra la certezza dei vecchi e lʼincertezza dei giovani ( Juliàn è così monotono nel suo odio così come Sandra è così fresca nella sua ingenuità), conflitto rappresentativo di un passaggio epocale, quale è il nostro momento storico. È emblematico in questo senso che lʼetà della maturità per Sandra inizi in un stato di sospensione, che non chiude il romanzo: cosa ne sarà di Sandra e della sua vita? Il racconto è a due voci ( Juliàn e Sandra), espediente letterario che rende ridondante e ripetitiva la narrazione. La trama, che vorrebbe essere quella di una indagine poliziesca, è povera di avvenimenti e di colpi di scena. Lʼambientazione è scarna al punto che ci si potrebbe trovare in qualsiasi località turistica così come i personaggi sono poco approfonditi, pur affrontando temi complessi sotto il profilo etico ed esistenziale. Perché non leggerlo? È noioso e banale.
Proletkult
Aleksandr Bogdanov, pseudonimo del rivoluzionario bolscevico Aleksandr Malinovskij, scrisse nel 1906 Stella Rossa, un romanzo di fantascienza, in cui il socialismo reale era stato realizzato pienamente sul pianeta Marte. Con una capacità profetica eccezionale, immagina che la nuova società modellata secondo l'utopia marxista non si era rivelata estranea all'imperialismo, volendo colonizzare la Terra dopo averne sterminata la popolazione. Leonid, il protagonista di Stella Rossa, si oppone al progetto ed è spedito sulla Terra per punizione; finisce in manicomio. Il collettivo Wu Ming prefigura un possibile sviluppo. Denni, l'esile figlia di Leonid, scende sulla Terra per cercare il padre e va proprio da Bogdanov, il quale, oltre che scrittore, è filosofo e scienziato. L'uomo si trova dinanzi a una > strana ragazza che sembra un ragazzo. Denti bianchissimi e perfetti. Le orecchie molto piccole, ben sagomate. Pallida, forse troppo. Siamo nel 1927 e Bogdanov si è rinchiuso nella sua clinica e non vuole più essere coinvolto in vicende rischiose per le prime purghe staliniane. Si ripara dietro la finzione: sulla base di allucinazioni del povero Leonid, ha inventato una storia di fantascienza, ambientata su Marte perché é il pianeta rosso. Da qui il romanzo potrebbe prendere tante direzioni: libro nostalgicamente ideologico di una utopia, quella comunista, che si può costruire solo in un altro pianeta; ricerca di Denni del padre in questa Terra sconvolta dalle guerre, dalle repressioni e dalle carestie; presa di coscienza di Bogdanov che Leonid non era matto e il suo libro rispecchiava una società reale. Quest'ultima strada sarebbe stata la più interessante e avrebbe portato alle visioni inquietanti di Philip Dick. E invece i Wu Ming proseguono tra disgressioni storiche e un'esile trama, non sorretta da colpi di scena e da efficaci descrizioni degli ambienti e dei personaggi. Dispiace che nel 2018 questi bravi scrittori siano ancora inviluppati dentro le delusioni della mancata rivoluzione mondiale e avvinti dal fascino di protagonisti ormai svaniti dopo un secolo di storia. Il collettivo Wu Ming è formato da cinque scrittori: in molti casi riescono ad amalgamarsi, dando origine a una narrazione unitaria sotto il profilo storico e narrativo (si veda la recensione in questo sito di «L'Armata dei Sonnambuli»). Qui l'operazione non è riuscita, forse perché le vicende e i personaggi sono troppo vicini a noi in termini emotivi e politici rispetto a quelli narrati nell' Armata dei Sonnambuli, racconto ambientato durante la rivoluzione francese. Il pregio del romanzo è di spingerci a leggere Stella Rossa. Perché non leggerlo? Noioso.
I Promessi Sposi
I Promessi Sposi sono ambientati nel Seicento, nel Ducato di Milano allora possedimento della Spagna; non è un romanzo storico, anche se molti avvenimenti sono realmente accaduti; parla, invece, al presente, con un messaggio di chiaro stampo conservatore: ci dobbiamo affidare alla Divina Provvidenza, perché siamo parte di un grande disegno, a noi incomprensibile. Così spiega il cardinale Federigo Borromeo a Lucia, appena liberata dallʼInnominato: > Povera giovine, Dio ha permesso che foste messa a una gran prova; ma vʼha anche fatto vedere che non aveva levato lʼocchio da voi, che non vʼaveva dimenticata. Vʼha rimessa in salvo; e sʼè servito di voi per una grandʼopera, per fare una gran misericordia a uno, e per sollevar molti nello stesso tempo . La trama, i personaggi, la scrittura non hanno una loro autonomia, sono al servizio di una «morale», di una visione della società, che vuole che il popolo stia quieto, in attesa dellʼintervento salvifico di Dio, e della sua Chiesa. A ciascuna delle parti del libro corrisponde uno slogan. Il primo blocco di capitoli, dal I allʼVIII, è ambientato in un piccolo paese vicino Lecco, parla della vita degli umili, loro malgrado travolti dai guai, di cui non hanno alcuna colpa. Facciamo conoscenza dei due protagonisti, Renzo e Lucia, il giovane un miscuglio di furbizia contadina e di irruenza popolana, la ragazza un insieme di devozione superstiziosa e di apparente docilità; ci sono poi gli altri personaggi: Agnese, la madre di Lucia, che incarna il buon senso contadino, Don Abbondio, il curato del villaggio, rappresentativo della fragilità morale e caratteriale del basso clero, fra Cristoforo, un padre cappuccino dal passato travagliato, che a sua volta personifica il tormento di una fede faticosamente raggiunta, tra volontà di ribellione e ubbidienza al Signore; ed infine il cattivo, Don Rodrigo, simbolo del sopruso e del capriccio, di un uso del potere senza giustizia. La vicenda è quella di sempre, nella campagne dʼItalia come di tanti altri paesi. Lucia è oggetto del desiderio di Don Rodrigo e a nulla valgono le astuzie di Agnese e gli accorgimenti di fra Cristoforo: Renzo e Lucia devono separarsi ed abbandonare il paesello nativo. Così come il romanzo si apre con la famosa descrizione delle montagne di Lecco, selvagge ed amene ad un tempo, i primi capitoli si concludono con uno dei brani più suggestivi dellʼintero libro. > Addio, monti sorgenti dallʼacque, ed elevati al cielo, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia lʼaspetto deʼ suoi più familiari; (...) Quanto è triste il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! (...) Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia queʼmonti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con lʼimmaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Se avessimo un poʼ di questa affettuosa compassione, forse riusciremmo ad affrontare lʼimmigrazione con umanità, e non ci faremmo sovrastare dalla paura e dallʼodio! I due capitoli successivi, IX e X, narrano della Monica di Monza: una giovane costretta a farsi suora di clausura e che non accetta il proprio destino. Manzoni ci parla della virtù cristiana della rassegnazione: non essersi affidata alla fede, e quindi al volere di Dio, condurrà la disgraziata allʼempietà, al punto di tradire Lucia, che le era stata affidata, consegnandola ai bravi dellʼInnominato. Talvolta sembra che Manzoni stia per approfondire i sentimenti, senza dubbio controversi, della povera donna; poi, lo scrittore si limita ad una arida biografia della monaca e a vaghi cenni psicologici, non si sofferma perché è inutile al suo scopo, non gli interessa la vita reale, ciò che gli preme è fornire una morale universale. Nei capitoli dallʼXI al XVIII il racconto ha come oggetto la grande rivolta per il pane, che sconvolse Milano nel 1628, e del ruolo che ne ebbe Renzo, trasformatosi ingenuamente in capo popolo. È una lunga digressione, che serve a questo: è inutile e dannoso ribellarsi, non porta a nulla e soprattutto il popolo, nella sua dabbenaggine e volubilità, si lascia ingannare e viene di fatto manipolato. Come dirà Renzo, > per governarsi meglio in avvenire. Ho imparato a non mettermi nei tumulti: ho imparato a non predicare in piazza, ho imparato a guardare con chi parlo... Siamo arrivati a quella che dovrebbe essere la parte centrale del romanzo: la conversione dellʼInnominato, un uomo talmente iniquo e potente, che non si osava persino pronunziarne il nome, > significava qualcosa dʼirresistibile, di strano, di favoloso... la sua vita era un soggetto di racconti popolari . I capitoli che lo riguardano sono quelli che vanno dal XIX al XXVII; la trama li vorrebbe il punto di svolta, la lotta tra il bene e il male, con il bene trionfante: niente di tutto questo. Il colloquio di Federigo Borromeo con lʼ Innominato non è altro che una lunga e stucchevole predica del primo, con il secondo che ascolta, già sconfitto prima ancora di presentarsi allʼincontro. Dʼaltra parte la crisi dellʼInnominato non è di origine etica (la coscienza del male che ha fatto) né prende le mosse da un atto di amore (verso la misera Lucia); alla sua base ci sono il terrore di Dio e la paura della morte. > Invecchiare! morire, e poi? (...) ora, gli rinasceva ogni tanto nellʼanima lʼidea confusa, ma terribile, dʼun giudizio individuale, dʼuna ragione indipendente dallʼesempio, (...) il sentimento dʼuna solitudine tremenda. (...) Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, (...) gli pareva di sentirlo gridar dentro di sé. Io sono però . Ed è questo il senso dei lunghi capitoli che riguardano la conversione dellʼInnominato: affermare che Dio esiste. Attenzione! Non Cristo, che ha sofferto sulla Croce, ma il Dio del Vecchio Testamento, implacabile e inafferrabile, al quale non resta che piegarsi. Lʼastratto moralismo sottostante allʼincontro tra Federigo e lʼInnominato è evidente se si confronta questo colloquio con la drammaticità e la profondità del capitolo dei Fratelli Karamazov «il Grande Inquisitore»; qui la fede è un tormento tra libertà di giudizio e tutela imposta dalla Chiesa. Come il Grande Inquisitore, Manzoni pensa che > non è la libera decisione (...) quello che importa e neppure lʼamore, ma il mistero al quale (gli uomini) devono inchinarsi ciecamente, anche contro la loro coscienza . Torniamo ai Promessi Sposi. > Finalmente nuovi casi, più generali, più forti, più estremi, arrivarono anche fino a loro, fino agli infimi di loro, secondo la scala del mondo: come un turbine vasto, incalzante, vagabondo, scoscendendo e sbarbando alberi, arruffando tetti... (...) va a cercare negli angoli le foglie passe e leggieri, che un minor vento vi aveva confinate, e le porta in giro involte nella sua rapina . È la peste (capitoli dal XXVIII al XXXV). Il capitolo fondamentale è il Trentaquattresimo, che andrebbe letto e riletto, per la sua forza evocativa e il crudo realismo. Manzoni lo fa precedere da una interessante digressione storica, nella quale spiega le cause dellʼepidemia (la carestia, la guerra, lʼindifferenza e lʼincapacità delle autorità, la superstizione) e approfondisce i meccanismi politici, culturali ed individuali, che travolsero una società apparentemente ben ordinata. Sono > un ronzio confuso di voci supplichevoli, (...) una massa enorme e confusa di pubblica follia , nella quale solo la Chiesa è capace di farsi carico dei derelitti, dei malati e dei moribondi. Ed arriviamo, finalmente, al capolavoro: Renzo entra in Milano alla ricerca di Lucia, che troverà sana nel lazzaretto; la descrizione del suo vagare nella città lombarda è lʼoccasione per un commosso affresco della peste e delle sue vittime. > Scendeva dalla soglia dʼuno di quegli usci (...) una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa, (...) La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan il segno dʼaverne sparse tante; cʼera in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava unʼanima tutta consapevole e presente a sentirlo. (...) Portava essa in collo una bambina di forse novʼanni, morta, ma tutta ben accomodata, coʼ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani lʼavessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio.(...) Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, (...) No, disse, non me la toccate per ora; devo metterla io sul carro . Questo passaggio, ed molti altri ancora, testimoniano una tale empatia da travolgere lʼalgido moralismo; ci conduce, senza filtri ideologici, alla sofferenza di tanti popoli, nel passato come nel presente: in Siria, nei campi profughi sparsi dappertutto, con i milioni di persone in fuga dalla crudeltà e dalla violenza. Manzoni, qui veramente, si erge nellʼuniversale, al di là del tempo e dello spazio, come unʼidea platonica, che racchiude in sé il dolore di tutto i miserabili del mondo. Dopo la peste i capitoli successivi (gli ultimi dal XXXVI al XXXVIII) sono veramente poca cosa. Come una bella fiaba tutto si conclude per il meglio: Renzo e Lucia si sposano e vivranno felici e contenti. I guai ci vengono addosso, ma > la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore . È proprio vero? Come tanti, lessi i Promessi Sposi a scuola e non mi piacque. Diedi la colpa allʼobbligo e alle interrogazioni. Rileggendolo dopo molti anni mi sono confermato nel giudizio di allora: è un romanzo veramente brutto. Il suo moralismo asfissiante toglie ritmo narrativo, rendendolo noioso e prolisso, non dà vita ai personaggi, che sono degli stereotipi e cadono spesso nella macchietta ( come Don Abbondio), ed infine rinsecchisce la scrittura. Il famoso italiano di Manzoni, preso a riferimento dalle grammatiche, è una lingua artefatta. Non mi riferisco tanto al fatto che contadini, come Lucia e Renzo, parlino un italiano perfetto (scappare dal dialetto è purtroppo una costante della nostra letteratura), quanto allʼuso estremo della punteggiatura, che spezzetta le frasi, appesantisce il periodare, impedisce di creare atmosfera: la scrittura riduce il discorso a cronaca, accentua lʼalterigia, non è fonte di suggestioni. Non parliamo dei giudizi moralistici, dei quali è impregnato il romanzo: diciamo sinceramente che Manzoni poteva evitarli, perché sono veramente irritanti. Se è un romanzo così brutto, perché è diventato un pilastro della letteratura? Perché non porre al centro Fogazzaro, Ippolito Nievo, Federico Tozzi, Collodi, Matilde Serao e la grande Deledda? Sarebbe interessante che i critici rispondessero a queste domande. Azzardo una spiegazione: i Promessi Sposi rispecchiano la visione della classe dirigente post unitaria, un élite ristretta che voleva un popolo assente e supino. Il romanzo di Manzoni ha contribuito a consolidare questa visione, facendola diventare una corrente sotterranea nella nostra cultura, della quale non ci siamo più liberati. Perché non leggerlo? Noioso, arido, insopportabile.
Prophet Song (il canto del profeta)
In televisione vediamo di continuo le devastazioni di Gaza e dell'Ucraina: stragi, violenze, morti, famiglie distrutte, popolazioni in fuga alla ricerca di una qualsiasi salvezza; lontano dai riflettori altri popoli sofferenti, il Sudan, il Congo, il Tigrai, i Rohingya, ed altri ancora. Distanti nello spazio possiamo commuoverci nelle nostre case, come se > la felicità stia nella mancanza di eccitazione, (...) sia una cosa che non dovrebbe essere vista, come se fosse una nota musicale che non può essere udita fino a che non suona dal passato , fino a quando abbiamo perso la nostra serenità e le nostre sicurezze. Immaginiamo che tutto accada in un paese vicino a noi, l'Irlanda, a seguito della presa del potere da parte di un regime totalitario, deciso a reprimere le libertà e i diritti. Si parte da un fatto apparentemente banale: due poliziotti si presentano a casa di Eilish chiedendo del marito, e > c'è qualcosa nel modo come la guardano, (...) come se stessero cercando di prendere possesso di qualcosa dentro di lei, (...) guardando fuori nell'oscurità, (...) gli alberi di ciliegio sono vecchi e dovranno essere abbattuti presto, potrebbero dover venir giù in primavera. Rapidamente la situazione precipita: il marito è arrestato e scompare in prigione, il figlio più grande va a combattere con i ribelli e non dà più notizie di sé; Eilish cerca di portare avanti una vita normale, sempre più difficile perché la città è un campo di battaglia tra le forze del governo e quelle della Resistenza. Se Eilish avesse letto Il Convitto di Serhij Zadan (vedi la recensione in questo sito) non si stupirebbe di quanto sta accadendo, così come noi potremmo capire perché la donna tarda a comprendere ciò che > gli alberi sentono nell'aria e parlano del loro terrore attraverso il terreno, facendo in modo che gli altri alberi conoscano il pericolo che è venuto, quei suoni in cielo come di un fuoco che consuma tutto masticando legno nella sua bocca. C'è in lei > una sensazione di morte che non l'abbandona mai , un conflitto tra un sentimento di protezione verso i suoi figli e il bisogno di lasciarsi andare: grida al figlio > quanto sta avvenendo mi sta facendo ammalare, (...) voglio avere indietro la mia vecchia vita. E' costretta a realizzare che non c'è modo di tornare al passato quando scompare anche il terzogenito e scopre che è stato preso dalla polizia, torturato e poi ucciso. Non resta che la fuga con i due figli rimasti. > Chiude gli occhi per vedersi trascinata avanti nell'oscurità, vedere sé stessa divenire un passeggero della propria vita, (...) e vede i suoi figli nati in un mondo di devozione e amore e li vede dannati a un mondo di terrore. E non è che ha dimenticato il marito, e con lui il passato, > è che quando pensa di lui adesso ne rimane così poco, è diventato un'ombra, un'assenza là dove era solito esserci l'amore, o forse ancora un po' d'amore rimane in un anfratto del cuore custodito sotto un così grave peso. Il libro è presentato come un romanzo distopico, un genere oggi diffuso e di grande successo. Sarebbe tuttavia riduttivo leggerlo in questo modo. L'autore indaga il dissolvimento di un'anima sotto il peso di una devastazione incomprensibile. Il racconto è come un canto di un profeta, > che non canta della fine del mondo (...) ma di ciò che si sta facendo ad alcuni e non ad altri, che il mondo sta finendo sempre ancora e ancora in un posto e non in un altro ; un messaggio biblico della fine del mondo, liricamente cantato dal punto di vista di un fragile essere umano. Eilish non è la grande madre di Furore di John Steinbeck (si veda in questo sito la recensione di The Grapes of Wrath) , la quale, dura come una roccia, combatte senza mai piegarsi, per proteggere e mantenere insieme una famiglia contro un destino crudele. Eilish è semplicemente una donna travolta da avvenimenti più grandi di lei, che dapprima rifiuta la realtà e poi si rassegna, piegandosi e lottando giorno per giorno. E' una donna normale, probabilmente come tante donne di Gaza e delle troppo numerose terre devastate. All'inizio il lettore è avvinto dalla scrittura, da un inglese così musicale che solo gli autori irlandesi riescono a scrivere, chi sa per quale misteriosa ragione. Le parole si susseguono singolarmente suggestive, il periodo scorre fluido, elegante, lirico, denso di reconditi e non sempre chiari significati, ma comunque evocativi. Poi, inoltrandosi nella narrazione, sopravviene la fragilità della trama; non c'è uno sviluppo, tutto ricircola su se stesso; ne consegue un racconto prolisso, spesso ripetitivo, con una caduta progressiva della tensione, e dell'attenzione. Un inglese magnificente, una storia deludente! Perché leggerlo? E' bellissima la lingua, ma va letto in inglese.
Quaderno proibito
Se in «Balzac e la piccola sarta cinese» di Dan Sijie (si veda la recensione in questo sito) una ragazza di campagna > ha imparato da Balzac che la bellezza di una donna è un tesoro al di là di qualsiasi prezzo , per Valeria è l'acquisto di un quaderno con cui una madre di famiglia, per tutti ormai «mammà», può esaurire > senza colpa il suo segreto di essere ancora Valeria. Non è un semplice diario ma un ripostiglio «proibito», d'altra parte > tutte le donne nascondono un quaderno nero, un diario proibito. E tutte debbono distruggerlo. E' dall'angolo di visuale di un quaderno, prospettiva singolare e magica, che si sviluppa una storia ambientata negli anni' 50, in un Italia povera e tradizionale, ma già in trasformazione per l'incipiente sviluppo economico. L'io narrante è Valeria stessa, ovviamente; efficiente e impegnata madre di famiglia, scopre che > imparare a comprendere le cose minime che accadono tutti i giorni, è forse imparare a comprendere davvero il significato più riposto della vita. Ma non so se è un bene, temo di no. (...) Questo quaderno, con le sue pagine bianche, mi attrae e allo stesso tempo mi sgomenta. Tramite il diario proibito Valeria si accorge che il marito, alla superficie così premuroso, l'ha incapsulata in uno stereotipo di brava moglie e madre, nascondendole, anche lui, di aver scritto un romanzo e di sperare di pubblicarlo. Pure i due figli, la ribella Mirella e il fragile Riccardo, la vedono nello stesso ruolo, non immaginando che sia possibile un'altra vita per «mammà». Si accorge come in famiglia, > pur volendoci tanto bene, ci difendiamo l'uno dall'altro come nemici. Alla figlia che la vede stanca e la vorrebbe aiutare, Valeria le dice: > non ti occupare di queste cose, Mirella. (...) Poi più piano, ho aggiunto: «Vattene», (...) temo che qui ci siano molte brutte cose, molte bugie. Forse non te lo dirò più, ma ricordati che te l'ho detto stasera: salvati, tu che puoi farlo. Vattene, fa presto. (...) No, io sono una piccola borghese e sono più familiare col peccato che col coraggio e con la libertà. Come dice Maria Luisa Spaziani nella poesia «Il presente», > ora so cos'è vivere: un gioco crudele che inchioda profonda ogni fibra alla ruota del tempo. In «Nessuno torna indietro», lasciando il collegio e prendendo strade diverse, tutte le amiche in qualche modo tradiranno la pienezza e la molteplicità della natura femminile, rassegnandosi al ruolo, tradizionale o trasgressivo, che affidiamo alla donna. In «Dalla parte di lei» solo un atto estremo, l'uccisione del marito, salva Alessandra da una vita che non appaga la profondità dell'animo femminile. (si vedano le recensioni di questi due romanzi in questo sito). In «Quaderno proibito» non c'è una via d'uscita: la famiglia è una gabbia troppo potente e crudele per permettere a una donna di realizzarsi come individuo, fuori dal ruolo di moglie e di madre. Come dice Nadia Terranova, > scrivere è sempre un atto sovversivo, è riapparizione dei conflitti anche quando si vogliono azzerare. Al di là della storia e dei personaggi, in fondo banali, è questo il senso più vero del romanzo; > la scrittura non è mai innocente, non sa stare al suo posto ed è tutto tranne che astratta, tracima sui corpi, riverbera sui visi. Solo gettando nel fuoco «il libro», è possibile impedire alle donne e agli uomini di conquistare la libertà. La scrittura di de Cèspedes è elegante e ariosa. La trama torna spesso su sé stessa, in attesa di una soluzione che arriva, forse, troppo in là; l'amore del dettaglio spinge spesso l'autrice a ripetersi, in approfondimenti e vicende ridondanti e inutili ai fini della narrazione. E' il punto di vista, «il quaderno proibito», che impedisce al romanzo di essere una tipica storia familiare, dandole unitarietà e originalità che altrimenti mancherebbero. Perché leggerlo? E' il desiderio di tutti noi scrivere un diario, ma ne abbiamo paura. , Mire
Quando mi riconoscerai
Castenate è una cittadina immaginaria del Nord Italia, un > paesino perfettino, con tutti che in faccia (...) sono gentili, buongiorno, buonasera, come va? come sta Camilla? che scuola fa l'anno prossimo? Ma tutti sanno, tutti parlano. In questo "paesino perfettino" l'autore ambienta due storie, che a lungo procedono distinte. L'una è ambientata negli anni '90 e parla del rapporto tra due adolescenti: Camilla, > bella, con i suoi capelli rossi e gli occhi verdi. Tutte le adolescenti si somigliano, ma lei è una speciale. Lo sa, ne è fiera; Enea, un ragazzo timido e secchione, che alza sempre la mano in classe perché lui, sì, ha studiato. Camilla si diverte a bullizzare il povero Enea, ridicolizzandolo dinanzi ai compagni, come quando gli ha tirato giù i pantaloncini, svergognandolo dinanzi alla compagna di classe amata dal ragazzo. Soprattutto pesa a Enea l'insulto di Camilla: tua nonna > è una troia, lo sa tutto il paese. Se questa storia è intrisa di adolescenza, di una relazione che si evolverà dall’attrito all'amicizia sino all'amore, l'altra è invece ambientata negli anni della seconda guerra mondiale ed è pervasa dalla violenza di quel periodo. Rodolfo è bello, audace, povero e antifascista, lo é in modo epidermico perché fa parte di una famiglia bracciantile, sfruttata dai proprietari agrari. È a questa classe che appartiene invece Viola; anzi suo padre è uno dei gerarchi fascisti di Castenate, rispettato e temuto in paese; e lo è pure il suo predestinato sposo (sono stati visti baciarsi in un canneto!): un giovane violento, sempre pronto a picchiare i presunti antifascisti, come Rodolfo. Malgrado siano così distanti sotto il profilo sociale e politico, nasce tra Rodolfo e Viola una passione, dapprima rifiutata dalla ragazza, e che poi esploderà in un rapporto di amore quando Rodolfo dovrà lasciare Castenate per andare a morire nella campagna di Russia. Da questa passione nasce un bambino, che sarà cresciuto da Viola nella bigotta Italia del dopoguerra. Sono due storie molto diverse come contesto storico e situazioni sentimentali; se nella prima, quella degli ann'90, è possibile dare tempo all’amore, nell'altra, in quei terribili anni '40, non si può attendere, tutto deve procedere in fretta. Per molte pagine il lettore cerca qualche indizio dell'intreccio fra le due storie. Poi, come nello splendido "Io non mi chiamo Miriam" di Axelsson Majgull (si veda la recensione in questo sito), la nonna rivela ad Enea che lei non è Rita, ma Viola, e che lui è il nipote di Rodolfo, fratello gemello dell'uomo che ha ucciso il nonno materno. > Sangue marcio, tutti sangue marcio, i partigiani schifosi. La cosa peggiore è che quel sangue marcio ha contaminato anche mio figlio. Nelle sue vene scorre il sangue di Rodolfo, sangue partigiano. Ma lui non tornerà più. Eppure io lo aspetto, e mi devasta pensare che non potrò più averlo per me, e mi detesto per questa mia debolezza. (...) Non ho pace Enea. Ho passato la vita a mentire. Il romanzo sarebbe dovuto evolversi intorno alla drammatica scoperta, a quella confessione, così intrisa di odio e amore, che la nonna fa al nipote. Ed invece, l'autore inserisce troppi temi, da quelli adolescenziali sino alla lotta partigiana. Emerge una trama confusa, compromessa da uno squilibrio narrativo tra le due storie, che va a scapito del ritmo e rende ridondante il racconto. Il finale, che forse vorrebbe essere una sorpresa, è invece banale e noioso. Il pregio fondamentale è farci capire quanto sia lontana l'Italia di oggi rispetto ai drammatici avvenimenti che ha vissuto il nostro Paese durante la guerra. La scrittura è semplice, efficace ed elegante ad un tempo. Le frasi brevi e i dialoghi serrati fanno pensare che l'autore si sia voluto rivolgere a un pubblico di adolescenti, che forse possono apprezzare maggiormente la vicenda d'amore di Camilla ed Enea rispetto ad un adulto, che rimane più impressionato dalla tragica omertà di Viola. Dispiace che l'autore non si sia impegnato a descrivere l'atmosfera di provincia, "il paesino perfettino"; se lo avesse fatto avrebbe dato spessore all'intero racconto, inquadrandolo meglio nel suo contesto sociale e culturale. Perché leggerlo? Si legge bene, ma è noioso.
Quando Teresa si arrabbiò di Dio
È la storia degli antenati di Alejandro, dalle loro origini ebraico-europee alle loro traversie sudamericane. Sono tutti personaggi incredibili con vicende di vita altrettanto inverosimili. Il romanzo si sviluppa dalle storie dei bisnonni sino all’incontro dei genitori secondo un percorso che va da un irrealismo delirante a una crescente verosimiglianza delle vicende e dei protagonisti. Non è possibile sintetizzare in poche parole i contenuti del romanzo: si possono chiarire i temi fondamentali con le stesse parole dell’autore: > noi non siamo gli anarchici che si ribellano contro Dio, la Scienza e lo stato. Nulla di tutto questo. Nulla potrà cambiare il corso dell’Era industriale... l’importante è sopravvivere e per fare questo non ci serve altra materia prima che la fantasia . La storia, la realtà attuale, gli uomini, tutto il mondo (presente, passato e futuro) devono essere visti tramite l’immaginazione e il mito, che esalta le caratteristiche delle persone rendendo possibile situazioni e vicende che, ricondotte a un concreto realismo, renderebbero estremamente pesante vivere; > non chiederti chi sei, perché non sei nessuno. Non sei mai esistito. Come me... Siamo degli impostori, in questo mondo che non è autentico, dove non c’è nulla di vero e il reale è un miraggio. Uniformi da ogni parte, copie di copie di copie, ogni vestito, ogni corpo, ogni anima è un travestimento... siamo morti fin dall’inizio dei tempi. Nessuno è mai nato... Strangolami, liberami da questa menzogna ; > non so se i ricordi precedenti alla mia nascita corrispondano al vero o siano semplici sogni. Non ha importanza. Comunque la realtà è la trasformazione progressiva dei sogni, non c’è altro mondo se non quello onirico . Lo stile e il ritmo narrativo corrispondono ai contenuti espressi: si sviluppa in modo veloce e convulso, senza dubbio attraente ma alla fine talmente delirante da diventare in certi tratti noioso e superficiale.
Le quattro casalinghe di Tokyo
Masako, Kuniko, Yoshie e Yayoi sono quattro casalinghe; lavorano di notte in uno stabilimento, che impacchetta cibo. È proprio lì che ci vengono introdotte, lungo le varie fasi della produzione, dallʼ ingresso in fabbrica, sempre nel buio con la paura di essere aggredite, sino alla catena di montaggio, attente al ritmo del confezionamento e ai rimbrotti del sorvegliante. Si crea una consuetudine, la quale è anche solidarietà, se non amicizia. Le quattro donne sono molto diverse: Masako, dura e inaccessibile, è un ex impiegata di uno istituto di credito, licenziata perché voleva fare carriera, soffre di una profonda solitudine perché orami respinta dal marito e dal figlio; Kuniko è piena di debiti a causa della sua frenesia di spendere; Yoshie è una vedova, costretta ad accudire la vecchia suocera, che peraltro la odia; Yayoi, delicata e gentile, è sconvolta dalla rivelazione del marito di aver dissipato i pochi soldi in banca nel gioco dʼazzardo e con le prostitute. Una sera, cacciato dal proprietario del locale dove era solito divertirsi, lʼuomo picchia la moglie. Yayoi inaspettatamente reagisce strangolandolo. > Quando ripensò alla faccia del marito, il collo stretto nella cintura, proprio lì nellʼingresso, si sentì di nuovo favolosamente, assolutamente diabolica. Ti ho beccato, ben ti sta!, pensò . Yayoi non sa cosa fare, si rivolge a Masako, la quale lucidamente decide di fare a pezzi il corpo dellʼuomo per meglio abbandonarlo nei cassonetti dei rifiuti. Allʼoperazione, che si svolge nel bagno di Masako, partecipano anche Kuniko e Yoshie, un poʼ per solidarietà e molto per soldi. Un bel modo per farla pagare ai maschi violenti! Ma perché Masako aiuta Yayoi? Non certo per soldi. Per amicizia? O perché sente > un desiderio quasi selvaggio di fare pulizia nelle sue relazioni con gli altri ? Cʼè un lato oscuro nella sua personalità, che lei stessa non conosce? Sembra un delitto perfetto, se nonché un piccolo usuraio scopre quanto è successo; glielo ha confessato Kuniko per liberarsi dei debiti. Invece di denunciare le quattro donne, lʼuomo propone a Masako di mettersi in affari, ossia far scomparire, facendoli a pezzi, i corpi delle vittime della yukuza, la potente mafia giapponese. Masako accetta. Se il romanzo avesse sviluppato questo filone narrativo ci saremmo trovati dinanzi ad una storia originale e divertente: in che modo semplici casalinghe fanno business con i cadaveri, generalmente di maschi; insomma, un rovesciamento delle parti, una vendetta di genere, anche se macabra. Ed invece lʼautrice rientra in una trama tradizionale. Nelle sue indagini la polizia si era concentrata sulla persona che aveva cacciato il marito di Yayoi: Satake, un maniaco che aveva scontato lunghi anni di carcere avendo pugnalato a morte una donna mentre la stava violentando. Satake si era rifatto una vita, ma lʼinchiesta della polizia lo rovina, anche perché riporta in luce il vecchio fatto di sangue. Lʼuomo decide di vendicarsi. Scopre agevolmente quanto è stato fatto dalle quattro casalinghe e comincia a perseguitarle. È intrigato in particolare dalla personalità di Masako, dalla sua freddezza e dalle sue capacità, ma anche perché comprende che sono simili. Vorrebbe ripetere con lei lʼorrendo amplesso. Inizia un duello tra Satake e Masako, nel quale la donna si muove con estrema abilità, riuscendo persino a mettere la yukuza contro lʼuomo. Ma una notte viene aggredita e trascinata da Satake in un capannone abbandonato. È la fine per Masako? Non diciamo come termina il racconto per non rovinare la sorpresa, possiamo solo dire che Masako conosce se stessa, finalmente. > Così come lei era disposta a farsi uccidere da lui, lui voleva essere annientato da lei. Allʼimprovviso Masako capì Satake.... e lo amò. (...) I loro sguardi si incontrarono, i loro corpi divennero uno solo. Ora negli occhi di Satake poteva vedere solo lʼimmagine riflessa di se stessa. Unʼonda di estasi incredibile stava per travolgerla . Lʼavvio è promettente, le prime trecento pagine hanno un ritmo incalzante, con episodi e personaggi che sorprendono sempre il lettore. Una sottile ironia serpeggia nel racconto; le quattro donne sono studiate nella loro ambiguità: in fondo brave donne, criminali per necessità. La personalità di Masako è dominante, un capo inflessibile ed autoritario di un gruppo di femmine spaventate, le quali prendono coraggio dalla determinazione della donna. Rivalità, soggezione, invidia, timore si susseguono nelle amiche, sconcertate dalla mancanza di empatia di Masako. Poi il romanzo si piega verso un racconto convenzionale: perde di mordente, diviene lento, oppressivo, scontato. Si arriva stanchi alla conclusione. Perché leggerlo? È intrigante, ma lo si può abbandonare senza finirlo.
Quattro indagini a Màkari
Saverio Lamanna era il portavoce di un importante uomo politico ed è stato licenziato brutalmente dopo che aveva scritto un comunicato stampa secondo il quale il suo capo era d'accordo con la liberalizzazione della cannabis. Fu un errore o Saverio desiderava lasciare un lavoro che non gli piaceva più? Non sappiamo, comunque fu costretto a lasciare Roma per tornare a vivere in Sicilia, nella casa dei genitori nel piccolo e tranquillo villaggio di Màkari, vicino alla più famosa località di San Vito Lo Capo. E' la casa dove aveva trascorso la sua infanzia, casa amata dalla madre venuta a mancare alcuni anni prima. Il libro è formato da quattro racconti, già pubblicati da Sellerio in precedenti raccolte; brevi storie che hanno lo stesso filo conduttore: «spesso cerchiamo il gioco grande, ma invece il gioco a volte è piccolo». Se pensiamo all'idea che abbiamo della Sicilia dove qualsiasi cosa è ricondotta alla mafia, Saverio ci parla di una Sicilia più vicina a noi di quanto potremmo supporre. E' lo stesso approccio di altri scrittori siciliani, come Andrea Camilleri e Cristina Cassar Scalia (si veda la recensione di «Sabbia Nera» in questo sito). C'è da chiedersi se la ricerca di crimini normali non contribuisca a distrarre l'attenzione dalla lotta alla mafia, anche se si comprende l'insofferenza verso stereotipi e grossolane letture della Sicilia. Nel primo racconto, «Il lato fragile», un noto protagonista della guerra contro la mafia è stato ucciso da un ragazzo, un fragile giovane che vive presso un sacerdote, anche lui antagonista della società mafiosa. Potrebbe sembrare un crimine di mafia o a sfondo sessuale. Sarà vero? In «Il fatto viene dopo», un amico di Saverio è stato licenziato dall'impresa dove lavorava da molti anni; chiede a Saverio, divenuto nel frattempo un noto scrittore, se può raccontare la sua triste vicenda: > c'è ancora qualcuno che crede nei libri, proprio ora che non servono quasi più a niente . Ma una cosa è fare letteratura ed un'altra cosa è la vita reale dove i fatti possono finire male. Nel terzo racconto («La regola dello svantaggio») la casa di Saverio è stata affittata per l'estate a sua insaputa: vuole andare a fare una denuncia alla polizia, ma l'astuto agente immobiliare gli fa presente che è meglio non applicare la regola dello svantaggio, così come avviene nel calcio quando il gioco continua dopo un fallo. Saverio dovrebbe spiegare perché si è fatto dare i soldi in nero, i turisti francesi dovrebbero testimoniare e avrebbero un cattivo ricordo delle vacanze siciliane, ne avrebbe un danno il turismo dell'isola se si sapesse della truffa: è meglio non fare nulla «così tutti sono contenti». Insieme con questa tipica vicenda italiana Saverio scopre che un ricco e anziano signore non è morto per cause naturali ma è stato ucciso con una overdose di insulina: è stato il figlio o la bella e giovane moglie? Il titolo dell'ultima novella («E' solo un gioco») potrebbe essere volto in domanda perché dietro una innocente squadra di calcio si nasconde un torbido segreto che può condurre al delitto. Savatteri è uno scrittore penetrante e ironico. Il crimine è un' occasione per parlarci con leggerezza dell'Italia, senza prendersi sul serio e non sperando di cambiare qualcosa. I personaggi sono descritti molto bene, l'ambiente siciliano (Palermo, Màkari e la sua spiaggia, la mitica cucina dell'isola) è descritto in modo affascinante, forse ci sono troppi dialoghi. spesso ripetitivi e noiosi. Il limite di fondo è che non ci sono suspense e mistero, gli ingredienti di base di qualsiasi intrigante racconto di Noir. Perché non leggere i racconti? Noiosi, lunghi e senza suspense, anche se a tratti divertenti.
Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana
Si tratta di un libro molto particolare, non solo per la lingua utilizzata (un misto tra il romanesco e l’italiano) e per lo stile, ma anche per il racconto, che, pur all’interno della trama tipicamente poliziesca, sembra essere l’occasione per la ricostruzione di ambienti sociali della Roma degli anni ʼ20. Si verificano due delitti in via Merulana a Roma, in una palazzina della buona borghesia romana: vengono rubati alcuni gioielli e, il giorno dopo, viene assassinata una donna. Si sviluppa, quindi, l’inchiesta giudiziaria, che viene condotta in parte dalla polizia e in parte dai carabinieri. Questa inchiesta è il contesto all’interno del quale vengono portati avanti alcuni ritratti sociali e individuali. Gli ambienti sono costituiti dalla borghesia romana e dalla vita condominiale, dal mondo della polizia con i suoi meccanismi burocratici e le sue piccole rivalità, dalla periferia romana con la sua povertà e desolazione. I personaggi sono rappresentati dal commissario Don Ciccio, dai coniugi, uno dei quali è la vittima dell’assassinio, dalle donne della periferia romana, nonché da numerosi altri personaggi minori. Al di là delle differenze, l’autore fa emergere la stanca rassegnazione della vita, priva di novità e di cambiamenti, la pochezza dei sentimenti(l’importanza del denaro e le piccole gelosie), la mediocrità dominante: il tutto addolcito da una lieve ironia e da una palese comprensione dei problemi della vita. La lingua rappresenta uno dei tratti più significativi del romanzo: essa è innanzitutto caratterizzata dall’uso del romanesco e quindi dal tentativo di superare l’artificiosità della lingua letteraria e ciò rende particolarmente vivaci i dialoghi e le conversazioni. Da questo punto di vista è bellissimo il lungo interrogatorio di una donna (la Ines), da parte della polizia. Fuori dai dialoghi l’autore utilizza una lingua inventata, ricca di parole in romanesco, in italiano (anche classico) e, secondo me, anche di neologismi. Emerge una ricerca dannunziana per la sonorità e l’effetto, che talvolta appesantisce e contribuisce a una sensazione di falsità e di formalismo. Come è scritto nell’Enciclopedia della Repubblica, > l’opera di Gadda nasce da un rapporto estremamente teso e violento con la realtà, concepita come intimamente sommossa, profondamente e irrimediabilmente deforme, disordinata, sconvolta, tanto che a essa si può applicarsi soltanto una parola che entri in gara con la sua deformità, la solleciti a rilevarsi appieno....la commistione dei dialetti... come difformità rispetto alle più ordinate e mistificate forme della lingua; poi le forzature metaforiche, portate a tensioni estreme, delle lingue tecniche; la sintassi ramificatissima e intricata, entro cui si manifesta l’intenzione di corrodere a fondo l’organizzazione consueta delle cose .
Questione di Costanza
Costanza è una madre single di Messina con una laurea in medicina e specializzazione in anatomia patologica. Disoccupata, vince un concorso per un contratto annuale di ricerca presso l'Università di Verona in paleopatologia. > Ignorante come una capra per tutto quel che concerne il Sacro Romano Impero, le Signorie e le mummie precolombiane, (...) la verità è che sono interessata a questa borsa di studio né più né meno come a un bancomat . Il romanzo si presenta come un giallo storico, oggi molto di moda: una ricerca di laboratorio e di archivio portata avanti sulla base di resti umani del 1200 appartenenti ad un cavaliere di rango. In realtà ci sono tre filoni narrativi che male coesistono insieme. Il racconto prevalente riguarda le vicende di una giovane madre: l'inserimento della figlia in una scuola materna di Verona, il senso di colpa verso la bambina, nata da un rapporto occasionale e costretta a crescere senza la figura paterna, la ricerca del padre (un facoltoso architetto di Milano), il quale, una volta rintracciato, riaccende i desideri di Costanza. E' un racconto banale e sorretto da una scrittura infantile: esce dalla monotona ordinarietà solo quando Costanza parla dei sogni erotici, > che non si possono raccontare a nessuno, nemmeno a uno di quegli psicoterapeuti fissati con i messaggi subliminali dell'inconscio . Un po' di coraggio! Cara Costanza non limitarti a dirci che al risveglio sei confusa e sconcertata; comunque ci affideremo a Patrizia Valduga: > in questa maledetta notte oscura/con una tentazione fui assalita/che ancora in cuore la vergogna dura./Io così pudica, così compita,/ vedevo un uomo a me venire piano/e avvolgermi quasi avido la vita;/un altro ne veniva e con la mano/oh delicatamente lui mi apriva;... (Da La Tentazione 1985). Il secondo filone narrativo è quello più propriamente poliziesco. Partendo da ciocche di capelli rossi Costanza e i suoi colleghi risalgono sino a Biancofiore, figlia di Federico II, vissuta in un monastero francese dove avrebbe estratto dalla rosa un profumo, le cui tracce sono state identificate nei resti umani ritrovati a Verona. Come mai finì in convento una principessa di rango imperiale normalmente destinata ad andare sposa a casate utili ad alleanze? L'autrice immagina che Biancofiore fosse zoppa, per questo inutile a fini matrimoniali, e si fosse inoltre innamorata di un cavaliere di parte guelfa che tradì Federico II e quindi fu assassinato. Con il terzo filone narrativo ci spostiamo nel 1200 alla corte dell'imperatore e poi del signore di Verona: il crudele Ezzelino. Prima si parla di Selvaggia, figlia naturale di Federico II, andata sposa ad Ezzelino, che l'avrebbe assassinata, secondo la leggenda: in realtà morì di parto. Poi si sviluppa la triste storia di Biancofiore, alla fine protagonista del romanzo poliziesco. Come si mettono insieme i tre filoni narrativi? E' difficile dirlo. Facendo affidamento alla fantasia possiamo dire che Selvaggia e Biancofiore sono un po' simili a Costanza; ancora innamorata del padre ritrovato della figlia, anch'essa deve accettare che lui si sposi con un'altra donna. Le tre ragazze insieme non possono che rassegnarsi al destino accettandolo: > non mostrerò disappunto, Non mostrerò disappunto. Non mostrerò disappunto. (...) Ma dentro mi sento liquefatta. Le mie speranze nascoste, liquefatte. Il piccolo, grande, depauperante innamoramento, liquefatto . La scrittura è troppo puerile per sostenere un racconto privo di trama e quindi da reggere con uno stile articolato, capace di dare spessore ai personaggi e al contesto. Perché non leggerlo? E' troppo banale.
Una questione privata
Il libro è ambientato nelle colline di Alba durante la resistenza. Milton è un partigiano, che ritorna nella casa dove ha frequentato, e amato segretamente, Fulvia, e apprende che la ragazza avrebbe avuto una relazione con Giorgio, diventato anche lui partigiano. Per sapere la verità si mette alla ricerca di Giorgio, il quale, nel frattempo, è stato catturato dai fascisti e rischia di essere fucilato. Milton cerca di fare un prigioniero per avere uno ostaggio da negoziare con i fascisti, non riesce in questa impresa e quindi ritorna alla villa ma viene inseguito dai fascisti, che si erano appostati nella casa. Il racconto può essere interpretato sotto molti punti di vista: la storia di amore di Milton per Fulvia, che travalica la passione politica, un > romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando Furioso e nello stesso tempo c’è la Resistenza così com’era, di dentro e di fuori (Italo Calvino prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno«, 1964); la guerra partigiana come tragedia esistenziale, che»nasce nelle selve, tra i fiumi, sulle colline, tra gli anfratti, i rigagnoli, i sentieri del suo Piemonte (Geno Pampaloni); la descrizione nuda e obiettiva della violenza come significato unico dei rapporti tra gli uomini, tema già presente nella raccolta di racconti «I ventitré giorni della città di Alba». Tutte queste interpretazioni sono possibili, perché, come ancora scriveva Italo Calvino: > è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché . A me piace, tuttavia, pensare che uno dei temi del libro sia la coesistenza della vita tipica della pace con un clima di guerra, che si estrinseca sia nella sopravvivenza del mondo dei sentimenti (la gelosia, l’amicizia, gli scherzi, i rancori tra vicini) che nell’abitudine alle condizioni imposte dalla violenza e dalla precarietà. Da questo punto di vista basti pensare all’episodio della stalla, nella quale riposa un gruppo di partigiani mentre una vecchietta lavora a maglia e un bambino prepara i compiti. > Presso l’uscio della cucina una vecchia sedeva su un seggino da bimbo e filava la conocchia. I suoi capelli apparivano della medesima materia del filato. Buona sera, signora, le disse Milton. Accanto alla vecchia un bambino inginocchiato su uno strato di sacchi stava scrivendo il compito su un mastello capovolto . La guerra è violenza e crudeltà ma gli uomini devono continuare a sopravvivere, devono cercare di conviverci. È questa la più profonda violenza della guerra. Il romanzo è splendido: lo stile è essenziale ma nel contempo suggestivo ed evocativo, soprattutto a motivo della descrizione del paesaggio e dell’ambiente.
Quinchotte
> Perché a me par vivendo questa mia povera vita, un'altra rasentarne come nel sonno; e che quel sonno sia la mia vita presente (Camillo Sbarbaro). In un mondo che va in frantumi è possibile salvarsi con la fantasia, creandosi un'altra realtà? E così facendo sfuggire alla morte? Rushdie cerca di rispondere a questa domanda con un grande affresco: al centro ci sono le fonti dell'illusione della nostra epoca, quelle che ci fanno credere che «tutto possa accadere»: la televisione, il cinema, i nuovi media e così via; c'è poi un racconto di un modesto autore di thriller: un anziano venditore di farmaci oppiacei è un moderno Don Chischiotte, dal nome evocativo Quinchotte, che si mette in marcia per le strade d'America per conquistare il cuore di una star della televisione; dopo c'è l'Autore, guarda caso uno scrittore anglo indiano, il quale via via che costruisce la storia capisce che Quinchotte, > il solitario in cerca dell'amore, il perdente nessuno che credeva capace da solo di vincere il cuore di una regina, era stato con lui tutta la vita, un ombra di se stesso, intravista talvolta di sbieco con la quale non aveva avuto coraggio di confrontarsi ; ed infine Rushdie stesso, che cerca di estraniarsi dal presente, così inquietante ed ambiguo, per legare passato e futuro e vincere in tal modo la morte. Nella cornice esterna di questo affresco a cerchi concentrici si rinnova la «grande partizione», tema dominante dell'autore indiano: il cambiamento climatico distrugge la terra e pregiudica la sopravvivenza, il populismo avanza vittorioso con le sue facili ricette, il razzismo e la violenza si diffondono, la Gran Bretagna si sta disgregando, città un tempo aperte e tolleranti come Londra si chiudono rancorose e diffidenti, gli ancoraggi di un esule come Rushdie si dissolvono: > il mondo non ha più a lungo un fine eccetto che tu debba finire il tuo libro. Quando lo hai fatto, le stelle inizieranno a svanire . Questo grande affresco, una sorta di testamento, non poteva che andare a scapito del racconto: esso si frammenta in mille rivoli, ci si perde nelle parentesi anche filosofiche, si è oppressi da una prolissità tipica di Rushdie, ma in questo caso non sostenuta da una scrittura sorprendente. Il filone narrativo più intrigante è quello costituito da Quinchotte. Mentre viaggia per le strade d'America gli si affianca il figlio che avrebbe voluto, Sancho, prima in forma incorporea, poi con una sua materialità per l'intervento della Fata Turchina e del Grillo Parlante. Nuovo Pinocchio, Sancho ha una sua individualità ma deve farsi una coscienza; non vorrà e quindi svanirà nel nulla: ossia solo l'etica ci dà vera vita. Nel frattempo un miliardario stravagante propone in televisione una «porta» verso un' altra dimensione per salvarsi dal disastro climatico. Quinchotte ha quindi uno scopo: portare la donna amata in un altro mondo, salvarla. Ma tutto questo è reale pur nella finzione o solo il frutto degli oppiacei che pervadono ormai nella nostra società? Probabilmente sono allucinazioni con le quali si crede di sopravvivere, di poter non fare nulla mentre si va verso la catastrofe. Insieme con la donna amata, Quinchotte si getta con coraggio attraverso la porta, ma si ritrova nella realtà irrealtà dell'Autore, realtà destinata a scomparire con la fine del libro, come succede a tutte le storie di fantasia. > L'uomo microscopico, la creatura dell'immaginazione dell'Autore, aveva brillantemente fatto l'impossibile e aveva congiunto i due mondi, aveva attraversato dal mondo della fantasia al mondo reale dell'Autore (...) Fermati gridò l'Autore, sapendo che cosa sarebbe accaduto subito dopo, la cosa che non poteva fermare, poiché l'aveva già scritta; era già accaduta, così non poteva impedire che accadesse. Il suo cuore batteva, come se potesse separarsi dal petto. Ogni cosa stava arrivando ad una conclusione. Rushdie > non poteva impedire la fine del mondo né la morte dell'Autore né la fine di due preziose, anche se piccole, vite umane . Quanti argomenti vuole trattare il grande scrittore indiano! E' come se tutta la sua vita gli sia davanti e lui abbia voluto ripercorrerla con una storia sbalorditiva: la grande letteratura che l'ha ispirato, le vicende della sua famiglia e del suo paese, l'angoscia dell'esistente, il piacere della fiction, anche televisiva. E' come se volesse strappare un velo e mediante il reale - irreale metterci dinanzi al nostro destino, l'estinzione della specie umana, la morte individuale. Certo ci prende la nostalgia per ciò che il racconto non è riuscito a dare, l'incredibile storia del Don Chisciotte moderno: quanti di noi vorremmo avere il coraggio di questo strambo vecchietto, tele dipendente ed eppure saggio, per gettarci anche noi in una inverosimile storia d'amore con una star! Se tutto può accadere.... Siamo stati abituati ad una scrittura barocca, dannunziana e travolgente; invece siano dinanzi ad uno stile piatto, facilmente leggibile ma prosaico e banale, come quello di altri scrittori. Talvolta ritorna il grande Rushdie. Dinanzi all'eventualità prospettata da Sancho che la donna amata non voglia il vecchio scapolo, così si indigna Quinchotte, gridando. > Che domanda è questa? (...) E' la domanda di un ignorante. E' l'inchiesta di un mandrillo cercando di parlare inglese. E' lo sputacchio di un pesce fuori dall'acqua. E' il ballo di una ameba che pensa di essere un essere umano. E' un insulto alla grandezza della mia ricerca...
Racconti
Il libro raccoglie i racconti di Cesare Pavese tra il 1936 e il 1946. Molti di essi sono già stati pubblicati, principalmente nel volume Fiera dʼAgosto, altri invece sono inediti, talvolta incompiuti. Sono gli anni del carcere e del confino dellʼautore, della guerra partigiana e dei primi anni del dopoguerra. I primi racconti hanno la struttura di piccoli romanzi con unʼattenzione per i personaggi e il contesto, che non si ritrova, poi, nelle narrazioni del dopoguerra, che diventano più brevi, maggiormente riflessive, sempre più introspettive. Già in «Terra dʼesilio», con il quale si apre la rassegna, il protagonista, «sbalzato per strane vicende di lavoro proprio in fondo allʼItalia», palesa uno dei filoni conduttori dei racconti: il senso di estraniamento e di attesa, che nasce dalla contemplazione della natura, del mare e della collina. > Laggiù cʼera il mare. Un mare remoto e slavato, che ancor oggi vaneggia dietro ogni mia malinconia. Là finiva ogni terra su spiagge brulle e basse, unʼimmensità vaga.... avrei voluto tutto vuoto oltre quella balza disumana . Lo stile è asciutto, eppure già simbolico. Via via che si prosegue con i racconti, si può seguire lʼevolversi della scrittura e del mondo espressivo dellʼautore, sino al capolavoro della rassegna: «Villa in collina». Il protagonista è stato invitato ad un ricevimento nella villa, che frequentava da ragazzo. La narrazione ruota intorno ad un suo amore mai corrisposto, quello per Ginia, fatua, incantatrice e traditrice ad un tempo, ma mai colpevole. Lʼincipit del racconto è magistrale. > Risalivo la strada della collina e gli antichi scenari di verde e di muriccioli, via via che sorgevano alle svolte, mi parevano finti. Tanto tempo ne ero vissuto lontano ripensandoci appena in certi istanti svagati, che la loro attualità mi faceva ora soltanto lʼeffetto di un simbolo del passato. Ma non erano simboli la brezza della sera e lʼodore di quella terra. Qui ritrovavo corporalmente lʼatmosfera della mia gioventù, perché queste cose non le avevo mai dimenticate, ma in lontane campagne o nei viali della città, tante volte avevo fiutato lʼaria riassaporando altri tempi . Il ritorno al mondo della gioventù, così ricco di attese, si rivela una delusione, perché Ginia si muove ormai nellʼambito di una rete di relazioni a lui estranea. Non gli resta che allontanarsi > senza ricordi, rispondendo appena ai discorsi, anelando allʼistante che sarei stato solo . La memoria, la nostalgia, la ricerca della solitudine diventano, nei racconti successivi, una «dolce cattività» ( come dice Montale in Riviere), nella quale lʼautore resta imbrigliato in termini sempre più esistenziali. Un bellissimo breve racconto, «Il campo di granturco», è lʼoccasione per lʼautore per una riflessione su sé stesso, perché spesso «certi colloqui remoti si rapprendono e concretano nel tempo in figure naturali» Un giorno doveva aver incontrato questo campo di granturco, anche se non si ricordava, ma > ogni volta che avevo osato un passo dentro la selva gialla, il campo doveva avermi accolto con la sua voce crepitante e assolata.... cʼera in quel crepitio un silenzio mortale, di luogo chiuso e deserto, che schiudeva nel cielo lontano una promessa di vita ignota, impervia, seducente come le colline . Ma se in questo racconto cʼè ancora il senso di un futuro, in uno degli ultimi subentra solo la disperazione. In «Risveglio», il protagonista non risponde alla domanda dellʼamico su che cosa farà il giorno successivo. Si limita soltanto a voltarsi e a camminare, abbondonato a sé stesso. > Nulla poteva ormai abolire la realtà miserevole della mia esistenza... decisi allora di attendere il giorno per le strade.... giacché tutta la città era deserta e il cigolio di qualche carro lontano non era cosa di città ma di campagna . Come è stato notato da molti critici, i personaggi dei racconti sono dei «vinti», ai quali la sconfitta non impedisce, tuttavia, di conservarsi unʼidea mitica e smisurata della vita stessa. Essa risiede nel paesaggio delle colline e nellʼattesa vagheggiata del mare, mentre il contesto sociale e i diversi personaggi svaniscono sempre più nel sottofondo, come comprimari dellʼunico colloquio realmente importante, quello tra lʼautore e la natura. Lʼabilità stilistica di Pavese è di muoversi verso una dimensione lirica e figurativa, pur conservando una scrittura asciutta, apparentemente realista. Perché leggerlo? Non tutti i racconti sono ovviamente allo stesso livello, ma quelli riportati sono sufficienti per dedicare del tempo alla lettura.
I racconti di Franz Kafka
I racconti di Kafka sono generalmente brevi scritti, caratterizzati da una trama paradossale, da contenuti criptici e difficilmente comprensibili. Il racconto, senza dubbio, più importante è la Metamorfosi, che si può considerare un capolavoro sia sotto il profilo strettamente letterario che per quanto riguarda i contenuti. Gregor, un impiegato modello, si sveglia trasformato in un grande insetto, probabilmente in uno scarafaggio. Dapprima la famiglia è sbalordita, poi ha nei suoi confronti un moto di pietà e di compassione (in particolare la sorella) e infine subentra l’indifferenza e il disprezzo. Alla fine Gregor si lascia morire e i genitori e la sorella non si interessano neanche di dove è stato gettato il corpo. Il racconto può avere diversi significati. Innanzitutto, qual è la causa di questa trasformazione? È, forse, la rivolta di un ragazzo costretto, ancora giovane, a mantenere la famiglia (il padre, pieno di debiti, che non fa nulla, la sorella che vorrebbe fare la violinista) sotto il rigido e vessatorio controllo di un capo ufficio. Dopo la notte in cui avviene la trasformazione, alla mattina Gregor dovrebbe, come al solito, partire presto e il fatto che continui a restare in camera è considerato da tutti una dimostrazione di pigrizia, già essa una sfida alle regole della società. > Ma signor procuratore, gridò Gregor, abbia pazienza ancora un attimo. Però sto già molto meglio. Come può accadere una cosa simile! . È il tema di una società burocratica e vessatoria, che non accetta in alcun modo la rottura delle regole. Ma c’è, per me, un altro tema ancora più universale. Cosa succede quando una persona si ammala di una grave malattia? All’inizio tutti gli sono vicini, pieni di compassione e di bontà, poi pian piano le persone cominciano a estraniare il malato, a cambiargli le abitudini e l’arredamento, perché non è più necessario, sino a lasciarlo nell’indifferenza. Così succede a Gregor. All’inizio la sorella lo accudisce a differenza del padre, che sin dall’inizio lo respinge sino al punto di ferirlo gravemente. Poi la madre e la sorella decidono di liberare la stanza dai mobili così da rendere più facile per Gregor muoversi lungo le pareti (chiara dimostrazione di una bontà che non tiene conto della volontà del malato). Gregor non vuole, perché significa abbandonare la sua natura di uomo, di persona sana, e reagisce sino al punto di attaccarsi a un quadro per evitare che glielo portino via. Poi un giorno che la sorella suona il violino, Gregor, il grande insetto, è affascinato dal suono e vorrebbe avvicinarsi alla sorella per abbracciarla e farla suonare solo per lui. Viene invece respinto con crudeltà perché è un mostro. Non restano che la solitudine e la morte. Insieme con la trasformazione di Gregor, si attua un cambiamento nei parenti. Il padre riprende a lavorare e gira impettito nella sua divisa, la sorella fa la commessa e si veste con il colletto aperto, anche la madre lavora. Quando Gregor scompare si apre una nuova vita, dimentichi totalmente del congiunto che eppure li aveva così aiutati.
I racconti di Rainwater Pond
Siamo a Wexford, una contea situata nella parte nord-orientale dell'Irlanda e narrata da Billy Roche in numerosi lavori teatrali. Il luogo comune a tutti racconti è lo stagno di Rainwater: > un luogo oscuro e insidioso. Potevi lanciarci una monetina e guardarla entrare nell'acqua torbida, tornare a casa, prendere il tè, andare al cinema, ritornare per la seconda volta a casa, (...) e quella monetina era ancora lì che si inabissava mentre rientravi a casa per la cena . Il fascino oscuro dello stagno faceva sì che il protagonista di una delle storie più suggestive, «Uno non è un numero», un povero storpio emarginato e perseguitato dagli altri ragazzi, era convinto che «quel posto avesse delle proprietà magiche che potessero in qualche modo guarirlo», se avesse immerso il suo povero piede nell'acqua. E sempre soffermandoci su questo splendido racconto, deve essere proprio magico questo stagno se a un certo punto compare un sosia, quello che avrebbe voluto essere l'infelice storpio: > lui era l'altro me, il vero me, quello che mi viveva dentro, (...) bello, forte e in salute, con i capelli color grano e nessuna lentiggine, (...) un'abitudine elegante, pensai, e aveva una voce profonda che non usava mai troppo . Ed Evelyn, la ragazza invano amata dallo storpio, «se ne andò verso casa, fluttuando a un paio di centimetri da terra», e pareva una fata. E' avvenuta la metamorfosi del brutto ranocchio in un bel cigno bianco? Come in tutti i racconti, le vicende individuali si spengono, talvolta senza una chiara conclusione, in una banalità del vivere, come se fossimo tutti imprigionati nel nostro destino, in una quotidinatià prosaica, ristretta e immobile, e lo stagno di Rainwater è ad un tempo un luogo fisico e la metafora della nostra coscienza sofferente e incapace di liberarsi. Come pensa il protagonista nell'ultimo racconto, non a caso intitolato «Un luogo tranquillo», tutto quel agitarsi per avere una propria vita era stato solo > un misterioso scherzo del destino che, alla fine, aveva agito per il suo bene; e in quel momento era tutto finito, gli attori avevano rimesso in valigia i loro costumi ed erano ritornati alla vita di tutti giorni . Nella successione dei racconti emerge uno stacco, che separa la raccolta in due parti. Sino alla storia dello storpio e della sua disparata solitudine, un racconto lungo e articolato, predomina un realismo magico e ancestrale, che richiama Elsa Morante di «Menzogna e Sortilegio» e Anna Maria Ortese di «Il mare non bagna Napoli» e del «Cardillo addolorato» ( si vedano le recensioni in questo sito); talvolta traspare un bisogno di amore che dovrebbe compensare difetti fisici (come per la grassa Maggie) o aiutare a fuggire da una condizione infelice: si pensi allo splendido finale di «Le luci del Nord» dove la protagonista torna a casa e trova il marito deluso di vederla, senza traccia di sospetto né di gelosia: > lei sospirò tra sé e sé. Ora le era tutto più chiaro. Quella notte, dopo il tè, sarebbe salita per dipingere un ritratto di lui: un uomo solo seduto alla finestra, davanti un argenteo cielo notturno . A proposito, è una reazione ben diversa da quella della protagonista di Alba de Céspedes in «Da parte di lei» che uccide il marito perché indifferente e annoiato (si veda la recensione in questo sito). Nella seconda parte il ritmo narrativo diviene incalzante, i personaggi sembrano in un palcoscenico a recitare una commedia; la lettura scorre veloce, intrigante e facile, ma si disperde lentamente l'atmosfera fantastica dei primi racconti, persino lo stagno si dissolve sullo sfondo, perdendo quella presenza inquietante e misteriosa che dava fascino alla narrazione. Siamo distanti da altri scrittori irlandesi, con il loro lessico affascinante e suggestivo, talvolta incomprensibile, caratterizzati da una sintassi articolata spesso difficile: neologismi, suoni che paiono venire da altre lingue, diverse dell'inglese classico, lunghe frasi, digressioni e incisi. In questo caso i periodi sono brevi, con un ampio ricorso alla punteggiatura, come avviene spesso nella narrativa americana contemporanea. La traduzione è efficace nel dare il senso profondo dei racconti, anche se c'è da chiedersi se non abbia semplificato il lessico, come succede spesso. Forse la scrittura e la struttura narrativa risentono della prevalente impronta teatrale dell'autore. Perché leggerlo? Una riflessione sulla condizione umana partendo da un microcosmo.
Racconti italiani
Jhumpa Lahiri è una scrittrice anglo-bengalese (vedi in questo sito la recensione di The Namesake, il nomignolo); affascinata dalla lingua italiana, ha compiuto «una specie di gioco del rovescio» (come scrive nell'avvertenza): tradurre in inglese una raccolta di racconti della nostra letteratura per poi presentare la stessa antologia al pubblico italiano. Gli autori, alcuni noti ed altri meno, sono messi sotto la lente d'ingrandimento di una straniera, di una scrittrice con una propria impronta interpretativa e letteraria. La rassegna è molto ampia: 40 autori presentati secondo l'ordine alfabetico, da Elio Vittorini a Corrado Alvaro, con una distribuzione innovativa rispetto al criterio cronologico generalmente usato dalle antologie. Malgrado il lungo arco di tempo, da «Fantasticheria di Giovanni Verga pubblicato nel 1880 a»Controtempo > di Antonio Tabucchi del 2009, Lahiri ci manda un importante messaggio: la letteratura è senza tempo, il contesto sociale e letterario non conta, è ciò che si dice e come lo si dice che devono avere valore per noi. Ed allora sorge una curiosità: cosa ha valore per Lahiri? Per tentare di capirlo possiamo partire da una scrittrice italiana ormai dimenticata. In un bellissimo racconto, La noce d'oro > , Cristina Campo riporta alla luce momenti della sua infanzia e ci coinvolge nelle origini delle sua passione per le fiabe e per i misteri. Andando alla scoperta dei libri della nonna compare dinanzi alla fervida fantasia di Cristina bambina un ambiente di tenera funebria dove le principesse dalla vita di vespe avevano l'aria di portar busti e forse anche posticci, in vaste regge grigio-cupe. (...) Scopersi allora con un brivido che quei fatali luoghi e personaggi non erano diversi, tutto sommato, dalle gialle e inquietanti fotografie cabinet di mia nonna giovane e di altre belle congiunte morte che mia madre, in astucci in cuoio verde, portava sempre con sé nei suoi viaggi > . E quindi che differenza c'è tra il mondo delle fiabe e quello reale? Nessuna, è come si visita i propri defunti al cimitero e si scopre, attoniti e spaventati, il prodigio: ai nomi cifrati, alle iscrizioni geroglifiche, si sostituivano di colpo, sul marmo tenero, i loro nomi, i miei stessi, quelli che io stessa portavo al collo sulla medaglia d'oro. (...) La fiaba era là, terribile e raggiante, risolta un attimo e irrisolvibile: l'eterna, la sempre ritornante nei sogni, viatico al pellegrinaggio, noce d'oro da serbare in bocca, da schiacciare tra i denti nell'attimo dell'estremo pericolo > . La letteratura è quella noce d'oro, la quale, mescolando fantasia e realtà, ci protegge dal pensiero della Morte. Giuseppe Tommasi di Lampedusa ha ancora pochi mesi di vita quando scrive un racconto sconcertante, di rara eleganza: La sirena«. Il narratore, solo»esemplare superstite > di un'antica famiglia siciliana, incontra a Torino un conterraneo, il più illustre ellenista dei suoi tempi. Riesce ad entrare nelle confidenze dell'eminente professore, tanto ad essere invitato a casa. Qui scopre che l'anziano studioso vive solo, non ha mai frequentato l'altro sesso, malgrado sia stato un giovane di straordinaria bellezza, una sorta di dio greco. Quali sono le ragioni di una misoginia perseguita per tutta la vita? Come in Le mille e una notte > (vedi recensione su questo sito) entriamo in una matrioska letteraria che ci conduce in una leggendaria storia mitologica all'interno di una prosaica narrazione borghese. In una spiaggia di rara bellezza, dinanzi a una pura distesa di mare, il professore ancora giovane scandiva ad alta voce versi dei poeti e i nomi di quegli Dei dimenticati, ignorati dai più, sfioravano di nuovo la superficie di quel mare che un tempo, al solo udirli, si sollevava in tumulto o placava in bonaccia > . E come se l'antica lingua, recitata dal giovane ellenista, risuscitasse le meraviglie del mito e del sortilegio, emerse una Sirena: riversa poggiava la testa sulle mani incrociate, mostrava con tranquilla impudicizia i delicati peluzzi sotto le ascelle, i seni divaricati, il ventre perfetto; da lei saliva quel che ho mal chiamato un profumo, un odore magico di mare, di voluttà giovanissima«. E la Sirena gli disse,»tu sei bello e giovane, dovresti seguirmi adesso nel mare e scamperesti ai dolori, alla vecchiaia. (...) Io ti ho amato e, ricordalo, quando sei stanco, quando non ne potrai proprio più, non avrai che da sporgerti sul mare e chiamarmi: io sarò sempre lì, perché sono ovunque, e il tuo sogno di sonno sarà realizzato > . C'è quindi da qualche parte, nella nostra stessa immaginazione, un'ancora di salvezza rispetto alla sofferenza e alla Morte. Può essere un fugace incontro con un signore a farci sognare, come avviene nel La signora > di Lalla Romano, o potrebbe essere un animale ibrido, come il Centauro, il cui amore non corrisposto ne scatena la furia (vedi Primo Levi Questio de Centauris > ), oppure, infine, la fuga dal dolore potrebbe risiedere in un ancestrale e sfortunato affetto per una cerbiatta, come nel racconto La cerbiatta«di Grazia. Deledda. Come si legge nel magnificente racconto»Il facchino e le dame" di «Le mille e una notte», > tutto ciò che ci vedrai fare, tutto ciò che osserverai intorno a noi... non cercare di capirne la ragione . La scelta dei racconti e degli autori è estremamente personale; per fortuna Lahiri non ha studiato la letteratura italiana sui manuali di critica dei professori nostrani, si è invece lasciata trasportare dalla curiosità, da indicazioni anche episodiche e da un gusto ben chiaro di chi e di cosa bisogna leggere. Con questo approccio compare una letteratura ben diversa da quella che abbiamo studiato: in discarica il presunto verismo e neo realismo, accoglienza alle storie ambigue, fantasiose e inverosimili, riscoperta di autori ed autrici trascurate e persino maltrattate. Alcuni scrittori risultano non così attuali o importanti (si pensi al celebrato «Un marziano a Roma» di Ennio Flaiano), altri ritornano all'attenzione come Fabrizia Ramondino con il racconto «La Torre». Perché leggerlo? Una interessante e innovativa rassegna della letteratura italiana.
Racconti romani
Nel racconto «Casa Luminosa» una giovane famiglia di migranti è venuta a Roma e crede di avere trovato una casa dove vivere serenamente; ma i vicini, aizzati dalle «donne-corvo», insultano e minacciano l'innocua copia di sposi. La moglie torna al paese natale e il marito resta in Italia. Va in un bar e vede un signore bere tranquillo un chinotto. > Devo dire che ero un po' stupito e anche forse un po' invidioso di uno che si sentiva così a casa in quel locale, che se ne fregava delle barriere, che non aveva paura di rompere le scatole. Osservandolo avevo capito quanto mi ero sentito, in tutta la mia vita, o un intruso o di passaggio. Il tema del viandante senza più un suo luogo è il filo conduttore di questa raccolta di racconti, che più della prosa di Moravia, che riecheggia nel titolo, richiama quella di Mario Soldati (si vedano in questo sito le recensioni dei romanzi di questo scrittore e in particolare «l'Attore») e la claustrofobica atmosfera dei «Sessanta racconti» di Dino Buzzati (pure questi recensiti in questo sito). L'intruso non è solo il migrante; siamo noi tutti, isolati e dispersi in una Roma «tra inferno e paradiso». I protagonisti dello splendido racconto «La scalinata» (snodo della raccolta) sono tutti i dispersi della nostra società. «La madre» sale la scalinata di primo mattino > e tira fuori il cellulare dalla borsa per scattare l'ennesima foto del panorama. La invia subito a suo figlio, (...) vive con i nonni in un altro continente, in una città umida piena di corvi e palme e polvere. «La vedova» > che scende la scalinata in tarda mattinata ha paura del vetro frantumato e stenta a posizionare i piedi. (...) Si sente inoltre aggredita da tutto quello che scrivono con le bombolette sui muri che fiancheggiano i gradini. «L'espatriata» > che, all'ora di pranzo, corre svelta sulla scalinata sarà operata il giorno dopo. (...) Avrebbe preferito tornate nella sua città natale, (...) ma sarebbe troppo difficile da organizzare. «La ragazza», > che scende la scalinata alle due di pomeriggio è circondata da tante altre ragazze. (...) Solo che questa ragazza non mette come le altre le minigonne che sembrano paralumi morbidi.(...) Ogni giorno, per due minuti o tre, (...) si fonde a loro insaputa all'organismo collettivo, alle braccia, alle gambe lisce e scoperte, ai capelli sciolti, e immagina temporaneamente di essere una di loro. I «due fratelli», che si siedono sulla scalinata verso il tramonto a bere una birra, scoprono che il padre va a vivere con un amico e dell'infanzia non resta che un nostalgico ricordo. «Lo sceneggiatore», che abita in un palazzo a ridosso della scalinata, e che solo d'estate (la moglie al mare) vaga per la Roma meravigliosa di Pasolini, finisce aggredito sui gradini della scalinata. Come si pone la scrittrice, che vive tra l'America e l'Italia, rispetto a questi esiliati e a una Roma lucente ma repulsiva, dove tutti si sentono stranieri? Come Manto, la «vergine cruda», cantata da Dante nel canto Ventesimo dell'Inferno, la scrittrice è condannata a «fecer malie con erbe e con imago» (verso 123 del Canto), non per profetizzare il futuro ma per restare imprigionata nella rimembranza, come gli indovini di Dante che camminano con la testa voltata all'indietro. Nel racconto finale, «Dante Alighieri» (titolo evocativo dell'amore per la nostra lingua), esce allo scoperto l'io della narratrice. Mentre l'aereo scende verso Fiumicino, la scrittrice rivede la sua vita come dall'alto, torna con la mente alla letterina ingenua e disperata del suo primo innamorato, che sulla busta scrisse «Dante Alighieri», forse a indicare che lei era la sua Beatrice. Perché, pensa la scrittrice, riaffiorano i ricordi, proprio quando > la pelle si è assottigliata? E perché proprio a Roma, > oramai piena di cose rotte, sbagliate, piagate, buttate, defunte, ma non ce la faccio a recidere i fili? Jhumpa Lahiri è una grande scrittrice angla bengalese (in questo sito si può leggere «The Nickname»); ha curato una interessante e ampia antologia di racconti italiani, che spaziano da Verga a Tabucchi (si veda la recensione di «Racconti italiani» in questo sito). Proprio dalla scelta dei racconti e degli autori, spesso non menzionati nei manuali scolastici, emerge l'attenzione dell'autrice per i «diversi» e per la «fantasticheria». E' un tratto che si ritrova pure nei «Racconti romani», che raccoglie e riordina molti scritti già pubblicati in riviste. Dapprima la scrittura di Lahiri è timida e talvolta incerta, poi diviene sempre più sicura, con una sintassi articolata e una ricca aggettivazione: uno stile che nasce senza dubbio dalla lettura attenta dei nostri classici, in particolare di Dante. D'altra parte pure in inglese Lahiri non è un'autrice essenziale e minimalista, ama invece l'eleganza e la ricerca delle parole, forse pure per questo si è innamorata della nostra lingua. Perché leggerlo? intenso e piacevole.
La ragazza che giocava con il fuoco
Il romanzo è, in qualche modo, la continuazione del libro precedente. Questa volta la protagonista è la ragazza, Lisbeth Salander. L’avvio è lento e disteso. Lisbeth, ormai immensamente ricca, vive nei caraibi e ritorna poi in Svezia, dove riprende una relazione con una vecchia amica e ricontatta il suo vecchio tutore, ricoverato in clinica per un ictus. Il giornalista, invece, è coinvolto in unʼindagine sullo sfruttamento del sesso, portato avanti da una coppia, una ricercatrice universitaria e un giornalista. Nel frattempo, il nuovo tutore di Lisbeth, un avvocato depravato, vuole vendicarsi della ragazza, che lo tiene in pugno con un filmato che lo riprende mentre la violenta, e quindi coinvolge un gruppo di delinquenti. A questo punto il romanzo assume un ritmo più intenso: l’avvocato viene ucciso con la stessa pistola con la quale vengono assassinati, la stessa notte, la ricercatrice universitaria e il giornalista convivente. Viene accusata Lisbeth, andando a ripescare la vecchia storia di squilibrio psicologico della ragazza. Tutto il paese è coinvolto nella sua ricerca, che i mass media e la polizia dipingono come una psicopatica. È ovvio che la storia è ben diversa: la ragazza era stata accusata di essere una psicopatica (e quindi prima internata in un manicomio e poi messa sotto tutela), in quanto era la figlia di una nota spia russa, che era passata al servizio della Svezia. Il padre della ragazza era in realtà, lui sì un violento e un psicopatico, ed è dietro agli omicidi in quanto ha timore che si scopra la verità. Si succedono una serie di avventure, ma alla fine la ragazza viene salvata, questa volta, dall’amico giornalista: > aprì un po’ gli occhi e lo fissò per un lungo momento. Il suo sguardo era sfuocato. La sentì mormorare qualcosa così sottovoce che riuscì a malapena a distinguere le parole, Kalle dannatissimo Blomkvist . I temi del sesso e della violenza sessuale verso le donne sono sempre gli argomenti del libro. Ad essi se ne aggiungono altri due, che assumono la preminenza via via che il romanzo sviluppa: da un lato l’ambiente della polizia corrotto e superficiale, dall’altro l’assistenza sociale ai minori che spesso opera secondo schemi convenzionali e sotto la pressione di psicologi ed esperti, a loro volta corrotti e dominati da ossessioni e stereotipi. Lisbeth è stata vittima non solo dei servizi segreti, che la volevano internare per evitare complicazioni nella gestione di un personaggio scomodo, quale era il padre della ragazza, ma subisce anche gli approcci consolidati nel mondo dei servizi sociali, che vedono i «diversi» come una minaccia alla convivenza sociale al di là della loro intelligenza e sostanziale onestà. È l’individuo asociale che disturba e va in qualche modo rimosso. Il libro è appesantito da troppe «parentesi» e personaggi rispetto alla trama centrale, talvolta i dialoghi risultano prolissi e ripetitivi così come appaiono un po’ scontate e inverosimili alcune soluzioni narrative: per esempio, il fatto che la polizia non indaghi sul computer del giornalista ucciso, la presenza di un gigante, tra l’altro fratellastro della ragazza, che appare invincibile in quanto non sente il dolore e poi si fa facilmente incatenare da Blomkvist, la sopravvivenza della ragazza che riesce a salvarsi malgrado sia stata seppellita viva.
La ragazza del convenience store
In Giappone i konbini sono piccoli supermercati dove c'è di tutto; ed è qui che si è sviluppa un racconto, apparentemente lieve e scontato, che affronta invece una questione importante: come dirà la protagonista dopo un colloquio con la sorella, la gente preferisce una persona > «normale» anche se piena di problemi, anziché una sorella tranquilla ma «anormale», di un altro pianeta. Keiko è cresciuta in una famiglia serena, con genitori premurosi e una sorella che le vuole bene, eppure fin da piccola è stata una bambina «strana», asociale, a tratti persino aggressiva. La generale riprovazione a seguito di gesti singolari, come per esempio uccidere un passerotto, l'ha condotta a chiudersi in se stessa. > Mi avvicinavo all'età adulta, all'ora della verità, e continuavo a ripetermi che dovevo guarire a tutti i costi. La svolta arriva quando viene assunta in un konbini. Dopo una breve formazione, Keiko impara a ordinare gli scaffali, mettendo in risalto i prodotti in promozione, a tenere pulito il locale e soprattutto ad accogliere a voce alta i clienti. > Irassahimase! (benvenuto in giapponese) gridai (...) inchinandomi come da manuale e cominciando a scansionare i prodotti. In quell'istante, per la prima volta nella vita, assaporai la sensazione di aver trovato il mio posto nel mondo. Sono nata, finalmente!, pensai entusiasta. (...) Il trillo ripetuto che accompagna l'ingresso dei clienti risuona come le campane di una chiesa. La scatola rettangolare di vetro luminoso e trasparente mi accoglie dentro di sé. Un mondo perfetto, che continua a girare senza sosta. Nutro una fede cieca e assoluta in questo microcosmo lucente- Con dolce ironia la scrittrice ci accompagna ad apprezzare la vita del konbini: il frastuono dei clienti, i colleghi sempre più simili nei comportamenti e persino negli accenti, il succedersi dei capi, ciascuno da accettare con i loro difetti, e poi la merce sugli scaffali, il cuore del supermercato, prodotti che sono cambiati nel tempo adattandosi a nuovi consumi. Gli anni passano, Keiko invecchia con il suo contratto part time, vive in un misero monolocale, è ancora vergine. E' serena, appagata dalla «musica del konbini», > una miriade di suoni che si fondono tra loro e si insinuano dentro me senza sosta. Per i genitori e la sorella, per le amiche come per gli stessi colleghi, Keiko non può essere felice perché diversa, lontana dalle convenzioni sociali, che vogliono che una donna si sposi, procrei e allevi dei figli, abbia un impiego sicuro e un buon salario. Per giustificare la sua «strana» vita Keiko si è inventata che è malata, ma questa scusa non può reggere a lungo. Per zittire tutti, e non per amicizia, Keiko si mette in casa un ragazzo egoista e sfaccendato; finalmente, può dire che ha un uomo, forse si sposerà. > Vergine, zitella e povera commessa di un konbini, (...) tutti ti crederanno sessualmente uguale e sarai uguale a tutte le altre donne del pianeta. Keiko, però, scopre che nel suo «microcosmo lucente» non è più la commessa cui rapportarsi in modo professionale, è una donna fragile, di fronte alla quale > non c'era più il mio ottavo capo, bensì solo un maschio della specie umana, smanioso come tutti di vedere una sua simile accoppiarsi e riprodursi. Nel nome della perpetuazione della razza. Che resta da fare? Fuggire dal konbini alla ricerca di qualcos'altro o capire senza sotterfugi che > prima ancora di un essere umano sono una commessa del konbini? Con una scrittura piacevole e una narrazione distante da psicologismi e giudizi morali l'autrice ci dice come non tutti debbano appartenere alla «tribù dei normali», come la ricerca della felicità ha tante vie e accettare la propria, pure se modesta e priva di ambizioni, permette di stare in pace con se stessi. Nel racconto della ragazza del konbini c'è senza dubbio una critica alle convenzioni della società giapponese; in distanza emerge pure il desiderio di ripiegarsi su se stessi, di non lasciarsi necessariamente intrappolare dall'amore, dal sesso, dalla figliolanza. Il kombini è come un monastero dove la donna può essere finalmente libera, sotto la corazza della professionalità e in un ambiente di lavoro immobile ma splendente di luci e rumori. La trama è fragile, la narrazione si evolve lentamente, con lunghi dialoghi spesso noiosi e inconcludenti. I personaggi di contorno sono banali o inverosimili per fare da spalla alla protagonista: esse non esce, di fatto, dal proprio «io narrante», ironico e acuto ma alla fine stantio e scontato.
La ragazza di Bube
In una celebre ballata Guido Cavalcanti canta le pene d' amore: «questo (è) tormento disperato e fero,/ch strugg' e dole e 'incende ed amereggia». L'amore non porta la felicità, soprattutto se > Trovar non posso a cui pietate cheggia,/mercé di quel signore/che gira la fortuna del dolore . Questo stato dell'animo è descritto con malinconica dolcezza da Cassola, e lo fa dal punto di vista di una ragazzetta, in una misera famiglia operaia di una cittadina della Toscana appena liberata dai nazi-fascisti nel 1944. Non è importante l'ambiente, e più utile inoltrarsi nella scoperta dell'amore di un'adolescente, raccontata con una sensibilità sorprendentemente femminile. Mara è figlia di un muratore «scansafatiche» e di una madre affettiva, sconvolta dalla morte del figlio Sante, ucciso dai nazi-fascisti. Ed è proprio Bube, partigiano e amico del fratello, che cambia la vita di Mara, ancora ai primi corteggiamenti. Il ragazzo è venuto a far visita al padre di Mara, esponente del locale partito comunista. La ragazza è attratta dal ritroso Bube, con l'aureola di uomo già fatto ma timido e goffo. Mara > era abituata a fantasticare, e fare lunghi discorsi da sola. (...) Bube: non le piaceva troppo quel nome. (...) > lo chiamerò...Bruno, Bruno è un bel nome, e poi a lui gli sta bene, perché è bruno davvero . E quando le regala dei tacchi alti, si sente più bella, e le eccita di esser sola col fidanzato. > Allora Mara gli disse: > come sarebbe bello ballare io e te! Tutti direbbero che bella coppia! (...) Si baciarono. (...) Egli la baciò parecchie volte: ogni volta premendo più forte le labbra su quelle di lei, (...) se lui avesse voluto prenderla, avrebbe potuto farlo, perché lei era come senza forze. (...) No Bubino, no; ora, no; ora basta«. Potrebbe essere la solita languida storia tra fidanzati quando irrompe»la fortuna del dolore > . Bube, spinto dai compagni, uccide un maresciallo e il figlio di questo. Si nasconde in un casolare di campagna portandosi con sé Mara; da qui è costretto a rifugiarsi in Francia per scappare alla polizia italiana. Mara va a servire in città presso una famiglia. Il ricordo di Bube si sfuma nella mente, ma lei si sente un'altra. > Le piccole vanità di un tempo, i battibecchi con la cugina, i chiacchiericci con le amiche, la facevano sorridere di commiserazione, quando ci ripensava. (...) Si specchiava nelle vetrine: ma non più per vanità di constatare che aveva un corpo ben fatto e un viso grazioso. La figura che compariva per un attimo sulla lastra di vetro era un'immagine tragica, dolorosa. E' come se il legame con Bube, con quel ragazzo imprudente e nervoso, la trascinasse verso un inevitabile destino. E pure la relazione con Stefano, un operaio ponderato e istruito, non è sufficiente a spingere Mara a rompere con Bube, rottura che i genitori invitano a compiere. Il ragazzo è stato arrestato, è in carcere in attesa del processo. Mara va a colloquio in prigione, le è detto che deve andarci da sola. > No, sola no... rinuncio > , stava per dire Mara, ma subitamente sentì una forza straordinaria invaderla tutta; alzò fieramente la testa, e disse: Va bene, vado sola > . (...) Non avrebbe saputo darle un nome, ma sapeva che era irresistibile: che spezzava via ogni timore, ogni esitazione; che la rendeva calma e sicura di sé e indifferente a ogni cosa che non fosse l'adempimento del suo dovere... (...) Ecco, era così: lei era la ragazza di Bube. Pare che Pasolini si fosse riferito a Cassola quando nella sua orazione In morte del realismo > disse che > a quella ingratitudine (di Cassola), più che alla ferita (il pugnale di Tomasi di Lampedusa)/il realismo chinò il capo, arreso. Il romanzo di Cassola sollevò a suo tempo polemiche nel mondo culturale e forti critiche da parte della poetica neorealista; venne accusato di essere una storia dolciastra, che parlava di vicende banali e di personaggi ordinari. In realtà, il romanzo parla di piccoli sentimenti che diventano caparbiamente forti quando devono affrontare le grandi e dolorose vicende della vita. Ragazza desiderosa di un semplice e lieto amore, dinanzi agli avvenimenti, riconoscendo a Bube le sue colpe e pure la sua innocenza di ragazzo, Mara si rivela donna coraggiosa e decisa, consapevole del peso del ruolo che si è assunta. Mara è un eroe discreto > , lotta per un ideale di fedeltà sino al sacrificio. La scrittura di Cassola è stata definita nitida e comunicativa", capace di alternare dialoghi serrati ad approfondimenti psicologici raffinati ma semplici, facilmente comprensibili. La trama è costruita in forma romanzesca, senza che ci siano momenti di caduta nel ritmo. Si percepiscono, sotto il bell'italiano, uno scorrere del periodare fluido ma troppo facile, una povertà lessicale (mancano modi di dire e parole toscaneggianti), una banalizzazione della lingua, che fa trasparire un certo infantilismo letterario. Che il tutto sia voluto o no, ha poca importanza: il romanzo avrà una grande influenza sulla narrativa italiana del Secondo Novecento e verrà usato come testo di lettura nella nuova scuola dell'obbligo. Ancora oggi, è un romanzo che potrebbe essere letto dagli adolescenti. Perché leggerlo? Stilisticamente piacevole, bella la figura di Mara.
I ragazzi del massacro
Fa impressione leggere questo romanzo alla luce di un recente fatto di cronaca, in cui un ragazzo ha pugnalato la sua professoressa di francese, scaricando su di lei un odio e una violenza che non vorremmo che albergassero in un adolescente. Siamo negli anni'60, in una >, ma già convulsa da un traffico >. In questa città così diversa dall'attuale si è perpetuato un orrendo delitto: undici ragazzi hanno stuprato, picchiato, seviziato e infine ammazzato un'esile maestrina di una scuola serale. È vero sono già piccoli criminali: alcuni figli di "onesti genitori", altri con padri in carcere e madri prostitute, ma tutti conosciuti dalla polizia per atti di violenza, piccoli furti, abuso dell'alcol. Per il commissario capo è un caso semplice: sono tutti colpevoli e l'importante è liberarsi il prima possibile di questa "marmaglia", passando la questione al giudice istruttore, al riformatorio e al carcere. Non è così per Duca Lamberti, il protagonista dei romanzi polizieschi di Scerbanenco (si veda la recensione di "Venere Privata" in questo sito): uno strano poliziotto cui >. Lo insospettisce che dicano tutti la stessa cosa, >. È una linea di difesa troppo abile e per di più portata avanti da tutti, quasi che fosse stata concordata. >, così conclude Duca Lamberti. Da qui si dipana un'indagine poliziesca che non è fatta di abili e sottili ricostruzioni, che mettono in difficoltà gli indagati, li costringono a confessare; né la ricerca si dissolve in analisi sociologiche o in occasioni per narrare la vita del protagonista. Tutto resta sullo sfondo. Solo talvolta ci sono alcune brevi pennellate di una Milano che avrebbe voluto restare quella di fine ottocento, con le sue osterie, ancora "trani" e non ancora bar, in cui gli ubriachi >. E i sentimenti compaiono di sfuggita, timidi, con piccoli gesti: >. L'approccio di Duca Lamberti nasce dall'empatia che sente per quei ragazzi, per alcuni di essi almeno. Con essi cerca di creare una relazione di "cura" che li spinga ad aprirsi, non per paura della polizia, ma perché comprendano il male che hanno compiuto: un male devastante innanzitutto per loro. Non è che l'operazione gli riesce del tutto: il primo ragazzo, un piccolo e fragile omosessuale, si uccide, distrutto dalla colpa; l'altro, il quattordicenne Carolino Marassi, orfano e ladruncolo, rischia di venire ucciso. Duca Lamberti commette errori, spesso è depresso dinanzi a tante crudeltà, è scoraggiato quando Carolino scappa, tradendo la fiducia riposta in lui. >. Rinchiuso in un genere letterario, quello del Noir, tradizionalmente considerato di secondo livello, Scerbanenco non è tra i grandi scrittori del secondo Novecento. A ciò, forse, ha contribuito pure lo stile asciutto, conciso, senza fronzoli, spesso confuso con povertà letteraria. Tutt'altro, lo stile di Scerbanenco è frutto di una ricerca dell'essenzialità, che si riflette nella trama, mirabilmente priva di ridondanze, e nella scrittura e nel lessico. Non bisogna distrarsi con inutili divagazioni: la storia e i "ragazzi del massacro" parlano da soli. Essi raccontano della nostra società, e dell'abbandono, più di tante analisi sociologiche o moralistiche considerazioni. Allo scrittore spetta solo il compito di narrare la loro disperazione, facendosene carico. Perché leggerlo? Splendido noir, intenso romanzo sociale.
Ragazzi di vita
> Faceva caldo che non era scirocco e non era arsura, ma era soltanto caldo. Era come una mano di colore data sul venticello, sui muri gialletti della borgata, sui prati, sui carretti, sugli autobus coi grappoli agli sportelli. Una mano di colore chʼera tutta lʼallegria e la miseria delle notti dʼestate del presente e del passato. (...) E nei centri delle borgate, nei bivi, come lì al Tiburtino, la gente si ammassava, correva, strillava, (...) pure nei posti più solitari cʼera della confusione, con file di maschi che andavano in cerca di qualche zoccoletta, (...) tutto un gran accerchiamento intorno a Roma, tra Roma e le campagne intorno, con centinaia di vite umane che brulicavano tra i lotti, le loro casette di sfrattati, o i loro grattacieli. E tutta quella vita, non cʼera solo nelle borgate della periferia, ma pure dentro Roma, nel centro della città, magari sotto il Cupolone . In una Roma dei primi anni ʼ50, ma in realtà senza tempo, Pasolini racconta lʼesistenza quotidiana di ragazzi di borgata, poveri e cenciosi, i quali, > in disordine come uno sciametto di mosche sʼun tavolo sporco (...) volevano (...) prender di petto, così, il mondo in generale, con tutta la razza degli uomini che non se la sapevano divertire come loro . È una «compagnia paracula» di maschi, narrata nel loro romanesco volgare, così lontano dallʼitaliano artefatto della borghesia. > E mo qqua che famo? - disse Alduccio. Famose na camminata a ppiedi, va! - disse il Begalone. (...) Continuarono a sganassare per un poʼ pure quando le mignotte non li potevano più sentire, piegandosi sulle ginocchia, appoggiandosi al muretto o dandosi caracche: più che ridere facevano dei versacci con la bocca e sputavano. (...) Erano tutti e due ingrifati, che avrebbero fatto pure con una vecchia di settantʼanni. (...) Quanto ssoʼbbone! - gridò il Bègalo. Bòne erano due ragazze sedute sugli scalini del tempietto: due bionde gajarde su tutte le ròte, con delle sottane alla cercamarito che sfondavano, e con la scollatura che gli si vedevano mezze zinne di fuori. (...) Quale te manneresti pellʼossa, - chiese Begalone - ʼa bionda o ʼa roscia? - Tuttʼe ddue, - fece lʼaltro. (...) O tuttʼe ddue o nissuna pecché si no lʼaltra pija dʼaceto . Ovviamente rimangono entrambi in bianco perché le due non se li filano. Il libro è un insieme di brevi storie con protagonisti gli stessi ragazzi; non cʼè una trama, sono spicchi di vicende umane. Il più bello è «Il bagno sullʼAniene», legato al racconto finale: la Comare Secca. Su un fiume putrido, pieno di immondezza e degli scarichi di una vicina fabbrica, un brulicare di giovani e di ragazzini si spogliano ignudi, togliendosi i lerci e miserevoli vestiti, prendono il sole, giocano e si fanno scherzi e prepotenze, si gettano in acqua, per trovare refrigerio, per lavarsi e per dimostrare di essere uomini, nuotando tra le pericolose correnti del fiume. Sono scappati da miseri ed angusti alloggi, per fuggire ad un padre violento ed ubriacone, per allontanarsi dalle grida delle madri, da sorelle adolescenti ma già incinte: cercano la libertà. Come un gruppo di gatti randagi se la prendono con il più debole, al quale viene dato fuoco, mentre «i ragazzini continuavano a calciare gridando». Spavaldi, annegano attraversando a nuoto il fiume; dinanzi alla morte si reagisce con indifferenza. > Si sentivano da sotto Borgo Antico e Mariuccio che urlavano e piangevano, Mariuccio sempre stringendosi contro il petto la canottiera e i calzoncini di Genesio; e già cominciavano a salire aiutandosi con le mani su per la scarpata. \- Tajamo, è mejo - disse tra sé il Riccetto . I racconti rimangono sempre in sospeso, senza uno sviluppo perché non cʼè un futuro per il sottoproletariato urbano; e forse è meglio così, perché, se emergessero dalla loro condizione miserevole, questi ragazzi perderebbero il loro fascino, la loro veracità, così da non permettere di fare > lʼesperienza immediata, umana, come si dice, vitale, (...) (laddove) il bombardamento ideologico non ha ancora toccato se non genericamente i problemi del sesso. (...) Quindi, placatisi la necessità sociologica, io continuo comunque a vivere necessariamente nella periferia . Così scriveva Pasolini nel 1958 in un articolo sulla rivista Città Aperta. In questa rappresentazione estetizzante del sottoproletariato non cʼè il gusto intellettuale di «una regressione momentanea» dalla cultura alta alla sotto cultura? E poi la libertà cercata dai «ragazzi di vita» sulle acque dellʼAniene, nelle notti romane a Villa Borghese, non si è poi evoluta comunque nella violenza gratuita e criminale degli anni ʼ80? Non sono questi i precursori della Banda della Magliana? Dietro a giustificazioni biografiche e sociologiche Pasolini nasconde un profondo pessimismo sullʼItalia, una visione conservatrice e una totale incomprensione della società moderna. La peculiarità del romanzo di Pasolini risiede nellʼuso della lingua dei «parlanti» della periferia romana. Pasolini riprende le tracce di Fogazzaro, di Verga e di Gadda cercando di narrare con il linguaggio effettivamente parlato. Se questo è il pregio fondamentale, in quanto riesce a dare spessore ai personaggi e alle situazioni, il limite del libro sta nella sua staticità: non cʼè trama e alla fine annoia. Perché leggerlo? È un romanzo originale dal punto di vista stilistico.
Il ragazzo selvatico: quaderno di montagna
E' difficile non lasciarsi influenzare dalla notizia della grave depressione che ha colpito Cognetti (si veda il sito del Corriere della Sera 20 dicembre 2024). Il lungo «quaderno di montagna», (sottotitolo del racconto) pare annunciare quella «sindrome bipolare con fasi maniacali», che ha richiesto un trattamento sanitario obbligatorio. O invece di lasciare la città, andare a vivere in una baita isolata, è stato l'ultimo illusorio tentativo di superare un vuoto che > non avevo mai sperimentato?. Il racconto è scritto in forma di diario, che segue il ciclo delle stagioni, a ognuna delle quali corrisponde uno stato d’animo di Cognetti: l’inverno la solitudine, la primavera la compagnia degli altri, l’estate l’esplorazione e la fine dell’avventura, l’autunno il rientro in città. La prima tappa di questo viaggio salvifico è la solitudine, in una casa nel bosco, lontano dai rumori degli altri esseri umani. Vennero poi dei vicini, i pastori e le bestie degli alpeggi, > così avevo qualcosa da osservare, oltre alle nuvole che portavano piogge interminabili. (...) Se mi svegliavo presto la mattina potevo spiare il pastore anziano che spostava i confini del pascolo, avanzando i paletti di qualche metro al giorno in modo da razionare l'erba. (...) E allora sette vitelli e una trentina di mucche adulte si precipitavano giù, verso la nuova striscia di erba alta. (...) Ma il cambiamento più grande, nella mia vita quotidiana, fu provocato dai cani, (...) avevano un campanello appeso al collo grazie a cui li sentivo arrivare da lontano. (...) Dopo quasi due mesi alla baita, insieme alla primavera stava per finire la mia stagione di solitudine. Questi vicini, i pastori, i cani, le capre, e le «baracche», ossia le mucche, sono descritte in modo minuzioso ma senza che si crei una qualsiasi atmosfera, paiono corpi estranei alla psicologia dell'autore narratore, dei comprimari inutili di un dramma interiore. Infatti, con l'estate Cognetti fa un passo ulteriore. > Volevo spingermi più in là della zona che conoscevo, scoprire che cosa c'era a due e tre giorni di cammino. Partivo bello carico, eppure chiudendomi la porta alle spalle mi sembrò di liberarmi di un peso. (...) Da che altro scappiamo se scappiamo da casa? Addio, disse il ragazzo selvatico al domestico, poi gli girò le spalle e prese di nuovo il sentiero che saliva. Ecco ancora la trappola della montagna! Immaginare che ci sia qualcosa di magico là in alto, che ci possa liberare dal mistero che è in noi. Non è così! Il lago vagheggiato a 2.700 metri di altezza è solo un banale specchio d'acqua, > potevi pure passare senza accorgerti di lui. (...) Fu allora che sentii un groppo salirmi in gola, gli occhi che si appannavano. E piangi, pensai, non ti vede nessuno. Mi misi a singhiozzare sdraiato su quel sasso perché ero stanco, mi mancavano tutti quanti e non sapevo più dov'ero. (...) Più che a una capanna nel bosco; la solitudine assomigliava a una casa degli specchi: dovunque guardassi trovavo la mia immagine riflessa, distorta, grottesca, moltiplicata infinite volte. Perché è così diffusa l'idea che la montagna elevi lo spirito umano e dia equilibrio e serenità? I pascoli, i laghi alpini, i sentieri tra i boschi, le alte cime sono solo dei luoghi che noi mitizziamo per romanticismo, o perché siamo disperati, immersi come siamo nel chiacchiericcio della città, o più banalmente perché ci muove uno spirito competitivo, di esaltazione della nostra potenza. Cognetti narra il fallimento di questo miraggio, non c'è pace se non lavorando su se stessi. La scrittura è piana, facile e fluida. Sono pregi indiscutibili che tuttavia non sono in grado di scavare il mondo interiore dell'autore né riescono a stimolare l'immaginazione del lettore. Si va avanti per inerzia, senza essere coinvolti. Perché non leggerlo? E' inutile.
Ragionevoli dubbi
Lʼavvocato Guerrieri è stato appena abbandonato dalla fidanzata, quando viene chiesto di difendere in appello una persona, Paolicelli, già condannata in primo grado per traffico internazionale di stupefacenti. Dal nome Guerrieri si ricorda che si tratta un ex-picchiatore fascista, che ha partecipato al suo pestaggio negli anni studenteschi. Per questo motivo è incerto se assumere il caso, ma lʼincontro con la splendida moglie dellʼaccusato e un pò la sensazione che la persona sia innocente, lo spinge a prenderne la difesa. Inizia la ricerca di prove che possano dimostrare che i trafficanti hanno usato la vettura del Paolicelli a sua insaputa, per il trasporto di stupefacenti. Nel frattempo Guerrieri ha una relazione con la moglie del Paolicelli e si trova in una situazione ambigua: da un lato avrebbe tutto lʼinteresse a vedere confermata la condanna del Paolicelli così da poter continuare la relazione e vendicarsi del vecchio pestaggio, dallʼaltro lato il dovere professionale e la crescente consapevolezza dellʼinnocenza del suo assistito lo spingono ad impegnarsi sempre più nella raccolta delle prove da portare a difesa. Si arriva quindi al processo in appello, dove Guerrieri manifesta tutta la sua capacità a condurre lʼinterrogatorio dei veri colpevoli e a dimostrare ai giudici che esiste il ragionevole dubbio dellʼinnocenza di Paolicelli. Il successo lascia tuttavia Guerrieri di nuovo solo. Il romanzo si sviluppa nel continuo alternarsi tra la storia poliziesca e le vicende personali del Guerrieri, con riflessioni anche amare sulla povertà esistenziale di una vita condotta tra tribunali, libri e relazioni sentimentali mai concluse con la costruzione di una famiglia. La parte migliore del libro è costituita dalle scene del processo, dove emerge in modo evidente lʼesperienza dellʼautore, che di professione è un magistrato. La mancanza di sorprese e i riferimenti un pò ritualistici ai problemi esistenziali e sentimentali del protagonista non aiutano la vivacità del racconto, che diviene, alla fine, scontato. Il dilemma morale del Guerrieri ( lasciar condannare Paolicelli o difenderlo in modo da provarne lʼinnocenza) è sviluppato in modo superficiale senza che sia chiaro il conflitto interiore del protagonista. Perché leggerlo? È piacevole, scritto molto bene e sono interessanti le pagine dedicate al dibattimento presso il tribunale.
Rapsodia irachena
> Le parole che sopravvivono al loro autore vivono di vita propria. Si spostano, prendono nuove forme, generano nuovi significati. E mantengono sempre la loro intrinseca ambiguità . Questa riflessione di Ibn Khaldun, vissuto nel ʼ300 e considerato uno dei massimi filosofi arabi, introduce il senso di questo breve racconto. Siamo nellʼIraq degli anniʼ80, durante la sanguinosa guerra tra il paese di Saddam Hussein e lʼIran. La repressione della dittatura è particolarmente dura ed investe tutti gli aspetti della società, anche la sfera più personale. Lʼautore immagina che venga ritrovato il manoscritto di un giovane detenuto di nome Farat, il quale è stato incarcerato e torturato senza un vero motivo, se non quello di non conformarsi alle idee e alle regole del regime, perché crede che «la fantasia combatte la realtà». In prigione gli vengono offerti dei fogli bianchi ed una matita. > Il bianco della carta mi seduce, offrendomi la libertà di vagabondare nella mia solitudine. Squarcerò il silenzio con i miei deliri. Le parole si trasformeranno in essere mitologici, che si scaveranno un tunnel e mi porteranno fuori. Oppure saranno dei prismi che appenderò tuttʼattorno a me per guardarci attraverso . Il foglio bianco è un dono, che sembra dire: «prendimi e faʼ di me ciò che vuoi!» E il giovane comincia a narrare episodi della sua vita, ritrovandosi «qua(la)ggiù», dentro e fuori dal carcere nello stesso tempo. Ed anche il lettore, come il giovane narratore, si lascia trascinare nella delicata freschezza della quotidianità: lʼaffettuoso rapporto di Farat con la nonna, unica parente rimastagli, le piccole astuzie per sfuggire ai penosi e ridicoli rituali del regime, il diffuso sarcasmo con cui si esprime la rabbia verso un potere indifferente alle esigenze del suo popolo, la ricerca di letture autentiche, il desiderio di poesia e di verità ed infine la scoperta dellʼamore e del corpo femminile. In questo peregrinare tra i ricordi e le parole poco importa se ci si dimentica di apporre i segni diacritici, lasciando spazio allʼambiguità propria di una lingua come lʼarabo, ricca di radici semantiche e di possibili variazioni e combinazioni delle lettere dellʼalfabeto. Ciò che interessa a Farat sono lʼingenua dolcezza e la lieve ironia che hanno contraddistinto la sua breve vita, prima del carcere. Il «laggiù» permette di sopportare il «quaggiù», ma è come accovacciarsi «davanti al muro di questo vasto incubo». > Generati dal bianco dei fogli, dei soli squarciano le tenebre di questa notte e richiamano unʼaltra galassia. Ma sono soli prigionieri, anche loro intrappolati dietro a file di sbarre . Quando in pieno vaneggiamento il giovane narratore racconta della sua liberazione, anche noi lettori ci crediamo, ma poi ci ricordiamo che siamo nel 1989. «Questo è il mio ultimo foglio... Sì voglio scrivere ancora». Per apprezzare pienamente il racconto bisogna estraniarsi dalla realtà irachena e dal crudele destino di Farat. Bisogna lasciarsi immergere nei vari e sparsi episodi della sua vita, nei tanti deliziosi frammenti del romanzo. Farat si innamora: > quel giorno stavi sfogliando una rivista. Eri sola, ferma come unʼisola di silenzio in mezzo al fragore degli applausi e degli slogan, incurante di quel circo abietto che ti circondava. A lezione tentavo sempre di sedermi vicino a te e, mentre gli studenti cercavano di declinare i verbi francesi nei vari tempi, io cercavo di declinare al presente i dettagli del tuo corpo. Li leggevo con la voracità di un bimbo che impara una nuova lingua . Lontano dalla filosofia del linguaggio, in fuga dalle dittature sanguinarie e ottuse, rimane impressa lʼeterna storia della giovinezza, aperta al mondo, irriverente, irrequieta e ingenua. Perché leggerlo? Un delizioso racconto, se ci si dimentica del contesto.
Il Re del Mare
il libro è articolato in due parti. Nella prima parte si narra l’avventura di Yanes che va a salvare Tremal-Naik e sua figlia Darma. L’ambiente è quello del Borneo, ricco di strani animali e di un contesto esotico. I colpi di scena si succedono uno dopo l’altro ma emerge un non so che di artefatto e di ripetitivo, che rende noiosa la lettura. Questa parte del libro si chiude con unʼulteriore sorpresa: il terribile capo dei Tughs ha avuto un figlio e questʼultimo vuole vendicare la morte del padre e per questo si è alleato con gli inglesi per sconfiggere Sandokan. L’isola di Mompracen è stata conquistata e i pirati della Malesia decidono di dichiarare guerra all’Inghilterra. Nella seconda parte compare il vero protagonista, che è l’incrociatore Re del Mare, con il quale i tigrotti scorazzano, combattono e vincono. Ritornano le scene di mare, di un mare tempestoso e di coste inaccessibili. E compare una storia dʼamore impossibile, quella tra Darma e il figlio del terribile Tugh. Il racconto diviene più articolato ed episodi di combattimento si alternano a momenti colloquiali, che conducono pian piano a creare una sorta di amicizia tra il figlio del Terribile Tugh e i capi dei pirati. Come nel Corsaro Nero, ci si aspetterebbe una fine triste; anzi in questo caso si arriva al punto che Sandokan e Yanes potrebbero essere sconfitti, morire o essere fatti prigionieri. In particolare Sandokan è stanco, non è più l’uomo di un tempo, è meno marmoreo di quanto è apparso negli altri romanzi. Ma alla fine c’è il colpo di scena: l’amore trionfa e per amore il figlio del terribile Tugh capisce che non ha senso vendicarsi, anche perché così facendo perderebbe l’amata. I capi dei pirati vengono liberati. A differenza degli altri libri del ciclo della Malesia si è di fronte a una caduta di vigore nel ritmo narrativo (tant’è vero che l’autore utilizza a piene mani le sue tecniche collaudate senza alcuna innovazione) e anche la descrizione del contesto (il mare e la foresta) appare marginale nel racconto. Emerge, tuttavia, un tema che non era presente negli altri romanzi: quello della tecnologia, impersonato dalla potenza dell’incrociatore e dall’ingresso nel racconto di un inventore, che può provocare una esplosione a distanza. La tecnologia rende obsoleti Sandokan e Yanes: il loro ciclo vitale è terminato perché il mondo è cambiato, non è un caso che a sconfiggerli siano quattro incrociatori, anch’essi potenti e veloci. Ma la tecnologia ha le sue fragilità: il Re del Mare naviga con l’incubo di non trovare carbone per alimentare le caldaie e l’inventore muore, colpito da una semplice granata. Il mondo della vela scompare ma le nuove tecnologie danno agli "eroi" minore autonomia e indipendenza.
La regina dei caraibi
Il romanzo è la continuazione del Corsaro Nero. Il pirata è sempre alla ricerca dell’odiato duca Wan Gould e il libro si sviluppa in una serie di combattimenti e di avventure, intervallate da lunghe e affascinanti descrizioni della foresta caraibica. Il duca muore con la sua nave e alla fine il pirata ritrova la sua amata, Honorata, diventata regina dei cannibali. Il libro presenta una struttura molto complessa e si evolve su diversi piani, con l’ingresso di nuovi personaggi. Al centro del romanzo sta il fatalismo del Corsaro Nero, ormai convinto di essere condannato all’infelicità e di portare dolore anche agli altri. In un colloquio con Yara, la giovane indiana che resterà uccisa dagli spagnoli, il pirata confessa la sua convinzione di essere predestinato a portare sventura alle donne: > Non si può amare il Corsaro Nero, fanciulla. Io porto sventura alle donne che mi avvicinano. Tu l’hai veduto! e ancora, dopo la morte di Yara, > io sono fatale a tutti – disse con voce cupa - abbiate cura di questa fanciulla, marchesa . D’altra parte, il sentimento della vendetta sommerge il Corsaro Nero e costituisce un destino al quale non può sfuggire, anche volendo. Nel colloquio con la marchesa di Bermejo (un nuovo e splendido personaggio di Salgari), alla domanda di che cosa farebbe del duca se Honorata fosse viva, il Corsaro Nero risponde > credete voi, signora, che le anime dei miei fratelli siano placate? Quando il mare diventa fosforescente il Corsaro Rosso e il Verde, le vittime del duca, rimontano a galla: essi chiedono vendetta. Quando l’uragano viene dall’Oriente, in mezzo alle urla del vento, io odo una voce che viene dalle spiagge della Fiandra: è quella di mio fratello maggiore, assassinato a tradimento dal duca e quella voce chiede pure vendetta . Anche nel momento in cui incontra Honorata, che finalmente può amare in quanto il duca è morto, il Corsaro Nero vagheggia la morte («Sì la morte, l’oblìo!») e la cupa depressione è tale che gli pare di vedere i morti che lo chiamano ( > Guardali, Honorata, guardali... Ecco il Corsaro Verde... ecco il Rosso... ecco tuo padre... e anche l’altro mio fratello ucciso sulle terre della Fiandra... ) e il pirata vorrebbe raggiungerli («Vengo!... Fratelli!... Vengo!»). Solo l’amore lo salva e alla domanda del Corsaro Nero se scegliere tra la vita e la morte, Honorata risponde con un filo di voce «l’amor tuo». Accanto a questa lotta tra l’odio e l’amore, si muovono i personaggi collaterali al Corsaro Nero ma di fatto centrali nel romanzo: in particolare, i suoi compagni, Carmaux, Wan Stiller e Moko, che curano con un amore fraterno il Corsaro Nero e danno al romanzo un brio abbassandone la drammaticità: espediente estremamente moderno e fondamentale nel dare al libro ritmo e piacere di lettura. Anche la natura emerge come una grande protagonista: una natura rigogliosa, ricca di animali fantastici, in particolare gli uccelli e i rettili, che Salgari descrive con estrema attenzione e con il desiderio di svagarsi e di dimenticare la disperazione dominante nella figura del Corsaro Nero. Dire che si è di fronte a un gusto dell’esotismo significa dimenticare il contrasto tra l’ambiente circostante e i sentimenti del pirata: la descrizione dell’ambiente ha il tono della fuga e del riposo. L’ultimo tema del romanzo è costituito dai combattimenti e in particolare dalle battaglie navali e dai naufragi, il mare è un altro protagonista e splendide sono le pagine che descrivono lo scontro tra la Folgore (l’amata Folgore!) e le navi del duca. Il libro è perfetto, sia sotto il punto di vista del ritmo che dei protagonisti e della trama.
La regina dei castelli di carta
Il libro prende le mosse dalla scena conclusiva del precedente volume di Larsson: la ragazza che giocava con il fuoco. Lisbeth Salander, dopo aver ferito gravemente il padre, è stata salvata dallʼamico Mikael Blomkvist. È tuttavia molto grave e viene operata e ricoverata in ospedale. Nel frattempo unʼunità speciale dei servizi segreti cerca di far rinchiudere nuovamente Lisbeth in manicomio per evitare che si vengano a sapere le trame ordite per molti anni, ai danni anche di importanti uomini politici, e che si basavano sulla figura del padre di Lisbeth. Questʼultimo viene ucciso da uno dei servizi segreti, vengono compiuti altri omicidi e soprattutto si costruiscono le prove per incolpare nuovamente la ragazza. Complementare alla vicenda principale si sviluppa lʼazione di Mikael, un vero giornalista, che raccoglie informazioni e riscontri per salvare la ragazza e smascherare i servizi segreti «deviati». Si mette poi in moto anche una azione da parte dei servizi segreti «buoni», che operano, congiuntamente a Mikael, per smascherare lʼunità deviata e recidere il «cancro» che rischia di distruggere la democrazia svedese. Come è abitudine dellʼautore si aprono altre vicende, una delle quali vede protagonista la socia, ed amante, di Mikael, che va a dirigere un giornale importante, subisce diffamazioni di carattere sessuale ed è costretta poi a dare le dimissioni quando scopre che il proprietario del giornale sfrutta lavoro minorile in un paese del estremo oriente: ciò non evita, come vorrebbe il vero giornalismo, di pubblicare lʼinchiesta e rovinare lʼavido presidente. Il tutto, poi, si conclude felicemente con la liberazione di Lisbeth e il trionfo del giornalismo dʼassalto e di un paese, lui sì, che possiede robusti anticorpi. Il tema di fondo del libro sembra essere la contrapposizione tra il bene e il male: al medico cattivo si contrappone quello buono e preparato, al procuratore superficiale e facilmente manovrabile si contrappongono poliziotti e giudici onesti e così via. Il conflitto è troppo evidente ed talmente privo di ambiguità da divenire scontato. È un thriller, ma più ancora dei due primi libri dellʼautore, la trama si sviluppa in modo lento e talvolta noioso, è appesantita da una moltitudine di personaggi e da una ridondanza di dialoghi rispetto allʼazione vera e propria. Appare, poi, totalmente inverosimile la forza di unʼunità operativa costituita da pensionati dei servizi segreti, e quindi fin dallʼinizio appare evidente che la minaccia verrà sventata facilmente. Inoltre, la molteplicità dei temi trattati ( la deviazione dei servizi segreti, la capacità reattiva delle istituzioni democratiche, i doveri di un vero giornalismo ,che deve investigare e dire la verità, le intimidazioni di carattere sessuale, la fatica delle donne di affermarsi) generano un senso di dispersione che contribuisce a far perdere un filone comune nella lettura. Ci si perde nelle parentesi con il risultato di una minore efficacia del racconto. Ciò che rimane è lʼinvidia per un giornalismo investigativo ed onesto così lontano da quello italiano: se ci fosse anche nel nostro paese una rivista come Millenium!!
Regina di fiori e di perle
L’io narrante è una bambina, poi adolescente e quindi giovane donna, che racconta come è diventata «cantora» delle vicende del suo popolo (lʼEtiopia) e degli italiani, quando questi ultimi hanno conquistato il suo paese. L’avvio del libro è il racconto da parte del bisnonno della nascita della nonna della bambina durante la resistenza contro gli italiani e della morte cruenta dei genitori, un uomo italiano e una donna etiope. Il libro quindi ha come partenza un atto di grande amore, che lega i due popoli, ma emerge sin dall’inizio la crudeltà delle leggi razziali, che impedivano a un italiano di sposare una donna etiope. Il vecchio si fa promettere dalla bambina che racconterà queste storie cosicchè possa rimanere un ricordo per il futuro. La bambina diventa un adolescente, dimentica la promessa e decide di andare a studiare in Italia, a Bologna. Ormai ventitreenne ritorna in Etiopia alla notizia della morte del vecchio, ma giunge troppo tardi per partecipare al lutto collettivo, che tradizionalmente accompagna i funerali di un defunto. Rimane così sospesa con un dolore interiore, che non riesce a esprimersi, e con un senso di diversità verso gli altri che la percepiscono ormai come una forestiera. Il trisavolo aveva lasciato come un ultimo desiderio che la ragazza andasse a pregare presso un importante Santuario. La parte centrale del libro si svolge, quindi, in sei giorni durante i quali la ragazza va al monastero, incontra un anziano eremita e soprattutto, nella sua attesa, ascolta le storie di donne, storie relative all’incontro, tragico e complesso, tra l’Etiopia e l’Italia. Pian piano la ragazza riesce a elaborare il lutto e a capire che il suo destino è di rispondere a quanto chiedevano i suoi anziani: «sarai la nostra cantora». Uno dei temi centrali del libro è senza dubbio il colonialismo italiano, le sue crudeltà e aberrazioni: particolarmente tragiche sono le pagine che raccontano del massacro effettuato dagli italiani a seguito dell’attentato a Graziani. Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre il libro solo a questo tema. In realtà la struttura narrativa del racconto è molto complessa ed emergono almeno tre tratti distintivi:la coralità, che viene data dalla raccolta di racconti, che costituiscono il cuore del libro. Poco dice la narratrice di se stessa (anche se è l’io narrante), in quanto ciò che interessa non è né l’introspezione dei sentimenti nè l’angoscia esistenziale, ma il libro vuole essere un punto progressivo di accumulo della storia di due popoli;la ricchezza dei temi, che va dall’elaborazione del lutto, alla perdita delle radici di chi è in bilico tra due culture, della contrapposizione dei valori comunitari rispetto alla solitudine dell’uomo moderno. In questo senso il vero contesto del racconto è l’Italia, che viene interpretata secondo un angolo di visuale che è quello di chi viene da unʼaltra cultura: emerge un paese al quale sono propri i colori dell’autunno, il grigiore, il soliloquio e l’abbandono, il rimpianto del passato;lo stile narrativo, asciutto, pur nella ricchezza del vocabolario, che si stacca positivamente rispetto alle verbosità di molti scrittori italiani.
Le relazioni lontane
Il romanzo è ambientato a Parigi e racconta la strana storia parallela di due famiglie omonime: uno strano personaggio messicano che vive in Francia in una villa solitaria e il giovane e antipatico figlio di un amico di chi racconta. Si tratta di una vicenda surreale che si sviluppa in modo noioso e prolisso. Non sono riuscito a finire il romanzo.
Il responsabile delle risorse umane
Il romanzo ruota attorno alle vicende del responsabile delle risorse umane di una grande azienda. Una dipendente viene uccisa in un attentato e il direttore del personale viene incaricato di interessarsi dell’identificazione della salma e del suo trasporto al paese natio: una nazione dell’ex Unione Sovietica. Inizia un viaggio che costituisce in qualche modo un percorso di purificazione e nel contempo di evasione da una situazione di guerra, quale quella in cui si trova Israele. Si realizza una rinascita del protagonista rispetto a un stato esistenziale, privato e collettivo, di incertezza e di ansia: si riprende la sicurezza nella vita e nelle proprie capacità. Come al solito, il romanzo è scritto molto bene ma è molto debole sotto il profilo dei contenuti e del ritmo narrativo tanto da risultare noioso e insulso.
Rigenesi
Il romanzo è imperniato sul racconto da parte della figlia della vicenda dei propri genitori, del loro amore e di come quest’ultimo si sia dissolto nell’incomunicabilità. Non ho finito il libro perchè lʼho trovato noioso e di difficile comprensione. Secondo l’Enciclopedia: > Madsen ha centrato la sua ricerca sulla sperimentazione letteraria e sul problema esasperato dell’identità, dell’incomunicabilità e dell’inseguimento vano della realtà; si colloca bene nell’ambito di una letteratura, quella danese, che sembra molto focalizzata sui temi esistenziali di una società in crisi .
The road
> Le ceneri del mondo perduto si spargevano sulla landa desolata, (trasportate) qua e là nel vuoto da venti burrascosi. Trascinate e gettate e trascinate nuovamente. Ogni cosa divelta dalle sue radici. Non sostenuta nell'aria polverosa. Sostenuta da un respiro, tremante e breve. Se solo il mio cuore fosse di pietra . In un'era post apocalittica (per una catastrofe non specificata) > tutti i depositi di cibo erano stati svuotati e l'assassinio era ovunque sulla terra. Il mondo fu presto largamente popolato da uomini che avrebbero mangiato i loro figli di fronte ai loro occhi e le città stesse erano dominate da bande di sudici predatori che rovistavano tra le macerie e strisciavano dai rifiuti, (illuminati solo) dal bianco dei denti e degli occhi, portando in sacchetti di nylon barattoli di cibo carbonizzati e anonimi, come consumatori nei ristoranti dell'inferno. (...) Fuori sulla strada i pellegrini affondavano, cadevano e morivano, e la terra velata e spoglia (come un sudario) continuava a scorrere con il sole e ruotare di nuovo come il cammino senza traccia e senza segni di un qualsiasi mondo gemello, innominato e irraggiungibile nel buio primordiale. Questa lunga citazione dà l'idea dello stile di questo romanzo: lirico, ricco di immagini evocative, con una scrittura complessa sotto il profilo lessicale e sintattico, difficile da tradurre, affascinante per i critici, molto meno per i semplici lettori. Il richiamo alle stesse parole dell'autore introduce l'ambiente dell' esile trama: un padre e un figlio, ancora ragazzino, viaggiano in un mondo devastato, fatto di alberi bruciati e lande desolate, privo di animali e piante, tra altri esseri umani dediti al cannibalismo per sopravvivere. Il padre sa che morirà presto (la polvere lo sta uccidendo) e vuole condurre al mare il figlio: sulla costa è convinto che ci sia ancora della «gente buona». Potrebbero fermarsi ma non lo possono fare perché rischiano di essere assaliti dalle bande assassine. > Dieci mila sogni sepolti dentro le loro anime erranti. Proseguirono. Attraversando il mondo perduto su un carro nascosti come topi. Le notti morte nella loro fissità e ancora più morte nell'oscurità. Così fredde . Il padre non ha pietà, non risponde alle urla di aiuto, non si lascia impietosire da esseri umani che saranno probabilmente cibo di altri e chiedono disperatamente aiuto; non se lo può permettere, ha una missione, sopravvivere e portare in salvo il ragazzo. Il figlio è invece la coscienza critica; non solo implora umanità ma pretende che il padre sia coerente con ciò che gli racconta. «Vuoi che ti racconti delle storie», dice l'uomo. > Il ragazzo lo guardò e volse lo sguardo. (...) Quelle storie non sono vere. Non devono essere vere. Sono storie. Si (dice il ragazzo). Ma nelle storie noi aiutiamo sempre la gente e invece noi non aiutiamo gli altri.(...) Bene. Penso che siamo ancora qui. Sono capitate molte cose brutte ma noi siamo ancora qui . Quando arrivano sulla costa non c'è l'odore del mare, l'acqua non è blu ma ha un colore grigio, coperta di cenere, > solo ossa di pesci in milioni sparse lungo la spiaggia per quanto l'occhio possa vedere come una linea di morte. Un enorme sepolcro di sale. Senza senso. Senza senso . Il romanzo può essere interpretato in tanti modi. Si può leggere il racconto in modo letterale, come la storia di ciò che sarà di noi dopo una catastrofe, climatica, pandemica o nucleare; mancano troppi elementi narrativi (non ultimo le cause del disastro ambientale) per far pensare che l'autore abbia voluto narrare una vicenda distopica. Ci si può riferire a un altro libro di McCarthy (si veda la recensione di «All the Pretty Horses» in questo sito), in cui lo scrittore si sofferma sulla scomparsa del mondo dei cowboy, dei cavalli selvaggi nelle verdi pianure del West; pure «The Road» è ambientato nelle vaste praterie, anche se distrutte dalla catastrofe, come se l'autore sia tornato a piangere, ormai senza speranza, la perdita inesorabile e dolorosa del suo mondo, divenuto un paesaggio apocalittico per la diffusione disordinata e pervasiva delle fabbriche, della cementificazione selvaggia, dei centri commerciali con la loro ridondanza delle merci. Quanti oggetti e cibo abbiamo se ancora dopo anni di saccheggio possiamo trovare qualcosa di utile tra le macerie e i rifiuti! Dalla lettura si riceve un senso metafisico dell'esistenza, fuori dal tempo e dello spazio, di là della singola storia individuale. Il viaggio dei due pellegrini è la metafora della Morte, un cammino verso la fine dell'esistenza. Non solo non ha senso vivere in una realtà orrenda, dove si perde anche la memoria e i sogni possono essere solo incubi. La morte è il nostro inevitabile arrivo, ma è faticoso morire in un mondo senza pace. Visto da questo punto di vista il racconto ha il suo centro nel legame tra padre e figlio. Perché l'uomo continua a vivere e lottare? Perché insiste nel narrare storie falsamente ricche di umanità? Perché inganna il ragazzo? Emerge un messaggio potente: il nostro attaccamento alla vita non deve risiedere nelle cose materiali, nella quotidianità di un'esistenza sempre più inutile, fragile e dolorosa; insistiamo a non morire perché dobbiamo ancora proteggere i nostri cari. Nel momento in cui non c'è più un' escatologia, che sia la Città di Dio o il Sole dell'Avvenire, non ci resta che ancorarci alle nostre responsabilità verso chi ci è più vicino, nelle relazioni essenziali come quelle tra il padre e il figlio. La narrazione è articolata in brevi capoversi, come una raccolta di poesie che si potrebbero leggere a sé stante. Il fascino della lettura risiede proprio nel suono che scaturisce dalla ricchezza lessicale delle parole e dalla struttura sintattica fuori dagli schemi, come sospesa e inesplicabile. E' una prova di eccezionale maestria stilistica, una ricerca dell'effetto che va a scapito della storia: tutto si ripete in un eterno ritorno, i paesaggi, le situazioni, i dialoghi (di fatto solo tra padre e figlio) si susseguono monotoni e alla fine scontati. Si attende con ansia qualcosa che rompa la noia, ma non viene, se non un finale improbabile. Rimane un senso di oppressione ed era forse questo lo scopo dello scrittore. Certo è difficile da capire il grande successo del libro; è prolisso e si fa fatica ad arrivare alla fine. Perché leggerlo? Solo per dovere e attratti dalla maestria stilistica.
Romanzo Criminale
Siamo nella Roma degli anniʼ70 e 80, in unʼ Italia che si affaccia alla società dei consumi ed è attraversata dal terrorismo e da disegni eversivi. Alcuni giovani della periferia romana decidono di > affermare in modo indiscutibile una signoria destinata a durare per sempre sulla Vecchia Mignotta . Da sbandati si fanno banda e diventano i padroni di Roma: sono la famosa Banda della Magliana. A dare forza al gruppo sono lʼamicizia, un leader (il Libanese) e > il sogno di contare finalmente qualcosa, tutti insofferenti dei vecchi capi e degli stranieri che vengono a spadroneggiare in casa nostra. Tutti accesi dalla fantasia di prendersi una buona volta la vecchia mignotta eterna con tanto de lupa e gemellini. (...) Ma neanche questo era del tutto vero. Di là da tutti i programmi, ben oltre la ragione, il cemento di ogni cosa era lʼazione . Non cʼè quindi da stupirsi se la loro ideologia politica sia quella fascista, se il gruppo graviti intorno allo squadrismo nero. Nella loro corsa verso il dominio criminale della città, la banda fa i conti, e si allea suo malgrado, con una serie di organizzazioni e personaggi di contorno: la mafia e la camorra, che riconoscono alla banda il controllo di Roma, ma ne decidono i confini e se ne servono per i loro fini criminali; gli intermediari, che permettono di riciclare il denaro sporco in affari puliti o quasi; le istituzioni (la polizia, la magistratura, gli avvocati, il carcere), che in qualche modo favoriscono le azioni criminali della banda, talvolta inconsapevolmente per una visione legalistica della giustizia e molto più spesso perché sono colluse, corrotte ed acquiescenti. Ma sopra il tutto cʼè il Vecchio, che > comandava unʼunità informativa (dei Servizi Segreti) dal nome neutro (e giocava) a disordinare il mondo . È il grande burattinaio e la banda uno dei burattini: > prendi un deviante o supposto tale, lo fai deviare, lo afferri mentre sta deviando. (...) E adesso teneva il Libanese e i suoi ragazzi. Per farne cosa? Per giocarci, naturalmente . Lʼunico ad accorgersi della trappola è il Freddo, il "puro«della banda, che urla al Libanese:»così adesso stiamo sotto padrone! E che padrone, poi! Lo Stato! Lo Stato sporco! > Nellʼapatia e codardia generale lʼunico a contrapporsi alla banda è un commissario di polizia: Nicola Scialoja. A lui è chiaro, sin dallʼinizio, che si è di fronte ad unʼorganizzazione criminale, e non semplicemente ad una banda di piccoli delinquenti, che la droga era la chiave di tutto. (...) Chi controlla il mercato della droga controlla la città. I ragazzi del Libanese controllavano la città > ; e lentamente capisce che dietro alla banda cʼè un burattinaio, il quale manovra da un oscuro ufficio dei Servizi Segreti. Scialoja è lʼeroe positivo: caparbiamente combatte la banda; viene sconfitto, tradito, denigrato, ma non abbandona la presa. Assiste al disfacimento della banda della Magliana. Il Libanese viene ucciso e da quel momento si rompono i legami che tenevano unito il gruppo: i ragazzi andavano su strade diverse. (...) La lealtà del gruppo diventava lealtà dei gruppi > . Scialoja sa che la banda diviene più fragile, cerca di colpirla in tutti i modi, ma finché il Vecchio la protegge, tutti i suoi sforzi si infrangono sul muro dellʼomertà, della corruzione e della collusione. Scialoja sconfigge la Banda della Magliana solo dopo che il Vecchio, ormai morente, lo designa come suo erede, cooptandolo come capo del suo oscuro ma potentissimo ufficio. Lui aveva il diario del Vecchio! Era il depositario della storia segreta della Repubblica. (...) Poteva praticamente tutto. Aveva il potere. (...) Ma mentre si infilava in ascensore, (...) provò una piccola, dolorosa fitta in fondo al cuore. Nel momento del trionfo, da quali mai oscuri recessi del passato affiorava questo incomparabile senso di sconfitta? > Il racconto può essere letto da differenti punti di vista: cronaca romanzata di vicende reali, affresco desolante della società italiana e di Roma in particolare, dolorosa e rassegnata denuncia del male oscuro dellʼItalia: la perversa connessione tra politica, malavita, imprenditori marci, Servizi segreti deviati.... quando questo cancro sarà estirpato... se sarà estirpato... > . Cʼè una chiave di lettura più semplice: la storia di un gruppo di ragazzi, del loro desiderio di ribellione e di libertà, e di come i loro sogni, e la loro amicizia, si infrangono nella palude romana del denaro, della droga, dei compromessi. Quando Roberta, dopo aver fatto lʼamore, gli chiese per lʼennesima volta perché facesse tutto questo, (il Freddo) riuscì a trovare la risposta sincera: perché così me sento libero > . Nel prologo, un superstite della banda, dopo aver ucciso a sangue freddo un piccolo delinquente, indifferente ai pianti, al rumore dei passi, alle sirene che sʼavvicinavano, gli volse le spalle, e puntata lʼarma contro la luna bastarda urlò, con quanto fiato aveva in corpo: io stavo col Libanese!" Il contesto è il pregio fondamentale del libro. I difetti sono i personaggi e la trama. I primi sono degli stereotipi, esaminati in modo superficiale, forse perché lo scrittore non privilegia le vicende di alcuni rispetto a quelle di altri: tutti si affollano sullo stesso piano e tutti scompaiono e ricompaiono facendo perdere al lettore il filo dello loro peripezie e dei loro sentimenti. La trama si evolve lentamente, senza sorprese, in modo ripetitivo: passano gli anni, si evolve la banda, ma i fatti sembrano sempre gli stessi, come se gli atti criminali siano monotoni, perché sempre uguali a sé stessi; se non cʼè un grande scrittore, che li dà spessore e ritmo, sopraggiunge la noia. Perché leggerlo? È una parte della nostra storia, ma il romanzo è alla fine prolisso e noioso.
Romanzo russo
Il romanzo è ambientato in Russia tra il 1987 e il 1991 negli anni di Michail Gorbacev, in quelle confuse vicende che portarono alla dissoluzione dell'Unione Sovietica, nel dicembre dello stesso anno. Ciò che accadde fu > un tappeto intessuto di innumerevoli fili , una sorta di cubo di Rubik, su cui le dita rincorrono > i cubetti colorati che non si incastrano mai al posto giusto. Per dipanare questo groviglio, senza riuscirvi, Barbero immagina che «qualcuno» racconti quanto è successo: un io narrante, forse un oscuro attore ebreo e moscovita, al quale, dinanzi a una manifestazione di odio antisionista, > balenò d'un tratto un progetto che sul momento, chissà perché, non gli parve affatto mostruoso, ma anzi felicissimo: ecco, io, pensò, me ne starò a guardare, e poi descriverò tutto quanto nel mio romanzo. Perché, si capisce, come sopravvivere altrimenti a una simile porcheria?. E se la trama non ha l'ordine dei grandi romanzi ottocenteschi, bisogna rassegnarsi perché è progettata da un attore, o forse da uno storico che, come Ariosto con l'Orlando Furioso, si sta divertendo nell'affascinante passione dello story telling. D'altra parte, pure il grande Emanuel Carrère si è perso a descrivere i recenti avvenimenti russi (si veda Limonov in questo sito). Il romanzo ruota intorno a due personaggi. Tania, una giovane storica, ha deciso di fare la tesi di dottorato sull'oscura scomparsa dei dirigenti del Partito a Bakù, negli anni '40. Perché nei verbali dei congressi e dei comitati regionali non sono più citati? Deve essere una vicenda delicata, se il romanzo stesso si apre con una scena divertente e preoccupante: due inviati da Bakù riversano del pomodoro sulla scrivania e il vestito del capo di Tania per fargli capire che è meglio che la ragazza abbandoni la ricerca su quanto è successo. > Lasciamo pure stare i meriti e le colpe. Ma l'oblio, quello no. Un popolo libero deve ricordare , e con la determinazione di chi crede alla «verità storica» come imperativo morale del ricercatore, Tania va a Bakù a svelare il mistero, all'insaputa dell'Istituto Storico per cui lavora, e rischiando la vita. Nazar è un procuratore federale: crede fortemente nella giustizia, una legalità ormai corrosa dalla palude brezneviana, lui nostalgico della severità staliniana, al punto che è per la pena di morte (in casa tiene con orgoglio «i foglietti rosa» in cui è riportata l'esecuzione delle sue condanne alla pena capitale!). Gli viene affidato l'incarico d'indagare sull'omicidio di un ayatollah a Bakù; si teme che possano essere accusati gli armeni scatenando la furia vendicativa degli azeri: siamo ormai dinanzi alla disgregazione del potere sovietico. Come in un thriller le due vicende si dipanano con colpi di scena, momenti di pericolo nella lontana Bakù ma pure nella più sicura Mosca, intrecciandosi tra loro in modo sorprendente e casuale. In un mondo in disgregazione in termini di valori e per quanto riguarda le istituzioni statuali. a chi interessano la verità storica e quella giudiziaria? Non resta che rinchiudersi negli affetti familiari. Perdendosi nel racconto viene un dubbio: Barbero parla della Russia o dell'Italia? La corruzione dilagante, a tutti i livelli, l'intreccio tra potere politico e malavita, l'ideologia ridotta a mero rituale, la mancanza di una qualsiasi visione del futuro, il disinteresse per le «verità», se non da parte di pochi testardi, sono tutti elementi che ritroviamo nella storia recente del nostro Paese. Come in Limonov, bisogna ammettere che le società in dissolvimento, che siano russe o italiane, hanno un loro fascino, soprattutto se descritte in modo ironico, senza esprimere inutili giudizi morali. Inoltre, il mondo degli storici è narrato nei suoi meccanismi, in cui potere, compiacenza, studi degli archivi e metodologie si mescolano in modo imprevedibile, e solo chi è mosso da una fede incrollabile, come Tania, può arrivare fino in fondo. Barbero parla di se stesso, come storico e italiano. Barbero scrive come parla, in modo colloquiale, con continue parentesi e descrizioni gustose, mischiando fatti con tratti di costume, senza tralasciare un pizzico di sesso. Le pagine scorrono veloci e piacevoli; tuttavia, il lettore si perde negli innumerevoli ricami della narrazione, a discapito del ritmo complessivo, fondamentale in una sorta di thriller, e della comprensione complessiva della storia. Deve essersi accorto di questo, Barbero verso la fine perché mette le mani avanti. > E tutto sta in questo, che bisogna essere bravi: sarebbe troppo comodo se il primo venuto fosse capace di scrivere in quattro e quattr'otto quel che passa in testa ai suoi personaggi in un momento come questo. (...) La penna scrive e non sa che cosa, l'inchiostro non corrode la carta, il quaderno non prende fuoco.... Perché leggerlo? Piacevole e interessante, bella la figura di Tania.
Rosso come una sposa
Il libro è di una scrittrice albanese, che scrive in italiano. Nella prima parte del romanzo, la scrittrice ripercorre le vicende della sua famiglia in un piccolo villaggio sulle montagne. È una storia di personaggi femminili, ed in particolare della nonna della scrittrice: Saba. > È una vita incastrata nel reticolo di silenzio senza confine della montagna. Disturbata soltanto dal brusio degli alberi mossi dal vento. La gente si occupava delle faccende di sempre. Si occupava di storie passate che continuamente tornavano a rivivere come fossero accadute la sera prima . In questo mondo immobile e senza tempo, i dolori e il peso della vita sono a carico delle donne: coraggiose, dure, determinate a difendere la propria famiglia, ma anche spietate con le altre donne, quando alcune di esse non rispettano le rigide regole della comunità. In questo mondo, «che inizia e finisce qui», il destino delle donne è inesorabile ed ad esse non è concesso di vivere lʼamore. Solo la morte crea un legame forte tra gli uomini e le donne. Dinanzi al marito morente, che non ha mai saputo amarla, Saba > piange così, per il tempo giusto o sbagliato che è passato... si corica vicino a lui, prende il suo viso tra le mani. Accarezza le sue rughe, accarezza gli anni perduti senza amore . La prima parte del romanzo è senza dubbio la più efficace anche perchè la scrittrice non lʼha vissuta direttamente e quindi il ricordo dà fiato alla fantasia e ad uno stile lirico, molto evocativo. La seconda parte è più autobiografica e racconta della dissoluzione della vecchia Albania, di come un paese di forti tradizioni perda la propria identità al contatto con la società occidentale, in particolare con quella italiana. La perdita della lingua madre, lʼalbanese, a favore dellʼitaliano sintetizza questo dissolvimento e rende impossibile dialogare con il passato. La scrittrice vorrebbe parlare con Saba, la nonna amata, ma non ci riesce più. > Io parlo un idioma a lei sconosciuto e così ci rincorriamo da una parte allʼaltra. Ma la sua lingua, azzurra, verde, gialla, come le stagioni dei suoi campi, quella che vorrebbe sentire da me, non è più la mia . È un romanzo fatto di tanti bozzetti, spesso molto belli, ma che vanno a scapito del racconto complessivo. La ricerca, anche stilistica, dei singoli frammenti fa perdere il senso del romanzo. Mentre nella prima parte, il lettore è affascinato dalle singole storie, dalle forti emozioni che scaturiscono dalla descrizione di una società dura ed atavica, nella seconda parte del libro le vicende risultano scontate, talvolta banali e non si capiscono le profonde trasformazioni sociali e personali che hanno caratterizzato la società albanese. In fondo cʼè un salto, anche nellʼefficacia del racconto, tra un mondo contadino, ormai lontano e offuscato dalla nostalgia, e la nuova vita urbana ed industriale, che non può che essere italiana. Perché non leggerlo? Alcuni frammenti del racconto sono molto belli. In generale, tuttavia, il racconto non riesce a creare interesse proprio quando si passa a descrivere i cambiamenti della società albanese verso la società occidentale: come risultato anche la rappresentazione del mondo contadino rimane sospesa, ricondotta ad una sorta di antropologia folcloristica.
Rossovermiglio
> Mi pare di essermi persa in una grotta sotterranea piena di anfratti pericolosi e labirintiche cavità che non conosco, altrettanti crepacci in cui posso scivolare. Questo mi succede adesso, quando guardo avanti e mi accorgo che non cʼè più strada, e allora mi volto indietro e vedo che di strada non ce nʼè neanche lì . La protagonista, lʼio narrante, è ormai unʼanziana signora, che vive in un podere in Toscana dove è riuscita a produrre un vino di grande qualità, Rossovermiglio. Con la mente ritorna ormai spesso a tempi lontani e il romanzo si sviluppa, infatti, nella continua alternanza tra presente e passato. Nata in unʼaristocratica famiglia torinese, va sposa molto giovane ad un uomo del suo stesso ceto sociale. È un matrimonio combinato che non porterà che infelicità alla giovane donna. Tradita, offesa nei suoi sentimenti più profondi, respinta dalla freddezza del marito e di una classe sociale formale e vuota, la protagonista decide di rifugiarsi in Toscana in un podere che ha ricevuto in eredità dal fratello. E qui conduce una vita isolata, con i suoi amati cavalli e la crescente passione per la terra. Quando si ripresenta un uomo di cui si era a suo tempo invaghita. Nasce una relazione e la giovane si trova incinta. Ma lʼuomo scompare e la donna, per salvare le convenienze, decide di far apparire il proprio figlio come il bambino dei fattori. Come mai lʼuomo è scomparso? Sino a questo momento la protagonista appare come una «bella addormentata»: giovane ricca, irrequieta, un pò eccentrica, sulla quale scivolano i grandi cambiamenti della storia, come il fascismo, la guerra mondiale, la lotta partigiana, lʼavvento della repubblica. Ma proprio alla fine della sua vita, la protagonista scopre che lʼuomo amato è scomparso perchè ha ricevuto una lauta somma dal marito, il quale, pur lontano, si è ulteriormente intromesso nella sua vita. È stata condannata a vivere come volevano gli altri. Dal suo ceto sociale non ha ricevuto che dolori ed inganni, mentre è circondata dallʼaffetto e dalla lealtà della gente del luogo. Solo la terra (le viti, gli olivi, il bosco) è qualche cosa di fermo e di vero. > A volte smonto da cavallo e mi siedo su un sasso, e resto lì a guardare questa terra sempre uguale nel tempo, con questi colori e questi odori, lenta e silenziosa come lʼho conosciuta . Ma dʼaltra parte «noi non viviamo tragedie, abbiamo solo dispiaceri». Allʼinizio del romanzo il lettore rimane un pò sconcertato della vacuità delle vicende, degli ambienti e dei personaggi. Ma che ci importa di nobili che disperdono il proprio patrimonio in ricevimenti eleganti e raffinati? Prima la scrittura, molto squisita e accurata, e poi la crescente scoperta che la superficialità e la non attualità della vita aristocratica sono la chiave interpretativa del romanzo. Noi viviamo una vita, spesso, «fatta di niente» e quindi ci troviamo trascinati dal caso e dagli altri. Perché leggerlo? È scritto in un bellʼitaliano.
Il rumore del mondo
Il romanzo è ambientato tra il 1838 e il 1848 nella Torino sabauda, in bilico tra restaurazione e valori risorgimentali, tra conservazione e desiderio di cambiamento, anche economico. In quegli anni la Gran Bretagna, in particolare Londra, era un punto di riferimento, per le innovazioni tecnologiche, lo sviluppo del commercio e della manifattura, e per la diffusione di nuove idee, che coinvolgevano anche la condizione femminile. L'autrice immagina che Anne, giovane figlia di un ricco mercante di stoffe, vada in sposa a Prospero, nobiluomo piemontese, allevato all'interno delle più rigide e tradizionali regole sabaude: disciplina militare, ottusa fedeltà alla corona e alle convenzioni sociali, disprezzo per le questioni economiche, per lo stesso patrimonio terriero, dal quale ricava peraltro ricche rendite. E' un matrimonio improbabile, diremmo noi; permette all'autrice di investigare come «riconoscere qualcosa di sé in un paese che non è il proprio», come essere sé stessi pur essendo costretti ad adattarsi ad altre consuetudini e a lingue così diverse dall'inglese, l'italiano e il dialetto piemontese. Anne, tra l'altro, è cresciuta frequentando magazzini e negozi, abituata a riconoscere la qualità di prodotti tessili provenienti da tutto il mondo, a parlare di stoffe, di innovazioni e di commercio. Sono valori moderni, esaltati da un nonno con idee giacobine e da una governante che lascia la massima libertà di idee alle sue pupille, Anne e sua sorella, spiriti indipendenti ed aperti al nuovo. La prima domanda del padre di Anne a Prsopero fu la seguente. > Allora ditemi, vi interessa la seta? (...) Nello sguardo di Prospero si affacciò un'espressione di sdegno. Se di commercio non s'intendeva affatto, s'intendeva però di educazione e non sapeva come prendere la volgarità del suocero. (...) A Torino, pensò, i fornitori entrano dalla porta di servizio e attendono in anticamera . Non è il vaiolo, quindi, che colpisce Anne nel viaggio verso Torino e le compromette la pelle, a rovinare il matrimonio; sono le differenze culturali tra lei, costretta ad adattarsi, e Prospero, ottuso e distante. In una lettera alla sorella, Anne confessa che > sono dovuti passare alcuni mesi perché io arrivassi a comprendere che il viaggio che mi avrebbe consegnata a Prospero non era un avvicinarsi ma un allontanarsi, sia da quello che avevo immensamente caro sia dalla persona che ero stata fino a quel momento. Nessuno si separa volentieri da ciò che ama e conosce, per cui puoi immaginarti il mio stato d'animo adesso che ho compreso che la persona che mi accingevo ad abbandonare definitivamente ero io stessa. Separarsi da sé è il dolore più profondo . Eppure, nel Piemonte degli anni' 40, attraversato da una ricerca di innovazioni in campo agricolo e manifatturiero, Anne, concreta, tenace, esperta di cose economiche e immensamente ricca, potrebbe trovare la sua strada; e per un momento ci speriamo, quando intreccia un'amicizia con Enrico, un avventuroso imprenditore, e quando l'ottuso Prospero muore sul campo di battaglia nel 1948. Ed invece l'esile e troppo fedele Anne > da quando è arrivata in Piemonte ha avuto un solo desiderio: essere lasciata tranquilla, sbiadire. Come accade alle amarezze, generosamente stemperate dal tempo . Anne appartiene alla folla di personaggi che hanno contraddistinto il passaggio dalla restaurazione alla nuova Italia: > le loro opinioni, le loro speranze spesso ingenuamente grandi, i loro desideri e i loro fallimenti appartengono a quella terra di penombre che è la letteratura . Il libro presenta numerosi difetti, di contenuto e di struttura narrativa, che ne hanno compromesso la qualità, pur partendo da un'idea interessante e da un personaggio potenzialmente intrigante. L'autrice ha voluto dire troppo: dare un affresco del Piemonte degli anni'40, ricostruire il fascino dell'Italia nell'immaginazione degli inglesi, introducendo il tema del «Grand Tour», sviluppare le differenze tra Londra e il Piemonte con un minuzioso dettaglio che fa perdere il senso complessivo, infittire di personaggi, i quali sovrastano la protagonista, rigidamente immobile nel suo triste destino. La struttura narrativa non ha ritmo: si sviluppa lenta e prolissa, frammentata da continui salti nel tempo e nello spazio, e soprattutto appesantita dal ricorso eccessivo all'espediente letterario della corrispondenza, non solo della protagonista ma pure degli altri personaggi. Alla fine il tutto diviene ridondante; il romanzo andrebbe riscritto con grandi forbiciate. Perché non leggerlo? Lo spunto è interessante, la struttura narrativa lo rende prolisso e noioso.
Sabbia nera
> La Muntagna s'era risvegliata quella mattina. Una nube nera densa di cenere incombeva sulla città avvolgendola. (...) La sabbia veniva giù senza requie, formando per terra un tappetto scricchiolante e scivolando sugli ombrelli aperti... E come il cielo oscurato dalle ceneri dell'Etna così il vice questore Guarrasi deve dipanare il mistero di una sconosciuta trovata incartapecorita in un montavivande di una villa sulle pendici dell'Etna. Trasferita dalla squadra anti mafia di Palermo alla sezione omicidi di Catania, Guarrasi ha la «scorza palermitana» e anche se tenta di assimilare i costumi e la lingua della città etnea si sente sempre palermitana: > e un palermitano a Catania è convinto di non poterci stare bene, anche se in realtà non è così . La vice questore è una leggenda nella polizia avendo salvato un magistrato da un attacco della mafia uccidendo i killer; è determinata, intelligente e intuitiva, ama i casi complessi, oscuri e difficili da risolvere. Il corpo incartapecorito è per molti aspetti un mistero. Innanzitutto bisogna identificarne le generalità e capire quando è avvenuta la morte della donna. Risalendo lungo i fili della vicenda Guarrasi scopre che c'è un legame tra questo corpo e l'omicidio di Gaetano Burrano, avvenuto una ventina di anni prima e il cui assassinio fu fatto risalire alla mafia, che si sarebbe vendicata dell'uomo perché non voleva piegarsi alle richieste dell'organizzazione criminale. Ma «Gaetano Burrano era stato definito»uno che arriminava (si rimescolava), macari nell'acqua lorda certe volte > . E' possibile che ci fosse dell'altro? E perché la vedova, ricca e potente, ha abbandonato la villa dalla morte del marito e ostacola le indagini in tutti i modi? Incutto«, si direbbe in siciliano per una persona fastidiosa come la vedova Burrano,»uno dei termini dialettali che il vice questore Guarrasi si sforzava di apprendere, e che annotava in una nota creata apposta nel suo iPhone, e intitolata «Catanesate». Guarrasi scopre che Gaetano finanziava un bordello di cui la donna ritrovata era la tenutaria, oltre che la sua amante, e dalla quale ebbe una figlia di cui si sono perse le tracce. La relazione scandalosa «i na fatta morta» la vedova: potrebbe essere lei l'assassina? E > se il vento del sud che aveva liberato la città dalla pioggia vulcanica avesse iniziato a dissolvere anche la caligine nera che avvolgeva quell'indagine ? E' forte la suggestione che la scrittrice abbia voluto emulare Camilleri con la vice questore Guarrasi, proponendo una figura femminile ambientata in Sicilia come il commissario Montalbano. I difetti risiedono proprio nel contesto e nel profilo della protagonista. Catania è disegnata in modo superficiale: banale è l'idea della nube di ceneri così come poco significativi sono i rari squarci del caotico traffico cittadino; più accattivante è il ricorso al dialetto siciliano, suggestivo e incomprensibile alle nostre orecchie. Nel delineare il suo personaggio l'autrice ha avuto forse presente Pedra Delicado di Alicia Gimenez Bartlett (si veda nel sito le recensioni di «Il silenzio dei chiostri» e di «Serpenti nel Paradiso: Riti di Morte»); malgrado il tentativo di dare spessore a Guarrasi con i riferimenti al padre ucciso e all'amore per il magistrato al quale ha salvato la vita, nonostante la descrizione di una vita solitaria e disordinata, in parte mitigata dalle cure di una vicina di casa, la personalità del vice questore non arricchisce la narrazione, restando sullo sfondo e pare spesso stereotipata. Solo la trama sorregge la storia e non è sufficiente. Perché non leggerlo? E' banale.
Sardinia Blues
Tre ragazzi, Davide il protagonista, Licheri e Corda, trascinano la propria vita in una Sardegna ben diversa da quella conosciuta dai turisti: ci sono il sole e il mare, ma ci sono soprattutto la noia e la voglia di evadere dalla provincia per vivere nel mondo. Tutti tre i ragazzi hanno trascorso diverso tempo allʼestero innamorandosi di donne fantastiche, delle ballerine, ma poi sono tornati delusi alla propria terra per trascorre il tempo tra discoteche e furtarelli. Il protagonista, Davide, è talassemico ed è quindi costretto a continue trasfusioni di sangue. Ma la sua malattia non è la causa del suo male di vivere: ciò che soprattutto incide sono la morte della madre e la distruzione della sua famiglia, con il nuovo matrimonio del padre e la lontananza, anche spirituale, della sorella. Il romanzo galleggia per gran parte tra la descrizione della vita notturna dei tre ragazzi,i ricordi di Davide della sua adoloscenza e della sua vita a Londra, le fugaci relazioni amorose , gli episodi di piccola furfanteria: tutto è portato avanti con leggerezza e rassegnazione, senza rabbia, quasi accettando lʼinutilità della vita. Poi la vicenda precipita: Davide va a letto con Daniela, una delle ragazze più belle della discoteca, i due ragazzi vengono sorpresi dal fidanzato, che li uccide. Il tema fondamentale del romanzo è lʼessere sardi: > sovente abbiamo cenato e fumato io e i miei amici, disquisendo dellʼamore e dellʼarte, dellʼessere sardi e del significato o meno di questo fortuito elemento della nostra esistenza, della nostra voglia di viaggiare e di capire il mondo, delle nostre fobie e della nostra inconcludenza . Ed è proprio la necessità di superare il localismo, «le paranoie identitarie e antidentitarie», che costuisce il tratto più interessante del libro: in una Italia sempre più resa piccola e provinciale dalla retorica del territorio questo romanzo è un inno, forse non voluto dallʼautore, alla globalizzazione, allʼapertura verso il mondo, al fatto di «accettare che siamo come gli altri». Non è un caso che Davide faccia sempre riferimento a stranieri, quando racconta degli altri talassemici: la malattia accumuna e non divide. La prosa di Sorigo è molto particolare e innovativa: la narrazione si sviluppa senza punteggiatura ( o con la punteggiatura sbagliata), come se le parole si susseguissero senza controllo, giocando tutto sulla musicalità e sugli accostamenti verbali. Il riferimento è la poesia piuttosto che la prosa. Questo approccio stilistico è talvolta efficace, ma rende la lettura frammentaria facendo perdere il senso complessivo del romanzo, che diviene, alla fine, un insieme di episodi e di impressioni.
La scimmia dell'assassino
> Per chi non mi conosce, sarà bene dire anzitutto che non sono un essere umano. Sono una scimmia antropomorfa. (...) Come sono finita tra gli uomini non lo so, e verosimlmente non lo saprò mai. Sally Jones, la scimmia narratrice di questo romanzo, è intelligente, le manca solo la parola, ma comprende il linguaggio degli umani, sa scrivere (e così che comunica), è bravissima a riparare oggetti meccanici, dai motori di una nave agli strumenti musicali sino a una vecchia macchina da scrivere, con cui presumibilmente ha scritto «le sue memorie». Le sue doti (abilità tecniche, impegno sul lavoro, profondo senso dell'amicizia) l'hanno resa la compagna indispensabile di un solitario uomo di mare, proprietario di un vecchio battello. Trovandosi a Lisbona, in attesa di un carico da trasportare, Sally Jones e il suo capo s'imbattono in Alphonse Morro, ( > aveva la faccia magra e pallidissima e uno sguardo tormentato), che noleggia la nave per andare a ritirare un carico, ufficialmente delle piastrelle, in realtà casse piene di armi. In una successione di eventi imprevedibili (l'affondamento del battello, l'incontro inaspettato con Alphonse Morro ( > gli occhi sembravano fuori dalle orbite dal terrore ) e la scomparsa di quest'ultimo in mare, il capitano è accusato di avere ucciso Morro, il cui cadavere non viene trovato. Mentre l'uomo è portato in prigione, Sally Jones fugge in una Lisbona ostile e oscura. Si ripara tremante e affamata in un sotto tetto, quando le arriva, come in sogno, un canto, > una voce triste e bellissima, (...) e di colpo, senza capire il motivo, mi sentii pervadere da una sensazione di calore. (...) La donna era seduta davanti alla finestra aperta di un abbaino. Cantando lavorava a qualcosa che teneva sulle ginocchia. Portava uno scialle e i capelli scuri erano raccolti in una crocchia spettinata. Da questo punto in poi il racconto si sviluppa in una serie di avventure, che portano Sally Jones in fuga da Lisbona nella lontana India per poi tornare nella città portoghese, sempre determinata a dimostrare l'innocenza del suo capitano. Sarebbe lungo ripercorrere le vicende, sempre contraddistinte da colpi di scena, da nuovi personaggi e da una soffusa atmosfera di malinconica speranza. Da dove nasce la dolce forza di Sally Jones, questa strana scimmia? Nasce dall'Amore, il quale si esprime nel profondo legame che unisce la scimmia con le persone che incontra, che l'aiutano e che lei aiuta: la triste Anna, povera operaia e meravigliosa cantante di Fado, Fidardo lo scontroso riparatore di strumenti musicali, il custode del cimitero dove Sally Jones scopre la tomba della fidanzata di Morro e la sua triste storia d'amore, l'eccentrico maharajah, verso cui Sally Jones non è cortigiana ma sinceramente amica, e infine lo stesso Alphonse Morro, in realtà vittima sofferente, attanagliata dal rimorso. Ci sono anche i cattivi, chiaramente più forti della povera scimmia; quante volte Sally Jones si rannicchia sul letto, sente venire le lagrime, sovrastata dalla paura e dalla nostalgia! Caparbia, apparentemente fragile ma sicura nei suoi valori, Sally Jones è messaggera di speranza, in un momento in cui ne abbiamo molto bisogno, adolescenti e adulti. Il romanzo è articolato in tre parti: la prima e l'ultima ambientate a Lisbona, la seconda in India. C'è da chiedersi per quale motivo l'autore abbia dedicato tante pagine al soggiorno di Sally Jones presso il maharajah, dissipando in banali descrizioni l'atmosfera affascinante di Lisbona. Leggendo le pagine ambientate nella città portoghese, ci si sente pervasi da quel senso malinconico di vivere che distingue Lisbona; ed è stato molto bravo l'autore a dare colori differenti alle strade e al cielo, nella prima parte cupi, nell'ultima solari, quando Sally Jones torna dai suoi amici e ai suoi luoghi. E' che dire del canto, il Fado, che attraversa l'intera narrazione, e che riesce a trasmettere persino al maharajah la dolce tristezza della musica portoghese, capace di trasformare un uomo egocentrico in un animo generoso e benigno, almeno una volta nella sua vita. La trama non sarebbe stata sufficiente a dare spessore alla storia. E' la scrittura a connotare l'intera narrazione: fluida, apparentemente semplice, con un'alternanza di dialoghi, riflessioni e stati d'animo della scimmia, e di abili descrizioni d'ambiente; lo stile avvince il lettore, anche nelle parti sinceramente prolisse e ridondanti. Perché leggerlo? Sally Jones pare personificare gli imperativi categorici di Kant: libertà, uguaglianza e fratellanza.
Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio
Lʼedizione italiana è una revisione, sempre a cura dellʼautore, della prima pubblicazione in arabo del 2003, che aveva un altro titolo: «come farti allattare dalla lupa senza che ti morda». I due titoli, in italiano e in arabo, costituiscono due possibili chiavi di lettura del libro. Lʼambiente è piazza Vittorio a Roma, luogo multiculturale per eccellenza, ed in particolare un condominio, dove vivono diversi personaggi: dalla portinaia napoletana ad un triste professore universitario di Milano sino ad un giovane olandese, appassionato del neo realismo italiano. Intorno al condominio si muove una umanità multiforme, che, pur nelle incomprensioni reciproche e nelle differenze culturali e linguistiche, condivide un unico giudizio: la stima e la fiducia in Amedeo. Egli appare, e ci appare, come lʼitaliano che tutti vorremmo che fossimo in una società multiculturale: colti, gentili, educati, tolleranti e pronti ad aiutare a prescindere dal colore della pelle, dalla religione e dalla nazionalità di provenienza. Sono questi i motivi per cui tutti rifiutano lʼidea che Amadeo possa avere commesso un omicidio, e per giunta nellʼascensore del condominio, che non usava per rispetto verso la portinaia. > Mi ha guardato con un sorriso e mi ha detto: ho cambiato idea, vado a piedi. Non credevo alle mie orecchie e mi sono domandata: ancora ci sono degli uomini che rispettano le femmine in questo paese? . Ma è ancora più incredibile è che tutti, italiani e stranieri, si stupiscono che Amedeo non sia italiano. In fondo gli stranieri sono tutti maleducati ed ignoranti. Ma chi è Amedeo? E questa è la seconda chiave di lettura. Amedeo, con il suo perfetto italiano, con la sua vasta conoscenza di Roma, è in realtà Ahmed, un algerino, che è fuggito dal suo paese dopo che gli è stata trucidata la fidanzata. La sua è una fuga dallʼorrore del passato, da un mondo che vuole abbandonare, anche con la mente. A Roma ha trovato Stefania, ingenua, idealista e curiosa, e si è innamorato di piazza Vittorio, della suo scontro di civiltà. > A Roma cʼè la Stazione Termini. Termini vuol dire che il viaggio è finito. Questa città ha qualcosa di strano. È molto difficile andarsene. Forse lʼacqua delle sue fontane si è mescolata con una sostanza particolare che ha origini stregonesche . Ma Roma ti può anche far del male, con le sue regole burocratiche, con la freddezza e la violenza di una società in decadenza, ormai priva di solidarietà umana. Ahmed, in fondo, non vuole essere né italiano né algerino: vorrebbe essere solo Ahmed. Dʼaltra parte solo sua è la memoria del passato, le cui ferite si devono curare in solitudine. > Oh mia ferita aperta che non guarirai mai! Non ho consolazione al di fuori dellʼululato . Il pregio fondamentale del libro è la scrittura. Intanto un idea felice è lʼalternanza tra la descrizione delle vicende da parte dei diversi personaggi, così da mettere in risalto i differenti punti di vista, e le note autobiografiche, in forma di diario, di Amedeo/Ahmed. Esse sono introspettive, quasi la narrazione di un percorso personale, di liberazione dal passato e di scoperta del futuro. Inoltre, lo stile affettuosamente ironico contribuisce non poco a non cadere in moralismi o in pseudo analisi sociologiche, quando vengono narrati il razzismo latente negli italiani ( secondo la classica piramide Nord - Sud dʼItalia - Sud del mondo), la disperazione e la nostalgia degli stranieri, nonché la freddezza e la durezza della vita italiana. Il profilo dei personaggi è tratteggiato in modo così attento alla specificità di ciascuno, sia esso italiano che straniero, da far emergere una moltitudine di luci e di ombre, piuttosto che quel bipolarismo ( italiano - straniero, buono - cattivo) che tanti media vorrebbero imporre alla società italiana, pur refrattaria. Perché leggerlo? Leggero, divertente, ma profondo.
Lo scrigno delle sequenze
Il libro è ambientato nell’anno 900 e racconta le vicende di un giovane, che è stato educato da una contessa. Il ragazzo, senza saperlo, uccide il padre e, al capezzale della contessa, legge alcune lettere che gli fanno comprendere la sua vita. Il libro è molto piacevole, viene descritto molto bene l’ambiente difficile del medioevo, anche con alcune ambientazioni della vita familiare e del contesto domestico.
Il Secondo Cerchio
Il libro raccoglie quattro racconti di giovani scrittori russi, che erano bambini quando è crollata lʼUnione Sovietica e sono, quindi, del tutto estranei ai temi ereditati dal crollo dellʼimpero. I racconti hanno stili e contenuti totalmente differenti, ma hanno un comune oggetto: «la ricerca di qualche cosa che ci manca», come conclude Vladim, il protagonista della breve storia di Savelyev, la più riuscita delle quattro. «Salam Dalgat» di Alisa Ganieva è ambientato in una città del Caucaso. Dalgat, un giovane studente «magro come uno stecco», è alla ricerca di un parente e ciò lo porta attraverso la città: al mercato, nelle squallide periferie, ad un matrimonio. Dappertutto si imbatte nella desolazione, nella violenza gratuita e nel costante contrasto tra tradizione e modernità. Quanto è lontano tutto questo dalla retorica ufficiale che vorrebbe dare unʼimmagine luminosa e virtuosa delle terre e del popolo del Caucaso! Nel suo errare Dalgat incontra un uomo che gli vuole far leggere un libro che parla di come è stata distrutta la nazione caucasica, le sue lingue, i suoi canti, le sue poesie secolari. Ma quando il giovane gli chiede di che cosa parla il libro, lʼuomo risponde con un sorriso: «niente di speciale, sciocchezze». Se lo stile di Ganieva è ancora profondamente russo, quello di Igor Savelyev, è minimalista, essenziale. La sua «Città Pallida» parla del mondo dellʼautostop. I protagonisti sono dei giovani che vagano per la grande Russia senza un vero scopo, se non quello di fuggire dai genitori, dalla vita borghese. Vladim, nel suo peregrinare, trova ospitalità per la notte ad Ufo, una delle tante città al limite degli Urali, presso uno studente fuori corso. Qui incontra una ragazza, Nastja, anchʼessa autostoppista. Nasce una breve storia dʼamore, che il ragazzo vorrebbe continuare, ma Nastja > si accalorava.... non mi importa dove andare (dice), purché sia lontano da casa... ho bisogno di posti nuovi dove fermarmi poco.... conoscenze occasionali, persone che appaiono e spariscono . Ed allora non resta che rimettersi sulla strada alla ricerca di quellʼ «acuto senso di solitudine che non è possibile trovare nella vita normale». «Il bambino perduto» di Anna Lavrinenko è un racconto delicato, sentimentale, anche psicologico, ma dietro lʼapparente normalità narrativa si nasconde un paradosso: il protagonista, un operatore di call center, è convinto di essere stato abbandonato da sua madre allʼetà di cinque anni. Questo pensiero, ma è vero che è stato lasciato?, lo ha perseguitato per trentʼanni, ma forse non è necessario un fatto così grandioso per dare un senso alla vita. > Forse basta semplicemente dimenticarsi le chiavi, sedersi in una tromba delle scale deserta . Infine, «Alta pressione» di Aleksej Lukjanov ci riporta, in modo surreale, allo squallore della vita politica attuale. Alcuni operai lavorano stancamente in una officina ferroviaria, quando si accorgono, giorno dopo giorno, che non funzionano più i telefoni, internet e tutti i mezzi di comunicazione. Il governo cerca di rimediare con un progetto assurdo: la radiodiffusione a vapore. Ma ciò non arresta il disfacimento, anche le parole importanti ( «sacramentali») cominciano a mancare. Tutti vogliono scappare in occidente, ma i treni sono troppo affollati.Il futuro potrebbe essere di desolazione, di povertà e di solitudine, se non fosse che il ciclo delle stagioni continua. > Era tornato il verde e alcune reti commerciali si erano autoliquidate in tutta fretta.... e così la fame non arrivò . Ad un certo punto, il governo, tramite la radiodiffusione a vapore, comunica che si è stancato dei cittadini, troppo ignoranti per comprenderlo, e ha deciso di abbandonarli al loro destino. Esplode la radiodiffusione a vapore ma ritornano le parole e si è finalmente liberi. Ma siano in Italia o in Russia? I racconti sono scritti molto bene e affrontano temi generali, tipici della società odierna: il disorientamento della gioventù ma anche la volontà di costruirsi da soli il futuro, autonomamente e con le proprie forze. Le storie non si concludono, restano sospese ed incerte, ma è ciò che abbiamo dinanzi: non ci sono più sicurezze. Perché leggerlo? La lettura è piacevole e i temi sono convincenti ed intriganti.
Il segreto del bosco vecchio
All'inizio del racconto Dino Buzzati immagina che un abate dell'ottocento «con notizie succinte e molto chiare» parli di «una mirabile visione» alla vista del bosco vecchio; in una nota a piè pagina l'autore osserva come alcuni uomini colgano i segreti del bosco, li avvertono di «natura», altri non avranno mai questa sensibilità, > e passeranno impassibili (...) lungo le tenebrose foreste, senza neppure sospettare ciò che là dentro succede . La comunanza con gli alberi, la capacità di coglierne la magia sono proprie dei bambini; come spiega Bernardo, il gene-albero che si è assunto il gravoso compito di interloquire con gli adulti, > a una certa età tutti voi, uomini, cambiate. Non rimane più niente di quello che eravate da piccoli. Diventate irriconoscibili . L'età adulta fa perdere la qualità di sentirsi parte del tutto, di giocare nel bosco, insieme con gli animali, di capire il canto degli uccelli, di percepire e distinguere la variopinta e grandiosa orchestra dei suoni della foresta. Poiché gli adulti non ameranno mai la natura, il genio Bernardo è diventato amico del vecchio proprietario, persuadendolo a lasciare intatto il bosco vecchio. Che fatica trascorrere le serate in lunghe partite a carta, in noiose conversazioni mentre > entrava dalla finestra, con il profumo di preziosissime resine, la voce profonda dei suoi fratelli, che cantavano spensierati ! La situazione cambia quando muore il vecchio proprietario ed arriva il nuovo padrone. Procolo, colonnello in pensione, è un uomo rigido, cupo, solo e refrattario ad ogni comunanza con il bosco, quest'ultimo visto come un'opportunità di sfruttamento. Non è che sia avido, è soltanto un'anima meschina, e chi non è generoso come fa a trovare piacere dai brusii e dagli odori del bosco? Si allea con il vento Matteo per piegare i geni-alberi e costringerli a lavorare per lui nello sfruttamento della foresta, uccide la gazza che fa sentinella alla casa per poi precipitare nel silenzio della notte, chiuso nei suoi incubi. Infelice e cattivo, vuole liberarsi del piccolo Benvenuto, erede del bosco e di cui è tutore; con l'aiuto del vento Matteo, non esita ad abbandonare il bambino in aree selvagge del bosco, dove Benvenuto sarebbe sicuramente morto. Non ci riesce, crede che nessuno conosca il proposito omicida. Ma quando si inoltra nel folto della foresta, > ecco il canto degli uccelli affievolirsi, fuggire gli scoiattoli e i ghiri, farsi silenzio sulle rame e talora anche comparire nel cielo sinistri nuvoloni. (...) Evidentemente egli stonava in quel felice angolo di selva, evidentemente alberi e uccelli non lo potevano soffrire . Pure la sua ombra lo lascia, tanto è disgustata dall'aridità del compagno di tutta la vita. Procolo è solo. Eppure, pian piano, riluttante e sorpreso, in una notte insonne Procolo riconobbe i rumori della foresta. Ne contò quindici, meticolosamente annotati uno per uno. > Ma due e tre volte, quella notte, ci fu anche il vero silenzio, il solenne silenzio degli antichi boschi, non comparabile con nessun altro al mondo e che pochissimi uomini hanno udito . E la bontà che è in tutti gli esseri umani finalmente si libera della rappresentazione di sé, di quel «falso io» che lo aveva accompagnato tutta la vita. Procolo muore ma si salva. Il racconto di Buzzati può essere interpretato come una affascinante metafora dell'anima umana, dove il bosco non è «la selva oscura» di Dante ma una sorta di paradiso scintoista nel quale gli alberi sono geni benevoli e i venti forze oscure ostili: una raffigurazione, insomma, del complesso groviglio della coscienza. Io preferisco interpretare «il segreto del bosco vecchio» in modo letterale, una grande favola della foresta, senza secondi significati. Cresciuto da genitori che amavano la montagna e che mi fecero trascorrere lunghe estati nel verde delle Alpi, camminare fra gli alberi ha fatto parte della mia vita, senza che ne capissi le ragioni. La lettura del racconto di Buzzati mi ha fatto comprendere la mia passione. Ed è proprio per questo che lo accosto a Petrarca, pur rendendomi conto di quanto ardito sia il legame. Quando Francesco Petrarca narra le sue passeggiate in Provenza e in Toscana, comprendo il sentimento che mi anima quando pure io procedo nella foresta: il desiderio di distacco dalla frenesia del mondo, il ritrovarsi con se stesso, solitario, silenzioso, concentrato nell'attività fisica, permeato della vitalità degli alberi, cosciente del legame fra tutti gli esseri viventi. Spesso vagabondando libero e senza meta tra le luci e i rumori della foresta mi vengono in mente i versi del Canto XXXV del Canzoniere: > solo et pensoso i più deserti campi/vo mesurando a passi tardi et lenti,/et gli occhi porto per fuggire intenti/ove vestigio human l'arena stampi .
Il segreto del Bosco Vecchio
All'inizio del racconto Dino Buzzati immagina che un abate dell'ottocento «con notizie succinte e molto chiare» parli di «una mirabile visione» alla vista del bosco vecchio; in una nota a piè pagina l'autore osserva come alcuni uomini colgano i segreti del bosco, li avvertono di «natura», altri non avranno mai questa sensibilità, > e passeranno impassibili (...) lungo le tenebrose foreste, senza neppure sospettare ciò che là dentro succede . La comunanza con gli alberi, la capacità di coglierne la magia sono proprie dei bambini; come spiega Bernardo, il gene-albero che si è assunto il gravoso compito di interloquire con gli adulti, > a una certa età tutti voi, uomini, cambiate. Non rimane più niente di quello che eravate da piccoli. Diventate irriconoscibili . L'età adulta fa perdere la qualità di sentirsi parte del tutto, di giocare nel bosco, insieme con gli animali, di capire il canto degli uccelli, di percepire e distinguere la variopinta e grandiosa orchestra dei suoni della foresta. Poiché gli adulti non ameranno mai la natura, il genio Bernardo è diventato amico del vecchio proprietario, persuadendolo a lasciare intatto il bosco vecchio. Che fatica trascorrere le serate in lunghe partite a carta, in noiose conversazioni mentre > entrava dalla finestra, con il profumo di preziosissime resine, la voce profonda dei suoi fratelli, che cantavano spensierati ! La situazione cambia quando muore il vecchio proprietario ed arriva il nuovo padrone. Procolo, colonnello in pensione, è un uomo rigido, cupo, solo e refrattario ad ogni comunanza con il bosco, quest'ultimo visto come un'opportunità di sfruttamento. Non è che sia avido, è soltanto un'anima meschina, e chi non è generoso come fa a trovare piacere dai brusii e dagli odori del bosco? Si allea con il vento Matteo per piegare i geni-alberi e costringerli a lavorare per lui nello sfruttamento della foresta, uccide la gazza che fa sentinella alla casa per poi precipitare nel silenzio della notte, chiuso nei suoi incubi. Infelice e cattivo, vuole liberarsi del piccolo Benvenuto, erede del bosco e di cui è tutore; con l'aiuto del vento Matteo, non esita ad abbandonare il bambino in aree selvagge del bosco, dove Benvenuto sarebbe sicuramente morto. Non ci riesce, crede che nessuno conosca il proposito omicida. Ma quando si inoltra nel folto della foresta, > ecco il canto degli uccelli affievolirsi, fuggire gli scoiattoli e i ghiri, farsi silenzio sulle rame e talora anche comparire nel cielo sinistri nuvoloni. (...) Evidentemente egli stonava in quel felice angolo di selva, evidentemente alberi e uccelli non lo potevano soffrire . Pure la sua ombra lo lascia, tanto è disgustata dall'aridità del compagno di tutta la vita. Procolo è solo. Eppure, pian piano, riluttante e sorpreso, in una notte insonne Procolo riconobbe i rumori della foresta. Ne contò quindici, meticolosamente annotati uno per uno. > Ma due e tre volte, quella notte, ci fu anche il vero silenzio, il solenne silenzio degli antichi boschi, non comparabile con nessun altro al mondo e che pochissimi uomini hanno udito . E la bontà che è in tutti gli esseri umani finalmente si libera della rappresentazione di sé, di quel «falso io» che lo aveva accompagnato tutta la vita. Procolo muore ma si salva. Il racconto di Buzzati può essere interpretato come una affascinante metafora dell'anima umana, dove il bosco non è «la selva oscura» di Dante ma una sorta di paradiso scintoista nel quale gli alberi sono geni benevoli e i venti forze oscure ostili: una raffigurazione, insomma, del complesso groviglio della coscienza. Io preferisco interpretare «il segreto del bosco vecchio» in modo letterale, una grande favola della foresta, senza secondi significati. Cresciuto da genitori che amavano la montagna e che mi fecero trascorrere lunghe estati nel verde delle Alpi, camminare fra gli alberi ha fatto parte della mia vita, senza che ne capissi le ragioni. La lettura del racconto di Buzzati mi ha fatto comprendere la mia passione. Ed è proprio per questo che lo accosto a Petrarca, pur rendendomi conto di quanto ardito sia il legame. Quando Francesco Petrarca narra le sue passeggiate in Provenza e in Toscana, comprendo il sentimento che mi anima quando pure io procedo nella foresta: il desiderio di distacco dalla frenesia del mondo, il ritrovarsi con se stesso, solitario, silenzioso, concentrato nell'attività fisica, permeato della vitalità degli alberi, cosciente del legame fra tutti gli esseri viventi. Spesso vagabondando libero e senza meta tra le luci e i rumori della foresta mi vengono in mente i versi del Canto XXXV del Canzoniere: > solo et pensoso i più deserti campi/vo mesurando a passi tardi et lenti,/et gli occhi porto per fuggire intenti/ove vestigio human l'arena stampi .
Sei Quattro
Mikami lavora nel dipartimento di polizia di una città di provincia, indicata genericamente dall'autore con D. Dopo molti anni trascorsi nella squadra mobile, Mikami è stato trasferito alla direzione amministrativa, responsabile dell'ufficio stampa. Insieme con il nuovo incarico si verificano due fatti che rappresentano i capisaldi dell'intera storia. Da Tokio è previsto la visita del capo della polizia che vuole commemorare l'uccisione di una bambina rapita quattordici anni prima e di cui non si erano trovati i colpevoli. E' stato un grave smacco per D e ufficialmente il capo della polizia intende riaffermare la volontà di trovare gli assassini. Spetta a Mikami organizzare la conferenza stampa e convincere il padre della bambina a presenziare: due compiti difficili perché sono tese le relazioni con i media e perché la famiglia è indispettita dal fallimento della polizia. Da bravo poliziotto che non ha perso il gusto dell'indagine, Mikami scopre che un fitto mistero circonda il caso Sei Quattro, così chiamato nel gergo di D; la squadra mobile ha nascosto un grave errore degli inquirenti: non essere riusciti a riconoscere la voce del rapitore per un banale guasto tecnico. Poi, Mikami viene a sapere che la visita del capo della polizia è l'occasione per commissariare la scuola mobile di D, per farla dipendere direttamente da Tokio. Lotte di potere, errori nell'indagine, omertà e mancanza di trasparenza, rapporti difficili con i mezzi di informazione, sono i filoni conduttori di un romanzo poliziesco ambientato in Giappone ma che potrebbe svolgersi in Italia. Mikami è dinanzi a un dilemma: è ancora un poliziotto, e quindi parte della squadra mobile, o è ormai un funzionario amministrativo e deve diligentemente organizzare la trappola in cui si vuol far cadere il suo vecchio corpo di appartenenza? Mikami risolve il dilemma nell'unico modo che conosce: ritorna ad essere un poliziotto per scoprire cosa c'è dietro all'errore di molti anni prima e per individuare chi era il rapitore che aveva ucciso la bambina. Insieme al nuovo incarico, l'unica figlia di Mikami è scappata di casa e non è stata ancora ritrovata. L'autore ci offre alcuni squarci di una famiglia in cui il padre è sempre dedito al lavoro e la moglie svolge pienamente le sue funzioni di madre e consorte; peccato che non si sono accorti, o non hanno voluto vedere, il crescente malessere della figlia. > Forse eravamo proprio noi a non andare bene >. Parole che ogni genitore dovrebbe scolpire nella mente e nel cuore! Ed allora, sommessamente, sotto un velo di non detto, scopriamo che Mikami ha una faccia particolarmente brutta, tanto che spesso la gente ride di nascosto a guardarlo, e che la figlia assomiglia al padre, soffre della stessa bruttezza. > Si rifiutava di uscire insieme al padre. (...) faceva in modo che i genitori non potessero vedere il suo volto. (...) Con la testa dall'altra parte (...) disse: (...) voglio cambiare tutto, qualsiasi cosa. (...) Gli era sembrato che dicesse: smetto di essere tua figlia >. C'è anche qui un mistero, che porta Mikami a chiedersi perché la moglie, da tutti considerata molto bella, l'abbia voluto sposare. A questa questione il romanzo non dà una risposta, perché l'animo umano è ben più indecifrabile di una vicenda poliziesca. La vicenda familiare è sommersa dal racconto di un grande intrigo, in cui la parte più interessante è data dai rapporti tra la polizia e i mezzi d'informazione. L'autore descrive in modo minuzioso la difficile gestione dell'ufficio stampa, stretto tra le richieste dei giornalisti e le direttive di scarsa o nulla trasparenza. Il gusto del dettaglio e l'analisi introspettiva caratterizzano l'intera narrazione, con rari colpi di scena, allungandosi nei ragionamenti spesso tortuosi del protagonista. Se ne esce come chi è sommerso da una massa di terra e solo qualche volta intravede un bel fiorellino. Al di là della metafora il romanzo è prolisso e noioso. Perché non leggerlo? E' intrigante la storia, ma la narrazione è noiosa.
Senso ed altri racconti
Camillo Boito, fratello maggiore del più famoso Arrigo, fu un esperto dʼarte, impegnandosi marginalmente nella letteratura. Eppure i suoi racconti sono incredibilmente moderni per la freddezza e lʼamoralità con le quali lʼautore affronta lʼegoismo ambiguo e inenarrabile che si nasconde dentro lʼanimo umano. Nella storia più nota, «Senso», Livia è una donna, dura, superficiale e vanesia, che affida ad uno «scartafaccio» un terribile segreto. E lo fa con la gioia di > confidarsi unicamente a sé, liberi da scrupoli, da ipocrisie, da reticenze, rispettando nella memoria la verità anche in ciò che le stupide affettazioni sociali rendono più difficile a proclamare, le proprie bassezze! Ancora molto giovane, ma già sposa di un ricco ed anziano aristocratico, ha come amante un ufficiale austriaco. Pur riconoscendo che è un uomo dissoluto, cinico e di pressoché nulli principi morali, Livia è travolta dalla passione fisica. La descrizione dellʼinizio della loro relazione è una lezione di maestria letteraria. Con poche parole, leggere e velate, lʼautore esprime la profonda sensualità del rapporto tra Livia e il suo amante. La donna è in una vasca, nuda, sdraiata supina in uno stato di compiacimento della sua bellezza, della «bellezza rosea della pelle», quando, attraverso le ampie aperture che collega la vasca con lʼarea dedicata agli uomini, irrompe lʼamante. > Non gridai, non ebbi paura. Mi parve fatto di marmo, tanto era candido e bello; ma il suo ampio torace si agitava per il respiro profondo.... ritto in piedi, mezzo velato dallʼacqua, ancora tremolante, alzò le braccia muscolose e morbide: pareva ringraziare i numi e dicesse: Finalmente! Ma lʼuomo si rivela ben presto un furfante, che chiede continuamente quattrini alla ricca contessa, sino al punto di portarle via anche i gioielli per corrompere i medici ed evitare di andare in guerra. Livia vive a Trento, lʼuomo deve stare a Verona, dove è il corpo militare al quale appartiene. La lontananza permette allʼuomo di ingannare ancora lʼamante, dichiarandole la sua fedeltà mentre se la spassa con altre donne, approfittando dei soldi della contessa. Ma lʼamore cieco si può trasformare in un odio crudele. Livia si accorge del tradimento e per vendetta denunzia lʼamante, che viene fucilato. Questa infamia peserà per sempre sulla coscienza di Livia o è stata solo la conclusione infelice di un capriccio? Lʼautore non dà una risposta a questa domanda, non gli interessa esprimere un giudizio morale né tanto meno effettuare unʼanalisi sociale. In fondo lʼautore è come un pittore che deve rappresentare, con tutti i suoi chiaro scuri, un paesaggio, uno stato dʼanimo, un sistema di personaggi: niente di più. La trama narrativa è il pregio fondamentale di Boito. È lineare, semplice, ma ricca di suspense. Un altro aspetto interessante dello stile dellʼautore consiste nella descrizione dei paesaggi, soprattutto dellʼambiente premontano, che gli doveva essere particolarmente caro. Cʼè una cura attenta del dettaglio, quasi verista, accompagnata da una trasfigurazione che fa leva sulle immagini e sui colori. Si prenda ad esempio questo brano, tratto da un racconto minore, «Il demonio muto». > In mezzo a quelle due chine brulle dʼun colore cupo rossastro si vede quasi orizzontalmente il dorso celestino di un monte lontanissimo. Le nubi sʼerano squarciate e, sul largo campo azzurro, da quellʼangolo basso saliva saliva una nuvola bianca, illuminata dal sole. Prima sembrò una corona dʼargento posta sul culmine del monte lontano; poi si espanse, invase una gran parte del cielo. Pigliò figura di un toro immane, che si avanzasse con la sua testa cornuta... Poi, in un minuto, il toro mutò apparenza: la testa da grossa che era si allungò, divento il grugno di un porco e la figura, che prima era maestosa, diventò grottesca . Perché leggerlo? È piacevole, un intrattenimento non banale.
Il sentiero dei nidi di ragno
È il primo romanzo di Calvino. Il protagonista è un ragazzino, Pin, che vive unʼesperienza che lo fa crescere rapidamente. L’ambiente è la riviera ligure durante la guerra partigiana. Pin vive con la sorella, che fa la prostituta e collabora con i tedeschi. Il ragazzo va all’osteria e frequenta i grandi, che parlano di donne e bevono il vino. Gli uomini dell’osteria convincono Pin a rubare una pistola a un tedesco, che frequenta la sorella. Il ragazzo nasconde la pistola presso le tane che lui immagina costruiscono i ragni. Viene imprigionato, scappa e va dai partigiani, dove assiste sempre alle vicende dei grandi: la violenza, il tradimento, l’amore, le bugie. Scappa dai partigiani e incontra uno di essi, il Cugino, che una volta l’ha preso per mano quando Pin era solo e abbandonato. Ha fiducia in lui e gli rivela dove vive la sorella. In realtà il Cugino vuole saperlo per andarla ad ammazzare. Pin viene di nuovo tradito e si trova solo, abbandonato da tutti. Malgrado l’apparente realismo, si tratta di un romanzo «fantastico». La vera storia è quella dell’infanzia e del suo incontro con il mondo dei grandi. Pin fa discorsi da grande ma è ancora un bambino e cerca l’affetto e l’amicizia. Ma in realtà la trova solo nel paesaggio, nei nidi di ragno, in un mondo fantastico.
Separate flights and other stories
«Voli separati» fa parte di una raccolta di racconti, con un unico tema: il disfacimento delle relazioni di coppia allʼinterno della famiglia nucleare, ormai tipica del ceto medio. È sufficiente soffermarsi sulla breve storia che dà il titolo allʼintero volume per cogliere le caratteristiche letterarie dellʼautore e fuggire, il più velocemente possibile, dalla noiosa ripetitività delle situazioni, dei personaggi e dei dialoghi. Beth non riesce a dormire e non accetta di assumere dei sonniferi: desidera sapere perché non riesce a fare una cosa così semplice, come dormire. > Così notte dopo notte andava a letto per restare sveglia. (...) non era attrezzata a risolvere un problema di questo tipo, (...) ciò di cui aveva bisogno era indagare dentro sé stessa, e ciò era un compito doloroso e destinato allʼinsuccesso. Poiché quando cercava di esplorare sé stessa trovava, oh Dio, non trovava niente. Non restava che farsi un gin. Lee, suo marito, deve andare ad un evento aziendale; come fanno spesso, i due prendono voli separati così da evitare che entrambi periscano in un eventuale incidente aereo (è la teoria del portafoglio della finanza, distribuire i rischi!). Berth incontra un uomo, con il quale ha una relazione occasionale. Ed è proprio questo rapporto fuggitivo ed intenso che porta alla luce le cause profonde del malessere: non amava più suo marito. Da tempo > sospettavi che qualche cosa fosse morto nella tua casa, così ti guardavi intorno e vedevi che era da tempo morto anche nelle case di tutti gli altri; allora eri capace di tornare e guardare sotto il tuo proprio letto e trovare, veramente, un cadavere. Lei accettava questa morte. Essa era naturale e prevedibile come una faccia piena di rughe . Ed infatti non cʼè uno sbocco alla crisi matrimoniale, alla perdita dellʼamore, perché è una cosa che «soltanto accade e noi non ci possiamo fare nulla». In una società nella quale tutto si disgrega, anche lʼamore, non resta che il ricorso allʼalcol: la solitudine è una dimensione esistenziale dalla quale non si può sfuggire perché si basa sullʼimmobilismo delle relazioni umane, sulla nostra incapacità di amare realmente o di rovesciare la nostra vita. Il profondo pessimismo dellʼautore lascia in sospeso le storie, non fa evolvere volutamente la narrazione, creando una trama statica, i personaggi sono freddi, senzʼanima, imprigionati in unʼesistenza piatta ed opaca. E fa bene la figlia di Berth a reagire con violenza agli avvertimenti della madre ( > oh mia bambina, salva te stessa. (...) è una farsa, amore, matrimonio, fedeltà..), ed urlare: oh perché sei venuta questa notte! Perché! Perché! Perché non sei rimasta di sopra ad occuparti delle tue proprie sporche faccende!" Non cʼè speranza, forse è vero; ma si avrebbe desiderato un racconto migliore, con dialoghi intensi, qualche colpo di scena e, soprattutto, con approfondimenti dei personaggi e delle situazioni. Ed invece si è dinanzi ad un ritmo narrativo noioso ed opprimente; peccato perché la scrittura è di ottimo livello. Perché non leggerlo? Opprimente e noioso.
Serpenti nel Paradiso; Riti di Morte
I romanzi, ambientati a Barcellona, hanno come protagonista l’ispettore Petra Delicado, che affronta una serie di indagini poliziesche insieme con il suo collaboratore, il vice ispettore Fermìn Garzon. I due poliziotti non esprimono grandi capacità di indagine, inseguendo molte direzioni e spesso trascurando alcuni indizi fondamentali. In realtà prevalgono sempre le vicende personali. In «Riti di Morte» viene affidata finalmente un’indagine a Petra Delicado, che, ancora sotto pressione per due matrimoni falliti, trasferisce nell’inchiesta un’aggressività tale da pregiudicare in molti casi gli interrogatori, tendendo anche a operare spesso con scarsa lucidità. Nei «Serpenti nel Paradiso» è invece la nostalgia per una vita diversa (fatta di un menage familiare ordinato, di una bella casa e soprattutto di figli) che conduce Petra Delicado a farsi irretire dal colpevole tanto da non portare avanti nessun filone di indagine e di trascurare un indizio importante. In realtà la trama poliziesca è in fondo l’occasione per dipingere vicende e situazioni sempre caratterizzate da una profonda solitudine e da una sostanziale falsità nelle relazioni personali. Si tratta d’altra parte di due lati del problema esistenziale che sembrano in contraddizione reciproca: per vivere rapporti sinceri e onesti bisogna vivere in solitudine. Barcellona è solo sullo sfondo, quasi inesistente. La scrittrice si affida ai dialoghi e a brevi descrizioni dei contesti nei quali si muovono i personaggi, ma mancano tutti quei riferimenti sociologici e quelle digressioni che sono tipiche dei libri di Montalbàn. Certe ambientazioni, il ritmo narrativo, la descrizione dei personaggi ricordano il romanzo poliziesco americano, in particolare quello di Raymond Chandler.
I sessanta racconti
Dino Buzzati è uno dei più affascinanti scrittori italiani del secondo Novecento: sospeso tra fantastico e realismo, ha colto l'angoscia esistenziale dell'uomo contemporaneo, la mancanza di speranza e insieme l'intenso desiderio di fuggire in un mondo migliore, di là dalla realtà; è il Kafka e il Philip Dick della nostra letteratura, spesso così prosaica e lirica. Grande scrittore da leggere a piccole dosi, è un peccato che sia stata ripubblicata questa ampia raccolta di racconti del 1958 perché mostra pure i limiti del mondo poetico e spirituale di Buzzati. Partiamo da un breve racconto, «Una goccia». In un condominio avviene un fatto strano: > una goccia d'acqua sale i gradini della scala. La senti? Disteso sul letto nel buio, ascolto il suo arcano cammino. Come fa? Saltella? Tic, tic, tic, si ode a intermittenza. (...) Ma che cosa sarebbe poi questa goccia, (...) sarebbe per caso una allegoria? (...) O più sottilmente si intende raffigurare i sogni e le chimere? Oppure posti più lontani ancora, al confine del mondo, ai quali mai giungeremo. No, è soltanto una goccia. Nella sua banalità e stranezza una goccia d'acqua saltellante sintetizza il filone narrativo di tutta l'opera di Buzzati: la bizzarria del reale, che non è quello che dovrebbe essere, lo spasmodico bisogno dell'essere umano di radicarsi a qualcosa di concreto insieme con l'attesa di qualcos'altro, il tutto, però, rinchiuso in un mondo claustrofobico dal quale non si può fuggire. Pensiamo a un altro racconto, un bozzetto ironico e gentile della buona borghesia milanese. In «Paura alla Scala» siamo alla prima di un'opera, nel grande teatro si è radunata la società più elegante e ricca di Milano. Si diffonde la voce che sta per scoppiare la rivoluzione; e allora gli spettatori restano dentro la Scala come fosse una sede diplomatica. > Tra tanta gente conosciuta, in un ambiente estraneo alla politica, (...) si sentivano protetti . Con fine psicologia Buzzati descrive le dinamiche di questo mondo «lieto, nobile e civile,» ma spaventato e incapace di reagire. > Nella piazza spuntò un ometto curvo spingendo un carrettino. Con calma estrema (...) l'ometto cominciò a spazzare. Bravo! Bastarono pochi colpi di ramazza. (...) Niente era successo . E che dovrebbe capitare? Ricordando una bellissima poesia di Caproni («Congedo del viaggiatore cerimonioso»), in «Qualcosa era successo» i viaggiatori arrivando alla stazione la trovarono vuota, > finché la voce di una donna, altissima e violenta come uno sparo, ci diede un brivido. Aiuto! Aiuto! urlava e il grido si ripercosse sotto le vitree volte con la vacua sonorità dei luoghi per sempre abbandonati . Non c'è nulla ad aspettarci oltre la nostra triste esistenza. Il tema di un mondo claustrofobico dal quale si sfugge, anche ricorrendo alla fantasia, percorre l'intera raccolta di racconti. Ciascuno di essi affascina il lettore, pur nella differente qualità stilistica e narrativa; il tutto diviene monotono e incombente nel suo pessimismo esistenziale. Il libro dovrebbe essere preso come un breviario, da leggere ogni tanto, qualche breve storia, quando si ha bisogno di ricorrere al fantasy e al paradossale, ma senza avere la pretesa di sollevare lo spirito dinanzi alle brutture del mondo. O forse, come in «Sette piani», splendida narrazione di un ricovero ospedaliero (chi di noi non ha vissuto le paure e la solitudine del malato in balia dei medici?) non resta che il fascino misterioso del paesaggio. > Guardava il verde degli alberi attraverso la finestra, con l'impressione di essere giunto in un mondo irreale, fatto di assurde pareti e piastrelle sterilizzate, di gelidi androni mortuari, di bianche figure umane vuote di anima. Gli venne persino in mente che anche gli alberi che gli sembrava di scorgere attraverso la finestra non fossero veri; finì anzi di convincersene, notando che le foglie non si muovevano affatto. Per apprezzare i racconti occorre fare un ampio ricorso alle citazioni. Infatti, non è la struttura narrativa che avvince, essa è anzi ripetitiva; il punto di forza di Buzzati è la scrittura. C'è da chiedersi come faccia quest' autore a mescolare lo stile fantastico e surreale, persino fantascientifico, con una prosa descrittiva, attenta ai dettagli, all'approfondimento psicologico e al contesto, come vorrebbe il buon romanzo ottocentesco; narrazione sempre elegante, fluida e ricca dal punto di vista lessicale. Perché leggerlo? Tenerlo nel comodino come un breviario, di fantasia ed eleganza.
La sfuriata di Bet
Il romanzo è ambientato a Torino, in questi anni di crisi economica e di disagio sociale. Elisabetta, che vuole essere chiamata Bet, è lʼio narrante di una storia neo realista a lieto fine. > Eravamo una famiglia come tutte le altre, né troppo rumorosa né troppo silenziosa, né ricca né povera, una famiglia operaia come quelle del nostro palazzo e come quelle dei palazzi accanto : una famiglia normale, quando la morte della sorellina travolge il precario equilibrio domestico: il padre abbandona la famiglia, la madre trova un nuovo compagno e Bet si ritrova arrabbiata con il mondo senza una ragione precisa: > penso che sono una ragazza del mio tempo, e che non lo sono. Che abito nel mondo, e il mondo non mi piace, e non mi sento adatta ad esso . La prima parte del romanzo, senza dubbio la più riuscita per la sua freschezza, è la narrazione della rabbia di Bet: la solitudine, la noia dellʼambiente scolastico, il conflitto con la madre, sulla quale far ricadere tutte le colpe, lʼidealizzazione del padre, dal quale non potrà che essere delusa, e lʼincontro inaspettato con una giovane donna incinta, con la quale trovare una amicizia. A disturbare il soave e leggero realismo del racconto interviene, purtroppo, una connotazione magica: alla sera, prima di addormentarsi, Bet, se è serena e si è comportata bene ( sic!) vede delle piccole sfere luminose uscire dalle mani e salire verso il cielo ( lʼangelo custode?, lʼanima della sorellina defunta?). È già questo un segnale preoccupante del fatto che il marketing della casa editrice ha messo le mani sul racconto. Ed infatti la seconda parte del romanzo è ricca di sdolcinate e inverosimili vicende: Bet ritrova la solidarietà con la madre partecipando insieme ad una sfortunata azione sindacale ( un pizzico di lotta di classe va di moda), arrabbiata si incatena al calorifero dellʼufficio del preside e diviene famosa tanto da essere invitata in televisione, e, alla fine del racconto, si ritrova intrappolata in un ascensore con lʼamica che sta per partorire, viene a mancare la corrente elettrica, ma, malgrado questi incredibili inconvenienti, Bet riesce a far nascere il bambino, aiutata dalle piccole sfere luminose. Se ci si fermasse alla prima parte del romanzo, si potrebbe parlare di neo realismo, come hanno fatto alcuni critici. Si potrebbe apprezzare lo stile narrativo, semplice ma efficace, a tratti ironico, che dà bene il senso di ciò sorregge la gioventù attuale dinanzi ad una società paternalista ed indifferente: > lʼunica cosa che può tenermi viva, presente e vigile nel rincorrersi dei giorni che mi si dispiegano davanti non è la speranza, ma la curiosità di vedere come andrà a finire, se me la caverò e in quale modo, senza calpestare quei pochi principi che ho maturato fin qui . Cʼera bisogno di rovinare il tutto con un mix di soprannaturale e di soap opera? Perché non leggerlo? Perché siamo stanchi di sdolcinature e vorremo un pizzico di sano e vero realismo.
The Shadow King (il Re Ombra)
Il romanzo è ambientato in Etiopia durante l'occupazione italiana (1935-1941). La prima parte, intitolata «Invasione», parla della guerra, tra l'ottobre 1935 e il maggio 1936, che condusse alla conquista di Addis Adeba da parte delle armate italiane e alla fuga di Hailè Selassiè; le altre due parti, «Resistenza» e «Ritorno», raccontano la sanguinosa guerra partigiana, che minò profondamente le velleità italiane di colonizzazione dell'Etiopia. Infine, un breve epilogo si svolge nel 1975 quando Menghistu destituì e imprigionò Hailè Selassiè. Oltre alla ricerca storica, in particolare quella di Angelo del Boca («Gli italiani in Africa orientale», volumi I e II), l'autrice ha attinto alla documentazione fotografica, pure di fonte italiana. Ed è proprio dalla «foto come memoria», che prende le mosse la narrazione, sin dalla presentazione della protagonista: la serva Hirut. Un fotografo francese visita nel 1935 la casa di un feudatario etiope e gli viene chiesto un ritratto della servitù. > Questa è Hirut. Questo è il suo largo viso amichevole con uno sguardo curioso. Gli occhi pieni di luce sono sospettosi ma tranquilli, (...) una ragazza graziosa con un collo sottile e attraente e spalle leggermente curve. (...) Guarda lontano dall'obiettivo, e cerca di non socchiudere gli occhi, il viso rivolto al sole accecante. (...) Nessun'altro modo per ricordare il corpo incontaminato che una volta portò con la leggerezza di una bambina . La descrizione della società feudale etiope e della condizione femminile è impietoso: sfruttamento bestiale dei contadini, sottomissione totale della donna, anche quella appartenente alla casta feudale, violenze e abusi sessuali. Hirut è una giovane orgogliosa, conserva la spada lasciata dal padre, per affetto e per affermare il rango al quale ritiene di appartenere; l'arma le viene tolta dal padrone perché alle donne non è concesso combattere. Le continue disubbidienze di Hirut vengono represse violentandola e le altre donne, invece di esprimerle solidarietà, la condannano all'emarginazione. Il suo destino non è poi così diverso da quello della sua padrona: l'aristocratica Aster, anch'ella costretta a riconoscere la superiorità del marito, umiliandosi. Quando Aster chiede di combattere riceve un netto rifiuto. > Torna indietro qui con le tue donne. (...) Lei lo guarda a lungo, un tempo sufficiente a far sì che il risentimento scompaia dal viso. Lascia che scivoli tra loro come un sipario calato su un palcoscenico. Poi annuisce e va via. La condizione femminile cambia radicalmente quando, dopo la sconfitta, inizia la resistenza e il ruolo delle donne è fondamentale per una lotta che richiede il coinvolgimento di tutta la popolazione. Sappiamo da Angelo del Boca che ci furono numerose e famose donne partigiane; stiamo parlando di protagonisti realmente vissuti, anche se trasfigurati dall'immaginazione. L'esilio di Hailè Selassiè scoraggia il popolo etiope nella lotta contro gli italiani; si ricorre ad un stratagemma: si sfrutta la somiglianza di un mendicante con il Negus per diffondere la voce che il sovrano sia tornato. L'uomo deve farsi vedere tra i villaggi; ad accompagnarlo è una splendida amazzone: Hirut. Da serva umiliata e sottomessa la giovane diviene una combattente, essenziale per dare verosimiglianza all'inganno, ma lei stessa è un'eroina per gli atti di valore e di coraggio A questo punto irrompe nel racconto un nuovo personaggio: Ettore, un fotografo italiano di origine ebrea, il quale, per paura di essere denunciato e perché è un pusillanime, si presta a fotografare i più orrendi crimini commessi dagli italiani. Siamo a pagine drammatiche e di alta qualità narrativa. L'autrice attinge alle foto di questo dimenticato soldato per documentare la ferocia dei nostri connazionali. Vengono condotti continui rastrellamenti e le persone catturate, generalmente vecchi, donne e bambini, vengono gettati in un burrone e, mentre volano nel vuoto, urlano i loro nomi, per dire che hanno avuto una vita, erano esseri umani. > Ciò non può essere annientato: che ripeta il suo nome fino a quella caduta finale, (...) e l'eco della sua voce è il lamento funebre del mondo, la terra maledicendo questa crudeltà. (...) Aveva trovato il modo di non ascoltare le loro preghiere e maledizioni quando si agitavano, con l'eleganza di una danza, sul crinale del precipizio per quell'ultima fotografia. (...) Ogni fotografia è divenuta un giuramento non mantenuto con sé stesso, una rottura nelle difese che si è creato per ignorare ciò che egli realmente é: l'archivista di oscenità, il raccoglitore del terrore, una testimonianza di tutto ciò che ci penetra e dissolve la nostra autostima e lascia morti gli esseri umani. Il lungo romanzo ha raggiunto il suo apice, drammaticamente epico; poi, spossato da tante immagini orrende e disumane, si ripiega su sé stesso in un inverosimile legame tra la virile e determinata Hirut e il fragile e ipocrita Ettore. Liberiamoci di un possibile equivoco: il romanzo non è un atto d'accusa contro il nostro Paese. L'autrice narra un destino delle donne: ad esse vengono riconosciute indipendenza e prestigio solo quando danno un contributo alla lotta per la liberazione, in questo caso contro l'italiano invasore. Hirut si conquista un ruolo combattendo e rischiando di essere torturata, violentata e uccisa; in questo modo si riscatta dello stupro subito, quasi che questo fosse una sua colpa. C'è in lei una forza che ci affascina, in particolare perché si contrappone alla debolezza caratteriale e valoriale di Ettore. Nel contempo l'autrice desidera raccontare la tragedia dell'Etiopia, aggredita, sconfitta perché avvelenata dall'uso criminale di gas nervini (con decine di migliaia, forse centinaia, di morti tra la popolazione civile), soggetta poi ad una repressione che non risparmiò nessuno. Purtroppo, Maaza Mengiste non è Chimamanda Ngozi Adichie ( si veda su questo sito «half of a yellow sun»): non riesce a muovere dai personaggi per narrare una storia di popolo; i protagonisti restano stereotipi sui quali, tuttavia, l'autrice scarica troppi temi esistenziali (si pensi alla relazione tra Ettore e suo padre); la tragedia dell'Etiopia è un poema epico, anche per il ricorso ad alcuni espedienti, come il coro e i momenti di sospensione su Hailè Selassiè, sinceramente ridondanti. I due livelli restano separati, è evidente che l'autrice si trovi maggiormente a suo agio quando assume toni lirici e drammatici. Sotto il profilo della scrittura il romanzo si avvia un po' stentato; poi la scrittrice assume sicurezza e crescente capacità stilistica, con un ricco lessico e con forme sintattiche sempre più espressive. L'eccessiva lunghezza non aiuta l'efficacia complessiva della narrazione e si fa fatica ad arrivare alla fine Perché leggerlo? Per noi italiani è indispensabile fare i conti con il colonialismo.
Shanghai Baby
Resterà deluso chi si aspetta la Cina quotidianamente propinata dai mass media, per denigrarla od esaltarla. Questo romanzo è ambientato a Shanghai ( > una metropoli epicurea, che produceva schiume euforiche, esseri umani di nuova generazione, e che era intrisa, per le strade e nelle viuzze, di unʼatmosfera frivola, triste e misteriosa ), ma il racconto potrebbe parlare di New York, Londra, di qualsiasi altra metropoli. La protagonista, Ni Ke, «ma gli amici mi chiamano Coco», è una ragazza ventiquattrenne, che fa parte di > un gruppo di giovani benestanti e viziosi che ricorrono a parole sempre più esagerate e sempre meno controllabili per procurarsi un piacere sfrenato... siamo un nugolo di bruchi disorientati, con ali fantasiose più virtuali che reali, sentimentali e dipendenti lʼuno dallʼaltro; un nugolo di larve attaccate allo scheletro della nostra città, sensuali e pieni di dolce dinamismo . Quando uscì nel 1999, il libro fu proibito dalle autorità cinesi in quanto descriveva ed esaltava il modo di vivere della «Mian Mian», la beat generation cinese, considerata «immondizia da spazzare via», da mettere al bando ed eliminare. Da questo punto di vista il romanzo è senza dubbio datato, in quanto lʼimpetuoso sviluppo ha imposto > lʼabbigliamento, acconciatura, modo di parlare e di fare lʼamore di Coco, così simile alle giovani abbienti ed istruite di tutti i paesi del mondo. Cʼè, tuttavia, un tema che lo rende ancora interessante: può esistere un amore senza sesso? > Dovevo mantenere una certa distanza fra lʼuomo e la donna, non doveva esserci contatto fisico intimo? O dovevano finire a letto, diventando due amanti inseparabili? Coco ha appena pubblicato un volume di racconti, che lʼha resa famosa ( > ho ricevuto dai lettori di sesso maschile molte lettere dʼamore, corredate quasi tutte di fotografie porno ), lavora come cameriera presso un bar, dove conosce Tiantian, un ragazzo di una > bellezza indescrivibile, che lasciava trapelare stanchezza della vita e desiderio dʼamore. Eravamo due persone diametralmente opposte: io ambiziosa, piena di vitalità, pronta a mordere il mondo come fosse un frutto maturo; e lui taciturno, triste, depresso, che considerava la vita una torta cosparsa di polvere di arsenico . Inizia una storia dʼamore, una relazione profonda, che appagherebbe totalmente Coco se non fosse che Tiantian è impotente, non riesce ad avere un rapporto sessuale completo. Coco è«come un bruco deciso a entrare in una grande mela», vuole vivere intensamente, senza perdersi nulla. Conosce Mark, un tedesco, biondo ed aitante, con il quale tradisce apertamente Tiantian. Gli incontri tra Coco e Mark sono sempre tumultuosi, sfrenati, fisici e violenti, compensati dalle dolcezze amorose e lascive che la ragazza continua a intrattenere, con grande soddisfazione, con Tiantian. Nello sfondo si rincorrono caoticamente i party, le feste, i personaggi, tutti trasgressivi ed esagerati, di una Shanghai cosmopolita e giovanilistica. Tutto sembra naturale: parlare di arte e di letteratura, fare sesso, eterosessuale ed omosessuale, fumare spinelli, ubriacarsi, e far visita ai genitori, sempre pronti ad accogliere nella sicurezza della famiglia tradizionale, con gioia e senza troppe domande, ma con molte preoccupazioni, come i genitori di tutte le parti del mondo. In questo ambiente non ci può essere senso di colpa in Coco, anche quando Tiantian si lascia morire di overdose, travolto dalla sua inadeguatezza come amante ed incapace di liberarsi dagli incubi che lo attanagliano sin dallʼinfanzia. Dietro la personalità di Tiantian si nasconde, infatti, un dramma esistenziale, che nasce dalla convinzione che la madre, unʼ ambiziosa imprenditrice cinese, abbia ucciso il padre. Coco non fa nulla per aiutare lʼamico, perché troppo occupata a vivere pienamente la sfrenata società di Shanghai. Mentre va a consegnare il manoscritto del suo nuovo romanzo, che narra appunto la sua storia con Mark e Tiantian, Coco si sente molto stanca. > Il taxi correva come impazzito lungo la tangenziale, con me e una mia amica a bordo, che sbadigliavamo di continuo . Ed è la noia lʼimpressione prevalente nel lettore. La narrazione si sviluppa lenta, prolissa, in qualche modo scontata. Troppo lontana appare Shanghai per lasciarsi intrigare da questa grande metropoli, così come le riflessioni e le divagazioni di Coco sono spesso banali, letterarie e generiche. Domina una grande superficialità. Perché non leggerlo? Il tema di fondo è interessante, ma il romanzo è noioso.
Signoria
Siamo nella Spagna nel 1799. Don Rafel è il potente cancelliere del Regio Tribunale di Barcellona. Lʼautore lo descrive sinteticamente come un uomo > la cui vita era caratterizzata da una bramosia costante e dallʼinquietudine dellʼinsoddisfazione, che lo spingeva a sognare senza essere poeta, a innamorarsi senza essere un dongiovanni, a scalare posizioni sempre superiori agli altri, sperando di raggiungere la felicità. Ma, siccome era intelligente, sapeva mantenere le posizioni conquistate, pur a costo dellʼodio e dellʼinvidia altrui . La sua abilità e la sua spregiudicatezza gli avevano permesso di salire nella scala sociale sino ad arrivare ad una posizione impensabile, lui non aristocratico, e ad un patrimonio ragguardevole. Potente e temuto sembrava inattaccabile e si faceva chiamare con il titolo di Sua Signoria, preludio ad una baronia. Un episodio apparentemente marginale, lʼomicidio di una cantante, lo trascina nel baratro. La donna è stata assassinata dopo avere avuto un rapporto dʼamore con un giovane poeta, Andreu, che viene accusato del delitto. A casa del giovane viene trovato un documento, dove emerge che don Rafel ha ucciso la sua amante.Il potente cancelliere fa in modo che il giovane, pur innocente, venga condannato rapidamente e mandato al supplizio. Ma la situazione precipita: il delitto di don Rafel è a conoscenza di altre persone, che o lo ricattano o cercano di vendicarsi della morte del giovane. Don Rafel non ha rimorsi ma teme lo scandalo e «si chiedeva quando avrebbero iniziato a gettarglisi addosso per toglierli tutto». Preso dalla disperazione, va a confessarsi ma rivela davanti al confessore tutto il suo cinismo: dinanzi alla richiesta del prete di consegnarsi alla giustizia dice candidamente che > la legge è un insieme di arbitrarietà raccolte in un Codice e la giustizia è ingiusta per definizione . Neanche Dio può accoglierlo e a quel punto non gli resta che il suicidio. È una società decadente quella descritta dal libro: bramosia di denaro e di potere, abusi e violenze verso i più deboli, vita fatta di apparenze e di squallide vicende sessuali. Sembra lʼItalia di oggi!! Anche i rapporti autentici vengono distrutti in una società corrotta e contribuiscono a creare le vittime predestinate: lʼamore di Teresa per Andreu ha portato a regalargli il medaglione che sarà la prova della condanna; le lettere, ingenue e piene di affetto per Andreu, di Nando, lontano da Barcellona e ignavo della sorte dellʼamico, diventano crudeli e insulse alla luce della situazione del giovane condannato. La scrittura è piacevole ma la storia si sviluppa lentamente, girando intorno alla figura di don Rafel senza mai investigarla a sufficienza,tanto che la drammaticità della conclusione appare scontata e improvvisa nello stesso tempo, quasi a voler chiudere un racconto troppo lungo. Perché non leggerlo? Ha la lunghezza di un trhiller senza esserlo.
Il silenzio dei chiostri
Petra Delicado, la protagonista dei romanzi della Bartlett, si è sposata con un architetto che ha ben quattro figli. Petra si trova quindi a barcamenarsi tra la sua attività di poliziotta, unʼesperienza matrimoniale che desidera disperatamente che vada a buon fine, e i rapporti con i figliastri, che hanno alle spalle le colleriche ex mogli del marito. In questo difficile menage familiare si inserisce una vicenda complessa e misteriosa: in un convento di suore viene ucciso un frate e viene trasfugato il corpo di un beato, venerato come reliquia. Petra non riesce a trovare un senso al delitto e quindi persegue numerose piste, aiutata, ma si potrebbe meglio dire, indirizzata da una suora del convento, che nasconde un terribile segreto. Il romanzo procede lentamente, un poʼ fiacco, alternando le vicende poliziesche con lunghi colloqui di Petra con la madre superiore, con la descrizione dellʼambiente del commissariato e con le tensioni familiari che via via si trasformano in un ambiente sereno ed allegro. Alla fine la soluzione del delitto nasce in modo fortuito e lascia, più che sorpresi, delusi e stanchi. Come in tutti i suoi romanzi, la Bartlett affronta anche temi al di fuori di quelli polizieschi: in questo caso sono le astrusità della vita conventuale e più in generale della chiesa cattolica, nonché le difficoltà di una vita in comune, in una famiglia allargata e complessa. Per quanto riguarda il suo anticlericalismo, la scrittrice chiarisce subito la propria opinione definendo i cattolici > quelli che non si sono ripresi dai traumi dellʼeducazione cattolica, quelli che vivono sempre prigionieri dei sensi di colpa. In una parola: i poveracci . Per quanto riguarda la vita in comune, vengono così sintetizzati i problemi di una relazione di coppia, > Marcos ed io eravamo lì, uniti davanti alla legge ma separati dalla differenza incommensurabile dei mondi in cui ci muovevamo . Perché non leggerlo? Come storia poliziesca è debole e noiosa, come racconto di ambienti e di sentimenti i contenuti sono troppo superficiali per attirare interesse nella lettura. Il suo unico pregio è una scrittura piacevole, anche se troppo centrata sui dialoghi, soprattutto tra Petra e il collega Garzòn, ma perché non si sposano tra di loro?
Il silenzio dell'onda
Roberto ed Emma vengono da due storie differenti: Roberto è un carabiniere in congedo, ha lavorato per molti anni come infiltrato nelle organizzazioni criminali; Emma è unʼ ex attrice, una mamma single di un ragazzino di dodici anni. Le loro vite si incontrano perché sono in cura dallo stesso psichiatra; entrambi devono riuscire a liberarsi > dai pensieri o dai ricordi. Quando arrivano bisogna osservarli con distacco e lasciarli scivolare via . Il racconto è centrato sulla figura di Roberto. Nato negli Stati Uniti, dopo il suicidio del padre (un poliziotto corrotto) è tornato in Italia con la madre. La mancanza del padre non è la sola ferita da rimarginare. Entra nellʼarma dei carabinieri e ben presto viene impegnato, con successo, in operazioni di copertura. > Il mio lavoro era essere un altro. E non è affatto male essere un altro, di tanto in tanto: fa sentire liberi.(...) Il problema sorge quando devi essere un altro per sentirti te stesso . Lʼinganno ti porta ad accettare la violenza, anche su bambine, e a tradire la fiducia della donna che si ama, perché figlia di un boss della criminalità. > Sono un vigliacco e una carogna. (...) Mi riusciva così bene di lavorare con i delinquenti perché sono come loro : è un tormento che spinge Roberto sullʼorlo del suicidio. Al confronto, la storia di Emma è prosaica; dopo una ennesima lite coniugale a causa dei tradimenti della donna, il marito si allontana per diverse settimane, senza dare notizie e senza vedere il figlio. La morte dellʼuomo in un incidente automobilistico crea profondi sensi di colpa nella donna, perché si sente responsabile di aver privato il figlio di un ultimo incontro con il padre. Roberto ed Emma affrontano la loro relazione con molta prudenza, anche se entrambi hanno lʼimpressione che tutto si stia muovendo, finalmente, intorno a loro. Ad accelerare la loro storia dʼamore e portarla ad un lieto fine, è il figlio di Emma, il quale rivela il sospetto del coinvolgimento di una compagna in un giro di prostituzione minorile. Lʼintervento di Roberto è, ovviamente, decisivo per porre fine allʼattività criminale e salvare lʼadolescente. Carofiglio è un autore di successo, con una scrittura semplice ed elegante. Ci si domanda per quale motivo abbia scritto una storia così vacua e superficiale: non cʼè azione, i personaggi sono malamente delineati, la trama è scontata. Ad aggravare la già fragile struttura narrativa contribuisce il frequente ricorso ai sogni, premonitori e rivelatori di una verità nascosta nellʼinconscio: una banalità «new age», oggi troppo ricorrente nella letteratura e in molti telefilm americani. Perché non leggerlo? Inutile, vuoto, inconcludente.
Sindrome da panico nella Città dei Lumi
Il romanzo si avvia con una scena paradossale e divertente: uno strano editore convoca i suoi autori in un caffè parigino per una «lettura dal vivo» dei loro manoscritti. Li leggeva «esprimendosi»: > era capace di mordersi la lingua, di digrignare i denti, di fischiare...(...) le sue labbra erano in continuo movimento, in un continuo massacro, (...) pure il naso aveva un ruolo nel corso di queste letture, (...) riusciva a imprimere alle narici una sorta di vibrazione, e persino ad aumentare le dimensioni del naso come se soffiasse in un palloncino . Con un inizio così sorprendente ci aspettava un proseguo di altrettanta effervescenza, un racconto ironico e pungente delle vicissitudini di un poeta senza editore: uno scrittore rumeno fuggito a Parigi dopo aver scritto un'unica poesia di successo, fortemente caustica verso l'allora regime comunista. Ci aspetteremo scene esilaranti di autori in competizione per vedere pubblicato il proprio libro; ed invece il nostro poeta è travolto da un susseguirsi confusionario di personaggi e di episodi senza una apparente finalità narrativa. Al centro, tessitore di fili invisibili, sta l'editore visionario e prepotente: vuole abolire l'io narcisista con l'obbligo della terza persona (non si può che dargli ragione!), vuole creare un libro collettivo, frutto di spezzoni del lavoro di ogni suo autore, vaga per Parigi alla ricerca di personaggi improbabili che potrebbero essere scrittori, ripercorre i luoghi degli autori famosi che vivono ancora nella sua mente, mentre i loro libri sono ormai abbandonati negli scaffali polverosi delle biblioteche. I libri sono «morti»: ciò che si può fare è correre ad aprirli e leggerne qualche pagina per renderli vivi almeno un momento; le parole si sovrappongono in un disordine cosmico, non è chiara la distinzione tra realtà e finzione al punto che gli oggetti acquistano vita in una sorta di metamorfosi artistica. Forse, il romanzo vuole essere una metafora di un mondo frammentato, dove non è più possibile trovare un'unità epistemologica e quindi narrativa; non resta che la nostalgia del grande romanzo ottocentesco. Se si scorrono le recensioni di questo sito si possono trovare numerosi romanzi che hanno come protagonista il libro. «Il gatto che voleva salvare i libri» di Natsukawa Susuke narra il cammino di un giovane eroe che deve superare diverse prove per assicurare un futuro ai libri. In «I miei giorni alla libreria Morisaki» di Satoshi Yagisawa una ragazza ritrova serenità tra i libri per capire poi che la vita è un'altra cosa. In una Russia devastata e violenta «Il Bibliotecario» di Michail Elisarov narra di un gruppo di sopravvissuti che difendono i propri libri come un patrimonio intangibile da preservare. Sono tutti romanzi che hanno una visione positiva del libro, e della letteratura. Dà invece una connotazione negativa alla cultura «Io sono un gatto» di Soseki Natsume; dove un gatto randagio si uccide per sfuggire al chiacchiericcio degli esseri umani, letterati e scienziati. Il tema del romanzo non è quindi originale e poteva essere interessante se inquadrato in una trama narrativa unitaria e si fosse dato risalto a Parigi, ai fasti della città un tempo capitale mondiale della cultura. Predominano il disordine e l'occasionalità rendendo incomprensibile la storia, faticosa da seguire, prolissa e intellettualistica. Perché non leggerlo? Intellettualistico e noioso.
Lo smeraldo
L’autore incontra a New York uno strano personaggio, un esperto di pietre o forse un mago, che lo convince ad andare in un paese francese, dove potrà trovare uno smeraldo che gli svelerà il suo futuro. L’autore si convince, in parte incuriosito da quanto gli racconta questo strano personaggio, in parte perché spera di ritrovare un suo antico amore, Mariolina, e di potersi presentare con un gioiello di grande valore. Arrivato nel villaggio francese, va ad alloggiare in un vecchio albergo, dove si addormenta e gli pare di fare uno strano sogno. Vede il paese dove vive, Tellaro, vicino a La Spezia, molto diverso da quanto si ricorda e non riconosce più la gente: > è come se fossero tutti nuovi: degli altri. Ed è come se fossi un altro io stesso . Nel sogno è in realtà un pittore, che si chiama Andrea Tellarini, e vive in una casa isolata con un cane. Una persona che viene a fargli visita gli porta il messaggio che in un villaggio francese (lo stesso dove in realtà alloggia), ha avuto un’eredità e deve quindi andarci. Si rende sempre più conto che vive in uno strano mondo, dove, a seguito della terza guerra mondiale, il globo è diviso in due confederazioni, quella del Nord, dominata dai russi, tecnologica ed efficientista, e quella del Sud, dominata dagli arabi e dai cinesi, levantina e contadina. Entrambe le due confederazioni sono dittature, due stati polizieschi nei quali predominano le forze militari e i servizi segreti. Tra le due confederazioni c’è una Linea, che passa tendenzialmente per la Toscana del Sud e per Roma, che non si può superare perché è inquinata e quindi mortale. Il pittore vive nel Nord in uno stato dittatoriale, dove tutti sono stipendiati dallo Stato, non possono muoversi e non esiste più il cinema. Ottiene il permesso per andare nel villaggio francese, dove riceve in eredità un grande smeraldo, che decide di usare per andare a cercare Mariolina. Essa però vive nel Sud e si deve quindi superare la Linea. Si mette in viaggio insieme con il figlio (nel sogno ha scoperto di avere un figlio). La Linea non è più inquinata e a Roma incontra degli zingari che raccolgono i tesori della città abbandonata e li vendono a un camionista (in realtà una spia), che li porta al Sud, a Napoli. Il pittore riesce ad arrivare a Napoli insieme con il camionista, con il quale è indotto ad avere un rapporto omosessuale. A Napoli incontra nuovamente Mariolina ma scopre anche che lo smeraldo è falso. Il suo progetto di diventare ricco e di riconquistare Mariolina è fallito e anzi viene coinvolto in uno scontro di potere tra gli amici di Mariolina e i nemici di quest’ultima, di cui il camionista è una spia. La stessa Mariolina si rivela una donna avida e assettata di potere. Catturato dai nemici di Mariolina viene condotto a Roma e viene coinvolto in uno scontro di fuoco con gli zingari: il sogno si interrompe improvvisamente in quanto la moglie, chiamata dall’albergatore, lo sveglia. Di fatto non avrebbe dormito e sognato, ma avrebbe scritto il sogno per quindici giorni senza dormire e senza mangiare. Si tratta di un romanzo fantastico, che è tutto giocato sull’espediente del sogno, come occasione per unʼesplosione degli incubi, dei desideri e delle paure verso il futuro. > Io, questo sogno, lo stavo costruendo, complicando, imbrogliando, sdoppiando: un sogno capzioso avventuroso fantastico ferico: io, questo sogno, lo stavo sognando solo per toccare un frammento della mia meschina realtà, del mio piccolo io. Chissà, forse non era nemmeno un sogno: ma un delirio pieno di contraddizioni insuperabili e tormentose . Il sogno era comunque la scoperta su una vita bollente. > Nel mio sogno di scoperta non volevo andare oltre. Meglio fermarsi qui, mi dicevo. Meglio svegliarsi in tempo e ridormire, dopo, senza sogni o con blandi sogni che non si ricordano e che non vale la pena di ricordare . Nel romanzo sono presenti diversi temi:un futuro crudele, dominato da dittature militari o banditesche: la tecnologia ha condotto, infine, alla distruzione del sistema politico occidentale e al suo travolgimento in stati non di diritto. Questo sconvolgimento può essere l’inizio di un nuovo rinascimento, proprio perché ha distrutto una cultura che era ormai in disfacimento. Sono interessanti, a questo proposito, le considerazioni sul cinema. > Tutta quella sovrapposizione di tecniche, quell’impasto, quel miscuglio elaborato di recitazione, danza, dramma, scenografie, luci, colori, gemiti: quel colossale imbroglio manieristico, pubblicitario, volgarmente scientifico si è rivelato, oggi, come un prodotto tipico, anzi emblematico ed esclusivo, della defunta società industriale e consumistica . > Se c’è una speranza di pace e di affratellamento col Sud, questa speranza è riposta nel nostro rinato e inconsapevole senso dell’arte ;il recupero di un mondo primitivo e semplice, che è quello degli zingari. Non è un caso che essi vivano in una Roma, spettrale eppure viva. > Mi fermavo sul ciglio e guardavo intorno intorno, vicino e lontano, altre valli e altri colli; contemplavo, impaurito e affascinato, quelle orribili alpe dalle pareti tutte sforacchiate, quella strana natura, e quella materia… Erano gusci di vecchie conchiglie, erano occhiaie vuote di teschi, da cui si fosse ritratta per sempre la mollezza, la mobilità, l’intelligenza della vita. Ed a un tratto capii. Erano le cavità dove entrava il desiderio della vita e da cui la vita stessa usciva: morte, però, adesso, morte; immagini materiali di un finale sarcasmo . All’interno di un stile D’annunziano, l’autore riflette sulla trasformazione della vita, che trova nella distruzione della città da parte della natura, nel suo abbandono, gli elementi di partenza per la rinascita. Ma non è la società che la farà rivivere, sarà quella degli uomini semplici, di un popolo, quello degli zingari, che ha rifiutato la società industriale e consumistica;le diverse dimensioni di vita. In realtà l’autore sta vivendo in un’altra dimensione, non tanto in ciò che avrebbe voluto essere, ma nella realtà e nel personaggio, che poteva essere. Esiste la possibilità di un’altra vita? Esistono altri mondi dentro di noi, nei quali gli incubi ma anche le aspirazioni potrebbero essere realizzate? Il sogno dell’autore è la costruzione dell’altro mondo, dell’altra vita che l’autore poteva vivere. Il sogno si è interrotto proprio > per non vedere più, per non sapere quello che c’era in fondo a tutta la mia storia . Per Paolo Pasolini, la scrittura di Soldati > è priva di ogni vischiosità, cioè a tenere attaccato a sé il lettore, a possederlo, ad esercitare su di lui un’inconfessata autorità . Pasolini parla di leggerezza e di continuo rimando a qualcosʼaltro, a un’alternativa. L’espediente del sogno permette all’autore di giocare senza spiegare: per esempio, che cosa significava lo smeraldo? Che senso aveva tutta la vicenda rispetto all’avvio del racconto? Come ha scritto nella lettera a Soldati l’amico Enzo Giachino, > sono persuaso che lettore più colto e sottile saprebbe svelare il senso celato di tanti episodi, che a me sfugge .
Sogni all'alba del ciclista urbano
Il romanzo si avvia nei primi capitoli con due storie apparentemente parallele. Da un lato vengono raccontati gli episodi più significativi di un adolescente, del suo gruppo di amici e del suo quartiere di Porto Allegre. Il ragazzo ricerca continuamente il rischio, ma non riesce a dimostrare il vero coraggio: così, non aiuta un amico che viene ucciso da una banda rivale. Emerge nel ragazzo la propensione a ricercare le avventure e una vita da super eroe nel mondo della fantasia sino al punto di crearsi ferite e farsi del male così da dimostrare di essere in grado di sopportare il dolore e di avere subìto vicende straordinarie. Dall’altro lato c’è un chirurgo plastico di successo che deve partire per la conquista di una cima inviolata con un amico scalatore. Mentre va a prendere l’amico ritorna nel suo vecchio quartiere e ci si accorge che il chirurgo non è altro che l’adolescente diventato adulto. Ritornano quindi i ricordi dell’adolescenza, partecipa a una rissa per salvare un ragazzo, incontra nuovamente unʼamica, con la quale aveva condiviso le fantasie da ragazzo, e capisce che «vivere, invece, non aveva niente di eroico». Era vissuto > in un limbo permanente tra innocenza ed eroismo, abitato da proiezioni fantasmagoriche di se stesso, lievemente distorte da quello che gli sarebbe piaciuto essere stato in passato o diventare in futuro . È finalmente diventato adulto. Il romanzo affronta diversi temi. Il primo di questi è la ricerca dell’autenticità della vita, ossia di una vita veramente vissuta, solo attraverso fatti straordinari, con i quali mettere in risalto il proprio coraggio, la propria virilità. Non si vive se non si è super eroi. > Sono ragazzi che vivono l’apice dell’illusione umana dell’invincibilità, sedotti dall’opportunità di mettere a prova il loro vigore fisico e vendicarsi dell’ingiustizia cosmica di essere nati . L’evidenza della falsità di questa visione della vita emerge solo quando il protagonista non ha il coraggio di aiutare l’amico, ossia non dimostra la vera capacità di essere uomo. Il tema dominante del libro è, tuttavia, il rapporto con il proprio corpo e il processo di alienazione con il quale da protagonisti si diventa spettatori di se stessi, come al cinema. Il protagonista percepisce la realtà dei propri sentimenti solo se essi si trasferiscono in una modificazione del corpo. Questa iniziazione comincia sin da bambino quando davanti allo specchio, nel bagno di casa, utilizza dei pennarelli per simulare il sangue e le ferite sul proprio corpo, si sviluppa con veri incidenti, ricercati proprio per farsi del male, e finisce nella sua scelta professionale, ossia quella di essere un chirurgo plastico. Così come nel momento dell’iniziazione, il protagonista si vede come uno spettatore di un film. > C’è sangue sul suo volto, una ferita terribile all’occhio, un’altra al braccio, e lui che si trascina fuori dal veicolo sulla sabbia bollente, la sabbia che si incolla al suo sangue, gli spettatori correvano a prestare soccorso all’eroe del film. Il suo film. La scena rasentava la perfezione. Il trucco non avrebbe potuto essere più realistico. Che bella cosa il sangue, pensò prima di svenire . > Lui iniziò a vedere la cosa dall’esterno, come una telecamera piazzata sul soffitto. La maledetta telecamera che era la sua unica amante. A volte la telecamera spuntava fuori negli istanti cruciali della sua esistenza: era come se lui stesso, si staccasse dal corpo per diventare l’osservatore. C’era lui dietro alla telecamera, che usciva di scena, attraversava la membrana tra realtà e fantasia e sceglieva una sedia nella platea vuota di un cinema buio . Il romanzo è molto piacevole. La scrittura varia da uno stile neo modernista (periodi lunghi, quasi dei soliloqui) a una conversazione sintetica e molto efficace. Molto efficace si presenta anche la descrizione degli ambienti e dei personaggi.
Il sogno del Celta
Roger Casement è nato nel 1864, nel secolo della conquista del mondo da parte dellʼ Occidente, di ciò che si auto definiva la civiltà. È il giovane Roger crede fortemente nello spirito civilizzatore, ed avventuroso, al punto di decidere andare nel Congo, allora terra di conquista del Belgio. Ma lì la realtà gli si presenta in modo profondamente diverso: > quella povera gente frustata, mutilata, quei bambini con mani e piedi mozzati, che muoiono di fame e di malattia. Quegli esseri spremuti fino allʼestinzione e per di più assassinati. Migliaia, decine, centinaia di migliaia. Da uomini che hanno ricevuto unʼeducazione cristiana. Io li ho visti andare a messa, pregare, comunicarsi, sia prima che dopo aver commesso quei crimini. Forse in quegli anni ho perduto la ragione. E tutto quello che mi è accaduto dopo è stata lʼopera di qualcuno che, anche se non se ne rendeva conto, era pazzo . Ma Roger crede ancora nella civiltà occidentale e quindi dedica la propria vita alla denuncia dei crimini perpetrati ai danni dei popoli. Prima in Congo e poi in Brasile porta avanti una inchiesta per conto del governo inglese sulle condizioni di sfruttamento e sulle barbarie che venivano commesse. Il suo nome diviene famoso in Inghilterra e negli Stati Uniti al punto che gli viene conferito il titolo di baronetto. Ma è facile stare dalla parte della giustizia quando ciò riguarda terre lontane, soggetti al dominio di altre potenze, in questo caso il Belgio e il Perù. È più difficile misurarsi con ciò che è vicino, come lʼIrlanda. Roger è irlandese e decide di dedicare gli ultimi anni della sua vita alla lotta per lʼindipendenza per il proprio paese, al punto tale da portare avanti la folle idea di farsi aiutare dalla Germania, durante la prima guerra mondiale. Viene arrestato nel 1916 e condannato a morte. La vita di Roger Casement viene narrata in forma di romanzo, ma in questo caso Vargas non riesce, o non vuole, trasfigurare la storia. Risulta un resoconto ben scritto, ma che non è unʼ indagine documentata, che chiarisca i fatti e le motivazioni di un personaggio così singolare e importante, né riesce a dare al lettore il senso della sofferenza e della disillusione che deve avere in qualche modo dominato il protagonista. È senza dubbio un atto di accusa verso il colonialismo, ma resta come tale senza riuscire a muovere le coscienze. Perché leggerlo? Lʼunico motivo è scoprire un personaggio veramente singolare ed importante.
L'sola di Arturo
> Uno dei primi vanti era stato il mio nome. Avevo presto imparato (fu lui, mi sembra, il primo a informarmene) che Arturo è una stella: la più rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale!. Così inizia la lunga ricerca dell'Amore da parte di Arturo Gerace: > un dilemma indecifrabile, senza sollievo di speranza, né di vendetta ; ricerca che aveva bisogno per svilupparsi di un luogo fatato come Procida: > un paese d'avventure, un giardino beato! , ma anche > una magione stregata e voluttuosa. Il romanzo racchiude in sé tre diverse nature, profondamente intrecciate tra loro: la narrativa, la fantastica e l'onirica. Arturo è rimasto orfano dalla nascita ed è stato allattato con latte di capra dal balio Silvestro. Cresce solitario in un Castello in rovina. Il padre è sempre in viaggio e il bambino scorrazza per l'isola e per le marine. Arturo vive libero ma malinconico, é appagato solo quando il padre è a casa. > La mia infanzia è come un paese felice, del quale lui è l'assoluto regnante! (...Lui che avanzava risoluto, come una vela al vento, con la sua bionda testa forestiera, le labbra gonfie, e gli occhi duri, senza guardare nessuno in faccia. E io gli tenevo dietro, girando fieramente a destra e a sinistra i miei occhi mori, come a dire: «Procidani, passa mio padre!». L'innamoramento non è scalfito dai modi bruschi e severi che il padre ha nei confronti di Arturo, né è spezzato dall'arrivo della matrigna, una ragazza poco più vecchia di Arturo (allora quattordicenne), forse sposata per capriccio. Il ragazzo ha nei confronti della matrigna un rapporto che oscilla tra la gelosia e l'attrazione, proprie di un adolescente alle prime esperienze amorose e sempre alla ricerca di una figura materna. Un giorno, il padre torna a Procida insieme a un carcerato, che viene rinchiuso nel penitenziario dell'isola. L'uomo è taciturno, non vuole più passeggiare e andare in barca con il figlio, al contrario, scompare spesso per andare a cantare una serenata d'amore sotto la cella del carcerato. L'infatuazione di Arturo per il padre si dissolve dolorosamente, soprattutto quando lo sente definire una «Parodia» dal malizioso carcerato: una pietosa riproduzione di un uomo di mondo, di un grande viaggiatore, quando > sarà molto, se è arrivato fino a Benevento, o a Roma-Viterbo!. Arturo diviene adulto perché vede il padre nella sua vera natura, egoista e meschina: deve lasciare anche l'isola meravigliosa, troppo intrisa delle scorribande felici e delle attese trepidanti. L'adolescenza è finita, Arturo va alla scoperta del mondo, decide di andare in guerra. Fin qui siamo dinanzi a un romanzo di formazione, talvolta prolisso e banale. A renderlo originale e attraente sono gli aspetti fantastici e onirici della narrazione. Si pensi alla salita verso il Penitenziario, dietro al padre: le vie del borgo antico, le strade strette e arrampicate, le mura a picco sulle alte scogliere dell'isola, facevano apparire la Casa di Pena simile al > Castello dei Cavalieri di Siria; fiabeschi avventurieri (...) affollavano quel palazzo murato , e Arturo diveniva > un funereo Cavaliere Errante, (...) e le voci dell'abitato poco lontano (...) mi parevano voci di una stirpe infantile. Un episodio centrale del romanzo assume suggestioni fiabesche ed evocative di mondi lontani e favolosi, di storie narrate. Si pensi invece all'immagine della conchiglia, naturalismo sognante di un fenomeno celeste. > Fuori della finestra di mezzanotte, (...) si scorgeva una minuscola nube che, muovendosi sul turchino del cielo, in pochi istanti prese dapprima la forma di una conchiglia, poi d'una piccola mongolfiera, poi d'un cono gelato, poi d'una barba di vecchio, poi d'una ballerina. Realtà, fantasia e sogno si ibridano e i toni narrativi si sfumano; il romanzo assomiglia sempre meno ad un racconto di formazione (una sorta di Isola del Tesoro napoletana, si veda la recensione di Treasury Island in questo sito) e va sempre più invece assumendo le immagini e il ritmo di «Le Mille e una notte» (si veda la recensione in questo sito). Morante non cerca di dare un'impronta tradizionale al romanzo, come aveva tentato in «Menzogna e Sortilegio» del 1948 (vedi recensione in questo sito), la fantasia vola alta sin dalle prime pagine, da quell'incipit così stellato. Pur all'interno di uno stile meticoloso e apparentemente naturalistico, la narrazione è talmente onirica e fiabesca che fa sospettare un viaggio all'interno della coscienza. Già ne è una spia la scelta di Arturo come narratore, e quindi il punto di vista dell'io; poi il susseguirsi disordinato e invadente delle immagini, quasi frutto di sogni e visioni; infine i personaggi, che paiono stereotipi delle diverse parti della coscienza: la matrigna, figura animalesca ostinatamente fedele, il padre, caparbiamente egoista e ostile, il balio Silvestro a impersonare la figura della Madre e che torna a salvarlo, la malizia cattiva del carcerato, distruttore dell'Amore Assoluto. E' come se il protagonista (la Morante?) fosse in bilico, dinanzi a differenti direzioni da prendere, e infine sceglie il distacco: separazione anche dal luogo vagheggiato, dove si è nati e cresciuti. La narrazione procede con lentezza, attenta com'è a scandagliare l'animo del protagonista narratore dinanzi alle diverse situazioni che via via gli si pongono dinanzi. E' un continuo scavare, con descrizioni dettagliate, che sarebbero noiose se non fossero sorrette da una scrittura grammaticalmente raffinata, da un lessico vaporoso ed elegante, da una prevalente atmosfera di piacevolezza. Perché leggerlo? Affascinante, anche se a tratti prolisso.
Soldati di Salamina
> Nel 1989 era stato pubblicato il mio primo romanzo; (...) il libro fu accolto con assoluta indifferenza. Ne seguirono una lunga depressione e la rottura del matrimonio, quando, a salvare il fallito scrittore, arrivarono la sensuale Conchi e la miracolosa vicenda di Rafael Sànchez Mazas. La prima era una chiromante, > cui piaceva da matti uscire con un giornalista (un intellettuale, diceva lei) e che danzava cantando > Terra gloriosa al mio cuore,/terra benedetta di profumi e passione,/(...) Ahimè quanto dolore,/allontanandomi, Spagna, da te,/perché mi strappano dal tuo roseto. L'episodio, famoso e incredibile, è ambientato nel 1939 alla fine della guerra civile. L'esercito repubblicano in ritirata verso la Francia portò con sé un gruppo di gerarchi falangisti per fucilarli. Sànchez, fondatore del movimento falangista e poi ministro franchista, riuscì a fuggire salvandosi, e costruì intorno a questa vicenda la sua aureola di eroe immortale. Cercas immagina che il nostro scrittore fallito venga in possesso di un taccuino in cui Sànchez aveva annotato quanto era avvenuto: il nome della famiglia contadina che lo aveva accolto e il riferimento a non precisati «amici del bosco». Notizie frammentarie, contraddizioni tra le diverse versioni e lo stato stesso del taccuino, che pareva contraffatto, portarono l'aspirante scrittore a supporre che tutto fosse falso: > una colossale fandonia minuziosamente ordita dall'immaginazione di Sànchez Mazas, (...) per riscattarsi dalla fama di codardo , per occultare qualche episodio disonorevole delle sue strane peripezie di guerra. L'indagine su documenti e sul campo porta a convalidare l'intera vicenda: la fucilazione e la fuga sono veramente avvenute e «gli amici del bosco» sono tre ragazzi renitenti alla leva che si erano nascosti tra la boscaglia e aiutarono Sànchez; presenza rimossa dal gerarca per non ammettere che era stato aiutato da giovani coraggiosi ma non fascisti, lui il grande poeta della Patria. Resta un episodio che, chi sa perché?, l'aspirante scrittore non approfondisce. In un racconto che pare tratto da «Una nobile follia» di Ugo Igino Turchetti, cui si è ispirato probabilmente Fabrizio De André per la Canzone di Piero (si veda la recensione in questo sito), il nostro aspirante scrittore così descrive l'avvenimento. > Il soldato lo sta guardando; Sànchez Mazas lo fissa a sua volta, ma gli occhi stanchi e miopi non riescono a interpretare ciò che vedono; sotto le ciocche di capelli bagnati e l'ampia fronte e le sopracciglia grondanti, lo sguardo del soldato non esprime compassione o odio e neppure disprezzo, ma una sorta di segreta o insondabile allegria, (...) e a un certo punto urla al vento senza smetterlo di fissarlo: «Qui non c'è nessuno!». Per divenire realmente scrittore, il nostro dovrà scoprire chi era questo soldato: la narrazione abbandona la cronaca, prende slancio e mistero, e svela un vero eroe discreto, al servizio della Libertà e della Spagna, un resoconto di fatti realmente accaduti, con personaggi reali. E' inutile obiettare che ogni romanzo è reale per il lettore e quindi tanto vale inventare i personaggi di cui non si ha notizia. A differenza di Carrére, che per scrivere di Limonov, attinge a piene mani dalle biografie dello stesso scrittore e politico russo (si veda la recensione in questo sito), Cercas porta avanti un'indagine investigativa da buon giornalista. Peccato che quando scrive un resoconto, anche se brillante, la narrazione si appiattisce, diviene noiosa e il lettore si chiede perché farlo quando ci sono gli storici. Al contrario, in tutte le pagine in cui lo scrittore si affida alla fantasia e al mistero (si pensi alla figura di Conchi e alla scoperta del soldato eroe) il racconto cambia di segno, diviene intrigante e piacevole. Alla fine si percepisce la passione quando lo scrittore esce allo scoperto e inneggia all'eroe soldato. Dovremmo trovare un confine tra fiction, cronaca e storiografia; noi viviamo nel presente ed elaboriamo il passato sui fatti del presente, ma la rappresentazione del passato condiziona le nostre visioni della realtà e quindi va trattata con cura, perseguendo la «verità» sulla base delle metodologie di ricerca storica. La scrittura scorre fluida e lievemente maliziosa. L'autore crea un'atmosfera quasi irreale, così che gli avvenimenti, anche drammatici, e i personaggi ballano una danza sulla musica della celebre canzone. Il pregio è proprio uno stile narrativo distante da quello giornalistico, capace di farci sognare. Il difetto principale è la trama, confusa e ripetitiva. Perché leggerlo? E' interessante la storia, alcune pagine sono veramente belle.
I solitari dell'oceano
Salgari ha scritto oltre 80 romanzi e non tutti hanno la stessa qualità letteraria. In questo caso mancano due peculiarità della penna dello scrittore: il ritmo avventuroso e lʼaffresco, esotico ma spesso affascinante, del contesto. Lʼinizio è promettente. A metà dellʼottocento il commercio di schiavi viene sostituito dal reclutamento di cinesi, che assicurano manodopera a basso costo al Sud America. Le condizioni di trasporto di questa povera gente, illusa di trovare un lavoro dignitoso, sono ancora peggiori del traffico di schiavi dallʼAfrica. Infatti i cinesi, in quanto non oggetto di proprietà, non hanno valore patrimoniale e i super profitti portano gli armatori ad accettare una elevata mortalità. I primi capitoli potrebbero essere ambientati adesso, nella realtà degli emigranti che attraversano il Mediterraneo. Grande è lʼindignazione di Salgari per la perfidia, lʼinganno e lʼinutile malvagità degli approfittatori ( reclutatori, armatori, comandanti di nave e latifondisti) della miseria e delle aspirazioni degli esclusi del mondo, in questo caso cinesi. Siamo sullʼ Alcione, una nave in navigazione dalla Cina al Perù con un carico di oltre quattrocento cinesi, stipati nella stiva, malamente nutriti, e che devono vivere senza accedere allʼaria fresca. Scoppia la peste e Salgari dipinge, con grande efficacia, i cadaveri dei cinesi, che vengono agganciati con un uncino, tirati su dalla stiva senza essere toccati dai marinai e gettati ai famelici pescecani. È una premonizione del tema fondamentale del libro: gli antropofagi e il loro desiderio di carne bianca. Si scatena la rivolta e il capitano, non potendola domare, lascia la nave, insieme allʼequipaggio, senza non aver prima avvelenato i viveri. I cinesi muoiono tutti, tranne il loro capo, Sao - King, due peruviani e un ufficiale argentino che si erano opposti alla crudeltà del comandante della nave. I quattro uomini devono governare da soli lʼAlcione, in mezzo alle tempeste, cercare rifugio in isole abitate da popolazioni cannibali per essere, infine, catturati dai pirati, i quali si impadroniscono del veliero. Le avventure si svolgono intorno a due protagonisti, Sao-King e Ioao, il più giovane dei due peruviani. I due, evidentemente formidabili nuotatori, riescono a scappare dalla nave in navigazione e a salvarsi su una goletta da guerra. Con lʼaiuto di questʼultima ma anche tramite altre imprese eroiche, sconfiggono i pirati e salvano i loro amici. Salgari sta ripetendo un modello letterario comune a tutti i suoi libri: un eroe, Sao - King, che ha come spalla un personaggio meno esperto e vigoroso, in questo caso Ioao. I due, con molto coraggio e notevole bravura, affrontano numerose ed incredibili peripezie. Si tratta, tuttavia, di episodi non inseriti in una struttura narrativa unitaria e che procedono fiaccamente nel loro svolgimento. È evidente che Salgari è stanco, svuotato, incapace di dare forza agli episodi e trascurato nella descrizione dellʼambiente e dei protagonisti. Manca, poi, lʼanti eroe, in quanto i nemici da sconfiggere cambiano continuamente: il crudele capitano, la cui vendetta ci si aspetterebbe essere uno dei filoni conduttori, scompare per gran parte del racconto per ricomparire ormai ridotto a scheletro sulla scialuppa con la quale è fuggito dalla nave, gli antropofagi ( orridi e traditori) sono troppo selvaggi per considerarli veri nemici, il capo dei pirati, che morirà suicida, é spietato ma così gentile da lasciare in vita i nostri quattro amici. Il tema del cannibalismo, già presente in altri romanzi ma non in modo così ripetitivo, crea un clima lugubre che non induce a gustare le avventure. Ma, forse, proprio questo tema rispecchia il declino psicologico di Salgari, dalla descrizione di grandi eroi, anche se tormentati come il Corsaro Nero e ambigui come Capitan Tempesta, ad una visione tragica del mondo, nel quale è possibile solo difendersi o soccombere, dinanzi alla spietatezza. Perché non leggerlo? Non vale la pena.
La sonata a Kreutzer
Durante un lungo viaggio in treno i passeggeri cominciano una discussione sullʼistituto del matrimonio. Ci può essere affinità spirituale nella vita coniugale o essa non è che > un inferno orripilante, per via del quale si finisce alcolizzati, ci si spara o si ammazza ? La conversazione si interrompe bruscamente quando un viaggiatore dichiara di essere «quello che, guarda un poʼ, ha ucciso la moglie». Ed inizia a narrare la sua storia. Come la maggior parte degli uomini ha condotto per molti anni una vita licenziosa, frequentando bordelli e disprezzando le donne, delle quali cercava solo il piacere sessuale. Poi, come tutte le persone della sua classe sociale, si è ammogliato, perché così si deve fare. Già nella luna di miele, > lʼinnamoramento si era esaurito con la soddisfazione dei sensi, e ci ritrovavamo lʼuno di fronte allʼaltra nellʼeffettiva natura dei nostri rapporti, che erano quelli di due egoisti, assolutamente estranei lʼuno allʼaltra, che non desideravamo nulla più che trarre dallʼaltro quanto più piacere possibile . Per molte pagine la storia è lʼoccasione per parlare del matrimonio e più in generale delle relazioni tra uomo e donna: riflessioni sulle quali ritornerà più chiaramente Tolstoj nella postfazione. Dobbiamo vivere una vita autentica, dice il grande scrittore russo, al servizio di un ideale superiore: lʼamore per Dio e per il prossimo. Su questa strada il matrimonio, mera ottemperanza a regole esteriori, è un elemento di disturbo, perché > si finisce per dedicare il periodo migliore della propria esistenza, rispettivamente gli uomini ad adocchiare, ricercare e possedere i migliori oggetti dʼamore, sotto forma di relazioni amorose e matrimonio, e le donne e le ragazze ad attirare e coinvolgere gli uomini in una relazione o nel matrimonio . E a chi gli ribatte che il matrimonio legittima i rapporti sessuali senza i quali non ci sarebbe la procreazione e quindi si estinguerebbe la specie umana, Tolstoj risponde in modo drastico: > un cristiano sarebbe consapevole di non commettere peccato o di non cadere, sposandosi, solo nel caso che il necessario per lʼesistenza di tutti i bambini del mondo fosse garantito . Ma allora il racconto è un saggio morale? In gran parte sì e così lo hanno interpretato i contemporanei. Ad un certo punto, però, cʼè una svolta inattesa. Il protagonista, lʼassassino narratore, assiste al concerto della moglie, che suona, insieme con il suo amante, un pezzo di Beethoven, il primo presto della Sonata a Kreutzer. Molti autori hanno scritto della musica, il più delle volte accostando lʼascolto ad un elevazione dellʼanimo umano. Tolstoj ci stupisce ancora una volta. > Dicono che per effetto della musica lʼanima si elevi: sciocchezze, non è vero! (...) La musica mi costringe a dimenticarmi di me stesso, del mio reale stato dʼanimo, mi trasferisce in una situazione diversa, estranea; sotto lʼeffetto della musica mi sembra di sentire quello che in realtà non sento, di capire quello che non capisco, di potere quello che non posso. (...) Su di me, quanto meno, questo pezzo ha avuto un effetto tremendo; mi sono rivelati dei sentimenti che mi parevano del tutto nuovi, nuove possibilità che prima di allora non conoscevo. Non come avevo fino allora pensato e vissuto, ma come se una nuova voce parlasse nella mia anima . E si solleva nella coscienza del protagonista una forza irrefrenabile, che il lettore ha già incontrato nelle ultime pagine di Anna Karenina, immediatamente prima del suicidio: > un qualche demone, certo estraneo alla mia volontà, escogitava e suggeriva le ipotesi più raccapriccianti . Da questo momento in poi il racconto, prima lento e un poʼ noioso, diviene incalzante e travolgente, sino ad una scena drammatica. Tornato dʼimprovviso a casa, sorprende la moglie e il presunto amante nel salotto; prima aggredisce lʼuomo, il quale fugge, peraltro non inseguito («era ridicolo correre in calzini» anche durante un omicidio prevale la decenza borghese!); poi si scaglia sulla moglie, pugnalandola a morte. Ha pure lʼimpudenza di chiederle perdono. «Perdonarti? Sono sciocchezze. Se solo potessi non morire!» risponde la donna. Il racconto si gioca tutto nelle ultime quaranta pagine, sia dal punto di vista letterario che per quanto riguarda i contenuti. La narrazione dellʼomicidio, come atto finale di un lucido e folle odio, è di una forza espressiva incredibile: pur prevedendo lʼinevitabile conclusione, il lettore spera fino allʼultimo che succeda qualche cosa (un ravvedimento della coscienza, lʼintervento di qualcuno), poi si arrende dinanzi ad una frase terribile nella sua fredda constatazione. > Ho sentito e ricordo lʼostacolo momentaneo che frapponeva il corsetto, e sotto ancora qualcosʼaltro, poi il coltello che affondava nel morbido . La riprovazione di Tolstoj per lʼuomo è chiara e netta: la vittima è la donna, il colpevole è il marito, il quale è ben cosciente di ciò che sta facendo. I giudici decideranno diversamente e giustificheranno lʼomicida per il presunto adulterio. Non lo proscioglierà la coscienza e il racconto si chiude con una disperata richiesta di perdono. Perché leggerlo? Se si superano le prime ottanta pagine, si può leggere una storia di femminicidio, narrata da un grande scrittore.
La sovrana del campo d'oro
Questo romanzo appartiene al ciclo del West. Influenzato dalla figura di Buffalo Bill, Salgari ha sviluppato una serie di storie che hanno come ambiente storico la mitica conquista del West, tra figure eroiche, indiani selvaggi (gli Apaches e i Navajos) e cattivi americani. Una giovane donna (la Sovrana del Campo d’oro), il cui padre è stato rapito da alcuni banditi che chiedono un ingente riscatto, decide di mettersi «allʼasta» per recuperare la cifra necessaria per liberare il padre. Il vincitore dell’asta l’avrà in sposa. All’asta partecipano un giovane ingegnere e un ricco uomo di colore, che è a capo della pesca e del commercio dei granchi, in mano ai cinesi: per questo motivo viene chiamato il Re dei Granchi. Il giovane ingegnere non ha il denaro per competere con il ricco mercante, ma riesce, con l’aiuto di un giovane scrivano, a ingannare il Re dei Granchi, a vincere l’asta e a scappare nel West con la ragazza per liberarne il padre. Ovviamente, il cattivo mercante si mette all’inseguimento. Tutti viaggiano in treno, il mezzo rivoluzionario che permette di ridurre le distanze ed è emblematico della superiorità tecnologica degli americani. Si susseguono una serie di avventure sul treno, si assiste al passaggio di unʼenorme mandria di bisonti e infine i tre giovani, la ragazza, il giovane ingegnere e lo scrivano, si mettono in marcia in territorio Apaches per arrivare al nascondiglio dove è tenuto prigioniero il padre. Con loro ci sono Buffalo Bill e alcuni valorosi. Si susseguono altre avventure, in quanto il ricco mercante, insieme con un gruppo di messicani crudeli, è sempre all’inseguimento. Mentre sono in fuga dal cattivo, i tre giovani vengono catturati dagli Apaches. Si assiste a una sorta di processo da parte dei capi indiani, nel quale la società dei bianchi viene messa sotto accusa (è la parte politica del romanzo nella quale ricompare la visione anti colonialista di Salgari). I tre giovani vengono condannati, ma il giovane ingegnere e lo scrivano riescono a fuggire (in un torrente sotterraneo), mentre la giovane rimane prigioniera. Si arriva al punto centrale del romanzo: il duello tra la giovane americana e una guerriera indiana, duello dal quale uscirà vittoriosa la prima. Dal quel momento il romanzo scivola verso una felice conclusione: arriva Buffalo Bill, viene scoperto il nascondiglio del rapitore, che nel frattempo si è alleato con il cattivo mercante, e infine viene liberato il padre e sconfitti i cattivi. La trama è molto articolata ma a differenza dei romanzi del ciclo della Malesia e del ciclo dei Caraibi, manca la tensione narrativa. Innanzitutto l’autore non riesce a creare quella suspense, quellʼattesa che contraddistingue i libri appartenenti agli altri due cicli: si percepisce qualche cosa di falso e di costruito, che viene inutilmente sostituito dall’articolazione della trama. In secondo luogo, al centro del romanzo è collocata la figura di unʼeroina, che non costituisce una novità per Salgari, se si pensa a Jolanda la figlia del corsaro nero e alla Regina dei Caraibi. In questo caso l’eroina è, tuttavia, un personaggio freddo, che persino dinanzi alla morte rimane di ghiaccio, che non esprime sentimenti verso il giovane ingegnere, innamorato. È tutta forza e tutto coraggio, forse è come si immaginava Salgari la donna americana. Ciò che condiziona, forse, l’intero romanzo è l’ammirazione per la società americana, che appare troppo convenzionale per dare spessore emotivo ai personaggi e all’ambiente. Resta solo la trama.
Spaccanapoli
Il libro è una raccolta di racconti scritti tra il 1943 e il 1947 ed esprime lo sforzo dell'autore di fare i conti con la realtà, con l'umanità rigogliosa, carnale, amorale e scaltra di quella «babele della storia», che è Napoli: da qui probabilmente il titolo di Spaccanapoli, l'arteria dove gravita da sempre la vita della città. Diciamo subito che i conti con la realtà non sono riusciti pienamente ed infatti la narrazione è impregnata di una speranza sognatrice e malinconica. Nel primo racconto («La figlia di Casimiro Clarus»), in un paesino dell'Italia del nord, «dove gli uomini sono cortesi e vivono di poche parole», ormai anziano, il narratore crede di intravedere la donna amata da giovane e la chiama: nella fantasia la vorrebbe di nuovo ma non c'è, si è sbagliato. «Portava sempre un cappello giallo, a larghe falle, con le viole nel nastro.»Subito dicevo, Katy, sei qua? No, non ci sono, rispondeva. Allora rincorrevo quella farfalla > . Se ci si può permettere di scrivere ancora di tiepidi amori prima della guerra, dopo Rea sentii il bisogno di usare un sistema linguistico più aderente alla nuova realtà > . I racconti successivi sono bozzetti della società napoletana, dove il cinico istinto di sopravvivenza prevale e permette ai personaggi di tirare avanti. Si prenda L'Americano > . Un povero garzone di fornaio approfitta delle attenzioni della moglie del padrone, invaghisce di sé la duchessina e infine, montatosi la testa, fa venire da Taranto una prostituta con la quale crea scandalo e invidia insieme. Avendo ucciso il fidanzato della duchessina fugge in America dove diviene un ganghesterro, ingravida una misera prostituta, fa i soldi e torna in Italia, abbandonando la ragazza al suo destino. Sbarcato mi recai dalla Madonna di Pompei. (...) Ché io diventi un vecchio che pare un fanciullo, perché io non ho fatto male a nessuno, ve lo dico come un figlio. (...) Io vi compro gli scarpini di brillanti. (...) Io sono un buon' uomo. (...) 'Vai, fece la Madonna con un dito > . Pare di leggere una novella di Boccaccio. L'influenza del grande scrittore del trecento si intravede in un altro racconto, L'interregno«. L'avvio della narrazione ha il timbro della peste descritta da Boccaccio.»Nel nostro mite paese, la guerra era giunta per fama«. Si temeva il ritorno della pace, perché»era anche quello della legalità commerciale e delle tasse sui profitti di guerra. (...) Molti sfaccendati dovevano all'oscurità il fiorire dei loro commerci clandestini. (...) Gli appartenenti alla mezza classe ne smaniarono. Ma essi eran pochi per numero e altresì ligi alla correttezza e alla continenza, in sacrificio delle fiere apparenze > . Ma poi irrompe la guerra, la povera gente corre nelle cantine a rifugiarsi, i ricchi, i più lesti ad accorgersi allo specchio d'aver la coscienza maculata, attraverso porticine segrete, subito la portarono ad arieggiare in campagna > . La vita dei rifugiati è tratteggiata con pennellate forti ed incisive, senza trascurare le vicende personali del protagonista, brav'uomo con una astuta abilità di cogliere le opportunità che gli si presentano, che sia esse di amore che di soldi. Il tratto peculiare dei racconti è la scrittura, talvolta lineare ma più delle volte in bilico tra prosa e poesia, con accenti stilistici tipici di Boccaccio. Si prenda come esempio questo passaggio di un altro racconto, I capricci della febbre > . Il protagonista è stato ricoverato in ospedale per vaiolo e lì incontra un'infermiera. Palpitarono i muscoli delle mie cosce a un nuovo soffio d'aria. Ma lei c'intese un richiamo d'amore: (...) e, a braccia levate, come si arrendesse, cadde in ginocchio, con grande rumore, davanti alla mia vergogna, che guardò esterrefatta. (...) Io sono 'na povera figliola. Io ho paura di uscire in mezzo 'a via a far peccato. Con voi lo facevo per puro amore. (...) Non riuscivo più a star fermo con la memoria: un'altra Nina, quella chiamata nel delirio, si confondeva in questa viva: incredibile ai miei occhi". Ed è proprio l'analisi di questo fugace rapporto d'amore che individua la differenza tra Rea e Boccaccio: nel primo la narrazione si sviluppa in uno stato di vagheggiata realtà (la donna ritrovata, la cinica autogiustificazione, la fantastica vita sotto le bombe), in Boccaccio la narrazione ha la stessa voluttà di linguaggio ma è sviluppata dal punto di vista di un monello, che scherza e non si lascia coinvolgere dagli avvenimenti e dai personaggi. Perché leggerlo? Suggestivo anche se spesso difficile da decifrare
Una spirale di nebbia
La vita è > una specie d'inganno, cui ci si addestra, questo mentire a se stessi su se stessi , sfuggendo (...) «la sconosciuta e torbida paura della rivelazione». Come in Open City di Cole Teju (vedi la recensione in questo sito), nel quale il protagonista dimenticò persino di aver violentato una ragazza perché «per me sono sempre l'eroe» (ma «il piacere della negazione non è stato possibile per lei»), pure questo romanzo indaga > quella profondità misteriosa e segreta fatta d'emozioni inespresse, di verità celate agli occhi di tutti . L'indagine assume la forma apparente del giallo. Valeria, la moglie milanese di Fabrizio Sangermano, una potente famiglia campana, è rimasta uccisa durante una battuta di caccia col marito: un incidente o un omicidio? C'è un commissario, ci sono numerosi personaggi che dovrebbero aiutare a dipanare la vicenda, ma non è questo che interessa all'autore: la morte di Valeria dovrebbe essere quel fatto traumatico che potrebbe finalmente dissolvere la nebbia dei sentimenti umani. Si sviluppano una serie di ritratti. Assistiamo alla riunione di famiglia, che discute sconcertata e preoccupata il possibile coinvolgimento di Fabrizio che trascinerebbe nello scandalo il clan Sangermano; la discussione termina a un istante quando il nonno, il gran vecchio, > fece un cenno con la mano e poi disse: sono contento d'aver previsto la conclusione di questo nostro incontro , (...) nello studio si rifece il silenzio, zii e cugini assunsero l'espressione compunta che avevano imparato ad assumere alla perfezione dopo tanti anni di allenamento e di acquiescenza: facce attente indifferenti inespressive di persone a un tratto svuotate della loro più intima personalità > . Maria Teresa, una Sangermano che rischiava di restare zitella, ha sposato per volontà della famiglia un noto avvocato della Curia: un uomo stimato e influente. Il matrimonio non è stato mai consumato perché lui è impotente e quando lei ne viene a conoscenza (è stata ingannata dalle sue bugie), pur sapendo che deve infischiarsene dello scandalo, pur ripetendosi che non deve cedere, disse, come in sogno senza rendersene conto«che andava bene così,»non se ne parli più, non avere paura > . E che fa l'illustre avvocato della Curia? Fa mettere incinta la domestica per dimostrare che lui non è impotente e può chiedere lo scioglimento del matrimonio per colpa della moglie; e la moglie si chiude nel silenzio come estremo atto di dignità. Ci sono altre storie di inganno, di ipocrisia, di cose non dette, in certi casi semplicemente frutto di quel monotono meccanico corso«della quotidianità, il quale allontana»irreparabilmente dall'essenza della vita, dallo scoprire che cosa veramente la vita sia, come succede a tanti milioni d'individui che crescono e vivono vite brevi o lunghe ma consacrati, si direbbe, per costituzione o incapacità o chissà che altro, a una specie di perpetua rinunzia alla vita > . E' un approccio mortifero, che non poteva che non concludersi con un ritratto inquietante del funerale di Valeria, lei come morta finalmente parte della famiglia Sangermano, che l'aveva respinta in vita. Il nonno si trovava in piedi fra l'altare e un inginocchiatoio in un atteggiamento compassato«: era veramente commosso o fingeva? E i Sangermano sono tutti intorno, malgrado»nessuno piange, nessuno s'è commosso: ma era proprio necessario commuoversi? (...) E adesso ritornava la nebbia, (...) forse saliva proprio dalla terra senza alcun altro compito che questo di smussare ogni rilievo e confondere annullare almeno per il tempo della sua presenza anche loro: non loro persone fisiche, ma i risentimenti e le passioni e le speranze e le pene e le paure e insomma il nodo fitto inestricabile dei sentimenti. > Il romanzo è come sospeso: non c'è un finale e soprattutto la narrazione non si evolve, resta impigliata nell'introspezione psicologica dei personaggi, scavati fino in fondo, sezionati nei loro sentimenti ma senza empatia; d'altra parte non c'è dinamismo nella vicenda umana, tutto è rinchiuso nella superficialità delle relazioni sociali, nella rassegnazione di un destino individuale già segnato dalla società. Ricorda le gabbie esistenziali di Andre Dubus, i cui racconti non si sviluppano perché i protagonisti sono prigionieri dei rapporti interpersonali e delle loro menzogne ( si veda in questo sito Separate Flights and other stories" e «Dirty Love»). Al di fuori delle vicende umane incombe un contesto grigio, non tempestoso, ma piovoso e nebbioso: > più che pioggia era una polvere d'acqua e cadeva adagio senza rumore come se fosse la nebbia a sciogliersi in una leggera e umida peluria d'argento . E' un romanzo degli anni '60 ma la distanza stilistica rispetto ad oggi è abissale. Il «bell' italiano» del Liceo Classico invade l'articolazione sapiente delle frasi, la sua ricca punteggiatura, gli aggettivi ben scelti e ben collocati, le parole ricche di potenzialità espressive. Talvolta si è avvinti ma alla fine si capisce che l'autore pregusta la sua abilità con un narcisismo che pare dire: vedete come sono bravo! E noi sentiamo una intensa nostalgia per Cesare Pavese, per la sua scrittura sobria, scevra di virtuosismi. Forse non riusciamo più a scrivere come Prisco, e come Moravia, però è meglio cosi: la nostra lingua ne ha guadagnato in termini di leggibilità e fruibilità. Perché leggerlo? Bisogna godersi la scrittura, è comunque una bella lingua.
Una spirale di nebbia
La vita è > una specie d'inganno, cui ci si addestra, questo mentire a se stessi su se stessi , sfuggendo (...) «la sconosciuta e torbida paura della rivelazione». Come in Open City di Cole Teju (vedi la recensione in questo sito), nel quale il protagonista dimenticò persino di aver violentato una ragazza perché «per me sono sempre l'eroe» (ma «il piacere della negazione non è stato possibile per lei»), pure questo romanzo indaga > quella profondità misteriosa e segreta fatta d'emozioni inespresse, di verità celate agli occhi di tutti . L'indagine assume la forma apparente del giallo. Valeria, la moglie milanese di Fabrizio Sangermano, una potente famiglia campana, è rimasta uccisa durante una battuta di caccia col marito: un incidente o un omicidio? C'è un commissario, ci sono numerosi personaggi che dovrebbero aiutare a dipanare la vicenda, ma non è questo che interessa all'autore: la morte di Valeria dovrebbe essere quel fatto traumatico che potrebbe finalmente dissolvere la nebbia dei sentimenti umani. Si sviluppano una serie di ritratti. Assistiamo alla riunione di famiglia, che discute sconcertata e preoccupata il possibile coinvolgimento di Fabrizio che trascinerebbe nello scandalo il clan Sangermano; la discussione termina a un istante quando il nonno, il gran vecchio, > fece un cenno con la mano e poi disse: sono contento d'aver previsto la conclusione di questo nostro incontro , (...) nello studio si rifece il silenzio, zii e cugini assunsero l'espressione compunta che avevano imparato ad assumere alla perfezione dopo tanti anni di allenamento e di acquiescenza: facce attente indifferenti inespressive di persone a un tratto svuotate della loro più intima personalità > . Maria Teresa, una Sangermano che rischiava di restare zitella, ha sposato per volontà della famiglia un noto avvocato della Curia: un uomo stimato e influente. Il matrimonio non è stato mai consumato perché lui è impotente e quando lei ne viene a conoscenza (è stata ingannata dalle sue bugie), pur sapendo che deve infischiarsene dello scandalo, pur ripetendosi che non deve cedere, disse, come in sogno senza rendersene conto«che andava bene così,»non se ne parli più, non avere paura > . E che fa l'illustre avvocato della Curia? Fa mettere incinta la domestica per dimostrare che lui non è impotente e può chiedere lo scioglimento del matrimonio per colpa della moglie; e la moglie si chiude nel silenzio come estremo atto di dignità. Ci sono altre storie di inganno, di ipocrisia, di cose non dette, in certi casi semplicemente frutto di quel monotono meccanico corso«della quotidianità, il quale allontana»irreparabilmente dall'essenza della vita, dallo scoprire che cosa veramente la vita sia, come succede a tanti milioni d'individui che crescono e vivono vite brevi o lunghe ma consacrati, si direbbe, per costituzione o incapacità o chissà che altro, a una specie di perpetua rinunzia alla vita > . E' un approccio mortifero, che non poteva che non concludersi con un ritratto inquietante del funerale di Valeria, lei come morta finalmente parte della famiglia Sangermano, che l'aveva respinta in vita. Il nonno si trovava in piedi fra l'altare e un inginocchiatoio in un atteggiamento compassato«: era veramente commosso o fingeva? E i Sangermano sono tutti intorno, malgrado»nessuno piange, nessuno s'è commosso: ma era proprio necessario commuoversi? (...) E adesso ritornava la nebbia, (...) forse saliva proprio dalla terra senza alcun altro compito che questo di smussare ogni rilievo e confondere annullare almeno per il tempo della sua presenza anche loro: non loro persone fisiche, ma i risentimenti e le passioni e le speranze e le pene e le paure e insomma il nodo fitto inestricabile dei sentimenti. > Il romanzo è come sospeso: non c'è un finale e soprattutto la narrazione non si evolve, resta impigliata nell'introspezione psicologica dei personaggi, scavati fino in fondo, sezionati nei loro sentimenti ma senza empatia; d'altra parte non c'è dinamismo nella vicenda umana, tutto è rinchiuso nella superficialità delle relazioni sociali, nella rassegnazione di un destino individuale già segnato dalla società. Ricorda le gabbie esistenziali di Andre Dubus, i cui racconti non si sviluppano perché i protagonisti sono prigionieri dei rapporti interpersonali e delle loro menzogne ( si veda in questo sito Separate Flights and other stories" e «Dirty Love»). Al di fuori delle vicende umane incombe un contesto grigio, non tempestoso, ma piovoso e nebbioso: > più che pioggia era una polvere d'acqua e cadeva adagio senza rumore come se fosse la nebbia a sciogliersi in una leggera e umida peluria d'argento . E' un romanzo degli anni '60 ma la distanza stilistica rispetto ad oggi è abissale. Il «bell' italiano» del Liceo Classico invade l'articolazione sapiente delle frasi, la sua ricca punteggiatura, gli aggettivi ben scelti e ben collocati, le parole ricche di potenzialità espressive. Talvolta si è avvinti ma alla fine si capisce che l'autore pregusta la sua abilità con un narcisismo che pare dire: vedete come sono bravo! E noi sentiamo una intensa nostalgia per Cesare Pavese, per la sua scrittura sobria, scevra di virtuosismi. Forse non riusciamo più a scrivere come Prisco, e come Moravia, però è meglio cosi: la nostra lingua ne ha guadagnato in termini di leggibilità e fruibilità. Perché leggerlo? Bisogna godersi la scrittura, è comunque una bella lingua.
La stanza del Kimono
Asako lavora presso una ditta che si occupa di cerimonie nuziali. La malattia del padre la costringe a lasciare un lavoro ben retribuito per dedicarsi al negozio di kimoni della famiglia. > Con il kimono lei aveva una grande familiarità sin da piccola, ma al giorno d'oggi quasi nessuno li porta, se non nelle cerimonie più importanti. Un folclore anacronistico, destinato in ogni caso alla decadenza, un lusso permesso solo a signore ricche e sfaccendate; uno strumento per darsi delle arie: ecco cosa le sembravano . La nonna fa vedere alla nipote la collezione di antichi kimoni, fino allora nascosta in numerosi cassettoni. Con il suo spirito imprenditoriale, Asako decide di aprire un altro negozio, specializzato in kimoni di antiquariato, vere e proprie rarità. Il romanzo si annuncia interessante; quando, senza alcuna apparente connessione con il titolo, la storia scivola in un racconto d'intrecci amorosi, i classici tradimenti di coppie stanche e monotone. Asako conosce il bel Masataka, agente immobiliare di successo, che la mette in contatto con famiglie pronte a liberarsi delle vecchie collezioni di kimono. Entrano in scena anche i rispettivi coniugi: il marito di Asako, apatico e ormai indifferente al sesso, e la moglie di Masataka, la quale soffre ancora degli abusi subiti nell'infanzia da parte di uno zio. I quattro intrecciano reciproche «storie d'amore», all'insaputa dei rispettivi coniugi: relazioni che scatenano sogni sadomasochistici sino allora repressi. Si smarriscono i kimoni, soppiantati da scene al limite della pornografia e da lunghi e inutili dialoghi. I protagonisti raggiungono la soddisfazione sessuale, Il lettore scivola nella noia, decidendo di abbandonare la lettura. La questione è la seguente: cosa c'entra il kimono con scene di sesso e una banale storia di tradimenti e matrimoni stanchi? Si può presumere che l'autrice abbia voluto dire come le rigide e formali tradizioni non abbiano mai realmente plasmato la società giapponese; sotto l'apparente attenzione alle regole e al dettaglio si scatenano pulsioni erotiche, tanto più irrefrenabili quanto più represse. «La stanza del kimono» è un'inutile crudele prigione, una gabbia facilmente travolta alla prima occasione, dalla quale non si riesce a liberarsi fino in fondo, si può soltanto capire meglio se stessi e chi ci circonda (si legga l'epilogo). Questo brutto romanzo è appesantito dal ricorso a un espediente letterario spesso troppo usato dagli scrittori. Ogni capitolo descrive le vicende e i sentimenti dal punto di vista di ciascuno dei protagonisti. Come succede spesso, il racconto é ripetitivo e prolisso, perdendosi l'unitarietà complessiva. Perché non leggerlo? Insulso.
La stanza del vescovo
> Nel tardo pomeriggio di un giorno d'estate del 1946 arrivavo, al timone di una grossa barca a vela, nel porto di Oggebbio sul Lago Maggiore . Con poche parole l'autore inquadra l'atmosfera dell'intero romanzo: l'immediato dopoguerra con il desiderio di recuperare gli anni migliori, persi in guerra o nei campi di prigionia, la libertà di veleggiare senza mai far ritorno a casa, come novelli Ulisse, e l'atmosfera irreale del lago, con le sue amabili località costiere, i venti leggeri e le burrasche, la nebbia e gli alti monti, e «l'òlea fragrante nei giardini d'amarezza». (Vittorio Sereni citato in apertura del libro). In questo contesto sospeso, nelle coscienze prima che nell'ambiente, l'io narratore e il suo amico occasionale, il dottor Orimbelli, cercano di > inventarsi una nuova giovinezza, di recupero, profittando dell'età ancora fresca e di un certo vigore del corpo . Non mancano le Penelope: la moglie e la cognata di Orimbelli, la prima lo aspetta da dieci anni, ormai delusa del marito, la seconda è in attesa del coniuge, dato per perso in guerra. C'è pure Itaca, la Villa Cleofe, dimora sontuosa e decadente. Gira e rigira con la barca, la storia si sfilaccia tra belle ragazze e camere d'albergo. L'autore cerca di dare vigore alla trama immaginando un crimine misterioso e un finale a sorpresa; è un tentativo inutile perché tutto si perde nel languido e cinico clima di una società amorale, quale sarà quella dell'Italia del secondo dopoguerra. C'è qualcosa dell'«Isola degli Idealisti» di Giorgio Scerbanenco (si veda la recensione in questo sito). Così come nel romanzo di Scerbanenco, la Villa Cleofe è un luogo di sospensione, che dà sicurezza agli uomini stanchi di troppi avvenimenti sconvolgenti; solo che in Piero Chiara la soluzione non risiede in un idealismo forse ingenuo ma carico ancora di speranza, la serenità va trovata nel vivere giorno per giorno, nel non riconoscersi ipocriti e manigoldi, quali si è in fondo. Non è un caso che l'io narratore pensi di essere moralmente superiore al dottor Orimbelli, bugiardo e mascalzone, ma continua a tenergli bordone, prestandosi alle piccole e grandi nefandezze dell'amico, come avvinto da un voluttuoso torpore. Solo la fuga pare salvarlo: appena la barca > cominciò a filare di poppa, volsi alla costa e rilevai una dopo l'altra le ville, intervallate dai loro parchi, (...) mentre il vento girava di un quarto e tra Canneto e la foce del Tresa mi si aprivano davanti le acque di casa, da solcare per l'ultima volta. Il pregio fondamentale del libro è la scrittura: tutto fila liscio, la penna scivola leggera e sicura sul foglio bianco. Manca la trama, è a tratti prolisso, ma il lettore è avvinto dalle belle parole, capaci di celare il vuoto narrativo. Perché leggerlo? Un bell' italiano.
La stella dell'Araucania
La stella di Araucania è la giovane Mariquita, «dʼuna bellezza meravigliosa», che tra i due cugini, Piotre ed Alonzo, ha scelto il secondo, perché più gentile ed elegante dellʼaltro, rude e burbero. La sorte vuole che Alonzo naufraghi nelle selvagge Terre del Fuoco e solo la nave di Piotre può affrontare il mare nel terribile inverno dello stretto di Magellano. In un drammatico incontro, che si svolge nientedimeno durante la caccia ai condor, Mariquita è costretta ad un patto doloroso: promettere a Piotre di sposarlo se lʼuomo mette a disposizione la sua nave e la sua capacità di capitano per andare a salvare Alonzo. La spedizione prende le mosse da un ricatto, quello di Piotre nei confronti della giovane, che vive in unʼangoscia profonda, perché la salvezza di Alonzo la costringerà ad un matrimonio non desiderato. I sentimenti cambiano radicalmente quando Mariquita scopre il coraggio e la rettitudine di Piotre: prima nella navigazione in mezzo al mare tempestoso e ad enormi iceberg, poi nello scontro furibondo con gli antropofagi, che abitano la Terra del Fuoco. Come in tutti i libri di Salgari si susseguono i colpi di scena, ma in questo racconto si assiste anche ad un interessante rovesciamento di personalità, emblematico di come la lontananza dalla civiltà sveli il vero carattere dellʼuomo. Alonzo è diventato il capo della tribù di antropofagi e accetta che i marinai di Piotre vengano uccisi e mangiati dai selvaggi. Anzi sarebbe disponibile a dare in pasto lo stesso cugino così da liberarsi del rivale. > Io non riconosco più lʼAlonzo di un tempo, disse Mariquita,... si direbbe che al contatto continuo con questi miserabili selvaggi gli si è indurito il cuore!... Alonzo, tu mi fai paura! . È evidente che la scelta di Mariquita di rompere il fidanzamento e di sposare Piotre è adesso giustificata anche dallʼinfamia di Alonzo, il cui destino non può che concludersi con la morte in un drammatico duello con il cugino nelle fredde acque antartiche. In realtà la figura di Mariquita resta sempre sullo sfondo, trascinata dagli eventi e dal mutare dei sentimenti. Il vero protagonista del romanzo è Piotre, che viene introdotto da Salgari in modo tale da mettere in risalto il conflitto interiore di questʼuomo: > gli occhi color dʼacciaio che avevano un certo lampo selvaggio e che tradivano un non so che di ruvidezza, ma anche di tristezza . Lʼorgoglio lo porterebbe a respingere Mariquita, ma lʼamore gli fa accettare di sposarla anche senza essere ricambiato. E sono i pericoli che devono affrontare insieme ( nei quali anche Mariquita dimostra di essere una donna ardita e vigorosa) e i sempre più frequenti contatti fisici, che sciolgono lʼanimo di Piotre e pongono le basi di un innamoramento, che non è più figlio dellʼorgoglio e del rancore. Durante la fuga dagli antropofagi, Salgari scrive alcune frasi che ricordano la sensualità di DʼAnnunzio: > e si stringeva sempre più al petto Mariquita, con una specie di frenesia, correndo alla disperata... quando i capelli della giovane araucana, che si erano sciolti in quella pazza corsa, lo sferzavano in viso, o gli attortigliavano attorno al collo, alzava gli occhi e la guardava sorridendo, felice di poter stringere al petto quella donna che tanto aveva amato . Dʼaltra parte > Mariquita, appoggiata sul largo petto del baleniere, colle sue mani strette al poderoso collo di lui, lo guardava con ammirazione . La narrazione di questo innamoramento, che ha origine nel valore di Piotre e nel suo rinascimento, sarebbe banale e sdolcinata se non fosse inquadrata nella Terra del Fuoco. In questo romanzo lʼambiente non fa da scenario alle avventure, ma irrompe con prepotenza, diventando esso stesso protagonista. Non è solo lʼoccasione per pagine avvincenti, tra le più belle il passaggio della nave di Piotre tra due giganteschi iceberg che stanno congiungendosi con effetti distruttivi sullʼimbarcazione. La descrizione della Terra del Fuoco dà origine ad un racconto fantastico, incredibile, avvincente di un mondo popolato da una moltitudine di uccelli, di pianure erbose, «coperte per la maggior parte di muschio», di grandi boschi e di coste rocciose e inaccessibili. Anche gli abitanti sono mirabolanti, o giganteschi o bassissimi, ma sempre orridi. Perché leggerlo? Non so bene perché sia considerato uno dei romanzi minori di Salgari. In realtà si legge di un fiato e si conoscono terre e personaggi sconvolgenti.
Una stella incoronata di buio
Il 28 maggio 1974, in piazza della Loggia a Brescia, una bomba uccise otto persone e ne ferì centodue. > Occhi negli occhi, lei gli fa un cenno con la mano. Proprio allora, la bomba esplode. Un boato. Poi fumo (grigio chiaro, bianco, azzurrino, pagine e pagine di deposizioni testimoniali, struggenti, defaticanti...)... Livia non deve aver sentito praticamente nulla. Lʼimmagine che si è portata via sono gli occhi azzurri e sorridenti del marito che le viene incontro . Il libro prende lʼavvio dalla drammatica e struggente descrizione della strage per concludersi idealmente con la scena, altrettanto convulsa e coinvolgente, della lettura della sentenza con la quale la Corte dʼAssise assolse tutti gli imputati, il 16 novembre 2010. La vicenda giudiziaria non si è per altro ancora conclusa: il 12 febbraio 2014 la Corte di Cassazione ha annullato lʼassoluzione di due dei sei imputati. Sono passati quarantʼanni e non ancora si è fatta luce su uno dei fatti più gravi degli anni ʼ70, confermando quanto dichiarò Gianfranco Fini in una trasmissione tv: «le stragi sono un mistero». Ma è ciò che non può accettare Benedetta Tobagi, e con lei Manlio Milani presidente dellʼassociazione vittime delle stragi di Brescia: non per la ricerca di una giustizia vendicativa, ma «per trasmettere la memoria di quanto era successo» e > per capire fine in fondo un periodo di amori e di odio così folle... e guardare laicamente al proprio passato . Questa operazione, di testimonianza e di comprensione ad un tempo, viene portata avanti dalla scrittrice su due livelli. Il primo, senza dubbio il più efficace dal punto di vista letterario, ripercorre lʼesistenza di quattro delle otto vittime: Livia, moglie di Manlio, la coppia Clem ed Alberto, e Giulietta. Sono quattro insegnanti, impegnati nella scuola, nella politica e nel sociale. > Abbiamo le cose che contano realmente, scrisse (Livia) a Manlio quandʼerano fidanzati : era la fiducia «di poter rimodellare il mondo a propria immagine». Con il terrorismo non si sono solo perse delle vite, si è dissolta la speranza di una generazione. Si è prodotta nella coscienza nazionale una ferita non ancora rimarginata, perché oscuri sono rimasti i mandanti, i fatti e i motivi. Il secondo livello del libro riguarda appunto il tentativo della scrittrice di dipanare, o almeno comprendere, il mondo sociale e culturale alla base delle stragi degli anniʼ70. Basandosi su una documentazione molto ricca e ricorrendo anche a interviste a protagonisti, Tobagi scandaglia, forse con troppo dettaglio, la storia della destra eversiva, da Ordine Nuovo sino al ruolo svolto dal Movimento Sociale. Il lettore ne esce ancora più confuso di quanto lo era prima, trovandosi sommerso da avvenimenti e personaggi, senza essere aiutato ad arrivare ad una sintesi. Ma è forse ciò che non cerca la scrittrice, la quale non ha tesi né certezze, ma è interessata a > rompere il cerchio delle accuse reciproche e rendere possibile la pietà, aprendo uno spazio di reale comprensione umana anche per le vittime della parte avversa, rimaste impigliate nello scontro come capri espiatori . Questo libro persegue troppi obiettivi: la narrazione delle vittime, della loro vita e di come sono arrivate inconsapevolmente alla morte; il rapporto con Manlio Milani e quindi il racconto, purtroppo solo abbozzato, del legame tra due persone così distanti anagraficamente ma entrambe coinvolte in un lutto devastante perché frutto della violenza: Benedetta figlia del giornalista Tobagi, ucciso dalle brigate rosse, e Manlio marito di Livia; la ricostruzione, appassionata e meticolosa, dei giovani che si schierarono nella destra eversiva per «la pulsione verso un fascismo esistenziale», per il «culto della forza fisica, fascinazione per le armi» e per cattivi maestri. In questo miscuglio di generi e finalità lʼinchiesta giornalistica prende il sopravvento, creando un accavallarsi di informazioni e considerazioni, che rendono noiosa la lettura. Insomma non tutti sono Roberto Saviano. Perché non leggerlo? È alla fine noioso e non aiuta la comprensione di ciò è avvenuto.
Stella Rossa romanzo-utopia
In un anno imprecisato (ma supponiamo sia il 1908) un marziano si presenta al rivoluzionario e scienziato Aleksandr Bogdanov, proponendogli di venire su Marte per studiarne la società e per diffondere i superiori valori marziani sulla Terra. Il pianeta rosso ha un'organizzazione perfetta che permette, per esempio, di dare a ciascuno il lavoro più utile alla collettività e nel contempo più congeniale alla persona, realizzando l'utopia di Marx: "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i bisogni". È l'ideale società comunista, che non sarà facile da accettare da parte del rivoluzionario Bogdanov, infastidito dalla cura dei marziani nei suoi confronti, supponendo che sia una forma di controllo, ed invece > la premura che avevano nei miei confronti era la medesima - forse, con meno frequenza - che mostravano quando si aiutavano a vicenda. (...) Io, che provenivo da un mondo individualistico, mi distaccavo dagli altri senza volerlo e percepivo morbosamente la loro gentilezza e il loro aiuto amichevole che, io, figlio di un mondo materialistico, non potevo permettermi di ripagare. Ed allora, > bisognava fare in fretta, bisognava sfoderare tutte le forze e le energie, perché la responsabilità era enorme! Quale colossale beneficio per la nostra vecchia e sofferente umanità, quali giganteschi progressi e quale prosperità avrebbe portato l'influenza energica e vigorosa di quella cultura superiore, potente e armonica! Ma siamo proprio sicuri che i marziani e i terrestri siamo così differenti? Siamo certi che la società socialista dissolva le pulsioni individualistiche in una sfera più elevata, in cui prevalgano solo la razionalità e la solidarietà? E se in questa società così armonica irrompesse l'amore? Netti, una marziana esile e gentile, si innamora del fragile e confuso terrestre. > Ti amo non solo come una moglie, ti amo come una madre che accompagna il proprio figlio in una nuova esistenza, estranea, piena di sforzi e pericoli. Questo amore è più forte e più profondo di qualsiasi altro in grado di legare due persone. Così scrive Netti a Bogdanov quando quest'ultimo scopre che la donna è sposata pure con Stenni, un freddo scienziato, senza cuore, capace di scomporre il tutto, ma non in grado di capire i pensieri e i sentimenti della gente. È c'è senza dubbio della gelosia e dell'antipatia, sentimenti così poco socialisti, alla base dell'assassinio di Stenni da parte di Bogdanov. E c'è pure la nostalgia per la Terra: > un nugolo di volti familiari ed eventi passati baluginavano nella mia mente (...) paesaggi terrestri, scene teatrali, immagini di favole per bambini si riflettevano silenziose nella mia anima, come in uno specchio svanivano e si scambiavano senza alcun senso di agitazione, ma solo di leggera curiosità accompagnata da una flebile sensazione di piacere. In uno stato eccitato e confuso, in cui gelosia e appartenenza alla Terra si sovrappongono, Bogdanov non può che uccidere Stenni, dopo aver letto il verbale di una riunione segreta, in cui il "freddo scienziato" invita a invadere la Terra, eliminare la sua popolazione e depredarne le risorse, di cui Marte ha enormemente bisogno. È una premonizione di quanto avverrà nel futuro, quando dietro all'utopia di classe e di razza si perpetreranno genocidi di interi popoli? Che ne sarà di Bogdanov e della sua amata Netti. L'autore immagina che Bogdanov venga rimandato sulla Terra: è stato un fallimento usarlo come possibile "ponte" tra i due mondi. Netti va sulla Terra a raggiungerlo, e poi? Resta solo > sul tavolo del salotto, con un'enorme finestra spalancata, (...) un biglietto. Alcune parole erano lì impresse in una calligrafia tremolante: "un saluto ai compagni, Arrivederci". I Wu Ming hanno immaginato il proseguimento della storia di Bogdanov e Netti (si veda la recensione di "Proletkult" in questo sito); ma, come nella prefazione a Stella Rossa, il gruppo di Bologna dà una lettura storico-ideologica, ovviamente anche dal punto di vista di quanto è avvenuto dopo. Si perde quel crogiuolo di sentimenti e relazioni che sono il perno della trama e rendono ancora così accattivante il romanzo. Perché leggerlo? Talvolta noioso, è bella la storia di Bogdanov e Netti.
Le Stelle Fredde
Si tratta di un libro molto complesso, sotto certi aspetti di difficile interpretazione e con forti connotati filosofici. Il protagonista, un pubblicitario, decide di abbandonare il lavoro e la città per cambiare vita, ritornando in campagna dove possiede una casa. Al momento di prendere la decisione, il medico che lo ha in cura gli fa conoscere una bambina, del tutto normale e molto intelligente, che è convinta, tuttavia che «lei si muove, ma tutti gli altri stanno fermi». Quando il protagonista chiede se lui è vivo o morto, visto che per la bambina lui non si muove, la risposta è netta: «morto». Questo incontro apre la trama del romanzo che costituisce un percorso verso la polverizzazione del confine tra la vita e la morte: solo il mondo è fermo, gli esseri viventi fluttuano in una sorta di limbo, in uno stato di temporaneità continua. Arrivando alla casa di campagna, il protagonista rivede un ciliegio, che > emanava una grande, quasi smisurata energia, trasmetteva una vibrazione invisibile come le onde eteree che giungono fino alle stelle; era l’energia degli dei, degli animali e dei morti . Finché era vivente il ciliegio, dall’albero emana una certezza, un «immenso vocabolario», ma quando il ciliegio viene divelto si rompe il confine tra la vita e la morte, diviene possibile > l’intrusione di un altro mondo in quello nostro abituale, e che possiamo scivolarvi da un momento all’altro . Inizia un percorso: prima il protagonista cerca di estraniarsi dal mondo, poi il ritorno dal mondo dei morti di Dostoevskij, tramite le radici divelte del ciliegio, fa capire al protagonista che l’unica certezza è il mondo, che tutto cataloga e fotografa, mentre gli esseri viventi non sono che illusione e passaggio: > guardavo le fotografie del ciliegio, e capivo che io stesso ero una fotografia, conservata in qualche archivio. Ero come un pianeta, che percorreva un’orbita con tutti i suoi abitanti, le sue città e i paesaggi. La memoria del mondo aveva registrato tutto e ricordava tutto . In questo mondo immutabile > non esiste niente e nessuno che non vi cada dentro, persona, cosa, suono, odore, pensiero . L’Io si perde nell’immensità dell’universo, in un enorme albero, di cui è impossibile decifrare tutto il vocabolario, ma «la matassa dei suoi rami impregna tutto con il suo bianco». Bellissime sono le descrizioni del paesaggio così come i dialoghi, mentre spesso si perde in digressioni filosofiche, talvolta ridondanti e prolisse.
Stoner
Il romanzo narra lʼignota carriera di un professore di letteratura inglese. William è lʼunico figlio di una modesta famiglia contadina. A costo di gravi sacrifici i genitori lo hanno mandato a studiare scienze agrarie, nella speranza che un giorno tornasse con quanto appreso per migliorare la gestione della terra. Allʼuniversità il giovane Stoner si innamora della letteratura, e dei libri. Soprattutto sceglie la protezione delle sicure mura dellʼuniversità. Come gli disse un amico: > nel mondo saresti stato sempre in procinto di avere successo, ma saresti stato distrutto dai tuoi fallimenti. Così hai scelto, sei stato scelto; la provvidenza.... ti ha strappato dalle morse del mondo e ti ha piazzato in salvo qui, tra i tuoi fratelli... Chi sei tu?. Un semplice figlio della terra, cosa pretendi di te stesso? Le parole sono profetiche di quella che sarà una vita banale: un progressivo ritirarsi nella mediocrità, mettendosi in un cantuccio, accettando la sconfitta prima ancora di lottare, senza pretendere molto dallʼesistenza. Si sposa per scoprire subito che non è amato, eppure non si ribella; si fa carico di un debito esorbitante per il suo modesto stipendio, pur di comprare la casa desiderata dalla moglie; ed è sempre questʼultima che decide di restare incinta, dandogli una figlia, che, tuttavia, William non può amare come vorrebbe e gli diviene ben presto estranea. Tutto accetta il nostro protagonista per il quieto vivere, per una pigra tranquillità. Si innamora di una giovane insegnante, che ricambia il suo amore. Ma quando il preside della facoltà lo invita a dare una svolta alla relazione, cosa fa il nostro «coraggioso» William? > Egli si appoggiò alla poltrona e guardò il basso, buio soffitto che era stato il cielo del loro mondo. Disse con calma: se gettassi tutto via, se smettessi e me ne andassi, tu verresti con me, non è vero? Si, ma tu sai che io non lo farò, è vero? Si lo so.... Perché allora, Stoner spiegò a se stesso,... noi entrambi diventeremmo qualche cosʼaltro, qualche cosʼaltro di noi stessi. Saremmo niente . E come tutti quelli che mettono «la testa sotto la sabbia», William è ben contento che la giovane amante se ne sia andata senza dirglielo e che > non gli abbia lasciato una nota dʼaddio per dire cose che non potevano essere dette . È meglio vivere allʼinterno delle mura dellʼUniversità di Columbia, dove William era entrato studente, era diventato professore e sarebbe andato in pensione, il più tardi possibile. Non importa se nel frattempo nella vita reale si susseguono eventi epocali, che travolgono lʼesistenza di milioni di individui: la prima guerra mondiale, la crisi degli anniʼ30, la seconda guerra mondiale e il duro dopoguerra. Come succede a molti intellettuali è sufficiente pensarli, non viverli. Non ci stupisce allora come sfiori un libro in punto di morte. I libri gli hanno dato quella sicurezza che ha cercato per tutta la vita e per la quale ha rinunziato a vivere realmente. Nella sua introduzione John McGahern afferma che Stoner è «un vero eroe» perché > egli diede testimonianza di valori che sono importanti... La cosa importante nel romanzo per me è il senso di Stoner per una missione. Insegnare per lui è una missione.... la sua missione gli diede un particolare tipo di identità e lo fece ciò che era . Per lʼinsegnamento Stoner ha rinunziato a tutto. Ma siamo sicuri che si possa essere un buono insegnante astenendosi dal lottare per le persone amate, dal combattere per il proprio paese, dallo stare vicino alla terra dei propri genitori, ossia educare gli altri senza vivere noi stessi? E non lo pensava in questo modo anche William? Alla fine della sua vita riconosce infatti che > aveva voluto essere un insegnante, e lo era diventato; tuttavia sapeva, lo aveva sempre saputo, che per la maggior parte della sua vita egli era stato indifferente... Senza passione, razionalmente, contemplava il fallimento che la sua vita deve apparire che sia stata... Che cosa ti aspettavi? Egli si chiese. Lʼambiente universitario non deve ingannare. La vera storia del romanzo è lʼeterna vicenda di chi preferisce una vita mediocre ad unʼesistenza intensa, relazioni abitudinarie e tranquille a rapporti sentimentali turbolenti ma profondi. Insomma chi sceglie lʼindifferenza e la chiusura in sé stessi (la fuga nei libri?) e non si lascia invece travolgere dagli avvenimenti e dagli affetti. Il romanzo è considerato un capolavoro, oggi dopo cinquantʼanni dalla sua pubblicazione. Che siano scaduti i diritti dʼautore? Non si capisce infatti quali siano i motivi per ritenerlo un capolavoro. Certo la scrittura è molto elegante e grammaticalmente perfetta, da ottimo professore dʼinglese. È peraltro banale così come noiosa risulta la trama. Infastidisce in particolare questo piccolo mondo accademico. Non è uno spicchio del mondo. È come se si leggesse della serafica vita di un monastero medioevale mentre i barbari imperversano: è un microcosmo inutile. È vero che siamo nellʼera degli anti eroi, ma, perdio!, un poʼ di storie vere e di personaggi ricchi di personalità! Perché leggerlo? Si legge bene, ma lascia poco.
La Storia
> Non c'è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte (un sopravvissuto di Hiroshima). Elsa Morante pone questa citazione come premessa al romanzo, ad indicare come il suo fine sia narrare le vittime in un periodo drammatico e doloroso della nostra storia recente: gli anni tra il 1941 e il 1947. Sarebbe tuttavia sbagliato pensare di trovarsi dinanzi ad una versione moderna del romanzo di Riccardo Bacchelli (Il Mulino del Po recensito in questo sito), con il quale il grande scrittore bolognese intendeva narrare la storia post unitaria dal punto di vista degli umili. E come potrebbe essere se l'autrice è la stessa di Menzogna e Sortilegio (vedi recensione in questo sito)? Come potremmo pensare di essere dinanzi ad un romanzo storico, battagliero, pungente, ideologico, quando il mondo narrativo di Elsa Morante è onirico e introspettivo? Ida, vedova Mancuso, vive a Roma: di professione maestra, di età trentasette, con un figlio irrequieto e simpatico, di nome Nino, ha un > corpo denutrito, e informe nella struttura, dal petto sfiorito e dalla parte inferiore malamente ingrossata, la faccia di una bambina sciupatella. (...) Nei suoi grandi occhi a mandorla scuri c'era una dolcezza passiva, di una barbarie profondissima e incurabile, che somigliava a una precognizione. (...) La stranezza di quegli occhi ricordava l'idiozia misteriosa degli animali, i quali non con la mente, ma con un senso dei loro corpi vulnerabili, sanno il passato e il futuro del loro destino. Chiameremo quel senso (...) il senso del sacro (...) il potere universale che può mangiarli e annientarli, per la loro colpa di essere nati . Mentre rientra a casa viene violentata da un soldato tedesco, che la mette incinta e nasce Giuseppe, detto Useppe. Nino è sempre in giro, sola con il piccolo Useppe Ida subisce i bombardamenti e la distruzione della sua casa, lo sfollamento a Pietralata in un grande stanzone senza intimità, la dura occupazione tedesca, la deportazione degli ebrei, e, indirettamente tramite Nino, la lotta partigiana; poi si raccoglie in qualche modo in una piccola stanza in affitto, sempre sola con Useppe, e convive con una famiglia in vana attesa del figlio disperso in Russia. Infine raggiunge una decorosa sicurezza che sembra avviarla ad una vita serena. Tutti questi tragici avvenimenti attraversano la vita di Ida ed Useppe come una fiaba; in essa il bambino pare un gnomo allegro ma saggio: > si sarebbe detto, invero, alle sue risa, al continuo illuminarsi della sua faccetta, che lui non vedeva le cose ristrette dentro i loro aspetti usuali; ma quali immagini multiple di altre cose varianti all'infinito . E' come se il canto di due uccelletti di bosco, le cui parole erano chiarissime agli orecchi di Useppe, esprimesse nel loro ripetitivo ritornello il senso indecifrabile di quanto stava accadendo: «è uno scherzo, uno scherzo, tutto uno scherzo!». Se non fosse che il romanzo di Anna Maria Ortese «Il Cardillo addolorato» è del 1993, e quindi Elsa Morante non può essersi ispirata alla misteriosa canzoncina ( > e vola vola vola lu Cardilo...., si veda la recensione in questo sito), comunque traspare lo stesso mondo sotterraneo, il magma che ribolle al di sotto della razionalità ordinatrice. Ida, Nino ed Useppe sembrano sopravvivere così come i loro due cani, Blitz e Bella, inconsapevoli vittime; ed invece i sogni manifestano sin dall'inizio le angosce che provengono dall'inconscio, sommerso dalla paura e dal dolore, ai quali non si riesce a dare un senso né si può semplicemente assistere a tanta crudeltà. Ida cammina con suo padre, che la ripara sotto il proprio mantello; quand'ecco il mantello se ne vola via come da solo, senza suo padre. E lei si trova bambina piccola sola per certi sentieri di montagna, perdendo rivoletti di sangue dalla vagina. (...) Invece di scappare s'è fermata sul sentiero a giocare con una capretta.... Ma non s'accorge che la capretta urla, ha le doglie, sta per partorire! E frattanto là, già pronto, c'é un furiere delle macellerie elettriche....(...) Useppe, nel sogno, non si trovava a riva, ma nell'acqua del fiume-lago. E quest'acqua, sebbene chiusa in cerchio dalle colline, appariva di una grandezza infinita. (...) Useppe nuotava in quest'acqua naturalmente, come un pesciolino; e intorno a lui per tutto il tiepido lago emergevano innumeri testoline di altri nuotatori compagni a lui. (...) Ma la cosa più straordinaria di questo lago festantissimo era che il cerchio delle colline, massacrato dalla tetra bufera, là dentro si rispecchiava, invece, intatto e beato, nella piena serenità di un'estate al suo principio > . Come raggiungere la pace, come liberarsi dal dolore? Non restano che la morte o la follia. Il lettore si allontana dal libro con un immagine di grande suggestione. Useppe si è sentito male, ha avuto un attacco epilettico, Bella corre verso casa a chiamare Ida, e lei si sveglia da un sogno ( e allora il pischello e lei, contenti, salgono insieme sulla nave«), viene presa da un»panico incoerente«e corre a salvare il figlio.»Camminavano in tre, stretti uno all'altro: Useppe accomodato su Bella come su un cavalluccio, e appoggiato con la testa al fianco di Ida, che lo cingeva col braccio per sostenerlo > . Quanta soffusa e malinconica dolcezza! Stretti tra loro, nell'unica solidarietà che conoscono, i tre sperano di salvarsi! Disse Elsa Morante in un'intervista del 1959, il romanziere (...) presenta, nella sua opera, un proprio, e completo, sistema del mondo e delle relazioni umane. Solo che, invece di esporre il proprio sistema in termini di ragionamento, è tratto, per sua natura, a configurarlo in una finzione poetica, per mezzo di simboli narrativi"(citato da Cesare Garboli nell'introduzione). Con il fine di parlare delle vittime la scrittrice cerca di attenersi a questo canone, dà al suo romanzo un'impronta ottocentesca, con una descrizione minuziosa delle storie, dei luoghi, dei dettagli, nello sforzo di legittimare l'immaginario e di dargli coerenza. Scivola in una lunga e ridondante scena alla Dostoevskij, quasi una replica del capitolo del Grande Inquisitore dei Fratelli Karamazov (si veda recensione in questo sito). Però, Il mondo onirico è incontenibile, l'inconscio prorompe e disintegra l'ordine complessivo del romanzo: ne esce uno zibaldone, dove si mescola la Storia con le storie in un miscuglio esagerato e prolisso; Useppe dà un moto cavalleresco alla narrazione che ci potrebbe salvare, ma non è sufficiente. Perché leggerlo? Di sicuro un grande romanzo ma non certo all'altezza di Menzogna e Sortilegio.
La storia del giogo d'oro
Il romanzo è ambientato a Shanghai tra il 1911, crollo dellʼimpero cinese, e la fine degli anni ʼ30, poco prima dellʼoccupazione giapponese. La Cina tradizionale si sta sfaldando, crollano le certezze secolari sulle quali reggevano le famiglie allʼapice della gerarchia sociale: la burocrazia imperiale e le grandi proprietà terriere. È un lungo periodo di transizione, per molti aspetti simile a quello che stiamo vivendo oggi. Su questo sfondo la scrittrice tratta un tema universale: la follia generata dalle regole e dai rapporti familiari, lʼeffetto devastante della «ridondanza delle apparenze artificiali». Cao Qiqiao viene da una famiglia di bottegai e ha sposato «il secondo fratello maggiore» di un casato altolocato, anche se ormai in declino. In tal modo ha compiuto un salto sociale, diventando la «seconda Cognata», ma è entrata in un > grande clan, dove le vecchie generazioni si servono del loro prestigio per opprimere gli altri, e quelle più giovani sono come dei lupi e delle tigri . Qiqiao sa benissimo di essere disprezzata, perché di origine inferiore; deve curare il marito, invalido sin dalla nascita e con il quale ha avuto sporadici rapporti dʼamore; odia il suo stesso fratello perché lʼha ceduta in cambio di una ricca dote e le chiede continuamente soldi. È sola, si sente come prigioniera, simile ad > un esemplare di farfalla dentro una teca di vetro, smagliante e desolato . Cova dentro di sé un profondo rancore, che si esprime nella maldicenza per danneggiare le cognate, «signorine di famiglie onorate e rispettabili». Attende con ansia il momento nel quale potrà entrare in possesso dellʼeredità e divenire ricca. Ma viene defraudata dal «padrone anziano», il capo famiglia, il quale favorisce i maschi rispetto alle femmine e nella ripartizione dei beni tiene conto del rango sociale di provenienza. Qiqiao si rinchiude nella sua casa, a presidiare gli averi avuti in eredità e ad allevare i figli. Lʼodio verso sé stessa, per il suo destino amaro e per non aver saputo cogliere le poche opportunità che le si sono presentate, si traduce in una crescente pazzia. > Le sembrava di avere davanti agli occhi come un velo di perle ghiacciate che una folata di vento caldo le schiacciava sul viso; poi il vento passava, risucchiando via con sé quel velo, e lei non aveva ancora ripreso fiato quandʼecco che il vento soffiava di nuovo e lʼavviluppava tutta, la testa, la faccia, una folata fredda, una calda . Sempre più cattiva e violenta cerca conforto ed oblio nellʼoppio. La sua lucida follia è distruttiva, per sé e per chi la circonda: la figlia, alla quale brucia ogni possibilità di matrimonio e che rende oppiomane, il figlio, debole e corrotto, asservito alla volontà dispotica della madre, la nuora, disprezzata, aggredita, allontanata dal marito, costretta a ripercorrere lʼinfelice esistenza di Qiqiao; la stessa concubina del figlio, pur elevata al rango di moglie, non sopporta il clima familiare e si uccide. > Qiqiao sta sdraiata, in dormiveglia, sul letto da oppio. Da più di trentʼanni porta al collo questo giogo dʼoro, ne ha utilizzato i pesanti corni per spazzare via alcune persone, e quelli che non sono morti vivono orami solo a metà. (...) Tastandosi sul polso il bracciale di giada, se lo spinge in alto lungo il braccio ossuto, ormai esile come un fiammifero, fino a raggiungere lʼascella, e poi lo fa scendere di nuovo giù. Quasi non riesce a credere di aver avuto le braccia tornite quando era giovane. (...) Sono tutti fantasmi, fantasmi di tanti anni prima, fantasmi che non sono mai nati.... Che cosʼè la verità? Che cosʼè la menzogna? Il tema della follia allʼinterno delle chiuse pareti domestiche è un argomento largamente trattato dalla letteratura. Se non fosse per il contesto cinese la storia non è particolarmente innovativa. La narrazione della rigida e spietata gerarchia dei grandi clan cinesi si evolve rapidamente: i personaggi si muovono con maggiore libertà, potrebbero fare le loro scelte perché la tradizione si è ormai indebolita. Ed è qui il dramma. Qiqiao, i suoi figli, le altre figure minori potrebbero crearsi una propria vita, ma non lo fanno, per pigrizia, rassegnazione, voglia auto distruttiva. E come se la scrittrice criticasse il suo ambiente sociale, lʼalta borghesia di Shanghai, proponendo un romanzo tipicamente occidentale, che non permette di giustificarsi dietro le costrizioni della consuetudine. Ma Zhang Ailing non è così severa; ama «il contrasto sfumato» e lo fa tramite le descrizioni: lʼuso dei colori, il gioco della luce della luna e delle ombre, gli ambienti sovrabbondanti di oggetti ormai inutili danno unʼ idea di desolazione esistenziale, di destino irrevocabile e per questo universale. Non è la società cinese ma la generale condizione umana. > Ombre bluastre sul pavimento, e ombre bluastre sulla volta del baldacchino, e anche i suoi piedi sono immersi in quellʼombra mortale. (...) Fuori dalla finestra cʼera anche quella luna bizzarra che faceva rizzare i capelli, un piccolo sole bianco scintillante in un cielo di lacca nera. (...) Una stanza così ampia, stracolma di casse e bauli, materassi, biancheria da letto, tra cui sicuramente avrebbe trovato un lenzuolo a cui appendersi. (...) Aveva paura di questa luna ma non aveva il coraggio di accendere la luce . Perché leggerlo? Un breve racconto, affascinante per lo stile narrativo.
Storia del nuovo cognome
Elena prosegue il racconto dellʼ amicizia con Lila. Il primo libro, «Lʼamica geniale», era terminato con il matrimonio di Lila con Stefano, il ricco salumiere. > Volevo tornare a sprofondare nel rione, essere comʼero stata. Volevo buttar via lo studio, i quaderni zeppi di esercizi. (...) Ciò che potevo diventare fuori dallʼombra di Lila non contava niente. Cosʼero al confronto con lei in abito da sposa, con lei nella decapottabile, il cappellino blu e il tailleur pastello? Questa riflessione di Elena non interrompe un percorso che conduce le due ragazze ad allontanarsi e continuamente a cercarsi. Che cosʼè per Elena la vita senza Lila? > Il tempo si acquieta e i fatti salienti scivolano lungo il filo degli anni come valigie sul nastro di un aeroporto; li prendi, li metti sulla pagina ed è fatta. (...) Con lei non volevo avere rapporti veri, solo ciao, frasi generiche. (...) Da un lato dicevo basta, dallʼaltro mi deprimevo allʼidea di non essere parte della sua vita, del suo modo dʼinventarsela . Elena continua a studiare, supera brillantemente la maturità classica, va alla Normale di Pisa, si laurea, scrive un romanzo, diviene una scrittrice. Tutta questa cultura non è altro che una maschera: > imparai a controllare la voce e i gesti.(...) Misi il più possibile sotto controllo lʼaccento napoletano. (...) A scuola avevo imparato a far credere che sapessi moltissimo . E soprattutto Elena si trovò «sterilizzata dallo studio», mettendo sotto controllo anche i sentimenti, le angosce, le stesse audacie. Alla ricerca del «travestimento migliore», leggendo alcuni quaderni di Lila si accorge che > la maschera portata così bene (...) era quasi faccia. Allʼimprovviso mi resi conto di quel quasi . (...) Dietro il quasi mi sembrò di vedere come stavano le cose. Avevo paura > . Sotto lʼapparente conquista della libertà si cela per Elena la perdita di una vita autentica. Per Lila, invece, le infelici vicende coniugali e sentimentali conducono ad una vita piena di avventure diverse e scriteriate > , ad una effettiva conquista della sua autonomia come persona e donna. Lila avverte subito come il matrimonio sia stato uno sbaglio: Stefano si rivela un uomo insensibile, volgare ed anche violento. La ragazza cerca disperatamente di ribellarsi e poi di accettare la vita coniugale, anche se così falsa e priva di amore. Durante una vacanza estiva incontra Nino, il giovane intellettuale, del quale è invaghita anche Elena. Se per questʼultima lʼamore per il giovane è ancora una storia adolescenziale, per Lila è una relazione travolgente, nella quale lʼattrazione fisica si intreccia con il desiderio di elevarsi culturalmente. Resta incinta, viene abbandonata da Nino e fa la follia, per il rione, di scappare, di andare a vivere da sola con il bambino, di lavorare, lei un tempo ricca e viziata, come operaia in un salumificio. Elena va a far visita allʼamica in fabbrica, vede il lurido ambiente di lavoro, è disgustata dal puzzo di grasso che (lʼamica) si portava addosso > . Vorrebbe parlarle del suo successo e invece viene a sapere che alla sera, dopo aver messo a dormire il bambino, Lila studia i linguaggi di programmazione: facevano esercizi coi diagrammi a blocchi, si allenavano a ripulire il mondo dal superfluo, schematizzavano le azioni dʼogni giorno secondo due soli valori: zero e uno. Parole oscure nella stanza miserabile, sussurrate per non svegliare Rinuccio. Capii che ero arrivata fin là piena di superbia (...) ma lei (...) stava reagendo spiegandomi di fatto che non avevo vinto niente, che al mondo non cʼera alcunché da vincere, (...) e che il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dellʼuna echeggiare dentro il suono folle del cervello dellʼaltra". Lʼelevazione culturale di Elena, il suo italiano colto ed artefatto che sopprime il disonorevole dialetto dellʼinfanzia, i suoi amici istruiti e sofisticati sono una sorta di solvente che distilla il racconto; scompaiono gradualmente ma decisamente lʼambiente napoletano, la vivacità del rione, lʼautenticità della vita. È una perdita secca per la narrazione, tanto più che lʼautrice si prolunga, per circa 100 pagine, in un racconto minuzioso e prolisso delle vacanze estive delle due ragazze e della storia dellʼinnamoramento per Nino. È una regressione adolescenziale, non riscattata dallʼultima parte del libro: lʼintegrazione di Elena nella vita universitaria di Pisa e più in generale nella buona borghesia, la lotta di Lila per vivere compiutamente il suo amore per Nino, la rassegnazione e poi la fuga di Lila, ed infine le intense pagine finali. La scrittura, elegante, fluida, perfetta, sorregge lʼintera narrazione, troppo spesso prolissa e ridondante. Dà spessore ed originalità la sottointesa ma possente critica allʼistruzione scolastica, luogo di normalizzazione e di mascheramento. Perché leggerlo? Le due protagoniste avvincono, lo stile narrativo assolve una trama lenta e talvolta fiacca.
Storia della bambina perduta
Prosegue la storia dellʼamicizia tra Elena e Lila, la cui conclusione ci dà il senso del lungo racconto: invano possiamo dare chiarezza al fluire disordinato degli eventi e dei sentimenti. Nel libro precedente abbiamo lasciato Elena, che fuggiva con Nino, abbandonando una prosaica vita borghese. Per molte pagine, anche troppe, al centro cʼè Elena, madre separata e soprattutto amante. Per stare vicino a Nino Elena torna a Napoli, trascinando con sé le due figlie. Va a vivere in un luminoso appartamento in Via Tasso, lontano dal rione, che comunque frequenta spesso. Non riesce a > riacciuffare subito Lila e tutte le complicazioni che porta con sé o, peggio, mi lascio prendere dalle vicende della mia vita perché le butto giù con più facilità . Nino si rileva un uomo evanescente, con sfrontatezza non abbandona la moglie per Elena, è egoista, vanesio, sfrenatamente ambizioso, naturalmente traditore. Può una donna intelligente e colta accettare di essere la concubina di un furfante? > Più viaggiavo verso Milano, più scoprivo che, accantonata Lila, non sapevo darmi compattezza se non modellandomi su Nino. Ero incapace di essere io il modello di me stessa. Senza di lui non avevo più un nucleo a partire dal quale espandermi fuori dal rione e per il mondo, ero un mucchio di detriti . Si rompe lʼincantesimo; Elena sorprende Nino in lurido amplesso con la fantesca, il più borghese dei tradimenti. E scopre che Nino è «niente di alieno, dunque, molto invece di laido». Lascia lʼuomo e la luminosa dimora per andare a vivere nel rione, sopra lʼappartamento di Lila. Il racconto sviluppa lʼamicizia delle due amiche in un contesto inusuale, quello familiare: il lavoro di entrambe (quello di Elena la porta spesso lontano), cinque ragazzi, dei quali due, Tina e Imma bambine e coetanee, figlia di Lila la prima, di Elena la seconda, avuta da Nino. Il racconto procede lento, intriso delle vicende del rione, dei piccoli conflitti familiari e dei sentimenti contrastanti delle due amiche, quando allʼimprovviso si verifica una svolta drammatica: Tina scompare. La «bambina perduta» ci riporta allʼ«Amica geniale»: al centro cʼè di nuovo Lila e con lei Napoli. Non è come ci si aspetterebbe. Il dolore di Lila resta sempre sullo sfondo. È vero > Tina le si è incestata dentro. (...) Bisognava trovare il modo di tornare a far scorrere la storia della bambina . Ma Lila lo fa a modo suo, andando alla scoperta di Napoli, putredine e splendore ad un tempo. In quale città si è edificata una chiesa (San Giovanni a Carbonara) sopra un fosso detto la Carbonara, perché si gettavano corpi putrefatti ed arti spezzati di uomini e di animali? > Ebbi spesso lʼimpressione che Lila usasse il passato per normalizzare il presente (...). Nelle cose napoletane che le raccontava cʼera sempre allʼorigine qualcosa di brutto, di scomposto, che in seguito prendeva la forma di un bellʼedificio, di una strada, di un monumento, per poi perdere memoria e senso, peggiorare, migliorare, peggiorare, secondo un flusso per sua natura imprevedibile, fatto tutto di onde, calma piatta, rovesci, cascate . In fondo la vita non un continuo «smarginare», > uno sciogliersi di materie eterogenee, un confondersi e rimescolarsi ? Ed allora perché stupirsi dello svanire di Lila, della sua decisione di andarsene senza lasciare traccia di sé, se non due bambole, vecchie di cinquantʼanni, spedite un giorno ad Elena? Certo rimane ad Elena lʼimpressione di essere stata ingannata, di essere stata trascinata dove voleva Lila. > Per tutta la vita aveva raccontato una storia di riscatto, usando il mio corpo vivo e la mia esistenza. (...) Scrivo da troppo tempo e sono stanca, è sempre più difficile tener teso il filo del racconto dentro il caos degli anni, degli eventi piccoli e grandi, degli umori. (...) A differenza che nei racconti, la vita vera, quando è passata, si sporge non sulla chiarezza ma sullʼoscurità. Ancora una volta lʼautrice si sofferma troppo a lungo su una banale storia di tradimenti, di vicende familiari e di relazioni sociali. Vorrebbe scavare nellʼanimo di Elena per approfondire le ragioni della sua remissività verso un amante chiaramente traditore, ma la narrazione risulta scialba, superficiale, noiosa. Cʼè la vita del rione, si susseguono avvenimenti anche drammatici, come il terremoto, ma il tutto sembra appiccicato senza alcuna analisi sociologica. Ci sono le figlie di Elena, incredibilmente adattive a nuovi ambienti e a cambiamenti di vita, ma è inverosimile che trascorrano infanzia ed adolescenza impermeabili alla confusione familiare, alla madre sempre impegnata da altre parti e alla stessa violenza del rione. Il romanzo prende il volo solo quando entra in scena Napoli. Sembra allora di leggere Matilde Serao, Anna Maria Ortese, ossia le grandi scrittrici napoletane: il merito è di Lila, un personaggio capace di vivere di vita propria, quando non è messa in secondo piano dalla troppo borghese e scontata Elena. Perché leggerlo? È un poʼ noioso ma vale la pena leggerlo per vedere come finisce la grande sagra.
Storia di chi fugge e di chi resta
> Diventare. Era un verbo che mi aveva sempre ossessionata (...). Io volevo diventare, anche se non avevo saputo cosa. Ed ero diventata, questo era certo, ma senza un oggetto, senza una vera passione, senza unʼambizione determinata. Ero voluto diventare qualcosa, ecco il punto, solo perché temevo che Lila diventasse chissà chi e io restassi indietro. Il mio diventare era diventare dentro la sua scia. Dovevo ricominciare a diventare, ma per me, da adulta, fuori di lei . Questa lunga citazione racchiude il senso di questo terzo volume della storia di una amicizia, quella tra Elena e Lila. La prima ha raggiunto > una terra di buone ragioni, governata da regole (...) che assegnavano senso a ogni cosa : già scrittrice di successo, sposata ad un giovane e brillante professore, > guidato sempre da un ordine superiore che, pur non avendo unʼorigine divina ma familiare, gli dava ugualmente la certezza di essere dalla parte della verità e della giustizia. Ma sotto una patina di traguardi borghesi, anche se di sinistra, si nasconde in Elena una profonda ed intima insoddisfazione. Le visite al rione sono sempre accolte da deferenza ed ammirazione, anche se mescolate ad unʼacredine invidiosa per chi ha abbandonato i propri luoghi di origine: ma come fare a spiegare il costo di questa incredibile arrampicata sociale, che > dallʼetà di sei anni sono schiava di lettere e numeri, che il mio umore dipende dalla buona riuscita delle loro combinazioni, che questa gioia di aver fatto bene è rara, instabile, che dura unʼora, un pomeriggio, una notte? Per buona parte il romanzo segue un percorso scontato, con Elena donna giudiziosa e sicura e Lila nel suo ruolo di amica tormentata e disgraziata. Il lungo racconto delle disavventure dellʼ«amica geniale» (Lila), la sua malattia, senza dubbio di origine psichica, e lʼintervento risolutore di Elena paiono confermare i ruoli scontati tra le due amiche. E il lettore si aspetta nuovi trionfi letterari di Elena, una vita intensa dal punto di vista intellettuale e politico, il perseguimento della scalata sociale: niente di tutto questo. Lentamente, ma inesorabilmente, Elena si rinchiude in una opaca vita borghese. Mamma di due bambine, le pareva che le incombenze di ogni giorno testimoniassero la sua maturità di donna, > che diventare come le mamme del rione non fosse una minaccia ma lʼordine delle cose. Va bene così. mi dicevo . Che al di sotto della quieta vita familiare ci sia un sottile malessere lo dimostrano non tanto gli aridi rapporti coniugali, accettati con rassegnazione, quanto la perdita di quella autenticità che aveva sorretto Elena come giovane scrittrice. E spetta ancora a Lila dirle la verità, come è sempre accaduto. Dopo aver letto il secondo libro dellʼamica, Lila le rovescia in faccia la sua rabbia: > non farmi leggere più niente, (...) la faccia schifosa delle cose non bastava a scrivere un romanzo: senza fantasia non pareva una faccia vera, ma una maschera . Ed è appunto questo giudizio, inesorabile e crudele, con la quale Lila afferma la sua «potenza ineguagliabile», a spingere Elena ad un gesto dirompente. Incontra Nino, lʼuomo vagheggiato nellʼ adolescenza e portatole via dallʼamica, ha con lui una relazione extra coniugale che sfocia in una fuga dalla famiglia. Alla notizia Lila > cominciò a strillare. (...) Perché hai studiato tanto? A che cazzo è servito immaginarmi che ti saresti goduta una vita bellissima anche per me? Ho sbagliato, sei una cretina . Ma non era Nino lʼuomo che aveva portato Lila vicino allʼautoannientamento? Ma allora, si chiede Elena, dopo una intensa giornata dʼamore con lʼamante, «stavamo non facendo, ma rifacendo». Si potrebbe dire frettolosamente che il giudizio di Lila per il libro di Elena valga anche per questo terzo volume. Il racconto ha perso di energia, si dilunga inutile sui luoghi comuni degli anniʼ 60, su facili considerazioni sulla condizione femminile e su approfondimenti psicologici, fragili e scontati. La figura di Lila finisce sullo sfondo e, di conseguenza, il romanzo perde di originalità; Elena appare come una borghesuccia inconcludente ed annoiata; gli altri protagonisti sono vacue figure, cominciando da quella di Nino, amante capriccioso e irresponsabile, per il quale la storia dʼamore con Elena è una «ripetizione», come riconosce la stessa Elena. Lʼunica scena veramente interessante del libro è quella ambientata in un salotto di Posillipo: i Solara, boss del rione, si sono arricchiti e festeggiano i sessantʼanni della madre nel loro lussuoso appartamento. La napoletanità ritorna a dare vitalità alla narrazione, riportando tutti i protagonisti alla vita del rione. Infine la mancanza di energia si riflette nella scrittura, sempre fluida ma stanca e prosaica. Perché leggerlo? Per vedere come finisce.
Storie della storia del mondo
È un libro per ragazzi scritto all’inizio del ‘900. Racconta la guerra di Troia, mescolando episodi dell’Iliade con altri tratti dalle tragedie greche. Pur essendo rivolto a ragazzi, è scritto con uno linguaggio chiaro, ma è ricco sotto il profilo della sintassi che dei vincoli. L’intento è anche moralistico, viene comunicata una società basata su valori semplici e di buon senso: l’amicizia, la fedeltà, ma anche la comprensione dell’errore e il dispregio della guerra. Il libro è molto bello.
La strada del Donbas
Questo romanzo fa parte di una trilogia, che include Mesopotamia e Il Convitto, quest'ultimo recensito in questo sito. L'ambiente è sempre il Donbas, una terra dove > tutto scompare -- le città, la popolazione, le infrastrutture. (...) Si stendeva e si levava un vuoto leggero e profondo, dipanandosi direttamente sotto i nostri piedi verso oriente e verso meridione. E' una terra di transito dove si possono incontrare carovane di zingari e pastori con le greggi, abbandonati villaggi di minatori e aeroporti in dissesto dell'era sovietica, sconosciute comunità religiose, camion e treni carichi di merci di contrabbando, bande criminali bramose di denaro e potere; pianure popolate da animali notturni: > i serpenti uscivano strisciando lungo i binari lucidi, (...) i ragni correvano per la sabbia, spingendosi in alto, dall'altra parte della luce della luna. E le fulve volpi, con un ghigno minaccioso, si avvicinavano alla ferrovia cercando di saltare l'ultimo confine che le divideva da terre sconosciute. Il Donbas è una distopia, riecheggiando il mondo perduto di Cormac McCarthy (si veda la recensione di «The Road» in questo sito), o è un luogo di purificazione, verso cui > il popolo devoto con larghi giri si dispiega e stende, e drizza a l'Oliveto il lento moto ? (si veda il Canto XI verso 10 della Gerusalemme Liberata, di cui si può leggere la recensione in questo sito). Di certo non lo sa Herman quando riceve da un amico d'infanzia una telefonata, che lo informa che il fratello è scomparso, lasciandogli sulle spalle un distributore di benzina, che con leggerezza Herman aveva accettato di intestarsi. Non sappiamo se Herman fosse già stanco della propria vita; tant'è si convince presto a restare nel Donbas, a cercare di salvare l'attività del fratello, pur tra attentati intimidatori di bande locali che vogliono impossessarsi del distributore. > Mi trovavo fra persone che conoscevo da anni e altre che non conoscevo affatto, che mi guardavano con attenzione, che volevano qualcosa da me, si aspettavano da me un gesto speciale. Alcuni erano amici e amiche della giovinezza, della stessa scuola, degli stessi campi di calcio e delle medesime bevute; altri erano nuovi personaggi e nuovi amori. A Tamara chiede se non volesse andar via dal Donbas ed ella gli risponde che c'è sempre qualcosa che ci trattiene ed è > la certezza di ieri. A volte basta questa a trattenerci. O forse, come succede spesso, sono i luoghi che ci fanno rimanere: > la valle laggiù si immergeva nel buio. A oriente il cielo si copriva di una foschia torbida, mentre da occidente, proprio sopra le nostre teste, fuochi rossi si spargevano per tutta la valle annunciando che sarebbe rapidamente arrivata la notte. (...) Se si sceglie bene il posto, a volte si può sentire tutto questo insieme: per esempio, come s'intrecciano le radici, come scorrono i fiumi, come si riempie l'oceano, come volano i pianeti per il cielo, come i vivi si muovono sulla terra e come i morti si muovono nell'aldilà. Sarebbe un errore interpretare il romanzo alla luce degli avvenimenti successivi, che hanno fatto del Donbas un tragico campo di battaglia. Il tema è la peregrinazione tra gente amica e luoghi amati, un ritorno senza speranza, un girare insofferente nella propria terra. E' un viaggio onirico dentro la propria coscienza, come se si scorresse un vecchio album di foto, dove > uomini e donne, vecchi e giovani, studenti, militari, operai, diplomande in grembiule bianco, morti nelle bare con le monete sugli occhi, bambini con i giocattoli preferiti -- tutti in attesa che qualcuno guardasse di nuovo le loro pupille a colori o in bianco e nero, per cercare di capire cosa li tenesse insieme, cosa li unisce, di cosa erano vissuti e perché erano morti. Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura, che alterna descrizioni di grande efficacia espressiva a dialoghi serrati che riconducono ai personaggi e alle storie. In questo oscillare tra divagazioni oniriche e approccio tradizionale la narrazione si frammenta, diviene prolissa, spesso confusa, tanto che il romanzo non si conclude con un finale definito, perdendosi via via nei puntini. A tratti si percepisce una poesia prosa; aspetto che, se delizia il lettore ( riecheggiando i Canti Orfici di Dino Campana), risulta dispersivo e rende difficile ricomporre l'intera storia. I personaggi emergono dal nulla senza approfondimenti, scompaiono e ricompaiono senza se ne capisca veramente il ruolo e la psicologia. Perché leggerlo? Vale la pena ma si fa fatica.
Strada Provinciale tre
Lo spunto del libro è molto interessante. Vera, apparentemente moglie felice, abbandona marito, famiglia e lavoro. Comincia a camminare per una strada provinciale: > ha cominciato camminando, poi ha accelerato, passi sempre più lunghi, rapidi e contratti. Uno di seguito all’altro . > La strada è una strada larga che taglia una campagna distrutta. Una distruzione precisa, geometrica . > Sotto i suoi occhi la strada. L’asfalto crepato e ruvido. Pieno di buchi, crateri, fenditure, mozziconi di sigaretta, preservativi, merde di cane rinsecchite, gatti spiaccicati, piume d’uccello, lattine accartocciate, frammenti di copertoni esplosi, chiodi, bulloni, pezzi di ferro arrugginito, carcasse di animali ormai irriconoscibili. È il mondo visto dal basso . «Sei libera, penso. Sono libera. E sto correndo. Non c’è un ricordo». In queste frasi iniziali c’è la sintesi e la parte migliore del racconto, che poi si sviluppa in modo ripetitivo e senza una vero svolgimento. Vera incontra diversi personaggi (un vecchio, un giovane immigrato) e subisce la violenza della strada. In realtà in una questa corsa per la strada, Vera viene a conoscenza di un mondo, che prima non conosceva: i poveri, gli abbandonati, i derelitti, i violenti. Ma non si tratta di un romanzo a sfondo sociale. In realtà si tratta di una storia intimistica: un continuo oscillare tra il ricordo e l’immaginazione. Tutti i personaggi ricordano la loro vita e i sogni che hanno realizzato. Vera pensava di poter vivere di niente, sola con i suoi disegni, e poi sognava di avere dei gemelli, due figli identici. In realtà Vera vuole scappare da un incubo, da un sogno nel quale continuamente ritorna: il dolore per un aborto, per un figlio non avuto. E ricomincia a correre sapendo di restare sempre ferma, perché non c’è possibilità di scappare. > Magari potrebbe restare qui ferma, piantata come un albero, a guardare le stagioni che passano, e tornano, a guardare i camion, le automobili, tutta questa gente che passa e alla quale di lei non importa niente, nessuno che si domandi chi sia quella donna, ferma lungo la strada e perché sia lì. Solo un dettaglio insignificante di un paesaggio visto in corsa da un finestrino, con la coda dell’occhio. Un cespuglio, un albero, un muro, un sasso conficcato nell’asfalto, una staccionata nascosta dall’erba . Il romanzo è scandito come una serie di poesie: metafore e meditazioni espresse in modo efficace, ma che si perdono nella ripetitività, nella mancanza di ritmo e di azione, che contraddistingue il racconto. Non c’è svolgimento ma un continuo ritorno al tema iniziale, alla rappresentazione di una angoscia esistenziale e ambientale. La congiunzione tra le vicende individuali (le «storie» di ciascuno) e un contesto squallido e ormai distrutto nella sua identità, costituisce un tema di grande rilievo. Il modo come viene comunicato dalla scrittrice appare più consono alla forma poetica che a quella del racconto. E alla fine risulta pesante e per molti aspetti ermetico.
Le stragi delle Filippine
Con un tempismo eccezionale Salgari pubblica nel 1897 un romanzo «d'avventura e d'amore», che parla dell'insurrezione delle Filippine tra il 1896 e il 1898: un conflitto tra il movimento indipendentista filippino e la Spagna, che porterà quest'ultima a perdere la colonia. Come era già successo per Cuba con la guerra ispanico americana del 1898, raccontata da Salgari in un altro romanzo (si veda la recensione di «La capitana del Yucatan» in questo sito), l'ambiguo appoggio statunitense ai patrioti filippini condurrà all'annessione delle Filippine agli Stati Uniti. Se nel romanzo ambientato a Cuba Salgari è chiaramente dalla parte della Spagna contro i perfidi imperialisti americani, qui la posizione dell'autore è ambigua; deve essere anticolonialista, e quindi contro la Spagna, ma traspare una vena crescente di razzismo: gli insurrezionisti sono eroici ma sanguinari e crudeli, sono privi di effettive capacità militari a fronte dei valorosi e abili ufficiali spagnoli. Si pensi alla descrizione del campo degli insorti: > era un caos di tende piantate senza regole, di capannucce improvvisate, di tuguri d'ogni forma e dimensione, di semplici tettoie, di ripari assolutamente primitivi. E che dire delle > svariate razze dell'Estremo Oriente: dai meticci, incrocio di sangue europeo con popoli asiatici, e quindi > di carattere vivace, dall'intelligenza svegliatissima e costituivano il nerbo dell'insurrezione , ai cinesi, > colle loro facce color dei limoni maturi , sino ai malesi ( > dalla bocca larga armata di denti acuti come quelli delle fiere ), ai tagali, > dal volto quasi romboidale, ossuto ma simpatico. Pare leggere un trattato di Cesare Lombroso; d'altra parte nel 1885 abbiamo occupato l' Eritrea, è cominciata l'avventura coloniale italiana e Salgari coglie lo spirito dei tempi, nazionalistico, imperialista e razzista. L'inquadramento storico ideologico rischia di svilire il romanzo: oltre alle tradizionali avventure e colpi di scena dei racconti di Salgari, qui siamo dinanzi a una sofferta storia d'amore, che ci riporta al «Corsaro Nero» (si veda la recensione in questo sito). Il romanzo si apre con una scena sconvolgente, in cui un gruppo di ubriachi d'oppio, drogati da perfidi preti maomettani per vendicarsi degli infedeli, fanno strage tra la popolazione di Manila e stanno per fare scempio di Teresita, una giovane diciassettenne ( > due occhi d'un nero profondo (...) due labbra rosse come corallo ), quando intervengono a salvarla due valorosi: il meticcio Romero Ruiz e il cinese Hang Tu. Romero è innamorato della ragazza, figlia di uno dei principali comandanti dell'esercito spagnolo. Come si fa ad amare la figlia di un nemico? A rendere ancora più intrigante il dilemma, di Romero è innamorata anche Than Kiù, eroina della rivoluzione e sorella di Hang Tu. Siamo dinanzi a un intreccio di sentimenti, dall'amicizia di Hang Tu per Romero alla passione della giovane cinese per il meticcio. Troppo amato, il meticcio non coglie la sofferenza, anche quando Hang Tu salva la vita al padre di Teresita e lo fa per Romero, e quando Hang Tu cura con dedizione il meticcio, gravemente ferito. Per Romero esiste solo la bella spagnola; d'altra parte come fa a innamorarsi di una cinese, lui quasi europeo? Than Kiù e Hang Tù, sorella e fratello, vanno incontro allo stesso destino di morte. > Guarda invece, dice Than Kù a Romero, la mia stella che segue quella della donna bianca. La sua luce pallida tremola sempre come se dovesse spegnersi da un istante all'altro. Quando sarà giunta sopra il mio paese morrà e quel dì morrà pure la figlia del paese del sole. (...) Hang Tu, sempre immobile, guardava la nera massa che spariva nelle tenebre. Quando i fanali scomparvero dietro la lanterna chinò il capo sul petto e si sedette accanto Than Kiù mormorando: - Io ti ho amato tanto, Romero, ma tu non hai amato mia sorella-. Percorre l'intera narrazione un filo nero, romanticamente doloroso. Siamo dinanzi al solito Salgari, con una trama costruita intorno a combattimenti disperati, fughe per la giungla, momenti di grande tensione. Lo scenario è esotico, quasi sognante, abitato da spiriti maligni: > in alto volteggiavano numerosi quei brutti ed enormi pipistrelli, (...) col corpo lungo circa quaranta centimetri, e le ali membramose larghe oltre un metro, (...) sugli alberi fruttiferi si vedevano agitarsi non pochi di quei piccoli quadrumani (...) dal pellame ricco e morbido di color bruno , e poi macachi, serpenti, coccodrilli, sabbie mobili. E' un mondo fantasticamente cupo, che riflette, forse, i tormenti e gli incubi dell'uomo Salgari. Apparentemente avventuroso, il romanzo è inquietante, presagio dell'orrido suicidio dell'autore. Emergono anche i limiti di Salgari: i personaggi sono stereotipi, lo scrittore non riesce a scavare la personalità dei protagonisti; le avventure sono ripetitive per chi ha letto altri romanzi dell'autore, c'è una sensazione di scontato, di già letto. Perché leggerlo? E' tra i romanzi più complessi di Salgari, sia sotto il profilo storico che personale.
La strangera
Beatrice, detta Bea, è una ragazza torinese, cresciuta in una tipica famiglia borghese, amante della montagna, delle palestre di roccia, delle ascensioni alle grandi cime, di quel vedere l'alpinismo come una performance, una competizione con se stessi e con gli altri. Di lei sappiamo poco perché l'autrice non indaga la storia di Bea prima della sua scelta: quella di andare a lavorare in un rifugio. Intravediamo un'anima solitaria e inquieta che cerca una vita autentica, che non trova più nella città così come nelle alte vette. Quando è già a lavorare nel rifugio e ha iniziato un' esile storia d'amore con Elbio, «il bel pastore», Dea racconta al ragazzo, meravigliato e innamorato, di un suo incontro con uno sherpa, cui chiese che cosa si provava a stare sull'Everest. L'uomo rispose semplicemente che è bello. > Io mi aspettavo una rivelazione sulla vita, non lo so. Rimasi delusa, ma probabilmente fu più deluso lui, perché ero l'ennesima persona che della montagna non ci aveva capito nulla. (...) In realtà non c'è nulla. Solo ghiaccio, roccia e tantissimo cielo. Il romanzo parla, invece, dei boschi di larici, dei rifugi ai piedi delle vette, degli alpeggi e delle malghe, di luoghi spesso visitati ma per noi semplici accessori dei sublimi panorami. Aidala racconta la vita di questi ambienti in modo minuzioso: c'è il Barba, il gestore del rifugio, burbero e caparbio come deve essere un uomo che vive in alta montagna; ci sono i compagni di lavoro, tutti maschi che accolgono Bea tra loro come se fosse un ragazzo, solo con un pizzico di affettuosa galanteria; ci sono gli escursionisti, numerosi nei fine settimana, chiassosi, esigenti e spesso maleducati come sono troppe volte i turisti. E ci sono pure le donne e gli uomini degli alti alpeggi, dove si portano le bestie al pascolo durante l'estate. Ancora l'occhio di Bea si accende alla vista delle alte cime, ma è già attratto dalla prosaica e dura vita della montagna. > Il rifugio si trovava all'ingresso di un altopiano che apriva su un anfiteatro di cime, le più alte di tutta la valle. (...) La Becca (vetta di 3000 metri di altezza nei contrafforti del Monte Rosa) si stagliava di fronte a me con le sue guglie mozzate, su cui la presa bianca del ghiaccio aveva allentato gli artigli. Dal terrazzo del rifugio sembravano stringermi in un abbraccio che in quel giorno di nubi fosche si era trasformato in una morsa. (...) Nella nebbia, che le vacche si stessero avvicinando si intuiva dal vibrare dei campani, dai richiami dei pastori, dall'abbaiare dei cani. La stessa orchestra arrivata quassù all'inizio di giugno adesso si stava spostando altrove: il freddo calava come un falco in picchiata, i pascoli futuri orizzonti di terra brulla. Sospesa tra tanti mondi (la nostalgia del frastuono della città, il fascino ancora intenso delle cime, la sottile attrazione della natura della montagna e dei suoi veri abitanti), Bea pare aver trovato un equilibrio nel faticoso lavoro del rifugio, nell'amicizia, nella figura severa e paterna del Barba. Tanta è la convinzione di avere scoperto la propria dimensione di vita che Bea rimane con il Barba pure nel lungo inverno, quando il rifugio è frequentato da pochi visitatori o persino isolato dalla neve. Quando un episodio irrompe a travolgere questa sicurezza. Rimasta sola nel rifugio, perde la testa nel momento in cui il Pronto Soccorso Alpino le chiede di chiamare il Barba e comunque di presidiare il rifugio: due alpinisti si sono persi sulla Becca. > Che la gente lassù muore lo devi accettare come una mela che cade dall'albero. (...) Furono per me giorni di confusione. Il rifugio mi appariva distante, fluttuavo senza meta. Avevo creduta di essere riuscita a ricavarmi uno spazio tra gomitate e spintoni, notti insonni, servizi estenuanti. (...) Tutto mi era familiare, eppure non mi apparteneva più nulla. Per la prima volta mi sentii davvero «strangera», senza patria, senza una casa a cui tornare. Bea decide di lasciare il rifugio e di cercare una nuova vita, in montagne lontane dalle grandi cime, da quelle vette, splendide e misteriose, crudeli e assassine. Se il tema centrale del romanzo è il rapporto con la montagna, così importante da offuscare l'analisi della personalità di Bea e dei suoi esili amori, c'è un altro argomento che attraversa il racconto: è il rapporto tra la ragazza e il Barba. Questi ci appare all'inizio come un uomo duro, con quegli ordini precisi, con quelle parole taglienti, che parevano avere > un incidere diverso, una cadenza sospetta. (...) Il Barba aveva (...) il volto severo, i movimenti sgarbati, una tenerezza spigolosa. Se fosse stato un albero, sarebbe germogliato noce. Di solito il noce non cresce in quota, non si trova in mezzo ai boschi ed è sempre solitario. La sua interlocuzione con Bea, questa cittadina sprovveduta!, si sintetizza in una frase sprezzante: > Tu non capisci niente di qui. Pian piano, dietro questa scorza di montanaro burbero, si rivela un vecchio paziente e fiducioso, che dà spazio alla ragazza: piccoli cambiamenti nella routine del rifugio, due gatti voluti da Bea per tenere lontani i topi, la presenza di Elbio, con le effusioni tra innamorati, le richieste di Bea che il ragazzo possa fermarsi per la notte, richieste tanto più sconcertanti per il Barba perché il povero ragazzo è sempre spedito a casa. D'altra parte solo Bea può decidere se fare all'amore o meno! Lentamente, veniamo a conoscere la storia del Barba, della sua solitudine: un desiderio di vivere appartato che l'uomo condivide con Bea, quasi che sia l'io specchiante della ragazza. Nel lungo inverno del rifugio, Bea non è più la cittadina ignara della vita di montagna, la ragazza è per il Barba una sorta di figlia, di tutto ciò che l'uomo non ha avuto, o non ha voluto per il rifiuto sprezzante degli altri. Ed allora, quando Bea le rivela la decisione di tornare in città, forse per alcuni giorni, forse per sempre, l'impostore Barba la inganna, chiedendo di attendere alcuni giorni pur sapendo dell'arrivo della neve e quindi dell'impossibilità di lasciare il rifugio. E' una debolezza da vecchio solo, per Bea è un tradimento, che rompe definitivamente il legame con il Barba. > Se la montagna fosse stata viva, anche io e lei in quel momento saremmo stati affini. Mi sentivo spoglia come un pendio da cui si è appena staccata una valanga. I pochi brani riportati danno l'idea dello stile di Aidala; lo possiamo definire un approccio lirico, che descrive gli stati d'animo della protagonista mediante una descrizione dei paesaggi, delle situazioni e delle vicende. In un gioco ambiguo e sospeso di frasi eleganti e fluenti, Bea non si rivela al lettore, resta nascosta dietro le ombre e le luci delle montagne. Tutto pare etereo e distante; questa sensazione deriva anche dalla debolezza della trama e dall'evanescenza dei personaggi: sbiadite figure che avrebbero desiderato una scrittrice più disponibile ad approfondire le personalità, a vivere anche dal punto di vista degli altri, e non solo dal suo. Perché leggerlo? Mette al centro una montagna raramente narrata.
Suite francese
Dopo la disfatta dell'esercito francese nel 1940 i tedeschi hanno occupato la Francia sino al 1944, al Nord direttamente e al Sud tramite la repubblica collaborazionista di Vichy. Pur in una condizione molto difficile (Némirovsky e suo marito sono ebrei) la scrittrice s' impegna in un grande affresco della Francia sconfitta, non tanto per capirne le ragioni o analizzarne le vicende, quanto per rispondere a una domanda: la guerra, la disfatta, la fuga e la convivenza con l'invasore hanno cambiato il popolo francese? La risposta è che > nulla cambiava, che tutto restava uguale, che non si stava assistendo a un cataclisma straordinario, alla fine del mondo come si era creduto, ma a una serie di relazioni umane, limitate nel tempo e nello spazio. La scrittrice ha potuto completare solo le due prime parti della Suite francese, prima di essere deportata in un campo di sterminio. La prima parte, «Tempesta in giugno», narra l'esodo affannoso e spaventato dei parigini nel giugno del 1940, e lo fa partendo da microcosmi che rispecchiano la struttura sociale della borghesia francese: la ricca famiglia Pericand, solida nel suo patrimonio e nella sua adesione all'autorità, Gabriel Conte, letterato di fama, sicuro di sé ma disgustato da tanta plebaglia in fuga, i coniugi Michaud, fedeli impiegati di banca traditi dal cinico banchiere Corbin, e infine Charlie Langelet, vanesio ed avaro collezionista, pronto a tutto pur di salvare le sue porcellane. Sono chiaramente degli archetipi, trattati con affettuosa ironia nella loro lotta per la sopravvivenza, per salvare se stessi, la famiglia e la roba. Sono patrioti ma con buon senso, caritatevoli con giudizio, pragmatici nei principi morali, pronti ad adattarli alle circostanze. Chi crede ingenuamente che la guerra sia l'occasione per redimersi farà la fine di Philippe Pericand, ucciso in modo crudele dai giovani orfani che gli erano stati affidati. E' meglio non sollevare il coperchio dell'animo umano perché potremmo scoprire che siamo «tra Satana e Dio, immersi in tenebre profonde». La seconda parte della Suite francese, «Dolce», è ambientata in un villaggio del centro della Francia, cittadina occupata dai tedeschi. La scrittrice racconta i rapporti tra la popolazione e l'invasore prendendo le mosse da piccole vicende. Prevalgono i grigi rispetto al nero e al bianco. La truppa è composta di giovani soldati, spaesati e desiderosi di essere accettati, la popolazione si dichiara ostile ma cerca di convivere, talvolta cercando benefici se non persino collaborando. Nèmirovsky abbandona l'ironia e le grandi pennellate, s'immerge invece in dettagliate descrizioni degli ambienti, in una rappresentazione realistica ma severa d'una ottusa borghesia contadina. C'è un lieve disprezzo, mitigato solo nella figura di Lucile. Sposa di un uomo gretto e infedele, ora in prigionia, la giovane donna vive tristemente con l'arcigna suocera. S'innamora di un giovane ufficiale tedesco; in lui Lucile non vede solo un uomo gentile, colto e raffinato, così diverso dal marito; intravede l'occasione di un cambiamento: > essere libera, interiormente, scegliere la mia strada, seguirla, non accodarmi allo sciame. (...) Sono una povera donna inutile, non so niente ma voglio essere libera! . E romanticamente il giovane ufficiale, anche lui prigioniero delle convenzioni, delle Idee e dello Stato, sognava per Lucile un > abito bianco con grandi volant di mussola, sfasato come una corolla così che ballando con lei (...) ogni tanto avrebbe sentito intorno alle gambe il fruscio spumeggiante dei suoi pizzi . Sono sogni, vane speranze. L'uccisione di un tedesco da parte di un partigiano, nascosto poi dalla stessa Lucile, riconduce entrambi alla dura realtà: > quei tranquilli contadini dal volto impenetrabile, quelle donne che il giorno prima sorridevano, (...) non erano altro che una massa di nemici! Grida Lucile > Mai, no! No!, Mai! Mai sarebbe stata sua. (...) Ciò che li rendeva nemici non erano né la ragione né il cuore, ma quegli impulsi oscuri del sangue sui quali avevano contato per unirsi, e sui quali non avevano alcun potere . Il romanzo è stato pubblicato postumo nel 2004 con un grande successo di pubblico e di critica. La vicenda umana della scrittrice ha forse favorito un giudizio troppo lusinghiero. La prima parte ha un ritmo vivace e intrigante, ma la storia non conduce a niente, resta come sospesa, con epiloghi anche grotteschi, che ricordano i racconti paradossali e inquietanti di Dino Buzzati (si pensi a «Paura alla Scala» in «I sessanta racconti» di Dino Buzzati recensito in questo sito). La seconda parte, senza dubbio più robusta sotto il profilo psicologico, rammenta Terra di Emile Zola, è una descrizione anche scontata della grettezza e pavidità della borghesia contadina. Le figure di Lucile e del bell'ufficiale sono troppo intrise di romanticismo, talvolta dolciastro, da risultare interessanti. Perché leggerlo? Piacevole: la scrittura è elegante e fluida.
The Sympathizer
Non è stato facile recensire questo romanzo: i filoni narrativi sono numerosi, ricchi di riferimenti letterari, politici, filosofici, e per di più si susseguono sovrapponendosi così da creare un groviglio spesso indecifrabile, al quale è impegnativo dare un senso complessivo. E' più facile dire cosa non è il libro: l'oggetto non è la guerra del Vietnam, come hanno detto superficialmente numerosi critici (per questo bisogna leggere Matterhorn di Karl Marlantes, recensito in questo sito); l'autore non parla, o non lo fa prevalentemente, della condizione di chi fa parte di diverse storie e culture, in questo caso l'americana e la vietnamita (si legga «The Namesake» di Jumpa Lahiri, sempre in rikipedia), né, infine, il racconto è una critica politica alle tre nazioni coinvolte: gli Stati Uniti (il vinto mediaticamente vincitore), il Vietnam del Sud (la vittima) e quello del Nord, il vincitore permeato da una crudele ideologia totalitaria. Al fine di costruire un quadro unitario partiamo dalla trama. Il protagonista, e narratore, è nato da una relazione tra un prete francese e una donna vietnamita, > e stranieri e conoscenti si divertivano a ricordarmelo sin dall' infanzia, sputandomi addosso e chiamandomi bastardo, anche se talvolta, per cambiare, prima mi chiamavano bastardo e poi mi sputavano.(...) Forse non sorprendentemente io sono un uomo con due coscienze. Non sono un qualche incompreso mutante da albo a fumetti o da film dell'orrore, benché alcuni mi trattarono così. Sono semplicemente capace di vedere qualsiasi questione da entrambi i punti di vista . Questa qualità la possiamo chiamare simpatia, e si traduce in una incoerente disposizione d'animo: malinconica nostalgia per la Saigon francese, destinata a scomparire, con la sua corruzione, i mendicanti per strada, i locali notturni, le splendide ragazze disponibili, tanto da far dire all'autore che > noi non eravamo un popolo in guerra elettrizzato da marce militaresche. No, combattemmo ai ritmi di canzoni d'amore, come se fossimo gli italiani d'Asia ; riottosa ma arrendevole appartenenza ad un paese che > insisteva per la prima volta nella storia su un misterioso acronimo, USA, (...) che aveva estratto così tanti prefissi con super > dalla banca federale del suo narcisismo, (...) che non sarebbe stata soddisfatta finché non avesse bloccato ogni nazione del mondo con una presa di lotta e costretta a gridare Zio Sam ; legame ideologico con il sogno di una rivoluzione socialista che libererà, finalmente, il Vietnam dalle potenze colonizzatrici: essere un' > avanguardia che accelera i tempi verso la rivolta, regola l'orologio della storia e fa suonare la sveglia della rivoluzione . Perché scegliere fra queste differenti anime? Ed infatti il protagonista fa la spia per i Vietcong, facendo parte di una misteriosa cellula che risponde ad un altrettanto oscuro comitato, nel contempo è assistente, ed amico, di un generale del Vietnam del Sud, nazionalista, razzista e classista, ed è infine permeato di cultura americana, dall'abuso degli alcolici alla dizione perfetta della lingua. Per essere un uomo dalla duplice personalità deve costruirsi una maschera, > ma la maggior parte degli attori spendevano più tempo senza la maschera, mentre nel mio caso era il contrario. Nessuna sorpresa, allora, che talvolta sognavo di provare di togliere la maschera dalla faccia, soltanto per realizzare che la maschera era la mia faccia. Essere spia e confidente insieme è una trappola, che costringe il protagonista a compiere azioni, persino a pensare contro i propri valori: deve compiacere il generale e i suoi amici ( > niente poteva farmi più felice, dissi, anche se ero, per ragioni che non potevo dire con questa gente, totalmente infelice ), deve aiutare a farli fuggire in America, deve partecipare ad un disgustoso film di propaganda sui buoni americani e i cattivi Vietcong, deve uccidere dei presunti traditori su ordine del generale, deve collaborare ai progetti cospirativi della destra americana e dei profughi vietnamiti. Come rompere la maschera? > Che sarebbe accaduto se uno si togliesse la maschera e l'altro lo vedesse non con amore, ma con orrore, disgusto e rabbia? Il nostro protagonista continuerebbe probabilmente nell'ambiguità per tutta la vita se non accadesse una svolta traumatica. Mandato per ordine del generale nel Laos a combattere i Vietcong, viene catturato da quelli che dovrebbero essere i suoi compagni, lasciato marcire in un campo di rieducazione per un anno a scrivere la propria confessione, ed infine sottoposto ad un interrogatorio, una vera e propria tortura: legato, imbavagliato, senza poter dormire, accecato dalla luce tutto il giorno. Chi lo interroga è proprio l'amico che lo ha introdotto da giovane alla dottrina rivoluzionaria e poi è diventato il suo capo cellula. E' privo di faccia, distrutta da un bombardamento al napalm, e così un uomo con due facce viene torturato da un «viso di orrida asimmetria». Il protagonista deve svelare ciò che non ha voluto ammettere nella sua confessione: non c'è Niente, siamo intrappolati nel presente e nel passato, qui e là, esiliati e soli in un mondo frammentario e indifferente, > dove niente è stato qualcosa ora esisteva, specificatamente noi, (...) noi confessiamo di essere certi di una e soltanto una cosa, noi giuriamo di mantenere, pena la morte, quest'unica promessa: noi vogliamo vivere . Come il protagonista del romanzo di Ralph Ellison («Invisible Man» recensito in questo sito) anche il nostro riconosce che era stato «semplicemente un materiale, una naturale risorsa da usare», e quindi > non assegno più un ruolo a me stesso, (...) il mondo è diventato uno delle infinite possibilità . Un romanzo complesso, si diceva. Esso è sorretto da una scrittura raffinata, da grande scrittore: costruzioni sintattiche articolate, con frequenti cambi di soggetto e numerosi incisi, e tuttavia il periodo scorre agevole, arioso e intrigante; l'uso di parole e modi dire appartenenti ad un americano classico, che riesce ad essere aderente alla lingua parlata senza scivolare nella banalità; cambi di registro narrativi, alcuni propri del romanzo di spionaggio (si pensi alla fuga da Saigon), altri tipici di racconto imperniato sulle relazioni sociali, all' Andre Dubus (si veda «Separate Flights and other stories» recensito in questo sito), ed altri ancora di intensa impronta lirica. Consiglio caldamente di leggere il capitolo 14 ed in particolare la descrizione del canto di Lana, grande capolavoro stilistico. Per uscire dall'intellettualismo dilagante ed andare verso sentimenti sinceri è bene leggere le parti relative all'infanzia e al legame con la madre (capitoli 9 e 11 ma il tema riaffiora continuamente). Perché leggerlo? Un profondo e raffinato romanzo.
The Tale of Murasaki (la storia di Murasaki)
Come si legge in Wikipedia, Murasaki Shikibu (973-1014) è stata una poetessa giapponese famosa per il poema «Storia di Genji», scritto probabilmente intorno all'anno mille quando la donna era dama di corte. Murasaki (in giapponese viola) è il nome della protagonista femminile del romanzo; nome attribuito anche alla poetessa in quanto di lei non si conosce quello reale. La «Storia di Genji» assunse in breve tempo un'ampia diffusione tanto da fare di Murasaki un'icona, esaltata come fondatrice della lingua giapponese, finalmente portata allo stesso rango della dominante letteratura cinese: insomma, Murasaki può essere considerata una sorta di Dante giapponese. A conferma della fama popolare di Murasaki una leggenda vuole che la poetessa cominciò a scrivere l'opera in estasi dinanzi alla luna piena e, presa dalla frenesia, usò il retro delle sutra (testi sacri del buddismo giapponese) e per questo finì all'inferno. Nella sua biografia romanzata Liza Dalby ripercorre la vita di Murasaki: la giovinezza e lo studio del cinese malgrado l'esclusione delle donne dalla formazione letteraria (quando il padre elogiò la figlia agli amici, questi gli fecero notare che era tempo che si sposasse), i primi sonetti con l'invenzione di Genji, il soggiorno a Echizen, dove finalmente venne in rapporto con i marinai, i mercanti e i diplomatici cinesi, il matrimonio con un importante funzionario della corte imperiale, la vedovanza e il ruolo di dama di compagnia dell'imperatrice, ed infine il ritiro in un monastero buddista. Per noi che conosciamo poco del Giappone antico, il romanzo è di grande interesse storico: i rapporti economici e culturali con la Cina, l'approccio verso la natura, proteso a coglierne il «cuore» superando la visione naturalistica della letteratura cinese, la descrizione minuziosa del variegato e attento abbigliamento delle donne giapponesi (incredibile l'attenzione ai colori e alle stoffe), le lotte di potere all'interno della Corte imperiale. Al di là delle tante suggestioni, tramite Murasaki l'autrice affronta un tema centrale: è possibile una «poesia onesta» come diceva Umberto Saba? E' possibile una coerenza tra vita e letteratura? All'inizio del diario immaginato da Dalby, Murasaki afferma che > la vita da sola non è mai stata sufficiente. Diviene reale per me solo quando l'arricchisco nelle storie. Tuttavia, in qualche modo, malgrado tutto ciò che ho scritto, la vera natura delle cose che cercai di afferrare nel mio romanzo riesce ancora a scivolare tra le parole e stare, come mucchietti di polvere, tra le linee . E' una consapevolezza che la poetessa ha fin da giovane letterata ma che trova drammatica conferma via via che Murasaki accetta il doloroso destino delle donne. Genji è un personaggio romantico, femminile e maschile insieme, al quale la donna può affidarsi completamente, con fiducia e sicurezza. > Genji avrebbe dovuto porre fine alla brezza di volontà malata che generalmente distrugge le relazioni tra uomini e donne . E' una fantasia, elaborata per alleviare la propria malinconia e quella delle sue amiche. Le loro scelte la pongono subito dinanzi alla contraddizione tra vita e letteratura: la prima amica va sposa ad un anziano funzionario e in un'opaca solitudine svaniscono i sogni adolescenziali, la seconda si uccide pur di non fare la stessa fine, la terza, con la quale Murasaki ha un'intensa relazione intima, decide di chiudersi in monastero. Il sogno si infrange definitivamente quando Murasaki viene violentata. > Ero irritata di come poco la letteratura ci prepari alla vita reale. (...) Incerta se accadde o no, tristemente spegnendomi, a stento mi accorsi dei ridenti fiori del mattino . Potrebbe ritirarsi in un monastero come l'amica, ma ambiziosa e presuntuosa è convinta di poter governare il proprio destino. Già acclamata per il suo romanzo, entra nel palazzo imperiale come dama di corte. > C'era un lato oscuro in quel posto. Talvolta mi ricordava di uno di quelle mostruosamente grandi ragnatele che avevo visto in Echizen . Diviene l'amante del reggente, che la usa come brillante cronista di corte e non ha certo la gentilezza di Genji. Si lascia impigliare nelle lotte di potere, nelle rivalità e maldicenze delle quali è pervaso l'ambiente femminile, nelle molestie sessuali degli uomini ai quali le dame si devono rassegnare. > Mi sentivo come il bruco che sta nascosto nell'ombra, digerendo lentamente esperienze per poterle volgere in qualche cos'altro. (...) Non potevo negare che Michinaga (il reggente) avesse lentamente influenzato il carattere di Genji, ma non era a causa di qualcosa che avesse operato direttamente. Genji era cambiato da solo. Se era divenuto un po' rozzo, bene, ciò era accaduto quando ci si muove nel mondo. (...) Ero venuta alla conclusione che il mio personaggio Murasaki era vissuto più a lungo della sua utilità. Avevo creato una donna così perfetta che non c'era niente da fare per lei se non morire. Ci volle molto tempo a realizzare che avevo bisogno di sacrificarla per andare avanti. E mi ci volle ancora di più prima che realizzassi che il problema non stava in Murasaki, ma in Genji. (...) Il ragno prolifica, perso tra le spoglie canne lucenti per il gelo, incapace di prevedere quando edificherà di nuovo la sua rete . Nella prima parte del romanzo, quando Murasaki non è ancora entrata nel palazzo imperiale, si ha l'impressione che l'autrice stia scrivendo di una giovane donna di Jane Austen: determinata, indipendente, pur all'interno dei vincoli della società. Poi, lentamente, la vitalità appassisce, subentra la rassegnazione, Murasaki si piega assoggettandosi al potere degli uomini. L'attenzione dell'autrice si sposta sul contesto, la narrazione diviene dettagliata e ripetitiva, perde di ritmo, quasi che la scrittrice non sapesse, o non volesse, scandagliare l'animo di Murasaki. E' vero che la poetessa torna spesso a casa, per riposarsi e concentrarsi nella sua opera, ma perché accetta di farsi di nuovo intrappolare: non era possibile, attratta dalle lusinghe del potere, dalle capacità ammaliatrici del reggente? Sono domande alle quali sarebbe stato intrigante dare una risposta. Io ne ho una: la ricerca della gloria. La scrittura è elegante, raffinata, ricca in termini lessicali all'interno di una sintassi lineare. Il ricorso in brevi poesie, in giapponese e inglese, evoca l'atmosfera romantica e raffinata del mondo letterario giapponese, di Murasaki e della stessa Dalby: i sonetti sono di particolare bellezza e suggestione. Dispiace che nella seconda parte la narrazione perda di ritmo e diventi prolissa e noiosa. Perché leggerlo? Interessante sotto il profilo storico, affascinante la figura di Murasaki
Tarabas
Siamo nelle terre orientali ( lʼUcraina?) negli anni della prima guerra mondiale e della rivoluzione russa. È un periodo di violenze e di sconvolgimenti, ma lʼautore descrive questi tempi anche con nostalgia, perché i vagabondi > possono vivere (ancora) della misericordia degli uomini. Sebbene le macchine abbiano iniziato, con puntuale passo dʼacciaio, la loro marcia sinistra verso lʼEuropa orientale, gli uomini guardano benevoli alla miseria altrui . Prevale ancora uno spirito comunitario, ma Tarabas, uomo brillante e violento, conduce una vita sua propria mentre gli uomini delle terre orientali ne sopportano una in comune. Il romanzo si sviluppa in due parti, con una cesura significativa costituita da un pogrom contro gli ebrei. Nella prima parte Tarabas, cacciato dalla famiglia, vive nella guerra, che é > la sua grande, sanguinosa patria. Arrivava in regioni pacifiche, metteva in fiamme i villaggi, lasciava dietro di sé le rovine di piccole e meno piccole città, donne in lacrime, bambini orfani, uomini bastonati, impiccati e ammazzati . Non si preoccupa della storia, dei motivi di questa continua guerra, lʼimportante é continuare la sua vita soldatesca. Gli viene affidato il compito di costituire un reggimento nella città di Koropta, dove cʼé un importante insediamento ebraico. Tutti lo temono: i poveri contadini, gli ebrei e i suoi stessi soldati ed ufficiali, che > non parlavano, sussurravano. Perché in mezzo, come su unʼisola di silenzio, come circondato da un muro di muto e lucido ghiaccio, sedeva solo al suo tavolo il temuto colonnello Tarabas. Beveva . Ed é proprio durante una gigantesca ubriacatura, che nellʼosteria di un ebreo della piccola cittadina, i soldati cominciano a sparare contro il muro del cortile facendo cadere lʼintonaco: emerge lʼimmagine di una Madonna, che tutti credono che sia stata profanata e nascosta dagli ebrei. «Scesero dai carri, armati di fruste e bastoni» e si gettarono contro gli ebrei che stavano uscendo dalla sinagoga e proprio > nella scura solennità dei loro lunghi caftani aperti... i contadini credettero di riconoscere lʼorigine veramente infernale di quel popolo che si nutriva di commercio, dʼincendio, di rapina e di ladrocinio . Si scatena una caccia allʼebreo, che gli uomini di Tarabas non riescono a fermare. È il momento migliore del romanzo, lʼautore rende in modo epico, come se fosse un fenomeno naturale, la furia omicida e senza senso del popolo contro gli ebrei. Forse lʼautore condivide quanto diceva Pascal, ossia che il sopravvivere e la miseria del popolo ebraico «sono ugualmente necessari a dimostrare la verità di Cristo». Ciò che è avvenuto è ineluttabile ( «é stata la volontà di Dio» dice un ebreo a Tarabas), ma è anche colpa di Tarabas, che ha bevuto la sera prima ed è rimasto in caserma troppo tempo senza controllare i suoi soldati. Al senso di colpa reagisce nellʼunico modo con cui sa fare un uomo violento, con ulteriori brutalità. Una sera si imbatte in un povero ebreo che cerca di nascondere i sacri libri della Torah. In preda allʼira Tarabas picchia lʼebreo e gli strappa i ciuffi rossi della barba. È un atto di gratuita brutalità verso un poverʼuomo. È il fondo per Tarabas, che ha sempre avuto la percezione, nella profondità della coscienza, di essere un uomo violento e nel contempo ha sempre sentito la nostalgia della sua infanzia, del suo desiderio di «fuggire dal presente, indietro, nel passato si salvava il potente Tarabas». Decide di abbandonare tutto per espiare iniziando una sorta di pellegrinaggio, di discesa verso la miseria e la solitudine. Il lungo peregrinare lo riporta a Koropta a chiedere in qualche modo perdono al povero ebreo. Solo così può morire in pace. La critica si sofferma sulla figura di Tarabas, come emblematica di un uomo senza radici, «un ospite di questa terra», come recita il sotto titolo del romanzo. Ritengo, invece, che il libro si sviluppa su un tema di grande attualità: come la guerra possa trasformare gli uomini, che si abituano alla crudeltà e allʼindifferenza come se il male chiama altro male, in una discesa verso gli inferi. Che cosʼè in fondo la devastazione della piccola e innocua comunità di ebrei un lasciarsi abbandonare al male, un modo di sfogare la furia che lʼignoranza e il sopruso reprimono ma alimentano? Lʼespiazione di Tarabas è in fondo una reazione a tutto questo, la non accettazione di ciò che sembra ineluttabile. Lo stile narrativo, essenzialmente di carattere epico, trasforma il racconto in una leggenda, è molto efficace nei singoli brani ma rende fragile lʼintera struttura narrativa, che sinceramente risulta spesso superficiale e scontata. Perché leggerlo? Si legge molto bene anche se con scarso coinvolgimento.
Taras Bul'ba
Per noi che abbiamo sognato le battaglie e gli eroi dell'Iliade, Taras Bul'ba di Gogol ci ricorda il grande poema omerico (vedi recensione in questo sito). C'è un popolo guerriero, il cosacco, che sorse dall'«antico pacifico spirito slavo» come una «vampata di fuoco», > una straordinaria manifestazione della forza russa, che l'acciarino delle sventure fece sprizzare dal seno della nazione. In luogo degli antichi principati, delle minuscole città, piene di allevatori di cani e di cacciatori, in luogo dei piccoli signori che con quelle città guerreggiavano e commerciavano, sorsero stanziamenti temibili, unità militari, campi trincerati, legati al comune vincolo del pericolo e dell' odio per i predatori miscredenti , l'ottomano così come il polacco cattolico. C'è poi una città, che, come Troia, resiste all'assedio dei cosacchi, e c'è Agamennone con Achille ed Ettore: è Taras e i suoi figli, Ostap e Andrij. Con pennellate superbe Gogol ne tratta i caratteri. > Taras era uno dei vecchi colonnelli autentici. (...) Egli amava la semplice vita cosacca. (...) Perpetuamente inquieto, si considerava legittimo difensore dell'ortodossia. (...) Otsap era considerato uno dei migliori compagni. (...) Era duro a cedere a stimoli che non fossero quelli della lotta o di una allegra sfrenata bevuta. (...) Anche Andrij ardeva della sete di distinguersi in imprese di guerra, ma l'animo suo era accessibile ad altri sentimenti. (...) L'immagine della donna cominciò sempre più spesso a sorgere nella sua immaginazione ardente , tanto più dopo che a Kiev aveva conosciuto una giovane aristocratica polacca. Sullo sfondo non ci sono solo accampamenti militari, bevute collettive, saccheggi e combattimenti, Gogol canta anche la pianura ucraina, la cui natura > non aveva bellezza che si potesse eguagliare; tutta la superficie della terra appariva come un oceano verde-dorato, su cui fossero zampillati milioni di fiori variopinti. (...) Immobili, levati in cielo, si libravano gli sparvieri ad ali spiegate e gli occhi fissi sull'erba. Il grido di uno stormo di oche selvatiche in moto riecheggiava da chissà mai quale lago remoto. In un'atmosfera epica e lirica insieme, si sviluppano le tragiche vicende di Taras e dei suoi figli, una sorte di metafora del destino dei cosacchi, che scompariranno dalla storia sotto il dominio zarista. Invaghito della bella polacca, Andrji tradisce i compagni ma Taras non è Priamo. > Tradire così? Tradire la fede? Tradire i compagni? urla Taras incontrando Andrji, > stai lì fermo e non ti muovere! Io ti ho generato e io ti ucciderò!. Sovrastati dall'esercito polacco, i cosacchi soccombono, Ostap è mandato al patibolo. Dinanzi alla morte il giovane esclama, quasi a cercare un ultimo aiuto dal padre. > Babbo, dove sei? Senti tutto questo?, Lo sento, si udì nel silenzio generale e nello stesso istante migliaia di uomini rabbrividirono. La voce di Taras si perde nel nulla, nella morte, mentre il grande fiume scorre tra molte insenature e banchi di sabbia, > vi echeggia lo stridore sonoro del cigno, e la fiera anitra selvatica lo percorre veloce. Chi ha letto la recensione sino a questo punto si chiederà di cosa stiamo parlando: chi erano questi cosacchi? Chi è interessato a saperlo, può fare una ricerca sulla rete; qui è sufficiente dire che parliamo di una storia lontana nel tempo e nello spazio, quasi una leggenda. Gli avvenimenti raccontati da Gogol riguardano l'Ucraina e il Seicento; ma Taras Bul'ba parla anche di oggi. Gogol è il cantore di un popolo che vuole essere disperatamente libero, divenendo in tal modo l'araldo di tutte le genti che combattono per la propria terra e il proprio destino. Leggiamo le sue parole, squillanti di dolore sociale, allora come oggi, sotto tante violenze e oppressioni. > Ci sarà, ci sarà un suonatore di bandura dalla barba canuta sparsa sul petto; sarà forse ancora virilmente umano, vecchio soltanto per la testa canuta. (...) Così si diffonderà alta per tutta la terra la loro fama e quanti nasceranno poi alla luce del mondo, tutti parleranno di loro, poiché la voce possente del cantore giunge lontano, (...) chiamando, senza distinzione, tutti gli uomini alla santa preghiera. Gogol è conosciuto per un romanzo incompiuto, «Le Anime Morte» (si veda recensione in questo sito), in cui in tono comico grottesco e con notevole finezza psicologica l'autore descrive la provincia russa, una sorta di reportage senza meta, senza intenzioni morali, senzʼaltro interesse che quello di rappresentare nella sua immediatezza lo scorrere della vita. E' notevole la differenza di stili e di motivi rispetto a Taras Bul'ba, i cui personaggi fanno parte di una storia corale, quasi prigionieri del loro tragico destino, mentre sono un popolo e una terra al centro della scrittura; scrittura che pare riflettere echi di grandi poemi, come la stessa Commedia di Dante; per esempio in similitudini con cui Gogol si serve di episodi della vita quotidiana per descrivere la morte in battaglia. Un cosacco è trafitto mortalmente da una lancia, > a flotti sgorgò il suo giovane sangue, come vino generoso che in un recipiente di vetro servi malaccorti abbiano portato dalla cantina; (...) il padrone, accorso al rumore, si mette le mani nei capelli; aveva conservato quel vino per un buon momento della sua vita, (...) per poter ricordare (...) il passato, un altro tempo quando, in modo diverso e migliore, si divertivano gli uomini. Perché leggerlo? Libro potente, canto della libertà.
The Tent (Microfiction)
Il libro è una raccolta di storie minime: da qui proviene il titolo Microfiction dellʼedizione italiana, il quale non dà tuttavia il senso complessivo dei racconti. Sin dallʼinizio la scrittrice dichiara che > sta lavorando alla storia della sua vita, (ma chi) volesse una linea narrativa avrebbe dovuto chiederlo prima. (...) Prima che scoprissi le virtù delle forbici, le virtù del mettere insieme . Le storie minime sono frammenti di vita, sono lʼespressione di una realtà che non può più essere ricomposta. Nel racconto «Versione di Orazio» Atwood prende le mosse dal dramma di Amleto per giungere ad una riflessione su se stessa come narratrice delle vicende umane. > Così andai indietro alle storie di singoli fatti. (...) La rivoluzione francese, il Terrore, il commercio degli schiavi, (...) Vietnam, il Medio Oriente, Cambogia, tu li nomini. Io ero là. Talvolta ero un venditore di mercanzie, talvolta una staffetta, talvolta uno spettatore, talvolta chi elargiva aiuti. (...) Ho parlato alle vittime della fame, agli orfani di guerra, a chi è sopravvissuto a massacri e stupri, a coloro che li hanno commessi, ogni sorta di gente, con le mani pulite e sporche. (...) Penso che sono pronta a parlare. Dire come le cose sono, adesso, in questo mondo. Finalmente, sono pronta ad iniziare . Ma cosa posso veramente dire? > Così dovresti ascoltare di fatti corporei, sanguinosi, e innaturali; di giudizi casuali, massacri senza senso; di morti perpetrate con la forza e lʼinganno; e, in sostanza, fini sbagliati, ideati dalle menti dei creatori. Tutto questo posso io veramente dare . Ma tutto ciò che avviene di terribile nel mondo non è altro che «uno specchio magico» della mente umana. > Guarda nel magico specchio, dolce lettore. Guarda nel profondo ed eterno desiderio del bene. Chiedi a te stesso. Ma Atwood, come lʼintera umanità, è persa in una «impenetrabile foresta» , nella quale si può trovare rifugio solo in una tenda, metafora dello scrivere. > Perché tu immagini questo tuo scrivere, questa grafomania in una fragile cava, questo scribacchiare di qua e di là, su e giù tra le pareti di ciò che sta cominciando a sembrare una prigione, non in grado di proteggere nessuno? È un illusione, la convinzione che il tuo scarabocchiare sia una sorta di corazza, quasi seducente, perché nessuno conosce meglio di te quanto sia fragile il tuo rifugio . Le storie minime non sono frammenti isolati, chicche stilistiche di una grande scrittrice, ma rappresentano una riflessione sul destino del genere umano e sulla funzione dellʼintellettuale, dello scrittore. Possiamo ancora rappresentare la nostra epoca mediante una grande narrazione? O, come i conflitti, le distruzioni, le morti si susseguono e si sovrappongono senza una ragione, senza poter essere nemmeno spiegate, così lo scrittore non può che rifugiarsi in una tenda, dove esprimere sprazzi di dolore e di razionalità. Non è neanche più possibile raccontare, si può solo evocare. Come succede spesso, i pregi sono anche i limiti. Atwood fa poesia con la sintassi e lo stile della prosa. Il confine tra i due generi letterari è labile, le suggestioni prevalgono sul discorso. Senza una struttura narrativa, che dia sintesi e ritmo, ogni racconto scivola nel paradosso, nelle parole ripetute, spesso senza che ne si comprenda il senso. Se si escludono alcuni sprazzi, come i bellissimi «Foresta Impenetrabile e»La Tenda", il tutto risulta prolisso e pesante. Perché non leggerlo? È noioso e intellettualistico.
La terrazza proibita
Come spiega lʼautrice esistono due tipi di harem. Gli harem imperiali sono quelli più noti a noi occidentali: donne lascive e indolenti, guardate da eunuchi, e sempre pronte a soddisfare i desideri del loro padrone. Gli harem domestici sono invece famiglie allargate, nelle quali la donna è reclusa allʼinterno di un confine fisico ( generalmente le mura di un palazzo quando si vive in città) o di una barriera virtuale, quando si è campagna, dove la donna può teoricamente uscire ma ne è impedita dalle regole sociali e dalle consuetudini. In questo romanzo si parla dellʼharem domestico. Siamo a Fez in Marocco negli anniʼ40, probabilmente durante la seconda guerra mondiale. Il romanzo narra lʼinfanzia dellʼautrice nella famiglia allargata del padre e dello zio, In alcuni capitoli il racconto si sposta in campagna, nella grande casa del nonno materno,poligamo, a differenza di quanto avviene nella casa paterna, dove ci sono solo coppie monogamiche. Nel libro si possono individuare tre filoni narrativi. Il primo, il più accattivante, è la storia di una bambina che diviene adulta. I racconti recitati, non letti, delle tante donne della casa, la scoperta del grande palazzo, il gusto del proibito, il gioco e la solidarietà tra cugini riempiono di gioia e di meraviglia la vita di Fatema. Affascinata dalle donne adulte, dalla loro vitalità e dai loro sogni, la bambina desidera la libertà, più per simpatia che per un senso di privazione. Infatti confessa > la mia infanzia è stata felice perché i confini erano di una chiarezza cristallina . > Cercare i confini è diventata lʼoccupazione della mia vita.... mi sembra tutto facile a guardarvi (donne dellʼharem)..... fragili, voi, nel cuore della notte, sulla terrazza lontana, eppure così piene di vita, nutrici e custodi di meraviglie. Diventerò una maga. Cesellerò parole che danno corpo ai sogni, renderanno vane le frontiere . La meravigliosa infanzia si interrompe a nove anni, quando il cugino Samir, coetaneo e compagno di divertimenti e di monellerie, la pone dinanzi ad una alternativa: giocare con lui o dedicarsi a farsi bella. Lʼancora bambina Fatema sceglie la seconda strada e rompe lʼamicizia con il cugino. Il secondo filone narrativo riguarda la condizione della donna, privata della libertà allʼinterno dellʼharem. Chiusi dentro le mura del palazzo, persino la natura è sostituita da > disegni geometrici e floreali riprodotti sulle mattonelle... tutte le finestre davano sul cortile . Questa privazione fisica diviene un dolore esistenziale, che solo il sogno permette di combattere: > oh, sì, racconterei loro dellʼimpossibile di un mondo arabo nuovo, dove uomini e donne, avvinti in un abbraccio, volano nella danza via, senza più frontiere, tra loro, né paure... fiducia è il gioco nuovo da imparare..... vanno, mettendo un piede avanti allʼaltro con gli occhi fissi al nuovo quasi inimmaginabile orizzonte, ignoto eppure privo di minacce . Per lʼintellettuale Mernissi lʼharem è stata una realtà vissuta da bambina ma è anche una metafora di tutte le barriere che si vogliono mettere alle potenzialità delle donne, e degli uomini. Il terzo filone, più che narrativo, è sociologico. Lʼautrice descrive la vita dellʼharem e con essa i costumi della società marocchina tradizionale. È una parte molto interessante per noi occidentali. Emerge infatti una società nord africana e mussulmana per noi ignota: molto ricca culturalmente, tollerante ed aperta alle innovazioni di costumi e di valori. Si tratta di tre filoni narrativi, dove quello più spontaneo, lʼinfanzia di Fatema, è soffocato dagli altri due, nei quali la donna adulta prende il sopravvento. È plausibile che una bambina ancora così piccola percepisca con tanta chiarezza filosofica il disagio e lʼaspirazione alla libertà delle donne dellʼharem? O è Mernissi, che rilegge i personaggi e le vicende dellʼharem alla luce della sua consapevolezza di donna, adulta, intellettuale e impegnata politicamente? Dʼaltra parte il filone narrativo legato alla condizione della donna è a sua volta oppresso dellʼevidente intento del libro di descrivere lʼharem e il mondo marocchino: operazione nella quale prevale la sociologa rispetto alla scrittrice. La sovrapposizione di temi, le disgressioni sullʼemancipazione della donna e la prevalenza data allo studio della società rende la narrazione prolissa e ridondante, facendole perdere quella freschezza e ingenuità che talvolta traspaiono nelle vicende di Fatema bambina. Lʼautrice non è riuscita a far emergere i temi politici e sociali dal romanzo, e quindi dalla narrazione immaginativa, affidandosi troppo spesso alla scrittura e allʼimpostazione tipica di un saggio. Perché leggerlo? È molto interessante sotto il profilo della conoscenza del mondo mussulmano. In alcuni passaggi si sente una forte impronta poetica.
Le terre del Sacramento
Il romanzo è ambientato nel Molise tra il 1921 e 1922. È il nostro Meridione, contadino, arcaico e immobile da secoli. Le terre del Sacramento sono un feudo , lasciato incolto a causa di una maledizione divina, sostenuta dalla Chiesa alla quale i terreni erano stati espropriati da una ricca famiglia, i Cannavale. Paradossalmente lʼabbandono di questa terra la mette a disposizione dei contadini. Alcuni, i più ricchi e spregiudicati, hanno spostato i confini impossessandosi di fatto delle aree più fertili, la maggior parte, invece, attinge ai campi per fare legna, pascolare le poche bestie e raccogliere frutti e radici. Dʼaltra parte il proprietario, lʼavvocato Enrico, unico erede dei Cannavale, è il classico possidente apatico del Meridione, che dissipa il suo vasto patrimonio nel gioco, nelle donne e nei viaggi, circondato da una progenie di piccoli parassiti e sfruttatori. Luca, un ragazzo di ventʼanni, alto, robusto e intelligente, è figlio di poveri contadini. Doveva farsi prete, poi, irrequieto e incerto, ha abbandonato il seminario con grave dispiacere della madre per ritrovarsi studente in legge, squattrinato e senza prospettive. Sembrerebbe il classico destino di tanti giovani del Sud, la cui famiglia ha fatto enormi sacrifici per avere il figlio laureato, anche se povero. A cambiare la vita di Luca , e il futuro delle terre del Sacramento, è lʼirruzione di Laura. Cresciuta a Napoli frequentando la brillante società della città partenopea, Laura si è dovuta trasferire nel Molise alla morte del fratello. Ambiziosa, non accetta di appiattirsi nella monotona vita di provincia. Sposa lʼavvocato Cannavale e decide di sviluppare le terre del Sacramento. Le serve un tramite tra i suoi disegni e i contadini. Lo trova in Luca: chi più di lui, istruito, volenteroso ed ascoltato dalla sua gente, può convincere i braccianti a dissodare le terre del Sacramento con la promessa che potranno averle in enfiteusi? E Luca, ingenuo e affascinato dalla donna, lavora con energia e successo, riponendo piena fiducia in Laura. Ed anche il lettore per molte pagine coltiva lʼillusione che Laura voglia veramente dare sviluppo a queste sperdute lande del Molise. Finalmente un proprietario meridionale che vuole fare lʼimprenditore! Che ama la sua terra! In realtà, i contadini, e Luca con loro, sono stati ingannati: la terra è diventata di proprietà di una società di Napoli, di cui Laura è unʼazionista. I contadini devono rassegnarsi ad essere solo poveri braccianti, condannati alla miseria. Sono stati usati per preparare i campi, per rompere la maledizione, per aumentare il valore di vendita della terra. E come è sempre stato nel nostro Meridione, la protesta dei contadini finisce in una repressione, violenta e tragica, di cui fa le spese lo stesso Luca, rimanendo ucciso. Il libro è innanzitutto un romanzo sociale, impregnato di un intenso realismo. Lʼ autore descrive, con cupo fatalismo, una vicenda che poteva essersi ripetuta nei secoli, sempre uguale a sé stessa: lʼaspirazione alla terra, la figura di un giovane che si è fatto intellettuale ma ingenuamente non coglie gli intrighi del potere, una classe dirigente indifferente, egoista e avida. In fondo perché preoccuparsi della vita di gente, che cresce, invecchia e muore con lo svolgimento della vita fisica ma con una totale immobilità della mente? Questa interpretazione del romanzo è vera per gran parte delle vicende e dei personaggi, questʼultimi stereotipi di una funzione sociale e non ricchi di una vita interiore. Essa diviene meno vera dinanzi alla figura di Laura. Chi è questa donna? Fredda, ambiziosa, disponibile ad un matrimonio di interesse, ma spesso affettuosa, gentile, attenta ai rapporti umani. È veramente una manipolatrice o ella stessa vittima? > Laura allungò la mano libera verso Luca, sorridendogli affettuosamente.... ( poi) il sorriso di Laura si spense . Perché non leggerlo? È lento e monotono, senza appassionare la lettura.
Terre et Germinal
Si tratta di due romanzi naturalistici, di forte stampo sociologico: quasi due inchieste sociali. Con La Terre Zola descrive, con spietatezza e senza nessuno spazio ad idealismi e ad accenti ottimistici, la realtà economica e sociale dell’agricoltura francese alla fine del XIX secolo. Non si salva nulla; in particolare la famiglia e i rapporti tra le persone risultano distrutti dall’avidità per la proprietà e dall’abitudine alla violenza. In Germinal, che descrive la situazione dei minatori e uno dei primi scioperi operai, lo stile è sempre fortemente realistico, ma emergono accenti ideali, legati alla convinzione che si è di fronte ai primi passi di un grande movimento, quello operaio, che porterà a conquiste sociali e politiche. Malgrado la conclusione del romanzo sia tragica, il lettore ne esce con un certo ottimismo. I contemporanei apprezzarono più Germinal che La Terre, ma oggi è senza dubbio il secondo romanzo ad emergere con maggiore validità, in particolare per il ritmo narrativo (quello di Germinal è un po’ noioso) e per la descrizione della campagna francese. Si tratta di due grandi romanzi sociali, che pongono Zola tra i più grandi scrittori di questo genere.
Il testamento di Nobel
Annika è una giornalista, sposata con un noioso e antipatico funzionario pubblico. Il loro matrimonio è in crisi. Casualmente Annika è lʼunica persona che ha intravisto lʼassassino, o meglio lʼassassina, della presidente del comitato che designa i vincitori dei Nobel. Da questo episodio dipartono numerosi filoni narrativi, forse anche troppi: le rivalità e i segreti della comunità scientifica svedese, una serie di delitti atroci perseguiti per liberarsi di possibili concorrenti al premio Nobel, i soprusi commessi dai governi europei per compiacere la Cia nella lotta al terrorismo, il tentativo di limitare le libertà personali rendendo legali le intercettazioni telefoniche, la crisi del giornalismo e della stampa, la fatica di una vita familiare tutta a carico della donna. In questo intreccio di vicende si inserisce anche il richiamo ad una storia del ʼ 500 ( una ragazza aveva atrocemente ucciso il padre che lʼabusava sessualmente): storia che aveva affascinato Alfred Nobel a suo tempo e che ha ispirato lʼassassino, un ambizioso e sadico scienziato. I diversi filoni narrativi si sovrappongono, senza giungere ad una vera conclusione, se si esclude la scoperta del colpevole, come in tutti i «noir» che si rispettano. Lʼautrice non riesce, tuttavia, a dare ritmo alle vicende né a creare unʼ atmosfera di suspense. Le pagine scorrono noiose, talvolta anche ripetitive e i momenti migliori del romanzo si riducono alla prima scena, quella dellʼuccisione della presidente del comitato, e a quella conclusiva, nella quale la protagonista sfugge miracolosamente ad un incendio doloso. Perché non leggerlo? È lungo e sembra scritto più per aiutare il sonno che per avvincere i lettore.
The Thicket (la foresta)
Dinanzi al male, alla violenza, alle tante vittime innocenti, ai genocidi e agli stermini di massa ci chiediamo spesso se Dio esista o, se cʼè, non sia un Essere indifferente alla condizione umana. E tante volte ci viene da rispondere con le parole di Shorty, uno dei personaggi del romanzo: > Dio è unʼidea, e il diavolo siamo noi. (...) La vita non è bianca e nera, qui e là. Cʼè un poʼ di fango in essa, e noi siamo parte del fango . Questo romanzo affronta la questione del bene e del male e lo fa con una storia avventurosa, terrificante e cinica. Unʼepidemia di vaiolo ha reso orfani due adolescenti, Jack e Lula. Vengono presi in carico dal nonno: esempio di virtù e di saldi valori, almeno agli occhi dei ragazzi. > Era un uomo religioso e sempre era convinto che egli avrebbe visto tutti in paradiso. Era una cosa ferma e solida in lui, e lo confortava in tutte le situazioni, e mi aveva insegnato che questo era il modo con il quale bisognava trattare con il mondo . Iniziano un viaggio, che avrebbe dovuto portare i ragazzi a vivere presso una zia, quando, attraversando un fiume su un piccolo traghetto, il nonno viene ucciso da un malvivente, lʼ imbarcazione si rovescia e Lula viene rapita dai banditi.Jack è atterrito e vuole mettersi subito alla ricerca della sorella. Giunto nella cittadina più vicina, si imbatte in un nano, appunto Shorty, e in Eustace, un gigante nero sempre insieme ad un maiale. I due sono disponibili ad aiutare Jack, perché il ragazzo li ha convinti promettendo come ricompensa una proprietà avuta in eredità. Sono due pochi di buono, almeno sembra; ma i dubbi di Jack sono altri: > potrebbe non essere necessario uccidere qualcuno. Shorty e Eustace mi guardarono come se mi fossero appena caduti i pantaloni e avessi cagato una grossa merda proprio lì nella stanza. Potrebbe non essere necessario uccidere qualcuno? disse Eustace, hai preso un drink o due senza che me ne accorgessi? Jack perde la verginità con una giovane prostituta, dalla quale viene a sapere che il nonno la frequentava con assiduità. Assiste alla tortura di uno dei banditi da parte di Eustace e Shorty; questʼultimo gli racconta la spaventosa storia dello sceriffo, la cui famiglia fu orrendamente trucidata dagli indiani. Jack tenta di non cedere, rivolgendosi a Dio, > ma le preghiere le sentivo senza senso, a differenza di quando ero a casa e la mia famiglia era in casa con me e ogni cosa era in ordine. Le preghiere allora sembravano vere, ma adesso le sentivo vuote . Hanno saputo che i malviventi si sono nascosti in una boscaglia, unʼarea impenetrabile ed in mano ai banditi. Inizia «una nobile spedizione di salvataggio»; peccato che il gruppo sia formato da improbabili personaggi: un inetto cercatore di tracce (Eustace), un maiale quasi cane, un nano troppo saggio per essere reale, una prostituta un poʼ innamorata e un poʼ in fuga, uno sceriffo disperato e un poverʼuomo, un addetto alle pulizie che si aggiunge così, per paura o perché non saprebbe cosa fare dʼaltro. È una metafora dei dannati della terra? Comunque sia, con questa compagnia bislacca Jack si inoltra nella boscaglia: si imbatte in cadaveri orribilmente sfigurati e in superstiti ancora traumatizzati dai crudeli criminali, viene a conoscenza di storie agghiaccianti, di atroci delitti, ed è coinvolto in sparatorie e omicidi, nei quali i suoi compagni mostrano la stessa indifferenza alla vita di quella dei banditi. È come discendere agli inferi, non cʼè un limite alla malvagità dellʼuomo. Fino a quando, in una scena finale di forte tensione, gli eroi, che vorremmo fossero buoni, fanno strage dei nemici e liberano Lula. Nel corso dello scontro Jack non ha remore, è ormai un assassino determinato e privo di freni etici, non cerca più la Giustizia, non si aspetta nulla dalla legge, non ha più rispetto della vita umana: > mi sentivo lontano da Gesù e più vicino a Satana di quanto ero mai stato prima . È meglio non riportare il finale del romanzo: è di un buonismo deludente, del tipo «tutti vivranno felici e contenti»; una caduta narrativa dopo un racconto che non lascia spazi allʼimmaginazione, tanto gli orridi atti di crudeltà sono dettagliati e ripetuti sino alla noia. Cʼè da chiedersi quale sia stata la finalità dellʼautore: un inno alla violenza, un affresco della società moderna con le sembianze del mondo del West, o, peggio ancora, convincerci che si diventa adulti solo se si accetta il male come elemento caratterizzante la vita umana, in tutte le epoche. Se così fosse, noi rispondiamo con le parole di un grande filosofo confuciano (Wang Yang - Ming, vissuto tra il 1472 e il 1529): la Mente, detta anche Cuore/Spirito (principio unificante dellʼuniverso) > condivide la stessa essenza della natura umana ed essendo la natura umana originariamente buona altrettanta perfezione va riconosciuta alla Mente . È inutile domandarsi se Dio è buono, cattivo o indifferente, perché non è altro che la proiezione della natura umana: siamo noi che dobbiamo coltivare noi stessi con la conoscenza, il comportamento, la compassione e la sincerità, in modo da agire bene e sgombrare il campo dal male. Il pregio fondamentale del romanzo è lo stile narrativo. Non è un inglese facile, perché pieno di parole gergali e con una struttura sintattica apparentemente involuta; eppure è proprio la scrittura a dare originalità al racconto, ad intrigare ed affascinare il lettore. Dispiace che tanta abilità sia stata messa al servizio di un messaggio così sbagliato. Perché leggerlo? Talvolta noioso, ridondante di crudeltà, troppe disgressioni: ciò che avvince è la scrittura.
Things Fall Apart (le cose crollano)
Il romanzo fa parte di una trilogia insieme con altri due libri, No Longer at Ease (1960) e Arrow of God (1964): un grande affresco dellʼimpatto della colonialismo sulla società africana. In questo racconto il contesto è costituito dai nove villaggi di Umuofia,in Nigeria; il periodo storico è quello che precede immediatamente lʼarrivo dei colonizzatori. «Le cose che crollano» narra, appunto, della fine di una civiltà contadina, plasmata dal ciclo delle stagioni e governata da regole sempre uguali a sé stesse. È un mondo fatto di certezze e nel contempo magico, «popolato di vaghe, fantastiche figure»; gli uomini sono immersi in una natura vivente e sono abituati ad accettarne la benevolenza insieme con lʼira. La vita dellʼuomo > dalla nascita alla morte era una serie di riti di transizione che lo portava sempre più vicino ai suoi antenati . Achebe descrive questa società con splendide ed eleganti forme elegiache; lo fa senza compiacimento e nostalgia, perché le sicurezze derivano anche dallʼaccettazione collettiva di una rigida gerarchia e di una immobilità che imprigiona gli esseri umani. Lʼarrivo del conquistatore bianco, e della sua religione, non distrugge un mondo idilliaco, dissolve pure leggi e costumi spesso crudeli e incomprensibili, e lascia > Umuofia come un animale stupefatto con le orecchie ritte, sniffando lʼaria silenziosa e minacciosa, e non sapendo quale direzione prendere . Sarebbe, tuttavia, riduttivo leggere il romanzo solo nei suoi aspetti sociali e politici; esso narra la storia di un uomo, parla del potere e della sua caduta. Okonkwo è un grande guerriero, la cui fama va oltre Umuofia, tanto da essere considerato dagli anziani > uno dei più valorosi da quando il fondatore del loro clan combatté uno spirito della natura selvaggia per sette giorni e sette notti . Le ricche proprietà e la grande casa, le numerose mogli e i tanti figli permettono ad Okonkwo di ambire ai ranghi più elevati della società. Per lʼuomo è il riscatto verso il padre, il quale aveva dilapidato e disonorato la famiglia. È un grande riconoscimento quando gli anziani del villaggio decidono di affidare a Okonkwo un ragazzo di unʼaltra tribù, dato come risarcimento per lʼuccisione di una giovane di Umuofia. Ikemefuna è solido e forte, ben presto conquista la stima e lʼaffetto di Okonkwo. Ah! se fosse lui il suo figlio maggiore, e non invece Nwoye, così fragile da assomigliare al padre di Okonkwo! Si crea anche una intensa amicizia tra Ikemefuna e Nwoye, il primo nelle parti di fratello maggiore, protettivo ed energico ad un tempo. «Lʼoracolo delle Colline e delle Caverne» pronuncia la sentenza di morte di Ikemefuna; deve essere ucciso come vuole una legge inflessibile e immutabile per chi è stato dato in riparazione di un delitto. > Questo ragazzo ti chiama padre. Non mettere mano alla sua morte , suggerisce un anziano, annunciando ad Okonkwo la decisione del villaggio. Okonkwo sarebbe esentato dal partecipare allʼorrenda esecuzione; ma non può ritirarsi perché ha un ruolo sociale al quale vuole attenersi. E così Okonkwo segue Ikemefuna nel suo inconsapevole tragitto verso la morte. Il povero ragazzo ricorda le parole che le cantava la mamma: > si sentiva come un bambino una volta ancora. Deve essere il pensiero di andare a casa da sua madre . Viene colpito e urla > Padre mio, mi hanno ucciso! Confuso dalla paura Okonkwo tirò fuori il macete e gli diede il colpo finale. Temeva che fosse considerato un debole.(...) Nwoye aveva sentito che i gemelli erano messi in vasi di terracotta e gettati nella foresta, ma non si era mai imbattuto sinʼora in essi. Vaghi brividi erano discesi su di lui e la sua testa sembrava annebbiarsi, come un solitario viaggiatore che di notte incontra un spirito del male sulla sua strada. Poi qualcosa era andato via dal suo animo. Discese su di lui di nuovo, questa sensazione, quando suo padre entrò quella notte dopo aver ucciso Ikemefuna, Inizia con questo episodio la caduta di Okonkwo, dʼaltra parte ciò che ha fatto è > il tipo di azione per cui la divinità annienta unʼintera famiglia . Durante una festa Okonkwo uccide senza volerlo un giovane di Umuofia: la legge vuole che debba andare in esilio per sette anni, lui e tutta la sua famiglia. Egli accetta il destino; «chiaramente il suo personale dio o»chi«non era fatto per grandi cose». Egli sa anche che quando tornerà al suo villaggio non potrà più ambire ai vertici della società, per quanto possano essere grandi il suo valore e la sua ricchezza. Se Okonkwo si piega alle leggi ancestrali, non può in alcun modo accettare le regole del colonizzatore, soprattutto quando queste lo colpiscono personalmente: il figlio maggiore Nwoye si è convertito al cristianesimo, abbandonando la famiglia, le tradizioni e le antiche divinità. Quando, poi, si accorge che Umuofia si arrende senza lottare, compie un atto individuale di rivolta: taglia la testa al messaggero dellʼuomo bianco, un traditore della propria gente. Non gli resta che darsi la morte, impiccandosi: il suo mondo è crollato. Come nelle tragedie di Eschilo Okonkwo sembra essere mosso solo dal dio, dal suo "chi > , dalle regole ancestrali, dai riti senza tempo: non ha colpa, in fondo, se partecipa allʼuccisione di Ikemefuna. Achebe è uno scrittore troppo grande per cadere in stereotipi: un tratto importante del romanzo è proprio la psicologia dei personaggi; essi si muovono allʼinterno delle loro contraddizioni di uomini, tra regole sociali, affetti ed aspirazioni. Erinna, la figlia prediletta di Okonkwo (ah se fosse un maschio!) viene rapita da una vecchia indemoniata per portarla alla dimora della divinità della caverne. La madre la segue, disperata, ma non ha il coraggio di entrare dentro lʼantro, tanta è la forza delle religioni antiche. Arriva Okonkwo con il macete, grande guerriero, pronto a difendere e, se necessario, a liberare la figlia prediletta, anche contro la volontà del dio. Ma allora, ci chiediamo, perché la stessa scelta non era pronto a compiere per Ikemefuna e per Nwoye? Per ambizione o semplicemente perché non li amava abbastanza? E poi, perché il Dio lo punisce, anche se lui si era comportato come volevano le crudeli regole ancestrali? Ed ancora perché si è suicidato pur sapendo che colui che si dà la morte può essere seppellito solo da estranei, portando alla rovina lʼintera famiglia? Come é scritto nellʼintroduzione, i personaggi di Achebe non cercano il nostro permesso per essere umani, non chiedono scusa per essere complessi (o per essere Africani, o per essere umani, o per essere così straordinariamente vivi"). Lʼambiente, la storia e i personaggi avvincono perché sono narrati con una scrittura pressoché perfetta; semplice, fluida, capace di mescolare lʼinglese con la lingua locale, in grado di trasmettere il fascino ambiguo di una civiltà e i sentimenti così veri e ricchi dei personaggi. È vero che si parla di Africa, ma la scrittura raffinata e il ritmo narrativo, con le sue sospensioni e lʼalternanza di momenti sereni e drammatici, ci conducono in una dimensione universale: ciò di cui si parla è il destino eterno dellʼessere umano, oltre il tempo e lo spazio. Perché leggerlo? Affascinante, un capolavoro.
This side of Brightness
Nel cercare un senso a questo intenso e confuso romanzo mi è venuto in mente la Gerusalemme Liberata, una metafora di una purificazione collettiva ed individuale che dovrebbe condurre alla resurrezione. Anche per McCann il tunnel, vero protagonista del racconto, rievoca un cammino in fondo al quale dovrebbe esserci la luce. Ma come i cavalieri di Torquato Tasso non possono raggiungere la santità a causa di sé stessi («vivrò fra i miei tormenti,(..) forsennato, errante: temerò me medesimo»), così per l'autore ogni ombra di noi stessi conduce ad un'altra ombra, ogni tunnel ad un altro tunnel. Come scrive Amelia Rosselli, > fermi ad un destino sempre semovente o irriconoscibile, tra gli alti pini stentati, tra le tante altre cose di cui non scriviamo purché riusciamo a viverle, fra le tende del camping v'erano infatti i soliti traditori: me stessa travisata da imperatore povero, (...) ho disfatto tutti i tunnel della contr' ora ( da Documenti)): non si esce dalla depressione, non c'è speranza. La questione è che McCann vorrebbe trattare questo tema esistenziale all'interno di una struttura narrativa tradizionale. Ed infatti il racconto prende le mosse dalla costruzione del grande tunnel subacqueo necessario per realizzare la metropolitana di New York. Siamo all'inizio del novecento: l' opera è gigantesca, i mezzi tecnici sono rudimentali, le condizioni di lavoro pesanti e difficili, i rischi altissimi. Al tunnel lavora Nathan Walker: un robusto uomo di colore, > le grandi braccia, il tozzo torace, il fascio di muscoli, (...) felice ed infelice quanto basta, sufficientemente solitario, in prevalenza solo, Walker è capace, come un uomo che spende molto tempo con sé stesso, di ridere forte senza un'apparente ragione . L'uomo si prende cura della figlia appena nata di un amico vittima di un grave incidente di lavoro. L'affetto per la bambina si trasforma con gli anni in amore, un uomo avanti negli anni sposa una ragazza molto giovane, un negro si unisce ad una bianca. Questo tema viene abbandonato dall'autore (ed allora perché introdurlo?) o forse si allude alla contaminazione tra differenti età ed etnie come un peccato che è all'origine di una serie di disgrazie: la moglie muore travolta da un auto, il figlio si vendica assassinando l'investitore e viene poi ucciso dalla polizia, la nuora si dà alla droga e muore di overdose, il nipote, Clarence Walker, cade nella depressione quando assiste alla morte o suicidio del nonno. E' veramente troppo! Accanto a questa storia, sinceramente inverosimile, emerge lentamente il vero tema del romanzo: Clarence Walker (per molte pagine chiamato «Treefrog», una rana che vive sugli alberi) si è nascosto in un tunnel tra i senza dimora, e si è fatto una tana in un luogo inaccessibile, raggiungibile solo con una spericolata passerella. > Ogni cosa sta nella più pura oscurità così che può difficilmente vedere persino il palmo della mano di fronte al viso. E poi c'è un lento venire di un insieme di tunnel e sprazzi di luce e può vedere attraverso le ombre. Ascolta i movimenti e la paura scende giù per la pancia e si deposita nel fegato : ricordi, ritratti evanescenti, un passato non più reale, solo sognato con nostalgia, in una spietata indifferenza. E com'è l'amore nel tunnel, metafora della nostra vita? > Le unghie di Angela strisciavano lungo la sua schiena, lasciando delle tracce nella pelle, e il movimento del loro respiro rapido rapido rapido rapido, una spinta selvaggia da entrambi, finché tutto si disfaceva in lunghi affanni di respiro, lento lento lento lento, e poi tutte e due potevano giacere là in attesa di qualcosa di più . Come un buon romanzo americano ci deve essere un lieto fine: è tuttavia troppo appiccicato per darci sollievo, dopo la fatica di giungere alla fine del racconto, caparbiamente. La scrittura è il pregio del libro ed è ciò che lo sostiene. In una trama disordinata, con personaggi descritti in modo superficiale, senza mai approfondire le innumerevoli curve della narrazione, il lettore deve lasciarsi avvincere dalle parole, dalla sintassi, dalla capacità di evocare sentimenti, immagini, condizioni umane. Si rimane ammirati dinanzi ad alcune sottili citazioni, come il termine «funhouse darkness» , che richiama la canzone della cantautrice americana P!nk: "ballo per questa casa vuota ci demolisce ti butta fuori urlando nei corridoi girando tutto intorno ed adesso noi cadiamo..... Perché leggerlo? E' faticoso ma la scrittura è affascinante.
Ti prego lasciati odiare
Ben tornata superficialità! Il romanzo è una moderna favola dʼamore, con tutti i suoi ingredienti: la piccola cenerentola, nei panni di una ragazza progressista ed arrabbiata; il principe azzurro, ma indipendente ed impegnato nella carriera; la contrapposizione tra valori borghesi e mondo aristocratico, il tutto nella moderna Londra delle banche dʼaffari. La protagonista, ed anche narratrice del racconto, è Jenny. Nata da una famiglia vegana, animalista, pacifista ed anti capitalistica, Jenny ha abbracciato la carriera dellʼavvocato fiscale, non tradendo del tutto i valori dʼorigine ( lei è soltanto vegetariana!), ma decidendo di avere una propria vita, che non ricalchi la tradizione familiare. Si è creata una immagine di sé di donna forte e «tutta cervello», conducendo storie sentimentali fallimentari con uomini, colti, di «sinistra», che piacciono tanto alla sua famiglia, ma non a lei. Nella banca dʼaffari dove lavora, e dove è molto apprezzata, porta avanti da alcuni anni una «guerra» con Jan, cadetto di una alta locata stirpe, brillante, ma vanesio, arrogante e antipatico. Jenny deve ammettere che è un uomo affascinante, ma la provenienza di Jan, i suoi atteggiamenti, insieme con lo spirito competitivo che anima la ragazza, la portano ad un vero e proprio astio verso il bellʼaristocratico. In una ormai famosa lite, Jenny, impetuosa comʼè nel suo carattere, è arrivata a rompere il nobile naso di Jan. Non possono quindi lavorare insieme. Ma un importante cliente ha chiesto di essere seguito da entrambi e quindi i due, loro malgrado, si trovano ad «essere un team». Come cʼera dʼaspettarselo, la «magica attrazione», di cui parla Goethe nelle Affinità Elettive, ha la meglio sulla differenze di carattere, di idee, di status sociale e sullo spirito competitivo di entrambi. Jenny e Jan si trovano in situazioni nelle quali si verifica una crescente vicinanza fisica: un palpeggiamento casuale, ma che dà strane vibrazioni, un bacio simulato ( per far dispetto alle corteggiatrici di Jan), un bacio non più simulato sino ad un rapporto dʼamore. > È come mangiare qualcosa che sai ti farà male allo stomaco, ma a cui non riesci proprio a resistere . «La corazza», che la ragazza si è creata, si scioglie come in unʼonda, fra le braccia di Jan.Ma se non voleva farsi conquistare dal suo principe azzurro perché, quando deve uscire con Jan, si lascia convincere dalle amiche a vestirsi in modo provocante e sensuale? Il finale è scontato: i due si sposano con una cerimonia sontuosa (500 invitati). La ragazza afferma il suo spirito «proletario» non vestendo il velo, ma accetta di portare gli splendidi gioielli della famiglia del marito. Un giusto compromesso tra idee socialiste e quelle aristocratiche! Il pregio fondamentale del romanzo è lo stile: delicato, ironico, soffuso. La narrazione si basa fondamentalmente sui dialoghi, intercalati dalle sensazioni, più che riflessioni, di Janny. E sono proprio la leggerezza e lʼeleganza, con la quale lʼautrice racconta il progressivo cedimento della ragazza alle lusinghe dei sensi, a costituire lʼelemento piacevolmente attrattivo del romanzo. Peccato che non ci sia suspense: tutto è già scontato, senza colpi di scena o reali momenti di rottura in una trama narrativa, troppo debole per avvincere. Un altra occasione mancata è il contesto. Lʼambiente delle banche dʼaffari, con le loro spietate regole di carriera e di competizione, resta sullo sfondo; anzi, in certi casi, risulta inverosimile, basti pensare alla figura del capo, troppo comprensivo per essere reale. Perché leggerlo? Se si ha bisogno di leggerezza, si legge con piacere.
Ti prendo e ti porto via
È un libro complementare a quello precedente. È ambientato nella provincia e narra di un contesto squallido dove vivono personaggi caratterizzati da una grande tristezza per la desolazione della loro vita senza sbocco: il gruppo di ragazzi violenti e predestinati alla criminalità o a una vita opaca come quella dei loro genitori; la famiglia di Pietro, il protagonista, contraddistinta dalla depressione della madre, dall’alcolismo violento del padre e dalla pochezza del fratello; Graziano Biglia, un squallido vitellone di provincia che non si accorge neanche di essere innamorato di Flora; quest’ultima vive una vita difficile ma ordinata vicino alla madre malata, quando incontra Graziano dal quale aspetta un figlio e viene poi abbandonata per entrare in uno stato di depressione e di abbandono: «non lo sai, forse, che le promesse sono fatte per non essere mantenute?». Dice Flora la sera terribile nella quale Pietro la uccide. In questo ambiente di provincia, si sviluppa l’amicizia tra Pietro e Gloria, che, pur con condizioni sociali molto diverse, intrecciano tra di loro un rapporto, che non può non sbocciare in una storia dʼamore. Ma Pietro non resiste e l’uccisione di Flora costituisce sostanzialmente un modo per scappare da un ambiente così desolato. > Ho capito perché lo aveva fatto. Per combattere una cosa maligna che ci abbiamo dentro e che cresce e che ci trasforma in bestie. Si è tagliato in due la vita per liberarsene... io non volevo finire come Mimmo... io non volevo diventare come loro . Solo l’assassinio, un atto violento e irreversibile, rompe una situazione della quale si ha la sensazione che possa evolversi solo in peggio. La desolazione non è solo il presente ma soprattutto l’impossibilità di un futuro migliore e di un mondo senza prospettive. Lo stile è molto efficace, caratterizzato da un insieme di episodi e di personaggi che si muovono all’interno della casualità e dell’imprevedibilità. Il ritmo narrativo è molto intenso così da renderlo un libro molto bello da leggere.
Le Tigri di Mompracem
Sandokan > ha la fronte ampia, ombreggiata da stupende sopracciglia dallʼardita arcata, una bocca piccola, che mostra dei denti acuminati come quelli delle fiere e scintillanti come perle; due occhi nerissimi, dʼun fulgore che affascina, che brucia, che fa chinare qualsiasi altro sguardo . È la «Tigre della Malesia», «capo dei feroci pirati di Mompracem», acerrimo nemico degli inglesi, vendicatore dei popoli oppressi, ma anche assassino, crudele, feroce, tremendo. E così sarebbe rimasto se non gli fosse giunta voce di una donna bellissima, chiamata la perla di Labuan. Una «forza irresistibile» lo spinge verso questa fanciulla. Parte con alcune navi e si imbatte in un incrociatore inglese; la sua flotta viene distrutta, i suoi uomini vengono uccisi o periscono annegati, lui stesso, gravemente ferito, riesce a salvarsi a stento. > Guarirò (...) e pronunziò quella parola con tanta energia da credere che egli fosse lʼarbitro assoluto della propria esistenza , poi la paura ( > le tenebre (...) Io non voglio morire!...) ed infine la pazzia. Completamente fuori di sé, si precipitava innanzi allʼimpazzata. (...) Credeva di vedere nemici dappertutto. (...) Degli esseri umani sorgevano dal suolo gementi, urlanti, chi colle teste sanguinanti, chi colle membra tronche e coi fianchi squarciati. Tutti ridevano, sghignazzavano, come se si beffassero dellʼimpotenza della terribile Tigre della Malesia > . Il delirio di Sandokan è il prodotto della febbre e dello sfinimento fisico; gli incubi nascono pure dal riemergere nella coscienza tutto il male che ha fatto, la sua spietatezza, i tanti morti della sua esistenza. A impedirgli di discendere negli abissi della terra > è lʼamore. Dopo aver perso i sensi, torna in sé nella casa di Lord James, dove viene curato da Marianna, la perla di Labuan, della quale si innamora perdutamente: una passione subito corrisposta. Il romanzo, che sembrava scivolare su una china di ricerca interiore, riprende il ritmo tipico dei grandi libri di Salgari: scoperto, Sandokan fugge, per tornare poi a liberare Marianna e portarla con sé; ci riesce per merito dellʼamico Yanez, il quale convince con lʼinganno Lord James a mettersi in viaggio, esponendosi quindi allʼassalto dei pirati. Finalmente insieme, Sandokan e Marianna si rifugiano a Mompracem; per riprendersi la giovane il potente Lord James mette insieme una flotta poderosa, che assale e conquista la roccaforte dei pirati, dopo una grande battaglia. È vero, che per quella creatura celeste, per lei dovrò perdere tutto, tutto, perfino questo mare che chiamavo mio e consideravo come sangue delle mie vene. (...) Tutto è morto o sta per morire qui > . Marianna chiede a Sandokan se rimpiange la sua passata potenza e se lei stessa debba impugnare la scimitarra«, il pirata le risponde nettamente:»Tu! tu!, esclamò egli, No, non voglio che tu diventi una donna simile. Sarebbe una mostruosità«. Bisogna scegliere, anche perché»due felicità (Marianna e Mompracem) sarebbero troppo e non le voglio, (...) e quellʼuomo, che non aveva mai pianto in vita sua, scoppiò in singhiozzi mormorando: La Tigre è morta e per sempre!" Il libro ha avuto cinque versioni, dalla prima edizione del 1883 allʼultima del 1891, a dimostrare una stesura tormentata: lʼautore non riusciva a trovare il registro giusto per un pubblico in buona parte costituito da ragazzi. In particolare mancano quegli espedienti narrativi che danno ritmo e sorpresa ai racconti di Salgari. Ci sono alcuni episodi divertenti (per esempio, quando Sandokan e Yanez si nascondono in una grande stufa e per pura fortuna non vengono scoperti), altri sembrano un poʼ appiccicati e inverosimili, come lo scontro tra uno scimmione ed una pantera, altri ancora riportano alle intense battaglie navali di Salgari senza quelle tensioni e quei colpi di scena che le contraddistinguono. Lʼautore non riesce a coinvolgere il lettore perché il racconto si focalizza troppo sulla figura di Sandokan, affascinante di certo, ma rigida e costruita con lʼaccetta; essa, tra lʼaltro, non è alleggerita da altri personaggi, come avverrà in seguito, quando Yanez assumerà un ruolo più ampio, quasi da protagonista. La tecnica salgariana non è ancora a punto e per farlo lʼautore dovrà nascondere maggiormente le proprie angosce esistenziali, per muoversi solo in un mondo più superficiale ma più attraente: quello dellʼ avventura. Perché leggerlo? Malgrado i suoi limiti, lʼeroe Sandokan ha una grande attrattiva.
Tira fuori la lingua
> Il cielo era talmente azzurro e trasparente che sembrava non esserci aria. (...) In lontananza, ai piedi di una montagna, vedevo il villaggio (...). Un centinaio di case di fango allineate lungo le pendici, e su ogni tetto una bandierina di preghiera. Più su, a metà strada dalla vetta, cʼera un piccolo tempio buddhista con i muri dipinti a righe rosse e bianche e una striscia di azzurro sotto le gronde. (...) Tutto ciò che si muoveva: nuvole, pecore, cani, bandiere di preghiera, donne con bambini in braccio e io, un cinese alla deriva appena arrivato da oriente, lo faceva al rallentatore . Il protagonista e narratore ha intrapreso il viaggio in Tibet nella speranza di ritrovare la voglia di vivere, una nuova energia spirituale. Ma > in questa terra sacra sembrava che Buddha non riuscisse a salvare se stesso, come potevo aspettarmi che salvasse me? Il Tibet si rivela un incubo, dove > la gente sopporta durezze che sono al di là della possibilità di comprensione del mondo moderno. Scrivo questa storia nella speranza di poter cominciare a dimenticarla . Il libro è un insieme di racconti, di una tale brutalità selvaggia da lasciare nel lettore «un rigurgito cattivo, acre, fino in bocca». Prendiamo lʼultimo racconto della raccolta: il nostro viaggiatore cinese narra la vicenda di una bambina che viene prescelta come il nuovo Buddha vivente. Siamo dinanzi alla massima spiritualità della religione tibetana. La bambina diviene adolescente nel monastero, dove studia e si prepara allʼalto incarico. Come tutte le ragazze sente i primi brividi dellʼamore, di un amore da fanciulla, romantico, pudico e fatto di sguardi, di pensieri e sensazioni. Ma giunge il momento dellʼiniziazione, della Cerimonia dei Pieni Poteri: in che cosa consiste? Prima viene violentata da un monaco dinanzi a tutta la comunità; poi, secondo il rituale, deve meditare nel ghiaccio per tre giorni prima che la sua natura di Buddha si manifesti. La ragazza muore la seconda notte nel fiume gelato e diviene > un corpo di ghiaccio adagiato sul ghiaccio. (...) Tutti guardavano gli organi che fluttuavano nel corpo trasparente. (...) Ora il teschio riposa sulla mia scrivania. (...) Accetterò qualsiasi offerta purché sufficiente a coprire le spese dei miei viaggi a nord - est . La censura è sempre da condannare: non si può proibire la pubblicazione di un libro, quali siano il contenuto e il valore artistico. Condivido, tuttavia, il giudizio delle autorità cinesi: il libro è «volgare e osceno». È vero che idealizzare i tibetani «equivale a negare la loro umanità», ma la descrizione dei costumi del Tibet da parte dellʼautore riflette in modo eccessivo il punto di vista di chi si crede superiore e non cerca di indagare le peculiarità di un popolo, soffermandosi soltanto sugli aspetti più brutali e incomprensibili. Perché non leggerlo? È inutile per la conoscenza del Tibet e giustifica implicitamente la soppressione di questa civiltà da parte dei cinesi. È un libro neo colonialista.
Tokyo Soundtrack
Il libro narra il disfacimento ambientale e sociale di Tokyo dal punto di vista di due adolescenti. Se questa storia fosse narrata da uno scrittore occidentale, essa sarebbe impregnata di un violento realismo o di un intenso soggettivismo. Si pensi alla saga di Berlin (si veda la recensione in questo sito), in cui una città abbandonata per l'epidemia è teatro di lotte e amori in un ambiente distopico ma caratterizzato da tinte fortemente naturalistiche. Invece, Hideo è uno scrittore giapponese e non sfugge a quel realismo magico che tanto ci fa amare la letteratura del paese del Sol Levante (si vedano le numerose recensioni di romanzi giapponesi in questo sito). A sorpresa, il lungo racconto prende le mosse da un'isola dove sono naufragati due bambini, la piccola Hitsujiko e il più grandicello Touta. I due devono sopravvivere in un ambiente selvaggio, dominato da capre insalvatichite. > Il loro mondo era lì, sull'isola, non esisteva altro posto dove andare e d'altra parte che fiducia potevano avere negli esseri umani: Hitsujiko salvatasi per caso da una madre che si è annegata portandola con sé per porre fine anche alla vita della figlia; Touta coinvolto dal padre in un motoscafo in corsa folle per mostrare il coraggio e la forza di un vero giapponese. E' con odio che accolgono la spedizione inviata ad abbattere le capre e che con stupore si accorge dei due bambini. > Sì, erano pronti a sfidare tutti, dal primo all'ultimo. Dall'altro del promontorio lanciavano la loro sprezzante provocazione al funzionario di Tokyo, agli uomini con il fucile e a tutti gli altri. E qualcosa brillava nella mano destra di uno dei due. Una lama. C'è nei due bambini una furia distruttiva che va oltre uno spirito ribelle: sono profondamente convinti che la «buona e ordinata società giapponese» sia ostile e solo un rivolgimento apocalittico li potrà salvare, non farli scivolare di nuovo nell'abbandono. Questo sentimento li legherà per sempre, anche quando i due sono separati. Hitsujiko è adottata da una coppia che la porta a Tokyo, in uno dei più eleganti quartieri della città, Nishi Ogikubo; è iscritta a una scuola esclusiva e può studiare danza, arte nella quale eccelle. Touta, invece, ormai maggiorenne, va a vivere nel quartiere di Kagurazaka, popolato da locali a luce rossa, dalla prostituzione e da una malavita che si mescola con la crescente immigrazione clandestina. Non è necessario conoscere Tokyo per apprezzare il romanzo: la complessa topografia, con un affratellarsi di quartieri, descritti in modo minuzioso, il dedalo di autostrade, viadotti, metropolitane, in superficie e sotterranee, vogliono darci un'immagine tentacolare della grande città, immaginifica, affascinante e spaventosa. E' tanto più terribile Tokyo perché è in atto una sua tropicalizzazione: scompaiono i magnifici ciliegi che lasciano spazio a piante esotiche, che portano batteri e virus sconosciuti e mortiferi; sono morte le carpe nei canali avvelenati, animali selvaggi vagano per le vie, in alcuni casi sono i cani abbandonati dai padroni. Il caldo famoso, condizionatori al massimo, piogge torrenziali e infine un'epidemia, travolgono la difficile coesistenza delle diverse Tokyo: quella dei "veri > giapponesi, come gli abitanti di Nishi Ogikubo, che si difendono dagli immigrati con milizie private; i non giapponesi > venuti da fuori, che si sono insediati principalmente a Okubo e Kagurazaka, e la città sotterranea, popolata dai Korpokkur, i primi abitatori del Nord del Giappone, prima che arrivassero gli Ainu, i giapponesi odierni. Il governo trasferisce la popolazione puramente > giapponese nei monti, dove l'acqua è ancora pura e non è infestata dagli effetti della tropicalizzazione: che Heido abbia previsto profeticamente l'ideologia degli oligarchi tecnologici vicini a Trump? Truppe specializzate spargeranno il DDT e insetti mutanti nel sottosuolo, mentre i poveri, gli infettati e gli immigrati sono lasciati al loro destino di morte. In questo scenario la preoccupazione dell'autore non è di approfondire le vicende dei due protagonisti: essi sono inseriti all'interno di un rivolgimento apocalittico, in cui emergono antichi incubi e nuove paure. I due adolescenti sono solo il detonatore di questo sconvolgimento: Hitsujiko con la sua danza affascinante e misteriosa, che conduce le brave allieve alla rivolta; Touta con la forza guerriera, l' astuzia e la sua volontà distruttiva. Numerosi altri personaggi affollano il romanzo, un corvo e un ragazzo-ragazza ci portano nei sotterranei, tanti episodi si susseguono senza che si riesca sempre a trovare il filo, si usano armi impensabili, come la danza e il cinema. In un caleidoscopio disordinato il lettore intravede una luce di speranza, che non sia la fuga in un altro pianeta, ancora incontaminato: è possibile ribellarsi, creare un caos da cui nasca un nuovo mondo; ma questa impresa è affidata agli umili e agli animali. Come dice l'autore nella postfazione all'edizione italiana: non smetterò mai di credere che cantare tutti insieme sia il modo migliore per benedire questo nostro secolo e gioire". E in questa nuova armonia forse Hitsujiko e Touta si ritroveranno nell'isola dell'infanzia. Il romanzo si sviluppa in modo tradizionale nella prima parte, sino alla separazione dei due ragazzi: il naufragio, la vita nell'isola selvaggia, l'inserimento, ovviamente difficile, nella piccola scuola e nella comunità di una delle isole Ogasawara. Pare intravedere un racconto di formazione, pur con le peculiarità giapponesi. Il trasferimento nella grande Tokyo poteva essere il proseguimento di una storia di crescita, e anche d'amore. E invece la trama prende un'altra direzione: il quadro politico-ambientale ha il sopravvento, i mostri oscuri del Giappone, nascosti da una coltre di perbenismo culturale, emergono devastanti. La mente va ai grandi romanzi di Kenzaburo Oe, come il Cuore Silenzioso e la Foresta d'acqua (si vedano le recensioni in questo sito). Tutto rotola confuso, quasi delirante, e il lettore fa meglio a perdersi, a non chiedersi perché un corvo capisce il linguaggio umano, perché esistono dei piccoli uomini nel sottosuolo, e perché la danza e il cinema muto possono essere armi letali, strumenti di una rivoluzione. E' affascinante, ma certo le lunghe digressioni, i tanti personaggi, gli ambienti surreali contribuiscono a spaesarci, rendendo faticosa la lettura. Forse, un po' di buon romanzo ottocentesco europeo avrebbe dato ordine a una narrazione troppo spesso confusa. Resta impressa la profezia del tempo moderno, profezia incredibile nella sua preveggenza se si tiene conto che il romanzo è stato scritto nel 2003. Perché leggerlo? E' un'altra faccia del Giappone.
Tre Croci
Siamo a Siena nei primi anni del novecento: città «tutta raccolta in se stessa e inaccostabile» e dove si vive volentieri perché è possibile «conoscere quel che si desidera degli altri». Tre fratelli, Giulio, Niccolò ed Enrico, stanno scivolando nella povertà e cercano di salvarsi falsificando la firma di un amico per farsi scontare delle cambiali in banca. È un espediente di corto respiro, di cui sono ben consci, ma al quale si aggrappano per poter continuare a vivere nellʼabbondanza. Ciò che interessa allʼautore non è tanto la problematica sociale sottostante, quanto la psicologia dei tre fratelli, così diversi eppure solidali nella truffa. Giulio > era il più malinconico dei tre fratelli... il più intelligente e il solo che aveva voglia di lavorare . Era stato lui a proporre lʼidea di falsificare le cambiali, ma aveva bisogno di una giustificazione tale da liberargli la coscienza: > nessuno può pretendere da me che io non sia come Dio mi ha messo al mondo. Non ho mai recato, volontariamente, male a nessuno. Ho fatto le firme false, solo perché la mia firma vera non avrebbe contato nulla . Niccolò > era sempre disposto allʼallegria, ma così volubilmente che ingiuriava chiunque gli diceva una parola più di quelle che volesse ascoltare. Fuori camminava a testa ritta, nel mezzo della strada, facendo il grande; rispondeva a pena, se lo salutavano, tirava via come se sprezzasse tutti . Enrico > era stato uno di quei ragazzi impertinenti e sfacciati, dei quali si dice che non se ne ricaverà mai nulla . Niccolò ed Enrico vorrebbero comandare e imporsi su Giulio, ma poi, lʼuno per pigrizia e lʼaltro perché meno intelligente, lasciano che sia il fratello a toglierli di imbarazzo. Ma sono continuamente liti e discussioni, ai quali partecipano anche gli amici, che si concludono sempre in grandi mangiate e bevute. Il romanzo si sviluppa in una serie di bozzetti familiari, che si svolgono prevalentemente nella vecchia e polverosa libreria, la fallimentare attività economica dei tre fratelli. E la vita sarebbe potuta continuare tra chiacchiere, bisticci e abbuffate, quando la banca, alla quale è stata portata allo sconto un ulteriore cambiale, si insospettisce e informa lʼignaro amico. Sono la bancarotta, il disonore e la miseria. Ed è Giulio a rendersi conto della rovina, economica e morale. A Niccolò, che assicura che non perderà certo lʼappetito per aver truffato un amico ( > se stasera avessimo una mezza dozzina di beccacce arrosto, io pulirei anche gli ossi ), Giulio risponde che > la mia volontà consiste appunto nel rendermi conto del mio tracollo. È una specie di orgoglio alla rovescia; ma sempre orgoglio . Il suicidio è il destino inevitabile di Giulio. Con una caduta di stile, per dare spazio ad un lacrimoso pietismo, il romanzo si chiude anche con la morte di Niccolò ed Enrico. Il romanzo è dedicato a Luigi Pirandello e mai riferimento fu così azzeccato. Infatti, di realismo, di cui parlano spesso i critici, il racconto ha solo lo sfondo, lʼoccasione di una ricerca psicologica dellʼimpatto di una truffa e della sua inevitabile scoperta sul comportamento e la coscienza dei suoi ideatori ed esecutori. Il fatto, poi, che questo approfondimento riguardi tre fratelli, legati tra loro da affetto ma anche da dinamiche familiari, rende ancora più intrigante la narrazione. Certo ci sono alcune peculiarità tipicamente toscane, ma esse costituiscono solo la cornice di un dramma universale, nel tempo e nello spazio. Il racconto del suicidio di Giulio è una pagina di una modernità sconvolgente, dove sono gli oggetti a dominare la volontà del personaggio: > su la cassapanca, tutti quegli oggetti falsamente antichi gli dissero: tu sei eguale a noi. È inutile che cerchi di evitarci! Egli rispose a voce alta: Aspettate, faccio una firma. E vide la sua firma falsa saltellare sul pavimento. si chinò per chiapparla; entrò con la testa sotto gli scaffali.... Allora spense la luce. E, al buio, senza rendersi conto che si ammazzava, mise la testa dentro il laccio . Con questa pagina Tozzi supera Pirandello stesso, affermandosi come uno degli scrittori più originali della letteratura italiana: si fondono in questo romanzo problematiche sociali, ambiente regionale, meccanismi psicologici e simbolismo post moderno. Perché leggerlo? Se leggiamo senza prevenzioni e fuori dai luoghi comuni possiamo scoprire nella nostra letteratura meravigliosi, e ignorati, capolavori.
Tre metri sopra il cielo
Il libro racconta una storia dʼamore tra i giovani della buona borghesia romana. Babi si innamora di un ragazzo sbandato, per il quale entra in conflitto con i genitori e si lascia trascinare in una serie di episodi anche violenti e sempre lontani dalla propria impostazione di ragazza serie e posata. Alla fine, tuttavia, prevale l’ambiente di origine e Babi lascia il ragazzo per mettersi con uno più vicino alle proprie impostazioni e tradizioni. È una storia romantica che ha il pregio fondamentale di descrivere l’ambiente dei giovani della buona borghesia, i loro valori violenti, l’indifferenza della scuola e dei genitori e la ricerca di sensazioni forti e anticonvenzionali. In realtà, poi, tutto si conclude nel modo più scontato con il rientro dei personaggi nella «tranquilla vita borghese», dalla quale in realtà non sono mai usciti veramente. Il libro è scritto molto bene, con un stile ironico e distaccato e nel contempo capace di suscitare anche sensazioni di simpatia e di antipatia, ma sempre inseriti in un contesto di leggerezza e di piacevolezza. Le aspirazioni, i dolori, la felicità e gli amori vengono descritti con un tono asciutto e molto efficace. In realtà prevale sempre un tono positivo, che rende talvolta il tutto un po’ falso e costruito, soprattutto nella parte finale del romanzo.
La treccia della nonna
Il tema di questo romanzo é affine a quello di Domenico Starnone in «Vita mortale e immortale della bambina di Milano», recensito recentemente in questo sito. Come il racconto dello scrittore napoletano verte sulla figura della «nonna serva» e del suo amore, poi tradito, per il nipote, anche qui è una nonna al centro della narrazione: una nonna pronta a mettersi al servizio del piccolo orfano: fragile, malaticcio, un po' tonto, e per questo una palla al piede. > Quando arrivammo in Germania, per prima cosa la nonna mi portò dal pediatra. In realtà, mi spiegò per strada, era quello il vero motivo per cui eravamo emigrati: farmi finalmente curare da un medico come si deve, che magari potesse darci la speranza (...) che un giorno avrei raggiunto l'età adulta . Il nipote si adagia sotto l'ala materna della nonna, con la quale instaura una relazione d'amore, densa di un inconfessabile erotismo. Ed è per questo che è il piccolo, ancora bambino, ad accorgersi per primo che il nonno, il «bell'asiatico», si è innamorato di un'altra donna. Il romanzo inizia con questa scoperta. > Per me era già un vecchio bacucco (...) e il suo nuovo, tenero segreto mi travolse con un'ondata di ammirazione mista a gongolamento , cosi si esprime il ragazzo, narratore e protagonista insieme al personaggio della nonna. Se il racconto avesse indagato la relazione complessa e forse incestuosa tra una madre sovrabbondante (autoritaria, invadente e sovrastante) e una personalità che per crescere non poteva che emanciparsi, il romanzo sarebbe stato senza dubbio intrigante e da leggere. Invece l'autrice si concentra sul personaggio della nonna sino a renderla una figura caricaturale. Rinchiusa nel suo ruolo matriarcale, una volta che si accorge del tradimento del marito, la donna non si adira, non lo caccia né pare soffrirne: al «bell'asiatico» è permesso tutto, è nella sua natura. Va oltre. Si fa carico del bambino nato dalla relazione dell'uomo con una giovane donna, accoglie quest'ultima, caduta in una grave depressione; apre una scuola di ballo e assume la gestione della ditta del marito alla morte di quest'ultimo. E' troppo per essere verosimile. Dinanzi a tanta ridondanza l'emancipazione del nipote assume la forma del tradimento. Il ragazzo taglia la meravigliosa treccia della nonna. > Avvolgila nel giornale. Portala come ricordo. Tra poco te ne andrai. Fiuto i traditori a un chilometro di distanza controvento.(...) Avvicinò la faccia alla mia, tanto che distinsi il mio riflesso sulle sue pupille. Lo vedo, ripeté con veemenza e mi spinse via . Nonostante sia scritto bene, scorra fluido e leggero, delizioso e arguto (si pensi alla vergogna del nipote per la presenza della nonna a scuola), il romanzo è insignificante. L'autrice, per esempio, non approfondisce il tema della lingua: la nonna che continua a parlare russo nonostante viva in Germania, e il nipote che si emancipa anche tramite l'acquisizione del tedesco; tema identitario affascinante trattato da Starnone nel romanzo già citato, e da altri autori: vengono in mente «The Namesake» di Lahiri Jhumpa e lo splendido «We Need New Names» di Bulawayo Noviolet (due libri recensiti in questo sito). Al contrario, le implicazioni sociali, politiche e antropologiche della lingua sono sviluppate in questo romanzo in modo superficiale e banale. Perché non leggerlo? Insignificante.
Il treno dei bambini
Tra il 1945 e il 1952 furono ospitati da famiglie contadine del Centro Nord circa 70.000 bambini, in gran parte del Sud; e ciò grazie al Partito Comunista, ai Comitati di Liberazione locali, all'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, ai Comuni e alla popolazione. Fu una grande prova di solidarietà nazionale, che prese il nome di «Treni della Felicità». Come dice nel romanzo Maddalena, una combattente delle quattro giornate di Napoli, per convincere le mamme a lasciare andare i figli, > quando dovevamo cacciare i tedeschi, noi donne abbiamo fatto il nostro. Mamme, figlie, mogli, giovani e vecchie: siamo scesi in mezzo alla via e abbiamo combattuto. Voi ci stavate, e ci stavo pure io. Questa è come un'altra battaglia, ma contro i nemici più pericolosi: la fame e la povertà. E se voi combattete, vincono i figli vostri! Il tema sociale e politico di questa gloriosa esperienza, spesso dimenticata, resta sullo sfondo e permette all'autrice di sviluppare un altro argomento. Verso la fine del racconto, il protagonista e narratore, esprime il senso complessivo della sua storia: «ho lasciato che il tempo passasse e adesso è tardi». Per comprendere questa frase dobbiamo ripercorrere la vicenda di Amerigo Speranza, figlio di Antonietta Speranza e di padre sconosciuto, ufficialmente andato in America a cercare fortuna. > Mia mamma avanti e io appresso. Per dentro ai vicoli dei Quartieri Spagnoli mia mamma cammina veloce: ogni passo suo, due miei. Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: stella premio. Io scarpe non ne ho avuto mai, porto quelle degli altri e mi fanno sempre male . Amerigo vive come una cosa naturale la miseria dei bassi e l'apparente freddezza di Antonietta, troppo impegnata a sbarcare il lunario per dare affetto al figlio. Quando irrompe, non desiderato, il «Treno della Felicità». Con tanti altri bimbi Amerigo lascia Napoli per andare al Nord. > Mia mamma Antonietta resta in un angolo della stazione che diventa sempre più lontano, con le braccia incrociate sopra al mio cappotto. Come se mi tenesse stretto sotto i bombardamenti. (...) Guardo fuori dal finestrino, penso al mio posto nel letto di mamma. (...) Penso alle strade dove me ne andavo girando tutto il giorno a fare le pezze, col sole e con la pioggia. Penso alla Pachiochia, che a quest'ora si è coricata nel basso con l'immagine del re baffino sulla colonnetta. Penso alla Zabagliona e mi pare di sentire l'odore della sua frittata di cipolle. Penso ai vicoli dove abitavo io, più stretti e più corti di questo treno . Queste immagini sono troppo distanti dalla bella favola che aspetta Amerigo al Nord: una stanza tutta per sé, nuovi vestiti e tanto cibo, l'affetto di Derna, la donna che lo ha accolto, e soprattutto la scoperta del violino e della musica. «Ormai siamo spezzati in due metà». Per Amerigo è impossibile ricomporre le due metà perché Antonietta fa di tutto per annichilire tutto ciò che ha attinenza con la vita del Nord, sino al punto di vendere il violino. > fa una cosa che non ha mai fatto, si avvicina ancora di più e mi stringe con tutte e due le braccia. (...) Tu ti devi svegliare da quel sogno, Amerì, la vita tua sta qua. (...) io l'ho fatto per il bene tuo. (...) Mi libero dal suo abbraccio, mi alzo dal letto . Amerigo vorrebbe dire tante cose ma non riesce che a esprimere il rancore per la perdita del suo violino. «Sei una bugiarda» e fugge prendendo il treno verso il Nord. Molti anni dopo Amerigo torna a Napoli per il funerale della madre: ha un altro cognome, è un famoso musicista, è un estraneo alla madre e alla sua città. O almeno vorrebbe perché > le grida dei mercati, le chiacchiere infinite delle comari sulle porte dei bassi, i bambini che si rincorrono per strada, e poi una voce conservata nel nocciolo più antico della memoria. Amerigo, Amerì! Scendi, fa' presto, va' a cercà due lire dalla Pachiochia... Vorrebbe riprendersi la vita ma è troppo tardi. > Scomparsi. Distrutti da febbri spietate,/consunti da un male ignoto, lontani, non so./Né so se torneranno, né quando, né come/gli amici, i giorni, la più chiara stagione,/se tornerà la vita/perduta per disattenzione. (Luciano Erba «Lo svagato» da il nastro di Moebius). La lettura lascia una sensazione singolare, quasi incomprensibile. Il romanzo tratta di un grande tema, la trama si sviluppa lineare, la scrittura è fluida, anche se a tratti banale. Eppure non si riesce a farsi coinvolgere come se i tanti argomenti (i Treni della Felicità, il rapporto con la madre, la napoletanità, il finale agro-dolce un po' piccolo borghese) si mescolassero in modo talmente superficiale da lasciare il lettore distante, freddo e pure sconcertato. La verità è che i protagonisti non hanno spessore psicologico così come gli ambienti, in particolare il mondo contadino del Nord, appaiono letterari, costruiti a tavolino, non vissuti. Perché leggerlo? E' scritto bene.
Triste, solitario y final
Il romanzo descrive la ricerca di Marlowe e di Soriano sulle vicende di Stan Laurel e Oliver Hardy. Lo stile vorrebbe riprendere quello di Chandler e la narrazione è scandita da frequenti scontri, nei quali i due protagonisti hanno sempre la peggio. L’idea di società che emerge è quella nella quale i rapporti interpersonali sono risolti sempre dalla violenza, il più delle volte da parte della stessa polizia. Ne deriva un cupo pessimismo sulle possibilità di una convivenza civile.
Tutti i nostri segreti
Per il versetto 41 della Sura XXIX del Corano la casa di chi non segue Allah è fragile come la tela di un ragno ( > coloro che si sono resi patroni al di fuori di Allah assomigliano a un ragno che si è dato una casa. Ma la casa del ragno è la più fragile delle case. Se lo sapessero! ). Huseyin e Emine hanno sempre osservato salde regole morali e ottemperato ai propri doveri, ma ciò non ha impedito alla loro famiglia di dissolversi. Dopo anni di duro lavoro in Germania, Huseyin si è comprato un appartamento a Istanbul, e proprio quando è pronto ad accogliere la famiglia muore d'infarto. > Solo una settimana, per passeggiare con loro sul lungomare, per offrire un cay ai tuoi figli, per prendere la mano di tua figlia e dirle quanto le vuoi bene, per dire ai tuoi figli che sei fiero di loro, per chiamare Sevda e chiederle perdono. Se Huseyin può morire credendo ancora di essere amato e rispettato (ai suoi occhi è stato un giusto e buon padre e marito!), la moglie Emine dovrà porsi impietosamente dinanzi alle proprie colpe, dopo che la scrittrice narra le storie dei quattro figli. > La telefonata è arrivata di notte. Un grido. Umit lì per lì non capiva se quel grido fosse uscito da uno dei suoi sogni, che ultimamente lo svegliavano di continuo con un nodo in gola. Umit, ancora adolescente, ha appena compreso di essere innamorato di un coetaneo e le sedute dallo psicoanalista gli hanno svelato i lati oscuri di una famiglia apparentemente serena. > E allora d'improvviso, quasi dal nulla, inizi a parlare di quando ti facevi pipì a letto, (...) e poi di quei brutti litigi sottovoce dei tuoi genitori, (...) il mormorio infinito di tua madre che cerca di calmarsi recitando le sure del Corano e ti fa paura. Sevda, che è arrivata in Germania solo a tredici anni e non è andata a scuola, è stata costretta a sposarsi ancora adolescente; quando torna dai genitori e vuole separarsi, le parole del padre sono categoriche: > «è meglio che torni da Ihsan, Sevda». «Ma io non voglio». (...) «Viene a prenderti domani». Furono le ultime parole che Sevda scambiò con suo padre. Peri è la figlia che è andata all'Università, orgoglio dei suoi genitori benché non la comprendono. E d'altra parte come possono capire una figlia che studia Nietzsche e che ha conosciuto uno strano ragazzo curdo, Ciwan, al quale riesce a confessare che nella sua famiglia > da qualche parte si è formata una crepa e ora è avvolta nel silenzio , come se ci fossero dei segreti che non si vogliono rivelare, che i suoi genitori si tengono dentro, cominciando dalla lingua, il curdo, che possono parlare solo loro. E il maschio più grande, Hakan, perché decide di andare a Istanbul in auto? Forse non vuole assistere al funerale del padre, cui rinfaccia ancora di avergli proibito di presentarsi a un casting per un film? > Hakan non ha mai avuto un'opportunità e ora si arrangia come meglio può. Le storie ci portano all'ultimo capitolo del romanzo, in cui, in un drammatico colloquio tra Sevda e la madre, si svelano i segreti della famiglia, così apparentemente perfetta sotto la guida di Allah: è una sorta di catarsi in cui la voce che in noi, la coscienza, demistifica tutte le regole che ci sovrastano, le rappresentazioni che abbiamo di noi stessi, per farci capire chi siamo, finalmente. > Ti chiedi chi sono io? Non è importante, Emine. La vera domanda è chi sei tu. Perché io sono solo una parte di te. Emine. Sono l'abisso tra la tua fede e le tue azioni. Sono il contrasto tra l'immagine che hai di te e la faccia che mostri agli altri. Sono il divario tra ciò che ritieni giusto e sbagliato, la crepa sottile nella tua morale, lo scarto tra come sei e come dovresti essere. E nell'appartamento dove pensavi di vivere gli anni che ti restavano ritrovando l'amore per Huseyin, appartamento in macerie sotto il terremoto, immagini, Emine, di aprire la porta. > il tuo cuore esulta. Dici: Ciwan. Pure il mistero più grande della tua vita, la tua colpa più grave, si svela, > e potrai perdonare te stessa. Sarebbe riduttivo leggere il romanzo solo nel suo contesto sociale e antropologico: una famiglia curdo-turca emigrata in Germania, risultato di un intreccio di storie, culture, lingue, e lacerazioni difficili da sanare. In tutti i personaggi, anche in quelli più istruiti e integrati come Peri, c'è l'idea di essere degli estranei, qualcuno che potrebbe essere cacciato in ogni momento; tanto più che la loro origine curda, nascosta con attenzione dai genitori, li rende dei possibili stranieri o persino nemici nella stessa Turchia. Certo c'è tutto questo; ma per apprezzare il romanzo bisogna volare più in alto, alle cose non dette all'interno di ogni famiglia, alla difficoltà di comunicare tra genitori e figli, alla pretesa dei primi di disegnare il destino dei secondi, al fatto che la casa è fragile come la tela del ragno e non la salviamo affidandoci a Dio, alle regole morali, al denaro e al consumo. La famiglia deve essere > il luogo in cui vi perdonerete sempre a vicenda. Perché solo il perdono può alleviare la nostra solitudine. Perché solo se perdoni sarai perdonata a tua volta , così parla la coscienza a Emine. Il romanzo è articolato in capitoli che corrispondono alla storia di ciascuno dei protagonisti. Dapprima, il lettore non si raccapezza e pensa a semplici biografie, legate tra loro solo dall'appartenenza dei protagonisti alla stessa famiglia. Solo alla fine, si capisce che c'è un filo conduttore, che ruota intorno a una tragedia, di abbandono e di rifiuto. La trama non conserva sempre lo stesso ritmo narrativo, in particolare nel capitolo dedicato a Hakan, un po' banale e fuori tono. La scrittura è fatta di dialoghi serrati e di approfondimenti psicologici, in alcuni casi molto efficaci, in particolare nella narrazione di Sevda, senza dubbio un personaggio centrale. E' interessante il passaggio dalla terza persona narrante al tu, usato abilmente quando la scrittrice tratta di Emine e di Huseyin, una forma letteraria che crea un misto di accusa e di comprensione, comunque sempre di vicinanza emotiva a queste due tragiche figure. Perché leggerlo? Molto bello, quasi un capolavoro.
L'ultima provincia
Luisa narra in prima persona l'ingresso nella famiglia del marito. Cosimo è figlio di un prefetto siciliano, che gira l'Italia con due tenaci principi: la nostalgia per la Sicilia, > quand'eravamo a Bosco Canniti...(...) un pezzetto di terra nera e fine come rena, accidentato da massi di lava, con balze, poggi, strapiombi improvvisi: (...) latifondo per la sua tenerezza ; avere una sede dove non ci sia «la mala pianta», ossia dove «la miseria e una maggioranza di destra imprimevano un lento respiro». Quando Cosimo dichiarò che avrebbe passato l'estate in prefettura presso la nuova sede del padre, «nacque in quel momento il mio interesse umano per lui», ma pure una curiosa ed affettuosa disponibilità a lasciarsi coinvolgere in una famiglia di provincia, così lontana dalla propria cultura ed estrazione sociale. Ed è qui il senso di questo lungo racconto. Luisa, cittadina, di sinistra e indipendente, non assume un atteggiamento di superiorità verso la famiglia del marito, anzi descrive con lieve ironia i tratti di un piccolo nucleo sociale (il Prefetto, la Prefettessa, la domestica Concetta e il cane), sempre caparbiamente siciliana malgrado i numerosi trasferimenti per l'Italia. Sono una serie di ritratti, che scandiscono una sorta di formazione della giovane donna, dapprima sconcertata e divertita e poi permeata dalla soffusa dolcezza della vita di provincia. Riportiamo alcuni esempi. La Prefettessa è malata e tra i deliri della febbre teme che la fedele domestica l'abbandoni, «Vero è che te ne vai con le mondine?, le chiese affannata.»Cu cui?, fece l'altra,«e da quel momento diventò un'imprecazione usuale:»Cu' sti mondini«. E la scoperta del pigiama a tavola?»Nel pigiama si annega, oltre l'attenzione al proprio vestiario, il controllo di sé, del proprio linguaggio. Di preferenza tacciono, paghi, con l'aria torbida di chi è appena uscito dal letto. Se parlano è solo in dialetto. Se gridano è «cacchio». Cacchio di femmina, di luce, di mosca a seconda dell'urto che li muove > . Le cerimonie ufficiali sono incombenze che il Prefetto assolve con sofferta ma meticolosa sollecitudine. Si era messo un paio di scarpe comode. (...) Era la festa di San Giuseppe (...) processione con schiere di convittori, di orfanelli....file grigie di aggiogate giovinette. (...) In aprile aveva seguito la processione del venerdì santo, in maggio quella del patrono.... > . Diventata mamma, con la bambina in fasce, le vacanze a Borgo Canniti sono per Luisa una stupefacente scoperta. Sin dal traghetto sullo stretto, altissimo e solitario su un orizzonte piano era apparso l'Etna, (...) Un bel pennacchio, ave!«esclamò il Prefetto. Nel piccolo podere»il caldo era senza riparo. (...) Indifferente all'abbagliante realtà il Prefetto si contentava di un cappello di paglia, il pigiama, un bastone, per percorrere, più volte ogni giorno, il podere > . (...) Quando il sole spariva dietro la montagna e le casine si alzavano come un sipario a lasciare entrare l'aria della sera, le voci e i rumori sembravano spegnersi. (...) Dai mattoni saliva alle nostre gambe, e le avvolgeva, un tepore animale, che l'alito fresco del mare abbassava a poco a poco: il profumo dei gelsomini era così netto e preciso, che sembrava di udirlo Alla bambina > Ce lo date 'u succu d'uva? chiedeva intanto la sorella della Prefettessa. (...) Nel giro di poche ore, davanti alla famiglia riunita, Concetta introduceva nella bocca della bimba il primo cucchiaio di succo . Il racconto è esile, senza una vera trama, vago e lieve come un dipinto abbozzato. A sorreggerlo opera una scrittura raffinata, suggestiva e piacevole, dove il ricorso al dialetto arricchisce la narrazione dando momenti di fantastica sospensione. E' come se un mondo ancestrale, magico e familiare, facesse capolino all'interno di un approccio stilistico colto e per questo distante: il dialetto dà vita ai personaggi e alle descrizioni degli ambienti. Troppo non è detto perché si possa dare un giudizio pienamente positivo. Perché leggerlo? Piacevole
L'ultimo amore di Baba Dunja
> Ha un viso piccolo e rugoso e occhi stretti castano scuro. E' minuscola e rotonda, arriva a stento a un metro e mezzo . E' Baba Dunja e così la descrive un giornalista, ma basterebbe il nome che l'autrice le ha dato: baba sinonimo di vecchia e dunja un vezzeggiativo che nello slavo meridionale sta per «mela cotogna». A differenza di Baba Jaga, la strega nelle fiabe russe, Baba Danja è buona, pronta a farsi carico della sua piccola comunità, Cernovo, il paese della morte. Solo avanti nella lettura scopriamo che Cernovo è vicino alla centrale di Cernobyl e si trova in una zona radioattiva, un villaggio abbandonato e abitato da uno sparuto gruppo di esuli, in cerca della solitudine e della morte. > Il paese ha una sua storia, che si accavalla alla mia, come due ciocche di capelli in un'unica treccia . Ci sono i vivi, pochi: Marja, la grassa e pigra vicina di casa ( > la sua bellezza di un tempo non è del tutto svanita, è ancora in questa stanza come uno spettro ), Sidorov, un vecchio matto innamorato di Marja, Petrov, un giovane con poco tempo da vivere, Lenocka, «che da dietro sembra una ragazzina e davanti una bambola», e i Granilov, marito e moglie, «passando davanti al loro terreno si sente profumo di miele e olio di rosa». E ci sono i morti: > il vecchio liquidatore con la camicia a righe, (...) il bambino nato morto nelle mie mani, (...) la madre ha sollevato un lembo dell'asciugamano e ha sorriso. (...) Presto l'avrebbe seguito. (... La ragazzina con la treccia rossa....(...) Sono questi i miei morti che mi hanno seguito fino a Cernovo e ce ne sono altri ancora che mi sono passati davanti, a dozzine, insieme ai lori gatti e cani e capre . In questo paesaggio sospeso tra i vivi e i morti il tempo pare non scorrere, nell'attesa serena della morte. Quando irrompe nella piccola comunità un uomo con una bambina, quest'ultima destinata inevitabilmente a morire a causa degli effetti delle radiazioni sul fragile sistema immunitario. Quando Baba Dunja lo invita ad andarsene in fretta l'uomo reagisce con violenza, gettando a terra la vecchia. Interviene Petrov a difesa della donna, uccidendo l'uomo. A questo punto tutti gli abitanti vengono arrestati o chiamati come testimoni. Basterebbe dire che è stato Petrov, ma ancora una volta la strega buona delle fiabe si fa carico del piccolo gruppo dei vivi di Cernovo: si dichiara solo lei colpevole del delitto. Baba Dunja del paese dei morti diviene famosa, ha salvato una bambina, facciamola morire in pace povera vecchina! Mandiamola in Germania dalla figlia! Graziata dal presidente, l'attende l'aereo per andare dalla figlia, lontana dal paese dei morti. > Alla fine ho imparato pure io (dice Baba Dunja alla figlia). (...) In effetti ho imparato a sorridere dopo essere tornata a Cernovo. (...) Cammino per più di tre ore. E come se la strada si fosse allungata, come se Cernovo fosse indietreggiata durante la mia assenza . (...) Le case di Cernovo emergono all'orizzonte, come sparuti denti storti all'interno di una bocca. (...) Speriamo almeno che ci sia qualcuno, penso, se non c'è nessuno, vorrà dire che vivrò da sola, con tutti gli spiriti e gli animali.«Baba Dunja ricorda la protagonista di un recente romanzo di Alina Bronsky:»la treccia della nonna > (vedi recensione in questo sito): qui però la nonna è dolcissima, intrisa di amore per tutti gli esseri viventi e pure per i morti. Viene da chiedersi perché tanta forza interiore Baba Dunja non l'abbia messa per dare aiuto alla figlia e alla nipote, sperse nella solitudine delle grandi città. Per me il motivo è chiaro: Baba Dunja può stare in pace con sé stessa e con gli altri solo a Cernovo, nel suo luogo. E' vero, la fabbrica è abbandonata, nessuno lavora i campi da decenni, al di sopra di tutto crescono rigogliose erbacce verdi e piante dalle foglie grandi, con leggeri riflessi violetti > , ma Cernovo è dove si è sposata, ha cresciuto i propri figli, dove mangiavano i dolci di cioccolato donati dalla fabbrica per il Capodanno. Si può crescere a Capri o nel quartiere Tamburi a Taranto, a ridosso dei veleni della grande acciaieria, aver trascorso l'infanzia o avere figli in un posto splendido o schifoso, ma sempre si vuole tornare nel proprio luogo. Cernovo, proprio perché paese della morte > , per le sue condizioni estreme è la metafora di quanto sia importante per noi il nostro spazio fisico: il paesaggio, gli odori e i rumori, le vie e le piazze, gli abitanti e gli animali con le loro facce quotidiane., usuali tanto da essere parti di noi stessi. In nessuna parte di terra mi posso accasare, (...) Cerco un paese innocente«, così canta Ungaretti in»Girovago" (dalla raccolta Allegria). Dapprima la scrittura è fatta di frasi brevi, elementari, quasi tronche, tanto da dare l'impressione di una penna insicura. Poi lo stile narrativo prende il volo: emerge il paesaggio, prendono intensità i ricordi e i sentimenti, i personaggi sono descritti con tinte soffuse ma efficaci tanto rimanere impressi, i dialoghi danno ritmo narrativo. Se si può fare un appunto è che alla fine il racconto assume toni melodrammatici e dolciastri di cui si avrebbe fatto volentieri a meno. Perché leggerlo? Affascinante nella sua dolcezza la figura di Baba Dunja, una bella metafora dell'importanza dei luoghi
Un Amore Socialista
> Qui vivo come vivevo dappertutto cioè come Kuliscioff: citata in una bella pubblicazione a cura di Vittorina Maestroni e Thomas Casadei (" Medicina, politica, emancipazione. Anna Kuliscioff e noi" Mucchi editore 2024), questa frase sintetizza bene la personalità di Anna Kuliscioff: tante professioni, tanti impegni e tante nazionalità, ma sempre sé stessa. Non è un caso che questa affermazione orgogliosa è riportata da una lettera ad Andrea Costa, allora suo compagno di vita e padre dell'unica figlia Andreina. Anna si trova a Napoli a studiare medicina e la loro storia si sta sfilacciando, per finire a breve. Ma chi era Anna Kuliscioff? Nata Anja Rosenstein fra il 1853 e il 1857 in Russia da una ricca famiglia di commercianti ebrei, è dapprima anarchica, "ridenominandosi" per questo Anna Kuliscioff per richiamare il sostantivo "kules" : la zuppa che era allora l'unico pasto dei poveri. Conosce poi, nel 1877, Andrea Costa, con il quale ha un'intensa relazione sentimentale e con cui fonda il Partito Socialista italiano. Costa è il classico romagnolo, bei baffi, irruento e temerario. Fin qui capiamo il fascino del giovane rivoluzionario sull'esile, elegante e poliglotta aristocratica. Tutti i ritratti di Anna concordano nel presentarla come > una giovane donna bionda con la fronte alta, la carnagione chiarissima e gli occhi azzurri, e come disse Filippo Turati > appena la vidi, Anna era bellissima. Un'apparizione di luce. Meno chiaro che cosa abbia trovato Anna in Filippo Turati quando nel 1885 lo incontra ed avvia con lui una relazione "more uxorio", che durerà tutta la vita, sino alla morte di Anna nel 1925. Filippo stesso si definisce *un fauno*, grande e grosso, impacciato, oppresso da disturbi nervosi, talmente legato alla madre da dormire presso di lei tutte le notti, e non nella dimora comune che Anna e Filippo avevano a Milano. E' da questa complessa relazione che una biografia romanzata sarebbe dovuta partire per comprendere la contradditoria personalità di Anna: al centro di uno dei salotti più esclusivi di Milano, ben accolta dall'aristocrazia lombarda per i suoi modi raffinati, scienziata tanto da essere apprezzata dallo stesso Cesare Lombroso, "medico dei poveri" con il suo studio sempre aperto alle donne lavoratrici, e per questo femminista che pose al centro la condizione femminile nel mondo del lavoro, anche in contrasto con altre importanti femministe del tempo, ispiratrice della prima legislazione a protezione delle donne in maternità e dei loro bambini, ed infine la più cosmopolita dei leader socialisti di allora, capace di dialogare con Engels e con la socialdemocrazia tedesca. > L'armonia tra genialità e cuore è così rara, e questo è il dono di Turati, così scrive Anna a Napoleone Colajanni nel 1885; e dunque trova in Filippo un uomo buono, che seppe fare da padre alla piccola Andreina senza essere invasivo: un rapporto filiale che doveva essere stato intenso se la figlia di Anna presentò il suo fidanzato a Filippo prima di affrontare la madre, che sapeva sarebbe rimasta dispiaciuta che Andreina avesse scelto il rampollo di una ricca e tradizionale famiglia imprenditoriale. Ma Anna è una donna ambiziosa e realista ad un tempo; sa che non potrà contare in politica come donna e quindi "si serve" di Turati, un uomo dolce e innamorato, per portare battaglie politiche in parlamento e nella società. Filippo il più delle volte non è d'accordo, talvolta non ascolta la moglie, spesso però sostiene le idee di Anna, tra le maligne ironie dei colleghi. Fin qui verrebbe fuori un'immagine di una donna strumentalmente legata a Filippo, quasi un'approfittatrice della posizione di Turati. Se si studiano, però, le lettere tra i due al di là della chiave politica, emerge un grande amore da parte di Anna. Nella famosa "polemica in famiglia" Anna accusa apertamente Turati di conservatorismo e di essere succube della dirigenza del partito che non vuole estendere il suffragio universale alle donne; ma subito dopo si preoccupa che Filippo si metta la maglia di lana perché è cagionevole di salute e lo chiama con un affettuoso nomignolo milanese. Quanto disperato amore si percepisce in queste parole: > Ti giuro che forse mai nessuno ti abbia voluto bene quanto te ne voglio io, e forse è questa la mia disgrazia. Lontana da te, avendo già radicato il dubbio, che forse meglio sarebbe per te ch’io scompaia, e che tu possa incontrare ancora una donna che sapesse renderti veramente felice, la minima tua indifferenza verso di me s’ingigantisce e si pianta là fra noi due come uno scoglio insormontabile. (Lettera di Kuliscioff a Turati nel 1900 da Salsomaggiore). Scrivere una biografia "romanzata" è molto difficile: bisogna inquadrare storicamente la vita del personaggio e nel contempo essere capaci di dare spessore a figure spesso complesse. Si prenda, per esempio, "La notte della Cometa" di Sebastiano Vassalli in cui Dino Campana è narrato nelle sue sfaccettature più segrete, contestualizzando la vita del grande poeta nell'ambiente della Marradi primo novecento, nelle dinamiche familiari di una borghesia provinciale e alla luce della legge manicomiale del 1904. L'immagine del "poeta pazzo" si dissolve sotto la penna appassionata di Vassalli. Senza chiamare in causa un grande scrittore, si pensi a "Artemisia e i colori delle stelle" di Raffaele Messina, il quale si prende la libertà di immaginare che la famosa pittrice rifletta sulla sua vita e sulla condanna che si porta dietro per sempre, di essere ricordata per il famoso stupro, e non per la sua arte. Quest'idea narrativa dà ritmo alla biografia, insieme con l'ambiente napoletano così ben descritto dall'autore (si vedano le recensioni di questi due libri su questo sito). Tutto ciò manca in "Un Amore Socialista", non c'è la passione, manca il coraggio d'inventare, di volare con l'immaginazione, e bisogna dire che non c'è pure la scrittura. È una cronaca piatta, tanto più difettosa perché presuppone che i lettori riescano a contestualizzare da soli gli avvenimenti, e parliamo di fatti tra l' Ottocento e il Novecento. Perché non leggerlo? È deludente, soprattutto per noi innamorati di Anna Kuliscioff
A un cerbiatto somiglia il mio amore
In un libro del 2011 ( «Caduto fuori dal tempo: storia a più voci») Grossman osserva come il dolore per la perdita di un figlio sia talmente grande da rendere un padre > capace di concepirlo... chi perde un figlio è immancabilmente donna . Sarebbe quindi facile concludere come lʼautore abbia voluto porsi dal punto di vista della madre,scrivendo questo romanzo. Orah teme di perdere Ofer, il figlio minore andato in guerra, e spera di non dimenticarlo. Approfitta di una lunga camminata per raccontare la vita di Ofer ed anche la sua (gli amori per i suoi uomini, lʼinfanzia e il progressivo distacco dei figli) e squarciare in tal modo > tutti quei fili visibili e invisibili...che si muovevano in quel momento intorno a lei e sopra di lei, (e che) si intrecciavano in una fitta rete, gigantesca.... (ma) come si può descrivere e far rivivere una persona soltanto a parole? Dio mio, soltanto a parole? Ricorda lo stesso Grossman, tuttavia, come il romanzo sia stato in gran parte scritto prima della morte del figlio dellʼautore, deceduto nellʼagosto 2006. Dʼaltra parte il racconto di Orah è talmente impregnato di angoscia esistenziale e di pessimismo epocale da andare oltre al tema del lutto, anche se sconvolgente come quello di un figlio per una madre. Ciò di cui parla Orah è la storia di Israele, nel quale non cʼè futuro, per gli individui, per i legami famigliari e sentimentali, per lʼintero popolo, perché paese sempre in conflitto con le nazioni arabe > Ecco, la dolce illusione nella quale erano vissuti fino a quel momento si era frantumata, la loro cellula clandestina era stata scoperta. Per ventʼanni avevano camminato sospesi in aria, sullʼorlo di un precipizio, consapevoli di farlo, e adesso vi cadevano dentro. Sarebbero caduti allʼinfinito . Orah si è appena separata dal marito ed è in procinto di compiere un percorso di trekking con Ofer, che si è congedato dalla lunga leva militare, alla quale sono destinati tutti i giovani israeliani. Scoppia lʼennesima guerra ed il giovane decide di tornare a combattere. Orah non intende attendere a casa la notizia della morte del figlio e intraprende comunque la gita a piedi, insieme con un vecchio amico, Avram. In un paesaggio incantato, pieno di luce, fiori e foreste, si sviluppa il lento e denso racconto di Orah. Può essere letto su quattro livelli. Nel primo cʼè il mondo degli adulti, costituito da Orah stessa e dai suoi due uomini, Ilan e Avram. Ilan è alto, vigoroso, sicuro e positivo. Avram è basso, grassottello, un pò poeta e scrittore,amante delle parole. Orah li ama entrambi. Sposa Ilan, da cui avrà Adam, ma concepisce Ofer con Avram, anche se questʼultimo rifiuta di fare da padre. È distrutto dalle torture subite dagli egiziani, che lo avevano fatto prigioniero in una delle tante guerre. Il lungo cammino è lʼoccasione per Orah di far conoscere Ofer al vero padre, e pure di rivitalizzare il profondo legame che la unisce ad Avram. Tornare indietro nei ricordi riporta alla luce fatti dolorosi, ferite profonde, incubi, sempre generati ed alimentati dalle guerre, che si succedono senza soluzione di continuità. Parlare di Ofer permette di ritrovare il vecchio amore, lʼaffetto reciproco, lʼattrazione mai dimenticata. Un messaggio telefonico, con la quale la nuova compagna di Avram gli annuncia il «falso allarme» di una possibile maternità, distrugge il legame riscoperto. Orah > balzò in piedi, gli si piantò davanti, incredula: e forse avrai una figlia, Avram, una bambina... Ti ricorderai... ricorderai Ofer, la sua vita, tutta la sua vita, è vero? Il secondo livello è il mondo dei giovani, qui rappresentati da Adam ed Ofer. Il tema è sicuramente quello del distacco, così spesso vissuto dai genitori, che vedono i figli diventare adulti. Bellissima è la descrizione dellʼabbraccio tra Orah ed Ofer, che dà il senso della progressiva lontananza fisica. > Potevo abbracciarlo solo se lui lo voleva... Ofer era solito stringerla a sé con cautela, distanziando attentamente il proprio corpo dal suo seno, chinandosi verso di lei in un arco ridicolo . Ma cʼè qualche cosa di più. I due ragazzi sono pronti a servire il proprio paese con entusiasmo, sino allʼestremo sacrificio. Un episodio apre uno squarcio inquietante in questa apparente sicurezza. Quando Orah accompagna Ofer al raduno militare, insieme con il figlio viene brevemente ripresa dalla televisione israeliana. Il ragazzo è spavaldo, la madre sorpresa ed incerta. Ma, appena si allontana la telecamera, Ofer bisbiglia alla mamma: > se rimango ucciso andatevene da Israele. Andatevene via. Non avete niente da fare qui... se questa maledizione si trasmette di generazione in generazione, allora non avete niente da cercare qui . E poi cʼè il terzo livello: lʼinfanzia di Adam ed Ofer. Le pagine dedicate ai primi anni dei due figli sono le più belle. Con una sensibilità ed una delicatezza tutta materna Grossman riesce a cogliere pienamente il legame profondo tra una madre e le sue creature. La crescita dei «due germogli» è anche il perno della relazione tra Orah e Ilan, così come succede per tutti i genitori. > Si deliziavano con schegge di ricordi e piccoli momenti che solo tra lui e lei acquistavano importanza, si indoravano, si impreziosivano: le miniere dʼoro della loro vita . Ma piccoli fatti, come, per esempio, i tic nervosi di Adam e la decisione di Ofer di essere un inglese (ingenuo sotterfugio per difendersi dallʼodio degli arabi che lo opprime e lo spaventa, lui ancora bambino), mostrano come lʼincubo delle guerre senza fine irrompa nellʼinfanzia stessa, ne impedisca la piena serenità, ne scandisca la progressiva lontananza dei figli dalla madre, che non aveva saputo salvarli. > Il ricordo del lampo di paura balenato in suo figlio minore, il timore che lei potesse divorarlo, era scolpito nella sua mente come un antico graffito. Và a spiegare ad Avram un momento simile tra madre e figlio, pensò. Eppure lo fece, glielo descrisse in dettaglio, perché lui sapesse, soffrisse, vivesse, ricordasse . Ed infine cʼè la perdita della dignità dellʼuomo: il quarto livello del racconto, quello che tutto travolge. La pattuglia di Ofer si è dimenticata di aver rinchiuso un uomo in una cella frigorifera. «Ma come avete fatto a dimenticarvi un essere umano?» È inutile che razionalmente si rendesse conto che non può essere responsabilità di Ofer, semplice soldato, ma lʼidea che la disumanità abbia avvinto anche suo figlio, rendendolo indifferente, la sommerge e > crepe e fratture si ampliavano e si diffondevano con grande rapidità nei tessuti più delicati, intimi... la loro famiglia si stava sfaldando a una velocità incredibile, travolta da una forza schiacciante che sembrava essere stata in agguato dentro di loro in tutti quegli anni e ora li assaliva con una foga incomprensibile, persino con una strana gioia di vendetta . Anche in tempo di guerra si vorrebbe trascorrere > una vita privata, tranquilla. Capisci? Unʼesistenza piccola, non eroica, tenendoci fuori il più possibile da questa maledetta mischia :svolgere, come dice Tolstoj in Guerra e Pace, «la vera vita degli uomini.... indipendentemente» dai rivolgimenti politici e militari. Non è possibile. La guerra invade la pace, distruggendo anche i sentimenti più intimi, le relazioni più profonde. Il romanzo di Grossman è una sorta di «Guerra e Pace» israeliana, con una differenza significativa: non cʼè soluzione per Israele, non è possibile cacciare il nemico (è troppo numeroso, troppo marcati ormai sono gli odi e i morti di entrambe le parti), si è condannati a combattere per sempre. Dinanzi ad un destino così atroce il lettore vorrebbe perdersi, ed estraniarsi, nelle meravigliose immagini del romanzo, così dolci e delicate, rivelatrici di una conoscenza sottile, affettuosa e partecipe del mondo dellʼinfanzia e di quello della donna. Perché leggerlo? Un grande capolavoro!
Unless (a meno che)
Reta, moglie di un medico e madre di tre figli, si trova con lʼamica Danielle, della quale cura le traduzioni dal francese in inglese. > Sarebbe meglio (...) usare la parola mente al posto di cuore; (,,,) riferirsi al cuore come sede dei sentimenti non è più di moda, condannato dai critici perché evanescente. (...) Danielle meditò per un momento, poi mi sorrise con affetto ma in modo mordace, e mise la mano sul seno: ma qui è dove io sento pena, disse, e tenerezza . È possibile affrontare razionalmente lʼabbondono di una figlia, la profonda tristezza, che rende «falsi gioielli» le piccole abitudini della vita?. > Nella nostra grande e vecchia casa (,,,) vivevamo la vita che abbiamo scelto molto tempo fa: abbondante, intensa, ma con intervalli di pace, circondati da mobili, libri, soffici cuscini sui quali stendersi, cibo nel frigo, ancora di più nel freezer . Allʼimprovviso Norah, la figlia più grande, lascia lʼuniversità, va per strada a chiedere lʼelemosina con un cartello che riporta la parola «Bontà». Come reagire? Il malessere è così profondo, invade qualsiasi momento della vita e coinvolge tutta la famiglia, spingendo ciascuno a rinchiudersi in sé stesso, a cercare disperatamente di farsi una ragione, di dare un aiuto, di sopportare la pena continuando la quotidianità della vita. Ma non è possibile, la sofferenza è troppo grande. Reta si trova in una toilette di un ristorante e di impulso scrive sulla parete: > il mio cuore è rotto, lʼavrei riconosciuto più tardi come un atto drammatico, infantile, indulgente, grandioso e pieno di forza. (...) Subito sentii un sollievo tra le costole. (...) Qualche cosa simile alla gioia mi invase, soltanto per un momento (...) come sotto un incantamento. Mi ero permessa di essere recettore e trasmettitore ad un tempo, non una morta cosa ma un vivo legame con tutto ciò che sarebbe diventato una insopportabile sofferenza. Credetti in quel momento al mio istinto, posi giù delle parole che rivelavano la verità, testimoniando la più privata ed allarmante delle visioni, invece del auto commiserevole e melodrammatico graffito quale era realmente. Reta reagisce impegnandosi a scrivere un romanzo, una fiction che vuole che sia leggera, superficiale e a lieto fine. Due fidanzati dovrebbero sposarsi ma lei non è convinta del matrimonio, non è veramente innamorata. Quanto della sofferenza di Reta si ritrova nel romanzo? E quanto riflette il suo matrimonio? Reta è a un bivio: dare al racconto una svolta drammatica, come vorrebbe lʼeditore per renderlo unʼopera di spessore, o attenersi allʼidea originale, ossia un libro "rosa > , rivolta al grande pubblico invece che alla critica. Reta resta ancorata al proprio progetto perché è attaccata alla speranza, al desiderio di ritrovare la figlia. La protagonista non si sposa, sceglie la propria felicità; proprio quando si conclude la scrittura del romanzo ha termine anche la vicenda di Norah. Per una serie di favorevoli circostanze la figlia, gravemente malata, viene salvata in extremis e curata; ritorna in famiglia. In ospedale i medici si accorgono che Norah ha numerose bruciature; è stata infatti coinvolta in un incendio, una ragazza si è suicidata dandosi fuoco. In quel momento Norah si è accorta che il mondo non è buono, che anzi predominano le ingiustizie e la sofferenza esistenziale, fuori dalle pareti della casa e dellʼuniversità. Dio è morto! Come Simone Weil, la quale vide nella propria consunzione fisica lʼunico modo per far rinascere Dio, così Norah insegue la propria auto distruzione per gridare il desiderio di Dio, testimoniare la voglia di Bontà. E quindi anche il comportamento di Norah ha una sua spiegazione logica, un motivo comprensibile: è la mente e non il cuore la fonte del gesto di Norah. È un libro complesso e difficile. La scrittura è elegante e sapiente, la lettura scorre fluida, affascinata dalla bellezza della lingua. Troppi sono i temi trattati, da quelli di carattere filosofico alla condizione femminile sino alla funzione catartica dellʼimmaginazione del racconto; mancano invece gli approfondimenti psicologici, che chiarirebbero meglio le ragioni del comportamento di Norah e le reazioni di Reta, di suo marito e delle altre figlie. E come se la scrittrice sfuggisse dalla condizione umana per portarsi in una dimensione metafisica, politica e sociologica: approccio che fa svanire lʼuniversalità della vicenda raccontata con tanta perizia e preziosità. Dʼaltra parte lʼuso di a meno che non" (in inglese unless) presuppone la forma del terzo condizionale, già di per sé indicativo di un approccio volutamente sofisticato alla narrazione: forse una maggiore semplicità avrebbe dato maggiore vigore al racconto. Perché non leggerlo? È difficile da capire, a tratti prolisso e noioso.
Uomini che odiano le donne
Il romanzo è un thriller. Un giornalista viene assunto da un potente industriale, Vanger, per investigare sulla scomparsa della nipote, avvenuta vent’anni prima. Il giornalista si trasferisce quindi in una sperduta isola del nord della Svezia, dove si è ritirato l’anziano industriale. Nel frattempo si sviluppano le vicende di una ragazza, che lavora presso una società di vigilanza ed è estremamente brava nelle investigazioni via computer. La ragazza, per il suo passato violento e disturbato, subisce le violenze di un avvocato, che dovrebbe svolgere il ruolo di supervisore e tutore. Intanto il giornalista comincia a scoprire alcuni elementi, che in realtà riguardano le turbe sessuali di uno dei membri della famiglia: questa persona uccide e tortura le donne. A un certo punto il giornalista e la ragazza cominciano a lavorare insieme, intrecciano tra di loro una relazione sentimentale e vengono coinvolti in una serie di avventure, rischiando spesso la vita. La storia si conclude felicemente con la morte del serial killer, la scoperta della nipote, che era scappata in Australia per sfuggire al serial killer, che era suo fratello e abusava della sorella, e infine il ritorno trionfante del giornalista al suo giornale. In realtà la storia non si chiude completamente in modo positivo, in quanto la ragazza si era innamorata del giornalista ma lo vede andarsene via con un’altra donna. Si tratta di un thriller, ma in realtà il tema sottostante è costituito proprio dall’atteggiamento degli uomini verso le donne. Queste ultime sono le vittime, sia quando sono sottoposte a violenze fisiche, sia quando vengono ferite nei propri sentimenti. È infatti emblematica la figura del giornalista: è spinto da una forte tensione politica, passa poi in realtà da una donna a un’altra, ama le relazioni leggere e non si rende conto di avere coinvolto in un rapporto d’amore una giovane donna, che credeva di aver trovato finalmente un punto di appoggio. > Salander, sei proprio un’idiota penosa, disse la ragazza ad alta voce a se stessa. Girò i tacchi e si avviò nuovamente verso il suo appartamento fresco di pulizie . Il libro è in certi momenti banale e si sofferma in modo eccessivo sul tema sessuale. Lo stile è asciutto ed essenziale così da rendere la lettura piacevole e avvincente.
Gli uomini pesce
Antonia Nevi è una giovane geografa dell'Università di Padova e ha ereditato da suo zio, Ilario Nevi, una casa a Focomorto nel ferrarese, un terreno a Isola di Ariano nel Polesine e un cospicuo gruzzolo di denaro. Siamo nel Delta del Po, un vasto territorio, che, come descrive la stessa Antonia in un suo saggio, il grande fiume > ha scavato, modificato e nutrito, ma anche terrorizzato e devastato , ed è stato definitivamente travolto nel secondo dopoguerra, dalla cementificazione della costa ai prosciugamenti, che hanno lasciato un ambiente lacerato e ampi spazi spopolati. Per Antonia è l'occasione per tornare in un luogo amato dopo dolorose esperienze personali (ha perso due gemelli che portava in grembo) e una relazione sentimentale in crisi; ma è soprattutto un modo per rievocare la memoria dello zio, figura per lei importante. Da chi le è venuta la passione per il Delta del Po se non da Ilario Nevi, che prima ha vissuto questa terra come partigiano, poi ne ha documentato la povertà e la devastazione, e infine vi è andato a rintanarsi nei lunghi anni della vecchiaia? Ilario Nevi > non aveva mai dimostrato la sua età. A settant'anni sembrava un cinquantenne, a quasi cento gliene avresti dati ottanta. Capelli ancora in discreto numero, fisico asciutto giusto un poco largo ai fianchi, andatura diritta, sguardo attento. Fino all'ultimo impeccabile nel vestire -- sempre in completo, mai visto con indosso una tuta-- e, naturalmente, ben rasato. Durante la perlustrazione del terreno avuto in eredità Antonia scopre in un capanno > statuette e statue di varie dimensioni. (...) Disegni a matita, a carboncino, acquarelli... Tutte repliche della stessa creatura. L'essere era vagamente antropomorfo, le sue posizioni più o meno quelle dell'uomo vitruviano, ma la testa, bianca e priva di collo era quella di un pesce. (...) La pelle del dorso e delle membra era coperta di scaglie dorate, mentre il ventre era bianco, come la testa, e diafano. (...) L'essere aveva branchie, e i quattro arti terminavano con dita palmate e artigli adunchi. Tra le gambe, o quel che erano, si vedevano, ben tratteggiati, ora un pene, ora una vulva, ora entrambi. La storia suscita grandi attese: siamo dinanzi a un testimone di un passato in cui la terra e l'acqua convivevano, dando origine a esseri ibridi? Ci aspettiamo che Antonia voglia indagare questo mistero, ricostruendo gli ultimi anni di vita dello zio: anni dedicati all'impegno per la salvaguardia dell'ambiente. Alcune pagine paiono andare in questa direzione; e invece, come succede quando si vuol dire troppo, l'autore ci conduce in una storia partigiana, nelle vicende di Ilario Nevi nella Roma cinematografica degli anni'80, e soprattutto l'Uomo Pesce non è un essere ibrido: banalmente lo zio era una donna, che ha vissuto tutta la vita nascosto/a nelle sembianze di un maschio. Tanta è stata la delusione che ho abbandonato la lettura a pagina 309, seguendo la regola di Daniel Pennac: «un libro ci cade dalle mani? lasciamo che cada» (da «Come un Romanzo» 1993). Quando sono andato alla presentazione del libro, si era creato un grande polverone. Diverse istituzioni di Ravenna avevano rifiutato la sala allo scrittore; pareva che Wu Ming 1 volesse incolpare le disastrose alluvioni del 2023 e del 2024 alla pessima gestione del territorio (come negarlo?) e quindi alle Amministrazioni regionali e locali. Avevo, anzi, supposto, sbagliando, che con «Gli uomini pesce» si intendesse criticare le bonifiche e prefigurare una riconquista del territorio da parte dell'acqua: tesi, forse irrealistica, ma senza dubbio stimolante. Il romanzo non è niente di questo. Ci scandalizziamo ancora di un «transgender»? Un altro motivo che mi ha indotto a «far cadere» il libro sono state la scrittura e la struttura narrativa. La prima è spezzettata in frasi brevi, con un ricorso all'uso ormai imperante di periodi senza verbo tra due punti come segni di interpunzione; ma perché non usare il punto e virgola e i due punti? La trama è prolissa e confusa, anche per la sovrapposizione di diverse vicende, che contribuiscono a disperdere il filone principale, che dovrebbe ruotare attorno ad Antonia, il suo amore per il Delta del Po, il suo affetto per lo zio. Perché non leggerlo? Noioso e prolisso.
L'uomo dell'istante
> La mia malattia è mortale e la morte è necessaria alla causa cui da tempo dedico tutte le risorse spirituali, per il quale io solo potevo combattere e io solo sono stato designato . Dalager immagina che con questa frase Soren Kierkegaard sintetizzi la diagnosi del suo male, e il suo destino, nel momento in cui si fa ricoverare in ospedale a Copenaghen, nel 1855. È un uomo finito: solo, ridotto in miseria, disprezzato e deriso dai concittadini, perseguitato dalla chiesa luterana, che lo considera un pazzo ed un eretico. Nella sua breve vita, era nato nel 1813, Kierkegaard ha prodotto una mole enorme di scritti, i quali ruotano intorno ad un concetto rivoluzionario, per allora e pure per oggi: lʼessenza dellʼuomo sta nella scelta e nellʼ «ardore di libertà» che la sottintende. > Se un uomo potesse mantenersi sempre sul culmine dellʼattimo della scelta, se potesse cessare di essere un uomo, se nel suo essere più profondo fosse solo un aereo pensiero, (...) sarebbe una stoltezza dire che per un uomo può essere troppo tardi per scegliere, perché, nel senso più profondo, non si potrebbe parlare di una scelta . Tuttavia lʼuomo > corre costantemente in avanti e pone ora in un modo ora nellʼaltro i termini della scelta, sì che la scelta nellʼattimo seguente diventa più difficile, (...) perché quando la scelta si rimanda, la personalità sceglie incoscientemente, e decidono in essa le oscure potenze . Per evitare di essere trascinati occorre scegliere sé stessi, > come spirito libero (...) nato dal principio fondamentale della contraddizione, nato per il fatto di aver scelto se stesso. (...) Questo lo preoccupa eppure deve essere così: infatti quando lʼardore della libertà si è risvegliato in lui,(...), egli sceglie se stesso e la lotta per questo possesso come per la propria suprema salvezza, e questa è la sua suprema salvezza . (Aut - Aut pagine 39, 40 e 93 Ed. Mondadori 1956). Non era facile romanzare la vita di un filosofo apparentemente estraneo al suo tempo, quasi fuori della realtà, che si interessa di un altro mondo, la coscienza. Dalager ci riesce brillantemente perché Kierkegaard è colto in una situazione di estrema debolezza, nei giorni che precedono la morte, quando il coraggio di vivere è ormai solo legato al ricordo, non allʼistante. > Per lui il ricordo è estremamente giovane, come acqua che scorre serpeggiando attraverso il deserto della vita, racconta sempre la stessa cosa e lenisce le sue pene, (...) ma il suo rammentare non è quello dei vecchi, quello delle cose lontane nel tempo. Per me (scrive Kierkegaard alla sua amata, Regine) ogni contatto armonico tra lʼidea e la vita si trasfigura istantaneamente nel ricordo. (...) Nel ricordo (aggiunge Dalager) cʼè qualcosa di lontano che ha perso il bruciore della pena e mantenuto la dolcezza della malinconia . Ormai moribondo, debole, costretto a subire umiliazioni come tutti i malati terminali, ridotto alla sua fragile natura corporale, con la mente Kierkegaard ripercorre le tappe fondamentali della vita: il padre severo ed autoritario, una madre affettuosa che morirà troppo presto, i tanti fratelli e sorelle che non arriveranno ai trentʼanni; gli studi promettenti ma che già indicano un allievo indipendente e troppo brillante; il fidanzamento con Regine e la decisione di romperlo (lʼepisodio centrale della sua vita e al quale tornerà continuamente con il ricordo); il soggiorno a Berlino, ufficialmente per seguire delle lezioni di filosofia tedesca, ma in realtà per scrivere disperatamente e in solitudine; ed infine lʼultimo periodo di vita, sempre più intriso di spiritualità e di fede, ma sempre più critico verso le autorità ecclesiastiche e la religione ufficiale. Alle lunghe digressioni biografiche, spesso sostenute da testi delle opere di Kierkegaard, si alternano scorci della vita di ospedale, che ci riportano alla condizione di malato terminale e sofferente. > Nel buio sente una mano che lo soccorre e lo aiuta a sollevare il suo corpo gracile quel tanto che basta, (...) per un attimo pensa di nuovo di essere prossimo alla morte. Invece cede ad un sonno profondo che lo conduce in una recondita stanza dellʼanima, simile alla camera della sua infanzia (...) ma diversa, perché lungo le pareti ci sono i letti di tutti i suoi fratelli e le sue sorelle (...) voci e risate si confondono. finché allʼimprovviso appare la madre che canta loro qualcosa per addormentarli. (...) Dove stai andando? gli chiede la madre. Verso la mia morte. E già qui, risponde lei, sei nellʼeternità. Il racconto è scritto molto bene ed è questo il suo pregio fondamentale. Il suo difetto consiste nella natura spuria dellʼopera: non è una biografia, perché cʼè troppo di romanzato, cominciando dal brillante espediente letterario di Kierkegaard morente; non è una sintesi del pensiero del filosofo danese, anche se spesso Dalager si inoltra nellʼillustrazione dei principali scritti, e ciò rende il racconto prolisso e complesso; non è un romanzo, perché è carente lʼanalisi psicologica del protagonista e i personaggi sono appiattiti nella loro dimensione storica. In particolare non è approfondito un tema di grande interesse: dalla narrazione emerge come Kierkegaard rimpianga le scelte compiute, in particolare la rottura del fidanzamento con Regine. Voler scegliere crea angoscia ed è meglio farsi trascinare dagli avvenimenti, ciò è parte del pensiero del filosofo danese. Ma perché Kierkegaard ha compiuto certe scelte, che poi in qualche modo percepisce come sbagliate per la sua felicità? Che cosa gli ha impedito di dare concretezza allʼamore per Regine? Gli era sufficiente fantasticare e scriverne, come fece nel Diario del Seduttore, peraltro senza alcun rispetto per Regine? Non cʼè in Kierkegaard un narcisistico desiderio di manipolazione e di compiaciuta superiorità che lo rende più simile ad un cinico seduttore che alla nobile figura morale che pretenderebbe di essere? Sarebbe stato interessante indagare questi aspetti del carattere e della vita di Kierkegaard, perché ne sarebbe risultata una personalità ben più complessa di quella che emerge da questo romanzo. Perché non leggerlo? Non è unʼ introduzione a Kierkegaard, è una via di mezzo che lascia insoddisfatti.
L'uomo di Elcito
Il brigantaggio fu una piaga endemica dello Stato Pontificio così come del Regno delle Due Sicilie; tra il 1860 e il 1870 il fenomeno assunse un forte connotato anti unitario, non tanto per un legame con i vecchi regimi, quanto come reazione ad uno Stato che si preannunciava centralistico, burocratico e repressivo verso le classi popolari. Lo scontro tra le bande e lʼesercito della nuova Italia fu violento; si ricorse ad esecuzioni sommarie, che coinvolsero la popolazione civile accusata di dare sostegno ai briganti. «Lʼuomo di Elcito» è ambientato nelle Marche nel 1866. Non è un romanzo storico: il contesto è lʼoccasione per parlare di come un uomo da «guscio vuoto» giunga ad avere una sua identità, non per scelta ma perché trascinato dagli avvenimenti. Il protagonista è il sergente Toschi. Con grande abilità narrativa il romanzo si apre con il racconto al colonnello Negri del colera, che infestò Ancona nel 1866. Toschi con alcuni soldati era rimasto nella città marchigiana mentre gli abitanti e gli altri militari lʼabbandonavano per timore del contagio; in realtà Toschi non aveva seguito gli altri perché lui e i suoi compagni erano stati messi in prigione. Al colonnello il sergente disse unʼaltra storia: con grande coraggio il suo drappello aveva presidiato la città. Emergono fin dallʼinizio le capacità manipolatorie del protagonista, le quali ritorneranno nella corrispondenza tra Toschi e il colonnello e poi nelle mezze verità che il nostro sergente propinerà al famoso e terribile brigante Olmo Carbonari. Ancora una volta lʼimmaginazione è una risorsa, oltre che piacere estetico nellʼinventare, raccontare ed ascoltare storie. Proprio per il senso del dovere dimostrato nelle vicende di Ancona, a Toschi e al suo drappello venne affidato un incarico importante: rintracciare, catturare e sterminare > focolai di briganti (...) che non hanno alcun interesse a vivere sotto unʼunica Nazione . È un compito che il sergente e i suoi perseguiranno con un impegno quasi fanatico, compiendo violenze, stupri e uccisioni. Perché tanto accanimento? Dai continui riferimenti al padre, capiamo che Toschi era mosso da una continua rivalsa: > sono diventato sergente a trentadue, ho difeso la Nazione in Piemonte con i Cacciatori delle Alpi e ho combattuto con Garibaldi. Ti basta questo? No, lo so che non ti basta... Durante notti tormentate da incubi Toschi percepiva che ciò che stava facendo non dava un senso alla vita. > Camminava su una strada polverosa con unʼenorme luna bianca che illuminava la notte, le colline e i campi. Incontrò la banda del brigante Colucci. Gli uomini camminavano in fila tenendosi un dito nel buco che avevano in testa. Perché tenete un dito dentro la testa?, chiese Toschi, per non fare uscire i pensieri, gli rispose uno di loro, se perdiamo i pensieri ci dimentichiamo dove dobbiamo andare . E proprio per darsi uno scopo, per «afferrare una mosca che non cʼè», il sergente decise di continuare la caccia ai briganti anche dopo il congedo, quando avrebbe potuto tornare a casa. Gli sembrava naturale farlo. Gli avvenimenti lo portarono ad essere coinvolto in una sparatoria fino ad essere accolto nella comunità costituita dal brigante Olmo Carbonari in mezzo alle montagne, in un antico insediamento di monaci. > La stanza in cui era confinato divenne la pancia vuota di un mondo rovesciato, un luogo nascosto dove (...) la sua identità non era più la sua. E malgrado ciò, il brigante gli aveva restituito il suo nome: Anselmo . Con sottile bravura, dal momento in cui Toschi venne accolto nella comunità di Elcito, il protagonista viene chiamato dallʼautore con il suo nome, quasi ad indicare come avesse finalmente acquistato la sua vera personalità. Trovò solidarietà e amicizie ancestrali e per questo profonde, viveva in una natura in perfetta sintonia con lʼuomo e scoprì anche lʼamore disinteressato; eppure mancava qualcosa, era ancora «incapace di riconoscersi». Con alcuni dei nuovi compagni Anselmo prese parte ad una spedizione che trovò rifugio presso un contadino amico dei briganti. Per un banale bisogno fisiologico e, poi, per il desiderio di andarsene e tornare a casa ( > la scelta di fuggire era sempre stata lì, timida, insonnolita ), Anselmo si allontanò durante la notte; in tal modo si salvò perché nel frattempo i soldati avevano ucciso i suoi compagni, traditi dal contadino. Che fare? > La luce radiosa del mattino rischiarava le chiome verdeggianti degli alberi, i filati che scendevano dalle colline e alcuni contadini lontani. (...) Per una volta invidiò lʼassenza di prospettive che scandiva le loro giornate... Ma come continuare a svegliarsi tutte le mattine e a dormire tutte le notti, mentre i suoi compagni erano stati traditi ed uccisi? > Il romanzo si chiude in modo interlocutorio. Gli avvenimenti finali sembrano dischiudere numerose possibilità, politiche ed esistenziali. A me piace pensare che il protagonista abbia finalmente trovato una pace interiore: equilibrio e serenità, frutto di una scelta consapevole e non soltanto mossa dalla solidarietà verso i suoi compagni o, peggio ancora, dalla vendetta. Questa auspicata conclusione deriva anche dalla parte maggiormente attraente del libro, laddove lʼautore parla della comunità di Olmo Carbonari, di un luogo meraviglioso, e forse immaginario, nel quale persone, bestie e natura vivono in perfetta sintonia, in una sorta di comunismo elementare, nel quale è stata ricomposta la coscienza, oggi frantumata dallʼoppressione degli uomini sugli uomini. O forse soltanto, il destino di Anselmo è simile a quello dei monaci dellʼantico insediamento che si erano chiusi nelle case e lasciati morire, perché «non hanno accettato lʼodio che era nato loro dentro». È un ottimo romanzo. La struttura narrativa è ben costruita e piacevole; lʼautore ricorre con maestria agli espedienti letterari ormai diffusi presso molti scrittori di successo:il protagonista descritto tramite i sogni e i ricordi, i cambi di prospettive, la narrazione allʼinterno del racconto principale, la forma epistolare, i personaggi di cornice, la sorpresa. Ricorda, per esempio, il migliore Faletti. Come succede spesso nella letteratura contemporanea del nostro Paese la scrittura è prosaica, argomentativa, non riesce a creare unʼatmosfera, che non sia radicata nella trama. Fa eccezione la descrizione della città di Elcito, ci si accorge come lʼautore stia parlando di qualcosa che sente profondamente, la semplicità della vita in un contesto naturale. Non sarebbe stato male un maggiore coraggio a descrivere le Marche dellʼottocento, a calarsi in questa terra, a trasmetterne le peculiarità, a dare più spazio al contesto. Perché leggerlo? È una storia attuale, che evoca unʼutopia.
Vai all'inferno, Dante!
Vasco Guidobaldi, di antica e ricca famiglia fiorentina, è un adolescente viziato, strafottente ed egoista, abituato ad averle tutte vinte, a casa, a scuola e con gli amici. Ha perso da poco la mamma e il padre si è rinchiuso in un profondo isolamento; sotto la patina di spensierato ragazzo si nasconde una acuta sofferenza, un misto di rimpianti e di rassegnazione. Sfoga la rabbia con Fortnite, un videogioco, un campo di battaglia virtuale, dove è spesso vincitore. > A separare nettamente la mia vita vera da Fortnite non c'è un fiume, non c'è una montagna, ma solo una frontiera immaginaria che spesso attraverso senza accorgermene....) A me il gioco piace, perché l'adrenalina che mi entra nella pancia scaccia il leone che mi morde il cuore, come fa l'odio quando gioco a Fortnite. Almeno per quell'ora. Quando all'improvviso irrompe in Fortnite un nuovo giocatore che sbaraglia Vasco; si fa chiamare Dante e lancia un avvertimento: > fatto non fosti per killare B.R.U.T.O./ma per soccomber sempre contro Dante./Presto saprai perché son venuto . Forse troppo presto per la suspense del racconto, scopriamo che il nuovo concorrente è proprio Dante Alighieri, sceso in terra su richiesta della mamma di Vasco, preoccupata per il figlio. > Nel cielo bello d'anime beate/a me si avvicinò ombra gentile/con l'eleganza che usano le fate./(...) fagli da guida come fu Virgilio, /insegnagli l'amore e la sapienza,/come fosse tuo e non mio figlio. (...) Questa cosa mi fa impazzire di gioia, ma anche impazzire e basta. E' come se la vedessi al di là di un vetro infrangibile; le nostre mani possono avvicinarsi, ma non toccarsi veramente . E se è ovvio che l'amore materno compia il miracolo della redenzione, è interessante il rovesciamento del personaggio Dante, che, da ignaro viaggiatore che va verso la beatitudine per amore di Virgilio e Beatrice, diviene qui Guida lui stesso del cammino di un adolescente: la relazione con Vasco, di cui è mentore e amico ad un tempo, umanizza il grande poeta, spesso rappresentato altero, distante e già vecchio. Sarebbe stato un bel messaggio per tanti dantisti e professori noiosi, ma questa geniale intuizione non viene sviluppata dall'autore: come l'innominato di Manzoni (si veda la recensione su «I Promessi Sposi» in questo sito) Vasco si converte senza resistenze, divenendo un bravo ragazzo, studioso, gentile, pronto a dare solidarietà e amore. Seguono trecento pagine inutili. Siamo dinanzi ad un romanzo di formazione, nel quale ambienti tipicamente giovanili, come i videogiochi, il calcio e la musica rap, si mescolano efficacemente con la Divina Commedia, raccontata in questo modo agli adolescenti. L'autore deve essere un lettore attento di Dante Alighieri, del cui poema coglie aspetti profondamente attuali, come quando fa dire al poeta: > Impara che l'amor non è denaro. /Non mille baci ti faranno ricco/se poi di sentimenti resti avaro.(...) Io invece amai come insegna il sole/che sulla luna mai le mani ha messo/(...) A ogni tramonto, le regala il cielo . Si sente tutto il Paradiso dove l'amore per Beatrice, e per il sommo Bene, fa «trasumanar» Dante e lo rende «colui che sognando vede» (Canto I verso 70 e Canto XXXIII verso 58 del Paradiso). Ancora una volta, come in Harry Potter (vedi recensione di «Harry Potter e la pietra filosofale» in questo sito) il passaggio dall'adolescenza all'età adulta richiede l'intervento di una forza esterna, dotata di poteri magici, e non implica uno sviluppo autonomo della consapevolezza, come avviene invece nell' Isola del Tesoro (si veda recensione su «L'Isola del Tesoro» in questo sito): se pensiamo che questo libro è rivolto alle ragazze e ai ragazzi con dispiacere dobbiamo constatare come ancora una volta il messaggio sia paternalistico e protettivo, non favorendo di fatto una crescita effettiva dell'individuo. Perché non leggerlo? E' noioso.
La valigia di mio padre
> Il colpevole non è solo quel libro, il libro che ha ingannato mio figlio, ma tutti i libri, che escono dalle tipografie, sono tutti nemici del nostro tempo, della nostra vita . Così dice nel romanzo «La nuova vita» il padre del protagonista, riferendosi al libro alla cui ricerca è dedicato il vorticoso viaggio del figlio attraverso la Turchia. E in un altro passo dello stesso romanzo Pamuk chiarisce come > un buon libro sia un pezzo di scrittura in cui si spiegano cose che non esistono, una specie di assenza, una specie di morte. Ma è inutile cercare fuori dal libro il paese che si trova al di là delle parole . Sono riflessioni cupe e disperate, che sembrano condurre, tramite la letteratura, alla solitudine, allʼincomunicabilità tra le persone e tra queste e gli oggetti, ad un mondo, dove ci si segrega, «nascondendo le chiavi» ( da Il libro nero). Si può congiungere il racconto con la vita o ciò è possibile solo nella immobilità dei manichini, così brillantemente favoleggiati nellʼultimo capitolo dellʼ Il Libro nero? È con la speranza di chiarire cosa pensa veramente Pamuk che si affronta la lettura di questo libretto, il quale riporta alcune conferenze dellʼautore. Ed ancora una volta Pamuk ci sorprende. Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del premio Nobel, lʼautore affronta il tema della letteratura narrando un emblematico episodio della sua vita, una sorta di metafora, ma reale. Racconta come il padre avesse custodito in una valigetta alcune pagine scritte durante un soggiorno giovanile a Parigi. Per lungo tempo Pamuk ha avuto paura di aprire la valigetta > e leggere i suoi taccuini perché sapevo che lui non avrebbe tollerato le difficoltà che avevo sopportato io, che non era la solitudine che lui amava, bensì mescolarsi agli amici, alla folla, i salotti, gli scherzi, la compagnia... In realtà ero arrabbiato con mio padre perché non aveva vissuto come me, non aveva sofferto inquietudini e aveva passato la propria vita felicemente, ridendo e scherzando con le persone a cui era affezionato... ( e solo talvolta) mio padre si allungava sul divano davanti ai suoi libri, lasciava cadere il volume o la rivista che aveva in mano e si perdeva a lungo nei suoi pensieri, nei sogni . Nelle differenze tra il padre, conciliato con il mondo, ed il figlio, in rotta con sé stesso e con il contesto che lo circonda, sta lʼinfelicità, o meglio la ricerca di una felicità irraggiungibile: > essere scrittori significa prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi, ferite così segrete che noi stessi ne siamo a malapena consapevoli, esplorarle pazientemente, studiarle, illuminarle e fare di queste ferite e di questi dolori una parte della nostra scrittura e della nostra identità . Lo scrivere è come una medicina, che «sa di inchiostro e carta», che se non è possibile prenderla, > sento che lʼinfelicità mi trasforma in una specie di uomo di cemento . Chiudersi in una stanza a scrivere è > riuscire a trovare la speranza per fare passare la giornata, anzi essere felice e gioire se il libro o la pagina che ti porta in un nuovo mondo sono buoni . I romanzi > sono modellati per portare con felicità i sogni che i romanzieri vogliono sognare. Così come regalano felicità al buon lettore, offrono al buon scrittore un nuovo mondo solido e sicuro dove egli può fuggire ed essere felice a ogni ora della giornata . Scrivere e leggere sono una fuga dalla realtà, in un mondo da noi stessi creato, > pazientemente, come se scavassi un pozzo con un ago, mi appare allora più reale di tutto il resto . > Ora capisco che migliaia di miniaturisti, facendo in delicato segreto sempre gli stessi disegni per secoli, avevano disegnato il segreto e delicato trasformarsi del mondo in un altro mondo ( da Il mio nome è rosso). La letteratura è un continuo ritorno allo stesso sogno tenero e nostalgico: desiderare essere felici senza trasformare realmente il mondo. Perché leggerlo? Chiarisce bene il pensiero di Pamuk
I vecchi e i giovani
Il 1893, anno in cui si svolge gran parte del romanzo, fu denso di avvenimenti gravi per lʼItalia e la Sicilia in particolare. Il governo fu coinvolto nello scandalo della Banca Romana. In Sicilia lʼesplosione rivoluzionaria del movimento dei Fasci, che aveva convogliato gran parte del sottoproletariato ( contadini e lavoratori delle solfatare) venne represso nel sangue da un corpo dʼarmata inviato dal continente. La paura di una rivoluzione sociale consolidò lʼalleanza tra le parti borboniche e quelle patriottiche della classe dirigente isolana, e tra questʼultima e la borghesia del Nord. Fu un anno determinante per la storia del Meridione, che pose fine alle ultime speranze di rinascimento del Sud, generate dallʼUnità dʼItalia. In questo contesto, Pirandello, ancora sotto lʼinfluenza del verismo, ha scritto un romanzo apparentemente storico, ma in realtà intessuto di ricordi, della propria terra e della propria famiglia, e denso di un amaro senso di avvilimento, che solo lʼestraniazione dai fatti della vita permette di sostenere. Il romanzo è distinto in due parti. La prima, senza dubbio la più felice, è ambientata ad Agrigento, che, > nei resti miserevoli della sua antichissima vita raccolti lassù, si levava silenziosa e attonita superstite nel vuoto di un tempo senza vicende, nellʼabbandono di una miseria senza riparo . Il divario tra la grandezza del passato e il decadimento del presente non è dato solo dal paesaggio ma anche dal contrasto tra i vecchi e i giovani. I primi sono rappresentati in modo emblematico dalla figure del principe Ippolito ( irriducibile borbonico) e da Mauro Mortara, un vecchio garibaldino, che vive nel ricordo glorioso delle imprese risorgimentali. Mentre i vecchi sono bloccati nel ruolo che gli è stato affidato dalla storia e quindi si muovono sicuri e convinti, i giovani sono invece incerti, oppressi da una vita presente sempre più lontana dagli ideali risorgimentali, non sapendo su quali valori mettere le radici. Tra i vecchi e i giovani si muovono gli opportunisti, quelli che per tornaconto o semplicemente per pigrizia, approfittano del decadimento morale della società italiana. Esiste, poi, un altro gruppo, che ha capito «la vanità del tempo» e si é isolato ponendosi ai bordi della follia. Man mano che si procede nella lettura, ci si rende conto dellʼattualità del racconto. Si parla della Sicilia dellʼottocento o dellʼItalia di oggi? Il divario tra i vecchi e i giovani è lʼeterno conflitto generazionale o invece la conseguenza di una eredità avvilente e sconfortante che le generazioni passate lasciano a quelle successive? > Che poteva la gioventù, se lʼavara paurosa prepotente gelosia dei vecchi la schiacciava così, col peso della più vile prudenza e di tante umiliazioni e vergogne? Se toccava a lei lʼespiazione rabbiosa, nel silenzio, di tutti gli errori e le transazioni indegne, la macerazione di ogni orgoglio e lo spettacolo di tante brutture? Ma fino a quando la situazione sociale è immutabile, ciascuno può agire tranquillamente secondo il ruolo che gli è stato affidato o che ha deciso di assumere: i rivoluzionari possono gridare slogan contro i potenti, questʼultimi possono tramare traffici e nefandezze, i vecchi possono restare ancorati ai propri valori mentre i giovani lasciarsi trascinare e in fondo comandare dagli opportunisti. È una commedia la cui tragicità non emerge dalla consapevolezza dei protagonisti ma dalla desolazione del paesaggio e dallʼaccecante povertà del popolo. Che differenza tra la scrittura di Pirandello, dalla quale traspare un profondo coinvolgimento con la sua terra, e quella di Camilleri, dove la Sicilia diviene occasione di folclore e di una scontata ironia! Anche questo è un segno del declino del nostro paese. La rivoluzione sociale e i fatti politici immettono in modo prepotente la realtà nel gioco delle finzioni. La seconda parte del romanzo, ambientata in gran parte a Roma, è il racconto di come si rompono i ruoli e di come ciascuno si deve misurare con la verità. Tutti i protagonisti si trovano nella situazione di Corrado Selmi, un eroe risorgimentale diventato un vacuo e corrotto deputato: > il sorriso schietto e lieve, che aveva accompagnato sempre tutti gli atti della sua vita, sʼera tramutato in quella triste smorfia dura ed amara. Ebbe di nuovo paura di sé: paura di assumere coscienza precisa di un certo che oscuro e orrendo che gli si era cacciato allʼimprovviso nel fondo dellʼessere e glielo scompaginava, dandogli quellʼimpressione dʼesser come squarciato dentro, irrimediabilmente . E ciascuno reagisce secondo le proprie forze, ormai fuori dalla finzione: Corrado Selmi si uccide. Nel disperato tentativo di dichiararsi estraneo agli inganni del potente Flaminio Salvo, il bravo ma succube Aurelio Costa viene trucidato dai lavoratori delle solfatare, insieme con Nicoletta Capolino, che era stata sino allora una arrampicatrice sociale, pronta ad usare le proprie grazie femminili per arrivare al successo. Dianella, lʼunica figlia del ricco Flaminio Salvo, impazzisce dinanzi alle nefandezze del padre. Lando, il figlio del principe Ippolito, riconosce, dinanzi alla violenza delle rivolte, che le sue idee socialiste erano mere aspirazioni intellettuali. Lo stesso Flaminio Salvo ammette che la sua avidità si è tradotta in nulla, in vanità. Ma allora chi ha ragione? Forse aveva ragione Don Cosmo, lo zio di Lando, quando diceva > Passerà, con gli angoli della bocca contratti in giù, la fronte increspata come da onde di pensieri ricacciati indietro dal riflusso della sua sconsolata saggezza e con quegli occhi che pareva allontanassero e disperdessero nella vanità del tempo tutte le contingenze amare e fastidiose della vita. Passerà, cari miei.... passerà . Pirandello romanziere è interamente in funzione di Pirandello autore di teatro. Questa sua caratteristica è particolarmente evidente nella seconda parte del romanzo, dove il racconto esplode in dialoghi logici, serrati e concitati tra personaggi, che sembrano recitare sul palcoscenico. Nella prima parte, se non si può parlare di un Pirandello verista né tantomeno scrittore sociale, alla Zola, la scrittura riesce mirabilmente a dare il senso tragico della Sicilia, un sentimento di tristezza infinita per una terra desolata, un tempo così sonora di vita e di cultura. Perché leggerlo? È un libro attuale, in quanto narra anche lʼItalia di oggi.
Il vecchio al mare
> Stavo andando in spiaggia, (...) pensavo ai fatti miei quand'ecco che tutto si è fermato: il vento, il mare, gli arbusti, il battito del cuore e delle ciglia, (...) e in quell'attimo di immobilità disorientata l'unica cosa a muoversi è stata una figurina dai contorni d'oro: non un corpo, non una piroetta di polvere, non un guizzo di luce ma una presenza che è corsa lungo il legno del gradino e si è infilata nella sabbia poco più avanti. Per l'io narratore, l'ottantaduenne in vacanza al mare, questa figurina > è uscita dal di dentro del mio corpo , come la «chimera» cantata da Mario Luzi?. («s'avvia tra i muri, è preda della luce.../ forse eri tu, ora è un'apparizione»). O è invece una delle ragazze di Giorgio Caproni?( > ragazze appena visibili/ma acutamente sensibili/nell'aria nera che brilla/lucida come una pupilla ). La risposta di Starnone non è univoca, ci lascia in sospeso. > Del so e non so (...) che dovrei tentare di scrivere. Ma è difficile, ci vorrebbero energia e fiducia, non l'attuale spossatezza dubbiosa che sfuma nel colpo di sonno. Il vecchio scrittore s'impegna comunque a costruire una storia, esile ed elegante come una poesia. La figurina è Lu, atletica, piena di energia e di giovanile autorità. Ci sono poi altre donne, da Evelina, proprietaria di un negozio di abbigliamento, alle sue amiche-clienti: tutte amanti del marito di Evelina, Silvestro l'ingannatore. Sono personaggi reali o rimembranze affioranti? In Lu, come nelle altre donne, lo scrittore non proietta un senile desiderio erotico, cerca invece di estrarre dal corpo della ragazza > una madre viva, vivissima, (...) una madre senza malattia, sotto i trent'anni, di radiazione benevola, capace di suscitare invidia e poi addomesticarla mutandola in simpatia e affetto. (...) Tuttora, da vecchio, il rischio è quello. Comincio con Rosa (è il nome della madre) e voglio più Rosa, sempre più Rosa, troppa Rosa, sicché mi perdo quel poco di vero -- una risata mentre lei si sistema i capelli con entrambe le mani -- e scivolo nel falso. E come succede spesso quando ci si lascia inviluppare dalla memoria si ritorna con la mente a un frammento ricorrente della vita della persona ricordata, così è per il scrittore nella scena più affascinante dell'intero racconto, scritta mirabilmente in bilico tra realtà e fantasia. Rosa era una sarta e riceveva le clienti a casa dinanzi al figlio ancora bambino. Invitato nel negozio di Evelina, riaffiorano tutte le sensazioni di quelle sedute quando assiste alla scelta dei vestiti da parte delle amiche-clienti. > Io non mi sono perso nemmeno un battito di ciglio. (...) Ho avvertito con violenza l'odore vitalissimo di quel vestirsi e rivestirsi, modellarsi e rimodellarsi e l'ho riconosciuto. Era lo stesso delle clienti di mia madre. Il vecchio scrittore chiede di provare alcuni vestiti indosso a Lu, fino a quel momento presente solo nel ruolo di commessa. E' un crescendo di sensualità e rimembranza. > La ragazza non aveva più occhi di serva affaticata, ma pupille lucenti. (...) I corpi evaporano, c'è poco da fare, si disperdono le ambizioni ,s'assottigliano le possibilità. Ma almeno per ora non è quello che sta accadendo a Lu. Si è chiusa definitivamente a mia madre moribonda e abito dietro abito, gesto compiaciuto dietro gesto compiaciuto, ha recuperato il colorito sano, è di nuovo forte, sprigiona luce di chi vuole compiere a tutti i costi un salto strepitoso fin sopra la cima del mondo. L'immagine di un vecchio malato dinanzi al mare richiama «Morte a Venezia» di Thomas Mann; ed è forse a quest'opera che si è ispirato Starnone invece che al «Il vecchio e il mare» di Ernst Hemingway, richiamato dal titolo del romanzo. Non c'è il vigore del capolavoro dello scrittore americano mentre si respira quell'atmosfera sensualmente decadente del racconto di Mann. Di certo il tema principale è il pensiero della morte: nostalgie, rimembranze, immagini dell'infanzia si affollano nella mente, portate in superficie dagli abituali frequentatori della spiaggia dove trascorre le sue giornate l'ottantaduenne, in vista al mare. Sotto traccia è presente un tema caro a Starnone, quello della professione dello scrittore. Avvicinandosi alla fine della vita ci si accorge che > manipolare la realtà dei fatti, servirmene per cavarne invenzioni con sprazzi di verità, da giovane è stato ingannevolmente facile, da vecchio un tentativo fiacco sempre a un passo dallo sgomento. Che senso ha ancora la fantasia, credersi vivi inventandosi delle storie? Starnone è uno dei più raffinati scrittori italiani. Ogni singola frase andrebbe insegnata per l'uso sapiente della sintassi, per l'eleganza del lessico, pur all'interno di un linguaggio contemporaneo e comprensibile a tutti. Questa ricerca del dettaglio va a scapito della trama complessiva, esile e inconcludente. L'attenzione sull'io narrante appiattisce i personaggi, potenzialmente interessanti, e fa scivolare il racconto in una sorta di compiacimento narcisistico. Perché leggerlo? Una lezione di splendido italiano.
Le veglie alla fattoria di Dikanka
> Come è inebriante e magnifica una giornata d'estate nella Piccola Russia! (...) Le querce altissime stanno immobili con aria pigra e spensierata, come individui a spasso senza scopo. (...) Gli orti variopinti sono ingemmati dallo smeraldo, dal topazio e dallo zaffiro degli insetti nell'aria, e ombreggiati dagli slanciati girasoli. (...) Stupendo è il Dnepr quando è bel tempo: esso scorre libero e maestoso, gonfio di acque, fra boschi e alture, senza un fruscìo né un mormorìo In questo ambiente radioso, così amato da Gogol, giace un piccolo villaggio, Dikanka, felice nel ciclo eterno delle stagioni, una povera e serena vita contadina. Nei freddi e lunghi inverni sono le narrazioni dei vecchi, i balli e le feste con le belle ragazze, le baldorie dei cosacchi a far trascorre il tempo in allegria, «un'allegria disinvolta, senza smancerie e affettazioni», come scrisse Puskin (si veda la citazione nella prefazione di Vittorio Strada). Eppure, i paesaggi così ricchi di sentimento, il brio e la magia delle piccole storie sono pervase da una soffusa tristezza per la scomparsa della società cosacca. Siamo nella seconda metà del Settecento, al tempo di Caterina La Grande (imperatrice di Russia dal 1762 al 1796), quando l'indipendenza dei fieri cosacchi fu sottomessa all'autorità di Mosca. Non c'è il disperato grido di dolore di Taras Bul'ba, dinanzi alla sconfitta e al tradimento del figlio (si veda la recensione in questo sito), qui la distruzione che incombe è rappresentata dai «demoni e dalle streghe», figure tradizionali dell'immaginario contadino, usate da Gogol per dare un senso tenebroso al destino. Nel racconto «La tremenda vendetta», uno stregone usa tutta la sua potenza diabolica per portare morte e sangue tra la gente cosacca, uccidendo il nobile atamano e la stessa figlia Caterina; e richiamando l'Apocalisse di Giovanni > un inaudito prodigio s'era verificato presso Kiev (...): l'orizzonte s'era improvvidamente tanto allargato, che si vedevano gli estremi limiti del mondo. (...) Le nubi si sollevarono dalla montagna più alta, e in vetta a questa apparve un individuo a cavallo in completo assetto di cavaliere, (...) pauroso e immenso, (...) lanciò lo stregone nell'abisso , e tutti i morti > gli si scagliarono addosso e l'afferrarono, addentandolo. Cosa ci sia di allegria in questa profezia angosciante sarebbe bello chiederlo a Puskin, se si potesse. Non tutti i racconti hanno questa impronta apocalittica, difficile da interpretare. In tutte le novelle, però, le piccole storie della gente di Dikanka mescolano due piani dell'esistenza: quella degli esseri umani, fatta di debolezze, sotterfugi, intrallazzi, e avidità, e quella dei diavoli, che operano per sconvolgere e dirigere la vita degli uomini. Fingendosi un apicoltore narratore, lo scrittore vuole raccogliere le chiacchiere che si fanno intorno ai focolari, nelle lunghe notti d'inverno, quando si è stanchi della musica, delle canzoni e delle baldorie, quasi che fosse un semplice trascrittore di narrazioni orali; e forse quindi, sono io che mi sono ficcato in testa chi sa quali fantasie di mortifere profezie! Nel romanzo del 1842 «Le Anime Morte» (si veda la recensione in questo sito) Gogol dice che vuole narrare > l'irritante sedimento delle piccole cose, che impastano la nostra vita ; se lì l'ambiente è la società di provincia, qui è invece l'umile gente, come in «Terra» di Emile Zola e in «I Malavoglia» di Giovanni Verga (si vedano le recensioni in questo sito). Particolarmente riuscito è il racconto centrale della raccolta, per l'articolazione dei personaggi e della trama: «La notte prima di Natale». Si prenda, per esempio, la scena in cui i notabili del villaggio vengono nascosti in sacchi per non essere sorpresi presso la loro amante: pare di trovarsi in una rappresentazione della Commedia dell'Arte o in un'opera di Moliere. Oppure, sempre in questo racconto, l'incontro dei capi cosacchi con l'imperatrice Caterina, in presenza del famoso principe amante, il fondatore della Piccola Russia e del porto di Odessa (che sia lui lo stregone?). Con fine ironia, e senza esporsi politicamente, Gogol descrive la sottomissione dei capi cosacchi; tanto più sottolineata dalla furbizia dell'umile fabbro del villaggio, che riesce a farsi regalare dalla zarina un paio di scarpette, che aveva promesso alla ragazza, di cui era innamorato. Solo per questo racconto vale la pena leggere il libro. Perché leggerlo? E' dolce perdersi in un mondo magico e ancestrale.
Venere Privata
Duca Lamberti è un medico espulso dall'ordine per avere dato la morte ad una malata terminale; è uscito dal carcere e gli viene proposto un singolare lavoro: liberare dall'alcolismo il giovane rampollo di un grande industriale: Davide Auseri. > Era un dolce viso, da paggio, eppure virile, che l'alcol non aveva ancora toccato.(...) Che espressione aveva quel viso? La cercò, e allora ricordò che espressione era: quella di un ragazzo a un esame importante, che non sa rispondere a una domanda: espressione di angoscia e di timidezza, e qualche misero tentativo di apparire naturale . Anche se perplesso, Lamberti accetta l'incarico perché > è il principe delle imprese di redenzione sociale, il duca, ah, quale humour: liberare l'umanità (...) dal flagello dell'alcolismo; liberare l'umanità dalla paura della morte . C'è pure un secondo motivo, che si annida nel profondo dell'animo, in quel mondo interno dal quale cerchiamo sempre di sfuggire: > l'assalto dei pensieri, dei ricordi, ma quando la marea arrivava, lo sommergeva e lo squassava sempre di più di quanto avesse temuto. E va bene avanti, Aveva sbagliato tutto . La prima parte del romanzo sembra ridondante rispetto ad un "noir > , che ci racconta della Milano della prostituzione, del ricatto immorale e della violenza spietata alle quali sono sottoposte ragazze ingenue e fragili. La premessa inquadra la figura di Duca Lamberti, ex medico che si improvvisa investigatore e trova nell'indagine poliziesca la soluzione alle cause dell'alcolismo del giovane Davide e, insieme, scopre un senso per la propria vita. Nasce un personaggio che si sprofonda nell'abisso della Milano rampante, ricca e apparentemente felice. Andava tutto sudiciamente male come i paciosi, efficienti ambrosiani (...) non potevano supporre, anche se tutti i giorni leggevano sul Corriere grosse storie del genere, esse appartenevano però, per loro, a una quarta dimensione di un Einstein del crimine, ancora più incomprensibile dell'Einstein della fisica«. A questo punto può iniziare il»noir > , del quale non racconteremo certo la trama né, tanto meno, la conclusione. Scerbanenco ricorda Raymond Chandler (si veda la recensione The Long Good- by). Come nel grande scrittore americano il noir«è un non»noir > . Non c' è l'ordine che contraddistingue il giallo, non siamo in presenza di una solida trama che si evolve in un trionfo del bene sul male. Tutto resta opaco. Pensiamo all'eroina del romanzo: Livia Ussaro. Duca ne è attratto ( segni particolari: il modo in cui lo guardava, non era per niente leale > ), eppure la espone al punto che la ragazza verrà fregiata dai criminali e Lamberti aspetta, non interviene a salvarla. Adesso basta, pensava anche lui a Livia, o era un pregare, più che pensare. (...) Dobbiamo stare proprio qui ad aspettare > . (...) Sta' zitta, sta' zitta, perché lui doveva mettersi sempre in storie senza via d'uscita, in eterni principi. (...) Quando uno aveva la testa malata come lui non conosceva limiti . Come scrive Luca Doninelli nella prefazione, in Duca Lamberti c' è una malinconia > che nasce da uno sguardo più disincantato (oserei dire persino: più cinico) di quello dei criminali. (...) Egli non è buono, grazie a Dio: solo, vede più lontano e non ha paura di guardare. Vede fin dove c'è da vedere. Il fascino del romanzo risiede nella scrittura: è sufficiente leggere alcune pagine per lasciarsi avvincere dall'eleganza della lingua e dalla malinconica dolcezza dell'italiano di Scerbanenco. Consiglio vivamente il racconto dell'adescamento della povera ragazza, vittima dell'azione criminale. Come dice il poeta parlando del triste destino di un ragno, adescato da una rondine, > le stelle ornate a festa,/lo chiamano pian piano,/ e fan cadere tracce/visibili al pianto,/ mentre velan l'incanto/nivale delle facce . (Enrico Cavacchioli Il ragno). Con lo stesso tono poetico Scerbanenco crea un'atmosfera soffusa, una tristezza che ci sommerge e ci affascina. (Su questo sito si può leggere la recensione dell'Isola degli Idealisti). Perché leggerlo? Lasciamoci avvincere dalla scrittura.
I ventitre giorni della città di Alba
> Fu la più selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce nʼera per cento carnevali. (...) Cogli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare - Ahi, povera Italia! - perché queste ragazze avevano delle facce e unʼandatura che i cittadini presero tutti a strizzar lʼocchio . La conquista di Alba da parte dei partigiani durò neanche un mese e Fenoglio ne traccia una cronistoria realistica, senza retorica; al centro è la contradditoria natura dellʼuomo. > Ma non erano tutti a puttane, naturalmente, anzi i più erano in giro a requisir macchine, gomme e benzina. Non senza litigare tra loro con lʼarmi fuor di sicura, scovarono e si presero una quantità dʼautomobili con le quali iniziarono una emozionante scuola di guida nel viale della circonvallazione . Ma perché si diviene partigiani? Per comprendere la risposta di Fenoglio a questa domanda è necessario rovesciare la successione dei racconti, partendo dagli ultimi, apparentemente lontani dalle vicende della guerra di liberazione. In «Pioggia e la Sposa» un bambino viene trascinato dalla zia ad un matrimonio, malgrado la pioggia torrenziale, che lo costringe (lui «bambino vestito da città») a coprirsi con il cappello del cugino prete. Capiamo che il bambino è senza la mamma, è solo e la zia, severa e scorbutica, è lʼunico affetto: > vidi che gli occhi di lei insieme con la sua mano sfioravano i miei capelli fradici, e la sua mano era distesa e tenera stavolta come sempre la mano di mia madre, e pure gli occhi mi apparivano straordinariamente buoni per me, e meno neri . La solitudine diviene attesa della morte in «Lʼodore della morte»: il protagonista, ormai uomo, sʼimbatte in una ragazza e comincia a seguirla, così per passare il tempo. Viene aggredito dal fidanzato ma nella lotta sentì > quellʼodore (...) già dovunque dentro, passato per le narici la bocca e i pori, inarrestabile come la potenza stessa che lo distillava, doveva già avergli avviluppato il cervello perché si sentiva pazzo . Negli altri racconti che non parlano di lotta partigiana, la solitudine, la prosaicità e inutilità della vita sono temi ricorrenti; la fuga, lʼaccettazione di un destino infelice, in certi casi anche il suicidio sembrano essere gli unici possibili sbocchi della condizione umana. Ma allora la scelta partigiana non è frutto di ideali, è invece una rivolta contro una esistenza senza prospettive. Nel racconto «Un altro muro» Max è stato catturato dai fascisti, sogna «la faccia del suo cadavere» e al compagno di cella urla: > tu te la senti di morire per lʼidea? Io no. E poi che idea? Se ti cerchi dentro, tu te la trovi lʼidea? Io no. E nemmeno tu . In quel momento > odiava i suoi amici e compagni, li vedeva in quella notte girare per le alte colline liberi e padroni della loro vita, armati tranquilli e superbi, vedeva le colline illuminate come a giorno per via del lume della luna sulla neve gelata, sentiva il vento arrivare dal mare passando per il grande varco tra gli Appennini e le Alpi . Non sono gli ideali di Giustizia e di Libertà a muovere i partigiani, ma è il desiderio di una libertà primordiale, un miscuglio indecifrabile di energia troppo repressa, di voglia di cambiare, di stare con gli altri dalla parte giusta. Ma la vita partigiana non risolve i problemi esistenziali: o perché la morte arriva troppo presto o perché la guerra porta con sé altra violenza e distruzione. E alla fine, a liberazione avvenuta, non si è più capaci di ritornare ad una vita normale e, come in «Ettore va al lavoro», si sa solo abbracciare di nuovo la pistola e andare a derubare gli ex fascisti. Tutti i racconti sono molto belli, ma uno lo è in modo particolare: «Gli inizi del partigiano Raoul». > Aveva in mente di mettersi nome di battaglia Raoul. Per una strada tutta deserta camminava a cuor leggero; a dispetto del fatto che al paese aveva lasciata sola sua madre vedova, si sentiva figlio di nessuno, e questa è la condizione ideale per fare le due cose veramente gravi e dure per un individuo: andare in guerra ed emigrare . Lʼirruente coraggio si tramuta presto in repulsione per la vita che lo aspetta: > a cosa mi serve aver studiato? Qui per resistere bisogna diventare una bestia! E io non me la sento, io sono buono! O mamma, mamma! Ripensò allʼalba di quello stesso giorno, possibile che si trattasse di sole otto ore fa? Di notte riprende confidenza facendo la sentinella, ma quando finisce il suo turno di guardia e si ritrova in uno stanzone lurido, sopraggiunge di nuovo il senso di miseria e poi la paura. > Come facevano gli altri a dormire con quellʼabbandono? Erano sicuri dʼarrivare a vedere il mattino? (...) La porta della stalla si spalancava con un colpo rimbombante e il vano si riempiva dʼuomini tutti neri come mascherati dalla testa ai piedi. (...) I fasci di luce finivano in circoletti bianchi simili a tante piccolissime lune e centravano una per una le facce di tutti i partigiani. Fosse quella luce artificiale o altro, eran già tutte facce di cadaveri, con le palpebre immote e gli occhi sbarrati. (...) Delio gli domandò - Dormito bene per la prima volta. Cʼera un poʼ di malignità nella sua voce.... È lʼincubo di un semplice ragazzo, non di un eroe. La scrittura di Fenoglio è perfetta, ormai matura e sicura. Perde alcuni tratti originali, come la ricchezza delle espressioni e la ricerca di neologismi. A tratti pare di leggere Cesare Pavese. Perché leggerlo? Bellissimi racconti: specchio della condizione umana.
Vento largo
Varì vive ad Aùrno, «paese di arenaria che muore», sulla costa ligure, al confine con la Francia. Gli ulivi, ormai vecchi, non offrono più da vivere e Varì fa il «passeur», ossia accompagna i clandestini in Francia attraverso i sentieri della montagna. In paesi pieni di sole e di salino, tra il vento e il profumo intenso delle mimose, hanno cercato un nascondiglio, dagli altri e da sé stessi, molti personaggi: un vecchio professore olandese, sua figlia che si accompagna con un contrabbandiere, un raccoglitore di farfalle, un cercatore dʼoro. I vecchi contadini, ultimi abitanti di queste zone, e i nuovi abitanti vivono come sospesi, in attesa di un amore, di una vita diversa, della morte. Un vecchio passeur viene ucciso e una ragazza amata da Varì, Sabèl, scompare: è andata a nascondersi in unʼisola presso un convento per cercare serenità e un nuovo equilibrio. Ha ucciso lei il vecchio passeur quando ha scoperto di essere sua figlia? Varì lʼattende invano nel suo paese ormai abbandonato fino a quando si rende conto che il suo destino é vivere e morire nascosto: «che vita cʼé su quei sentieri? nessuna». È probabile che lʼargomento del libro sia lʼangoscia esistenziale dellʼuomo moderno, che si manifesta nella solitudine e nella coscienza di non avere un futuro. In realtà, tuttavia, ciò che affascina del libro è la descrizione di una natura magica, irreale, immutata nei secoli e oggi in disfacimento. > Aùrno, sei case, aveva grandi scalinate di terrazze, fra le rocce... una fontana gorgogliava tutto lʼanno.... Aùrno era ventosa; ma i venti, che la flagellavano, passavano sul mare che li mitigava....Aùrno era morta. Luminosa per via dellʼaltura, delle rocce e del sole; ma ormai tenuta in mano dai signori delle tenebre . Il pregio fondamentale del libro è il paesaggio, rappresentato con uno stile asciutto e nel contempo cromatico, quasi di un pittore che contempli i colori e le sensazioni della natura. Lʼangoscia esistenziale dei personaggi si perde nella ricerca dellʼeffetto pittorico e la loro storia resta misteriosa, incomprensibile, quasi metafisica. Perché non leggerlo? Per leggerlo con piena soddisfazione bisognerebbe essere in Liguria, su quelle montagne: lontano da quel contesto la storia è troppo esile da risultare interessante.
Verità e Menzogna
Questo libro uscì postumo, ad un anno dalla morte dell'autore. Nel sito sono presenti le recensioni di «Lettere di una novizia» del 1941 (senza dubbio il migliore dei romanzi di Piovene) e di «Le stelle fredde» del 1971. Se in quest'ultimo racconto il confine tra la vita e la morte è dato da un vecchio ciliegio, la natura (il Carso, i colori, le antiche case) nella loro infinitezza e immobilità non offrono alcuna barriera. Come scrive Mario Luzi in «Diana, risveglio», > nascono lieti immagini,/ filtra nel sangue, cieco nel ritorno, /lo spirito del sole, aure ci traggono/con sé: a esistere, a estinguerci in un giorno . Sergio lavora alla soprintendenza di Milano e scrive di politica, anche se ormai da tempo non ci crede più. Una telefonata del padre da Gorizia lo invita con urgenza ad una riunione familiare per decidere della sorte di Nico, un fratello con gravi problemi psichici. In realtà l'obiettivo è un altro: comunicare al figlio che intende suicidarsi. Tanti sono stati i presagi di questa cupa e drammatica decisione. Quando rivede il padre dopo molti anni Sergio si trova dinanzi ad una faccia, nella quale > c'era qualcosa di spaurito, la recessione verso il bambino magro che riappare per mescolarsi con il vecchio pesante, senile, uno sconcerto di crisalide in attesa di metamorfosi che non possono più avvenire . Così il padre ha cambiato casa, è andato a vivere in una grande dimora in campagna, con un salotto ammobiliato da un arredatore, una biblioteca dove i libri sono predisposti a caso (lui vecchio professore universitario), stanze disabitate, un ampio giardino trascurato, un automobile di lusso (lui così frugale). > Ecco quello che capita ai vecchi quando vogliono cambiar vita anziché sbrigarsi a lasciarla. (...) Non possediamo nulla fuorché il nostro passato. Cosa siamo, se non c'è più, o si rivolta contro rendendosi repellente, orribile? A questo punto il suicidio è avvenuto . Solo con la morte > il passato non fa più male. Non c'è più. Non esiste più niente di passato alle nostre spalle, nulla ci manda nulla, siamo appesi in un vuoto . Se il ragionamento del padre è razionale, il ritorno alla città della sua infanzia, ad un genitore distante ma ammirato, ad una natura, quella del Carso, ricca di «esistenze innumerevoli» (luce, colori, alberi protesi verso il cielo con le loro sagome contorte, voci diverse «non ancora confuse, d'amore, invocazione, lamento, sfida, desiderio di fuga», tutte queste immagini spingono Sergio al delirio. E' come «una di quelle zattere della memoria che affondano in un eccesso d'anima»; o come dice Luzi in "Anno" > tempo passato e prossimo si libra.../ Io, come sia, son qui venuto, avanzo/da tempi inconoscibili, ardo, attendo;/ senza fine divengo quel che sono,/trovo riposo in questa luce vuota . Sergio non ha la determinazione e la forza intellettuale del padre, si lascia trascinare nella depressione, con allucinazioni, deliranti affollamenti di incubi, che lo sovrastano e lo conducono, sempre e inesorabilmente, al cane della moglie, amico-nemico, vivo-morto micidiale, apparentemente senza un corpo: come un fantasma, > tornava, solo dal fondo buio, grande come una tigre, col pelo molto lungo agitato da un vento, gli occhi più strabici che mai e la corona d'oro in testa. Vicino alla morte, estenuato dalla «delusione, rinuncia, tristezza della verità, gusto di vivere esaurito»,Piovene cerca di imbastire una storia, qualcosa che, forse, avrebbe voluto essere un ritorno ai luoghi dell'infanzia e un tentativo di recuperare il rapporto con il padre e con la famiglia d'origine; decisamente non ci riesce perché i sogni, le divagazioni, i vaneggiamenti hanno la meglio sulla narrazione. Non c'è né una verità né una menzogna: la vita non brancola tra questi due capisaldi alternativi, si scivola invece nel vuoto verso la morte. Resta la scrittura a sorreggere il racconto, ma non è sufficiente. Perché non leggerlo? E' un delirio.
La verità sul caso Harry Quebert
Marcus è un giovane scrittore di successo, ma ha perso lʼispirazione.È nel panico e decide di rivolgersi al suo mentore: Harry Quebert, un celeberrimo scrittore che negli anni ʼ70 aveva venduto oltre quindici milioni di copie con il suo secondo libro, Le origini del male. I suggerimenti di Harry sono rassicuranti, anche se inquietanti alla luce della conclusione del romanzo: > le pagine bianche sono una stupidaggine, esattamente come le débacles sessuali dovute ad ansia da prestazione e consiglia Marcus di venire a vivere presso di lui, nella tranquilla città di Aurora. Il giovane accetta ma si viene a trovare al centro di un indagine poliziesca, che coinvolge in prima persona Harry. Vengono rinvenuti i resti di una quindicenne, scomparsa nel 1975, e numerosi indizi fanno pensare che sia Harry lʼassassino: il cadavere è stato ritrovato nel giardino della sua casa con accanto il manoscritto del celebre romanzo, Harry aveva avuto una storia dʼamore con la ragazza ed è probabile che lʼabbia uccisa per evitare che scoppiasse uno scandalo. Marcus non accetta le conclusioni della polizia e si mette in moto per confutare le accuse e trovare il vero assassino. Lentamente, anche troppo, si dipanano i fatti che portarono alla tragica fine della quindicenne. La ricostruzione della verità si sviluppa su due livelli narrativi, incastonati lʼuno nellʼaltro. Il primo livello racconta lʼindagine di Marcus e quindi la graduale scoperta di ciò che avvenne realmente tanti anni prima. Il racconto di Harry e degli altri personaggi permette anche di sviluppare il secondo livello, ossia la narrazione al presente delle vicende di allora. Se il primo livello ha maggiormente i connotati del classico «noir» di provincia , i «flash back» sembrano voler sondare soprattutto le storie individuali dei personaggi, in particolare di Harry e della ragazza. Perché lʼamico ha voluto farsi coinvolgere in una storia dʼamore con una quindicenne: per superficialità, perché veramente innamorato o perché era alla ricerca di materiali per un romanzo? Come Marcus si serve dei segreti, per tanti anni gelosamente custoditi, dellʼamico e degli altri personaggi, così Harry aveva «rubato» il libro di un altro per diventare uno scrittore di successo. > Ero terrorizzato, Marcus! Quellʼestate facevo una fatica enorme a scrivere. Pensavo che non ce lʼavrei mai fatta... e avevo in mano il manoscritto originale di quello che consideravo un capolavoro. Allora ho deciso di farlo mio. Ecco, così ho fondato la mia carriera e la mia vita su una menzogna . Come dice un proverbio «il troppo stroppia». Lʼautore ha caricato il romanzo di un numero eccessivo di finalità: costruire una storia poliziesca; ricostruire, con un esasperato uso della tecnica «avanti e indietro», la vita di provincia, con i suoi misteri sotto la tetra serenità quotidiana; parlare delle sfrenate ambizioni degli scrittori, pronti a tutto pur di aver successo nellʼavido e spietato mondo editoriale. Il risultato è un racconto troppo lungo, povero di suspense ma anche dei necessari approfondimenti psicologici ed ambientali: insomma, un noir troppo noioso per avvincere e una ricerca interiore e sociale eccessivamente superficiale per interessare. La struttura del romanzo su due livelli, a matrioska, è un sofisticato espediente letterario, che rende tuttavia la narrazione ripetitiva e confusa, se non apporta innovazioni tematiche e caratteriali al racconto e non è inserita in una riconoscibile scansione formale: due regole che non sono seguite nel libro dando spesso lʼimpressione al lettore di rileggere inutilmente le stesse vicende. La prevalenza eccessiva dei dialoghi rispetto alla parte espositiva non aiuta a creare momenti di suspense, come vorrebbe il genere «noir», né a meglio qualificare le situazioni e i personaggi, come vorrebbero le finalità non poliziesche del romanzo. Perché non leggerlo? È noioso, faticoso e inconcludente. Cʼè da chiedersi perché abbia avuto tanto successo.
Via delle Camelie
Cecilia è stata abbandonata, molto piccola, sullʼuscio di una coppia, Signor Jaime e Signora Magdalena, che lʼhanno allevata, come una figlia. La sua comparsa e il suo nome, trovato in un biglietto insieme con la culla, sono un mistero: perché Cecilia? Forse suo padre era un musicista oppure «doveva essere un uomo molto cattivo e che io avevo orecchie da criminale». Cecilia si sente come una estranea, che riesce a trovarsi in sintonia con il mondo (i fiori, i profumi dei giardini, le stelle, i vestiti e le parure di gioielli), ma non con gli uomini. > Era come se la casa e i signori che mi avevano raccolto, con le tazze di tiglio e la torretta e la poltrona gialla e la storia della spilla da balia e del biglietto fossero una di quelle storie che si raccontano ai bambini per fargli paura nelle sere dʼinverno o per farli ridere, secondo come viene . Una solitudine esistenziale sovrasta Cecilia e la porta ad amare solo sé stessa: guardandosi, adolescente, davanti ad uno specchio, la ragazza si rende conto che è diversa dagli altri, perché «ero chi fa innamorare e dentro lo specchio ero lʼinnamorato». Questo senso di auto sufficienza dei sentimenti conduce Cecilia a lasciarsi andare, ad accettare dapprima relazioni sentimentali senza amore, poi a prostituirsi per finire col diventare lʼamante opportunista di uomini ricchi e potenti. Cecilia trascorre una esistenza senza gioia, un «vivere fino alla morte». Ed è proprio la stanca consapevolezza dellʼinutilità della sua esistenza che spinge la donna a ripercorrere a ritroso la propria vita per investigare di come era stata lasciata, per svelare il mistero della sua nascita, ciò che era alla base della sua sofferenza. E scopre che molti lʼhanno amata, che i suoi genitori adottivi sono stati travolti dal dolore per averla persa e che la sua comparsa e il suo nome avevano avuto una origine molto banale. Un vigilante «aveva trovato una bambina, come un gattino, che si sarebbe chiamata Cecilia». Nei romanzi di Mercé Rogoreda cʼè sempre una ferita iniziale, quasi primordiale, che condiziona tutta la vita della protagonista. In questo caso, lʼangoscia esistenziale è il senso stesso della nascita: sentire che non sappiamo da dove veniamo crea uno stato di smarrimento rispetto agli uomini, una incapacità di relazioni autentiche, ciò che invece Cecilia riesce ad avere con le cose e con gli animali. Ma perché non accettare che nasciamo tutti come i gattini e i nostri veri genitori sono coloro i quali ci hanno accolto con affetto? È un romanzo difficile, con un lento ritmo narrativo e ricco di simbolismi, che lo rendono spesso criptico e poco comprensibile. Non cʼè mai un momento di stacco, di accelerazione, quasi che la trama rotoli così come la vita, che, come dice lʼautrice, é fatta di «tanti giorni». Perché non leggerlo? È così surreale e criptico da essere noioso.
Via delle Oche
Siamo a Bologna nei giorni immediatamente precedenti alle elezioni del 1948, in un clima di duro scontro tra la Democrazia Cristiana e il Fronte Popolare. Il vice commissario De Luca è stato appena trasferito a Bologna per seguire la Buoncostume, lui che era stato il più giovane commissario d'Italia ed era noto per aver risolto numerosi delitti. E' stato declassato, in qualche modo salvato dall'epurazione se non dalla fucilazione, colpevole di aver lavorato all'investigativa della famigerata brigata Muti. Non conosce bene la «geografia politica» della questura, dove convivono un vice questore democristiano e un capo di gabinetto comunista; ma De Luca è caparbiamente legato alla sua missione di poliziotto, a prescindere dal contesto. Al maresciallo Pugliese, l'unico amico a Bologna, che lo invita alla prudenza, dichiara con enfasi che non gli importa se lo usano, > io sono un poliziotto, Pugliese, faccio il poliziotto e sto con chi mi permette di fare il mio mestiere! Un morto in Via delle Oche il quartiere dei bordelli, gli permette di mettere in campo le capacità investigative. Il corpo è del buttafuori della casa di tolleranza e De Luca capisce subito che si tratta di un omicidio. Non si ferma anche dopo che il delitto viene derubricato come «suicidio intenzionale» e il vice gabinetto lo invita a non uscire dalle sue competenze. > Gli sconfinamenti d'ufficio, da noi, non sono graditi. (...) Vice commissario aggiunto, pensi alle puttane che sono importanti anche quelle . Continua l'indagine e si imbatte in altri assassinii e nella scomparsa di una giovane prostituta, trovata pure lei morta ammazzata. La testimone chiave è una tenutaria di bordelli, «Tagliaferri Claudia in arte Tripolitina, signorina e non signora»; De Luca potrebbe perdersi nelle braccia della prostituta esperta, trovare momenti di pace nella «pelle, calda e un po' umida di sudore» della donna, ma il poliziotto non dimentica mai la sua missione. Quale legame c'è tra i diversi delitti? Perché il vice questore è così interessato ad insabbiare e il capo gabinetto ad incitare De Luca ad andare avanti? Respinta, «con un sorriso duro, che le fece tornare le rughe agli angoli della bocca», la Tripolitina grida, > non sei così forte, commissario, non lo siamo nessuno dei due. Tu sei solo un poliziotto e io sono solo una puttana . De Luca sa che è uno sconfitto, eppure, come un «eroe discreto», continua testardo nella sua indagine sino a svelare il legame tra i diversi delitti e la > geografia politica che ne é dietro. La nuova Italia è come quella vecchia, fatta di torbidi e inconfessabili segreti, e come De Luca vorremmo correre in bagno, chiuderci dentro, aprire tutti i rubinetti e singhiozzare forte senza che nessuno possa sentirci piangere. Il passato è il presente che vive di memoria > , diceva Sant'Agostino. Nella figura del vice commissario De Luca, in un mondo politico già cinico, in un'autorità già prona ai dettati del potere, ritroviamo l'Italia di oggi, quella delle stragi occultate, dell'asservimento a propositi inconfessabili, della decadenza morale e civile. De Luca è ricattabile, farebbe meglio ad accettare gli inviti dell'affascinante meretrice, e anche lui sognare, come il giovane Dino Campana, tra le vie della Bologna invitante; ed invece sospirò e si alzò dal letto«: scivolò nella solitudine e nella sconfitta pur di restare»eroe discreto«. Il presente è così invadente che pone in secondo piano Bologna,»la città turrita" di Campana; malgrado tutto le ombre e le luci, i rumori di fondo e la variegata fauna umana affiorano di continuo in un affresco di una Bologna ormai svanita. La trama, che vorrebbe essere quella del noir, la struttura dialogica spesso ridondante e i personaggi un po' stereotipati, ad eccezione di De Luca e della Tripolitina, non compromettono un stile narrativo suggestivo e preciso, in grado di creare l'atmosfera di fondo del romanzo: forse meritava una storia più ampia e articolata. Perché leggerlo? Bella la figura di De Luca, suggestiva la descrizione di Bologna degli anni'40
La via per Kabul
Siamo nel 1939. Annemarie, uscita da una cura di disintossicazione dalla droga, compie un viaggio sino a Kabul con lʼamica Ella Mailart. Il viaggio, che doveva essere unʼoccasione di rinascita per Annemarie e doveva rafforzare il legame con lʼamica, fallisce da tutti i punti di vista. Sarebbe, tuttavia, sbagliato aspettarsi riferimenti alla droga e alla storia sentimentale tra Annemarie ed Ella (il nome di questʼultima compare pochissime volte nel racconto), così come sarebbe illusorio ricercare unʼanalisi dei luoghi e delle diverse società, che le due amiche incontrano. I veri soggetti del libro sono lʼauto, una Ford, e il viaggio come fuga. I diversi bozzetti, che compongono il racconto, descrivono un ambiente sociale e una natura, sempre dura e talvolta affascinante, che restano tuttavia di sfondo e spesso risultano ripetitivi e caratterizzati da un dominante estetismo. > Mi stupisco delle annotazioni prese durante il viaggio. Ho dimenticato la maggior parte dei nomi. Non voglio nemmeno raccontare le leggende che ho raccolto . Lʼunico punto reale è lʼauto, che fatica per salite impossibili, che viene sommersa dalla sabbia, con il motore che bolle per le alte temperature e non parte per il freddo, che deve essere costantemente riparata da meccanici locali, sempre gentili e disponibili. Tutto lʼaltro è illusione! Ma anche il viaggio come fuga è unʼillusione. In un bellissimo brano Annemarie così sintetizza il suo viaggio verso Kabul: > a dire il vero, ero semplicemente stanca di viaggiare e volevo tornare a casa. Temevo di essermi spinta troppo oltre e di aver varcato, senza volerlo, il limite dello spazio assegnato allʼessere umano... Ecco perché ho voluto un giorno liberarmi, non so esattamente da quale destino... Ma quando ancora una volta scende la magia del crepuscolo, quando si spegne il giorno senzʼombra, e i caprioli stanno sul pendio erboso già avvolto nella nebbia; quando ancora una volta mi è riservata unʼora così innocente, sono pronta a chinare gli occhi e a pentirmi e a non indulgere più alla tentazione, ad ammettere che noi siamo radicati in uno spazio ristretto e possiamo percorrere solo un brevissimo tratto, mentre al di là, in una lontananza incalcolabile, le navi approdavano ai lidi della morte . Dalla lettura di questo brano appaiono evidenti i limiti del racconto: è fatto di piccole elegie (quasi delle poesie in prosa), che poco hanno a che fare con le vicende del viaggio, con lʼambiente e la natura. Il racconto è di fatto introspettivo ma, poiché il dramma della protagonista ( la droga e la disperazione) non emerge mai se non dietro le righe, esso risulta alla fine troppo esangue per appassionare la lettura. Perché non leggerlo? È ripetitivo, noioso e inconsistente.
Viaggiare in giallo
Lʼeditore Sellerio ha avviato una collana di racconti gialli con un tema specifico: si è iniziato con «Calcio in giallo» ed adesso si affronta lʼargomento del viaggio. È unʼottima idea, ma sarebbe stato opportuno che Gimenez - Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Rebecchi e Savatteri si fossero impegnati, non «tirando via», piuttosto cercando di valorizzare il legame tra lʼargomento affidato e il genere noir. Così non è stato, ne sono nati racconti noiosi, banali e inutili. Soffermiamoci sullʼunico del quale vale la pena parlare. Nella breve storia di Gaetano Savatteri, «La segreta alchimia», Saverio è un disoccupato siciliano, ha scritto un romanzo di discreto successo ed ha una fidanzata, che lavora a Milano. Si trova in un supermercato con lʼamico Pippo a far finta di comprare un televisore, tanto per passare il tempo. Non resiste alla tentazione di unʼofferta commerciale, acquista delle batterie Duracell, è il milionesimo cliente e ha diritto ad un viaggio premio, a Praga. Così, senza volerlo, si ritrova su un aereo per la città «magica», insieme con lʼamico Pippo e con la fidanzata che lʼattende nella città ceca. Lʼalgoritmo che assegna a caso i posti (un «dio elettronico», un moderno Giove) mette accanto a Saverio una splendida ragazza; > come diceva lʼingegner Gadda, le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o lʼeffetto che dir si voglia dʼun unico motivo, ma sono come un vortice , Larisa («una escort dʼalto bordo o una spia di Putin...?») travolge il giovane siciliano, con > il movimento delle sue labbra pittate di rosso, (...) la pressione del suo braccio, (...) le gambe accavallate , lo porta a pensare > al destino dei popoli, alla dittatura del proletariato, ai gulag, a Stalin... , ossia a tutti quei fatti della storia che hanno reso possibile di > stare serenamente seduto accanto allʼottima compagna bolscevica Larisa . Ma «il dio del low cost» può essere molto dispettoso: Larisa è una spia internazionale, ha con sé una chiavetta con importanti segreti industriali; chiavetta che nasconde nella giacca di Saverio per non farla prendere da altri loschi trafficanti. La vacanza diviene un thriller, con tutti i suoi ingredienti: i pedinamenti, le camere dʼalbergo devastate, le avventure notturne rischiose ma non troppo, lʼindifferenza della polizia ceca e le indagini di quella italiana, sino ad una conclusione sorprendente per la sua prosaicità. Non cʼè grande tensione, Savatteri non è Le Carré, ma soprattutto ciò che gli interessa non è la trama: vuole raccontare come un giovane italiano, che si crede un gran ganzo, possa essere abbindolato dalla prima compagna di viaggio, purché sia slanciata, bionda e con un seno prosperoso. Perché scrivere dei racconti gialli sul viaggio se non si sa cosa dire? Le regole dʼingaggio erano chiare e semplici: collocare una storia noir nel contesto del viaggio, che poteva essere di lavoro o di svago, in un paese vicino o lontano, in una grande città o in un ambiente esotico, ossia dovunque lo scrittore volesse. Ebbene, gli autori hanno fatto un vero fiasco: forse non hanno mai viaggiato, può darsi che più semplicemente non ne avessero voglia. Credo che sia stato un atto di ribellione: non si può affidare un compito ad uno scrittore, vincolarlo in confini predefiniti, il "tema", di scolastica memoria, inaridisce lʼimmaginazione e la creatività. Perché non leggerlo? È noioso e banale: la cosa peggiore per un giallo e per un racconto di viaggio.
I Viceré
I Viceré sono una edizione ottocentesca della serie televisiva Brothers & Sisters. Gli Uzeda sono una antica famiglia nobiliare di Catania, che annoverano tra gli antenati persino una santa. > La vecchia razza spagnuola mescolatasi nel corso dei secoli con gli elementi isolani, mezzo greci, mezzo saracini, era venuta a poco a poco perdendo di purezza e di nobiltà corporea: chi avrebbe potuto distinguere, per esempio, don Blasco da un frattacchione uscito da lavoratori della gleba, o donna Ferdinanda da una vecchia tessitrice? Come nella famosa serie televisiva, i membri della grande famiglia litigano, si insultano, tramano ma vivono sempre insieme, ritornano sempre nella grande casa principesca. Siamo nel 1850, dopo la rivoluzione siciliana del 1848- 1849, conclusasi nel sangue. La principessa madre, una donna avida e cattiva, muore lasciando due eredi: il figlio maggiore, che assume il titolo di principe, e il figlio amato, il contino Raimondo. Il principe opera subito per prendere in mano tutta lʼeredità mediante intrighi e sotterfugi. Nel frattempo la storia cammina e la «nuova Italia» permette alla famiglia, pur profondamente borbonica e reazionaria, di trovare vantaggio dalle cariche pubbliche, adesso elettive, e dalla confisca dei beni ecclesiastici. Si arriva al conflitto tra il principe e il figlio Consalvo, la cui colpa è di ferire il principe nel «sentimento più forte di tutti gli altri», la «sua borsa». Ma Consalvo è anchʼegli un Uzeda. Se > il principe aveva lottato tutta la vita per accumulare nelle proprie mani quanto più denaro era stato possibile, per toglierlo alla madre, ai fratelli, alle sorelle, alla moglie , Consalvo non pensava che > al proprio interesse individuale; per soddisfare il suo amor proprio egli era disposto a giovarsi di tutto . Erano in fondo entrambi i rappresentanti > degli ingordi spagnuoli unicamente intenti ad arricchirsi, incapaci di comprendere una potenza, un valore, una virtù più grande di quella dei quattrini . Ed è forse la vera conclusione del romanzo. Quando Consalvo diviene deputato fingendosi democratico e va dalla zia Ferdinanda, che esclama con ira «Tempi obbrobriosi... Razza degenere!», il nuovo principe, e membro del Parlamento del Regno, le risponde con una verità profondamente pessimistica ma spesso vera: > la storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono, e saranno sempre gli stessi. No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa . I Vicerè sono un romanzo corale. I singoli protagonisti sono stereotipi di un ruolo sociale al quale sono condannati. Il lettore non riesce ad appassionarsi ai personaggi né alla vicende, anchʼesse ripetitive e spesso scontate. Il romanzo, come tutti i grandi libri dellʼOttocento, scorre piano senza salti e rapide, come un grande fiume. È facile da leggere ma anche monotono. Perché leggerlo? Perché si legge bene sotto lʼombrellone.
Le vie dell'immaginazione
Maja e Klaas si sono conosciuti nella redazione di un quotidiano di provincia; il loro innamoramento fu accompagnato da conversazioni interminabili e da molte letture, > il loro mondo era fatto di carta stampata, di prese di opinioni, analisi, riflessioni scritte e orali . La nascita di tre figli costrinse Maja a dedicarsi alla famiglia, abbandonando il lavoro. Si prospetta una vita prosaica, dal quale trarne un decoroso piacere, un amore che diventi lentamente un'affettuosa amicizia. Quando tre vicende cambiano la vita dei due coniugi. Klaas scopre un poeta sconosciuto, Bernard Mork. Viene in possesso delle sue poesie e ne rimane affascinato, in particolare dalla successione dei temi trattati: nei Canti Mattutini per Eva emerge un prorompere di estasi sensuale, tanto che a Klaas «la sua stessa esistenza gli sembrava ad un tratto arida e sterile»; nei Principi di Ordine si assiste ad un progressivo ritorno ad un autocontrollo; e le Lettere a Bauci sono piene di una serenità austera. E' la storia di una relazione amorosa tra un uomo e una donna, una sorta di Canzoniere, nel quale, durante il lungo cammino attraverso l'esistenza, Petrarca passa dalle fantasie erotiche per la donna amata alla soffusa nostalgia per la dolcezza degli occhi di Laura sino al timoroso raccoglimento per la morte vicina. Ma chi é Bernard Mork? Se Klaas è impegnato in questa indagine, Maja vive un'altra esperienza, altrettanto integrante e misteriosa. Durante un viaggio di trasferimento verso la Costa Azzurra hanno un incidente d'auto: Klaas deve fermarsi per attendere la riparazione della macchina mentre Maja con i bambini prosegue a bordo di un camion. > Alla luce fioca del cruscotto il camionista accanto a lei era una montagna d'ombra (...), un gigante, una forza sovrumana, li aveva presi sotto la sua protezione . In uno stato di quasi incoscienza, «insignificante ingranaggio di quel colosso su ruote», Maja ascolta le storie del camionista. In tutte compaiono delle donne misteriose, apparizioni o esseri umani, streghe malefiche o creature smarrite: in ogni caso trascinate dal desiderio della morte. Se la ricerca di Klaas ha ancora le sembianze del reale, anche se la poesia alimenta la fantasia, i racconti del camionista appartengono al mondo dell'immaginazione, agli incubi della stessa Maja, forse. E' invece senza dubbio vero, ma indecifrabile, ciò che accade nella splendida casa sulla Costa Azzurra. Di proprietà di una ricca aristocratica russa, assente perché sempre in viaggio, è gestita dal custode, uomo sospettoso e irascibile, più volte sorpreso a vendere i preziosi oggetti della villa. In particolare è proibito ai bambini giocare vicino ad un piccolo deposito: semplicemente di attrezzi o nascondiglio di qualcosa di più inquietante, come, per esempio, il cadavere della ricca dama russa? I tre filoni narrativi si sviluppano in parallelo per concludersi con la scoperta della vera identità del poeta: Bernard Mork è una donna! Ma come una donna scrive di erotismo, narra la sua relazione amorosa? Per Maja la risposta è semplice: > nella sua poesia lei era sia uomo che donna. (...) Ma per non fare torto a sua figlia, Eva, è stata costretta a cambiare. E' stata una scelta consapevole. Questo è un ragionamento da madre, non da poeta > , risponde Klaas, il quale, poi, si sprofonda in una dissertazione letteraria. Non basterebbe farsi raccontare le storie dei camionisti > per capire che il vero tema è la forza della donna che vuole diventare protagonista, almeno nella poesia. Il romanzo resta sospeso, chiudendosi quasi per stanchezza. Se ci sforziamo di dare una interpretazione unitaria ad un racconto frammentato nei suoi tre filoni narrativi, potremmo fare questa considerazione: coesistono in tutti noi tre sfere, il mondo reale, quello ideale e quello interno. Nel mondo reale ci possono essere dei delitti, anche se irrisolti, ci sono personaggi e luoghi, e quindi le descrizioni realiste e l'ordine degli eventi; nel mondo ideale ci sono la letteratura, la filosofia e così via; in quello interno ci sono i sentimenti, gli incubi e i sogni. Dovunque cerchiamo di collocarci (per esempio, Klaas nella letteratura, Maja nei sogni), è difficile difendersi dall'immaginazione perché le sue vie sono molteplici. Per caso mentre tu dormi/per un involontario movimento delle dita/ti faccio il solletico e tu ridi/ridi senza svegliarti/così soddisfatta del tuo corpo ridi/approvi la vita anche nel sonno/come quel giorno che mi hai detto:/lasciami dormire, devo finire un sogno"(Luciano Porta dalla raccolta Invasioni). Grande scrittrice olandese, Haasse sviluppa la storia con una scrittura semplice, elegante ed efficace. Si legge piacevolmente, perdendosi nei dettagli, minuziosi e suggestivi: da soli, tuttavia, non in grado di reggere una trama esile, frastagliata e dispersiva. La relazione tra Maja e Klaas rimane sullo sfondo, non è approfondita dalla sintassi e dalle parole: sta lì immobile, ciascuno dei due coniugi chiusi nel loro io incomunicabile, malgrado l'immaginazione. Ciò che non dà la storia avrebbe potuto offrire lo stile narrativo; non è così. Perché leggerlo? Piacevole
Il violinista
Christian e Noemi sono due ragazzi con unʼestrazione sociale molto differente (Christian molto povero, Noemi di una ricca famiglia ebrea), ma sono entrambi animati da una forte ambizione e da una ricerca di una «vita straordinaria». Un episodio drammatico della loro infanzia, l’incendio e la distruzione della casa di Noemi, spezza anche una tenera amicizia e divide, irrimediabilmente, la vita dei due ragazzi. Il meraviglioso giardino dove si sono conosciuti non esiste più: la felicità dell’infanzia si è dissolta. Nella prima parte, la più suggestiva anche per la descrizione della cultura rurale danese, vengono narrate le vicende di Christian, la nascita della sua vocazione di violinista, la fuga del padre, la nuova famiglia e la solitudine, la vita del mare, l’educazione presso una nuova famiglia. Prevale un sottofondo tragico ma il ragazzo affronta le disgrazie con una forte speranza verso il futuro. Particolarmente bella è la descrizione dell’ambiente umano e naturale che si sviluppa intorno a una fonte, la cui acqua è considerata in grado di guarire le malattie. Il rapporto con la natura assume connotati magici, animistici e fiabeschi, collocando gli animali, in particolare gli uccelli, su un piano di intensa relazione con gli uomini. Quanto è lontana la società di Andersen rispetto alla nostra ed è chiaro il passaggio da una società rurale a una industriale!Anche nella prima parte, il tema del Sud appare uno dei riferimenti fondamentali del libro: le migrazioni delle cicogne e degli uccelli sono appunto il legame tra il Nord e il Sud dell’Europa, un meridione sognato e vissuto come terra del sole, del caldo e della cultura. L’ultima parte del libro si concentra su Noemi, ormai bella fanciulla, prima innamorata di un fantino e poi sposa a un ricco aristocratico francese. Vienna, Roma e Parigi sono gli ambienti nei quali vive Noemi, mentre Christian rimane in Danimarca a sognare e a vivere poveramente. La vita dei due ragazzi è molto differente ma la conclusione è drammaticamente simile. Christian muore deluso e stanco, Noemi ritorna in Danimarca, ricca ed elegante, ma anch’essa conscia di non avere raggiunto nessuna delle aspirazioni della propria gioventù. Valeva la pena? Non era forse meglio che i due ragazzi accettassero fin dall’inizio una vita routinaria e tranquilla; oppure esisteva un’alternativa che avesse le sue basi in sentimenti più profondi rispetto alla ricerca di qualche cosa di meraviglioso?Non si capisce quale sia la morale di Andersen: forse il filo conduttore del libro è la lotta per la sopravvivenza e per lo sviluppo, nel quale emerge soltanto il più forte. La cicogna amica di Christian viene uccisa dai suoi compagni di migrazione perché non è più in grado di fare il lungo viaggio verso il Sud. Il ritmo narrativo è molto efficace nella prima parte del libro per poi disperdersi e diventare farraginoso e noioso.
Vita
> Quando una cosa è passata, cosa la differenzia, nella realtà del presente, da unʼillusione o da una fantasia? Se pure ha avuto una sua esistenza, poi non ne avrà nessuna, tranne che nella memoria . Lʼautrice ricostruisce la storia americana di suo nonno, Diamante, e del suo amore per una ragazza, Vita. Nei primi anni del novecento, la miseria e la disperazione spingevano gli italiani ad emigrare negli Stati Uniti. Diamante, undicenne, e Vita, ancora bambina, andarono a New York presso il padre di lei. Il viaggio in nave e la vita durissima nel nuovo mondo crearono tra loro un legame indissolubile, che, come spesso succede, non riuscì mai a concretizzarsi in un rapporto duraturo e stabile. Il racconto si articola in tre parti. Nella prima parte, dal titolo «la linea di fuoco», lʼautrice narra lʼarrivo in America dei due fanciulli e descrive, con pagine cupe, dure e talvolta raccapriccianti, lʼambiente italiano dellʼemigrazione. Predominano la miseria e la violenza. Gli italiani lottano per sopravvivere e inviare qualche soldo in Italia. Per Diamante e Vita cʼè anche il contesto nel quale si trovano a vivere: lo squallore e lʼavidità del padre della bambina; lʼamante di lui, unico riferimento materno per Vita, ma per questo odiata perché lʼallontana dalla sua vera madre, rimasta in Italia; i connazionali, che frequentano, abbruttiti dal lavoro, la pensione gestita dal padre di Vita. Potrebbe essere una narrazione alla Dickens così come un romanzo realistico alla Zola: niente di tutto questo. Gli episodi si susseguono come se fossero una serie di incubi, di sogni maledetti, di trasposizioni allʼesterno di angosce esistenziali dellʼautrice. Su tutto incombe la città maledetta, la cui rappresentazione ricorda, per le immagini utilizzate e lo stile enfatico, le «Città terribili» di DʼAnnunzio. Questa parte del romanzo si chiude in modo drammatico: Vita dà fuoco allʼamante del padre cercando di ucciderla. Nella seconda parte, «la strada di casa», il figlio di Vita ripercorre, come soldato americano sul fronte italiano della seconda guerra mondiale, la ricerca di Diamante e della sua famiglia. Poi ci ritroviamo nellʼItalia degli anni cinquanta, quando Vita, ormai ricca vedova e donna affermata, viene a Roma per incontrare Diamante e chiedergli di andare a vivere insieme. Ne riceve un tacito rifiuto: è troppo tardi. Nella terza parte, «il filo dellʼacqua», si ritorna in America con Diamante e Vita, ancora giovani, ma ormai separati. Vita ha dʼaltra parte tradito Diamante e quindi il ragazzo è fuggito per dimenticarla. Quando ritorna a New York per imbarcarsi per lʼItalia le chiede se vuole partire anche lei. Ma ormai i due giovani sono troppo distanti, i loro mondi si sono allontanati: «lʼ America mi piace, ci sto bene» pensa Vita. Ma la storia è una ricostruzione basata su documenti e racconti dei protagonisti o è invece il frutto dellʼimmaginazione dellʼautrice? Ovviamente Diamante è realmente esistito, ma era un uomo taciturno e chiuso, che poco ha raccontato della sua vita. Della ragazza, Vita, la scrittrice non è riuscita a trovare traccia, neanche dopo una minuziosa ricognizione dellʼarchivio parocchiale del suo paese dʼorigine. Ma forse lʼamore tra Diamante e Vita è un ideale, un vagheggiamento, una fotografia confusa, come quella che lʼautrice immagina si siano fatti i due giovani. > I loro visi erano un alone indeciso, sfocato, come se allʼultimo momento avessero preferito non lasciarsi catturare, non consegnare a un ricordo morto lʼattimo irrepetibile che stavano vivendo. Diamante era un lampo nero. Vita una macchia bianca. I loro lineamenti sovrapposti e indistinguibili, come appartenessero a una persona sola . Lʼidea di base del libro è interessante. Narrare lʼemigrazione italiana tramite lʼamore di due personaggi: un amore dʼinfanzia sempre ricercato e mai trovato, senza un vero motivo. È un peccato che questo spunto venga sviluppato senza una vera trama narrativa, risultando alla fine dispersivo e frammentario. Lo stile, ricco di incisi, ridondante di vocaboli e di immagini, non riesce a dare vitalità e fascino alla narrazione, che resta, in tal modo, in mezzo tra molteplici generi letterari: la storia familiare, il romanzo sociale, la ricerca, frutto anche della fantasia, di un proprio percorso esistenziale e sentimentale. Perché non leggerlo? La lettura è noiosa e spesso pesante. Non aiuta la comprensione dellʼemigrazione italiana. Lʼamore tra Diamante e Vita resta sospeso e vago senza coinvolgere il lettore.
La vita bugiarda degli adulti
Giovanna, l'io narrante, è un' adolescente che vive in un bel quartiere di Napoli con genitori istruiti e di sinistra: il padre professore universitario, la madre insegnante di liceo e traduttrice. Pure la coppia di amici che frequentano ha le stesse caratteristiche: anche lui docente universitario, abituale compagno di accese discussioni con il padre, lei signora della buona società, sempre elegante e spesso con uno splendido braccialetto. Ci sono poi le loro figlie, amiche e confidenti di Giovanna. Una bella famiglia borghese, quindi! La ragazza comincia a non andare bene a scuola e origlia alla porta una frase del padre. > l'adolescenza non c'entra: sta facendo la faccia di Vittoria. (...) Fu così che a dodici anni appresi dalla voce di mio padre, soffocata dallo sforzo di tenerla bassa, che stavo diventando come sua sorella, una donna nella quale-- gliel'avevo sentito dire fin da quando avevo memoria--combaciavano alla perfezione la bruttezza e la malvagità . Sorge in Giovanna il desiderio irrefrenabile di conoscere zia Vittoria, tanto odiata dal padre che in una foto di famiglia la sua immagine era stata tagliata. Voleva sapere se le brutte parole del padre erano dovute solo ad un dispiacere momentaneo o lui, così accorto, avesse individuato > i tratti di un mio guasto futuro. (...) Volevo capire se mia zia si stesse davvero affacciando attraverso il mio corpo: le sopracciglia foltissime, gli occhi troppo piccoli e di un marrone senza luce, (...) il labbro superiore corto con una disgustosa peluria scura, (...) il mento aguzzo e il naso, ah il naso, come si protendeva senza garbo verso lo specchio, (...) erano già elementi del viso di zia Vittoria, o miei e soltanto miei? (...) Ero io o l'avanguardia di mia zia, lei in tutto il suo orrore? Giovanna non si rende conto che il viaggio che sta intraprendendo, la conoscenza della zia e del suo mondo (i quartieri popolari di Napoli), non sarà solo la conferma o meno delle radici della sua presunta bruttezza: sarà una discesa verso la demolizione dei suoi genitori, la privazione della madre e l'estraneità del padre. Le figure genitoriali, prima viste come un olimpo di perfezione e di esempi da imitare, si sgretolano fino a dissolversi. > Cosa succedeva, insomma, nel mondo degli adulti, nella testa di persone ragionevolissime, nei loro corpi carichi di sapere? Cosa li riduceva ad animali tra i più inaffidabili, peggio dei rettili? Non è la scoperta della torbida relazione che lega i genitori alla coppia di amici: il padre ha da anni come amante la moglie del collega, il quale a sua volta tresca con sua madre; e neanche l'oscura storia del braccialetto indossato con tanta visibilità dall'amante del padre: in modo poco chiaro esso pervenne a zia Vittoria, la quale lo voleva dare in dono a Giovanna ma il padre lo regalò all'amante. Sono le parole a devastare la fine dell'infanzia: il tempo dell'adolescenza sarebbe lento, > fatto di grandi blocchi grigi e improvvise gibbosità di colore verde o rosso o viola. I blocchi non hanno ore, giorni, mesi, anni, e le stagioni sono incerte, fa caldo e freddo, piove e c'è il sole. (...) Appena cerchi le parole, la lentezza si muta in vortice e i colori si confondono come quelli di frutta diversa in un frullatore . Ed ecco siamo arrivati al cuore della questione, il tema della cultura. A differenza di Confucio che ritiene la cultura la chiave per cogliere «il senso dell'umanità reciproca», Elena Ferrante pare essere della mia opinione: la buona istruzione scolastica, il possesso del linguaggio, la consuetudine con i libri e con gli ambienti culturalmente impegnati, sono una gabbia che imprigiona i sentimenti, li sommerge sotto l'abile gioco semantico, crea apparenza e non sincerità. Il problema è che Giovanna, pur riconoscendo in zia Vittoria la forza prodigiosa della schiettezza (l'odio espresso senza filtri, l'intimità, le emozioni traboccanti, l'autenticità del vivere), si innamora comunque di un intellettuale, del quale è affascinata dalle parole, oltre che dall'aspetto. Cultura falsa chimera! Non si conosce l'umanità con il pensiero, lo si coglie con l'empatia. Per fortuna irrompe zia Vittoria e la salva. > Hai sentito, Giannì, qua ti chiamano bambina. Ma tu sei una bambina? E' allora perché ti metti tra Giuliana e il fidanzato? Rispondi, invece di rompere il cazzo con il braccialetto. Sei peggio di mio fratello? Dimmelo, ti sto a sentire: sei più presuntuosa di tuo padre? Il libro è un romanzo di formazione. E' intrigante all'inizio e crea nel lettore l'aspettativa di zia Vittoria: è l'attesa di un personaggio caratteriale, viscerale e sanguigno. Ed invece questa figura resta a latere, talvolta richiamata nella trama ma mai protagonista. Il racconto si svolge o meglio rotola lungo una vicenda banale e un sistema fragile di personaggi. Non appoggiandosi alla trama e ai caratteri, alla complessità dei loro legami come nell'Amica Geniale, la scrittua rileva tutti i suoi limiti: scorrevole, ma fiacca, senza tempra, superficiale come la storia. Perché leggerlo? Chi si è innamorato dell'Amica Geniale non può perderlo.
Vita mortale e immortale della bambina di Milano
E difficile trovare un filo conduttore in questo breve romanzo, dalla trama esile, dai personaggi abbozzati perché vagheggiati e dal titolo fuorviante. C'è tuttavia un punto di ancoraggio: la figura della nonna, intorno alla quale si sviluppa il percorso di formazione del protagonista, l'io narratore di questa storia. > Troppo piccola di statura, grassoccia e gobba, bruttarella nel viso rosso e con venuzze violacee nelle guance.... trattata come serva in casa della figlia, solo la nonna ha amato il protagonista bambino di un affetto che non attendeva di essere ricambiato: > appena nato ero stato nu cusariello di libastro vivo, un sorsetto di giulebbe di ciliegia, 'nu franfellik a base di zucchero, vaniglia e cannella che se pure pisciava, pisciava acqua santa. (...) E mo guarda comm'ero addivintato, nunmevulevostafermonupoco, fatti pettinare. Per lei il nipote aveva qualità, «che nessuno, tranne lei, se ne poteva accorgere». Che influenza poteva avere una nonna siffatta in un bambino sognatore, pieno di suggestioni alimentate dalle troppe letture? La testa è zeppa di fantasie disordinate, di troppi ruoli da ricoprire: > il caubboi, il senza famiglia, il mozzo, il naufrago, il cacciatore, l'esploratore, il cavaliere errante, Ettore, Ulisse, il tribuno della plebe ed infine Orfeo che era andato a riprendersi la fidanzata Euridice nell'oltre tomba. Per dare realtà alle sue fantasie, il bambino doveva trovare la sua Euridice e l'entrata nel regno dei morti. La prima è una bambina milanese, che vive nel caseggiato di fronte e che lui guarda tutti i giorni mentre danza sul balcone in modo spericolato. Attenta a non cadere! vorrebbe urlargli il bambino, potresti finire come Euridice uccisa dal morso di un serpente lasciando sconsolato Orfeo. L'entrata al regno dei morti, dove salvare la piccola milanese, è un tombino in un cortile vicino casa; tombino sotto il quale si sentono strani rumori, forse le urla e i lamenti dei defunti. E' un'infanzia felice, protetta dalla nonna, immersa in un mondo fantastico: il nostro protagonista è Enea alla ricerca di Anchise (anche se il viaggio nell'oltre tomba è la scoperta di una foto dei nonni felici e belli al loro matrimonio), ha la sua Laura (la piccola milanese) ed è pure Lancillotto che duella con i nemici dinanzi alla bella amata; e che importa se il nemico sia un amico d'infanzia e le armi una bicicletta e un ombrello taroccato da spada. Proseguendo negli studi il nostro protagonista scopre che la lingua della nonna, così fascinosa ed affettuosa, lo porta a commettere numerosi errori di ortografia e di sintassi, gli impedisce di liberarsi dal napoletano per parlare e scrivere un italiano corretto. Si dissolve la magia. > Come se a partire dai dodici e tredici anni fossi miracolosamente diventato più vecchio di lei, le era venuta, in aggiunta, una specie di soggezione nei miei confronti.(...) A diciannove anni non avevo ancora nessuna voglia di rievocare l'infanzia. (...) Sotto sotto, avrei preferito essere venuto al mondo intorno ai diciassette anni, evitandomi le sciocchezze dei primi sedici. L'ultimo passo verso il distacco è quando il nostro protagonista usa la strana e disprezzata lingua della nonna per superare brillantemente l'esame di glottologia all'università. Dovevo, pensa il protagonista, «dimostrare che sapevo accostare al modo prescritto gli incolti che parlavano» il dialetto. > Mi stavo approfittando della sua credulità come se fosse bambina. (...) Puntarla a tenerla lì in un angolo per un paio di mattinate, (...) e spingerla a dirmi (...) qualsiasi cosa le venisse in mente del suo mondo di nonna-serva che sapeva più parole napoletane di chiunque altro. Con la sparizione della nonna, scrive con rassegnata malinconia il protagonista ormai adulto, > persi inequivocabilmente la spinta a fare grandi cose (...) sapendo ormai che quel poco di veramente vivo che facciamo vivendo resta fuori dalla scrittura, i segni sono costituzionalmente insufficienti, oscillano tra commento e sgomento, meno male che è così. Mi concessi solo una piccola attenuante e ancora oggi me la concedo: il piacere della parola che sul momento pare giusta poi no . Torniamo a Pasolini, per il quale solo «i ragazzi di vita» colgono l'essenza della realtà, senza mediazioni, perché usano «la lingua dei parlanti». Ed allora tutto questo scrivere, da secoli e secoli, non è altro che una forma di narcisismo, di ricerca del piacere, l'eterno io specchiante. E la parola non è altro che un inutile filtro tra noi e l'essenza della vita e della morte. Il pregio principale del romanzo è la scrittura. Si rimane ammirati ed avvinti dall'equilibrio stilistico tra semplicità e complessità delle frasi, dalla fluidità del narrare e dall'uso sapiente delle parole, in particolare degli aggettivi. Può darsi che il piacere dello scrivere sia fragile, come dice Starnone, ma ben venga questa fragilità. Alla fine il gusto della lingua prende il sopravvento rispetto alla storia: è intrigante e istruttivo approfondire la fonetica: è tuttavia una divagazione eccessiva che toglie compattezza al racconto. Perché leggerlo? E' stilisticamente perfetto, splendida la figura della nonna.
La vita non é in ordine alfabetico
> Il primo giorno di scuola, il maestro ha appoggiato sulla cattedra una scatola di legno. Poi ha sollevato il coperchio, ci ha guardato dentro, e una dopo lʼaltra ha cominciato a tirare fuori le lettere dellʼalfabeto... con ventuno lettere... si può costruire e distruggere il mondo . Le lettere si possono mettere in ordine secondo lʼalfabeto. A ciascuna delle lettere corrisponde una parola in grado di descrivere e qualificare, ma, a differenza dellʼalfabeto, non cʼè alcuna successione logica o causale tra le parole. Per esempio, Bandiera e Buio sono vocaboli che cominciano entrambi con la lettera b, ma che legame cʼè tra di essi? E così è la vita: gli episodi, i sentimenti, le relazioni si affollano e si succedono senza una ragione, senza una regola. Il libro è un insieme di storie brevissime, di poche righe, che, prendendo lo spunto da una parola, colgono lʼessenza di uno stato dʼanimo, di un contesto sociale e familiare, di una condizione esistenziale. Entrata è un vocabolo banale. Partendo da esso, proprio dalla sua ovvietà, lʼautore descrive il profondo legame tra madre e figlio: > lei ti sente, dentro i pantaloni, e ride, e nella stanza in cui ogni sera torni al mondo, insieme a lei sorridi tu . Quanto volte si è andati in pasticceria, a sorseggiare un caffè con una buona pasta? Eppure, la parola Pasticceria racchiude il senso di una golosità proibita, ma sempre nuovamente gustata: > quindi bevi un caffè al banco, senza mai staccare gli occhi dalla pasta prescelta, prigioniera a occhi bassi dietro la vetrina. E pensi....quando potrai entrare in pasticceria, fendere la folla, liberarla. E poi offrirla in sacrificio alle tue voglie . Che cosa lega lʼavverbio Senza alla nostalgia? Quando il bambino esce da scuola e > non trova soltanto la madre ma anche dei padri che aspettano i suoi compagni di classe.... il bambino capisce che dentro la sua scatola cʼera un pezzo di meno, anche se sua madre è stata bravissima a fare stare in piedi il mondo lo stesso. È così che, di colpo, il bambino conosce la nostalgia delle cose che non sono mai state... soprattutto sente la malinconia di quando ci si rende conto che si è smesso di cercare una cosa, di quando ci si accorge che fra le tante cose imparate, si è imparato a vivere senza . Se si legge il romanzo una seconda volta, con maggior distacco rispetto alla prima, quando ci si era lasciati incantare dalle delicate e soffuse immagini delle breve storie, si avverte come sia un espediente letterario la contrapposizione tra disordine della vita e ordine dellʼalfabeto, questʼultimo emblematico delle regole che ci sovrastano. Le brevi storie, che compongono il libro senza una apparente logica, sono attraversate da una unica visione di base: la tristezza. Ci può essere un profondo affetto, come quello materno, così come si possono dissolvere le famiglie, dopo liti e silenzi, ma sempre prevalgono la malinconia, un dolce male di vivere, il senso di destini ineluttabili ed infelici. Ma allora la vita risponde ad una sua regola; ha solo un ordine differente da quello dellʼ alfabeto. È difficile racchiudere in poche righe stati dʼanimo e situazioni di vita. Si corre il rischio di scivolare nelle immagini evocative ma estemporanee, necessariamente superficiali. La narrazione rimane sospesa. Il lettore si aspetta sempre altro, alla conclusione della brevissima storia. È un esercizio letterario, che compiace più lʼautore, e gli scrittori, che i lettori. Essi si aspetterebbero uno svolgimento approfondito ed articolato, degno della complessità della condizione esistenziale. Perché non leggerlo? È superficiale.
We need new names
Lʼautrice è nata in Zimbabwe e vive negli Stati Uniti dallʼetà di diciottʼanni. Il romanzo si sviluppa in questi due mondi, così diversi ma nella sostanza simili, perché in entrambi lʼindividuo è lacerato ed oppresso dalla violenza delle circostanze e degli uomini. La prima parte del racconto, senza dubbio la più riuscita, è ambientata in un villaggio dello Zimbabwe: > Paradise è un insieme di lattine distese al sole come una pelle di pecora bagnata e fissata sul terreno ad asciugarsi; le baracche hanno il colore fangoso di sporche pozzanghere dopo le piogge. Le baracche stesse sono orrende ma da qui esse sembrano molto meglio, quasi belle persino, come se guardassi un dipinto . Darling, protagonista e narratrice, ci accompagna in una susseguirsi di episodi, scene della distruzione materiale e morale del paese. È un racconto con gli occhi di una banda di ragazzini, i quali ritraggono con il gioco le drammatiche circostanze alle quali devono assistere. Quando due reporter della Bbc chiedono stupiti cosa stanno facendo, tra le tombe del cimitero del villaggio simulando la morte e la sepoltura, il capo della piccola banda risponde con altrettanto stupore: «non vedete che è la realtà?» Dʼaltra parte tramite il gioco i bambini riescono a liberarsi della rabbia, che opprime gli adulti, impotenti, come «un grosso, terribile cane senza denti». Ad un certo punto non resta che la fuga. > Guardali lasciare in frotte, i figli della terra, soltanto guardali lasciare in frotte. (...) Muoversi, correre, emigrare, andare, abbandonare, camminare, lasciare, in volo, in fuga; dovunque, in paesi vicini e lontani, in paesi mai sentiti, in paesi i cui nomi non sanno pronunciare. (...) Guardali lasciare in frotte malgrado sappiano che saranno accolti con diffidenza in quelle strane terre alle quali non appartengono, sapendo che dovranno sedersi su una sola natica perché non devono sedersi comodamente, per essere pronti ad alzarsi e andarsene, sapendo che dovranno parlare sottovoce perché le loro voci non devono sovrastare quelle dei nativi . Darling va in America, accolta da una zia. È sempre lei a raccontarci le vicende di una bambina, che diviene adolescente in un mondo che non è il suo ma lo deve diventare, per forza. Non è lʼ America che aveva sognato, quando viveva in Zimbabwe. > Questo posto non sembra la mia America, non è persino reale, E come se noi fossimo in una terribile storia, come se fossimo in qualche parte pazzesca della Bibbia, laddove Dio è occupato a punire gli uomini per i loro peccati e a renderli miserabili.(...) In America le strade sono come le mani del diavolo, come lʼamore di Dio, che raggiunge tutti, soltanto che la cosa triste è che queste strade non mi portano realmente a casa . La giovane Darling cresce come qualsiasi teenager americana di colore: si integra benissimo ma gli episodi che la coinvolgono, le amicizie e le persone che incontra, la riportano continuamente allʼ infanzia, ai compagni di gioco, alla sua terra natale. Un giorno, per tornare a casa, anche se solo via internet, si mette in contatto tramite Skype con sua madre, in Zimbabwe; risponde invece unʼ amica dʼinfanzia. Darling assume lʼatteggiamento tipico di noi occidentali verso lʼAfrica, che esprimiamo da lontano, comodi e tranquilli, la nostra solidarietà per le sofferenze di questi popoli. > Ma non sei tu quella che soffre (reagisce lʼamica). Pensi che guardare sulla Bbc significa che tu sai quello che accade? No non lo sai; (...) siamo noi che stiamo qui che sentiamo veramente la sofferenza, dunque siamo noi che abbiamo il diritto di dire qualche cosa (...) Se fosse il tuo paese, lo avresti amato per viverci e non lasciarlo. Dovevi combattere per esso (...) Tu lo lasciasti, Darling, mia cara, lasciasti la casa bruciare e hai il coraggio di dirmi con questo stupido accento (...) che questo è il tuo paese? (...) Il suo tono sarcastico (...) mi schiaffeggia in faccia, prendendomi di sorpresa. Sono così scioccata che non so cosa dire . Bisogna appartenere a qualche luogo, non si può restare in bilico fra troppi mondi, da estranei. Dobbiamo avere nuovi nomi, vivere intensamente nuove esperienze, farsi coinvolgere, sentirsi parte di qualche cosa. > Quando qualcuno parla della propria casa, devi ascoltarlo con attenzione perché così sai esattamente chi è . Questo libro, complesso e profondo, vuol dire anche qualcosʼaltro. Nelle ultime pagine Darling ricorda (o forse solo sogna) di quando bambini giocavano a prendere Bin Laden. Non era un gioco molto divertente per cui ad un certo punto la piccola banda si era interessata a un vecchio cane, solitario e scorbutico, e che stava al centro della strada. Quando improvvisamente sopravvenne un camion che investì lʼanimale, spappolandolo ma non uccidendolo subito. Ed è con questa terribile immagine, di lacerazione e di incomprensibile morte, che lʼautrice chiude il libro. Allora comprendiamo cosa significa il titolo del romanzo: abbiamo bisogno di nuovi nomi per parlare di popoli in fuga, per integrarci con altre culture e costumi, ma ci servono anche nuove parole per narrare la cieca violenza, che ci opprime e divide tutti, occidentali e non, accumunandoci in un comune destino. La scrittura è il pregio fondamentale di questo splendido libro. Lʼautrice si muove su due mondi, che sono distinti anche dal punto di vista stilistico. Nella prima parte la lingua inglese è mescolata con vocaboli e modi di dire della lingua nativa, per cui il lettore è portato ad immedesimarsi con i luoghi e la gente non solo dalla storia, ma soprattutto dallʼuso delle parole. Quando invece ci racconta dellʼadolescente Darling in America, lʼautrice ricorre spesso al gergo giovanile, senza trascurare anche la promiscuità linguistica delle differenti etnie che compongono il grande popolo degli immigranti. Cʼè, poi, una chicca stilistica, che indica la grande cura nella scrittura. Quando Darling parla in America della sua terra, non usa più il miscuglio creativo di parole inglesi e di quelle native: la graduale separazione dalla sua terra si rispecchia nella lingua, sempre più distante ed asettica. Si riflette quindi nella sua coscienza. Perché leggerlo? È un libro di grande livello, bellissimo.
What a carve up: la famiglia Winshaw
Il titolo inglese del libro, «What a Carve Up» è un esplicito riferimento ad una commedia horror del 1961, nella quale i diversi personaggi si ritrovano in occasione di un testamento e vengono uccisi uno per uno. Michael, il protagonista del romanzo di Coe, è stato portato dai genitori, ancora bambino, a vederne la versione cinematografica, insieme con un documentario sul suo eroe, Yurin Gagarin. La scena di sesso del film e la morte dellʼastronauta in un misterioso incidente aereo pongono fine allʼinfanzia innocente di Michael e lo scaraventano nel mondo dei «misteri apparenti e insolubili degli adulti», dando origine ad una «storia senza un vero fine, ( di cui) dovevo presto svelarne ( i misteri)». Tabitha Winshaw, una anziana signora da tutti considerata una pazza, affida a Michael, scrittore promettente e squattrinato, il compito di scrivere la storia della sua famiglia. Il giovane scrittore si accinge ad unʼopera letteraria, nella quale la rabbia e la passione prendono il sopravvento, impedendogli di proseguire nellʼindagine e nella scrittura. Se questo libro, fa dire Coe al suo protagonista, > comunica qualche cosa, è quanto odio questa gente, come diavolo sono, quanto hanno spogliato ogni cosa, con i loro vasti interessi e la loro influenza e i loro privilegi e la loro presa su tutti i centri di potere: come ci hanno messi tutti allʼangolo, come si sono spartiti il sangue di tutto il paese . La biografia dei singoli componenti della famiglia Winshaw permette di delineare un quadro sociale estremamente duro ma purtroppo realistico dellʼera di Margaret Thatcher. Lʼidea generale, che si ha della «dama di ferro», è di una donna decisa e irremovibile, conservatrice ma rigorosa ed onesta. In realtà lʼera Thatcher è stato un assalto alla diligenza da parte di uomini di affari spregiudicati e senza scrupoli. Talvolta ridondante e prolissa, questa parte del libro è una forte denuncia di uno spregio e di un tradimento ad un intero paese. Quando viene a sapere che un componente della famiglia Winshaw è stato assassinato, un altro membro della perversa congrega dice ironicamente > Pugnalato alle spalle, come è appropriato, ciò significa che Mrs Thatcher è in casa da qualche parte? In parallelo alla narrazione sociale e politica si sviluppa la vita di Michael, con continui salti cronologici, che spesso frammentano e distraggono la lettura. È tuttavia la parte migliore del romanzo, ma anche la più indecifrabile. Michael passa le sue giornate a guardare la televisione, travolto dalle notizie e rivedendo in modo ossessivo il film che non aveva potuto vedere completamente da piccolo, in quanto i genitori, dinanzi alla scena di sesso, lo avevano trascinato via. Ma gli era rimasto > la strana sensazione che quel film non fosse mai finito, che avevo continuato a viverci dentro . Le vicende che si susseguono in modo spesso inesplicabile e i personaggi che entrano o ritornano nella vita di Michael sembrano essere > potenziali ponti al passato: un modo per rintracciare i miei passi sino a quando mi sarei trovato faccia a faccia con il bambino innocente di otto anni che amava scrivere e che adesso sembrava un così perfetto straniero . Ma se la vita, reale o immaginata?, non è altro che un continuo ritorno su sé stessi, il romanzo non poteva non concludersi che con una ripetizione della scena dellʼamato film: i membri della famiglia Winshaw si ritrovano tutti insieme alla lettura di una eredità e vengono progressivamente uccisi dal parente che credono defunto. E anche Michael non poteva che morire misteriosamente in volo, come Yurin Gagarin. Lo stesso autore, tramite il protagonista, definisce il libro > un libro tremendo, un libro senza precedenti, parte memoria personale, parte narrazione sociale, tutti legati insieme in un letale e devastante intruglio in fermentazione . Questa enunciazione esprime bene il tentativo dellʼautore di raccontare una vicenda sociale e politica mediante il filtro dellʼimmaginazione. La vita di Michael è in fondo il ritorno continuo allʼetà della libertà, quando da bambini tutto ci pare possibile, anche essere degli astronauti. La perdita di questa libertà è un fatto privato ( si diviene adulti, si affronta la realtà, ci si misura con la malattia) ma è anche un fatto sociale, ossia si assiste, spesso come spettatori inerti, ad un disastro politico, la scomparsa di una società, della sua cultura, dei suoi meccanismi di solidarietà, di una stampa onesta, della pace e del rifiuto della guerra. E che cosa ci rimane in fondo? La speranza di un avvenimento straordinario, ossia che tutti i cattivi vengano messi in una stanza e si possa perpetuare una vendetta collettiva. Ed allora si può pensare di perdersi nuovamente nella libertà, come fece Yurin Gagarin che morì da eroe. Il problema del libro è che questa mescolanza tra memoria personale e narrazione sociale non riesce pienamente, in quanto è eccessiva la tentazione dellʼautore a lasciarsi trascinare in espedienti letterari ( banale è il finale del libro), in riferimenti chiaramente psicoanalitici, in un eccessivo ricorso allʼincastro, alle storie dentro le storie. Si perde in tal modo la sintesi, i personaggi impallidiscono e lʼintero racconto si frammenta. Perché leggerlo? È senza dubbio scritto molto bene ed è piacevole ed ironico.
You, Me & other People
Terminata con fatica la lettura di questo libro, mi pongo la domanda: noi maschi siamo così narcisi da pensare a noi stessi anche quando dichiariamo il nostro amore e chiediamo perdono? A conclusione del romanzo, dinanzi alle rimostranze vittimistiche di Adam, il marito infingardo (i miei genitori «non mi amarono a sufficienza ed ultimamente neanche tu»), Beth, la moglie tradita, dichiara, prendendogli la mano, > ti amai con tutto il mio cuore. (...) Il problema non fu mai quanto, o se ti amassi. Era il modo con il quale tu ricambiavi lʼamore. Metti prima te stesso, non me . Tradimenti, segreti e bugie attraversano lʼintera narrazione. Beth ha scoperto che Adam la tradiva da tempo con unʼaltra donna, più giovane e di grande fascino erotico. Lo caccia di casa: Adam si dispera, ma non fa nulla per riconquistare la moglie, non abbandona lʼamante. Adam ha avuto una relazione molti anni prima: a suo dire un incontro fuggitivo, dal quale, tuttavia, è nato un figlio. Non ha ritenuto di dire nulla alla moglie perché, così dirà una volta scoperto, la madre del bambino voleva crescerlo da sola. A parte il fatto che questa donna è la principale cliente del suo fondo dʼinvestimento (tanto occasionale non poteva essere la relazione!) Adam è costretto a svelare il segreto: il bambino è affetto da leucemia e solo un trapianto di midollo della sorellastra (la figlia di Adam e Beth) può dare qualche speranza di salvezza. Adam ha sempre detto alla moglie che i suoi genitori sono morti in un incidente stradale: ovviamente non è vero, si sono suicidati. Ricapitoliamo: ha tradito Beth, non le ha detto che aveva un figlio, ha tenuto nascosto la verità sulle vere ragioni per le quali è rimasto orfano. Non basta! Beth ha deciso di vendere la casa coniugale; nel fare il trasloco trova tra le cose del marito fotografie e regali per il bambino, dimostrano come Adam avesse sempre seguito la vita del figlio. È lʼennesima bugia! E ce ne sarebbero altre, che risparmiamo al povero lettore! Accanto ai segreti e alle bugie di Adam ci sono le storie di altri personaggi, a cominciare dalle vicende e dai sentimenti di Beth. Mentre gli altri si evolvono, cambiano, liberandosi dal passato e trovando nuove strade, Adam è sempre lì: dichiara il suo amore, dà per scontato il perdono, si stupisce di non essere nuovamente accolto. E Beth? Si è vero, si è fatta unʼaltra vita, ma respinge lʼex marito con dolcezza materna, quasi con colpa. Ed allora mi chiedo: non è che noi maschi siamo fatti così, fatui, egocentrici, fragili e sempre pronti a farci compatire, perché immenso è lʼaffetto delle donne per noi? La storia è esageratamente densa di vicende, anche inverosimili, a scapito dellʼapprofondimento dei personaggi, ripetitivi e scontati. La struttura rende particolarmente pesante il romanzo: i capitoli si susseguono alternando lʼio narrante: una volta Beth, unʼaltra Adam, e così per tutto il racconto. Questo espediente letterario, apparentemente originale, non dà ritmo narrativo; inoltre, prevalgono i dialoghi, di fatto soliloqui, con gli interlocutori meri megafoni dellʼio narrante. Sembra, quasi, che lʼautrice non sia stata in grado di analizzare i personaggi così come il contesto (totalmente carente) e si affidi alla forma del colloquio: modalità che non può reggere la narrazione quando si tratta di prosa, e non di teatro, dove ci sono gli attori che danno forza ai personaggi. Perché non leggerlo? Storia inverosimile e superficiale, ritmo narrativo noioso, racconto prolisso.
La zia Julia e lo scribacchino
Vargas Llosa ha definito lʼopera dello scrittore come > due cose insieme: una riedificazione della realtà e una testimonianza del dissenso ( dello scrittore) rispetto al mondo. Indissolubilmente uniti, nellʼopera (dello scrittore) compariranno questi due ingredienti, uno oggettivo e lʼaltro soggettivo: la realtà con cui (lo scrittore) si trova inimicato e i motivi di questa inimicizia; la vita così comʼè e quel che lui vorrebbe sopprimere, aggiungere o correggere nella vita . Apparentemente, il romanzo esprime proprio questo dissidio. Nei capitoli dispari si svolge la storia di un diciottenne, che sogna di diventare uno scrittore, e che nella Lima degli anni 50 sʼinnamora della zia, appunto zia Julia. Le relazioni di parentela ( i nonni, i tanti zii e le tante zie, i cugini), lʼambiente di lavoro della radio, i locali e i quartieri malfamati, i villaggi peruviani sono il contesto allʼinterno del quale si sviluppa una narrazione briosa e piacevole, ma sostanzialmente scontata perché conduce allʼinnamoramento e alle difficoltà che non può non incontrare lʼamore tra un minorenne e una donna molto più vecchia. Nei capitoli pari , invece, uno scrittore di radioromanzi ( lo scribacchino) inventa storie incredibili, meravigliose e catastrofiche: racconti totalmente fantasiosi, che sono senza dubbio la parte più affascinante del romanzo. Il problema è che lʼimmaginazione prende la mano: lo scribacchino non governa più le proprie storie e soprattutto i propri personaggi. Lo scribacchino, un giorno, confessa allʼaspirante scrittore che > sta succedendo qualcosa di imbarazzante, non ricordo bene i copioni, ho dei dubbi e mi scappano delle confusioni I personaggi «si mescolano». > Quando me ne accorgo, è troppo tardi. Bisogna fare salti mortali per rimetterli al loro posto, per spiegare i loro mutamenti . Con una maestria eccezionale, capitolo per capitolo Vargas Llosa aggiunge in ogni storia, trasmessa per radio, sempre più numerosi elementi di confusione fino ad arrivare ad un finale pirotecnico. Ma è vero questo dissidio tra capitoli dispari ( quelli realistici) e i capitoli pari ( quelli immaginati)? La storia del giovane diciottenne inizia come un classico romanzo dellʼottocento, ma poi si perde anchʼessa in vicende inverosimili, basti pensare alla peregrinazione dei due innamorati per la campagna peruviana per trovare un sindaco che li unisca in matrimonio. E quando dopo molti anni il giovane scrittore, ormai affermato in Europa, ritorna in Perù, scopre che le vicende della vita sono come il destino di vecchi romanzi radiofonici: > lʼumidità aveva cancellato i caratteri, i topi e gli scarafaggi avevano mordicchiato e scagazzato le pagine, e i copioni si erano mescolati gli uni con gli altri. Non cʼè modo di scegliere: tutalpiù, tentar di scoprire qualche testo leggibile. Ma allora aveva ragione lo scribacchino quando affermava, nel suo delirio, > che cosʼè il realismo, signori, il tanto vantato realismo che cosʼè? La sovrapposizione tra immaginazione e realtà ( il vero filone conduttore del libro) non è tanto conseguito dalla struttura narrativa ( anche se ricca di personaggi e di episodi), quanto si fonda su un linguaggio ed una sintassi che creano meravigliosamente un senso di evanescenza e di fantastica sospensione. Si pensi allʼinizio del capitolo dodicesimo, senza dubbio uno dei migliori: nel centro polveroso della città, a metà del jiron Ica, cʼè una vecchia casa con balconi e persiane le cui pareti maculate dal tempo e dagli incolti passanti ( mani sentimentali che incidono frecce e cuori e scribacchiano nomi di donna, dita perverse che scolpiscono sessi e parolacce) lasciano ancora intravedere, come in lontananza, velami di quella che era stata la pittura originale, quel colore che nella Colonia ornava dimore aristocratiche: lʼindaco". Perché leggerlo? È un libro bellissimo che si legge di un fiato ed è una fuga dalla realtà. È opera di un grandissimo scrittore.













































































































































































































































































































































































































































































































