24 racconti

finito di leggere il: 20 giugno 2017

Editore

L'Unità

Anno

1986

Pagine

221

Lingua di Lettura

Italiano

Gradimento Medio-basso

24 racconti

Con il titolo «La Rinascita» nel giugno 1944 esce il primo numero della rivista mensile del Partito Comunista.
LʼItalia non è ancora libera, è in corso la lotta partigiana e tuttavia fin dal primo numero la rivista dedica alcune pagine alla letteratura.
Ci sono componimenti poetici (di Umberto Saba e di Salvatore Quasimodo), testi di autori stranieri ed anche di scrittori italiani, da Alberto Moravia a Cesare Pavese.
Questo libro raccoglie alcuni di questi racconti, pubblicati dal 1945 al 1956, in una fase di accesa lotta politica e in pieno neorealismo.
Le storie sono impregnate di temi sociali, molte di esse parlano della Resistenza, con contributi di Renata Viganò, Italo Calvino, Marcello Venturi (narratore importante e dimenticato della lotta partigiana) e Mario Puccini, questʼultimo con un racconto commovente sulle apprensioni di un padre per un figlio impegnato in operazioni contro i tedeschi.
Ne ho scelto tre da recensire, non solo perché i migliori, a mio giudizio, ma anche perché rappresentativi del nostro Paese, dellʼItalia contadina e di un ceto medio urbano, che dal fascismo porterà con sé i segni indelebili della superficialità.
Francesco Jovine è autore di un romanzo, «Le Terre del Sacramento», che narra di un Meridione sempre condannato allo sfruttamento e sempre tradito dalla sua classe dirigente: uno scrittore della rassegnazione e della sconfitta.
Nel racconto «La morte del patriarca», pubblicato nel 1949, un nipote parla del nonno, giudice di pace di un villaggio del Sud e uomo di fiducia del principale proprietario terriero, il tipico latifondista meridionale.
Il nonno è un patriarca per la sua famiglia e lʼintera comunità: non approfitta dellʼassenteismo del proprietario per arricchirsi, ma anzi si erge a difensore dei contadini.
È un baluardo e una figura mitica.

Nelle notti dʼestate girava per le strade illuminate dalla luna, insieme con i suoi compagni contadini e li incantava suonando dolcemente il flauto.
(...) Spesso quando egli era assente, i giovani erano accesi da improvvisi furori e mettevano mano alle accette.
Ma quando cʼera il nonno non accadeva nulla che non fosse placido e gentile; si sentivano volare quelle note di tortora in amore, accompagnate dal ronzio di calabrone di una chitarra battente, i vecchi contadini si destavano dal sonno e immaginavano i campi estivi carichi di spighe pesanti, e succose frutta bagnate dalla rugiada del mattino.

Che ne sarà del villaggio dopo la morte del patriarca?

Ad un tratto una vecchia dal fondo incominciò a piangere ad alta voce e a cantare il suo rammarico doloroso per la perdita imminente.
Diceva lenta con voce ritmata: tu te ne vai, nostro onore e nostra difesa, te ne vai spada brillante.
Senza di te, riprese una voce giovanile sullʼultima lassa del canto, non abbiamo più luce e giudizio.

In «il mondo salvato a spalle», pubblicato nel 1951, Felice Chilanti narra della drammatica inondazione del Polesine e lo fa dandoci un bozzetto realistico e suggestivo della solidarietà contadina.
«Correte, gente, lʼacqua straripa lungo tutto lʼargine» Giovanni e suoi compagni contadini accorrono a chiamare a raccolta gli uomini e a salvare le donne e i bambini«.
E grida il bottegaio del villaggio,» E tu Giovanni e tu Gabana e tu Tabanin, non siete già stati buttati in galera un anno fa per questi lavori? Avete proprio voglia di salvare la terra e le vacche del Cané?

Canè è il grande proprietario della zona, il cui fratello, lo zoppo, urla come un pazzo ai contadini che si danno da fare per salvare la famiglia e le masserizie dei Cané.

Volete fare la rivoluzione disgraziati! Venite a prendermi, Assaggerete i confetti della mia pistola....
(...) Giovanni e i suoi compagni portavano a spalle il mondo alla salvezza: il mondo intiero così comʼera, gli amici e i nemici, la società nella quale vivevano e lottavano; portavano in salvo lʼagrario e i suoi beni, il prete e le sue preghiere, il maresciallo dei carabinieri e le sue manette«.
Il titolo del racconto di Libero Bigiaretti (»un altro destino

  1. richiama Martin Eden di Jack London.
    Due giovani fanno amicizia perché lavorano insieme in un cantiere: Renato è di estrazione operaia, intelligente, battagliero, capace di far

valere con chiarezza ed energia le proprie ragioni

, Giulio viene da una famiglia borghese, insofferente, ha abbandonato la scuola e vorrebbe pubblicare le sue poesie sulla Fiera Letteraria.
A differenza di Giulio, tutto intriso

di nomi e di libri alla moda«, Renato»leggeva quando gli capitava, con il desiderio caparbio di comprendere fino in fondo

.
Giulio conosce Elena, la sorella di Renato, con la quale inizia una relazione.

Ci sciogliemmo, io pieno di sgomento e di confusione, lei calma; mi disse di pulirmi le labbra, ché dovevo averle sporche di rossetto.
(...) Mi viene da ridere, se ci ripenso.
Se ripenso come, per tutta la serata e la notte, mi si complicò nella testa quella comunissima avventura.«E se avesse dovuto sposarla?»Lo sapete che Giulio va a passeggio ai Mercati generali con una fruttivendola? (...) Poi conobbi Loredana con la quale, tra un bacio e lʼaltro, si poteva parlare di letteratura.
E Loredana sapeva anche baciarmi molto meglio di Elena".

I racconti non sono certo dei capolavori; dietro un neorealismo di facciata emerge una vena melodrammatica ed enfatica, che proviene dalla letteratura del fascismo e da radici ancora più lontane, dellʼItalia provinciale, estranea alla cultura europea.
È singolare come si senta già un senso di stanchezza, di rassegnata accettazione del Paese che sarà lʼItalia: intimistica, melliflua ed ipocrita.

Viene un poʼ di nostalgia nel leggere questi raccont.
Allora, una rivista di partito dava spazio alla letteratura, ai principali autori italiani; oggi siamo costretti a leggere frasi sconnesse su Facebook e su Twitter, mentre gli scrittori parlano dʼaltro, ben lontani dalla politica.
E forse da qui che prende le mosse lʼormai stucchevole crisi della sinistra?

Perché leggerlo? È interessante per ricordarci qualʼ era la cultura di sinistra.

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