Dall'editoriale

Le migliori poesie italiane del Secondo Novecento

Nella sezione Poesie è presentata un'antologia di poeti italiani del Secondo Novecento. E' una selezione che nasce dalla gestione di un Gruppo di Lettura sulla Poesia presso la Biblioteca Classense di Ravenna. Da questo lavoro sono state tratte Trenta poesie considerate le migliori sotto il profilo stilistico e rappresentative dell'evoluzione della nostra poesia.


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Il sosia poema pietroburghese
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Il sosia poema pietroburghese

Jakov Petrovic Goljadkin è un rispettato funzionario pubblico. Dostoevskij lo presenta nella sua ordinata e modesta dimora in una mattina ricca di attese per il nostro "eroe": > lo guardarono con familiarità le pareti verde sporco affumicate della sua stanzetta, il comò di mogano, il divano alla turca d'incerata rossa a fiorellini verdognoli. Dinanzi allo specchio, in questa giornata per lui eccezionale, > sarebbe davvero un bell'affare, "disse a mezza voce Goljadkin", sarebbe davvero un bell'affare se proprio oggi non fossi in piena regola, se, mettiamo, mi fosse venuta fuori qualche novità, un bel foruncolo assolutamente inopportuno, ad esempio. Deve essere perfetto il nostro eroe, è invitato, o pensa di esserlo, al compleanno dell'unica figlia del consigliere di Stato Berendeev. Pur in una prevalente euforia, Dostoevskij ci dà subito alcuni segnali di qualcosa che non va: mentre sale su *una carrozza di nolo azzurra*, il suo servo scambia > occhiate d'intesa col vetturino e alcuni sfaccendati, (...) trattenendo a stento le risate più sguaiate; salito sulla vettura, il nostro eroe > sussultò (...) e si rintanò in fretta e quasi spaventato nell'angolo più buio della carrozza; infine, scopriamo che Goljadkin, il compassato funzionario, è in cura presso un dottore, che lo invita a non evitare la vita spensierata, a non essere *nemico della bottiglia*. E quindi non restiamo stupiti quando il nostro eroe viene respinto dal portiere e non può accedere al compleanno della figlia del potente consigliere. Non è gradito ospite! Con un sotterfugio, Goljadkin riesce a infilarsi nel ricevimento e qui in uno stato di delirio si comporta in modo sconveniente, tanto da essere messo alla porta. Ma è realtà o un'allucinazione in una mente già malata? Questo è il preambolo all'ingresso di un nuovo personaggio: il sosia, il viscido, disgustoso, astuto Goljadkin numero due. Dapprima, il sosia manifesta un atteggiamento umile verso il "numero uno", *attaccandosi a ogni suo sguardo*, poi si farà sempre più arrogante, conquistandosi la benevolenza dei superiori del nostro eroe. Non solo, lo irride davanti ai colleghi più giovani. > Dopo avergli fatto un po' di solletico, (...) provocando un gran divertimento nella gioventù che li circondava, il signor Goljadkin numero due, con una sfacciataggine disgustosa, assestò definitivamente un colpetto sulla pancetta debordante del signor Goljadkin numero uno, e accompagnò il gesto col più velenoso e allusivo dei sorrisi dicendo: "tu te la spassi, fratellino". A cosa si riferisce il sosia? Come Dostoevskij espliciterà in "Memorie del sottosuolo" (si veda la recensione in questo sito) c'è in noi, nel profondo del nostro animo, una malvagità che ci porta a compiere atti cattivi, che ci può condurre anche alla pazzia. Solo nel sogno il nostro eroe riesce a intravedere un atto meschino, > una vigliaccheria vista, sentita oppure da lui stesso compiuta non molto tempo prima, un comportamento sconveniente: > una ben nota signorina, (...) una tedeschina, alla quale il sosia può tranquillamente alludere, > circuendo Goljadkin, sorridendogli con affabilità, e mostrando, in quel modo, falsa cordialità verso di lui. Per il nostro eroe è un sollievo quando vede arrivare il dottore: > dagli occhi del signor Goljadkin scesero le lacrime. "in questo caso sono pronto... mi rimetto completamente e affido il mio destino (al dottore)", (...) un tremendo e assordante grido di gioia scaturì dal petto di tutti coloro che lo circondavano e con la più crudele risonanza serpeggiò tra la folla in attesa. (...) Il viscido gemello del signor Goljadkin (...) mandava piccoli baci al signor Goljadkin; ma poi cominciò a dare segni di cedimento e ad apparire sempre più raramente, fino a scomparire del tutto. Uno psichiatra potrebbe dire che ci troviamo dinanzi a una personalità schizofrenica, in uno stato di crescente alterazione, con una scissione della personalità. Uno psicoanalista, molto prima di Freud, potrebbe intravedere la paura dell'io d'incontrare il suo doppio, di svelare il male che ha dentro di sé, dietro la parvenza di una rispettabilità borghese, rifiuto dell'ingranaggio dell'opprimente burocrazia dell'Impero Russo. Ed allora la pazzia di Goljadkin, la creazione di un suo sosia disgustoso e viscido, non è altro che un disperato atto di rivolta, che non può che portare al manicomio, perché deviante rispetto alle regole dominanti. E Dostoevskij è il cantore della società pietroburghese. > Oh, se io fossi un poeta! Poeta naturalmente all'altezza di Omero e di Puskin, perché con un talento meno sublime è impossibile farsi avanti. Non sarà che pure a noi contemporanei non ci resti che la follia, dinanzi ad un mondo così asfissiante, ma dov'è un Dostoevskij? Il ritmo è incalzante e brioso, rimandando il lettore allo splendido "Il villaggio di Stepàncikovo e i suoi abitanti" (si veda la recensione in questo sito). Già grande scrittore, Dostoevskij ci porta per mano nel racconto della pazzia del protagonista, dapprima increduli, con cenni lievi e ironici, poi in modo sempre più evidente. Certo, la narrazione della follia si attorciglia su sé stessa, e come potrebbe essere diversamente visto che solo con la ripetizione degli avvenimenti e degli stati d'animo si può scavare in profondità. L'idea del sosia è geniale perché crea un altro punto di vista, una prospettiva esterna e interna ad un tempo, un espediente narrativo veramente innovativo, che si ritrova in pochi romanzi, come, per esempio, in "Io sono un gatto" di Natsume Soseki (si veda la recensione in questo sito), ma senza dubbio con un ritmo ben diverso. Perché leggerlo? Intenso e inquietante ad un tempo.

La stirpe e il sangue
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La stirpe e il sangue

Nel XV secolo nella Transilvania, > c'è una storia che sta guadando i fiumi, volando fra i boschi frondosi e impigliandosi alle labbra dei passanti. Una storia che orripila, (...) pare si aggiri fra le campagne una creatura immortale dalla fame violenta, assetata di sangue. (...) C'è una cometa che da due mesi solca il cielo, come una ferita di coltello, da cui cola il sangue del creato. È Dracula, non il reale conte Vlad Dracula, il quale, malgrado la sua crudeltà, non fu certo immortale né si nutriva del sangue delle sue vittime. Nella nostra storia è Radu, un esile adolescente, un predatore, sempre pronto a balzare alla gola, > rapido come una pulce, ma dal morso letale, (...) una falena impazzita, zampillante. In un racconto che ha il ritmo della morte, in un ambiente sconvolto da guerre, violenze e stragi, in un'atmosfera cupa, paurosa, dove non pare mai brillare il sole, una piccola famiglia cerca di sopravvivere: Maria, la madre, grande conoscitrice delle erbe, anche di quelle che uccidono, una strega forse; Anna, la figlia che ancora bambina deve proteggere il fratellino appena nato; e Radu appunto, ancora neonato deve cibarsi del sangue non potendo attingere al latte esausto della madre. > È minuscolo, viola imbrattato di sangue e di umori di donna. Dovrebbe morire, dice la levatrice, perché > non è voluto dagli spiriti del vento, (...) Anna glielo toglie dalle mani e se lo stringe al petto, il primo vagito nasce lì, fra le sue braccia di piccola sorella. E così Radu, il futuro "vampiro", è frutto dell'amore della piccola sorella, che lo porta con sé, lo custodisce e lo nasconde, gli dà il poco cibo che può trovare. Nella foresta la piccola famiglia deve difendersi dagli animali feroci, quando sono rapiti devono salvarsi dagli uomini. È inutile inoltrarsi nella trama, di impianto fortemente gotico, così surreale da lambire il "Fantasy"; è meglio lasciarsi trascinare dall'immaginazione, e pensare che questo racconto, così lontano nel tempo, sia in fondo una metafora della nostra condizione attuale: guerre, stragi, violenze e genocidi non possono che partorire un Mostro; e ci chiediamo se Anna abbia fatto bene a salvare e nutrire Dracula, dandogli tutto il suo amore. Non ha senso accostare questo romanzo a Dracula di Bram Stoker (si veda la recensione in questo sito): un'opera intrisa di positivismo, che narra lo scontro tra la scienza e l'inconoscibile, e Dracula non è un personaggio reale, ma l'allegoria delle nostre pulsioni più profonde e inenarrabili. Forse, al di là delle suggestioni gotiche, il romanzo è il proseguimento di "La Colpa" (si veda la recensione in questo sito). Alcuni temi paiono tornare: l'ambiente selvaggio (qui la Transilvania, lì la Marecchia desertificata); in entrambi "la follia lucida di costruzioni di possibilità terribili perché plausibili, (...) un Prometeo nudo, arrossato, gocciolante..."; una dimensione esistenziale dove solo l'amicizia e l'amore possono salvare. In " La stirpe e il sangue", scritto dieci anni dopo "La Colpa", pare che l'autrice sia scivolata in quello strapiombo vagheggiato nel romanzo del 2012, e solo collocarsi nel Fantasy le abbia permesso di sopravvivere. Il pregio fondamentale del racconto è la scrittura: frasi brevi ma evocative, quasi dei versi in prosa, che entrano nella mente del lettore. Si percepisce l' influenza di una poetessa come Beatrice Masini. Perché leggerlo? È sanguinolento, in certe situazioni in modo esagerato, ma piace la scrittura. Così tenera è la figura di Anna.

Lorenza GhinelliBompiani
Stella Rossa romanzo-utopia
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Stella Rossa romanzo-utopia

In un anno imprecisato (ma supponiamo sia il 1908) un marziano si presenta al rivoluzionario e scienziato Aleksandr Bogdanov, proponendogli di venire su Marte per studiarne la società e per diffondere i superiori valori marziani sulla Terra. Il pianeta rosso ha un'organizzazione perfetta che permette, per esempio, di dare a ciascuno il lavoro più utile alla collettività e nel contempo più congeniale alla persona, realizzando l'utopia di Marx: "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i bisogni". È l'ideale società comunista, che non sarà facile da accettare da parte del rivoluzionario Bogdanov, infastidito dalla cura dei marziani nei suoi confronti, supponendo che sia una forma di controllo, ed invece > la premura che avevano nei miei confronti era la medesima - forse, con meno frequenza - che mostravano quando si aiutavano a vicenda. (...) Io, che provenivo da un mondo individualistico, mi distaccavo dagli altri senza volerlo e percepivo morbosamente la loro gentilezza e il loro aiuto amichevole che, io, figlio di un mondo materialistico, non potevo permettermi di ripagare. Ed allora, > bisognava fare in fretta, bisognava sfoderare tutte le forze e le energie, perché la responsabilità era enorme! Quale colossale beneficio per la nostra vecchia e sofferente umanità, quali giganteschi progressi e quale prosperità avrebbe portato l'influenza energica e vigorosa di quella cultura superiore, potente e armonica! Ma siamo proprio sicuri che i marziani e i terrestri siamo così differenti? Siamo certi che la società socialista dissolva le pulsioni individualistiche in una sfera più elevata, in cui prevalgano solo la razionalità e la solidarietà? E se in questa società così armonica irrompesse l'amore? Netti, una marziana esile e gentile, si innamora del fragile e confuso terrestre. > Ti amo non solo come una moglie, ti amo come una madre che accompagna il proprio figlio in una nuova esistenza, estranea, piena di sforzi e pericoli. Questo amore è più forte e più profondo di qualsiasi altro in grado di legare due persone. Così scrive Netti a Bogdanov quando quest'ultimo scopre che la donna è sposata pure con Stenni, un freddo scienziato, senza cuore, capace di scomporre il tutto, ma non in grado di capire i pensieri e i sentimenti della gente. È c'è senza dubbio della gelosia e dell'antipatia, sentimenti così poco socialisti, alla base dell'assassinio di Stenni da parte di Bogdanov. E c'è pure la nostalgia per la Terra: > un nugolo di volti familiari ed eventi passati baluginavano nella mia mente (...) paesaggi terrestri, scene teatrali, immagini di favole per bambini si riflettevano silenziose nella mia anima, come in uno specchio svanivano e si scambiavano senza alcun senso di agitazione, ma solo di leggera curiosità accompagnata da una flebile sensazione di piacere. In uno stato eccitato e confuso, in cui gelosia e appartenenza alla Terra si sovrappongono, Bogdanov non può che uccidere Stenni, dopo aver letto il verbale di una riunione segreta, in cui il "freddo scienziato" invita a invadere la Terra, eliminare la sua popolazione e depredarne le risorse, di cui Marte ha enormemente bisogno. È una premonizione di quanto avverrà nel futuro, quando dietro all'utopia di classe e di razza si perpetreranno genocidi di interi popoli? Che ne sarà di Bogdanov e della sua amata Netti. L'autore immagina che Bogdanov venga rimandato sulla Terra: è stato un fallimento usarlo come possibile "ponte" tra i due mondi. Netti va sulla Terra a raggiungerlo, e poi? Resta solo > sul tavolo del salotto, con un'enorme finestra spalancata, (...) un biglietto. Alcune parole erano lì impresse in una calligrafia tremolante: "un saluto ai compagni, Arrivederci". I Wu Ming hanno immaginato il proseguimento della storia di Bogdanov e Netti (si veda la recensione di "Proletkult" in questo sito); ma, come nella prefazione a Stella Rossa, il gruppo di Bologna dà una lettura storico-ideologica, ovviamente anche dal punto di vista di quanto è avvenuto dopo. Si perde quel crogiuolo di sentimenti e relazioni che sono il perno della trama e rendono ancora così accattivante il romanzo. Perché leggerlo? Talvolta noioso, è bella la storia di Bogdanov e Netti.

Aleksandr BogdanovAlcatraz
Quando mi riconoscerai
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Quando mi riconoscerai

Castenate è una cittadina immaginaria del Nord Italia, un > paesino perfettino, con tutti che in faccia (...) sono gentili, buongiorno, buonasera, come va? come sta Camilla? che scuola fa l'anno prossimo? Ma tutti sanno, tutti parlano. In questo "paesino perfettino" l'autore ambienta due storie, che a lungo procedono distinte. L'una è ambientata negli anni '90 e parla del rapporto tra due adolescenti: Camilla, > bella, con i suoi capelli rossi e gli occhi verdi. Tutte le adolescenti si somigliano, ma lei è una speciale. Lo sa, ne è fiera; Enea, un ragazzo timido e secchione, che alza sempre la mano in classe perché lui, sì, ha studiato. Camilla si diverte a bullizzare il povero Enea, ridicolizzandolo dinanzi ai compagni, come quando gli ha tirato giù i pantaloncini, svergognandolo dinanzi alla compagna di classe amata dal ragazzo. Soprattutto pesa a Enea l'insulto di Camilla: tua nonna > è una troia, lo sa tutto il paese. Se questa storia è intrisa di adolescenza, di una relazione che si evolverà dall’attrito all'amicizia sino all'amore, l'altra è invece ambientata negli anni della seconda guerra mondiale ed è pervasa dalla violenza di quel periodo. Rodolfo è bello, audace, povero e antifascista, lo é in modo epidermico perché fa parte di una famiglia bracciantile, sfruttata dai proprietari agrari. È a questa classe che appartiene invece Viola; anzi suo padre è uno dei gerarchi fascisti di Castenate, rispettato e temuto in paese; e lo è pure il suo predestinato sposo (sono stati visti baciarsi in un canneto!): un giovane violento, sempre pronto a picchiare i presunti antifascisti, come Rodolfo. Malgrado siano così distanti sotto il profilo sociale e politico, nasce tra Rodolfo e Viola una passione, dapprima rifiutata dalla ragazza, e che poi esploderà in un rapporto di amore quando Rodolfo dovrà lasciare Castenate per andare a morire nella campagna di Russia. Da questa passione nasce un bambino, che sarà cresciuto da Viola nella bigotta Italia del dopoguerra. Sono due storie molto diverse come contesto storico e situazioni sentimentali; se nella prima, quella degli ann'90, è possibile dare tempo all’amore, nell'altra, in quei terribili anni '40, non si può attendere, tutto deve procedere in fretta. Per molte pagine il lettore cerca qualche indizio dell'intreccio fra le due storie. Poi, come nello splendido "Io non mi chiamo Miriam" di Axelsson Majgull (si veda la recensione in questo sito), la nonna rivela ad Enea che lei non è Rita, ma Viola, e che lui è il nipote di Rodolfo, fratello gemello dell'uomo che ha ucciso il nonno materno. > Sangue marcio, tutti sangue marcio, i partigiani schifosi. La cosa peggiore è che quel sangue marcio ha contaminato anche mio figlio. Nelle sue vene scorre il sangue di Rodolfo, sangue partigiano. Ma lui non tornerà più. Eppure io lo aspetto, e mi devasta pensare che non potrò più averlo per me, e mi detesto per questa mia debolezza. (...) Non ho pace Enea. Ho passato la vita a mentire. Il romanzo sarebbe dovuto evolversi intorno alla drammatica scoperta, a quella confessione, così intrisa di odio e amore, che la nonna fa al nipote. Ed invece, l'autore inserisce troppi temi, da quelli adolescenziali sino alla lotta partigiana. Emerge una trama confusa, compromessa da uno squilibrio narrativo tra le due storie, che va a scapito del ritmo e rende ridondante il racconto. Il finale, che forse vorrebbe essere una sorpresa, è invece banale e noioso. Il pregio fondamentale è farci capire quanto sia lontana l'Italia di oggi rispetto ai drammatici avvenimenti che ha vissuto il nostro Paese durante la guerra. La scrittura è semplice, efficace ed elegante ad un tempo. Le frasi brevi e i dialoghi serrati fanno pensare che l'autore si sia voluto rivolgere a un pubblico di adolescenti, che forse possono apprezzare maggiormente la vicenda d'amore di Camilla ed Enea rispetto ad un adulto, che rimane più impressionato dalla tragica omertà di Viola. Dispiace che l'autore non si sia impegnato a descrivere l'atmosfera di provincia, "il paesino perfettino"; se lo avesse fatto avrebbe dato spessore all'intero racconto, inquadrandolo meglio nel suo contesto sociale e culturale. Perché leggerlo? Si legge bene, ma è noioso.

Marco ErbaRizzoli
La vergine eterna
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La vergine eterna

L'autore immagina che un compagno di scuola, divenuto produttore cinematografico, gli proponga di scrivere la sceneggiatura di un film su Michael Kohlhaas, un racconto del 1810 di Heinrich von Kleist. La trama si presta ad un tema particolarmente caro a Kenzaburo Oe: quello della libertà e della rivolta contro i soprusi del Potere. Ambientato nel sedicesimo secolo, il romanzo di Von Kleist narra la storia di un commerciante di cavalli che non accetta di essere derubato e umiliato da un potente feudatario e, testardamente e disperatamente, lotta per avere Giustizia. È naturale per Kenzaburo di trasferire questa tragica vicenda nelle sommosse contadine che sconvolsero il Giappone nella seconda metà dell'Ottocento, e che interessarono proprio il villaggio natale dello scrittore, come già descritto in "La Foresta dell'acqua" (si veda la recensione in questo sito). Fin qui è il contesto; ma sin dalle prime pagine si intuisce che c'è qualcos'altro al di sotto della trama, quasi che la sceneggiatura scateni forze primordiali che provengono dal sottosuolo dell'animo umano. A differenza di "Memorie del sottosuolo" di Fedor Dostoevskij (si veda la recensione in questo sito), o non è la malvagità, ma quel sottile, ambiguo e svergognato desiderio di fantasie erotiche che può ancora travolgere un vecchio. Il romanzo si articola infatti in due momenti della vita di Kenzaburo: nel primo è già scrittore affermato ma fortemente depresso e in grave crisi creativa, nel secondo è un anziano signore ormai in declino fisico. L'indizio di un tema "nel sottosuolo" della trama ufficiale si trova nella citazione di una poesia di Edgar Allan Poe, scritta nel 1849, anno della morte di Poe (quanti riferimenti "allegorici" nel grande autore giapponese!): "or sono molti e molti anni/che in un regno in riva al mare/viveva una fanciulla che col nome/conoscerete d'Annabel Lee; /e viveva questa fanciulla senz'altro pensiero/che amarmi ed essere amata". Questi sono i versi ricchi di evocazioni erotiche di Poe; ma chi è Annabel Lee per Kenzaburo Oe? È Sakura-san, un'attrice giapponese famosa ad Hollywood e che il produttore vorrebbe che fosse la protagonista del film su Michael Kohlhaas. Coincidenza vuole che Kenzaburo abbia già visto la giovanissima Sakura, e ne era stato "rapito", in un cortometraggio su Annabel, dove Sakura, ancora bambina, era la protagonista dell'ultima scena, nelle vesti di una > fanciulla dalla veste candida e fluente, che sotto la purezza dell'immagine aveva > un che di ambiguo e misterioso. La trama del romanzo si dipana intorno "al sottosuolo" di Sakura, al di là dei suoi modi calmi e sicuri. Innanzitutto, l'attrice è determinata a porre al centro del film la donna che condusse la rivolta dei contadini nella seconda metà dell'Ottocento, e che prima di essere uccisa subì uno stupro di gruppo: la vicenda della donna, chiamata nella leggenda la madre di Meisuke, fu oggetto di una rappresentazione teatrale organizzata dalla nonna e dalla madre di Kenzaburo, cui ha partecipato lo scrittore ancora bambino. Poi, lo scrittore viene a sapere che Sakura è chiamata la "Vergine eterna": ancora bambina Sakura fu portata in America da un soldato che divenne suo marito e la iniziò alla carriera cinematografica; un uomo che l'amò quindi, con cui però Sakura non riuscì mai ad avere un rapporto sessuale completo. E da qui che ha origine un incubo ricorrente di Sakura: > nel sogno provavo una paura indicibile, ma non sapevo bene perché, non riuscivo a mettere a fuoco. Eppure in quel cortometraggio su Annabel Lee, diretto proprio dal marito, traspariva una tale purezza nell'immagine di Sakura bambina adagiata su un tronco sulla riva del fiume, come nella poesia di Poe. Ma c'era dell'altro, qualcosa di orrendo nel finale del cortometraggio, una conclusione tenuta nascosta e che inconsapevolmente Sakura voleva ripercorrere come protagonista dello spettacolo teatrale della tragica storia della madre di Meisuke. > Grazie a un passaggio estremamente pacato e bucolico, sono riuscito persino a immaginare la madre di Meisuke incamminarsi lungo un sentiero di montagna che si addentrava nella foresta. (...) Ho provato un profondo rammarico pensando di aver vissuto tanti anni senza riflettere a fondo su cosa potesse celarsi realmente oltre questo sentiero; sono diventato un vecchio settantenne e non ho fatto altro che ascoltare quella melodia così semplice e pura (la Sonata per pianoforte Opus 111 di Beethoven di accompagnamento al cortometraggio su Annabel Lee), che mi trascinava inesorabilmente verso l'ignoto. Non riuscivo e non riuscirò mai a liberarmi dall'immagine di quel pollice grosso e tozzo che s'insinuava a forza in quella piccola fessura.... > Mi risveglio nell'oscurità che precede l'alba, e annaspo tra gli angosciosi brandelli di sogni che ancora indugiano nella mia coscienza, alla ricerca di un'ardente sensazione di attesa. (..) Ho dormito con le braccia e le gambe piegate di lato, nella posizione di chi non voglia ricordare la propria natura o la situazione in cui si trova. Così scrive Kenzaburo Oe in "Il grido silenzioso" (si veda la recensione in questo sito), quasi ad esprimere ciò che abbiamo rimosso tutta la vita, ma che torna nella vecchiaia, più forte che mai. In "La vergine eterna" sono le pulsioni erotiche di un vecchio, in un racconto che ruota intorno ad una donna, affascinante proprio per i suoi più profondi segreti, tanto nascosti "nel sottosuolo" dell'anima da essere da lei stessa sconosciuti. È necessaria la creazione artistica per riportare in superficie il dolore di tutta una vita. Il romanzo è un inno alla letteratura, alla sua capacità di mescolare avvenimenti storici, riferimenti letterari, riflessione su sé stessi e capacità terapeutiche. Si percepisce un senso di rammarico per quanto non si è riuscito a fare, e a vivere. È un romanzo perfetto! Certo, con fine ironia, Kenzaburo scherza sulla sua inclinazione a perdersi nella storia, ad essere spesso prolisso e dispersivo. Non lo si può dire per questo romanzo: la trama si sviluppa senza sbavature e conduce con sicurezza il lettore verso il centro oscuro della storia. La riuscita della narrazione dipende, forse, da essersi focalizzato su un personaggio, che cresce e si afferma, lentamente ma inesorabilmente, lungo il romanzo, alla ricerca di sé stessa, della sua volontà di essere autentica, come una Anna Karenina giapponese (si veda la recensione del capolavoro di Tolstoij in questo sito). La scrittura fluisce elegante e precisa, con tanta abilità stilistica da sbalordire. Perché leggerlo? È un capolavoro.

Oe KenzaburoMondadori
Acqua sporca
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Acqua sporca

> Neela in Italia aveva un lavoro, una figlia, una casa -- in quest'ordine, ma senza che nessuna delle tre cose le appartenesse davvero. (...) Si era applicata con inesausta costanza per costruirsi un guscio nuovo, certe cose non si apprendono con gli occhi, ma con lo stomaco. Dietro quella colata di cerone, Neela si sentiva abitata da un sottomondo mostruoso che premeva per emergere e che sempre ricacciava indietro. Dopo tanti anni in Italia, dopo una vita di fatica, aveva un po' di soldi, che a Ceylon, il suo paese natale, le davano una solida posizione economica. Decide, allora, di tornare a casa. Questa scelta pare incomprensibile ai parenti di Ceylon, un Paese devastato dalla guerra civile, dalla repressione militare, dalla crescente povertà e dagli effetti del cambiamento climatico: Paese ben diverso da quello lasciato da Neela, ormai trasformato da modelli di consumo occidentali e da nuove credenze e costumi. Alla scrittrice non interessa il futuro di Neela, la cui vita pare determinata dal destino immutabile dell'emigrata. Il tema del romanzo è l'impatto di questa partenza su Ayesha, la figlia di Neela, "l'acqua sporca", perché ormai italianizzata, e nel contempo alla ricerca di un legame con il passato, il suo e della sua famiglia. Questi due lati esistenziali non sono affrontati in una scontata chiave sociologica, che ruoti intorno al tema dell'identità. Con grande abilità narrativa la scrittrice racconta in parallelo la storia della famiglia di Neela e quella di Ayesha; a differenza della madre, Ayesha non può tornare, diversamente dalle zie e dalle cugine, non può affidarsi ad antichi rimedi, alla saggezza di un mondo magico, ancora abitato da spiriti e pratiche buddiste, o affidarsi a ideologie anti colonialiste e rivoluzionarie. Dove sono le radici di un' "acqua sporca", che deve sopravvivere all'interno di una società post capitalista? Amante delle metafore, la scrittrice ricorre all'immagine di alberi tropicali, che crescono da semi > che si insinuano nelle crepe delle cortecce di altri alberi, soffocando l'ospite con le proprie radici. (...) Il rapporto che intessevo con la mia vita altrove era così: un'esistenza che cresceva su un'altra come un parassita. Mentre una cercava di prendere il sopravvento, portandosi appresso le radici, esposte come carne viva, l'altra, quella sottostante, continuava a sopravvivere al limite del marciume. Mi sentivo una Persefone che divideva il suo tempo tra due mondi. Lei si era venduta per sei chicchi di melograno, per che cosa mi ero venduta io? Sorge spesso il dubbio se Uyangoda stia parlando dell'Italia, usando Ceylon come Montesquieu scriveva della Francia immaginandosi una Persia che esisteva solo nelle sue "Lettere Persiane". La stessa impressione si trae leggendo Igiaba Scego, in particolare l'ultimo libro recensito in questo sito: "Cassandra a Mogadiscio". È vero che la parte più affascinante del romanzo sono i capitoli dedicati a Ceylon, ma sempre l'autrice ci riporta con crudezza al dramma esistenziale e psicologico di Ayesha, una donna così vicina a noi, eppure tanto lontana perché è un "acqua sporca". Ed è proprio in questo "andare e tornare", tra un'isola vagheggiata e la nostra alienazione quotidiana, che risiede l'importanza del romanzo sotto il profilo dei contenuti. La struttura narrativa è ben costruita, con il ricorso all' io quando si parla di Ayesha, passando invece alla terza persona quando si raccontano le storie familiari: questo approccio crea una strana alternanza tra il soggettivismo tipico del romanzo contemporaneo, e l'oggettivismo che deriva dal voler parlare del mondo e delle esistenze "universali”: La scrittura è fluida ma densa, si percepisce un'impronta filosofica, in particolare in alcuni passaggi spesso ricchi di meditazioni e astrazioni. Tutto ciò accresce il fascino della lettura. La trama non può che essere fragile, visto che tutto è stato già detto dalle prime frasi del libro. Perché leggerlo? romanzo difficile, ma affascinante.

Nadeesha UyangodaGiulio Einaudi
Memorie del sottosuolo
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Memorie del sottosuolo

Nel preambolo è lo stesso autore a dividere il racconto in due parti. Nella prima, intitolata "Il sottosuolo", > il personaggio presenta sé stesso, le sue convinzioni, e pare voler chiarire le cause per cui è comparso, e doveva comparire nel nostro ambiente, ossia come nell'era del positivismo, della ragione dominante, fosse necessario riconoscere nell'uomo una forza primordiale, che viene dal sottosuolo, che ti spinge ad essere malvagio, ad avvilirti nell'abbiezione, che ti fa gridare con compiacimento: > sono un uomo malato... Sono cattivo. È quindi un manifesto filosofico, un punto di arrivo nichilista sulla natura umana. Nella seconda parte, "A proposito della neve bagnata" (un titolo che ci si aspetterebbe da un romanzo giapponese), il protagonista narra un episodio della sua vita che dovrebbe spiegare le idee e le suggestioni espresse nella prima parte. È come se il protagonista, quarantenne nel momento in cui illustra le sue teorie, ritornasse con la memoria a quando era ventenne e a un incontro che gli aveva cambiato la vita. Se ci liberiamo dallo schema subdolamente proposto dall'autore, ci accorgiamo come il racconto abbia al centro la Donna. Un chiaro suggerimento è già nei versi citati da Dostoevskij in avvio della seconda parte: "quando, dalle tenebre dell'errore, /(...) mi raccontavi la storia di quanto era stato prima di me/e all'improvviso, coprendoti il viso con le mani,/sopraffatta dal dolore e dalla vergogna,/indignata e sconvolta,/ tu piangevi..." (Nikolàj Nekràsov 1846). Qui è una giovane prostituta, Liza, che il protagonista incontra in un postribolo e che invita a cambiare vita, offrendole il suo aiuto. L'aveva affascinato il suo > volto fresco, giovane, palliduccio, con le sopracciglia diritte e scure e uno sguardo severo, come un po' stupito. Nel farle l'avventata promessa di redenzione, il nostro protagonista non è mosso da una vera empatia. > Un pensiero sordido nacque nella mia mente e serpeggiò per tutto il mio corpo come una sensazione sgradevole, simile a una discesa in un sotterraneo umido e muffoso. (...) Ora invece mi si chiarì l'dea assurda, disgustosa come un ragno, della depravazione, che senza amore, in modo brutale e volgare, comincia proprio da quello il coronamento dell'amore vero. C'è come un lieve confine tra la sopraffazione, il piacere di umiliare, e l'affetto sincero e puro per una Donna, tra l'amore come voluttà e l'Amore senza sé e senza ma. E quando Liza si presenta a casa del protagonista, quest'ultimo porta avanti un gioco crudele, di offese e di ripicche, quasi che fosse colpa della povera ragazza se lo avesse sorpreso con una vestaglietta > sudicio, misero, disgustoso, (...) una canaglia, un farabutto, un fannullone, non più l'eroe del loro incontro al postribolo. Ed allora *accadde un caso strano*. Umiliata, offesa, dinanzi all'avvilimento, Liza > aveva capito, fra tutto, quello che una donna intuisce sempre prima di ogni altra cosa, se è veramente innamorata, e cioè che ero infelice. (...) Non immaginavo neppure che non era venuta per avere parole pietose, ma per amarmi, perché per una donna solo nell'amore risiede ogni resurrezione, ogni salvezza, da qualunque rovina e ogni rinascita, che non può manifestarsi se non nell'amore. Purtroppo > siamo nati morti, e già da tempo non nasciamo più da padri vivi, e ci piace sempre di più. Non sappiamo riconoscere ed accettare l'Amore. Il racconto è un'analisi esistenziale, introspettiva e filosofica di un anti eroe, o meglio di una scissione dell'Io, tra la nostra autorappresentazione nella fantasia e nella letteratura, e la vita concreta, in cui non siamo più grandi uomini, ma esseri meschini e malvagi. Non so se D'Annunzio abbia mai letto "Memorie del sottosuolo", ma senza dubbio il protagonista del racconto pare preannunciare i personaggi dei romanzi e delle opere teatrali del nostro scrittore: superuomini nell'arte e abbietti nella vita. Non è il protagonista-narratore che ci rimane scolpito nella nostra immaginazione, anzi alla fine ci annoia il fluire ridondante delle parole, dietro cui si rifugia; è Liza ad emergere pian piano, da misera prostituta a donna ferita nel suo amore tradito, nel suo orgoglioso rifiuto di un compenso, che brutalmente le viene elargito. È una figura dinamica, non stereotipata, l'unica figura ad evolversi all'interno di una narrazione statica, in cui le situazioni e i personaggi sembrano inchiodati nelle loro funzioni, a cominciare dal protagonista. Non è un caso che "Memorie del sottosuolo" non abbia avuto un successo di pubblico e di critica, proprio perché mancano la trama e l'evolversi delle figure umane, nella loro dimensione psicologica e spirituale. Perché leggerlo? E' interessante per conoscere la "filosofia" dAi Dostoevskij

Il segreto della Hudson Queen
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Il segreto della Hudson Queen

È singolare commentare questo romanzo subito dopo aver letto "La perla sanguinosa" di Emilio Salgari (si veda la recensione in questo sito): una strana coincidenza, quasi che le perle siano portatrici di avventure e disgrazie. Ed infatti quando Sally Jones e il Capo trovano una collana di perle nascosta in uno scomparto segreto nella ruota del timone della loro nave, Sally, con la sua saggezza di scimmia intelligente, prova > una sensazione sgradevole alla bocca dello stomaco. (...) Le perle della collana (...) sembravano emanare dall'interno una luce tenue e misteriosa. A differenza del fantastico ambiente salgariano, qui le perle ci conducono nel "sottosuolo" delle città marinare: bassifondi violenti e pericolosi per la nostra scimmia, apparentemente fragile e indifesa. La storia riprende dal punto in cui l'abbiamo lasciata nel romanzo precedente (si veda la recensione di "La scimmia dell'assassino" in questo sito); ma qui manca la sorpresa perché già conosciamo Sally, e non abbiamo il fascino della Lisbona marinara e piratesca né assaporiamo l'intrigo del Noir. Il racconto si svolge a Glasgow. Sally e il Capo vanno alla ricerca della presunta proprietaria delle perle, l'orfana Rose, abbandonata bambina dal padre e alla quale quest'ultimo voleva donare il gioiello per riscattarsi. Si trovano immersi nella malavita della città inglese: il Capo è costretto a comandare una nave che fa contrabbando di alcol con l'America, Sally è tenuta prigioniera come ostaggio da una banda criminale. Vessazioni, scontri tra gruppi malavitosi, vita notturna con la sua violenza, persino spettacoli di boxe si susseguono, coinvolgendo la povera e impaurita Sally, oggetto di curiosità, irrisione e sfruttamento. Sally è custodita da Bernie il Macellaio: grosso ragazzone un po' stupido, noto per le sue rabbie improvvise e incontrollate, lui stesso vittima delle beffe e delle angherie degli altri criminali, persino della stessa sorella. Ed è l'amicizia tra Sally e Barnie il fulcro della storia. Sally ha molte occasioni per fuggire ma resta per aiutare il povero Bernie, per non lasciarlo solo, per difenderlo e salvarlo. Dinanzi all'incendio della casa dove poteva morire la sorella, Bernie prese lo slancio per gettarsi anche lui nel fuoco, ed allora > lo cinsi con le mie lunghe braccia, (...) lo presi subito per un braccio e lo ricondussi sul ponte, lontano dall'edificio in fiamme. La saggia e buona Sally si riscopre non più fragile, ma madre del grosso Barnie. Quanto siamo distanti dall'atmosfera misteriosa e malinconica de "la scimmia dell'assassino"! Tutto il fascino del precedente romanzo si è dissolto in una trama prolissa, in cui i colpi di scena non riescono a dare ritmo alla narrazione. Si va avanti lentamente, sperando di ritrovare i personaggi, le vicende e la scrittura che ci avevano ammaliato così tanto. È una ricerca vana; solo l'amicizia tra Sally e Bernie ci salva da una completa delusione, ma è un rapporto solo accennato, poco approfondito, che non coinvolge. Perché non leggerlo? È noioso.

Jakob WegeliusIperborea
La perla sanguinosa
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La perla sanguinosa

Benché si facesse chiamare "Capitan Salgari" lo scrittore veronese non ha mai viaggiato; si è affidato per i suoi romanzi ai numerosi resoconti degli esploratori e geografi, che riportavano in Europa la scoperta di mondi prima sconosciuti, resoconti che mescolavano notizie attendibili con altre fantasiose, intrise di crescente razzismo. Il nostro scrittore è sempre stato abile a cogliere tempestivamente "la moda", ricorrendo la bramosia del pubblico ad avere novità strane ed esotiche. Già dal titolo misterioso ed evocativo si entra nell'atmosfera: "la perla sanguinosa" è una perla di rara bellezza, rubata da un tempio sacro a Ceylon, l'attuale Sri Lanka, e intrisa del colore del sangue del ladro che l'aveva rubata e che era poi affogato nel grande banco di Manaar, una estesa secca situata tra l'India meridionale e Ceylon. Dietro la perla c'è una storia d'amore: una fanciulla si è dovuta fare monaca buddista e potrà essere riscattata solo con la consegna della perla sanguinosa; a contendere la perla e la fanciulla ci sono un umile pescatore di perle e il Guercio, un malvagio impostore; entrambi si trovano nella prigione di Port Cornwallis, una colonia penale inglese situata nell'arcipelago delle Andamane, un gruppo di isole al centro del Golfo di Bengala. È dalla prigione che prende avvio il romanzo: tre carcerati (il nostro pescatore, un marinaio inglese e un macchinista indiano, tutti ingiustamente imprigionati) riescono a fuggire dalla colonia e con una fragile barca si dirigono verso Ceylon per recuperare la perla sanguinosa e riscattare l'amata fanciulla. Non solo sono inseguiti dal Guercio ma devono affrontare una serie di avventure: dall'assalto di un vampiro del mare, forse un "lamprede", un pesce con una bocca a ventosa che si nutre del sangue, a una terribile tempesta con onde gigantesche, sino ad essere catturati dalla regina di Nikobar che vorrebbe fare suo sposo il bell'inglese, come Circe con Ulisse. La fantasia di Salgari non ha limiti, inventandosi i Vadassi, dei quali lo scrittore narra la storia del valoroso capo Adikar, che, affascinato da Napoleone, ne voleva ripetere le gesta, portando a trionfo il suo popolo, una sorta di Sandokan selvaggio; e che dire dei "delfini crocefissi", in realtà un piccolo cetaceo che vive nelle acque antartiche, ben lontano dal golfo del Bengala. Alla confusa ricchezza di riferimenti geografici, zoologici a antropologici fa riscontro una storia confusa, ricca di avventure, ma spesso ripetitive e prolisse. Il modulo narrativo di Salgari è imperniato su una figura principale e alcuni personaggi di spalla, che alleggeriscono la narrazione e mettono in risalto il protagonista. Quando se n'è allontanato con successo, come in "Capitan Tempesta" e in " La stella dell'Araucania" (si vedano le recensioni in questo sito) è perché ha saputo costruire una storia d'amore convincente e intensa. L'ambiente, pur presente, è sempre rimasto sullo sfondo, strumentale a costruire un'atmosfera esotica e misteriosa. Qui le funzioni narrative si sono capovolte: al centro c'è l'ambiente, il gruppo di carcerati in fuga è piatto, senza un leader (emerge ovviamente l'inglese ma è una figura sbiadita), e senza una gerarchia dei ruoli; la storia d'amore resta sospesa e lontana, e il cattivo viene facilmente sconfitto. Sovrapporre avventure e descrizioni terrificanti non riesce a dare ritmo al racconto e ad avvincere il lettore. Ci appaghiamo solo di alcune descrizioni, come quando si racconta la lotta con il vampiro: > si era avvinghiato al mio corpo con tutti i tentacoli e gli occhi del mostro, quegli occhi enormi e glauchi, erano fissi su di me, immobili, come assaporare il mio supplizio e attraverso quel corpo quasi trasparente vedevo il travaso del mio sangue scorrere dalle ventose alla bocca e passare quindi nel ventricolo. Perché leggerlo? Come testimonianza di come si vedeva il mondo nell'Italia dell'Ottocento.

Emilio SalgariFabbri
La quarta estate
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La quarta estate

Con un viaggio avventuroso e dopo aver perso il bagaglio, la giovane dottoressa Andrea Dalvina Zanardelli arriva a Ravenna per andare a lavorare al sanatorio di Marina di Ravenna, dove sono curati i bambini "scrofolosi", provenienti dall'orfanotrofio. Siamo nel 1943. Dalvina proviene da un'agiata famiglia del Lago di Garda. Già il primo approccio la stupisce, quando le viene chiesto alla stazione se deve andare a Marina o in Abissinia. Poi c'è questo strano paesaggio, così distante dalla sua immagine del mare: > una specie di palude, una pocia d'acqua crespa che s'intuiva profonda poco più d'una pozzanghera, e che si chiamano "valli" (o piallasse), come quelle dei suoi monti. Ne sentì sin dall'inizio il fascino, un > fascino selvatico, (...) affaticato dal lavoro di povera gente, (...) la familiarità tra i marinai, il silenzio rispettoso con il quale si salutavano succhiando le pipe di coccio, e per tutto questo (...) si sentiva piuttosto a casa. A lei, la bella ragazza, *dai capelli color albicocca*, bastava poco: > il suo carattere esigeva schiettezza, autenticità, perché sentiva di appartenere alle storie semplici. E così le piacque subito il sanatorio, > la solarità assoluta del luogo, il frangersi continuo delle onde, il sapore di salsedine che s'incollava al corpo, (... la semplicità ordinata degli ambienti e la tranquilla operosità delle suore, dai nomi strani come Leopola, Nolasca, Zoefe, Benespera, Galizia: una comunità di religiose devote a Santa Dalmazia, ma sempre e soprattutto donne, con i loro segreti e i loro amori, non necessariamente rivolti solo a Cristo. Nell'arco di pochi mesi si sviluppa una storia "semplice", una microstoria rispetto alla grande storia che sta travolgendo l'Italia, dallo sbarco degli alleati alla caduta di Mussolini sino all'invasione da parte dei tedeschi. Fino all'8 settembre 1943, l'autore narra queste vicende tramite la pazzia del precedente medico del sanatorio, rimosso e ricoverato in ospedale perché si crede Benito Mussolini: un'abile metafora della follia che ha portato il nostro Paese alla guerra. Poi, a un certo punto, non è più possibile schermarsi dietro le inguaribili manie oratorie di un povero allucinato: > la parola "bombardamento" era appena entrata, con tutto il suo carico dirompente, nell'organizzato vivere del sanatorio. Quel che pareva stabile e perpetuo vacillava, non era più, e nessuna garanzia, nessuna immunità si poteva intravedere a ragion di logica. Per ancora un poco, noi lettori speriamo di essere immuni dalla guerra, e poter seguire Dalvina nella scoperta di sé stessa, del suo corpo desideroso di amore e del suo lato materno, che la lega indissolubilmente a un povero scrofoloso, non per compassione ma perché > sentì quei sussurri insinuarsi nella carne, oltrepassare barriere e difese e rinnovare un disagio intimo e indecifrabile che l'indusse a trasalire, e non certo per la misteriosa origine delle parole. Ma su tutti noi incombe un destino, di cui è difficile discernere il senso perché non guarda all'Amore e alla Speranza: > le bombe non sono mica ubbidienti, e neppure intelligenti. Vanno dove vogliono. (...) Voglia di sognare. E allora chissà, s'era inventata tutta questa favola di suore, mare e bambini. I suoi bambini. Queste sono gli ultimi pensieri di Dalvina. E se tutto fosse rimasto un sogno, forse si sarebbe salvata? Paolo Casadio ha la capacità di partire da piccoli fatti reali, frutto di una ricerca attenta d fonti, per costruire storie che hanno sempre un "Luogo" fatato, immerso nel mistero e nella magia. Nel suo primo romanzo "Il bambino del treno" è una piccola stazione sulla linea Faenza-Firenze, che fa da cornice ad un episodio realmente avvenuto. Nel successivo "Fiordicotone" il luogo è Lugo di Romagna, anche se la prova narrativa è meno riuscita di quella precedente perché l'autore si disperde su troppi temi e si discosta dalla sua scrittura morbida ed elegante, il pregio fondamentale di Casadio (si vedano le recensioni in questo sito). Qui, invece, l'autore romagnolo dà il meglio di sè: la ricostruzione dell'ambiente di Marina di Ravenna, così diverso da quello di oggi, dà al lettore sensazioni indecifrabili e fiabesche, ed è facile immagine quale ne sia stato il fascino per una colta ragazza del Nord; le personalità delle suore sono descritte con affettuosa ironia e ci sembra di vederle davanti, nelle loro passioni di donne e nella loro fede comunque tenace; e che dire dei bambini "scrofolosi", sempre più indisciplinati e vivaci via via che migliorano in salute (anche per le erbe delle Pinete); e poi quella chicca dell'allucinato che si crede Mussolini, divertente e tuttavia realistica. Forse, l'unico appunto riguarda la figura di Dalvina, tratteggiata con insufficiente approfondimento psicologico e sempre ricorrendo ad allusioni di ferite subite, che restano in sospeso e non ci permettono di comprenderne la personalità. Ed infine, noi lettori siamo delusi perché ci aspettavamo un lieto fine. Perché leggerlo? È un romanzo bellissimo, una lettura piacevole e avvincente.

Paolo CasadioClown Bianco Edizioni
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The White Tiger
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The White Tiger

Negli splendidi racconti di «Between the Assassinations» Arvind Adiga aveva sviluppato una cronaca pessimistica di un destino sociale immutabile, al quale si può sfuggire solo con una disperata scelta individuale. Lo scrittore indiano torna sul tema con questo romanzo, che narra la storia della ribellione di un uomo, contro la cristallizzazione delle caste, lo sfruttamento del ricco sul povero, la prigionia sociale costituita dalla tradizione e dai legami familiari. Non ci sono grandi idealità dietro la rivolta; cʼè banalmente il desiderio di avere > lʼopportunità di essere un uomo, e per questo, valeva la pena uccidere . Lʼautore immagina che il protagonista scriva al primo ministro cinese per spiegare come si diventi imprenditori di successo nellʼIndia moderna, «centro della tecnologia e dellʼoutsourcing». Non bisogna aver fatto lʼuniversità e vestire abiti eleganti: gli imprenditori sono fatti di «argilla mal riuscita», devono provenire dalla parte oscura della società ed avere la determinazione di chi non ha nulla da perdere, di chi sa che ci sono «solo due destini: mangiare o essere mangiati». Il protagonista ha il profilo giusto. È vero che nel povero villaggio, dove è nato e cresciuto, non gli hanno dato neanche un nome, ma lo chiamano soltanto Munna, ragazzo, ma, sin da bambino, sente che non è destinato a «restare uno schiavo». Solo che non è così facile «sputare il proprio passato». Bisogna liberarsi dalla «gabbia», nella quale si è stati rinchiusi fin dalla nascita. Per rappresentare questo stato sociale, e psicologico, lʼautore usa una efficace metafora: il macello del pollame. > Va nella vecchia Delhi e guarda come tengono i polli là nel mercato. Centinaia di pallide galline e di brillanti galli colorati, rinchiusi strettamente in gabbiette di metallo, addensati come vermi in uno stomaco (...). Su un tavolo di legno (...) siede un giovane macellaio, che sorride soddisfatto, mostrando la carne e gli organi di un pollo appena macellato (...). I galli vedono gli organi dei loro fratelli che giacciono intorno. Sanno che saranno i prossimi. Tuttavia non si ribellano. Non cercano di fuggire dalla gabbia.(...) Perché il desiderio di essere un servo è stato inseminato in me; scolpito nel mio cervello, chiodo dopo chiodo, e iniettato nel mio sangue, nello stesso modo in cui rifiuti e veleni industriali sono stati riversati nella Madre Gange. (...) I servi devono impedire gli altri servi dal divenire innovatori, sperimentatori o imprenditori. (...) La gabbia è conservata dallʼinterno . Il racconto è appunto la liberazione del protagonista da questa sottile ma indissolubile prigione. Per un caso, riesce a trasferirsi a Nuova Delhi come autista del fratello del boss del villaggio. È ancora un servo a tutti gli effetti, a disposizione per qualsiasi esigenza; ma guidare lʼauto gli permette di accedere a tutti gli aspetti della vita del suo padrone, da quelli intimi ai loschi affari. È una sorta di svelamento, di scoperta dei peccati e della vacuità dei ricchi. Lʼubbidienza e la soggezione inculcati per secoli lo avrebbero, tuttavia, mantenuto un servo fedele; al massimo, si sarebbe concesso qualche innocente piacere, come fanno gli altri autisti: urinare nelle piante dei padroni, schiaffeggiarli mentre dormono, battere i loro animali domestici. Un episodio contribuisce a fargli prendere coscienza. La moglie del padrone investe un povero e la famiglia del boss vuole che Munna si dichiari colpevole e vada in carcere. Gli stessi parenti del protagonista lo invitano a compiere questo sacrificio, come se fosse una cosa naturale. Per fortuna la polizia, opportunamente pagata, chiude lʼinchiesta e non ci sono, quindi, conseguenze; ma il protagonista capisce lʼinconsistenza dei tradizionali valori di fedeltà e lʼipocrisia del benevolo paternalismo mostrato dal padrone. Spesso deve condurre questʼultimo, con una borsa piena di contanti, a corrompere dei funzionari governativi. Decide di approfittarne: uccide il padrone e si appropria dei soldi, ponendo le basi per divenire imprenditore di successo. La caustica ironia della narrazione non deve ingannare: il romanzo è fortemente realista, un freddo resoconto sociale e una vigorosa denuncia politica. Lʼintera società indiana ne esce dissacrata e palesata nella sua vera natura, sia quella moderna (il mito della più grande democrazia del mondo, lo sviluppo economico impetuoso e risolutore) che quella tradizionale, che tanto affascina gli occidentali. Il protagonista è una figura stereotipata, freddo e cinico come il padrone che ha ucciso: una vera «tigre bianca», perché crudele e nel contempo rara. Munna raggiunge il successo, ma non è questo che consola il lettore. La speranza sta nel fatto che compie due atti di umanità: fuggendo dopo il delitto, rischia di essere catturato dalla polizia per salvare un cuginetto, che vive con lui; rimborsa la madre di un uomo che è stato investito da un suo autista. Piccole cenni di solidarietà, che non ci fanno dimenticare come il protagonista non abbia avvisato i parenti della vendetta della famiglia del boss, che infatti li truciderà tutti. Laddove ciò che è importante è «la dimensione della pancia», i soldi, cʼè poco spazio per essere «buoni»! Il pregio principale del romanzo è lo stile narrativo: una scrittura sobria ma ricca. Il difetto risiede nella trama, che non riesce a mantenere un intenso ritmo narrativo, rendendo il racconto spesso ripetitivo, con troppe parentesi di carattere sociologico e politico. Nello svolgimento lʼautote non mantiene le aspettative che nascono dallʼ intrigante espediente letterario della lettera al primo ministro cinese. Perché leggerlo? Una forte impronta realista, una efficace scrittura.

Aravind AdigaAtlantic Books
La Ciociara
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La Ciociara

Per Moravia La Ciociara > era il suo omaggio di romanziere alla Resistenza come fatto collettivo . Lʼambiente è la Ciociaria, a sud - est di Roma, il contesto storico è il periodo tra lʼottobre 1943 e il giugno 1944, quando questo territorio fu sconvolto dal lungo stallo nellʼavanzata degli alleati, a causa delle linee di fortificazioni di Cassino e del fallimento dello sbarco di Anzio, nel gennaio del 1944. La narratrice e protagonista del romanzo è Cesira: cresciuta in Ciociaria, ha sposato un bottegaio romano, un uomo che la disprezza, chiamandola «la burina». Ed infatti Cesira è rozza, plebea e contadina, ma forte e concreta, grande ed esperta lavoratrice. La sua vita ruota intorno alla casa, al negozio, e alla figlia Rosetta. Così la descrive la madre allʼinizio del racconto: > aveva un viso come una pecorella, con gli occhi grandi, di espressione dolce e quasi struggente ; in seguito dovrà ammettere > che questa perfezione era fragile e quasi artificiale, come quella di un fiore cresciuto in una serra calda . Per Cesira la guerra è lontana ( > sti figli di mignotte, si scannino tra di loro finché vogliono, che ce ne importa a noi della loro guerra? ). E come dirà un altro personaggio, > la guerra è brutta soltanto per i fessi. (...) Vengano i tedeschi, vengano gli inglesi, vengano i russi, quello che per noialtri negozianti deve contare soprattutto è pur sempre il negozio e se il negozio va bene, tutto va bene . Così la pensa anche Cesira, si arricchisce infatti con la borsa nera per tutti gli anni della guerra. Dopo lʼ8 settembre Cesira si ritrova piena di denaro ma senza provviste, costretta a fare la fame. Decide di lasciare Roma e andare in Ciociaria, presso i genitori. Il treno porta le due donne sino a Fondi, dove la linea si interrompe. Trovano alloggio presso una losca famiglia, che abbandonano in fretta perché Rosetta ha subito le proposte indecenti di un piccolo gerarca fascista. Scappano, quindi, in montagna, in un misero villaggio di pastori, dove hanno trovato rifugio numerose famiglie, fuggite da Fondi. Nelle lunghe pagine dedicate alla vita comune degli sfollati e dei contadini, Moravia parla di una sua esperienza personale, al punto che avvenimenti e protagonisti sono i medesimi del suo diario di quei giorni terribili, quando fu costretto con Elsa Morante a ripararsi in Ciociaria. La narrazione, scorrevole ma prolissa, è portata avanti abilmente, procede bene nel contrasto tra i fatti terribili della guerra (desolazioni, bombardamenti, rastrellamenti, violenze) e la splendida indifferenza della natura, che segue, immutabile e cinica, lʼeterno ciclo delle stagioni. Il racconto sembra sospeso, in attesa dellʼarrivo degli alleati, che dovrebbero portare «lʼabbondanza». Compare Michele. un giovane intellettuale, fermo nelle idee e coraggioso nei comportamenti. A differenza di Rosetta, che deve la sua innocenza allʼignoranza, Michele è ben consapevole di ciò che accade, dellʼoppressione nazi- fascista, che non riguarda solo il piccolo mondo degli sfollati, ma tutta lʼItalia, condotta ad un generale disastro materiale e morale. Figura positiva, è come imprigionato nella vita degli sfollati, nella misera e ignavia quotidianità dellʼattesa, solo attenta a sopravvivere in qualche modo. Finalmente arrivano gli alleati; dovrebbe essere la liberazione, ed invece la situazione precipita. Alcuni tedeschi prelevano Michele, che poi uccidono, quando il giovane si schiera in difesa di una famiglia di contadini: Michele muore da eroe. Le due donne sono sorprese, sole ed isolate, da un gruppo di soldati alleati, i quali violentano Rosetta. Lo stupro cambia la ragazza; lei così innocente dichiara alla madre stupefatta: > lui o un altro per me fa lo stesso. (...) Voglio fare lʼamore perché è la sola cosa che mi piaccia e mi sento di fare. E dʼora in poi sarò sempre così . Lo stupro, la morte di Michele, la guerra cambiano profondamente anche Cesira: era una donna sicura, diviene incerta, tormentata, tanto che i suoi sonni sono attraversati da incubi, quasi che solo il mondo onirico le permetta di ritrovare lʼoriginaria solidità; in uno di questi sogni immagina che Rosetta si sia sposata e che «si sbottonava il corpetto e dava la mammella al pupo», ma era Rosetta o quella povera pazza che aveva incontrato vagare nella campagna, in mezzo alle desolazioni della guerra? Quali che fossero le intenzioni, lʼautore non riesce ad esprimere la tragicità della guerra ai civili, e ciò per due motivi. Innanzitutto prevale un forte pessimismo sulla natura degli uomini, che conduce allʼaccettazione di quanto avviene, a non ribellarsi, a subire; atteggiamento che non viene certo riscattato dallʼultimo capitolo, nel quale il dolore sembrerebbe ridare prospettiva a Rosetta e a Cesira. È una appendice ipocrita e dolciastra, utile ad evitare un finale troppo cinico per trovare accoglienza presso i lettori. In secondo luogo, la metamorfosi di Rosetta, da brava ragazza a «mignotta», è inverosimile (si supera così facilmente uno stupro?), sa di morboso e rispecchia lʼidea tipicamente maschile sulla natura sensuale della donna. Insomma, la violenza sessuale di gruppo sarebbe stata una iniziazione, un modo brusco per conoscere «le cose brutte» del mondo. Dʼaltra parte > lei adesso ci aveva preso gusto a quello che i marocchini le avevano imposto con la forza . Da momento catartico lo stupro diviene lʼinesorabile destino di tutte le donne. Non si può essere accusati di essere politicamente corretti se si dice che questa visione di Cesira - Moravia è insopportabile, oltre a far perdere tensione allʼ intera storia. La trama è costruita mirabilmente, i personaggi sono ben disegnati, la scrittura è fluida, agevole e perfetta con il suo arioso periodare. Il lettore viene condotto per mano sino allo stupro, preannunciato lungo tutta la narrazione da lievi accenni e da fugaci episodi; quando accade appare inevitabile. Moravia conferma le sue grandi doti di scrittore. Perché leggerlo? Cesira è una vittima e la sua storia è emblematica di quanto accade ai civili in tutte le guerre.

Alberto MoraviaBompiani
Echo Mountain (la ragazza dell'eco)
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Echo Mountain (la ragazza dell'eco)

Siamo nel Maine nel 1934: a seguito della grande depressione una famiglia ha dovuto lasciare la città per trasferirsi ai piedi di una montagna, ai limiti della foresta, adattandosi a vivere in un ambiente totalmente differente rispetto a quello urbano. Confessa la madre alla figlia Ellie, ancora adolescente: > guardò alle mani rovinate. Mi sento una straniera in questa nuova pelle. Mi lasciai dietro troppo di chi io ero sempre stata. Ellie, invece, è affascinata dalla nuova vita, vuole conoscere e adattarsi. In questo l'ha aiutata il padre, riferimento fondamentale per la giovane ragazza. > Questo legame con mio padre e la natura selvaggia crearono un solco tra me e mia madre, e con mia sorella specialmente, perché entrambe parevano pensare che io le avessi in qualche modo tradite sentendomi felice quando esse non lo erano . Per comprendere quale sia per la ragazza «l'eco della montagna» si può riportare l'episodio dell'incontro con l' orso. > Ma allora feci l'errore di leggere, nei suoi occhi, quel primitivo che io ammiravo. Di sentire, in lui, un amore di cose che io amavo: giacere in un prato con l'erba che cresce alta tutto intorno, nascondermi da ogni cosa tranne che dal cielo e da stormi di api, ricchi di polline di fiori, che annuiscono verso di me (splendida espressione!) saltellando come volano le api. O il rosa del tramonto. O il limpido sussurro di un tordo del bosco . Siamo in piena idealizzazione romantica della natura! In Ellie convivono sentimenti contradditori: una solitudine sofferta perché non si riconosce più parte della famiglia e un senso di libertà in un ambiente nel quale può girovagare, andare alla scoperta della foresta imparando a raccogliere il miele e facendo lavori pratici con l' insegnamento paterno. Questa labile situazione precipita quando il padre ha un grave incidente che lo riduce in coma. Ellie se ne assume la colpa tacendo la verità su quanto era accaduto: era stato il fratellino che, correndo dietro un coniglio mentre il padre segava un albero, aveva spinto l'uomo a spostarsi facendosi colpire dalla pianta mentre cadeva. > Parte di me voleva dirle che era stata colpa di Samuel (il fratellino), se il piccolo potesse essere accusato di qualche cosa. Ma quando pensai di dire queste parole, mi sentii fragile e triste.(...) Decisi che sarebbe stato peggio scaricare la colpa che assumerla. Se avevo imparato qualche cosa dalla montagna, e da mio padre, era che mi sarei sentita più forte e più felice se fossi stata capace di affrontare le avversità e di farlo bene. Così rimasi in silenzio. Ed essi presero il silenzio per una confessione. Come farà Ellie a vincere l'angoscia che la sovrasta: la lontananza dalla madre e dalla sorella, la vista del padre paralizzato, il non più sereno rapporto con il fratellino, la vita difficile in un ambiente selvaggio, le privazioni materiali di una famiglia impoverita e sola. Ci riuscirà inoltrandosi nella natura misteriosa, scoprendone i segreti magici e salvifici. Di certo è un romanzo di formazione, anche se bisogna dire che Ellie pare già una ragazza forte e determinata sin dall'inizio della storia. E' come se le difficoltà della vita e le forze della natura abbiano fatto uscire fuori qualche cosa che Ellie aveva già. Ciò che grava sull'intera narrazione, ricca di personaggi e di avventure, è la banale raffigurazione di una natura benigna, sogno di una fuga dalla vita urbana e industriale. E' troppo facile! Il bosco, la montagna, gli animali selvaggi non sono amici ma forze primordiali che rispondono alle cieche regole del mondo primitivo. Apparentemente Ellie va alla scoperta del nuovo ambiente, in realtà quest'ultimo è solo lo specchio di ciò che noi vagheggiamo sia la natura. Per capire i limiti del romanzo, occorre rivolgersi all'Isola del Tesoro (si veda recensione in questo sito), dove Jim affronta da solo i pericoli, sfugge al fascino del male, che esiste nonostante quello che pensiamo, e in tal modo diviene realmente adulto. La scrittura è elegante, alternando dialoghi serrati e belle descrizioni, ricche di espressioni lessicali musicali e affascinanti. In una carrellata troppo lunga, la trama si sfilaccia, diviene prolissa e perde d'efficacia rispetto all'avvio del racconto. Perché non leggerlo? E' banale.

Lauren WolkPuffin Books
Aniko
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Aniko

I Nenec sono un popolo di poco più di 40 mila individui, stanziati nella parte nord orientale della regione degli Urali: la loro economia si basa fondamentalmente sull'allevamento delle renne. Come molti giovani Nenec, Aniko è andata a studiare lontana dalla propria terra: prima in un convitto nella città più vicina, poi più distante ancora, a studiare geologia all'Università. Ha assimilato la lingua e la cultura russa tanto da dimenticare le sue origini. Deve tornare dal vecchio padre perché le è giunta la notizia della morte della madre e della sorellina, uccise da un lupo soprannominato Diavolo zoppo. Il ritorno è scandito prima dalla ripugnanza ( > quando il padre le era ormai vicino: fece involontariamente un passo indietro: emanava un puzzo di alcol, fumo e sporcizia ), poi si riappropria lentamene della lingua e dei costumi, ed infine sopraggiunge la rimembranza dell'infanzia perduta: «Era calata la sera, insieme alla madre, aveva acceso un fuoco vicino al»cum > . Giocava con le sue bambole di pezza che avevano becchi d'uccello al posto della faccia. La mamma era intenta a cucire una nuova jaguska per una delle bambole. Per un istante Aniko credette di rivedere davvero il volto concentrato della madre. Ma trascorso quell'istante, per quanto si sforzasse, non riuscì più a ridisegnare i suoi lineamenti nei ricordi. Erano svaniti, forse per sempre . E' confusa, fino allora «non aveva fatto altro che provare a vivere». Deve accettare l'invito intriso di rimprovero di Aleska, il compagno d'infanzia, a restare per migliorare le condizioni dei Nenec? O deve lasciarsi sommergere dal fascino della tundra e di una società ancestrale, immobile e apparentemente armoniosa? E' ciò che attrae Pavel, un giovane geologo non Nenec, a desiderare di restare per abbandonare «i soliti pensieri ordinari» e «scoprirsi all'improvviso più maturi, sinceri e buoni!» Non sappiamo cosa farà Aniko, lascia la tundra ma tornerà un giorno? Che sarà di lei? Aniko è un personaggio esile e la sua storia è troppo sfumata per trasmetterci i sentimenti contradditori della ragazza, in bilico tra l'affetto per il padre, solo ormai eppure protetto dal villaggio, e la voglia di essere parte di una società ricca di stimoli culturali e professionali. Estraendo dall'ambiente specifico e se sostituissimo il russo con l'inglese, lo stato di attesa e nostalgia di Aniko è la condizione di molti giovani d'oggi. Ma non era questo lo scopo della scrittrice: legata profondamente alla propria terra, l'autrice ci porta in un mondo di serena concordia dove gli uomini, i cani, le renne e persino i lupi vivono «in una immobilità di gioia inesauribile», come dice Ungaretti parlando della sua città natale, Alessandria d'Egitto. Si pensi alla renna Temujko, che è stata allattata dalla mamma di Aniko e torna sempre sulla tomba della padrona, al cane Buro, il fedele amico del vecchio padre, e come questi accetta con dolorosa rassegnazione l'abbandono della figlia, forse definitivo. E che dire di Diavolo zoppo? La descrizione del lupo, della sua solitudine e del suo rancore, dà inizio all'intero racconto, e impronta di sé alcune della pagine più belle del romanzo. La società dei Nanec pare perfetta, nella sua secolare armonia, ma non è così. Come dice Pavel ad Aniko, > i nenec sono confusi. Esteriormente appaiono calmi. imperturbabili come sempre, ma io so che sono inquieti. Si chiedono come sarà il loro futuro, dove finiranno i loro figli. (...) E se non li aiutiamo adesso... E se l'intera storia fosse una fiaba, e come una fiaba va bene per tutte le latitudini, pure una metafora della nostra misera Italia, un invito a liberarci dalla passività? La scrittura è melodiosa e fluida come l'intera storia: dolce e leggiadra, evocativa e naturalistica ad un tempo quando descrive la tundra e i suoi abitanti, sintetica ed efficace nei dialoghi, nell'eterna conversazione tra i Nenec ed invece contratta quando parla Aniko, come a riflettere la sofferenza dinanzi a scelte di vita che deve affrontare, suo malgrado. La trama è debole nel ritmo narrativo (pare che nulla succeda), ma la scrittura è splendida, con assonanze provenienti da altre lingue. Perché leggerlo? Dolce e leggiadro.

Anna NerkagiUtopia
Nel mare ci sono i coccodrilli
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Nel mare ci sono i coccodrilli

Il romanzo ha come sottotitolo «Storia vera di Enaiatollah Akbari». E', infatti, Akbari che racconta a Geda il suo viaggio dall'Afghanistan all'Italia. Che sia un espediente letterario o una reale intervista poco importa, la forma del reportage giornalistico dà la necessaria attendibilità alle peripezie del ragazzo, al suo sogno di libertà e di pace. Akbari vive nel nord dell'Afghanistan ai confini con il Pakistan: appartiene a una etnia scita perseguitata dai talebani. Ancora bambino deve assistere alla fucilazione del maestro, che testardamente voleva tenere aperta la scuola. Per sfuggire alla repressione talebana la madre di Akbari lo porta a Kandahar e lo affida a un conoscente che lo fa arrivare a Quetta in Pakistan. In questa città Akbari deve trovare il modo di sopravvivere, accettando anche lavori immondi come sturare la fogna, immerso nei liquami. Quetta è una sorta di luogo di formazione, dove Akbari impara a farsi largo tra le difficoltà, apprende nuovi mestieri, come quello di piccolo ladro di strada, e conosce altri ragazzini con cui giocare a pallone e sognare un futuro migliore. Ha sentito di un > un sacco di ragazzini che andavano in Iran. (...) Sentivo queste voci nell'aria, come irradiate da un altoparlante al posto della preghiera dei muezzin; le percepivo nel volo degli uccelli, e ci credevo, perché ero piccolo, e quando sei piccolo cosa puoi sapere del mondo? Ascoltare e credere erano la stessa cosa. Credevo a tutto quello che mi dicevano. E soprattutto, quando si è ancora ragazzini, si pensa che l'amicizia dia una tale forza da poter affrontare qualsiasi difficoltà. Purtroppo, poi, si scopre, che «nel mare ci sono i coccodrilli». Akbari se ne accorgerà andando in Iran e poi in Turchia, sempre pensando di aver trovato il posto giusto dove vivere. Se le pagine dedicate a Quetta sono ancora pervase da un senso di avventura, i luoghi, le persone e le vicende rappresentate come in un sogno di realtà, da cui si potrà fuggire tornando a casa, poi, in Iran, Turchia e Grecia, tutto diviene più crudo e cattivo, e pure Akbari diviene più duro, disilluso e pronto a salvarsi anche abbandonando gli amici.  Si pensi all'attraversata in mare sul gommone per arrivare sulle coste della Grecia, quando, tra le onde, hanno perso un amico:. > abbiamo continuato a remare e a gridare il nome di Liaqat. E a remare. E a gridare. (...) Nulla. Liaqat se l'era preso il buio. A quel punto -- non so bene come sia successo: sarà stata la fatica, sarà stato lo sconforto, sarà stato che ci sentivamo troppo piccoli, già, infinitamente troppo piccoli per non soccombere a tutto ciò -- a quel punto è successo che ci siamo addormentati. Ormai solo, Akbari riesce ad arrivare in Italia, un'Italia meravigliosa, ancora accogliente, dove un minore era assistito e dato in affido, ed erano soltanto quindici anni fa! «In anime scalze» (si veda la recensione in questo sito) Geda scrive che > la vita è una palla di bigliardo, ogni scontro le fa cambiare direzione; e se si è abbastanza forti e fortunati si può andare ovunque. Di là del resoconto del viaggio, in cui la parte più interessante è il ruolo dell'Iran come paese di cerniera e d'immigrazione, la storia di Akbari è un romanzo di formazione che trascende le specifiche vicende. Si diviene adulti affrontando e superando le difficoltà, sapendo apprendere dalle circostanze, anche con una certa dose di opportunismo e pragmatismo. E' il lieto fine che banalizza il racconto, dandogli un senso di dolciastro e pregiudicando in tal modo la drammaticità dell'immigrazione minorile. Il romanzo fa conoscere gli itinerari dei migranti ma tutto è troppo facile, senza sofferenze se non quelle fisiche. La separazione dalla famiglia, il distacco dagli amici, lasciati al loro destino, l'abbondono delle proprie radici paiono agevoli, semplici da superare. Perché non leggerlo? Alla fine è banale.

Fabio GedaBaldini & Castoldi

Le farfalle da "Viaggio d'inverno" 1971

Perché le farfalle vanno sempre a due a due e se una si perde entro il cespo violetto delle settembrine l’altra non la lascia ma sta sopra e vola confusa che pare si sbatta contro i muri di un carcere mentre non è che questo oro del giorno già in via d’offuscarsi alle cinque del pomeriggio avvicinandosi ottobre? -- Forse credevi d’averla perduta ma eccola ancora sospesa nell’aria riprendere l’irragionevole moto verso le plaghe che l’ombra più presto fa sue dei campi vendemmiati arati della domenica: tu non hai che a seguirla incontro alla notte come l’attendesti nel lume inquieto del sole finché fu sazia del succo di quei fiori d’autunno. Commento del 14 dicembre 2024 La descrizione, fantastica e reale, delle farfalle che vanno in coppia è l’espediente per porsi una domanda: il legame tra le persone ha la forza che lega i due insetti? E’ una questione che s’inquadra nelle ombre di un autunno incipiente, metafora della vecchiaia e della melanconia. Se l’avvio della poesia poteva dare alito al paesaggio parmense, così caro al poeta, come oggetto del racconto, l’improvviso rivolgersi a una persona chiarisce come Bertolucci parli di una relazione; sta dicendo alla persona amata di non ingannarsi, un momento di lontananza non vuol dire che il legame si stia rompendo, si fa, forse, più affievolito perché si è lontani; è sufficiente mettere la stessa passione di quando si era vicini, e di avere il coraggio di andare verso l’ignoto. Non c’è in Bertolucci la nostalgia per il mondo della sua infanzia, la campagna parmense; c’è, invece, una meravigliosa capacità di trasportare con la fantasia la placidità agreste nella nuova esistenza, quella romana. Colpisce della poesia la quasi totale mancanza della punteggiatura: ci sono un interrogativo e un punto e virgola, ma il segno fondamentale è la linea di separazione, a indicare la discontinuità tra le due stanze. All’interno di queste poche sospensioni i versi si susseguono senza rotture, costringendo il lettore a trovare il ritmo, aperto a ogni interpretazione e adattabile a ciascuno orecchio. E’ un piccolo esempio di grande bravura stilistica.

Rudi e Aldo l'estate... da "La Ballata di Rudi" 1995

I Rudi e Aldo l’estate del ’49 fecero lo stesso mestiere l’animatore di balli sull’Adriatico, Aldo in Gran Hotel rifatto a mezzo e già sull’orlo del fallimento, che fallì in agosto sul più bello, lui forse non sa nemmeno ballare aveva successo il locale di fronte al suo. Miramare. Rudi su un’altra spiaggia popolare da inizio alla ballata. E’ bello? Può essere bello in Romagna chi bacia la mano l’anno dopo il ’48, attacca bottone con gli ambulanti di bomboloni e gli intellettuali indigeni meno indigenti, non lascia senza sorriso carezza o pacca ogni ragazza per strada conforme ai gusti di quella? E’ bello come un uomo sobrio, di modo che quando per la Festa dei pazzi si traveste da donna non lo prendono per pederasta ma lo sfottono con più gusto. E’ servizievole: porta pacchetti a tutte le capitane, ci gioca coi loro bimbi approva i primi discorsi di Borsa dei padri. Ama con tatto organizza *Una notte a Capri* le figlie del macellaio vennero con quattro corvi. Care ragazze, me le ricordo nel ‘46 chiedersi al Teatro del Popolo se Emanuele Kant era più Cristo di Cristo. Il miliardario polveriere grugnisce di piacere. Aldo applaude sapendo che non gli tocca niente. Commento del 10 aprile 2025 Se la “Canzone di Carla” è ambientata nella Milano degli anni’60 e la protagonista è una modesta impiegata, qui invece Pagliarani torna con il ricordo agli anni della giovinezza, quando, con l’amico Rudi, lavorava nella Riviera Romagnola, che cercava di riprendersi dalla guerra. Con poche pennellate il poeta descrive i tratti fondamentali di questa epoca: il gran Hotel in fallimento, l’incompetenza dei due ragazzi (“lui forse non sa nemmeno ballare”), le feste trasgressive ma non tanto, la disponibilità a mettersi al servizio delle famiglie, dalle madri ai padri che cominciano a parlare di Borsa. Si ama, sì, ma con tatto, anche se le ragazze preferiscono “i quattro corvi” (incredibile immagine di uomini maturi alla ricerca di sesso) e “il miliardario polveriere”. In questo ambiente provinciale, alla ricerca di serenità e di divertimento, c’era anche posto per portare avanti meditazioni filosofiche paradossali. Se il poema degli anni’60 ha le caratteristiche del romanzo sociale in versi, nella “Ballata di Rudi” affiora una nostalgica atmosfera felliniana, una costa romagnola scomparsa tra le discoteche moderne e la diffusione del sesso facile e della droga. E’ la fine di un’epoca, cominciata all’inizio del Novecento: la vacanza del ceto medio. “Rudi…da inizio alla ballata”: si sente il ritmo della ballata, che richiama a Dario Fo, senza, però, il ricorso al lessico dialettale. Il verso lungo, che si distende sul bianco della pagina, senza scivolare nella poesia prosa, abbandona la struttura narrativa che aveva caratterizzato la “Canzone di Carla”. E’ chiaro che non sono alcuni versi sufficienti a cogliere il profilo stilistico del poema; ma già si intravede un ripiegamento del poeta verso il lirismo e il soggettivismo, che mancavano nell’altro poema. L’uso dei punti all’interno dello stesso verso, alternato alla virgola e all’assenza di punteggiatura (si prenda per esempio: “…non sa nemmeno ballare aveva successo il locale di fronte. Miramare”), è un aspetto fortemente innovativo, che ritroviamo in poeti a noi contemporanei, come Maria Grazia Calandrone.

Due temi svolti II da "Cronache e altre poesie" 1954

In casa, adesso, faccia la sarta perché a Milano bisogna lavorare --il tram, se no, chi ce lo manda avanti? — e gli occhi rossi sono più lucenti ma da grande farò la cantante, perché a un certo punto bisogna calmare le vene che fanno crescere il collo, poi viene la tiroide e gli occhi grossi, e poi è la mia grande passione e poi voglio dormire la notte di colpo, e parleremo di cose pulite e sarà un pezzo che ho finito di tremare se un uomo in tram mi fruga, con le mani rozze, e saprò bene dove porta un bacio. Lo so, dobbiamo stare molto attente che non ci venga una pancia grossa. Commento del 7 febbraio 2025 Si inserisce nel racconto di Milano da parte di Pagliarani una giovane donna, presumibilmente anch’essa arrivata da fuori città, dalla provincia come il poeta. In pochi versi è descritta l’adattamento nella grande città: il lavoro da sartina e il desiderio di divenire un giorno una cantante, perché non bisogna struggersi in qualcosa di banale anche se è un’attività che piace; non avere preoccupazioni e parlare di “cose pulite”, facendo l’abitudine alle avances degli uomini sul tram; e infine la consapevolezza di “dove porta un bacio”, l’attenzione a non restare incinta. E’la storia prosaica di tante ragazze della Milano degli anni’50: una vita banale, forse, ma piena di aspettative e paure, una vita di una ragazza ben salda nei suoi limiti sociali e lavorativi. In fondo si sa già che divenire una cantante è un sogno irraggiungibile. La struttura di poesia narrativa si conferma anche in questo componimento. Si possono individuare quattro stanze, in realtà tranne l’ultima non nettamente separate tra loro. La prima (“in casa…sono più lucenti”) è il preambolo dell’intera poesia; si passa alla seconda stanza senza una virgola, lasciando al lettore dare enfasi al passaggio: si parla del sogno della ragazza (“perché a un certo punto…occhi grossi”). Dopo una lieve virgola abbiamo la terza stanza, simile a una corsa verso la trasformazione della ragazza in perfetta milanese operaia; quindi, il punto secco, rafforzato da quel “Lo so”, che introduce la conclusione dell’intero racconto. Si notino alcune finezze narrative: l’inciso che spiega ingenuamente perché a Milano bisogna lavorare, il controcanto tra “occhi rossi” e occhi grossi”, quelle “mani rozze”, parole che da sole rendono l’immagine di un sopruso che, purtroppo, bisogna accettare. Ciascuno è libero di cercarsi il ritmo, che più gli aggrada.