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Oe Kenzaburo

Kenzaburō Ōe è stato uno scrittore giapponese, premio Nobel per la letteratura nel 1994 per aver creato "un mondo immaginario, dove la vita e il mito si condensano per formare un'immagine sconcertante della situazione umana di oggi". I suoi romanzi, racconti e saggi, fortemente influenzati dalla letteratura francese e americana, trattano questioni politiche, sociali e filosofiche, comprese le armi nucleari, l'energia nucleare, l'anticonformismo sociale e l'esistenzialismo.

Libri di quest'autore

La vergine eterna
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La vergine eterna

L'autore immagina che un compagno di scuola, divenuto produttore cinematografico, gli proponga di scrivere la sceneggiatura di un film su Michael Kohlhaas, un racconto del 1810 di Heinrich von Kleist. La trama si presta ad un tema particolarmente caro a Kenzaburo Oe: quello della libertà e della rivolta contro i soprusi del Potere. Ambientato nel sedicesimo secolo, il romanzo di Von Kleist narra la storia di un commerciante di cavalli che non accetta di essere derubato e umiliato da un potente feudatario e, testardamente e disperatamente, lotta per avere Giustizia. È naturale per Kenzaburo di trasferire questa tragica vicenda nelle sommosse contadine che sconvolsero il Giappone nella seconda metà dell'Ottocento, e che interessarono proprio il villaggio natale dello scrittore, come già descritto in "La Foresta dell'acqua" (si veda la recensione in questo sito). Fin qui è il contesto; ma sin dalle prime pagine si intuisce che c'è qualcos'altro al di sotto della trama, quasi che la sceneggiatura scateni forze primordiali che provengono dal sottosuolo dell'animo umano. A differenza di "Memorie del sottosuolo" di Fedor Dostoevskij (si veda la recensione in questo sito), o non è la malvagità, ma quel sottile, ambiguo e svergognato desiderio di fantasie erotiche che può ancora travolgere un vecchio. Il romanzo si articola infatti in due momenti della vita di Kenzaburo: nel primo è già scrittore affermato ma fortemente depresso e in grave crisi creativa, nel secondo è un anziano signore ormai in declino fisico. L'indizio di un tema "nel sottosuolo" della trama ufficiale si trova nella citazione di una poesia di Edgar Allan Poe, scritta nel 1849, anno della morte di Poe (quanti riferimenti "allegorici" nel grande autore giapponese!): "or sono molti e molti anni/che in un regno in riva al mare/viveva una fanciulla che col nome/conoscerete d'Annabel Lee; /e viveva questa fanciulla senz'altro pensiero/che amarmi ed essere amata". Questi sono i versi ricchi di evocazioni erotiche di Poe; ma chi è Annabel Lee per Kenzaburo Oe? È Sakura-san, un'attrice giapponese famosa ad Hollywood e che il produttore vorrebbe che fosse la protagonista del film su Michael Kohlhaas. Coincidenza vuole che Kenzaburo abbia già visto la giovanissima Sakura, e ne era stato "rapito", in un cortometraggio su Annabel, dove Sakura, ancora bambina, era la protagonista dell'ultima scena, nelle vesti di una > fanciulla dalla veste candida e fluente, che sotto la purezza dell'immagine aveva > un che di ambiguo e misterioso. La trama del romanzo si dipana intorno "al sottosuolo" di Sakura, al di là dei suoi modi calmi e sicuri. Innanzitutto, l'attrice è determinata a porre al centro del film la donna che condusse la rivolta dei contadini nella seconda metà dell'Ottocento, e che prima di essere uccisa subì uno stupro di gruppo: la vicenda della donna, chiamata nella leggenda la madre di Meisuke, fu oggetto di una rappresentazione teatrale organizzata dalla nonna e dalla madre di Kenzaburo, cui ha partecipato lo scrittore ancora bambino. Poi, lo scrittore viene a sapere che Sakura è chiamata la "Vergine eterna": ancora bambina Sakura fu portata in America da un soldato che divenne suo marito e la iniziò alla carriera cinematografica; un uomo che l'amò quindi, con cui però Sakura non riuscì mai ad avere un rapporto sessuale completo. E da qui che ha origine un incubo ricorrente di Sakura: > nel sogno provavo una paura indicibile, ma non sapevo bene perché, non riuscivo a mettere a fuoco. Eppure in quel cortometraggio su Annabel Lee, diretto proprio dal marito, traspariva una tale purezza nell'immagine di Sakura bambina adagiata su un tronco sulla riva del fiume, come nella poesia di Poe. Ma c'era dell'altro, qualcosa di orrendo nel finale del cortometraggio, una conclusione tenuta nascosta e che inconsapevolmente Sakura voleva ripercorrere come protagonista dello spettacolo teatrale della tragica storia della madre di Meisuke. > Grazie a un passaggio estremamente pacato e bucolico, sono riuscito persino a immaginare la madre di Meisuke incamminarsi lungo un sentiero di montagna che si addentrava nella foresta. (...) Ho provato un profondo rammarico pensando di aver vissuto tanti anni senza riflettere a fondo su cosa potesse celarsi realmente oltre questo sentiero; sono diventato un vecchio settantenne e non ho fatto altro che ascoltare quella melodia così semplice e pura (la Sonata per pianoforte Opus 111 di Beethoven di accompagnamento al cortometraggio su Annabel Lee), che mi trascinava inesorabilmente verso l'ignoto. Non riuscivo e non riuscirò mai a liberarmi dall'immagine di quel pollice grosso e tozzo che s'insinuava a forza in quella piccola fessura.... > Mi risveglio nell'oscurità che precede l'alba, e annaspo tra gli angosciosi brandelli di sogni che ancora indugiano nella mia coscienza, alla ricerca di un'ardente sensazione di attesa. (..) Ho dormito con le braccia e le gambe piegate di lato, nella posizione di chi non voglia ricordare la propria natura o la situazione in cui si trova. Così scrive Kenzaburo Oe in "Il grido silenzioso" (si veda la recensione in questo sito), quasi ad esprimere ciò che abbiamo rimosso tutta la vita, ma che torna nella vecchiaia, più forte che mai. In "La vergine eterna" sono le pulsioni erotiche di un vecchio, in un racconto che ruota intorno ad una donna, affascinante proprio per i suoi più profondi segreti, tanto nascosti "nel sottosuolo" dell'anima da essere da lei stessa sconosciuti. È necessaria la creazione artistica per riportare in superficie il dolore di tutta una vita. Il romanzo è un inno alla letteratura, alla sua capacità di mescolare avvenimenti storici, riferimenti letterari, riflessione su sé stessi e capacità terapeutiche. Si percepisce un senso di rammarico per quanto non si è riuscito a fare, e a vivere. È un romanzo perfetto! Certo, con fine ironia, Kenzaburo scherza sulla sua inclinazione a perdersi nella storia, ad essere spesso prolisso e dispersivo. Non lo si può dire per questo romanzo: la trama si sviluppa senza sbavature e conduce con sicurezza il lettore verso il centro oscuro della storia. La riuscita della narrazione dipende, forse, da essersi focalizzato su un personaggio, che cresce e si afferma, lentamente ma inesorabilmente, lungo il romanzo, alla ricerca di sé stessa, della sua volontà di essere autentica, come una Anna Karenina giapponese (si veda la recensione del capolavoro di Tolstoij in questo sito). La scrittura fluisce elegante e precisa, con tanta abilità stilistica da sbalordire. Perché leggerlo? È un capolavoro.

Oe KenzaburoMondadori
La foresta d'acqua
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La foresta d'acqua

Un famoso scrittore settantenne, Choko Kogito, torna alla casa dell'infanzia per prendere visione della valigia dove sarebbero nascosti documenti in grado di rivelare i motivi del suicidio del padre. Siamo in una foresta sulle rive delle acque in cui il padre è annegato in una sera di tempesta. Choko visita il monumento voluto dalla madre in ricordo del tragico avvenimento. > Una grande pietra rotondeggiante spuntava dalla nuda terra, sembrava un frammento di meteorite. Quando mi avvicinai e provai a guardarla meglio -- assomigliava anche a uno strano ammasso vegetale verde d'acqua -- notai che recava un'iscrizione di appena cinque righe. (...) > Non hai preparato Kogii a salire nella foresta/ E come preso dalla corrente del fiume non tornerai mai più./ A Tokyo durante la stagione arida/I ricordi mi affiorano alla mente all'incontrario/Dalla vecchiaia fino agli anni dell'infanzia . I primi due versi furono scritti dalla madre e invitavano Choko a prepararsi alla morte, ma anche a predisporre alla fine della vita il nipote, gravato da una grave disabilità. E' un primo filo conduttore dell'intero romanzo: il pensiero della Morte, l'attaccamento disperato alla vita che si esprime con la > mancanza del coraggio necessario per tentare di scrivere il suo «ultimo lavoro» e sconvolgere la sua intera opera. Gli altri versi, dello stesso scrittore, segnalano l'altro tema, anch'esso tipico della vecchiaia: ritornare indietro agli anni dell'infanzia, misurarsi con la figura del padre, indagare le tante facce della Memoria. Affiorano alla mente altri romanzi come «Il giorno del giudizio» di Salvatore Satta o lo splendido «The cold eye of heaven» di Christine Dwer Hickey (si vedano le recensioni in questo sito). Kenzaburo non vuole scrivere un «romanzo dell'io», dove il soggetto è al centro della narrazione, parlando sempre di sé stesso e l'ambiente, le vicende e gli altri, sono solo un «io specchiante». Per non cadere nell'ego narcisistico così invadente nei nostri giorni, Kenzaburo ricorre al racconto da parte di altri e a rappresentazioni teatrali, e lo scrittore è uno spettatore, stupefatto e ammirato. Come in Dante, l'io narrante protagonista è in secondo piano, sovrastato dai personaggi e dagli avvenimenti. Questo preambolo pone in secondo piano la trama, che eppure esiste e irromperà alla fine del romanzo. Choko vuole raccontare l'annegamento del padre, cui, bambino, ha assistito inerme. Perché il padre si è ucciso? E perché Kogii, l'amico immaginario, lo attirava verso le acque? Che cosa racchiude la memoria? Dapprima, ogni cosa pare chiara, poi tutto si sfuma e svanisce, tra immaginazione e realtà. > D'un tratto vidi davanti a me decine di leucischi argentei, (...) e al di sotto di quel banco di pesci, avvolto nella fanghiglia sul fondo scuro, ebbi la netta sensazione di scorgere un grande corpo nudo.... mio padre! Il suo carattere fluttuava dolcemente, cullato dalla corrente sottomarina. E io, lì a guardarlo, cercavo di imitare i suoi movimenti. (...) Presi una scheda e scrissi: «amo mio padre disperatamente». Nella valigia non ci sono elementi per decifrare il suicidio del padre, Choko cade nella depressione, si chiude in se stesso, tratta male il figlio, persino potrebbe uccidersi. A salvarlo è una giovane attrice, Unaiko, che lo coinvolge nella sceneggiatura di un fatto risalente a metà dell'Ottocento. E' una rivolta di contadini capeggiata da una donna, la sommossa fu repressa nel sangue e la donna subì uno stupro di gruppo prima di essere uccisa. Pare un «innocuo» episodio da celebrare, quando Unaiko decide di dichiarare nel corso della rappresentazione che da bambina è stata violentata più volte dallo zio, potente funzionario, e il tutto è stato zittito. Si annuncia uno scandalo, si rivela l'ipocrisia della società giapponese, la realtà entra in scena e salva Choko. E' difficile sintetizzare in una recensione questo complesso romanzo. Accanto ai temi già indicati ce ne sono molti altri: il declino fisico dell'uomo e dello scrittore, che ricorda «Morte a Venezia» di Thomas Mann (si veda la recensione in questo sito); la disabilità e quindi il peso di avere un figlio «diverso»; la funzione catartica del teatro, che permette anche di demistificare uno dei testi fondamentali della letteratura giapponese moderna, «Il cuore delle cose» di Nutsemi Soseki (recensione in questo sito); il fascino magico della natura, tema tipico giapponese, e infine le trasformazioni sociali e culturali del Giappone contemporaneo, ancora in bilico tra tradizioni e modernità. Tanti argomenti sono presenti e forse troppi. Il lettore va avanti perdendosi nei meandri della narrazione, affascinato e affaticato. Al padre che gli parlava del «Grande dizionario dei caratteri cinesi» l'adolescente Kenzaburo Choko rispose: > se tutte le parole saranno in un dizionario, allora non sarà più possibile trovarne di nuove, e non ci sarà più alcun divertimento! Con un stile elegante e fluido, ricorrendo ad abili tecnicalità stilistiche, lo scrittore indaga  numerose forme espressive, dall'epistolario al teatro, dalla musica alla lirismo onirico. E' un'ampia tastiera narrativa (impossibile individuare quella lessicale), di cui Kenzaburo si compiace troppo spesso, con il risultato di appesantire e allungare il racconto, facendo perdere di vista il nucleo centrale. Come dice lo scrittore stesso, sembrano «frammenti», come se non fosse più possibile l'unitarietà dell'Essere. Perché leggerlo? E' un flusso di coscienza con un "io" non invadente.

Oe KenzaburoGarzanti
Il grido silenzioso
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Il grido silenzioso

> Mi sveglio nell'oscurità che precede l'alba, e annaspo tra gli angosciosi brandelli di sogni che ancora indugiano nella mia coscienza, alla ricerca  di un'ardente sensazione di attesa. (...) In ogni parte del mio corpo percepisco separatamente i diversi pesi della carne e delle ossa, come sensazioni che si fondono in un dolore sordo nella mia coscienza, riluttante a riaffiorare alla luce. (...) Ho dormito con le braccia e le gambe piegate di lato, nella posizione di chi non voglia ricordare la propria natura o la situazione in cui si trova. E' questo l'incipit del romanzo; esso racchiude i tratti essenziali di un racconto onirico eppure fortemente radicato nella realtà: il rifugio nel sogno per fuggire alla sofferenza,  quest'ultima espressa nei corpi, spesso descritti in modo grottesco; la memoria come prigione che rinchiude il destino umano, già condannato; l'ambiguità delle relazioni familiari e sociali,  ispessite da rassegnati silenzi e da indicibili ricordi. Siamo dinanzi a un flusso di coscienza in un ambiente rappresentato in modo naturalistico e fiabesco a un tempo. Mitsui, l'io narrante, è sconvolto dal suicidio tragicomico di un amico. La sua vita è già segnata dalla mostruosa disabilità del figlio e dall'alcolismo della moglie; pesano poi su di lui tragici avvenimenti famigliari, il cui ricordo è rimosso ma sempre presente nella sua coscienza. Forse per dare una svolta alla sua vita accetta l'invito del fratello Taka  di tornare al villaggio ai bordi della foresta «possente», dove era la casa della famiglia e dove sono cresciuti da bambini. E' un ritorno al passato: per Mitsui la disperata speranza di cambiamento, che si traduce nella definitiva consapevolezza della sua estraneità dal mondo, per Taka il desiderio di autopunirsi ripercorrendo vicende drammatiche che hanno coinvolto la famiglia. Nel 1860, alla caduta dello Shogunato, il fratello del bisnonno aveva guidato una rivolta contadina, repressa poi nel sangue; alla fine della seconda guerra, sempre nel villaggio, era morto un fratello in uno scontro tra giapponesi e coreani, quest'ultimi prigionieri di guerra. Volendo ripercorrere le gesta dello zio e del fratello, Taka decide di condurre gli abitanti del villaggio a saccheggiare il locale supermercato, di proprietà di un coreano, detto «L'imperatore» (forse per dargli un valore sacrale, lui coreano!).  Mitsui si tiene estraneo agli avvenimenti, raggomitolandosi ancora di più nel suo torpore, Taka emerge invece come un leader vigoroso e astuto; è invece una  messinscena con cui Taka vuole punirsi per una grave colpa: ancora ragazzo, ha violentato la sorella disabile, spingendola così al suicidio. Taka confessa un omicidio non commesso e poi, non creduto da Mitsui, si uccide. > Sembrava un fantoccio di gesso di statura naturale, completamente rosso e vestito solo di pantaloni. Grida la moglie a Mitsui, che cerca di giustificarsi. > Tu rifiuti le persone e le lasci morire e l'unica cosa che sai fare per rimediare é gridare in sogno: «Vi ho abbandonati!» (...) Nelle tenebre profonde del sotterraneo, agitate da vorticosi mulinelli di vento, vidi gli occhi di un gatto morente. (...) Mentre li contemplavo nell'oscurità, gli occhi del mio gatto, compagno di lunghi anni, diventarono gli occhi di Taka, gli occhi del fratello del bisnonno che non avevo conosciuto e gli occhi di mia moglie, rossi come susine; e tutti si unirono in un cerchio luminoso che stava rapidamente affermandosi come una parte innegabile del mio essere. (...) E io sarei sopravvissuto in un'agonia di vergogna, sotto la luce di quelle stelle, scrutando con il mio unico occhio e la timidezza di un topo un mondo esterno vago e buio... L'ambiente è simile a quello di «La foresta d'acqua» (vedi la recensione in questo sito), alcuni riferimenti storici sono analoghi, come le rivolte contadine del 1860, ma profondamente diversa è la struttura narrativa. A differenza di quanto avviene in «La foresta d'acqua», qui l'io è ridondante così come sono intricate le relazioni familiari, che si sviluppano su due assi: il rapporto tra Mitsui e Taka, un misto di affetto e ribrezzo, la relazione del primo con la moglie, apparentemente in secondo piano. > Rimanendo in silenzio per un po' e poi, fissandomi con occhi pieni di disperata ostilità e questa volta rossi per le lacrime invece che per il whisky, mia moglie mi disse: > Quando verrà il momento in cui, come dici tu, dovremo riconoscere che non si può più tornare indietro, forse allora saremo un po' più gentili l'uno con l'altro! . Pur nel complesso intreccio di temi e livelli narrativi, forse il senso unitario del romanzo è l'accettazione del figlio disabile, unica possibilità per ricostruire una relazione lacerata dal destino impietoso. La narrazione si sviluppa lentamente, con numerosi rimandi e incisi, come se l'autore abbia avuto timore di scoperchiare troppo in fretta il fondo della coscienza. Si rimane avvinti dal fascino delle parole, capaci di suggestioni psicologiche e sociali; sovrasta una sensazione di oppressione claustrofobica, non s' intravedono sviluppi e conclusioni, la lettura diviene pesante e si arriva con fatica alla fine del romanzo. Perchè leggerlo? Una scrittura splendida, il fascino del dolore e della morte.

Oe KenzaburoGarzanti