Poesie

A mia Insaputa da " Sguardo dalla finestra d'inverno" 1998

Vorrei per una volta tutti della mia vita i volti s’affollassero, e uno in particolare contro l’invetriata senza desideri. Sorridono e all’implorante “Vi aspetto, tornate !” socchiuso lasciano il battente, neanche spettasse a me seguirli (chi qua chi là scomparendo) o fossi dei loro, senza saperlo. Commento del 5 marzo 2018 Le persone amate, gli amici, le donne e gli uomini che hanno fatto parte della nostra vita, pian piano si dileguano, o perché sono morti o, più spesso, perché si allontanano, anche dalla nostra memoria. Eppure, talvolta, ci assale il desiderio di rivederli: una barriera ci separa, tuttavia, e noi sbattiamo “contro l’invetriata senza desideri”. Sono come delle figure eteree, una sorta di fantasmi, che lasciano socchiusa la porta e devo essere io a cercarle, anche se continuamente scompaiono e ricompaiano. Ma sono figure distinte o nient’altro che io, la mia rimembranza e la mia coscienza ? Forse sono uno di loro, “senza saperlo”. Il tema dell’oblio, della ricerca disperata di mantenere vive e presenti le persone, è affrontato dal poeta con poche parole, ciascuna delle quali ha un significato profondo e aperto a innumerevoli interpretazioni e suggestioni. E’ un componimento ermetico, perché da esso si può trarre tante meditazioni quanto sono le sfaccettature della nostra vita di relazione: apparentemente astratto, il poeta parla della nostra vita sociale e affettiva.

Di Ferruccio Benzoni

Canzone triste in tre parti da "La lucertola di Casarola" 1997

I. Ora che m’avvicino a voi mentre parlate, soli, o ad altri che non v’ascoltano… Ora che m’avvicino alla morte e a voi che a lei vi stringete perché è l’ultima cosa che vi resta. Ora soltanto intendo quel che dite e la ragione che vi fa parlare. Una sera dopo una giornata troppo bella d’ottobre in un albergo decaduto di Parma in cui non accendono profittando di questa luce incerta. Così è un po’buio, fa un po’ freddo, al pensionante non è dato che parlare, ma a chi? Prima che le lampade imbianchino le tovaglie e colorino i miseri garofani per la commedia vivida del pranzo, lasciate che un quieto delirio di parole di donne rinnovi le gonne fugaci, i corpetti celesti che il mulinello d’ombra inghiottirà nell’istante che precede l’avvicendarsi dei turni di servizio. II. Era questo il mormorio indistinto da un’altra stanza che rassicurava l’adolescente in lacrime, la saggezza raggiunta nella rinuncia? III. A quelli che vorrebbero tenermi qui— morti che mi amano ancora perché non gli resta altro da fare che amarmi sin che anch’io non sia tornato con loro dietro il muro sbiadito e il marmo che salda la calcina mischiata con sabbia del Baganza e acqua del condotto farnesiano— vivi che non mi hanno mai amato e dicono di preferire quella mia poesia di una grazia proverbiale, dico: lasciatemi andare, giugno è ventoso e queste foglie amare sono imbrattate di lucciole sfinite, lasciatemi andar via. Commento del 7 gennaio 2021 Scrive Enrico Testa nell’introduzione alla poesia di Bertolucci: “lontana dalle tentazioni del sublime come da quelle della metafisica, la poesia di Bertolucci si dedica ad una registrazione dell’esistere in cui legami degli affetti, l’amore per la vita e la scoperta della bellezza sono continuamente attentati dalla percezione, dolorosa, della fine”. In questo splendido componimento Bertolucci giunge ad una sorte di grido, che dissolve, finalmente e per sempre, la sua pendolarità tra perturbante e domestico. Dinanzi alla morte non sono più possibili ambiguità. Partiamo dagli ultimi versi, di una bellezza sconvolgente: proprio nel momento in cui dovrebbe elevarsi nell’evocazione della liberazione dal dolore Bertolucci rievoca mirabilmente un paesaggio a lui familiare, quello dell’Appennino: “giugno è ventoso/e queste foglie amare/sono imbrattate di lucciole sfinite”. Nello stesso modo ci stupisce che dopo l’avvio dolorosamente esistenziale (“Ora che mi avvicino alla morte…) il poeta ci conduca ad una scena di voyeurismo, “di intenso impasto pittorico”, della quale, peraltro, pare chiedere il permesso: “lasciate che un quieto delirio di parole/di donne rinnovi le gonne fugaci, i corpetti celesti / che il mulinello dell’ombra inghiottirà”. Altri poeti hanno richiamato l’erotismo dinanzi alla Morte (si pensi al Canto CCLXIV del Canzoniere di Petrarca), ma mai il voyeurismo è stato evocato con tanta vergogna, come una richiesta di un misero morente; e mai la discesa verso l’adolescenza e verso la morale cattolica è stata così evidente: espressione di una esistenza contradditoria, tra affetti, nostalgie e pulsioni trasgressive, le componenti del microcosmo familiare del quale è intrisa l’intera poesia di Bertolucci. Il pregio fondamentale di Bertolucci è la scrittura. Prendiamo in prestito da Enrico Testa il giudizio complessivo. “Le misure del verso sono lunghe ed elastiche, dissonanti e narrative con marcature che scompaginano pause e melodie; la sintassi, intimamente anti lirica nel suo rifiuto ad isolare un dato o evento ritenuti essenziali e decisivi, rinuncia spesso ai punti di interpunzione (…) e dà vita ad un periodo continuo e ipertrofico, (…) il linguaggio è quotidiano, elegante e privo di effetti letterari, (…) conversativo e moderatamente sostenuto dal lessico, (…) risaltano le novità ritmiche e sintattiche”.

Di Attilio Bertolucci

Carla Bondi fu Ambrogio da "La Canzone di Carla" 1960

Carla Bondi fu Ambrogio di anni diciassette primo impiego stenodattilo all’ombra del Duomo Sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro sia svelta, sorrida e impari le lingue le lingue qui dentro le lingue oggigiorno capisce dove si trova? TRANSOCEAN LIMITED qui tutto il mondo…. è certo che sarà orgogliosa. Signorina, noi siamo abbonati alle Pulizie Generali, due volte la settimana, ma il Signor Praték è molto esigente – amore al lavoro è amore all’ambiente- così nello sgabuzzino trova la scopa e il piumino sarà sua prima cura la mattina. UFFICIO A UFFICIO B UFFICIO C Perché non mangi? Adesso che lavori ne hai bisogno. adesso che lavori ne hai diritto molto di più. S’è lavata nel bagno e poi nel letto s’è accarezzata tutta quella sera. Non le mancava niente, c’era tutta come la sera prima- pure con le mani e la bocca si cerca si tocca si strofina, ha una voglia di piangersi di compatirsi ma senza la fantasia come può immaginare di commuoversi? Tira il collo all’indietro ed ecco tutto. Commento del 14 settembre 2020 Immaginiamo di leggere una storia di Scerbanenco, pensiamo a “Venere Privata” e alla sua sfortunata protagonista, Livia Ussaro. Ebbene, Carla è come Livia: una ragazza ingenua, speranzosa, pronta ad impegnarsi nella Milano degli anni’ 60, così ricca di opportunità. Basta impegnarsi nel lavoro, con sollecitudine e dedizione: “sia svelta, sorrida e impari le lingue”. E invece la realtà è ben diversa. Il poeta non ci dice che cosa sia veramente successo in quell’ ufficio, ma da delicati accenni ( “si è accarezzata nel bagno e poi nel letto (..) ha una voglia di piangere di compatirsi”) possiamo supporre che il Signor Praték (“amore al lavoro è amore all’ambiente”) non si sia limitato a far lavorare la giovane impiegata come una serva. In casa domina l’incomprensione, è una banale ragazza che non ha fantasia per “immaginare di commuoversi”; non le resta che tirare avanti. Il verso finale racchiude con grande efficacia l’impotenza, più di tanti saggi esprime il senso del rapporto di classe, dello sfruttamento del lavoro. Di grande rilievo è l’innovazione stilistica: a differenza di Sanguineti, così intellettuale, Pagliarani si distacca dal lirismo italiano elaborando una nuova metrica poetica, una sintassi per gli anni futuri, una svolta nella letteratura italiana. Canzone di Carla è il grande poema dell’Italia industriale.

Di Elio Pagliarani

Cartina Muta da "Biografia Sommaria" 1999

Entriamo adesso nell’ultima giornata, nella farmacia dove il suo viso bianco e senza pace non risponde al saluto del metronotte: viso assetato, non posso valicarlo, è lo stesso che una volta chiamai amore, qui nella nebbia della Comasina. Camminiamo ancora verso un vetro. Poi lei getta in un cestino l’orario e gli occhiali, si toglie il golf azzurro, me lo porge silenziosa. “Perché fai questo?” “Perché io sono così”, risponde una forma dura della voce, un dolore che assomiglia solamente a se stesso. “Perché io… ….né prendere né lasciare”. Avvengono parole nel sangue, occhi che urtano contro il neon gelati, intelligenti e inconsolabili, mani che disegnano sul vetro l’angelo custode e l’angelo imparziale, cinque dita strette a un filo, l’idea reggente nel nulla, la gola ancora calda. “Vita, che non sei soltanto vita e ti mescoli a molti esseri prima di diventare nostra….. …..vita, proprio tu vuoi darle un finale assiderato, proprio qui, dove gli anni si cercano in un metro d’asfalto….” Interrompiamo l’antologia e la supplica del batticuore. Riportiamo esattamente i fatti e le parole. Questo, questo mi è possibile. Alle tre del mattino ci fermammo davanti a un chiosco, chiedemmo due bicchieri di vino rosso. Volle pagare lei. Poi mi domandò di accompagnarla a casa, in via Vallazze. Le parole si capivano e la bocca non era più impastata. “Dove sei stata per tutta la mia vita….”. Milano torna muta e infinita, scompare insieme a lei, in un luogo buio e umido, che le scioglie anche il nome, ci sprofonda nel sangue senza musica. Ma diverremo, insieme diverremo quel pianto che una poesia non ha potuto dire, ora lo vedi e lo vedrò anch’io…..lo vedremo, ora lo vedremo….lo vedremo tutti…ora… …ora che stiamo per rinascere. Commento del 5 maggio 2019 E’ un canto di disperazione, inutilmente riscattato da un’ implorazione: “stiamo per rinascere”. Intuiamo che il poeta riporta “esattamente” il lasciarsi andare di una donna chiusa nel suo dolore, nel suo male di vivere. Alla domanda del poeta la donna, ancora amata risponde senza dare una spiegazione, solamente con un “perché io sono così” e poi “perché io… né prendere né lasciare”. D’altra parte ci sono situazioni, sentimenti e comportamenti che non hanno una spiegazione razionale, sembrano scaturire dal nulla: “occhi che urtano contro il neon gelati, intelligenti e inconsolabili”. Il poeta vorrebbe essere freddo e distante, ma non lo può essere perché ama questa donna e fino all’ultimo vorrebbe aiutarla: il suo affetto è tanto profondo che ad un certo punto si ribella al destino e nel contempo sente che senza di lei la sua stessa esistenza non avrebbe più senso. “Dove sei stata per tutta la mia vita”, dice il poeta. Con la morte della donna (il suo perdersi nell’alcol e nella depressione) tutto diviene oscuro: “un luogo buio e umido che le scioglie anche il nome, ci sprofonda nel sangue senza la musica”. Non rimane che un piano che la poesia non può esprimere. Il componimento dovrebbe chiudersi a questo punto e sarebbe perfetto; e invece il poeta ha voluto aggiungere una nota di speranza, che sa di intellettualistico e falso. La peculiarità della poesia è il verso: finalmente siamo distanti dal dolciastro lirismo italiano! Prosa e poesia sono tutt’uno,le parole conducono il ritmo e danno un alto valore estetico al componimento.

Di Milo De Angelis

Di sollievo in sollievo da "Serie Ospedaliera" 1969

Di sollievo in sollievo, le strisce bianche le carte bianche un sollievo, di passaggio in passaggio una bicicletta nuova con la candeggina che spruzza il cimitero. Di sollievo in sollievo con la giacca bianca che sporge marroncino sull'abisso, credenza tatuaggi e telefoni in fila, mentre aspettando l’onorevole Rivulini mi sbottonavo. Di casa in casa telegrafo, una bicicletta in più per favore se potete in qualche modo spingere. Di sollievo in sollievo spingete la mia bicicletta gialla, il mio fumare transitivi. Di sollievo in sollievo tutte le carte sparse per terra o sul tavolo, lisce per credere che il futuro m'aspetta. Che m'aspetti il futuro! Che m'aspetti che m'aspetti il futuro biblico nella sua grandezza, una sorte contorta non l'ho trovata facendo il giro delle macellerie. Commento del 28 ottobre 2024 Che sollievo la vita prosaica quotidiana! Quel affannarsi a trovare un futuro: con una bicicletta nuova che prelude l’infelicità, con quell’attendere, disponibili e speranzosi, un uomo potente che potrebbe aprirci chi sa che futuro, o cercare un aiuto da qualcuno, o infine spargere le carte per terra disordinatamente, sempre per credere che ci sia un futuro, che non c’è. Non c’è più un’escatologia, quella rassicurante utopia che hanno raccontato le religioni e le ideologie ottocentesche; facendo il giro dei negozi non si trova un destino, neppure quello oscuro e complicato. Una lieve auto ironia attenua una disperazione esistenziale e metafisica. In un misto di Montale e dell’ultimo Ungaretti, Rosselli riflette sulla sua condizione personale così come sul destino dell’umanità, sempre più convinta che non ci sia un futuro. La poesia è particolarmente attuale, esprime il declino dell’Europa, la sua incapacità di una visione alta e il suo abbassarsi a un eterno galleggiamento. I versi sono delimitati in modo netto, dal ricorso dominante del punto. Il rischio dello spezzettamento è risolto da Rosselli con l’uso di allitterazioni: “di sollievo in sollievo”, “ di passaggio in passaggio”, “di casa in casa”. In tal modo il ritmo assume la forma della ballata, richiamando le cadenze di una canzone. Lo stacco dell’ultima stanza è così più incisivo: da una malinconica rassegnazione si passa a un tono dirompente, anche qui con una serie di allitterazioni e con una chiusura stupefacente nelle sue assonanze.

Di Amelia Rosselli

Figure nel parco da "Le case della Vetra" 1966

E dire che ci sono curve spaziose in questi viali, siepi basse o trasparenti… Con la mia vista (poco) mi domando come faccio a vederli. Chi lo sa. Sbucano dal fondo, dall’alto, da dietro le targhe delle piante rare muovendosi cauti, silenziosi, la cravatta annodata con (cura, le corna piene di muschio, a coda bassa. Non domandano non dicono l’ora ai comuni passanti. Sfilano, cacciando, sull’orlo dello stagno. Povera strega, poveraccia, ripeteva lisciandosi i baffi, i capelli, aggiustando con cura la cravatta, in cuor suo ridendo per la di lei caduta nello stagno. Sulla panchina piega minuziosamente mutande, bende, accomoda la stampella, apre e chiude cartocci di ghiaia e di supposte, pronto a farsi redimere o scannare. Alta cm 105 ma in grado di far rotolare una botte con un ramo lungo discese leggerissime scardinatrice di pali cestini dei rifiuti croci? in un cubo di polvere puntando alla quota trappola dello stagno. La cosa impercettibile, quantità di polvere su una scarpa sola o modo di asciugarsi il sudore sulla fronte ecco l’ho in mano il mostro braccato l’assassino l’uomo che uccide con la luna piena e corro sprizzando scintille dai pattini sull’asfalto a (chiamare i lenti ronzanti bipedi d’acciaio della polizia. Commento del 20 giugno 2024 E’ un paesaggio tipicamente urbano, un parco di città in cui si rifugiano persone senza tetto e dove si va a passeggiare; lì c’è il mostro. Il maniaco, l’assassino, il lupo mannaro sono tutti gli incubi della nostra infanzia, richiamati dalle madri e dalle nonne in quelle città degli anni’ 50, ancora abitate dai bambini. E il piccolo Giovanni con i suoi pattini corre per il parco, attento al mostro che si nasconde dietro le siepi (ma come fa non vederlo se sono “basse e trasparenti”?). Si riconosce facilmente il mostro perché è ben vestito e sta per conto suo. Cambiando il punto di vista, dal bambino al maniaco, il poeta immagina i pensieri del mostro, il sadismo crudele insieme con un ordine ossessivo dei poveri indumenti della “strega”. Realtà o fantasia di un bambino? Il piccolo Giovanni non è spaventato, anzi è un eroe, capisce da segni impercettibili la presenza del mostro e corre a chiamare la polizia. Raboni è considerato un poeta civile, che canta le trasformazioni della società milanese con la passione tipica di un intellettuale impegnato, e non rinchiuso nell’intimismo psicologico (come in Valduga) né in un pessimismo nostalgico, come in Zanzotto. Si sente la stessa passione di Pasolini, senza quel soffermarsi su preziosismi stilistici (si pensi all’uso frequente dell’ossimoro). La rima si percepisce appena, s’intravede nella successione delle vocali e delle sillabe: si pensi a “domando… fondo, cura ..ora, cravatta… stampella”. Ogni verso è chiusa in un punto ma il ritmo nasce da questa strana rima. Nella sua raccolta di poesie contemporanee Alberto Bertoni ritiene che in questo componimento Raboni si sia ispirato a un episodio delle Metamorfosi di Ovidio, dove Apollo insegue la ninfa Dafne (ma quante volte ritorna questo racconto nella poesia italiana?), o a un poemetto di Stephane Mallarmé (il pomeriggio di un Fauno 1876); a me pare più corretto dire che qui “bada a porre in primo piano un mondo visto dal basso dei reietti e degli emarginati, con conseguente abbassamento straniato dell’io lirico, apertura e modalità (anche sul versante metrico-ritmico non di rado avvicinato a intonazioni prosastiche) e memoria viva dei vangeli apocrifi” (Alberto Bertoni “la poesia contemporanea” 2012).

Di Giovanni Raboni

Genova da Canti Orfici

E' un capolavoro assoluto, con Riviere di Montale una delle più belle poesie della letteratura italiana: se Montale ha trasmesso le suggestioni del paesaggio ligure, come nessun'altro Campana ha colto e magnificamente espresso il senso profondo di Genova; e lo ha fatto perché, ancora una volta, ha lavorato sulla mescolanza di luci e suoni, sull'apparente contraddizione tra la solarità della città (del suo cielo sempre pulito dal vento) e l'oscura ambiguità dei suoi vicoli. Il termine ambiguo torna continuamente nel componimento ed è la chiave interpretativa della narrazione. Si parte da un senso di meraviglia per le "corrusche sue statue superbe", e subito voci e immagini giungono dai "segreti dedali". E' per questo che Genova è il luogo ideale per la poesia di Campana: è in qualche modo la sua sintesi. Dall'idea che Genova racchiuda la profondità dell'animo il poeta sviluppa un lungo racconto: via via che avanza il tramonto si sentono risa, non si capisce da dove vengono. Potremmo rispondere che provengono dai" ...vichi lubrici di fanali il canto/ Instornellato de le prostitute/ E dal fondo il vento del mar senza posa". Sarebbe tuttavia una troppo facile soluzione, che non spiegherebbe la conclusione inquietante ed oscura." Nuda mistica in alto cava/ Infinitamente occhiuta devastazione era la notte/ tirrena". E' la ricerca di un oblio, che spinge il poeta, come le "ombre di viaggiatori" e "le ombre de le famiglie marine", ad avventurarsi nella Superba; sono "ciechi" e la Siciliana, "proterva opulenta matrona", non fa altro che dare momentaneo sollievo alla disperazione umana. "Ed andavamo io e la sera ambigua./Ed gli occhi alzavo su ai mille/E mille e mille occhi benevoli/Delle Chimere nei cieli:..../Quando/Melodiosamente/D'alto sale, il vento come bianca finse una visione/di Grazia". Il verso non è semplice, fatto di continue ripetitività verbali e sonore. Occorre ritornare alla lettura di alcuni passaggi, per esempio laddove il poeta gioca esasperatamente con i colori del rosso e del bianco, con un ritmo che si fa via via incalzante e preannucia un attonito ed inquietante riso. Vale la pena perdersi nelle suggestioni e svanire così in Genova e nell'animo umano.

Di Dino Campana

Il padre che mi parlava da "Donna del Gioco" 1987

Il padre che mi parlava era un ragazzo dal largo sorriso e aveva gli occhi che hanno già imparato rifugio lui ristoro mio pensante che riempie la mia sorte. Non ti ho tradito ma non ti sogno più e se mi sogno mi sogno col tuo viso: sul tuo torace mi ergo nella tua mano mi fido con te la folla si spalanca. Sii maledetto tu che sai fare e non sai fare sono un bambino ignavo che non si vuole alzare. Commento del 26 maggio 2019 Splendida poesia e quanto affetto verso il padre! Il componimento si apre con una nota d’ ottimismo: il largo sorriso del padre evoca rifugio e ristoro, tanto da riempire tutta la vita del poeta. Eppure la figura del padre si è ormai allontanata; bisogna andare avanti con le proprie forze, anche se solo con lui si riesce ad affrontare il mondo. E’ una dipendenza psicologica che spinge il poeta a gridare contro il padre e a evocare quando, bambino, voleva restare a letto, protetto dall’affetto dei genitori. Nella sua semplicità, la poesia ha dei passaggi difficili da leggere, come nel terzo verso, per esempio, il gioco di parole: “rifugio lui ristoro mio pensante”. Che significa? Forse il padre ha già imparato come dare rifugio al figlio: e quindi la rottura della frase deve avvenire tra “rifugio” e “lui ristoro”. Sotto il profilo stilistico è veramente una poesia innovativa. Come ha scritto Enrico Testa il percorso narrativo di Cucchi può essere sintetizzato nella “ricerca di un’identità o immagine di sé, inseguita nel rapporto con un’altra faticosamente rielaborata a distanza”. Nella raccolta Il Disperso del 1976 la figura cercata, lo scomparso, non si trova, anche perché chi lo cerca, si muove in “un elenco privo di nessi”, che rende lui stesso insussistente. Nella raccolta Le meraviglie dell’acqua del 1980 tutto è evanescente, richiamando a Luzi. Qui finalmente il poeta dà un volto e un nome: il padre. E allora capiamo che il “disperso” era il padre: figura che il figlio non può trovare perché vuole restare bambino, perché è “ignavo”, perché è il poeta che vuole sparire, dissolversi in un mondo incomprensibile, forse solo un’illusione, e per questo senza ancoraggi materiali e spirituali.

Di Maurizio Cucchi

Il sentiero si è fatto stretto da "Poesie Inedite" 2017

Il sentiero si è fatto stretto, non più di uno per volta ci può passare; sulla tua destra mentre sali, pochi bassi abeti, dalla scorza precaria, marrone, come il prato sterile sotto; sulla sinistra la pendenza è segnata da massi e ghiaioni che avvicinano lo strapiombare. C’è leggerezza a sentirsi salire portati dai piedi, e mentre senti gli scarponi sgranare la ghiaia e far rotolare le pietre dietro i talloni, rotoli di gioia anche tu e la gioia non ti porta da nessuna parte ma il fiato c’è ancora e gli alberi non ci sono più restano le pietre, pulite, bianche di sole e il sentiero che sale e, in cima piega a una svolta e non c’è modo di vedere cosa c’è al di là perché tu sei in basso e la salita in alto; ma quello che vedi oltre l’orlo del tracciato è un vuoto di colore, che lontano si fa giallino e più lontano ancora un infinito tutto e una gioia senza direzione. Cassacco settembre 2017 Commento del 25 novembre 2024 La descrizione realistica di una salita in montagna si sviluppa tra la sensazione di gioia che nasce proprio dalla fatica, e lo spaesamento tipico di non vedere dove sarà il punto di arrivo: contrastanti emozioni che possono percepire solo chi conosce e ama la montagna, e non la conquista dell’alta vetta. Leggendo la poesia quanti ricordi vengono alla mente! Ci si potrebbe limitare a un bel racconto di un’ ascensione, quando, nell’ultima stanza, dopo un semplice punto e virgola, si capisce che il racconto è una metafora; là lontano, dopo una “svolta”, c’è il vuoto, c’è il termine della vita, c’è la Morte; ed allora il traguardo è un misto di mancanza di colore, di contemplazione dell’infinito e di una gioia che può nascere solo da noi stessi, non dall’esterno. Il Paradiso di Dante, il grande viaggio verso la contemplazione di Dio, l’infinito di Leopardi, la perdita dell’uomo nel nulla, e la Terra Promessa di Ungaretti, il disperato tentativo di un vecchio sofferente di riposarsi nell’Utopia, tutti questi sono possibili riferimenti della poesia, con una rilevante differenza: la salita non è solo una metafora, frutto della fantasia, ma è un vissuto. La bravura stilistica di Cappello sta nell’avere diffuso nel racconto flebili ma chiari segnali della metafora: “il sentiero si è fatto stretto… pochi abeti bassi, dalla scorza precaria…massi e ghiaioni che avvicinano lo strapiombare” e così via. La poesia è articolata in tre stanze. La prima, delimitata da un punto di netta separazione, è una descrizione di una salita, solo con lievi echi della metafora: essa termina con un’immagine di Morte con quel “strapiombare”. La seconda stanza apre alle emozioni interiori di spaesamento e non è un caso che termina con un semplice punto e virgola, a indicare il legame con l’ultima e decisiva stanza, in cui il tutto si chiarisce. In particolare nella seconda stanza, la mancanza di punteggiatura (si pensi al lungo periodare tra “rotoli di gioia” e “il sentiero che sale”) richiede al lettore di trovare le sospensioni e quindi di interpretare i versi, dando opportunità di perdersi nelle proprie emozioni. Predomina un ritmo lento, quasi solenne; ci si muove tra assonanze e costruzioni poetiche raffinate: si pensi a quel e, tra “e il sentiero che sale… in cima piega a una svolta…”: spartiacque stilistico e narrativo fondamentale.

Di Pierluigi Cappello

In memoria

Splendida poesia sul migrante, di ogni tempo e di ogni luogo ! Dinanzi ad un tale capolavoro non si trovano le parole per un commento, sarebbe meglio rileggere e riascoltare le parole per perdersi nelle loro suggestioni. Sin dall'inizio veniamo a conoscenza che Moammed si è ucciso e sappiamo anche i motivi: "perché non aveva più patria". Non è solo un fatto anagrafico, Moammed vuole essere francese, ma non lo è, e nel contempo non è più neanche un nomade: "non sapeva più vivere nella tenda dei suoi". E' un apolide, di nessun paese e di nessuna cultura. Ma soprattutto Moammed non accetta questo stato; ed ecco un verso incredibilmente evocativo: " e non sapeva sciogliere il canto del suo abbandono". A questo punto il poeta introduce sé stesso. E' lui che lo ha accompagnato al camposanto dall'albergo dove abitavano, in un "appassito vicolo in discesa". "E forse io solo so ancora che visse": con poche parole il poeta esprime il massimo abbandono, quello del defunto. mso-fareast-font-family:"Times New Roman";mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language: IT;mso-bidi-language:AR-SA">E' inutile richiamare l'attualità di questo componimento. Va detto che solo Ungaretti, esule tutta la vita, poteva essere capace di esprimere la condizione esistenziale del migrante.

Di Ungaretti Giuseppe

La Bestia tramonta nell'umano da Atto di Vita Nascente 2010

Non sorga il sole della nostra fine, non a te che hai radice di primo vento all’alba, non a me che ho la voce nuda degli oggetti che aspettano giustizia, la voce dei papaveri e dei campi, l’ira dei flauti e delle tele, gli archi dalle bocche di vento; ecco la sposa, ecco la primizia di tutte le stagioni, l’ombra fuggevole dei meli agri sul tuo petto, e di notte le stelle cadenti, un angelo fra gli albicocchi dello Ionio. Lavoravamo il grano a braccia nude; cominciò la raccolta dei meloni d’inverno, e il primo temporale ci serrò sottocoperta: dal baule come un frutto di mare cresce la camera da letto, dal mare torna il mio sposo del mezzogiorno, domani, dal mare. Un giorno ancora e guarirai la fatica di credere. Sei mio fratello, sei il mio sole avaro; sono la sposa del Mediterraneo, tua sorella. In me schiuma il tuo mare, il suo lamento serale, e la tua messe di cercini neri: qui ti inginocchi ai mandorli dei campi, sul mio viso, e alla cenere. Fascio d’erbe aromatiche, creanza della sera, vola sul grano del mio petto e dormi per bisogno di luce. Commento del primo novembre 2024 L’intera produzione letteraria della poetessa può essere interpretata alla luce della tragica vicenda che ha contraddistinto la vita di Calandrone: l’abbandono, ancora bambina, da parte della madre biologica. E’ certo che questa poesia può essere letta da questo punto di vista: le prime due stanze paiono descrivere l’ambiente della madre e il suo incontro con il padre, la prima povera bracciante e il secondo pescatore o marinaio. Ci sono immagini di grande solarità, come se la luce e i suoni del nostro arido Mezzogiorno facciano da contorno a una dura fatica giornaliera, e chiedano giustizia. Ed è dal mare, come il mitico Odisseo per Nautica, che viene l’amore. Sono fantasie di una figlia che elabora il passato, che dà contorni fiabeschi a genitori mai conosciuti. Con la terza stanza, irrompe un tema che sovrasta la condizione individuale di Calandrone. E’ la solidarietà tra i popoli del Mediterraneo. Possiamo vedere con la mente l’arrivo dei migranti sulle sponde settentrionali del mare, questo loro ritrovarsi, in fondo, nello stesso paesaggio che hanno lasciato, e capiamo che ciò che ci ha diviso nei secoli (come le crociate) e ciò che ci divide oggi (la religione, la miseria, i morti, i rimpatri forzati, i campi di reclusione) siano solo una narrazione ideologica e politica. E allora “l’ombra fuggevole dei meli agri sul tuo petto” ha una missione: genitrice non biologica, ma madre vera, accoglie come un “fascio d’erbe aromatiche” il migrante (suo fratello, sua sorella) e gli offre la pace “per bisogno di luce”. E’ una poesia splendida, in cui ogni parola dà alito alla nostra fantasia. La prima stanza, molto evocativa, si articola in due parti, contrassegnate da un punto e virgola: nella prima, domina un paesaggio mediterraneo, in un fluire dirompente di parole, tutte legate dai suoni, e ciò dà quel ritmo che ci avvolge; con “ecco” c’è uno stacco, che riporta alla soggettività sotto un cielo di speranza. Questo passaggio introduce la seconda stanza, in cui emerge l’attesa dell’amore: la successione di versi nitidi, ma sempre evocativi, danno un ritmo lieve e malinconico, una sorta di “dolce stil nuovo”. La terza stanza si avvia con un’affermazione perentoria, con quel “guarirai la fatica di credere”, che invita alla fiducia nella solidarietà umana: la successione di immagini del comune ambiente e dell’accoglienza materna fornisce un insieme di assonanze che esplodono nelle ultime parole, ciascuna delle quali esprime l’attesa di un mondo migliore.

Di Maria Grazia Calandrone

Lo svagato da "Il male minore" 1960

Ma quando arrivano? e come? e chi li manda tra noi? un giorno li trovi vicini con un berretto a visiera la sciarpa rossa, le mani nelle tasche davanti dei calzoni nuovi compagni dei nostri giochi silenziosi, sorridenti compagni più piccoli di noi, più pallidi stanchi a una breve corsa, maldestri a lottare, a saltare, e senza peso. Ricordo uno che un mattino d’ottobre salì con noi fino al monte Cavallo aveva le guance rosse di mal di cuore sorrideva correndo per restarci vicino. E un altro, né escludo che fosse lo stesso per quel loro modo di camminare e il maglione turchino, che per vigneti mi seguì al fondovalle a pesca di trote dove il fiume si dirama in chiari canali. Si restò fino a sera dentro l’acqua senza che mi chiedesse una volta di provare a pescare: poi scomparve per un sentiero che non saprei più trovare. E un terzo, o ancora lo stesso, per quel loro grande nodo alla sciarpa di lana, e per il suo starmi in silenzio vicino nei prati gialli fuori città in un’Africa immaginata per un’immobile, lunga giornata. E un quarto… Scomparsi. Distrutti da febbri spietate, consunti da un male ignoto, lontani, non so. Né so se torneranno, né quando, né come gli amici, i giorni, la più chiara stagione, se tornerà la vita perduta per disattenzione. Commento del 2 novembre 2020 Non è facile diramare il filo conduttore di questa splendida poesia. Dapprima pare quasi che ci si trovi dinanzi a piccoli alieni: compaiono senza una ragione plausibile, si affiancano nei giochi, nelle corse, nelle lotte tra ragazzi, e pure nelle lunghe e faticose passeggiate, nei giorni trascorsi a pescare, nei vagabondaggi in periferia in “un Africa immaginata, per un’immobile, lunga giornata”. Sono “sorridenti compagni (…) senza peso”, è difficile distinguerli tra di loro per “quel loro modo di camminare e il maglione turchino”; però sanno “starmi in silenzio vicino”. Ed ecco capiamo che il poeta non parla di altri, siamo noi stessi, è la nostra infanzia, sono “gli amici, i giorni, la più chiara stagione”. Delle tante poesie che ho studiato solo questa riesce ad andare oltre al ripetitivo, scontato e stucchevole concetto della rimembranza; e ciò perché la metafora del piccolo alieno dentro di noi evita qualsiasi forma di nostalgia, di rimpianto e di narcisistica malinconia; e come potrebbe essere se la consunzione della vita si è realizzata dentro di noi? Se la vita non tornerà perché semplicemente l’abbiamo “perduta per disattenzione”. Non sarebbe un capolavoro se alla suggestione della poesia non contribuisse il verso; pur distante dal lirismo italiano Erba è riuscito a trovare il giusto equilibrio tra risonanze melodiche e ritmiche da un lato e oggettiva discorsività del testo dall’altro.

Di Luciano Erba

Manicomio è parola assai più grande da "La Terra Santa" 1984

Manicomio è parola assai più grande delle oscure voragini del sogno, eppur veniva qualche volta al tempo filamento di azzurro o una canzone lontana di usignolo o si schiudeva la tua bocca mordendo nell’azzurro la menzogna feroce della vita. O una mano impietosa di malato saliva piano sulla tua finestra sillabando il tuo nome e finalmente sciolto il numero immondo ritrovavi tutta la serietà della tua vita. Il manicomio è una grande casa di risonanza e il delirio diventa eco l’anonimità misura, il manicomio è il monte Sinai, maledetto, su cui tu ricevi le tavole di una legge agli uomini sconosciuta. Al cancello si aggrumano le vittime volti nudi e perfetti chiusi nell’ignoranza, paradossali mani avvinghiate ad un ferro, e fuori il treno che passa assolato leggero, uno schianto di luce propria sopra il mio margine offeso. Commento del 17 giugno 2024 Con poche parole incisive Merini esprime le peculiarità del manicomio, e più in generale di qualsiasi istituzione chiusa, autoritaria e coercitiva. Nel silenzio e nella solitudine risuona il dolore d’individui divenuti anonimi, costretti a urlare e ad agitarsi per farsi sentire: è un “monte Sinai, maledetto,” dove sono imposte regole sconosciute agli esseri umani. Sono la semplicità e l’asciuttezza dello stile a dare straordinaria forza espressiva ai tre brevi componimenti, all’interno di un approccio realistico: naturalismo ed evocazione si congiungono in una sintesi splendida. In brevi attimi il lettore crede di vivere la dimensione esistenziale del manicomio. Se nella prima poesia s’intravede un barlume di speranza, rappresentata dal canto lontano dell’usignolo e dalla mano pietosa del malato, dopo la parentesi biblica, l’ultimo sonetto pare una scena dantesca, dove “volti nudi e perfetti (…) paradossali mani avvinghiate ad un ferro” raffigurano un’intera umanità preclusa e abbandonata; Merini si eleva dalla sua esperienza personale per rendere la condizione del manicomio paradigma della sofferenza di tutte le vittime. Sono interessanti i riferimenti biblici: essi non indicano solo un elemento religioso che tornerà nella poesia di Merini, quasi a dare sollievo e a concedere serenità e rassegnazione, esprimono anche la protesta verso un Dio severo e privo di misericordia.

Di Alda Merini

Mi ero tagliata i capelli, scurite le sopracciglia da "Il Cielo 1981"

Mi ero tagliata i capelli, scurite le sopracciglia, aggiustata la piega destra della bocca, assottigliato il corpo, alzata la statura. Avevo anche regalato alle spalle un ammiccamento trionfante. Ecco ragazza ragazzo di nuovo, per le strade, il passo del lavoratore, niente abbellimenti superflui. Ma non avevo dimenticato il languore della sedia, la nuvola della vista. E spargevo carezze, senza accorgermene. Il mio corpo segreto intoccabile. Nelle reni si condensava l’attesa senza soddisfazione; nei giardini le passeggiate, la ripetizione dei consigli, il cielo qualche volta azzurro e qualche volta no. Commento del 19 ottobre 2024 La confusione di generi, sentirsi uomo e donna nello stesso tempo, o soltanto giocare a essere dell’altro sesso, sono temi affrontati da Patrizia Cavalli con l’usuale delicatezza, una dolce e malinconica accettazione della confusione. Si può essere dell’uno e dell’altra parte? La poesia si apre con la vestizione da ragazzo: piccoli adattamenti del corpo alla nuova condizione, con quella visione che vede il maschio come un fisico longilineo, eretto, senza l’ammiccante sinuosità della bocca. Poi, “il mio corpo segreto intoccabile” torna a emergere, e lo fa nei piccoli tratti, in quell’ atteggiamento tutto femminile di spargere “carezze senza accorgersene”, o in modo più misterioso, almeno per noi maschi, in quel modo di porgere la sedia, in quegli occhi lievemente voluttuosi. Non resta che la solita esistenza: “l’attesa senza soddisfazione”. Stilisticamente il componimento fa perno su quel “ecco ragazzo ragazza”, che anche graficamente rompe il ritmo. Una ricca punteggiatura dà cadenza alla poesia. L’uso frequente del punto, ad eccezione dell’ultima stanza, dà incisività alla narrazione, quasi a riflettere una decisione irrevocabile, anche se contradditoria. Lo stile diviene più sommesso nell’ultima stanza, con quel punto e virgola che separa la desolata constatazione dal suo svolgimento.

Di Patrizia Cavalli

Non è di maggio... da "Le ceneri di Gramsci" 1957

Non è di maggio questa impura aria che il buio giardino straniero fa ancora più buio, o l’abbaglia con cieche schiarite …. questo cielo di bave sopra gli attici giallini che in semicerchi immensi fanno velo alle curve del Tevere, ai turchini monti del Lazio … Spande una mortale pace, disamorata come i nostri destini, tra le vecchie muraglie l’autunnale maggio. In esso c’è il grigiore del mondo, la fine del decennio in cui ci appare tra le macerie finito il profondo e ingenuo sforzo di rifare la vita; il silenzio, fradicio e infecondo…. Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore era ancora vita, in quel maggio italiano che alla vita aggiungeva almeno ardore, quanto meno sventato e impuramente sano dei nostri padri – non padre ma umile fratello – già con la tua magra mano delineavi l’ideale che illumina ( ma non per noi: tu, morto, e noi morti ugualmente, con te, nell’umido giardino) questo silenzio. Non puoi, lo vedi ?, che riposare in questo sito estraneo, ancora confinato. Noia patrizia ti è intorno. E, sbiadito, solo ti giunge qualche colpo d’incudine dalle officine del Testaccio, sopito nel vespro: tra misere tettoie, nudi mucchi di latta, ferrivecchi, dove cantando vizioso un garzone già chiude la sua giornata, mentre intorno spiove. Commento del 8 luglio 2015 E’ un maggio triste, autunnale, in una città sommersa dalle costruzioni che tolgono la luce, la vista. Questa cupezza della metropoli è analoga alla disperazione di chi ha capito che i sogni sono finiti. Ma quale nostalgia dell’ardore giovanile, di chi, forse sventatamente, è almeno vissuto, libero dal fardello delle generazioni passate, pieno di ideali che illuminavano la nostra solitudine ! E la poesia si chiude con immagini tra di loro apparentemente contradditorie: la pace del cimitero, scossa da lontani rumori operai, i rottami che si ammucchiano disordinatamente e il canto lascivo di un garzone che lascia il lavoro. Il poeta si rivolge a Gramsci, ma in realtà sta parlando alla sua generazione, con la quale si sono spente le speranze di rinnovamento della società italiana. Che cosa resta: “un silenzio, fradicio…. Infecondo”. Di grande attualità è la strofa nella quale il poeta dà una splendida definizione di come dovrebbe essere un giovane: “quanto meno sventato e impuramente sano dei nostri padri”. E’ un componimento bellissimo per la struttura del verso, che, pur superando l’impostazione tradizionale della poesia italiana ( melodica e ritmica), mantiene una sua eccezionale fluidità e musicalità.

Di Pier Paolo Pasolini

Oh sì, accarezza dolcemente, sfiora, da "Cento quartine e altre storie d’amore" 1997

Oh sì, accarezza dolcemente, sfiora, ma minaccia ogni furia e ogni violenza lentamente... non dentro, non ancora... portami a poco a poco all'incoscienza. C'è un solo incontro e non c'è un solo addio e devo sempre stare sul chi vive: nel grande cimitero dei miei io vivo una vita tutta recidive. Giura che mi terrai nuda e legata per una notte intera, a luci spente; che se mento sarò martirizzata a mezzogiorno, irrevocabilmente. In questa stanza che non ha più uscita come stormisce il sangue, e al suo stormire è il mio turno di vivere... di vita... io so che sai che cosa voglio dire. Fa presto, immobilizzami le braccia, crocefiggimi, inchiodami al tuo letto. consolami, accarezzami la faccia, scopami quando meno me lo aspetto. Ora tace sospeso il firmamento, e la notte si adagia in un languore, un fluire di pace e sentimento che dà non lieto non triste dolore. Commento del 6 febbraio 2024 Con un ritmo che richiama le laudi del Duecento, Valduga descrive un legame sentimentale che si appoggia fortemente sulla passione sessuale. E’ un fluire di sensazioni che alterna dolcezza, erotismo e violenza, in una successione scandita da strofe quaternarie; esse descrivono i diversi momenti di un’ascesa al culmine dell’amore. La seconda e l’ultima di queste stanze aprono uno squarcio sulla dimensione esistenziale della poetessa. “C’è un solo incontro e non c’è un solo addio/(…) nel grande cimitero del mio io”: questo passaggio pare indicare la fugacità dell’amore e la funzione di quest’ultimo come uscita dalla solitudine e dalla sofferenza. C’è un’altra strada di là del sesso? Negli ultimi versi, splendidi nella loro armonia, raggiunto il culmine, tutto tace e “si adagia in un languore”, è un fluire che riporta a un dolore né lieto né triste; insomma, anche la passione amorosa non dà la felicità. Sotto il velo dell’erotismo emerge di continuo un’anima sofferente, alla costante ricerca di un riferimento solido, ma irraggiungibile; un’utopia di vita che riflette la fragilità di una donna coraggiosa, libera e trasparente nella sua espressività, ma come bloccata nell’età adolescenziale. Valduga ha trovato il buon maestro?

Di Patrizia Valduga

Passasti con quella luce in pugno da "Amore e destino" 1993

Passasti con quella luce in pugno, dissi: “Non so, so molto poco dell’amore. Giù c’è un abisso, lo conosco bene”. Tu mi prendesti per la giacca, metà del mio viso era già ombra. Abbiamo corso, volato, qualche volta. Di certo ci sono foglie secche, qualcuno le calpesta, stridono in fondo al cuore. Di certo la stanza è un rettangolo d’angoscia e il buio completa la sua opera. Ogni tanto sprofondo nel cappotto, accelero il passo come fossi atteso. Più spesso una voce mi precede. Sono in ritardo, penso, hanno già chiamato! Allora vorrei che mi afferrassi per il bavero, che mi tirassi via, dove c’è la luce. Commento del 30 aprile 2019 “Giù c’è un abisso, lo conosco bene”. Siamo in bilico, pronti a perderci nel male, condizione comune dell’umanità. Il male può essere una malattia o una sofferenza individuale, è pure una situazione universale: la guerra, i genocidi, la libertà calpestata. E noi che facciamo? Corriamo, acceleriamo il passo, come se fossimo in ritardo, rispetto a che cosa? “Di certo la stanza è un rettangolo d’angoscia”. Eppure da qualche parte c’è una luce, forse saremmo salvati all’ultimo momento: “allora vorrei che mi afferrassi per il bavero”. Due sono i temi dominanti, di là dell’angoscia esistenziale: la mancanza dell’amore, inteso come empatia e compassione; la presenza di un “chi”, mai compiutamente mostrato. Ci sarà un Qualcuno che ci salverà! Come scrive Enrico Testa, predomina “la condizione filiale”, il destino dell’umanità è di essere tutti orfani, abbandonati al male, sperando disperatamente in un Dio, che non c’è o è assente. La struttura poetica è caratterizzata da frasi brevi, da un frequente ricorso al “punto”. La punteggiatura scandisce il discorso in affermazioni non sempre conseguenti, quasi fini a se stessi, non legate da una metrica lirica, ma unite dalla logica evidente dell’angoscia, vera ed unica condizione dell’esistenza. Al lettore tutto pare filare fluido, quasi scontato: sta qui il pregio della poesia di Carifi.

Di Roberto Carifi

Per caso mentre tu dormi da "Invasioni" 1984

per caso mentre tu dormi per un involontario movimento delle dita ti faccio il solletico e tu ridi ridi senza svegliarti così soddisfatta del tuo corpo ridi approvi la vita anche nel sonno come quel giorno che mi hai detto: lasciami dormire, devo finire un sogno Commento del 26 agosto 2020 “Soffio che passa e subito ritorna/qui sulla pagina vola”, secondo Porta è questa l’essenza della poesia. In questo delicato capolavoro il poeta coglie un momento dolcissimo, libero “senza pesi e misure”, del rapporto tra due amanti. Involontariamente, come trascinato da un evento esterno o da un automatismo, l’innamorato fa il solletico all’amata nel sonno, la quale in un inconscio compiacimento della propria vita gli chiede: “lasciami dormire, devo finire un sogno”. All’interno dell’evoluzione di Porta questo componimento è una sorta di conclusione: da una rappresentazione di una “realtà di atrocità e orrori”(Enrico Testa pagina 189) si è pervenuti ad una serena accettazione dell’esistenza: come in Petrarca la passione erotica si stempera con l’età, tanto da far dire all’aretino “pur vivendo(…)/ in quelle caste orecchie avrei parlando/ de’ miei dolci pensier’ l’antiqua soma”(Canto CCCXVII del Canzoniere), così in Porta si addolcisce il senso tragico della vita, dalla crudeltà di un mondo in decomposizione all’angoscia delle relazioni: il poeta sembra trovare pace. E’ solo un’illusione: invece di vivere preferiamo sognare e la ricerca di affetto da parte dell’amante è una meccanica reazione alla vicinanza fisica. Dimentichiamoci del contesto, della storia dell’avanguardia degli anni’ 60 e della sofferenza esistenziale di Porta; godiamoci questo soave e raro cammeo, portiamolo nel cuore.

Di Antonio Porta

Presso il Bisenzio da Nel Magma

Così scrive Cesare Pavese in "La casa in collina" (recensito in questo sito), "si ha l'impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noi inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi". E perché sono morti? "Io non saprei cosa rispondere.Non adesso almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e per loro la guerra è finita per davvero". Luzi pare condividere il giudizio di Pavese, peraltro in una prospettiva di religiosa speranza. "E' triste il nostro destino: convivere in uno stesso tempo e luogo/(...) Non potrai giudicare di questi anni vissuti a cuore duro/, mi dico, potranno altri in tempi diversi./Prega che la loro anima sia spoglia e la loro pietà sia più perfetta." Il racconto è un intercalare di dialoghi serrati e di evocazioni di un'atmosfera di montagna metafisica e distante così come indifferente alle sofferenze umane. Il poeta incontra un gruppo di partigiani, "non se visti o mai visti prima", viene accusato da uno di essi di non aver combattuto e cerca di spiegare ma in realtà dice solo che "il cammino per lui (...) passava da altre parti". Poi è un amico, non certo ostile, che lo implora ad unirsi a loro fino al punto di dirgli schiettamente che delle alte idee loro, i partigiani, non se ne fanno nulla, anzi li offendono. La risposta del poeta è così distante dalla vita quotidiana dell'amico in lotta che "Lui tace per un po' quasi a ricever questa pietra in cambio/del sacco doloroso vuotato ai miei piedi e spanto./(...) Poi corre via succhiato dalla nebbia del viottolo". Sono versi splendidi che da soli giustificano la lettura di questa poesia. E' una grande poesia sulla Resistenza. C'è da chiedersi se in questo sofferto distacco non ci sia un equivoco di fondo che plasmerà la vita e la poetica di Luzi: credere che comprendere la sofferenza senza partecipare, "misurare il troppo detto,/il molto udito", permetta di affermare che ci si fa carico del "debito", del dolore del mondo e della vita. Forse, questa poesia, nella sua bellezza, è per il poeta uno spartiacque tra partecipazione e comprensione, tra voler essere attore e invece semplice doloroso spettatore. E' senza dubbio una poesia molto intensa. Il suo verso libero, prosa-poesia, è un punto di arrivo irraggiungibile nel percorso dallo stucchevole lirismo italiano alla narrativa moderna.

Di Mario Luzi

Sinopie da "Sinopie" 1977

Ce n’è uno, si chiama, credo, Marzio, ogni due o tre anni mi ferma che passo adagio, in bicicletta, dal marciapiede mi chiede se Dante era sposato e come si chiamava sua moglie. “Gemma”, dico, “Gemma Donati”. “Ah sì, sì Gemma”, fa lui, con suo sorriso, “grazie, mi scusi”. Un altro, più vecchio, che incontro più spesso, son sempre io a salutarlo per primo, e penso, forse si ricorda d’avermi aiutato, una notte di pioggia e di vento ch’ero uscito per medicine, a rimettermi in sesto con suoi ferri (a quell’ora!) una ruota straziata dall’ombrello. Un terzo, quasi centenario, sordo, per solito se appena mi vede grida:”Uheilà, giovinotto”, e dal gesto si capisce che mi darebbe, se potesse, una pacca paterna sulla spalla, ma talora si limita a sorridermi, o, ad un tratto, eccitato esclama: “ Ha visto! La camelia è sempre la prima a fiorire”, o altro, secondo la stagione. D’altri pure vorrei parlare, che sono già tutti sinopie (senza le belle beffe dei peschi dei meli) traversate da crepe secolari. Commento del 23 ottobre 2020 “Sono già tutti sinopie (…) traversate da crepe secolari”. Stiamo scomparendo come abbozzi di disegni che svaniscono o come vecchi alberi morenti. Il poeta introduce il tema dello svanimento nel nulla con alcuni ritratti di personaggi sfuggenti: Marzio che pone ogni tanto la stessa domanda, l’altro che lo aiutò un giorno a riparare la ruota della bicicletta e neppure si ricorda di averlo fatto, il vecchio centenario che non se la sente di abbracciarlo ed esclama, “eccitato” che le stagioni ritornano come sempre e lui è ancora vivo. Sono quadretti di una malinconia desolata poiché siamo tutti, loro e noi più giovani, destinati a scomparire. E forse solo qualcuno che ci ha incontrato fuggevolmente si ricorderà di noi, per un po’. Potrebbe essere una poesia crepuscolare, alla Guido Gozzano; l’andamento discorsivo, non melodico, contribuisce a darci il senso dell’inevitabilità, della ripetitività e del desiderio estremo di sopravvivere comunque, anche se “senza le belle beffe dei peschi dei meli”: chiaro riferimento a tanta stucchevole poesia italiana.

Di Giorgio Orelli

Stars da "Historiae" 2018

Voleva essere una di quelle madri che a carosello pubblicizzavano il brodo star con un sorriso. Forse per questo a un tratto si è smarrita in un tunnel da televisione. Sono restati i vestiti, la scorza dell’eleganza, il parrucchiere a casa. Sotto, è iniziata la putrefazione. Era questo il dolore che voleva vedessimo e che nessuno vedeva. Solo a me di tanto in tanto arrivava il suo odore per folate. Se aprivo la finestra protestava, l’aria non doveva disperdere la pena e la pena non andava condivisa. Se mi sdraiavo vicino per prenderle la mano si scostava. Da morta – come insegna un sito funebre francese – le ho ricomposto il viso infilando molto cotone nella gola: ha funzionato, a un tratto era di nuovo giovane, la madre che sarebbe stata. Anche io allora sono diventata figlia e l’ho baciata. Commento del 17 febbraio 2024 “Anche io allora sono diventata figlia e l’ho baciata”. Immaginiamo un rapporto tra una figlia e una madre che si è sviluppato nel tempo in una crescente incomunicabilità, in una barriera affettiva. Alla fine della vita, nella lunga decadenza che precede la morte, la madre si richiude nella solitudine, davanti alla televisione, dietro “la scorza dell’eleganza”. Forse, vorrebbe chiedere aiuto, mostrare la propria fragilità, ma non lo fa; quando la figlia le prendeva la mano “si scostava”. La madre non riusciva a uscire dal suo ruolo, che la voleva forte e solitaria, non poteva accettare di condividere il dolore perché ciò avrebbe significato abdicare alla funzione di genitrice. Solo quando è morta, è diventata “la madre che sarebbe stata”, ma è una madre immaginaria, tutto è ormai passato, non resta che la nostalgia per ciò che non è stato e poteva essere. E’ una poesia di grande intensità: i versi concisi, quasi delle affermazioni, caratterizzati da una prevalenza della punteggiatura; le parole semplici, proprie del linguaggio quotidiano ma proprio per questo capaci di imprimersi nell’animo, di richiamare il vissuto di ciascuno di noi; il ritmo non affidato alla rima tradizionale, a un approccio melodico fastidioso e stantio, e invece basato sulle parole stesse, che con la loro nuda successione creano un crescendo di emozioni sino allo stupefacente finale. E’ un mirabile esempio di poesia-prosa, abbandono di ogni metrica tradizionale. Le stazioni di questa sorta di Via Crucis sono ripercorse da una tipica mano femminile; solo una donna potrebbe esprimere la cura per un corpo in “putrefazione”, coglierne la pena e ricomporre il viso nella morte. E’ una strada di dolore, perché l’amore è in fondo rimembranza e tormento, come cantava Guido Cavalcanti.

Di Antonella Anedda

Un legno alla deriva da "Dopo Campoformio" 1965

I giorni si susseguono in ore precipitose. Piogge d’autunno con fumate nebbiose sulla strada, fra i ciottoli bruciati e cespi d’erba secca; notti d’oscurità irose, col gelo della sponda sull’ultima propaggine di terra prima del mare, dell’onda. Argini sbilenchi, desolati, vuoti di vita, macerati, spinti dalla forza dell’acqua a contrastare in gemiti continui, spaventosa- mente umana la corrente. Mena sempre una vita da cane il bracciante sfortunato, il pescatore di frodo, il contrabbandiere braccato --sopra un asse scivola per i canali. Ma dentro la pianura la terra è più ricca, esuberante, se affondi la mano si dichiara il suo mistero nella perla rara che sfiora le tue dita; nessun inverno o fiume fa paura. Non c’è il silenzio triste, si discute di leghe socialiste, di Miglioli che dice con parole di miele le sue favole, il fiele delle antiche lotte e Grieco. I giovani che filano sulle Gilera nel vespero accecato, e la camicia è una vela alle ragazze, brillarono sulle piazze per lo sciopero del quarantanove: allora i bergamini sotto i noci piangevano all’urlo delle manze, gli occhi erano scuri più dell’acqua per le impolverate lande. La speranza trascinava ridendoli in cielo i sogni patiti nel corso degli anni, una nuova tenerezza per la vita, dolce furore e le prime parole. Questo tempo è già naufragato, rotto come un barattolo lasciato in un prato della periferia, scalciato, frantumato, come un legno va alla deriva buttato alla corrente, rotola via. Commento del 16 settembre 2025 Dal punto di vista narrativo la poesia si può articolare in tre parti. La prima descrive in modo crudo il paesaggio naturale e sociale della pianura padana: “cespi d’erba secca, notti di oscurità irose, (…) argini sbilenchi (…) gemiti continui, (…) vita da cane”; quanto siamo distanti dall’ambiente bucolico di Pascoli e Govoni! Non c’è virgiliana serenità, non c’è spazio per il simbolismo alla francese. La vita è dura. La seconda parte evoca il fascino misterioso di una terra “esuberante”, i cui abitanti non hanno paura di “nessun inverno o fiume”; infatti, abbiamo una intensa vita politica e sociale: si parla di lotte, si sciopera, ci si diverte pure (si pensi all’immagine della Gilera la cui corsa spavalda rende la camicia “una vela per le ragazze”), e si fanno tremare i proprietari, che piangono “all’urlo delle manze”. E’ un crescendo gioioso, che termina con un verso bellissimo: “la speranza trascinava ridendoli in cielo i sogni patiti nel corso degli anni” (ogni parola è calibrata con saggezza). Da questo “dolce furore e le prime parole” si precipita nella desolata realtà di oggi, in cui si sono disperse le aspirazioni di rinascita e di cambiamento sociale. E’ un componimento di chiusura di una vita che sfocia in un nostalgico pessimismo: non è rimasto nulla del vigore del giovane Roversi, se non la malinconia. Poesia bellissima!

Di Roberto Roversi

Vecchio dialetto... da "Filò" 1976

Vecchio dialetto che hai nel tuo sapore un gocciolo del latte di Eva, vecchio dialetto che non so più, che mi ti sei estenuato giorno per giorno nella bocca (e non mi basti); che sei cambiato con la mia faccia con la mia pelle anno per anno; parlare povero, da poveri, ma schietto ma fitto, ma denso come una manciata di fieno appena tagliato dalla falce (perché non basti?)— nonni e babbi sono andati, loro che ti conoscevano, nonne e mamme sono andate, loro che ti inventavano nuovo petèl per ogni figlio in fasce tra gli stenti, le grida di parto, la fame, le nausee. Girare mi dà fastidio, in mezzo, a queste macerie di te, di me. Dal dente accanito del tempo avanzi non restano nel piatto, e meno di tutti i cimiteri: devo dirti cimitero? E’ vero che non può esserci più ormai nessun parlar di néne nonne-mamme? Che fa male ai bambini il petèl e gran maestri lo sconsigliano? E’ vero che scriverti, vecchio parlare, è troppo faticoso, è un male anche per me, come prendere a rovescio, per obliquo, far slogare i tendini delle mani? Ma intanto qui attorno, girando per i mercati, o meglio andando per campi e clivi e balze là dove il gallo di cristallo canta sempre tre volte, da giuste bocche ti si sente. Io ho perduto le traccia, sono andato troppo lontano pur rimanendo qui avvitato, imbullonato, diventato quasi un ceppo di piombo, e la poesia non è in nessuna lingua in nessun luogo – o è il rugghiare del fuoco che fa scricchiolare tutte le fondamenta dentro la grande laguna, dentro la grande lacuna –, e il pieno e il vuoto della testa – terra che tace, o ammicca e fiuta un passo più oltre di quel che mai potremmo dirci, far nostro. Ma tu, vecchio parlare, persisti. E seppur gli uomini ti dimenticheranno senza accorgersene, ci saranno uccelli – due tre uccelli soltanto magari dagli spari e dal massacro volati via – domani sull’ultimo ramo là in fondo in fondo a siepi e prati, uccelli che ti hanno appreso da tanto tempo, ti parleranno dentro il sole, nell’ombra. Commento del 7 dicembre 2024 “Girare mi dà fastidio, in mezzo, a queste macerie di te, di me”: questo verso è la chiave interpretativa di questa splendida poesia. La lingua è l’identità del nostro essere e fa parte di noi sin dalla nascita, nelle ninne nanna delle nostre madri e nonne, come il paesaggio, la fame, i dolori del parto. Allontanarsi dalla lingua madre non è un fatto fisico, è invece un rifiuto delle proprie radici, è perdere se stessi. Si percepisce un rassegnato annullamento, perché la vecchia lingua non basta, si cerca nuove prospettive, in altri idiomi e in altre lingue. La terra, che “tace”, gli uccelli che la popolano, malgrado le stragi da parte degli uomini, l’odore del fieno appena tagliato, “le giuste bocche”, sono tutti ancoraggi, sconsolati ma saldi, contro la progressiva dimenticanza della lingua madre. Basta tornare a sentire i rumori della propria terra per ritrovare le radici identitarie, riprendere la propria lingua. In questo componimento si percepisce ancora una speranza, come se fosse ancora possibile evitare la frammentazione della società, questo chiacchiericcio inutile e scomposto. Ancora una volta Zanzotto esprime una propria sofferenza individuale, ma coglie anche un tema di fondo della nostra esistenza contemporanea: che cosa sarà dell’unità dell’uomo nella società urbanizzata e globalizzata? La poesia si sviluppa con un ritmo solenne, che ricorda l’ultimo Ungaretti. Zanzotto è cosciente di affrontare un tema esistenziale, metafisico e religioso (anche se in una sorta di panteismo); il tono della preghiera è quello più giusto. La poesia è divisa in quattro stanze: la prima finisce con “nausee”, la seconda caratterizzata da una serie d’interrogativi, una forma retorica forse abusata, e si conclude con “le tendini delle mani”, la terza con “far nostro” e ruota intorno al verso “ la poesia non è in nessuna lingua in nessun luogo”, e infine la quarta che apre la speranza. Il racconto è scandito da una narrazione che mescola emozioni, paesaggi e riflessioni. Numerosi sono gli incisi, indicati con il segno lineari: ciò interrompe in modo eccessivo la fluidità del ritmo e rende difficile legare i versi; si pensi al passaggio tra “il pieno e il vuoto della testa” e “terra che tace”, preziosismo stilistico.

Di Andrea Zanzotto

Vieni da vedere da "Terza copia del gelo" 2014

*Vieni a vedere!* m’invita gridando dall’altra riva qualcuno mimetizzato nelle ombre dei portici tra la vecchia tabaccheria dell’Ivonne e il portone di Arfelli. Non so cosa ci sia che non abbia già visto, ma mi avvicino entrando nella nebbia che è venuta su dal canale. Da ogni parte crepe provocate dalle inondazioni e calcinacci. Ci troviamo al limite estremo degli annaspamenti. Più avanti si annega. Circa a metà rami galleggianti e detriti. *Sprofonda tutto* provoca quella voce *non è questo che volevi?*. > Un tempo forse, accecato dall’ira, ma adesso, adesso… balbetto cercando al tatto segni di più remote e resistenze incrostazioni sui muri intirizziti di una casa ormai in rovina da cui arrivano d’improvviso squilli intermittenti. *Non è più qui* incalza inesorabile quel qualcuno interpretando i miei sguardi e in che direzione. > Ma là dentro suona il telefono, non senti? gli urlo e vorrei stanarlo dalla nebbia, strattonarlo… *Lascia che suoni* risponde invisibile e deciso *lascia che suoni…*. Commento del 25 luglio 2025 L’ambiente è una casa sul canale, ormai in rovina per le inondazioni, l’umidità e l’usura del tempo. Una voce invita il poeta ad avvicinarsi per vedere le rovine. In fondo non era quello che voleva? Non sappiamo di chi fosse quella vecchia dimora, di un antico nemico, di un parente, forse il padre? O è tutto una metafora, lo sfacelo dell’animo umano? Il poeta non è più sicuro di essere contento che la casa sia in rovina; poi uno squillo “intermittente”, suona un telefono, c’è qualcuno là dentro. La voce, “invisibile e decisa” lo invita a lasciar suonare. E’ meglio non inoltrarsi nell’animo umano. La peculiarità stilistica del componimento risiede nella struttura dialogica, all’interno di un paesaggio naturalisticamente descritto, che richiama senza dubbio Cesenatico o comunque l’ambiente di un paese sul canale. L’incipit, particolarmente incisivo con quel imperioso “Vieni a vedere”, introduce il personaggio misterioso, “mimetizzato nelle ombre dei portici”. La seconda stanza descrive l’ambiente con pennellate sicure, che riflettono un’esperienza vissuta. La terza stanza si apre con un dialogo concitato per l’ evolversi del ricordo, che emerge sotto straccia con alcuni aggettivi espressivi: “più remote e resistenti incrostazioni”, come se il poeta cercasse qualcosa del suo passato. Poi, d’improvviso si sente il suono del telefono: è qui la svolta narrativa dell’intero componimento; c’è una reazione nel poeta, fino a quel momento rassegnato e passivo. E’ un tentativo di rivolta, di voler sapere, subito represso dalla voce misteriosa.

Di Stefano Simoncelli