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Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini è stato un poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, attore, pittore e drammaturgo italiano, considerato tra i maggiori intellettuali italiani del Novecento. Culturalmente versatile, anzitutto poeta, critico letterario e regista, si distinse in numerosi campi, lasciando contributi come pittore, romanziere, linguista, traduttore e saggista.

Libri di quest'autore (1)

Poesie

Non è di maggio... da "Le ceneri di Gramsci" 1957

Non è di maggio questa impura aria che il buio giardino straniero fa ancora più buio, o l’abbaglia con cieche schiarite …. questo cielo di bave sopra gli attici giallini che in semicerchi immensi fanno velo alle curve del Tevere, ai turchini monti del Lazio … Spande una mortale pace, disamorata come i nostri destini, tra le vecchie muraglie l’autunnale maggio. In esso c’è il grigiore del mondo, la fine del decennio in cui ci appare tra le macerie finito il profondo e ingenuo sforzo di rifare la vita; il silenzio, fradicio e infecondo…. Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore era ancora vita, in quel maggio italiano che alla vita aggiungeva almeno ardore, quanto meno sventato e impuramente sano dei nostri padri – non padre ma umile fratello – già con la tua magra mano delineavi l’ideale che illumina ( ma non per noi: tu, morto, e noi morti ugualmente, con te, nell’umido giardino) questo silenzio. Non puoi, lo vedi ?, che riposare in questo sito estraneo, ancora confinato. Noia patrizia ti è intorno. E, sbiadito, solo ti giunge qualche colpo d’incudine dalle officine del Testaccio, sopito nel vespro: tra misere tettoie, nudi mucchi di latta, ferrivecchi, dove cantando vizioso un garzone già chiude la sua giornata, mentre intorno spiove. Commento del 8 luglio 2015 E’ un maggio triste, autunnale, in una città sommersa dalle costruzioni che tolgono la luce, la vista. Questa cupezza della metropoli è analoga alla disperazione di chi ha capito che i sogni sono finiti. Ma quale nostalgia dell’ardore giovanile, di chi, forse sventatamente, è almeno vissuto, libero dal fardello delle generazioni passate, pieno di ideali che illuminavano la nostra solitudine ! E la poesia si chiude con immagini tra di loro apparentemente contradditorie: la pace del cimitero, scossa da lontani rumori operai, i rottami che si ammucchiano disordinatamente e il canto lascivo di un garzone che lascia il lavoro. Il poeta si rivolge a Gramsci, ma in realtà sta parlando alla sua generazione, con la quale si sono spente le speranze di rinnovamento della società italiana. Che cosa resta: “un silenzio, fradicio…. Infecondo”. Di grande attualità è la strofa nella quale il poeta dà una splendida definizione di come dovrebbe essere un giovane: “quanto meno sventato e impuramente sano dei nostri padri”. E’ un componimento bellissimo per la struttura del verso, che, pur superando l’impostazione tradizionale della poesia italiana ( melodica e ritmica), mantiene una sua eccezionale fluidità e musicalità.