Componimento Poetico

Non è di maggio... da "Le ceneri di Gramsci" 1957

Non è di maggio questa impura aria
che il buio giardino straniero
fa ancora più buio, o l’abbaglia

con cieche schiarite …. questo cielo
di bave sopra gli attici giallini
che in semicerchi immensi fanno velo

alle curve del Tevere, ai turchini
monti del Lazio … Spande una mortale
pace, disamorata come i nostri destini,

tra le vecchie muraglie l’autunnale
maggio. In esso c’è il grigiore del mondo,
la fine del decennio in cui ci appare

tra le macerie finito il profondo
e ingenuo sforzo di rifare la vita;
il silenzio, fradicio e infecondo….

Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore
era ancora vita, in quel maggio italiano
che alla vita aggiungeva almeno ardore,

quanto meno sventato e impuramente sano
dei nostri padri – non padre ma umile
fratello – già con la tua magra mano

delineavi l’ideale che illumina
( ma non per noi: tu, morto, e noi
morti ugualmente, con te, nell’umido

giardino) questo silenzio. Non puoi,
lo vedi ?, che riposare in questo sito
estraneo, ancora confinato. Noia

patrizia ti è intorno. E, sbiadito,
solo ti giunge qualche colpo d’incudine
dalle officine del Testaccio, sopito

nel vespro: tra misere tettoie, nudi
mucchi di latta, ferrivecchi, dove
cantando vizioso un garzone già chiude

la sua giornata, mentre intorno spiove.

Commento del 8 luglio 2015

E’ un maggio triste, autunnale, in una città sommersa dalle costruzioni che tolgono la luce, la vista. Questa cupezza della metropoli è analoga alla disperazione di chi ha capito che i sogni sono finiti. Ma quale nostalgia dell’ardore giovanile, di chi, forse sventatamente, è almeno vissuto, libero dal fardello delle generazioni passate, pieno di ideali che illuminavano la nostra solitudine ! E la poesia si chiude con immagini tra di loro apparentemente contradditorie: la pace del cimitero, scossa da lontani rumori operai, i rottami che si ammucchiano disordinatamente e il canto lascivo di un garzone che lascia il lavoro.

Il poeta si rivolge a Gramsci, ma in realtà sta parlando alla sua generazione, con la quale si sono spente le speranze di rinnovamento della società italiana. Che cosa resta: “un silenzio, fradicio…. Infecondo”. Di grande attualità è la strofa nella quale il poeta dà una splendida definizione di come dovrebbe essere un giovane: “quanto meno sventato e impuramente sano dei nostri padri”.

E’ un componimento bellissimo per la struttura del verso, che, pur superando l’impostazione tradizionale della poesia italiana ( melodica e ritmica), mantiene una sua eccezionale fluidità e musicalità.

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