Passasti con quella luce in pugno da "Amore e destino" 1993
Passasti con quella luce in pugno, dissi: “Non so, so molto poco dell’amore. Giù c’è un abisso, lo conosco bene”. Tu mi prendesti per la giacca, metà del mio viso era già ombra. Abbiamo corso, volato, qualche volta. Di certo ci sono foglie secche, qualcuno le calpesta, stridono in fondo al cuore. Di certo la stanza è un rettangolo d’angoscia e il buio completa la sua opera. Ogni tanto sprofondo nel cappotto, accelero il passo come fossi atteso. Più spesso una voce mi precede. Sono in ritardo, penso, hanno già chiamato! Allora vorrei che mi afferrassi per il bavero, che mi tirassi via, dove c’è la luce. Commento del 30 aprile 2019 “Giù c’è un abisso, lo conosco bene”. Siamo in bilico, pronti a perderci nel male, condizione comune dell’umanità. Il male può essere una malattia o una sofferenza individuale, è pure una situazione universale: la guerra, i genocidi, la libertà calpestata. E noi che facciamo? Corriamo, acceleriamo il passo, come se fossimo in ritardo, rispetto a che cosa? “Di certo la stanza è un rettangolo d’angoscia”. Eppure da qualche parte c’è una luce, forse saremmo salvati all’ultimo momento: “allora vorrei che mi afferrassi per il bavero”. Due sono i temi dominanti, di là dell’angoscia esistenziale: la mancanza dell’amore, inteso come empatia e compassione; la presenza di un “chi”, mai compiutamente mostrato. Ci sarà un Qualcuno che ci salverà! Come scrive Enrico Testa, predomina “la condizione filiale”, il destino dell’umanità è di essere tutti orfani, abbandonati al male, sperando disperatamente in un Dio, che non c’è o è assente. La struttura poetica è caratterizzata da frasi brevi, da un frequente ricorso al “punto”. La punteggiatura scandisce il discorso in affermazioni non sempre conseguenti, quasi fini a se stessi, non legate da una metrica lirica, ma unite dalla logica evidente dell’angoscia, vera ed unica condizione dell’esistenza. Al lettore tutto pare filare fluido, quasi scontato: sta qui il pregio della poesia di Carifi.