Lo svagato da "Il male minore" 1960
Ma quando arrivano? e come? e chi li manda tra noi? un giorno li trovi vicini con un berretto a visiera la sciarpa rossa, le mani nelle tasche davanti dei calzoni nuovi compagni dei nostri giochi silenziosi, sorridenti compagni più piccoli di noi, più pallidi stanchi a una breve corsa, maldestri a lottare, a saltare, e senza peso. Ricordo uno che un mattino d’ottobre salì con noi fino al monte Cavallo aveva le guance rosse di mal di cuore sorrideva correndo per restarci vicino. E un altro, né escludo che fosse lo stesso per quel loro modo di camminare e il maglione turchino, che per vigneti mi seguì al fondovalle a pesca di trote dove il fiume si dirama in chiari canali. Si restò fino a sera dentro l’acqua senza che mi chiedesse una volta di provare a pescare: poi scomparve per un sentiero che non saprei più trovare. E un terzo, o ancora lo stesso, per quel loro grande nodo alla sciarpa di lana, e per il suo starmi in silenzio vicino nei prati gialli fuori città in un’Africa immaginata per un’immobile, lunga giornata. E un quarto… Scomparsi. Distrutti da febbri spietate, consunti da un male ignoto, lontani, non so. Né so se torneranno, né quando, né come gli amici, i giorni, la più chiara stagione, se tornerà la vita perduta per disattenzione. Commento del 2 novembre 2020 Non è facile diramare il filo conduttore di questa splendida poesia. Dapprima pare quasi che ci si trovi dinanzi a piccoli alieni: compaiono senza una ragione plausibile, si affiancano nei giochi, nelle corse, nelle lotte tra ragazzi, e pure nelle lunghe e faticose passeggiate, nei giorni trascorsi a pescare, nei vagabondaggi in periferia in “un Africa immaginata, per un’immobile, lunga giornata”. Sono “sorridenti compagni (…) senza peso”, è difficile distinguerli tra di loro per “quel loro modo di camminare e il maglione turchino”; però sanno “starmi in silenzio vicino”. Ed ecco capiamo che il poeta non parla di altri, siamo noi stessi, è la nostra infanzia, sono “gli amici, i giorni, la più chiara stagione”. Delle tante poesie che ho studiato solo questa riesce ad andare oltre al ripetitivo, scontato e stucchevole concetto della rimembranza; e ciò perché la metafora del piccolo alieno dentro di noi evita qualsiasi forma di nostalgia, di rimpianto e di narcisistica malinconia; e come potrebbe essere se la consunzione della vita si è realizzata dentro di noi? Se la vita non tornerà perché semplicemente l’abbiamo “perduta per disattenzione”. Non sarebbe un capolavoro se alla suggestione della poesia non contribuisse il verso; pur distante dal lirismo italiano Erba è riuscito a trovare il giusto equilibrio tra risonanze melodiche e ritmiche da un lato e oggettiva discorsività del testo dall’altro.