Canzone triste in tre parti da "La lucertola di Casarola" 1997
I.
Ora che m’avvicino a voi
mentre parlate, soli, o ad altri
che non v’ascoltano…
Ora che m’avvicino alla morte
e a voi che a lei vi stringete
perché è l’ultima cosa che vi resta.
Ora soltanto intendo quel che dite
e la ragione che vi fa parlare.
Una sera dopo una giornata
troppo bella d’ottobre in un albergo
decaduto di Parma in cui
non accendono
profittando di questa luce incerta.
Così è un po’buio, fa un po’ freddo,
al pensionante non è dato che parlare,
ma a chi?
Prima che le lampade imbianchino
le tovaglie e colorino i miseri garofani
per la commedia vivida del pranzo,
lasciate che un quieto delirio di parole
di donne rinnovi le gonne fugaci, i corpetti celesti
che il mulinello d’ombra inghiottirà
nell’istante che precede
l’avvicendarsi dei turni di servizio.
II.
Era questo il mormorio indistinto
da un’altra stanza che rassicurava
l’adolescente in lacrime, la saggezza raggiunta
nella rinuncia?
III.
A quelli che vorrebbero tenermi qui—
morti che mi amano ancora
perché non gli resta altro da fare
che amarmi sin che anch’io
non sia tornato con loro
dietro il muro sbiadito e il marmo
che salda la calcina mischiata
con sabbia del Baganza e acqua
del condotto farnesiano—
vivi che non mi hanno mai amato
e dicono di preferire
quella mia poesia di una grazia
proverbiale, dico: lasciatemi andare,
giugno è ventoso
e queste foglie amare
sono imbrattate di lucciole sfinite,
lasciatemi andar via.
Commento del 7 gennaio 2021
Scrive Enrico Testa nell’introduzione alla poesia di Bertolucci: “lontana dalle tentazioni del sublime come da quelle della metafisica, la poesia di Bertolucci si dedica ad una registrazione dell’esistere in cui legami degli affetti, l’amore per la vita e la scoperta della bellezza sono continuamente attentati dalla percezione, dolorosa, della fine”. In questo splendido componimento Bertolucci giunge ad una sorte di grido, che dissolve, finalmente e per sempre, la sua pendolarità tra perturbante e domestico. Dinanzi alla morte non sono più possibili ambiguità.
Partiamo dagli ultimi versi, di una bellezza sconvolgente: proprio nel momento in cui dovrebbe elevarsi nell’evocazione della liberazione dal dolore Bertolucci rievoca mirabilmente un paesaggio a lui familiare, quello dell’Appennino: “giugno è ventoso/e queste foglie amare/sono imbrattate di lucciole sfinite”. Nello stesso modo ci stupisce che dopo l’avvio dolorosamente esistenziale (“Ora che mi avvicino alla morte…) il poeta ci conduca ad una scena di voyeurismo, “di intenso impasto pittorico”, della quale, peraltro, pare chiedere il permesso: “lasciate che un quieto delirio di parole/di donne rinnovi le gonne fugaci, i corpetti celesti / che il mulinello dell’ombra inghiottirà”. Altri poeti hanno richiamato l’erotismo dinanzi alla Morte (si pensi al Canto CCLXIV del Canzoniere di Petrarca), ma mai il voyeurismo è stato evocato con tanta vergogna, come una richiesta di un misero morente; e mai la discesa verso l’adolescenza e verso la morale cattolica è stata così evidente: espressione di una esistenza contradditoria, tra affetti, nostalgie e pulsioni trasgressive, le componenti del microcosmo familiare del quale è intrisa l’intera poesia di Bertolucci.
Il pregio fondamentale di Bertolucci è la scrittura. Prendiamo in prestito da Enrico Testa il giudizio complessivo. “Le misure del verso sono lunghe ed elastiche, dissonanti e narrative con marcature che scompaginano pause e melodie; la sintassi, intimamente anti lirica nel suo rifiuto ad isolare un dato o evento ritenuti essenziali e decisivi, rinuncia spesso ai punti di interpunzione (…) e dà vita ad un periodo continuo e ipertrofico, (…) il linguaggio è quotidiano, elegante e privo di effetti letterari, (…) conversativo e moderatamente sostenuto dal lessico, (…) risaltano le novità ritmiche e sintattiche”.