La Bestia tramonta nell'umano da Atto di Vita Nascente 2010
Non sorga il sole della nostra fine, non a te che hai radice di primo vento all’alba, non a me che ho la voce nuda degli oggetti che aspettano giustizia, la voce dei papaveri e dei campi, l’ira dei flauti e delle tele, gli archi dalle bocche di vento; ecco la sposa, ecco la primizia di tutte le stagioni, l’ombra fuggevole dei meli agri sul tuo petto, e di notte le stelle cadenti, un angelo fra gli albicocchi dello Ionio. Lavoravamo il grano a braccia nude; cominciò la raccolta dei meloni d’inverno, e il primo temporale ci serrò sottocoperta: dal baule come un frutto di mare cresce la camera da letto, dal mare torna il mio sposo del mezzogiorno, domani, dal mare. Un giorno ancora e guarirai la fatica di credere. Sei mio fratello, sei il mio sole avaro; sono la sposa del Mediterraneo, tua sorella. In me schiuma il tuo mare, il suo lamento serale, e la tua messe di cercini neri: qui ti inginocchi ai mandorli dei campi, sul mio viso, e alla cenere. Fascio d’erbe aromatiche, creanza della sera, vola sul grano del mio petto e dormi per bisogno di luce. Commento del primo novembre 2024 L’intera produzione letteraria della poetessa può essere interpretata alla luce della tragica vicenda che ha contraddistinto la vita di Calandrone: l’abbandono, ancora bambina, da parte della madre biologica. E’ certo che questa poesia può essere letta da questo punto di vista: le prime due stanze paiono descrivere l’ambiente della madre e il suo incontro con il padre, la prima povera bracciante e il secondo pescatore o marinaio. Ci sono immagini di grande solarità, come se la luce e i suoni del nostro arido Mezzogiorno facciano da contorno a una dura fatica giornaliera, e chiedano giustizia. Ed è dal mare, come il mitico Odisseo per Nautica, che viene l’amore. Sono fantasie di una figlia che elabora il passato, che dà contorni fiabeschi a genitori mai conosciuti. Con la terza stanza, irrompe un tema che sovrasta la condizione individuale di Calandrone. E’ la solidarietà tra i popoli del Mediterraneo. Possiamo vedere con la mente l’arrivo dei migranti sulle sponde settentrionali del mare, questo loro ritrovarsi, in fondo, nello stesso paesaggio che hanno lasciato, e capiamo che ciò che ci ha diviso nei secoli (come le crociate) e ciò che ci divide oggi (la religione, la miseria, i morti, i rimpatri forzati, i campi di reclusione) siano solo una narrazione ideologica e politica. E allora “l’ombra fuggevole dei meli agri sul tuo petto” ha una missione: genitrice non biologica, ma madre vera, accoglie come un “fascio d’erbe aromatiche” il migrante (suo fratello, sua sorella) e gli offre la pace “per bisogno di luce”. E’ una poesia splendida, in cui ogni parola dà alito alla nostra fantasia. La prima stanza, molto evocativa, si articola in due parti, contrassegnate da un punto e virgola: nella prima, domina un paesaggio mediterraneo, in un fluire dirompente di parole, tutte legate dai suoni, e ciò dà quel ritmo che ci avvolge; con “ecco” c’è uno stacco, che riporta alla soggettività sotto un cielo di speranza. Questo passaggio introduce la seconda stanza, in cui emerge l’attesa dell’amore: la successione di versi nitidi, ma sempre evocativi, danno un ritmo lieve e malinconico, una sorta di “dolce stil nuovo”. La terza stanza si avvia con un’affermazione perentoria, con quel “guarirai la fatica di credere”, che invita alla fiducia nella solidarietà umana: la successione di immagini del comune ambiente e dell’accoglienza materna fornisce un insieme di assonanze che esplodono nelle ultime parole, ciascuna delle quali esprime l’attesa di un mondo migliore.