Vecchio dialetto... da "Filò" 1976
Vecchio dialetto che hai nel tuo sapore un gocciolo del latte di Eva, vecchio dialetto che non so più, che mi ti sei estenuato giorno per giorno nella bocca (e non mi basti); che sei cambiato con la mia faccia con la mia pelle anno per anno; parlare povero, da poveri, ma schietto ma fitto, ma denso come una manciata di fieno appena tagliato dalla falce (perché non basti?)— nonni e babbi sono andati, loro che ti conoscevano, nonne e mamme sono andate, loro che ti inventavano nuovo petèl per ogni figlio in fasce tra gli stenti, le grida di parto, la fame, le nausee. Girare mi dà fastidio, in mezzo, a queste macerie di te, di me. Dal dente accanito del tempo avanzi non restano nel piatto, e meno di tutti i cimiteri: devo dirti cimitero? E’ vero che non può esserci più ormai nessun parlar di néne nonne-mamme? Che fa male ai bambini il petèl e gran maestri lo sconsigliano? E’ vero che scriverti, vecchio parlare, è troppo faticoso, è un male anche per me, come prendere a rovescio, per obliquo, far slogare i tendini delle mani? Ma intanto qui attorno, girando per i mercati, o meglio andando per campi e clivi e balze là dove il gallo di cristallo canta sempre tre volte, da giuste bocche ti si sente. Io ho perduto le traccia, sono andato troppo lontano pur rimanendo qui avvitato, imbullonato, diventato quasi un ceppo di piombo, e la poesia non è in nessuna lingua in nessun luogo – o è il rugghiare del fuoco che fa scricchiolare tutte le fondamenta dentro la grande laguna, dentro la grande lacuna –, e il pieno e il vuoto della testa – terra che tace, o ammicca e fiuta un passo più oltre di quel che mai potremmo dirci, far nostro. Ma tu, vecchio parlare, persisti. E seppur gli uomini ti dimenticheranno senza accorgersene, ci saranno uccelli – due tre uccelli soltanto magari dagli spari e dal massacro volati via – domani sull’ultimo ramo là in fondo in fondo a siepi e prati, uccelli che ti hanno appreso da tanto tempo, ti parleranno dentro il sole, nell’ombra. Commento del 7 dicembre 2024 “Girare mi dà fastidio, in mezzo, a queste macerie di te, di me”: questo verso è la chiave interpretativa di questa splendida poesia. La lingua è l’identità del nostro essere e fa parte di noi sin dalla nascita, nelle ninne nanna delle nostre madri e nonne, come il paesaggio, la fame, i dolori del parto. Allontanarsi dalla lingua madre non è un fatto fisico, è invece un rifiuto delle proprie radici, è perdere se stessi. Si percepisce un rassegnato annullamento, perché la vecchia lingua non basta, si cerca nuove prospettive, in altri idiomi e in altre lingue. La terra, che “tace”, gli uccelli che la popolano, malgrado le stragi da parte degli uomini, l’odore del fieno appena tagliato, “le giuste bocche”, sono tutti ancoraggi, sconsolati ma saldi, contro la progressiva dimenticanza della lingua madre. Basta tornare a sentire i rumori della propria terra per ritrovare le radici identitarie, riprendere la propria lingua. In questo componimento si percepisce ancora una speranza, come se fosse ancora possibile evitare la frammentazione della società, questo chiacchiericcio inutile e scomposto. Ancora una volta Zanzotto esprime una propria sofferenza individuale, ma coglie anche un tema di fondo della nostra esistenza contemporanea: che cosa sarà dell’unità dell’uomo nella società urbanizzata e globalizzata? La poesia si sviluppa con un ritmo solenne, che ricorda l’ultimo Ungaretti. Zanzotto è cosciente di affrontare un tema esistenziale, metafisico e religioso (anche se in una sorta di panteismo); il tono della preghiera è quello più giusto. La poesia è divisa in quattro stanze: la prima finisce con “nausee”, la seconda caratterizzata da una serie d’interrogativi, una forma retorica forse abusata, e si conclude con “le tendini delle mani”, la terza con “far nostro” e ruota intorno al verso “ la poesia non è in nessuna lingua in nessun luogo”, e infine la quarta che apre la speranza. Il racconto è scandito da una narrazione che mescola emozioni, paesaggi e riflessioni. Numerosi sono gli incisi, indicati con il segno lineari: ciò interrompe in modo eccessivo la fluidità del ritmo e rende difficile legare i versi; si pensi al passaggio tra “il pieno e il vuoto della testa” e “terra che tace”, preziosismo stilistico.