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Roberto Roversi

Roberto Roversi è stato uno scrittore, poeta, paroliere, giornalista, e libraio italiano, in gioventù partigiano. Dal 1948 al 2006 gestì la Libreria Antiquaria Palmaverde di Bologna.

Poesie

Un legno alla deriva da "Dopo Campoformio" 1965

I giorni si susseguono in ore precipitose. Piogge d’autunno con fumate nebbiose sulla strada, fra i ciottoli bruciati e cespi d’erba secca; notti d’oscurità irose, col gelo della sponda sull’ultima propaggine di terra prima del mare, dell’onda. Argini sbilenchi, desolati, vuoti di vita, macerati, spinti dalla forza dell’acqua a contrastare in gemiti continui, spaventosa- mente umana la corrente. Mena sempre una vita da cane il bracciante sfortunato, il pescatore di frodo, il contrabbandiere braccato --sopra un asse scivola per i canali. Ma dentro la pianura la terra è più ricca, esuberante, se affondi la mano si dichiara il suo mistero nella perla rara che sfiora le tue dita; nessun inverno o fiume fa paura. Non c’è il silenzio triste, si discute di leghe socialiste, di Miglioli che dice con parole di miele le sue favole, il fiele delle antiche lotte e Grieco. I giovani che filano sulle Gilera nel vespero accecato, e la camicia è una vela alle ragazze, brillarono sulle piazze per lo sciopero del quarantanove: allora i bergamini sotto i noci piangevano all’urlo delle manze, gli occhi erano scuri più dell’acqua per le impolverate lande. La speranza trascinava ridendoli in cielo i sogni patiti nel corso degli anni, una nuova tenerezza per la vita, dolce furore e le prime parole. Questo tempo è già naufragato, rotto come un barattolo lasciato in un prato della periferia, scalciato, frantumato, come un legno va alla deriva buttato alla corrente, rotola via. Commento del 16 settembre 2025 Dal punto di vista narrativo la poesia si può articolare in tre parti. La prima descrive in modo crudo il paesaggio naturale e sociale della pianura padana: “cespi d’erba secca, notti di oscurità irose, (…) argini sbilenchi (…) gemiti continui, (…) vita da cane”; quanto siamo distanti dall’ambiente bucolico di Pascoli e Govoni! Non c’è virgiliana serenità, non c’è spazio per il simbolismo alla francese. La vita è dura. La seconda parte evoca il fascino misterioso di una terra “esuberante”, i cui abitanti non hanno paura di “nessun inverno o fiume”; infatti, abbiamo una intensa vita politica e sociale: si parla di lotte, si sciopera, ci si diverte pure (si pensi all’immagine della Gilera la cui corsa spavalda rende la camicia “una vela per le ragazze”), e si fanno tremare i proprietari, che piangono “all’urlo delle manze”. E’ un crescendo gioioso, che termina con un verso bellissimo: “la speranza trascinava ridendoli in cielo i sogni patiti nel corso degli anni” (ogni parola è calibrata con saggezza). Da questo “dolce furore e le prime parole” si precipita nella desolata realtà di oggi, in cui si sono disperse le aspirazioni di rinascita e di cambiamento sociale. E’ un componimento di chiusura di una vita che sfocia in un nostalgico pessimismo: non è rimasto nulla del vigore del giovane Roversi, se non la malinconia. Poesia bellissima!