Fedor Dostoevskij
Libri di quest'autore
Il Villaggio di Stepàncikovo e i suoi abitanti
L'io narrante è un giovane che vive a Pietroburgo > senza nulla da fare, (...) convinto che in breve tempo (avrebbe) fatto cose davvero notevoli, addirittura grandiose. È mantenuto da uno zio, un ricco proprietario terriero nella lontana Stepàncikovo. I loro rapporti epistolari sono radi, ma negli ultimi tempi il giovane è sollecitato ad andare dallo zio con lettere sconclusionate e senza senso, da cui traspare la preghiera di sposare la giovane governante, una ragazza infelice, bella e istruita. Il nostro giovane decide di accondiscendere alle richieste, per un misto di curiosità ed affetto. Si ritrova in una > stramba collezione di personaggi, una ristretta comunità che ruota intorno a un abile e carismatico manipolatore, ciò che oggi chiameremo un "guru"; e da cui la modernità del racconto. Foma Fomic > era basso, biondo e coi capelli brizzolati, con una gobba sul naso e piccole rughe su tutto il volto. (...) Leggeva ad alta voce libri sulla salvezza dell'anima, discorreva con lacrime eloquenti delle varie virtù cristiane, (...) raccontava la sua vita e le sue imprese, (...) ed era un maestro nel giudicare il prossimo. Vissuto nella miseria, per tutta la vita aveva dovuto girare per le case dei proprietari terrieri, facendo "il giullare". A Stepàncikovo, finalmente, aveva potuto esercitare le sue arti di affabulatore, soddisfare la sua vanità, riscattarsi dalle umiliazioni così a lungo subìte. La sua tecnica è di approfittare delle debolezze altrui, passando da un vittimismo offeso e orgoglioso a sermoni esaltanti le sue virtù, e le depravazioni degli altri. Diciamo che si trova in un terreno fertile. Lo zio, ex colonnello degli ussari, è buono, onesto e fiducioso, ma porta avanti una tresca con la giovane e povera governante: vorrebbe farla sposare al nipote per continuare la relazione. Il padre della ragazza manifesta una dignitosa indifferenza ma in realtà mira a un matrimonio della figlia con l'anziano e ricco proprietario. C'è poi Tatiana, una ricca zitella, un po' ninfomane; a casa si spera che sposi lo zio, per unire i patrimoni, ma ci sono dei bellimbusti che progettano di rapirla per mettere le mani sul suo denaro. C'è poi la generalessa, con il suo entourage di devote e perfide signorine: le crisi isteriche, i malori e gli svenimenti avvengono tutte le volte che il ruolo di Foma viene messo in dubbio, e offeso dichiara di andare via, in esilio. È chiaro che non lo farà mai. > Foma occupa due grandi e splendide stanze. (...) La comodità assoluta circondava il grande uomo. Le carte da parati nuove e colorate, le tende di seta cangiante alle finestre, i tappetti, la specchiera, (...) tutto testimoniava la tenera attenzione dei padroni di casa nei confronti di Foma Fomic. E il nostro giovane, che fa? Si comporta da "scienziato", "filosofo", "sapientone": osserva la dinamica degli esseri umani, solo a tratti indignandosi quando vede lo zio calpestato dal lestofante. La narrazione procede veloce, con il ritmo tipico di una "pièce" teatrale: dialoghi serrati, umorismo, macchiette, "maschere" stereotipali della meschinità dell'animo umano. Si percepisce un disprezzo per la provincia e per il mondo contadino in particolare; come quel povero servo, sempre maltrattato da Foma perché continua a sognare "un toro bianco" e non "eleganti signore e signori che prendono il tè". In un crescendo di "commedia degli equivoci", Foma pare perdere il suo dominio, ma con un colpo di scena il furbo e abile manipolatore riafferma il suo potere sugli abitanti di Stepàncikovo. E' un destino dei grandi autori che la loro opera sia offuscata dai capolavori che hanno scritto. Quando si parla di Dostoevskij, si va subito a libri quali "Delitto e Castigo", "L'Idiota" e "I Fratelli Karamazov" (si veda la recensione de "L'Idiota" in questo sito). Nella vasta produzione dello scrittore russo c'è molto altro di valore. Si pensi a "L'Adolescente", così attuale per l'analisi del rapporto del protagonista con la figura del padre (si veda la recensione in questo sito). "Il villaggio di Stepàncikovo e i suoi abitanti" è definito in modo unanime un'opera comica, in tal modo non cogliendo gli elementi peculiari del romanzo. Esso parla del Potere, e di quali sono le motivazioni profonde che ne sono alla base: non è il denaro (Foma rifiuta un'offerta generosa per lasciare la casa), non è neanche il gusto del dominio, o il ruolo di prendere le decisioni che contano (anzi il Potere fugge dalle decisioni). Ciò che spinge Foma è la vanità, un narcisistico desiderio di essere al centro, potersi compiacere delle proprie parole, essere riverito e lusingato. Ne è evidente l'attualità dinanzi a un Potere cui basta far parlare di sé stesso, in un'orgia mediatica. Gli abitanti di Stepàncikovo sono un'isolata comunità della campagna russa ma molto ci dicono sul servilismo e la vacuità dell'animo umano. La scrittura e la trama sono spumeggianti, distaccandosi dal punto di vista stilistico dai grandi romanzi: non c'è introspezione psicologica né si approfondiscono le relazioni tra i personaggi. È senza dubbio un romanzo di formazione, in cui il grande scrittore si esercita nella costruzione dei dialoghi, con poca attenzione al contesto, e in particolare trascurando il narratore, dietro il quale si nasconde lo stesso Dostoevskij. Perché leggerlo? E' divertente e profondo.
Le Notti Bianche
> Sono un Sognatore...vivo talmente poco nella vita reale! Ho vissuto così raramente, nella realtà, momenti come questi, che spero di farli rivivere nei miei sogni. Vi sognerò tutta la notte, tutte le settimane, tutti i mesi, tutto l'anno.... È così che si esprime l'io narratore quando una notte incontra una ragazza piangente, che si definisce anch'essa una "sognatrice". Di lui non conosceremo mai il nome, di lei sappiamo che si chiama Nasten'ka e vive con la nonna, la quale la tiene legata al suo abito con una spilla per evitare che si allontani. È una strana clausura se Nasten'ka esce tranquillamente nella notte e ha allacciato una relazione con un giovane vicino, che le ha promosso di sposarla; una storia inverosimile e "strappa lacrime", che non avrebbe sedotto nessuno se non il nostro ingenuo Sognatore. D'altra parte, è un giovane disilluso dalla vita, con *una fantasia malata d'angoscia*, in attesa di una > scintilla dalla quale far divampare un fuoco per scaldare il cuore gelato, dalla quale far rinascere quello che prima era tanto caro, che toccava l'animo e faceva ribollire il sangue, che strappava le lacrime dagli occhi e che ingannava così maestosamente. E se per Nasten'ka l'incontro è un modo per consolarsi e, se vogliamo, un atteggiamento civettuolo e vittimistico per farsi ammirare e giocare con i sentimenti, per il Sognatore la fanciulla è il proseguimento del Sogno, di una fantasia d'Amore. > Oh Nasten'ka, Nasten'ka, se sapessi quanto sono solo. esclama il Sognatore come se la ragazza potesse, o volesse, riempire il suo vuoto. Povero Sognatore! Il gioco sottile della seduzione è condotto fino al punto che il nostro Sognatore è pronto a sposarla, visto che il fidanzato di Nasten'ka non si è fatto vivo per onorare la promessa di portarla all'altare. Meglio un Sognatore che restare zitella attaccata alla gonna della nonna! > L'avevo guardata...S'era appoggiata a me più pesantemente. In quell'istante c'era passato accanto un giovanotto. (...) Dio che grido! che fremito! Come si era staccata dalle mie braccia per corrergli incontro. (...) Ero rimasto lì, a lungo, a guardarli... Alla fine, entrambi erano scomparsi dalla mia vista. Nella sua bella introduzione Sarah Tardino chiama in causa l'amor lontano del poeta provenzale Jaufrè Rudel; in questa ottica Nasten'ka sarebbe una Fantasia d'Amore, una figura idealizzata e reale, che come cantò Giosué Carducci, "tre volte la bocca tremante/co 'l bacio d'amore baciò". Troppa grazia per l'infelice Sognatore! Questa interpretazione pone l'attenzione sulla relazione tra i due giovani, dimenticando il centro del racconto: il Sogno. All'interno di una struttura narrativa imperniata sul dialogo, il racconto è un lungo soliloquio, in cui la parte raccontata da Nasten'ka non è che lo specchio deformato della sofferenza del Sognatore e del suo bisogno di costruirsi una storia di cui lui sia il protagonista, il salvatore della dolente fanciulla. In questo dialogo frutto della fantasia del Sognatore, Nasten'ka si chiede > perché non possiamo essere tutti come fratelli? (...) Perché non si può dire schiettamente quello che si ha nel cuore...? Perché il Sogno non può divenire reale, aggiungo io? Perché non si può incontrare qualcuno o qualcuna con cui confidarsi, e innamorarsi, con cui fuggire dalla solitudine? O forse, è meglio continuare a sognare. Perché leggerlo? Un fragile racconto di difficile comprensione, ma mirabilmente scritto.
Memorie del sottosuolo
Nel preambolo è lo stesso autore a dividere il racconto in due parti. Nella prima, intitolata "Il sottosuolo", > il personaggio presenta sé stesso, le sue convinzioni, e pare voler chiarire le cause per cui è comparso, e doveva comparire nel nostro ambiente, ossia come nell'era del positivismo, della ragione dominante, fosse necessario riconoscere nell'uomo una forza primordiale, che viene dal sottosuolo, che ti spinge ad essere malvagio, ad avvilirti nell'abbiezione, che ti fa gridare con compiacimento: > sono un uomo malato... Sono cattivo. È quindi un manifesto filosofico, un punto di arrivo nichilista sulla natura umana. Nella seconda parte, "A proposito della neve bagnata" (un titolo che ci si aspetterebbe da un romanzo giapponese), il protagonista narra un episodio della sua vita che dovrebbe spiegare le idee e le suggestioni espresse nella prima parte. È come se il protagonista, quarantenne nel momento in cui illustra le sue teorie, ritornasse con la memoria a quando era ventenne e a un incontro che gli aveva cambiato la vita. Se ci liberiamo dallo schema subdolamente proposto dall'autore, ci accorgiamo come il racconto abbia al centro la Donna. Un chiaro suggerimento è già nei versi citati da Dostoevskij in avvio della seconda parte: "quando, dalle tenebre dell'errore, /(...) mi raccontavi la storia di quanto era stato prima di me/e all'improvviso, coprendoti il viso con le mani,/sopraffatta dal dolore e dalla vergogna,/indignata e sconvolta,/ tu piangevi..." (Nikolàj Nekràsov 1846). Qui è una giovane prostituta, Liza, che il protagonista incontra in un postribolo e che invita a cambiare vita, offrendole il suo aiuto. L'aveva affascinato il suo > volto fresco, giovane, palliduccio, con le sopracciglia diritte e scure e uno sguardo severo, come un po' stupito. Nel farle l'avventata promessa di redenzione, il nostro protagonista non è mosso da una vera empatia. > Un pensiero sordido nacque nella mia mente e serpeggiò per tutto il mio corpo come una sensazione sgradevole, simile a una discesa in un sotterraneo umido e muffoso. (...) Ora invece mi si chiarì l'dea assurda, disgustosa come un ragno, della depravazione, che senza amore, in modo brutale e volgare, comincia proprio da quello il coronamento dell'amore vero. C'è come un lieve confine tra la sopraffazione, il piacere di umiliare, e l'affetto sincero e puro per una Donna, tra l'amore come voluttà e l'Amore senza sé e senza ma. E quando Liza si presenta a casa del protagonista, quest'ultimo porta avanti un gioco crudele, di offese e di ripicche, quasi che fosse colpa della povera ragazza se lo avesse sorpreso con una vestaglietta > sudicio, misero, disgustoso, (...) una canaglia, un farabutto, un fannullone, non più l'eroe del loro incontro al postribolo. Ed allora *accadde un caso strano*. Umiliata, offesa, dinanzi all'avvilimento, Liza > aveva capito, fra tutto, quello che una donna intuisce sempre prima di ogni altra cosa, se è veramente innamorata, e cioè che ero infelice. (...) Non immaginavo neppure che non era venuta per avere parole pietose, ma per amarmi, perché per una donna solo nell'amore risiede ogni resurrezione, ogni salvezza, da qualunque rovina e ogni rinascita, che non può manifestarsi se non nell'amore. Purtroppo > siamo nati morti, e già da tempo non nasciamo più da padri vivi, e ci piace sempre di più. Non sappiamo riconoscere ed accettare l'Amore. Il racconto è un'analisi esistenziale, introspettiva e filosofica di un anti eroe, o meglio di una scissione dell'Io, tra la nostra autorappresentazione nella fantasia e nella letteratura, e la vita concreta, in cui non siamo più grandi uomini, ma esseri meschini e malvagi. Non so se D'Annunzio abbia mai letto "Memorie del sottosuolo", ma senza dubbio il protagonista del racconto pare preannunciare i personaggi dei romanzi e delle opere teatrali del nostro scrittore: superuomini nell'arte e abbietti nella vita. Non è il protagonista-narratore che ci rimane scolpito nella nostra immaginazione, anzi alla fine ci annoia il fluire ridondante delle parole, dietro cui si rifugia; è Liza ad emergere pian piano, da misera prostituta a donna ferita nel suo amore tradito, nel suo orgoglioso rifiuto di un compenso, che brutalmente le viene elargito. È una figura dinamica, non stereotipata, l'unica figura ad evolversi all'interno di una narrazione statica, in cui le situazioni e i personaggi sembrano inchiodati nelle loro funzioni, a cominciare dal protagonista. Non è un caso che "Memorie del sottosuolo" non abbia avuto un successo di pubblico e di critica, proprio perché mancano la trama e l'evolversi delle figure umane, nella loro dimensione psicologica e spirituale. Perché leggerlo? E' interessante per conoscere la "filosofia" dAi Dostoevskij
L'adolescente
Arkadij Dolgorukij, lʼio narrante, è il figlio naturale di Versilov, > un uomo, asciutto e superbo, nei miei riguardi altezzoso e negligente e che..., dopo avermi generato e abbandonato tra gli estranei, non solo non mi conosceva affatto ma non se ne pentiva neanche mai . Arkadij soffre profondamente lʼindifferenza del padre, anche perché questʼultimo ha portato con sé la madre e perché ha ridotto il ragazzo in una situazione di forte disagio sociale, in quanto è noto a tutti la sua posizione di figlio illegittimo. > Ero come un escluso... e avevo deciso di ripudiarli tutti e di rinchiudermi definitivamente nella mia vita . A togliere dallʼisolamento il ragazzo, che ha ormai concluso gli studi liceali, è una lettera di Versilov, che lo invita a Pietroburgo. La prima parte del romanzo narra la conoscenza da parte di Arkadij della figura complessa e sfuggente del padre: è un rapporto difficile anche perché > quellʼuomo non era che il mio sogno, il sogno degli anni dellʼinfanzia. Così lo avevo inventato io stesso, mentre in realtà si era dimostrato diverso, caduto tanto al di sotto della mia fantasia . Ma non è solo Versilov il centro della vita di Arkadij. Il giovane si trova dentro un vero e proprio «enigma», fatto di personaggi, di relazioni e di vicende, tra i quali si trova a disagio con il suo carattere, rigido, solitario e orgoglioso. Suo malgrado, deve riconoscere che le persone hanno più facce, che i rapporti tra di esse sono spesso ambigui e che è un «assioma sacrosanto» quanto dice un famoso verso di Puskin: «del basso vero mʼè più caro/lʼinganno che ci trasfigura». Nella seconda parte del romanzo, sembra che Arkadij abbia accettato questa realtà. Conduce una vita dissipata, dedito al gioco, al bere e alle donne, e trascurando la madre e la sorella, che ha appena conosciuto. Potrebbe essere un momento normale nella vita di un adolescente, se non fosse che Arkadij porta con sé un terribile segreto: ha cucito nel cappotto un documento con il quale Katerina Nikolàevna, già amante di Versilov, formulava il progetto di fare interdire il padre, un ricco e vecchio principe, al quale, tra lʼaltro, Arkadij è profondamente legato. La scoperta di questo scritto porterebbe il principe a diseredare la figlia e favorirebbe le aspirazioni della sorellastra di Arkadij,che vorrebbe sposare il vecchio aristocratico. A complicare le cose è che Arkadij è innamorato di Katerina e non vorrebbe tradirla. È inoltre affezionato alla sorellastra, affascinato dalla sua intelligenza e dal suo forte carattere. Tutti sospettano che il giovane abbia il documento e quindi lo blandiscono con atteggiamenti e parole, interpretati dallʼingenuo Arkadij come atti di vera amicizia e persino di amore. È difficile muoversi nellʼintrigo, soprattutto quando non si ha la percezione del bene e del male e quando le persone non sono né chiaramente cattive né nettamente buone. Domina «lʼanima del ragno», ossia che lʼuomo > possa accarezzare nella propria anima un altissimo ideale accanto alla più grande bassezza, e tutto in perfetta buona fede . Ma anche Arkadij si fa catturare da «ignominiosi pensieri», per esempio, utilizzare il documento in suo possesso per conquistare lʼamore di Katerina. > Di dove mai , dunque, era venuto tutto ciò, già così pronto? E questo, perché avevo lʼanima del ragno! Vuol dire che tutto era germogliato da un pezzo e giaceva nel mio cuore corrotto, giaceva nel mio desiderio . Ed è proprio la debolezza di Arkadij, il suo lasciarsi attirare dal male, a far precipitare la situazione nella terza parte del romanzo. Il giovane si fa a sua volta ingannare da alcuni criminali, che gli rubano di nascosto il documento e cercano di ricattare Katerina. Con orrore il giovane deve poi scoprire che essi sono dʼaccordo con Versilov.. La doppia personalità di Versilov si pone dinanzi al giovane come una «immagine spezzata», tanto più dopo un intenso e tante volte atteso colloquio, nel quale Versilov aveva dichiarato al figlio il suo amore per la madre, salvo poi inviare a Katerina una richiesta ufficiale di matrimonio. Ma allora chi è veramente il padre? Forse solo un uomo spinto dal capriccio, da una vanità senza freni, pensa Arkadij. La disillusione della figura paterna si è compiuta. Arkadij non è più un adolescente. Lʼadolescente è il più contemporaneo dei romanzi dellʼautore. A ciò contribuiscono diversi elementi: la modernità del rapporto tra padre e figlio, il tema pirandelliano della doppiezza, i caratteri polizieschi della trama, piena di colpi di scena e che spesso lascia il lettore in attesa di quanto verrà in seguito. Il pregio maggiore del libro è proprio il ritmo serrato, che lascia poco spazio a considerazioni filosofiche, come spesso accade in altri romanzi dellʼautore. Al di là della nota abilità di Dostoevskij di strutturare i dialoghi, colpisce la capacità dellʼautore di richiamare la doppiezza nella struttura della frase: per esempio, i capitoli si chiudono sempre con lʼimmagine di una contraddizione, di un altro, disegnato anche con pochi tratti di parole. Perché leggerlo? È uno dei migliori romanzi di Dostoevskij, non apprezzato a sufficienza forse perché non richiama temi filosofici e religiosi.
Il sosia poema pietroburghese
Jakov Petrovic Goljadkin è un rispettato funzionario pubblico. Dostoevskij lo presenta nella sua ordinata e modesta dimora in una mattina ricca di attese per il nostro "eroe": > lo guardarono con familiarità le pareti verde sporco affumicate della sua stanzetta, il comò di mogano, il divano alla turca d'incerata rossa a fiorellini verdognoli. Dinanzi allo specchio, in questa giornata per lui eccezionale, > sarebbe davvero un bell'affare, "disse a mezza voce Goljadkin", sarebbe davvero un bell'affare se proprio oggi non fossi in piena regola, se, mettiamo, mi fosse venuta fuori qualche novità, un bel foruncolo assolutamente inopportuno, ad esempio. Deve essere perfetto il nostro eroe, è invitato, o pensa di esserlo, al compleanno dell'unica figlia del consigliere di Stato Berendeev. Pur in una prevalente euforia, Dostoevskij ci dà subito alcuni segnali di qualcosa che non va: mentre sale su *una carrozza di nolo azzurra*, il suo servo scambia > occhiate d'intesa col vetturino e alcuni sfaccendati, (...) trattenendo a stento le risate più sguaiate; salito sulla vettura, il nostro eroe > sussultò (...) e si rintanò in fretta e quasi spaventato nell'angolo più buio della carrozza; infine, scopriamo che Goljadkin, il compassato funzionario, è in cura presso un dottore, che lo invita a non evitare la vita spensierata, a non essere *nemico della bottiglia*. E quindi non restiamo stupiti quando il nostro eroe viene respinto dal portiere e non può accedere al compleanno della figlia del potente consigliere. Non è gradito ospite! Con un sotterfugio, Goljadkin riesce a infilarsi nel ricevimento e qui in uno stato di delirio si comporta in modo sconveniente, tanto da essere messo alla porta. Ma è realtà o un'allucinazione in una mente già malata? Questo è il preambolo all'ingresso di un nuovo personaggio: il sosia, il viscido, disgustoso, astuto Goljadkin numero due. Dapprima, il sosia manifesta un atteggiamento umile verso il "numero uno", *attaccandosi a ogni suo sguardo*, poi si farà sempre più arrogante, conquistandosi la benevolenza dei superiori del nostro eroe. Non solo, lo irride davanti ai colleghi più giovani. > Dopo avergli fatto un po' di solletico, (...) provocando un gran divertimento nella gioventù che li circondava, il signor Goljadkin numero due, con una sfacciataggine disgustosa, assestò definitivamente un colpetto sulla pancetta debordante del signor Goljadkin numero uno, e accompagnò il gesto col più velenoso e allusivo dei sorrisi dicendo: "tu te la spassi, fratellino". A cosa si riferisce il sosia? Come Dostoevskij espliciterà in "Memorie del sottosuolo" (si veda la recensione in questo sito) c'è in noi, nel profondo del nostro animo, una malvagità che ci porta a compiere atti cattivi, che ci può condurre anche alla pazzia. Solo nel sogno il nostro eroe riesce a intravedere un atto meschino, > una vigliaccheria vista, sentita oppure da lui stesso compiuta non molto tempo prima, un comportamento sconveniente: > una ben nota signorina, (...) una tedeschina, alla quale il sosia può tranquillamente alludere, > circuendo Goljadkin, sorridendogli con affabilità, e mostrando, in quel modo, falsa cordialità verso di lui. Per il nostro eroe è un sollievo quando vede arrivare il dottore: > dagli occhi del signor Goljadkin scesero le lacrime. "in questo caso sono pronto... mi rimetto completamente e affido il mio destino (al dottore)", (...) un tremendo e assordante grido di gioia scaturì dal petto di tutti coloro che lo circondavano e con la più crudele risonanza serpeggiò tra la folla in attesa. (...) Il viscido gemello del signor Goljadkin (...) mandava piccoli baci al signor Goljadkin; ma poi cominciò a dare segni di cedimento e ad apparire sempre più raramente, fino a scomparire del tutto. Uno psichiatra potrebbe dire che ci troviamo dinanzi a una personalità schizofrenica, in uno stato di crescente alterazione, con una scissione della personalità. Uno psicoanalista, molto prima di Freud, potrebbe intravedere la paura dell'io d'incontrare il suo doppio, di svelare il male che ha dentro di sé, dietro la parvenza di una rispettabilità borghese, rifiuto dell'ingranaggio dell'opprimente burocrazia dell'Impero Russo. Ed allora la pazzia di Goljadkin, la creazione di un suo sosia disgustoso e viscido, non è altro che un disperato atto di rivolta, che non può che portare al manicomio, perché deviante rispetto alle regole dominanti. E Dostoevskij è il cantore della società pietroburghese. > Oh, se io fossi un poeta! Poeta naturalmente all'altezza di Omero e di Puskin, perché con un talento meno sublime è impossibile farsi avanti. Non sarà che pure a noi contemporanei non ci resti che la follia, dinanzi ad un mondo così asfissiante, ma dov'è un Dostoevskij? Il ritmo è incalzante e brioso, rimandando il lettore allo splendido "Il villaggio di Stepàncikovo e i suoi abitanti" (si veda la recensione in questo sito). Già grande scrittore, Dostoevskij ci porta per mano nel racconto della pazzia del protagonista, dapprima increduli, con cenni lievi e ironici, poi in modo sempre più evidente. Certo, la narrazione della follia si attorciglia su sé stessa, e come potrebbe essere diversamente visto che solo con la ripetizione degli avvenimenti e degli stati d'animo si può scavare in profondità. L'idea del sosia è geniale perché crea un altro punto di vista, una prospettiva esterna e interna ad un tempo, un espediente narrativo veramente innovativo, che si ritrova in pochi romanzi, come, per esempio, in "Io sono un gatto" di Natsume Soseki (si veda la recensione in questo sito), ma senza dubbio con un ritmo ben diverso. Perché leggerlo? Intenso e inquietante ad un tempo.
L'idiota
Il romanzo è imperniato sulla figura del principe Myskin, che ritorna in Russia dopo un lungo soggiorno in Svizzera dove è stato curato per «idiozia», ossia per malattia mentale. Le vicende del protagonista si sviluppano in un contesto affollato di personaggi, dal cupo Rogozin (quasi la personificazione del male) a una serie di opportunisti e nichilisti sino a due personaggi femminili (Nastasja e Aglaja), che pur in modo diverso si contendono l’amore di Myskin. Lo scontro tra le due donne, la fuga di Nastasja da Myskin (che per pietà più che amore intendeva sposare la donna) e l’uccisione di Nastasja da parte di Rogozin riconducono Myskin alla pazzia. Il tema centrale del romanzo è l’innocenza di Myskin in un mondo falso, tortuoso, ambiguo che il protagonista non capisce e del quale tende anzi a rompere gli schemi e le regole con comportamenti spontanei e sinceri. Myskin costituisce un elemento di rottura al quale la società non riesce a dare una risposta, perché è sconcertata e sorpresa. Il dilemma è quello espresso dai genitori di Aglaja: > C’era qualcosa di strano in quella faccenda, e quanto di strano esattamente? O invece non cʼè nulla di strano? . È ovvio che i genitori cercano la risposta nell’opinione della società e dei personaggi più autorevoli, organizzando un ricevimento nel quale Myskin stupirà (e in parte affascinerà) tutti con il suo comportamento sconcertante. In qualche modo Myskin ricorda il personaggio di Cristo nel famoso incontro con l’inquisitore dei Fratelli Karamozov: la sincerità, la semplicità, il senso di pietà, la volontà di dare amore sono tutti elementi al di fuori della nostra società e in qualche modo incompresi o rifiutati. La pazzia non è quindi un fatto negativo ma un punto di vista differente, e più vero, della realtà e delle relazioni tra le persone. I personaggi sembrano in qualche modo capire la forza di Myskin, ne sono attirati ma ne hanno paura. Nastasja lo capisce più di altri ma ne rifugge perché ha paura di fargli del male, Aglaja lo ama ma lo vorrebbe diverso, più conforme alle regole della società e Rogozin lo odia proprio perché percepisce come Nastasja sia attratta in modo irreversibile dal carattere di Myskin. Anche gli altri personaggi, e ce ne sono innumerevoli, agiscono con lo stesso sentimento ambivalente, che oscilla tra il disprezzo e l’ammirazione. Accanto a questo tema centrale vi sono poi altri innumerevoli filoni di riflessione, alcuni tipici della società contemporanea (per esempio il nichilismo già trattato nei Demoni), altri più universali: tra i più interessanti quello dell’attesa della morte e quindi dell’angoscia che attanaglia gli uomini, il tema del volto come specchio dell’anima e di chi osserva, il tema del male e dell’odio, personificati da Rogozin e descritti nel cupo ambiente della casa di quest’ultimo. L’Idiota è un romanzo singolare. È molto tradizionale nello stile narrativo, che è anche troppo ricco di dialoghi quasi da renderlo un’opera teatrale, ma è estremamente innovativo sotto il profilo dei temi trattati. La mancanza pressoché totale del tema religioso (dominante nel Fratelli Karamazov) aiuta l’esplosione di altri argomenti più vicini a una dimensione esistenziale, nella quale l’individuo deve cercare se stesso in autonomia e non affidarsi a divinità o alla metafisica. Più ancora degli altri romanzi, l’Idiota esprime «l’uomo nuovo» e quindi apre le porte al post-modernismo. Il ritmo narrativo non è sempre coinvolgente (più vicino a Demoni che a Delitto e Castigo o ai Fratelli Karamazov ) e in termini letterari non è particolarmente riuscito.





