Profilo Autore

Lorenza Ghinelli

Lorenza Ghinelli è una scrittrice e sceneggiatrice italiana.

Libri di quest'autore

La stirpe e il sangue
RecensioneItaliano

La stirpe e il sangue

Nel XV secolo nella Transilvania, > c'è una storia che sta guadando i fiumi, volando fra i boschi frondosi e impigliandosi alle labbra dei passanti. Una storia che orripila, (...) pare si aggiri fra le campagne una creatura immortale dalla fame violenta, assetata di sangue. (...) C'è una cometa che da due mesi solca il cielo, come una ferita di coltello, da cui cola il sangue del creato. È Dracula, non il reale conte Vlad Dracula, il quale, malgrado la sua crudeltà, non fu certo immortale né si nutriva del sangue delle sue vittime. Nella nostra storia è Radu, un esile adolescente, un predatore, sempre pronto a balzare alla gola, > rapido come una pulce, ma dal morso letale, (...) una falena impazzita, zampillante. In un racconto che ha il ritmo della morte, in un ambiente sconvolto da guerre, violenze e stragi, in un'atmosfera cupa, paurosa, dove non pare mai brillare il sole, una piccola famiglia cerca di sopravvivere: Maria, la madre, grande conoscitrice delle erbe, anche di quelle che uccidono, una strega forse; Anna, la figlia che ancora bambina deve proteggere il fratellino appena nato; e Radu appunto, ancora neonato deve cibarsi del sangue non potendo attingere al latte esausto della madre. > È minuscolo, viola imbrattato di sangue e di umori di donna. Dovrebbe morire, dice la levatrice, perché > non è voluto dagli spiriti del vento, (...) Anna glielo toglie dalle mani e se lo stringe al petto, il primo vagito nasce lì, fra le sue braccia di piccola sorella. E così Radu, il futuro "vampiro", è frutto dell'amore della piccola sorella, che lo porta con sé, lo custodisce e lo nasconde, gli dà il poco cibo che può trovare. Nella foresta la piccola famiglia deve difendersi dagli animali feroci, quando sono rapiti devono salvarsi dagli uomini. È inutile inoltrarsi nella trama, di impianto fortemente gotico, così surreale da lambire il "Fantasy"; è meglio lasciarsi trascinare dall'immaginazione, e pensare che questo racconto, così lontano nel tempo, sia in fondo una metafora della nostra condizione attuale: guerre, stragi, violenze e genocidi non possono che partorire un Mostro; e ci chiediamo se Anna abbia fatto bene a salvare e nutrire Dracula, dandogli tutto il suo amore. Non ha senso accostare questo romanzo a Dracula di Bram Stoker (si veda la recensione in questo sito): un'opera intrisa di positivismo, che narra lo scontro tra la scienza e l'inconoscibile, e Dracula non è un personaggio reale, ma l'allegoria delle nostre pulsioni più profonde e inenarrabili. Forse, al di là delle suggestioni gotiche, il romanzo è il proseguimento di "La Colpa" (si veda la recensione in questo sito). Alcuni temi paiono tornare: l'ambiente selvaggio (qui la Transilvania, lì la Marecchia desertificata); in entrambi "la follia lucida di costruzioni di possibilità terribili perché plausibili, (...) un Prometeo nudo, arrossato, gocciolante..."; una dimensione esistenziale dove solo l'amicizia e l'amore possono salvare. In " La stirpe e il sangue", scritto dieci anni dopo "La Colpa", pare che l'autrice sia scivolata in quello strapiombo vagheggiato nel romanzo del 2012, e solo collocarsi nel Fantasy le abbia permesso di sopravvivere. Il pregio fondamentale del racconto è la scrittura: frasi brevi ma evocative, quasi dei versi in prosa, che entrano nella mente del lettore. Si percepisce l' influenza di una poetessa come Beatrice Masini. Perché leggerlo? È sanguinolento, in certe situazioni in modo esagerato, ma piace la scrittura. Così tenera è la figura di Anna.

Lorenza GhinelliBompiani
La colpa
RecensioneItaliano

La colpa

È possibile sfuggire allʼangoscia solo frugando nella propria mente, inseguendo una > follia lucida di costruzione di possibilità terribili perché plausibili, plausibili perché possibili, possibili perché pensate, pensate perché presenti da qualche parte, nella mente... (come) un Prometeo nudo, arrossato, gocciolante, legato dallʼimmaginazione con lacci dʼacciaio sulla cima più alta e più esposta a strapiombo sullʼabisso ? O è necessario un fatto, anche traumatico e violento, che costringa ad uscire dai propri incubi, a riscoprire lʼamicizia, a reinventare «tenerezze e assalti» da «drappi e materassi sfondati»? Questo romanzo narra una rinascita a nuova vita. In una Marecchia descritta come una terra selvaggia, una «landa nera e brulla», Estefan è un diciannovenne sbandato e disorientato, come tanti ragazzi. Porta con sé un profondo senso di colpa. Ancora bambino, gli è morto accanto il fratellino durante la notte, senza che lui se ne accorgesse. Lo poteva salvare? O è lui che lo ha ucciso? Da quel momento Estefan è diventato il > figlio più stronzo, gatto davanti ai fari, sacco per boxeur... meglio non esistere, a volte, per gli altri. Meglio, a volte, non esistere affatto . E da allora lo accompagna un incubo: immagina di essere al bordo di un buco, della cui profondità non distingue i contorni e non capisce i colori, ma intravede «bambini, altalene, scivolo, strilli, lacrime» e soprattutto > Mamma killer cartonata... Mamma terrifica, Mamma con labbra colore arteria sottili sottili. Sottili che tagliano. È vestita con papaveri neri strappati.. (e) ride, ed è una risata brutta, una risata che sembra tirata su con uncini potenti, che potrebbero stracciare la faccia di Mamma tutta intera . Si potrebbe dire facilmente, e superficialmente, che Estefan avrebbe bisogno dellʼaffetto dei genitori, e soprattutto di sua madre. Ma la realtà non è così facile, perché la perdita del fratellino ha travolto una famiglia un tempo serena, ha distrutto le relazioni reciproche, ha caricato Estefan della colpa di essere sopravvissuto. Il racconto narra la vita disordinata e senza senso di Estefan, tra corse in macchina, spinelli ed alcool, discoteche, sempre fuori casa e contro la scuola, continuamente in un conflitto sordo con il mondo degli adulti. Cʼè, tuttavia, unʼamicizia profonda, quella con Martino, un altro ragazzo difficile, che alterna unʼapparente docilità con scatti improvvisi di violenza. Anche lui porta con sé una ferita dallʼinfanzia: è stato violentato dallo zio quandʼera bambino (sinceramente unʼinutile ridondanza ai fini della narrazione). Una sera, vagando nella «selvaggia» Marecchia, Estafan si imbatte in un casolare isolato di un vecchio contadino che vive con la nipote, una bambina rimasta orfana sin dalla nascita. La madre era una tossica, morta dandola alla luce. Le peripezie di Estefan tra gli animali della fattoria e lʼincontro con la bambina sono una delle parti più riuscite del racconto. Lʼautrice non riesce, tuttavia, a liberarsi dal piacere dei rimandi introspettivi ed allucinanti, ricadendo di nuovo nella trappola delle immagini inquietanti, senza abbandonarsi alla dolcezza della favola. Lo sterco, il fieno, gli animali da cortile, le attrezzature diventano, per il protagonista e per lʼautrice, un > non luogo. Un luogo del pensiero in cui il tempo si sfracella. Cʼè la mietitrebbia fossile, il fieno e i ragni, il pollo e chissà cosʼaltro. Microbi e batteri come se piovesse, ragnatele di una perfezione imbarazzante e un delirio di giochi di luce da gustarsi in silenzio. Qui il tempo passato e quello presente si compenetrano... (ma) il futuro è fottuto . La storia è,tuttavia, più tenace della propensione al delirio auto distruttivo. Nasce unʼ affettuosa e singolare amicizia tra Estafan e il bambino: un legame che resiste anche quando si riaffaccia il senso di colpa. Per una serie di casualità, infatti, il nonno della bambina, uscito di notte a cercarla, si uccide con un colpo di fucile. Estafan fugge disperato dopo essersi assicurato che la bambina fosse in buone mani. Nella corsa subisce un incidente gravissimo. Lo ritroviamo in ospedale, solo e con «il dolore che gli occupa la mente», ma Martino e la bambina sono lì ad aspettarlo. > Il ragazzo (Martino) gli prende le dita fra le sue. Estefan apre gli occhi, mette a fuoco. E non gli sembra vero, per la prima volta non rimpiange il bianco . Nei ringraziamenti lʼautrice osserva come > scrivere questo libro abbia significato per me dare senso a tanti eventi, è stato un processo doloroso e stupendo . Senza dubbio questo percorso interiore è andato a scapito della lucidità complessiva, della trama e dellʼapprofondimento dei personaggi. Il lettore apprezza lʼidea narrativa e i contorni, anche se abbozzati, dei protagonisti e dellʼambiente, ma non può non rimpiangere lʼoccasione perduta, ciò che poteva essere il romanzo se lʼautrice si fosse trattenuta da inseguire gli incubi e i deliri della mente. La scrittura è ridondante di aggettivi e di immagini, quasi barocca e spesso criptica. Andrebbe riscritto. Perché non leggerlo? Lʼinseguimento degli abissi della mente è noioso, alla fine.

Lorenza GhinelliNewton Compton