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Copertina del libro Nel chiosco di Pressel un racconto della Tubinga d'altri tempi

finito di leggere il: 22 settembre 2026

Editore

Ugo Guanda Editore

Anno

1913

Pagine

67

Lingua di Lettura

Italiano

Nel chiosco di Pressel un racconto della Tubinga d'altri tempi

A voi, isole, a voi possa condurmi/Il mio dio protettore! Ma dal cuore fedele/ Non svaniranno anche in quell’ora il Neckar/E i dolci prati e i salici delle rive.

(“Ode sulla valle del Neckar”1801). Così Friedrich Holderlin (1770-1843), uno dei fondatori del romanticismo tedesco, canta Tubinga e il suo fiume, il Neckar, per lui luogo vagheggiato, simbolo di pace e serenità. Ma Tubinga è pure la città dove Holderlin trascorse i lunghi anni della pazzia, dal 1807 alla morte. Hermann Hesse (1877-1962), ritorna con questo racconto al grande poeta, immaginando che due giovani facciano visita a Holderlin nel 1823. L’uno è il giovane studente Eduard Morike, che si trova a Tubinga per studiare teologia e divenire pastore protestante.

Al giovane sui vent’anni, diletto dagli amici per la vivacità inesauribile dell’estro, accadeva non di rado, in certi sereni istanti di felicità, che l’intero paesaggio assumesse improvvisamente i contorni di un quadro stregato, che egli guardava con occhi rapiti avvertendo l’enigmatica bellezza del mondo come un monito e quasi come un sottile, nascosto tormento.

L’altro è l’amico e coetaneo Wilhelm Waiblinger: pure lui ufficialmente studente di teologia, dichiara con sfrontatezza di voler

fuggire lontano da voi, razza predestinata di obesi pretacci, (…) di corsa in un’osteria ad affogare l’anima nella birra e nel vino. (…) Che pagliaccio sono, che rognoso egoista e dissoluto beone!

Il primo rappresenta la purezza, diafana e codarda, il secondo la dissoluzione, corruttrice ma vitale. Morike (1804-1875) finirà parroco di campagna, in un insanabile conflitto tra sessualità e spiritualità; Waiblinger (1804-1830) morirà giovane a Roma, autore di poesie e prose caratterizzate da un intenso mondo fantastico. I due giovani, ancora ignari del proprio futuro, vanno a prendere Holderlin per condurlo in un chiostro da cui l’ormai demente poeta potrà rimirare il placido scorrere del Neckar. La poesia non salva l’uomo, pare dire ai due giovani la figura di Holderlin:

lì, ora, sedeva l’uomo dalla fronte divina e dallo sguardo sempre colmo di toccante purezza, il fantasma di sé stesso, ripiombato in una vuota infanzia impotente.

E quando

l’uomo alto e solenne tenuto per mano dalla sua infermiera,

si allontana per rientrare a casa, pure i due giovani si separano, e sarà per sempre: Morike, esile adolescente che crede ancora nella poesia, e Waiblinger, che vuole giocare la sua sorte. Su di loro incombe la forse ultima poesia del demente Holderlin:

Delle cose gradevoli del mondo ho goduto. /il tempo delle ore giovanili da quanto, /oh, da quanto perduto!/ Aprile e maggio e luglio una lontana stagione/appassita./Io non sono più nulla, più non amo la vita.

(Probabilmente scritta nel 1811).
Il racconto è un omaggio di Hesse a poeti che hanno probabilmente contribuito alla sua formazione; come se Montale immaginasse D’Annunzio e Pascoli in visita a Carducci. C’è pure una riflessione sulla Poesia, quando Hesse si chiede

perché sedevano qui così infelici e defraudati, quei poeti dell’esaltazione, l’anziano e il giovane (Holderlin e Waiblinger), e perché lui stesso (Morike), (…) sedeva loro accanto così triste e insoddisfatto? (…) Rientrava veramente nel destino dei poeti che non potesse splendere ai loro occhi alcun sole la cui ombra essi non dovessero poi accumulare nell’anima?

Perché leggerlo? Scorrevole e una bella introduzione a Hesse.