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Il Calcio in giallo
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Il Calcio in giallo

Il libro raccoglie i racconti sul calcio di diversi scrittori di noir, alcuni noti, come Aykol, Giménez-Bartlett, Malvaldi e Manzini, altri meno conosciuti: Gian Mauro Costa, Francesco Recami e Gaetano Savatteri. Le trame, i personaggi e gli stili di scrittura sono differenti; cʼè comunque un tratto comune: il calcio, anche quello dilettantistico o praticato nei campionati minori, è sempre una cosa sporca e violenta, che tira fuori il peggio dalle persone. Gli scrittori già famosi sono scontati: gli schemi narrativi sono quelli dei loro romanzi, disgraziatamente compressi allʼinterno della forma del racconto, per sua natura breve. Interessanti sono i contributi di Costa, Savatteri e Recami; i primi due hanno ambientato le loro storie a Palermo, mentre il contesto del terzo è Milano. Quello di Recami ( «Progresso - Audace 3-2») è il racconto migliore, sul quale vale la pena soffermarsi, per i temi trattati e lʼabile narrazione. Siamo in una partita di ragazzi, con i genitori a tifare sugli spalti. Gianmarco ha undici anni, ha i tipici dubbi di un adolescente sul proprio orientamento sessuale, anche perché, gentile, sensibile ed educato, viene beffeggiato dai compagni con epiteti quali «Giorgi gay». È un bravo giocatore, viene preso di mira da un ragazzo della squadra rivale, aizzato dal padre ( «stroncalo, buttalo giù, finiscilo, ammazzalo..»). Lʼuomo, > over fifty sovrappeso, immigrato pugliese di terza generazione, abbastanza panzuto , «in piena crisi estetica», insulta la madre di Gianmarco con parole impronunciabili, le tira una sberla e scatena lʼira delle mamme, che lo inseguono per picchiarlo. Si rifugia in un magazzino abbandonato, dove viene catturato da Oleg, un gigante, chiaramente un criminale proveniente da chi sa quale paese dellʼEst Europa. E qui la vicenda cambia di segno per il nostro panzuto prepotente: da gradasso diviene un agnellino, così fifone da cagarsi addosso (letteralmente) e da non essere capace di difendere la propria famiglia dalle minacce e dalle violenze di Oleg. Sarà, invece, sua moglie a proteggere i figli e la casa, disponibile a sacrificarsi per questo; ma come? proprio una donna, appartenente a quel genere, che il panzuto apostrofava abitualmente con termini quali: «troia di merda....». Nel frattempo Gianmarco fa una scoperta incredibile: un giocatore famoso, «uno dei suoi idoli, un duro, uno che si faceva rispettare», aveva dichiarato di essere gay. Come era possibile? «Non ti devi meravigliare proprio per niente» gli disse il bidello Sciacca dallʼalto della sua saggezza, > nel mondo del calcio sono tutti froci. (...) Senza dubbio fu la lezione di educazione sessuale più intensa che Gianmarco aveva mai avuto e avrebbe mai ricevuto in tutta la sua vita. Rifletteva. Eccolo il principio, ecco la verità, ecco perché alla Juventus sono tutti froci, Allora se io sono gay vuol dire che sono più virile della mammolette che vanno con le donne? Interviene la bidella. > Che fai Sciacca, racconti le solite storielle sporche ai ragazzi? Ma che vai dicendo, parlavamo di calcio. La forma del racconto non si presta al noir: è troppo breve per rendere possibile quello sviluppo e quella suspense che costituiscono il cuore di un giallo. È come vedere un telefilm della «Signora in giallo»: ad un certo punto deve concludersi e quindi la storia precipita in un finale scontato o rimane sospesa, lasciando insoddisfatto il lettore. Di maggior pregio sono le ambientazioni, i personaggi e soprattutto la scrittura: questʼultima è talvolta una bella sorpresa. Perché leggerlo? Si scoprono scrittori meno noti, ma di valore.

Vari AutoriSellerio Editore
Le mille e una notte volume II
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Le mille e una notte volume II

Se i racconti del primo volume (vedi recensione in questo sito), hanno un'impronta fiabesca, trasportandoci in un mondo popolato di spiriti e di magiche invenzioni, qui le novelle hanno un taglio realistico; la lettura è meno avvincente ma ne traiamo una rappresentazione della società abbaside, del potere del califfo e dei suoi emiri, degli intrighi della corte, della rassegnata ubbidienza dei sudditi. Nel racconto, «La forza dell'amore», l'infelice Ghanin è severamente punito per la falsa accusa di aver sedotto la favorita del califfo. La cieca gelosia spinge «l'emiro dei credenti» a perseguitare il giovane e la sua famiglia. Quando il califfo si ravvede del tremendo errore e chiede che cosa può fare per lui, Ghanin risponde che > il servo non può rimproverare il padrone in alcun modo per come questo ha creduto bene di comportarsi con lui. (...) Il servitore resta il servitore, e il padrone resta il padrone ; è la madre del giovane, coraggiosamente, a invitare il califfo a pensare a quanto sia fragile la natura umana, > a quanto sia spesso incline all'inganno e alla simulazione. E pensa a come queste cattive disposizioni possano essere aggravate dalla gelosia, cui le donne sono fin troppo esposte. Non bisogna credere che siamo dinanzi a una sorta di «Decameron» arabo o a «le Anime morte» di Gogol in salsa medio orientale (vedi le recensioni in questo sito); anche nelle novelle di questo secondo volume la prosa è intrecciata alla poesia, i racconti s'incastrano l'uno dentro l'altro, predomina la bellezza degli uomini e delle donne, si fugge dalla realtà verso l'inverosimile. Ciò che raccontiamo è un'illusione? Nell'avvio del lunghissimo racconto, «I volti dell'amore», dove è descritto un mondo favoloso senza confini che ci rimanda a «The Enchantress of Florence» di Salman Rusdhie o a «Paradise» di Abdulrazak Gurnah (vedi recensioni in questo sito), la bellezza del giovane principe è tratteggiata con versi intrisi di narcisistico desiderio: > E' il cerbiatto della gazzella dal passo esitante!/Basta che prenda per mano uno specchio:/fedele e adulatore, rifletterà/l'idea assoluta di bellezza che il suo sogno vi proietta. Le novelle più belle sono quelle che hanno come protagonista il califfo Harun al Rashid (regnato tra il 766 e l'809). Pare che questo sovrano fosse > ghiotto di aneddoti, di fatti di cronaca e di pettegolezzi ; per cui travestito da semplice cittadino andava a scoprire come viveva la gente comune e a compiere scherzi alle loro spalle. Ben noiosa doveva essere la vita nei palazzi di Bagdad! In «Il dormiente che non dorme», il califfo, fingendosi un mercante, si introduce nella casa dell'onesto Hasan, dopo averlo ubriacato, gli fa bere un potente sonnifero; portato nel palazzo Hasan vive una notte da califfo, credendo che sia la realtà: è preso per pazzo ed è rinchiuso in manicomio. Quando ne esce continua a vivere non sapendo più se sta in un sogno o nella realtà. > Perché hai instillato la confusione nella mia mente, perché mi hai messo sottosopra il cervello?. E «il successore del profeta» risponde candidamente che lo fa per diletto. Nella novella «Il califfo e il pazzo» al Rashid vuole capire se una persona rinchiusa in manicomio sia veramente un pazzo; ne scaturiscono una serie di racconti, a incastro, in un'atmosfera pirandelliana, in cui l'arguzia del gran visir, personaggio sempre presente in «Le mille e una notte», mette alla prova il povero demente; si scoprirà poi che più di arguzia bisogna parlare d'inganno, perché il gran visir voleva impedire il matrimonio tra la figlia e il presunto pazzo.  Lasciamo al lettore scoprire la trama di «Il saggio persiano». Qui ci limitiamo a dire che un bellissimo «rosticciere», > egli è lo stallone/di ogni grazia , riesce a conquistare la splendida principessa per merito di un infuso d'amore del sapiente mago. Appaghiamoci di questi versi deliziosamente erotici: > Stretti fianco a fianco, coi miei occhi/li ho visti, mi sarebbe piaciuto/vederli dormire insieme/sulle mie stesse palpebre./Erano due gazzelle del deserto,/e due stelle fulgenti nella notte,/due astri mattinieri, ramoscelli perfetti,/e due incarnazioni della diva Bellezza. René R. Khawan, il curatore di questa edizione di «Le mille e una notte», ha ritenuto, dopo lunghe ricerche, che i due libri di questo secondo volume, «Passioni vagabonde» e «Il gusto dei giorni», completino quelli più noti riportati nel primo volume: «Illustri dame e galanti servitori» e «Cuori disumani». Ovviamente non sono in grado di discutere le scelte del curatore, tra l'altro su una problematica estremamente scivolosa per la difficoltà di mettere ordine in questa importante testimonianza della poesia araba del Califfato di Bagdad.  E' difficile pensare che siamo dinanzi ad una successione di racconti notturni, sia per la lunghezza delle novelle che per il loro impianto così  realistico;  anche la poesia perde di peso rispetto alla prosa e la narrazione non ha più quel ritmo serrato delle novelle riportate nel primo volume. Si percepisce una certa stanchezza, un non so che di formalistico e ripetitivo, come se la decadenza politica e militare del grande impero si rifletta nel suo canto, nostalgico e disperato. Mentre nelle novelle del primo volume c'è sempre una conclusione che proietta a un futuro felice, qui ogni novella finisce con un richiamo alla Morte, a > Colei che distrugge i piaceri e disperde le adunanze, (...) Possa Dio esserci benigno nel giorno di quell'appuntamento. Perché leggerlo? A tratti è prolisso, si fa fatica ma vale la pena.

Vari AutoriRCS / Rizzoli
24 racconti
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24 racconti

Con il titolo «La Rinascita» nel giugno 1944 esce il primo numero della rivista mensile del Partito Comunista. LʼItalia non è ancora libera, è in corso la lotta partigiana e tuttavia fin dal primo numero la rivista dedica alcune pagine alla letteratura. Ci sono componimenti poetici (di Umberto Saba e di Salvatore Quasimodo), testi di autori stranieri ed anche di scrittori italiani, da Alberto Moravia a Cesare Pavese. Questo libro raccoglie alcuni di questi racconti, pubblicati dal 1945 al 1956, in una fase di accesa lotta politica e in pieno neorealismo. Le storie sono impregnate di temi sociali, molte di esse parlano della Resistenza, con contributi di Renata Viganò, Italo Calvino, Marcello Venturi (narratore importante e dimenticato della lotta partigiana) e Mario Puccini, questʼultimo con un racconto commovente sulle apprensioni di un padre per un figlio impegnato in operazioni contro i tedeschi. Ne ho scelto tre da recensire, non solo perché i migliori, a mio giudizio, ma anche perché rappresentativi del nostro Paese, dellʼItalia contadina e di un ceto medio urbano, che dal fascismo porterà con sé i segni indelebili della superficialità. Francesco Jovine è autore di un romanzo, «Le Terre del Sacramento», che narra di un Meridione sempre condannato allo sfruttamento e sempre tradito dalla sua classe dirigente: uno scrittore della rassegnazione e della sconfitta. Nel racconto «La morte del patriarca», pubblicato nel 1949, un nipote parla del nonno, giudice di pace di un villaggio del Sud e uomo di fiducia del principale proprietario terriero, il tipico latifondista meridionale. Il nonno è un patriarca per la sua famiglia e lʼintera comunità: non approfitta dellʼassenteismo del proprietario per arricchirsi, ma anzi si erge a difensore dei contadini. È un baluardo e una figura mitica. > Nelle notti dʼestate girava per le strade illuminate dalla luna, insieme con i suoi compagni contadini e li incantava suonando dolcemente il flauto. (...) Spesso quando egli era assente, i giovani erano accesi da improvvisi furori e mettevano mano alle accette. Ma quando cʼera il nonno non accadeva nulla che non fosse placido e gentile; si sentivano volare quelle note di tortora in amore, accompagnate dal ronzio di calabrone di una chitarra battente, i vecchi contadini si destavano dal sonno e immaginavano i campi estivi carichi di spighe pesanti, e succose frutta bagnate dalla rugiada del mattino. Che ne sarà del villaggio dopo la morte del patriarca? > Ad un tratto una vecchia dal fondo incominciò a piangere ad alta voce e a cantare il suo rammarico doloroso per la perdita imminente. Diceva lenta con voce ritmata: tu te ne vai, nostro onore e nostra difesa, te ne vai spada brillante. Senza di te, riprese una voce giovanile sullʼultima lassa del canto, non abbiamo più luce e giudizio. In «il mondo salvato a spalle», pubblicato nel 1951, Felice Chilanti narra della drammatica inondazione del Polesine e lo fa dandoci un bozzetto realistico e suggestivo della solidarietà contadina. «Correte, gente, lʼacqua straripa lungo tutto lʼargine» Giovanni e suoi compagni contadini accorrono a chiamare a raccolta gli uomini e a salvare le donne e i bambini«. E grida il bottegaio del villaggio,» E tu Giovanni e tu Gabana e tu Tabanin, non siete già stati buttati in galera un anno fa per questi lavori? Avete proprio voglia di salvare la terra e le vacche del Cané? > Canè è il grande proprietario della zona, il cui fratello, lo zoppo, urla come un pazzo ai contadini che si danno da fare per salvare la famiglia e le masserizie dei Cané. Volete fare la rivoluzione disgraziati! Venite a prendermi, Assaggerete i confetti della mia pistola.... (...) Giovanni e i suoi compagni portavano a spalle il mondo alla salvezza: il mondo intiero così comʼera, gli amici e i nemici, la società nella quale vivevano e lottavano; portavano in salvo lʼagrario e i suoi beni, il prete e le sue preghiere, il maresciallo dei carabinieri e le sue manette«. Il titolo del racconto di Libero Bigiaretti (»un altro destino > 1951) richiama Martin Eden di Jack London. Due giovani fanno amicizia perché lavorano insieme in un cantiere: Renato è di estrazione operaia, intelligente, battagliero, capace di far valere con chiarezza ed energia le proprie ragioni > , Giulio viene da una famiglia borghese, insofferente, ha abbandonato la scuola e vorrebbe pubblicare le sue poesie sulla Fiera Letteraria. A differenza di Giulio, tutto intriso di nomi e di libri alla moda«, Renato»leggeva quando gli capitava, con il desiderio caparbio di comprendere fino in fondo > . Giulio conosce Elena, la sorella di Renato, con la quale inizia una relazione. Ci sciogliemmo, io pieno di sgomento e di confusione, lei calma; mi disse di pulirmi le labbra, ché dovevo averle sporche di rossetto. (...) Mi viene da ridere, se ci ripenso. Se ripenso come, per tutta la serata e la notte, mi si complicò nella testa quella comunissima avventura.«E se avesse dovuto sposarla?»Lo sapete che Giulio va a passeggio ai Mercati generali con una fruttivendola? (...) Poi conobbi Loredana con la quale, tra un bacio e lʼaltro, si poteva parlare di letteratura. E Loredana sapeva anche baciarmi molto meglio di Elena". I racconti non sono certo dei capolavori; dietro un neorealismo di facciata emerge una vena melodrammatica ed enfatica, che proviene dalla letteratura del fascismo e da radici ancora più lontane, dellʼItalia provinciale, estranea alla cultura europea. È singolare come si senta già un senso di stanchezza, di rassegnata accettazione del Paese che sarà lʼItalia: intimistica, melliflua ed ipocrita. Viene un poʼ di nostalgia nel leggere questi raccont. Allora, una rivista di partito dava spazio alla letteratura, ai principali autori italiani; oggi siamo costretti a leggere frasi sconnesse su Facebook e su Twitter, mentre gli scrittori parlano dʼaltro, ben lontani dalla politica. E forse da qui che prende le mosse lʼormai stucchevole crisi della sinistra? Perché leggerlo? È interessante per ricordarci qualʼ era la cultura di sinistra.

Vari AutoriL'Unità
Narratori meridionali dell'Ottocento
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Narratori meridionali dell'Ottocento

Come hanno notato le curatrici, Alda ed Elena Croce, la letteratura meridionale è fortemente influenzata dai grandi autori francesi, come Zola, Flaubert e Maupassant: attenzione, quindi, alle situazioni sociali, con un accento peculiare tuttavia, un misto di favolistica ironica e fiabesca e di toni melodrammatici. La rassegna è limitata a 10 scrittori, alcuni dei quali noti, come Capuana, Serao e De Roberto; non è chiaro quanto sia rappresentativa, ma in essa è possibile selezionare due scritti singolari. Salvatore Di Giacomo è un prolifico scrittore napoletano, giornalista, poeta e studioso. Predilige gli spettacoli tragici, i miscugli di ferocia e di bontà, i suoi personaggi sono meretrici, camorristi e pezzenti, i suoi ambienti sono vicoli sudici e pittoreschi. Il racconto «La Taglia» dà un efficace ritratto di una vicenda drammatica e dimenticata della nostra storia: il grande brigantaggio tra il 1860 e il 1870. Siamo in un «paesello sconsolato» sul quale gravitava «un silenzio di morte»: oggi il saccheggio della casa del sindaco, ieri una orecchia tagliata per avere un riscatto, poi un mandriano arrostito sulla legna come un montone; un orrore al quale i soldati reagiscono, > senza romore di giudizio, senzʼavvocati e tribunali. Laggiù, dietro la chiesuola, li fucilarono sullo sterrato . Mariangela è colta dai dolori del parto, è circondata solo dai figli perché il marito è andato a catturare un feroce bandito sul quale è stata messa una taglia; è il disperato tentativo di un poveraccio per sfuggire alla miseria. > Il marmocchio era arrivato sotto lʼuscio a carponi. (...) Lʼaltro, il rosso, lo afferrò alle spalle e se lo rovesciò sul petto. Il bimbo nudo strillava, impazientendo, con le manine che volevano difendersi.(..) Il sole di luglio irrompeva lì dentro con una vampa che ardeva la carne e toglieva il respiro;(...) la chioccia beccava fra i chicchi sparsi, (...) un cagnuolo puntava le zampe sullʼorlo dellʼorciolo e vi allungava il muso sporco, (...) fuori un silenzio pesante... La donna ha le doglie, il bambino più grande, il rosso, corre spaventato a cercare il padre. Mentre si inoltra nella boscaglia trova una lucertola, che mette in saccoccia. Chiama disperatamente il padre, poi lo vede: > lʼammazzato si vedeva poco in faccia, (...) le mosche gli correvano attorno a frotte, (...) una mano spuntava, tutta pesta e sanguinosa, aperta. (...) Tata! Tata!, chiamava il piccino, Tata, mamma chiange e ti voʼ!...Oi , tata! Sʼimpazientì. Si stese a boccone sul muricciuolo, mise fuori la lucertola, le attaccò uno spago al mozzicone di coda sanguinante e la fece camminare, rattenendola con improvvise strappate, gridandole dietro: Ah, Ah!... Isce!... > Vittorio Imbriani, anche lui napoletano, è stato professore universitario, patriota e combattente, ma anche scrittore fantasioso ed attento alla letteratura popolare. Ne è una testimonianza il racconto Le tre Maruzze > , una vera e propria rarità, in quanto fu pubblicata in soli ventotto esemplari nel 1875. In napoletano maruzza > è la lumaca, nella storia questi animaletti sono i custodi di tre orti preziosi: un roseto, un meraviglioso campo di granturco e un aranceto. Don Peppino, un giovane contadino, salva tre luride bestiole (la biscia, la lucertola e la zoccola), in realtà tre fate, le quali, come canta il Parini, fan beate gli amanti e a un volger dʼocchio mescere a voglia lor la terra e il mare > . E infatti il bravʼuomo diviene il giardiniere del Re, il quale lo tiene in gran conto perché Don Peppino è sincero e fedele. Un giorno, la Regina e le altre Altezze Reali, indispettite ed ingelosite dal sentirsi ripetere sempre che Don Peppino era lʼunico che non mentiva, proposero al Re una scommessa: tentare in tutti i modi il giardiniere e se Peppino avesse spifferato > una bugia, sarebbe caduta la testa del Re, in caso contrario quella delle Altezze Reali. Don Peppino resiste alle proposte dei principi, ma quando la Regina si offre in cambio di una rosa,come canta Girolamo Fontanella, lo sdolcinato verseggiatore, > sul felice amator cade e congiunge seno a sen, bocca a bocca e core a core . Ed ora come fare? Dire una bugia significa incorrere nelle ire del Sovrano, dire la verità comporterà che sarà il Re a perdere la testa. Ciò che soprattutto pesa in Don Peppino è il dolore delle tre fate (ora nella forma di una vanga, zappa e badile), perché lʼuomo non ha saputo resistere e «domani dirà la bugiuzza». Ma alla domanda del Sovrano: «che fan le mie maruzze?» Don Peppino risponde: > Bocca di Verità Bugia non vi dirà, la moglie vostra a domandarne venne; mʼoffrì quel chʼio chiedessi e tre ne ottenne. In prezzo della prima io la baciai; (...) Vanga, zappa e badil che tutto sanno, comʼio vʼho detto il ver vi attesteranno . Che morale trarre da questa fiaba? Mentre i potenti si dilettano in giochi inutili, in stupide scommesse, il povero agisce saggiamente, anche se pure lui si è lasciato ingannare. Sarà vero? «...Cuccurucù...». Ho scelto solo due racconti, perché gli altri non aggiungono molto alla letteratura ed anche alla narrazione del nostro Mezzogiorno. Giornalismo, fantastico e melodramma si mescolano insieme, dandoci una visione languida e pessimista del Sud. Lʼunico racconto di grande forza è quello di Federico De Roberto («La Paura») ambientato in una trincea della prima guerra mondiale e che parla della morte annunciata; alcuni soldati devono andare in un avamposto pur sapendo che moriranno di certo. È la morte, > acquattata, vigile, pronta a balzare e a ghermire; se bisogna andarle incontro, fissandola negli occhi, gli occhi si velano, le gambe si piegano, le vene si vuotano, tutte le fibre tremano, tutta la vita sfugge. È una pagina tragica ed estremamente attuale; ma siamo nel 1927, un altro mondo rispetto agli stanchi e ripetitivi racconti della fine dellʼOttocento. Perché non leggerlo? Niente di suggestivo e stimolante.

Vari AutoriUTET
Viaggiare in giallo
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Viaggiare in giallo

Lʼeditore Sellerio ha avviato una collana di racconti gialli con un tema specifico: si è iniziato con «Calcio in giallo» ed adesso si affronta lʼargomento del viaggio. È unʼottima idea, ma sarebbe stato opportuno che Gimenez - Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Rebecchi e Savatteri si fossero impegnati, non «tirando via», piuttosto cercando di valorizzare il legame tra lʼargomento affidato e il genere noir. Così non è stato, ne sono nati racconti noiosi, banali e inutili. Soffermiamoci sullʼunico del quale vale la pena parlare. Nella breve storia di Gaetano Savatteri, «La segreta alchimia», Saverio è un disoccupato siciliano, ha scritto un romanzo di discreto successo ed ha una fidanzata, che lavora a Milano. Si trova in un supermercato con lʼamico Pippo a far finta di comprare un televisore, tanto per passare il tempo. Non resiste alla tentazione di unʼofferta commerciale, acquista delle batterie Duracell, è il milionesimo cliente e ha diritto ad un viaggio premio, a Praga. Così, senza volerlo, si ritrova su un aereo per la città «magica», insieme con lʼamico Pippo e con la fidanzata che lʼattende nella città ceca. Lʼalgoritmo che assegna a caso i posti (un «dio elettronico», un moderno Giove) mette accanto a Saverio una splendida ragazza; > come diceva lʼingegner Gadda, le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o lʼeffetto che dir si voglia dʼun unico motivo, ma sono come un vortice , Larisa («una escort dʼalto bordo o una spia di Putin...?») travolge il giovane siciliano, con > il movimento delle sue labbra pittate di rosso, (...) la pressione del suo braccio, (...) le gambe accavallate , lo porta a pensare > al destino dei popoli, alla dittatura del proletariato, ai gulag, a Stalin... , ossia a tutti quei fatti della storia che hanno reso possibile di > stare serenamente seduto accanto allʼottima compagna bolscevica Larisa . Ma «il dio del low cost» può essere molto dispettoso: Larisa è una spia internazionale, ha con sé una chiavetta con importanti segreti industriali; chiavetta che nasconde nella giacca di Saverio per non farla prendere da altri loschi trafficanti. La vacanza diviene un thriller, con tutti i suoi ingredienti: i pedinamenti, le camere dʼalbergo devastate, le avventure notturne rischiose ma non troppo, lʼindifferenza della polizia ceca e le indagini di quella italiana, sino ad una conclusione sorprendente per la sua prosaicità. Non cʼè grande tensione, Savatteri non è Le Carré, ma soprattutto ciò che gli interessa non è la trama: vuole raccontare come un giovane italiano, che si crede un gran ganzo, possa essere abbindolato dalla prima compagna di viaggio, purché sia slanciata, bionda e con un seno prosperoso. Perché scrivere dei racconti gialli sul viaggio se non si sa cosa dire? Le regole dʼingaggio erano chiare e semplici: collocare una storia noir nel contesto del viaggio, che poteva essere di lavoro o di svago, in un paese vicino o lontano, in una grande città o in un ambiente esotico, ossia dovunque lo scrittore volesse. Ebbene, gli autori hanno fatto un vero fiasco: forse non hanno mai viaggiato, può darsi che più semplicemente non ne avessero voglia. Credo che sia stato un atto di ribellione: non si può affidare un compito ad uno scrittore, vincolarlo in confini predefiniti, il "tema", di scolastica memoria, inaridisce lʼimmaginazione e la creatività. Perché non leggerlo? È noioso e banale: la cosa peggiore per un giallo e per un racconto di viaggio.

Vari AutoriSellerio Editore
Nuovi racconti italiani
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Nuovi racconti italiani

Il libro raccoglie 29 racconti, una rassegna che comprende scrittori famosi, come Bassani, Buzzati, Gadda, Moravia, Pasolini, Pratolini, Cassola ed altri; ma anche autori meno noti, comunque rappresentativi della letteratura del nostro Paese. Non si può dar conto di tutti i racconti, peraltro molti non particolarmente riusciti, mi soffermo solo su alcuni. Essi hanno un tratto comune: parlano delle condizioni materiali di vita dellʼItalia degli anniʼ50, con un approccio tra verità e poesia, fra disegno sociale e storie personali. Carlo Bernari è oggi uno scrittore dimenticato, ma nel 1929 compose un romanzo («Tre operai»), che dava una visione realistica della condizione operaia sotto il fascismo e per questo ebbe una diffusione semiclandestina. Nel suo lungo racconto, «Il crumiro», Bernari ci parla di Peppino, un napoletano pieno di risorse: nella Bari del dopoguerra riesce a trovarsi un lavoro di «tutto fare» in una fabbrica, a costruirsi una casa, ovviamente abusiva, ad allacciarsi alla luce e allʼacqua, sempre di straforo, e a mettere su famiglia. > Alla napoletana, lo motteggiavano i suoi compagni di lavoro, quando al mattino scoprivano il rubinetto aggiustato, la nuova presa di vapore, uno scranno ricavato da una vecchia cassa da imballaggio (...). Non proprio a regola dʼarte, ma in maniera approssimativa, sì alla napoletana, comunque però era fatto . E se è vero che il tutto (la casa, il lavoro e la numerosa figliolanza) ha i suoi inconvenienti ( > ma insomma, dentro ci sentono, fuori ci vedono, mi vuoi dire che amore è questo? ) Peppino sente di avere raggiunto tanti traguardi, modesti agli occhi di oggi ma importanti nellʼItalia di allora. Quando, a seguito di una pioggia, che scrosciava da giorni, > ostruite le fogne, unʼacqua melmosa e verdognola rifluì dal sottosuolo (...) raggiunse lʼultimo cortile, dove abitava Peppino: e lì ristagnò e distrusse la casa di Peppino e della sua famiglia, annientando i suoi sogni. Con Rea, Prisco, Ortese ed altri, Raffaele La Capria appartiene a quella vena narrativa napoletana che risale a Matilde Serao. In questo breve racconto («Ninì prende il largo») La Capria parla di libertà, e lo fa con il mare di Posillipo. Ninì è uno «scugnizzo». La schiena nera, ossuta, chiazzata di sale, tuttʼuna con lo scoglio, già cominciava a scottare sotto il sole (...) Ma lʼattenzione di Ninì era concentrata nella conchetta trasparente, tra quelle quattro pietre del fondo, che se le pigliavi e le portavi su erano pietre come le altre, (...) e quando le vedevi invece sotto mezzo metro dʼacqua così chiara, erano piene di avventure«. Sta pescando il mazzone (un pesce di scoglio che»pure il gatto lo schifa > ), quando un amico gli urla di salire in barca. Ed ecco a remare verso la punta di Posillipo, a chiamare le ragazze perché si affaccino ai balconi, a fare il gradasso con chi sta fra gli scogli: e si agitava col culetto sulla prua della barca, batteva coi calcagni sui fianchi, come a spronarla. (...) Ora man mano che la barca avanzava, la linea dellʼorizzonte si spostava sempre più in là, dietro il Capo di Posillipo e il promontorio si ritirava sempre più nella costa, e davanti agli occhi di Ninì il cerchio perfetto del golfo si apriva lasciando intravedere altre distanze. (...) A ripensarci, adesso, la conchetta trasparente sotto gli scogli di Palazzo DonnʼAnna pareva a Ninì non più grande di una bagnarola > . Bonaventura Tecchi ha vinto nel 1960 il Premio Bancarella col romanzo Gli egoisti«. In»La ragazza della filanda«, la protagonista è unʼoperaia»grande e ossuta quasi quanto un uomo > , (...) conservando sotto quella membratura maschile una curiosa innocenza, in parte timida e in parte sempliciona . Non ha ancora conosciuto il sesso e ride quando le compagne le dicono che lʼamore > è un gusto, presso a poco come quello che tu hai a mangiare le cose ghiotte . > Pareva che quel suo stesso corpo, così squadrato e forte, fosse una corazza, entro la quale lʼamore non sarebbe potuto entrare per malizia, forse solo con la violenza . E così avviene: un uomo, solo perché «lʼaveva sotto mano», le fa la corte, la convince a farsi portare a casa, e quando si accorge che > davvero non era mai stata toccata dallʼamore, ne ebbe quasi un senso di rancore, (...) e quando venne il piacere rapido, violento, e la gran soddisfazione, lʼorgoglio di lui, anche allora rimase (...) la volontà di umiliar lei . E lei, piantata dopo pochi giorni, va > via sola giù per il viottolo, con quelle spalle ossute che sussultavano sotto lo scialletto, ma senza piangere. Giovanni Testori è conosciuto come autore di teatro, ma ha scritto numerosi racconti e romanzi. La breve storia «Guardati intorno ed impara» è enigmatica, tanto che fino allʼultimo non ne è chiaro il senso complessivo. Una giovane donna fugge da una casa, barcolla, si appoggia ad una parete, cerca di riprendere contatto con la vita: capisce > che non le resta nientʼaltro da fare che nascondere se stessa, non solo alle persone ma anche alle cose . È questo lʼavvio di una storia: lentamente si dispiega, comprendiamo che la ragazza ha ucciso un uomo, non perché veramente lo volesse, ma per un meccanismo familiare. Sorella, fratello e madre sono legati tra di loro da un nodo, che > nella sua elementarità era quasi tragico: legami che venivano trattenuti da ogni espressione sentimentale, ma che si manifestavano nella loro forza, allorché la vita della famiglia attraversava qualche situazione difficile. Allora una parola, una domanda o un semplice riferimento bastavano perché i tre si ritrovassero costretti e quasi dannati a un solo destino. (...) Sarebbe stato necessario distruggere, a furia di poter tutto, ogni residuo umano. Le storie di Peppino, di Ninì, dellʼoperaia della filanda e della giovane donna sono paradigmatiche di una società e di una condizione esistenziale. Darsi da fare, spesso inutilmente, desiderare la libertà, anche di un momento, accontentarsi di un amore qualunque, lasciarsi intrappolare dai meccanismi familiari, sono i tratti caratteristici di unʼItalia che è lì lì per cambiare, ma nella quale prevale ancora la rassegnazione. Pur nel pessimismo prevalente i quattro racconti esprimono forza narrativa e innovazione: gli autori costruiscono trame eleganti ed interessanti, personaggi significativi e di spessore, hanno qualcosa da dire e lo fanno con una scrittura colta, ma già contemporanea. La lingua parlata sta entrando in quella scritta e lo farà poi in modo prepotente, per ora serve a non far fare ai racconti "la figura barbosa e barbina dellʼantiquato (Antonio Baldini nellʼintroduzione). Perché non leggerlo? Sono quattro bei racconti, ma non valgono la fatica di leggere oltre cinquecento pagine..

Vari AutoriNuova Accademia
Le mille e una notte volume I
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Le mille e una notte volume I

«Le mille e una notte» è un manoscritto arabo probabilmente risalente al califfato Abbaside, tra 750 e il 900 dopo Cristo: il contesto è il favoloso impero di Bagdad, esteso dal Nord Africa alla penisola araba sino all'Asia Centrale e all'India. La scoperta fu di Antoine Galland all'inizio del settecento e da allora il testo si diffuse in Occidente creando stupore e scandalo: nacque l'orientalismo. A causa delle tante versioni dell'opera va precisato che la recensione fa riferimento al testo stabilito sui manoscritti originali da René R. Khawan. Cominciamo con la  «Tessitrice delle notti». Il re è stato tradito dalla moglie: un moro «le alzò in aria le gambe, le scivolò tra le cosce e la penetrò».  Da quel momento il sovrano decide di prendere in sposa ogni notte una fanciulla e di ucciderla all'alba. La figlia del visir, Shahrazad, la quale «aveva letto libri e scritti di ogni genere», chiede al padre di combinare il matrimonio con il re, dicendo: > o mi innalzerò nella stima dei miei simili liberandoli dal pericolo che li minaccia, o morrò o perirò senza speranza di salvezza, condividendo la sorte di quelle che sono morte e perite prima di me . Il padre cerca di dissuaderla con storie che invitano ad una vita prudente e schiva, ma la figlia, testarda e sicura di sé, gli risponde che potrebbe presentargli altre storie che portano a conclusioni diverse. Ed ecco il fulcro di «Le mille e una notte»: la parola.  Con l'invenzione letteraria, l'affabulazione e la poesia si possono affrontare le situazioni più difficili,  vincere gli spiriti maligni e, persino, volgere a proprio favore la volontà di Dio. Secondo l'interpretazione generalmente condivisa, in realtà non confermata dalla struttura dell'opera, ogni notte Shahrazad narra una storia al re: affascinato, il sovrano tiene in vita la ragazza per il desiderio di sentire un altro racconto sino a farne la sua sposa per tutta la vita. Miracolo della parola! L'opera ha un modello ripetitivo: c'è un racconto di base all'interno del quale si sviluppano altre storie, tutte  finalizzate a convincere e meravigliare l'interlocutore. La narrazione in prosa è intercalata da poesie secondo uno stile tipico della civiltà Abbaside. Conviene lasciarsi avvincere, pur tuttavia è possibile ritrovare alcuni filoni comuni. Nel celeberrimo «Il pescatore e il Jinn» il tema è l'astuzia. Un pescatore libera un diavolo imprigionato per secoli dentro un vaso nel fondo del mare. Una volta fuori, il Jinn vuole uccidere il pover'uomo. Il pescatore fa leva sulla vanità del diavolo sfidandolo a mostrargli come può stare chiuso in un piccolo vaso; è un raggiro per imprigionare nuovamente il Jinn. Alle implorazioni e alle promesse di quest'ultimo il pescatore gli risponde con racconti che mostrano la saggezza della poesia: > avrebbero potuto mantenersi giusti e puri,/ma hanno abusato del loro potere/ e il mondo  a sua volta li ha oppressi/(...) eccoli restituiti al loro squallore... Vorremmo lasciarci sprofondare nel fascino delle storie  del «pescatore e il Jinn» (secondo il verso «se ritorni, noi torneremo»), ma dobbiamo correre ad illustrare l'altro magnificente racconto: «Il facchino e le dame». Qui il tema è la clemenza, a sua volta frutto dell'amore. Un facchino si ritrova nella casa di tre dame, sono di una bellezza perfetta, che fa dire al poeta. > inviolata...quand'io la supplico concedermi/l'amplesso. Bellezza le consiglia/di mostrarsi generosa,/ ma Civetteria le proibisce di accettare . Arrivano tre mendicanti con un occhio solo e poi persino il sultano con il visir. Ha luogo un convivio nel quale gli ospiti sono legati da un giuramento:  > tutto che ci vedrai fare, tutto ciò che osserverai intorno a noi...non cercare di capirne la ragione . Troppo, però, è la stranezza di ciò che vedono da non indurre gli ospiti a fare domande. Compaiono dieci mori pronti a tagliare la testa degli incauti, che non hanno mantenuto l'impegno preso. Per placare l'ira delle tre dame i mendicanti raccontano la loro storia e chiedono clemenza: sarà data a tutti gli ospiti tanta sono la meraviglia dei racconti e il piacere che ne hanno ricavato le tre magnifiche fanciulle! Come si può punire quando si canta l'amore? > La donna prese l'arma e avanzò finché non fu di fronte a me. (...) La guardai a lungo. (...) Le sue guance espressero allora i sentimenti che occupavano la sua anima, e mi tornarono alla mente i versi del poeta: se tace la mia bocca, parlano i miei sguardi/che ti diranno quel che non posso dire,/perché l'amore rende manifesti/i sentimenti in me celati.(...)/l'uno è scrittore di genio, benché la sua retorica sia solo debitrice al gioco delle palpebre;/l'altro è non meno fine letterato/benché solo con l'occhio si esprima . Capiamo da questi versi come la parola ammaliatrice sia frutto anche della recitazione orale e gestuale, il tutto in dolce compagnia dove ci sono una musica gradevole, un profumo soave e la felicità dell'amplesso, perfetta > solo se fornita di questi quattro elementi/bella età, vino,/un corpo amato, delle monete d'oro... Si possono indagare i tanti temi sottostanti all'opera, da quelli filosofici alla rappresentazione di una società che aveva al centro la bellezza, l'arte, la ricchezza, il soprannaturale e la magia, in un clima generale di violenza e di sopruso da parte del sovrano. Non poniamoci troppe domande; perdiamoci nei racconti, nelle loro trame sbalorditive, nei fatti e nei personaggi incredibili, frutto di una fantasia rigogliosa e incontenibile; concediamoci il piacere dei tanti versi, ammaliatori e misteriosi come il seguente: > il giuramento che mi lega, l'ho prestato/per l'ebbrezza che suscita in me il battere/della sua palpebra, per la curva dei suoi fianchi, /per le frecce stregate che mi lancia/ (...)fuggiti sono i dolori come al sorgere radioso/del sole, lasciando perplessa la luna./L'astro del giorno era in anticipo?/Voleva forse già metterla in fuga?... Perché leggerlo? Sbalorditivo, magnifico, affascinante, esplosione dell'immaginazione.

Vari AutoriRCS / Rizzoli
Italia in Giallo
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Italia in Giallo

Il quotidiano La Stampa ha offerto con il giornale una serie di racconti di Noir: Macchiavelli, De Silva, Fois, Lucarelli, Manzini, Carlotto, Simi, Robecchi, Malvaldi, Fantini e Pariani, Cassar Scalia, Pastor, Recami, de Giovanni, De Cataldo e Savatteri. E' stata un'ottima iniziativa: ha permesso di passare in rassegna i principali scrittori italiani del genere. Emerge come il Noir italiano sia di ambientazione, quest'ultima costruita intorno ad un personaggio, in generale un commissario di polizia; la trama è in secondo piano e spesso scontata. Negli autori del Nord il contesto è realisticamente crudo, specchio di un'Italia amorale e senza prospettive; laddove si parla del Sud l'ambiente è trasfigurato in una fantasia di fuga dalla desolazione della società meridionale, aspirazione resa sognante dall'uso civettuolo del dialetto, secondo lo stile di Camilleri. Mi soffermo su alcuni di questi racconti. La «febbre» di Maurizio de Giovanni ci porta a Napoli e già dal titolo ricorda «Il Paese di Cuccagna» di Matilde Serrao (si veda recensione su questo sito). La febbre è il gioco del lotto e la vittima è «l'assistito», ossia colui che dà i numeri ricevuti dall'al di là. Non possiamo non avere simpatia per un commissario così coinvolto con la sorte dell' ucciso. > Nell'immagine che si presentava allo sguardo della mia anima, e di cui la mia anima condivideva la sofferenza, il sangue scendeva come una lunga, ininterrotta lacrima verso il basso, imbrattando la guancia, il collo e il davanti della vestaglia . Il racconto trasuda di napoletanità: arioso, raffinato nella lingua e nella sintassi, con una trama ben costruita, la breve storia dell'«assistito» ci invita a leggere altri lavori di de Giovanni.  In «Romanzo Criminale» (vedi recensione in questo sito) Giancarlo Cataldo aveva fornito un affresco desolante e rassegnato dell'Italia e di Roma in particolare, lasciando in secondo piano i personaggi, di fatto stereotipi criminali. Nel racconto dal titolo emblematico di «Medusa» è la protagonista il centro della narrazione. Oggi anziana insegnante in pensione, conosciuta per la sua severità, la professoressa Blasi ha trascorso la vita in una singolare relazione con un barone omosessuale. E quando questi fu ucciso, > al Caffè centrale non si parlava d'altro. E se ne parlava all'uso salentino, con poca o nulla pietà , ma se > al barone, in fondo in fondo, tutto si poteva perdonare: era nato così, e così doveva finire. Ma a lei, a lei no, quell'ostinazione senza causa gliel'avrebbero rimproverata per l'eternità . Bisogna ammetterlo: De Cataldo ha un passo in più rispetto agli altri autori italiani di Noir, nello stile e nei contenuti. Immaginiamo un anziano in una Milano «con quel cielo giallo che non faceva presagire niente di buono», che cosa può pensare quando gli suonano il campanello? In questa piccola chicca, «Ottobre in giallo a Milano», Francesco Recami sviluppa una vicenda surreale, eppure verosimile. L'anziano pensionato colpisce con una chiave inglese un intruso, presentatosi come commissario di polizia; preso dalla paura per quello che ha fatto, non si rivolge alle forze dell'ordine come avrebbe dovuto fare un bravo cittadino, invece con l'aiuto di un conoscente manigoldo getta il corpo sanguinante e privo di conoscenza davanti al Pronto Soccorso e poi si rifugia nei bassifondi della società con l'aiuto di un nipote furfantello, un po' pusher e molto avido. Che fine farà il nostro vecchietto in una Milano, > dove sembrava che fosse scoppiata la bomba nucleare, almeno così nei film colorano il cielo postatomico ?  Avevo conosciuto Recami in un altro racconto «Progresso-Audace 3-22» (vedi recensione in questo sito in «Il Calcio in giallo»), ed avevo apprezzato l'elegante narrazione di paradossi inquietanti del nostro tempo: credo che sia interessante approfondire l'autore con veri e propri romanzi. Quanto mi piace Gaetano Savatteri! La trama è inconsistente ma c'è ironia da vendere! Come in «La segreta alchimia» (vedi recensione in questo sito in «Viaggiare in giallo»), il protagonista è un disoccupato giornalista, continuamente preso in giro da un amico fraterno e da una forse fidanzata, architetta innamorata dell'opera d'arte, splendida e superflua. La città è Gibellina, dove il terremoto del Belice ha prodotto una ricostruzione fatta di urbanistica razionalista e di edifici e monumenti di grandi artisti; peccato che il paesaggio è un deserto, un abbandono surreale, lasciato com'è dagli abitanti, in fuga al Nord e all'estero. La fine ironia, l'affettuosa descrizione del contesto, la retorica dei riti istituzionali, la conferenza annuale, il buffet e la visita al museo, i personaggi rinchiusi nei propri ruoli, sono tutti elementi alla base di una denuncia politica e sociale, esposta con leggerezza e quindi non banale. E' un racconto da leggere. Perché leggere questi racconti? Sono interessanti e piacevoli.

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