Lev Tolstoj
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La sonata a Kreutzer
Durante un lungo viaggio in treno i passeggeri cominciano una discussione sullʼistituto del matrimonio. Ci può essere affinità spirituale nella vita coniugale o essa non è che > un inferno orripilante, per via del quale si finisce alcolizzati, ci si spara o si ammazza ? La conversazione si interrompe bruscamente quando un viaggiatore dichiara di essere «quello che, guarda un poʼ, ha ucciso la moglie». Ed inizia a narrare la sua storia. Come la maggior parte degli uomini ha condotto per molti anni una vita licenziosa, frequentando bordelli e disprezzando le donne, delle quali cercava solo il piacere sessuale. Poi, come tutte le persone della sua classe sociale, si è ammogliato, perché così si deve fare. Già nella luna di miele, > lʼinnamoramento si era esaurito con la soddisfazione dei sensi, e ci ritrovavamo lʼuno di fronte allʼaltra nellʼeffettiva natura dei nostri rapporti, che erano quelli di due egoisti, assolutamente estranei lʼuno allʼaltra, che non desideravamo nulla più che trarre dallʼaltro quanto più piacere possibile . Per molte pagine la storia è lʼoccasione per parlare del matrimonio e più in generale delle relazioni tra uomo e donna: riflessioni sulle quali ritornerà più chiaramente Tolstoj nella postfazione. Dobbiamo vivere una vita autentica, dice il grande scrittore russo, al servizio di un ideale superiore: lʼamore per Dio e per il prossimo. Su questa strada il matrimonio, mera ottemperanza a regole esteriori, è un elemento di disturbo, perché > si finisce per dedicare il periodo migliore della propria esistenza, rispettivamente gli uomini ad adocchiare, ricercare e possedere i migliori oggetti dʼamore, sotto forma di relazioni amorose e matrimonio, e le donne e le ragazze ad attirare e coinvolgere gli uomini in una relazione o nel matrimonio . E a chi gli ribatte che il matrimonio legittima i rapporti sessuali senza i quali non ci sarebbe la procreazione e quindi si estinguerebbe la specie umana, Tolstoj risponde in modo drastico: > un cristiano sarebbe consapevole di non commettere peccato o di non cadere, sposandosi, solo nel caso che il necessario per lʼesistenza di tutti i bambini del mondo fosse garantito . Ma allora il racconto è un saggio morale? In gran parte sì e così lo hanno interpretato i contemporanei. Ad un certo punto, però, cʼè una svolta inattesa. Il protagonista, lʼassassino narratore, assiste al concerto della moglie, che suona, insieme con il suo amante, un pezzo di Beethoven, il primo presto della Sonata a Kreutzer. Molti autori hanno scritto della musica, il più delle volte accostando lʼascolto ad un elevazione dellʼanimo umano. Tolstoj ci stupisce ancora una volta. > Dicono che per effetto della musica lʼanima si elevi: sciocchezze, non è vero! (...) La musica mi costringe a dimenticarmi di me stesso, del mio reale stato dʼanimo, mi trasferisce in una situazione diversa, estranea; sotto lʼeffetto della musica mi sembra di sentire quello che in realtà non sento, di capire quello che non capisco, di potere quello che non posso. (...) Su di me, quanto meno, questo pezzo ha avuto un effetto tremendo; mi sono rivelati dei sentimenti che mi parevano del tutto nuovi, nuove possibilità che prima di allora non conoscevo. Non come avevo fino allora pensato e vissuto, ma come se una nuova voce parlasse nella mia anima . E si solleva nella coscienza del protagonista una forza irrefrenabile, che il lettore ha già incontrato nelle ultime pagine di Anna Karenina, immediatamente prima del suicidio: > un qualche demone, certo estraneo alla mia volontà, escogitava e suggeriva le ipotesi più raccapriccianti . Da questo momento in poi il racconto, prima lento e un poʼ noioso, diviene incalzante e travolgente, sino ad una scena drammatica. Tornato dʼimprovviso a casa, sorprende la moglie e il presunto amante nel salotto; prima aggredisce lʼuomo, il quale fugge, peraltro non inseguito («era ridicolo correre in calzini» anche durante un omicidio prevale la decenza borghese!); poi si scaglia sulla moglie, pugnalandola a morte. Ha pure lʼimpudenza di chiederle perdono. «Perdonarti? Sono sciocchezze. Se solo potessi non morire!» risponde la donna. Il racconto si gioca tutto nelle ultime quaranta pagine, sia dal punto di vista letterario che per quanto riguarda i contenuti. La narrazione dellʼomicidio, come atto finale di un lucido e folle odio, è di una forza espressiva incredibile: pur prevedendo lʼinevitabile conclusione, il lettore spera fino allʼultimo che succeda qualche cosa (un ravvedimento della coscienza, lʼintervento di qualcuno), poi si arrende dinanzi ad una frase terribile nella sua fredda constatazione. > Ho sentito e ricordo lʼostacolo momentaneo che frapponeva il corsetto, e sotto ancora qualcosʼaltro, poi il coltello che affondava nel morbido . La riprovazione di Tolstoj per lʼuomo è chiara e netta: la vittima è la donna, il colpevole è il marito, il quale è ben cosciente di ciò che sta facendo. I giudici decideranno diversamente e giustificheranno lʼomicida per il presunto adulterio. Non lo proscioglierà la coscienza e il racconto si chiude con una disperata richiesta di perdono. Perché leggerlo? Se si superano le prime ottanta pagine, si può leggere una storia di femminicidio, narrata da un grande scrittore.
Anna Karenina
Il romanzo racconta due vicende che si svolgono in parallelo e che trovano origine nel rifiuto di Kitty di sposare Levin, preferendo il bello e aitante ufficiale Vronskj. Da questo atto di vanità e di leggerezza, immediatamente sconfessato dall’innamoramento di Vronskj per Anna Karenina, prende le mosse il percorso di Levin, il suo amore per la campagna, il suo avvicinamento a Kitty sino al matrimonio e alla scoperta della fede; e si sviluppa invece la triste storia di Anna, la sua relazione con Vronskj, l’abbandono del marito, la convivenza all’estero, in campagna e a Mosca sino al tragico suicidio. Si è in presenza di una trama «ufficiale», che vorrebbe, forse, esprimere il pensiero e il messaggio di Tolstoj: solo l’attaccamento ai valori religiosi e a quelli tradizionali della Russia possono salvare l’uomo e il paese, mentre la vanità e l’ipocrisia, caratteristiche tipiche dell’aristocrazia, non possono che condurre alla distruzione personale e al disfacimento morale e sociale di un popolo. Il generoso e profondo Levin trova nelle responsabilità del matrimonio, della famiglia e della gestione della terra la risposta ai propri interrogativi sociali ed esistenziali. Non sono le nuove tecniche di produzione, le teorie economiche e i filosofi a dargli questa risposta, ma la vita stessa gli ha dato la rivelazione attraverso la coscienza del bene e del male. > Non ho acquistato il sapere, ma mi è stato dato... perché io, con le mie sole forze, non avrei potuto conquistarlo . L’elegante e colta Anna, invece, che non ha rispettato i legami con i tradizionali sentimenti religiosi e sociali della Russia, è condotta, suo malgrado, alla disperazione: > quante cose, (quando ero bambina) che a quei tempi mi parevano belle e inaccessibili ora mi paiono misere! E quel che possedevo allora, ora è perduto per sempre . Ma la contraddizione tra la ragione, che conduce alla morte, e la fede che conduce alla vita è presente sino agli ultimi momenti della vita di Anna: > Sì tutto mi disturba, mi tormenta. La ragione ci è data per liberarci da quello che ci tormenta. Dunque, bisogna che me ne liberi. Perché non spegnere la luce, se non si ha più voglia di vedere nulla, se non si prova più altro che avversione nel guardare le cose?....ad un tratto il buio che avvolgeva ora ogni cosa per lei fu squarciato e la vita le si presentò per un attimo con tutte le sue chiare gioie passate... Signore, perdonatemi tutto! proferì ancora, sentendo l’impossibilità di lottare. Il Mugik, borbottando qualche cosa, lavorava sulle fondamenta . Via via che si sviluppa il romanzo, il personaggio di Anna Karenina assume una vita autonoma, che travalica le stesse finalità dell’autore e che le dà peculiarità ben differenti da quelle richieste dalla trama ufficiale. Sembra quasi che Tolstoj si innamori di questa sua creatura e non riesca a farla stare all’interno del ruolo progettato. Dapprima è evidente che Anna è una figura vacua e vanesia, che risponde appieno ai falsi canoni dell’aristocrazia russa, ma poi lentamente cresce la complessità di questo personaggio, che ricerca l’amore assoluto e una vita autentica, al di fuori delle ipocrisie della società. Anna è agitata da un profondo senso di colpa, per l’abbandono del marito e soprattutto del figlio, ma tuttavia sente di non essere colpevole, perché vuole soltanto «vivere la sua vita» in modo sincero e vero. Da questo punto di vista non la si può definire una figura romantica, in quanto la storia di amore è importante ma costituisce in fondo il fattore scatenante di unʼaspirazione spirituale più profonda: la volontà di vivere la propria libertà senza ipocrisie e false convenzioni. Anna Karenina è un personaggio tragico, che si distrugge e distrugge gli altri, quasi spinta da un demone (il sogno del vecchio Mugik) e da un destino che è al di sopra della sua stessa volontà. Nel corso del romanzo si attua una sorta di «rovesciamento», una profonda modifica di prospettiva, che porta all’esaltazione del personaggio di Anna, apparentemente fragile e colpevole, rispetto ai più noiosi e piatti Levin e Karenin.
Guerra e pace
Il libro tratta delle guerre napoleoniche e in particolare dell’invasione dei francesi della Russia, del saccheggio di Mosca e della sconfitta di Napoleone. Nelle prime parti del romanzo la guerra è qualche cosa di lontano, una questione dei potenti, dei loro giochi diplomatici, mentre > la vita, la vera vita degli uomini, con le sue necessità fondamentali concernenti la salute, la malattia, il lavoro, il riposo... , si svolgeva, come sempre, indipendentemente e al di fuori dell’amicizia e dell’ostilità politica con Napoleone Bonaparte e al di fuori di tutte le possibili riforme . Esistono quindi diversi piani di narrazione:i grandi fatti politici e militari, le battaglie e le rivalità politiche, narrando le quali Tolstoj esprime sin dall’inizio uno dei temi fondamentali del libro. La sua filosofia della storia è che tutto si compie sulla base di un fine, che è non è dato agli uomini comprendere, perché opera della Provvidenza Divina. Questa concezione filosofica contrasta, poi, con l’evidente rappresentazione della guerra come distruzione, sofferenza e morte, ossia una catastrofe, che non salva né vinti né vincitori;la vacua vita della corte e degli aristocratici, rinchiusi nel loro sistema di relazioni, nei piccoli piaceri mondani e negli intrighi: tutti comportamenti che continuano durante lo stesso saccheggio di Mosca, noncuranti del pericolo che incorre sul paese;la ricerca di una spiegazione dell’esistenza, che viene rappresentata da Pierre (la massoneria e le idee della democrazia francese), dai tormenti del principe Andrea (che coglie sin dall’inizio l’assurdità della guerra e fugge inorridito), dalla fiducia nella religione della principessa Maria;la vita familiare dei Rostov, fatta di piccoli fatti autentici, della scoperta dell’amore di Nastascia, dell’affetto infelice di Sonja per Nicola, delle prime infatuazioni, delle feste e dei ricevimenti. Questa struttura del romanzo si rompe con l’invasione dei francesi, quando la guerra entra nella vita civile. Come dice il principe Andrea, > anche mio padre faceva costruire a Lissia Gori e credeva che quello fosse il suo posto, là fosse la sua terra, la sua aria, fossero i suoi contadini; ma venne Napoleone e, senza sapere della sua esistenza, lo urtò, gettandolo, come una scheggia, fuor dalla strada e crollarono Lissia Gori e tutta la sua vita . La guerra rimescola i diversi piani narrativi del romanzo e sconvolge la vita dei protagonisti, aprendo percorsi che sembravano impossibili, ma sono resi possibili dalla sofferenza, dalla necessità e dall’autenticità che viene richiesta dai fatti eccezionali. Maria viene salvata da Nicola e se ne innamora, Pierre capisce nella prigionia, a contatto con le privazioni, la morte e le persone semplici, le radici della serenità e della felicità, Natascia conosce l’amore assistendo Andrea e coglie gli aspetti veri, e non superficiali, del rapporto di amore e quindi si prepara ad accettare l’affetto di Pierre. Tutto si conclude nella scoperta della valori fondamentali (la famiglia, il matrimonio, il piacere della campagna e della buona gestione, la religione) in un «osanna» della tradizione e del bene. La forte impronta religiosa e filosofica va a detrimento della profondità e complessità dei personaggi e delle vicende narrate. I protagonisti sono stereotipi di ruoli sociali e familiari e non emergono tormenti reali, effettive evoluzioni e cambiamenti. Il ritmo della narrazione è veloce, se si escludono le digressioni filosofiche, ma ciò è dovuto a una successione di episodi, che, in certi casi, decadono in flash estemporanei rispecchiando, paradossalmente, la struttura di una fiction moderna. Si salvano alcune pagine: la visita di Nicola all’ospedale militare con la visione degli infermi in condizioni igieniche spaventose, la battaglia di Borodinò, la mescolanza tra soldati russi e prigionieri francesi, ricondotti a un unico destino, la morte di Andrea e i tormenti di Maria e di Natascia. Da questo punto di vista non si può condividere l’opinione espressa nell’Enciclopedia Treccani, che volge in positivo ciò che è invece il più profondo limite dell’opera. > Ciò che maggiormente colpì e colpisce in questa epopea a motivi ricorrenti e pur sempre nuovi, è l’assenza in essa di ogni arbitrio d’arte, il fondersi completo dell’arte con la vita. Sostenute da una prosa tutta sostanza e senza ombre di orpelli, le diverse fila del racconto si annodano e disciolgono con spontaneità assoluta. Vi si celebrano con la stessa devozione, umile e solenne, la vita e la morte. Dai protagonisti alle comparse, tutti hanno una loro inconfondibile individualità, e tutti, a loro volta, sono come assorbiti da una umanità che è in essi e sopra di essi. Soltanto verso la fine del romanzo si avverte la presenza dell’autore che ha una tesi da difendere e da predicare. E questa presenza sarebbe invero urtante, se essa non ci riportasse all’essenza stessa dell’opera: l’uomo non crea nulla, non domina nulla, egli segue la marcia inevitabile dei fatti che si svolgono dinanzi ai suoi occhi . L’attualità del romanzo sta nella dolorosa rappresentazione della guerra, nei suoi effetti devastanti sui soldati e sulla società civile. In questo senso il tema dicotomico della guerra come un insieme di eventi lontani, che non toccano le coscienze, e della guerra come ingresso violento nella vita quotidiana costituisce un elemento di riflessione valido anche per l’attuale situazione politica. Tolstoj non condanna la guerra in se stessa (è evidente il suo apprezzamento della guerra partigiana e la concezione romantica della guerra come liberatrice dei valori autentici), ma sembra, soprattutto, condannare la guerra come «gioco» diplomatico e politico, che trascura l’impatto di sofferenza e di dolore sul popolo.


