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Emilio Salgari

Emilio Carlo Giuseppe Maria Salgàri è stato uno scrittore italiano di romanzi d'avventura molto popolari.

Libri di quest'autore

L'Eroina di Port-Arthur
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L'Eroina di Port-Arthur

Emilio Salgari era molto veloce a costruire storie intorno ad avvenimenti che impressionavano il pubblico; e lo faceva mescolando un so che di esotico con guerre e storie d'amore. Così era stato per "La capitana del Yucatan" e per "Le Stragi delle Filippine" (si vedano le recensioni in questo sito), e così è in questo romanzo, pubblicato sotto falso nome nel 1904. Il contesto è la guerra russo-giapponese del 1904-1905, in cui > il piccolo Giappone, come lo chiamavano sprezzantemente i russi ha affrontato e vinto il grande Impero Russo. Il luogo è Port-Arthur, punto d'ingresso per la conquista della Corea e allora in possesso dei russi. Il racconto si avvia con una scena di splendore e decadenza insieme: un "daimio" (ossia un feudatario) passa tra la folla con accanto la bellissima figlia, Shima. > Non aveva che sedici, (...) non alta, di forme squisitamente modellate, con occhi di un nero intenso che nulla avevano di obliquo, (...) pelle dai riflessi alabastrini, (...) con una boccuccia bellissima, dalle labbra un po' sottili, indizio di un'energia straordinaria. Ci sarà un magnificente ricevimento a casa del daimio per il fidanzamento di Shima con Boris, un ufficiale russo. Il futuro sposo non si presenta: ha una relazione con una geisha e sa che sta per scoppiare la guerra con il Giappone, che rende impossibile il matrimonio con una giapponese. La città è immersa in un clima d'attesa, che permette alle due donne di fronteggiarsi: Shima, > cogli occhi sfavillanti ed il volto acceso, chiede alla geisha se ama veramente Boris; l'altra le implora di lasciarle il suo amore, > perché strappare a me, povera geisha, l'amor d'un solo uomo, e che è il solo che mi abbia veramente amata e che io amo? Sono un povero fiore gettato in balia del vento, destinato ad appassire se nessuno mi raccoglierà e mi esporrà alla rugiada ed al sole. Mai nei suoi tanti romanzi Salgari ha narrato un conflitto di tanta passione e risvolto sociale, tra una bella e ricca aristocratica e una povera prostituta innamorata. In uno scrittore così attento all'opinione pubblica si percepiscono echi di Gabriele D'Annunzio, Guido Gozzano, Gian Pietro Lucini e dei poeti “maledetti” francesi come Paul Verlaine e Charles Baudelaire. Purtroppo, il conflitto sociale e amoroso non si evolve perché irrompe la guerra; e sulle due donne s'impone un solo dovere: servire la patria, il Giappone. > La patria! , esclamò la geisha, con un improvviso slancio d'entusiasmo, (...) Il pericolo che corre la patria in quest'ora solenne, unisce popolo e nobiltà per la difesa suprema del paese e colma gli abissi che li dividono, disse Shima con voce grave. Se l'attirò fra le braccia e la baciò sulla fronte, dicendo: per la patria! E non siamo più nella lontana Port-Arthur, e come se celebrassimo i martiri di Dogali e di Adua, gli eroi che hanno difeso la Nazione dai feroci etiopi! Salgari canta l'Italia nazionalista, colonialista e irredentista, che con esultanza andrà in Libia e poi a liberare Trento e Trieste, nella grande mattanza della prima guerra mondiale. Il "piccolo" Giappone è lo specchio della nuova Italia: i suoi morti caduti in battaglia i futuri martiri, le due donne sono tutte le madri, le spose e le figlie che rinunzieranno ai propri affetti per la Patria. Attento lettore dei reportage di guerra, Salgari mostra una notevole conoscenza delle dinamiche dello scontro navale in atto a Port-Arthur, in cui la potente flotta giapponese, ben guidata ed equipaggiata, bloccò le navi russe nel porto, chiudendo poi la città in una tenaglia dal mare e dalla terra. Proprio la vastità e la durata della battaglia rendono difficile per Salgari dare chiarezza all'insieme e mettere in risalto i colpi di scena. L'autore si muove meglio quando ci sono poche navi a confrontarsi ed è facile focalizzare il lettore sui luoghi fondamentali per l'azione. Nello stesso modo, Salgari abbandona il suo modello narrativo, con una figura centrale e alcune di spalla. Qui potrebbe essere Shima, ma "l'eroina" viene travolta dalle vicende e per lei è difficile coabitare con le figure minori. E dov'è il nemico, il traditore Boris? Il sistema dei personaggi lacunoso e indecifrato è il punto debole di questo romanzo. Perché leggerlo? Per un po' si vagheggia il Salgari del "Corsaro Nero" (si veda la recensione in questo sito).

Emilio SalgariFabbri
La perla sanguinosa
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La perla sanguinosa

Benché si facesse chiamare "Capitan Salgari" lo scrittore veronese non ha mai viaggiato; si è affidato per i suoi romanzi ai numerosi resoconti degli esploratori e geografi, che riportavano in Europa la scoperta di mondi prima sconosciuti, resoconti che mescolavano notizie attendibili con altre fantasiose, intrise di crescente razzismo. Il nostro scrittore è sempre stato abile a cogliere tempestivamente "la moda", ricorrendo la bramosia del pubblico ad avere novità strane ed esotiche. Già dal titolo misterioso ed evocativo si entra nell'atmosfera: "la perla sanguinosa" è una perla di rara bellezza, rubata da un tempio sacro a Ceylon, l'attuale Sri Lanka, e intrisa del colore del sangue del ladro che l'aveva rubata e che era poi affogato nel grande banco di Manaar, una estesa secca situata tra l'India meridionale e Ceylon. Dietro la perla c'è una storia d'amore: una fanciulla si è dovuta fare monaca buddista e potrà essere riscattata solo con la consegna della perla sanguinosa; a contendere la perla e la fanciulla ci sono un umile pescatore di perle e il Guercio, un malvagio impostore; entrambi si trovano nella prigione di Port Cornwallis, una colonia penale inglese situata nell'arcipelago delle Andamane, un gruppo di isole al centro del Golfo di Bengala. È dalla prigione che prende avvio il romanzo: tre carcerati (il nostro pescatore, un marinaio inglese e un macchinista indiano, tutti ingiustamente imprigionati) riescono a fuggire dalla colonia e con una fragile barca si dirigono verso Ceylon per recuperare la perla sanguinosa e riscattare l'amata fanciulla. Non solo sono inseguiti dal Guercio ma devono affrontare una serie di avventure: dall'assalto di un vampiro del mare, forse un "lamprede", un pesce con una bocca a ventosa che si nutre del sangue, a una terribile tempesta con onde gigantesche, sino ad essere catturati dalla regina di Nikobar che vorrebbe fare suo sposo il bell'inglese, come Circe con Ulisse. La fantasia di Salgari non ha limiti, inventandosi i Vadassi, dei quali lo scrittore narra la storia del valoroso capo Adikar, che, affascinato da Napoleone, ne voleva ripetere le gesta, portando a trionfo il suo popolo, una sorta di Sandokan selvaggio; e che dire dei "delfini crocefissi", in realtà un piccolo cetaceo che vive nelle acque antartiche, ben lontano dal golfo del Bengala. Alla confusa ricchezza di riferimenti geografici, zoologici a antropologici fa riscontro una storia confusa, ricca di avventure, ma spesso ripetitive e prolisse. Il modulo narrativo di Salgari è imperniato su una figura principale e alcuni personaggi di spalla, che alleggeriscono la narrazione e mettono in risalto il protagonista. Quando se n'è allontanato con successo, come in "Capitan Tempesta" e in " La stella dell'Araucania" (si vedano le recensioni in questo sito) è perché ha saputo costruire una storia d'amore convincente e intensa. L'ambiente, pur presente, è sempre rimasto sullo sfondo, strumentale a costruire un'atmosfera esotica e misteriosa. Qui le funzioni narrative si sono capovolte: al centro c'è l'ambiente, il gruppo di carcerati in fuga è piatto, senza un leader (emerge ovviamente l'inglese ma è una figura sbiadita), e senza una gerarchia dei ruoli; la storia d'amore resta sospesa e lontana, e il cattivo viene facilmente sconfitto. Sovrapporre avventure e descrizioni terrificanti non riesce a dare ritmo al racconto e ad avvincere il lettore. Ci appaghiamo solo di alcune descrizioni, come quando si racconta la lotta con il vampiro: > si era avvinghiato al mio corpo con tutti i tentacoli e gli occhi del mostro, quegli occhi enormi e glauchi, erano fissi su di me, immobili, come assaporare il mio supplizio e attraverso quel corpo quasi trasparente vedevo il travaso del mio sangue scorrere dalle ventose alla bocca e passare quindi nel ventricolo. Perché leggerlo? Come testimonianza di come si vedeva il mondo nell'Italia dell'Ottocento.

Emilio SalgariFabbri
I minatori dell'Alaska
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I minatori dell'Alaska

Il vero titolo dei «Minatori dell'Alaska» dovrebbe essere «la grande attraversata delle pianure e delle Montagne Rocciose sino all'Alaska»; infatti la ricerca dell'oro è marginale rispetto all'intera storia, occasione per Salgari per narrare l'ambiente nord americano così come veniva raccontato nell'Ottocento. Per avvicinarsi alla vera storia dell'West, e degli Stati Uniti, consiglio il libro di Massimiliano Galanti «La questione indiana» Odoya 2016. Lo schema è quello tipico di Salgari. C'è il protagonista, Bennie il Grande Cacciatore, così descritto: > alto, muscoloso, dalle braccia poderose, il petto ampio, con una testa energica, coperta da una lunga capigliatura nera, inanellata, che cominciava già a brizzolarsi, con occhi penetranti e una barbetta tagliata a punte . Insomma Buffalo Bill! A fare da spalla, secondo il tradizionale modello salgariano, ci sono: un messicano compagno di Bennie ( > molto bruno, paffuto, (...) con gli occhi nerissimi, il vero tipo ispano-americano ) e due italiani, superstiti di una scorreria indiana. Falcone è stato scotennato e miracolosamente sopravvissuto, conosce a fondo le miniere dell'Alaska, ricca d'oro, ed è in possesso di uno strumento fondamentale per la ricerca del metallo prezioso:  un particolare setaccio per permetteva di non immergersi nell'acqua per pulire l'oro dalla terra. Armando, nipote di Falcone, è da poco in America ma si rivelerà un abile tiratore ed ottimo compagno di Bennie nella caccia e nello scontro con gli indiani. Questo gruppo decide di andare in Alaska così da approfittare delle conoscenze di Falcone e del suo utile strumento. Il lungo viaggio è un susseguirsi di avventure: non solo salvarsi dagli infidi indiani ma pure misurarsi con una natura selvaggia ed affascinante. Lo schema si ripete in modo monotono: Bennie ed Armando si allontano dall'accampamento per esplorare le zone circostanti e trovare selvaggina, s'imbattono in luoghi insidiosi e devono lottare con animali spaventosi, come il grande orso bruno, branchi di lupi e mandrie impazzite di bisonti. C'è di tutto: dalle misteriose piante danzanti (sorte di cespugli trascinati dal vento) a testimonianze di cannibalismo sino al ritrovamento di resti di animali prestorici. E' facile sorridere dei resoconti di viaggio degli esploratori dell'Ottocento, relazioni alle quali ha attinto largamente Salgari, aggiungendovi ovviamente la sua fervida ed inesauribile immaginazione.  Dobbiamo lasciarci trasportare da un secolo favoloso, pieno di pregiudizi e ricco di suggestioni: leggiamo con gusto le descrizioni della natura del nostro amato scrittore. > La luna era allora tramontata, e una fitta oscurità era piombata nell'immensa pianura. (...) Bennie (...) guardava dovunque, seguendo con lo sguardo le capricciose linee di fuoco delle lucciole, e porgendo ascolto alle strida monotone dei grilli in festa, alle lontane urla dei coyotes, ai muggiti del bestiame . Se ci ricorda troppo un nostro paesaggio, che dire dei > prati formati da piccoli muschi di uno splendido color smeraldo (...) le radure erano coperte da distese di lichene pietroso, tenacissimo, simile ai funghi secchi, o da muschi alti, nerissimi, pregni di umidità .  E da chi ha attinto Salgari questa cruda rappresentazione dei minatori dell'Alaska? > Più che esseri umani, parevano bestie abbruttite dal duro lavoro e dalle privazioni. Erano tutti cenciosi, luridi, con le camicie annerite dal fumo degli accampamenti o lorde dal fango dei pozzi, i pantaloni rattoppati in mille modi, gli stivali sfondati che lasciavano uscire le dita, cappelli impossibili a descriversi o cappucci che ormai avevano perduto il pelo: tutti però avevano le cinture armate di rivoltelle e di bowie-knife luccicanti . Se non fossero armati potrebbero essere dei nostri minatori del Monte Amiata o delle miniere di Porto Empedocle. Quale diverso atteggiamento di Salgari verso i pellerossa e quello verso i poveracci alla ricerca dell'oro! I primi infidi, crudeli e superstiziosi, i secondi avidi e disperati, e pure non privi di una sorta di giustizia. Figlio dell'Ottocento non poteva non esserci un po' di razzismo nel nostro amato scrittore! Nella grande produzione salgariana siamo dinanzi ad un romanzo minore, benché sostenuto dal ritmo incalzante delle avventure e dalla ricerca del meraviglioso. Mancano i colpi di scena e i cambi di marcia: i nemici sono destinati a soccombere, un po' tutti nello stesso modo, che siano indiani, malfattori e lupi affamati: un tiro con il fucile, una mossa rocambolesca e inaspettata, una prudente ed accorta strategia. Non c'è poi la dinamica dei personaggi: Bonnie è un eroe senza passione ( ha avuto una innamorata? ha subito ingiustizie?) e chi li dovrebbe fare da spalla sono figure sbiadite, senza quella vivacità ed ironia che contraddistinguono molti personaggi minori di Salgari. Perché leggerlo? E' pieno di avventure, suggerisco il capitolo che racconta l'assalto dei lupi.

Emilio SalgariAntonio Donath
Il Corsaro Nero
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Il Corsaro Nero

Siamo nel Seicento, il secolo dei pirati, > gente composta principalmente di spostati, di soldati e di marinai avidi di bottino , che scorrazzavano il mare dei Caraibi > per mettere le mani sulle ricche miniere dalle quali la Spagna traeva fiumi dʼ oro . Tra questi «ladroni del mare» cʼera anche un nobile italiano, il conte di Ventimiglia, il Corsaro Nero: > era vestito completamente di nero.... anche lʼaspetto di quellʼuomo aveva, come il vestito, qualche cosa di funebre, con quel volto pallido, quasi marmoreo . La storia ha inizio con la notizia dellʼimpiccagione del Corsaro Rosso, fratello del Corsaro Nero, che ha fatto la stessa fine degli altri due fratelli, tutti assassinati a tradimento per mano del duca Wan Guld. Il Corsaro Nero decide di recuperare il corpo del fratello per dargli degna sepoltura. La spedizione a Maracaybo, dove era stato impiccato il Corsaro Rosso, costituisce un preambolo dei temi del libro: colpi di scena, duelli, astuzie ed eroismi, inquadrati in una natura rigogliosa e meravigliosa, con quadretti di una tipica città coloniale, abitata da una popolazione di mercanti e di cavalieri spagnoli. Si combatte e si uccide ma non cʼè odio tra pirati e spagnoli: il vero nemico è uno solo, il duca Wan Guld: il fiammingo traditore. Arriviamo ad un punto di svolta del romanzo. Recuperato il corpo del fratello, si svolge il funerale sulla Folgore, la nave del Corsaro Nero: > il mare sfolgoreggiava sempre intorno alla nave, rumoreggiando sordamente.... quelle ondulazioni avevano in quel momento degli strani sussurrii. Ora parevano gemiti di anime, ora rauchi sospiri, ora flebili lamenti . Dinanzi ad un equipaggio, emozionato ma anche terrorizzato dai fantasmi dei fratelli morti, Il Corsaro Nero rompe il silenzio funebre con un terribile giuramento: > la mia anima sia dannata in eterno, se io non ucciderò Wan Guld e sterminerò tutta la sua famiglia come egli ha distrutto la mia! . Il destino è segnato: non cʼè più spazio per altre scelte, per una diversa volontà. La vita del Corsaro Nero non può che seguire la strada segnata da questo giuramento. Il Corsaro Nero cerca la vendetta ma incontra invece, in modo imprevedibile, lʼamore. La Folgore si imbatte in una nave spagnola, che viene conquistata dopo una cruenta battaglia e lì i pirati fanno prigioniera una fanciulla, > una bella figura di giovane, alta, slanciata, flessuosa, dalla pelle delicatissima, di un bianco leggermente roseo . Quale contrasto tra lʼaspetto lugubre del Corsaro Nero e il biancore della giovane! Fin dallʼinizio si capisce che è nato un amore, ma questo amore porta con sé la tragedia. Salgari ci lascia nellʼincertezza, non ci svela subito chi è la fanciulla, ma si capisce come il Corsaro Nero sappia che > i morti possono abbandonare i profondi baratri dove riposano e salire alla superficie a distruggere le speranze di felicità. Dʼaltra parte la giovane intuisce che il traditore di cui si vuole vendicare quel «funebre gentiluomo dʼoltremare» potrebbe essere suo padre. Il lettore deve ancora aspettare. I pirati vanno alla conquista di Maracaybo e poi il Corsaro Nero insegue Wan Guld nella foresta e nelle paludi dellʼAmerica Centrale. La natura, splendida ma spietata, diviene per numerose pagine la protagonista del romanzo. Il Salgari avventuroso e esotico scrive qui alcune delle sue pagine migliori. Wan Guld riesce a fuggire ma sfortunatamente uno spagnolo rivela al Corsaro Nero che la fanciulla è la figlia del fiammingo traditore. Non vale per il Corsaro Nero una massima seguita dai pirati, che non chiedono mai alle loro donne di rendere conto di ciò che hanno fatto nel passato, ma solo di ciò che faranno nel futuro. Per il Corsaro Nero il passato si racchiude nel suo disumano giuramento: la fanciulla viene abbandonata in una scialuppa: "soffiava forte il vento allora e nella profondità del cielo guizzavano vividi lampi, mentre allo scrosciare delle onde si univa il rombo dei tuoni... intanto che la scialuppa si allontanava sempre... fra i gemiti del vento ed il fragore delle onde si udivano, ad intervalli, dei sordi singhiozzi... Guarda lassù! ( dice il fido Carmaux) il Corsaro Nero piange! Il Corsaro Nero è il capolavoro di Salgari e , senza dubbio, uno dei più bei libri della letteratura italiana, non solo di quella di avventura. Unicamente una critica elitaria, quale quella italiana, poteva non cogliere la complessità del romanzo. È un libro di avventura ed anche qualche cosa di più. Innanzitutto è unʼesplosione di fantasia, il gusto del meraviglioso e dellʼorrido che solo lʼimmaginazione può conseguire. Basti pensare alla descrizione ricca e meticolosa dellʼambiente naturale, allʼattenzione alle vesti, tutte ricamate, cariche di pizzi e traboccanti di colori, alle raccapriccianti ed efferate scene di battaglie. La fantasia costituisce anche la fuga da una angoscia esistenziale, che è alla base della personalità del Corsaro Nero. Le vicende della vita portano solo dolore, gli affetti sono causa di sofferenza e bisogna sfuggire da una realtà che non dà felicità e pace. Cʼè in qualche modo un demone che trascina lʼuomo al suo triste destino ed allora è meglio, fin che si è in tempo, rifugiarsi nellʼimmaginazione. Perché leggerlo? È un libro di avventura, romantico ma anche moderno nel suo messaggio di dolore e di angoscia.

Emilio SalgariGiulio Einaudi
I solitari dell'oceano
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I solitari dell'oceano

Salgari ha scritto oltre 80 romanzi e non tutti hanno la stessa qualità letteraria. In questo caso mancano due peculiarità della penna dello scrittore: il ritmo avventuroso e lʼaffresco, esotico ma spesso affascinante, del contesto. Lʼinizio è promettente. A metà dellʼottocento il commercio di schiavi viene sostituito dal reclutamento di cinesi, che assicurano manodopera a basso costo al Sud America. Le condizioni di trasporto di questa povera gente, illusa di trovare un lavoro dignitoso, sono ancora peggiori del traffico di schiavi dallʼAfrica. Infatti i cinesi, in quanto non oggetto di proprietà, non hanno valore patrimoniale e i super profitti portano gli armatori ad accettare una elevata mortalità. I primi capitoli potrebbero essere ambientati adesso, nella realtà degli emigranti che attraversano il Mediterraneo. Grande è lʼindignazione di Salgari per la perfidia, lʼinganno e lʼinutile malvagità degli approfittatori ( reclutatori, armatori, comandanti di nave e latifondisti) della miseria e delle aspirazioni degli esclusi del mondo, in questo caso cinesi. Siamo sullʼ Alcione, una nave in navigazione dalla Cina al Perù con un carico di oltre quattrocento cinesi, stipati nella stiva, malamente nutriti, e che devono vivere senza accedere allʼaria fresca. Scoppia la peste e Salgari dipinge, con grande efficacia, i cadaveri dei cinesi, che vengono agganciati con un uncino, tirati su dalla stiva senza essere toccati dai marinai e gettati ai famelici pescecani. È una premonizione del tema fondamentale del libro: gli antropofagi e il loro desiderio di carne bianca. Si scatena la rivolta e il capitano, non potendola domare, lascia la nave, insieme allʼequipaggio, senza non aver prima avvelenato i viveri. I cinesi muoiono tutti, tranne il loro capo, Sao - King, due peruviani e un ufficiale argentino che si erano opposti alla crudeltà del comandante della nave. I quattro uomini devono governare da soli lʼAlcione, in mezzo alle tempeste, cercare rifugio in isole abitate da popolazioni cannibali per essere, infine, catturati dai pirati, i quali si impadroniscono del veliero. Le avventure si svolgono intorno a due protagonisti, Sao-King e Ioao, il più giovane dei due peruviani. I due, evidentemente formidabili nuotatori, riescono a scappare dalla nave in navigazione e a salvarsi su una goletta da guerra. Con lʼaiuto di questʼultima ma anche tramite altre imprese eroiche, sconfiggono i pirati e salvano i loro amici. Salgari sta ripetendo un modello letterario comune a tutti i suoi libri: un eroe, Sao - King, che ha come spalla un personaggio meno esperto e vigoroso, in questo caso Ioao. I due, con molto coraggio e notevole bravura, affrontano numerose ed incredibili peripezie. Si tratta, tuttavia, di episodi non inseriti in una struttura narrativa unitaria e che procedono fiaccamente nel loro svolgimento. È evidente che Salgari è stanco, svuotato, incapace di dare forza agli episodi e trascurato nella descrizione dellʼambiente e dei protagonisti. Manca, poi, lʼanti eroe, in quanto i nemici da sconfiggere cambiano continuamente: il crudele capitano, la cui vendetta ci si aspetterebbe essere uno dei filoni conduttori, scompare per gran parte del racconto per ricomparire ormai ridotto a scheletro sulla scialuppa con la quale è fuggito dalla nave, gli antropofagi ( orridi e traditori) sono troppo selvaggi per considerarli veri nemici, il capo dei pirati, che morirà suicida, é spietato ma così gentile da lasciare in vita i nostri quattro amici. Il tema del cannibalismo, già presente in altri romanzi ma non in modo così ripetitivo, crea un clima lugubre che non induce a gustare le avventure. Ma, forse, proprio questo tema rispecchia il declino psicologico di Salgari, dalla descrizione di grandi eroi, anche se tormentati come il Corsaro Nero e ambigui come Capitan Tempesta, ad una visione tragica del mondo, nel quale è possibile solo difendersi o soccombere, dinanzi alla spietatezza. Perché non leggerlo? Non vale la pena.

Emilio SalgariVallardi Editore
Il Re del Mare
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Il Re del Mare

il libro è articolato in due parti. Nella prima parte si narra l’avventura di Yanes che va a salvare Tremal-Naik e sua figlia Darma. L’ambiente è quello del Borneo, ricco di strani animali e di un contesto esotico. I colpi di scena si succedono uno dopo l’altro ma emerge un non so che di artefatto e di ripetitivo, che rende noiosa la lettura. Questa parte del libro si chiude con unʼulteriore sorpresa: il terribile capo dei Tughs ha avuto un figlio e questʼultimo vuole vendicare la morte del padre e per questo si è alleato con gli inglesi per sconfiggere Sandokan. L’isola di Mompracen è stata conquistata e i pirati della Malesia decidono di dichiarare guerra all’Inghilterra. Nella seconda parte compare il vero protagonista, che è l’incrociatore Re del Mare, con il quale i tigrotti scorazzano, combattono e vincono. Ritornano le scene di mare, di un mare tempestoso e di coste inaccessibili. E compare una storia dʼamore impossibile, quella tra Darma e il figlio del terribile Tugh. Il racconto diviene più articolato ed episodi di combattimento si alternano a momenti colloquiali, che conducono pian piano a creare una sorta di amicizia tra il figlio del Terribile Tugh e i capi dei pirati. Come nel Corsaro Nero, ci si aspetterebbe una fine triste; anzi in questo caso si arriva al punto che Sandokan e Yanes potrebbero essere sconfitti, morire o essere fatti prigionieri. In particolare Sandokan è stanco, non è più l’uomo di un tempo, è meno marmoreo di quanto è apparso negli altri romanzi. Ma alla fine c’è il colpo di scena: l’amore trionfa e per amore il figlio del terribile Tugh capisce che non ha senso vendicarsi, anche perché così facendo perderebbe l’amata. I capi dei pirati vengono liberati. A differenza degli altri libri del ciclo della Malesia si è di fronte a una caduta di vigore nel ritmo narrativo (tant’è vero che l’autore utilizza a piene mani le sue tecniche collaudate senza alcuna innovazione) e anche la descrizione del contesto (il mare e la foresta) appare marginale nel racconto. Emerge, tuttavia, un tema che non era presente negli altri romanzi: quello della tecnologia, impersonato dalla potenza dell’incrociatore e dall’ingresso nel racconto di un inventore, che può provocare una esplosione a distanza. La tecnologia rende obsoleti Sandokan e Yanes: il loro ciclo vitale è terminato perché il mondo è cambiato, non è un caso che a sconfiggerli siano quattro incrociatori, anch’essi potenti e veloci. Ma la tecnologia ha le sue fragilità: il Re del Mare naviga con l’incubo di non trovare carbone per alimentare le caldaie e l’inventore muore, colpito da una semplice granata. Il mondo della vela scompare ma le nuove tecnologie danno agli "eroi" minore autonomia e indipendenza.

Avventure fra le pellirosse
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Avventure fra le pellirosse

Il romanzo, pubblicato sotto il pseudonimo di Guido Landucci, è un adattamento di uno dei primi racconti di genere western, scritto nel 1837: «Nick of the Woods:  A Tale of Kentucky» di Robert Montgomery Bird. Forse per questo motivo il romanzo presenta alcuni tratti originali rispetto all'approccio tipico di Salgari. Lo schema tradizionale dell'autore è il seguente: un eroe, spesso defraudato della propria ricchezza e del proprio rango sociale, è affiancato da personaggi, che hanno il ruolo di alleggerire il profilo del protagonista, il più delle volte rigido e compatto. Talvolta l'autore inserisce elementi sconcertanti ed ambigui: come nella «Stella dell'Araucanìa», dove un nobiluomo diviene cannibale a contatto con i selvaggi, a conferma del lato oscuro di ciascuno di noi, anche di chi è civilizzato. In «Avventure fra le pellirosse» lo schema è differente: un personaggio di spalla  si rivela il protagonista, mentre la narrazione, come al solito fitta di dialoghi, è inframezzata da storie di terribili e sanguinose stragi compiute dai pellirossa; elemento quest'ultimo in evidente contrasto con l'ingenuo anticolonialimo di Salgari,  spesso dalla parte dei popoli oppressi. Veniamo alla trama. Due giovani, Rodolfo e Mary, giungono in Texas alla ricerca dell'oro: sono stati privati dell'eredità di un ricchissimo zio, il cui testamento è stato rivendicato dal tutore di un bambino, indicato come erede. Fin dall'inizio si capisce come i due giovani non abbiano alcuna idea dei pericoli ai quali vanno incontro: una vasta e desolata prateria che si trasforma in fitte boscaglie nelle vicinanze del Rio Pecos, fiume da attraversare se si intende andare nelle zone dove si dice ci sia l'oro. A partecipare all'avventura ci sono altri personaggi, dei quali è utile ricordare: Telie, una ragazza che vuole trovare il padre rapito dagli indiani, e Morton il Sanguinario, con il suo inseparabile cagnolino. E' un quacchero, ritenuto «l'uomo più inoffensivo della pianura», con un fucile vecchissimo e «quasi» guasto e un coltello, che «probabilmente non era mai uscito dalla guaina per uccidere un indiano».  Oltre ai selvaggi pellirossa scorrazza per la pianura Scibellok, creduto dagli indiani uno spirito infernale: li uccide spaccandoli il cranio e lasciando come segno una croce in mezzo al petto. Siamo nel classico romanzo gotico inglese! Rodolfo è un giovane valoroso ma è totalmente incapace a condurre il piccolo gruppo; ed infatti, dopo diverse avventure, le due ragazze, Mary e Telie, vengono rapite dagli indiani. Nel tentativo di liberarle viene fatto prigioniero anche Rodolfo. A questo punto scopriamo che il padre di Telie è divenuto un capo indiano e, peggio ancora, è al servizio del perfido tutore: quest'ultimo intende sposare Mary ed uccidere Rodolfo in quanto nel vero testamento i due giovani sono indicati come eredi. Pure Morton viene catturato. > L' Avvoltoio Nero non è abituato a risparmiare i suoi prigionieri. Io amo le stragi e non disdegno di bere il sangue degli uomini bianchi. (...) Morton (...) era stato assalito da un tremito nervoso così forte, da non potersi più reggere in piedi. Era stata l'emozione provata, o la fatica, o qualche altra cosa, il tremito si era cambiato in un accesso convulso . L'Avvoltoio Nero pensa che Morton sia un grande mago e che possa fargli trovare Scibellok, lo sterminatore dei pelli rossa. Volete sapere il finale? Non voglio togliere la sorpresa; dirò soltanto che il tutto si conclude con un lieto fine. Il romanzo è una miscellanea, nella quale si mescolano con efficacia lo stile di Salgari, generalmente razionale e meccanicistico, e il gotico ridondante e tenebroso di Montgomery Bird. Morton è il protagonista e nella sua figura si sovrappongono il pacifismo e l'odio, il senso di comunità e la solitudine, la forza e la fragilità: sentimenti contrastanti che non possono coabitare troppo a lungo, preannunciano una fine terrificante e dolorosa. C'è poi un peculiare personaggio di spalla: un cagnolino bianco, una novità per Salgari, fedele compagno di un solitario ed eccezionale guida nella grande prateria. Sono poi presenti tutti gli ingredienti che ci fanno amare Salgari: il succedersi di avventure, le sorprese, i finali dei capitoli che preannunciano altre azioni, il desiderio di andare avanti nella lettura. L'autore italiano non si sofferma, tira dritto con il suo ritmo narrativo incalzante. Perché leggerlo? Non è tutto parto di Salgari, ma è magistralmente adattato ed è un piacere leggerlo.

Emilio SalgariRBA Italia
La sovrana del campo d'oro
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La sovrana del campo d'oro

Questo romanzo appartiene al ciclo del West. Influenzato dalla figura di Buffalo Bill, Salgari ha sviluppato una serie di storie che hanno come ambiente storico la mitica conquista del West, tra figure eroiche, indiani selvaggi (gli Apaches e i Navajos) e cattivi americani. Una giovane donna (la Sovrana del Campo d’oro), il cui padre è stato rapito da alcuni banditi che chiedono un ingente riscatto, decide di mettersi «allʼasta» per recuperare la cifra necessaria per liberare il padre. Il vincitore dell’asta l’avrà in sposa. All’asta partecipano un giovane ingegnere e un ricco uomo di colore, che è a capo della pesca e del commercio dei granchi, in mano ai cinesi: per questo motivo viene chiamato il Re dei Granchi. Il giovane ingegnere non ha il denaro per competere con il ricco mercante, ma riesce, con l’aiuto di un giovane scrivano, a ingannare il Re dei Granchi, a vincere l’asta e a scappare nel West con la ragazza per liberarne il padre. Ovviamente, il cattivo mercante si mette all’inseguimento. Tutti viaggiano in treno, il mezzo rivoluzionario che permette di ridurre le distanze ed è emblematico della superiorità tecnologica degli americani. Si susseguono una serie di avventure sul treno, si assiste al passaggio di unʼenorme mandria di bisonti e infine i tre giovani, la ragazza, il giovane ingegnere e lo scrivano, si mettono in marcia in territorio Apaches per arrivare al nascondiglio dove è tenuto prigioniero il padre. Con loro ci sono Buffalo Bill e alcuni valorosi. Si susseguono altre avventure, in quanto il ricco mercante, insieme con un gruppo di messicani crudeli, è sempre all’inseguimento. Mentre sono in fuga dal cattivo, i tre giovani vengono catturati dagli Apaches. Si assiste a una sorta di processo da parte dei capi indiani, nel quale la società dei bianchi viene messa sotto accusa (è la parte politica del romanzo nella quale ricompare la visione anti colonialista di Salgari). I tre giovani vengono condannati, ma il giovane ingegnere e lo scrivano riescono a fuggire (in un torrente sotterraneo), mentre la giovane rimane prigioniera. Si arriva al punto centrale del romanzo: il duello tra la giovane americana e una guerriera indiana, duello dal quale uscirà vittoriosa la prima. Dal quel momento il romanzo scivola verso una felice conclusione: arriva Buffalo Bill, viene scoperto il nascondiglio del rapitore, che nel frattempo si è alleato con il cattivo mercante, e infine viene liberato il padre e sconfitti i cattivi. La trama è molto articolata ma a differenza dei romanzi del ciclo della Malesia e del ciclo dei Caraibi, manca la tensione narrativa. Innanzitutto l’autore non riesce a creare quella suspense, quellʼattesa che contraddistingue i libri appartenenti agli altri due cicli: si percepisce qualche cosa di falso e di costruito, che viene inutilmente sostituito dall’articolazione della trama. In secondo luogo, al centro del romanzo è collocata la figura di unʼeroina, che non costituisce una novità per Salgari, se si pensa a Jolanda la figlia del corsaro nero e alla Regina dei Caraibi. In questo caso l’eroina è, tuttavia, un personaggio freddo, che persino dinanzi alla morte rimane di ghiaccio, che non esprime sentimenti verso il giovane ingegnere, innamorato. È tutta forza e tutto coraggio, forse è come si immaginava Salgari la donna americana. Ciò che condiziona, forse, l’intero romanzo è l’ammirazione per la società americana, che appare troppo convenzionale per dare spessore emotivo ai personaggi e all’ambiente. Resta solo la trama.

La regina dei caraibi
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La regina dei caraibi

Il romanzo è la continuazione del Corsaro Nero. Il pirata è sempre alla ricerca dell’odiato duca Wan Gould e il libro si sviluppa in una serie di combattimenti e di avventure, intervallate da lunghe e affascinanti descrizioni della foresta caraibica. Il duca muore con la sua nave e alla fine il pirata ritrova la sua amata, Honorata, diventata regina dei cannibali. Il libro presenta una struttura molto complessa e si evolve su diversi piani, con l’ingresso di nuovi personaggi. Al centro del romanzo sta il fatalismo del Corsaro Nero, ormai convinto di essere condannato all’infelicità e di portare dolore anche agli altri. In un colloquio con Yara, la giovane indiana che resterà uccisa dagli spagnoli, il pirata confessa la sua convinzione di essere predestinato a portare sventura alle donne: > Non si può amare il Corsaro Nero, fanciulla. Io porto sventura alle donne che mi avvicinano. Tu l’hai veduto! e ancora, dopo la morte di Yara, > io sono fatale a tutti – disse con voce cupa - abbiate cura di questa fanciulla, marchesa . D’altra parte, il sentimento della vendetta sommerge il Corsaro Nero e costituisce un destino al quale non può sfuggire, anche volendo. Nel colloquio con la marchesa di Bermejo (un nuovo e splendido personaggio di Salgari), alla domanda di che cosa farebbe del duca se Honorata fosse viva, il Corsaro Nero risponde > credete voi, signora, che le anime dei miei fratelli siano placate? Quando il mare diventa fosforescente il Corsaro Rosso e il Verde, le vittime del duca, rimontano a galla: essi chiedono vendetta. Quando l’uragano viene dall’Oriente, in mezzo alle urla del vento, io odo una voce che viene dalle spiagge della Fiandra: è quella di mio fratello maggiore, assassinato a tradimento dal duca e quella voce chiede pure vendetta . Anche nel momento in cui incontra Honorata, che finalmente può amare in quanto il duca è morto, il Corsaro Nero vagheggia la morte («Sì la morte, l’oblìo!») e la cupa depressione è tale che gli pare di vedere i morti che lo chiamano ( > Guardali, Honorata, guardali... Ecco il Corsaro Verde... ecco il Rosso... ecco tuo padre... e anche l’altro mio fratello ucciso sulle terre della Fiandra... ) e il pirata vorrebbe raggiungerli («Vengo!... Fratelli!... Vengo!»). Solo l’amore lo salva e alla domanda del Corsaro Nero se scegliere tra la vita e la morte, Honorata risponde con un filo di voce «l’amor tuo». Accanto a questa lotta tra l’odio e l’amore, si muovono i personaggi collaterali al Corsaro Nero ma di fatto centrali nel romanzo: in particolare, i suoi compagni, Carmaux, Wan Stiller e Moko, che curano con un amore fraterno il Corsaro Nero e danno al romanzo un brio abbassandone la drammaticità: espediente estremamente moderno e fondamentale nel dare al libro ritmo e piacere di lettura. Anche la natura emerge come una grande protagonista: una natura rigogliosa, ricca di animali fantastici, in particolare gli uccelli e i rettili, che Salgari descrive con estrema attenzione e con il desiderio di svagarsi e di dimenticare la disperazione dominante nella figura del Corsaro Nero. Dire che si è di fronte a un gusto dell’esotismo significa dimenticare il contrasto tra l’ambiente circostante e i sentimenti del pirata: la descrizione dell’ambiente ha il tono della fuga e del riposo. L’ultimo tema del romanzo è costituito dai combattimenti e in particolare dalle battaglie navali e dai naufragi, il mare è un altro protagonista e splendide sono le pagine che descrivono lo scontro tra la Folgore (l’amata Folgore!) e le navi del duca. Il libro è perfetto, sia sotto il punto di vista del ritmo che dei protagonisti e della trama.

I pirati della Malesia
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I pirati della Malesia

I pirati della Malesia assaltano una nave, nella quale Kammamuri viaggia con una giovane ragazza, pazza. Il coraggio di Kammamuri convince Sandokan a salvargli la vita e ad aiutare a liberare il fidanzato della ragazza che è tenuto prigioniero dal rajah James Brooke. Si apre una serie di intense avventure, che condurranno alla vittoria di Sandokan sul rajah, alla liberazione del fidanzato della ragazza, Tremal-Naik, e al recupero della ragione da parte della ragazza stessa. Il libro è caratterizzato da fondamentali elementi narrativi:l’ambiente, le foreste del Bormeo e il mondo del mare, che viene descritto con rapide e suggestive pennellate, orientate a creare un’atmosfera affascinante e nel contempo tenebrosa. È un contesto accattivante ma pericoloso e lontano dal mondo occidentale, che nasconde non tanto il gusto dell’esotico, ma un desiderio di scoperta e la consapevolezza di una natura nemica dell’uomo;gli eroi, in quanto tutti i personaggi, persino la ragazza «pazza», sembrano non avere dubbi e si muovono senza tentennamenti. La lealtà, il coraggio, l’orgoglio, la dignità e lo sprezzo verso la morte sono i sentimenti che spingono e caratterizzano i personaggi del romanzo. In questo senso, Salgari esprime una «volontà di potenza», una concezione di superuomo, che è tipica della sua epoca. I personaggi hanno ruoli pre-definiti: Sandokan l’eroe senza paura ma capace di piangere al ricordo dell’amore scomparso, Yanes l’astuto e il freddo calcolatore, Kammamuri il devoto e abile servitore e così via. Non esistono sfumature e ambiguità in queste figure;Il ritmo narrativo è incalzante, contraddistinto da rapidi dialoghi, da sintetiche descrizioni, da continui momenti di suspense e da repentini cambiamenti di scena, anche se bisogna dire che i capitoli finali appaiano frettolosi al punto che la sconfitta del rajah appare poco coerente con l’intelligenza e la forza manifestata da altri capitoli dall’anniversario di Sandokan. Bellissimo è il capitolo che descrive la rivolta dei forzati sino alla loro strage da parte dei selvaggi. Il ritmo narrativo di Salgari precorre la struttura delle sceneggiature del cinema e conferma la modernità di questo autore, al di là dello stile, talvolta, aulico e retorico, tipicamente ottocentesco. La modernità e l’originalità dello stile narrativo di Salgari emergono da due peculiarità: l’artificiale procedimento dell’accumulo, per cui, per esempio, in poche pagine e in una sola foresta può addensarsi una moltitudine di temibili o strani animali, ciò che risponde > non soltanto all’esigenza di tenere il lettore col fiato sospeso, ma anche di offrire in breve spazio il mondo come spettacolo e come prodigio (Introduzione a Salgari, Bruno Traversetti, pag. 42); il metodo dell’eterno ritorno (di una sorta di ricerca del tempo perduto), per cui gli eroi hanno sempre perso una situazione di stabilità (per esempio, Sandokan era un principe) e tendono a ritornare in quella situazione, anche distinguendosi rispetto ai personaggi comuni (per esempio, Sandokan è felice che lo zio di sua moglie, un lord inglese, lo riconosca come nipote). Il riferimento è sempre ad una «società convenzionale», che è stata distrutta da un fatto straordinario. Questi procedimenti sono diffusi nel cinema moderno, di avventura, e proprio la ricerca di questo equilibrio, mai recuperato compiutamente, rende Salgari un autore estremamente attuale, e da certi punti di vista angosciante.

La capitana del Yucatan
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La capitana del Yucatan

Il romanzo è ambientato a Cuba, durante la guerra ispanico-americana del 1898, che portò la Spagna a perdere le sue ultime colonie. Uno «yacht», l' Yucatan, deve forzare il blocco navale degli Stati Uniti per portare armi e provviste alle truppe spagnole, in gravi difficoltà per la concomitante avanzata dei ribelli indipendentisti e per la pressione della potente flotta americana. E' un vascello di piccole dimensioni, ma è un capolavoro d'ingegneria: le sue macchine gli permettono di toccare i ventisei nodi, il suo scafo di acciaio è suddiviso in diversi compartimenti stagni e dotato di una cintura di protezione, formata di fibre di cocco, che lo rendono inaffondabile. E meraviglia della tecnica! Lo «yacht» può inabissarsi lasciando visibile solo il ponte, così da sembrare un rottame alla deriva. Pure Salgari è rimasto abbagliato dai prodigi della tecnologia o cerca in tal modo di emulare il fascino del Nautilus di Giulio Verne, suo concorrente diretto. A comandare lo Yucatan è la marchesa de Castillo. La Capitana > aveva una bella testa, adorna d'una capigliatura abbondante, d'un nero assai cupo e ondulata come quella delle gitane spagnole, (...) aveva la pelle di quel pallore senza riflessi, d'una tinta strana, che solo si trova nelle creole delle Grandi Antille, (...) occhi di un nero perfetto, (...) lunghe palpebre setose, (...) labbra rosse come un melagrana. Dopo una tale descrizione ci saremmo aspettati una storia ammaliante come quella di «Yolanda la figlia del Corsaro Nero» o ambigua e misteriosa come il racconto di «Capitan Tempesta» (vedi recensioni in questo sito); e invece la marchesa de Castillo sta ai margini, emergendo solo a tratti e in un ruolo comprimario, mentre il vero protagonista è il tenente Cordoba, > un lupo di mare  (...) di statura piuttosto bassa, tutto nervi e muscoli, con un viso angoloso, abbronzato dal sole della zona torrida e dalla salsedine dell'aria marina. E' lui che conduce l' Yucatan e il suo equipaggio in una successione di avventure, in mare e in terra. In una di queste imprese Cordoba, con una piccola scialuppa, va a sganciare dei siluri contro una cannoniera facendola esplodere e aprendo la via al piccolo vascello; in un'altra l' Yucatan si nasconde in una grotta marina, in un'altra ancora riesce a fuggire abilmente tra una moltitudine di scogli e di secche. Siamo nella costa Sudest di Cuba, di fronte al Messico, piena di isolotti, di canali marini simili ai fiordi, ricca di una natura lussureggiante, descritta sempre con toni cupi, quasi ad anticipare il finale dolente. Il mare è abitato da > splendide meduse somiglianti a grosse lampade di vetro smerigliato, d'una tinta pallidissima ; i fenicotteri assumono un aspetto fantastico, con la coda > coperta di penne d'uno splendido color rosa carminio, che lungo le ali diventa d'un superbo color rosso corallo o rosso fuoco ; nelle foreste predominano manghi giganteschi, con > liane smisurate che salivano e scendevano lungo i tronchi con mille contorcimenti o aggrappandosi ad una infinità di piante parassite che formavano dei fitti festoni ; e > l'aria è talmente pregna d'umidità che corrompe ogni cosa , tutto si guasta, ammuffisce, si decompone, su tutto grava la terribile febbre gialla. Tra questi miasmi malefici si compie l'ultima corsa dello Yucatan. Troppa è la potenza degli Stati Uniti! Non si può lasciare il meraviglioso vascello agli imperialisti americani, meglio affondarlo con la dinamite. > La marchesa gettò uno sguardo lagrimoso sulla fumante carcassa, semisommersa fra le acque e le sabbie e mormorò, con un sospiro: «la nostra missione è finita!». In misura maggiore che in altri romanzi emerge il Salgari divulgatore. Mescolando paesaggi a lui vicini e resoconti di viaggiatori e geografi (nella seconda metà dell'Ottocento anch'essi ricchi di immaginazione), lo scrittore descrive il mare e le coste in modo minuzioso, con dettagli naturalistici e marinari. Nello stesso modo si comporta nel racconto dell'assedio di Santiago, enumerando le navi americane e illustrando le diverse battaglie. Da un lato ci sono i valorosi ma sfortunati spagnoli e dall'altro i perfidi americani, > il sindacato dei finanzieri , gli imbelli negri ( > grandi cappellacci, piume gigantesche, (...) una tremarella indiavolata) , e i creoli che mancano di coraggio, forse si chiede Salgari, per il clima o l'oppressione costante degli spagnoli. Si sente puzza di razzismo o, più banalmente, un desiderio di rivalsa per la grave sconfitta subita dall'Italia in Etiopia (Adua è del 1896). L'intento divulgativo appesantisce il ritmo narrativo, frammentato e rallentato da troppe digressioni. Manca poi quel sistema di personaggi tipico dei romanzi di Salgari che contribuisce ad alleggerire la trama: un protagonista, generalmente tenebroso, con due caratteri di spalla, spesso lievemente ironici e sapientemente realisti. Qui a dominare la scena è Cordoba, carattere troppo consapevole della propria superiorità di lupo di mare per dare spazio agli altri attori, persino alla stessa Capitana, la quale, infatti, si dichiara sua allieva. Perché leggerlo? E' prolisso e ripetitivo a tratti, ma offre uno squarcio di un pezzo di storia poco conosciuto.

Emilio SalgariRBA Italia
La stella dell'Araucania
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La stella dell'Araucania

La stella di Araucania è la giovane Mariquita, «dʼuna bellezza meravigliosa», che tra i due cugini, Piotre ed Alonzo, ha scelto il secondo, perché più gentile ed elegante dellʼaltro, rude e burbero. La sorte vuole che Alonzo naufraghi nelle selvagge Terre del Fuoco e solo la nave di Piotre può affrontare il mare nel terribile inverno dello stretto di Magellano. In un drammatico incontro, che si svolge nientedimeno durante la caccia ai condor, Mariquita è costretta ad un patto doloroso: promettere a Piotre di sposarlo se lʼuomo mette a disposizione la sua nave e la sua capacità di capitano per andare a salvare Alonzo. La spedizione prende le mosse da un ricatto, quello di Piotre nei confronti della giovane, che vive in unʼangoscia profonda, perché la salvezza di Alonzo la costringerà ad un matrimonio non desiderato. I sentimenti cambiano radicalmente quando Mariquita scopre il coraggio e la rettitudine di Piotre: prima nella navigazione in mezzo al mare tempestoso e ad enormi iceberg, poi nello scontro furibondo con gli antropofagi, che abitano la Terra del Fuoco. Come in tutti i libri di Salgari si susseguono i colpi di scena, ma in questo racconto si assiste anche ad un interessante rovesciamento di personalità, emblematico di come la lontananza dalla civiltà sveli il vero carattere dellʼuomo. Alonzo è diventato il capo della tribù di antropofagi e accetta che i marinai di Piotre vengano uccisi e mangiati dai selvaggi. Anzi sarebbe disponibile a dare in pasto lo stesso cugino così da liberarsi del rivale. > Io non riconosco più lʼAlonzo di un tempo, disse Mariquita,... si direbbe che al contatto continuo con questi miserabili selvaggi gli si è indurito il cuore!... Alonzo, tu mi fai paura! . È evidente che la scelta di Mariquita di rompere il fidanzamento e di sposare Piotre è adesso giustificata anche dallʼinfamia di Alonzo, il cui destino non può che concludersi con la morte in un drammatico duello con il cugino nelle fredde acque antartiche. In realtà la figura di Mariquita resta sempre sullo sfondo, trascinata dagli eventi e dal mutare dei sentimenti. Il vero protagonista del romanzo è Piotre, che viene introdotto da Salgari in modo tale da mettere in risalto il conflitto interiore di questʼuomo: > gli occhi color dʼacciaio che avevano un certo lampo selvaggio e che tradivano un non so che di ruvidezza, ma anche di tristezza . Lʼorgoglio lo porterebbe a respingere Mariquita, ma lʼamore gli fa accettare di sposarla anche senza essere ricambiato. E sono i pericoli che devono affrontare insieme ( nei quali anche Mariquita dimostra di essere una donna ardita e vigorosa) e i sempre più frequenti contatti fisici, che sciolgono lʼanimo di Piotre e pongono le basi di un innamoramento, che non è più figlio dellʼorgoglio e del rancore. Durante la fuga dagli antropofagi, Salgari scrive alcune frasi che ricordano la sensualità di DʼAnnunzio: > e si stringeva sempre più al petto Mariquita, con una specie di frenesia, correndo alla disperata... quando i capelli della giovane araucana, che si erano sciolti in quella pazza corsa, lo sferzavano in viso, o gli attortigliavano attorno al collo, alzava gli occhi e la guardava sorridendo, felice di poter stringere al petto quella donna che tanto aveva amato . Dʼaltra parte > Mariquita, appoggiata sul largo petto del baleniere, colle sue mani strette al poderoso collo di lui, lo guardava con ammirazione . La narrazione di questo innamoramento, che ha origine nel valore di Piotre e nel suo rinascimento, sarebbe banale e sdolcinata se non fosse inquadrata nella Terra del Fuoco. In questo romanzo lʼambiente non fa da scenario alle avventure, ma irrompe con prepotenza, diventando esso stesso protagonista. Non è solo lʼoccasione per pagine avvincenti, tra le più belle il passaggio della nave di Piotre tra due giganteschi iceberg che stanno congiungendosi con effetti distruttivi sullʼimbarcazione. La descrizione della Terra del Fuoco dà origine ad un racconto fantastico, incredibile, avvincente di un mondo popolato da una moltitudine di uccelli, di pianure erbose, «coperte per la maggior parte di muschio», di grandi boschi e di coste rocciose e inaccessibili. Anche gli abitanti sono mirabolanti, o giganteschi o bassissimi, ma sempre orridi. Perché leggerlo? Non so bene perché sia considerato uno dei romanzi minori di Salgari. In realtà si legge di un fiato e si conoscono terre e personaggi sconvolgenti.

Emilio SalgariFabbri
Le stragi delle Filippine
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Le stragi delle Filippine

Con un tempismo eccezionale Salgari pubblica nel 1897 un romanzo «d'avventura e d'amore», che parla dell'insurrezione delle Filippine tra il 1896 e il 1898: un conflitto tra il movimento indipendentista filippino e la Spagna, che porterà quest'ultima a perdere la colonia. Come era già successo per Cuba con la guerra ispanico americana del 1898, raccontata da Salgari in un altro romanzo (si veda la recensione di «La capitana del Yucatan» in questo sito), l'ambiguo appoggio statunitense ai patrioti filippini condurrà all'annessione delle Filippine agli Stati Uniti. Se nel romanzo ambientato a Cuba Salgari è chiaramente dalla parte della Spagna contro i perfidi imperialisti americani, qui la posizione dell'autore è ambigua; deve essere anticolonialista, e quindi contro la Spagna, ma traspare una vena crescente di razzismo: gli insurrezionisti sono eroici ma sanguinari e crudeli, sono privi di effettive capacità militari a fronte dei valorosi e abili ufficiali spagnoli. Si pensi alla descrizione del campo degli insorti: > era un caos di tende piantate senza regole, di capannucce improvvisate, di tuguri d'ogni forma e dimensione, di semplici tettoie, di ripari assolutamente primitivi.  E che dire delle > svariate razze dell'Estremo Oriente: dai meticci, incrocio di sangue europeo con popoli asiatici, e quindi > di carattere vivace, dall'intelligenza svegliatissima e costituivano il nerbo dell'insurrezione , ai cinesi, > colle loro facce color dei limoni maturi , sino ai malesi ( > dalla bocca larga armata di denti acuti come quelli delle fiere ), ai tagali, > dal volto quasi romboidale, ossuto ma simpatico. Pare leggere un trattato di Cesare Lombroso; d'altra parte nel 1885 abbiamo occupato l' Eritrea, è cominciata l'avventura coloniale italiana e Salgari coglie lo spirito dei tempi, nazionalistico, imperialista e razzista. L'inquadramento storico ideologico rischia di svilire il romanzo: oltre alle tradizionali avventure e colpi di scena dei racconti di Salgari, qui siamo dinanzi a una sofferta storia d'amore, che ci riporta al «Corsaro Nero» (si veda la recensione in questo sito). Il romanzo si apre con una scena sconvolgente, in cui un gruppo di ubriachi d'oppio, drogati da perfidi preti maomettani per vendicarsi degli infedeli, fanno strage tra la popolazione di Manila e stanno per fare scempio di Teresita, una giovane diciassettenne ( > due occhi d'un nero profondo (...) due labbra rosse come corallo ), quando intervengono a salvarla due valorosi: il meticcio Romero Ruiz e il cinese Hang Tu. Romero è innamorato della ragazza, figlia di uno dei principali comandanti dell'esercito spagnolo. Come si fa ad amare la figlia di un nemico? A rendere ancora più intrigante il dilemma, di Romero è innamorata anche Than Kiù, eroina della rivoluzione e sorella di Hang Tu. Siamo dinanzi a un intreccio di sentimenti, dall'amicizia di Hang Tu per Romero alla passione della giovane cinese per il meticcio. Troppo amato, il meticcio non coglie la sofferenza, anche quando Hang Tu salva la vita al padre di Teresita e lo fa per Romero, e quando Hang Tu cura con dedizione il meticcio, gravemente ferito.  Per Romero esiste solo la bella spagnola; d'altra parte come fa a innamorarsi di una cinese, lui quasi europeo? Than Kiù e Hang Tù, sorella e fratello, vanno incontro allo stesso destino di morte.  > Guarda invece, dice Than Kù a Romero, la mia stella che segue quella della donna bianca. La sua luce pallida tremola sempre come se dovesse spegnersi da un istante all'altro. Quando sarà giunta sopra il mio paese morrà e quel dì morrà pure la figlia del paese del sole. (...) Hang Tu, sempre immobile, guardava la nera massa che spariva nelle tenebre. Quando i fanali scomparvero dietro la lanterna chinò il capo sul petto e si sedette accanto Than Kiù mormorando: - Io ti ho amato tanto, Romero, ma tu non hai amato mia sorella-.   Percorre l'intera narrazione un filo nero, romanticamente doloroso. Siamo dinanzi al solito Salgari, con una trama costruita intorno a combattimenti disperati, fughe per la giungla, momenti di grande tensione. Lo scenario è esotico, quasi sognante, abitato da spiriti maligni: > in alto volteggiavano numerosi quei brutti ed enormi pipistrelli, (...) col corpo lungo circa quaranta centimetri, e le ali membramose larghe oltre un metro, (...) sugli alberi fruttiferi si vedevano agitarsi non pochi di quei piccoli quadrumani (...) dal pellame ricco e morbido di color bruno , e poi macachi, serpenti, coccodrilli, sabbie mobili. E' un mondo fantasticamente cupo, che riflette, forse, i tormenti e gli incubi dell'uomo Salgari. Apparentemente avventuroso, il romanzo è inquietante, presagio dell'orrido suicidio dell'autore. Emergono anche i limiti di Salgari: i personaggi sono stereotipi, lo scrittore non riesce a scavare la personalità dei protagonisti; le avventure sono ripetitive per chi ha letto altri romanzi dell'autore, c'è una sensazione di scontato, di già letto. Perché leggerlo? E' tra i romanzi più complessi di Salgari, sia sotto il profilo storico che personale.

Emilio SalgariRBA Italia
Le Tigri di Mompracem
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Le Tigri di Mompracem

Sandokan > ha la fronte ampia, ombreggiata da stupende sopracciglia dallʼardita arcata, una bocca piccola, che mostra dei denti acuminati come quelli delle fiere e scintillanti come perle; due occhi nerissimi, dʼun fulgore che affascina, che brucia, che fa chinare qualsiasi altro sguardo . È la «Tigre della Malesia», «capo dei feroci pirati di Mompracem», acerrimo nemico degli inglesi, vendicatore dei popoli oppressi, ma anche assassino, crudele, feroce, tremendo. E così sarebbe rimasto se non gli fosse giunta voce di una donna bellissima, chiamata la perla di Labuan. Una «forza irresistibile» lo spinge verso questa fanciulla. Parte con alcune navi e si imbatte in un incrociatore inglese; la sua flotta viene distrutta, i suoi uomini vengono uccisi o periscono annegati, lui stesso, gravemente ferito, riesce a salvarsi a stento. > Guarirò (...) e pronunziò quella parola con tanta energia da credere che egli fosse lʼarbitro assoluto della propria esistenza , poi la paura ( > le tenebre (...) Io non voglio morire!...) ed infine la pazzia. Completamente fuori di sé, si precipitava innanzi allʼimpazzata. (...) Credeva di vedere nemici dappertutto. (...) Degli esseri umani sorgevano dal suolo gementi, urlanti, chi colle teste sanguinanti, chi colle membra tronche e coi fianchi squarciati. Tutti ridevano, sghignazzavano, come se si beffassero dellʼimpotenza della terribile Tigre della Malesia > . Il delirio di Sandokan è il prodotto della febbre e dello sfinimento fisico; gli incubi nascono pure dal riemergere nella coscienza tutto il male che ha fatto, la sua spietatezza, i tanti morti della sua esistenza. A impedirgli di discendere negli abissi della terra > è lʼamore. Dopo aver perso i sensi, torna in sé nella casa di Lord James, dove viene curato da Marianna, la perla di Labuan, della quale si innamora perdutamente: una passione subito corrisposta. Il romanzo, che sembrava scivolare su una china di ricerca interiore, riprende il ritmo tipico dei grandi libri di Salgari: scoperto, Sandokan fugge, per tornare poi a liberare Marianna e portarla con sé; ci riesce per merito dellʼamico Yanez, il quale convince con lʼinganno Lord James a mettersi in viaggio, esponendosi quindi allʼassalto dei pirati. Finalmente insieme, Sandokan e Marianna si rifugiano a Mompracem; per riprendersi la giovane il potente Lord James mette insieme una flotta poderosa, che assale e conquista la roccaforte dei pirati, dopo una grande battaglia. È vero, che per quella creatura celeste, per lei dovrò perdere tutto, tutto, perfino questo mare che chiamavo mio e consideravo come sangue delle mie vene. (...) Tutto è morto o sta per morire qui > . Marianna chiede a Sandokan se rimpiange la sua passata potenza e se lei stessa debba impugnare la scimitarra«, il pirata le risponde nettamente:»Tu! tu!, esclamò egli, No, non voglio che tu diventi una donna simile. Sarebbe una mostruosità«. Bisogna scegliere, anche perché»due felicità (Marianna e Mompracem) sarebbero troppo e non le voglio, (...) e quellʼuomo, che non aveva mai pianto in vita sua, scoppiò in singhiozzi mormorando: La Tigre è morta e per sempre!" Il libro ha avuto cinque versioni, dalla prima edizione del 1883 allʼultima del 1891, a dimostrare una stesura tormentata: lʼautore non riusciva a trovare il registro giusto per un pubblico in buona parte costituito da ragazzi. In particolare mancano quegli espedienti narrativi che danno ritmo e sorpresa ai racconti di Salgari. Ci sono alcuni episodi divertenti (per esempio, quando Sandokan e Yanez si nascondono in una grande stufa e per pura fortuna non vengono scoperti), altri sembrano un poʼ appiccicati e inverosimili, come lo scontro tra uno scimmione ed una pantera, altri ancora riportano alle intense battaglie navali di Salgari senza quelle tensioni e quei colpi di scena che le contraddistinguono. Lʼautore non riesce a coinvolgere il lettore perché il racconto si focalizza troppo sulla figura di Sandokan, affascinante di certo, ma rigida e costruita con lʼaccetta; essa, tra lʼaltro, non è alleggerita da altri personaggi, come avverrà in seguito, quando Yanez assumerà un ruolo più ampio, quasi da protagonista. La tecnica salgariana non è ancora a punto e per farlo lʼautore dovrà nascondere maggiormente le proprie angosce esistenziali, per muoversi solo in un mondo più superficiale ma più attraente: quello dellʼ avventura. Perché leggerlo? Malgrado i suoi limiti, lʼeroe Sandokan ha una grande attrattiva.

Emilio SalgariFabbri
Il figlio del Corsaro Rosso
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Il figlio del Corsaro Rosso

Il figlio del Corsaro Rosso > era un bellissimo giovane, (...) di forme elegantissime che palesavano il gran signore, con gli occhi nerissimi e ardenti, i baffi neri e la pelle bianchissima . Ci si attenderebbe un nuovo Corsaro Nero. Ma così non è: innanzitutto perché il figlio del Corsaro Rosso prende spesso le distanze dai pirati, al punto di pagarli di tasca propria per evitare che saccheggino le città conquistate, confermando unʼidea diffusa tra i filibustieri, che i conti di Ventimiglia (il Corsaro Nero, il Rosso e il Verde) siano sempre stati «corsari dilettanti»; in secondo luogo perché il figlio del Corsaro Rosso non cerca la vendetta, ma vuole solo ritrovare la sorella, anche se ella è custodita dal marchese di Montelimar, colui che ha ucciso il Corsaro Rosso e che ora tiene prigioniera la figlia. Manca lʼodio inesorabile del Corsaro Nero. Ed è per questo che le imprese del figlio del Corsaro Rosso non hanno la stessa tensione dei grandi romanzi del ciclo dei Caraibi: il Corsaro Nero, la Regina dei Caraibi, Jolanda la figlia del Corsaro Nero. Sono presenti i classici ingredienti della struttura narrativa di Salgari: i duelli, la foresta equatoriale, i combattimenti navali, gli assedi alle fortezze spagnole. Non cʼè il senso di queste avventure, lʼattesa di qualche cosa di tenebroso, la fonte del soprendente ritmo narrativo dello scrittore. La peculiarità del libro è unʼaltra. In Salgari abbiamo sempre dei personaggi che fanno da spalla al protagonista, spesso contribuendo a renderlo più umano, ad introdurre elementi di leggerezza. In questo caso il sistema è rovesciato: il figlio del Corsaro Rosso resta sullo sfondo mentre predominano figure apparentemente comprimarie. La prima parte del romanzo si svolge nellʼisola di San Domingo. I nostri amici sono inseguiti dagli spagnoli e da cani «ferocissimi». Lʼambiente è spaventoso e meraviglioso ad un tempo: macchie di vegetazioni, paludi, mortali sabbie mobili si alternano ad isolotti, con > splendidi cespi di rododendri, alti più di dieci metri, (...) grappoli di fiori porporiti, (...) superbe palme coronate da parasoli di lunghissime foglie palmate, ricadenti elegantemente con spate dʼun violetto iridescente listato di porpora, e fiocchi di frutta che sembravano mele verdi . In questa natura irreale, descritta con qualche errore grammaticale (parasole è una parola invariabile) il figlio del Corsaro Rosso si imbatte in un bucaniere, allʼapparenza un selvaggio. Vive di caccia, ha una > miserabile abitazione formata da rami malamente intrecciati e da poche pertiche . Aiutato dal vino e dalla conversazione con un gentiluomo europeo, il bucaniere rivela, «con gli occhi dilatati, il viso bagnato di sudore», il suo terribile segreto: > bisogna che affoghi i ricordi lontani! Ah, la triste sorte che mi ha colpito! (...) Eh, la vita terribile è così, se si è preda dʼun genio maligno . Veniamo così a sapere che il bucaniere era un nobile di Francia, che ha macchiato il blasone dei suoi avi ed è fuggito in America. Può il conte di Ventimiglia riportarlo allʼantico rango? Non è più possibile, > tutto è passato, tutto è stato dimenticato. Ho ucciso due maiali selvatici, laggiù sul margine delle paludi... è il mio mestiere. Il bucaniere conduce in salvo il figlio del Corsaro Rosso, il quale scopre che la sorella è stata portata a Panama. Ci spostiamo nelle ricche città spagnole della costa occidentale dellʼ America Centrale. Gli inseguimenti, gli scontri e gli assedi sono ripetitivi, quasi scontati. Fa eccezione il duello tra il figlio del Corsaro Rosso e un sicario, un abile spadaccino, che dovrebbe uccidere il conte di Ventimiglia. Illuso!! Il bandito «si abbassò tutto, raggomitolandosi quasi su sé stesso». Era la sua mossa segreta: il colpo dalle cento pistole. La spada del conte lo colpì alla gola, affondandosi dentro per parecchi centimetri. > Rimase un momento quasi diritto, colle bracce aperte, poi ruzzolò pesantemente fra le sabbie, mormorando: sono finito . Anche in questa parte del romanzo il vero protagonista è un personaggio di «spalla»: un guascone, ubbriacone, chiacchierone, pronto sempre a menare le mani, ma capace di risolvere le situazioni più difficili con la sua astuzia, e la sua sfrontatezza. Il gruppo di filibustieri sta per essere catturato dagli spagnoli nella città di Panama. Ed allora il guascone, invece di fuggire, si fa avanti, racconta alle guardie che era lì per fare la serenata alla sua > splendida catalana, sapete, con due occhi che brillano come stelle e.... una bocchina, miei cari signori, da far girare la testa anche al Signor presidente dellʼUdienza reale . In unʼaltra occasione diviene un nobile castigliano, il conte dʼAlcalà, dai tanti titoli e dai tanti nomi, e riesce pure a farsi dare cavalli, viveri e fucili, ovviamente per scappare. È una delle poche volte in cui Salgari abbandona la narrazione avventurosa, immaginifica o tenebrosa, per inventarsi un personaggio divertente, arguto, una sorta di Arlecchino. La storia ha chiaramente un lieto fine, ma fiacco e frettoloso. Pur non conoscendolo la sorella, ancora fanciulla, abbraccia il fratello e fugge con lui. Ma non lʼaveva mai visto prima! Sente il richiamo del legame di sangue: un poʼ superficiale come spiegazione. Ma ancor di più lo è un altro fatto: è lo stesso marchese di Montelimar, catturato il figlio del Corsaro Rosso, a condurlo dalla sorella. Un vero gentiluomo! Che cosa nʼè della lugubre storia del Corsaro Nero: ben poco, solo la forma! Alla fine del lungo romanzo Salgari sembra più preoccupato a convincere il lettore che quanto racconta è vero, non è inventato, che a dare ritmo al racconto. Si sfilaccia lʼintera storia, lo stesso scrittore si accorge di averla portata troppo avanti e troppo a lungo. Perché non leggerlo? È noioso e ciò è sorprendente per Salgari.

Emilio SalgariRBA Italia
I corsari delle bermude
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I corsari delle bermude

Il libro appartiene al ciclo delle Bermude. Il contesto è la rivoluzione dʼindipendenza americana (quindi metà del settecento) e il protagonista è sir William, un nobile inglese di origine francese, che si è fatto corsaro per combattere il fratellastro, il crudele marchese Halifax, che gli vuole portare via lʼamata. Lʼamore infelice e la grande poesia del mare sembrano essere i riferimenti del romanzo: > ah! quella notte! abbracciati sulle dune di sabbia, ascoltavamo il ritmo sonoro delle onde. È una musica divina, una musica che vale tutte quelle create dagli strumenti dʼottone, di rame, di bronzo . È allʼinizio si assiste ad una battaglia navale, come nei migliori romanzi di Salgari. In seguito la trama prende unʼaltra direzione. Lʼamata è prigioniera a Boston, città in mano agli inglesi e sotto assedio dagli americani. Sir William, insieme con i suoi prodi, Testa di Pietra e Piccolo Fiocco, si introduce nella città assediata e cercano di liberare la donna. Si susseguono una serie di avventure, ma alla fine il crudele marchese di Halifax riesce a fuggire con lʼamata di sir William. Il ritmo narrativo è lento, appesantito da continui scambi di scherzi e di battute tra Testa di Pietra e Piccolo Fiocco: i colloqui dominano mettendo in secondo piano lʼazione. Dʼaltra parte il vero protagonista del romanzo è Testa di Pietra, la sua furbizia, la sua saggezza contadina, la nostalgia per la sua terra natale. la Bretagna. Ma Salgari non riesce a dipingere i sentimenti. Senza azione e senza personaggi tenebrosi e ad un tempo eroici, il racconto perde di fascino e diviene noioso. Perché non leggerlo? Non ci sono il mare, lʼamore e il destino infelice: non cʼè quindi il vero Salgari.

Emilio SalgariFabbri
Il Leone di Damasco
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Il Leone di Damasco

Il romanzo dovrebbe essere il proseguimento di «Capitan Tempesta», un racconto ambientato a Famagosta nel 1517 durante la guerra tra veneziani e turchi. La protagonista era una giovane nobildonna: abile spadaccina, travestita da uomo si era messa alla ricerca del fidanzato, rapito dalla terribile Haradja. Salgari era riuscito a costruire una storia piena di fascino, lavorando sullʼambiguità uomo- donna, su vigorose figure femminili e su un colpo di scena finale: lʼamore tra Capitan Tempesta e il Leone di Damasco, innamoramento, che non teneva conto delle diverse appartenenze, nazionali e religiose. Ci si aspetterebbe la stessa atmosfera intrigante e la medesima libertà dalle convenzioni. E lʼavvio promette bene, anche se alcuni segnali fanno capire, sin dallʼinizio, che la storia prenderà pieghe diverse. Si parte dalla figura di Haradja: > bellissima giovane (...) gli occhi nerissimi, (...) i capelli lunghissimi, sciolti, dʼuna tinta che aveva i riflessi delle ali dei corvi... (...) aveva lʼinsieme del suo volto (...) qualcosa di duro e di energico che tradiva subito la donna turca, sempre crudele in fondo, come le avevano orami abituate i sanguinari sultani del XV e del XVI secolo . Haradja non è più una donna anti conformista: è parte di una genia crudele e sanguinaria, quella dei turchi, e uccellacci neri, «mangiatori di morti», sono il simbolo vivente di migliaia e migliaia di cadaveri, lasciati al sole per essere spolpati. Un clima cupo e mortifero attraversa lʼintero racconto e priva di spinta narrativa le avventure, che, malgrado tutto, Salgari cerca di costruire. Haradja vuole vendicarsi di Capitan Tempesta, che lʼha ingannata facendosi passare da uomo e del quale si era invaghita, ed intende anche punire il Leone di Damasco, già suo fidanzato e che lʼ aveva abbandonata per la nobildonna cristiana. Rapisce, quindi, il figlio della coppia e il padre del Leone di Damasco. Li ha in pugno: sovrastata dallʼodio e soprattutto dallʼorgoglio, sfida a duello Capitan Tempesta. > I due cavalli si erano urtati così impetuosamente, che per poco non gettarono di sella le padrone, poi fu uno scrosciare dʼarmi sulle armature. (...) Haradja continuava ad assalire, tentando di far abbassare quella spada che aveva dei lampi di fuoco sotto i raggi già cocenti del sole. (...) Per la morte di Allah!, bestemmiò la nipote del Bascià (Haradja), (...) Sei salda come una roccia, tu?..Eppure io ti ucciderò! (...) Si udì un grido, o meglio, un urlo di belva ferita, poi la nipote del grande ammiraglio rovinò al suolo con gran fragore dʼacciaio. (...) Finisci la tigre dʼHussiff! , gridò il Leone di Damasco; ma numerosi soldati turchi sopraggiunsero impedendo a Capitan Tempesta di sopprimere la terribile rivale. È il momento migliore del romanzo; poi, la narrazione perde di mordente: Haradja e Capitan Tempesta scompaiono dal racconto, il Leone di Damasco è presente ma in secondo piano, sbiadito e irrilevante, emergono personaggi minori, che, come spesso succede in Salgari, cercano di dare brio e di creare una dinamica nei ruoli; dovrebbero far da spalla al protagonista, ne evidenziano lʼinsussistenza. Emerge, invece, una figura realmente esistita: Sebastiano Veniero, grande comandante della flotta veneziana, al quale, secondo Salgari, sarebbe dovuta la vittoria di Lepanto contro i turchi. Il racconto si chiude stancamente. Il libro fu pubblicato nel 1910, un anno prima della guerra di Libia (1911-1912), che contrappose lʼItalia allʼimpero Ottomano. È possibile che Salgari abbia cavalcato sentimenti diffusi presso lʼopinione pubblica: il turco come crudele oppressore di popoli, sanguinario e traditore. Il romanzo abbonda di stragi, torture, scorticamenti, squartamenti ed altre orride gesta: non cʼè pietà da parte dei turchi così come cavalleresco rispetto dei vinti. E i cristiani sanno morire con onore, bisbigliando il Miserere «nello spasimo atroce dellʼorribile supplizio»! Cʼè tuttavia troppo accanimento per pensare che il clima mortifero del romanzo risponda solo ad una esigenza editoriale o ad un rigurgito nazionalista dellʼautore. Salgari si uccise lʼanno successivo la pubblicazione, nel 1911: lo scrittore viveva ormai in una profonda depressione, con frequenti crisi auto distruttive e numerosi tentativi di suicidio; il romanzo riflette lo sconforto di Salgari e il fascino di una fine truculenta. Nel contempo il racconto risente di una stanchezza e di una mancanza di idee, che lo scrittore cerca disperatamente di compensare ricorrendo a modelli preconfezionati, non più inseriti in un contesto narrativo dinamico: ne sono una prova la ripetitività dei dialoghi e delle scene, la debolezza dei personaggi e le rare descrizioni di paesaggi, questʼultime a fronte di una peculiarità del romanzo: digressioni storiche, generalmente poco presenti nella produzione di Salgari, un chiaro segno di una ormai fragile vena narrativa. Perché non leggerlo? È un canto del cigno, un amaro e triste epilogo di un grande scrittore.

Emilio SalgariRBA Italia
Capitan Tempesta
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Capitan Tempesta

Siamo dinanzi ad uno dei romanzi più stupefacenti di Salgari. Le vicende di Capitan Tempesta sono ambientate nel 1571 durante la conquista da parte dei turchi dellʼisola di Cipro, sino allora in mano a Venezia. Ma chi è Capitan Tempesta? > Era un giovane bellissimo, anzi troppo bello per essere un guerriero, un pò alto, snello, di forme eleganti, con due occhi nerissimi che parevano due carbonchi, una bocca da fanciulla con dei dentini superbi... nellʼinsieme sembrava più una graziosissima fanciulla che un capitano di ventura . Già questa presentazione di Salgari introduce il motivo di fondo del romanzo: il travestimento di una splendida dama napoletana, alla ricerca del fidanzato, fatto prigioniero. La trama si svolge intorno allʼambiguità di Capitan Tempesta. Abile spadaccino e valoroso combattente, egli/ella vince in duello i migliori avversari, cristiani e turchi, che cadono poi innamorati della coraggiosa fanciulla. Dopo aver combattuto nella difesa di Famagosta e aver sconfitto in tenzone uno dei più famosi guerrieri dellʼesercito saraceno, il Leone di Damasco, Capitan Tempesta corre al castello dʼUssif, dove è recluso lʼamato fidanzato. Con astuti sotterfugi riesce ad entrare nelle grazie della crudele Haradja, che si infatua del bellissimo giovane, non conoscendone la vera natura. Capitan Tempesta riesce a liberare il fidanzato, fugge per mare ma viene raggiunta e catturata dopo una salgariana battaglia navale. Viene però liberata dal Leone di Damasco, che, ormai conquistato perdutamente dalla giovane, fugge con lei in Italia ( nel frattempo lʼamato fidanzato è stato assassinato). Ci sono tutti i migliori ingredienti dei romanzi di Salgari ma con qualche cosa di più. Non solo il racconto è abilmente giocato sulla doppia natura di Capitan Tempesta, ma anche gli altri personaggi si ribellano al ruolo entro il quale la società vorrebbe confinarli. Prendiamo, per esempio, la sorprendente e magnifica figura di Haradja. Il destino la vorrebbe relegata in un harem, tra le tante mogli di un pascià. Ma > avevo nelle vene il sangue dʼun pirata e quantunque donna, ne provavo tutti gli stimoli feroci . Non poteva che innamorarsi di guerrieri, con una passione, che una volta respinta, diventava odio feroce. Anche la contrapposizione tra religione cristiana e quella mussulmana, che allʼinizio del libro sembrava un conflitto insanabile, via via che si procede nella lettura si stempera, perché evidente che tutti si muovono su un crinale, dove le regole e le ideologie perdono valore e sostanza. Infine, bellissimo è il personaggio di El - Kadur, schiavo di Capitan Tempesta. Invaghito anche lui della fanciulla ( > ti rivedo quando sulla spiaggia sabbiosa mi porgevi dinanzi stillante acqua marina e ti riposavi allʼombra delle palme, felice di guardarmi ) soffre tremendamente perché non potrà mai farla sua. Lʼamore non corrisposto, di cui Capitan Tempesta è pienamente cosciente, e la nostalgia per «i vasti orizzonti luminosi e le dune di sabbia» travolgono lʼuomo sino a portarlo sul bordo della pazzia. Con forme diverse da quelle del Corsaro Nero, dove tutto è cupo e dolore, anche qui Salgari opera su un piano psicoanalitico, nel quale i personaggi e le vicende sono un iceberg di un mondo sotterraneo, fatto di fantasie anche erotiche e di desideri di una vita differente. Perché leggerlo? Allʼavventura aggiunge la complessità dei personaggi.

Emilio SalgariFabbri
Jolanda la figlia del corsaro nero
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Jolanda la figlia del corsaro nero

Il romanzo è in qualche modo la continuazione del Corsaro Nero. Jolanda, la figlia del pirata, ritorna nei Caraibi per riprendersi l’eredità della madre. Qui viene più volte rapita dal conte di Medina, figlio naturale del nonno, il quale vuole prendersi la ricchezza di Jolanda e soprattutto vendicarsi dell’uccisione del padre, il nonno di Jolanda, da parte del Corsaro Nero. Morgan, il pirata amico del Corsaro Nero, combatte per liberare Jolanda sino all’uccisione del conte di Medina e al matrimonio con Jolanda, che nel frattempo si è innamorata del pirata. La vicenda è l’occasione per una serie di avventure, che si sviluppano nel mare dei Caraibi, in Venezuela e in America Centrale con una successione di battaglie navali, di assedi a città spagnole e di tempeste. Lo stile è sempre quello di Salgari, veloce e rapido nella descrizione degli eventi di guerra, anche se bisogna dire che si assiste a una caduta nel ritmo e a una ripetitività che rende talvolta noiosa la lettura. La parte più bella del libro è il racconto di Jolanda e di Morgan nella giungla del Venezuela. Il pirata è gravemente ferito e la giovane è costretta a misurarsi rapidamente con una natura ostile e sorprendente, con la minaccia degli animali feroci e l’assalto di selvaggi. Si tratta di una sorta di iniziazione che può avere molti significati: l’esaltazione di una figura eroica, in questo caso costituita da una donna, la rappresentazione di una natura esotica (il noto esotismo di Salgari), il passaggio dalla giovinezza all’età adulta, lo scontro tra il coraggio della volontà e un contesto esterno nemico. Come nella vicenda del Corsaro Nero, è possibile unʼinterpretazione psicoanalitica e autobiografica del racconto, che si concentra proprio nelle vicende di Jolanda nella foresta.

Le due Tigri
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Le due Tigri

L’ambientazione è l’India e i crudeli Thugs, che hanno rapito la figlia di Tremal-Naik per renderla la «vergine della pagoda» al servizio della crudele divinità, Kalì. Sandokan e Yanez intendono liberare la bambina e iniziano una spedizione che li porterà nel delta del Gange, in una zona paludosa infestata da animali feroci e dominata dal colera, nei sotterranei dove vivono i Thugs sino a Delhi nel pieno dello scontro tra indiani e inglesi durante l’insurrezione del 1857. Sono presenti tutti gli ingredienti dei grandi romanzi di Salgari: l’ambiente ostile, il tradimento, il coraggio e la forza di Sandokan, i temi dell’amicizia e dell’onore. Emerge, tuttavia, con forza un tema, spesso sotteso nei romanzi di Salgari ma mai esplicitato fino in fondo: il tema del colonialismo e della crudeltà del conquistatore nei confronti del popolo indiano. Da questo punto di vista Sandokan assume una posizione ambigua: non sta, ovviamente, con gli inglesi, anche se si salva grazie a un salvacondotto dell’esercito britannico e grazie anche allʼamicizia con un ufficiale francese; ma non prende neanche posizione per i rivoltosi e rimane indifferente dinanzi all’uccisione di massa di donne e di bambini. > Urla spaventevoli s’alzavano da tutte le vie, accompagnate da scariche tremende... Fuggiamo anche noi, disse Sandokan . La Tigre di Monpracem non è il Corsaro Nero: è una figura rinchiusa nel proprio mondo di pirata e ancorato a rapporti di amicizia, che non si evolvono verso una reale coscienza politica. È come sospeso tra l’ostilità verso l’oppressore e l’idea di poter risolvere la propria lotta individuale da solo e con gli amici. È paradossale che la Tigre dell’India, il crudele Suyodhama, capo dei Tughs, che viene ucciso da Sandokan, senta maggiormente il tema dell’indipendenza del continente indiano rispetto al pirata di Monpracem, eppure valoroso e onesto. La posizione di Salgari sembra essere diversa, in quanto conclude il romanzo con una nota di ammirazione verso il capo dei rivoltosi: > ormai l’insurrezione era domata e sole il prode Tantia Topi, colla bellissima e fiera Rani di Jhansie, e un pugno di valorosi, teneva ancora alta la bandiera della libertà, fra le folte jungle e le numerose foreste del Bundelkund . Perché non ha scritto un romanzo su questo grande personaggio?