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Roberto Federico De


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I Viceré
RecensioneItaliano

I Viceré

I Viceré sono una edizione ottocentesca della serie televisiva Brothers & Sisters. Gli Uzeda sono una antica famiglia nobiliare di Catania, che annoverano tra gli antenati persino una santa. > La vecchia razza spagnuola mescolatasi nel corso dei secoli con gli elementi isolani, mezzo greci, mezzo saracini, era venuta a poco a poco perdendo di purezza e di nobiltà corporea: chi avrebbe potuto distinguere, per esempio, don Blasco da un frattacchione uscito da lavoratori della gleba, o donna Ferdinanda da una vecchia tessitrice? Come nella famosa serie televisiva, i membri della grande famiglia litigano, si insultano, tramano ma vivono sempre insieme, ritornano sempre nella grande casa principesca. Siamo nel 1850, dopo la rivoluzione siciliana del 1848- 1849, conclusasi nel sangue. La principessa madre, una donna avida e cattiva, muore lasciando due eredi: il figlio maggiore, che assume il titolo di principe, e il figlio amato, il contino Raimondo. Il principe opera subito per prendere in mano tutta lʼeredità mediante intrighi e sotterfugi. Nel frattempo la storia cammina e la «nuova Italia» permette alla famiglia, pur profondamente borbonica e reazionaria, di trovare vantaggio dalle cariche pubbliche, adesso elettive, e dalla confisca dei beni ecclesiastici. Si arriva al conflitto tra il principe e il figlio Consalvo, la cui colpa è di ferire il principe nel «sentimento più forte di tutti gli altri», la «sua borsa». Ma Consalvo è anchʼegli un Uzeda. Se > il principe aveva lottato tutta la vita per accumulare nelle proprie mani quanto più denaro era stato possibile, per toglierlo alla madre, ai fratelli, alle sorelle, alla moglie , Consalvo non pensava che > al proprio interesse individuale; per soddisfare il suo amor proprio egli era disposto a giovarsi di tutto . Erano in fondo entrambi i rappresentanti > degli ingordi spagnuoli unicamente intenti ad arricchirsi, incapaci di comprendere una potenza, un valore, una virtù più grande di quella dei quattrini . Ed è forse la vera conclusione del romanzo. Quando Consalvo diviene deputato fingendosi democratico e va dalla zia Ferdinanda, che esclama con ira «Tempi obbrobriosi... Razza degenere!», il nuovo principe, e membro del Parlamento del Regno, le risponde con una verità profondamente pessimistica ma spesso vera: > la storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono, e saranno sempre gli stessi. No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa . I Vicerè sono un romanzo corale. I singoli protagonisti sono stereotipi di un ruolo sociale al quale sono condannati. Il lettore non riesce ad appassionarsi ai personaggi né alla vicende, anchʼesse ripetitive e spesso scontate. Il romanzo, come tutti i grandi libri dellʼOttocento, scorre piano senza salti e rapide, come un grande fiume. È facile da leggere ma anche monotono. Perché leggerlo? Perché si legge bene sotto lʼombrellone.