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Igino Ugo Tarchetti

Igino Ugo Tarchetti, noto anche come Iginio Ugo Tarchetti, nato Igino Pietro Teodoro Tarchetti, è stato uno scrittore, giornalista e militare italiano. Collaborò con le testate Rivista minima, Il giornale per tutti, La settimana illustrata, Il gazzettino rosa, Il pungolo, e tentò di lanciare senza successo un periodico proprio, il Piccolo giornale.

Libri di quest'autore

Una nobile follia
RecensioneItaliano

Una nobile follia

Igino Ugo Tarchetti è vissuto tra il 1839 e il 1869. È quindi uno scrittore risorgimentale che è stato messo da parte in quanto portò avanti una forte critica alla guerra e un evidente riconoscimento del valore della diserzione e dellʼobbiezione di coscienza. Il romanzo, in parte autobiografico, tratta le vicende di Vincenzo D: > una di quelle menti che non sanno scegliere tra la prosperità e la coscienza e sono esse sempre delle creature sciagurate . Il racconto si articola in tre parti. La prima parte riguarda lʼinfanzia e lʼadolescenza del protagonista. Abbandonato, cresce in un orfanotrofio, dove conosce Margherita, il suo grande amore. Si tratta di una parte ampollosa e retorica, dominata da una visione romantica e spiritualistica della vita e del mondo. È tutta una esaltazione dellʼamore e della natura, assunta come un mondo idilliaco, Un dialogo tipico è il seguente: Margherita chiede: > ove andiamo? Ad amarci. E che fanno quelle lucciole? Si amano. E tutte quelle stelle? Si amano. Dio, come è bella la notte! È lʼamore che lʼabbellisce . A pagina 71 è forte la tentazione di abbandonare il libro. La seconda parte racconta la vita militare di Vincenzo D. Proprio nel momento in cui i due innamorati decidono di sposarsi, Vincenzo viene chiamato alle armi. Con pagine di grande efficacia, viene raccontata la trasformazione individuale e sociale di una persona costretta a subire la disciplina militare. Chi ha compiuto il servizio militare non può non ritrovarsi nelle parole dellʼautore: > le evoluzioni, il passo, il moto misurato e meccanico, la cadenza assordante del tamburo, la novità dellʼabito, lʼasprezza del comando e la disciplina stordiscono la sua mente, la distolgono da una riflessione seria e costante, creano nuovi bisogni, nuove idee, nuove parvenze. I buoni sono divenuti cattivi, i cattivi pessimi, i pessimi malvagi . La vita militare di Vincenzo ha una svolta quando viene chiamato a partecipare alla guerra di Crimea.Già la causa della guerra, richiamata dallʼautore, è di una tale futilità, che è di per sè una critica allʼassurdità dello scontro militare: un principe russo rifiuta di rendere visita al ministro turco e passeggia per le vie di Costantinopoli con «lo scudiscio alla mano». In questa parte del libro si colloca la descrizione della battaglia della Cernaia: sembra di assistere ad un film moderno ad effetti speciali e ad un tempo ad una battaglia dellʼIliade. Corpi dilaniati, teste mozzate, sangue e devastazioni sono narrate con una forza cromatica tale da poterle vedere come in un quadro. La narrazione raggiunge il suo punto di massimo impatto quando anche la natura ( qui non più benigna ma nemica dellʼuomo) prende parte alla battaglia: > il mare rigetta sulla riva gli alberi, le gabbie, i cadaveri. Unʼonda gigantesca, che sembra riassorbire in sè tutte le altre onde dellʼoceano, si avvicina lenta e maestosa alla riva. Una lunga fila di naufraghi apparisce sopra di essa agitando i petti e le braccia: sentono la terra sotto i loro piedi, ma lʼonda che li incalza di dietro sopraggiunge, si rovescia sopra di essi, li travolge e li riporta sullʼalta superficie del mare . Ma Vincenzo è riuscito a salvarsi e non ha ancora ucciso nessuno, in quanto è rimasto sommerso da un mucchio di cadaveri. Quando riprende conoscenza si trova di fronte un soldato nemico e, come nella Canzone di Piero di Fabrizio De Andrè, è costretto ad ucciderlo per correre poi a chiedergli perdono ed accorgersi che il soldato ucciso > era bello di una bellezza maschia ad un tempo e gentile, aveva i capelli biondi e inanellati, la fronte ampia e serena . Il soldato sul punto di morte chiede a Vincenzo «perchè mi avete ucciso?». A quel punto il protagonista decide di disertare e di acquistare la propria libertà: > io aveva gettato il guanto allʼumanità; non aveva meco che la mia coscienza: come avrei sostenuto quella lotta? La terza parte è la discesa verso la follia, che ha origine nellʼomicidio. Ormai il racconto si trasforma in filosofia e in un insieme di aforismi, in alcuni casi senza senso. Emerge in modo evidente una dichiarazione contro la guerra e soprattutto contro la vita militare, mentre prevale ormai una visione del mondo panteista. Il tutto diviene un confuso manifesto politico. Lʼautore si affida ad un espediente narrativo ( Vincenzo D. racconta allo scrittore che racconta ad un amico), che invece di rendere più vivace la lettura contribuisce ad appesantirla, in quanto il racconto è tutto sviluppato in prima persona, nella forma di una narrazione: narrazione che spesso è un occasione per noiose divagazioni filosofiche, che fanno cadere il ritmo narrativo. Lo stile ampolloso, enfatico, fortemente aggettivato, rende spesso pesante la lettura. Perchè non leggerlo? È sufficiente andare in una biblioteca pubblica e limitarsi alle pagine che descrivono la vita militare e la grande battaglia della Cernaia (in tutto quaranta pagine).

Igino Ugo TarchettiOscar Mondadori