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Paolo Casadio


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Il bambino del treno
RecensioneItaliano

Il bambino del treno

Troppo spesso dimentichiamo lʼimportanza dei luoghi per la nostra vita, per la formazione dei nostri sentimenti, per la trasmissione di una memoria individuale e collettiva. Come dice Paolo Casadio, i muri, gli oggetti, i paesaggi hanno il compito di testimoniare il passato, di farlo sopravvivere a noi stessi, anche se > i muri sanno, ma non posso mai dire nulla, solo farsi carico di tanto peso nella loro muta immobilità . Talvolta non sono posti noti o di particolare pregio, sono dei «non luoghi», come la dismessa stazione di Fornello sulla linea ferroviaria Firenze - Faenza. È con un «groppo di angoscia», che la osserva Lucia, la moglie di Giovannino il nuovo capo stazione: > quel posto affacciato al viadotto, quello slargo di alberi e ginestre attorno alla stazione, quella profondità dietro al fabbricato che poteva nascondere una fenditura o un torrente, quelle stratificazioni di marna che affioravano potenti tra la gariga le rimandavano il quadro di un esilio, il sentimento di unʼostilità invincibile . Sono gli anni tra il 1935 e il 1943, ed invece, forse per un oscuro presentimento, e per un carattere naturalmente timoroso, Giovannino vive lʼisolamento come una protezione verso il mondo esterno. > Il monte di Castelpotente vigilava sulla valle, e quel monte stava lì da quando il fondo del mare sʼera sollevato dando luogo allʼAppennino. Non sarebbe successo nulla. E non succederà mai nulla, signor capostazione. Noi, qui, siamo dimenticati. Così disse il cieco di Piandolci, come un antico vate. Fornello e la piccola famiglia, Lucia e Giovannino con il bambino Romeo, sono la metafora del familismo italiano, di una strategia di vita che racchiude tutto nel mondo degli affetti e nei luoghi vicini e sempre uguali; ma noi sappiamo che è unʼ illusione, una vana e pericolosa speranza. Con un ritmo lento e sognante il romanzo ripercorre lʼinfanzia del piccolo Romeo: lʼambiente della montagna, la scuola di paese con maestri e compagni inimmaginabili per noi cittadini, le relazioni con le famiglie contadine, lontane nello spazio ma vicine nei sentimenti. È un mondo meraviglioso per un bambino, dove i pochi pericoli rientrano nellʼordine eterno delle vicende e delle cose. La natura è amica, in fondo, anche quando cʼè la bufera, o i campi, i sentieri e le case sono sommerse dalla neve. Tutto cambia, quando irrompe sulla scena il dramma più terribile della seconda guerra mondiale: la deportazione degli ebrei. Un treno carico di povera gente, destinata alla morte, si ferma per una notte nella piccola stazione di Fornello. Viene concesso di scendere dal treno e dormire e rifocillarsi presso Lucia e Giovannino. Romeo fa amicizia con una bambina: una infantile infatuazione che potrebbe avere un esito drammatico. > Ancora non lo sa ma di niente, in fondo, cʼè significato se non quello che vi attribuiamo noi, giacché tutto scompare. È cresciuto davvero, costituendo lʼavvenimento vissuto una sorta di prova iniziatica: è entrato nella terra delle perdite e dei rimpianti, e non cʼè nulla di più adulto che comprenderne lʼirrimediabilità e il senso. E il senso, in quel dicembre 1943, è davvero difficile da trovarsi . È un romanzo sullʼinfanzia, con sottostante una domanda inquietante per noi adulti: è possibile essere fanciulli? No, se persino in uno sperduto paesino dellʼAppennino un bambino non può crescere sereno. Sembrerebbe che la colpa di questa infelicità esistenziale sia tutta di un mondo esterno impazzito, sia responsabilità degli altri, contro i quali nulla possono fare gli affetti familiari e le amicizie né la natura benigna. È proprio vero? Non possiamo svelare il finale; possiamo dire con lʼautore che siamo tutti impotenti > a cambiare il corso delle cose, neutralizzare lʼaccanimento ostile del destino che sovente si tramuta in sentenze inappellabili . E non rimangono che > lʼabbraccio, il coinvolgimento, la povera consolazione, (...) la comunanza nel dolore. Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura, un poʼ fuori moda forse con il suo italiano classicheggiante, eppure così elegante e raffinata da soddisfare la nostalgia per una bella lingua. Manca, purtroppo, la trama: il ritmo narrativo scorre senza sorprese, se non nelle ultime pagine: una lunga attesa, che non viene colmata dai personaggi, troppo abbozzati, e dalla descrizione dellʼambiente appenninico; ed è questʼultima una cocente delusione, non essere riusciti a trasmettere lʼʼatmosfera, magica ed antica, di un paesaggio e di una società, ormai tramontata. Perché leggerlo? Bello anche se un poʼ noioso.

Paolo CasadioPiemme
La quarta estate
RecensioneItaliano

La quarta estate

Con un viaggio avventuroso e dopo aver perso il bagaglio, la giovane dottoressa Andrea Dalvina Zanardelli arriva a Ravenna per andare a lavorare al sanatorio di Marina di Ravenna, dove sono curati i bambini "scrofolosi", provenienti dall'orfanotrofio. Siamo nel 1943. Dalvina proviene da un'agiata famiglia del Lago di Garda. Già il primo approccio la stupisce, quando le viene chiesto alla stazione se deve andare a Marina o in Abissinia. Poi c'è questo strano paesaggio, così distante dalla sua immagine del mare: > una specie di palude, una pocia d'acqua crespa che s'intuiva profonda poco più d'una pozzanghera, e che si chiamano "valli" (o piallasse), come quelle dei suoi monti. Ne sentì sin dall'inizio il fascino, un > fascino selvatico, (...) affaticato dal lavoro di povera gente, (...) la familiarità tra i marinai, il silenzio rispettoso con il quale si salutavano succhiando le pipe di coccio, e per tutto questo (...) si sentiva piuttosto a casa. A lei, la bella ragazza, *dai capelli color albicocca*, bastava poco: > il suo carattere esigeva schiettezza, autenticità, perché sentiva di appartenere alle storie semplici. E così le piacque subito il sanatorio, > la solarità assoluta del luogo, il frangersi continuo delle onde, il sapore di salsedine che s'incollava al corpo, (... la semplicità ordinata degli ambienti e la tranquilla operosità delle suore, dai nomi strani come Leopola, Nolasca, Zoefe, Benespera, Galizia: una comunità di religiose devote a Santa Dalmazia, ma sempre e soprattutto donne, con i loro segreti e i loro amori, non necessariamente rivolti solo a Cristo. Nell'arco di pochi mesi si sviluppa una storia "semplice", una microstoria rispetto alla grande storia che sta travolgendo l'Italia, dallo sbarco degli alleati alla caduta di Mussolini sino all'invasione da parte dei tedeschi. Fino all'8 settembre 1943, l'autore narra queste vicende tramite la pazzia del precedente medico del sanatorio, rimosso e ricoverato in ospedale perché si crede Benito Mussolini: un'abile metafora della follia che ha portato il nostro Paese alla guerra. Poi, a un certo punto, non è più possibile schermarsi dietro le inguaribili manie oratorie di un povero allucinato: > la parola "bombardamento" era appena entrata, con tutto il suo carico dirompente, nell'organizzato vivere del sanatorio. Quel che pareva stabile e perpetuo vacillava, non era più, e nessuna garanzia, nessuna immunità si poteva intravedere a ragion di logica. Per ancora un poco, noi lettori speriamo di essere immuni dalla guerra, e poter seguire Dalvina nella scoperta di sé stessa, del suo corpo desideroso di amore e del suo lato materno, che la lega indissolubilmente a un povero scrofoloso, non per compassione ma perché > sentì quei sussurri insinuarsi nella carne, oltrepassare barriere e difese e rinnovare un disagio intimo e indecifrabile che l'indusse a trasalire, e non certo per la misteriosa origine delle parole. Ma su tutti noi incombe un destino, di cui è difficile discernere il senso perché non guarda all'Amore e alla Speranza: > le bombe non sono mica ubbidienti, e neppure intelligenti. Vanno dove vogliono. (...) Voglia di sognare. E allora chissà, s'era inventata tutta questa favola di suore, mare e bambini. I suoi bambini. Queste sono gli ultimi pensieri di Dalvina. E se tutto fosse rimasto un sogno, forse si sarebbe salvata? Paolo Casadio ha la capacità di partire da piccoli fatti reali, frutto di una ricerca attenta d fonti, per costruire storie che hanno sempre un "Luogo" fatato, immerso nel mistero e nella magia. Nel suo primo romanzo "Il bambino del treno" è una piccola stazione sulla linea Faenza-Firenze, che fa da cornice ad un episodio realmente avvenuto. Nel successivo "Fiordicotone" il luogo è Lugo di Romagna, anche se la prova narrativa è meno riuscita di quella precedente perché l'autore si disperde su troppi temi e si discosta dalla sua scrittura morbida ed elegante, il pregio fondamentale di Casadio (si vedano le recensioni in questo sito). Qui, invece, l'autore romagnolo dà il meglio di sè: la ricostruzione dell'ambiente di Marina di Ravenna, così diverso da quello di oggi, dà al lettore sensazioni indecifrabili e fiabesche, ed è facile immagine quale ne sia stato il fascino per una colta ragazza del Nord; le personalità delle suore sono descritte con affettuosa ironia e ci sembra di vederle davanti, nelle loro passioni di donne e nella loro fede comunque tenace; e che dire dei bambini "scrofolosi", sempre più indisciplinati e vivaci via via che migliorano in salute (anche per le erbe delle Pinete); e poi quella chicca dell'allucinato che si crede Mussolini, divertente e tuttavia realistica. Forse, l'unico appunto riguarda la figura di Dalvina, tratteggiata con insufficiente approfondimento psicologico e sempre ricorrendo ad allusioni di ferite subite, che restano in sospeso e non ci permettono di comprenderne la personalità. Ed infine, noi lettori siamo delusi perché ci aspettavamo un lieto fine. Perché leggerlo? È un romanzo bellissimo, una lettura piacevole e avvincente.

Paolo CasadioClown Bianco Edizioni
Fiordicotone
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Fiordicotone

Il 15 dicembre 1943 venne arrestata e inviata all'internamento la famiglia ebrea dei De Fano: Omero, «il mite rilegatore», la maestra elementare Alma, la madre di lei e la piccola Velia, figlia della coppia, una bambina albina soprannominata Fiordicotone. Nella confusione del rastrellamento la bambina venne nascosta sotto la mantella nera di un uomo, così salvandosi. Omero e l'anziana madre furono subito soppressi mentre Alma fu riservata agli ufficiali delle SS per loro divertimento sessuale. «Fa' qualunque cosa ti chiedano, pur di salvarti la vita», le aveva detto la madre, «nuda tra altre donne denudate». Ma se mettere il corpo al servizio degli aguzzini le aveva preservato la vita, l'esperienza l'aveva profondamente ferita nello spirito. Guardandosi allo specchio dopo la liberazione, Alma > non riuscì a riconoscersi. Aveva sbottonato casacca e camicia e s'era guardata. Un corpo perfetto, desiderabile. Si vide incolore, gli occhi logorati, il viso sbiadito e senza vita. Di quel corpo che tanto amava colse la tristezza, l'angoscia di una solitudine continuamente abusata . E' dalla duplice sofferenza, di internata e di prostituta, dalle cataste di morti e dall'umiliazione subita ( > in bocca il sapore acido, sulla pelle il sentore miserabile e persistente della violenza )  che crebbe in Alma la percezione che non esistesse un dopo, > ché talmente quell'inferno era senza fondo e senza dignità da non lasciare alcuna speranza. Non c'era più niente. Soltanto Fiordicotone. Come è ovvio il libro narra la ricerca della figlia: la prima ospitalità in Svizzera, il viaggio nell'Italia distrutta sino a Lugo, la scoperta che la figlia non era più in paese, le difficoltà a farsi dire dove si trovava, ed infine l'incontro con Velia. Incombeva sempre su Alma un presagio di una vecchia cieca: «la troverai, e quando l'avrai trovata ritornerai nell'ombra». Come Alma pure il lettore non comprende le parole, oscure come gli oracoli della Sibilla. Cosa vuol dire tornare nell'ombra? Scopriamo lungo il racconto che Alma non aveva ombra, era come un fantasma corporeo ma inconsistente, era senz'anima. Alma «era prigioniera di una cifra tatuata», non aveva speranza e non pensava che ci fosse un futuro per la figlia. Con toni forse troppo melodrammatici ma tenendoci sospesi in una preoccupata attesa l'autore ci porta sino alla conclusione.   In un precedente romanzo («Il bambino del treno» recensito in questo sito) Paolo Casadio è partito da un fatto realmente accaduto, ambientato in un luogo preciso: una piccola stazione, oggi abbandonata, della linea ferroviaria Faenza-Firenze. Luogo e vicenda storica hanno dato un ancoraggio concreto alla narrazione; insieme allo stile elegante hanno contribuito alla buona riuscita del romanzo. In «Fiordicotone» Casadio si disperde su troppi temi, dal dramma esistenziale degli internati alla ricerca della figlia. Il filo conduttore non sono tanto la storia e la protagonista, quanto un alone di morte, di fantasmi che aleggiano dal passato, con il rischio di scivolare nel «fantasy» (si pensi all'immagine dell'ombra, sinceramente esagerata) o, più nobilmente, nel contesto evanescente e astratto di molte poesie di Mario Luzi. Nel vuol dire troppo l'autore trascura l'ambiente di Lugo di Romagna, i personaggi e in particolare la ricostruzione delle ambiguità, dei pavidi compromessi, dei piccoli sotterfugi a fin di bene di tante persone comunque consenzienti con le orrende finalità del regime nazista: si pensi alla figura del maresciallo. Il frequente ricorso al punto con le conseguenti frasi senza verbo frammenta la narrazione e compromette l'eleganza della scrittura: un lascito dannoso del dominante stile giornalistico. Perché leggerlo? Si legge molto bene ed è interessante dal punto di vista storico.

Paolo CasadioManni