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Mercè

Mercedes è un nome proprio di persona spagnolo femminile.

Libri di quest'autore

Via delle Camelie
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Via delle Camelie

Cecilia è stata abbandonata, molto piccola, sullʼuscio di una coppia, Signor Jaime e Signora Magdalena, che lʼhanno allevata, come una figlia. La sua comparsa e il suo nome, trovato in un biglietto insieme con la culla, sono un mistero: perché Cecilia? Forse suo padre era un musicista oppure «doveva essere un uomo molto cattivo e che io avevo orecchie da criminale». Cecilia si sente come una estranea, che riesce a trovarsi in sintonia con il mondo (i fiori, i profumi dei giardini, le stelle, i vestiti e le parure di gioielli), ma non con gli uomini. > Era come se la casa e i signori che mi avevano raccolto, con le tazze di tiglio e la torretta e la poltrona gialla e la storia della spilla da balia e del biglietto fossero una di quelle storie che si raccontano ai bambini per fargli paura nelle sere dʼinverno o per farli ridere, secondo come viene . Una solitudine esistenziale sovrasta Cecilia e la porta ad amare solo sé stessa: guardandosi, adolescente, davanti ad uno specchio, la ragazza si rende conto che è diversa dagli altri, perché «ero chi fa innamorare e dentro lo specchio ero lʼinnamorato». Questo senso di auto sufficienza dei sentimenti conduce Cecilia a lasciarsi andare, ad accettare dapprima relazioni sentimentali senza amore, poi a prostituirsi per finire col diventare lʼamante opportunista di uomini ricchi e potenti. Cecilia trascorre una esistenza senza gioia, un «vivere fino alla morte». Ed è proprio la stanca consapevolezza dellʼinutilità della sua esistenza che spinge la donna a ripercorrere a ritroso la propria vita per investigare di come era stata lasciata, per svelare il mistero della sua nascita, ciò che era alla base della sua sofferenza. E scopre che molti lʼhanno amata, che i suoi genitori adottivi sono stati travolti dal dolore per averla persa e che la sua comparsa e il suo nome avevano avuto una origine molto banale. Un vigilante «aveva trovato una bambina, come un gattino, che si sarebbe chiamata Cecilia». Nei romanzi di Mercé Rogoreda cʼè sempre una ferita iniziale, quasi primordiale, che condiziona tutta la vita della protagonista. In questo caso, lʼangoscia esistenziale è il senso stesso della nascita: sentire che non sappiamo da dove veniamo crea uno stato di smarrimento rispetto agli uomini, una incapacità di relazioni autentiche, ciò che invece Cecilia riesce ad avere con le cose e con gli animali. Ma perché non accettare che nasciamo tutti come i gattini e i nostri veri genitori sono coloro i quali ci hanno accolto con affetto? È un romanzo difficile, con un lento ritmo narrativo e ricco di simbolismi, che lo rendono spesso criptico e poco comprensibile. Non cʼè mai un momento di stacco, di accelerazione, quasi che la trama rotoli così come la vita, che, come dice lʼautrice, é fatta di «tanti giorni». Perché non leggerlo? È così surreale e criptico da essere noioso.

MercèLa Nuova Frontiera
La piazza del diamante
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La piazza del diamante

> Vivevo come deve vivere un gatto: su e giù, a coda bassa, a coda ritta, adesso è ora di mangiare, adesso è ora di dormire; con la differenza che un gatto non deve lavorare per vivere. A casa si viveva senza parole e le cose che portavo dentro mi facevano paura perché non sapevo se erano mie . La protagonista, Natalia detta Colombetta, è lʼio narrante. È una giovane che lavora in pasticceria. Si sposa con Quinet, un giovane egoista e irrequieto ma affascinante, dal quale ha due figli. Quinet fa il restauratore ma comincia ad allevare colombi nel solaio di casa. Ben presto gli uccelli invadono tutta la casa e Natalia si trova a condurre una vita sempre più pesante e faticosa, tra la cura dei figli, il lavoro di domestica presso una famiglia facoltosa e la pulizia della casa. Ma non è la fatica che spaventa Colombetta, è il senso crescente di vivere una vita non sua, ma decisa da altri. Questa angoscia la trascina a compiere lʼunico atto di rivolta della sua vita: liberarsi dei colombi impedendone la riproduzione. Nel frattempo è scoppiata la guerra civile. Quinet va a combattere con lʼesercito repubblicano, Colombetta perde il posto di lavoro e cade in una miseria crescente sino al punto di non riuscire a dare da mangiare ai propri figli e di decidere di ucciderli e di uccidersi. È il momento più cupo della sua disperazione: si sente ormai sconfitta non soltanto dagli eventi drammatici della guerra civile, quanto dal senso di solitudine che le pesa addosso. > Dovetti farmi di sughero per tirare avanti, perché se invece di essere di sughero con il cuore di ghiaccio fossi stata, come prima, di carne,che quando ti pizzicano ti fa male, non sarei potuta passare per un ponte così alto e così stretto e così lungo. E andavo per le strade, sporche e tristi di giorno, buie e azzurre di notte,vestita tutta di nero e, in cima, una specie di macchia bianca, la faccia che diventava sempre più minuta . Va in una drogheria a comprare dellʼacido per uccidersi e uccidere i propri figli e in quel momento drammatico si verifica una svolta nella sua vita: il droghiere, che è a conoscenza della morte di Quinet, le propone di sposarlo. Ancora una volta Natalia accetta come se fosse una decisione di altri. La nuova vita, di benessere per sé e per i suoi figli, non la libera dallʼangoscia esistenziale. Un giorno, in uno stato tra la realtà e il sogno, ritorna alla vecchia casa che ha abitato con Quinet. Cerca un foro vicino alla serratura, che era stato tappato con il sughero. > Cominciai a tirar fuori pezzetti di sughero con la punta del coltello. E il sughero saltava via sminuzzato. Tolsi tutto il sughero e solo allora mi resi conto che non potevo entrare .Colombetta va quindi in Piazza del Diamante, un tempo piena di vita ed oggi «una cassa vuota fatta di case vecchie con il cielo per coperchio». E sulla spalla > si posò un colombo cravattato di raso, di quelli che non avevo mai visto, ma che aveva piume laccate, e sentii un vento di tempesta che mulinava dentro lʼimbuto ormai quasi chiuso e con le braccia sul viso per difendermi da non so che, lanciai un urlo di inferno. Un urlo che dovevo portarmi dentro da molti anni e dalla bocca mi uscì un pezzetto di niente e quel pezzetto di niente che mi era vissuto tanto tempo dentro era la mia giovinezza che fuggiva con un urlo che non sapevo cosa fosse... distacco? . Il romanzo è sviluppato dal punto di vista dellʼio narrante, Natalia. Questo accorgimento letterario rende ancora più evidente il distacco, quasi da spettatrice, della protagonista rispetto alle vicende della propria vita. Natalia racconta in modo minuzioso e dettagliato ( si pensi alla descrizione della casa dove lavora come domestica, alla splendida rappresentazione, quasi un dipinto!, di Piazza del Diamante piena di vita), ma il tutto sembrano essere le note di un geografo, di un esploratore. Accanto a questa rappresentazione apparentemente realistica della vita ci sono poi i sogni di Natalia, in gran parte giocati intorno agli uccelli, ai colombi e alla presenza delle persone che hanno dominato la sua vita. Lʼangoscia esistenziale e il senso di vuoto non si manifestano nel racconto dei fatti reali ma riescono ad esprimersi solo nel mondo simbolico. Da questo punto di vista, le vicende legate ai colombi costituiscono, forse, il legame tra realismo e simbolismo, quasi lʼespressione fisica dellʼangoscia esistenziale della protagonista. È un romanzo splendido, apparentemente semplice nello stile ma in realtà giocato sulla costruzione delle frasi. Lʼautrice non ha bisogno di utilizzare molte parole, troppi aggettivi, né di dare un ritmo intenso alla narrazione: la sintassi è lo strumento che dà potenza narrativa al romanzo. Perché leggerlo? È un romanzo affascinante, complesso e difficile da interpretare, ma che affronta un tema universale: la difficoltà a vivere la vita come protagonisti e non come spettatori.

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