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Elena Ferrante

Elena Ferrante è lo pseudonimo di una scrittrice italiana, inserita nel 2016 dal settimanale statunitense Time nella lista delle 100 persone più influenti al mondo.

Libri di quest'autore

La vita bugiarda degli adulti
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La vita bugiarda degli adulti

Giovanna, l'io narrante, è un' adolescente che vive in un bel quartiere di Napoli con genitori istruiti e di sinistra: il padre professore universitario, la madre insegnante di liceo e traduttrice. Pure la coppia di amici che frequentano ha le stesse caratteristiche: anche lui docente universitario, abituale compagno di accese discussioni con il padre, lei signora della buona società, sempre elegante e spesso con uno splendido braccialetto. Ci sono  poi le loro figlie, amiche e confidenti di Giovanna. Una bella famiglia borghese, quindi! La ragazza comincia a non andare bene a scuola e origlia alla porta una frase del padre. > l'adolescenza non c'entra: sta facendo la faccia di Vittoria. (...) Fu così che a dodici anni appresi dalla voce di mio padre, soffocata dallo sforzo di tenerla bassa, che stavo diventando come sua sorella, una donna nella quale-- gliel'avevo sentito dire fin da quando avevo memoria--combaciavano alla perfezione la bruttezza e la malvagità . Sorge in Giovanna il desiderio irrefrenabile di conoscere zia Vittoria, tanto odiata dal padre che in una foto di famiglia la sua immagine era stata tagliata. Voleva sapere se le brutte parole del padre erano dovute solo ad un dispiacere momentaneo o lui, così accorto, avesse individuato > i tratti di un mio guasto futuro. (...) Volevo capire se mia zia si stesse davvero affacciando attraverso il mio corpo: le sopracciglia foltissime, gli occhi troppo piccoli e di un marrone senza luce, (...) il labbro superiore corto con una disgustosa peluria scura, (...) il mento aguzzo e il naso, ah il naso, come si protendeva senza garbo verso lo specchio, (...) erano già elementi del viso di zia Vittoria, o miei e soltanto miei? (...) Ero io o l'avanguardia di mia zia, lei in tutto il suo orrore? Giovanna non si rende conto che il viaggio che sta intraprendendo, la conoscenza della zia e del suo mondo (i quartieri popolari di Napoli), non sarà solo la conferma o meno delle radici della sua presunta bruttezza: sarà una discesa verso la demolizione dei suoi genitori, la privazione della madre e l'estraneità del padre. Le figure genitoriali, prima viste come un olimpo di perfezione e di esempi da imitare, si sgretolano fino a dissolversi. > Cosa succedeva, insomma, nel mondo degli adulti, nella testa di persone ragionevolissime, nei loro corpi carichi di sapere? Cosa li riduceva ad animali tra i più inaffidabili, peggio dei rettili? Non è la scoperta della torbida relazione che lega i genitori alla coppia di amici: il padre ha da anni come amante la moglie del collega, il quale a sua volta tresca con sua madre; e neanche l'oscura storia del braccialetto indossato con tanta visibilità dall'amante del padre: in modo poco chiaro esso pervenne a zia Vittoria, la quale lo voleva dare in dono a Giovanna ma il padre lo regalò all'amante. Sono le parole a devastare la fine dell'infanzia: il tempo dell'adolescenza sarebbe lento, > fatto di grandi blocchi grigi e improvvise gibbosità di colore verde o rosso o viola. I blocchi non hanno ore, giorni, mesi, anni, e le stagioni sono incerte, fa caldo e freddo, piove e c'è il sole. (...) Appena cerchi le parole, la lentezza si muta in  vortice e i colori si confondono come quelli di frutta diversa in un frullatore .  Ed ecco siamo arrivati al cuore della questione, il tema della cultura. A differenza di Confucio che ritiene la cultura la chiave per cogliere «il senso dell'umanità reciproca», Elena Ferrante pare essere della mia opinione: la buona istruzione scolastica, il possesso del linguaggio, la consuetudine con i libri e con gli ambienti culturalmente impegnati, sono una gabbia che imprigiona i sentimenti, li sommerge sotto l'abile gioco semantico, crea apparenza e non sincerità. Il problema è che Giovanna, pur riconoscendo in zia Vittoria la forza prodigiosa della schiettezza (l'odio espresso senza filtri, l'intimità, le emozioni traboccanti, l'autenticità del vivere), si innamora comunque di un intellettuale, del quale è affascinata dalle parole, oltre che dall'aspetto. Cultura falsa chimera! Non si conosce l'umanità con il pensiero, lo si coglie con l'empatia. Per fortuna irrompe zia Vittoria e la salva. > Hai sentito, Giannì, qua ti chiamano bambina. Ma tu sei una bambina? E' allora perché ti metti tra Giuliana e il fidanzato? Rispondi, invece di rompere il cazzo con il braccialetto. Sei peggio di mio fratello? Dimmelo, ti sto a sentire: sei più presuntuosa di tuo padre? Il libro è un romanzo di formazione. E' intrigante all'inizio e crea nel lettore l'aspettativa di zia Vittoria: è l'attesa di un personaggio caratteriale, viscerale e sanguigno. Ed invece questa figura resta a latere, talvolta richiamata nella trama ma mai protagonista. Il racconto si svolge o meglio rotola lungo una vicenda banale e un sistema fragile di personaggi. Non appoggiandosi alla trama e ai caratteri, alla complessità dei loro legami come nell'Amica Geniale, la scrittua rileva tutti i suoi limiti: scorrevole, ma fiacca, senza tempra, superficiale come la storia. Perché leggerlo? Chi si è innamorato dell'Amica Geniale non può perderlo.

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Storia della bambina perduta
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Storia della bambina perduta

Prosegue la storia dellʼamicizia tra Elena e Lila, la cui conclusione ci dà il senso del lungo racconto: invano possiamo dare chiarezza al fluire disordinato degli eventi e dei sentimenti. Nel libro precedente abbiamo lasciato Elena, che fuggiva con Nino, abbandonando una prosaica vita borghese. Per molte pagine, anche troppe, al centro cʼè Elena, madre separata e soprattutto amante. Per stare vicino a Nino Elena torna a Napoli, trascinando con sé le due figlie. Va a vivere in un luminoso appartamento in Via Tasso, lontano dal rione, che comunque frequenta spesso. Non riesce a > riacciuffare subito Lila e tutte le complicazioni che porta con sé o, peggio, mi lascio prendere dalle vicende della mia vita perché le butto giù con più facilità . Nino si rileva un uomo evanescente, con sfrontatezza non abbandona la moglie per Elena, è egoista, vanesio, sfrenatamente ambizioso, naturalmente traditore. Può una donna intelligente e colta accettare di essere la concubina di un furfante? > Più viaggiavo verso Milano, più scoprivo che, accantonata Lila, non sapevo darmi compattezza se non modellandomi su Nino. Ero incapace di essere io il modello di me stessa. Senza di lui non avevo più un nucleo a partire dal quale espandermi fuori dal rione e per il mondo, ero un mucchio di detriti . Si rompe lʼincantesimo; Elena sorprende Nino in lurido amplesso con la fantesca, il più borghese dei tradimenti. E scopre che Nino è «niente di alieno, dunque, molto invece di laido». Lascia lʼuomo e la luminosa dimora per andare a vivere nel rione, sopra lʼappartamento di Lila. Il racconto sviluppa lʼamicizia delle due amiche in un contesto inusuale, quello familiare: il lavoro di entrambe (quello di Elena la porta spesso lontano), cinque ragazzi, dei quali due, Tina e Imma bambine e coetanee, figlia di Lila la prima, di Elena la seconda, avuta da Nino. Il racconto procede lento, intriso delle vicende del rione, dei piccoli conflitti familiari e dei sentimenti contrastanti delle due amiche, quando allʼimprovviso si verifica una svolta drammatica: Tina scompare. La «bambina perduta» ci riporta allʼ«Amica geniale»: al centro cʼè di nuovo Lila e con lei Napoli. Non è come ci si aspetterebbe. Il dolore di Lila resta sempre sullo sfondo. È vero > Tina le si è incestata dentro. (...) Bisognava trovare il modo di tornare a far scorrere la storia della bambina . Ma Lila lo fa a modo suo, andando alla scoperta di Napoli, putredine e splendore ad un tempo. In quale città si è edificata una chiesa (San Giovanni a Carbonara) sopra un fosso detto la Carbonara, perché si gettavano corpi putrefatti ed arti spezzati di uomini e di animali? > Ebbi spesso lʼimpressione che Lila usasse il passato per normalizzare il presente (...). Nelle cose napoletane che le raccontava cʼera sempre allʼorigine qualcosa di brutto, di scomposto, che in seguito prendeva la forma di un bellʼedificio, di una strada, di un monumento, per poi perdere memoria e senso, peggiorare, migliorare, peggiorare, secondo un flusso per sua natura imprevedibile, fatto tutto di onde, calma piatta, rovesci, cascate . In fondo la vita non un continuo «smarginare», > uno sciogliersi di materie eterogenee, un confondersi e rimescolarsi ? Ed allora perché stupirsi dello svanire di Lila, della sua decisione di andarsene senza lasciare traccia di sé, se non due bambole, vecchie di cinquantʼanni, spedite un giorno ad Elena? Certo rimane ad Elena lʼimpressione di essere stata ingannata, di essere stata trascinata dove voleva Lila. > Per tutta la vita aveva raccontato una storia di riscatto, usando il mio corpo vivo e la mia esistenza. (...) Scrivo da troppo tempo e sono stanca, è sempre più difficile tener teso il filo del racconto dentro il caos degli anni, degli eventi piccoli e grandi, degli umori. (...) A differenza che nei racconti, la vita vera, quando è passata, si sporge non sulla chiarezza ma sullʼoscurità. Ancora una volta lʼautrice si sofferma troppo a lungo su una banale storia di tradimenti, di vicende familiari e di relazioni sociali. Vorrebbe scavare nellʼanimo di Elena per approfondire le ragioni della sua remissività verso un amante chiaramente traditore, ma la narrazione risulta scialba, superficiale, noiosa. Cʼè la vita del rione, si susseguono avvenimenti anche drammatici, come il terremoto, ma il tutto sembra appiccicato senza alcuna analisi sociologica. Ci sono le figlie di Elena, incredibilmente adattive a nuovi ambienti e a cambiamenti di vita, ma è inverosimile che trascorrano infanzia ed adolescenza impermeabili alla confusione familiare, alla madre sempre impegnata da altre parti e alla stessa violenza del rione. Il romanzo prende il volo solo quando entra in scena Napoli. Sembra allora di leggere Matilde Serao, Anna Maria Ortese, ossia le grandi scrittrici napoletane: il merito è di Lila, un personaggio capace di vivere di vita propria, quando non è messa in secondo piano dalla troppo borghese e scontata Elena. Perché leggerlo? È un poʼ noioso ma vale la pena leggerlo per vedere come finisce la grande sagra.

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Storia di chi fugge e di chi resta
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Storia di chi fugge e di chi resta

> Diventare. Era un verbo che mi aveva sempre ossessionata (...). Io volevo diventare, anche se non avevo saputo cosa. Ed ero diventata, questo era certo, ma senza un oggetto, senza una vera passione, senza unʼambizione determinata. Ero voluto diventare qualcosa, ecco il punto, solo perché temevo che Lila diventasse chissà chi e io restassi indietro. Il mio diventare era diventare dentro la sua scia. Dovevo ricominciare a diventare, ma per me, da adulta, fuori di lei . Questa lunga citazione racchiude il senso di questo terzo volume della storia di una amicizia, quella tra Elena e Lila. La prima ha raggiunto > una terra di buone ragioni, governata da regole (...) che assegnavano senso a ogni cosa : già scrittrice di successo, sposata ad un giovane e brillante professore, > guidato sempre da un ordine superiore che, pur non avendo unʼorigine divina ma familiare, gli dava ugualmente la certezza di essere dalla parte della verità e della giustizia. Ma sotto una patina di traguardi borghesi, anche se di sinistra, si nasconde in Elena una profonda ed intima insoddisfazione. Le visite al rione sono sempre accolte da deferenza ed ammirazione, anche se mescolate ad unʼacredine invidiosa per chi ha abbandonato i propri luoghi di origine: ma come fare a spiegare il costo di questa incredibile arrampicata sociale, che > dallʼetà di sei anni sono schiava di lettere e numeri, che il mio umore dipende dalla buona riuscita delle loro combinazioni, che questa gioia di aver fatto bene è rara, instabile, che dura unʼora, un pomeriggio, una notte? Per buona parte il romanzo segue un percorso scontato, con Elena donna giudiziosa e sicura e Lila nel suo ruolo di amica tormentata e disgraziata. Il lungo racconto delle disavventure dellʼ«amica geniale» (Lila), la sua malattia, senza dubbio di origine psichica, e lʼintervento risolutore di Elena paiono confermare i ruoli scontati tra le due amiche. E il lettore si aspetta nuovi trionfi letterari di Elena, una vita intensa dal punto di vista intellettuale e politico, il perseguimento della scalata sociale: niente di tutto questo. Lentamente, ma inesorabilmente, Elena si rinchiude in una opaca vita borghese. Mamma di due bambine, le pareva che le incombenze di ogni giorno testimoniassero la sua maturità di donna, > che diventare come le mamme del rione non fosse una minaccia ma lʼordine delle cose. Va bene così. mi dicevo . Che al di sotto della quieta vita familiare ci sia un sottile malessere lo dimostrano non tanto gli aridi rapporti coniugali, accettati con rassegnazione, quanto la perdita di quella autenticità che aveva sorretto Elena come giovane scrittrice. E spetta ancora a Lila dirle la verità, come è sempre accaduto. Dopo aver letto il secondo libro dellʼamica, Lila le rovescia in faccia la sua rabbia: > non farmi leggere più niente, (...) la faccia schifosa delle cose non bastava a scrivere un romanzo: senza fantasia non pareva una faccia vera, ma una maschera . Ed è appunto questo giudizio, inesorabile e crudele, con la quale Lila afferma la sua «potenza ineguagliabile», a spingere Elena ad un gesto dirompente. Incontra Nino, lʼuomo vagheggiato nellʼ adolescenza e portatole via dallʼamica, ha con lui una relazione extra coniugale che sfocia in una fuga dalla famiglia. Alla notizia Lila > cominciò a strillare. (...) Perché hai studiato tanto? A che cazzo è servito immaginarmi che ti saresti goduta una vita bellissima anche per me? Ho sbagliato, sei una cretina . Ma non era Nino lʼuomo che aveva portato Lila vicino allʼautoannientamento? Ma allora, si chiede Elena, dopo una intensa giornata dʼamore con lʼamante, «stavamo non facendo, ma rifacendo». Si potrebbe dire frettolosamente che il giudizio di Lila per il libro di Elena valga anche per questo terzo volume. Il racconto ha perso di energia, si dilunga inutile sui luoghi comuni degli anniʼ 60, su facili considerazioni sulla condizione femminile e su approfondimenti psicologici, fragili e scontati. La figura di Lila finisce sullo sfondo e, di conseguenza, il romanzo perde di originalità; Elena appare come una borghesuccia inconcludente ed annoiata; gli altri protagonisti sono vacue figure, cominciando da quella di Nino, amante capriccioso e irresponsabile, per il quale la storia dʼamore con Elena è una «ripetizione», come riconosce la stessa Elena. Lʼunica scena veramente interessante del libro è quella ambientata in un salotto di Posillipo: i Solara, boss del rione, si sono arricchiti e festeggiano i sessantʼanni della madre nel loro lussuoso appartamento. La napoletanità ritorna a dare vitalità alla narrazione, riportando tutti i protagonisti alla vita del rione. Infine la mancanza di energia si riflette nella scrittura, sempre fluida ma stanca e prosaica. Perché leggerlo? Per vedere come finisce.

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Storia del nuovo cognome
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Storia del nuovo cognome

Elena prosegue il racconto dellʼ amicizia con Lila. Il primo libro, «Lʼamica geniale», era terminato con il matrimonio di Lila con Stefano, il ricco salumiere. > Volevo tornare a sprofondare nel rione, essere comʼero stata. Volevo buttar via lo studio, i quaderni zeppi di esercizi. (...) Ciò che potevo diventare fuori dallʼombra di Lila non contava niente. Cosʼero al confronto con lei in abito da sposa, con lei nella decapottabile, il cappellino blu e il tailleur pastello? Questa riflessione di Elena non interrompe un percorso che conduce le due ragazze ad allontanarsi e continuamente a cercarsi. Che cosʼè per Elena la vita senza Lila? > Il tempo si acquieta e i fatti salienti scivolano lungo il filo degli anni come valigie sul nastro di un aeroporto; li prendi, li metti sulla pagina ed è fatta. (...) Con lei non volevo avere rapporti veri, solo ciao, frasi generiche. (...) Da un lato dicevo basta, dallʼaltro mi deprimevo allʼidea di non essere parte della sua vita, del suo modo dʼinventarsela . Elena continua a studiare, supera brillantemente la maturità classica, va alla Normale di Pisa, si laurea, scrive un romanzo, diviene una scrittrice. Tutta questa cultura non è altro che una maschera: > imparai a controllare la voce e i gesti.(...) Misi il più possibile sotto controllo lʼaccento napoletano. (...) A scuola avevo imparato a far credere che sapessi moltissimo . E soprattutto Elena si trovò «sterilizzata dallo studio», mettendo sotto controllo anche i sentimenti, le angosce, le stesse audacie. Alla ricerca del «travestimento migliore», leggendo alcuni quaderni di Lila si accorge che > la maschera portata così bene (...) era quasi faccia. Allʼimprovviso mi resi conto di quel quasi . (...) Dietro il quasi mi sembrò di vedere come stavano le cose. Avevo paura > . Sotto lʼapparente conquista della libertà si cela per Elena la perdita di una vita autentica. Per Lila, invece, le infelici vicende coniugali e sentimentali conducono ad una vita piena di avventure diverse e scriteriate > , ad una effettiva conquista della sua autonomia come persona e donna. Lila avverte subito come il matrimonio sia stato uno sbaglio: Stefano si rivela un uomo insensibile, volgare ed anche violento. La ragazza cerca disperatamente di ribellarsi e poi di accettare la vita coniugale, anche se così falsa e priva di amore. Durante una vacanza estiva incontra Nino, il giovane intellettuale, del quale è invaghita anche Elena. Se per questʼultima lʼamore per il giovane è ancora una storia adolescenziale, per Lila è una relazione travolgente, nella quale lʼattrazione fisica si intreccia con il desiderio di elevarsi culturalmente. Resta incinta, viene abbandonata da Nino e fa la follia, per il rione, di scappare, di andare a vivere da sola con il bambino, di lavorare, lei un tempo ricca e viziata, come operaia in un salumificio. Elena va a far visita allʼamica in fabbrica, vede il lurido ambiente di lavoro, è disgustata dal puzzo di grasso che (lʼamica) si portava addosso > . Vorrebbe parlarle del suo successo e invece viene a sapere che alla sera, dopo aver messo a dormire il bambino, Lila studia i linguaggi di programmazione: facevano esercizi coi diagrammi a blocchi, si allenavano a ripulire il mondo dal superfluo, schematizzavano le azioni dʼogni giorno secondo due soli valori: zero e uno. Parole oscure nella stanza miserabile, sussurrate per non svegliare Rinuccio. Capii che ero arrivata fin là piena di superbia (...) ma lei (...) stava reagendo spiegandomi di fatto che non avevo vinto niente, che al mondo non cʼera alcunché da vincere, (...) e che il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dellʼuna echeggiare dentro il suono folle del cervello dellʼaltra". Lʼelevazione culturale di Elena, il suo italiano colto ed artefatto che sopprime il disonorevole dialetto dellʼinfanzia, i suoi amici istruiti e sofisticati sono una sorta di solvente che distilla il racconto; scompaiono gradualmente ma decisamente lʼambiente napoletano, la vivacità del rione, lʼautenticità della vita. È una perdita secca per la narrazione, tanto più che lʼautrice si prolunga, per circa 100 pagine, in un racconto minuzioso e prolisso delle vacanze estive delle due ragazze e della storia dellʼinnamoramento per Nino. È una regressione adolescenziale, non riscattata dallʼultima parte del libro: lʼintegrazione di Elena nella vita universitaria di Pisa e più in generale nella buona borghesia, la lotta di Lila per vivere compiutamente il suo amore per Nino, la rassegnazione e poi la fuga di Lila, ed infine le intense pagine finali. La scrittura, elegante, fluida, perfetta, sorregge lʼintera narrazione, troppo spesso prolissa e ridondante. Dà spessore ed originalità la sottointesa ma possente critica allʼistruzione scolastica, luogo di normalizzazione e di mascheramento. Perché leggerlo? Le due protagoniste avvincono, lo stile narrativo assolve una trama lenta e talvolta fiacca.

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L'amica geniale
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L'amica geniale

Per gran parte del romanzo lʼamica geniale pare essere Lila; è intelligente, capace di apprendere qualsiasi argomento (persino il latino) senza andare a scuola; è coraggiosa, creativa, intraprendente; con lʼadolescenza diviene anche una splendida ragazza. Elena, lʼio narrante ed una delle protagoniste insieme con Lila, ne è soggiogata sin dalle elementari, vorrebbe assomigliarle, nel fisico e nella mente. > Mi fissai con Lila, che aveva gambette magrissime, scattanti, e le muoveva sempre, scalciava anche quando era seduta accanto alla maestra (...) Decisi che dovevo regolarmi su quella bambina, non perderla mai di vista, anche se si fosse infastidita e mi avesse scacciata. (...) Mi addestrai ad accettare di buon grado la superiorità di Lila in tutto, e anche le sue angherie . Attraverso le parole di Elena seguiamo, un pò invidiosi, lʼinfanzia e lʼadolescenza delle due amiche, e dei loro tanti coetanei, in un rione popolare di Napoli, violento, crudele, ma vitale ed autentico. Il romanzo è, quindi, la narrazione di unʼamicizia, tra Lila e Elena, e con essa di un ambiente sociale? Verso la fine del libro ci accorgiamo che il tema è un altro: lʼautrice parla del distacco dal proprio mondo, come effetto dellʼistruzione, dellʼapertura verso altri orizzonti culturali e linguistici. Quando Lila, ancora adolescente, sposa il ricco salumiere del quartiere, conquistandosi una posizione agli occhi della gente del rione, le due amiche hanno un colloquio chiarificatore, per loro ed anche per il lettore. Elena frequenta brillantemente il liceo, e dichiara, con «un risolino nervoso», che abbandonerà gli studi, una volta presa la licenza. Lila le risponde, secca e decisa: > tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine (...) devi studiare sempre . In quel momento Elena realizza come fossero finite «in due mondi diversi», pur abitando nello stesso rione, pur avendo avuto la stessa infanzia. Elena aveva ricavato da Lila lʼenergia per studiare, ma la scuola era diventata una sua personale ricchezza. > Ero cresciuta con quei ragazzi (i coetanei del rione), ritenevo normali i loro comportamenti, la loro lingua violenta era la mia. Con loro non potevo usare niente di ciò che imparavo ogni giorno, dovevo contenermi, in qualche modo auto degradarmi. (...) Ma proprio quella festa (il matrimonio dellʼamica) ratificava che Lila, lʼunica persona che sentivo ancora necessaria malgrado le nostre vite divergenti, non ci apparteneva più e, venendo meno lei, ogni mediazione tra me e quei giovani (...) si era esaurita. La storia dellʼamicizia di Lila ed Elena è lʼoccasione per una rara riflessione. Nel sentire comune la scuola svolge sempre una funzione positiva, di emancipazione e di elevazione spirituale. Lo è senza dubbio, si spera, ma troppo spesso si trascura come lʼistruzione ci renda estranei al nostro mondo di provenienza, facendoci perdere le radici antropologiche e disperdendo valori ed attitudini non sempre totalmente negativi. Cosa resterà di Napoli in una società che ci vuole tutti omologati? Il cambiamento è, poi, difficile e tormentato per chi lo compie. Elena, infatti, non si sente superiore allʼamica e ai suoi coetanei; tuttʼaltro, vive il distacco con sorpresa e con sofferenza, fa fatica ad acquisire una consapevolezza, che per molto tempo ha negato a sé stessa. Le medesime vicende sentimentali riflettono questo intimo conflitto: è innamorata di Nino, anche lui brillante liceale, ma si è fidanzata con Antonio, un bravo giovane, ma ahimè così ignorante. Perché soprattutto non mi ero fermata per dire a Nino resta, vieni al ricevimento (...) parliamo tra noi, scaviamoci una tana che ci tenga fuori da questo modo di guidare di Pasquale, dalla sua volgarità, dalle tonalità violente di Carmela e di Enzo, anche - sì, anche - di Antonio? " Il tema del distacco non viene affrontato con un approccio falso - narrativo, ma di fatto sociologico - normativo. Lʼautrice sviluppa un articolato sistema di personaggi, ciascuno di essi tratteggiato con efficacia e profondità psicologica. Parimenti, il rione è descritto con vivacità e coinvolgimento, pur non nascondendo la sua natura chiusa, immobile e violenta. Non si esprimono giudizi dallʼalto di una presunta superiorità sociale e culturale né, peraltro, si assumono toni giustificativi e populistici. I pregi letterari, i personaggi, Lila in particolare, lʼambientazione e la scrittura semplice ed elegante, rendono indulgenti verso le debolezze del racconto: un lento ritmo narrativo, a tratti ripetitivo, ed una trama che resta sospesa, forse per preannunciare ulteriori libri. Ma i romanzi a puntate si dovrebbero chiudere con unʼatmosfera di suspense, e non semplicemente con puntini di sospensione. Perché leggerlo? È affascinante la figura di Lila, fine ed elegante la scrittura.

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