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Heinrich Boll

Heinrich Theodor Böll è stato uno scrittore tedesco.

Libri di quest'autore

E non disse nemmeno una parola
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E non disse nemmeno una parola

Siamo nella Germania degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. Le ferite della guerra sono ancora evidenti, fisiche e psicologiche: distruzioni, miserie, ricordi degli orrori del conflitto e nessuna speranza per il futuro. Fred, telefonista presso lʼarcivescovado della città, ha lasciato il tetto domestico, dove abitano sua moglie, Kate, e i suoi bambini, dopo che si è trovato a scaricare la propria rabbia sui figliuoli, picchiandoli. Non regge più, infatti, la ristrettezza e la desolazione dellʼunica camera in cui vivono. Dedito al bere, vaga per la città ed organizza incontri clandestini con la moglie, in squallide camere dʼalbergo, in parchi e tra cortili abbandonati. Il racconto è appunto costruito intorno ad uno di questi incontri, mediante la narrazione intervallata di Fred e di Kate. In tal modo è possibile conoscere i due differenti punti di vista: la disperazione di Fred e la stanchezza di Kate. Malgrado lʼamore reciproco, li separa ormai il modo diverso con il quale hanno reagito alle angustie. Kate è sostenuta da una profonda religiosità, basata su un rapporto diretto con Dio. > Dio solo parve rimanere con me in quel malessere che mi sommergeva il cuore, mi riempiva le vene, circolava dentro di me come il mio stesso sangue..... fui presa da una grande indifferenza verso tutti loro e con me non rimase più altro che la parola di Dio . In Fred la religione non è conforto ma anzi ulteriore prova della falsità e della vacuità che domina il mondo; per lui non rimangono che un male oscuro, una cupa disperazione esistenziale, un monotono succedersi di visite allʼosteria, di pranzi frettolosi e di ricerca disperata di soldi, da spendere spesso nel bere. Sono ormai due estranei o lʼamore è più forte della desolazione? La conclusione del romanzo fa propendere per il primo esito. In alcune pagine di grande efficacia, lʼautore rappresenta magnificamente il senso di una lontananza crescente. Dopo una notte nella quale Kate ha comunicato a Fred lʼintenzione di lasciarlo, lʼuomo, chiuso in una sorda rassegnazione e in una passività angosciante, cammina senza meta e scorge una donna > non più giovane, ma bella, vedevo le sue gambe, la gonna verde, la consunta giacchetta bruna, vedevo il cappello verde, ma soprattutto il profilo mesto e soave..... e a un tratto seppi che era Kate. Poi mi riapparve estranea..... era lei, ma era diversa da come la ricordavo.... così ce ne andavamo lʼuno dietro lʼaltra, pensando entrambi ai bambini, e io non avevo il coraggio di raggiungerla, di rivolgerle la parola . Il romanzo è stato interpretato in vari modi: un racconto erotico, dove il lettore aspetta con suspense la scena dʼamore tra marito e moglie, ritornati amanti clandestini; una riflessione sulla perdita di senso della religione e in generale dei valori dopo una guerra; la descrizione di una città martoriata, dove i sopravvissuti vagano in una lotta continua per vivere e quindi la rappresentazione della Germania mutilata. A questʼultima interpretazione farebbe convergere la narrazione impastata fino allʼinscindibile della follia, le visioni, i rumori, la pubblicità e le canzonette della grande città in cui vivono i protagonisti. A me sembra, invece, che il romanzo vada letto nel modo più semplice. È una storia dʼamore che non sopravvive, malgrado tutto, alla miseria, perché Fred e Kate reagiscono con una differente forza morale alla desolazione propria e a quella della società. Kate guarda ancora al futuro pur allʼinterno di un profondo malessere, Fred si lascia trascinare, compiacendosi, in un atteggiamento vittimistico e auto distruttivo. La trama narrativa, esile e povera, è sorretta da uno stile estremamente efficace. Le parole, scarne ma incisive, e la struttura sintattica essenziale sono la prova evidente di come si possa costruire un complesso racconto senza perdersi nella ridondanza del linguaggio. Perché leggerlo? È molto attuale, in quanto descrive il senso di spaesamento dinanzi ad una società che si va dissolvendo e ancora non si vedono le tracce di quella emergente.

Heinrich BollOscar Mondadori
Biliardo alle nove e mezzo
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Biliardo alle nove e mezzo

Il romanzo si avvia in un'atmosfera kafkiana: l'ingegner Robert Fahmel, esperto di calcoli strutturali, si lamenta con la segreteria per aver disubbidito a un suo preciso ordine: non dire mai dove si trova, se non alla madre e al padre, ai figli, e a un certo Schrella, che scopriremo poi essere suo cognato e amico di liceo, quando entrambi non aderirono alla gioventù nazista. Siamo nel 1958, nella Germania dell'immediato dopoguerra, quando > tutto era come affondato nel passato, eppure presente. Nella regolare, persino liturgica, organizzazione della sua vita l'illustre ingegner Fahmel si reca ogni giorno, dalle nove e trenta alle undici, a giocare a biliardo in un grande albergo, e lo fa alla sola presenza di un fattorino, cui racconta gli anni del liceo quando i compagni avevano mangiato «il sacramento del bufalo» (un chiaro riferimento al nazismo che non viene mai citato) e picchiavano gli «agnelli di dio», quelli che si rifiutavano di aderire all'ideologia nazista. > Colpiva una palla con un colpo ora dolce ora duro, in apparenza senza ragione e senza scopo; (...) cinque volte, sei volte, quando la palla colpita urtava la sponda o le altre palle. (...) La giostra delle linee era sempre ancorata agli angoli, docile alle leggi della geometria e della fisica. Il quotidiano e solitario gioco del biliardo è il divertimento di un uomo amante delle leggi della statica o nasconde un qualche mistero che l'ingegner Robert Fahmel si porta con sé? Per un po' la domanda non trova risposta, in un romanzo caratterizzato da un continuo cambio di narratore, dalla terza persona all'io, e da sempre nuove finestre sul passato e sul presente, come vogliono le leggi della rimembranza. Per lunghe pagine seguiamo il racconto del padre di Robert; di quando, nel 1909, arrivò in città dalla campagna per partecipare a un importante concorso: la costruzione dell'Abbazia di Sant'Antonio. La descrizione delle ore trascorse in un café a preparare gli elaborati progettuali, mangiando formaggio allo zenzero, è una parentesi leggera e divertente in un romanzo cupo e senza speranza. D'altra parte il padre di Robert ha grandi aspettative, confermate dall'aggiudicazione della costruzione dell'Abbazia, che gli aprirà un futuro di successo e di fama come grande architetto, e che gli permetterà un matrimonio importante, con la promessa di una grande famiglia, di figli, nipoti e pronipoti. Ma proprio nel momento in cui consegnava gli elaborati il padre di Robert percepì un presagio del futuro: > socchiudendo gli occhi mi sembrava di avere davanti, già reale, l'intera massiccia costruzione, come se la guardassi da una finestra: i monaci chini al lavoro, i pellegrini che si dissetavano e le lavoranti che già sotto cantavano, attendendo trepide la fine del lavoro, con voci chiare e cupe, che mi giungevano quassù come un canto di morte. Allora chiusi gli occhi e già provai quel senso di gelo che solo cinquant'anni più tardi avrei sentito, uomo maturo, in mezzo al brulicare di vita. Le malattie, il nazismo e la seconda guerra mondiale gli porteranno via molti dei figli e la giovane nuora, sino alla pazzia della moglie; pure l'Abbazia sarà distrutta, demolita dai tedeschi stessi per fare terra bruciata agli alleati. Dal passato torniamo al presente, nel 1958, con una scena apparentemente marginale. Joseph, il figlio di Robert, è insieme alla fidanzata, ma è taciturno, chiuso in sé stesso, non vuole parlare e non vorrebbe andare a un pranzo di famiglia. Pure lui architetto, Joseph lavora alla costruzione della nuova Abbazia e ha scoperto alcuni numeri scritti dal padre in diversi punti dei resti del vecchio edificio: sono le indicazioni dove collocare la dinamite per demolire l'Abbazia. E' stato quindi Robert, ufficiale dei genieri, a distruggere quel capolavoro, che tanto rappresentava nella vita del nonno. Le palle, > rosse sul verde, bianche sul verde, la musica monotona delle palle, come un ritmo di un canto gregoriano, (...) quasi segni di una severa poesia , sono la metafora della ricerca di un ordine che sani, nella sua quotidiana liturgia, le ferite inguaribili di una Germania, in cui le colpe di un popolo si intrecciano a quelle dei singoli, i destini familiari lacerati al delirio di potenza di una nazione. «Perché perché perché», questa espressione interrogativa torna spesso nel romanzo. Come è possibile che un popolo intelligente e colto abbia generato tanta morte? Ed è possibile una conciliazione con il passato? Attraverso una storia familiare, che ruota attorno alla razionalità meticolosa dell'ingegneria nella costruzione così come nella demolizione, Boll riesce a trasmetterci il dolore e la confusione, il disorientamento e la disperazione di un popolo.  In «Non disse nemmeno una parola» del 1952 Boll ha narrato la condizione di un popolo ridotto alla fame, tra le macerie della Germania postbellica; più avanti nel 1963, in «Opinioni di un clown», Boll  disegnerà i guasti morali del miracolo economico (si vedano le recensioni in questo sito); in questo romanzo lo scrittore pare voler prendere le distanze dalla follia nazista, ma senza riuscirvi: il passato riaffiora di continuo e i personaggi sono come  comparse, che brancolano tra la pazzia e l'indifferenza, forse l'unico modo per metabolizzare il lutto. Quali che siano i risultati, Boll fa i conti con la storia, senza nascondersi dietro una facile autoassoluzione. Noi italiani abbiamo fatto altrettanto? I Moravia, i Calvino e gli altri scrittori del dopoguerra hanno scritto delle nostre colpe, o si sono rinchiusi nel familismo, nell'astrattismo o nel vittimismo, come nella «Storia» di Elsa Morante (si veda la recensione di questo romanzo in questo sito)? Non dobbiamo aspettarci una trama lineare, per apprezzare il romanzo bisogna lasciarci avvincere dalla scrittura, dal fascino di una prosa che ricorda a tratti Thomas Mann (si veda la recensione dei «I Buddenbrook» in questo sito) e in altri la musicalità di Laszlò Krasznahorkai (si veda la recensione di «Melanconia della resistenza» in questo sito). Peccato che alla fine il romanzo si sia perso in uno scivolamento delirante verso il nulla. Perché leggerlo? Un capolavoro sofferente, su cui noi italiani dovremmo riflettere.

Heinrich BollOscar Mondadori
Opinioni di un clown
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Opinioni di un clown

Hans, è un giovane di una famiglia ricca e influente ma che lavora come clown, ed è stato lasciato dalla sua ragazza, Maria. Fervente cattolica, la giovane non è riuscita più a vivere con Hans, che è molto critico verso la religione e più in generale verso il perbenismo borghese e non sopporta il gruppo di cattolici frequentato da Maria. Hans si dà al bere e si ritrova a perdere il lavoro, solo nel suo appartamento, a cercare contatti con gli amici, il padre e il fratello. Riceve solo dei rifiuti e quindi decide di andare per la strada a chiedere l’elemosina suonando una chitarra e cantando inni liturgici. Il romanzo è fortemente ambientato nella Germania del dopoguerra e, da questo punto di vista, molto datato. Un tema è tuttavia di carattere universale: il rifiuto di una società ipocrita e falsa, che non accetta la verità e la contestazione delle regole sociali dominanti. In che modo si può reagire: con il niente. > Hai tentato di consolarti con lo stantio cinismo di sinistra di Fredebeul: inutilmente. Inutilmente avrai cercato di arrabbiarti dello stantio cinismo di destra di Blothert. C’è una bella parola: niente. Non pensare a niente. Non al Kanzler o al katholon, pensa al clown che piange nella vasca da bagno, al caffè che gli sgocciola sulle pantofole . Il tema del niente è il filone conduttore del romanzo e trova origine nella figura di Henriette, la sorella mandata al fronte a morire, la profonda ferita del giovane, il lutto mai ricomposto. Henriette spesso si estraniava e non pensava a niente e diceva che ciò era meraviglioso. Così le recite da clown sono un modo per estraniarsi, per vedere il mondo dal punto di vista del niente. Il tempo passato nella vasca da bagno, l’attesa dello squillo del telefono, la maschera e il vagabondaggio sono tutte modalità con le quali l’autore ricerca il niente e quindi si separa da un mondo, politico-sociale ma anche personale, che egli non accetta e che gli appare mostruoso nella sua vacuità. Il ritmo narrativo è molto veloce, con un intercalarsi di introspezioni intime e di colloqui, sempre in qualche modo interrotti e deludenti. Ricorda in qualche modo quello di Javier Marias con la differenza che la vena caustica è molto più forte e non lascia spazio a una dolce e rassicurante ironia. Il percorso narrativo sembrerebbe condurre a un suicidio del protagonista che ritrova invece conforto e sopravvivenza nella maschera da clown, perché solo mascherati si può vivere in una società dove predomina l’affarismo e il perbenismo.

Heinrich BollOscar Mondadori