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Sebastiano Vassalli

Sebastiano Vassalli è stato uno scrittore, poeta e giornalista italiano.

Libri di quest'autore

3012
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3012

Nel 1795 Immanuel Kant elaborò un «progetto di pace perpetua», che estirpasse per sempre la guerra. Per il filosofo tedesco, così come per tutti noi, solo la pace assicura il benessere e la felicità. E se così non fosse? Se fosse la guerra la condizione ideale per lʼumanità? Nel 3012 dopo Cristo gli uomini vivono da secoli in pace; eppure si sono dissolti i sentimenti di solidarietà, lealtà e amicizia, sostituiti da un diffuso e gigantesco odio, che per essere contenuto richiede una spietata macchina repressiva. Lʼautore immagina che dopo venti secoli un ricercatore scopra un manoscritto di un anonimo, il quale narra lʼavvento del Profeta, colui il quale predicò «la guerra perpetua». Secondo lʼanonimo (il dubbio è necessario perché leggenda e realtà storica si mescolano) il Profeta era un giovane vitellone, di nome Antalo, che viveva a Fellinia facendo la porno star. Si innamorò di una splendida donna, che lo convinse a seguirlo nella «Capitale del Mondo», una megalopoli di cinquanta milioni di abitanti. Era una trappola: il suo corpo doveva servire a ringiovanire vecchi ricchi, bramosi di ritornare alla vigoria di un tempo. Antalo riuscì a fuggire e sarà protagonista di numerose avventure, alcune divertenti, altre agghiaccianti, tutte sorprendenti e spesso metafora del mondo dʼ oggi, in particolare dellʼItalia. Ad un concorso per scrittori (Antalo fu autore di incomprensibili poesie, oggetto di continue e discordanti interpretazioni) il futuro Profeta conobbe una ragazza, che si era presentata con romanzi di guerra e gli fece conoscere un poema del 1300, il quale descriveva scontri cavallereschi, trucidamenti, corpi squartati, ed inneggiava alla guerra, al coraggio bellico, alla concordia tra i combattenti e alla magnanimità verso i vinti. Fu una rivelazione. > Posò il libro. Si prese la testa tra le mani e una Voce parlò dentro di lui, gli disse: vai e annuncia al mondo che la maledetta età della pace è conclusa. (...) Le tenebre si squarceranno, le virtù che si credevano perdute torneranno a risplendere e le più luminose tra quelle virtù saranno la generosità, lʼamore per la giustizia e la pietà verso i deboli . Ma quali saranno le regole di questa nuova epoca di guerra? i costumi cavallereschi e il rispetto della natura. Ed infatti nei «detti memorabili», con il quali il Profeta tracciò la sua visione, è detto: > la guerra che Dio vuole è giusta e santa, finché si fa contro i veri nemici. Ma se un nemico, per sfuggirmi, si arrampica su un albero, io non posso abbattere lʼalbero per farlo scendere, perché lʼalbero non è un mio nemico . Il curatore ci informa che si aprì una nuova era, ma della guerra «bella, giusta, santa e necessaria», poco rimase. Gli uomini > incominciarono a sgozzarsi con tanto entusiasmo, che nessuna forza naturale o soprannaturale avrebbe più potuto fermarli. La razza umana, allora, visse una stagione irripetibile di violenza e di sangue, ma non fu più infelice di quanto fosse stata in passato. Al contrario fu quasi felice . E quindi è giusto come concluse lʼanonimo, > e così tutto è destinato a passare su questa Terra ciò che è nato dallʼuomo. (...) Amen . È bene chiarire che il libro non è un saggio, ma un vero e proprio romanzo, ambientato in un futuro fantastico, benché non improbabile. È un susseguirsi di vicende, nel corso delle quali il povero Antalo, un ingenuo ragazzo, si trova, suo malgrado, ad essere vittima di forze misteriose ed incomprensibili, ma tutte violente e crudeli. Anche quando uccide, lo fa perché è costretto, rifiutando di diventare un cacciatore di uomini (uno dei divertimenti nellʼera della pace), pur sapendo che questa scelta gli salverebbe la vita. Così non accetta la corruzione dilagante e vorrebbe amare, non soltanto avere incontri sessuali. E , insomma, «un pesce fuor dʼacqua» nella > Grande Capitale del Mondo; ed è proprio questa innocenza che lo rende visionario, capace di dare una prospettiva allʼumanità e al mondo. Con un romanzo apparentemente ironico e cinico, Vassalli ci vuole dire che lʼutopia è necessaria, ma essa richiede spiriti liberi e ingenui. La scrittura è molto distante da quella della Chimera, ma così deve essere perché si tratta di un resoconto, finalizzato a riportare lʼessenzialità della storia del Profeta. Il limite del racconto sta negli eccessivi riferimenti allʼItalia di oggi, dapprima divertenti ma poi noiosi e scontati: sembra quasi che lʼautore abbia voluto togliersi tanti sassolini". Perché leggerlo? È sorprendente.

Sebastiano VassalliGiulio Einaudi
La notte della cometa
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La notte della cometa

Nell'inserto «Tuttolibri» della «Stampa» del 18 gennaio 2021 Donatella Di Cesare recensisce il libro di Giorgio Agamben «La Follia di Holderlin»: libro che parla delle vicende che portarono il grande poeta a chiudersi in manicomio, dal 1802 al 1846. Fu vera pazzia o come sospettò Schelling l'amico aveva «assunto le maniere esteriori di chi è pazzo»? Holderlin era > lacerato, in una condizione esistenziale che sembrava spingerlo fuori e oltre la sua epoca . Alla stessa domanda cerca di dare una risposta Sebastiano Vassalli, ripercorrendo la vita di Dino Campana con una biografia documentata e romanzata, come dice lo stesso scrittore; così facendo smantella il luogo comune per cui la poesia di Campana trovi origine nella follia. Come è difficile credere che Holderlin, fuori di sé, abbia potuto tradurre Sofocle in tedesco, così ci chiediamo se un pazzo abbia potuto creare un capolavoro assoluto come «Genova» (da Canti Orfici): > Poi che la nube si fermò nei cieli/Lontano sulla tacita infinita/Marina chiusa nei lontani veli,/E ritornava l'anima partita/Che tutto a lei d'intorno era arcana-/mente illustrato del giardino il verde/sogno nell'apparenza sovrumana/De le corrusche sue statue superbe:   Fermiamoci qui perché ci verrebbe voglia di parlare solo di questa poesia, invece che della triste vita di Campana. Nato nel 1885 a Marradi. > Tarchiato, biondastro di mezza statura, (...) Aveva una capigliatura biondo-rame, folta e ricciuta, che gl'incorniciava un viso di salute: due baffetti che s'arrestavano all'angolo delle labbra, e una barbetta economica che non s'allontanava troppo dal mento Così lo descrive un amico nel 1912, quando già il giovane Campana, considerato pazzo dalla famiglia e dall'intera Marradi, era stato allontanato più volte: prima rinchiudendolo nel manicomio di Imola, poi imbarcato per l'Argentina con un biglietto di sola andata, successivamente, al suo ritorno, inviato al manicomio di Firenze e quindi indotto a vivere in pensioncine sull'Appenino tosco-romagnolo. Nel 1914 Campana pubblica a sue spese i «Canti Orfici», che gli daranno una prima notorietà, gli apriranno le braccia di Sibilla Aleramo, con la quale avrà una tempestosa relazione d'amore. Infine, nel 1918, con la diagnosi di demenza da sifilide, verrà ricoverato in manicomio dove morirà nel 1932. Vassalli ripercorre le vicende umane di Campana con la stessa passione e impegno documentario che troviamo in uno dei suoi capolavori, «La Chimera». La protagonista, una giovane esposta ai pettegolezzi del paese perché libera e bella, ebbe la colpa di fare all'amore con un «camminante», di notte sotto una vecchia quercia, ritenuta dimora del diavolo: per questo fu messa al rogo come strega. (si veda la recensione su questo sito). In "3012 > , sempre recensito in questo sito, un giovane vitellone di Fellinia vuole riportare la guerra in un mondo spaventoso dove la pace viene imposta con la repressione: predica la guerra cavalleresca e viene ucciso dai guardiani della pace, diviene il Profeta. Entrambi furono perseguitati perché fuori dal coro«, spiriti liberi ma fragili. Così fu Dino Campana. Scrive lo scrittore.»Cercavo i matti: trovai i matti. (...) Ogni matto mi raccontava la sua storia. (...) I più, erano gente che davano fastidio. (...) Persone di cui bisognava liberarsi mandandole in America o in Australia, o internandole in un manicomio. (...) Di giorno, vivevo in mezzo ai matti; di notte, in albergo, continuavo a sognare le loro storie«. Per loro,»il manicomio è una grande cassa di risonanza/e il delirio diventa eco/l'anonimità misura,/il manicomio è il Monte Sinai,/ maledetto, su cui tu ricevi/le tavole di una legge/agli uomini sconosciuta«. (Alda Merini da»La Terra Santa«). Ed allora non resta ai presunti folli che cantare con Campana,»Non so se tra rocce il tuo pallido/Viso m'apparve, o sorriso/Di lontananze ignote/(...) E ancora per teneri cieli lontani chiare ombre correnti/E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera«. (La Chimera da Canti Orfici»). «La notte della cometa» è del 1984; ed allora sollevò polemiche: chi accusò l'autore di imprecisioni se non menzogne, accuse che avevano origine nella disinformazione generata dal primo biografo di Campana (basti pensare che ancora nel 1993 Alberto Asor Rosa riportava in una sua prefazione ai Canti Orfici l'inverosimile sbarco del poeta ad Odessa nel ritorno dall'America, per poi andare a piedi ad Anversa, dove è veramente sbarcato dalla nave Odessa); chi, come Eduardo Sanguineti, lesse con supponenza la ricostruzione di Vassalli, soprattutto laddove l'autore chiarisce i rapporti tra Campana e Soffici (Sanguineti nella sua raccolta alla poesia italiana del novecento colloca Campana tra i «vociani», quando Dino disprezzava la rivista «La Voce»), chi, infine, si offese e querelò lo scrittore, come la città di Marradi, perché Vassalli aveva svelato l'astio e la cattiveria dei marradesi per il loro grande concittadino. Sono tutte polemiche datate, le quali appiattiscono la poetica unica e meravigliosa di Dino Campana alla sua sfortunata vita. La vera questione da porre oggi è un'altra: da dove nasce la poesia di Campana, quali furono i suoi maestri, come pervenne, ancora giovanissimo, a componimenti insoliti e straordinari per la nostra letteratura? Forse ha ragione Asor Rosa che > non resta che rileggerlo oggi come un frutto isolato e un po' misterioso delle nostre viscere italiane più profonde (Alberto Asor Rosa prefazione ai Canti Orfici ed. L'Unità 1993); ossia un po' come Canne al Vento di Grazia Deledda (si veda recensione in questo sito). E' sufficiente, o sarebbe il momento di indagare meglio la poesia di Dino Campana? Con tutta l'ammirazione per Sebastiano Vassalli bisogna riconoscere i limiti di questa biografia romanzata: frammentaria e talvolta confusa, ripetitiva e prolissa, ricerca l'effetto letterario facendo perdere la vista d'insieme, trascura la formazione letteraria e ideale del poeta, rimandandola ad una sorta di ricerca solitaria, avvallando, in tal modo paradossalmente, il luogo comune di poeta «strambo»: non pazzo ma strano. Perché leggerlo? E' un libro che chiarisce la vita di Campana ed anche ciò che era il manicomio.

La chimera
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La chimera

> Davanti a me, sul mio tavolo, mentre scrivo, cʼè una fotografia a colori... La fotografia di Antonia , o meglio di una delle tante Madonne, tutte simili, dipinte da un pittore ambulante nei primi anni del Seicento. > Quegli occhi neri come la notte, e luminosi come il giorno; quel neo sul labbro superiore; quelle labbra rosse e carnose e poi quel ricciolo ribelle che scappa fuori dal panneggio, sulla guancia sinistra .... era una copia fedele del ritratto di Antonia, della strega quindicenne di Zardino. Possiamo supporre che sia stata questa fotografia, di una adolescente, «uno stato di grazia, prima ancora che unʼetà», a spingere Vassalli a narrare > una grande storia, dʼuna ragazza che visse tra il 1590 e il 1610...., e delle persone che furono vive insieme a lei, negli anni stessi in cui lei fu viva, e che lei conobbe; di quellʼepoca e di quei luoghi . I luoghi sono Novara e un piccolo borgo, oggi scomparso. Zardino > fu un villaggio come quegli altri che si vedono laggiù, un poʼ a sinistra e un poʼ oltre il secondo cavalcavia; sotto la montagna più grande e più imponente di questa parte dʼ Europa, il Monte Rosa. (...) Una chimera! Da lassù, dalla sommità della chimera oggi si vede > una pianura vaporosa con qualche albero qua e là e unʼautostrada che affiora dalla nebbia ; allora, nel Seicento, si contemplava > un paesaggio di vigneti e di boschi verso le paludi e gli argini del fiume; di prati e di baragie (terreni incolti, brughiere) (...); di campi di granoturco, di grano e di risaie e un abitato il quale > tra le case era grigio, angusto, primitivo e però anche, nella buona stagione, tutto era fiorito di convolvoli e di rosine rampicanti . In questa epoca e in questi luoghi Antonia trascorse la sua breve vita: abbandonata alla nascita, sopravvissuta allʼinfanzia, adottata da una famiglia contadina di Zardino, la cui modesta agiatezza dava origine ad invidie e rancori, la ragazza era troppo bella, altera e indipendente per non essere al centro dei pettegolezzi e dellʼastio delle comari: lei, «unʼesposta», cosa pensava di essere, una piccola signora! Forse sarebbe potuto diventare donna ,sposarsi e avere figli, se le circostanze non lʼavessero trascinata verso una morte spietata. Si invaghisce di un «camminante», ossia di uno di quegli «anarchici della campagna», che vagavano in odio «ad ogni servitù». Innamorata proprio dello suo spirito libero, dei suoi racconti di viaggi e di città, Antonia compie lʼimprudenza di incontrarlo di notte, al tramonto, sotto una vecchia quercia, che le leggende del villaggio vorrebbero luogo di spiriti maligni, dimora del Diavolo. Un giovane prete fanatico la denuncia al SantʼUffizio, accusandola di stregoneria. Il caso vuole che sia in atto una lotta di potere tra il Tribunale dellʼinquisizione e la Curia vescovile, e la povera Antonia è la vittima inconsapevole di questo scontro politico. Un caldo torrido, una lunga siccità e la paura di epidemie spingono a cercare un capro espiatorio: e chi meglio di una misera contadinella, troppo imprudente e vivace? > Le fiamme crepitarono alte, la notte diventò chiara come il giorno, le lingue di fuoco si unirono in unʼunica vampata. (...) Si videro i capelli della strega che svanivano nel nulla e la sua bocca che sʼapriva in un grido senza suono. (...) Antonia non fu più. Esplose il giubilo della folla. (...) Allora, finalmente, incominciò la festa . Nella premessa, intitolata «il nulla», Vassalli ci offre una interpretazione metafisica: > per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla . Se ci si allontana dal fragore e dalla passione del nostro tempo ci si accorge come la storia, e la nostra esistenza, non siano altro che un fluire senza scopo e senza senso, appunto il nulla. Perché Antonia è stata mandata al rogo? Perché non le è stata concessa di vivere? Per evitare che il tempo si chiuda su di noi, che il nulla ci riprenda, forse solo un Dio potrebbe intervenire, ma > è lui lʼeco di tutto il nostro vano gridare. (...) Colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto e però purtroppo non può dircele per questʼunico motivo, così futile!: che non esiste. Con tutto il rispetto per lʼautore dobbiamo dire come il fascino del romanzo non risieda nella sua filosofia della storia; ciò che avvince sono i personaggi e lʼambiente. Certo sono tutti scomparsi, ma a noi lettori ci appaiono ancora così profondamente vivi, nei loro sentimenti, nelle piccole e grandi motivazioni che li agitano e li spingono ad amare, a credere, a sopravvivere, anche soffrendo. E che dire di Antonia, figura del Seicento ma così moderna nelle sue ingenue aspirazioni e meraviglie? Eccola che arriva a Zardino, ancora bambina. > Lʼesposta, rannicchiata tra due sacchi, la guardava (la campagna novarese) scorrere nei suoi occhi spalancati; e chissà mai le passava per la testa vedendo per la prima volta le montagne riflesse e frantumate negli specchi delle risaie, e le lunghe file dei salici con i rami tagliati, e tutto il resto. (...) Forse, anzi probabilmente, non pensava a niente; lasciandosi cullare dal dondolio del carro e lasciandosi distrarre dalle novità e dalla varietà delle immagini (...) un airone ritto in mezzo a una risaia, un volo dʼanatre... Altro che metafisica questo è vero amore per la propria protagonista! Vassalli è un grande scrittore anche sotto il profilo stilistico. La sintassi è ricca ed articolata, con un uso sapiente della punteggiatura. Le descrizioni dettagliate del paesaggio, la rappresentazione dei personaggi, ricchi di sfumature, pure in quelli maggiormente odiosi, come il boia o il grande inquisitore, lʼabile ricorso agli aggettivi sono tutti elementi che rendono fluido ed attrattivo il racconto. Lʼunico limite, forse, è lʼeccessivo ricorso a citazioni di documenti storici, quasi a voler dare affidabilità alla narrazione. Perché leggerlo? Bello, piacevole, interessante e profondo.

Sebastiano VassalliGiulio Einaudi