Llosa Mario Vargas
Libri di quest'autore
Il sogno del Celta
Roger Casement è nato nel 1864, nel secolo della conquista del mondo da parte dellʼ Occidente, di ciò che si auto definiva la civiltà. È il giovane Roger crede fortemente nello spirito civilizzatore, ed avventuroso, al punto di decidere andare nel Congo, allora terra di conquista del Belgio. Ma lì la realtà gli si presenta in modo profondamente diverso: > quella povera gente frustata, mutilata, quei bambini con mani e piedi mozzati, che muoiono di fame e di malattia. Quegli esseri spremuti fino allʼestinzione e per di più assassinati. Migliaia, decine, centinaia di migliaia. Da uomini che hanno ricevuto unʼeducazione cristiana. Io li ho visti andare a messa, pregare, comunicarsi, sia prima che dopo aver commesso quei crimini. Forse in quegli anni ho perduto la ragione. E tutto quello che mi è accaduto dopo è stata lʼopera di qualcuno che, anche se non se ne rendeva conto, era pazzo . Ma Roger crede ancora nella civiltà occidentale e quindi dedica la propria vita alla denuncia dei crimini perpetrati ai danni dei popoli. Prima in Congo e poi in Brasile porta avanti una inchiesta per conto del governo inglese sulle condizioni di sfruttamento e sulle barbarie che venivano commesse. Il suo nome diviene famoso in Inghilterra e negli Stati Uniti al punto che gli viene conferito il titolo di baronetto. Ma è facile stare dalla parte della giustizia quando ciò riguarda terre lontane, soggetti al dominio di altre potenze, in questo caso il Belgio e il Perù. È più difficile misurarsi con ciò che è vicino, come lʼIrlanda. Roger è irlandese e decide di dedicare gli ultimi anni della sua vita alla lotta per lʼindipendenza per il proprio paese, al punto tale da portare avanti la folle idea di farsi aiutare dalla Germania, durante la prima guerra mondiale. Viene arrestato nel 1916 e condannato a morte. La vita di Roger Casement viene narrata in forma di romanzo, ma in questo caso Vargas non riesce, o non vuole, trasfigurare la storia. Risulta un resoconto ben scritto, ma che non è unʼ indagine documentata, che chiarisca i fatti e le motivazioni di un personaggio così singolare e importante, né riesce a dare al lettore il senso della sofferenza e della disillusione che deve avere in qualche modo dominato il protagonista. È senza dubbio un atto di accusa verso il colonialismo, ma resta come tale senza riuscire a muovere le coscienze. Perché leggerlo? Lʼunico motivo è scoprire un personaggio veramente singolare ed importante.
La zia Julia e lo scribacchino
Vargas Llosa ha definito lʼopera dello scrittore come > due cose insieme: una riedificazione della realtà e una testimonianza del dissenso ( dello scrittore) rispetto al mondo. Indissolubilmente uniti, nellʼopera (dello scrittore) compariranno questi due ingredienti, uno oggettivo e lʼaltro soggettivo: la realtà con cui (lo scrittore) si trova inimicato e i motivi di questa inimicizia; la vita così comʼè e quel che lui vorrebbe sopprimere, aggiungere o correggere nella vita . Apparentemente, il romanzo esprime proprio questo dissidio. Nei capitoli dispari si svolge la storia di un diciottenne, che sogna di diventare uno scrittore, e che nella Lima degli anni 50 sʼinnamora della zia, appunto zia Julia. Le relazioni di parentela ( i nonni, i tanti zii e le tante zie, i cugini), lʼambiente di lavoro della radio, i locali e i quartieri malfamati, i villaggi peruviani sono il contesto allʼinterno del quale si sviluppa una narrazione briosa e piacevole, ma sostanzialmente scontata perché conduce allʼinnamoramento e alle difficoltà che non può non incontrare lʼamore tra un minorenne e una donna molto più vecchia. Nei capitoli pari , invece, uno scrittore di radioromanzi ( lo scribacchino) inventa storie incredibili, meravigliose e catastrofiche: racconti totalmente fantasiosi, che sono senza dubbio la parte più affascinante del romanzo. Il problema è che lʼimmaginazione prende la mano: lo scribacchino non governa più le proprie storie e soprattutto i propri personaggi. Lo scribacchino, un giorno, confessa allʼaspirante scrittore che > sta succedendo qualcosa di imbarazzante, non ricordo bene i copioni, ho dei dubbi e mi scappano delle confusioni I personaggi «si mescolano». > Quando me ne accorgo, è troppo tardi. Bisogna fare salti mortali per rimetterli al loro posto, per spiegare i loro mutamenti . Con una maestria eccezionale, capitolo per capitolo Vargas Llosa aggiunge in ogni storia, trasmessa per radio, sempre più numerosi elementi di confusione fino ad arrivare ad un finale pirotecnico. Ma è vero questo dissidio tra capitoli dispari ( quelli realistici) e i capitoli pari ( quelli immaginati)? La storia del giovane diciottenne inizia come un classico romanzo dellʼottocento, ma poi si perde anchʼessa in vicende inverosimili, basti pensare alla peregrinazione dei due innamorati per la campagna peruviana per trovare un sindaco che li unisca in matrimonio. E quando dopo molti anni il giovane scrittore, ormai affermato in Europa, ritorna in Perù, scopre che le vicende della vita sono come il destino di vecchi romanzi radiofonici: > lʼumidità aveva cancellato i caratteri, i topi e gli scarafaggi avevano mordicchiato e scagazzato le pagine, e i copioni si erano mescolati gli uni con gli altri. Non cʼè modo di scegliere: tutalpiù, tentar di scoprire qualche testo leggibile. Ma allora aveva ragione lo scribacchino quando affermava, nel suo delirio, > che cosʼè il realismo, signori, il tanto vantato realismo che cosʼè? La sovrapposizione tra immaginazione e realtà ( il vero filone conduttore del libro) non è tanto conseguito dalla struttura narrativa ( anche se ricca di personaggi e di episodi), quanto si fonda su un linguaggio ed una sintassi che creano meravigliosamente un senso di evanescenza e di fantastica sospensione. Si pensi allʼinizio del capitolo dodicesimo, senza dubbio uno dei migliori: nel centro polveroso della città, a metà del jiron Ica, cʼè una vecchia casa con balconi e persiane le cui pareti maculate dal tempo e dagli incolti passanti ( mani sentimentali che incidono frecce e cuori e scribacchiano nomi di donna, dita perverse che scolpiscono sessi e parolacce) lasciano ancora intravedere, come in lontananza, velami di quella che era stata la pittura originale, quel colore che nella Colonia ornava dimore aristocratiche: lʼindaco". Perché leggerlo? È un libro bellissimo che si legge di un fiato ed è una fuga dalla realtà. È opera di un grandissimo scrittore.
La Festa del Caprone
Quali sono i meccanismi che sorreggono una dittatura? Varga Llosa prende le mosse dalla storia, da protagonisti e vicende reali, per indagare il fascino oscuro del despota, e lo fa partendo da un personaggio crudele, nel quale si sono distillati le peculiarità della tirannide, senza il paravento delle ideologie e delle buone maniere. Leggiamo dall'Enciclopedia Treccani che Trujillo governò dal 1930 al 1961 la Repubblica Domenicana > con metodi dittatoriali fino alla morte, grazie al controllo sulle forze armate, a quello esercitato (direttamente o tramite i membri della sua famiglia) sull'economia nazionale e al ricorso sistematico a metodi terroristici contro i suoi oppositori ; e, aggiungo, per l'appoggio degli Stati Uniti e della Chiesa, che lo vedevano come un baluardo contro il comunismo. Siamo nella fase finale: le atrocità del regime hanno spinto gli Stati Uniti e la Chiesa ad abbandonare Trujillo, strozzando il piccolo paese con sanzioni ed isolando il dittatore a livello internazionale. Tre sono i filoni narrativi, che corrono in parallelo per poi intrecciarsi, sempre intorno alla malefica figura di Trujillo. Urania, giovane donna di successo che vive a New York, torna a Santo Domingo a visitare il vecchio padre, ridotto a letto in uno stato quasi vegetativo. Per molte pagine non comprendiamo tanto astio contro il padre, sappiamo solo che Urania > non è giunta a vincere il rifiuto insormontabile, lo schifo che le ispirano gli uomini...non avevi mai voluto curarti . Nel secondo filone narrativo la scena è quella dove verrà ucciso Trujillo e dove attendono ansiosi i cospiratori (quelli prima chiamati giustizieri e poi patrioti): sono un gruppo eterogeneo di personaggi, mossi dalla vendetta o dal rigetto di un regime crudele, sono stati beneficiati dal dittatore e sono legati a lui da un rapporto di odio-amore: una > paralisi, l'addormentamento della volontà, del raziocinio e del libero arbitrio che quell'infimo personaggio azzimato fino al ridicolo, con la vocina flautata e gli occhi da ipnotizzatore, esercitava sui domenicani poveri o ricchi, colti o incolti, amici o nemici . Il suo assassinio è una catarsi, una liberazione da un tragico fascino, non un atto politico. Ed infine siamo dinanzi a Trujillo e alla sua corte: i figli depravati e sadici, la moglie avida e mille volte tradita, il presidente fantoccio, il capo della polizia, esecutore delle più atroci torture e delitti, l'abile azzeccagarbugli e tanti altri. Tutti vivono in una continua angoscia: e' un'abitudine del Capo destituirli, espropriarne le ricchezze, metterli in prigione, farli uccidere, così per un capriccio, per affermare il suo potere di vita e di morte. E loro subiscono, se cadono in disgrazia, anelano a tornare nelle grazie del tiranno, sono pronti a tutto, come il padre di Urania, prima ascoltato presidente del senato e poi messo da parte, senza una ragione. Il paese è a rotoli, dilagano inflazione e povertà, il regime si sta incrinando, ma a poche ore dal suo assassinio, Trujillo è preoccupato di una sola cosa: non riesce ad usare «la parte del corpo che non voglio nominare»(Patrizia Valduga «la tentazione»). Il racconto si sviluppa lentamente, talvolta è prolisso, quando si giunge ad alcuni splendidi capitoli, solo per i quali vale la pena leggere il libro. La cospirazione fa capo al comandante delle Forze Armate, che avrebbe dovuto intervenire con rapidità e decisione alla notizia della morte di Trujillo. Ed invece attende, tergiversa, > immerso in quella specie di ipnosi pensò che forse la sua indolenza fosse dovuta al fatto che, sebbene il corpo del Capo fosse morto, la sua anima, il suo spirito o come altro si chiamava continuasse a tenerlo schiavo . E come i congiurati del 25 luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo destituì di fatto Mussolini, il nostro cospiratore scivola nelle sabbie mobili del supplizio. Poi, seguiamo nella sua presa del potere il presidente fantoccio, > ometto disarmato che scriveva versi e sembrava così poca cosa in questo mondo di uomini veri con pistole e mitragliatrici , e, con le dovute differenze, la mente corre a Dino Grandi o allo stesso Pietro Badoglio, complici della dittatura fascista ed eppure suoi affossatori. Ed infine, nell'ultimo e drammatico capitolo, capiamo il tanto rancore di Urania. Ancora bambina, il padre l'ha venduta al dittatore pur di riconquistare le grazie del Capo. E lui, > prendendola per un braccio, la rovesciò accanto a sé. (...) Quella massa di carne la schiacciava, la soffocava contro il materasso. (...) Ma l'asfissia non le evitò di accorgersi della rudezza di quella mano, di quelle dita che esploravano, frugavano ed entravano in lei con forza . Tante possono essere le parole per descrivere una tirannide, ma essa si sintetizza nella manifestazione più ancestrale e brutale: lo stupro. Non sono a conoscenza se ci sia un grande romanzo sulla dittatura fascista, in grado di scavare il fascino oscuro della tirannide, così come ha fatto Vargas Llosa. Se ci fosse questo racconto uscirebbe dall'ombra la ricca corte che ha circondato il dittatore: i suoi squadristi a doppio petto, i tanto egregi eredi della classe liberale, i magniloquenti e pavidi intellettuali, ingenui o semplicemente ruffiani, i codardi generali compiacenti, e le tante donne, che Mussolini ha usato e gettato poi via, o le ha portato con sé alla morte. Se fossi l'ANPI, l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, affiderei a Varga Llosa il compito di darci questo affresco, per rispondere alla domanda: > chi è stato? (...) Di chi è la colpa? E tutti quelli che sono morti, poverini? (...) Li ho visto morire, è stato inutile...sentì che era stupidamente per piangere (Mario Tobino «Il Clandestino» vedi recensione su questo sito). Magistralmente tradotto, il romanzo è troppo lungo ed in particolare l'ampio ricorso ai dialoghi, spesso dei soliloqui, appesantisce la narrazione, non incanta e non alimenta l'immaginazione, resta qualcosa di freddo e distante. Lo scrittore è lontano dalla realtà della Repubblica Domenicana, è uno spettatore di un dramma, interessato ad indagare i meccanismi della crudeltà e del dominio, senza lasciarsi coinvolgere ed anzi mosso da una mal celata ironia. Questo approccio impedisce al lettore di sentirsi addosso le drammatiche e dolorose vicende dei personaggi, la tragedia di un paese. Perché leggerlo? Una grande indagine sulla tirannide.
La guerra della fine del mondo
> Come era possibile che lì, alla fine del mondo.... qualche cosa di diverso ordinava le cose, gli uomini, il tempo, la morte, qualcosa che sarebbe ingiusto chiamare follia e troppo generale chiamare fede e superstizione . Sono queste le considerazioni di uno dei protagonisti di un libro incredibile e per certi versi indecifrabile. Llosa Vargas racconta un evento reale, accaduto nel Brasile del 1889, nel passaggio dallʼimpero alla repubblica. Una massa di diseredati si era raggruppata intorno ad un santone e, in una sorta di fanatismo messianico e religioso, aveva costituito un luogo di utopia, libero dallo sfruttamento. Il governo della giovane repubblica mandò contro di loro un esercito possente, che, dopo una battaglia sanguinosa, compì una strage agghiacciante e crudele. Lʼepisodio era stato narrato più volte, ma Llosa Vargas ne fa un racconto complesso, dove i temi sociali e politici si intrecciano con quelli spirituali e psicologici. Il romanzo si può dividere in tre parti. Nella prima lʼautore racconta gli antefatti della rivolta: uno strano personaggio si muove nel sertao, seguito da pochi discepoli, per ricostruire le chiese abbandonate e e quindi portare un segno religioso ad un popolo lasciato da tutti, anche dai propri preti. Poi, intorno a lui si raggruppa una folla sempre più numerosa, ma il santone riesce anche a convertire personaggi tra i più disparati: capi banda, sanguinari assassini, commercianti, donne di malaffare, gobbi ed infelici. Tutti sono attratti da una ricerca di redenzione e di pace. Nella seconda parte si crea dal nulla il luogo dellʼutopia, Canudos, la cui fama richiama altra gente ma attira anche lʼattenzione dei latifondisti monarchici, che sperano di utilizzare la rivolta ai fini anti repubblicani, e lʼinteresse di socialisti e rivoluzionari, che interpretano con categorie europee vicende fuori dagli schemi delle ideologie marxiste ed anarchiche. Le prime spedizioni inviate a domate la rivolta falliscono miseramente: la sopravvivenza di Canudos è una minaccia, non perché la povera gente intenda fare una rivoluzione ma perché è la testimonianza di una società utopica. Esiste una alternativa tutta brasiliana allo sfruttamento e ciò non va bene sia ai monarchici che ai repubblicani: le due forze politiche si alleano e viene inviato un grande esercito. E qui si apre la terza parte, la più incredibile di tutto il libro. Con una abilità narrativa eccezionale, Llosa Vargas descrive per duecento pagine lʼassedio di Canudos: è una continua alternanza di descrizioni guerresche con la narrazione delle vicende dei diversi personaggi. Quattro sonole figure centrali le cui storie unificano un racconto che sarebbe risultato frammentario. Innanzitutto un gruppo formato da un nano, da una contadina e da un giornalista praticamente cieco, perché ha perso gli occhiali. I suoi occhi annebbiati guardano le scene terribili con una prospettiva sfuocata, che rende irreale lʼintera narrazione ( un espediente letterario eccezionale). Lontano dal campo di battaglia, a fatti già avvenuti, si sviluppa, poi, il dialogo tra lo stesso giornalista e uno dei capi monarchici, un barone la cui moglie è impazzita alla vista della sua casa bruciata dai rivoltosi. La ragione, grande ordinatrice del mondo, si è dissolta dinanzi ai terribili episodi di Canudos: le regole non hanno più senso, il mondo è rovesciato. > Lʼamore, il piacere, pensò il barone sconcertato. Gli parve un sacrilegio che quelle belle, dimenticate parole apparissero sulle labbra di quellʼessere ridicolo, contratto come un airone sulla poltrona. Non era comico, grottesco che una cagnetta bastarda del sertao facesse parlare dʼamore e di piacere un uomo che, malgrado tutto, era colto? Ma nel mondo la verità e la felicità si possono trovare proprio in qualche cosa di incredibile, come in un rapporto di amore e di affetto tra un giornalista, una contadina e un nano, o nellʼamore lesbico della moglie del barone per la sua domestica, al quale avrebbe potuto partecipare anche il barone stesso se si fosse accorto prima che ciò avrebbe fatto piacere a sua moglie. E allora potrebbe essere che il barone potesse vedere che > la gente sulle barche non stava pescando ma gettava fiori in mare, spargendo petali, corolle, mazzi sullʼacqua, e facendosi il segno della croce, e, pur non potendo udirlo, il petto gli palpitava con forza, fu sicuro che quella gente stava pure pregando e forse cantando . È estremamente difficile dare unʼunica interpretazione al libro. Di certo lo si può leggere in tanti modi: un atto di accusa verso una classe dirigente spietata nella difesa dei propri interessi, una critica ad una sinistra spesso vanagloriosa e lontana dalla comprensione della realtà specifica, una rappresentazione crudele della violenza della guerra così come dellʼignoranza delle masse. Penso invece che il filone conduttore sia la confusione, un affollarsi di voci e di immagini, un fuoco dʼartificio, che dura pochi minuti ma illumina il cielo in modo puntiforme, senza un senso evidente. Perché leggerlo? Lo stile narrativo è splendido e regge un libro, sicuramente lungo e frammentario.
L'eroe discreto
Don Rigoberto è il direttore di una importante società di assicurazione, è appena andato in pensione ed è in procinto di fare lʼagognato viaggio in Europa. È un uomo colto, amante della letteratura: ha scelto un lavoro manageriale «per vigliaccheria», ha deciso di > non essere un creatore, solo un consumatore dʼarte, un dilettante della cultura. (...) Che tristezza essere costretti a vedere avvocati e giudici, (...) invece di immergersi dalla mattina alla sera in quei volumi, in quelle incisioni, in quei disegni e, ascoltando buona musica, fantasticare, viaggiare nel tempo, vivere avventure straordinarie, emozionarsi, intristirsi, godere, piangere, esaltarsi ed eccitarsi . Felicito Yanaqué è il titolare di una avviata azienda di trasporti: uomo concreto, imprenditore di successo, si è fatto da sé, con la sua determinazione e lavorando sodo, anche lui ha bisogno di sognare; lo ha fatto trovandosi una amante, una giovane donna, una mantenuta è vero, ma della quale si è comunque innamorato, senza molte illusioni. Due esistenze come tante, quando le certezze vengono sconvolte e tutto sembra sprofondare nel caos. Il proprietario della società di assicurazione, un vedovo ottantenne, decide di sposarsi con la sua domestica, giovane e bella; è uno scandalo che don Rigoberto è costretto a fronteggiare da solo perché i «novelli sposi» hanno intrapreso un lungo viaggio in Europa. Felicito riceve lettere di minacce e richieste di soldi. Lʼuomo, un vero «eroe discreto», rifiuta di sottostare, anche se spaventato e tutti lo consigliano di cedere e pagare il pizzo. Ha sempre in mente le parole pronunciate dal padre prima di morire: > non permettere mai a nessuno di metterti i piedi in testa, figliolo. Questo consiglio è lʼunica eredità che posso lasciarti . Le due storie si sviluppano in parallelo, con un ritmo narrativo che vorrebbe essere quello del thriller, ma non lo è; la figura di don Rigoberto è lʼoccasione per lunghe divagazioni sullʼarte e sullʼessere umano, tutto ciò appesantisce la narrazione e mette in secondo piano la vicenda di Felicito, la cui caparbia forza morale non riesce ad emergere come dovrebbe. Le due storie si concludono, intrecciandosi, con una serie di colpi di scena: sorprese che non vanno svelate per non far perdere al lettore il gusto del racconto; basterà dire che non si parla di criminalità ma di banali e squallide vicende familiari. Come dice don Rigoberto, dietro il quale si nasconde lʼautore, > in questo paese non si può costruire uno spazio di civiltà anche minuscolo, la barbarie finisce per distruggere tutto . Non esistono spazi salvifici, ossia > lʼidea che la civiltà (...) sopravvivesse in minuscole cittadelle, edificate nel tempo e nello spazio, che resistevano allʼattacco permanente di quella forza istintiva, violenta, ottusa, brutta, distruttiva e bestiale che dominava il mondo . Le differenze tra i due protagonisti sono il perno dellʼintero racconto: da un lato don Rigoberto si rifugia nellʼestetismo e nellʼindividualismo, dallʼaltro Felicito, sempliciotto sino al ridicolo, lotta per la sua dignità e prende in mano il proprio destino. Per chi stiamo? Ad un certo punto il figlio di don Rigoberto osserva come il padre parli sempre dellʼEuropa e gli chiede se ci sia qualcosa che gli piaccia del Perù. La risposta è sconcertante: > tre cose, Fonchito, disse, fingendo di parlare con la pompa di un grande illuminato, i dipinti di Fernando de Szyaszlo, La poesia in francese di César Moro. E i gamberi del fiume Majes, naturalmente. Quante volte abbiamo sentito dire le stesse cose da un rappresentante della nostra classe dirigente, esterofila, disfattista e provinciale? Non è che la speranza venga proprio dai tanti «eroi discreti» e non da vanesi intellettuali? Il libro di Vargas Llosa parla, sotto traccia e con fine ironia, dellʼinadeguatezza di una classe dirigente. Non è certo il migliore romanzo di Vargas Llosa. La scrittura, la descrizione dei personaggi e degli ambienti, la costruzione della trama ci ricordano il grande autore; ma la narrazione è fiacca e senza mordente, come se la mano fosse stanca e non aspettasse altro che librarsi in fantasie senili. Perché leggerlo? È piacevole ma non aspettatevi il grande Vargas Llosa.




