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Serhij Zadan


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Il convitto
RecensioneItaliano

Il convitto

Il romanzo è il capitolo conclusivo di una trilogia: «La strada del Donbas (2009),»Mesopotamia«(2014) e»Il Convitto«(2017). Come nel romanzo di Cesare Pavese»La casa in collina«(si veda la recensione in questo sito) Corrado chiedeva»un letargo, un anestetico, una certezza di esser ben nascosto«così da non farsi coinvolgere dalla Resistenza, così Pasa, il protagonista de»Il Convitto«, a chi gli consiglia di fuggire risponde che»era solo un insegnante, un semplice insegnante (...) nient'altro che un insegnante, il resto lo interessava poco. Dove sarebbe dovuto andare, chi ci sarebbe stato ad aspettarlo, cosa c'era da temere, sarebbe andato tutto bene, lui era solo un insegnante > . Ed è rimasto con il vecchio padre senza neanche seguire le notizie in televisione mentre  divampa la guerra nel Donbas tra ucraini e russi. Nessuno sa come sia successo che le viscere della terra si siano spalancate sputando fuori quel nerume, (...) tutto prenderà fuoco come in una città medievale: casa dopo casa, strada dopo strada, tempo qualche giorno, e poi non ci sarà più nulla > . A scuoterlo dall' ignavia è il rimorso per aver permesso che il figlio della sorella fosse rinchiuso in un convitto; vuole andare a riprenderlo anche se deve attraversare la linea del fronte, in mezzo ai combattimenti. Si mette in viaggio, in una peregrinazione che lo riporta sempre negli stessi luoghi come se non proseguisse verso una qualche direzione ma girasse in tondo come un orso nel circo. (...) Da tre giorni cammino insieme a persone che neppure conosco. Come se una molla mi spingesse da dietro, m'impedisse di fermarmi. E la molla spinge anche loro, allo stesso modo, lontano da casa. Anche se almeno metà di loro non ha più né una casa né una famiglia. Vagano per la circonvallazione senza avere alcuna possibilità di uscirne. Girano in tondo intorno alla propria città. E anch'io giro con loro, non so perché > . In un ambiente devastato dalle bombe e dalla violenza, dove non c'è pietà per nessuno, la peregrinazione di Pasa diviene un pellegrinaggio fuori dal tempo e dallo spazio (la guerra del Donbas del 2014): è come un cammino in un incubo, fatto di un miscuglio di personaggi, di distruzioni, di morte, di ricordi del passato. E' un sogno o la realtà? Perché quel soldato, suo ex scolaro, lo ha risparmiato? Perché hanno ucciso il custode del Convitto, l'unico insegnante che non era fuggito per custodire i giovani ospiti del convitto? Perché lui, così pavido e maldestro, si salverà? L' illustrissimo dottore gli ha chiesto di assistere un ferito, un adolescente di vent'anni. > Tra poco se ne andrà, ora chiuderà gli occhi e sarà finita.(...) All'improvviso Pasa percepisce accanto a lui un'altra presenza, sconosciuta, ferma lì ad aspettare, pertinace.(...) Chi sta aspettando? Per chi è venuta? Di sicuro per me, immagina Pasa. E' lei che da tre giorni non mi perde d'occhio, è lei che emana questo greve odore di cane bagnato, è a me che dà la caccia, è contro di me che prende la mira.(...) A quel punto il ferito gli stringe la mano.(...) Percepisce che la morte lo aggira, si allontana e si avvicina all'altro.(...) Non guardare, si dice, non devi guardare, corri soltanto, corri più veloce che puoi, finché ne hai la forza e il tempo, corri e non ti voltare... Giovanna Brogi, l'ottima traduttrice dall' ucraino, nella sua postfazione interpreta il romanzo come un percorso di formazione di Pasa, il quale riflette sulla propria identità anche linguistica, prende coscienza della propria pusillanimità e comprende che deve scegliere dove stare. Questa interpretazione contrasta con l'incupimento metafisico dell'intero racconto dove non c'è una prospettiva di salvezza e rinascita. Si prenda un brano finale, ricco di simbolismo in contrasto con l'apparente iperrealismo del racconto. Abbiamo lasciato Pasa nella sua fuga dalla morte. > C'è una tale quantità di bianco da far sembrare che tutti i colori si siano esauriti.(...) Campi bianchi e l'asfalto nero della strada lungo il quale lui cerca di fuggire, che dovrebbe salvarlo.(...) E distingue netti i cani oscuri sul fondo bianco.(...) Sono sempre più vicini, feroci e impavidi, sanno che la vittima non può sfuggire, che non ha via di scampo, eccola, lì davanti a pochi balzi, ancora un attimo, qualche altro momento, e potrai saltarle addosso, conficcarle i denti nella gola mentre lei cerca di liberarsi, di ingannare la sorte . A Pasa non resta che la compassione, la «pietas» latina, espressa nelle ultime pagine dal nipote non più adolescente: il riconoscimento da parte del ragazzo della fragilità dello zio, forse, salva Pasa. L'essenzialità della scrittura, le parole scarne, il ritmo incalzante accompagnato da lunghe sospensioni, la capacità narrativa di passare da un intenso realismo a un simbolismo onirico sono i tratti distintivi di questo capolavoro, una felice  sorpresa in un panorama letterario spesso banale. Che siano le condizioni essenziali dell'esistenza a creare opere di valore, ciò che non è possibile quando prevale la morbida e salottiera quotidianità? Non sarà che la letteratura europea abbia bisogno della guerra per rinascere?  Perché leggerlo? E' interessante sotto il profilo storico, ma soprattutto è affascinante lo stile letterario: un capolavoro.

Serhij ZadanVoland
La strada del Donbas
RecensioneItaliano

La strada del Donbas

Questo romanzo fa parte di una trilogia, che include Mesopotamia e Il Convitto, quest'ultimo recensito in questo sito. L'ambiente è sempre il Donbas, una terra dove > tutto scompare -- le città, la popolazione, le infrastrutture. (...) Si stendeva e si levava un vuoto leggero e profondo, dipanandosi direttamente sotto i nostri piedi verso oriente e verso meridione. E' una terra di transito dove si possono incontrare carovane di zingari e pastori con le greggi, abbandonati villaggi di minatori e aeroporti in dissesto dell'era sovietica, sconosciute comunità religiose, camion e treni carichi di merci di contrabbando, bande criminali bramose di denaro e potere; pianure popolate da animali notturni: > i serpenti uscivano strisciando lungo i binari lucidi, (...) i ragni correvano per la sabbia, spingendosi in alto, dall'altra parte della luce della luna. E le fulve volpi, con un ghigno minaccioso, si avvicinavano alla ferrovia cercando di saltare l'ultimo confine che le divideva da terre sconosciute. Il Donbas è una distopia, riecheggiando il mondo perduto di Cormac McCarthy (si veda la recensione di «The Road» in questo sito), o è un luogo di purificazione, verso cui > il popolo devoto con larghi giri si dispiega e stende, e drizza a l'Oliveto il lento moto ? (si veda il Canto XI verso 10 della Gerusalemme Liberata, di cui si può leggere la recensione in questo sito). Di certo non lo sa Herman quando riceve da un amico d'infanzia una telefonata, che lo informa che il fratello è scomparso, lasciandogli sulle spalle un distributore di benzina, che con leggerezza Herman aveva accettato di intestarsi. Non sappiamo se Herman fosse già stanco della propria vita; tant'è si convince presto a restare nel Donbas, a cercare di salvare l'attività del fratello, pur tra attentati intimidatori di bande locali che vogliono impossessarsi del distributore. > Mi trovavo fra persone che conoscevo da anni e altre che non conoscevo affatto, che mi guardavano con attenzione, che volevano qualcosa da me, si aspettavano da me un gesto speciale. Alcuni erano amici e amiche della giovinezza, della stessa scuola, degli stessi campi di calcio e delle medesime bevute; altri erano nuovi personaggi e nuovi amori. A Tamara chiede se non volesse andar via dal Donbas ed ella gli risponde che c'è sempre qualcosa che ci trattiene ed è > la certezza di ieri. A volte basta questa a trattenerci. O forse, come succede spesso, sono i luoghi che ci fanno rimanere: > la valle laggiù si immergeva nel buio. A oriente il cielo si copriva di una foschia torbida, mentre da occidente, proprio sopra le nostre teste, fuochi rossi si spargevano per tutta la valle annunciando che sarebbe rapidamente arrivata la notte. (...) Se si sceglie bene il posto, a volte si può sentire tutto questo insieme: per esempio, come s'intrecciano le radici, come scorrono i fiumi, come si riempie l'oceano, come volano i pianeti per il cielo, come i vivi si muovono sulla terra e come i morti si muovono nell'aldilà.  Sarebbe un errore interpretare il romanzo alla luce degli avvenimenti successivi, che hanno fatto del Donbas un tragico campo di battaglia. Il tema è la peregrinazione tra gente amica e luoghi amati, un ritorno senza speranza, un girare insofferente nella propria terra. E' un viaggio onirico dentro la propria coscienza, come se si scorresse un vecchio album di foto, dove > uomini e donne, vecchi e giovani, studenti, militari, operai, diplomande in grembiule bianco, morti nelle bare con le monete sugli occhi, bambini con i giocattoli preferiti -- tutti in attesa che qualcuno guardasse di nuovo le loro pupille a colori o in bianco e nero, per cercare di capire cosa li tenesse insieme, cosa li unisce, di cosa erano vissuti e perché erano morti.   Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura, che alterna descrizioni di grande efficacia espressiva a dialoghi serrati che riconducono ai personaggi e alle storie. In questo oscillare tra divagazioni oniriche e approccio tradizionale la narrazione si frammenta, diviene prolissa, spesso confusa, tanto che il romanzo non si conclude con un finale definito, perdendosi via via nei puntini. A tratti si percepisce una poesia prosa; aspetto che, se delizia il lettore ( riecheggiando i Canti Orfici di Dino Campana), risulta dispersivo e rende difficile ricomporre l'intera storia. I personaggi emergono dal nulla senza approfondimenti, scompaiono e ricompaiono senza se ne capisca veramente il ruolo e la psicologia. Perché leggerlo? Vale la pena ma si fa fatica.

Serhij ZadanVoland