Guido Piovene
Libri di quest'autore
Lettere di una novizia
Il libro è articolato in forma epistolare, un insieme di lettere che vengono scambiate tra i vari protagonisti. La figura centrale è costituita da una giovane ragazza, Rita, che, al momento di farsi monaca, scrive una lettera a un sacerdote per confessare che le manca la vocazione. Dapprima, le argomentazioni sembrano razionali e semplici; via via il racconto della ragazza, e degli altri protagonisti, diviene ambiguo, palesando sempre più la complessità dell’animo umano. Rita è una giovane che vorrebbe sinceramente ambire alla bontà, alla chiarezza, ma che in realtà è dominata da una passione languida, da fantasie e aspirazioni ben più materiali. C’è in lei un senso di rivalsa verso un destino che l’ha costretta sin da bambina a vivere in convento, contro la propria sensualità, la propria aspirazione alla vita. La contraddizione tra l’apparire (la buona e devota fanciulla) e il suo vero essere (desiderio di cogliere il piacere della vita, cominciando dall’amore) la spinge all’astuzia e all’inganno: la vera personalità emerge, tuttavia, nel corso delle lettere, quando, di fronte ai fatti, è costretta a un progressivo svelamento. L’altra protagonista è la madre. Si tratta di una personalità più chiara rispetto a quella della figlia. È evidente che si tratta di una donna frustrata e fragile, che vorrebbe appoggiarsi alla figlia coinvolgendola nelle pene d’amore. Quando si accorge che la figlia rifiuta questo ruolo e anzi la inganna, esplode un odio profondo, che ha origine nel fastidio di dover curare una bambina, poi adolescente: da qui anche la decisione di spingerla a diventare monaca. Accanto alla vicenda di queste due donne, ci sono poi i sacerdoti e le monache: il mondo ecclesiastico si muove con ipocrisia, cercando di nascondere lo scandalo che via via emerge (Rita ha ucciso un uomo e la superiora del convento ne è a conoscenza) e in alcuni casi facendosi coinvolgere dalla ragazza stessa in unʼaffinità di rapporti, che sembra indicare anche una relazione d’amore (è il caso di don Paolo). Come dice lo scrittore nella sua prefazione, > i personaggi del mio libro possiedono questa intima diplomazia, ma volta a cattivo scopo e a esclusivo profitto della loro pigrizia e del loro egoismo , ma, > la morale fanatica della chiarezza interiore non è utile all’arte in quanto combatte e distrugge il mondo dei sentimenti rendendoli fittizi, in quanto inquadrati all’interno di regole estranee alla complessità dell’animo umano . La trama è molto semplice. Rita sin da bambina viene mandata in collegio. L’abbandono della casa di campagna costituisce un trauma, perché l’allontana dai nonni e dalla natura, il paesaggio veneto, da lei profondamente amato. La ragazza vive tutto ciò come un atto di crudeltà, alla quale deve adeguarsi. In vacanza presso la casa materna, Rita crede di aver ritrovato un rapporto di affetto con la madre, per poi accorgersi che quest’ultima vuole soltanto un appoggio alla sua fragilità e alle sue pene d’amore. Nel frattempo conosce un giovane del quale si innamora e con cui vorrebbe scappare. Quando il giovane le dice che non intende fuggire con lei, Rita, presa d’ira, lo uccide. A questo punto la madre, d’accordo con la madre superiora, decide di farla monaca in modo da nascondere il delitto e lo scandalo. Ma la volontà di Rita di non accettare questo destino affidandosi a una serie di lettere, anche anonime, piene di menzogne e di mezze verità, porta a far emergere il delitto commesso. Ormai abbandonata da tutti, considerata una squilibrata, la povera ragazza finisce in prigione, dove muore di polmonite. L’ingrato giudizio del mondo è sintetizzato dal sacerdote, che dà notizia della sua scomparsa: > oggi ho riflettuto a lungo e ho constatato che Rita non era buona, sebbene simpatica a tutti. E per questo diciamo con speciale cordoglio: Dio ne abbia pietà! . Il libro si può dire perfetto. L’espediente della lettere, la prosa dolce e piana, il diradarsi progressivo della descrizione dei paesaggi veneti, che sono sempre momenti di serenità e di dolcezza, la capacità di far emergere pian piano la complessità dei caratteri sono tutti elementi che rendono la lettura piacevole e ricca di suggestioni.
Verità e Menzogna
Questo libro uscì postumo, ad un anno dalla morte dell'autore. Nel sito sono presenti le recensioni di «Lettere di una novizia» del 1941 (senza dubbio il migliore dei romanzi di Piovene) e di «Le stelle fredde» del 1971. Se in quest'ultimo racconto il confine tra la vita e la morte è dato da un vecchio ciliegio, la natura (il Carso, i colori, le antiche case) nella loro infinitezza e immobilità non offrono alcuna barriera. Come scrive Mario Luzi in «Diana, risveglio», > nascono lieti immagini,/ filtra nel sangue, cieco nel ritorno, /lo spirito del sole, aure ci traggono/con sé: a esistere, a estinguerci in un giorno . Sergio lavora alla soprintendenza di Milano e scrive di politica, anche se ormai da tempo non ci crede più. Una telefonata del padre da Gorizia lo invita con urgenza ad una riunione familiare per decidere della sorte di Nico, un fratello con gravi problemi psichici. In realtà l'obiettivo è un altro: comunicare al figlio che intende suicidarsi. Tanti sono stati i presagi di questa cupa e drammatica decisione. Quando rivede il padre dopo molti anni Sergio si trova dinanzi ad una faccia, nella quale > c'era qualcosa di spaurito, la recessione verso il bambino magro che riappare per mescolarsi con il vecchio pesante, senile, uno sconcerto di crisalide in attesa di metamorfosi che non possono più avvenire . Così il padre ha cambiato casa, è andato a vivere in una grande dimora in campagna, con un salotto ammobiliato da un arredatore, una biblioteca dove i libri sono predisposti a caso (lui vecchio professore universitario), stanze disabitate, un ampio giardino trascurato, un automobile di lusso (lui così frugale). > Ecco quello che capita ai vecchi quando vogliono cambiar vita anziché sbrigarsi a lasciarla. (...) Non possediamo nulla fuorché il nostro passato. Cosa siamo, se non c'è più, o si rivolta contro rendendosi repellente, orribile? A questo punto il suicidio è avvenuto . Solo con la morte > il passato non fa più male. Non c'è più. Non esiste più niente di passato alle nostre spalle, nulla ci manda nulla, siamo appesi in un vuoto . Se il ragionamento del padre è razionale, il ritorno alla città della sua infanzia, ad un genitore distante ma ammirato, ad una natura, quella del Carso, ricca di «esistenze innumerevoli» (luce, colori, alberi protesi verso il cielo con le loro sagome contorte, voci diverse «non ancora confuse, d'amore, invocazione, lamento, sfida, desiderio di fuga», tutte queste immagini spingono Sergio al delirio. E' come «una di quelle zattere della memoria che affondano in un eccesso d'anima»; o come dice Luzi in "Anno" > tempo passato e prossimo si libra.../ Io, come sia, son qui venuto, avanzo/da tempi inconoscibili, ardo, attendo;/ senza fine divengo quel che sono,/trovo riposo in questa luce vuota . Sergio non ha la determinazione e la forza intellettuale del padre, si lascia trascinare nella depressione, con allucinazioni, deliranti affollamenti di incubi, che lo sovrastano e lo conducono, sempre e inesorabilmente, al cane della moglie, amico-nemico, vivo-morto micidiale, apparentemente senza un corpo: come un fantasma, > tornava, solo dal fondo buio, grande come una tigre, col pelo molto lungo agitato da un vento, gli occhi più strabici che mai e la corona d'oro in testa. Vicino alla morte, estenuato dalla «delusione, rinuncia, tristezza della verità, gusto di vivere esaurito»,Piovene cerca di imbastire una storia, qualcosa che, forse, avrebbe voluto essere un ritorno ai luoghi dell'infanzia e un tentativo di recuperare il rapporto con il padre e con la famiglia d'origine; decisamente non ci riesce perché i sogni, le divagazioni, i vaneggiamenti hanno la meglio sulla narrazione. Non c'è né una verità né una menzogna: la vita non brancola tra questi due capisaldi alternativi, si scivola invece nel vuoto verso la morte. Resta la scrittura a sorreggere il racconto, ma non è sufficiente. Perché non leggerlo? E' un delirio.
Le Stelle Fredde
Si tratta di un libro molto complesso, sotto certi aspetti di difficile interpretazione e con forti connotati filosofici. Il protagonista, un pubblicitario, decide di abbandonare il lavoro e la città per cambiare vita, ritornando in campagna dove possiede una casa. Al momento di prendere la decisione, il medico che lo ha in cura gli fa conoscere una bambina, del tutto normale e molto intelligente, che è convinta, tuttavia che «lei si muove, ma tutti gli altri stanno fermi». Quando il protagonista chiede se lui è vivo o morto, visto che per la bambina lui non si muove, la risposta è netta: «morto». Questo incontro apre la trama del romanzo che costituisce un percorso verso la polverizzazione del confine tra la vita e la morte: solo il mondo è fermo, gli esseri viventi fluttuano in una sorta di limbo, in uno stato di temporaneità continua. Arrivando alla casa di campagna, il protagonista rivede un ciliegio, che > emanava una grande, quasi smisurata energia, trasmetteva una vibrazione invisibile come le onde eteree che giungono fino alle stelle; era l’energia degli dei, degli animali e dei morti . Finché era vivente il ciliegio, dall’albero emana una certezza, un «immenso vocabolario», ma quando il ciliegio viene divelto si rompe il confine tra la vita e la morte, diviene possibile > l’intrusione di un altro mondo in quello nostro abituale, e che possiamo scivolarvi da un momento all’altro . Inizia un percorso: prima il protagonista cerca di estraniarsi dal mondo, poi il ritorno dal mondo dei morti di Dostoevskij, tramite le radici divelte del ciliegio, fa capire al protagonista che l’unica certezza è il mondo, che tutto cataloga e fotografa, mentre gli esseri viventi non sono che illusione e passaggio: > guardavo le fotografie del ciliegio, e capivo che io stesso ero una fotografia, conservata in qualche archivio. Ero come un pianeta, che percorreva un’orbita con tutti i suoi abitanti, le sue città e i paesaggi. La memoria del mondo aveva registrato tutto e ricordava tutto . In questo mondo immutabile > non esiste niente e nessuno che non vi cada dentro, persona, cosa, suono, odore, pensiero . L’Io si perde nell’immensità dell’universo, in un enorme albero, di cui è impossibile decifrare tutto il vocabolario, ma «la matassa dei suoi rami impregna tutto con il suo bianco». Bellissime sono le descrizioni del paesaggio così come i dialoghi, mentre spesso si perde in digressioni filosofiche, talvolta ridondanti e prolisse.


