Leonardo Sciascia
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Il contesto
Il libro racconta le vicende del commissario Rogas, che è chiamato a indagare sugli omicidi di una serie di magistrati. Il commissario individua una pista (una persona condannata ingiustamente che si sta vendicando) ma viene dirottato dai suoi superiori sulla pista a sfondo politico. In questa direzione scopre che si intende uccidere un uomo politico dell’opposizione per bloccare unʼeventuale alleanza tra forze politiche della maggioranza e quelle dell’opposizione. Pedinato, viene organizzata una falsa scena del delitto, nella quale il commissario avrebbe ucciso il leader dell’opposizione per essere poi ucciso. Un amico del commissario va dal nuovo capo dell’opposizione per dirgli la verità ma viene convinto a desistere per il bene «della pace sociale». Il libro è stato scritto nel 1971 e risente del periodo del compromesso storico e del terrorismo, riflette in modo eccessivo le problematiche politiche che riguardano quella fase storica e che rendono il racconto lento, prolisso e poco interessante. Si conferma la base pessimistica dell’autore sulle reali possibilità di cambiamento del nostro paese, ma manca il ritmo narrativo degli altri romanzi e l’ironia di sottofondo si annega in un noioso filosofeggiare.
il giorno della civetta
L’ambiente è sempre la Sicilia e l’oggetto è il delitto mafioso. Un tenente dei carabinieri di Parma, ma di servizio sull’isola, si trova ad indagare sull’omicidio di un piccolo imprenditore edile, al quale si aggiungeranno gli assassini di un contadino, di mestiere potatore, che aveva riconosciuto l’omicida e di un confidente della polizia, che aveva indicato i nomi dei mandanti. Il tenente, scartata la pista sentimentale (la moglie del potatore aveva un’amante), riesce abilmente a ottenere la confessione dell’omicida e di chi gli aveva affidato l’incarico risalendo a un personaggio potente della mafia, rischiando di scoprire le connivenze con il mondo politico. Potrebbero essere coinvolti un deputato e un ministro, che intervengono più volte per fermare le indagini. Sarà poi la mafia a fornire «alibi eccellenti» ai tre indagati. Il tenente, in vacanza a Parma, viene a sapere che l’assassino e i mandanti sono stati prosciolti e che è stata ripresa la pista sentimentale. Dopo una cena con gli amici, il tenente «si sentiva come un convalescente: sensibilissimo, tenero, affamato». «Al diavolo la Sicilia, al diavolo tutto»....Rincasò verso mezzanotte, attraversando tutta la città a piedi....ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia e che ci sarebbe tornato. «Mi ci romperò la testa» disse a voce alta. L’autore sviluppa con sottile ironia una trama che sta tra il giallo, in certi momenti ricco di suspense, e il romanzo politico, che si focalizza sul tema dell’ambiguità del potere (bellissimi da questo punto di vista i colloqui tra il deputato e gli altri esponenti del mondo istituzionale, che il lettore non è messo in condizione di riconoscere) e della collusione, forse naturale, dei diversi livelli nei quali si articola il potere stesso. Proprio perché il tema fondamentale è il potere, appare sinceramente fuori luogo una delle pagine più note del libro, quella in cui il capo mafioso illustra la sua visione della società al tenente (gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà), in quanto introduce aspetti folcloristici e una sociologia banale che abbassano lo spessore del libro, libro che non parla soltanto di Sicilia e di mafia, ma coglie l’occasione del delitto mafioso per una riflessione sul potere come forza oscura e inattaccabile. È per questo che il romanzo è universale e supera il contesto storico e sociale. Lo stile è brioso e brillante con un ritmo narrativo che presenta rare cadute di tensione (in particolare nei ricordati soliloqui del capo mafioso). La struttura sintattica e la lingua sono semplici ma efficaci e affidano la funzione espressiva al ritmo narrativo e all’uso degli aggettivi e dei legami tra i periodi. Sciascia è un riferimento fondamentale per la lingua italiana.
A ciascuno il suo
Il libro, ambientato in un piccolo paese siciliano, racconta di un delitto e dell’indagine compiuta da un insegnante di provincia, «per curiosità e per noia», che scopre il vero assassino e viene per questo ucciso. Al di là dell’ambientazione, tipica di una società nella quale prevale l’omertà, l’ipocrisia e la falsità nei rapporti tra le persone, l’aspetto più interessante è costituito dalla figura del personaggio, il professore Laurana: curioso e ingenuo nello stesso tempo, vive in una dimensione sua propria al di fuori delle regole della piccola comunità. In realtà non ha nessuna intenzione di denunciare l’assassino ma ciò che lo muove, e lo perde, sono una fede «illuministica» nella conoscenza e la ricerca di nuove emozioni. Estraneo, nella sostanza, alla società nella quale vive, non ne capisce le regole e gli si addice l’affermazione finale del libro: «era un cretino». Lo stile asciutto e vigoroso, che non lascia spazi alla retorica e a ridondanze barocche, lo rende di esempio per l’intera letteratura italiana.


