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Fernando Aramburu

Fernando Aramburu Irigoyen è uno scrittore, poeta e saggista spagnolo di origine basca.

Libri di quest'autore

Anni Lenti
RecensioneItaliano

Anni Lenti

In «Patria» l'autore affronta con toni forti le conseguenze psicologiche ed esistenziali della guerra civile che ha insanguinato i Paesi Baschi dal 1968 al 2011 (si veda la recensione in questo sito). Con «Anni Lenti» Aramburu tratta gli stessi temi, ma con accenti placidi, quasi sognanti. D'altra parte > quando mi soffermo a passare in rassegna i miei ricordi di quegli anni (quelli della Spagna di Franco), mi torna una vecchia sensazione di lentezza. (...) Mi tenta, almeno in alcuni tratti del romanzo, fare uno sforzo per trasmettere mediante uno stile studiatamente lento quella sensazione di marasma storico. Per dare questa impressione di una storia > che si trascinava pigramente ,  l'autore immagina che un «informatore» gli fornisca gli elementi per costruire un romanzo, anche  > se bisognerà scostarsi dalla testimonianza dell'informatore, si farà. Prima la letteratura, poi, se rimane spazio, la verità. E quindi una persona ormai adulta racconta a Aramburu la sua vita da bambino presso alcuni parenti di San Sebastian. Lui, > uno stronzo di un navarro , come lo accoglie il cugino Julen, si ritrova a vivere in una famiglia basca: una zia autoritaria e brusca, lo zio  malinconico e assente, la cugina grassa e brutta che se la fa con tutti i ragazzi, e Julen, che vedendolo piangere lo consola prendendolo in giro: > se fossi basco non piangeresti. Hai mai visto piangere il ferro? Però, visto che sei un navarro di pasta frolla, succede quello che succede. Forte, sbruffone, sicuro di sé, viziato dalla madre, Julien ricorda Joxe Mari di Patria e, infatti, la sua vicenda ha molti tratti simili: entra nell'ETA, è costretto a fuggire in Francia, ma, a differenza di Joxe, Julien non regge la solitudine e le privazioni della vita clandestina; tradisce l'organizzazione e ritorna a San Sebastian, gettando vergogna sulla famiglia. Tutto questo è descritto con gli occhi di un bambino, che non coglie fino in fondo i pericoli connessi agli avvenimenti e il loro impatto sulla famiglia degli zii. E' vero gli veniva un brivido di paura quando vedeva passare la Guardia Civil, ma > quei baffi, se li ricorda? Quegli sguardi duri, i manganelli e i caschi. le armi che la mia immaginazione da adolescente faceva fatica a concepire fuori dai film di indiani e cowboy. Nella fantasia del bambino tutto si mescola creando come una commedia dell'arte in cui personaggi buffi o spaventosi si agitano nella stessa atmosfera surreale e comica. Si pensi alla cugina grassa, che rimasta incinta è costretta a sposare lo scemo del villaggio, anche lui obeso e malfatto. O la figura grottescamente solenne del parroco, sicuro nel suo istigare i giovani ad affiliarsi all'ETA, e tremebondo quando rischia di essere arrestato. Eppure, il racconto soffuso e divertente dell'informatore bambino non riesce a dare pace, a permettere una conciliazione,  anche quarant'anni dopo. Il romanzo si conclude con un ricordo amaro dell'autore. In autobus incontra il padre di Julien ma si volta dall'altra parte. > Mi hanno attaccato l'odio. (...) Mi piacerebbe chiedergli perdono, ma è morto. Ci sono tanti modi per parlare delle tragedie di un Paese, delle lacerazioni di una comunità e dei dolori delle persone che sono stati segnati da quegli avvenimenti. In questo romanzo Aramburu lo fa con un approccio spericolato, sempre sull'esile confine tra il comico e il drammatico; ne deriva un senso di inadeguatezza della narrazione che cresce via via che ci si inoltra nel racconto e ci si aspetterebbe una sua evoluzione verso una maggiore profondità di esposizioni e giudizi. Forse, Aramburu ha sbagliato l'informatore, che poteva fare un bambino? Non poteva che difendere la sua infanzia dietro a una visione fantastica, quasi che tutto fosse quel gioco di ciclisti di plastica, unico giocattolo del bambino informatore, che > avanzano a turno, di tanti passi quanti ne indicava il dado.   Aramburu mostra sempre una notevole creatività narrativa. Se in Patria era il cambio del narratore in corsa (dall'io al lei nella stessa frase), qui è invece l'affiancamento al racconto del bambino di una sorta di traccia dello scrittore su come deve sviluppare il romanzo: la trama, l'ambientazione, gli approfondimenti, le parole. Sono «appunti» che via via sovrastano la narrazione, perdendo il senso di una riflessione su se stesso e sul mestiere dello scrittore per divenire sempre più un altro racconto, che ammutolisce quello del bambino. All'inizio questo espediente letterario è intrigante, perché insolito, ma poi si rivela ripetitivo e rompe lo sviluppo lineare della storia. Perché leggerlo? Piacevole ma alla fine il racconto svanisce.

Patria
RecensioneItaliano

Patria

In una sera di pioggia un piccolo imprenditore basco è ucciso da un comando dell'ETA, un'organizzazione terroristica che insanguinò la Spagna dal 1968 al 2011, provocando oltre 800 morti, di cui 240 civili (fonte Wikipedia). Txato, questo è il nome della vittima, si era rifiutato di pagare il pizzo e il suo assassinio fu preceduto da una serie d' insulti e da un crescente isolamento da parte del paesino, dove viveva da anni l'imprenditore e la sua famiglia. Joxe Mari, il figlio del migliore amico di Txato, è affiliato all'ETA e opera in clandestinità; in una delle sere precedenti all'attentato è stato mandato in ricognizione presso la casa della vittima, > non appena aveva cominciato a camminare, mi aveva visto. La Browning impugnata nella tasca e il Txato, cosa fa, cosa accidenti fa, attraversa la strada e viene dritto verso di me. La scena non era prevista dal copione. «Ehi, Joxe Mari. Sei tornato? Sono contento». Quegli occhi, quelle orecchie enormi, quell'aria amichevole. L'amico di suo padre che gli comprava i gelati quando lui era bambino. (...) Non farlo. Non ucciderlo. Erano rimasti muti uno di fronte all'altro. (...) Sono un membro dell'ETA e sono venuto a giustiziarti. Ma non glielo aveva detto. Non gli era venuto. Là in alto la campana aveva suonato un no. Questa scena, descritta a pagina 445, poteva essere un possibile avvio del romanzo, dando unità, secondo me, all'esplorazione delle conseguenze, non sociali e politiche ma psicologiche ed esistenziali, di una guerra civile che ha lacerato un'intera comunità. E invece Aramburu narra le storie individuali in modo disordinato, con avanti e indietro, inseguendo le vicende dei singoli personaggi come queste fossero storie specifiche, banali e scontate, vitalizzate solo dal legame con quell'unico fatto terribile. L'uccisione di Txato distrugge i consolidati rapporti di amicizia, determina la vita di tutti, degli affetti così come delle condizioni materiali di esistenza, immobilizza in ruoli definiti dall'odio e dal dolore. Joxe Mari finirà all'ergastolo, condannato a essere un eroe della liberazione dei paesi Baschi. Sua madre, Miren, assume le parti della protettrice, orgogliosa e inflessibile, del figlio perseguitato > fanatizzata per istinto materno. Il marito di Miren e il migliore amico di Txato si richiude in se stesso, vigliacco, nasconde il  lutto per la morte di Txato e la disapprovazione per le scelte di Joxe Mari. Gli altri figli sono in fuga da quella terra maledetta, così come lo sono i figli di Txato. Sono tutti > satelliti di un uomo assassinato. Lo volessero o no, le loro rispettive vite ruotavano da lunghi anni intorno a quel delitto, a quel fuoco incessante di, di cosa?, cazzo, ma di pena, di dolore, e questa storia deve finire e non so più come. A rompere l'immobilismo della sofferenza è Bittori, la vedova di Txato, con la sua decisione di tornare al paesino e di riaprire la vecchia casa: > una strana atmosfera avvolgeva i soprammobili, le pareti, i mobili, un odore caratteristico che, senza essere stomachevole, era tutt'altro che accogliente. Ed era lo stesso odore che emanano i vestiti di mia madre quando la abbraccio. Siamo dopo il 2011, la guerra civile è finita e tutti vorrebbero dimenticare. Il parroco ferma Bittori per strada per invitarla a non tornare in paese, > a non riaprire le vecchie ferite. La risposta della donna è lapidaria: è qui > per tirare fuori tutto il pus che c'é ancora dentro. Altrimenti, non si chiuderà mai. Caparbia, Bittori otterrà che Ioxi Mira le chieda perdono, perché solo così ci può essere una vera riconciliazione, e non invece un pavido oblio omertoso. La determinazione di Bittori smuoverà tutti gli altri protagonisti della storia, che usciranno dalla loro sofferenza per ritrovare di nuovo se stessi, metabolizzando finalmente il lutto e accettando il proprio destino. Gli argomenti fondamentali del libro sono la lacerazione e la riconciliazione: la violenza frutto dell'odio e la volontà di ricostruire la fratellanza. L'autore evita la retorica e il moralismo, scava, invece, all'interno delle coscienze. I personaggi sono sempre in bilico tra immobilismo doloroso e possibilità di liberazione dal destino; per riuscirci hanno bisogno di una forza esterna, costituita da Bittori, che abbandona le vesti della vedova sconsolata per assumere quelle di un' eroina tragica, portatrice, suo malgrado, di un compito universale ed eterno: quello di portare il carnefice a riconoscere le proprie colpe, a dichiararle e in tal modo liberarsi dal rimorso. Si è già accennato al disordine della narrazione. Con una tendenziale scansione di tre capitoli per volta l'autore approfondisce i diversi personaggi del romanzo, senza creare una gerarchia d'importanza, quasi che non ci sia un protagonista. Quest' approccio lascia al lettore la libertà di scegliere la figura chiave del racconto (per me Bittori), ma annebbia la focalizzazione, ostacola la ricomposizione delle storie, che restano inconcludenti. L'alternarsi della prima e della terza persona come voce narratrice intriga dapprima, creando un effetto di spiazzamento. E' una bravura stilistica che alla lunga confonde la narrazione: ogni frase è interessante ma il tutto diviene dispersivo. Infine il romanzo è molto lungo, prolisso e ripetitivo. Perché leggerlo? Interessanti gli argomenti affrontati.