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Fabio Geda

Fabio Geda è uno scrittore e educatore italiano.

Libri di quest'autore

Anime scalze
RecensioneItaliano

Anime scalze

La storia prende le mosse dal momento in cui troviamo Ercole insieme al fratellino Luca sul tetto di un centro commerciale, con la polizia che grida di scendere. Dal racconto scopriamo che Ercole ha quindici anni, vive con Asia, la sorella più grande, e con un padre assente, che lavora come capita e spesso si mette nei guai. Ercole sa bene che Asia «era forte, sì, coraggiosa, ma non indistruttibile, Legata a me, ma non con me» Quando la sorella gli comunica che andrà a vivere con il fidanzato Ercole comprende che «le madri contengono. Ogni cosa. Fratelli e sorelle accompagnano». Con una vecchia bicicletta va a cercare la madre in un piccolo paese in montagna. Buca la gomma, è costretto a farsi dare un passaggio, deve chiedere i soldi per il biglietto del treno, quando arriva al paese dove vive la madre, gli è difficile trovare dove abita perché la madre sta in una casa isolata. Ercole, testardo e coraggioso, affronta tutti gli ostacoli, vince le paure,  ma non debella i mostri che ha dentro. Non riesce a fare alla madre le domande che vorrebbe. > Perché sei andata via esattamente? (...) Perché non mi chiedi se mi sei mancata? (...) Le cose vanno così. Ercole. E non puoi farci nulla diceva Asia. Sopraggiunge una svolta. > Appeso a uno spuntone del muro esterno c'era un casco da football americano, giallo, con il numero dieci in rosso . E' di Luca, suo fratello di sei anni. > La vita è una palla di biliardo, ogni scontro le fa cambiare direzione; e se si è abbastanza forti e fortunati si può andare ovunque . Adesso Ercole ha qualcuno di cui prendersi cura, da proteggere, anche rispetto al mondo degli adulti. E quando al compleanno di Luca, gli amici del padre del bambino cercano di ubriacare il piccolo senza che la madre lo difenda, è Ercole a intervenire e poi a portare in salvo il fratellino. Con audacia e vincendo la paura, si mette alla guida di un' auto. Lo sorprende la polizia. > Mi avrebbero creduto se avessi spiegato cos'era successo, che lo facevo per Luca? Avrebbero creduto a me o agli adulti? (...) E se mi avessero creduto, Luca dove lo avrebbero mandato? A chi l'avrebbero affidato? (...) Ho sentito la voce di Obi-Wan sussurrarmi: usa la forza, Luke. Segui l'istinto. Ho sentito le crepe sbriciolarsi e i mostri uscire dai muri. Ho ingranato la prima. Ho premuto a manetta sull'acceleratore. E sono fuggito. Se nei romanzi dell'Ottocento l'adolescente diviene adulto affrontando prove sempre più ardite, conquistando in tal modo la propria autonomia dai grandi, oggi il ragazzo resta sempre in qualche modo legato all'aiuto degli adulti. Si pensi alla differenza tra l'Isola del Tesoro di Stevenson, dove Jim affronta da solo i pericoli, dalla tempesta al pirata Silver, e la vicenda di Harry Potter che vince il male per il ruolo salvifico del super mago Dumbledore (si vedano le recensioni in questo sito: Treasure Island" e «Harry Potter& the Philosopher's Stone»). In «Anime scalze» non entra in gioco la magia, per fortuna; ma il quindicenne Ercole riesce a non scivolare «dalla confusione alla disperazione» perché trova saldi punti di appoggio nella sorella maggiore Asia e nella fidanzata Viola, coetanea eppure così salda e determinata. Al filone conduttore fondamentale, quello di romanzo di formazione, si aggiungono altri ingredienti: la fragilità e la distanza degli adulti, il tenersi dentro i sentimenti e non cercare aiuto, l'abbandono, l'amore come ancora di salvezza; troppi temi che si sovrappongono senza mai entrare nel dettaglio, quasi che l'autore volesse toccare tutti gli aspetti del disagio adolescenziale: insieme con frequenti pillole di saggezza la dispersione narrativa rende spesso prolisso e scontato il racconto. Un punto di debolezza del racconto è lo stile letterario. A differenza dei romanzi scritti insieme a Marco Magnone (vedi su questo sito le recensioni di «Berlin» e di "Il lato oscuro della Luna) manca il ritmo narrativo, se si escludono le ultime pagine; pure la scrittura è spesso prosaica, senza il contesto perché Torino é distante nella sua desolazione di città post industriale, mentre il ricorso frequente a dialoghi serrati e di poche parole pare un' ancora di salvataggio per una narrazione che fa fatica ad andare avanti, invece che un modo efficace per esprimere l'incomunicabilità. Perché leggerlo? E' scorrevole e indaga il disagio giovanile.

Fabio GedaGiulio Einaudi
Nel mare ci sono i coccodrilli
RecensioneItaliano

Nel mare ci sono i coccodrilli

Il romanzo ha come sottotitolo «Storia vera di Enaiatollah Akbari». E', infatti, Akbari che racconta a Geda il suo viaggio dall'Afghanistan all'Italia. Che sia un espediente letterario o una reale intervista poco importa, la forma del reportage giornalistico dà la necessaria attendibilità alle peripezie del ragazzo, al suo sogno di libertà e di pace. Akbari vive nel nord dell'Afghanistan ai confini con il Pakistan: appartiene a una etnia scita perseguitata dai talebani. Ancora bambino deve assistere alla fucilazione del maestro, che testardamente voleva tenere aperta la scuola. Per sfuggire alla repressione talebana la madre di Akbari lo porta a Kandahar e lo affida a un conoscente che lo fa arrivare a Quetta in Pakistan. In questa città Akbari deve trovare il modo di sopravvivere, accettando anche lavori immondi come sturare la fogna, immerso nei liquami. Quetta è una sorta di luogo di formazione, dove Akbari impara a farsi largo tra le difficoltà, apprende nuovi mestieri, come quello di piccolo ladro di strada, e conosce altri ragazzini con cui giocare a pallone e sognare un futuro migliore. Ha sentito di un > un sacco di ragazzini che andavano in Iran. (...) Sentivo queste voci nell'aria, come irradiate da un altoparlante al posto della preghiera dei muezzin; le percepivo nel volo degli uccelli, e ci credevo, perché ero piccolo, e quando sei piccolo cosa puoi sapere del mondo? Ascoltare e credere erano la stessa cosa. Credevo a tutto quello che mi dicevano. E soprattutto, quando si è ancora ragazzini, si pensa che l'amicizia dia una tale forza da poter affrontare qualsiasi difficoltà. Purtroppo, poi, si scopre, che «nel mare ci sono i coccodrilli». Akbari se ne accorgerà andando in Iran e poi in Turchia, sempre pensando di aver trovato il posto giusto dove vivere. Se le pagine dedicate a Quetta sono ancora pervase da un senso di avventura, i luoghi, le persone e le vicende rappresentate come in un sogno di realtà, da cui si potrà fuggire tornando a casa, poi, in Iran, Turchia e Grecia, tutto diviene più crudo e cattivo, e pure Akbari diviene più duro, disilluso e pronto a salvarsi anche abbandonando gli amici.  Si pensi all'attraversata in mare sul gommone per arrivare sulle coste della Grecia, quando, tra le onde, hanno perso un amico:. > abbiamo continuato a remare e a gridare il nome di Liaqat. E a remare. E a gridare. (...) Nulla. Liaqat se l'era preso il buio. A quel punto -- non so bene come sia successo: sarà stata la fatica, sarà stato lo sconforto, sarà stato che ci sentivamo troppo piccoli, già, infinitamente troppo piccoli per non soccombere a tutto ciò -- a quel punto è successo che ci siamo addormentati. Ormai solo, Akbari riesce ad arrivare in Italia, un'Italia meravigliosa, ancora accogliente, dove un minore era assistito e dato in affido, ed erano soltanto quindici anni fa! «In anime scalze» (si veda la recensione in questo sito) Geda scrive che > la vita è una palla di bigliardo, ogni scontro le fa cambiare direzione; e se si è abbastanza forti e fortunati si può andare ovunque. Di là del resoconto del viaggio, in cui la parte più interessante è il ruolo dell'Iran come paese di cerniera e d'immigrazione, la storia di Akbari è un romanzo di formazione che trascende le specifiche vicende. Si diviene adulti affrontando e superando le difficoltà, sapendo apprendere dalle circostanze, anche con una certa dose di opportunismo e pragmatismo. E' il lieto fine che banalizza il racconto, dandogli un senso di dolciastro e pregiudicando in tal modo la drammaticità dell'immigrazione minorile. Il romanzo fa conoscere gli itinerari dei migranti ma tutto è troppo facile, senza sofferenze se non quelle fisiche. La separazione dalla famiglia, il distacco dagli amici, lasciati al loro destino, l'abbondono delle proprie radici paiono agevoli, semplici da superare. Perché non leggerlo? Alla fine è banale.

Fabio GedaBaldini & Castoldi