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Orhan Pamuk

Ferit Orhan Pamuk è uno scrittore e saggista turco.

Libri di quest'autore

La nuova vita
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La nuova vita

Il protagonista del romanzo è il libro: un libro ma anche tutti i libri. > Il colpevole non è solo quel libro, il libro che ha ingannato mio figlio, ma tutti i libri, che escono dalle tipografie, sono tutti nemici del nostro tempo, della nostra vita . Così disse minaccioso il padre di Mehmet, uno dei protagonisti del romanzo, che per primo ha letto il libro ed è fuggito. Gli altri due protagonisti sono Osman, un giovane studente che si innamora di Canan, la ragazza di Mehmet. È la ragazza che fa leggere il libro a Osman e i due ragazzi iniziano un vorticoso viaggio per la Turchia alla ricerca, apparentemente, di Mehmet, ma in realtà essi sono mossi da unʼinquietudine, da un male di vivere, che la lettura del libro ha fatto esplodere: > passeggeri dei pullman notturni, infelici fratelli, so che anche voi cercate quel momento privo di forza di gravità. Non volete essere né lì né qui, diventare altro e vagare nel piacevole giardino che c’è tra i due mondi . Ma quali sono questi due mondi? La vita attuale e la nuova vita, o la ricerca dell’angelo, la morte. Il romanzo è quindi un susseguirsi di viaggi in pullman, di incidenti mortali, di televisori accesi, di viaggiatori e di paesaggi surreali. La ricerca di Mehmet si conclude con la sua uccisione da parte di Osman, nella speranza di liberarsi del suo rivale in amore, ma a questo punto la ricerca non è conclusa perché Osman non ha raggiunto un suo equilibrio. Riprende i viaggi sapendo benissimo che la vera uscita verso una nuova vita è la morte. > L’angelo si vede in quel magico momento di uscita e proprio allora percepiamo il vero significato della confusione che chiamiamo vita. Solo allora possiamo tornare a casa . E Osman muore proprio in un incidente stradale, come ne aveva visti durante i suoi viaggi in pullman. Qual è il vero significato di questo romanzo? Innanzitutto la lettura di un libro rappresenta un momento di rottura dell’equilibrio umano, > un buon libro è un pezzo di scrittura in cui si spiegano cose che non esistono, una specie di assenza, una specie di morte. Ma è inutile cercare fuori dal libro il paese che si trova al di là delle parole . Quindi il libro è un’altra realtà rispetto al vivere effettivo: sono altri mondi che vengono alimentati dal testo e dall’immaginazione. Il loro ruolo è tuttavia dirompente sul vivere umano, che percepisce e comprende l’unidimensionalità della vita. L’altro tema è il viaggio, il continuo movimento, che costituisce l’unico punto di stabilità del romanzo e del suo protagonista. Quando Osman capisce che Mehmet era anche lui partito dal libro e > dopo ricerche, viaggi e avventure in cui aveva incontrato morte, amore e disgrazie, aveva ottenuto quello che io non ero riuscito ad ottenere, la pace interiore , decide di ucciderlo, preso dall’invidia e dal rancore. Il terzo tema è sicuramente la morte, l’angelo tanto cercato: il viaggio, la vita, finisce inevitabilmente con la morte, con > gli occhi abbagliati e pieni di paura, come una volta guardavo l’incredibile luce che zampillava dal libro sarei passato immediatamente a una nuova vita . La nuova vita, tanto cercata, è la morte. È un romanzo ermetico, del quale è difficile percepire il senso vero. Ciascuno può trovare dal romanzo una sua interpretazione: legata al contesto sociale tra la modernità e la tradizione, una storia dʼamore infelice, l’idea del complotto come motore della storia. A me piace pensare che il libro parli delle tante dimensioni della vita, della continua ricerca della nuova vita, che anima sempre l’uomo. L’autore cita anche la nuova vita di Dante, la rinascita, la scoperta di una spiritualità più vera.

Orhan PamukGiulio Einaudi
La valigia di mio padre
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La valigia di mio padre

> Il colpevole non è solo quel libro, il libro che ha ingannato mio figlio, ma tutti i libri, che escono dalle tipografie, sono tutti nemici del nostro tempo, della nostra vita . Così dice nel romanzo «La nuova vita» il padre del protagonista, riferendosi al libro alla cui ricerca è dedicato il vorticoso viaggio del figlio attraverso la Turchia. E in un altro passo dello stesso romanzo Pamuk chiarisce come > un buon libro sia un pezzo di scrittura in cui si spiegano cose che non esistono, una specie di assenza, una specie di morte. Ma è inutile cercare fuori dal libro il paese che si trova al di là delle parole . Sono riflessioni cupe e disperate, che sembrano condurre, tramite la letteratura, alla solitudine, allʼincomunicabilità tra le persone e tra queste e gli oggetti, ad un mondo, dove ci si segrega, «nascondendo le chiavi» ( da Il libro nero). Si può congiungere il racconto con la vita o ciò è possibile solo nella immobilità dei manichini, così brillantemente favoleggiati nellʼultimo capitolo dellʼ Il Libro nero? È con la speranza di chiarire cosa pensa veramente Pamuk che si affronta la lettura di questo libretto, il quale riporta alcune conferenze dellʼautore. Ed ancora una volta Pamuk ci sorprende. Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del premio Nobel, lʼautore affronta il tema della letteratura narrando un emblematico episodio della sua vita, una sorta di metafora, ma reale. Racconta come il padre avesse custodito in una valigetta alcune pagine scritte durante un soggiorno giovanile a Parigi. Per lungo tempo Pamuk ha avuto paura di aprire la valigetta > e leggere i suoi taccuini perché sapevo che lui non avrebbe tollerato le difficoltà che avevo sopportato io, che non era la solitudine che lui amava, bensì mescolarsi agli amici, alla folla, i salotti, gli scherzi, la compagnia... In realtà ero arrabbiato con mio padre perché non aveva vissuto come me, non aveva sofferto inquietudini e aveva passato la propria vita felicemente, ridendo e scherzando con le persone a cui era affezionato... ( e solo talvolta) mio padre si allungava sul divano davanti ai suoi libri, lasciava cadere il volume o la rivista che aveva in mano e si perdeva a lungo nei suoi pensieri, nei sogni . Nelle differenze tra il padre, conciliato con il mondo, ed il figlio, in rotta con sé stesso e con il contesto che lo circonda, sta lʼinfelicità, o meglio la ricerca di una felicità irraggiungibile: > essere scrittori significa prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi, ferite così segrete che noi stessi ne siamo a malapena consapevoli, esplorarle pazientemente, studiarle, illuminarle e fare di queste ferite e di questi dolori una parte della nostra scrittura e della nostra identità . Lo scrivere è come una medicina, che «sa di inchiostro e carta», che se non è possibile prenderla, > sento che lʼinfelicità mi trasforma in una specie di uomo di cemento . Chiudersi in una stanza a scrivere è > riuscire a trovare la speranza per fare passare la giornata, anzi essere felice e gioire se il libro o la pagina che ti porta in un nuovo mondo sono buoni . I romanzi > sono modellati per portare con felicità i sogni che i romanzieri vogliono sognare. Così come regalano felicità al buon lettore, offrono al buon scrittore un nuovo mondo solido e sicuro dove egli può fuggire ed essere felice a ogni ora della giornata . Scrivere e leggere sono una fuga dalla realtà, in un mondo da noi stessi creato, > pazientemente, come se scavassi un pozzo con un ago, mi appare allora più reale di tutto il resto . > Ora capisco che migliaia di miniaturisti, facendo in delicato segreto sempre gli stessi disegni per secoli, avevano disegnato il segreto e delicato trasformarsi del mondo in un altro mondo ( da Il mio nome è rosso). La letteratura è un continuo ritorno allo stesso sogno tenero e nostalgico: desiderare essere felici senza trasformare realmente il mondo. Perché leggerlo? Chiarisce bene il pensiero di Pamuk

Orhan PamukGiulio Einaudi
Il mio nome è rosso
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Il mio nome è rosso

Il libro si sviluppa su diverse trame, che è difficile ricondurre a un unico filone narrativo. Un primo percorso riguarda il declino della tecnica della miniatura, che si era sviluppata nel Cinquecento sotto l’influenza dell’arte persiana e cinese. L’arte ottomana della miniatura giustificava la possibilità di disegnare le immagini a completamento dei libri con il fatto che non si effettuavano ritratti di personaggi reali e non esisteva uno stile personale, ma le figure e i paesaggi rappresentavano il mondo con l’occhio di Dio e quindi riprendevano continuamente immagini e stili, che erano stati codificati dai vecchi maestri e quindi erano legittimati dall’autorità del passato. In realtà questo approccio costituiva in qualche modo una giustificazione e un obiettivo, in quanto, poi, il miniaturista e il laboratorio, al quale questi apparteneva, aggiungevano piccole modifiche o assemblavano in modo innovativo le immagini fissate dai grandi maestri del passato. Il sultano decide di fare preparare un libro con immagini secondo lo stile europeo, conosciuto dagli ottomani attraverso Venezia. A causa della delicatezza della richiesta, che poteva creare forti reazioni tra gli ortodossi, la realizzazione del libro non viene affidata al laboratorio di corte, ma a un anziano artista, Zio Effendi, che affida singoli disegni agli stessi miniaturisti del laboratorio. Il racconto delle modalità di attuazione dei disegni è condotto dall’autore in modo singolare, ossia dal punto di vista delle diverse immagini rappresentate: il cane, l’albero, la moneta, il cavallo, la morte, il colore rosso. Con questo espediente narrativo l’autore racconta la storia dell’arte della miniatura, che è arrivata alla sua conclusione, perché, dopo la morte del sultano, verrà abbandonata in quanto considerata non aderente ai precetti della religione mussulmana. La storia di questʼarte permette anche di aprire una serie di scorci sulla storia della civiltà mussulmana (in particolare le invasione dei mongoli e la guerra tra la Persia e gli ottomani) e sui temi narrativi predominanti, in particolare la storia d’amore tra Cosroe e Sirin. Un secondo percorso narrativo è in qualche modo un giallo. Uno dei miniaturisti uccide un compagno e lo Zio Effendi. Si intrecciano in qualche modo diverse motivazioni: la gelosia e l’invidia, il desiderio di carriera e l’idea che si stesse realizzando un libro blasfemo e che questa operazione andasse fermata. Anche in questo caso l’autore utilizza l’espediente di far narrare le vicende dal punto di vista dei diversi personaggi. È interessante come vengono condotte le indagini: il sultano affida al maestro del laboratorio di miniatura il compito di individuare l’assassino tra i propri discepoli, pena la tortura e la morte di tutti. Il maestro scopre una stranezza nel disegno del cavallo, un tratto che identifica il disegnatore, e quindi chiede al sultano di entrare nel tesoro per studiare i vecchi libri e scoprire in questo modo l’origine storica del tratto e quindi identificare il miniaturista in base alla conoscenza della sua vita e della sua evoluzione artistica. In realtà al maestro non interessa questa indagine. È deciso a punire i discepoli per averlo tradito accettando di collaborare alla realizzazione del libro ed è interessato a visionare, per l’ultima volta, il grande tesoro del sultano. Un patrimonio artistico che sta per scomparire e una storia di lotte e di invenzioni emergono dinanzi al maestro, che decide di accecarsi secondo un vecchio rituale dei grandi maestri. Un terzo percorso narrativo è la storia d’amore di Nero, ritornato dopo tanti anni a Istanbul, e di Sekure: una vicenda triste perché la donna non ama realmente Nero ma accetta di sposarlo solo per trovare una sistemazione e dare un padre ai propri figli. I tre filoni narrativi si intrecciano tra di loro e sono ricondotti a unʼunitarietà non tanto dai contenuti, quanto soprattutto da un clima di nostalgia e di tristezza: un mondo sta scomparendo. È il grande impero ottomano ed è l’incontro di civiltà e di culture che facevano riferimento alla religione mussulmana. L’arte della miniatura non resiste all’assalto della cultura occidentale, che riprende «il reale» e afferma l’individualità dell’artista, e dell’ortodossia religiosa. Il maestro decide volutamente di distruggere il laboratorio perché capisce che non può più tenere sotto controllo le aspirazioni dei discepoli. Le strade e le case della città sono tristi, l’amore si riduce a convenienza e i bambini stessi sembrano pallide rappresentazioni dell’infanzia. Nero, che ha scoperto l’assassino per amore di Sekura e ha rischiato la vita, condurrà unʼesistenza triste e solitaria accanto a una donna che non lo ama. Perché o non si cambia o si cambia troppo in fretta perdendo ciò che proviene dal passato? Dice il maestro: > ora capisco che migliaia di miniaturisti, facendo in delicato segreto sempre gli stessi disegni per secoli, avevano disegnato il segreto e delicato trasformarsi del mondo in un altro mondo . Non sono le vicende che creano questo contesto di malinconia e di decadenza, ma è lo stile dell’autore, che riesce con l’accostarsi degli argomenti e l’uso attento degli aggettivi a creare un senso di sospensione e di dolce maliconia.

Orhan PamukGiulio Einaudi
Il libro nero
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Il libro nero

Il romanzo si sviluppa intorno a due figure: Galip è un giovane avvocato, che è stato abbandonato dalla moglie e si mette alla sua ricerca, inseguendo le tracce lasciate dall’altro personaggio del romanzo, Celal. Questi è un giornalista, che cura una rubrica da molti anni, ed è il cugino di Galip e fratellastro della moglie. Il libro si sviluppa su due voci. Una voce in terza persona racconta il girovagare di Galip per Istanbul sulle tracce della moglie e del cugino. Celal, in prima persona, riprende considerazioni, anche paradossali ma sempre suggestive, della rubrica per sviluppare meditazioni sull’esistenza e sulla società turca. È un libro molto denso, complesso e prolisso, con un ritmo narrativo molto lento e per molti tratti noioso. Un primo tema è senza dubbio il contesto, costituito dalla società turca, in bilico tra l’Europa e l’Asia, tra la modernità e la tradizione islamica, sempre sul punto di liberarsi della nostalgia della grandezza del passato ma risucchiata in qualche modo dalla storia. In un’intervista l’autore ha affermato che «turco è sinonimo di confusione», e questa affermazione appare il tema dominante del libro, in particolare della prima parte. Dai connotati sociologici e culturali si passa rapidamente a un tema esistenziale: niente appare per ciò che è veramente. L’ex-marito della moglie, militante dell’estrema sinistra, vive volutamente una vita borghese con moglie e figli. Un vecchio amico raccoglie in modo ossessivo la documentazione sui movimenti politici di sinistra, dalla cui lettura emerge una confusione totale di nomi e di fatti, spesso inventati. Una compagna di scuola si è sposata con un uomo perché assomigliava a Galip e pensava di poter vivere in questo modo con lui, invece che con il marito. Gli oggetti stessi hanno un doppio significato: > a fargli paura era la sensazione precisa che quegli oggetti avessero un significato diverso... A che cosa serve?, chiese lui... è una gamba di tavolo, rispose l’altro, ma c’è gente che le infila nell’orlo delle tende. Si potrebbe anche farne una maniglia. Che fare per penetrare nel mondo arcano dei secondi significati e scoprire il mistero? . Si apre, a questo punto, un tema filosofico: c’era un’era felice nella quale le parole («le lettere») rappresentavano pienamente il significato dell’oggetto e quindi il racconto e la vita corrispondevano. > In quell’Età dell’oro, gli oggetti che mettevamo nelle nostre case coincidevano con quelli che sognavamo... tutti sapevano perfettamente che le parole e ciò che esse descrivevano erano fatti talmente contigui, che, nelle mattine di nebbia, parole e significati arrivavano a confondersi. Al risveglio la gente non sapeva distinguere i sogni dalla realtà, la poesia dalla vita, i nomi da chi li portava. Racconti e vite erano talmente reali che nessuno avrebbe mai nemmeno concepito di chiedere dove finissero le une e dove cominciassero le altre. I sogni venivano vissuti e le vite interpretate a fondo . La scissione tra parole e oggetti, tra poesia e realtà, tra sogno e vita, conduce alla solitudine e all’incomunicabilità tra le persone e tra queste e gli oggetti: > il mondo in cui voleva entrare non era questo ma un’altra sfera, che Celal aveva trascorso la vita a creare. Secondo lui, Celal, chiamando le cose con il loro nome e raccontando storie, aveva a poco a poco circondato di mura il mondo dove si era segregato, nascondendo le chiavi . Si può essere se stessi? Si può ricongiungere il racconto con la vita? Sì, ma solo nell’immobilità di manichini, di oggetti freddi, che, più ancora di quelli vivi, riescono a dare l’esatta rappresentazione della vita. Il capitolo chiave del libro è quello, bellissimo, della visita ai sotterranei di un costruttore di manichini; in questo luogo che si trova al di sotto della vita rappresentata («i manichini pubblicitari»), questa persona aveva continuato la tradizione familiare di costruire manichini che rappresentassero veramente i personaggi e le figure della realtà. Ma se solo i manichini permettono di ricongiungere racconto e vita non è quindi solo la morte il momento in cui si realizza l’Età dell’Oro? Il libro appare per molti versi intellettualistico e noioso, richiuso in temi filosofici ed esistenziali che fanno perdere di smalto al racconto e agli stessi personaggi. Si presenta inoltre frammentario e ridondante.

Orhan PamukFrassinelli
Istanbul
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Istanbul

> Io so che la mia ispirazione trae vigore dallʼattaccamento alla stessa casa, alla stessa strada, allo stesso panorama e alla stessa città... questo mio legame con Istanbul significa che il destino di una città può diventare il carattere di una persona . In questo libro Pamuk racconta di come è diventato uno scrittore, ma nel farlo non può non parlare della sua Istanbul, la città degli anniʼ 50 e ʼ60, in pieno declino, non a caso narrata e fotografata in bianco e nero. È talmente stretto lʼintreccio tra la storia della città, racchiusa nei «dettagli del passato», e la storia della propria identità come scrittore ed individuo, che è appare evidente come la convulsa trasformazione di Istanbul abbia inesorabilmente invecchiato lo stesso Pamuk, non rendendolo più interprete del tempo contemporaneo. Il romanzo non ha una trama vera e propria, ma è un insieme di microcosmi, di episodi, di riflessioni e suggestioni. Per dare un senso generale al racconto, si possono individuare tre filoni narrativi. Innanzitutto, quello biografico parla dellʼinfanzia e dellʼadolescenza, della grande famiglia Pamuk, della case, della crisi coniugale dei genitori. Il percorso formativo di Pamuk non coinvolge la pagina scritta. Non ci sono incauti ed infantili tentativi di scrittura né grandi libri, che «hanno cambiato la vita». I libri, letti e riletti dal giovane Pamuk, sono «la collezione di fatti e curiosità», possibilmente arricchiti da disegni e fotografie, che siano > una rassegna seducente, terribile e a tratti disgustosa di curiosità, eventi e personaggi bizzarri . Da qui è naturale il passaggio alla pittura: essa permette di contemplare e rappresentare il panorama di Istanbul, dapprima «considerato unanimemente bello», poi contrassegnato dai segni del declino. > Disegnavo le piccole moschee, i muri distrutti, gli archi bizantini di cui si vedeva solo una parte, le case di legno con sbalzi e le modeste abitazioni . Nel dipingere Pamuk conosce il piacere della creazione artistica. > Solo ora realizzavo, con un salto spirituale più complesso e più scaltro, il desiderio di fuggire da me stesso.... talvolta perdevo il controllo del disegno... e qualcosa mi trascinava con impeto, sollevandomi piacevolmente: solo quando finiva, a moʼ di onda che si disfa infrangendosi contro gli scogli, dopo essermi liberato dallo stupore e dalla tristezza, potevo riposarmi un poʼ . Per capire perché Pamuk decida di diventare scrittore, abbandonando la facoltà di architettura e la passione per la pittura, occorre rivolgersi al secondo filone narrativo: la rassegna dei grandi scrittori turchi ed occidentali che hanno parlato di Istanbul. È necessario conoscere questa letteratura per apprezzare le pagine ad essa dedicate. Si coglie, comunque, come Pamuk guardi alla sua città attraverso le parole degli osservatori occidentali, al punto tale che le descrizioni di Istanbul da parte di questʼultimi sembrano > un ricordo personale. Naturalmente, a questo contribuisce anche il fatto che la popolazione di Istanbul si sia nel frattempo decuplicata, e alcuni viali e piazze, nonostante non siano per nulla cambiati, sembrino ora luoghi completamente diversi a causa dellʼaffollamento. Sento sempre la nostalgia degli anni in cui la città era solitaria e vuota . Si ritorna sempre ad Istanbul, a > questa mescolanza della storia con le rovine, delle rovine con la vita, e della vita con la storia . Il terzo filone narrativo è costituito dalla descrizione della città, dalla contemplazione del Bosforo e dalle peregrinazioni tra > i resti del vecchio tessuto della città fatto di legno e pietra . Chi ha avuto occasione di perdersi nei quartieri armeni e greci o di scendere da Taksim verso le rive sul Bosforo può apprezzare quanto scrive Pamuk e capire che > forse amiamo il posto in cui viviamo solo perché non abbiamo altra soluzione, come in famiglia. Ma dobbiamo scoprire dove e perché amarlo . È inutile sperare di trovare nel libro una guida ad un soggiorno ad Istanbul. Troppo distante e limitata è la città di Pamuk rispetto a quella attuale, multiforme, giovane, dinamica e gigantesca. Il libro parla del profondo legame che tutti noi abbiamo con i luoghi della nostra vita e che spesso diamo per scontati, come un fatto ovvio. È un rapporto reciproco, che va difeso e costruito giorno per giorno e che si alimenta nello sforzo quotidiano di > accordare il proprio stato dʼanimo ai panorami che la città offre. E tale operazione, se fatta con naturalezza e sincerità, conduce a unire, nella propria memoria, le immagini della città ai sentimenti più profondi e sinceri, al dolore, alla tristezza e di tanto in tanto alla felicità, alla gioia di vivere e allʼottimismo. Se impariamo a guardare una città in questo modo, e se ci viviamo così a lungo da trovare lʼoccasione di unire in un legame stabile i panorami ai nostri sentimenti più veri e profondi, dopo un poʼ... le strade, le immagini, i paesaggi della nostra città si trasformano, uno dopo lʼaltro, in realtà che ci fanno ricordare alcuni nostri sentimenti e stati dʼanimo . Perché leggerlo? Dimentichiamoci di Istanbul, parliamo del legame con la nostra città, e dei ricordi e dei sentimenti.

Orhan PamukGiulio Einaudi