Mario Tobino
Libri di quest'autore
Il Clandestino
Nella Resistenza (la guerra di liberazione tra il 1943 e il 1945) la scelta di prendere le armi contro il nazifascismo nacque raramente da una maturazione meditata; il più delle volte fu un atto di inconsapevole spavalderia, incosciente dei rischi che si andava a correre. Come scrisse Luigi Meneghello in «I Piccoli Maestri», fu > un urlo, (...) un sentimento collettivo (...) inebriante: si avvertiva la strapotenza delle cose che partono dal basso, le cose spontanee . Anche Mario Tobino approfondisce la scelta della lotta partigiana, e lo fa con il suo stile, di chi «studia gli uomini e li ama». Anselmo è un giovane ufficiale medico, di recente tornato dalla Libia. > Era ancora imbambolato dalla guerra, aveva nelle orecchie i lamenti dei soldati, era stato spettatore di azioni crudeli. Come il protagonista del romanzo di Cesare Pavese (La casa in collina), vorrebbe «un letargo, un anestetico», per > riscoprire la bontà, la tenerezza che nel mondo, al di là di ogni brutta violenza, ci dovevano essere ancora . Un giorno, dopo lʼ8 settembre, una donna lo ferma per strada. > Lʼaspettavo, volevo domandarlo a lei che ha fatto la guerra. (...) Chi è stato? Ora con chi siamo? Cosa ci hanno fatto credere? Di chi è la colpa? E tutti quelli che sono morti, poverini? (...) Li ho visti morire, è stato inutile... risponde Anselmo e «sentì che era stupidamente per piangere». Per il giovane è uno scossone, un risveglio, deve uscire dal torpore, mettersi in azione. Nella sua città, Viareggio (nel romanzo chiamata Medusa), un gruppo di giovani ha creato unʼorganizzazione clandestina: si definiscono marxisti - leninisti, si dicono comunisti, anche se non hanno mai letto Marx e Lenin e non hanno ancora avuto contatti con il risorto partito comunista (lo desiderano ardentemente). Cʼè poi un vecchio ammiraglio, il quale vorrebbe agire; è stato messo a riposo dalla Regia Marina per le sue posizioni anti fasciste. ma è animato da una fanciullesca voglia di lottare, di fargliela vedere ai fascisti e ai tedeschi. Anselmo diviene ben presto lʼufficiale di collegamento tra «i clandestini» e lʼammiraglio, gli vengono affidate missioni delicate e difficili, che riesce ad assolvere sempre molto bene, per le sue doti di equilibrio e di fine tessitore delle relazioni umane. Tobino ci conduce attraverso i primi passi della lotta partigiana, come si trattasse di un romanzo di evasione; situazioni pericolose però narrate in modo esilarante ed ironico si sovrappongono al racconto del crescente legame che si crea tra i giovani clandestini, giovani non ancora adulti, caratteri profondamente diversi, differenti le condizioni sociali e il livello di istruzione, ma sempre animati dalla voglia di vivere e da una comprensione reciproca, che supera i difetti e le varie attitudini: lʼazione porta allʼamicizia e questʼultima allʼunità. I clandestini così come lʼammiraglio vivono sullʼorlo del burrone, come se fosse un gioco, certo rischioso ma senza dubbio a lieto fine. IL volto crudele della guerra emerge, al di là del nostro desiderio di serena avventura: non siamo al cinema, come fantastica uno dei protagonisti del libro! Cominciano le perquisizioni, i rastrellamenti, gli arresti. Anselmo partecipa allʼuccisione di un fascista a La Spezia, lui stesso uccide uno squadrista, che ha assassinato crudelmente lʼammiraglio. Devono lasciare Viareggio e andare sulle montagne, a combattere la guerra partigiana, dove Anselmo troverà la morte. > Chiuse gli occhi (...) e subito sognò di essere in un bosco densissimo di fronde, lui era sdraiato, uccelli di nido gli volavano intorno, gli mettevano il becco vicino, lʼaprivano come ridessero, uguali a bambini soddisfatti di aver mangiato . Chi si aspetta il Partigiano Johnny di Fenoglio non può che restare deluso: qui non ci sono eroi solitari. Il romanzo è costruito linearmente, senza enfasi, una cronaca aperta, ricca di infinite possibilità, la quale riesce a scherzare perché lucida, trasparente, ed eppure amorevole verso i protagonisti, persino nei confronti dei fascisti. > Ma i fascisti perché fanno questo? si domandò Anselmo in un mormorio . La determinazione dei «clandestini» prende corpo dagli avvenimenti, sono loro a farli adulti, a maturarli politicamente, a renderli dei combattenti, convinti comunque che come le navi possono navigare nel mare calmo come in quello agitato, anche tra gli alberi, dove > mugolava la morte, (...) purtuttavia cʼera felicità, letizia, di fronte alla presente solitudine . Perché leggerlo? Splendido libro di un autore purtroppo dimenticato.
Le libere donne di Magliano
Così come «Per le Antiche Scale», il libro è ambientato in un manicomio e il protagonista, nonché l’io narrante, è un medico psichiatra. Non esiste una trama ma si tratta di una narrazione frammentaria, costituita dalla descrizione di singoli personaggi, donne per lo più, della struttura: pazienti, infermiere, suore e contadine, che appartengono alla campagna che circonda il manicomio. Alcune di queste, come Lella, svolgono un ruolo non passeggero nel racconto, ma in generale tutte sono assorbite dalla follia, quasi che fosse difficile distinguere tra sanità e pazzia. > Con i matti che comunicano le loro leggi io con facilità mi accomodo, si cammina sullo stesso binario e se un improvviso spettatore dovesse subito giudicare chi dei due è il malato si troverebbe incerto; e tale mio esercizio,che dei giorni ripeto con frequenza, mi stanca e ritorno al mio andito con la nebbia di una vaga angoscia,quasi un convalescente, come se quei minuti che mi trasferivo nella mente del matto, abbandonando la mia, fosse come andare nell’inferno, vivere nei gironi, avere oltrepassato le fredde acque dell’Ade, e ritornassi alla vita con l’anima ancora ghiacciata dalla morte . Si tratta, quindi, di una serie di episodi, che, pur nella loro specificità e apparente disordine (quasi di diario), permettono di individuare alcuni filoni narrativi:la dolcezza e la meraviglia che traspaiono dai ritratti. Non è il medico che scrive né si è alla ricerca di un impronta ideologica; i singoli personaggi sono descritti con affetto, talvolta con ironia, ma sempre con la forte consapevolezza che dalla pazzia non si esce. Emerge il tema dell’erotismo, traspare in modo chiaro come la solitudine sia spesso alla base di un percorso che conduce alla pazzia, ma quest’ultima è anche un destino inevitabile, che accumuna poveri e ricchi. Emblematica è la figura di Lella, che sembrava essere uscita dalla malattia, ma poi basta che all’oggetto del suo desiderio (un affetto meramente sognato) sia interessata un’altra donna per ricondurla verso una crisi depressiva e quindi di nuovo nella pazzia. L’equilibrio è sempre instabile. > La donna ha il volto assai bello e stranamente, benché così implori, sembra che sia sul punto di ridere e a certi tratti ride come in una felice ebbrezza, come in quel momento toccata da una gioia amorosa . Ma la pazzia si nasconde. > È stata forse quella donna, una ultra fiorente donna bionda, esuberante e prepotente; essa da diversi giorni era garbata, accondiscendente con dolcezza ad aiutare ogni servizio del reparto; addirittura come una monaca senza peccato accudiva con ogni pietà un’altra malata bizzosissima. E stamani ho letto una sua lettera diretta al marito dove le parole dichiaravano il suo animo che brama violenza ed omicidio ;la serenità del paesaggio toscano, quasi in contrasto con la violenza e il disordine del manicomio. > La pianura di Lucca sfavilla le messi dal prorompere della primavera fino all’autunno; riposa in una profonda ellissi circondata da monti che si stagliano limpidi in cielo. La pianura lucchese d’estate è un muovere-ondeggiare di verde ridente, un conversare spiritoso con ogni frutto e gemma e la vista varia e danza e si perde e si rinfranca e per nulla i monti che lontanamente circondano ostacolano quella letizia ;il dolore esistenziale del protagonista, la cui angoscia è frutto nel contempo di se stesso e della vita del manicomio: il legame tra la sua esistenza e le vicende dei matti sembra essere l’unico motivo per superare unʼangoscia che, altrimenti, risulterebbe insopportabile. > La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe, tramonti, e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo. Qui attendo: gloria e morte. Di qui parto per le vacanze. Qui, fino a questo momento, sono tornato. E il mio desiderio è di fare di ogni grano di questo territorio un tranquillo, ordinato, universale parlare . Ma c’è una speranza, l’amore tra le creature: tutto ciò permette allo scrittore di dire che c’è, forse, una via di uscita dalla pazzia e dall’angoscia esistenziale. > E della Lellina spero di non dirne più niente essendo assai, se il cielo mi ha aiutato, le parole che ho detto . Il libro, bellissimo, è caratterizzato da uno stile elegante, un po’ da studi classici, ma che riesce in modo mirabile a rendere un clima sognante, quasi che ciò che si narra non sia vero ma frutto dell’immaginazione e del desiderio dell’autore. La costruzione delle frasi, l’uso degli aggettivi, le parole, spesso di forte impronta toscana, contribuiscono a rendere piacevole la lettura, pur valorizzando la drammaticità dei contenuti.
Per le Antiche Scale
Il libro è ambientato in un manicomio e il narratore (e protagonista) è un medico psichiatra. Nella prima parte del libro viene descritto il carattere di un precedente medico dell’ospedale, grande personalità e uomo di scienza. L’approfondimento della sua figura permette di cogliere tutta una serie di singolarità (non esce mai dal manicomio, ha paura dei temporali, non tocca mai le porte che conducono ai diversi reparti e così via) che fanno emergere una mente piena di paure e comunque animata da un delirio di onnipotenza. Nella seconda parte il romanzo è costituito da una serie di ritratti di malati di mente, dai quali emergono l’ineluttabilità della malattia e nel contempo la profonda umanità dei protagonisti, che sono anch’essi in grado di dare e ricevere amore e con i quali è possibile instaurare un dialogo se si riesce a comprendere il linguaggio. Il vero protagonista è comunque costituito dal manicomio, che sembra dominare sia i sani che i malati. La struttura chiusa determina dei confini invalicabili, che sono innanzitutto psicologici (prima che fisici) tant’è vero che gli stessi medici spesso sono portati a vivere all’interno. Il manicomio non è il paradigma della vita moderna, che, pur apparentemente così libera e aperta, è in realtà chiusa in schemi precostituiti e in una serie di vincoli? E il malato di mente, nei suoi deliri e nel suo peregrinare con la mente, non rappresenta di fatto la vera, e unica, libertà?Lo stile è asciutto, privo di qualsiasi retorica e si sviluppa in modo piano e sereno, contrassegnato da una lieve ironia e da accenti di tenerezza.


