Archivio Libri

The Adventures of Tom Sawyer
RecensioneInglese

The Adventures of Tom Sawyer

Tom Sawyer è un ragazzino che vive con la zia in un piccolo paese di campagna sulle rive del Mississippi.   Mark Twain lo introduce in questo modo: > era tornato a casa appena in tempo utile per aiutare Jim, il piccolo ragazzo di colore, a tagliare la legna per l'indomani e spaccare i fuscelli per la cena.-- almeno aveva il tempo per raccontare a Jim le sue avventure mentre Jim faceva tre quarti del lavoro. (...) Se egli fosse stato un grande e saggio filosofo, come l'autore di questo libro, avrebbe adesso compreso che il Lavoro consiste in qualunque cosa una persona è obbligata a fare, e che Giocare consiste in qualunque cosa una persona non è obbligata a fare. Tom non ha chiara questa differenza e prende per cosa seria una vita spensierata e libera, passando dalla malinconia, che lo spinge a desiderare di morire temporaneamente, per far sentire la sua mancanza, a un mondo fantastico, in cui sogna di essere un pirata o un bandito. E così con i suoi amici fedeli, in particolare il vagabondo Huckleberry Finn, detto Huck, s' inoltra in una serie d'imprese, dalla vita da pirati in un'isola in mezzo al fiume a vagare di notte nel cimitero, assistendo a un omicidio, sino a mettersi alla ricerca dei tesori, che sicuramente bande di ladroni hanno nascosto. Questa vorticosa attività non impedisce a Tom di fare la corte a Becky, una ragazzina di buona famiglia, coinvolta anch'essa nelle sconsiderate avventure di Tom. E' inutile raccontare la storia, a tratti involuta e banale ma mai noiosa: è più interessante soffermarsi su due peculiarità del romanzo. La prima è l'ambiente contadino; con lieve e affettuosa ironia Mark Twain descrive la scuola, dove domina l'autoritarismo del maestro, le riunioni religiose con i sermoni noiosi e moraleggianti del pastore, l'esilarante rituale del saggio annuale, quando gli allievi migliori presentano un loro componimento all'intera comunità. Si può sorridere, come fa Mark Twain, dell'inglese forbito, fatto di parole che i più probabilmente non capiscono, dei valori puritani e bigotti, dell'istruzione imposta a forza; emerge, comunque, un forte spirito comunitario, che pare superare anche le differenze di classe. E' una società bianca, placida nei propri valori, con un unico e chiaro confine: la discriminazione verso i neri, i quali restano sullo sfondo, pur contribuendo all'economia agricola del piccolo paese; si può essere solidali con il vagabondo Huck, non con il servo Jim. L'altro aspetto interessante è dato dalle capacità affabulatorie di Tom. A differenza dei protagonisti di altri romanzi di formazione, Gian Burrasca o Jim dell'Isola del Tesoro (si vedano le recensioni del «Giornalino di Gian Burrasca» e di «Treasure Island» in questo sito), sorprende la dialettica di Tom, di come riesce a gestire la zia, profittando del suo amore ingenuo, di come circuisce gli amici, convincendoli ad avventure e vincendo la loro ritrosia, di come persuade Becky a seguirlo in situazioni pericolose e intime, paradossali per una società così bigotta. E quando Mark Twain dice che può fermarsi a scrivere la storia di un Ragazzo, perché > il racconto non potrebbe andare molto avanti senza divenire la storia di un Uomo. (...) Quando si scrive di giovani, ci si deve fermare dove è meglio , forse intende dire che l' innocente astuzia di Tom diverrebbe una colpevole capacità di ingannare, come spesso succede tra gli adulti. Nel mondo fantastico di Twain è meglio continuare a giocare con i piccoli sotterfugi degli adolescenti. Di là del personaggio e della storia, il valore letterario di Tom Sawyer risiede nella scrittura, attenta al dettaglio, magicamente realista, lievemente ironica. Si prenda come esempio questo brano, che descrive il risveglio di Tom nell'isola dei pirati immaginari: > quando Tom si svegliò all'alba, si chiese dov'era. (...) Ora, lontano tra gli alberi un uccello chiamava; un altro rispondeva; adesso si udivano distanti i colpi di un boscaiolo. (...) Un piccolo verme verde veniva strisciando sopra una soffice foglia, sollevando due terzi del suo corpo in aria di tanto in tanto e «annusando in giro», (...) poi procedendo di nuovo, (...) e quando il verme gli si avvicinò, spontaneamente, lui rimase immobile come una pietra, (...) poi (...) quando cominciò un viaggio sopra di lui, il suo cuore era tutto contento. (...) Ora una processione di formiche apparve da chi sa dove. (...) Una coccinella a macchie marrone saliva la vorticosa altezza di un filo d'erba (...) e Tom si chinò giù vicino e disse, > coccinella, coccinella, vola via a casa, la tua casa è in fiamme, i tuoi bambini sono soli. Sono prodigi di un mondo abitato di notte dagli spiriti e la Natura pare ancora dotata di un'anima. E che dire della descrizione della scuola, scandita da quel ripetitivo showing off«(in italiano ostentare o vantarsi)? Tutti gli insegnanti»se la tirano"

The age of Innocence (l'età dell'innocenza)
RecensioneInglese

The age of Innocence (l'età dell'innocenza)

Il romanzo è ambientato a New York alla fine dell'Ottocento, quando la vecchia élite newyorkese, con i suoi oppressivi rituali sociali, fu travolta da una nuova borghesia rampante, pregiudicata e aggressiva; reagì cercando di ignorare i cambiamenti, > finché li piombarono addosso. L'importante era preservare la «tradizionale piacevolezza» del vivere sociale. Non è un caso che il racconto si avvia con la prima all'Opera, descritta minuziosamente dalla scrittrice: la sistemazione delle famiglie nei palchi, secondo una rigida gerarchia sociale, la posizione delle persone al loro interno, nel rispetto dei ruoli familiari, i vestiti eleganti all'ultima moda parigina, le chiacchiere sommesse che devono interrompersi quando è cantato l'assolo; un'atmosfera aristocratica imbevuta di puritanesimo americano, e quindi superiore al frivolo mondo europeo. In una platea di personaggi minori, compaiono sin dall'inizio i tre protagonisti. Archer è un giovane avvocato, appassionato di letteratura con un vissuto di usuali trasgressioni borghesi (un amante, forse qualche signorina), ma ben consapevole che deve fare un «buon matrimonio». Le letture sconsiderate lo portano a fare dichiarazioni non conformiste ( > le donne devono essere libere come lo siamo noi ), ma > era un giovane uomo quieto e dotato di un forte self control. L'aderenza alla disciplina di una piccola società era divenuta quasi una sua seconda natura. Si agita però in lui un'inquietudine che lo porta a sentirsi come > se venisse seppellito vivo sotto il suo futuro. Sempre all'Opera, nel palco di famiglia in una posizione defilata, come vuole la rigida etichetta, siede la giovanissima May, che > proprio quel pomeriggio gli aveva permesso di pensare che ci fosse da parte sua «un'attenzione» (la frase ufficiale a New York da parte di una ragazza per dichiarare un interesse) ; una perfetta rappresentante della sana società americana, che > sarebbe probabilmente andata attraverso la vita affrontando ciascun' esperienza al meglio delle sue capacità, ma mai anticipando ciò che sta per accadere anche solo con uno sguardo fuggitivo. Forse questa incoscienza era ciò che dava agli occhi quell' innocenza, e al viso la sembianza di un tipo invece che di una persona. Accanto a May c'è > un'esile giovane donna, (...) con capelli castani che si sviluppano in fitte ciocche intorno alle tempie, racchiuse da una stretta fascia di diamanti, (...) con una gonna di velluto blue scuro esaltata sotto il seno da una cintura con un'ampia chiusura vecchio stile. Il portamento e l'abbigliamento inusuale attirano l'attenzione di Archer: è la «povera Ellen Olenska», la cugina di May, tornata in America dopo essersi separata da un aristocratico polacco: passi essere accolta dalla famiglia, ma portarla in pubblico, alla prima dell'Opera, dinanzi a tutte le più importanti famiglie di New York! Da questa scena iniziale, così voluttuosamente barocca, si dirama la storia: Archer è attirato dalla misteriosa e inebriante contessa Olenska, per lui promessa di una vita diversa, intravista dalla letteratura e ora realizzabile nell'innamoramento per la bella e malinconica Ellen. Se guardiamo oltre la nebbia del sogno, intravediamo che la figura di Ellen > si è costruita dentro di lui come una forma di santuario in cui lei troneggiava tra i suoi segreti pensieri e desideri. A poco a poco, questa immagine divenne la scena della sua vita reale, di ogni sua attività razionale. (...) Fuori di qui, nella scena della sua vita effettiva, egli si muoveva con un crescente senso di irrealtà e insufficienza, comportandosi in modo maldestro, contro i pregiudizi familiari e i tradizionali punti di vista, come un demente va in collisione con l'arredamento della sua propria stanza. Eppure, lui stesso s' imprigiona in un'esistenza borghese: anticipa il matrimonio con May, consiglia Ellen di non chiedere il divorzio dal marito, conduce una vita ordinaria, accanto ad una giovane moglie affettuosa e comprensiva, frequentando i tradizionali luoghi sociali di New York e ottemperando agli obblighi della famiglia di May. Lentamente e silenziosamente gli si crea attorno una cortina soffusa di protezione: ufficialmente nessuno conosce l'infatuazione di Archer per Ellen, crescente innamoramento scandito da piccole bugie, da improvvisi viaggi di lavoro, da incontri fugaci e apparentemente nascosti, come capita per tutti gli amanti. Poi, all'improvviso, esce allo scoperto May, prima offuscata dalla vitalità della splendida contessa Olenska; in un colloquio fatto di sottintesi, di verità dette e non dette, May anticipa l'irreparabile confessione di Archer dichiarandogli di aspettare un bimbo e di avere usato, sfrontata e cinica, l' ancora non certa gravidanza per indurre Ellen ad abbandonare l'America. L'innocente May si è rivelata una consorte astuta, non perché dotata di un'intelligenza particolare, ma perché si è attenuta a schemi collaudati della società cui appartiene. In un ricevimento d'addio per la contessa Olenska, (perché le forme vanno sempre rispettate!) Archer capisce che tutti conoscevano la relazione e hanno agito solidalmente per evitare lo scandalo di una separazione: nella vecchia New York tutto deve andare avanti > senza effusioni di sangue: il modo di agire di gente che temeva lo scandalo più che la malattia, che metteva la decenza sopra il coraggio. E dall'altra parte anche Archer condivideva questi valori, anche se > gli pareva di assistere alla scena in uno stato di strana mancanza di peso, come se fluttuasse da qualche parte tra il candeliere e il soffitto, niente meravigliandolo quanto la sua parte (da spettatore) in ciò che stava accadendo. Scritto dopo la prima guerra mondiale, «L'età dell'innocenza» racconta la fine di un'epoca, narra la perdita dell'innocenza della borghesia americana. Se nei libri di Alcott (si vedano in questo sito le recensioni di «Piccole Donne» e «Piccole Donne Crescono») la famiglia è la destinazione naturale della donna, concretizzandosi così il suo ruolo sociale, nel romanzo di Wharton il matrimonio è una gabbia, luogo di rinuncia e di doveri. Da questo punto di vista la contessa Olenska è la figura vagheggiata, capace di vivere fuori dagli schemi, come una farfalla tra un fiore e un altro. Questa interpretazione, enfatizzata dal film di Martin Scorsese del 1993, non racchiude il senso più vero del racconto. Dobbiamo metterci dal punto di vista di Archer e della visione conservatrice di Warthon.  Nella sua introduzione Sarah Blackword riporta come siano state trovate due conclusioni differenti rispetto al finale del libro. In entrambe è previsto che si rompa il matrimonio e Archer possa andare a vivere a Parigi con la bella contessa Olenska. Perché la scrittrice ha deciso che Archer dovesse ripiegarsi in una piatta vita borghese, nei doveri sociali e coniugali della vecchia New York? Il tema principale del romanzo è il peso delle regole sociali, la cui forza risiede nel fatto che sono interiorizzate all'interno della coscienza, sono una prigione che traccia il nostro destino, di là dei nostri «segreti pensieri e desideri».  E com' è accaduto per Archer, non ci resta che vivere nella fantasia, ancorarci al sogno e all'immaginazione, creare una realtà parallela nella nostra mente. Sempre nuovi Don Chisciotte di Cervantes o Quinchotte di Rushdie (si vedano le recensioni in questo sito) ci muoviamo smarriti e prigionieri in un mondo che vorremo diverso, finché, come Archer, ci adeguiamo, adagiati nel quieto vivere. Per quanto tempo lo potremo fare? Ricca, influente e circondata da artisti nella sua vita parigina, Wharton aveva anche la passione di «designer di arredi»; e ciò spiega le descrizioni dettagliate degli ambienti e dell'abbigliamento, vere e proprie rappresentazioni teatrali, già cinematografiche, così ricche di immagini, suggestioni e simboli. E' una scrittura minuziosa e all'apparenza realistica, che emana un fascino sognante, sospeso ed evanescente. Non so se la Wharton abbia conosciuto Joyce o Proust; ma è evidente che siamo dinanzi ad una narrazione innovativa, a un non romanzo, dietro alla patina ottocentesca e superficiale. Il lessico è ricco, di forte impronta americana, insieme a una struttura sintattica articolata e raffinata; senza dubbio un bell'Inglese! Perché leggerlo? Interessante e moderna la figura di Ascher, splendidamente barocco.

Edith WhartonPenguin Random House
Age of iron
RecensioneInglese

Age of iron

Il romanzo è ambientato in Sud Africa a metà degli anniʼ 80, nei tempi dellʼapartheid. Una anziana insegnante di materie classiche viene a sapere di avere un tumore incurabile. Decide allora di raccontare gli ultimi giorni della vita alla figlia, che ha lasciato il paese da molti anni: > ti racconto la storia non perché tu abbia compassione per me ma perché tu possa apprendere come sono le cose. Sarebbe più facile, lo so, che la storia venisse da qualcunʼaltro, se fosse una voce di un estraneo a risuonare nelle tue orecchie. Ma il fatto è, non cʼè nessunʼaltro. Io sono sola, la sola a scrivere. Non passarci sopra, non perdonare facilmente. Leggi tutto con un occhio distante . In questa dichiarazione della protagonista si racchiudono i molteplici significati del romanzo: gli avvenimenti, e soprattutto le compagnie, degli ultimi giorni di vita della vecchia signora, la solitudine e la nostalgia del passato, lʼesilio dalla figlia. Un vagabondo alcolizzato e un cane randagio trovano riparo presso la dimora della protagonista, che dapprima diffidente ma poi sempre più fiduciosa li accoglie trovando sostegno e amicizia. Nel frattempo le vicende di due ragazzi di colore coinvolgono lʼanziana insegnante nelle pesanti condizioni di vita della popolazione negra e soprattutto nella crudele repressione della polizia afrikaner. Sconvolta dai fatti che travolgono una vita sino allora tranquilla, la lettera alla figlia cambia di senso: doveva essere un modo per rafforzare il legame e invece la donna si trova trascinata nella confusione e nellʼincertezza: lʼamore verso la figlia diviene più astratto e lontano mentre sono sempre più forti i sentimenti verso chi le è più vicino nel male e dinanzi alla morte: il vagabondo, il cane e i due ragazzi di colore. E una richiesta di amore si eleva dalla vecchia insegnante: > e questa lunga lettera, lo dico adesso, è una richiesta verso il tramonto, verso lʼoccidente ( la figlia vive negli Stati Uniti) per te di ritornare da me. Vieni e nascondi la testa sul mio grembo come fa un bambino, come tu eri solito fare. Non posso vivere senza un bambino, non posso morire senza un bambino. Ciò che io sopporto, in tua assenza, è pena. Io produco dolore. Tu sei il mio dolore. È questa una accusa. Si io ti accuso. Ti accuso di avermi abbandonato . È un romanzo potente ed ancestrale, dominato da temi classici, tipici della tragedia greca, di quella di Eschilo e di Sofocle. Il rapporto tra madre e figlio viene investigato non in termini psicologici ma rimandandolo ad un destino ineluttabile, del distacco della progenie dai genitori. La fuga della figlia dal Sud Africa genera lʼesilio della madre, la sua solitudine ed insieme la consapevolezza che non sarà ricordata dopo la morte > lasciami andare da me stessa, lasciami andare via da te, lasciare andare via da una casa ancora viva di ricordi: è un compito difficile, ma sto imparando . > Non avere paura, dice la protagonista,non ti cercherò. Non è la mia anima che resterà con te ma lo spirito della mia anima, il respiro, il movimento dellʼaria intorno a queste parole, lʼesilissima turbolenza tracciata nellʼaria dal passaggio extra terreno della mia penna sopra la pagina che le tue dita adesso tengono . Perché leggerlo? Non è facile la lettura, anche perché lʼautore apre spesso parentesi filosofiche, ma la profondità cosmica del romanzo e le suggestioni di molte pagine valgono la fatica.

J.M. CoetzeePenguin Books
All Our Names
RecensioneInglese

All Our Names

Il protagonista è un giovane etiope; il desiderio adolescenziale di lasciare il proprio sperduto villaggio lo spinge a scegliersi uno scopo ed una città: diventare un grande scrittore a Kampala, che, pur essendo capitale dellʼ Uganda, come lui «non apparteneva a nessuno e nessuno la poteva reclamare». È quindi un non luogo, dove il ragazzo nasconde, dimentica o semplicemente abbandona i venticinque nomi con i quali veniva chiamato nel suo villaggio. A Kampala conosce lʼamico. > Isaac ed io diventammo amici come due cani randagi si trovano insieme seguendo la stessa traccia ogni giorno alla ricerca di cibo e di compagnia . Entrambi sono inesperti della vita urbana, ma Isaac ostenta sicurezza e prende sotto la sua ala protettiva il protagonista, ingenuo, fragile e troppo sognatore per sopravvivere da solo in una metropoli violenta e caotica. Non avendo più nomi, Isaac dà al ragazzo diversi nomignoli (ben tredici), tutti legati alla sua aria di intellettuale e di letterato. Dapprima i due giovani frequentano il campus universitario, una sorta di "oasi > in un paese sempre più dilaniato dagli scontri tra opposte fazioni, che sfociano presto nella dittatura e nella repressione. Se prima agli studenti era permesso esprimere il dissenso, poi le manifestazioni vengono proibite e soffocate nel sangue. Per il protagonista la situazione è particolarmente grave perché è uno straniero; Isaac deve intervenire più volte a salvarlo e a nasconderlo in posti sicuri. La lotta politica è ormai una guerra tra bande. Isaac, sempre più misterioso per la vita che conduce e le amicizie che frequenta, si mette al servizio di un capo clan. Il protagonista assiste inorridito a violenze, fucilazioni, veri e propri eccidi. Ma soprattutto è sconvolto dalla trasformazione dellʼ amico: da ragazzo un poʼ provocatore e un poʼ goliardico, Isaac si rivela un cinico assassino, un abile manipolatore di uomini, un opportunista senza scrupoli, forse persino un doppiogiochista. Ma chi è veramente Isaac? Cosa sappiamo di lui, del suo passato? La situazione precipita ed allora Isaac fornisce al protagonista un passaporto e un biglietto dʼaereo, per fuggire negli Stati Uniti. In questo modo gli dà anche un nome: il suo. Il ragazzo, ora Isaac, ha un visto provvisorio come rifugiato politico e viene seguito dai servizi sociali, in particolare da una giovane assistente, Helen. Nasce una storia dʼamore, ma si può amare qualcuno del quale non si conosce il passato? Durante la loro tormentata relazione Isaac le chiede che cosa può fare per lei: si, le dissi, promettimi che non scomparirai un giorno > . Ma così avverrà perché questo è il destino dei migranti, senza luogo e senza nomi: ciò che possono dire soltanto, promettendo di tornare un giorno, è che nessuno si sarà mai amato più di quanto abbiamo fatto noi. Per semplicità espositiva la trama è stata presentata secondo una possibile sequenza logica: prima le vicende dellʼUganda, poi la relazione dʼamore in America. In realtà lʼautore non sviluppa il romanzo in questo modo; la narrazione è portata avanti mediante due storie parallele: nella prima il narratore è il protagonista e lʼoggetto lʼamicizia con Isaac, nella seconda il narratore è Helen, che racconta il suo rapporto con il protagonista. Solo nelle ultime righe le due vicende si sovrappongono, quando scopriamo che la frase che il falso Isaac dice ad Helen nel momento dellʼaddio fu scritta dal vero Isaac in un foglietto per il protagonista. Ci viene il dubbio che lʼamore per Helen sia della stessa pasta dellʼamicizia tra Isaac vero e quello falso: legami straordinari in un epoca in cui le relazioni tra esseri umani sono come quelle di due uomini che si incontrano inaspettatamente nel mezzo di un deserto dopo aver viaggiato così a lungo da cominciare a credere che il mondo sia inabitato > .. Ma che cosa vuol dire questo strano romanzo? Comunica un senso di sradicamento, quella speciale solitudine che viene dal fatto di non avere niente che sia veramente tuo«, che spinge Helen a frugare nella stanza di Isaac per»cercare prove della sua esistenza > . Questo sradicamento ha un suo fascino oscuro perché ci dà un mondo senza peso«, che permette di affrontare una realtà che»ti rompe a pezzi lentamente«e di superare la paura di»ciò che verrà dopo. È un libro interessante. È tuttavia rovinato da un eccesso di intellettualismo, che si intravede in molti passaggi del romanzo e nella sua stessa impostazione complessiva: il ricorso alle due storie parallele frammenta il racconto, lo appesantisce inutilmente, facendo perdere ritmo narrativo e tensione emotiva. Il gioco quasi pirandelliano dei due Isaac è portato avanti in modo esasperato, senza peraltro riuscire a sorprendere il lettore, quando scopre che lʼIsaac di Helen non è il vero Isaac. Lʼautore ha voluto dare troppi contenuti ad una vicenda e ai suoi personaggi, quando sarebbe stato sufficiente narrarli nella loro spontaneità, nella loro vita reale di migranti del mondo". Perché non leggerlo? È noioso.

Dinaw MengestuHodder & Stoughton
All the Pretty Horses (Cavalli Selvaggi)
RecensioneInglese

All the Pretty Horses (Cavalli Selvaggi)

Due ragazzi, Grady di sedici anni e Rawlins di diciassette, si riposano sulle loro coperte da sella, dopo essere smontati dai cavalli. > La notte era fredda e chiara e le scintille emesse dal fuoco diffondevano calore e bagliori rosseggianti tra le stelle. Potevano ascoltare i camion là fuori sullʼautostrada e potevano vedere le luci della città riflettersi lontano nel deserto quindici miglia a nord. Cosa pensi di fare? chiese Rawlins. Non so. Niente , rispose Grady. Dopo trecento pagine, anche di difficile lettura, alla stessa domanda («dove è il tuo paese?) Grady risponde;» non so. Non so dove sia. (...) Toccò il cavallo con i suoi speroni e si mosse. Cavalcava mentre il sole gli rendeva il viso color di rame e il vento rossastro soffiava da ovest sulla pianura al tramonto e i piccoli uccelli del deserto cantavano tra le aridi felci; cavallo e cavaliere avanzavano e le loro lunghe ombre procedevano insieme come lʼombra di un solo essere. Passavano e impallidivano nella pianura al tramonto, verso il mondo a venire > Non cʼè un luogo dove fermarsi, non resta che muoversi, avendo due sole certezze: i cavalli e la grande pianura selvaggia. Il romanzo narra lʼavventura di un adolescente. profondamente solo e alla ricerca di sé stesso nelle grandi vastità di un West ormai travolto dalla moderna società americana. Noi siamo come erano i Comanches duecento anni fa. Non sappiamo cosa si mostrerà con la luce del giorno. Non sappiamo persino di quale colore sarà > . Così gli disse il padre, quasi ad invitare Grady a partire, forse a fuggire. E il ragazzo intraprende un lungo viaggio a cavallo, insieme a Rawlins. Si inoltrano nelle grandi distese verso il Messico, dentro un nugolo di stelle, così che cavalcavano non sotto ma tra di esse (...), come ladri nuovamente liberi in quel nero elettrico, come giovani ladri in un giardino luminoso, male equipaggiati contro il freddo e diecimila mondi da scegliere > . Durante il percorso incontrano Blevins, un ragazzino di tredici anni, a cavallo, solitario, forse in fuga. Si rendono conto che potrà essere fonte di guai: è impulsivo, testardo, senza giudizio, ancora un bambino. Lo accolgono tra di loro e dopo averlo sfamato, Blevins cominciò a togliersi i vestiti e a camminare nudo sul prato, e, passando accanto ai cavalli, si immerse nellʼacqua. (...) I cavalli lo guardavano > . Il ragazzino si ubriaca e si fa rubare il cavallo da un gruppo di messicani; poi coinvolge i due amici per cercare di recuperare lʼanimale e il tutto finisce in una sparatoria e in un inseguimento, dal quale Grady e Rawlins si salvano a stento, perdendo comunque le tracce di Blevins. I due giovani sembrano trovare un posto sicuro e un lavoro in una grande hacienda > ; Grady si fa apprezzare per le sue eccezionali doti di domatore di cavalli selvaggi, conosce anche la figlia del padrone, con la quale ha una storia dʼamore. È una situazione piena di rischi, lui povero vaccaro innamorato di una ricca ereditiera. Ed infatti Grady e Rawlins vengono arrestati dalla polizia messicana e vengono accusati di essere complici di Blevins, che incontrano nuovamente in carcere e che avrebbe ucciso un uomo. Nel trasporto dal posto di polizia al carcere Blevins viene ucciso; nella orrida prigione messicana i due giovani vengono aggrediti e pugnalati, e solo lʼ intervento della zia della ragazza, della quale si è innamorato Glady, li salva dallʼinferno nel quale si sono cacciati. Sembrerebbe che siamo giunti alla fine dellʼavventura, ma Grady vuole riprendere i cavalli e di conseguenza il romanzo si conclude con uno scontro a fuoco, nel quale il giovane recupera gli animali. Dʼaltra parte cosa cʼè di più bello e di più vero di un cavallo? Quella notta sognò di cavalli in un terreno su unʼalta pianura dove le piogge primaverili avevano fatto crescere il prato e i fiori di campo e i fiori si diffondevano tutti blu e gialli per quanto poteva vedere nel sogno era tra i cavalli in corsa e nel sogno lui stesso poteva correre con i cavalli (...) ed essi correvano lui e i cavalli insieme fuori nellʼalta terra dove il terreno risuonava sotto gli zoccoli al galoppo (...) in una risonanza che era come una musica..." È una storia circolare, nella quale la trama non ha un vero sviluppo, ma ritorna sempre su stessa, ossia sulla figura di Grady, la sua solitudine e disperazione. I personaggi sono descritti in modo superficiale, in alcuni casi sono incomprensibili. Se si vuole apprezzare il romanzo, bisogna focalizzarsi sul contrasto tra lʼessenzialità dei dialoghi tra Grady e Rawlins, scarni e minimalisti e per questo espressivi della loro condizione esistenziale, e la descrizione dei cavalli e dei magici paesaggi della grande pianura selvaggia. Predomina sempre, tuttavia, un livello di dettaglio, che appesantisce la narrazione e annoia il lettore. Per quanto riguarda le prolusioni sulla storia messicana stendiamo un velo pietoso. Perché non leggerlo? È prolisso, lungo e sconclusionato.

Cormac McCarthyPicador
American Pastoral
RecensioneInglese

American Pastoral

Il libro si articola in tre capitoli, che hanno ciascuno una propria identità. Nel primo, dal titolo significativo di Paradise Remembered, lʼio narrante è lo scrittore stesso. Lʼidolo della sua giovinezza è costituito da Seymour Levov, lo Svedese: bello, biondo, atletico, un grande sportivo. Il ricordo delle sue imprese sintetizza unʼera felice, dove lʼarmonia trionfa. Ormai sessantʼenne lo scrittore viene invitato a pranzo da Seymour con un pretesto. Lʼincontro si rivela banale e senza senso, ma in seguito,ad un party di vecchi compagni, lo scrittore viene a sapere che Seymour era malato di cancro ed era travolto dalle vicende di sua figlia, che aveva dato fuoco ad un supermercato uccidendo una persona. > Lʼuomo gentile con i suoi modi delicati di trattare con i conflitti e le contraddizioni, lʼex atleta fiducioso, sensibile e pieno di risorse in qualsiasi lotta con avversari corretti, si trova contro un avversario che non è corretto, un diavolo emergente dai sentimenti umani, ed è travolto. Egli impara a vivere dietro una maschera . Lo scrittore decide di scrivere un libro su Seymour, anche se si chiede con una nota profondamente autobiografica, se lʼuomo allʼinterno dellʼuomo è conoscibile, se è una «giara che tu non puoi aprire». Ma allora la storia che scrive risponde alla realtà o è solo lʼimmaginazione dellʼautore? Nei due capitoli successivi è lo scrittore che narra in terza persona. Nel secondo capitolo, intitolato The Fall, viene descritta la vicenda drammatica di Merry, la figlia balbuziente di Seymour, che allʼetà di sedici anni scompare dopo aver commesso un terribile delitto e via via sprofonda nella clandestinità e nellʼauto distruzione. Alla base del comportamento della figlia, cʼè lʼodio verso i genitori, la loro ordinata casa, la loro vita fatta di valori borghesi,ma anche verso la società americana. Ma come poteva > sua figlia essere così cieca da voler distruggere quel sistema che aveva dato alla sua famiglia tante opportunità di successo? Distruggere i suoi genitori capitalisti come se la loro ricchezza non fosse altro che il prodotto dellʼimpegno costante di tre generazioni? . Ma allora Merry è unʼanomalia inspiegabile? In realtà nellʼultimo capitolo, Paradise Lost, che per la maggior parte descrive un pranzo tra i coniugi Levov e i loro amici (pranzo che si chiude tragicamente con lʼuccisione del padre di Seymour) appare evidente che «la malattia morale» non riguarda solo la ragazza ma unʼintera società nella quale > ciò che dovrebbe esistere non esisteva. La devianza prevaleva. Tu non puoi fermarla. Indubitabilmente, ciò che non era supposto di accadere era accaduto e ciò che era supposto di accadere non era accaduto. Il vecchio sistema che creò lʼordine non funziona più. Tutto ciò che ha lasciato è la paura e lo sgomento, ma adesso nascosti dal niente . I temi di un libro senza dubbio poderoso sono sostanzialmente due: i rapporti tra generazioni e, soprattutto, il travaglio di un genitore, che si sente perfetto, che vorrebbe difendere la famiglia e non capisce perchè una figlia così amata sia cresciuta così lontana dal suo mondo; il travolgimento di una società, fatta di immigranti che hanno lavorato sodo per essere integrati ed ammessi come cittadini di successo, che vede invece esaurirsi i valori fondanti la coesione sociale. Il dramma di Seymour è quello di un padre, ma è anche la tragedia dellʼarmonia americana. La struttura narrativa di Roth è estremamente ricca ed articolata. Essa non si affida alla ricchezza degli aggettivi, come succede con Updike, nè al lungo periodare di Bellow ( tutti scrittori che trattano della crisi della società americana). È proprio la struttura sintattica il punto di forza di Roth ma ne è anche la debolezza: le frasi sono spesso troppo complesse, rendendo faticosa la lettura e favorendo una ridondanza di parole e soprattutto di costruzioni sintattiche. Una maggiore frugalità avrebbe sicuramente reso meglio gli argomenti del libro, che sono invece interessanti. Perché non leggerlo? È molto pesante, soprattutto il terzo capitolo. Andrebbe letto a piccoli bocconi.

Philip RothVintage
American Rust
RecensioneInglese

American Rust

Paul Krugman, un economista americano Premio Nobel, inizia il suo recente libro ( «End this depression now»), ricordando come la disoccupazione sia «un immenso disastro umano» non solo per le difficoltà finanziarie che ne derivano, ma perché possono essere devastanti gli effetti sulla propria dignità, sullʼauto rispetto, sul senso di controllo della propria vita. Ci si sente non più protagonisti e subentra un profondo disagio che nasce, come dice lʼautore di American Rust, «dalla pena di vedere il mondo cambiare senza te». Con questo romanzo lʼautore si è posto, appunto, questo scopo: narrare la deindustrializzazione di una città siderurgica attraverso gli occhi delle vittime, non tanto dei lavoratori che si sono trovati disoccupati, quanto dei loro figli, che hanno perso quellʼancoraggio sociale e psicologico che era stato dei loro padri. I protagonisti del libro sono due giovani, Isaac e Poe. Il primo, intelligente e sognatore, è figlio di un tecnico in pensione, che, dopo aver lavorato per molti anni in stabilimenti siderurgici, è oggi ridotto in una sedia a rotelle a seguito di un grave incidente di lavoro. Isaac ha rinunciato alle proprie aspirazioni (vorrebbe diventare un astrofisico) per assistere il padre mentre la sorella, altrettanto brillante intellettualmente, ha rotto con il passato, lasciando la città e diventando un avvocato di successo. Poe, invece, è stato un eroe a suo tempo, campione di football, ma si è ridotto a vivacchiare a carico della madre, una povera donna che vive in un caravan e mantiene la famiglia con un lavoro precario, presso una piccola sartoria. Il contesto è il declino di una città industriale, dipinto dallʼautore con tinte fosche, ma senza nostalgia, con descrizioni che mettono risalto la rovina delle fabbriche e degli edifici insieme con la riconquista da parte della natura di uno spazio non più dominato dallʼuomo. > La fabbrica era stata una piccola città... adesso stava come una antica rovina, le sue strutture sommerse da viti selvatiche.... le impronte di cervi e coyote attraversavano i terreni: cʼerano soltanto i segni umani di occasionali occupanti . Riaffiora un tema caro alla letteratura americana, anche quella contemporanea: il mito della natura selvaggia, di una società rurale, dove lʼuomo trova da sé, in piena libertà ed autonomia, i mezzi di sopravvivenza. Isaac ruba i risparmi del padre e decide di fuggire per inseguire i propri sogni, finalmente libero del passato. Prima di partire, si incontra con Poe, il suo migliore amico, che a suo tempo gli ha salvato la vita sventando un suo tentativo di suicidio. Decidono di passare lʼultima notte insieme in una fabbrica abbandonata. Ma qui si imbattono in un gruppo di teppisti, che Poe provoca con la solita sventatezza. Per salvare lʼamico, che rischia di essere assassinato o pesantemente picchiato, Isaac uccide uno degli aggressori. I due giovani si danno alla fuga. Poe viene accusato dellʼomicidio mentre Isaac fugge a piedi verso la California. Le vicende dei due giovani si dividono, senza che lʼuno e lʼaltro ne conoscono gli sviluppi, ma entrambi subiscono la violenza di una società in disgregazione. Poe conosce la legge spietata del carcere, che non accetta che non si appartenga ad un clan e viene, per questo, aggredito e ridotto in fin di vita. Isaac, ingenuo e fragile, subisce la violenza della strada, viene ingannato, derubato e costretto, a sua volta, a rubare per sopravvivere. A Poe basterebbe dire la verità, che è stato Isaac ad uccidere, ma non lo fa perché si sente colpevole di quanto avvenuto e soprattutto sa che lʼamico non sopravviverebbe alla vita della prigione. Isaac, a sua volta, capisce che la fuga non è la soluzione: deve ritornare e confessare il delitto,e soprattutto deve vivere laddove ha le sue radici. Lʼamicizia è il tema centrale del libro: essa è, infatti, il legame profondo che unisce i due giovani, così come i personaggi minori del romanzo, e li difende dalla disgregazione della società. Perché Poe non preferisce denunciare lʼamico, piuttosto che subire la violenza del carcere? Perché Isaac ritorna per denunciarsi, quando può fuggire in California? Dal punto di vista della dominante razionalità economica ( basata sulla teoria della ricerca dellʼinteresse individuale), il loro comportamento è irrazionale, inspiegabile, ma è invece la forza originaria che tiene insieme la società. Scavando in profondità nellʼimpatto tra declino economico e relazioni umane, lʼautore scandaglia i meccanismi interiori della mente umana in una fase di disgregazione sociale, trovando una base solida nei legami tra gli individui. Ma ciò ci dà speranza per il futuro? La narrazione viene portata avanti utilizzando un espediente letterario. Ciascuno dei protagonisti racconta la propria storia, con capitoli dedicati, la cui successione non segue apparentemente un ordine ma appare casuale. Di conseguenza, la trama complessiva è a conoscenza solo del lettore, che deve crearsi una propria visione dʼinsieme. Questo approccio, senza dubbio raffinato sotto il profilo letterario, chiede troppo al lettore. Orfani di una guida, ci si perde nelle analisi, spesso un pò troppo intellettualistiche e introspettive, dei personaggi. Tutto resta come sospeso, accennato, senza avvincere il lettore, senza catturarlo. Dʼaltra parte il romanzo è povero di azione, per cui solo lʼintrospezione psicologica dei personaggi e lʼanalisi delle loro relazioni potrebbero essere elementi di interesse. Ma è proprio ciò che non si conclude, in quanto lʼapprofondimento dei meccanismi interiori della mente sembra essere senza fine, senza uno sviluppo definitivo. Se lʼautore non vuole essere pervasivo e invadente, come il grande Dostoevskij, non riesce, o non vuole, diramare le vicende sino a portarle ad una conclusione, come fa magistralmente lo scrittore russo. Di conseguenza, la lentezza e la povertà della trama rendono il romanzo noioso e pesante. Perché non leggerlo? È noioso.

Philipp MeyerSpiegel & Grau
Ask the dust
RecensioneInglese

Ask the dust

Il terzo libro della sagra di Bandini rappresenta un ulteriore passaggio sia sotto il profilo dei contenuti narrativi che per quanto riguarda gli aspetti stilistici ed espressivi. Arturo è a Los Angeles dove sbarca il lunario cercando di scrivere e di far pubblicare i propri racconti. All’inizio, il romanzo mantiene gli elementi caratterizzanti quello precedente: una forte prevalenza dell’immaginazione, un ritmo narrativo ancora basato sulle espressioni soggettive e con un stile caratterizzato da forti accenti lirici e pieni di suggestioni. Arturo si innamora di Camilla, una ragazza messicana che lavora in un bar e inizia una tormentata storia d’amore, caratterizzata da scontri verbali, da messaggi scritti da parte di Arturo e da una gita sulla riva del mare, nella quale il ragazzo non riesce a tradurre il suo sentimento in un rapporto sessuale, pur atteso dalla ragazza. Arturo vive ancora in una sorta di delirio, nel quale passa da fasi di esaltazione a situazioni depressive. Si verifica, tuttavia, un episodio (immaginato o reale?), che sembra costituire la svolta nella struttura narrativa e stilistica del romanzo: una donna cerca Arturo per avere con il ragazzo una storia dʼamore. Da questo momento i rapporti con Camilla si rovesciano: la ragazza cerca Arturo per essere aiutata e gli confessa di essere innamorata di un altro uomo, che tuttavia non la vuole. Arturo accetta la situazione, anche perché si è accorto che Camilla si droga e vorrebbe aiutarla. Si sviluppa una relazione complessa, durante la quale Arturo matura, diventando un adulto. Il ragazzo vorrebbe portare la ragazza in una casa al mare, ma Camilla fugge e scompare nel deserto: > attraverso il deserto c’è una estrema indifferenza, il ritmo della notte e di un altro giorno, e tuttavia la segreta intimità di queste colline, il loro mistero, segreto e consolante, rendeva la morte di non grande importanza. Potevi morire, ma il deserto avrebbe nascosto il segreto della tua morte, sarebbe rimasto dopo di te, a coprire la tua memoria con venti, calore e freddo senza età…. portai il libro un centinaio di metri nel deserto, verso sud est. Con tutta la mia forza lo gettai lontano là nella direzione nella quale era andata. Poi andai in macchina, accesi il motore e ritornai indietro verso Los Angeles . Imbattersi con la vita reale dei sentimenti, e non solo con il delirio delle proprie aspirazioni e delle proprie immaginazioni, fa compiere ad Arturo la maturazione da ragazzo ad adulto. Anche lo stile si evolve in questo senso. Conserva sempre la ricchezza del linguaggio, una costruzione della frase e utilizzo dei vocaboli particolarmente attenti agli aspetti fonetici e alla suggestione del ritmo. Lo stile, tuttavia, diviene più asciutto, meno lirico e ridondante, la struttura narrativa è contraddistinta da dialoghi, prima praticamente assenti perché non c’erano personaggi di particolare rilevanza.

John FanteHarperCollins
Benediction
RecensioneInglese

Benediction

Dad Lewis e sua moglie tornano da Denver > via dalle montagne, indietro negli altopiani: nei pascoli una distesa d'erba per i buffali, cespugli di artemisia, erbacce infestanti e gramigna azzurrina, nei campi coltivati frumento e cotone. Su entrambi i lati dell'autostrada c'erano strade bianche di campagna in tutte le direzioni sotto un puro cielo blu. Holt é una cittadina del Colorado come tante altre, un luogo che è inutile identificare perché è uguale dappertutto, è dove si vive un'esistenza normale, > la preziosa vita ordinaria: storie banali, con niente di eccezionale, che potrebbero essere di chiunque, ma che racchiudono in sé l'amore, gli affetti familiari, l'infelicità, i sensi di colpa, i ricordi e l'attesa della Morte.  Dad ha appena saputo che ha pochi mesi di vita, per un cancro ai polmoni. Assistiamo al lento e inesorabile declino fisico dell'uomo. Con frequenti flash back l'autore ci offre scorci su ciò che oggi attanaglia Dad. Nel passato, proprietario di un supermercato, ha licenziato un dipendente che aveva rubato; Dad è stato inesorabile, tutto di un pezzo, non ha dato alcuna possibilità, neanche alla moglie, che aveva persino offerto il suo corpo per ripagare quanto sottratto. L'uomo si è ucciso lasciando la famiglia in povertà. Quest rigido atteggiamento ha portato alla rottura con il figlio maschio. Quando l' ha sorpreso, ancora adolescente,  a indossare gli indumenti della sorella più grande, lo ha picchiato , timoroso dello scandalo e rifiutando la sua omosessualità; il ragazzo è scappato da casa, non lasciando traccia di sé. Anche con la figlia più grande, tornata a casa per assisterlo, è stato anaffettivo, severo e distante. Ora, realizza di non aver mai accarezzato la figlia. > ero troppo occupato. Non feci attenzione. No, lei disse, Non lo eri. Gli mise la mano sulla sua guancia, adesso. Perdonami, sussurrò. Mi sono mancare molte cose. Potevo fare di meglio. Ti ho sempre amato. Vuole rivedere il figlio, lo aspetta, desidera avvicinare la donna per chiederle scusa, vorrebbe tornare indietro, ma ormai le persone della sua vita, quelle che ha perduto, fanno parte degli incubi di un malato terminale. Se l'inesorabile percorso di Dad verso la Morte è la storia principale, intorno ad essa ruotano altre vicende, tutte impresse dalla sofferenza. > Ogni vita scorre attraverso qualche tipo d' infelicità, (...) ma c'è anche qualcosa di buono. (...) Ci sono solo brevi momenti. E come in «Il pappagallo volò sull'Ijssel» di Kader Abdolah ( vedi recensione in questo sito), si sussegue il ciclo delle stagioni nelle grandi pianure. > In autunno i giorni volgevano al freddo e le foglie cadevano dagli alberi e in inverno il vento veniva dalle montagne e fuori, negli altipiani della Contea di Holt, ci furono temporali notturni e tre giorni di bufere di neve.   Il romanzo dice come la nostra vita trascorra senza che noi ne cogliamo le occasioni per esprimere umanità verso gli altri, per comprendere la sofferenza di chi ci circonda. Certo, Dad ha mostrato una grande integrità morale a rifiutare le avances di una bella donna; ma non sarebbe stato meglio che le accettasse, che fosse più indulgente verso se stesso? Anche nella nostra vita prosaica, così lontana da quella dei grandi uomini, ci troviamo sempre di fronte a delle scelte, e queste decisioni riguardano le relazioni con gli altri. Alla fine della vita non resta che la rimembranza, ma la Morte dissolve anche quella. > Se non si muore, si vive.,così scrive Salvatore Satta in «Il giorno del giudizio» (vedi la recensione in questo sito). > E questa verità, che sembra ovvia, è invece gravida di conseguenze, perché la vita trasforma tutto, non cʼè nulla che resista alla sua implacabile verità. (...) Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. La qualità fondamentale del libro è la scrittura: nitida, essenziale e affascinante nello stesso tempo. Si susseguono frasi brevi, dialoghi serrati e rare dissertazioni sull'ambiente, i personaggi non sono descritti, ma si svelano da soli, sempre con quell'aura di mistero, d' incomprensibile, che ci segue per tutta la vita. Se Dad si svela nella Morte, gli altri chi sono? Dispiace che il ritmo narrativo, così intenso, sia compromesso da un finale di timbro melodrammatico e sinceramente prolisso. Perché leggerlo? Splendida la scrittura.

Kent HarufPicador
Between the assassinations
RecensioneInglese

Between the assassinations

Il libro è una raccolta di racconti ambientati in una città dellʼIndia Sud Occidentale, Kittur. Lʼautore ripercorre i vari luoghi della città, la gente e la vita sociale, come un nuovo Guy de Maupassant. Ma in realtà, come dice un editore respingendo i racconti, > i tuoi personaggi non vogliono assolutamente nulla. Semplicemente camminano tra situazioni descritte accuratamente e pensano profondamente. Camminano tra le mucche, gli alberi, i galli, e pensano, e poi camminano tra galli, alberi e mucche e pensano un pò di più. Ciò è tutto. La narrazione, infatti, si sviluppa tra la descrizione realistica, cruda e spesso ripetitiva, della moderna società indiana, e la cronaca pessimistica di una immodificabile dimensione sociale ed esistenziale. Malgrado lʼ intenso dinamismo economico dellʼIndia, non cʼè un reale cambiamento nella struttura sociale, nei rapporti tra le caste, nei meccanismi di governo, sempre dominati dalla corruzione e dal sopruso, e nella vita dei personaggi, che tutte le volte che vorrebbero avere o credono di aver raggiunto un minimo di mobilità sociale vengono ricacciati nellʼinvariabilità dei ruoli di una società stratificata. Tutti i racconti sono particolarmente belli, ma quello più emblematico dellʼintera raccolta è «Market and Maiden». Keshaya é un ragazzo proveniente dalla campagna in cerca di lavoro in città: «è piccolo, magro, di pelle scura, con enormi occhi che vagano sognanti». Pieno di energia ma ad un tempo «capace di guardare al soffitto per ore», il ragazzo non sa bene cosa vuole ma resta affascinato dalla vita del conduttore del tram, che lavora allʼesterno, attaccato pericolosamente al mezzo. Riesce a conquistarsi questo lavoro e ed è felice perché va a lavorare con la bicicletta che gli ha dato il padrone. Era di un precedente conduttore di tram, che oggi chiede lʼelemosina per la strada perché azzoppato dopo un incidente. Un giorno, Keshaya cade, picchia la testa, viene licenziato e si trova a vagare per il mercato, come un pazzo, come un uomo selvaggio. E tutti fanno finta di non riconoscerlo ma «era il re del tram numero 5», urla lo zoppo, lʼunico che gli sta vicino, per la solidarietà che cʼè tra i poveri e gli infelici. «Ciò è come va il mondo», dice il protagonista di un altro racconto, «ed allora è un mondo schifoso». E che cosa può fare lo scrittore? Se non vuole impazzire, come un altro personaggio del libro, deve convincersi che > ogni vera parola, appena è stata scritta, è come la luna piena, in un giorno svanisce e passa interamente nellʼoscurità. E questo è il modo di tutte le cose . Ciò che è veramente notevole nei racconti è la scrittura di Adiga. Essa riesce a trasfigurare il realismo sociale nellʼattesa, o nella possibilità, di una fuga, tutta contemplativa ed interiore, dalle forze deterministiche ed inesorabili dellʼeconomia e della sociologia. In «The Bunder», Abasi è un piccolo imprenditore, oppresso dalla corruzione dei funzionari pubblici, che vive un profondo conflitto interiore, tra lʼesigenza di dare sicurezza alla sua famiglia e la consapevolezza che le lavorazioni che svolge nella sua fabbrica porteranno le lavoranti inesorabilmente alla cecità. Che fare? Sale sul tetto della sua fabbrica: > da qui un uomo può vedere i limiti di Kittur... e vedere il mare dʼArabia che si estende da Kittur. Il sole al tramonto sta brillando sopra di esso. Una nave sta lasciando lentamente il porto, navigando laddove le acque blu del mare cambiano colore e diventano di uno scuro profondo. E sta per incontrare un larga fetta del brillante sole al tramonto, unʼoasi di pura luce Abisa si getterà dal tetto o accetterà le inesorabili leggi dellʼeconomia? Restiamo in uno stato di sospensione, di attesa, che è la conclusione della maggior parte dei racconti. Perché leggerlo? Sono racconti splendidi, una scrittura meravigliosa e vicende sociali e umane di grande impatto.

Aravind AdigaAtlantic Books
Blood and Thunder
RecensioneInglese

Blood and Thunder

Il sotto titolo del libro è «l’epica storia di Kit Carson e la conquista del West». Il libro copre, infatti, un periodo molto lungo, dal 1809, anno di nascita di Kit Carson, alla sua morte nel 1868. Anche se la grande guida è al centro del libro, in realtà ci sono tutti i protagonisti di quegli anni, che hanno contribuito a una vicenda estremamente complessa e articolata, nella quale si inseriscono diverse aspirazioni: il sogno imperiale degli Stati Uniti finalizzato a conquistare tutto il continente, dall’Est all’Ovest, a spese di un paese più debole, quale il Messico; l’espansione economica verso territori, la cui ricchezza era anche sopravvalutata; la guerra civile americana con il ruolo svolto dalle popolazioni indiane; lo scontro di culture (nord-americani, messicani e indiani) e infine la forte impronta di una visione metodista che vuole imporre le proprie regole senza riconoscere le peculiarità e le caratteristiche specifiche. Alla base del libro c’è quindi il sogno americano, l’idea di essere nel giusto e quindi l’incapacità di comprendere le popolazioni indigene. Queste ultime, abituate a una società nomade e basata sulla razzia, non si rendono conto di trovarsi di fronte a un nuovo avversario, diverso dagli spagnoli e dai messicani, dotato di mezzi tecnologici e soprattutto di unʼostinazione tale da arrivare sino in fondo. A pagare il prezzo più caro sono i Navajios, che peraltro costituivano una nazione indiana tra le più forti e le più ricche. Essi vengono distrutti: prima dalla fame, poi dalla lunga marcia verso una località che doveva rappresentare un esperimento di civilizzazione e si rivela invece una zona inospitale, dove le malattie, lo scarso raccolto e le condizioni insalubri dell’acqua danno un colpo mortale ai Navajios. È un libro di scontri e di battaglie, di saccheggi e crudeltà, nel quale emerge una società violenta, dall’una e dall’altra parte. Uno strano codice di condotta unisce di fatto americani e indiani: dente per dente, occhio per occhio. In questo contesto Kit Carson, già leggendario in vita, rappresenta una figura emblematica: grande guida, dotato di doti diplomatiche e nel contempo guerriere, condottiero, è alla fine un esecutivo, che, malgrado la sua volontà, è portato, per ubbidienza e riconoscenza verso altre persone, ad affrontare guerre e condizioni che lui stesso non condivide. È un debole in fondo, una fragilità evidente anche nel fisico e nella voce al punto che i visitatori, che avevano letto i racconti sulla sua vita e sulle sue imprese, non lo riconoscono al momento dell’incontro. Si tratta di un eroe, che diviene tale nonostante se stesso, quasi una figura costruita ad arte nell’immaginario collettivo degli Stati Uniti. Questa figura è servita ad aprire la conquista del West al popolo americano e a giustificare gli eccidi verso gli indiani. Come tutti gli eroi è anche un anti eroe. Il libro è molto bello. Sembra ben documentato sotto il profilo storico e pur non essendo un romanzo vero e proprio, la narrazione ne ha tutte le caratteristiche. Anche il sovrapporsi degli episodi, che si sviluppano in parallelo per poi confluire in una vicenda centrale, crea un clima di suspense, tipico di un racconto poliziesco o di una moderna fiction. L’approccio è cinematografico. La parte più interessante è il largo ricorso ai diari stessi delle persone che hanno partecipato agli avvenimenti. Per esempio, una donna che ha seguito la carovana verso la conquista di Santa Fè, capitale del New Messico, racconta scandalizzata un ballo in onore dei conquistatori dove le donne messicane si presentano con vestiti scollati e provocanti.

Sides HamptonDoubleday
The book of illusions
RecensioneInglese

The book of illusions

Il protagonista perde la moglie e i figli in un incidente aereo. Per sfuggire alla disperazione scrive la biografia di un attore del cinema muto, che era scomparso senza lasciare traccia di sé. Rintracciato da Alma, di cui si innamora, viene a conoscenza che l’ex attore vive in una fattoria, nella quale ha continuato a produrre film che ha deciso di distruggere dopo la sua morte. Il protagonista raggiunge la casa di campagna per assistere alla morte dell’ex-attore, riesce ancora a vedere uno dei film che erano stati prodotti per poi assistere da spettatore all’incendio che distrugge tutte le produzioni cinematografiche. Il racconto si conclude tragicamente con la morte di Alma. È un romanzo complesso, per molti aspetti intellettualistico e colto, che si sviluppa tra vicende paradossali su due temi filosofici ed esistenziali: il mondo è tutta unʼillusione, non è chiaro che cosa sia reale e che cosa siano la finzione e il frutto della nostra immaginazione; la distruzione, la morte, è il risultato casuale dell’illusione nella quale viviamo. Il tema dell’illusione è personificato dall’ex-attore Hector: non si sa da dove venga e fa di tutto per non farlo capire, vive una doppia relazione che si conclude tragicamente, fugge sempre fingendo di essere un altro e simulando situazioni sino a rinchiudersi in campagna a produrre film criptici che non verranno mai proiettati in sale cinematografiche. Il tema della distruzione, di tragedie che travolgono la vita degli uomini, di fatti inesplicabili è rappresentato dalle stesse vicende del libro e dai tormenti del protagonista. > Èun libro di frammenti, un insieme di nostalgie e di sogni solo in parte ricordati . Il libro è scritto molto bene, con un stile piacevole e agevole alla lettura. C’è una base intellettualistica che rende spesso farraginoso e ridondante il ritmo narrativo.

Paul AusterFaber & Faber
The bottle imp
RecensioneInglese

The bottle imp

The bottle imp, in italiano il diavoletto nella bottiglia, è un breve racconto, che gravita intorno al rapporto ambiguo dellʼuomo verso il male. Keawe, il protagonista, > era un uomo povero, coraggioso e laborioso; sapeva leggere e scrivere come un maestro di scuola ed era inoltre un marinaio di primʼordine . Un giorno, a San Francisco, si ferma ad ammirare una splendida casa. Quando Keawe esprime il suo desiderio di avere una casa simile, il padrone gli dice che tutta la sua fortuna ha avuto origine in una bottiglia, nella quale vive un diavoletto. Chiunque acquista questa bottiglia vedrà esauditi tutti i suoi desideri. Ci sono tuttavia degli inconvenienti: si va allʼinferno se si muore avendo in possesso ancora la bottiglia e si deve vendere la bottiglia sempre ad un prezzo più basso del costo di acquisto. Keawe è combattutto ma alla fine accetta di comprare la bottiglia per cinquanta dollari. Rapidamente la sua vita cambia radicalmente: diviene un uomo ricco e si può permettere una bellissima casa. Riesce a vendere la bottiglia e quindi può vivere tranquillo e felice, anche perché nel frattempo si è innamorato di una giovane, Kokua, che ha intenzione di sposare. Un giorno, però, scopre di avere la lebbra e decide di cercare di nuovo la bottiglia per farsi guarire dal diavoletto. Inizia, quindi, una ricerca che lo porta a scoprire che il prezzo della bottiglia è continuamente in calo, sino a valere solo due centesimi. Ma allora si deve acquistare la bottiglia a un centesimo, e poi come venderla, visto che il centesimo è la moneta disponibile più piccola? Keawe la compra comunque e si sposa con Kokua, ma non è felice perché sa, che , quando morirà, andrà allʼinferno. Una volta conosciuto il terribile segreto, Kokua decide di comprare lei, di nascosto, la bottiglia con un abile espediente: va in un isola appartenente alla Francia, dove sono previste monete di valore inferiore al centesimo. Aver ceduto al male ha creato una sorta di «catena di SantʼAntonio alla rovescia», che ha generato altro male al punto tale che i due innamorati si sono attorcigliati in un paradossale corto circuito, dove la felicità dellʼuno è la fonte del dolore dellʼaltro. Poi, come in una bella favola, cʼè il lieto fine: Keawe riesce a vendere la bottiglia ad un ubriacone e se ne libera per sempre. Il racconto rispecchia la struttura di una favola ( la presentazione della situazione iniziale, lʼeroe che affronta le difficoltà sino a riuscire a superarle) e ha anche le caratteristiche di una narrazione marinara, in quanto si svolge tra navi e città del Sud. Lʼidea di fondo è tuttavia la rappresentazione del percorso del male, tutto giocato sulla sua progressiva perdita di valore. Come dire? Più si vive nel male e sempre più ci si abitua al punto che il diavoletto vale sempre meno. Perché leggerlo? È scritto molto bene, anche se talvolta ripetitivo, ma soprattutto è attuale la morale alla base del racconto. In questi anni gli italiani hanno accettato via via comportamenti sempre più illegali, immorali e volgari, i cui prezzi sono sempre più bassi perché ormai fanno parte del sentire comune. Attenzione! Non cʼè fine al peggio.

The Broken Window
RecensioneInglese

The Broken Window

Chi ha letto o visto al cinema il Collettore di Ossa conosce già i principali personaggi del libro. Lincoln Rhyme è un famoso criminologo, che basa le proprie tecniche di indagine su un uso rigoroso e attento di evidenze «fisiche», anche le più insignificanti. Malgrado sia rimasto paralizzato a seguito di un scontro a fuoco. Rhyme continua a collaborare con la polizia, coadiuvato da un gruppo di detective e da Amelia Sachs, stretta e valida collaboratrice, nonché compagna di vita. Il cugino di Rhyme viene accusato di stupro e di omicidio. Tutti gli indizi portano a pensare che sia colpevole. Rhyme si convince rapidamente che le prove sono stati confezionate da un serial killer, che «conosce ogni cosa». Nel corso delle indagini Rhyme e i suoi scoprono che esiste una grande organizzazione privata, che raccoglie, archivia ed elabora informazioni su qualsiasi cosa, vendendole ad aziende ( per esempio per indagini di mercato) così come a organizzazioni pubbliche e statali. È un «Grande Fratello Informatico», le cui informazioni sono apparentemente inaccessibili, ma che invece il criminale è stato in grado di utilizzare e persino di manipolare. Il thriller è sapientemente costruito, con una trama ricca di colpi di scena e con una conclusione imprevedibile. La parte migliore del libro è la descrizione del mondo delle grandi società di trattamento delle informazioni. Il gruppo di Rhyme si rivela molto inesperto ( forse anche troppo, visto che non conosce neanche excel) e si inoltra in questo mondo gradualmente, restando stupefatto, affascinato e spaventato. Lo stesso Rhyme è sconcertato: lʼaccessibilità a tante informazioni può sostituire il metodo e lʼintuito che devono presiedere alla criminologia? Ed anche il lettore si pone alcune domande. Apparentemente avere potenti data base e strumenti sofisticati per la rilevazione dei dati sembrerebbe una grande conquista. Ma ne vale la pena, se un criminale se ne serve per compiere impunemente stupri ed omicidi? La disponibilità di tante informazioni, che permette persino di predire gli avvenimenti, è veramente utile per trovare gli assassini o sono più efficaci le tradizionali ed obsolete modalità di indagine? Il tema è interessante, la scrittura è concisa ed efficace, la trama è ben costruita e i personaggi, soprattutto quello di Amelia Sachs, sono avvincenti; peccato, che come succede in molti trhiller, la lunghezza del libro lo rende prolisso e dispersivo. Ma questi autori li pagano per il numero di parole, come succedeva per Salgari? Perché leggerlo? È un bel thriller e il tema è interessante.

Jeffery DeaverPocket Star Books
The brotherhood of the grape
RecensioneInglese

The brotherhood of the grape

Henry Molise è figlio di un padre tirannico e ubriacone. Chiamato dai fratelli perché sembra che i genitori vogliano divorziare, dopo un’ennesima prepotenza del padre, Henry si trova coinvolto ad aiutare proprio il padre a costruire un piccolo magazzino in pietra, presso un motel fuori città. Durante il viaggio in compagnia dei vecchi amici del padre e lavorando insieme, Henry riscopre con orrore la propria matrice familiare e l’affetto per il padre. Il magazzino, appena finito, viene distrutto da una tempesta di vento dimostrando chiaramente come il vecchio padre, un tempo famoso e abile artigiano, non sia più in grado, fisicamente e intellettualmente di compiere un lavoro, anche se semplice. A questo punto, la storia precipita: il padre si sente male, viene ricoverato e quindi fugge dall’ospedale per morire presso un vecchio amico, che ha un vigneto e produce un ottimo vino. I fili conduttori del libro sono fondamentalmente due:il contesto familiare, dal quale Henry ha cercato di fuggire per poi riscoprire con questo ritorno a casa di farne parte in modo indelebile. Il contesto familiare non è solo composto dai personaggi (la madre, i fratelli, gli amici del padre e i frequentatori del bar, i vicini che sopportano le intemperanze del padre), ma ne fanno parte anche gli oggetti (innanzitutto, il vino e la cucina) e i ricordi di un’infanzia, fortemente plasmata dall’origine italiana. «La fratellanza dell’uva» è l’ambiente di una serie di relazioni primordiali, che creano legami profondi tra gli uomini. È emblematica da questo punto di vista la figura di Angelo Musso, sublime produttore di vino e privo della parola, che costituisce per i partecipanti della fratellanza un «dio greco», che quando Henry viene a prendere il padre per riportarlo in ospedale sentenzia con una saggia fatalità «è meglio morire bevendo che morire di sete» e «è meglio morire tra gli amici che tra i dottori». È evidente la nostalgia per un tempo antico, nel quale il ritmo della vita e i legami tra gli uomini erano determinati da una saggezza autentica; i rapporti con il padre, che ha condizionato la vita di tutti i figli senza riuscire peraltro a conseguire il desiderio di trasmettere le proprie capacità di artigiano. Non si tratta tanto dei tradizionali legami, fatti di conflitto e di affetto con la figura paterna; l’oggetto del racconto è soprattutto costituito dall’attività di cavatore e posatore di pietre , che è stata tramandata al padre dai suoi genitori. I figli rifiutano questa attività, che ha condizionato pesantemente la loro vita. Il fallimento del padre nella sua ultima opera ne rileva tutta la fragilità e debolezza e riapre quindi il rapporto con il figlio, che riscopre un affetto e un legame con il genitore ma anche con il suo lavoro, che si era perso nel tempo a causa della presunta onnipotenza della figura paterna. Lo stile ricorda quello dei grandi scrittori americani, come Faulkner e Chandler, ma è basato sull’uso delle parole, sul loro accostamento attento così da esprimere un ritmo poetico e musicale. Il significato del racconto non emerge tanto dalla trama né dallo studio dei personaggi e dalla descrizione degli ambiente, ma soprattutto dalle sensazioni che emergono dal susseguirsi delle parole e dei suoni.

John FanteBlack Sparrow Press
Butcher's Crossing
RecensioneInglese

Butcher's Crossing

Lʼanno è il 1873 e Butcherʼs Crossing è una città del Kansas, in realtà un piccolo insediamento di cacciatori di buffali. Andrews è un ragazzo di ventʼanni; ha abbandonato Boston per una vaga idea di libertà. > Talvolta, dopo aver ascoltato le voci sommesse in chiesa e a scuola, superava i confini di Cambridge per le terre e i boschi che giacciono a sud - ovest. Là in qualche luogo solitario, immobile su un nudo terreno, sentiva la mente riempirsi dellʼaria limpida e si immergeva in uno spazio infinito: la vacuità e la costrizione che sentiva erano dissolte nella natura selvaggia che lo circondava . Il giovane conosce un cacciatore, si lascia coinvolgere in un progetto: andare al di là della grande pianura, in mezzo alle montagne, laddove pascolano ancora migliaia di buffali. > Capì che la caccia era soltanto uno stratagemma, un inganno a se stesso. (...) Nessun affare lo spingeva... andava là per la libertà . Si forma una strana squadra: Miller il capo, cacciatore paranoico, uccide i buffali per il gusto di farlo, e non solo per avidità, Schneider un uomo pratico e cinico, deve scuoiare le bestie con lʼaiuto di Andrews, e con loro un vecchio pazzo alcolizzato, Charley Hoge. Con questo gruppo Andrews si inoltra nel selvaggio West, nel contempo unʼavventura e una trasformazione fisica e spirituale. Sono unʼaltra immensità ed un altro orizzonte, ma la mente del ragazzo è ancora «piena delle meraviglie che aveva conosciuto da bambino». Francine, una prostituta, gli dice con affetto, dolcemente sorridendo: > tornerai; ma non sarai lo stesso. Non sarai così giovane; diverrai come gli altri. Andrews la guardò confuso, e nella sua confusione gridò: diverrò soltanto me stesso . Le tappe del cambiamento, da ragazzo ad adulto, sono scandite dalle diverse fasi del viaggio. Innanzitutto camminano per molti giorni nella grande pianura ed Andrews deve abituarsi alle lunghe ore di cavallo in un ambiente piatto e monotono: > si sentiva come la terra, senza identità e senza forma (...), percepiva il corpo divenire lentamente asciutto e forte: pensava a volte che stava entrando in un nuovo corpo, o in un corpo reale, prima nascosto da una innaturale mollezza, bianchezza e delicatezza . La seconda fase è costituita dalla caccia al buffalo: la strage senza pietà, la bestia scuoiata e macellata. > Lʼintera attività sembrava ad Andrews come una danza, un tenebroso minuetto ; lʼ eccidio senza fine come > un meccanismo, una automazione, (...) come una fredda risposta senza senso alla vita. (...) Capì che si allontanava non a causa di una nausea femminile del sangue, (...) ma per lo shock di vedere il buffalo, alcuni momenti prima orgoglioso e nobile e pieno di dignità, adesso spoglio e senza aiuto, un pezzo di carne inerte. (...) Il suo essere era ucciso, e in quella uccisione sentiva la distruzione di qualche cosa entro di lui, ed egli non era capace di affrontarlo . Ed infine è il lungo inverno: il gruppo si ritrova intrappolato dalla neve sino a primavera, al freddo e totalmente isolato. > Egli finì per accettare il silenzio nel quale viveva, e non cercare un qualche significato in esso. (...) Ricordava vagamente le comodità della sua casa a Boston; ma ciò sembrava irreale e lontano, e di quei pensieri gli restava soltanto lievi fantasmi di una rimembranza : una sorta di estraniazione, perdita di coscienza e di identità. La natura selvaggia, imperscrutabile ed indifferente, ha la meglio sui sogni del ragazzo: crea un uomo duro, incapace di affetto, solitario ed individualista. E quando finalmente il gruppo ritorna a Butcherʼs Crossing, dopo aver perso tutto il carico di pellicce nellʼattraversare un torrente in piena, e quando Miller e i suoi scoprono che il prezzo delle pellicce è crollato, che la loro fatica non è valsa a nulla, Andrews si chiede che senso abbia avuto tutto questo. Dove era stato e perché? Non resta che andarsene, rimettersi in cammino, solo. > Perfino adesso, alla luce dellʼalba, la città era come un piccolo rudere; la luce colpiva i bordi degli edifici e rendeva più evidente un vuoto che era già là. (...) Egli non sapeva dove stava andando; ma sapeva che (la direzione) gli sarebbe sopraggiunta più tardi nella giornata. Cavalcava avanti senza fretta, e sentiva dietro di lui il sole salire lentamente e riscaldare lʼaria . Non bisogna lasciarsi ingannare dalla storia, dalle descrizioni minuziose dei paesaggi e della caccia al buffalo: lʼoggetto del racconto non è il selvaggio West. E non siamo dinanzi ad un romanzo di formazione, perché Andrews non è diventato veramente adulto, tanto è vero che abbandona la donna, Francine, che lo ha accolto con amore al ritorno dal lungo viaggio. Lʼargomento del romanzo è lʼestraniazione dal mondo: il non sentirsi parte di niente, uomo solo in un mondo incomprensibile, senza amicizie e senza valori. Se la grande conquista del West, il mito americano, fosse stato questo, che ne sarebbe dei valori di comunità e di libertà che tuttavia sorreggono la società statunitense? Il romanzo non parla di questo, anche se sembrerebbe farlo; il racconto è allʼinterno della coscienza dellʼautore, parla della ricerca di un equilibrio non riuscito tra individualità e socialità. Il racconto è scritto molto bene. Lo stile è elegante, i periodi scorrono fluidi e piacevoli, lʼelemento documentaristico ben si concilia con la trama e i personaggi. Si percepisce, tuttavia, un forte connotato intellettualistico, qualche cosa di artefatto, risultato di un indagine, non di un mondo vissuto, almeno nei suoi ideali. Si parla di natura selvaggia, di uomini che lottano in un ambiente ostile, ma se si confronta il romanzo con le opere di Jack London, ed in particolare con quel capolavoro che è Zanna Bianca, si capisce molto bene come John Williams sia semplicemente lʼennesimo intellettuale, che scrive di sé stesso e, perché mai?, anche di uomini ed ambienti che conosce solo sui libri, perché li ha studiati. Perché leggerlo? Bella scrittura, ottime descrizioni dei luoghi, personaggi tratteggiati mirabilmente.

John WilliamsVintage
Canada
RecensioneInglese

Canada

Un insegnante alla fine della carriera, sposato senza figli, con una moglie contabile di professione, decide di narrare due fatti fondamentali della sua adolescenza. Se fosse stato, che ne so?, un astronauta, un avventuriero della Silicon Valley o più semplicemente una persona sensibile, e quindi fragile, ci avrebbe dato un racconto meno prosaico ed intellettualistico, ma ricco di emozioni e sentimenti; ed invece il lungo romanzo vuole dimostrare come > la migliore cosa da fare nella vita, per sopravvivere, è di sopportare bene le perdite. (...) al mondo che cambia intorno a noi non importa come io mi sento . Il romanzo è diviso in due parti. Nella prima lʼambiente è una piccola città del Montana: una famiglia normale, marito e moglie, due gemelli quindicenni, una ragazza ed un ragazzo (il nostro insegnante narrante). Il padre è aitante, divertente, il classico piacione: ex ufficiale dellʼesercito, dopo aver abbandonato le forze armate ha inseguito inverosimili progetti, finendo per fare piccoli traffici anche al limite della legalità; la madre è esile, timida, introversa e sognatrice. > La strana unione delle loro caratteristiche fisiche così male assortite è sempre nella mia mente come una delle ragioni della loro tragica fine: essi erano senza dubbio semplicemente sbagliati lʼuno per lʼaltro e non si sarebbero dovuti sposare . Ai ragazzi la casa sembra normale, quando i genitori compiono un atto incredibile ed imprevedibile: una rapina in banca, a seguito della quale vengono arrestati, condannati a molti anni di prigione. Perché lo hanno fatto, che cosa li ha spinti a fare un gesto così assurdo? Vada per il padre, superficiale e irrimediabilmente ottimista, ma perché lo ha fatto la madre, così assennata e sul procinto di separarsi dal marito? > Ella potrebbe avere sentito non disperazione o terrore o una più grande alienazione (che sarebbe stato normale). Ma libertà. Da tutte le forze che la opprimevano. Potrebbe aver concluso che questa sensazione senza controllo venisse direttamente dalle stesse qualità che la isolavano. (...) Questo la potrebbe aver fatto sentir meglio di quanto le accadeva da lungo tempo. La madre è senza dubbio il personaggio più interessante del romanzo e sarebbe stato utile investigarlo meglio per capire fino in fondo le ragioni del suo folle gesto, che la porterà al suicidio. Ma > i miei genitori cominciarono a recedere nella mia visione, come quando sei malato e la febbre rimpicciolisce il mondo e allunga le distanze. I miei genitori diventarono sempre più piccoli fino a che io ero da solo nella cucina male illuminata, ed essi erano sul punto di svanire, quasi scomparire . Ed infatti nella seconda parte del romanzo lʼambiente e le circostanze sono molto lontane dal mondo ancora adolescenziale della prima parte. Per sfuggire alle grinfie dellʼautorità pubblica unʼamica della madre porta il ragazzo in Canada, in una cittadina dove il fratello Arthur gestisce un albergo. Qui il racconto assume connotati artificiosi, tipici di una costruzione letteraria a tavolino. Il ragazzo diviene adulto in poco tempo (romanzo di formazione?) ed è attratto dalla figura di Arthur: un mancato rivoluzionario colto e violento che pare voler assumere il ruolo di mentore del protagonista: una sorta di Grande Gatsby, di super eroe misterioso, di intellettuale mancato e comunque arrogante. Lʼamicizia tra Arthur e il ragazzo si interrompe brutalmente, quando il giovane viene coinvolto in un omicidio. Arthur uccide due persone e il ragazzo viene usato, a sua insaputa, per creare un diversivo e ingannare le vittime. Ed allora il protagonista comprende come lʼunica possibilità sia mantenere la vita in uno stato complessivamente accettabile, senza riguardo alle frontiere che si attraversano: come un puzzle, come una sinfonia, come > il gioco degli scacchi, nei quali i singoli concorrenti sono parte di una lunga ed unica impresa, che persegue una condizione non di avversità o conflitto, o sconfitta o persino vittoria, ma di un ʼequilibrio sottostante al tutto . È una conclusione cinica e pessimista, secondo la quale per sopravvivere, per non farsi travolgere e distruggere, bisogna non farsi coinvolgere, ossia bisogna non vivere. È un pessimo romanzo, non solo per la sua lunghezza spropositata, ma soprattutto perché è privo di tensione, di ritmo e di effettivo approfondimento psicologico; i personaggi sono stereotipi, mere occasioni per riflessioni filosofiche, peraltro spesso incomprensibili. Sarebbe stata uno buono spunto lʼidea, sulla quale si appoggia la prima parte: un evento incomprensibile sconvolge la vita di tutti, i genitori possono compiere gesti che cambiano la vita dei propri figli, radicalmente e in peggio. Quante volte lʼabbiamo visto accadere! Ma lo svolgimento dellʼidea delude per la mancanza di emozioni, di reali sofferenze. La seconda parte è una serie di luoghi comuni, di personaggi e contesti che rimandano alla letteratura e non alla vita reale. Che cosʼ è il Canada per il protagonista narratore? Una fuga, un paese irreale, il luogo della maturazione, non lo sapremo mai perché troppe sono le divagazioni inutili. Perché non leggerlo? È lungo, prolisso, noioso e artificioso.

Richard FordHarperCollins
The Casual Vacancy
RecensioneInglese

The Casual Vacancy

Una scrittrice di successo decide di abbandonare il suo genere per inoltrarsi in altri filoni narrativi. Come succede spesso, questo tentativo si rivela un clamoroso insuccesso. La critica ne dà, invece, un apprezzamento molto positivo: sulla rivista Internazionale il romanzo è stato recensito con il massimo dei voti, cinque stelle. Sono io che non ho capito le qualità del libro o sono le attese di profitto delle case editrici a determinare i giudizi? Lʼidea alla base del racconto è interessante. Siamo in una piccola cittadina inglese, percepita dai suoi abitanti come «unʼisola felice», dove la buona borghesia pensa di poter vivere in modo confortevole e sereno, isolata dai problemi del mondo moderno. Peccato che nel recente passato un grande proprietario abbia venduto un appezzamento di terreno sul quale è stato costruito un quartiere popolare, i cui problemi sociali impattano negativamente sul presunto benessere della cittadina. Inoltre, su proprietà del Comune, viene gestito un centro per tossico dipendenti, con tutti i disagi ne conseguono. Ebbene, la morte improvvisa di un consigliere, di forte sensibilità sociale e quindi favorevole al mantenimento del centro, è lʼopportunità per cambiare le maggioranze nel consiglio comunale, chiudere il centro e trasferire il quartiere popolare alla città vicina, che potrebbe essere interessata a sua volta per modificare i propri equilibri politici. Si scatena la corsa per conquistare il posto, reso vacante nel consiglio comunale. Ci si sarebbe aspettato un racconto di forte impronta sociale e politica, con i suoi intrighi ed eventuali colpi di scena. Non è così. Il racconto procede stancamente con la narrazione delle diverse famiglie coinvolte, i rapporti tra i coniugi, le relazioni tra genitori e figli, lʼambiente scolastico e così via. Nella prima parte del romanzo il lettore si perde nei personaggi, che sembrano tutti avere lo stesso peso nella struttura narrativa. Successivamente il libro diviene meno noioso e meglio delineato, in quanto alcuni personaggi, generalmente i «figli», inviano email diffamatorie sul sito del Comune, non per ragioni politiche ma per sfogare in qualche modo rancori e voglia di ribellione. Sarebbe stata unʼidea interessante, ma anche questa si perde nel nulla. Alla fine, il lettore si trova con unʼedizione romanzata di «Desperate Housewives», che chiude, perché qualsiasi romanzo deve finire, in modo lacrimevole, così da permettere qualche lacrimuccia. Lʼautrice scrive molto bene, in un inglese elegante e moderno ad un tempo. Anche se si accetta lʼapproccio psicologico del romanzo ai problemi sociali, stupisce il modo generico con il quale vengono affrontati temi molto complessi, come quelli dei rapporti intergenerazionali e dei minori in famiglie ad alto disagio sociale. Il punto più debole è la struttura narrativa. Innanzitutto la trama è dispersiva, frammentata e priva di azioni. Come è possibile che unʼautrice così esperta non sia stata capace di dare unitarietà e dinamicità alla narrazione? In secondo luogo, la scrittrice non disegna una gerarchia di personaggi, alcuni più importanti intorno ai quali gira il racconto e sui quali sviluppare gli eventuali approfondimenti psicologici, esistenziali e sociali. Tutti i personaggi sono sullo stesso piano, restando superficiali e perdendo il lettore in molteplici filoni narrativi. Perché non leggerlo? È noioso, banale e inutilmente lungo.

J.K. RowlingLittle, Brown and Hachette
Cat on a hot tin roof (la gatta sul tetto che scotta)
RecensioneInglese

Cat on a hot tin roof (la gatta sul tetto che scotta)

Il tema di fondo è la menzogna; lʼautore sviluppa questo argomento nel contesto della famiglia, ossia in quellʼambiente sociale, che più di altri, dovrebbe favorire la fiducia reciproca. Per anni i membri di questa famiglia hanno agito in una apparente concordia; quando, però, si scopre che Big Daddy, il capo famiglia e «padre padrone», è malato di cancro, la morte attesa travolge i protagonisti: da questa sorta di catarsi nasce la verità o una nuova menzogna? Come spiega Tennessee Williams nelle «note per il regista» la scena è la stanza da letto di una grande casa di campagna del Mississippi; in questa camera sono vissuti due scapoli, precedenti proprietari della piantagione, e quindi > la stanza deve evocare dei fantasmi: è stata gentilmente e poeticamente frequentata da una relazione che deve aver avuto una tenerezza non comune . È la scena appropriata per una commedia > che tratta delle emozioni umane più profonde, e ha bisogno di dolcezza come sottofondo . Il lavoro teatrale si sviluppa in tre atti. I protagonisti del primo atto sono Brick, un ex giocatore di football ormai alcolizzato, e la moglie Margaret. Lʼuomo non vuole più avere rapporti con la donna, dopo che lei lo ha tradito con il suo migliore amico: morto, forse suicida, a seguito dellʼadulterio. La perdita dellʼunica persona importante per Brick ha spinto questʼultimo a trovare conforto nellʼalcol. Se Brick persegue vittimisticamente «il fascino dello sconfitto», Margaret non si dà per vinta: è consapevole che la famiglia sta per andare a pezzi, e non vuole che il marito perda la propria posizione sociale ed economica a favore del fratello. Brick, amatissimo dai genitori, è in grande difficoltà in una eventuale successione: è alcolizzato e per di più non ha ancora avuto figli, mentre il fratello ne ha ben sei. Nel lungo colloquio con il marito, di fatto un soliloquio, Margaret si chiede quale sia la vittoria di «una gatta su un sottile tetto che scotta»: «soltanto stare su di esso, penso, per quanto possa....» ma poi aggiunge che il silenzio non funziona, > serrare la porta e chiudersi un una casa che brucia nella speranza di dimenticare che la casa sta bruciando . Nel secondo atto assistiamo al confronto tra Big Daddy e Brick, tra padre e figlio. Anche in questo caso si tratta in gran parte di un soliloquio: parla soprattutto Big Daddy e veniamo a sapere che questʼuomo, apparentemente forte, deciso ed autoritario, è pieno di disgusto. > Per tutte queste maledette bugie e bugiardi con i quali ho dovuto vivere, e per tutta questa maledetta ipocrisia con la quale ho vissuto per tutti questi quarantʼanni ; tale è il disgusto che talvolta pensa che sia molto meglio > un maledetto vuoto (...) che tutta questa porcheria con la quale la natura lo riempie . Dinanzi a questa disperata confessione Brick risponde che la conversazione è > come tutte le altre che noi abbiamo avuto insieme nelle nostre vite! È senza senso, senza senso, è, è dolorosa (...) tu non hai una maledetta cosa da dirmi! La passività di Brick si trasforma improvvisamente in furia, quando il padre solleva il sospetto che nei rapporti tra Brick e lʼamico ci sia stato qualcosa di più intimo di una semplice amicizia; ed allora Brick, vigliacco come tutti i deboli, rivela al padre la verità, che gli è stata fin ora nascosta: ha il cancro e sta per morire. Con lʼurlo disperato di Big Daddy («tutti bugiardi, tutti bugiardi... mentire, morire, bugiardi») si chiude il secondo atto. Nel terzo atto i figli e le nuore informano la moglie di Big Daddy, anchʼessa ignara, della vera malattia del marito; il fratello di Brick cerca di convincere la madre a mettere tutti i beni in un fondo fiduciario, escludendo di fatto Brick dallʼeredità. Brick è indifferente come al solito, mentre Margaret combatte disperatamente, al punto che dice una evidente bugia: dichiara di essere incinta e quindi di poter dare un nipote a Big Daddy. Ci sono due versioni del terzo atto. Nella prima stesura lʼ autore immagina che la storia si concluda con una dichiarazione di amore di Margaret a Brick, alla quale questʼultimo risponde in modo elusivo e crudele ad un tempo: «sarebbe divertente se fosse vero!». Nella seconda stesura, quella che è andata in scena, su consiglio del regista lʼautore prevede che Brick sostenga la bugia della moglie e accetti lʼamore incondizionato di Margaret: «Ti ammiro, Maggie» (dice Brick), e così risponde la donna: > ciò che tu hai bisogno è qualcuno che prenda cura di te, gentilmente, con amore (...) ed io posso! Sono determinata a farlo, e niente è più determinata di una gatta su un sottile tetto che scotta. La morte ha finalmente disperso il velo della menzogna? Con la prima versione Tennessee Williams risponde in modo negativo, neanche la «nera cosa» che arriva «senza invito» ci libera dallʼipocrisia e dalla sfiducia reciproca: sui rapporti umani grava una condizione esistenziale di vuoto, riempito da troppa menzogna, siamo condannati a non comunicare. Di certo, questa visione pessimistica non può essere rimossa dalla conclusione proposta dal regista, troppo stucchevole e banale per essere reale. Tennessee Williams fa una osservazione, particolarmente utile alla comprensione della commedia: > un poʼ di mistero deve essere lasciato alla rivelazione dei caratteri in una commedia, così come un grande mistero è sempre lasciato nellʼespressione di una personalità nella vita, perfino nella conoscenza del proprio animo . E pertanto dobbiamo guardare a come si evolvono i personaggi nella storia, tenendo presente che «gli attori devono muoversi liberi sulla scena». Ed allora è evidente come Brick rimanga chiuso nel suo mondo, al contrario la personalità di Margaret emerge con sempre maggiore forza, quasi che non voglia più essere solo la moglie di un uomo fallito, ma sia invece pronta a prendere in mano le redini della famiglia. La morte rivela i veri caratteri dellʼessere umano. La commedia è pressoché perfetta e ciò spiega il grande successo. Mentre il terzo atto, nella versione finale, è estremamente mosso e ricco di personaggi, i primi due atti peccano di una certa staticità, a stento mitigata dai rumori di sotto fondo, esterni alla scena, e dallʼingresso temporaneo di alcuni personaggi minori. Alla lettura i due atti risultano prolissi e ridondanti; certo il giudizio potrebbe cambiare alla luce della recitazione in teatro. Perché leggerlo? È un grande lavoro teatrale, di grande fascino sono le figure di Brick e di Margaret; per apprezzarlo bisogna andare a teatro.

The children's book
RecensioneInglese

The children's book

Il romanzo è ambientato in Inghilterra tra la fine dellʼOttocento e lʼinizio del Novecento. È lʼera trionfante della borghesia, che terminerà tragicamente con la prima guerra mondiale. Lʼinnovazione della tecnica e nellʼarte, anche in quella artigianale, la libertà dellʼindividuo e lʼuguaglianza, il ruolo della donna e il femminismo, le idee socialiste ed anarchiche sono i tratti distintivi di questo periodo storico e fanno da cornice ad un tema profondamente attuale: quello dellʼinfanzia tradita. Alla fine dellʼottocento, > i bambini erano differenti dai bambini prima e dopo. Essi non erano né bambole né adulti in miniatura. Essi non erano nascosti in nursery, ma erano presenti ai pranzi familiari, dove i loro caratteri in sviluppo venivano presi seriamente e razionalmente discussi, durante i pasti e durante lunghe passeggiate in campagna. E tuttavia, nello stesso tempo, i bambini in questo mondo avevano le loro proprie separate, largamente indipendenti vite, come bambini. I genitori trovavano difficile fare in pratica ciò che essi credevano in teoria che essi dovrebbero fare, ossia amare tutti i bambini in modo eguale . Non bisogna, tuttavia, pensare ad un romanzo storico e sociale, si tratta infatti di un racconto complesso, nel quale i diversi piani narrativi, interiori ed esteriori, si intersecano tramite le storie fantastiche di una delle madri di queste grandi famiglie borghesi: Olive. I suoi sette figli ( che si scoprirà non essere tutti figli della stessa madre e dello stesso padre) sono oggetto ciascuno di un racconto. Ma qui sta il primo tradimento: le storie non sono in realtà per loro, ma per il pubblico, come Olive confessa ad un certo punto: > a me realmente non piace costruire bambini immaginari. Divento spaventosamente annoiata dalle loro piccole dispute e dalla loro innocenza. Ma i lettori hanno un insaziabile desiderio per queste intelligenti piccole persone che compiono comiche avventure . Non cʼè da parte dei genitori una vera attenzione ai bambini: le loro idee utopistiche sullʼeducazione, sulla libera scelta dei figli, su un ambiente affettuoso e stimolante dove far crescere i giovani, sono solo parole, che nascondono una reale indifferenza. E i bambini crescono a prescindere dai genitori ma scoprendo via via le menzogne dei padri e delle madri, i loro sotterfugi e in alcuni casi anche la loro violenza. Essi si adattano a non svelare la verità, a non disturbare la dominante ipocrisia e a non svelare i segreti famigliari. Ciascuno reagisce in modo diverso: chi si rifugia nella vita dei boschi isolandosi da tutti, chi nasconde, abilmente, le sue vere idee politiche, chi scarica la propria rabbia contro gli oggetti amati dal padre, chi rimane sospeso, in attesa, lasciando che la vita rotoli via. Cʼè anche chi fugge dalla vaghezza ideologica dei genitori inseguendo professioni concrete, come quelle del medico e dellʼoperatore di borsa. La prima guerra mondiale chiude tragicamente molte delle vite dei giovani protagonisti e lascia i sopravvissuti profondamente trasformati. Ma la guerra è solo lʼepilogo di una tragedia che si era già espressa nei racconti fantastici, quasi psicanalitici, di Olive, tutti centrati intorno a storie del mondo sotterraneo, quasi ad anticipare la vita delle trincee. Capita talvolta che scrittori anche di valore si misurano con narrazioni troppo superiori alle proprie forze e alle proprie abilità. È questo il caso di questo libro, che non solo affronta troppi temi ( i bambini e gli adulti, le storie interrelate di diverse famiglie, le opere dʼarte e la nascita dei musei moderni, il femminismo e molti altri ancora) e troppi personaggi, ma soprattutto risulta ridondante a causa di una prosa ricca, ricercata e barocca. Troppe parole, troppi argomenti ma poca capacità di trasmettere tensione e coinvolgimento da parte del lettore. La trama narrativa, così come i personaggi sembrano artefatti, monotoni e in molti casi scontati. Perché non leggerlo? È prolisso e la fatica di arrivare fino in fondo non viene premiata da momenti espressivi di alto livello.

A.S. ByattVintage
Complete Shorter Fiction
RecensioneInglese

Complete Shorter Fiction

Il libro raccoglie i principali racconti di Oscar Wilde, nei quali è soprattutto rimarchevole lo stile, in particolare la struttura della frase. Il periodo non è particolarmente elaborato privilegiando le frasi corte, ma l’accostamento delle parole (semplici e vicine a un linguaggio quotidiano) riesce a dare caratteristiche poetiche, in certi casi elegiache allo scritto. Ne risulta un inglese splendido, che recupera l’essenzialità dei vocaboli con il ritmo discorsivo. Il contenuto dei racconti è generalmente fantastico e in molti casi paradossale: attinge al mondo della natura e del soprannaturale che rappresentano il contesto e forniscono spesso i protagonisti. A una prima lettura sembra predominare un approccio generalmente moralistico accompagnato da una ricerca dell’inverosimile e dalla nostalgia della «bontà» della natura rispetto all’egoismo e alla grettezza degli uomini. In realtà emergono una diffusa melanconia, quasi una ricerca di qualche cosa che si è perso (una ricerca del tempo perduto?) e un elogio della bellezza. Tutti i protagonisti (le persone, gli animali, gli ambienti naturali) sono caratterizzati da sublimi tratti fisici e da notevoli peculiarità intellettuali: il brutto non esiste. Prevale quindi l’estetica nei confronti dell’etica: una sorta di esaltazione dell’estetismo. Si chiarisce in tal modo anche il tema della melanconia: si tratta della nostalgia della bellezza perduta. Di particolare interesse è il racconto «The portrait of Mr W. H.» nel quale l’autore formula alcune ipotesi sul destinatario di alcuni sonetti di Shakespeare. Per apprezzarlo sarebbe necessario conoscere meglio le poesie e il teatro di Shakespeare ma è evidente come anche in questo caso uno dei temi sia l’amore per la bellezza, che emerge dall’opinione del protagonista che la persona descritta nei sonetti fosse un giovane attore, che recitava le parti femminili nelle tragedie. Shakespeare non voleva lusingare un personaggio importante ma scriveva soltanto di amore per chi lavorava con lui (senza dubbio meno «altolocato») e con il quale aveva un comune modo di sentire.

Wilde Oscaroxford press
Cosmopolis
RecensioneInglese

Cosmopolis

Eric Packer è un giovane brillante della finanza, che perde e guadagna milioni di dollari in pochi secondi giocando sulle monete e sulla borsa. Il romanzo descrive una giornata, nella quale Eric si muove per la città con la sua limousine, alternando fugaci incontri amorosi, rapide colazioni, blocchi del traffico dovuti a violente manifestazioni di dimostranti e la funerale di idolo della musica,la visita di un dottore con un costante monitoraggio dellʼandamento dello yen, moneta rispetto alla quale sta perdendo milioni di dollari.Se allʼinizio il racconto sembra surreale e ironico volendo descrivere la vita assurda di un giovane uomo della finanza, ad un certo punto del romanzo si capisce che si va verso la tragedia. In realtà la vita stessa di Eric, ben protetta dalle guardie del corpo e dalla limousine, è minacciata da unʼondata di attentati, anche lontani, verso gli esponenti della finanza. Via via che si sviluppa la giornata, cadono le barriere, psicologiche e fisiche, che separano il giovane milionario dal mondo violento che lo circonda. Eric va incontro alla morte ( sarà ucciso), ma sembra quasi che la desideri e la ricerchi per fuggire ad una vita che gli potrebbe diventare pesante e insopportabile se non può più godere dellʼeccitazione che deriva dalla conquista del denaro. > Egli capì che cosa gli mancava, lʼimpulso predatoe, il senso di grande eccitazione che lo guidava attraverso i suoi giorni, il puro e intenso bisogno di vivere . Lʼidea di partenza del romanzo è senza dubbio brillante e si sviluppa su diversi livelli: la crisi esistenziale del protagonista (si sveglia desiderando di andare dal barbiere come una persona comune), la descrizione di una città caotica ed assurda, i rapporti umani frettolosi tipici dellʼera del business e dellʼinformatica ed infine la morte come epilogo al quale non si può sfuggire. Lʼinsieme della trama, ricca di episodi e di personaggi incomprensibili, e una struttura del linguaggio estremamente difficile sia per quanto riguarda i vocaboli che la sintassi, contribuiscono a rendere criptica e pesante la lettura. Il libro è giustamente dedicato a Paul Auster, in quanto domina lʼimpronta intellettualistica di questo autore: caratteristica di molti autori di New York.

deLillo DonScribner
David Copperfield
RecensioneInglese

David Copperfield

Il romanzo narra la vita di David Copperfield, che dopo un’infanzia felice con la madre e una nutrice, viene perseguitato dal patrigno. Viene mandato in una scuola severa e autoritaria e, alla morte della madre, è costretto a lavorare in fabbrica ancora bambino. Viene quindi accolto da una zia, che gli fornisce benessere, educazione e i mezzi per un apprendistato presso uno studio di notai. Via via il giovane David diventa un uomo, lavorando duramente, sposandosi e affermandosi gradualmente come scrittore. Alla morte della moglie compie un lungo viaggio, che gli permette di comprendere il suo amore per un’amica di infanzia (Agnese), che sposa al suo ritorno in Inghilterra. Il romanzo è ricco di personaggi e di situazioni (grottesche, melodrammatiche, emblematiche della società del tempo e della diffusa ingiustizia sociale, rappresentative di una morale severa e ipocrita) così che le vicende di David si intrecciano con altre storie, tutte a lieto fine, ma che spesso appesantiscono il romanzo rendendolo prolisso, dispersivo e frammentario. Emergono più le singole pagine che la trama complessiva, mentre l’accentuazione dei caratteri, nel bene e nel male, va a scapito dello spessore e della profondità nella descrizione dei sentimenti e delle peculiarità dei personaggi. In realtà tutto ruota interno a David e alla sua rappresentazione della realtà; l’affollamento degli altri protagonisti e gli ambienti stessi rappresentano «un rumore di fondo» o una cornice all’interno della quale si sviluppa l’immaginazione dell’autore e del principale protagonista. David Copperfield è stato definito un romanzo autobiografico, ma ciò è vero solo in parte. Di fatto è il romanzo della nostalgia dell’infanzia e del ritorno a un paradiso, costituito appunto dal sereno ambiente materno e dalla figura di Agnese, sempre amata e ricercata proprio per la sua tranquillità e solidità. Prevale una realtà letta da una melanconica immaginazione: tutte le vicende sono viste con gli occhi di un bambino, che narra unʼInghilterra irreale in quanto abbellita (pur nelle sue sofferenze e ingiustizie) dalla visione fiduciosa e idealizzata tipica dell’infanzia. Da questo punto di vista è emblematico, e particolarmente suggestivo, come l’autore identifichi lʼideale luogo di accoglienza: è una barca, all’interno della quale ci si sente sicuri anche se fuori crescono le onde e sale il vento, in quanto assicura un equilibrio di sentimenti e una pace che vengono distrutti dall’ingresso del tradimento e della passione tipiche dell’età adulta e, metaforicamente, da una tempesta che uccide il traditore e il tradito. Lo stile è molto ricco di vocaboli e caratterizzato da una struttura della frase che spesso è difficile da seguire. L’uso frequente di forme dialettali accresce la difficoltà di lettura.

Charles DickensBradbury & Evans
Dear Life (Uscirne vivi)
RecensioneInglese

Dear Life (Uscirne vivi)

Il libro raccoglie quindici racconti, dei quali gli ultimi quatto > formano una parte separata, autobiografica nei sentimenti, talvolta anche nella realtà . Per dare un senso complessivo a storie, che altrimenti potrebbero essere viste come episodi di una condizione femminile senza evoluzione e senza sbocchi ( > troppo tardi per fare qualcosʼ altro. Quando potrebbe essere peggio, molto peggio ), bisogna forse partire dallʼultimo racconto, «Dear Life», che dà peraltro il titolo allʼintera raccolta. > Vivevo quando ero giovane alla fine di una lunga strada, o una strada che a me sembrava lunga. Dietro di me, come io tornavo dalla scuola primaria, (...) cʼera la reale città con le sue attività e i suoi marciapiedi e i suoi lampioni per quando veniva buio. (...) A marcare la fine della città cʼerano due ponti..... la strada si divideva, una parte di essa andando a sud verso una collina (...) per diventare una vera autostrada, e lʼaltra correva intorno ai vecchi campi abbandonati per volgere verso ovest. Questa strada ad ovest era la mia strada . Nel leggere questa efficace descrizione di unʼinfanzia tra città e campagna, in quel nulla urbano e sociale che contraddistingue ormai i nostri spazi, la mente non può che andare ad una poesia di Pasolini: > povero come un gatto del Colosseo, vivevo in una borgata tutta calce e polverone, lontano dalla città e dalla campagna...quel borgo nudo al vento, non romano, non meridionale, non operaio, era la vita nella sua luce più attuale.... osso dellʼesistenza quotidiana, pura, per essere fin troppo prossima, assoluta per essere fin troppo miseramente umana (Pier Paolo Pasolini Il pianto della scavatrice). Munro disegna un ritratto chiaro e vivido di come strana, pericolosa e importante possa essere la nostra vita, a noi così cara; tutto ciò, però, non in astratto né in una prevalente dimensione di genere (la sensibilità femminile contrapposta allʼindifferenza maschile), ma nello specifico contesto sociale e quasi antropologico, nel quale noi tutti viviamo. Prendiamo ad esempio alcuni racconti. In «Amudsen» la protagonista arriva in un piccolo centro ad insegnare in un sanatorio per bambini ed adolescenti, malati di tubercolosi. «Il mondo oltre il lago e la foresta era svanito», si vive isolati dalla realtà esterna; prevalgono le piccole cose: il freddo delle case, la stretta strada che corre attraverso il bosco e vicino alla segheria, il bar frequentato da boscaioli in attesa di essere richiamati alle armi. La relazione tra la protagonista e il direttore del sanatorio è scontata e prosaica, si sviluppa senza clamore ed entusiasmo, in ambienti piatti, modesti, squallidamente piccoli borghesi, si conclude in modo ovvio, senza un vero perché. Ma sono proprio la banalità della vicenda e il contesto angusto della piccola città a far dire alla protagonista: «niente cambia realmente quando si tratta di amore». In «Corrie», nel tran tran di un matrimonio apparentemente solido irrompe una vecchia fiamma del marito. La protagonista reagisce con la fuga, prende la macchina e si rifugia nellʼanonimato della grande città, in uno squallido motel, a mangiare e bere in un ristorante, dove si chiede se «qualche uomo, qualche vecchio, avrebbe pensato di abbordarla». Ritorna a casa per sentirsi dire dal marito: > non è tanto la persona. È come una sorta di atmosfera. È un profumo , un desiderio di trasgressione. > Quale mix di rabbia e ammirazione potevo sentire, dinanzi alla sua volontà di farlo. Ebbe fine tutta la nostra vita insieme . Anche qui non si capirebbe tutta la vicenda se la storia non partisse da > una non vita, ma sopravvivenza (...) nel cui arcano orgasmo non ci sia altra passione che per lʼoperare quotidiano (Pasolini Ceneri di Gramsci). Nel racconto «In vista del lago» una donna malata di Alzheimer va alla ricerca di uno specialista. Le è stato indicato un indirizzo in un piccolo centro; la donna, incerta, fragile, vaga per il paese, perdendosi e chiedendo a passanti a loro volta insicuri di dove possa essere lo studio medico. Arriva in una clinica, deserta e isolata: cerca di uscire, di scappare, ma la porta è diventata pesantissima. > Apre la bocca per chiamare aiuto ma sembra che nessun grido potrà esserci . Dʼ improvviso è salva. È la storia di una donna che sente di perdere la memoria, ma perché lo svanire della coscienza avviene in uno squallido paesaggio urbano, e non tra grattacieli scintillanti e pieni di vita o in un dolce e meraviglioso prato pieno di fiori? Scrittrice raffinata e elegante, Munro si perde purtroppo in storie esili e inconcludenti. I personaggi sono apparentemente descritti ma è pura tecnica letteraria, non cʼè un reale approfondimento: tutto resta sospeso. Prevale unʼimpressione generale di stanchezza, di storie già scritte, riscritte con uno stile magistrale, ma senza passione, Solo negli ultimi racconti riemerge la forza narrativa, ma è troppo tardi. Perché non leggerlo? È esile, inconcludente e noioso.

Alice MunroChatto & Windus
Dirty Love
RecensioneInglese

Dirty Love

La sintesi è molto semplice: un talento sprecato. Una grande abilità stilistica è al servizio di racconti noiosi, privi di sviluppo narrativo, inconcludenti e ciniche storie di coppia: insomma, un libro insopportabile. In «Listen carefully as our options have changed» Mark si è accorto che sua moglie Laura lo tradisce: lo sa perché ha incaricato un detective di seguirla e ne ha le prove in un video, che guarda in modo ossessivo. È un project manager di successo e quindi vorrebbe affrontare il problema secondo i canoni razionali del project management. > No, il progetto di salvare il suo matrimonio sembra che sia fallito ed egli ha dinanzi un nuovo obiettivo. Ciò non è inusuale. Alcuni progetti collassano per diversi motivi. (...) In questo caso, cʼè stato semplicemente un cambiamento di cuore. O, più correttamente, uno spostamento dal nascondere i problemi dʼamore a mostrarli, benché Mark fu costretto a riconoscerli, non è vero? (...) Cʼera la fredda gentilezza verso sua madre. (...) Cʼera lʼabitudine di Laura di sbagliare le indicazioni di cosa acquistare che le dava Mark in modo dettagliato, (...) tanto che lui doveva lasciare ogni cosa e andare personalmente al supermercato. (...) Cʼera lʼabitudine di Laura di guardare di notte banali telefilm gialli, gli occhi fissi allo schermo, imbambolati come quelli di un bambino. Cʼera la sua cucina mediocre, la sua preferenza per i cibi surgelati, con molto sale, e insignificanti pietanze che non si vergognava di servire con il ketchup. Ed ora lo ingannava, lo prendeva in giro e lo tradiva. Sradicava la loro casa dalle fondamenta e gettava scaglie di vetro bollente nel sangue di Mark, nel suo cervello e nel suo cuore: e questo dolore intenso per che cosa? Per lei? Guardala; che cosa sta perdendo in ogni caso? Ma questa era una domanda che moriva prima ancora di essere pienamente pensata, perché lui lʼamava . Mark non comprende le cause del fallimento del suo matrimonio, anche quando numerosi segnali dovrebbero dirgli che è proprio il suo freddo approccio razionale ad avergli allontanato Laura. La sua abitudine a giudicare, a valutare, a trattare le persone che gli sono intorno come se lavorassero per lui. Non capisce, ma è un uomo caparbio: > non avrebbe gettato fuori sua moglie dalla sua casa. (...) Si sarebbe tirato indietro, non avrebbe agito e avrebbe lasciato che le cose andassero per il loro verso. Avrebbe lasciato che lʼerrore di sua moglie si risolvesse da solo . Lʼattesa ipocrita è lʼunico mezzo per far sopravvivere un rapporto di coppia. È lʼesito di un altro racconto: «Marla». È una donna non più giovane, molto grassa, una opaca impiegata di banca, destinata a restare zitella. Sembra essere un destino ineluttabile, quando incontra Dennis, un uomo altrettanto obeso, affettuoso e gentile. È lʼamore inaspettato. I due vanno a vivere insieme e la convivenza rivela tratti dellʼuomo che non piacciono a Marla: la fissazione estrema dellʼordine, la preferenza per una vita ripetitiva e banale, il rischio di scivolare in una barbosa quotidianità. Lʼuomo, poi, non vuole avere figli. Lasciarlo? Ma questo è il matrimonio, cara, le dicono le amiche; poi i figli verranno, anche se il marito non li vuole (basta ingannarlo sui giorni fertili così che non si metta il preservativo!). Ormai in cammino verso lo squallore, Dubus affronta la terza storia («The Bartender»): due giovani si sposano pieni di entusiasmo, lei resta incinta, lui non si trattiene a fare sesso con una formosa collega, anche un poʼ stronza al dire il vero. Al settimo mese, la moglie scopre la tresca, rischia di abortire, lei e la bambina si salvano miracolosamente. > Camminò accanto al suo letto e stette immobile. (...) Presto lei avrebbe aperto gli occhi, (...) occhi che lui non si meritava ma sperava di conquistare, occhi di nera speranza . A questo punto avrei dovuto affrontare «Dirty Love». Confesso: non me la sono sentita tanto la lettura si preannunciava fastidiosa. Del racconto è utile riportare una frase per dare il senso della grande capacità di Dubus di reggere lunghi periodi con un uso sapiente delle parole, un succedersi di impressioni che non sono sorretti dalla punteggiatura o dallo svolgersi dei contenuti (vicende, descrizione di personaggi, sentimenti), ma si basano sulla sintassi, attentamente e abilmente calibrata. In italiano si perde senza dubbio molto di questa scrittura e sarebbe necessario un grande traduttore, comunque ci provo. > Ora ogni cosa è messa in fila, i suoi sentimenti e la musica in testa e tutto ciò la fa sentire sempre come se stesse muovendosi in avanti, scivolando silenziosamente su un tapis roulant in aeroporto, quella volta che era su uno, indietro nel passato quando era piccola e sua madre e suo padre sembravano felici, o almeno ridevano molto insieme, sua madre ancora carina o almeno sembrava perché si curava, grossa ma ancora sexy, benché Devon non pensava mai a queste cose, soltanto le percepiva, come se stesse stesa in un soffice letto circondata da freschi, profondi cuscini e il profumo di qualcosa di dolce fosse in aria, e quel giorno loro tre stavano salendo su un aereo per Disney World dove ogni cosa era più reale che reale potesse mai essere . Perché non leggerlo? Monotono, pesante, anche superficiale a tratti.

Andre DubusW. W. Norton & Company
Disgrace
RecensioneInglese

Disgrace

Un professore di letteratura viene espulso dall’università a seguito di una relazione, essenzialmente sessuale, con una studentessa. L’uomo ha superato i cinquant’anni ed è reduce da due divorzi. Abituato a essere corteggiato dalle donne, si ritrova ormai solo, costretto a ricercare sesso con delle prostitute, e quindi si lascia trascinare nell’avventura, alla ricerca della propria vanità e del proprio eros. Si trasferisce in campagna presso la figlia, che gestisce una piccola proprietà agricola e un ricovero per cani. Aiuta la figlia a portare i suoi prodotti al mercato, conosce una donna della sua età che gestisce un ospedale per animali e aiuta i cani in soprannumero a morire, lavora con Petrus, un uomo di colore che aiuta la figlia a portare avanti l’azienda. L’atteggiamento dell’uomo non è tuttavia cambiato, la sua vanità continua a dominare anche i rapporti con la figlia, con la quale non riesce ad avere un dialogo reale: né a raccontare la vicenda che lo ha portato a lasciare l’Università, né a capire le ragioni della figlia a vivere in campagna, così isolata. Un episodio cambia radicalmente la vita: tre uomini di colore entrano in casa, la saccheggiano, cercano di dare fuoco al professore e stuprano la figlia. Ancora più sconvolgente è il fatto che la figlia non denuncia il fatto e decide, anzi, di tenersi il figlio nato dalla violenza e di sposare Petrus per dare sicurezza alla propria vita in campagna. Si dissolve il mondo del professione, che trovava riferimenti precisi nel mondo dell’immaginazione, della poesia e nelle convenzioni borghesi: come disse all’inizio del libro commentando una strofa di Wordsworth (la delusione del poeta alla vista del Monte Bianco): > i grandi archetipi della mente, le pure idee, trovano se stesse usurpate dalle mere immagini che provengono dai sensi. Tuttavia, non possiamo vivere ogni giorno nel mondo delle pure idee, protette dall’esperienza dei sensi... La questione deve essere. Come noi troviamo un modo per le due (immaginazione e realtà) di coesistere? Idee di un intellettuale narcisista alle quali la figlia risponde che la vita è un fatto concreto e piano. L’uomo cerca di ritornare in città, ma ormai la sua vita precedente si è dissolta. Prende quindi una stanza nel villaggio vicino alla fattoria della figlia, lavora a un’opera musicale, che deve avere come oggetto la relazione tra Byron e la sua moglie ravennate, Teresa; aiuta la gestione dell’ospedale per gli animali. Il libro si conclude, tristemente, con la decisione dell’uomo di uccidere un cane, al quale si era affezionato, perché tutti dobbiamo andare verso la nostra fine, la morte. Si tratta di un romanzo molto complesso, del quale è difficile individuare un unico filone narrativo. Tra i possibili (il contesto sociale del Sud Africa, il contrasto tra la cultura europea della borghesia e i valori emergenti del popolo di colore, le relazioni tra padre e figlia, l’accettazione delle regole della violenza, gli animali e i cani in particolare), mi sembra che il più interessante sia costituito dal tema della morte e dell’attesa della morte. Il primo è affrontato dalla vicenda del protagonista, che si rende conto del tempo che è passato: > vaga senza scopo in giardino, un triste sentimento lo sta prendendo. Non è soltanto perché non sa che cosa fare di se stesso. Gli eventi del giorno prima lo hanno scioccato profondamente. Il tremolio, la debolezza sono solo i primi e più superficiali sintomi dello schock. Ha come la sensazione che al suo interno un organo vitale sia stato ferito e abusato, forse persino il suo cuore. Per la prima volta sente che cosa significa essere un uomo vecchio, stanco nelle ossa, senza speranza, senza desideri, indifferente al futuro. Sdraiato su una sedia di plastica tra il puzzo delle penne di gallina e delle mele in decomposizione, sente il suo interesse per il mondo defluire da lui goccia a goccia. Ci vorranno settimane, forse mesi prima che resti senza sangue, ma si sta dissanguando. Quando tutto ciò è finito, egli sarà come una mosca che si sta rinchiudendo in una ragnatela, fragile al tocco, più leggera di un chicco di riso, pronta a fluttuare via . Il tema dell’attesa è trattato da Teresa, che aspetta per tutta la sua vita il ritorno di Byron, che è andato in Grecia a morire: > mio Byron, lei canta per la terza volta; e da qualche parte, dalle caverne dell’altro mondo, una voce risponde cantando, esitante, senza corpo, la voce di un fantasma, la voce di Byron. Dove sei? Egli canta, e poi una parola che la donna non voleva sentire: secca. È seccata, la fonte di ogni cosa . E infine la conclusione terribile del romanzo, che sintetizza la disperazione del protagonista, la fine della vita, dell’attesa: > portandolo (il cane) nelle sue braccia come un pezzo di carne, rientra nell’infermeria. Pensavo che lo volessi salvare per un’altra settimana, dice Bev Shaw: Lo vuoi consegnare? Sì lo voglio consegnare«o l’autore con il termine give up intende»rinuncio, mi arrendo!".

J.M. CoetzeeSecker & Warburg
Disguises
RecensioneInglese

Disguises

Disguises, in italiano «travestimenti», è un breve racconto focalizzato sul tema del travestimento, come gioco ambiguo che porta al travisamento della realtà e di sé stessi. Henry, un bambino di dieci anni, rimane orfano e va a vivere con la zia, una ex attrice. Il bambino deve sottoporsi ad un rito serale, nel quale i due si travestono e recitano i ruoli connaturati alle sembianze assunte. È un gioco che diviene qualche cosa di inquietante quando la zia impone al bambino di travestirsi da ragazza e, di fronte alle resistenze del nipote, manifesta un carattere autoritario e aggressivo. Come cʼera da aspettarsi, il bambino si fa degli amici e conosce una coetanea che lo invita a casa sua. Henry non è più un bambino, sta diventano un adolescente e i gusti della zia diventano sempre più insopportabili. La zia organizza una festa in maschera e il racconto si conclude in un crescendo di illusioni, mascheramenti, scene reali o solo immaginate, in un party dove è difficile capire chi fa che cosa: > adesso gli ritornava in mente, se si è vestiti come qualcunʼaltro pretendendo di essere loro, ti prendi la colpa di quel che loro hanno fatto, o di ciò che fai tu in quanto loro... o che hai fatto? È un racconto confuso, nel quale si mescolano più temi, dal travestimento come gioco, alla definizione della personalità nellʼadolescenza sino ad una concezione della realtà come illusione, come impressione creata dai propri sensi piuttosto che mondo effettivamente esistente. Troppi sono gli argomenti psicologici e filosofici per rendere comprensibile il racconto, che sembra essere solo lʼoccasione per sperimentare nuovi soggetti e consolidare virtuosismi stilistici. Perché non leggerlo? È difficile da leggere, inconcludente e troppo ricco di preziosismi letterari.

Ian McEwanL'Espresso
Dreams in a time of war
RecensioneInglese

Dreams in a time of war

Thiongʼo è uno scrittore keniano e in questo libro narra la sua giovinezza nel Kenya degli anniʼ50, dilaniato dalla spietata repressione inglese. Non è un testo politico o storico, anche se numerosi sono i riferimenti a personaggi e fatti della storia del paese africano. > A dispetto delle mie dissolte speranze, gli eventi, anche lʼarrivo dei battaglioni inglesi, erano largamente astratti, capitando in una terra nebbiosa, lontana come una storia in un distante ambiente, che si alterna tra sogni ed incubi . Ed infatti, tra fatti drammatici e sconvolgimenti sociali, il giovane Thionʼgo persegue un ostinato desiderio di istruzione e di educazione, che lo porta da un destino apparentemente segnato di contadino a quello di scrittore. È questo il senso profondo del libro: é possibile conservare vivi i sogni persino in tempi di guerra. Thionʼgo nasce in una tipica famiglia Kikuyu. Il padre è un piccolo possidente con quattro mogli e molti figli. La descrizione di questa comunità, con tanti fratelli e sorelle, è la parte più bella del libro. Lʼautore ci dà una rappresentazione viva, affettuosa, ricca di ricordi, piena di nostalgia. È una infanzia felice con un caposaldo, la madre, la quale vuole che il figlio «cerchi sempre il meglio quale che siano le difficoltà e gli ostacoli». Ed è sentendo le storie e i canti contadini, che il bambino «inizia ad ascoltare la musica nelle parole», la magia della scelta, degli arrangiamenti, della cadenza, di tutto ciò che fa sì che un racconto sia così bello e viva così a lungo nella memoria. Thionʼgo si innamora delle parole, scritte e raccontate, e da quel momento il suo destino è deciso. Le vicende familiari e nazionali segnano profondamente lʼadolescenza del ragazzo: la madre viene ripudiata dal padre, la grande famiglia si disgrega, la repressione inglese porta morte, ingiustizie, distruzioni. Lo stesso percorso dellʼistruzione è accidentato, perché le scuole devono spesso chiudere o allinearsi ai dettami inglesi, che non vogliono una crescita culturale della popolazione. Malgrado tutto, il ragazzo si appropria dellʼinglese, anche se deve studiarlo in uno stupido manuale che descrive il viaggio di due ragazzini di Oxford alla scoperta di Londra. Sa tutto della capitale inglese e poco o nulla del proprio paese! Divora i grandi romanzi della letteratura inglese e mondiale, impara a memoria lʼIsola del Tesoro ed è proprio per merito di questa passione per il grande romanzo di Stevenson che supera brillantemente lʼesame per la scuola superiore. Viene ammesso in uno dei migliori istituti scolastici del Kenya. Lʼintera comunità partecipa al successo del ragazzo, anche contribuendo collettivamente a pagare la retta scolastica e a dotare del necessario corredo il giovane Thionʼgo. Infatti, tutti sanno bene che > nei nostri tempi, lʼeducazione e lʼistruzione sono la strada per migliorare gli uomini e le donne . Il racconto si sviluppa in modo discontinuo. La descrizione dellʼinfanzia, della grande famiglia paterna, così come alcune annotazioni sullʼambiente scolastico sono vivaci e coinvolgenti. Lʼautore le ha vive nella sua memoria e gli piace ritornare ad esse. Quando passa a raccontare le vicende del paese, la lotta dʼindipendenza, la repressione inglese, anche quando narra episodi drammatici nei quali si è trovato coinvolto, la prosa diviene fredda, resoconto di uno storico, cronaca di uno spettatore. La narrazione si appesantisce, perde di vitalità e il lettore viene confuso da avvenimenti e personaggi, molto lontani dalle sue conoscenze. Né, dʼaltra parte, si ricava un quadro delle vicende che hanno portato allʼindipendenza, perché tutto resta frammentario, poco delineato, come se lo stesso autore non fosse in grado di ricostruire la storia del suo paese. Lʼinglese è scolastico, elegante e preciso, ma, almeno apparentemente,non concede nulla, nelle parole e nelle costruzioni sintattiche, alla lingua madre dellʼautore. Ed anche questo contribuisce ad una impressione generale di sterilità e di astrattezza. Perché leggerlo? La prima parte del libro dà uno spaccato molto interessante ed intrigante della società Kikuyu.

wa Thiong'o NgugiHarvill Secker
The enchantress of Florence
RecensioneInglese

The enchantress of Florence

Siamo in Oriente nel magico impero di Akbar il grande. > Se il mondo lacerato dalla guerra era una dura verità allora Sikri (la capitale dellʼimpero) era una splendida bugia . È un mondo magico dove il mistero del grande sovrano «incanta tutta la terra, e il futuro, e tutta lʼeternità». In questa terra meravigliosa compare un viaggiatore, che proviene dallʼOccidente, che si fa chiamare Mogor dellʼAmore. Egli incanta il sovrano e tutta la corte con le storie di una città incredibile, Firenze: > per lui la conoscenza non era di alcun uso, eccetto per ricordargli di ciò che non dovrebbe mai dimenticare, che la stregoneria non richiede pozioni, spiriti familiari, o bacchette magiche. Il linguaggio fatto di parole dʼargento è sufficiente allʼincanto . Mogor dellʼAmore racconta di tre giovani fiorentini: uno di essi lascia la città natale per cercare lʼavventura e diviene un grande generale dellʼesercito ottomano. In una guerra con i persiani incontra una principessa, che diviene sua sposa. Con questa donna ritorna a Firenze per diventarne il capitano dellʼesercito. Questa principessa è «lʼincantatrice di Firenze», che utilizza i suoi poteri magici per ammaliare lʼintera città. Ma il confine tra stregoneria ed incanto è estremamente labile e ben presto la superstizione si scatena contro la donna. Che differenza tra il mondo magico di Sikri e la pochezza di Firenze! La principessa fugge nel nuovo mondo, ma > la sua magia non era più a lungo così forte da aiutare a resistere alle forze temporali, così come non era forte a sufficienza per cambiare la geografia della terra. Nessun passaggio di mezzo fu trovato e lei si trovò intrappolata nel nuovo mondo finché decise di morire . Ma anche il mondo magico di Sikri deve scomparire per lasciare il posto alla forza della realtà. > Sono tornata a casa dopo tutto ( disse la principessa al grande imperatore), tu mi hai permesso di ritornare, e così io sono qui, alla fine del mio viaggio. Fine a quando non sei, disse il grande regolatore dellʼuniverso, mio amore, fino a quando non esisti . Tutto può essere nellʼimmaginazione, anche al di fuori del tempo, niente può sopravvivere nella realtà. Con uno stile immaginifico e barocco, lʼautore racconta una storia incredibile, totalmente di fantasia, che, tuttavia, con il tono della fiaba sviluppa tre considerazioni: a) lʼoriente è meglio dellʼoccidente, in quanto nellʼoriente si esprime la ricchezza dellʼimmaginazione; b) la fantasia è un mondo incantato che permette di raggiungere la perfezione c) il passaggio della storia dallʼoriente allʼoccidente ( da Sikri a Firenze sino al nuovo mondo) corrisponde ad un lento ed inesorabile declino della civiltà. Le singole parole e la costruzione delle frasi affascinano i lettore ma le vicende sono troppo inverosimili ma anche eccessivamente reali per avvincere e convincere. Le digressioni, che sembrano rispondere più ad una forma di narcisismo letterario che alle esigenze della trama narrativa, appesantiscono il romanzo rendendolo prolisso. Perché non leggerlo? Alcune pagine sono piacevoli,, lo spunto del libro è interessante ma è troppo frammentario e prolisso per rendere la lettura complessivamente attraente.

Salman RushdieRandom House
Foglie rosse
RecensioneInglese

Foglie rosse

Per William Faulkner il racconto è simile alla poesia, «quasi ogni parola deve essere quella giusta»; ed infatti la narrazione è densa, ermetica, ricca di simbolismi, di difficile interpretazione. Come avviene in «Foglie rosse», già la scelta del titolo solleva numerosi interrogativi: cosa vuole indicare? Per alcuni commentatori lo scrittore ha voluto riferirsi al ciclo delle stagioni e quindi starebbe a sottolineare come sia un destino naturale ciò che soffoca e distrugge il popolo Negro. Le foglie rosse esprimerebbero una condizione esistenziale, cosmica, come nella poesia di Giuseppe Ungaretti rivolta ai soldati della prima guerra mondiale: «Si sta come dʼautunno sugli alberi le foglie». Un grande capo indiano è morto; come vuole la tradizione della tribù, coloro che lo hanno servito in vita (il cane, il cavallo e il suo schiavo negro) lo devono seguire nella tomba. Due indiani si dirigono ai quartieri degli schiavi per prelevare lʼuomo. Ciò che li disgusta è la puzza dei corpi, un odore disgustoso. I negri > sembravano essere sospesi come su qualche cosa di remoto, inscrutabile. (...) Erano come le radici di un grande albero sradicato, la terra momentaneamente spaccata sul contorto, spesso, fetido groviglio della sua vita oltraggiata e senza speranza. Da ciò che dicono i due uomini veniamo a sapere come la schiavitù sia un fardello, frutto della contaminazione del puro popolo indiano con quello bianco. Nato da un matrimonio misto, tra un indiano ed una donna bianca, lo stesso defunto è stato in Europa ed è tornato con alcuni oggetti dei quali non comprende lʼutilità; tra questi un paio di pantofole rosse; ogni qualvolta il figlio prova a calzarle cade in uno stato di incoscienza. Che cosa significa? Forse perché > questo mondo (...) viene rovinato dagli uomini bianchi. Noi vivemmo sereni per anni prima che gli uomini bianchi ci imposero i loro negri. Nei giorni antichi gli anziani sedevano allʼombra e mangiavano granturco e carne di cervo, arrostito lentamente sul fuoco, e fumavano tabacco e parlavano di onore e di questioni importanti; ora che cosa facciamo? La contaminazione non rompe lʼassurdo rituale della morte, quasi a dire che la società bianca, tecnologica ed evoluta, rinsalda le abitudini ancestrali, invece di farle evolvere verso forme civili. È solo corruzione in una società immobile; non è progresso. La riflessione di Faulkner non riguarda solo il Sud degli Stati Uniti, che, almeno dalle notizie che abbiamo, sembra bloccato nella nostalgia del passato; pensiamo ad alcuni fatti che ci sembrano inspiegabili, come il femminicidio, lʼinfibulazione, lo sfruttamento brutale, così diffusi nella nostra avanzata Europa, a dispetto delle leggi e dei valori dichiarati. Solo atti individuali di Resistenza possono superare la corruzione e generare nuove visioni e regole morali. Paradossalmente è ciò che fa la vittima della nostra storia. Il negro, destinato a seguire il padrone nella tomba, scappa nella foresta e, quando viene preso, lotta per vivere sino allʼultimo: si amputa un braccio per salvarsi dalla ferita di un serpente velenoso, accetta lʼacqua sul punto di morte. > È che io non voglio morire, disse. Poi disse di nuovo, è che io non voglio morire, con un tono tranquillo, di lenta e sommessa meraviglia, come se ci fosse qualche cosa che, fino a che le parole non si fossero espresse esse stesse, egli trovava che non avrebbe saputo, o non avrebbe conosciuto la profondità e la dimensione del suo desiderio . La morte subìta, senza rassegnazione ma con serenità, è la testimonianza di una forza morale, che manca agli altri personaggi del racconto, corrotti dalla società bianca e nel contempo rinchiusi nei riti ancestrali. > Il Negro era ancora in procinto di muoversi, il suo ginocchio in alto nellʼatto di sollevarsi, la sua testa eretta, come se egli fosse sulla ruota di un mulino. Le pupille degli occhi avevano una luce selvaggia, fredda come quelle di un cavallo . Ralph Ellison, il primo grande scrittore afroamericano, ha detto che Faulkner > ha in realtà indagato la natura dellʼuomo. (...) Faulkner, più della maggior parte degli uomini, era a conoscenza della forza umana così come della debolezza dellʼuomo. Sapeva che comprendere e superare la paura era una larga parte della ragione di uno scrittore per esserci. La narrazione di Faulkner è impregnata di forte tensione etica, di una ricerca disperata della bontà dellʼuomo, di ciò che cʼè di più profondo nellʼessere umano. Persegue questo scopo nel suo mondo, il Sud degli Stati Uniti, laddove tutto sembra in realtà immobile e violento; ma ciò che narra riguarda tutti noi; e citando ancora Ungaretti si potrebbe dire: «Cerco un paese innocente». Al centro della sua scrittura è la parola, e non la trama né i personaggi; ed è proprio in questo il suo limite, almeno nei racconti: è difficile da comprendere, va letto troppe volte per capire i troppi significati, ci vuole troppa immaginazione per interpretarlo. Perché non leggerlo? È di difficile interpretazione e di fatto noioso.

William FaulknerModern Library Edition
For whom the bell tolls
RecensioneInglese

For whom the bell tolls

Il romanzo è ambientato in Spagna durante la guerra civile e si sviluppa nel giro di pochi giorni. Jordan, un americano, viene inviato al di là delle linee per distruggere un ponte, in funzione di un attacco dell’esercito repubblicano. Per svolgere questa operazione, entra in contatto con una banda di guerriglieri, tra i quali incontra Maria, di cui si innamora. Il gruppo fa capo a Pablo, che entra in conflitto con Jordan, e a Pilar, una donna molto forte ed energica. Pur tra contrasti interni, il gruppo compie l’operazione e Jordan distrugge il ponte, ma nella fuga viene ucciso. Il vero tema del romanzo sembra essere l’inutilità della guerra, la sua intrinseca crudeltà, che si esprime da entrambi i lati del fronte. Di forte tragicità sono le pagine che descrivono la conquista da parte del gruppo di Pablo di una città e l’uccisione dei fascisti: uno per uno escono dalla chiesa dove sono stati imprigionati e sono costretti a passare in mezzo alle file dei paesani e dei partigiani per essere scaraventati poi in un burrone. Dapprima la folla è incerta ma poi l’odio e il sangue prendono il sopravvento. La stessa crudeltà viene perseguita dai fascisti nell’assassinio di un gruppo di partigiani ai quali viene tagliata la testa. L’attesa dell’attacco finale, la presenza nel gruppo dei partigiani di un ragazzo ancora molto giovane, che difende, poco prima di morire, la rettitudine di un dirigente del partito comunista, il cui figlio si è rifugiato in Russia, e l’impossibilità tragica della banda di Jordan di poter intervenire in aiuto rappresentano momenti bellissimi del romanzo, che, più di altri, esprimono la crudeltà della guerra. Ma la guerra è anche inutile, oltre che crudele, ed è inoltre stupida e si conclude sempre con la morte: > che uno abbia timore oppure no, la morte è difficile da accettare: non c’è dolcezza nella sua accettazione . I personaggi sono trascinati in un ingranaggio di cui colgono l’inutilità e l’assurdità, ma del quale non riescono a liberarsi. La distruzione del ponte è totalmente inutile, in quanto l’esercito di Franco è a conoscenza dell’attacco dei repubblicani e possiede una forza aerea superiore e quindi molto probabilmente respingerà l’offensiva. Jordan cerca di avvisare il comandante dell’esercito repubblicano, ma la burocrazia, la diffidenza e le lotte interne impediscono che la notizia arrivi in tempo. E Jordan sa che «dovrà comunque distruggere il ponte». Tranne Pablo, che è un assassino, tutti gli altri personaggi si rendono conto della crudeltà: dal vecchio Anselmo, che non vuole uccidere ma si trova costretto a farlo, a Jordan, che legge le lettere di un soldato ucciso e appare evidente che si tratta di un giovane, con i suoi affetti e anch’esso trascinato in una guerra civile senza senso. La guerra travolge anche i sentimenti personali. Non bisogna pensare alle persone care, all’amore appena trovato e l’assurdo è che Jordan, nel momento in cui sta per morire e ha dovuto abbandonare Maria, ritiene di essere stato fortunato perché ha potuto vivere gli ultimi giorni con l’amore di Maria. Lo stile di Hemingway è molto articolato, più efficace nelle descrizioni che nei dialoghi, che talvolta risultano ripetitivi e noiosi.

Ernest HemingwayCharles Scribner's Sons
Freedom
RecensioneInglese

Freedom

Tra i possibili significati della parola Freedom, uno di essi la definisce come > essere capaci o avere la possibilità di fare ciò che si vuole senza subire restrizioni da qualche cosa o da qualche dʼuno ( Collins Dictionary). I personaggi di questo romanzo hanno vissuto sempre in bilico tra «lʼinsieme delle possibilità» e gli eventi ( ciò che un tempo si chiamava il destino), che spingono inesorabilmente verso una direzione di vita. Non ci sono vincoli imposti dallʼesterno ma è la natura delle cose che porta su una strada piuttosto che su altre vie. E la vita è fatta della complessità della struttura delle relazioni interpersonali, del conformismo e della ricerca di realizzazione di idee, spesso teoriche e generiche. La vicenda si svolge tra la presidenza Reagan e quella Obama, in un ceto medio americano sempre più spaventato, percorso da divisioni, da dilemmi morali e politici e dalla crescente consapevolezza del declino del paese. Come nelle buone storie borghesi, si inizia con un triangolo: Walter, un giovane serio e pieno di idee ambientaliste, ama Patty, una campionessa di basket, che si sente, per questa sua passione, rifiutata da una famiglia politicamente importante, appartenente allʼestablishment. Patty è a sua volta attratta da Richard, musicista e grande amico di Walter. Patty e Richard compiono insieme un viaggio in auto per raggiungere Walter ed è lʼoccasione perduta per Patty: Richard, un grande conquistatore, si rifiuta di portare a letto la fidanzata del suo più grande amico. Sul rimpianto si alimenta il legame tra Patty e Richard. > in tutti questi anni, ( Patty) aveva custodito la memoria del loro piccolo viaggio, lʼaveva tenuto chiuso in un profondo spazio interiore, lasciandolo invecchiare come il vino, così che, simbolicamente, la cosa che poteva essere accaduta tra loro rimaneva viva e cresceva più vecchia con loro due . In Richard cresceva «lʼinvidia del suo amico per il suo inconsapevole possesso della moglie». Il matrimonio tra Walter e Patty procede stancamente ( «non potevano vivere insieme ma non potevano immaginare di vivere separati»), quando una vacanza di Patty e Richard proprio nella vecchia, ed amata, casa di Walter in riva ad un lago in un meraviglioso ambiente naturale, fa precipitare gli eventi: i due vanno a letto insieme. Walter non può accettare di essere stato tradito dal suo migliore amico: i due si separano e lo fanno nel momento in cui Walter prende finalmente coscienza che non può inseguire astratte idee ambientali con i soldi del capitalismo americano. Ed è proprio dalla rottura di false relazioni interpersonali e dal disfacimento di vaghi ideali , che Patty e Richard si ritrovano e possono ricostruire la famiglia. In realtà il libro non si limita ai tre personaggi, ma coinvolge anche le nuove ( i figli di Walter e Patty) e le vecchie generazioni, narrando le vicende delle famiglie di origine. Numerose sono poi le incursioni nei temi politici e sociali che hanno caratterizzato lʼAmerica di questi anni; in particolare stanno a cuore dellʼautore i temi ambientali, visti anche come una rappresentazione dellʼipocrisia e della vacuità di molta borghesia. Il messaggio sembra essere sempre lo stesso: non è possibile cambiare il mondo, dobbiamo convivere con noi stessi e con i nostri problemi. Emblematico in questo senso è lʼultimo capitolo. Walter si è rifugiato a contatto con la natura ed esprime la sua missione di vita nella difesa degli uccelli migratori, in particolare nei confronti di un gatto domestico, che fa spesso incursioni omicide. Questo atteggiamento lo ha messo in conflitto con la piccola comunità del ceto medio, vicina alla riserva naturale. I problemi si risolvono quando ritorna Patty, che alimenta le relazioni sociali con i vicini ( il conformismo della borghesia americana) e poi riporta Walter a New York, in famiglia. A quel punto lʼente che gestisce la riserva costruisce un muro di separazione tra lʼambiente naturale, dove nidificano gli uccelli migratori, e la piccola comunità. Ma allora il mondo è fatto di tante mura, allʼinterno delle quali ciascuno ricerca la propria libertà? Ed allora la vera libertà sta forse nellʼaltro possibile significato della parola Freedom: «la condizione di essere capaci di muoversi intorno», pur allʼinterno di mondi separati. Il pregio maggiore nel libro sta sicuramente nello stile, fatto di dialoghi serrati e molto efficaci, nella profondità della ricerca psicologica ed esistenziale dei personaggi e delle loro relazioni reciproche. Il ritmo narrativo è lento e la narrazione procede stancamente. Domina in generale quellʼapproccio intellettualistico, colto ma spesso evanescente, che caratterizza molti scrittori americani contemporanei. Perché leggerlo? È interessante, ma si consiglia ad un lettore molto paziente.

Jonathan FranzenFourth Estate
Freedom from Fear and other writings
RecensioneInglese

Freedom from Fear and other writings

San Suu è nata nel 1945, due anni prima dellʼassassinio del padre, fondatore della Birmania indipendente ed eroe nazionale. Lʼannotazione biografica è fondamentale per capire questa raccolta di saggi, discorsi, lettere ed interviste, pubblicati tra il 1984 e il 1994. Variano le finalità e la scrittura, cambiano le circostanze, ma sempre traspare la preoccupazione di San Suu di capire lʼeredità del padre, > di comunicare quanto ha compreso e di applicarlo ai problemi del proprio paese . Il saggio che dà il titolo alla raccolta («Liberi dalla paura») non deve trarre in inganno: San Suu non è una filosofa morale, una sorta di santone moderno; è innanzitutto un personaggio politico, caratterizzato da una forte e prevalente dimensione etica. Quando la dissidente birmana invita a liberarsi dalla paura e dalla corruzione intende affermare > la ferma convinzione nella santità dei principi etici combinati con una visione storica: a dispetto degli insuccessi la condizione umana si colloca su un percorso finale di avanzamenti spirituali e materiali . In un recente discorso al Forum internazionale delle donne, San Suu ha definito la politica > il mezzo per cambiare la società, e il cambiamento deve essere effettivo, non simbolico. E quanto effettivo dipende da quanto correttamente valutiamo i bisogni del popolo e del paese (citato da La Stampa 9 dicembre 2014). Che questa sia una riflessione a lungo meditata emerge da un importante saggio incluso nella raccolta (Richiesta di democrazia). In esso ella afferma come > la vera misura della giustizia di un sistema sia lʼammontare di protezione che esso garantisce ai più deboli. Dove non cʼè giustizia non ci può essere una pace sicura . Parliamo quindi di giustizia sociale, non certo di concetti astratti, appartenenti alla sfera della filosofia e della religione. Per interpretare correttamente il pensiero di San Suu bisogna leggere lʼinteressante analisi che lʼautrice compie della vita intellettuale in Birmania e India durante il colonialismo. Non è possibile sintetizzare un saggio molto complesso: si può dire in breve come il confronto con lʼIndia permetta a San Suu di portare avanti una critica severa alla cultura birmana, allo stesso buddismo, una «religione monolitica (...) con inflessibili barriere»; di individuare le fonti del consenso del regime non tanto nella repressione, quanto nelle differenze etniche e nello sciovinismo contro le comunità cinesi e indiane; di chiarire come i suoi ispiratori siano Gandhi e soprattutto Nehru, il suo vero padre spirituale: un grande politico, quindi, è il suo riferimento. Se non ci si ferma alle parole, vacue e banali, di «Liberi dalla paura» (ma perché dà il titolo alla raccolta?), ci si accorge come San Suu non intenda affatto rinchiudersi nellʼimmagine spiritualista e buddista, che le vorrebbe attribuire lʼoccidente; vuole essere misurata per quello che riuscirà a fare per il proprio paese. A chi la invitava a lasciare la Birmania, > replicai che non avrei fatto nulla dallʼestero e se io avessi voluto impegnarmi in un movimento politico avrei dovuto farlo dallʼinterno del paese . Dopo aver letto lʼintera raccolta, ci si pone la domanda: San Suu ha fatto i conti con suo padre? La risposta è negativa. La figlia San Suu continua a idealizzare la figura paterna, senza porsi la questione di come mai la dittatura abbia avuto origine in un esercito forgiato dal padre: un uomo, istruito nei monasteri ma educato militarmente e politicamente dai giapponesi. Come succede spesso lʼamore filiale pregiudica la lucidità e la freddezza, comunque necessarie in un personaggio politico. Perché non leggerlo? È noioso, forse inutile. frammentario, ripetitivo e prolisso.

San Suu Kyi AungPenguin
From the land of Green Ghosts (Il ragazzo che parlava col vento)
RecensioneInglese

From the land of Green Ghosts (Il ragazzo che parlava col vento)

Mi sono sempre chiesto per quale ragione le edizioni italiane non mantengano il titolo originario. Spesso dà meglio il senso del libro, come nel caso di «From the land of green ghosts», diventato, chi sa perché, «il ragazzo che parlava col vento». Il titolo «dalla terra dei verdi fantasmi» sintetizza bene lʼautobiografia di chi, per salvarsi, ha dovuto perdere la propria identità, con il distacco dagli spiriti di un mondo ancestrale, fatto di frutti rigogliosi, coltivazioni di riso, foreste, acqua, uccelli e animali. Dʼaltra parte, deve essere lʼincomprensione il destino di questo romanzo, se nella sua prefazione lo stesso John Casey, salvatore, mentore e amico di Pascal, dà questa definizione: > questo è meno un libro di politica e di storia che una autobiografia spirituale, nel quale, in modo unico, (Pascal) scrive dal punto di vista di un membro di una tribù della società del bronzo, recentemente apertasi al mondo esterno, e nel contempo di chi è riuscito alla fine a ricevere una educazione occidentale in una famosa università inglese . Veramente una sintesi arrogante e riduttiva per chi ha attraversato terribili atrocità, assistendo alla distruzione materiale e sociale della Birmania! Il romanzo si articola in tre parti. La prima parte, «Lʼidillio della tribù», parla di un mondo tribale e contadino, ai margini delle grandi foreste. > Eravamo Paduang, eravamo cattolici e ci sembrava di vivere in un nostro proprio mondo, con le nostre cerimonie e tradizioni. Non avevamo nessuna sensazione che qualche cosa di diverso potesse irrompere. Il senso di essere al sicuro mi mostrava che noi vivevamo in paradiso . Lʼautore ci descrive, minuziosamente come fosse un antropologo, i costumi, il modo di vivere, lʼambiente naturale dei Paduang, persino, con dovizia di particolari per noi curiosi, il cibo e il modo di cucinarlo. Scopriamo il culto degli antenati, la grande autorità degli anziani, gli elementi spiritualistici e magici che caratterizzano ogni momento della vita. Anche se cattolici, ma lo stesso vale per i buddisti, la tribù continua a conservare, gelosamente, le proprie tradizioni, pur osservando i precetti della nuova religione. Le storie della nonna paterna permeano lʼinfanzia di Pascal: sono fiabe terribili, come tutte quelle delle società contadine, ma in esse gli animali, in particolare gli uccelli, segnano il destino degli uomini. Un giorno, il bambino Pascal cattura una civetta e vorrebbe cucinarla, ma la nonna gli dice di parlarle e liberarla, in tal modo un domani potrà chiederle aiuto. > Anni più tardi, quando fui nei più grandi pericoli, quel ricordo divenne per me carico di significati . Frequentando la parrocchia, Pascal riceve una prima istruzione e si appassiona allo studio. Si allontana dal villaggio per andare prima in seminario, poi allʼuniversità. Diviene uno studente, ossia si trova ad appartenere alla parte più dinamica e politicizzata della società birmana. Rispetto al regime, autoritario, crudele, bugiardo e corrotto, Pascal non prende ancora posizione. Non cʼè coscienza politica ed anche il dolore per la carcerazione e la morte della sua fidanzata non sembra tradursi in una consapevole scelta di campo. Ma è uno studente e quindi un nemico del regime. Deve fuggire e nascondersi nella giungla. La seconda parte, «Rivoluzione e lotta» narra appunto le vicende di Pascal tra i ribelli, che si sono asserragliati nelle zone di confine tra la Birmania e la Tailandia. Assistiamo, tramite la penna di Pascal, a innumerevoli atrocità; basti pensare che i soldati birmani avanzano nei campi minati, tra lʼaltro da loro stessi, mettendo dinanzi dei poveri civili, bastonati, terrorizzati e affamati, così da farsi aprire il cammino dai loro corpi disgregati dalle esplosioni. Tanto è la crudeltà che persino > gli animali e gli uccelli, che regolarmente bevevano dal fiume, sono scappati, lasciando soltanto gli esseri umani intrappolati in un accesso di pazzia . La terza parte, «Salvataggio», parla di come Pascal sia riuscito a fuggire in Tailandia e ad andare in Inghilterra, dove diventerà un professore di letteratura inglese. La storia ha un lieto fine, ma cʼè una scoperta inquietante. A Cambridge, ad una cena a casa di amici inglesi, viene a sapere che è stato prescelto per essere salvato, in quanto molti anni prima i commensali avevano assistito in un circo allʼesibizione delle «donne giraffa», ossia di donne Paduang dai lunghi colli, adornati da cerchi di metallo; insomma allʼuomo occidentale piace proteggere esemplari di specie rare e in via di estinzione. Ma Pascal ne è consapevole? No, perché come ci dicono le ultime righe, ormai i suoi sogni sono > immagini tutte mescolate, gli elementi sovrapposti. La neve potrebbe cadere sulle giungle, o le palme crescere sulle Alpi. Le visioni sono spesse rese indistinte dalla foschia . È un lungo romanzo, nel quale prevale uno stile narrativo piatto, incapace di trasmettere sensazioni e sentimenti. È come se fosse un cronista che indaga, descrive, dà un resoconto. È vero che i fatti parlano da soli, ma non è la scrittura a coinvolgerci; è la storia stessa della Birmania. Non è un caso che la narrazione catturi il lettore nella seconda parte, quanto il ritmo narrativo si accelera e gli episodi di guerra e di violenza non possono non sconvolgere. Ma anche in questa parte lʼio narrante e protagonista, Pascal, sembra quasi uno spettatore, uno scienziato sociale. Non sarà che lʼautore deve scrivere in una lingua che non è la sua? Oppure la sua apparente estraneità è una corazza psicologica per sopravvivere, per difendersi dalla memoria, da un dolore esistenziale distruttivo? Perché non leggerlo? Conviene leggere il libro solo se si è molto interessati allʼambiente e alla storia della Birmania.

Khoo Thwe PascalHarperCollins
The given day
RecensioneInglese

The given day

Siamo a Boston nel 1919, a conclusione della prima guerra mondiale. I protagonisti del romanzo sono Danny, un poliziotto appartenente ad una famiglia bianca tradizionale, il cui capo famiglia è un importante ufficiale del dipartimento di polizia, e Luther, un uomo di colore, che potrebbe essere un formidabile giocatore di baseball, ma, perché negro, deve rassegnarsi ad umili lavori. Si tratta, quindi, di una società americana molto stratificata, nella quale sono chiari i rapporti tra le classi sociali e tra le diverse etnie. Entrambi i due protagonisti si sentono a disagio in questo contesto sociale così rigido. Danny vive nel quartiere italiano ed è interessato dai sommovimenti sociali ed ideali che caratterizzano gli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale. Dapprima si tratta di una semplice curiosità, ma presto si trova sempre più coinvolto. Viene inviato come spia in gruppi di anarchici e bolscevichi, per scoprire che essi chiedono solo una società più giusta.. Nel frattempo partecipa alle riunioni dei poliziotti che richiedono un salario più equo e condizioni di lavoro meno pesanti. Ne diviene ben presto il leader. A sua volta Luther è costretto a fuggire dalla sua città, dove lascia una moglie e un figlio, perché ha ucciso dei delinquenti. Viene a Boston e lavora presso la famiglia del padre di Danny: viene ricattato da un poliziotto cattivo, lo vuole coinvolgere nella costruzione di prove in grado di incolpare di attività sovversive la comunità negra. Come si può vedere da questa breve sintesi, la storia è particolarmente complessa ed è ricca di colpi di scena, come nei migliori thriller americani. Essa si conclude in modo drammatico con lo sciopero dei poliziotti di Boston del 1919, che lascia la città per due giorni in balia di criminali, piccoli delinquenti e sovversivi. Danny ne uscirà sconfitto, in quanto come capo dei poliziotti in sciopero viene accusato di avere spinto i propri colleghi ad abbandonare il servizio ( in realtà sono stati gli intrighi dei politici a lasciare abbandonata la città). Allʼinizio del romanzo Danny pensa che questo mondo è dominato da persone come suo padre ( gerarchico, autoritario, per quale tutti devono stare al proprio posto) ma ha capito che questo non è un mondo vero e giusto. > - Ti dirò, Luther, è stato un anno terribile-. Luther pensò indietro al suo proprio anno e ciò lo fece ridere, ridere veramente.- Che cosa-, disse Danny, Luther gli diede la mano:- tu ed io insieme- Che cosa pensi di fare, rispose Danny, quando ogni cosa che hai fatto nella tua vita si rivela una maledetta bugia? Costruire una nuova vita. Immagino rispose Luther. Lʼelemento più interessante del libro è che un tema sociale, quale il grande sciopero di Boston del 1919 e la nascita del movimento sindacale americano, venga trattata nella forma del thriller, rendendo avvincente e veloce la narrazione. Come tutti i thriller americani, alla fine si rivela prolisso, ridondante e anche confuso. Molti degli spunti si perdono nella montagna di pagine e lo stile, colloquiale e tipicamente americano, non aiuta la tenuta del ritmo, in quanto più adatto a narrare colpi di scena che ad approfondire i caratteri e le situazioni. Tutto rimane troppo in sospeso. Perché leggerlo? È interessante il contesto per noi europei che non conosciamo la storia americana.

Dennis LehaneHarperCollins
The God of Small Things
RecensioneInglese

The God of Small Things

Il racconto si sviluppa attorno a una famiglia indiana di religione greco-siriana e si svolge in una dimensione, in qualche modo, atemporale. Il punto di partenza e anche di arrivo è la morte di una bambina, Sophie Mol, giunta in India con la madre per conoscere il padre e che annega nel fiume in una gita in barca con i cugini, i gemelli Rahel e Estha. Questo episodio costituisce lo spartiacque tra un ambiente di serenità e la devastazione della famiglia, in particolare la separazione dei due gemelli. Il legame, quasi simbiotico, tra Rahel ed Estha è uno dei temi del libro, in realtà più apparente che effettivo. Infatti tutti i personaggi non sono approfonditi e analizzati ma restano in superficie, talvolta anche in una forma quasi esasperata e caricaturale. I protagonisti del libro sono «le cose», l’ambiente che circonda i personaggi, in particolare il fiume. L’ultimo capitolo del libro è intitolato «il costo di vivere»: l’angoscia e la precarietà che possono essere sostenute solo dall’attaccamento alle piccole cose: > persino più tardi, durante le tredici notti che seguirono questa, istintivamente si attaccarono alle piccole cose. Le grandi cose sempre si celavano all’interno. Essi sapevano che non c’era un luogo per loro dove andare. Non avevano niente. Nessun futuro. Così si attaccavano alle piccole cose . Il fiume, la flora, gli insetti, gli uccelli, una barca, una casa abbandonata sono le piccole cose alle quali attaccarsi e che cambiano forma e colore secondo il proprio umore. In questo senso le piccole cose non rispecchiano l’animo umano, i suoi sentimenti e le sue sensazioni, ma vivono di vita propria in una dimensione che è estranea alla cultura occidentale, perché figlia della disperazione. > Era esasperato perché non sapeva che cosa significasse questo sguardo. Egli lo interpretava come qualche cosa tra l’indifferenza e la disperazione. Non sapeva che in alcuni posti, come il paese da cui proveniva Rahel, vari tipi di disperazione competono per il primato. E che la personale disperazione non poteva essere disperata a sufficienza. Che qualche cosa capitava quando l’inquietudine personale veniva a trovarsi presso l’altare ai bordi della strada della vasta, violenta, crescente, spingente, insana, irrealizzabile, pubblica irrequietudine di una nazione. Che il Grande Dio ululava come un vento caldo, e domandava obbedienza. Allora il Piccolo Dio (intimo e contenuto, privato e limitato) veniva fuori cauterizzato, ridendo in modo intontito della sua temerarietà. Abituato dalla conferma della propria irrilevanza, diveniva flessibile e realmente indifferente . Lo stile e il ritmo narrativo oscillano tra due angoli estremi: un procedere lento, e talvolta confuso, con una scrittura ricca, in certi momenti analoga a quella di Rushdie (senza mai raggiungere il barocco quasi dannunziano di questo autore); accelerazioni e una struttura della frase più concisa (soprattutto nelle conversazioni) quasi a dare l’idea di una fretta della scrittrice di recuperare il tempo speso nelle pagine precedenti. È uno stile voluto? È difficile dirlo ma senza dubbio dà l’impressione di una frammentarietà e di una dispersione, che appesantisce il libro e lo rende meno comprensibile, almeno a una prima lettura. Splendidi sono senza dubbio le descrizioni della natura, soprattutto per l’attenzione alle sue componenti viventi, gli insetti e gli uccelli.

Roy ArundhatiFlamingo Pubs
The Golden Notebook
RecensioneInglese

The Golden Notebook

Siamo a metà degli anniʼ cinquanta in Inghilterra. Anna è una scrittrice, che vive con le royalties di un suo libro di successo, ambientato in Africa durante la seconda guerra mondiale. Divorziata, dopo un breve matrimonio senza amore, è madre di una bimba ed è amica di Molly, anchʼessa divorziata da un uomo ricchissimo e madre di un giovane ventenne. «Libere donne», indipendenti, che si devono far carico dei figli, ma destinate alla solitudine, alla relazione con uomini, che non sanno rispondere alle esigenze femminili: > le emozioni delle donne si conciliano bene con un tipo di società che non esiste più. Le mie profonde emozioni, quelle più vere, riguardano le mie relazioni con gli uomini. Un solo uomo. Ma non vivo quel tipo di vita, e conosco poche donne che lo vivono. Dovrei essere come un uomo, curarmi più del lavoro che della gente; dovrei mettere il mio lavoro davanti a tutto, e prendere gli uomini come vengono, o trovarne uno banale ma benestante per avere un sostegno economico, ma io non lo farò, non posso essere così . Anna non riesce più a scrivere e si rivolge quindi ad una psicoanalista, che le consiglia di tenere un diario. «The golden notebook» è composto da quattro quaderni: nero, riguarda Anna la scrittrice, rosso per la politica ( Anna è iscritta al Partito Comunista Britannico), giallo, per le storie fuori dallʼesperienza reale, e blu che cerca di essere un vero diario. Si apre una spirale nella quale la realtà si confonde con lʼimmaginazione, una sorta di discesa nella profondità della coscienza. Il tutto fluisce inaspettato, perché > le cose che sono importanti nella vita avanzano furtivamente, di sorpresa, uno non se la aspetta, non si dà forma nella mente. Si riconoscono quando appaiono, è così . II libro diviene una sorta di scatola, che quando si apre, > invece di cose splendide, cʼè una massa di frammenti e di pezzi. Non una cosa intera, rotta in frammenti, ma pezzettini da ogni parte, da tutto il mondo.... vedere la massa di frammenti orribili era così doloroso che io non potevo guardare e chiusi la scatola . Ma che cosa cʼè di così terribile nella coscienza? La dissoluzione dei rapporti tra gli uomini, il dolore che contraddistigue, inesorabilmente, le relazioni tra gli individui, il caos in un mondo che va verso la distruzione, e quindi la solitudine nel caos, dalla quale sembra che lʼunico rimedio possibile sia lʼaridità delle emozioni, crearsi una difesa rispetto alla distruzione dei rapporti umani, alla loro riduzione alle sole forze «della proprietà, del denaro e del potere». È una sofferenza esistenziale e cosmica quella di Anna, che non può che portare alla pazzia. Ma alla fine del percorso, Anna capisce che lʼancoraggio per salvarsi è nei rapporti più profondi, quelli dellʼaffetto e della cura. Alla fine di un brano di grande tensione, una semplice frase è lʼalternativa alla morte: «Posso sentire Janet ( la figlia di Anna) salire le scale». Si tratta di un libro molto complesso, anche dal punto di vista filosofico, che può essere letto da tanti punti di vista: lʼesaurirsi nella speranza del futuro, nelle grandi ideologie; la conclusione di un percorso politico e letterario, di affermazione dellʼindipendenza della donna, che era iniziato con i personaggi femminili di Jane Austen e finisce con la profonda solitudine di Anna, che, in un passaggio senza dubbio sconvolgente per quando è stato scritto il libro, afferma di preferire la masturbazione al sesso con uomini incapaci di amare; il tema della psicoanalisi e quindi della scoperta del proprio inconscio, la letteratura come immaginazione ma anche ricerca di sé stessi, come ricordo e nostalgia. Ciò che rende attuale il libro è la riflessione sugli effetti sulla coscienza individuale di un mondo in distruzione, la capacità della scrittrice di cogliere come la mancanza di una speranza più generale abbia un impatto devastante sulle relazioni stesse tra gli uomini: non ci si salva rinchiudendosi in una dimensione familiare nè tuttavia si può fare affidamento a vecchie ideologie. La narrazione è sorretta da un stile elegante e piacevole alla lettura. La struttura su più livelli del racconto avrebbe richiesto una grande capacità di mantenere una costruzione compatta alla narrazione, che si è invece frammentata e dissolta. La stessa ricchezza intellettuale, se fonrisce spesso spunti interessanti di riflessione, non favorisce la frugalità e lʼessenzialità del racconto. Perché non leggerlo? Si reggono alcune pagine, ma la lettura complessiva risulta pesante e prolissa.

Doris LessingHarper Perennial
The Good Earth
RecensioneInglese

The Good Earth

Il libro è la sagra di una famiglia contadina cinese, che da una situazione di estrema povertà diviene estremamente ricca a seguito della scoperta di un tesoro di gioielli, investiti tutti nell’acquisto della terra. Il protagonista è Wang Lung, un povero contadino, che sposa la serva di una grande e potente famiglia. La sposa, O-lan, è una donna brutta, taciturna ma tenace e forte lavoratrice. Costituisce la vera fortuna del contadino, sia per le sue capacità di lavoro che per la sua saggezza e buon senso. Costretti a lasciare la terra a seguito di una grave carestia, la coppia si trasferisce in città, dove vive una vita di stenti. Durante una sommossa, O-lan, forte della sua esperienza di serva, scopre il nascondiglio di un tesoro di gioielli e li dà al marito, tranne due perle, che tiene con sé. Inizia la fortuna di Wang Lang, che tradisce la moglie prendendosi una nuova sposa e relegando la donna a una posizione subalterna. La malattia e la morte di O-lan fanno capire al marito l’importanza della moglie, di cui sente profondamente la mancanza. Il libro si chiude tristemente con la decisione dei figli di vendere la terra, chiudendo un ciclo familiare, che aveva fatto della terra un solido punto di riferimento. Il soggetto del libro è la terra e quindi l’aspirazione di qualsiasi contadino di possedere più terra possibile. Un altro protagonista è O-lan, che rappresenta il ruolo tradizionale della donna, la sua funzione sociale e familiare. Ed è proprio l’esame di questo personaggio, che non esprime mai una vera rivolta contro il marito a dimostrare la visione conservatrice dell’autrice, la sua incapacità a leggere in modo realistico e crudo le vicende della donna nel mondo cinese né ad esprimere un percorso di emancipazione, che eppure era possibile individuare, anche se, probabilmente, con forzature rispetto alla realtà. Nello stesso modo, gli altri personaggi, femminili e maschili, si muovono all’interno dei canoni sociali, ad eccezione di uno dei figli che preferisce la strada della rivoluzione a una tranquilla vita di possidente. Non esiste una aspirazione al cambiamento e tutto viene ricondotto ad un fatalismo «buonista». Le pagine più intense del libro sono quelle iniziali (Wang Lang che va a prendersi la futura sposa presso la potente famiglia) e la descrizione della vita in città, con il contrasto tra il mondo urbano e quello contadino, con l’impatto delle prime rivoluzioni sociali e la presenza degli stranieri. In seguito il racconto diviene compassionevole e sommerso da un pietismo, spesso stucchevole. Se nell’avvio sembra esserci la volontà di fornire un quadro, anche crudo e realistico, della vita cinese della campagna (con assonanze, anche lievi, con Terra di Zola), poi tutto si perde in un approccio giustificativo, che pone l’ambiente cinese sullo sfondo. Il ritmo del libro si mantiene sempre efficace, permettendo una lettura veloce e leggera, la lingua è molto ricca all’inizio, con l’uso di vocaboli propri della vita contadina, per poi rarefarsi in un inglese sempre meno personale e colloquiale. La lingua accentua il percorso verso una narrazione sempre meno pregnante e viva.

S. Pearl BuckJohn Day
The Grand Sophy
RecensioneInglese

The Grand Sophy

Georgette Heyer è stata una delle più popolari scrittrici inglesi del novecento. «The Grand Sophy», tradotto recentemente in italiano, racconta lʼirruzione di una giovane donna, indipendente, audace e volitiva, in una tradizionale famiglia dellʼalta nobiltà inglese dellʼinizio dellʼottocento. Il romanzo si apre con la inaspettata richiesta di Sir Horace alla sorella, la mite Lady Ombersley, di ospitare per alcuni mesi la figlia, la diciasettenne Sophy. Il lettore è subito introdotto al sistema di personaggi e alla situazione da cui si svilupperà la storia: i due figli maggiori, lʼautoritario e intemperante Charles e la «così tipicamente inglese» Cecilia, una figura femminile alla Jane Austen; la rovina economica della famiglia in conseguenza delle perdite al gioco di Lord Ombersley, la provvidenziale eredità ricevuta da Charles, che gli ha dato il ruolo di capo famiglia, creando un clima di soggezione e di reverente timore tra i fratelli e le numerose sorelle. Ci sono poi gli attesi matrimoni. Charles si è impegnato con Miss Wraxton, senza dubbio di elevata moralità e lignaggio, ma detestata dagli Ombersley per lʼevidente intenzione di mettere ordine in una gestione familiare da lei considerata troppo rilassata e permissiva. Cecilia ha accettato la corte di Lord Chalbury, ma si è infatuata di un bel giovane, poeta e squattrinato. Molte sono quindi le preoccupazioni di Lady Ombersley, che dapprima tenta di rifiutare le insistenti richieste del fratello, ma poi accetta di ospitare Sophy, pensando di trovarsi di fronte ad una timida adolescente, desiderosa di essere accolta nellʼaffetto di una casa, dopo che è rimasta orfana ancora bambina ed è stata educata da un uomo, come Sir Horace, sempre in viaggio. Resta, quindi, stupefatta e un poʼ spaventata, quando, insieme con numerosi bagagli, un levriero, una scimmietta ed uno splendido cavallo nero, si presenta una ragazza imponente, non bella ma > costruita con linee generose, longilinea, un gran seno, con un viso intensamente vivace, e una montagna di ricchi capelli castani sotto uno dei più esuberanti cappelli che le sue cugine ( le numerose giovani Ombersley) avessero mai visto . Lʼaspetto rivela il carattere della ragazza: insofferente alle regole, testarda ,capricciosa e generosa ad un tempo, ma soprattutto > Sophy non poteva vedere qualcuno in difficoltà senza immediatamente desiderare di scoprirne la causa e, se possibile, di porne rimedio . Questo atteggiamento non può non portarla in conflitto con Charles, abituato ormai a comandare. La ragazza crea scandalo ( va da sola per Londra con una carrozza da corsa! ), non rispetta le sue direttive, contesta apertamente la sua fidanzata, bigotta ed impicciona. Ma soprattutto Sophy trama per rendere le persone felici, al di là delle prescrizioni e dei costumi della buona società. Ma come succede spesso, alle personalità forti piace incontrare caratteri capaci di contrastarle, ed infatti pian piano Charles si innamora di Sophy. E che la ragazza sin dallʼinizio abbia manovrato per conquistare lo scontroso e difficile cugino? La trama è il punto forte del romanzo: colpi di scena, dialoghi serrati, sottili disegni di Sophy che si realizzano pur contro le avversità, le maldicenze e lʼopposizione di Miss Wraxton, di fatto lʼunico personaggio che cerca miseramente di contrastare la ragazza. Si percepisce il tipico compiacimento autocritico della cultura inglese, che si considera rigida, convenzionale rispetto a quella continentale, immaginata invece come anti conformista e libera. È un luogo comune che si riflette sulla figura troppo schematica di Sophy, sempre uguale a sé stessa e troppo sicura e matura per la sua età, e sul profilo degli altri personaggi, così formali e scontati. Fanno eccezione Cecilia e Charles. La prima esprime tutta la sua indipendenza, in questo frangente non imbeccata dallʼesuberante cugina, nel momento in cui dichiara di non amare Chalbury ma di voler sposare il sognante e bel poeta. Ma sarà poi Sophy a giocare proprio sui valori inglesi della ragazza, attenzione alla forma e alla rispettabilità, per portarla a volere lʼoriginario promesso sposo.Charles é invece la sintesi. È vero che è attento alle regole e ai costumi della società ma cʼè in lui quella forza elisabettiana che è stata alla base dellʼimpero inglese. È in fondo lʼeroe e cʼè da chiedersi se sarà lui a cambiare Sophy, rendendola una nobildonna, quale il suo rango la destina naturalmente. La scena nella quale Charles e Sophy dichiarano il proprio amore è talmente condotta dal primo che fa temere che il futuro di Sophy sia quello di uniformarsi al conformismo che la circonda. Perché leggerlo? La trama è piena di colpi di scena, un poʼ scontata ma divertente.

Georgette HeyerRandom House
The Great Gatsby
RecensioneInglese

The Great Gatsby

Accingendomi a leggere questo romanzo la mente è corsa subito ad un altro grande libro: «Reading Lolita in Tehran» di Nafisi Azar. La scrittrice immagina che il «Grande Gatsby» venga sottoposto a processo; è accusato di essere lʼespressione emblematica della società borghese, di un mondo vacuo e amorale, nel quale ciò che conta è realizzare sé stessi. Nel corso dellʼimmaginario dibattimento si capisce come il tema del romanzo di Fitzgerald sia ben altro: parla del fallimento di un sogno. Scrive Nafisi: > sogni.... sono perfetti, ideali, completi in se stessi. Come puoi imporli ad una realtà costantemente in cambiamento, imperfetta ed incompleta. (...) Gatsby voleva realizzare un sogno ripercorrendo il passato, e alla fine scoprì che il passato era morto, il presente una vergogna e non cʼera futuro. Ciò non era simile alla nostra rivoluzione, che si era imposta in nome del nostro passato collettivo e aveva distrutto le nostre vite nel nome di un sogno? Sono considerazioni che ci porterebbero lontano; è meglio affidarsi al racconto. Nella rampante società newyorchese degli anniʼ 20 compare misteriosamente un giovane: apparentemente ricco, vive in una splendida villa dove offre ricevimenti magnificenti e affollati, la sua conversazione e i suoi modi sono squisiti e formali, tanto che si pensa che abbia studiato ad Oxford. Chi è? Da dove viene? Qualʼè la fonte di tanto denaro? Su di lui si diffondono le voci più disparate, le più fantasiose, tutte intrise di un sospettoso fascino per il suo passato. Solo il giovane Nick, il narratore delle vicende del grande Gatsby, si affeziona allʼuomo, perché > era uno straordinario dono per la speranza, una prontezza per lʼamore, che non avevo mai trovato in nessunʼaltra persona e probabilmente non troverò mai . Alla conoscenza di Gatsby si arriva con calma, durante un party, che per il complesso degli elementi che lo compongono (ritmo narrativo, dialoghi, situazioni, personaggi) ricorda il volume «I Guermantes» del capolavoro di Proust, «Alla ricerca del tempo perduto»; ma quando dʼimprovviso incontriamo Gatsby, allʼistante svanisce la generale mediocrità. > Sorrise con comprensione. (...) Era uno di quei rari sorrisi che hanno la qualità di eterna rassicurazione. (...) Si confrontava, o sembrava farlo, con lʼintero mondo eterno per un istante, e poi si concentrava su di te con una benevolenza irresistibile nei tuoi confronti. Ti capiva come tu volevi essere compreso, credeva in te come tu avresti voluto credere in te stesso. Non è che il vero tema del romanzo sia una grande amicizia, quella tra Nick e Gatsby? Lentamente la storia si dipana. Gatsby ha avuto una relazione dʼamore con Daisy; lʼha lasciata per andare a combattere nella grande guerra, ed anche perché era povero e sapeva di non poter ambire ad una giovane ricca. È tornato dopo cinque anni, deciso a ritrovare il vecchio amore; è convinto di poterla conquistare di nuovo, anche perché ormai ha i soldi per farlo. > Non cʼè quantità di fuoco o di ghiaccio che può sfidare ciò che un uomo ha tenuto nascosto nei misteri del proprio cuore . Le parole di Nick, filtrate dallʼaffetto e dallʼimmaginazione, ci conducono allʼincontro tra Gatsby e Daisy. > Egli sapeva che quando avesse baciato questa ragazza, e per sempre avesse legato le sue incrollabili visioni al respiro caduco di Daisy, lʼ anima non avrebbe mai più vacillato come la mente di Dio. Così aspettò, (...) poi la baciò. Al tocco delle sue labbra ella fremette per lui come un fiore e lʼunione fu completa. (...) Ricordavo qualcosa, un ritmo elusivo, un frammento di bisbigli, che udii da qualche parte tanto tempo fa. Per un momento una frase cercò di prendere forma e le mie labbra si divisero come quelle di un muto, come se in loro non ci fosse più forza di quella di uno spaventato sospiro dʼaria. Ma non fecero nessun suono, e ciò che quasi ricordo era incomunicabile per sempre . Tanto amore romantico non può avere un lieto fine! Daisy è una ragazza superficiale; dopo aver visitato il vasto guardaroba di Gatsby, comincia a piangere a dirotto: > ci sono camicie così splendide, (...) non ne ho mai viste di così belle prima . Gatsby deve pagare > un alto prezzo per aver vissuto troppo a lungo con un singolo sogno . Viene ucciso nel suo giardino: > un nuovo mondo, materiale senza essere reale, dove poveri fantasmi, respirando sogni come aria, si muovevano senza scopo intorno... come quelle bianche, fantastiche figure che scivolavano verso di lui attraverso alberi senza forma . Per comprendere il grande Gatsby bisogna partire dal narratore. Nei suoi «anni più vulnerabili» il giovane Nick ricevette dal padre questo consiglio: > ogni qual volta ti senti di criticare qualcuno, ricordati che non tutti hanno avuto i vantaggi che tu hai avuto . Nick interpretò questa indicazione nel senso di evitare di dare giudizi, di essere solo uno spettatore; ed è invece un giovane passionale, alla ricerca di un ideale; e dunque il grande Gatsby è la personificazione del sogno di un ragazzo, riservato nel carattere, immaginifico nel cuore. Con il grande Gatsby si eleva dalla mediocrità, si impegna fino in fondo in un legame con qualcuno e con qualcosa. Il grande Gatsby è un mito, è il futuro, è ciò che vorremmo essere. Se il grande Gatsby è frutto dellʼimmaginazione di Nick, è giusto che la narrazione non sia una cronaca, ma si appoggi ad una scrittura evanescente, irreale, evocativa. La trama è banale, i dialoghi sono eleganti ma spesso scontati, i personaggi sono stereotipi, funzionali solo a mettere in risalto Gatsby. Ed allora perché tanto fascino? A rapirci nella lettura, a condurci nei misteri del nostro cuore, a farci sognare, sono lo stile narrativo, le parole, la costruzione delle frasi: un capolavoro letterario. Perché leggerlo? Splendido!

Half of a yellow sun
RecensioneInglese

Half of a yellow sun

Il libro è ambientato in Nigeria, negli anni tra il 1960 e il 1970 ed è articolato in due parti: i primi anni ʼ 60 in una Nigeria appena uscita dal dominio inglese, caratterizzata da una apparente tranquillità sociale; i secondi anni ʼ 60 nel Biafra ( nel sud-est della Nigeria), dove lʼetnia Igbo, di prevalente religione cattolica, combatté una guerra infelice per lʼindipendenza dal nord della Nigeria, dominata da altre etnie, di prevalente religione mussulmana. Il racconto è introdotto dallʼarrivo di uno dei protagonisti, Ugwu, nella casa di Odenigbo, un professore di matematica con focose idee rivoluzionarie, anti occidentali ed esaltatrici dellʼidentità africana. Ugwu è ancora ragazzo, ma dimostra una forte ambizione culturale e un elevato attaccamento al proprio padrone. Entrano poi in scena le due sorelle, Olanna e Kainene, figlie di una potente e ricca famiglia, tra di loro molto diverse: la prima bellissima, colta e irrimediabilmente innamorata di Odenigbo, della cui intelligenza e cultura è affascinata, la seconda concreta e imprenditrice, che si innamorerà presto di Richard, un giovane inglese, giunto in Nigeria per scrivere un libro sulla società africana. Il romanzo è costruito sapientemente intorno allʼimpatto di drammatiche vicende ( la guerra, la violenza e la fame) sulle relazioni tra i diversi personaggi e sulla lotta di questi per sopravvivere e per dare un senso di normalità alla propria vita. La prima parte del romanzo inquadra le vicende dei personaggi in una società fortemente stratificata dal punto di vista sociale ed ancora dominata dalla cultura inglese. Le due sorelle, educate a Londra, reagiscono in modo diverso alla corruzione dellʼambiente in cui vivono. Olanna si trasferisce da Odenigbo nellʼambiente universitario, pieno di ideali e di discussioni spesso inconcludenti sul futuro del paese, sulla sua indipendenza dal mondo occidentale. Kainene accetta invece le regole del mondo degli affari e intraprende con cinica spregiudicatezza la carriera imprenditoriale. Tra le due sorelle si produce una grave frattura. Olanna scopre che Odenigbo è andato a letto con una donna, da cui ha avuto una figlia, e per la rabbia ha una breve relazione con Richard. La separazione tra le due sorelle viene poi accompagnata dalla decisione di Olanna, incomprensibile e coraggiosa, di adottare la bambina nata dalla relazione tra il marito e la donna. La seconda parte del romanzo racconta le vicende dei protagonisti in mezzo ad una guerra, che diviene giorno per giorno più crudele e violenta. Pian piano la povertà e la miseria prendono il sopravvento, le strutture familiari si frantumano, viene meno quel minimo di rispetto che dovrebbe caratterizzare i rapporti tra gli esseri umani, tutto, anche il corpo e lʼanima, diventano merce di scambio, pur di salvarsi. Gli stessi protagonisti partecipano ad episodi di estrema violenza: Olanna è coinvolta in un massacro, si salva fortunosamente per scoprire poi nella fuga che una donna porta con sè la testa della propria figlia, Ugwu, costretto ad entrare nellʼesercito, viene coinvolto in uno stupro di massa, Odenigbo crolla psicologicamente dandosi allʼalcool e tradendo la moglie. Kainene e Richard, che sembrano maggiormente difesi dal terrore della guerra, assistono inermi allʼuccisione di uno dei loro servi: il corpo decapitato cammina ancora senza la testa prima di crollare a terra. I protagonisti non vivono, ma è la vita che li trascina e alla fine si ritrovano come > in una stanza illuminata dalle luci delle candele, dove si vedono le cose in ombra, soltanto con mezzi bagliori di luce . È difficile sintetizzare le vicende della seconda parte del libro, in quanto il racconto sembra perdere spesso un filone conduttore, frantumandosi in episodi e in una molteplicità di personaggi. Ciò che, tuttavia, colpisce è la contrapposizione tra la drammaticità degli avvenimenti e la serenità della narrazione. È come se i protagonisti si muovessero in un sogno, in un incubo, dal quale sono sicuri di risvegliarsi ritornando al mondo che si è dissolto con la guerra. La violenza ,che li ha travolti, li porta a rimuovere i drammatici episodi che hanno vissuto e li spinge a perdonare anche le colpe, i tradimenti reciproci, gli abbandoni e le vigliaccherie. «Ci sono cose così imperdonabili che rendono altre cose facilmene perdonabili». Si creano legami che rompono le tradizionali stratificazioni sociali, come la profonda amicizia tra Olanna e Ugwu. Si dissolvono certezze, come quelle di Odenigbo, si creano nuove appartenenze, come quella di Richard per il popolo Igbo, si continua a lottare mettendo al servizio del popolo la propria imprenditorialità, come nel caso di Kainene, che muore proprio per cercare di portare i viveri e le medicine indispensabili per il proprio centro di raccolta di rifugiati. Questa sensazione di provvisorietà, di incredulità emerge non tanto dalla trama e dai dialoghi, quanto dalla scrittura, mai drammatica od enfatica, ma sempre quieta, pacata e distesa. La visione dellʼautore è sempre introspettiva e quindi riflette il modo con il quale i protagonisti guardano e vivono le vicende esterne. Da questo punto di vista, il dramma del Biafra diviene una tragedia universale, che potrebbe essere ambientata dovunque la gente è travolta dalla guerra e dalla violenza: la Bosnia, il Ruanda e oggi il Corno dʼAfrica e il Pakistan. Si riesce ad essere stessi dinanzi alla catastrofe collettiva? La risposta che viene dal romanzo non è affermativa, ma richiama alla forza di ciascun individuo e alle condizioni nelle quali ciascuno si trova a vivere la tragedia. Malgrado la lunghezza, la lettura del libro è molto piacevole sia per la scrittura che la profondità dei sentimenti trattati: non ci sono ricerca psicologica e inseguimento dellʼeffetto,lʼautrice solamente descrive e lascia alle parole, ai personaggi e alle vicende il compito di trasmettere il dramma di tutto un popolo. Emerge, tuttavia, una certa dispersione, che deriva dalla sovrapposizione degli eventi e dei personaggi. Perché leggerlo? Perché racconta un dramma che potrebbe essere ambientato in tutte le parti del mondo: racconta come si può essere travolti dalla violenza.

Harry Potter & the Philosopher's Stone
RecensioneInglese

Harry Potter & the Philosopher's Stone

Harry Potter vive presso gli zii, una prosaica famiglia borghese, la quale odia soprattutto che > si parli di qualcosa che non dovrebbe essere, non importa se sia in un sogno o persino in un cartone animato, (...) potrebbe essere una idea pericolosa . Come nella favola di Cenerentola Harry è trattato malissimo dagli zii, è oggetto degli scherzi stupidi e brutali del cugino, insomma è una vittima perché rimasto orfano di genitori considerati eccentrici e dei quali è meglio non parlare. Iniziano ad arrivare strane lettere: invitano Harry ad un college per streghe e stregoni. Lo zio distrugge la posta, ma essa continua ad arrivare; allora fugge con la famiglia in luoghi irraggiungibili; tutto è inutile, misteriosamente la posta arriva ovunque. Deve accettare che il nipote sia stato ammesso in una scuola dove si insegna «ciò che non dovrebbe essere»; deve persino accompagnarlo al marciapiede «nove e tre quarti», il binario che non cʼè. La prima parte del libro è tutta giocata sul paradosso, tra ciò che è reale e ciò che potrebbe essere, che spesso noi vorremmo che fosse e lo viviamo con la fantasia. È la parte migliore del romanzo. Da quel momento in poi seguiamo Harry nella sua particolare scuola, dove si insegnano le arti magiche, i segreti delle streghe, dove però operano i meccanismi di ogni collegio: le rivalità, le amicizie, la disciplina e come infrangerla, gli insegnanti severi, quelli indulgenti, i simpatici e gli antipatici. Il collegio, un tenebroso castello, nasconde un mistero: un cane a tre teste difende una Pietra Filosofale, il possesso della quale dà lʼimmortalità e fornisce poteri tali da conquistare il mondo. Harry sospetta che un insegnante se ne voglia impossessare per darla a Voldemort, il signore del Male, il cui nome nessuno osa pronunciare, tanta è la paura. Avventure, pericoli, atti di coraggio mettono a dura prova Harry e il suo gruppo di amici; alla fine ci sarà un colpo di scena, con uno scontro diretto tra Harry e Voldemort. Come ha fatto il ragazzo a resistere alla forza del male? > Se cʼè una cosa che Voldemort non può comprendere, è lʼamore. Non capì che lʼamore, potente quale era quello di tua madre per te, avrebbe lasciato il suo proprio segno , ha dato a Harry una protezione per sempre. Ed ancora, > soltanto uno che voleva trovare la Pietra, trovarla, ma non usarla, sarebbe stato capace di prenderla . Lʼautrice mescola abilmente gli elementi magici e quelli avventurosi con un ambiente familiare agli adolescenti, qualʼ è la scuola. Il ritmo narrativo non è così intenso e sorprendente come ci si aspetterebbe, anche perché si è consapevoli che il pericolo è solo apparente e si risolverà sempre per il meglio. Il ruolo salvifico del super mago Dumbledore appiattisce lʼautonomia di Harry, aiutato eccessivamente da forze e da personaggi al di sopra di lui. Il libro non riesce ad essere fino in fondo un romanzo di formazione, in quanto il giovane protagonista non diviene totalmente adulto. Se si confronta «Harry Potter» con, «Lʼ Isola del Tesoro», colpisce la differenza tra Jim ed Harry: il contesto è sempre eccezionale, ma il primo ne esce uomo, il secondo resta un adolescente, subalterno ai grandi. Forse per questo che i ragazzi leggono Harry Potter e non il grande libro di Stevenson? Perché possono illudersi che ci sia qualcuno o qualcosa che li aiuterà sempre nella vita? Il pregio principale del romanzo di Rowling è la scrittura: elegante, chiara, efficace, grammaticalmente perfetta. Il libro potrebbe essere usato tranquillamente per insegnare le forme più difficili della lingua inglese. Perché leggerlo? Un bellissimo inglese

J.K. RowlingBloomsbury
Herzog
RecensioneInglese

Herzog

Che fatica! Si tratta di un libro estremamente noioso e talmente ricco di intellettualismi da far perdere il senso e la direzione della lettura. Herzog, uno studioso del romanticismo, è stato lasciato dalla sua seconda moglie. Entra in una fase di delirio, fisico e psicologico, vaga tra New York e Chicago e immagina di avere una corrispondenza con personaggi della sua vita e con studiosi e letterati. Alla fine si ritira nella sua casa in campagna e cade in un silenzio assoluto: «questa volta non aveva messaggi per nessuno. Niente. Non una singola parola». L’ultima frase del libro racchiude il suo significato profondo: la verbosità che nasconde la perdita di senso. Per 340 pagine (per 13. 600 righe) l’autore porta avanti un racconto totalmente frammentario, senza un ritmo narrativo, ma ricco di aggettivi e di «parentesi». Il post-modernismo sommerge sia il piano filosofico del libro che quello personale: tutto è confuso e non esistono una metafisica e una sicurezza alla quale ancorarsi. Non è il matrimonio, che è fonte di tradimenti e di infelicità (la figura di Madeleine), non sono le relazioni affettive al di fuori del matrimonio (Ramona, che si aspetta comunque una relazione continuativa), non sono le città, ridotte ormai a meri luoghi di appuntamento e di riposo, non è soprattutto la filosofia e la letteratura, che costituiscono spesso un inutile orpello e una pesante sovrastruttura. Forse sono i figli e la famiglia d’origine gli unici legami che contano in un mondo confuso e spezzato nella sua unicità. > Il dramma di questo stadio dell’evoluzione umana sembra essere... l’età di una speciale commedia....forse la vendetta presa dai numeri, dalla specie sui nostri impulsi di narcisismo (ma pure sulla nostra domanda di libertà) è inevitabile. In questo regno di moltitudini, l’auto coscienza tende a rivelarci a noi stessi come mostri . Nella prefazione al libro Malcolm Broadbury sottolinea due importanti aspetti di Herzog. Il libro è stato pubblicato nel 1964 e il suo stile narrativo e la sintassi del periodo aprono un filone letterario che è oggi dominante: il dissolvimento della struttura del romanzo. Molti scrittori moderni (pensiamo allo stesso Paul Auster) sono profondamente influenzati da Saul Bellow. Il romanzo non ha più una sua compiutezza e unicità, ma è un insieme di «zig-zag» che riflettono la frammentarietà e la contraddizione che dominano l’individuo, l’auto-coscienza e la società. Con il romanzo non si cerca di dare una rappresentazione verosimigliante del mondo, ma si persegue, come disse Saul Bellow nel suo discorso a Stoccolma in occasione della consegna del premio Nobel, «una capanna nella quale lo spirito prende riparo». Il secondo aspetto è quello filosofico. Herzog litiga con il pensiero moderno e si muove nel mondo delle idee. Il suo disordine interno è soprattutto dovuto a una angoscia esistenziale che non trova risposta in un mondo dominato dalle metropoli, dalla massa, dalla scienza, dal potere organizzato.

Saul BellowViking Press
The house of sleep
RecensioneInglese

The house of sleep

Il tema del sonno vorrebbe essere il filo conduttore del libro al punto che il romanzo è diviso in parti corrispondenti ai diversi stadi del sonno. In realtà si tratta di un espediente, forse troppo intellettualistico, per raccontare lʼamore tra Robert e Sarah. Siamo in una residenza universitaria. Sarah soffre di un disturbo del sonno, che porta a confondere i sogni con la realtà. Nel loro primo incontro Robert le racconta che ha appena perso un gatto, di cui era molto affezionato. Sarah sogna che Robert avrebbe perso una sorella gemella, Cleo, che in realtà non esiste. Ed è su questo equivoco, che ha origine proprio dal segreto di Sarah, il suo disturbo del sonno, che ha origine il loro rapporto: > nel momento in cui lei se ne va, si guardarono direttamente negli occhi per la prima volta; e qualche cosa capitò allora, si creò qualche connessione, solo per un momento . Il loro rapporto è fatto di confidenze, che > variavano liberamente su sentimenti, amicizia, famiglie e genere, intimità condivise e auto rivelazioni che diventarono sempre più profonde e frequenti come gli oggetti stessi diventavano più grandi e più complessi . Il rapporto tra Robert e Sarah non si può, tuttavia, svilupparsi in una vera relazione tra amanti, in parte perché Sarah è lesbica e in parte per la difficoltà di Robert di tradurre i suoi sentimenti in iniziative amorose. La loro storia resta in un limbo fino a quando la vita di Sarah e quella di Robert si divaricano: ha termine il periodo universitario e nel momento in cui Sarah pone fine ad una relazione con una donna, Robert realizza che non è in grado di cogliere questa opportunità per concretizzare in un rapporto sessuale il suo affetto per lʼamica. A questo punto, la vicenda ( in realtà la narrazione è un continuo salto tra il passato e il presente, che rende complessa la lettura) si sposta nel futuro, quando la residenza universitaria si è trasformata in una clinica per le cure del sonno, guarda caso, diretta dal primo amante di Sarah, un paranoico convinto che la sua missione fosse quella di trovare il modo di non dormire. È questa la parte meno convincente del libro, che sembra scivolare in un thriller, condito di considerazioni superficiali sulle scienze psicologiche e su riferimenti ad analogie tra i sogni, la fantasia e il cinema. Le pagine migliori sono quelle che narrano la vita di Sarah, diventata insegnante, in qualche modo perseguitata dai suoi disturbi del sonno, di cui si è fatta una ragione, e sempre in attesa di Robert, lʼunica persona con la quale sa di essere di sintonia. E solo verso la fine del romanzo, si svela che Robert ha cambiato sesso ( perché ha capito della sua vera natura o per amore di Sarah?) diventando Cleo, medico specializzato in malattie del sonno. E come qualsiasi trhiller tutto si chiarisce e finalmente Cleo può rivelarsi a Sarah. Il merito principale del libro è la scrittura, piacevole, brillante e scorrevole. Il principale difetto è lʼinconcludenza delle vicende e dei personaggi: il tutto resta superficiale, creando una sensazione di divario tra una struttura narrativa tipica del thriller e lʼevidente aspirazione di darci qualche cosa di più. Che cosa? Non si capisce. Perché leggerlo? Le singole pagine si leggono molto bene, la storia complessiva delude.

Jonathan CoePenguin
How to get Filthy Rich in Rising Asia
RecensioneInglese

How to get Filthy Rich in Rising Asia

Il romanzo si presenta nella forma di un manuale. Lʼautore immagina di insegnare come diventare ricchi in Asia, continente in profonda trasformazione. > Perché persisti a leggere i tanto incensati, ma così noiosi, romanzi stranieri... se non per il desiderio di capire quei paesi distanti che, a causa della globalizzazione, influenzano in misura crescente la tua vita? Che cosʼè questo tuo desiderio, nella sua essenza, se non una ricerca di auto apprendimento? . I titoli e la successione dei capitoli rispecchiano i momenti topici di una scalata sociale. Per ciascuno dei quali lʼautore offre le giuste istruzioni: abbandonare la campagna ed andare in città, istruirsi anche sulle spalle dei familiari, evitare di innamorarsi e di perseguire degli ideali, imparare a fare affari da un padrone e poi liberarsene senza scrupoli, essere pronti alla violenza, a venire a patti con la criminalità, a corrompere i burocrati e i militari, ricorrere ai debiti senza paura. > Indebitarsi è un modo per il piccolo per diventare grande, per il grande per essere enorme, una gloriosa astrazione, la promessa del domani oggi, si, una liberazione dal tempo..... indebitarsi è essere immortali . Splendida definizione del capitalismo rampante! Insomma, ci vuole tanto lavoro ma bisogna anche essere spregiudicati, disponibili alla truffa. È pur vero che in ciascuna di queste fasi ci sono alternative. La vita è una continua biforcazione tra ciò che si è diventati e ciò che si poteva essere. Per esempio, si poteva aiutare di più i propri genitori e fratelli rinunziando ad istruirsi, si poteva seguire la ragazza che si è poi amato, vanamente, per tutta la vita, oppure si poteva stare più vicino alla propria moglie e al proprio figlio per non perderli, per non farli diventare estranei. Uno stile lievemente ironico e apparentemente leggero conduce il lettore lungo le peregrinazioni del protagonista, il quale si dirige verso la ricchezza in modo risoluto ma con intima tristezza, come se fosse costretto dal destino, da una forza irresistibile. È lʼAsia, tumultuosa, violenta e ricca di opportunità: o si sta al gioco o si soccombe. > Attraverso le finestre del tuo ufficio vedi la tua città mutare intorno a te, scivolar via qualsiasi vincolo urbanistico e di pianificazione, profonde fondazioni e scheletri di edifici stanno occupando la terra che soltanto pochi anni fa una fotografia aerea avrebbe mostrato spumeggiante di opulenti ville barocche . Come capita spesso, al successo segue la caduta sociale, in questo caso la malattia e il fallimento. Il consiglio è di «focalizzarsi sui fondamentali»: ridurre le spese, rendersi visibili il meno possibile, accettare la sconfitta. E così fa il nostro protagonista e noi ci aspetteremo un declino sino alla morte, in totale solitudine. Così non avviene, perché il nostro autore offre una strategia dʼuscita, insperata benché inverosimile. Il nostro protagonista incontra la ragazza amata da giovane, la quale a sua volta ha raggiunto il successo per ritrovarsi tristemente sola. Lʼamore tanto vagheggiato diviene realtà nella vecchiaia ed entrambi capiscono che la vera felicità sta nel darsi allʼaltro, nel desiderare che lʼaltro «non sia solo». Ma allora il tutto si riduce ad una favola? Dʼaltra parte, > noi tutti siamo in fuga dalla nostra infanzia. E così ci rivolgiamo, tra le altre cose, alle storie. Scrivere una storia, leggere una storia, è come fuggire dal nostro stato di fuggitivi...cʼera un momento quando ogni cosa era possibile. E ci sarà un momento quando niente è possibile. Ma in mezzo noi possiamo creare . Il romanzo è un affresco di una delle possibili vite. Ne potremo pensare altre e, quindi, è giusto che lʼautore ci offra un lieto e tenero fine. Perché non è possibile immaginarlo? Se si legge il libro in inglese, emerge la peculiarità della scrittura, ricca di vocaboli inusuali, ma non di neologismi, e caratterizzata da una struttura sintattica complessa, talvolta difficile da seguire. Mohsin è senza dubbio uno scrittore raffinato, con una propria impronta stilistica. Dovrebbe, tuttavia, riportarla ad una maggiore sobrietà. Anche lui è dinanzi ad una biforcazione. Perché leggerlo? È molto piacevole.

Hamid MohsinPenguin Books
The invention of solitude
RecensioneInglese

The invention of solitude

Si tratta di un libro sulla memoria, che è come > un posto, una sequenza di colonne, di cornici, portici. Il corpo all’interno della mente, andare da un posto all’altro, e il rumore dei nostri passi quando camminiamo, movendoci da un posto al prossimo . L’occasione per parlare della memoria è costituita dalla morte del padre dello scrittore (la prima parte del libro): un uomo che è vissuto sempre in modo solitario, non fisicamente ma perché in qualche modo separato da quanto succedeva intorno a lui. Lo scrittore ricorda la vita del padre, alcuni episodi e risale indietro sino a richiamare l’uccisione del nonno da parte della madre del padre. Ed emerge come il ricordo sia un insieme di frammenti e di immagini che si cerca di conservare: «l’aneddoto come forma di conoscenza». Può lo scrivere su una persona cara riportarla alla memoria e permettere di conoscerla meglio e di conoscersi meglio? Il libro è anche la ricerca di un padre che non si è conosciuto sino in fondo, il racconto di una profonda nostalgia ma anche di una scoperta. > La rampante, totalmente mistificante forza della contraddizione. Capisco adesso che ogni fatto è annullato da un altro fatto, che ciascun pensiero si porta un altro e opposto pensiero. Impossibile dire qualche cosa senza riserve . Come tutti i libri di Auster è scritto in un inglese elegante e chiaro, in un contesto paradossale, che contribuisce a scavare i sentimenti e gli stati d’animo, muovendosi al confine con la filosofia.

Paul AusterFaber & Faber
Invisible Man
RecensioneInglese

Invisible Man

> Tutta la mia vita ho cercato qualche cosa, e dovunque mi volsi qualcuno cercò di dirmi che cosʼera. Ci volle molto tempo e grandi e dolorose delusioni delle mie aspettative per capire... che io sono nessuno se non me stesso! Ma prima dovetti scoprire che io sono un uomo invisibile! . Il protagonista è un giovane di colore del Sud degli Stati Uniti. Intelligente e brillante vince una borsa di studio per un college, finanziato da filantropi della buona borghesia bianca e dove vengono educati i futuri dirigenti della classe nera. I riferimenti sono, quindi, i valori dei bianchi e di una gerarchia sociale, che vede i negri sempre in una posizione subalterna.Il protagonista desidera integrarsi anche se porta con sé le ultime parole, ancora per lui incomprensibili ma profetiche, di suo nonno in punto di morte: «vivi con la tua testa nella bocca del leone». Un giorno, facendo da autista ad un ricco donatore del college, il protagonista si perde nei sobborghi della città e coinvolge, suo malgrado, il potente ospite in una serie di incontri, che rivelano lʼipocrisia di una pace sociale tra bianchi e negri che non può esserci fin quando domineranno la miseria e la segregazione. Nelle pagine migliori del romanzo, per ritmo e ironia, il ricco donatore bianco si trova prima ad incontrarsi con un uomo di colore che ha stuprato la figlia e poi con strani personaggi in un bordello. Ed ecco unʼaltra profezia, che dovrebbe scuotere il giovane protagonista: un vecchio negro, parlando con il ricco bianco, svela al giovane che egli è ciò che vogliono i bianchi: > tu vedi che ha gli occhi, le orecchie ed un ampio naso africano, ma non capisce i semplici fatti della vita. Già ha imparato a reprimere non solo le sue emozioni, ma anche la sua umanità. È invisibile, la personificazione vivente del Negativo, la più perfetta realizzazione dei tuoi sogni, signore. Lʼuomo meccanico! . Lʼincidente provoca lʼespulsione del giovane dal college ed egli si trasferisce a Nord, ad Harlem. Egli trova lavoro presso una fabbrica di vernici e qui deve verificare personalmente le profonde divisioni allʼinterno della società negra, tra i piccoli capi reparto che esercitano con astio la propria autorità e un sindacato, che vede il giovane del Sud come un crumiro che contribuisce a ridurre i salari della classe lavoratrice del Nord. A seguito di un incidente sul lavoro, il giovane viene licenziato e trova ospitalità presso una donna di colore. La narrazione delle vicende della fabbrica e la scoperta di Harlem sono anchʼesse pagine molto belle, di grande efficacia. Il protagonista è un grande oratore e vagando per Harlem si fa conoscere da un gruppo politico, la Fratellanza, che lo inquadra nellʼ organizzazione per valorizzarne le capacità. Sembrerebbe che il giovane abbia trovato un punto di riferimento. Ma è ancora ciò che gli altri, in questo caso il partito, vogliono che sia. I primi segni di contraddizione tra la sua personalità e le regole dellʼorganizzazione emergono nelle critiche che riceve dal comitato direttivo della Fratellanza per i suoi discorsi, che peraltro hanno un grandissimo successo: sono troppo poco scientifici, troppo caldi e coinvolgenti, non si attengono alle prescrizioni del partito, rischiano di sollevare la folla. Il contrasto esplode quando lʼuccisione da parte di un poliziotto di un ex militante della Fratellanza scatena la rivolta del popolo negro di Harlem. Anzi al funerale della vittima, il protagonista fa uno splendido discorso che viene profondamente criticato dal comitato direttivo. La rivolta degenera in violenze, saccheggi e scontri: il giovane si rifugia in un anfratto della città e qui capisce come la Fratellanza abbia volutamente favorito la rivolta per dimostrare che è possibile solo un approccio «scientifico» e di fatto compromissorio con i bianchi. Il protagonista capisce che è stato strumentalizzato dal partito e che, ancora una volta di più, «ero stato semplicemente un materiale, una naturale risorsa da usare». Con unʼ eccezione rispetto al passato: > io adesso riconoscevo la mia invisibilità. Io credevo nel lavoro duro, nel progresso e nellʼazione, ma adesso, dopo essere stato per la società e poi contro di essa, io non assegno più a me se stesso un ruolo o un limite e tale atteggiamento è fortemente contro il trend dei tempi. Ma il mio mondo è divenuto uno delle infinite possibilità. Parlo per te? . Il libro è uno dei classici della letteratura americana. È inserito nel suo contesto storico, lʼemancipazione del popolo negro, con riferimenti che sono chiaramente quelli della cultura afro-americana: il romanzo può essere letto come una estensione letteraria del blues, tantʼè vero che è contraddistinto da molti passaggi poetici, di chiara impronta musicale. Il tema dellʼinvisibilità è tuttavia un argomento universale: chi di noi è veramente visibile a quelli che ci guardano? Il libro è molto bello ed affascinante nella prima parte, sino alle vicende della Fratellanza: la capacità dello scrittore di descrivere i diversi episodi e personaggi, passando da uno stile «colto» ad un tipico linguaggio afro-americano, dà luogo a piccoli capolavori, che riportano a futuri autori, quali Fante e Morrison. La seconda parte è prolissa, troppo condizionata dalle problematiche politiche (la critica al partito) e quindi anche lenta, ripetitiva e filosofeggiante. Perché leggerlo? Due sono i motivi: il tema dellʼinvisibilità come dato esistenziale dellʼuomo moderno e lo stile letterario: un inglese classico ma ad un tempo radicato nel suo contesto specifico, quello della società afro-americana.

Ralph EllisonPenguin
Jane Eyre
RecensioneInglese

Jane Eyre

Il libro è il percorso affettivo ed esistenziale di una giovane ragazza, Jane. Orfana, vive prima presso la zia, che successivamente la manda in una scuola triste e severa, dove la bambina supera l’adolescenza per diventare una giovane insegnante. Di sua iniziativa trova un lavoro come governante di una bambina presso un ricco possidente. Si tratta di un personaggio inquieto, sempre in viaggio, egocentrico ed eccentrico. Jane è diventata nel frattempo una ragazza non bella, piccola e apparentemente fragile, ma dal carattere molto forte. Nasce unʼattrazione reciproca tra Jane e il ricco possidente, che chiede la mano della ragazza. Al momento del matrimonio si scopre, tuttavia, che l’uomo è già sposato con una pazza. Jane, a quel punto, rifiuta qualsiasi compromesso e fugge senza un soldo in campagna. Viene ospitata presso la casa di un pastore e delle sue due sorelle diventando maestra in una scuola per poveri. Il pastore, ammirato dalla volontà e dalle capacità di Jane, le chiede di diventare sua sposa e di andare con lui in missione. Jane capisce che non è vero amore e decide di abbandonare la casa e di ritornare presso la casa del ricco possidente per scoprire cosa è successo. La storia finisce bene, in quanto è morta la moglie del ricco possidente e quindi i due si possono sposare e vivere felici e contenti. L’altro tema che emerge è la critica agli uomini apparentemente devoti e pii, ma in realtà ipocriti e cattivi. E poi sullo sfondo la natura, ricca di suggestioni e il mondo delle suggestioni e dei fantasmi: la paura della bambina, il senso dell’ignoto, la voce che chiama al destino. La scrittrice è molto brava nelle descrizioni e nell’esame psicologico dei personaggi, ma la lunghezza dei dialoghi e la loro banalità rendono pesante e noiosa la lettura.

Charlotte BronteSmith Elder and Co
Little women e Good Wives (piccole donne e piccole donne crescono)
RecensioneInglese

Little women e Good Wives (piccole donne e piccole donne crescono)

> Quattro piccole ceste tutte in fila/Velate dalla polvere, e consumate dal tempo, /Quattro donne, che hanno imparato da cicatrici e dolori,/ Ad amare e resistere nel fiore degli anni. Questi versi di Jo sintetizzano il senso dell'intero romanzo, che racconta il passaggio dall'adolescenza all'età adulta, e ci dice anche come ogni donna abbia un unico destino: divenire una «buona sposa». Le «quattro piccole ceste tutte in fila» sono quattro sorelle, che conosciamo sin dalle prime pagine di «Piccole donne»: Mag è la maggiore, > con la pelle chiara e grandi occhi, con folti e soffici capelli castani, una dolce espressione, e bianche mani, di cui era particolarmente orgogliosa, (...) Jo era alta, magra, olivastra di carnagione, e somigliava a un puledro poiché pareva non saper mai cosa fare delle sue lunghe gambe, (...) occhi grigi, attenti, che vedevano ogni cosa, ed erano di volta in volta fieri, divertiti, o pensosi; (...) Beth, una rosea ragazza di tredici anni, (...) di maniere schive, una voce timida, e un' espressione tranquilla. (...) Amy, benché fosse la più giovane, era la persona più importante, almeno secondo lei. (...) Occhi azzurri, capelli biondi, (...) pallida e snella, si comportava sempre come una signorina di buone maniere. Vivono in una casa modesta, pervasa da > una piacevole atmosfera di pace , governata da una madre > non elegantemente vestita, ma donna di nobile portamento, e le ragazze pensavano che il soprabito grigio e il cappellino non alla moda vestissero la più splendida madre del mondo. C'è l' aria da piccole cose di Guido Gozzano, ma senza la lieve ironia del poeta; il tutto è pervaso da un moralismo pedagogico, fatto di saldi valori e buoni costumi. Il padre, un uomo religioso e dedito all'insegnamento, è andato volontario in guerra (il romanzo è ambientato durante la guerra di secessione americana); la presenza paterna si palesa nelle lettere alla famiglia, un decalogo di buoni propositi. Le ragazze crescono giudiziose e laboriose, consapevoli delle difficoltà economiche della famiglia, convinte di quanto dice la madre e cioè che essere poveri non è una colpa, anzi può essere una virtù. Accontentarsi pare essere il motto del vivere, d'altra parte la sorellanza pare sufficiente ad arricchire e movimentare la vita, tanto più se vivacizzata da Laurie, un ragazzo irrequieto, accolto come un fratello dalle ragazze. Chi è cresciuto in una famiglia numerosa si ritrova perfettamente nel racconto, così come in «Piccole Donne» si sono probabilmente rispecchiate ancora le adolescenti degli anni '50 del Novecento, prima dell'esplosione dei consumi. Come scrive Gozzano, > Carlotta canta. Speranza suona. Dolce e Fiorita,/ si schiude alla romanza di mille promesse la vita (da «L'amica di Buona Speranza» scelta da «Poesia italiana del Novecento» a cura di Eduardo Sanguineti). In uno degli episodi più belli di «Piccole Donne», le quattro sorelle fanno un picnic con Laurie: sono cinque adolescenti che costruiscono dei «castelli in aria», di cui hanno le chiavi, ma non sanno se potranno aprire la porta, come dice Jo. Meg > vorrebbe una bella casa, (...) Io devo essere la padrona, e gestirla come mi piace. Jo > vuole scrivere libri, e divenire ricca e famosa: questo mi piacerebbe, questo è il mio sogno più caro. Il mio è stare a casa serena con il papà e la mamma, e prendere cura della famiglia, disse Beth felice.  Amy > ha così tanti desideri, ma il principale è di essere un'artista, e andare a Roma, (...) ed essere la migliore artista del mondo. Alla fine di «Piccole Donne Crescono», le ragazze si chiedono cosa si sia realizzato di questi sogni. Come in «Nessuno torna indietro» di Alba De Cèspedes (si veda la recensione in questo sito), la vita è stata ben diversa dal castello in aria. Meg ha una piccola casa, un marito devoto ma povero, due cari bambini; ha conosciuto le fatiche e le privazioni di una casalinga. > Il mio castello è ben diverso da quello che avevo pensato , dice Amy, che ha dovuto abbandonare le aspirazioni da grande artista, ma il matrimonio con Laurie la resa > più dolce, profonda, e più tenera, mentre Laurie è cresciuto più serio, forte e determinato, ed entrambi hanno imparato che la bellezza, la gioventù, la ricchezza, persino l'amore stesso, non possono allontanare dalla maggior parte dell'esistenza gli impegni e le pene, il lutto e la sofferenza.  Come dice Ungaretti la vita > scorre sempre come sempre il vivere, /Dono e pena inattesi/Nel turbinio continuo/Dei vani mutamenti (da > Ultimi cori per la Terra Promessa). Jo è quella che ha avuto le delusioni più gravi, non dal destino, ma a causa delle sue stesse scelte: ha rifiutato la mano di Laurie, semplicemente perché non lo amava, lo considerava solo un fratello; ha smesso di scrivere romanzetti d'avventura, che le davano da vivere ma che erano indegni dei suoi valori morali e della buona letteratura; è tornata a casa dei genitori ad assistere l'agonia di Beth, di cui, dopo la morte, ha ereditato il ruolo di angelo del focolare > , futura zitella e solo zia. Quando un giorno, complici la pioggia e un ombrello, scopre l'amore per un professore tedesco, ben più vecchio di lei, ma saggio ed eccentrico come il padre. Con lui aprirà una scuola per ragazzi, casa di accoglienza per bambini poveri,  dove portare avanti pedagogie innovative. Agli elogi della madre per un così coraggioso progetto di crescita di ragazzi, Jo risponde gridando, > con quegli slanci impetuosi che mai poteva controllare, (...) Nemmeno metà è buono come il tuo, madre. Qui siamo, e mai possiamo ringraziarti a sufficienza per la tua paziente semina e per il raccolto che hai fatto. Il libro è un romanzo autobiografico. Jo è senza dubbio la scrittrice così come il personaggio del padre rispecchia il padre stesso di Alcott, che perseguì per tutta la vita metodi educativi inusuali, avviando scuole sempre destinate a fallire. Apparentemente le protagoniste sono le quattro sorelle, le cui storie sono la trama dei due romanzi: una saga familiare, che continuerà con Piccoli Uomini" e «I ragazzi di Jo». La vera protagonista è tuttavia la madre, concreta, affettuosa, di solidi principi morali e pronta a dare i giusti consigli: suggerimenti rivolti a far accettare alle figlie la realtà della vita, che siano i rapporti coniugali per Meg che le esuberanze di Jo. E' lei a dire a quest'ultima che Laurie non è l'uomo giusto, perché, come Jo, è irrequieto e imprevedibile. Il bello è che questa sarà l'argomentazione di Jo per giustificare il suo mancato assenso al matrimonio! A differenza delle ragazze di Jane Austen, indipendenti e volitive (si veda le recensioni dei libri della scrittrice inglese in questo sito) le «Piccole Donne» non si ribellano, accettano stancamente il destino di «buone spose». Non sono loro che interessano ad Alcott: è la società americana ed europea; la prima che si sta allontanando dalle virtù puritane, travolta dalle trasformazioni capitalistiche del secondo Ottocento, la seconda, quella europea, vacua ed evanescente, non certo un paradigma per le giovane americane. Le storie delle «Piccole donne», così vicine alla nostra sensibilità e soprattutto a quelle delle ragazze, servono a consolidare e diffondere un moralismo protestante (questo sì così distante dal cattolicesimo), un'etica intrisa di idealità sociali, di frugalità di costumi, filantropica, ma sempre conservatrice. Di là della trama, molto articolata e ben condotta, il pregio fondamentale dei due romanzi è la scrittura. Non ci riferiamo tanto all'analisi dei sentimenti (siamo ben distanti da Jane Austen!), il mondo femminile è stereotipato, ovvio nelle sue dinamiche (forse da qui il successo, perché le ragazze di ogni parte del mondo si possono ritrovare nelle > Piccole Donne). Il fascino di Alcott nasce dalla ricchezza lessicale, di forte impronta americana, tanto che molti vocaboli sono difficili da trovare in un dizionario standard. Se in Henry James, vissuto come Alcott nella seconda metà dell'Ottocento, lo stile è ancora profondamente inglese, nelle parole come nella scrittura grammaticale (si veda in questo sito Selected Short Stories" una raccolta di racconti ben rappresentativa della produzione letteraria di questo scrittore), la forte e orgogliosa impronta americana di Alcott la spinge a recuperare modi di dire, costruzioni sintattiche, vocaboli, a volte arcaici (si pensi all'uso di blest invece di blessed), a volte attingendo al linguaggio comune del nuova Nazione trionfante. Siamo dinanzi ad un capolavoro linguistico che non poteva non lasciare il segno nell'evoluzione della letteratura degli Stati Uniti, favorito dal successo popolare dei romanzi. Perché leggerlo? Bella la lingua, affascinanti alcuni passaggi, ma è prolisso e alla fine melodrammatico.

May Louisa AlcottGood Press
The Long Good-bye
RecensioneInglese

The Long Good-bye

Il contesto è quello tipico del «giallo americano»: personaggi (Terry e Sylvia Lennox, Roger e Eileen Wade) apparentemente estranei ma con storie intrecciate, il potere invisibile e sovrastante, la criminalità organizzata, la polizia corrotta, alcool in abbondanza; ed ancora > una città non peggiore di altre, una città ricca e vitale e piena di orgoglio, una città persa e sconfitta e vuota . La trama si dipana secondo uno schema convenzionale. Terry Lennox viene accusato dellʼomicidio della moglie, fugge in Messico dove si uccide confessando il delitto. Il caso è chiuso. Philip Marlowe, un detective privato, viene accusato di aver favorito la fuga di Lennox. Rilasciato, continua ad indagare perché è convinto che lʼuomo sia innocente e non si sia affatto ucciso. Diversi personaggi lo invitano ad abbandonare la ricerca: boss criminali, il potente padre di Sylvia e la polizia stessa. Marlowe assume lʼincarico di proteggere un noto scrittore, Roger Wade, alcolizzato e violento. Veniamo a sapere che Eileen è la vedova, almeno lei crede, di Terry Lennox, il quale ha combattuto sotto altro nome in Inghilterra, dove sarebbe stato dato per deceduto. La storia si sbroglia: il passato di Terry è ben diverso da quello che appariva. In un susseguirsi di colpi di scena Roger viene assassinato da Eileen, la quale poi si uccide. E Marlowe? È presente nel momento dellʼomicidio di Roger, ma è distratto dal rumore di una barca; intuisce che Eileen potrebbe commettere un gesto insano; ma non interviene. «It just kind of grew up around me», una frase letteralmente intraducibile; potrebbe essere interpretata nel senso che tutto avviene intorno a lui senza che lui lo voglia: una visione rassegnata di un destino contro il quale è inutile lottare. Dʼ altra parte è così per tutti: > venti ore al giorno qualcuno sta correndo, qualcunʼaltro sta cercando di prenderlo. Là fuori nella notte la gente sta morendo di un migliaio di crimini. (...) La gente è picchiata, derubata, strangolata, violentata, e uccisa. La gente è affamata, malata, annoiata, disperata perché sola o piena di rimorso e di paura, arrabbiata, crudele, eccitata e scossa dalla disperazione . Il romanzo si conclude con una sorpresa, che purtroppo va detta perché in caso contrario non si renderebbe il senso dellʼintero libro. Prima di farlo bisogna parlare di Philip Marlowe; la sua figura, infatti, rende il racconto qualcosa di ben diverso da un «giallo» tradizionale. > Sarei potuto essere persino un uomo ricco (pensa Marlowe), un ricco di provincia, una casa di otto stanze, due auto nel garage, pollo ogni domenica, (...) ed io con un cervello come un sacco di cemento. È per te amico, io prenderò la grande, sordida, sporca, disonesta città . Non è per fare lʼeroe; Marlowe è profondamente pessimista, quasi cinico. > Così sono gli esseri umani. (...) Che cosa ti aspetti, farfalle dʼoro svolazzanti su un cespuglio di rose? Eppure questʼuomo, apparentemente disilluso, incontra un altro uomo, Terry Lennox, e, chi sa perché?, lo aiuta, testardamente cerca di dimostrarne lʼinnocenza. > Pensavo di essere un duro, ma cʼera qualcosa in quellʼuomo che mi conquistò. Non sapevo che cosa fosse, a meno che fossero i capelli bianchi e la faccia sfregiata e la voce pulita e la gentilezza . «Quanto ingenuo può essere un uomo, Marlowe?» gli dice un poliziotto. Ed infatti, alla fine del romanzo, Marlowe scopre di essere stato ingannato. Terry Lennox è vivo, ha voluto soltanto scomparire. Ed allora il cinico e generoso detective ammette che un tempo Terry valeva qualcosa per lui, oggi neanche un arrivederci. > Non ti sto giudicando. Non lo feci mai. È soltanto che tu non sei più qui. Da tempo te ne sei andato. Hai bei vestiti e profumi e sei elegante come una puttana da cinquanta dollari . Erede del grande Dashiell Hammett, forse il più grande giallista di tutti i tempi, come dice Jeffery Deaver, Chandler ha portato il romanzo criminale verso nuove frontiere, aprendolo al grande racconto: e ciò è merito della figura di Marlowe, ma anche di una particolare scrittura, elegante e difficile, fatta di neologismi, di nuove costruzioni sintattiche, e soprattutto orientata a creare un clima di sospensione, di estraniamento rispetto alla narrazione. Il romanzo è troppo lungo, eccessivamente tortuoso, con dialoghi serrati e spesso ridondanti. Non è quindi perfetto, è faticoso, si percepisce lʼinsoddisfazione di Chandler di non riuscire pienamente a investigare > i reali nemici: le aspettative, il tradimento, il desiderio per il potere e la ricchezza (Deaver). Perché leggerlo? È una lettura faticosa ma vale la pena se si vuole approfondire lʼanimo umano.

Chandler RaymondPenguin Books
Lost Children Archive
RecensioneInglese

Lost Children Archive

Ci sono libri che sovrastano il povero lettore per la complessità narrativa e stilistica; ci si sente inadeguati e si vaga tra le pagine, affascinati e spaventati, senza trovare il bandolo della matassa. E poi si scopre, o si crede di scoprire, il percorso seguito dalla talentuosa Valeria Luiselli, scrittrice messicana in lingua inglese. Come fare in modo che le voci del mondo non diventino solo echi di rumori di sotto fondo? > Il ricordo/giorno per giorno scompare/il cuore è sempre più sordo/ai miseri casi lontani (Carlo Vallini «Da un giorno»). La risposta l'autrice pare trovarla nei bambini: nelle storie di quelli perduti e nelle vicende di quelli che coraggiosamente ripercorrono l'esperienza della scomparsa. Se nella Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso sono i cavalieri che vanno alla ricerca del santo sepolcro, della verità e della luce, (vedi recensione in questo sito) qui sono i bambini, come gli «Eagle Warriors»(bambini guerrieri dei nativi americani), che si inoltrano in un tunnel, timorosi ma determinati. > I bambini giocavano in questo tunnel, trattenevano il respiro come il treno correva verso l'oscurità, si permettevano di respirare di nuovo solo quando il vagone aveva attraversato la volta dell'entrata ritornando nella luce, e la valle si apriva di nuovo, come un fiore terrificante e accecante, sotto i loro occhi . Nella prima parte una giornalista è l'io narratore: madre di una bambina di quattro anni, ha sposato un ricercatore specializzato nella raccolta e archiviazione dei suoni della città; è a sua volta padre di un ragazzino di 10 anni. E' un matrimonio in crisi: l'amore si è raffreddato e soprattutto sono emersi i differenti interessi dei due partner, l'uomo un sognatore, sempre distante nei suoi pensieri, lei invece concreta, attenta alla cura dei figli e a ciò che succede nella società. Il marito decide di intraprendere un viaggio verso il Sud degli Stati Uniti, alla ricerca delle testimonianze degli Apache; la scelta è accettata con fatica dalla giornalista, la quale alla fine la condivide perché vorrebbe raccogliere notizie e testimonianze sui «bambini perduti»: entrati clandestini e rinchiusi in centri di detenzione in attesa di rimpatrio, di questi bambini si perdono le tracce. Costretti nell'abitacolo di un'auto, i quattro percorrono insieme i tanti chilometri tra New York e il Sud, > guardando fuori dai finestrini un paesaggio ferito da decenni o forse secoli di sistematiche aggressioni agricole: terreni sezionati in griglie quadrangolari, vittime di stupri di gruppo da parte di pesanti macchinari, ingrassati con semi modificati e intrisi di pesticidi, (...) terreni ingabbiati dentro cerchi di verdi strisce di coltivazioni, simili all'inferno Dantesco;(...) e terreni trasformati in non terreni, sotto il peso del cemento, di pannelli solari, di serbatoi, di enormi pale eoliche... Dapprima i figli sono spettatori inermi dello sgretolamento del matrimonio e di quanto succede intorno, poi, lentamente, > il nostro mondo razionale, lineare ed organizzato si dissolve nel caos delle parole dei nostri bambini,...) i loro pensieri stanno riempiendo il nostro mondo...(...) Capisco adesso, forse troppo tardi, che i giochi ripetitivi dei miei bambini nei sedili posteriori erano forse l'unico modo per realmente narrare la storia dei bambini perduti . Il punto di svolta viene dalla vista dei piccoli immigrati che salgono, tutti in fila tristemente, sull'aereo che li riporterà nel paese di provenienza. Il figlio più grande, intriso della passione civile della madre e suggestionato dalla rievocazione del padre del Canyon degli Echi, dove le voci degli ultimi apache si dispersero, decise di andare alla ricerca dei bambini perduti. Parte, sacco in spalla, insieme con la sorellina.  A questo punto mutano la struttura narrativa e la scrittura. Il ragazzo diviene il narratore di questa avventura mentre si sviluppa in terza persona il racconto di sette bambini alla ricerca delle proprie famiglie: sono «L'Elegie dei Bambini Perduti»: una serie di frammenti che elevano a canto una delle tragedie del nostro tempo e ricordano il poema di David Grossman per intensità e forza evocativa («Caduto fuori dal tempo: storie a più voci» recensito in questo sito). Se nella prima parte lo stile è lineare, quasi saggistico, esso diviene sempre più lirico, affidandosi alle parole più che alla sintassi, dando forza ad un ritmo così incalzante e prepotente da lasciare senza difese la coscienza del lettore. Le due storie si ricongiungono nel deserto, in un ricovero di fortuna, e i bambini, ora insieme, possono raccontarsi le loro avventure: i bambini «perduti» possono lasciare una testimonianza di sé stessi. Fortunosamente i due fuggitivi riescono a trovare il Canyon degli Echi e gridando i loro nomi vengono sentiti dai genitori. I nostri ragazzi si salvano, mentre i piccoli immigrati scompaiono nel deserto, e solo gli scheletrini parleranno del loro destino, un domani. Il lieto fine conferma come pure il coraggio dei bambini sia inutile. Dopo aver fotografato i sette piccoli immigrati, > li stavo guardando, concentrato fortemente, quando tu venisti su d'improvviso con una intuizione, che era vera e intelligente ma pure terrificante. Dicesti: guarda, tutti in questa foto stanno scomparendo . Ed allora gli echi sono solo incomprensibili parole, solo rumori, > così strani che non sapevo se erano nella mia mente o nell'aria, (...) e mi chiesi se stessimo ascoltando il rumore di tutti i morti nel deserto, di tutte le ossa sparse lì . «Il mondo è rotto» sintetizza l'autrice. > Nessuno è capace di catturare ciò che sta accadendo e dire il perché. Forse è soltanto che noi percepiamo l'assenza di futuro, poiché il presente è divenuto troppo oppressivo, così il futuro è diventato inimmaginabile. E senza futuro, il tempo è percepito solo come una accumulazione. Un accumulazione di mesi, giorni, disastri naturali, serie televisive, attacchi terroristici, divorzi, emigrazioni di massa, nascite, fotografie, sorgere del sole . Non ci resta che > registrare il rumore del vento, (...) cercando di catturare la loro passata presenza, farla udibile, a dispetto della loro assenza nell'oggi, archiviando qualsiasi eco che ancora riverbera di essi. (...) Echi dell'eco: mem, mem, mem, mem, wa, wa, wa...cow, horse...bzzzzz, bee buzzing...«Come dice il poeta,»e immagina lo sterminato numero/ di perturbate permutazioni aperte (come un paroliere/ sconfinato, in un instabile/ caleidoscopio scarabeico), che dunque ci moltiplica«(Edoardo Sanguineti da»Senza titolo Glosse 15 > ). E' impossibile esprimere la bellezza caleidoscopica della scrittura di Luiselli: la ricchezza del vocabolario, lo stile cangiante, da quello tradizionale al periodare senza punti, la ricerca continua e innovativa, l'intenso coinvolgimento della lingua con l'oggetto narrato, mai affrontato in modo burocratico o prosaicamente letterario. E' un capolavoro! Invitiamo a leggere e rileggere la Quinta Elegia, splendida e fortemente evocativa, così come il gioco del telefono dei bambini perduti", la disperata nostalgia: una pagina che ci toglie il respiro, da assaporare in apnea. Perché leggerlo? un capolavoro.

Valeria LuiselliPenguin Random House
Mansfield Park
RecensioneInglese

Mansfield Park

Una bambina di 10 anni, una parente povera, viene accolta dallo zio, Sir Thomas Bertram, un ricco possidente, autorevole membro del parlamento e della comunità. Sin dallʼinizio devono essere chiare le regole: > senza mortificarla troppo, farle ricordare che non è una Miss Bertram ; e Fanny Price risponde bene alle aspettative: piccola per la sua età, senza una particolare bellezza, eccessivamente timida, ritrosa e schiva, > la coscienza di essere una parente povera si accresceva di pari passo con la convinzione che per un essere insignificante come lei fosse giusto non essere felice . In un colloquio con il cugino Edmund, con il quale entra in sintonia sin dalla prima adolescenza, Fanny afferma: > non potrò mai essere importante a qualcuno, che cosa lo impedisce? (chiede perplesso il cugino), ogni cosa, la mia situazione, la mia mancanza di giudizio, la mia bruttezza . Ma sono proprio la solitudine, la sensazione di essere unʼestranea, di dover sempre essere attenta alla forma e alle norme sociali, che contribuiscono a creare una forte personalità, indipendente, impregnata di saldi valori etici. Tutto ciò non le fa perdere la «bussola» nel momento in cui lʼintera famiglia si lascia travolgere dal fascino del teatro; approfittando della mancanza di Sir Thomas, lontano per lungo tempo a causa di affari nelle Antille, decidono di mettere in scena una commedia allora famosa, Loverʼs Vows (Giuramenti di innamorati). È un periodo di «generale follia», come dirà in seguito Edmund, nel quale tutti escono dai rigidi ruoli sociali, ai quali si devono attenere, per assumere i panni dei diversi protagonisti della commedia, considerata allora licenziosa per la trama e i personaggi. Lʼunica che si rifiuta con ostinazione a non partecipare è Fanny; ciò le permette di osservare il comportamento degli altri, ed in particolare quello di Edward Crawford, un brillante giovane, che corteggia senza ritegno la cugina più grande di Fanny, malgrado sia già fidanzata. Al ritorno di Sir Thomas tutto sembra tornare nella normalità, con Fanny maggiormente apprezzata dallo zio per il virtuoso contegno tenuto durante la «generale follia». Arriviamo ad un punto di svolta. Sino a questo momento Fanny appare come una ragazza un poʼ bigotta, unʼacqua cheta, anche leggermente opportunista e servile; la sua personalità emergerà pienamente quando dovrà misurarsi con un grave pericolo, per lei così indipendente: un uomo vuole decidere il suo destino. Edward intende «espugnare» Fanny, lui abituato a essere cercato dalle donne ne ha trovato una che lo tiene a distanza, e tutto ciò lo intriga, forse è un capriccio ma lʼuomo sembra avere intenzioni serie: è generoso, affabile, con le sue conoscenze ha fatto in modo che il fratello di Fanny fosse nominato luogotenente di marina, è un buon partito, che darebbe agiatezza e sicurezza alla povera ragazza. Ma lei, ormai diciottenne, non lo può accettare. > Stava soffrendo, pensando, tremando, intorno ad ogni cosa, agitata, felice, miserabile, infinitamente grata, enormemente arrabbiata. (...) No, no, no, ella gridò, nascondendo il viso, tutto questo non ha senso, (...) Non voglio, non posso sopportarlo. Non devo ascoltare queste cose. No, no, non pensi a me. Ma lei non sta pensando a me. So bene che tutto questo è niente . Se riesce a resistere facilmente allʼassalto di Edward, è ben più difficile contrastare lo zio. Sir Thomas, forte della sua autorevolezza, cerca di convincere Fanny; stupefatto ed anche adirato, per la mancanza di gratitudine e di rispetto, si imbatte in un drastico rifiuto della ragazza. > Con gli occhi fissi intensamente su una delle finestre, ascoltava lo zio, nel più grande turbamento e sgomento . E alla domanda sconcertata dello zio sulle ragioni del rifiuto, la risposta di Fanny è semplice ma rivoluzionaria per i tempi: > non posso amarlo, Sir, abbastanza per sposarlo. (...) Hai qualche ragione, bambina, per pensare male del carattere di Crawford? (chiede gentilmente lo zio). No, sir, (...) e avrebbe voluto agggiungere, ma ne ho dei suoi principi, e le mancò il cuore di raccontare al padre della cattiva condotta di Crawford verso la cugina. I problemi di Fanny non sono finiti. Prima deve confrontarsi con Edmund ed anche lui cerca di convincerla, poi viene mandata per alcuni mesi presso i genitori; è uno stratagemma di Sir Thomas per farle vedere quali sono le misere condizioni sociali nelle quali potrebbe vivere in futuro, qualora venisse a mancare lʼappoggio dello zio; è opportuno che accetti lʼofferta di Edward, il matrimonio con un ricco giovane. La questione si risolve da sola, la commedia non è stato solo un periodo di «generale follia», ha scatenato le forze sottostanti alla rigida vita borghese. La famiglia di Sir Thomas si sgretola, in particolare la cugina abbandona il marito e fugge con Edward. Per Fanny la storia ha un lieto fine: torna a Mansfield trionfalmente e sposa il cugino Edmund. Affrontare il romanzo dal punto di vista di Fanny è forse una prospettiva ovvia e riduttiva, se si considerano i numerosi personaggi, le problematiche sociali affrontate sotto traccia, ed in particolare il ruolo del teatro nel racconto, la sua funzione demoniaca e liberatrice: tema che ha attirato lʼattenzione della maggior parte dei critici, tanto da far dire che non sarebbe possibile leggere il libro senza conoscere Loverʼs Vows. Al di là del contesto storico, la questione è di grande attualità: quanto può essere scossa lʼesperienza di una diciottenne? Le traversie di Fanny lʼhanno rafforzata, è certo, dandole quella personalità che le ha permesso di governare il destino; ma tutto questo è giusto? Non si sarebbe dovuto proteggere la ragazza, lasciarle la possibilità di crescere serenamente? Sono queste le questioni che rendono ancora attuale il romanzo. Il romanzo è molto lungo e non sempre regge il ritmo narrativo; la scrittura è quella tipica di Jane Austen, involuta e complessa. Per essere apprezzato i libro va letto con attenzione e pazienza, ricercando il suo valore nel dettaglio, negli scorci inattesi e sempre puntuali sulla psicologia dei personaggi, nello spirito di indipendenza che anima lʼintero libro, nei giudizi taglienti e sempre azzeccati sugli uomini e sulla società. Perché leggerlo? Un poʼ lungo ma vale la pena leggerlo, con pazienza ed attenzione.

Jane AustenAnthem Press
Matterhorn
RecensioneInglese

Matterhorn

Il romanzo è ambientato in Vietnam e racconta le vicende drammatiche di una compagnia dellʼesercito americano, costretta prima a presidiare un avamposto in mezzo alla giungla, poi ad abbandonarlo, perché considerato inutile dai comandi militari, ed infine a riconquistarlo in una sanguinosa battaglia. Matterhorn è una montagna, un limitato territorio,un micro cosmo, che permette allʼautore ( un ex marine multi decorato) di narrare lʼassurdità della guerra e i perversi meccanismi che la sostengono. E lo fa dal punto di vista dei soldati, tutti giovanissimi. Nella guerra un soldato non è che > la cenere di un gioco crudele... non è altro che una raccolta di vuoti eventi che finirà come una fotografia sbiadita sopra il caminetto dei propri genitori. Anchʼessi moriranno, e i parenti che non sapranno di chi era la fotografia la getteranno via . Nella guerra > la gente che si ama morirà per dare significato e vita a ciò che si è sempre pensato che fossero parole senza senso, un linguaggio di morte . Il romanzo si articola in tre parti, che possono anche essere interpretate come una sorta di percorso di vita militare di un giovane, ancora studente: dalla sua iniziazione come ufficiale al forgiarsi nella lotta epica contro il nemico sino alla disperazione esistenziale, alla perdita dellʼunico legame che vale in guerra: lʼamicizia. Mellas è un diciannovenne ufficiale, che, come vuole una assurda tradizione militare, viene inviato al fronte, pur inesperto. Mellas deve prendere decisioni determinanti per la sopravvivenza sua e dei soldati a lui affidati. Ci si muove in un ambiente ostile, in mezzo alla nebbia, alla giungla, ad insetti aggressivi e ad animali feroci. Il nemico è invisibile e spesso si spara senza sapere se cʼè veramente e se si è colpito qualcuno. Ma il giovane ufficiale non è mai solo perché i comandanti, comodamente al sicuro bevendo e fumando, lo inseguono con la radio, chiedendogli la posizione, il numero dei nemici uccisi ( spesso inventato per farli stare tranquilli) e le ragioni per cui non opera con maggiore determinazione. > Già stanco per mancanza di sonno, Mellas adesso combatteva con la fatica fisica che veniva dallʼaprirsi una strada attraverso una quasi impenetrabile boscaglia, salendo per pendii fangosi per guadagnare un costone, per cercare un sentiero, una traccia. Era bagnato sia dal sudore che dalla pioggia. Sforzo, Peso, Mosche, Tagli. Vegetazione. Egli non si curava più dovʼerano e perché.... ( ancora) trecento novanta nove giorni e poi alzarsi per andarsene . Ma anche Mellas viene preso dallʼambizione, dalla voglia di fare carriera. Si offre di andare in perlustrazione con alcuni soldati. In mezzo alla fitta foresta tropicale incontrano finalmente un vietcong, che viene mortalmente ferito. È un giovane, come lui e come i suoi compagni. Terrorizzato chiede aiuto, ma Mellas sa che il vero aiuto sarebbe quello di ucciderlo per non lasciarlo in pasto alle tigri. Non se la sente e ritorna piangendo allʼavamposto. Non si rassegna che sia questa la guerra, e > nel fare così egli scopriva se stesso alla pena di vedere gettare via i legami di quei nemici uccisi con chi li amava: madri, sorelle, amici e mogli. Il commando ha deciso che la compagnia deve abbandonare lʼavamposto e raggiungere il più rapidamente possibile unʼaltra località, sempre in mezzo alla giungla. E i marine sono costretti ad una marcia defaticante, trascinandosi dietro feriti e persino i cadaveri di soldati morti, uno sbranato da una tigre ed un altro ucciso da una forma di malaria che esiste solo in quella particolare zona del Vietnam. Poiché non hanno raggiunto nel tempo richiesto questo nuovo avamposto, altrettanto inutile quanto il precedente, la compagnia viene messa a disposizione per interventi di emergenza nei punti più delicati del fronte. Mellas vuole protestare per una decisione così ingiusta, ma lʼamico Hawke gli rammenta che bisogna essere un poʼ politici, non per sé stessi, in fondo si è ufficiali di leva, ma perché il comando per ripicca potrebbe non inviare gli elicotteri, che servono per rifornire le compagnie al fronte e per recuperare feriti e deceduti. Lʼelicottero è unʼarma di ricatto! Nella seconda parte del romanzo la compagnia, cui appartiene Mellas, viene mandata a riconquistare Matterhorn, adesso presidiata dal nemico. Non è chiaro al comando militare quanti siano i vietnamiti, ma non importa. Bisogna compiere un atto eroico, che metta in buona luce gli alti ufficiali del reggimento, favorendone la carriera. La compagnia si trova coinvolta in una battaglia terribile. È una narrazione epica, una sorta di Iliade, con i suoi eroi e i suoi episodi guerreschi. Ciò che spinge i militari americani non è certo un ideale (perché siamo qui, si chiedono i soldati, il Vietnam ha dellʼoro, del petrolio o qualche altra materia prima?). Ciò che li porta a compiere atti incredibili di valore sono la fraternità e la rabbia: salvare i compagni, recuperare i feriti o almeno i cadaveri; lottare pensando di avere davanti a sé, come veri nemici, chi li ha portati in questa carneficina. E poi cʼè il gusto di uccidere per uccidere. La tensione e la paura creano un legame tra i nemici, che sono come incatenati in una rete di violenza e di morte. Nella terza parte del racconto, Mellas è ferito nel combattimento e va, quindi, in convalescenza. Ma quando ritorna scopre che durante la tregua la compagnia è interessata dal conflitto tra bianchi e neri, che caratterizza la società americana e che era transitoriamente scomparso durante le azioni di guerra. La solidarietà e lʼamicizia che si creano in combattimento sospendono soltanto le rivalità sociali e razziali. La guerra non è un momento di reale cambiamento, abitua solo alla violenza. Ed infatti lʼamico Hawke viene ucciso in un attentato organizzato da un gruppo di affiliati ai fratelli neri. Niente cambia realmente, si è solo ombre, > muovendo attraverso questo paesaggio di montagne e valli, cambiando il carattere delle cose come le ombre si muovono ma lasciando niente di mutato quando esse lasciano. Solo le ombre stesse possono cambiare . La guerra innesca una trasformazione individuale,non collettiva. È senza dubbio un libro di guerra, nel quale lʼelemento epico è prevalente. Sarebbe tuttavia limitativo ritenere questo romanzo una narrazione del conflitto del Vietnam, una sorta di poema in prosa, di moderna Iliade. Non è solo questo. È una denuncia della guerra. Già raccontarla partendo da un luogo così limitato, Matterhorn e il suo territorio circostante, permette di calarsi nella dimensione quotidiana ma tragica dellʼesperienza di singoli uomini, facendo perdere il carattere complessivo e specifico del conflitto del Vietnam. Si parla della guerra, di qualsiasi guerra. Cʼè poi la figura di Mellas, senza dubbio autobiografica. Il giovane rifiuta di accettare le inesorabili leggi della vita militare e della guerra. Ma non le respinge per la nostalgia della vita civile, che per lui, come per gli altri, è data per persa. Non accetta lʼinutilità delle decisioni, la sofferenza gratuita inflitta ai soldati e lʼuccisione di nemici, a lui sconosciuti, ma comunque esseri umani con le loro vite a casa, giovani anchʼessi con un loro futuro. È il racconto del dramma di tutte le guerre. Il libro è molto lungo, estremamente dettagliato, talvolta scivola nel resoconto. Alla fine, si è un pò stanchi di tanti trucidamenti. Ma è forse è questo lʼintento dellʼautore: stomacarci della guerra. Perché leggerlo? È uno splendido libro di guerra.

Karl MarlantesAtlantic Monthly Press
Middlesex
RecensioneInglese

Middlesex

Il libro narra di Callie Stephanides, nato con caratteristiche femminili che si evolvono con l’adolescenza in tratti chiaramente maschili. L’ambiguità sessuale, che deriva da una caratteristica genetica, determina la vita del protagonista, che non riesce ad accettare se stesso, un maschio con organi sessuali poco sviluppati, se non alla fine del romanzo, che ripercorre le vicende di diverse generazioni della sua famiglia. Il romanzo si può articolare in tre parti: le vicende dei nonni, che dalla Grecia aggredita dai turchi si trasferirono in America, la storia dei genitori e quindi l’infanzia di Callie, come bambina e ragazza, e infine la scoperta dell’ambiguità sessuale, in realtà sempre sospettata dal protagonista, e quindi la decisione di diventare un maschio e la fuga dalla casa dei genitori. La parte migliore del romanzo è senza dubbio la prima parte, perché la narrazione perde poi di suggestione e di ritmo per diventare via via sempre più noiosa e scontata. Il romanzo ha due temi fondamentali: l’ambiguità dell’identità di ciascuno di noi, perché possiamo essere contemporaneamente molti individui e culture nello stesso tempo; l’eredità genetica, nel senso che noi siamo quello che l’evoluzione, anche biologica, della nostra famiglia ha in qualche modo determinato. L’ambiente, le vicende della vita, le persone che si incontrano sono tutti fattori molto importanti, ma ciò che incide soprattutto è la nostra storia, della quale noi non abbiamo responsabilità e colpa. In un periodo storico nel quale ogni malattia viene ricondotta ai comportamenti, il libro riporta invece a una visione complessiva delle caratteristiche dell’individuo. Da questo punto di vista il romanzo appare superficiale nel momento in cui deve descrivere il momento di svolta del protagonista, il quale decide di rifiutare la scelta del medico di forzare la sua natura verso il lato femminile e di scegliere invece la sua nuova vita da maschio. Che cosa lo trascina in questa direzione? Coma fa ad abbandonare così facilmente un mondo di sentimenti e di comportamenti che aveva dominato la sua infanzia? È sufficiente tagliarsi i capelli? Il romanzo non tratta di tutto questo e sembra prevalere come tema narrativo di fondo la storia della famiglia piuttosto che le vicende e i sentimenti del protagonista. È forse per questo che sembra più evidente la ricerca di unʼidentità culturale (la matrice greca che si mescola a quella americana) che quella sessuale e individuale, che sembra persino un espediente per rendere più accattivante il romanzo.

Jeffrey EugenidesBloomsbury
Midnight's Children
RecensioneInglese

Midnight's Children

Può «la vita di una persona essere lo specchio di un paese»? A questa questione Rushdie non risponde con un romanzo storico - biografico (la classica storia di una famiglia intrecciata con quella di una nazione), ma con un racconto fantastico, immaginifico e stupefacente. Il protagonista è nato a Bombay a mezzanotte del 15 agosto 1947, giorno dellʼindipendenza dellʼIndia, ma anche della separazione del Pakistan: la così detta «partition». E per questa coincidenza è stato misteriosamente «legato alla storia» sia letteralmente che metaforicamente, sia attivamente che passivamente. La dualità è il filone conduttore della narrazione, della vita del protagonista così come del grande continente indiano, caratterizzato appunto da interdipendenza e diversità ad un tempo. Lʼautore immagina che il protagonista, Saleem Sinai, narri le vicende della sua famiglia e le sue sino al 1984, quando venne uccisa Indira Gandhi. I nonni di Saleem sono mussulmani e hanno origine nel Kashmir, la «madre» dellʼislamismo indiano. Il nonno, un medico occidentalizzato, era stato chiamato a curare la futura moglie potendo visitare solo parti del suo corpo, che per pudore restava coperto. Si era quindi innamorato «a pezzi». È una prima metafora, che ritornerà spesso lungo la narrazione: quella della frammentazione. Così come il > fantasma di quel lenzuolo perforato mi condannò a vedere la mia propria vita, i suoi significati e le sue strutture, pure in frammenti , sulla nuova nazione ha pesato come una maledizione il distacco del Pakistan, che porterà ad un eterno conflitto con lʼIndia. I nonni di Saleem hanno una figlia che dopo il matrimonio si è trasferita con il marito in India a Bombay, dove è nato Saleem. Al momento del parto, lʼostetrica sostitusce il vero figlio della coppia con Saleem, il quale quindi usurpa il suo ruolo di bambino agiato, mentre lʼaltro é destinato alla povertà. Ma allora lʼindipendenza porta con sé il marchio del tradimento? Il giorno della nascita di Saleem un migliaio di bambini erano nati in India. Tutti hanno poteri straordinari e Saleem ha lʼincredibile facoltà di mettersi in contatto telepaticamente con tutti: riesce cioè a creare con la mente una interdipendenza tra bambini lontani, con lingue e usi totalmente differenti. Si realizza metaforicamente il mistero di questo grande paese, costituito al momento dellʼindipendenza da oltre 500 stati e da una religione, quella indù, fatta di migliaia di divinità locali. Come può stare unito un paese così grande e così frammentario? Nel 1966 moriva Nehru ed iniziava lʼera di Indira Gandhi, che introdusse una gestione autoritaria del governo sino alla fase della così detta emergenza, quando instaurò una vera e propria dittatura. La famiglia di Saleem si trasferisce in Pakistan dove spera di essere più sicura rispetto alle discriminazioni e alle violenze contro i mussulmani. Qui, stranamente, Saleem perde i poteri telepatici (Indira ha distrutto lʼunità del paese?). Si arruola nellʼesercito pakistano e va a combattere in Bangladesh contro lʼesercito indiano. Scappato dallʼesercito, ormai in piena disfatta, e dopo essersi nascosto nella giungla (la metafora dellʼabisso in cui è caduta lʼIndia?) fugge in India dove si sposa, vive in un villaggio di saltimbanchi e di musici e si dà allʼattività politica, peraltro insieme con un incantatore di serpenti. Sembra, forse, aver trovato la sua strada, quando irrompe la repressione di Indira Gandhi e Saleem scopre di essere uno dei pochi superstiti dei bambini nati il 15 agosto 1947, > perché è il privilegio e la maledizione dei bambini della mezzanotte di essere sia padroni che vittime dei loro tempi, di non avere una propria vita privata e di essere risucchiati nel calderone delle moltitudini, e di non poter vivere e morire in pace . Assieme al legame tra vita personale e storia del paese, il romanzo affronta anche temi più intimi: la bruttezza di Saleem (angustiato da un naso enorme), il suo amore incestuoso con la sorellastra, e la nostalgia dellʼ infanzia, che, tuttavia, «scompare, o piuttosto, viene uccisa». Ed è proprio lʼorgoglio dellʼinfanzia uno dei temi più intriganti ed universali del libro: la possibilità di nascondersi e di viaggiare con la mente, con la propria immaginazione, crea una unità che non cʼè nella realtà: > Meravigliosa ironia; la Vedova (Indira Gandhi) portandoci qui per separarci ci ha di fatto portati insieme! Bambini, qualche cosa sta nascendo qui, in questo oscuro tempo della nostra prigionia; lasciamo che le Vedove facciano il peggio; unità è invincibilità! Bambini: noi abbiamo vinto ! Come troppo spesso succede con Rushdie, la ricerca di una scrittura barocca e meravigliosa prende il sopravvento sulla narrazione, che sembra diventare, soprattutto nellʼultimo parte del libro, solo lʼoccasione per «effetti speciali». Già lungo di per sé, difficile da seguire, anche per i riferimenti alla storia indiana, via via che si va avanti nella lettura ci si perde completamente in una moltitudine di parole, di neologismi, di strutture sintattiche retoriche e complesse. Bisogna lascarsi prendere dalla scrittura ma talvolta si fa fatica a proseguire nella lettura. Perché leggerlo? Lʼidea di fondo è veramente notevole così come é per noi italiani un libro particolarmente attuale: la dualità tra interdipendenza e diversità, tra unità e frammentazione costituisce un tratto caratteristico di ogni italiano. Averlo saputo descrivere in termini immaginifici rappresenta il pregio fondamentale del libro. Come ha scritto Paolo Bertinetti nel quotidiano La Stampa del 12 agosto 2017, il pregio maggiore del romanzo, > oltre a un finissimo sense of humour e una pirotecnica capacità di invenzione linguistica, sta nello scardinare i criteri della verosimiglianza ponendo sullo stesso piano realtà e sogno, narrazione realistica e invenzione mitica .

Salman RushdieVintage
Minaret
RecensioneInglese

Minaret

Najwa è una ragazza sudanese, figlia di una ricca e influente famiglia. Dopo un colpo di stato, in seguito al quale suo padre viene imprigionato e condannato a morte, Najwa si trasferisce con la madre e il fratello in Inghilterra. Qui la sua vita cambia radicalmente: la madre muore, il fratello viene condannato per uso di stupefacenti e lei è costretta a lavorare come donna di servizio presso ricche famiglie londinesi, generalmente di origine araba. Incontra nuovamente un amico sudanese, con il quale aveva avuto un flirt da ragazza e che poi aveva abbandonato a causa delle sue accuse verso la corruzione del padre. È una relazione difficile e ricca di contraddizioni: il ragazzo si rivela spesso egoista, egocentrico, possessivo e a un tempo fragile, mentre continua a esprimere critiche nei confronti del padre di Najwa. In occasione della morte della madre, Najwa si avvicina all’ambiente della moschea e comincia a sviluppare un’attenzione verso la religione musulmana, che si evolve in una fede profonda via via che si dissolve il rapporto con il fidanzato. Inoltre la fede è anche un modo per ritrovare le proprie radici, non più nazionali ma religiose. Passano gli anni e Najwa va a lavorare presso una ricca famiglia egiziana, dove allaccia una relazione con un giovane studente, anche lui intriso di idee religiose. Ma ormai la disparità sociale è troppo alta e la loro relazione si interrompe nel momento in cui viene scoperta. Il libro si muove su due livelli. Il primo, più superficiale, è quello legato all’ambiente musulmano. La ricerca di radici tramite la religione è un tema presente, anche se poco approfondito sia per quanto riguarda l’analisi delle motivazioni alla base dell’evoluzione ideale della ragazza (da una cultura tendenzialmente indifferente a una profonda religiosità) che in relazione alla descrizione dell’ambiente della moschea. Il secondo, di maggiore spessore, riguarda invece la vicenda personale di Najwa: la sua solitudine, il suo attaccamento alla famiglia, il suo desiderio di ritrovare, anche in seconda battuta, l’ambiente sereno dell’infanzia e infine gli incontri sfortunati con gli uomini. La fragilità di Najwa e i suoi desideri vengono superati proprio dalla serenità che le proviene dalla fede ritrovata. Ciò le permette di compiere il passo più doloroso e più difficile: dare alla madre del giovane studente la «chiave» per convincerlo ad abbandonare Najwa. > Lei non sa, lei non sa che egli ha le sue proprie frustrazioni e idee del mondo. Lei non sa che egli non è una sua esternazione. Glielo dico. E dicendolo lo perdo. Le do la chiave nelle sue mani . In tal modo Najwa perde la speranza di una propria vita sentimentale e famigliare e si destina a una vita di riflesso, come una monaca o una vecchia zia. Il libro narra quindi l’evoluzione interiore di Najwa dalla spensieratezza dell’adolescenza alle delusioni della vita sino a un ritrovato equilibrio interiore, che è aiutato dalla fede ma soprattutto da una crescente consapevolezza della solitudine, come scelta. È scritto molto bene con uno stile piano, privo di retorica ma felicemente espressivo. Ricorda in qualche modo Nadime Gordimer, anche se meno denso e complesso.

Leila AboulelaPolygon
Moby Dick
RecensioneInglese

Moby Dick

> Oh straordinaria vecchia Balena, tra vento e tempesta, lʼoceano sarà la tua dimora, un gigante potente, di una forza giusta, Regina del mare infinito . Questo inno chiude un ampio preambolo, nel quale Melville, come «un comune e scrupoloso topo di biblioteca» riporta un lungo elenco di citazioni della Balena, dalla Bibbia alla letteratura. Autodidatta e grande lettore, Melville vuole premunirsi dallʼessere accusato di essere un semplice scrittore del mondo marinaresco. Non dobbiamo cadere in questa trappola. Moby Dick è il più grande romanzo di mare che sia mai stato scritto; e lo è perché Melville ha vissuto veramente le vicende che racconta. > Io, Ismaele, ero uno di quellʼequipaggio. (...) Con avide orecchie imparai la storia di quel mostro assassino contro il quale io e gli altri avevamo prestato giuramento di violenza e vendetta . Ciò che trae in inganno è la diffusa ed intensa atmosfera religiosa; ma non può che essere così. Per Melville, come per la maggior parte dei suoi contemporanei, la Bibbia permea qualsiasi aspetto della vita: da qui le metafore, le riflessioni ed anche le angosce che caratterizzano il romanzo. La storia può essere suddivisa in quattro parti. Nella prima il narratore e protagonista è Ismaele: ancora ragazzo intende imbarcarsi su una baleniera per un vago desiderio di avventura e di conoscenza. Alla metà dellʼottocento Nantucket era uno dei principali porti americani delle flotte dedicate alla caccia dei capidogli; con uno stile narrativo tra Charles Dickens e Edgar Poe, Melville ne dà un ritratto realistico e suggestivo ad un tempo. Si rimane affascinati dalla figura di Quiqueg, un cannibale con il quale Ismaele stringe una profonda amicizia. Il momento centrale è il sermone dedicato allʼepisodio biblico del profeta Giona, ingoiato dalla balena per volontà di Dio e solo da Dio salvato. Non è un mito, è la verità, gridata ai credenti (marinai e vedove di marinai morti in mare), perché sappiano che la salvezza verrà solo dalla fede, dalla lettura letterale e devota della Bibbia. Chi non rispetta le parole del Signore è condannato ad annientarsi e a dannarsi. > Il mondo è una nave nel suo passaggio verso qualcosʼaltro; e non un viaggio con ritorno; e il pulpito è la sua prora . Finalmente, la nave salpa per una lunga navigazione. > Noi ci trovammo quasi indifesi sullʼoceano ostile. (...) Considerate lʼastuzia del mare; come le più crudeli creature scivolano sottʼacqua, invisibili per la maggior parte, e slealmente nascoste sotto le più incantevoli tinte dellʼazzurro. (...) Considerate ancora lʼuniversale cannibalismo del mare; come tutte le sue creature si predano a vicenda, portando avanti una guerra eterna da quando ebbe inizio il mondo . (...) Come questo spaventoso oceano circonda la terra verdeggiante, così nellʼanima dellʼuomo giace lʼisola di Tahiti, piena di pace e di gioia, ma circondata dagli orrori della vita non pienamente compresa. Dio ti salvi! Non allontanarti dalla tua isola, potresti non tornare mai più. > La seconda parte introduce i personaggi del romanzo: gli ufficiali e gli arpionieri, descritti in capitoli da titoli evocativi: Cavalieri e scudieri > . È una rappresentazione efficace perché è un sistema feudale quello che ruota intorno al capitano Achab, il monomaniaco«protagonista.»Sembrava come un uomo modellato dal metallo. (...) Lʼintera sua ampia ed alta forma sembrava fatta di solido bronzo, e plasmata in una creta inalterabile come il Perseo di Cellini > . Ma non è la sembianza fisica il tratto distintivo di Achab; è la sua anima, serrata nel tronco vuoto del suo corpo, vi si nutriva delle cupe zampe della sua disperazione > . Una scena di grande fascino conclude la descrizione dei personaggi e costituisce uno spartiacque dellʼintera storia. Achab comunica allʼequipaggio che il vero fine del viaggio è la balena bianca: Moby Dick. In un crescendo di collettiva esaltazione, soltanto il primo ufficiale, il pio Starbuck, reagisce, anche perché è a conoscenza che fu Moby Dick a privare Achab di una gamba. Vendetta su un bruto senza parola, che semplicemente ti colpì mosso dal più cieco istinto! Follia! Prendersela con una cosa senza volontà, Capitan Achab, mi sembra un atto blasfemo > . Ha ragione il pio Starbuck, tanto più che ciò che Achab cerca non è la vendetta, il capitano rifiuta il proprio destino, anche contro la volontà di Dio. Mi credono pazzo; io sono demoniaco, sono la pazzia impazzita.(...) la profezia era che io dovessi essere un mutilato, e - Si! Persi la gamba, io adesso profetizzo che io mutilerò il mio mutilatore. Ora sarò il profeta e lʼesecutore ad un tempo. > La terza parte narra la navigazione per gli oceani del mondo e la caccia, uccisione e lavorazione delle balene. È un grande trattato di zoologia marina, di uno scienziato ammirato, se non persino innamorato, dei grandi cetacei. Solo a tratti riemerge la storia, raccontata ormai in terza persona, perché non sia lʼimpressione di un ragazzo, sia invece il resoconto di un cronista. Alcune scene restano impresse nellʼimmaginazione: gli squali assettati di sangue mentre viene squartata la balena, il valoroso Quiqueg che si getta sottʼacqua, tra i pescecani, a salvare un compagno caduto, come il profeta Giona, nellʼantro oscuro dellʼenorme testa della Balena; e come un divino ostetrico, lui, il cannibale, riporta lʼamico a nuova vita prelevandolo dalla testa. E che dire dellʼaffascinante capitolo 87, intitolato La grande armada > , nel quale le lance baleniere inseguono un branco di cetacei, con le madri allattanti e i loro piccoli. Così di grande impatto sono gli incontri con le altri navi, anchʼesse da anni in navigazione, e nelle quali spesso ci si imbatte nel fanatismo e nella pazzia collettiva. Dʼaltra parte non cʼè follia delle bestie della terra che non venga superata allʼinfinito dalla pazzia degli uomini. (...) Poiché, mentre il tumultuoso mostro ti scaraventa sempre più in profondità nel branco terrorizzato, tu dici addio ad una esistenza disciplinata e vivi solo in un sussulto delirante > . Infine si giunge alla parte finale, un vero capolavoro. Finalmente è stata avvistata la Balena Bianca: la caccia disperata ha inizio. Una gioia serena, una gagliarda dolcezza di riposo nella rapidità, rivestiva la balena nuotante. (...) Da ciascun morbido fianco, (...) da ciascun fianco smagliante la balena spargeva seduzioni > . Con la stessa eleganza, ma in un turbine terrorizzante, Moby Dick si scaglia sulle lance baleniere, ed in particolare su Achab. Oh Achab, gridò (il pio) Starbuck, non è troppo tardi (...) per desistere. Guarda! Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu, che lo cerchi da invasato > . Cosa hai fatto Achab? Come hai potuto contendere il grande Leviatano? Come hai potuto andare contro la volontà di Dio, e non affidarti a lui come fece il profeta? Senza dimenticare mai la vera finalità di Melville (mettere in luce la marina baleniera, poco conosciuta e non apprezzata), Moby Dick può essere letto con diverse chiavi interpretative, e qui sta la sua modernità. Un modo per vedere il romanzo è guardarlo dal punto di vista di come noi esseri umani abbiamo raffigurato gli animali nella letteratura e nellʼarte. Un bel libro di Gianni Valente ( Dallʼarca di Noè a Moby Dick > , Edizioni Blu 2004) dà spunti di riflessioni per commentare il romanzo. Sin dalla Bibbia il nostro rapporto con gli animali è stato controverso: simboli di vizi e virtù > . Tutti conosciamo le caratteristiche malefiche del serpente biblico, tuttavia in numerosi altri passi del Vecchio Testamento gli animali hanno unʼimmagine positiva: come una cerva anela verso rivi di acqua, così lʼanima mia anela verso di te, o Dio > (Salmi 42,2). Gli animali sono espressione di una vita meravigliosa, così vengono descritti da Marco Polo, nellʼOrlando Furioso e così vengono rappresentati nei resoconti e nelle mappe che accompagnano le grandi scoperte geografiche. Gli animali sono anche oggetto di una passione scientifica, artistica e morale (si veda Leonardo da Vinci). Ebbene, tutti questi aspetti (simboli di vizi e virtù, vita meravigliosa, scienza e morale) sono presenti in Moby Dick. La balena bianca è un mostro straordinario, il più grande animale del creato, simbolo di perenne coraggio ed anche eterna solitudine, un essere crudele e terrorizzante, trascinato da una furia demoniaca. Inoltre, il grande capidoglio è sezionato, analizzato con un dettaglio scrupoloso, oggetto di fredda ricerca. Dallʼangolo di visuale del nostro rapporto con il mondo animale, Moby Dick è un libro incompiuto, ci dice che per noi è difficile trovare il giusto passo verso le altre creature e nei confronti della natura in generale. Trasferiamo sullʼanimale la nostra razionalità, così come le nostre fobie, non lo vediamo come un altro > , dotato di una propria identità. È un testo difficile e in molte parti noioso. La struttura è complessa, in quanto cʼè un continuo cambio di narratore (Ismaele, la terza persona, lo scienziato > , Melville declamatore, Achab la coscienza tormentata di Melville), e perché si è in presenza di una continua sovrapposizione di stili narrativi, asettici, evocativi, simbolici, avventurosi. Le numerose citazioni,delle quali è spesso difficile rintracciare le fonti, non aiutano la comprensione del testo. La scrittura è, ovviamente, densa di riferimenti linguistici della marina baleniera; ma non è questo a rendere impegnativa la lettura: è soprattutto la sintassi, sovente involuta e caratterizzata da una punteggiatura che ostacola lo scorrere del discorso. Va anche detto che bisogna lasciarsi andare": evitare di voler capire tutto e perdersi nel fascino evocativo delle parole e della frasi, rincorrere la musicalità dellʼincedere. Ed infine, le disgressioni scientifiche ed anatomiche della balena sono così frequenti e prolisse da far diventare realmente pesante la lettura; suggerimento: come si faceva da ragazzi con Guerra e Pace ed Anna Karenina, saltare a piè pari le pagine, senza sensi di colpa. Perché leggerlo? È affascinante, non preoccuparsi di leggere tutto, seguire il proprio istinto.

Herman MelvilleWordsworth Editions
Morning in Jenin (ogni mattina a Jenin)
RecensioneInglese

Morning in Jenin (ogni mattina a Jenin)

"Mi chiedo: esiste, in chi ascolta, /un punto dove la mia voce possa posarsi? / Un arpione /, minuscolo e nascosto /, che trattenga la memoria prima che si disperda". (da Francesca Mannocchi, “L’arpione della memoria” dalla raccolta "Crescere, La Guerra" 2026). È possibile ancorarsi a qualcosa dentro di noi per non dimenticare >? È giusto "vivere dentro la serena profondità del mare, dove non si sentono le grida e le armi e non arriva l'odore della morte>>? Amal, la protagonista, vive all'interno di questi due lati della coscienza: un dilemma da lei non voluto ma che avvinghia l'intera sua vita. È nata in una famiglia felice, in una Palestina splendente di olivi e di colori: un'antica società che ha attraversato i diversi imperi che l'hanno dominata, sempre ancorandosi alla terra, alle sue genealogie, alle sue dolci e secolari narrazioni. >. Così gli disse il padre quando Amal era ancora bambina, ma aggiunse: >. La vita di Amal è scandita dagli eventi tragici della storia palestinese dopo la seconda guerra mondiale: El Nakba (la catastrofe) del 1948 con l'esodo forzato di 700.000 palestinesi e il campo profughi di Jenin, dove furono rinchiusi sino a 50.000 persone, e dove nel racconto fu costretta a vivere la famiglia di Amal; il massacro di Sabra e Shatila del 1982, quando diverse migliaia di palestinesi furono trucidati dai falangisti libanesi sotto l'occhio compiacente degli israeliani, e dove Amal perse il marito e la famiglia del fratello; la Seconda Intifada del 2002, quando le truppe israeliane attaccarono Jenin massacrando diverse centinaia di civili, e quando Amal ha trovato la morte. Dopo la Nakba Amal ha avuto l'opportunità di andare con una borsa di studio negli Stati Uniti, lasciando che fosse chiamata >. Nel suo cuore vivono i sentimenti profondi della nostalgia e dell'abbandono: la nostalgia del >; abbandono, per la lontananza del fratello Yousef e di Huba l'amica dell'infanzia, per non avere la possibilità di comprendere perché sua madre non l'avesse mai abbracciata come facevano tutte le altri madri, e poter rivedere suo padre scomparso: >. Amal torna in Palestina, ritrova il fratello, e le familiarità, i suoni e i colori del suo popolo. S'innamora di Majid, che sposa e di cui resta incinta. Tutto è pervaso dall'Amore e da una serena attesa. Siamo pochi mesi prima del massacro del 1982, che fu preceduto dall'assedio di Beirut da parte dell'esercito israeliano. Essendo cittadina americana, Amal può tornare negli Stati Uniti, mentre il marito resta ancora in Libano per dare il proprio apporto di medico agli ospedali in grave emergenza; ed è lì che Majid trova la morte. Amal, di nuovo "Amy", dà alla luce una bambina. Il dramma palestinese si allontana di nuovo nella memoria, ma entra in profondità nel cuore di Amal, impedendole di dare Amore alla propria figlia. >. Solo la sensibilità femminile poteva cogliere quanto male può fare nel cuore del rifugiato la sofferenza di ciò che si è perso: la patria, la propria cultura e gli affetti. Non è un caso che la scrittrice intitola l'ultima parte Nihaya e Bidaya, con il sottotitolo apparentemente contradditorio "una fine e un inizio". In arabo Nihaya vuol dire "termine", e Amal sa che tornando a Jenin nel 2002 va incontro alla morte, perché questo è il suo destino, profetizzato dal padre. Bidaya in arabo significa "inizio di una storia". Durante l'assedio di Janin da parte degli israeliani, >. E allora come cantò il poeta >. La scrittrice ha raggiunto un difficile equilibrio tra la Grande Storia e le "piccole" storie degli esseri umani che ne sono protagonisti e vittime insieme. Percorriamo il tragico destino del popolo palestinese, inorriditi e ad un tempo imbarazzati come europei. L'autrice non si tira indietro quando deve entrare dentro gli orrori di una persecuzione; lo fa quasi da storica, anche se coinvolta, e quando teme di non contenersi si affida alla penna di un grande giornalista come Robert Fisk che ha scritto pagine di grande reportage nel suo "Pity the Nation" ("il martirio di una nazione"). Accanto ai drammatici eventi della "Grande Storia" abbiamo il mondo dei sentimenti: da un lato quelli universali ed eterni (come il rapporto tra madre e figlia), dall'altro come essi siano sconvolti da quanto avviene al di fuori delle fondamentali relazioni umane. L'orrore spinge all'indifferenza di chi ne può stare distante; per chi invece ne è dentro, il dolore porta a inaridirsi, a sentirsi incapaci di dare Amore, a temere di propagare la propria aridità, la necessaria corazza, a chi ne è estranea. Eppure, non si può non dire la verità a chi si ama, perché non coinvolgere la persona amata significa tradirla. Nella relazione tra Amal e Sara si percepisce un vissuto sofferente dell'autrice, che si pone dinanzi al dilemma tra salvaguardare la figlia o farne partecipe del destino del proprio popolo. Nell'ambito di una narrazione così intensa sono ridondanti l'amicizia del padre con un israeliano e la ricongiunzione di Amal con il fratello, che ancora bambino fu rapito e adottato da una famiglia ebrea. L'autrice voleva dare umanità al "nemico"? Gli ottant'anni di guerra hanno creato sofferenza pure nel popolo israeliano: si pensi a "Un cerbiatto assomiglia il mio amore" di David Grossman (si veda la recensione in questo sito), ma lasciamo a ogni popolo il dovere di piangere il proprio destino. La scrittura riflette l' equilibrio della narrazione. Passando con grande abilità da pagine di intenso lirismo ad analisi di grande profondità psicologica, la lingua è ricca di suoni, mescola la musicalità dell'arabo con le vibrazioni dell'inglese. Il lessico è usato come una testiera di un pianoforte, con un uso armonioso e suggestivo delle parole, in particolare dei verbi; parole sempre inserite in strutture grammaticali eleganti e fluide. Sarebbe interessante conoscere la gestazione linguistica di questo romanzo, soprattutto tenendo conto della cultura scientifica dell'autrice e di come si sia avvicinata alla stesura di questo libro per un moto di indignazione; un urlo che dà forza all'intera narrazione. Se si sente realmente qualcosa dentro, si può divenire grandi scrittori senza esserlo dal punto di vista professionale. È un bel segnale di speranza, e una lezione per tanti autori occidentali, e italiani! Perché leggerlo? È un capolavoro, uno bello schiaffo a noi pavidi e ipocriti.

Susan AbulhawaBloomsbury
Murder for the wrong reason
RecensioneInglese

Murder for the wrong reason

Si tratta di un breve racconto, che è suddiviso in tre capitoli. Nel primo viene scoperto il cadavere e come nei classici racconti polizieschi arriva lʼispettore con il suo assistente. Lʼautore sembra divertirsi a ricostruire le dinamiche ormai collaudate dalla letteratura gialla tra il capo esperto e il giovane poliziotto. Emergono, tuttavia, sin dallʼinizio alcune singolarità. Lʼispettore dichiara di essere arrivato troppo tardi per salvare la vittima ( ma allora sapeva che stava per essere ucciso?), la quale si meritava, sempre per lʼispettore, di essere uccisa, in quanto era un ricattatore e aveva numerose storie con le donne. È difficile risolvere il caso, poi aggiunge, «in quanto ci sono cinquecento uomini, ed altre donne, con un motivo». Bisogna dire che il lettore rimane disorientato dal primo capitolo, sospettando qualche cosa di particolare ma non riuscendo ancora a capire il senso del racconto. Il secondo capitolo si apre aperto a qualsiasi sviluppo. Lʼispettore va a casa del presunto assassino ( e guarda caso ci va da solo senza lʼassistente) e qui il racconto diventa un continuo oscillare tra il passato e il presente. Lʼispettore parla al sospettato, il quale non risponde, e gli ricorda avvenimenti trascorsi: la persona era stata innamorata di una donna, che gli ha poi preferito la vittima, perchè ricca e potente. Il racconto abbandona ormai lʼordine e la razionalità di una storia poliziesca e diviene sempre più una serie di immagini della mente dellʼispettore. Il ricordo della sua vita ritorna alla superficie: > una sequela di immagini gli oscillarono nella mente, di giorni e di notti di una grande passione, tenerezza e continuamente di pace. Dimenticò i giorni durante i quali aveva osservato la lenta disintegrazione della propria personalità e la corruzione, dimenticò persino di essere lʼispettore investigativo Mason di Scotland Yard . Ma il legame tra passato e presente è come uno specchio di fronte al quale ci si riflette e attraverso il quale si può vedere il presente dal passato e viceversa. A questo punto il mistero avvince il lettore e come in tutti romanzi polizieschi la soluzione è semplice: lʼispettore è lʼassassino. Si capisce che il secondo capitolo ha riportato i pensieri dellʼispettore e il tutto è durato pochi minuti. Il terzo capitolo descrive la dinamica del delitto nonché le prove che inchiodano lʼassassino. Un racconto breve ma affascinante, anche se di difficile lettura. Innanzitutto emerge il tema dellʼambiguità del reale,che solo con la morte trova una consistenza al di là dellʼimmaginazione: «dopotutto ogni cosa si riduceva ad un fatto biologico». In secondo luogo il racconto è un virtuosismo, sia dal punto di vista della struttura narrativa, capace di creare disorientamento ed attesa nel lettore, che per quanto riguarda la tecnica di scrittura. Lʼautore ricorre volentieri a modi di dire e ad un vocabolario che appartengono alla lingua colloquiale, rendendo non sempre il testo di immediata comprensione: ciò contribuisce al fascino misterioso del racconto. Perché leggerlo? Per apprezzare la tecnica narrativa dallʼautore.

Graham GreeneL'Espresso
Nemesis
RecensioneInglese

Nemesis

Nella mitologia greca Nemesis è la dea della giusta e fatale vendetta per colpe rimaste impunite.Quante volte abbiamo pensato che malattie, incidenti, disgrazie fossero fatalità che dovessero avere origine in una colpa? Dobbiamo trovare comunque un responsabile in una tragedia, non possiamo accettare che ciò che accade non sia una necessità, non abbia una ragione; non ammettiamo che Dio > è lʼeco di tutto il nostro vano gridare. (...) Colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto e però purtroppo non può dircele per questʼunico motivo, così futile!: che non esiste (Sebastiano Vassalli La Chimera). Philip Roth parla di questo e lo fa raccontando dellʼepidemia di polio che travolse una cittadina degli Stati Uniti nel 1944, in piena seconda guerra mondiale. > Perché anche questa era una guerra reale, una guerra di massacri, rovine, perdite e sventure, guerra con i danni di una guerra, guerra sui bambini di Newark . Bucky Cantor è un giovanissimo istruttore sportivo, campione di giavellotto, un ragazzo solido e forte; ha evitato di andare in guerra per un grave difetto alla vista. Orfano di madre, abbandonato dal padre, è stato educato dal nonno materno alla dedizione al lavoro, ai valori morali, ad uno spropositato senso di responsabilità. È un supervisore estivo. Chiuse le scuole, il suo compito è di gestire i ragazzi e le ragazze del quartiere ebraico della città di Newark, e lo fa con grande impegno, addestrandoli allo sport, educandoli ai giochi di squadra e insegnando lealtà e determinazione. Le sue qualità gli sono riconosciute dagli alunni così come dalle famiglie. Unʼepidemia di polio, allora incurabile e senza vaccino, si sta diffondendo nei vari quartieri e inizia a colpire anche i ragazzi affidati alla supervisione di Bucky. I casi di polio, alcuni gravi e mortali, si intensificano e il giovane non riesce a capire le ragioni della calamità: è stravolto, è convinto di non fare abbastanza, ma cerca comunque di mantenere la calma e di trasmetterla ai ragazzi. La fidanzata sta trascorrendo lʼestate in un campo estivo, ai bordi di un lago. Gli ha trovato un posto di istruttore di nuoto, disciplina nella quale Bucky eccelle. Perché non lasciare una città ammorbata dalla polio e trascorrere invece lʼestate in un luogo sicuro e meraviglioso, insieme con la ragazza? Bucky è incerto, si sente già in colpa per non essere stato arruolato, non vorrebbe abbandonare i suoi ragazzi, ma poi accetta. Ma non può sfuggire alla colpa (quale?). Dopo pochi giorni dal suo arrivo si verificano i primi casi di polio nel campeggio; è quindi lui lʼuntore? È sua la responsabilità dei ragazzi morti o gravemente resi disabili, che gli furono affidati a Newark? È lui che ha portato la terribile pestilenza nel campeggio? Deve scontare la giusta punizione; e lo farà con ottusa volontà, senza perdonarsi nulla: si ammala anche lui di polio, resta disabile per tutta la vita, rifiuta le profferte della fidanzata, la quale lo ama comunque, si condanna a vivere da solo. > Sorrise (...) con un sorriso molto simile ad una smorfia dolorosa, che indicava stanchezza e non gioia. Non cʼera luce in lui. Ciò che mancava era lʼenergia e la capacità che un tempo erano al centro del suo carattere. E di certo la sua componente atletica era completamente svanita. Non erano soltanto un braccio ed una gamba ad essere inutili. La sua personalità originale, tutta quella vitale determinazione che ti avrebbe colpito nel momento in cui lo avessi incontrato sembrava essa stessa strappata via. È un racconto che si legge di un fiato: la scrittura è fluida, il ritmo narrativo è incalzante malgrado le divagazioni di carattere filosofico. Roth riesce abilmente a descrivere il percorso del protagonista: tutto è già scritto nel suo destino, nelle colpe del padre, ed eppure per il lettore è una sorpresa rendersi conto di quanto sia inutile combattere e come non valga la virtù se una mano invisibile, un Dio crudele, conduce i fili della nostra vita. Ma allora non siamo liberi? Roth cerca di recuperare nellʼultimo capitolo, con il confronto da Bucky e un altro giovane anchʼesso reso disabile dalla polio, il quale, tuttavia, è stato capace di avere unʼesistenza normale e felice. Purtroppo, è un capitolo un poʼ appiccicato, ridondante e prolisso: una caduta nella narrazione, un voler comunque offrire una conclusione non totalmente negativa. Il romanzo si chiude con unʼ affascinante descrizione del lancio del giavellotto da parte di Bucky, una esaltazione della bellezza del movimento di un atleta, ma anche il melanconico riconoscimento di un gesto non più possibile: una chicca stilistica che toglie il respiro. Perché leggerlo? Si legge molto bene e apre riflessioni sul bene e sul male.

Philip RothJonathan Cape London
No longer at ease (non più tranquilli)
RecensioneInglese

No longer at ease (non più tranquilli)

Il romanzo fa parte di una trilogia, un grande affresco della storia recente della Nigeria; è possibile leggere in questo sito la recensione del primo libro, «Things Fall Apart». «No longer at ease» è una citazione tratta da un verso del poema di Eliot («il viaggio dei magi»), che così recita: > tornammo ai nostri luoghi, ai nostri regni/ ma ormai non più confidenti (no longer at ease), nelle antiche leggi/ fra un popolo estraneo che è rimasto aggrappato ai propri idoli/io sarei lieto di un'altra morte . Così come i tre Magi, tornati ai loro Palazzi, non sono più come prima, non possono più adattarsi ai vecchi costumi, così Obi, nipote di Okonkwo il protagonista di «Things Fall Apart», non riesce più a comprendere la Nigeria, apparentemente occidentalizzata ma sempre ancorata all'antica morale ancestrale. A spese dell' Umuofia Progressive Union, un'associazione che raggruppa i maggiorenti del villaggio natale di Obi e della sua famiglia, il ragazzo è stato mandato a studiare in Inghilterra; si è laureato in letteratura inglese, al suo ritorno è stato assunto in un ufficio del nascente Ministero dell'Istruzione (siamo negli anni' 50, poco prima dell'indipendenza). Deve restituire ottocento sterline ricevute dall'associazione; Obi chiede una dilazione e un ulteriore contributo, è inebriato dall'intensa vita di Lagos, brulicante di gente, una mescolanza di etnie e di lingue, protesa verso il futuro. Il ragazzo stesso crede fermamente nella nuova Nigeria, che emergerà dal colonialismo. Rifiuta con sdegno ogni offerta di denaro per favorire un candidato agli esami e ai concorsi. La città è piena di tentazioni, ad Obi piace anche il lusso (noleggia un auto con la quale va in giro), non tiene conto delle tasse e degli anticipi ricevuti. Sono tutti piccoli peccati, che gli verrebbero perdonati, se non fosse che Obi si innamora di Clara, una ragazza appartenente all'etnia "osu > , considerata dagli igbo alla stregua di lebbrosi. Con molta ingenuità il ragazzo informa il padre della sua intenzione di sposare Clara. Suo padre rise. Ed era il tipo di riso che talvolta si udiva da uno mascherato da spirito ancestrale. (...) Noi siamo cristiani, ma questa non è una ragione per sposare un "osu > . (...) I nostri padri nella loro oscurità ed ignoranza chiamarono un uomo innocente osu > , una cosa data agli dei, e da allora egli divenne un emarginato, e i suoi figli, e i figli dei suoi figli per sempre . Obi è arrabbiato, ma è anche convinto che può convincere il padre, uomo in fondo buono e remissivo, cristiano sincero e devoto. In un secondo colloquio, dopo un lungo silenzio, il padre narra al figlio la storia di Ikemefuna. > Cominciò lentamente e in modo sommesso, così sommesso che era difficile udire le parole. Sembrava che non stesse realmente parlando ad Obi. Il viso era rivolto di lato così che Obi lo vedeva in un vago profilo . Ikemefuna fu ucciso da Okonkwo per rispettare le regole ancestrali, il padre di Obi abbandonò la famiglia e si fece cristiano, Okonkwo si impiccò per la vergogna. Che cosa voleva dire il padre raccontando al figlio questa tragedia? Chi abbandona il proprio "chi > , dio, ruolo e destino, crea terribili conseguenze a sé e alla famiglia. Questo messaggio non è esplicito, ma è così che lo interpreta Obi. Come succede spesso nei romanzi di Adache, ai personaggi viene lasciata la libertà di scelta e quindi sono responsabili delle proprie azioni; infatti il racconto poteva essere anche un invito al figlio ad intraprendere con coraggio la propria strada, così come il padre aveva fatto diventando cristiano. Obi torna a Lagos, convinto che non può sposare Clara; ma la ragazza è incinta e quindi bisogna interrompere la gravidanza. Obi l'accompagna da un medico compiacente e ritorna in macchina. Quando li vede uscire per andare alla clinica, dove verrà effettuato l'aborto, vorrebbe uscire dall'auto e gridare: Ferma! Andiamo, sposiamoci ora, ma non ci riuscì e non lo fece. L'auto del dottore scivolò via. (...) Clara guardò nella direzione di Obi e immediatamente distolse gli occhi > .Il ragazzo è un codardo: straccia con rabbia il manifesto della nuova Nigeria, ma è lui ad non aver combattuto fino in fondo per il futuro del proprio paese. E poiché come dice Stevenson, il male ha un suo fascino e richiama altro male, Obi inizia a farsi corrompere in modo spudorato, affascinato dalla pila di soldi contanti. Come dissero i vecchi di Umuofia, vedi questa cosa chiamata sangue. Non c'è niente come il sangue. Questo è il motivo per cui quando tu pianti una patata essa produce un'altra patata, e se tu pianti un arancio esso produce arance. (...) Ma non ho mai ancora visto che un banano produca una patata«. Su Obi incombe una maledizione:»è una strana e sorprendente cosa, ma posso dirti che l'ho visto prima. Lo fece suo padre«. Affascinati dal tono elegiaco di»Things Fall Apart > , dalla forza della sua trama e dei suoi personaggi, si rimane un po' delusi da questo romanzo. Obi è un piccolo uomo, non ha niente della tragicità di Okinkwo, l'ambiente cittadino non evoca misteri come il precoloniale villaggio di Umuofia. Lo stile basato sui dialoghi, serrati e concisi, ci getta in una commedia borghese", in una storia apparentemente piatta e banale. I personaggi sono tratteggiati, non approfonditi, in particolare la figura di Clara: serpeggia una sottile ironia insieme con una prevalente rassegnazione. Tutto sembra già scritto: la vicenda di Obi così come il futuro della Nigeria. Avevano ragione i vecchi di Umuofia, un banano non può produrre una patata? Perché leggerlo? Non so per quale motivi leggendo il romanzo mi è venuta in mente l'Italia.

Chinua AchebePenguin Books
Northanger Abbey
RecensioneInglese

Northanger Abbey

> Una eroina che ritorna, alla conclusione della sua storia, al villaggio nativo, in tutto il trionfo di una reputazione conquistata.... è un evento sul quale la penna di uno scrittore potrebbe ben compiacersi di trattenersi.... Ma la mia storia è molto differente, io porto indietro la mia eroina a casa in solitudine e disgrazia e nessuna dolce esaltazione di spiriti può indurmi ad un resoconto dettagliato . Austen scrive un libro, che gioca abilmente sul confine tra realtà ed immaginazione per prendere amabilmente in giro la moda dei romanzi romantici che cominciavano a diffondersi tra le giovani della buona società. Catherine, una ragazza diciassettenne, si allontana per la prima volta dalla famiglia per una vacanza in una nota città termale. Con ingenuità e fiducia stringe amicizie e fa incontri. Conosce una coppia di fratelli, Eleanor ed Henry, il cui padre, un importante generale, la invita a prolungare la vacanza presso la loro antica residenza. Lettrice di romanzi di ambiente medioevale, Catherine si lascia suggestionare dalle stanze, dai corridoi, dalle porte apparentemente segrete e dai cassettoni che sembrano nascondere misteri e storie tenebrose. Corre lʼimmaginazione di Catherine. È soprattutto la figura del generale, di cui coglie intuitivamente la natura falsa ed autoritaria, che la spinge ad indagare dietro lʼidea di delitti e soprusi. Un colloquio chiarificatore con Henry, che la coglie errare nel grande palazzo, la riporta bruscamente alla realtà: «il romanzo è finito», forse violenze e assassini capitano in altri paesi, > tra le Alpi e i Pirenei dove o si é angeli o demoni. In Inghilterra non è così, tra gli Inglesi, ella pensava, tra i loro cuori e le loro abitudini, cʼ è una generale benché ineguale mistura di buono e di cattivo . E Catherine si imbatte proprio in questa verità: il generale scopre che la ragazza non proviene da una ricca famiglia, non è un buon partito, e la rimanda rudemente a casa. Il romanzo è proprio finito. Il romanzo è unʼiniziazione. Catherine esce dallʼadolescenza ed entra nel mondo degli adulti, dove ai giovani è possibile solo momentaneamente intrecciare relazioni che non tengono conto della posizione delle famiglie nella società. Appena lʼamicizia si trasforma in storia dʼamore, le differenze sociali e il denaro riportano tutti al loro posto. Se questa è la realtà, sono soprattutto lʼipocrisia e lʼinganno a calpestare la dignità della persona. Con una sapiente e piacevole costruzione sintattica, Austen scava nei sentimenti della giovane ragazza, cogliendo le sfumature di un carattere in fase di formazione. Perché leggerlo? Allʼinizio il romanzo ci sembra lontano nel tempo ma poi leggendolo ne comprendiamo lʼattualità e si apprezza la profondità dellʼindagine psicologica e sociale.

Jane AustenDent & Sons
Nostromo
RecensioneInglese

Nostromo

Il romanzo si apre con la descrizione dellʼambiente dove si svilupperà la storia. Sulaco, un porto naturale sulla costa occidentale del Costarica, è un > enorme tempio semi circolare, scoperto ed aperto allʼoceano, con le pareti di alte montagne adornate con funebri tendaggi di nuvole . In questo anfiteatro naturale cʼè un > santuario inviolabile dalle tentazioni del commercio mondiale nella solenne quiete del profondo Golfo Placido : È una penisola, che > giace lontana sul mare come una ruvida testa di pietre, e si estende da una costa ricoperta di verde alla fine di una sottile linea di sabbia coperta di macchie di boscaglia spinosa . Senzʼacqua, arida, > il povero, mescolando con un oscuro istinto di consolazione le idee del diavolo e della ricchezza, vi dirà che è senza vita a causa dei suoi tesori nascosti . È in questo deserto sul bordo del mare che la leggenda vuole che tre uomini siano scomparsi alla ricerca dellʼoro. Lʼavvio del romanzo racchiude lo stile narrativo e il senso di questo lungo libro. La degradazione morale e ideale di uomini travolti da un destino inarrestabile, quello del capitalismo trionfante, viene narrata da Conrad con una scrittura ricca, lussureggiante, immaginifica, talvolta ampollosa e ridondante. Il centro del romanzo è Sulaco, forse il vero protagonista: una cittadina isolata dal Costarica da alte montagne, facile approdo per le navi e favorita dalla natura con una inesauribile miniera di argento, la sua fortuna ma anche la sua dannazione. Sullo sfondo il classico paese del Sud America, gravato dallʼ > illegalità di un popolo di ogni colore e razza, dalle barbarie, da una irrimediabile tirannia . Come diceva Bolivar, il grande liberatore: > lʼAmerica è ingovernabile. Chi lavora per la sua indipendenza ha prosciugato il mare . In questo contesto non cʼè spazio per i sentimenti, per le anime delicate, lievi, piene di incertezza: tutti devono essere degli "eroi > , uomini di azione e non di pensiero, animati da grandi ideali o da ignobili intenti. Sulaco ospita tanti personaggi di forte carattere: il garibaldino rifugiatosi nel nuovo continente perché non ha voluto piegarsi dopo il tradimento dellʼAspromonte, lʼaltera giovane costaricana fedele ad un sogno di rinascimento morale e politico del proprio paese, il suo fidanzato, apparentemente disilluso, ma il cui amore per la donna lo porta allʼidea di separare Sulaco dallʼinstabile Costarica, per farne uno stato solido, democratico ed occidentale. Tra questi, e molti altri, cʼè la figura del Nostromo: un uomo con il peso di innumerevoli generazioni dietro di lui e con nessun legame di cui tener conto..... come il Popolo > . Nostromo è forte, coraggioso, animato dal desiderio della fama: egli è un tipico uomo del popolo, con un oscuro senso di grandezza, con la sua devozione senza limiti a qualche cosa di disperato cosi come disperate sono le sue passioni (...) Splendido, robusto, e agile, egli gettò indietro la testa, allargò le braccia, e si distese con una lenta torsione del busto e un grande respiro, calmo e minaccioso, naturale e libero dal male nel momento di svegliarsi così comʼè una besta selvaggia magnificente e inconsapevole. Allora, con uno sguardo improvvisamente rigido fisso sul niente da sotto unʼespressione pensosa, apparve lʼuomo > . Unʼesaltazione dellʼautenticità primordiale della fisicità maschile che potrebbe essere di Pasolini! A sconvolgere questo mondo di puri eroi, di una virtù pari a quella della natura selvaggia, è lʼarrivo di un inglese, Gould, deciso a sfruttare la miniera dʼargento. Attenzione! Non è la bramosia di denaro che lo spinge, ma una visione, diremo oggi strategica: lʼargento è il simbolo di una rinascita, di un nuovo mondo. Ma come comprende bene la moglie (lʼunica figura sensibile, piena di dubbi e sgomenta per le implicazioni morali e sociali di quanto sta avvenendo ), la miniera si è trasformata in un feticismo, ed ora il feticismo era cresciuto in una mostruosa forza distruttiva > . Per salvare lʼargento, minacciato dallʼennesima rivoluzione costaricana, viene affidato al Nostromo il compito di trasportarne per mare un quantitativo ad una nave, in attesa al largo nellʼoceano. Una serie di circostanze sfortunate fanno naufragare la barca proprio sullʼarida e misteriosa penisola descritta allʼinizio del romanzo. Qui il Nostromo abbandona a sicura morte il compagno di viaggio, proprio il giovane idealista ed innamorato, il quale scomparve senza una traccia, risucchiato nellʼimmensa indifferenza delle cose > : una evidente metafora di come vengono apprezzati gli ideali. Nello stesso fosco luogo nasconde il prezioso carico. Da quel momento diviene un uomo ricco, ma a prezzo di un vile tradimento. Dʼaltra parte, vecchi o giovani, a tutti piace il denaro, e parleranno bene dellʼuomo che glielo dà > . Il romanzo finisce tragicamente. Il Nostromo viene ucciso per sbaglio da un amico, che lo confonde per lo spasimante della figlia, mentre invece lʼuomo andava a prendere un poʼ dʼargento dal suo tesoro nascosto. Si potrebbe dire superficialmente che lʼavidità è più forte dei grandi ideali. In realtà il tema del romanzo è un altro e si racchiude in questa frase di Gould: Saleco non è più un paradiso di serpenti. Abbiamo portato lʼumanità e non possiamo volgere le nostre spalle per andarcene e cominciare una nuova vita > . Il capitalismo porta la civiltà ma tutto ciò ha un costo: la perdita degli eroi > . Insomma, Conrad è un cantore dellʼimperialismo, con la differenza rispetto ad altri autori occidentali (come Kipling), che in lui vive il mito del buon selvaggio. Il romanzo è molto lungo, estremamente discontinuo ed è privo di ritmo narrativo. Accanto a pagine molto belle, in generale quelle legate alla descrizione dellʼambiente, si susseguono dialoghi monotoni e ripetitivi, salti di scena, anche temporali, spesso sconcertanti, mentre le descrizioni storiche e politiche rompono la narrazione non aggiungendo nulla di interessante. I personaggi sono degli stereotipi, senza spessore psicologico ed esistenziale; il sistema di relazioni è superficiale, poco approfondito. La scrittura è affascinante dal punto di vista linguistico, con tratti talvolta poetici, evocativa di un mondo immaginifico; dʼaltra parte tutto questo è vita, deve essere vita, anche se è così simile ad un sogno". Lʼautore si lascia, tuttavia, troppo trasportare dal gusto dello scrivere, dalla ridondanza delle parole, dal piacere del barocco e del meraviglioso. Di conseguenza anche lo stile narrativo diviene pesante e talvolta soffocante. Perché non leggerlo? È lungo e prolisso.

Joseph ConradCentury eBooks
Oliver Twist
RecensioneInglese

Oliver Twist

L’ambiente è l’Inghilterra della seconda metà dell’Ottocento, caratterizzata da una diffusa povertà, da una crescente criminalità e da una borghesia bigotta e spesso ostile ai più poveri. Oliver è un trovatello, che viene prima allevato in uno ospizio per poi essere affidato (o ceduto) a una famiglia per imparare un mestiere. Qui subisce notevoli angherie e quindi decide di fuggire per ritrovarsi poi in mano a un gruppo di delinquenti, che fanno capo ad un ebreo (Fagin), avido e crudele, e a un altro personaggio, violento e paranoico. Oliver deve imparare a rubare, ma, durante una rapina, rimane ferito e viene accolto da una famiglia, che lo cura e conosce quindi la bontà e la generosità della buona borghesia. Si succedono una serie di avventure e un intreccio di personaggi, per cui alla fine si scopre che Oliver è l’erede di una grande fortuna ed era stato rapito dall’ebreo per conto del fratellastro, che voleva impedire che Oliver potesse far valere i propri diritti. Tutto finisce in bene, in quanto i cattivi vengono puniti e Oliver può vivere felice con la sua nuova famiglia. A un certo punto del romanzo, Dickens ricorda come > sia costume sul palcoscenico in tutti i melodrammi sanguigni, di presentare scene comiche e scene drammatiche in un ritmo regolare. Tali cambiamenti appaiono assurdi: ma essi non sono così inusuali come sembrano a prima vista. Il passaggio nella vita reale da una tavola ben apparecchiata al letto di morte, e da abiti da lutto a vestiti da festa non sono di meno incredibili: soltanto, là, noi siamo protagonisti, invece di spettatori passivi e ciò fa una grande differenza . La vita è quindi una continua sorpresa e la storia di Oliver Twist vuole rappresentare la vicenda ottocentesca, dell’era del grande inurbamento, di un eroe. Solo che non c’è niente di fantastico o di avventuroso in ciò che racconta Dickens se non una serie di episodi spesso melensi, intrisi di un facile moralismo, che tende a separare nettamente il bene dal male. Nella prima parte del romanzo, quando si narrano le vicende del piccolo Oliver, ci sono ancora da parte dell’autore una sottile ironia sulla società inglese del suo tempo e una critica all’ipocrisia a un approccio verso la povertà, che nasconde, sotto unʼapparente carità e benevolenza, disprezzo e crudeltà. Molto efficace, da questo punto di vista, è la scena nella quale Oliver bambino, timido e impacciato, si presenta davanti al comitato dell’ospizio per essere valutato ai fini della sua destinazione nel futuro. I diversi personaggi del comitato vengono descritti da Dickens in modo magistrale ed emerge una chiara visione di una borghesia che vede la povertà come la predisposizione verso il male e la disgrazia. Nello stesso modo l’autore porta avanti una critica sociale all’utilizzo dei bambini come manodopera e al mancato rispetto delle loro esigenze, fisiche e intellettuali. Nella seconda parte del romanzo, si cade nel melodramma con una netta separazione tra il «mondo del bene» (la media borghesia gentry che vive di buoni sentimenti) e il «mondo del male», caratterizzato dai bassi fondi della società: l’avido ebreo, la giovane prostituta, che alla fine si redime, il violento e il fratellastro cattivo. Oliver stesso scompare dalla scena ed emerge come personaggio fondamentale Fagin, che trama continuamente alla ricerca della ricchezza e del possesso. Le scene migliori sono proprio quelle che riguardano il gruppo dei criminali e il loro muoversi per le strade di Londra: una città tenebrosa, sporca, in disfacimento e dove la gente vive in case senza finestre, diroccate e maleodoranti. La descrizione di Londra ricorda, per ricchezza ed efficacia espressiva, la poesia di D’Annunzio sulle città mostruose. L’inurbamento viene visto da Dickens come un declino della comunità verso un mondo disumano, a differenza della campagna dove si può vivere felice e sereni. Non per niente Oliver e i suoi amici abbandoneranno Londra per ritornare nei piccoli villaggi dell’Inghilterra agricola. Le vicende sono scontate, predomina eccessivamente un approccio moralistico, lo stile non è sempre fluido, poichè la costruzione della frase si presenta spesso complessa e ridondante: tutti questi elementi rendono il romanzo poco piacevole.

Charles DickensChapman & Hall
One of us e Home, sweet home
RecensioneInglese

One of us e Home, sweet home

Si tratta di due brevi racconti, che, cosa usuale per Fante, hanno come ambiente la tipica famiglia italiana. Nel primo racconto, giunge un telegramma che annuncia la morte di un cugino, un ragazzo che era stato compagno di giochi di Mike, uno dei tanti fratelli della famiglia. Si sviluppa una scena molto divertente, nella quale, mentre la mamma piange per il dolore della sorella, che ha perso un figlio, i ragazzi si contendono il telegramma al punto di distruggerlo, aprendo, di conseguenza, la discussione su come è morto il cugino e quale sarà la data del funerale. La scena si sposta al funerale, al quale partecipano la mamma, Mike e suo fratello più piccolo, il narratore. Ciò che colpisce i ragazzi è che lo zio non piange la morte del figlio, mentre tutti i parenti, in particolare le donne, si scatenano in lamenti e grida. Mike, in particolare, ha paura di avvicinarsi allo zio, in quanto teme che per la sua somiglianza con il cugino morto, possa essere oggetto di astio. Ed è proprio la visione di Mike, di ciò che poteva essere anche suo figlio, che rompe la chiusura del lutto e spinge lo zio a piangere: > stavano seduti. Mike sorseggiava goloso un frappé, e zio Frank gli stava davanti, col viso nelle mani e grandi lacrime scivolavano dalle sue guance e cadevano sul tavolo, mentre guardava Mike e il suo frappé . Nel secondo racconto Jimmy ritorna a casa dei genitori, dal quale se ne era andato dopo una lite burrascosa con il padre. Si ripropone la scena di una classica famiglia italiana: la mamma ha preparato una buona cena con i dolci che piacciano a Jimmy e spera che tutto vada bene, senza liti e discussioni; il padre fa finta di aver dimenticato, è disoccupato e dopo la cena se ne va all’osteria come tutte le sere; i fratelli accolgono con entusiasmo il fratello maggiore, ma ripropongono poi la vita di tutti i giorni dalla quale Jimmy si sente ormai escluso. La conclusione non può che essere: > mi alzerò e butterò via la sigaretta, e avrò voglia di essere con lei (la fidanzata), non qui, in questa dannata insignificante città dimenticata da Dio . I racconti, soprattutto il primo, sono molto belli. Lo stile è quello tipico di Fante, elegante, dolce e scorrevole.

Open City
RecensioneInglese

Open City

Quando si camminava per le strade di una città > ogni decisione, dove voltare, quanto a lungo rimanere perso nel pensiero dinanzi ad un edificio abbandonato, non era consequenziale, e per questa ragione era un segnale di libertà. Percorrevo i quartieri della città come se li dovessi misurare con il mio passo, e le stazioni della metropolitana servivano come ricorrenti motivi del mio procedere senza fine . Il protagonista e narratore di questo romanzo è un giovane psichiatra di origine nigeriana, figlio di un coppia mista, padre africano e madre europea. Trascorre gran parte del tempo libero vagando per le strade di New York. > Le camminate venivano incontro ad un bisogno: esse erano una fuga dallʼambiente mentale, strettamente regolato, del lavoro e una volta che le scoprii come una terapia esse divennero una cosa normale, ed io dimenticai comʼera stata la vita prima che io iniziassi a camminare . Errare a piedi per la città è una grande metafora. È un percorso toponomastico, una scoperta geografica e come tale «un regime di competenza e di perfezione». Nel contempo è un viaggio nel labirinto della mente. Come la pianta urbanistica di una città, la mente umana è una rete di intersezioni logiche, un modello razionale, allʼinterno del quale, tuttavia, noi ci muoviamo a salti. Sono sufficienti unʼimmagine, uno stralcio di un discorso, un incontro casuale per portarci «lontano», ad altre immagini, a ricordi, alla profondità dellʼinconscio verso un " io > mai compiutamente esplorato e dischiuso. Il romanzo può essere letto su tre livelli. Innanzitutto è un resoconto del vagabondaggio urbanistico del protagonista. Muovendosi senza meta egli incontra dei luoghi, descritti minuziosamente nella loro storia e funzione urbana; essi sono anche, e soprattutto, spartiacque tra quartieri e punti di imprevedibile svolta del percorso a piedi. Camminare permette di travolgere il modello razionale, in quanto non si è costretti a seguire direttrici di traffico, e ciò porta, senza volerlo, a zone inaspettate della città, importanti per la storia ma ormai dimenticate nella coscienza degli abitanti. Lʼimprovvisazione e la lentezza del camminare permettono anche di imbattersi in altre persone. Molti sono incontri occasionali, altri invece riguardano frequentazioni abituali, ma sempre incontrate per caso. Comunque sia, esse danno lʼopportunità di farsi narrare la vita degli altri, i loro ricordi, le loro aspirazioni e le idee che animano la loro esistenza. Il nostro protagonista non ama parlare, preferisce ascoltare, ma lo fa senza curiosità, quasi dovesse assolvere, anche fuori dal lavoro, alla sua professione di psichiatra. La città offre, poi, scoperte inattese, che riportano al secondo livello di lettura del romanzo: i genocidi compiuti dallʼuomo occidentale. È incredibile, ma in Manhattan stessa, nel centro del capitalismo mondiale, ci sono luoghi che rimandano alla strage delle popolazioni autoctone, così come interi quartieri, fatti di grattacieli e di palazzi, sono stati edificati su un cimitero, dove venivano seppelliti gli schiavi, morti nelle traversate dallʼAfrica o deceduti appena giunti in America. Con tutta la sua prosopopea lʼ Occidente non rispetta neanche il culto dei defunti! La città esprime, quindi, una ferita cosmica, un dolore universale, latente e nascosto nella coscienza dellʼuomo contemporaneo. Il vagare senza meta suscita anche rimembranze, portandoci al terzo livello del racconto: lʼinfanzia con la breve ed intensa relazione con la nonna materna, il funerale del padre, lʼaccademia militare dove il giovane protagonista ha compiuto gli studi, prima di trasferirsi negli Stati Uniti. È la Nigeria, che riaffiora, con il suo spiritualismo così lontano dalla cultura occidentale. Ma è soprattutto il rapporto non risolto con la madre, la quale porta con sé una ferita profonda: ella è frutto di uno stupro, del quale fa una colpa alla nonna materna, sua madre, e alla terra natale, il Belgio. Inseguendo il labirinto della mente il protagonista è quindi arrivato ad un punto oscuro, il dolore esistenziale della madre, che le ha impedito di amare veramente il figlio. Siamo giunti alla conclusione del viaggio nellʼinconscio? Cʼè qualche cosʼaltro che il protagonista non vuole riconoscere ed accettare? Nel peregrinare lungo le strade della città il protagonista incontra casualmente la sorella di un amico dʼinfanzia. È lei a riconoscerlo e a parlargli. Si scambiano i classici convenevoli di chi non si vede da molto tempo, tra persone la cui relazione è stata superficiale e poco importante. Lʼamica invita il protagonista ad un party presso la casa del fidanzato. Mentre guardano dal terrazzo le innumerevoli luci di Manhattan, lʼamica prende da parte il protagonista e gli ricorda che, quando ella aveva quindici anni ed io ero di un anno più giovane..... io avevo forzato me stesso dentro di lei... dopo, lei disse, nelle settimane che seguirono, nei mesi ed anni che seguirono, io avevo agito come se non sapessi nulla, lʼavevo persino dimenticata al punto di non riconoscerla quando ci incontrammo nuovamente, e mai cercai di prendere atto di ciò che avevo fatto... ma non è stato così per lei, ella disse, il piacere della negazione non è stato possibile per lei". > Ciascuno di noi deve, a qualche livello, prendere sé stesso come il metro di giudizio per la normalità, deve assumere che la dimora della propria mente non è, non può essere, interamente opaca a lui Per me sono sempre lʼeroe > e così, che cosa vuol dire quando, nella versione di un altro, io sono il cattivo? Il romanzo si conclude con una metafora altamente evocativa. La statua della Libertà è ciò che tutti gli emigranti vedono in arrivo verso New York. Eppure contro questa grande statua si fracassano centinaia di uccelli, spinti dalle correnti e dal vento. Esiste un sistema preciso di statistiche che registrano ciascuna morte: la specie, il numero, la data e le condizioni del tempo. Con una precisione scientifica si vuole dare razionalità ad un fenomeno cosmico ed esistenziale, che racchiude il destino di ciascuno di noi, come popolo emigrante e come individuo alla ricerca di sé stesso. Siamo di fronte ad un libro complesso, difficile nei suoi contenuti, intellettualmente ricco ma poco vigoroso, per certi versi criptico e prolisso. A sorreggere una inesistente trama narrativa ed un altrettanto fragile sistema di personaggi è la scrittura: un inglese elegante, delicato, sofisticato e semplice ad un tempo. Si legge con piacere ma ci si perde nella dispersione della narrazione e nello sforzo ossessivo di dare spazio a troppi argomenti e riflessioni. Perché non leggerlo? Troppo lungo e prolisso. Ci si perde.

Teju ColeRandom House
The Ottoman Cage: a novel of Istanbul
RecensioneInglese

The Ottoman Cage: a novel of Istanbul

Un cadavere viene trovato in un vecchio edificio, tipicamente in legno, adiacente al Topkapi Museo, a Istanbul. È un ragazzo, tenuto rinchiuso per anni, sedato dallʼuso costante di droghe. Non è circonciso, così come lʼinquilino dellʼappartamento viene descritto dai vicini come un riservato signore armeno. Tutto fa pensare ad un delitto allʼinterno della comunità armena, ma > gli abitanti di Istanbul non sono conosciuti per la loro predilezione per le cose semplici . Inizia una difficile indagine. A condurla è lʼ ispettore Ikmen: un tipico turco moderno, laico, apparentemente di larghe vedute, ma di fatto fortemente legato alle tradizioni. Dedito al lavoro e alla frequentazione notturna dei bar, trascura la numerosa famiglia e la moglie malata. Malgrado il suo grave stato di salute, le ha affidato il padre, ormai sconvolto dalla demenza senile. Il coroner, e migliore amico di Ikmen, è un agiato medico armeno, mentre il principale collaboratore nella polizia è un ebreo. È un miscuglio di comunità, che riflette la storia di Istanbul, con la particolarità che gli armeni, per il genocidio del 1915, sono > in qualche modo un caso speciale, perfino rispetto alle altre comunità non turche . Questa particolarità si chiama sfiducia. Ci si può fidare di un armeno, anche se da anni amico e collega? Oppure, invece, è vero che il legame tra gli armeni è più forte dellʼamicizia e del ruolo istituzionale, che si ricopre? Accanto alle indagini, che si evolvono con scoperte inaspettate, il romanzo parla della cooperazione tra persone che appartengono a culture, storie e religioni differenti. Solo se la lealtà istituzionale fa premio sulla solidarietà di clan cʼè la garanzia che esista la libertà. Come dice Ikmen > noi che abbiamo scelto di servire la legge, la dobbiamo mettere per prima, davanti ai nostri sentimenti personali , perché fino a quando «ci sono uomini come noi gli»altri«non possono realmente prendere il controllo». È un noir ben costruito. Lʼautrice dipana con perizia gli indizi, anche se con uno ritmo narrativo privo di suspense, talvolta noioso. A latere della storia principale, si sviluppano le vicende personali dei diversi protagonisti. In particolare, il racconto si sofferma sulla figura di Ikmen. La sua indifferenza verso la moglie lo rende sinceramente antipatico, al di là della funzione emblematica, che sembra affidargli lʼautrice: quella della contraddizione della Turchia moderna tra occidente ed oriente. Lʼinclinazione a soffermarsi sulle perversioni sessuli e il finale banale e scontato compromettono la qualità di un romanzo, per altri aspetti di buona fattura. Perché leggerlo? È un buon noir.

Barbara NadelSt. Martin's Press
Our man in Havana
RecensioneInglese

Our man in Havana

Il romanzo è ambientato a Cuba nel periodo immediatamente precedente alla rivoluzione. Il protagonista, venditore di aspirapolvere (gli affari vanno male) e vedovo con una figlia quattordicenne, viene ingaggiato dallo spionaggio inglese come agente all’Avana. Attirato dai soldi, il protagonista crea una falsa rete di spie e si inventa una serie di informazioni, ovviamente totalmente false. A causa dell’importanza che assume la sua attività, Londra invia due agenti a sostegno, tra i quali Beatrice, della quale il protagonista si innamora. Il racconto si sviluppa intorno a questo tema paradossale, che ironizza sui sistemi di spionaggio. Anche quando verrà scoperto, al protagonista verrà offerto una posizione all’interno dell’organizzazione, in quanto non è possibile ammettere l’errore e comunque qualche cosa di vero può esserci comunque nelle informazioni fornite, anche se chiaramente false. Lo stesso Graham Greene ha inserito questo romanzo nella categoria «divertimenti» e questo giudizio ha senza dubbio influenzato i critici e i lettori nell’interpretazione del libro: una derisione del mondo dello spionaggio e un’accusa, anche se in forma di scherno, della sua tendenza a falsificare la realtà (tema molto attuale). In realtà , se si legge il romanzo al di fuori di questa chiave di lettura, emergono altri temi interpretativi: il mondo immaginario creato dal protagonista (una rete di spie e le false informazioni) mette in moto un meccanismo di vicende anche tragiche, che distrugge la serenità e i legami di amicizia che contraddistinguevano la vita del protagonista. Inoltre quest’ultimo si muove privilegiando i sentimenti familiari (dare alla figlia un futuro di prosperità) rispetto alle esigenze della politica e ai valori di fedeltà al proprio paese. Emerge la contraddizione tra i valori "veri«, costituiti dall’amicizia e dai legami familiari, rispetto a quelli»falsi > , rappresentati dal senso di appartenenza a entità astratte, quali la nazione e le ideologie. Nell’epilogo Beatrice, in realtà l’unico carattere veramente positivo del romanzo, spiega ai propri superiori che anche se lo avesse saputo non avrebbe fermato il protagonista, perché stava lavorando per qualche cosa di importante non per la convinzione di qualcuno su una guerra globale che potrebbe non capitare mai... e poi cosa significa il proprio paese: una bandiera che qualcheduno inventò duecento anni fa«. Il limite più significativo, che rende appropriata la definizione di»divertimento", sta proprio nella figura del protagonista, che non sembra rendersi conto di ciò che ha creato, subendo di fatto gli avvenimenti e lasciando che siano gli altri a creare e a risolvere i problemi. Si tratta di un atteggiamento passivo, che rende a certi tratti monotono e scontato il romanzo. Lo stile è molto efficace, molto legato ai dialoghi e con una struttura della frase con evidenti connotati cinematografici: l’inglese è quello classico.

Graham GreeneHeinemann
Portnoy's Complaint
RecensioneInglese

Portnoy's Complaint

Come mai un giovane, di una rispettabile famiglia ebrea e con una apprezzata posizione sociale, ricerca il sesso più sordido e depravato invece di sposarsi con ragazze della buona società borghese, «con le quali allevare intelligenti, amorevoli e robusti bambini»? > Dignità, Benessere, Amore, Industria, Conoscenza, Fiducia, Decenza, Alti Valori, Compassione! Perché diavolo inseguo il sesso sensazionale? Come posso perdermi in qualche cosa così semplice, così stupido, come la figa? Il libro è un lungo, divertente e isterico monologo, nel quale il protagonista ripercorre le vicende della propria vita, solo apparentemente per una ricerca psicoanalitica delle ragioni dei propri orientamenti ( voyerismo, feticismo, auto erotismo, coito orale), ma in realtà per affermare, a sé e agli altri, che la sua è stata la scelta di vita più giusta. Per dare il senso di un racconto, difficilmente sintetizzabile e comprensibile se non si entra in una scrittura vorticosa e ridondante di parole e modi di dire, si può riportare un brano nel quale il protagonista spiega perché non ha sposato una delle brave e borghesi ragazze che ha frequentato. > Bene, cʼera il suo ostentato, ricorrente gergo scolastico , tanto per iniziare. Non si poteva sopportare... E poi cʼerano i soprannomi dei suoi amici: cʼerano gli amici stessi! Poody e Pip and Peddle... Ma poi il mio gergo le causava imbarazzo. La prima volta che dissi scopare in sua presenza ( in presenza dellʼamica Pebble, con il suo colletto alla Peter Pan e i suoi attillati cardigan, e abbronzata come un indiano da così tanto tennis al Chevy Chase Club), un tale sguardo di agonia passò sul viso dellʼerede dei Padri Pellegrini che tu avresti pensato che avessi appena piantato le quattro lettere nella sua pelle. Perché, chiese in modo così pietoso una volta che fummo soli, perché devo essere così maldestro? Quale possibile piacere mi dà essere così di male maniere? Cosa diavolo ho provato? Perché devi essere così pus-y? «Dove questa parola, spiega il protagonista, sta per» propensione ad essere sgradevoli ". > A letto? niente di divertente, nessuna acrobazia o tentativi di osare; come noi lo facemmo la prima volta così continuammo, io assaltavo e lei si arrendeva . Se si pensa che «ostentato, ricorrente gergo scolastico» è la traduzione approssimativa di un inglese intraducibile, quale «cutesy- wootsy boarding school argot» e che per dire attillato usa il neologismo «cablestitch», si può avere lʼidea della scrittura del romanzo, che è tutto giocata sugli aggettivi e sulle frasi gergali. La struttura sintattica si sviluppa senza ordine ( come il ricorrersi di pensieri) e le parole inglesi sono spesso qualificate da forme verbali dellʼebraismo americano. La lettura è esilarante anche se il libro va letto tutto di un fiato. In caso contrario si rischia di perdersi nella successione disordinata di racconti e di personaggi. Al di là della evidente vocazione per il sesso sensazionale, come lo chiama lʼautore, il filo conduttore del romanzo può essere individuato nelle regole, da trasgredire. > Che cosʼaltro, ti chiedo, erano tutte quelle proibizioni e regole legate alle diete con le quali cominciavi ( sin da piccolo), che cosʼaltro se non darci a noi piccoli bambini ebrei lʼabitudine ad essere repressi? Pratica, caro, pratica, pratica, pratica. Lʼinibizione non cresce negli alberi, tu lo sai, ci vuole pazienza, richiede concentrazione, comporta genitori attenti e che si sono sacrificati e un bambino obbediente e dedito al lavoro duro così da creare in solo pochi anni un essere umano realmente inibito, con il culo stretto . È evidente che questa ripulsione verso le regole trova le sue radici nella società ebraica, verso la quale lʼautore porta avanti una critica caustica, anche se in fondo ricca di affetto e di nostalgia. Non è un caso che la fuga del protagonista abbia termine proprio in Israele, quasi alla ricerca della tradizione e delle salde radici. Il tema delle proibizioni è tuttavia un argomento di importanza generale se si pensa al continuo richiamo a regole morali e a norme di comportamento da parte di presunte, e spesso ipocrite, autorità spirituali e religiose. Perché leggerlo? È un romanzo divertente, ma va letto tramite unʼottima traduzione.

Philip RothVintage
The portrait of a Lady
RecensioneInglese

The portrait of a Lady

Il romanzo è ambientato in Inghilterra e in Italia. Isabel è una giovane ragazza americana, che, rimasta orfana, si trasferisce in Inghilterra presso la zia e il marito di quest’ultima, un ricchissimo banchiere. Stringe amicizia con il cugino, Ralph, che è tuttavia malato; riceve inoltre due proposte di matrimonio, da un lord ricchissimo e da un giovane e promettente imprenditore americano, proposte che la ragazza rifiuta, sorprendendo tutti, in quanto intende restare indipendente e libera per conoscere il mondo e se stessa. Su volontà di Ralph, lo zio lascia a Isabel un capitale elevato, che la rende ricca e le permette di viaggiare e vivere con una notevole autonomia finanziaria. Alla morte dello zio, segue quindi la zia in Italia, prima a Sanremo e poi a Firenze, dove incontra nuovamente Madame Merle, una donna brillante e piena di relazioni, che fa in modo che la ragazza conosca e frequenti Gilbert Osmond, un americano che vive a Firenze raccogliendo e studiando opere d’arte. Isabel resta affascinata di Gilbert Osmond, dalla sua cultura e raffinatezza, e dopo un lungo viaggio con Madame Merle decide di sposarlo, malgrado l’opposizione di Ralph, della zia e della sua migliore amica, una brillante giornalista americana. Il matrimonio è un fallimento, in quanto Osmond si rileva una persona egoista, convenzionale e falsa, che ha sposato Isabel solo per il denaro. Isabel si sente schiacciata da questo uomo, che vuole uniformarla alla sua volontà e al suo modo di vedere la vita che è basata sull’ipocrisia e sul formalismo, in forte contrasto con lo spirito indipendente e concreto di Isabel. Quest’ultima vive in un profondo conflitto, tra l’impegno che ha assunto sposandosi (le convenzioni, le regole della società ecc. ) e la sua ricerca di felicità e di autonomia. La grave malattia del cugino, ormai sul punto di morte, la induce a tornare in Inghilterra, anche in contrasto con la volontà del marito. Nel frattempo viene a sapere che Madame Merle è la madre della figlia del marito e per darle una buona sistemazione economica ha fatto in modo che Isabel sposasse Osmond. Isabel si rende conto di essere stata tradita e che i suoi veri amici sono quelli della sua infanzia, la giornalista americana e il giovane imprenditore, nonché il cugino. Ritornata in Inghilterra assiste il cugino sino alla morte e quindi, dopo un drammatico colloquio con l’imprenditore americano, che cerca di convincerla ad abbandonare il marito, ritorna da quest’ultimo nella loro casa di Roma. Isabel, la figura centrale, è un personaggio sconcertante, in bilico tra il desiderio di indipendenza e il dovere sociale al punto tale da sacrificare per quest’ultimo anche la propria felicità: sotto un’apparenza di forza e di autonomia, emerge un carattere debole, incapace non solo di assumere decisioni e azioni vigorose, ma anche di conoscere sino in fondo se stessa, di essere capace di confessare a sé e agli altri di avere sbagliato. Isabel è una perdente, che si muove in mezzo a caratteri forti, che vorrebbero gestirla e imporle la sua volontà, con l’unica eccezione del cugino, che, anche sbagliando, la vuole aiutare e ascoltare, sino all’ultimo. In realtà tutti i personaggi si muovono in questo contrasto tra modernità e tradizione: la brillante giornalista americana, che esalta la società statunitense e l’indipendenza della donna, finisce per sposare un nobiluomo inglese; la figlia di Osmond è ubbidiente ai voleri del padre, pur sentendo un desiderio di vivere con il giovane del quale è innamorata; Madame Merle, che sembrava così poco dipendente dagli uomini, in realtà si rivela una povera donna, che compie una serie di infamie per amore di un uomo, Osmond, che non la vuole e la disprezza. Il messaggio del libro sembra in fondo conservatore: la donna non può trovare la propria strada senza l’uomo e senza accettare le regole sociali. In questo senso il romanzo, anche se molto diverso come ambientazione e stile, ha molte analogie con Madame Bovary e Anna Karenina. Un altro tema del libro è senza dubbio il contrasto tra società americana, piena di energia e attenta all’essenziale, e quella europea, decadente e futile. Questo contrasto si esprime, mirabilmente e con grande perspicacia, nella descrizione dei paesaggi e degli ambienti, quali le prime pagine del romanzo (la descrizione del giardino della dimora inglese), l’introduzione delle vicende fiorentine e soprattutto il contesto romano. La casa di Isabel a Roma con le sue grandi e fredde stanze, i suoi cimeli e mobili antichi, la passeggiata di Isabel tra i ruderi dell’antichità di Roma sono pagine molto belle, dalle quali emerge in misura chiara la decadenza e la rovina di una società, destinata a soccombere e a distruggere, non a creare. L’ Italia è un simulacro per Isabel e per l’energia americana. Non è chiaro se l’autore abbia voluto dare ai rapporti tra Ralph e Isabel un significato più ampio e profondo rispetto al solo affetto tra cugini; c’è l’impressione che i due non siano riusciti ad esprimere l’amore reciproco e quindi siamo in presenza di un altro tema di grande interesse: la difficoltà a comunicare i veri sentimenti e a esprimere con sincerità ciò che si pensa e si sente. Solo di fronte alla morte Ralph e Isabel esprimono sino in fondo l’amore reciproco. Lo stile dell’autore è tortuoso e complesso e richiede unʼelevata concentrazione per seguire il percorso delle frasi e dei capoversi: non è quindi di facile lettura anche se occorre ammettere che la struttura della narrazione è di grande effetto e crea, in alcuni casi, suggestioni e immagini quasi pittoriche. L’analisi dei personaggi non assume mai profondità psicologiche, restando sempre in superficie; ma, in realtà, essi sono sintomatici di un ruolo sociale piuttosto che di individualità. Il tema del femminismo, del cambiamento sociale, del contrasto tra società sembra avere il sopravvento sulla vita autonoma dei personaggi. La scoperta della maternità di Madame Merle e della sua relazione con Osmond è una caduta di stile, che avvicina il romanzo a una moderna fiction fornendo al comportamento di Isabel (la decisione di andare in Inghilterra in contrasto con la volontà del marito) una motivazione esterna, che indebolisce la sua decisione.

Henry JamesHoughton
The power and the glory
RecensioneInglese

The power and the glory

Il romanzo è ambientato in Messico nel periodo delle guerre civili tra il 1911 e il 1924 quando i diversi governi rivoluzionari portarono avanti una energica politica anti-cattolica, in aperto contrasto con la Chiesa di Roma. Il protagonista è un prete, «un whisky priest», alcolizzato, padre di una bambina che ha abbandonato, codardo al punto di far condannare a morte alcuni ostaggi che non volevano denunciarlo, insomma un «bad priest». Inseguito per anni dalla polizia, riesce a passare il confine e, quando è in ormai in salvo, decide di ritornare in Messico per confessare un assassinio sul punto di morte. Viene quindi catturato e fucilato: muore come un santo e la Chiesa trionfa in definitiva. Interpretato generalmente in chiave religiosa come una celebrazione della superiorità della fede e della capacità della Chiesa di risorgere continuamente dalle persecuzioni, la parte più interessante del romanzo è costituita dalla descrizione del profondo squallore materiale e umano di una società povera e miserabile, nella quale, a danno della quale, si sviluppano le vicende del protagonista. È il Messico contadino e meticcio, fatto di gente ignorante ma dotata di una grande dignità e di una religiosità ingenua e sentita al punto di rischiare la vita per conservarla. Sono molto suggestive le pagine che descrivono l’arrivo del prete nel villaggio, dove è stato parroco e dove ha avuto una amante (anche se per sola sera) dalla quale ha avuto una figlia. La gente del villaggio ha paura e lo invita ad andarsene, eppure lo ospita, chiede di confessarsi e di assistere alla messa, anche se i soldati sono a poche miglia di distanza. Quando questi arrivano, prendono un ostaggio e interrogano la gente del villaggio, il prete si nasconde e non viene comunque tradito. Sempre in questa circostanza, come in altre, emerge il contrasto tra la forza dei sentimenti dei contadini e la vacuità del protagonista, che, appena riprende il suo ruolo di sacerdote, riacquista immediatamente l’arroganza, la sicumera e la sicurezza di chi sa di avere in mano le coscienze del popolo. Altro che romanzo celebrativo della Chiesa di Roma! Forse malgrado le stesse intenzioni dello scrittore, ne esce in modo drammatico la desolazione di una religione che si basa sull’ipocrisia e sulla manipolazione della coscienze. Il romanzo sembra essere un complemento delle splendido colloquio di Dostoevskij tra Cristo e il grande inquisitore. Il romanzo dovrebbe concludersi alla fine della seconda parte, quando il prete ritrova finalmente una chiesa e > si sedette improvvisamente sul prato intriso di pioggia e appoggiando la testa contro la parete bianca cadde addormentato, con la casa dietro le spalle. Il suo sogno fu pieno di suoni gioiosi . Invece lo scrittore ha voluto dare una conclusione che esaltasse il sacrificio, con una lunga e noiosa descrizione della cattura, con inverosimili colloqui tra il prete e un ufficiale di polizia, con una celebrazione finale che contempla la ricomparsa di un altro prete: capitoli totalmente inutili che riducono pesantemente la qualità del libro in termini sia di contenuti che di ritmo narrativo. Lo stile è quello tipico di Greene, articolato in differenti episodi e comunque suggestivo nella descrizione delle situazioni: come al solito, i dialoghi e l’introspezione dei personaggi non sono all’altezza dell’illustrazione del contesto.

Graham GreenePenguin
Pride and Prejudice
RecensioneInglese

Pride and Prejudice

Nella società inglese del primo ottocento ciò che conta sono le regole della buona società: le maniere educate ed amabili, le ragazze da marito moderatamente istruite, i buoni matrimoni che danno una prospettiva di stabilità e di benessere. Lʼapparenza così come il denaro dominano sovrani. A queste due regole auree fanno eccezione due personaggi: Elizabeth, seconda di cinque sorelle appartenente ad una modesta famiglia, e Darcy, giovane ricco e di alto lignaggio. Elizabeth è una ragazza orgogliosa e indipendente, che non accetta che il suo destino sia determinato da altri: «sono soltanto decisa ad agire secondo la mia opinione per avere la mia felicità». Darcy è un uomo silenzioso, brusco e poco simpatico, cui interessa solo agire secondo le proprie convinzioni senza dar conto a nessuno. Una società fatta di apparenze può essere, tuttavia, una trappola per una ragazza orgogliosa. Le voci che circolano su Darcy sono negative e spingono Elizabeth a rifiutare con sdegno la proposta di matrimonio del giovane: la ricchezza non può sopperire alla cattiva opinione che la ragazza si è fatta di Darcy! Ma lʼorgoglio può portare al pregiudizio se non si guarda alla sostanza. Saranno gli avvenimenti, il racconto dellʼinfanzia del giovane, la visita alla casa dove è cresciuto, ossia una migliore conoscenza, a far capire ad Elizabeth la vera personalità di Darcy, a maturare lentamente lʼamore per il giovane. Ma sarà la forza di carattere di Elizabeth a permetterle di superare le resistenze e le pressioni dei parenti di Darcy che non vogliono accettare un matrimonio, considerato troppo modesto. Orgoglio e pregiudizio sono due lati dello stesso problema: pieni di sé stessi, chiusi nel proprio mondo, non si è capaci di comprendere gli altri. > Ella si vergognò di sé stessa. Non poteva pensare a Darcy senza sentire che era stata cieca, parziale, pregiudizievole, assurda. Come avevo agito male, ella gridò, Io, che mi ero orgogliosamente basata sul mio discernimento! Io che avevo valutato me stessa sulle mie abilità! Che avevo spesso disprezzato il generoso candore di mia sorella e gratificato la mia vanità, in un inutile e colpevole sfiducia. Come è umiliante questa scoperta! È un libro estremamente moderno, che invita alla conoscenza e ai giudizi aperti non precostituiti. Scritto in un inglese elegante, è tuttavia appesantito dalla complessità della struttura sintattica, che richiede una lettura attenta e non sempre facile. Il ritmo narrativo è lento e alla fine risulta scontato. Se si esclude la figura di Elizabeth, i personaggi sono spesso stereotipi, piatti e privi di vita. Perché leggerlo? Il fascino del libro è concentrato nella figura di Elizabeth, donna già moderna alla ricerca della propria affermazione.

Jane AustenPenguin
The Quiet Game
RecensioneInglese

The Quiet Game

Penn Cage, ex magistrato ed oggi scrittore di successo, ha perso da poco la moglie. Per ritrovare sé stesso decide di trascorrere un periodo di tempo presso i suoi genitori, nella sua città natale, un piccolo centro del Mississippi. È come ritrovarsi > sul confine sottile di un universo di vita vivace e di misteriosa morte, di segreti nascosti e di brillanti facciate, e di razze inestricabilmente legate da sangue e lacrime, geografia e religione e soprattutto tempo . Nella cittadina, da molti anni in forte declino economico, prevalgono lʼomertà e il silenzio, perché, bianchi e neri, vogliono stare in pace, «tenere le cose tranquille, adorabili e facili» così da attrarre nuovi investimenti sul territorio. Casualmente Penn si trova coinvolto in un crimine accaduto ventʼanni prima ( un nero fu misteriosamente ucciso) proprio quando un potente uomo locale, il giudice Marston, accusò suo padre, apprezzato medico condotto, di avere compiuto gravi errori nellʼesercizio della sua professione. Intuendo un legame tra Marston e lʼomicidio, Penn decide di indagare sul fatto di sangue per il desiderio di vendicarsi delle accuse, peraltro false, di Marston contro suo padre. In realtà si sente ancora in colpa per quanto avvenne molti anni prima: ebbe infatti una storia di amore con la figlia di Marston, lʼaffascinante Livy, ed è convinto che il giudice abbia voluto punire suo padre per la sua relazione. Il passato può essere cambiato? > Chi di noi, se gli viene offerta lʼopportunità, non vorrebbe rivivere il giorno o lʼora in cui per la prima volta conoscemmo lʼamore o fatto una scelta che per sempre ha cambiato il nostro futuro, negando una vita che avremmo potuto avere? Ma questa sensazione è una trappola perché Penn > realizza con sopresa soffocata (che) lʼintimità con Livy non é una nuova esperienza. È come camminare attraverso un checkpoint in un paese che ho visitato molto tempo fa e al quale ritorno, più vecchio e, spero, più saggio . Infatti, man mano che procede nellʼindagine, ricca di colpi di scena e di fatti di sangue, Penn scopre che lʼomicidio di un povero uomo di colore coinvolgeva complotti nazionali ( la politica dellʼallora potente capo della FBI e gli assassini di Bob Kennedy e di Martin Luther King), e che le motivazioni di Marston erano molto più prosaiche di quelle che lui pensava:era lʼeterna bramosia di denaro. Ma soprattutto deve accettare che Livy è una figura arida ed egoista, ormai rinchiusa nel suo squallido passato. Rompere la tranquillità della cittadina della sua infanzia permette a Penn di liberarsi del ricordo e della sofferenza della memoria e riprendere la vita, non andando indietro nel tempo ma verso il futuro. I pregi fondamentali del romanzo sono lʼambientazione e lo stile, elegante e ricercato nelle parole. Per dare un esempio della scrittura basta riportare la dolcezza, tutta meridionale e contadina, del paesaggio cittadino descritto dallʼautore: > la strada alberata è cosparsa di caravan e piccole case, ma come mi avvicino alla chiesa episcopale, vecchia di duecento anni, che caratterizza lʼinsediamento, gli alberi recedono, e i terreni contornati da splendide piantagioni si stendono da entrambi i lati della strada. Oltre i cedri ricoperti di muschio e le bianche recinzioni, i cigni gironzolano maestosi tra gli stagni tanto da sembrare di essere in Inghilterra . Il problema è che la ricercatezza letteraria va a scapito della struttura narrativa, spesso lenta e ricca di episodi marginali rispetto alla trama centrale. Ci si avvicina troppo a rilento alla conclusione tanto da annoiare. Perché leggerlo? E piacevole, elegante ed è interessante la ricostruzione dellʼambiente.

Greg IlesDutton
Rabbit Redux
RecensioneInglese

Rabbit Redux

Sono gli anni ʼ 60 in una città di provincia degli Stati Uniti. La guerra del Vietnam e i profondi cambiamenti, culturali e nei costumi, anche sessuali, fanno da sfondo al romanzo, il cui filone conduttore è sintetizzato molto bene da quanto dice il protagonista alla fine del racconto: > la confusione è soltanto un punto di vista personale di cose che operano in termini generali . Si può rimanere sé stessi, come se niente fosse, in un «periodo terribile, di profonda confusione», quale quello che attraversava lʼAmerica negli anniʼ 60? Henry fa il tipografo e conduce una vita apparentemente serena con sua moglie Janice e Nelson, il loro unico figlio. I rapporti di coppia sono stati profondamente sconvolti dalla morte dellʼaltra figlia, generando un muro tra i due coniugi che non può non riflettersi anche nel sesso. Henry può essere definito un conservatore: crede nei valori dellʼAmerica, nella giustezza della guerra del Vietnam e nel fatto che i negri debbano stare al loro posto. Questo difficile equilibrio viene travolto dalla relazione di Janice con un collega, un greco, con il quale Henry ha una lite furiosa, proprio sulla guerra del Vietnam. Janice abbandona la famiglia, per andare a vivere con lʼamante, ed Henry si fa carico della casa e del figlio. Apparentemente sembra un uomo solido, in realtà sotto un apparente rispetto delle funzioni e delle convenzioni imposte da una società perbenista, Henry è profondamente inquieto. Una sera viene invitato a cena da una amica, che è stata appena lasciata dal marito, e tutto farebbe pensare che la serata debba concludersi a letto, come vorrebbe la tradizione. Invece, Henry non accetta gli evidenti segnali della donna e va a finire la serata in un bar, frequentato soprattutto da negri. Qui conosce Jill, una strana ragazza fuggita da casa, e Skeeter, una sorta di visionario negro. Li ospita in casa ed allaccia con Jill una relazione. Una lunga parte del romanzo, resa prolissa e noiosa dalla forte impronta ideologica, racconta la vita dei quattro ( Henry, Jill, Skeeter e Nelson) e dellʼintreccio sempre più complesso ed ambiguo tra di loro. Dagli spinelli si passa alla droga. Jill va a letto anche con Skeeter e forse con Nelson, ma sono soprattutto dominanti la figura di Skeeter e la lettura dei testi della rivoluzione negra. In qualche modo Henry ricompone il proprio mondo cognitivo al punto da difendere Skeeter con i vicini di casa. Poi, un terribile incendio, forse attivato dagli stessi vicini, distrugge la casa e uccide Jill. Henry, che aiuta a fuggire Skeeter, presunto colpevole per la polizia, perde tutto, anche il lavoro. Il romanzo si conclude stancamente: Janice vorrebbe ritornare con Henry e lo convince a fermarsi in un hotel. Ma troppo cose sono avvenute ed in particolare il peso della colpa grava su Henry: «Mi sento così colpevole» «Di che cosa?» , risponde Janice. «Di tutto» «Rilassati, non tutto è colpa tua» «Non posso accettarlo» «Egli lascia i suoi seni scivolare, li lascia fluttuare via, detriti meravigliosi». Il pregio principale di Updike è lo stile narrativo e soprattutto la capacità di dare colore ai personaggi e alle vicende tramite un uso sapiente e ricco di aggettivi. In questo romanzo manca proprio questo tocco, mentre prevale il bisogno dellʼautore di esprimere il suo punto di vista, conservatore e nostalgico dellʼAmerica anniʼ 50, sui grandi avvenimenti che hanno sconvolto gli Stati Uniti. Il personaggio di Skeeter, lʼesaltazione dei principi rivoluzionari, le discussioni politiche sono banali e scontate. Rendono prolisso il romanzo e soprattutto mettono in seconda luce la complessa trasformazione di Henry e la sua sofferenza, sostanzialmente esistenziale. Perché non leggerlo? È prolisso e profondamente datato.

John UpdikeFawcett Crest Book
Reading Lolita in Tehran
RecensioneInglese

Reading Lolita in Tehran

Un libro molto bello, soprattutto il primo capitolo, nel quale la scrittrice raggiunge una densità di scrittura e una profondità di concetti che ricorda Nadime Gordimer. Il libro è articolato in quattro momenti della vita della scrittrice: ciascuno è in qualche modo simbolizzato da quattro grandi scrittori della letteratura inglese: Nabokov con Lolita, Fitzgerald con il grande Gatsby, James e Austen. Il racconto non segue un percorso cronologico. Nel primo capitolo la scrittrice ha già abbandonato l’università e ha creato un gruppo di lettura nella propria casa. Le ragazze, sue ex allieve, arrivano alla riunione vestite con il velo e il chador, rese impersonali dal vestito e dalla postura che devono adottare per camminare per strada, si svestono e assumono in tal modo la loro vera personalità. Il personaggio di Lolita, una ragazza di dodici anni che diviene l’amante di un uomo anziano, è al centro della loro conversazione come simbolo della loro condizione esistenziale, costrette a comportarsi e persino a pensare come vogliono gli uomini. Insieme con il tema letterario emergono le loro storie personali e si intrecciano le relazioni reciproche, fatte di rivalità ma anche di una profonda comprensione e tenerezza. La sintesi di questo capitolo, e di tutto il libro, è racchiusa in una frase molto profonda: «non essere il frammento dell’immaginazione di qualcuno». Lolita non ha una sua personalità, ma viene forgiata dal vecchio, che la vuole proprio perché può renderla come vuole lui. Così le donne iraniane dovrebbero comportarsi così come vuole la società religiosa senza poter esprimere realmente la propria personalità e vivere la propria vita. E allora la letteratura non è «un lusso, ma una necessità», il mondo dell’immaginazione permette di riconquistare la libertà che la società vuole opprimere. A questo punto la scrittrice introduce il tema del bello, sottolineando come le nuove generazioni non siano interessate all’ideologia e alle posizioni politiche. > Ancora lo trovo nelle lettere dei miei studenti, quando, a dispetto delle loro paure e ansietà per il futuro senza lavoro e sicurezza e un fragile e incerto presente, essi scrivono intorno alla loro ricerca della bello . > Penso in qualche modo che le nostre letture e discussioni dei romanzi in quella classe divennero il nostro momento di pausa, il nostro collegamento a un altro mondo di tenerezza, lucentezza e bellezza . Nel secondo capitolo il contesto è costituito dalla fase rivoluzionaria, durante la quale non è chiaro chi assumerà il potere, i religiosi o le forze di sinistra. È quindi una fase di transizione, ma è caratterizzata da una generale convinzione, dei fondamentalisti come dei rivoluzionari di sinistra: le libertà individuali e il ruolo della donna devono essere subordinate all’ideologia massificante. La critica della scrittrice è rivolta quindi alla sinistra, che non comprende l’importanza dei diritti civili e ragiona, di fatto, come le forze religiose. L’episodio più interessante, anche sotto il profilo narrativo, è costituito dal processo al Grande Gatsby, da alcuni indicato come un personaggio emblematico dell’individualismo della società occidentale. La dinamica del processo mette in moto una dialettica nella classe e fa comprendere meglio che il vero tema del romanzo di Fitzgerald è il sogno di una propria auto-realizzazione, in una società che tende a uniformare gli individui: > Sogni... sono perfetti ideali, completi in se stessi. Come puoi imporli in una realtà costantemente in cambiamento, imperfetta ed incompleta. Potresti diventare un Humbert, distruggendo l’oggetto del tuo sogno: o un Gatsby, distruggendo te stesso. Quando lasciai la classe quel giorno, non dissi agli studenti ciò che io stessa cominciavo a scoprire: comʼera simile il nostro destino a quello di Gatsby. Egli voleva realizzare un sogno ripercorrendo il passato, e alla fine scoprì che il passato era morto, il presente una vergogna e non c’era futuro. Ciò non era simile alla nostra rivoluzione, che si era imposta nel nome del nostro passato collettivo e aveva distrutto le nostre vita nel nome di un sogno? . Il terzo capitolo è ambientato durante la guerra Iran- Irak. La rivoluzione si è ormai imposta, la libertà delle donne è stata annullata e il paese vive sospeso all’interno di un incubo (le vittime, i bombardamenti ecc. ), di un nazionalismo acceso e senza la speranza che questa guerra possa finire. Sono anni terribili, nei quali non ci può non rinchiudere nel sentimento. La scrittrice cita un passo di James, l’autore dell’ambiguità femminile, > non posso dirti di non affliggerti e di non ribellarti, scrive James, perché ho così l’immaginazione di tutte le cose e perché sono incapace di dirti di non provare dei sentimenti. Provare dei sentimenti, dico, provarli per ciò che vale la pena, e anche se ciò ti uccide, per questo è l’unico modo per vivere, specialmente vivere sotto questa terribile pressione, ed è l’unico modo per celebrare e onorare questo essere ammirabile che sono il nostro orgoglio e la nostra ispirazione . E aggiunge la scrittrice, > provare sentimenti crea empatia e ci ricorda che la vita vale la pena di essere vissuta . È un sentimento profondamente femminile, nasconde quella solidarietà basata sulla cura e sulle relazioni che è alla base del pensiero femminile. Il quarto capitolo ritorna al contesto del primo. La guerra è finita e si capisce sino in fondo che non esiste una reale possibilità di evoluzione in un regime strutturalmente contrario alle libertà civile e alla dimensione femminile. Non resta che la fuga nell’intimità e verso l’estero. In un mondo nel quale la religione è diventata ideologia, sembra non esserci più spazio nella dimensione individuale. In questo senso Austen è odiata dal regime. > le donne di Austen, gentili e belle, sono le ribelli che dicono no alle scelte di stupide madri, padri incompetenti e di una società rigida e ortodossa. Esse rischiano ostracismo e povertà per conquistare amore e amicizia (per conquistare l’importanza dell’amore e della comprensione nel matrimonio, e non l’importanza del matrimonio) per abbracciare quell’irraggiungibile fine della democrazia: il diritto di scegliere . Al di là della società iraniana, il libro affronta alcuni temi universali (la libertà di scelta, la prevalenza degli affetti rispetto agli schemi rigidi, la forza della letteratura e dell’immaginazione ecc. ) che possono essere ricondotti all’affermazione: non essere il frammento dell’immaginazione di qualcuno. Ma come è possibile in una società sempre più oppressiva e massificante, anche se apparentemente democratica? Come difendersi dall’invasione delle immagini, dei luoghi comuni veicolati dalla televisione, dalle urla dei dibattiti e così via? Mi sembra che la prospettiva sia la riscoperta della letteratura e della cultura in generale sia come ritorno alla dimensione individuale ma anche come riscoperta dell’immaginazione e quindi mezzo di resistenza e di riscatto domani: pensare e avere sentimenti sono, forse, le chiavi di volta per progettare e poi realizzare una società migliore.

Azar NafisiRandom House
The road to Los Angeles
RecensioneInglese

The road to Los Angeles

È il secondo libro della sagra di Bandini. Mentre il primo libro si sviluppa ancora intorno al tema della famiglia italiana, con uno stile realistico e povero di suggestioni, questo romanzo abbandona di fatto i riferimenti etnici e folcloristici per narrare la maturazione di un ragazzo di diciott’anni, che legge molto e vive soprattutto con l’immaginazione e la fantasia. Si è in presenza del contesto familiare italiano (la madre e la sorella profondamente religiose, uno zio che si aspetta che il nipote si assuma le sue responsabilità), ma in realtà le vicende di Arturo sono quelle proprie di un ragazzo della sua età, che è costretto a conciliare il lavoro, spesso duro e alienante, con le proprie aspirazioni e i propri sogni. Il primo tema del libro è la rabbia, il desiderio di rivolta verso una società ingiusta che si esprime spesso in atti di violenza (bellissima la scena di Arturo che fa una strage di granchi credendosi un cavaliere antico), nelle prolusioni contro la religione cattolica e nei riferimenti ai grandi filosofi dell’Ottocento. Il secondo tema è costituito dal mondo erotico, dalla ricerca di un rapporto con le donne, che passa necessariamente attraverso le riviste pornografiche e la solitudine della propria stanza. Veramente incredibile dal punto di vista stilistico è il capitolo nel quale l’autore racconta la distruzione delle fotografie delle donne amate da parte di Arturo! L’ultimo tema, e forse il più importante, è costituito dall’immaginazione, dai sogni e dalle fantasie legate alle aspirazioni di Arturo, al suo desiderio di sentirsi un grande scrittore. Ed è proprio la delusione che deriva dalla lettura del suo primo racconto che spinge Arturo alla fuga dalla famiglia e al viaggio verso Los Angeles e quindi verso la propria indipendenza e maturazione. Fante abbandona lo stile realistico e freddo, che aveva caratterizzato il primo libro, per avviarsi verso espressioni e costruzioni sintattiche sempre più intense e ricche di suggestioni. Al significato della parola si aggiungono «segni» sempre più ricchi e sfumati, che sono prodotti dal ritmo, dalla fonetica e dall’uso degli aggettivi, spesso arricchiti da neologismi.

John FanteHarperCollins
Saturday
RecensioneInglese

Saturday

Henry è un neurochirurgo che vive a Londra con la moglie, avvocato, e due figli, il maschio musicista e la figlia poetessa che abita momentaneamente a Parigi. Si sveglia un sabato mattina e assiste dalla finestra allʼatterraggio di emergenza di un aereo e immagina sia un atto di terrorismo. Inizia in tal modo la giornata di sabato, che è caratterizzata da alcuni fatti generali (le notizie in televisione sulla prossima guerra in Iraq, la marcia dei pacifisti contro la guerra, le vicende dell’aereo atterrato dʼemergenza), e da alcuni fatti privati (le relazioni con la moglie, la gara di squash con un amico, la visita alla madre malata di Alzheimer, la partecipazione a un concerto del figlio, la preparazione della cena per il ritorno della figlia e l’arrivo del suocero, anche lui grande poeta). Il racconto si sviluppa in questo contrasto tra il catastrofismo del contesto esterno e la ricerca della pace famigliare, di una vita serena al di là della turbolenza esterna. Questo tentativo non ha successo e basta un piccolo incidente automobilistico per fare irrompere la violenza e l’imprevisto nella vita intima e famigliare. Per evitare la marcia dei pacifisti, Henry compie una scorrettezza in auto e urta la macchina di alcuni balordi, che cercano di aggredire il chirurgo. Henry riesce tuttavia a liberarsi da una situazione difficile in quanto destabilizza il ruolo del capo dei balordi, di nome Baxter, riconoscendo che è afflitto da una grave forma degenerativa del cervello. Baxter intende vendicarsi per l’affronto e irrompe in casa di Henry proprio nel momento in cui la famiglia sta festeggiando l’arrivo della figlia e del nonno, il grande poeta. Baxter minaccia la moglie di Henry e ordina alla ragazza di spogliarsi: in una situazione di grande tensione la ragazza legge alcune brani di poesia, che addolciscono Baxter che rinunzia alla violenza e viene spinto giù dalle scale da Henry e da suo figlio. Il romanzo si conclude con la decisione di Henry di operare Baxter, che era rimasto gravemente ferito e poi su una serie di riflessioni esistenziali da parte del chirurgo: > tutto ciò che sente è la paura. È debole e ignorante, spaventato delle conseguenze imprevedibili di un’azione che è sfuggita dal controllo ed è generatrice di nuovi eventi, di nuove conseguenze, sino a quando sei condotto in un posto dove mai sognavi di essere e che non avresti mai scelto, il coltello alla gola . Il libro si sviluppa intorno a tematiche di forte contenuto filosofico: l’impotenza dell’uomo verso un contesto sempre meno spiegabile, l’impatto del catastrofismo sulla vita quotidiana, la ricerca della serenità nell’ambito famigliare, la debolezza delle barriere tra esterno ed intimità, il peso dell’ereditarietà e la vita fuori dal nostro controllo e il ruolo delle relazioni affettive. Ma il tema più interessante del racconto è il contrasto tra la cultura scientifica, che cerca di portare ordine e razionalità e la cultura letteraria, in particolare la poesia, che interpreta il mondo secondo schemi non riconducibili alla razionalità scientifica e riesce, forse per questo, a cogliere il senso più intimo delle cose e a risolvere le situazioni. È la poesia recitata dalla figlia che fa uscire Baxter dalla pazzia e non i ragionamenti logici di Henry. E allora qual è l’uscita da una situazione non più comprensibile sulla base dei canoni della razionalità scientifica? Si è in una situazione di impasse, che si sintetizza dalle parole del poeta, Matthew Arnold: > oh amore portaci a essere autentici l’uno all’altro! Per il mondo che sembra giacere davanti a noi come una terra di sogni, così vario, così bello, così nuovo. Non c’è realmente né gioia, né luce, né amore, né certezza, né pace, né aiuto al dolore; e noi siamo qui come su una piana oscura, sballottati con confusi allarmi di lotta e di combattimento, dove armate ignoranti si scontrano di notte . Lo scontro tra il desiderio (l’amore che ci fa vedere il mondo come una terra di sogni) e la realtà, che ci appare solo portatrice di morte, non è questa contraddizione risolvibile solo da un approccio razionale?I forti contenuti filosofici e la molteplicità dei temi non vanno a beneficio del ritmo narrativo e dell’unitarietà del discorso. È, come al solito, scritto molto bene, ma talvolta si presenta troppo intellettualistico e i personaggi risultano piatti su un ruolo affidato che risponde più a stereotipi che a un vero approfondimento dei caratteri.

Ian McEwanJonathan Cape
Selected Short Stories
RecensioneInglese

Selected Short Stories

Secondo l’introduzione i quattro racconti sintetizzano lo stile e l’evoluzione dell’autore. Il primo racconto ruota attorno all’amore del mito e del bello. In the last of the Valerii, un conte italiano ha sposato una ricca e bella ereditiera americana, ma si innamora di una statua di Giunone, scoperta nel suo palazzo. La vicenda è raccontata da un personaggio, che sembra rappresentare lo scrittore, che guarda divertito, stupito e interessato l’innamoramento di un essere vivente per una statua. In the Real Thing un artista, che lavora abitualmente all’illustrazione di libri, viene coinvolto da una coppia di persone distinte cadute in miseria. Essi chiedono di poter lavorare come modelli per l’artista, il quale, dapprima accetta, ma poi si rende conto che un conto è la vita reale e un’altra cosa è un personaggio di una rappresentazione. Il racconto è quindi tutto condotto sulla contraddizione tra vita reale ed espressione artistica, figlia a sua volta dell’immaginazione. The lesson of the master, il meno riuscito dei racconti, ha come oggetto la falsità. Un giovane scrittore si innamora di una ragazza ma viene convinto da un anziano scrittore a darsi totalmente all’arte: il matrimonio o un forte legame sentimentale sono comunque elementi di disturbo perché costringono ad affrontare la prosaicità della vita normale. Quando ritorna da un lungo viaggio in Italia, il giovane scrittore viene a sapere che il suo «maestro» ha sposato la giovane: era tutto un tranello. Infine, l’ultimo racconto, Daisy Miller, è ambientato in Europa continentale e in particolare a Roma. Sono presenti alcuni temi cari all’autore: gli americani all’estero, una giovane donna americana, indipendente ma ingenua, l’italiano corruttore e il giovane innamorato. Gli ambienti sono quelli dell’alta borghesia che viaggia all’estero e Roma portatrice di febbri malariche, anche se affascinante per i resti di una grande civiltà. La contraddizione tra la società americana, rude ma sana, e la società europea, in particolare italiana, decadente ma figlia di una grande cultura, è evidente. Lo stile di James è sempre affascinante, talvolta involuto ma ricco di suggestioni. In particolare sono le descrizioni della natura, delle città e degli ambienti a costituire il pezzo forte dell’autore, mentre i dialoghi si rivelano spesso noiosi e scontati.

Henry JamesPenguin
Sense and Sensibility (Ragione e sentimento)
RecensioneInglese

Sense and Sensibility (Ragione e sentimento)

I romanzi di Jane Austen paiono fuori dall'ambiente storico, gli anni tra il 1790 e il 1815 caratterizzati dall'avvio della rivoluzione industriale e dalle lunghe guerre napoleoniche. Questo profilo «senza tempo» è avvalorato da quanto disse la stessa Austen a sua nipote: > tre o quattro famiglie in una cittadina di campagna sono la vera cosa su cui lavorare («Austen's letters» pagina 275 citazione riportata da Katie Halsey nell'introduzione). L'affermazione della scrittrice è contradditoria e rivelatrice a un tempo; è proprio immergendosi nella società di provincia che è possibile comprendere  come e perché «un uomo cambia le sue maniere e una giovane donna cambia la sua mente», e quindi qual è l'impatto delle profonde trasformazioni della società inglese a cavallo dei due secoli. (Tony Tanner introduzione a Pride e Prejudice pagina 368 citata da Katie Halsey). Elinor e Marianne sono figlie della vedova Dashwood, costretta ad abbandonare la bella casa e una vita agiata a seguito della morte del marito e del subentro nelle proprietà di Henry, nato da un precedente matrimonio del defunto marito. A inquadrare con efficacia le problematiche patrimoniali che faranno da sfondo all'intero racconto, è un lungo e cinico colloquio tra il figliastro e la moglie; prima di morire il padre si era fatto promettere da Henry che avrebbe garantito alle sorelle una rendita; > non è certamente piacevole avere un prelievo annuale sul proprio reddito, (...) un regalo di cinquanta sterline (...) mi libererà, penso, dalla promessa fatta a mio padre. Elinor e Marianne devono vivere  con le proprie forze, perseguendo un difficile equilibrio tra sentimenti e realismo. Elinor > possedeva una capacità di comprensione e una freddezza di giudizio, che la rendeva, solo diciannovenne, la consigliera della madre. (...) aveva un animo generoso, una natura affettuosa, forti sentimenti; ma sapeva come governarli.Marianne, ancora diciassettenne, > era per molti aspetti simile a Elinor. Era sensibile e intelligente ma appassionata in ogni cosa, nei dispiaceri come nella gioia poteva non avere alcuna moderazione.Elinor si è innamorata di Edward. Il giovane > non era attraente, le sue maniere richiedevano un minimo d' intimità per renderle piacevoli; (...) ma quando la sua naturale timidezza era superata, il suo carattere mostrava un sincero affetto d'animo, (...) tutti i suoi desideri si concentravano sui conforti domestici e la tranquillità della vita privata. In un colloquio con sua madre Marianne dichiara cosa lei intende per amore, e lo fa proprio parlando di Edward e dell'incomprensibile attrazione della sorella per questo giovane. > Oh! Mamma, quanta mancanza di spirito, quanta affettato è stato il modo di leggere di Edward l'altra sera! Sentì un dispiacere così forte per mia sorella. Tuttavia ella lo sopportò con tanta compostezza, sembrava scarsamente notarlo. (...) Elinor non ha la mia sensibilità. (...) Mamma, quanto più conosco del mondo, quanto più sono convinta che io non vedrò mai un uomo, che non posso realmente amare Sono stata aperta e sincera quando sarei dovuta essere riservata, senza spirito, fredda e falsa. Su entrambe le ragazze arriva una cocente delusione. Il bel gentiluomo, che aveva frequentato con leggerezza Marianne, si sposa d'improvviso con una ricca ereditiera, perché è abituato a una vita ricca di piaceri e denaro. Marianne si chiude in sé stessa, travolta dal dolore e dallo scandalo, fino al punto di rischiare di morire. Anche Elinor scopre che Edward è già fidanzato con la maliziosa Lucy, che, tra l'altro, deve frequentare per convenienza sociale. Il racconto del suo tradimento, della bugia di Edward, > era chiaro e semplice; e benché non potesse essere narrato senza emozione, non era accompagnato da una violenta agitazione, né da un' incontrollabile sofferenza. (...) Elinor doveva essere la consolatrice di altri per quanto riguarda la propria sofferenza, non meno con quanto concerne la loro; e tutto il conforto che poteva essere dato si affidava alla propria lucidità e al proprio controllo. La promessa di riservatezza verso Lucy, che le aveva aperto il suo cuore, e l'affetto per Edward, nonostante tutto, la obbligavano al silenzio, le impedivano di confessare la sua infelicità. In una società di provincia, tra rigide convenzioni sociali e dominanti preoccupazioni patrimoniali, fra donne e uomini fragili e ipocriti, Elinor emerge come un'eroina, con la sua saldezza morale, la sua caparbietà di essere d'aiuto agli altri prima che a sé stessa. Austen vuol dare una conclusione felice alla storia delle due ragazze, ma il romanzo potrebbe terminare quando la madre e Marianne riconoscono, con sorpresa e rimorso, la celata fragilità di Elinor: presa di coscienza alla base di più intensi legami familiari. La trama narrativa è come una variazione musicale, dove il tema originario si ripete con continui mutamenti; i sentimenti di Elinor e Marianne sono descritti nei loro più minuti cambiamenti, via via che l'ambiente sociale e gli altri personaggi incidono, anche dolorosamente, sugli affetti e le certezze delle due ragazze. Solo una donna poteva svolgere un'analisi psicologica così profonda degli stati d'animo del mondo femminile, ricco di sensibilità e buon senso che mancano troppo spesso agli uomini. Si pensi alla figura di Edward, dell'altro è inutile parlarne tanto è mascalzone; Edward è un bravo giovane, ma che fa? Non ha il coraggio di dire la verità a Elinor, e cioè che è già impegnato; si ripresenta solo quando Lucy ha preferito un altro uomo. C'è da chiedersi perché Elinor l'abbia accolto, ma ciò fa parte del buon senso e della sensibilità: Edward è un brav'uomo, fragile ma fondamentalmente onesto, e poi è tempo di maritarsi. Elinor non è Emma né Fanny di Mansfield Park, figure forti e sicure (vedi la recensione dei due romanzi in questo sito) ; è ancora una tenera ragazza, e forse pure una vittima della struttura sociale. Ricorda la protagonista di «Dalla parte di lei» di Alba De Cespedes (vedi recensione in questo sito); oggi Elinor avrebbe forse ucciso Edward. Il fascino dei romanzi di Austen deriva in misura notevole dalla scrittura, in particolare dalle forme grammaticali del suo inglese, forse un po' arcaico, ma così avvolgente e articolato da sommergere il lettore in un fluire di piccoli passaggi narrativi, d' introspezioni psicologiche, di osservazioni sociali, tutte delicate ma puntuali. Perché leggerlo? Sublime nella scrittura, intenso nell' analisi delle donne protagoniste.

Jane AustenAnthem Press
Shantaram
RecensioneInglese

Shantaram

Shantaram è un libro di circa 1.200 pagine e, in alcune recensioni, è stato paragonato a Guerra e Pace. In realtà é un polpettone, una storia inverosimile, nella quale si mescolano tutti gli stereotipi sullʼIndia( di noi occidentali) con lʼimmancabile ritornello secondo cui lʼarretratezza economica dovrebbe essere vista come autenticità culturale. Il problema è che il libro, scritto peraltro in un ottimo inglese, è prolisso, noioso, privo di azioni e senza alcun approfondimento dei personaggi, i cui caratteri restano solo accennati, a cominciare da quello del protagonista. Devo confessare che il mio giudizio, così drastico, si basa solo su meno della metà del libro, perché, sfinito e sconsolato, ho deciso di interrompere la lettura, cosa che non faccio mai. Può darsi che la seconda parte del romanzo sia splendida, ma lascio lʼonere della prova ad altri lettori, più pazienti del sottoscritto. La storia dovrebbe riprendere la vita dellʼautore. Il protagonista è fuggito da una prigione australiana e ha trovato rifugio nella grande e multiforme Bombay. Qui conosce un gruppo di occidentali, che vivono sul confine tra il mondo indiano e quello occidentale. Le occasioni, la curiosità e lʼamicizia con un uomo del posto ( Prabaker, lʼunico personaggio tratteggiato con cura) lo portano ad abbandonare questa posizione da «spettatore»: > improvvisamente ho realizzato che se volevo vivere qui, a Bombay, la città di cui mi ero innamorato, dovevo cambiare, dovevo farmi coinvolgere.... dovevo aspettarmi che mi avrebbe trascinato nel flusso della sua gioia e della sua rabbia. Presto o tardi, lo sapevo, avrei dovuto abbandonare le zone sicure e gettarmi fra la violenza della gente, e mettere il mio corpo in gioco . E così ha fatto, andando a vivere in una delle tante baraccopoli della città. E da qui in poi cominciano le vicende inverosimili: apre una clinica per fornire le prime cure agli abitanti dello slum, fa amicizia con un gruppo di mafiosi che governano la baraccopoli ( criminali che amano discutere di filosofia), ha persino occasione di abbracciare un orso, combatte contro i cani selvaggi e così proseguendo. Gli episodi si susseguono senza un filo conduttore, mettendo insieme tutto ciò che noi turisti ci aspetteremmo dellʼIndia, La narrazione, che vorrebbe essere realistica e cruda, è invece pervasa di ipocrisia e di artefatto. Certo, il nostro protagonista è colpito dalla sofferenza, dalla miseria e dagli scoppi di violenza del popolo, ma si adagia, serenamente, sui valori di solidarietà che pervadono la povera gente, senza accorgersi che questi valori non hanno fondamento nella coscienza di cambiare, ma derivano dalla rassegnazione, dallʼaccettazione di un mondo ingiusto. Anzi non ha senso il cambiamento: > quando noi agiamo, perfino con le migliori intenzioni, quando noi interferiamo con il mondo, noi rischiamo sempre un nuovo disastro che potrebbe anche non derivare dalla nostra azione, ma che non sarebbe avvenuto senza di noi. Alcune delle peggiori ingiustizie sono causate da gente che cercava di cambiare le cose . Con questa filosofia non ci si stupisce che il protagonista si trovi più a suo agio con i mafiosi che governano la città e con il gruppo di occidentali che passano il tempo a fumare marijuana. Né si può essere sorpresi che il protagonista si troverà coinvolto nelle lotte tra le bande criminali. Ma di questa parte non posso scrivere perché, come ho già detto, ho interrotto la lettura. Lʼeleganza e la fluidità dellʼinglese fanno venire il sospetto che questo libro sia un prodotto di marketing, ossia sia stato costruito ad arte intorno ad un tema ricorrente e abusato nella letteratura e nella cultura occidentale: il fuggitivo che trova una nuova vita nella multiforme India. > Come tutti i fuggitivi, tanto più avevo successo, tanto più a lungo e avanti andavo, tanto meno conservavo la mia identità. Ma cʼera gente, alcuni che potevano raggiungermi, alcuni nuovi amici per la mia nuova identità che stavo imparando ad avere..... un tale gruppo così disperato, i più ricchi e più disgraziati, educati e illetterati, virtuosi e criminali, vecchi e giovani, sembrava che lʼunica cosa che avessero in comune fosse il potere di farmi sentire qualchecosa Un bellʼegocentrismo occidentale! Perché non leggerlo? È noioso, stucchevole e fastidioso.

David Gregory RobertsHachette Digital
Smoke
RecensioneInglese

Smoke

Si tratta di un breve racconto. L’ambiente è la società contadina del Sud degli Stati Uniti. Un padre autoritario ha di fatto cacciato i due figli dalla proprietà: il più giovane perché aveva richiesto la divisione della terra, il più anziano perché non sopporta più il padre. Mentre il più giovane vive come un eremita, il più vecchio va a vivere da un cugino. Il padre muore apparentemente ucciso da un cavallo e viene anche assassinato il giudice, esecutore testamentario dell’eredità. Il procuratore riesce, con la sua capacità dialettica e l’uso attento delle parole, a spingere il vero colpevole, il cugino, a confessare. L’espediente è costituito proprio dal fumo, che il procuratore nasconde in una scatola del giudice e la cui presenza nel luogo del delitto mette con le spalle al muro il colpevole, che risulta essere un forte fumatore. La trama vorrebbe essere quella poliziesca, ma in realtà il vero oggetto del racconto è costituito dall’aridità e asprezza del mondo contadino e dei rapporti familiari, che si sviluppano dietro alla volontà di possesso della terra. In contrasto con questa brutalità e con una vita quotidiana squallida si sviluppa il periodare elegante del procuratore: > si era laureato ad Harvard... capace di trascorrere interi pomeriggi in compagnia degli uomini accovacciati contro i muri degli empori di campagna, parlando con loro nella loro lingua. Li chiamava i suoi momenti di svago . Il mondo della campagna viene in qualche modo manipolato dalla parola, dall’intellettuale che sa parlare bene e sa costruire trucchi e trappole per i contadini ingenui. Lo stile del racconto, la struttura della frase in particolare, si sviluppa in modo molto complesso, e quindi di difficile lettura.

William FaulknerReview of Reviews Corporation
Solar
RecensioneInglese

Solar

Michael Beard ha ottenuto, appena ventʼenne, il premio Nobel. Lui stesso non si spiega i motivi di un riconoscimento così prestigioso ( forse il comitato lʼha confuso con Sir Michael Bird?), ma da allora, > come un naufrago, si è aggrappato a questʼunico pezzo di legno, e vedeva sé stesso come un privilegiato . Il romanzo ha poco da fare con la scienza e con lʼenergia solare, ma narra soprattutto la storia di un misero uomo, bugiardo, egoista, opportunista, che attraversa con indifferenza gli affetti delle persone più vicine. Il racconto ha inizio al momento della separazione di Michael dalla sua quinta moglie, che lo tradisce per vendicarsi dei tanti adultéri del marito. Michael è presidente di un centro di ricerca governativo, che dovrebbe trovare soluzioni per ridurre lʼanidride carbonica e quindi contrastare il cambiamento climatico. In realtà il nostro protagonista non crede affatto agli effetti disastrosi dellʼinquinamento atmosferico ma, con la stessa superficialità con la quale porta avanti la sua vita sentimentale, avvalla un progetto assurdo di installare piccole pale eoliche in tutte le case degli inglesi. È questa lʼidea di un giovane ricercatore, fanatico delle fonti rinnovabili, che infastidisce il cinico Michael con il suo idealismo ambientalista. Ritornando da un viaggio nel continente antartico, dove è stato costretto a partecipare ad uno strampalato gruppo di ricerca sullo scioglimento dei ghiacci , Michael sorprende il giovane ricercatore a casa sua: è uno degli amanti di sua moglie. Nel colloquio che segue alla scoperta, il giovane ricercatore si uccide inciampando in un tappeto mentre si sta dirigendo verso Michael per pregarlo di non licenziarlo. Il nostro protagonista non è certo colpevole ma capisce che potrebbe essere il primo ad essere sospettato. E così fa in modo che venga condannato un altro amante della moglie, un uomo violento e assurdamente geloso. A questo primo inganno se ne aggiunge un altro: Michael viene in possesso delle carte del giovane ricercatore nelle quali è dimostrata la possibilità di ricavare lʼidrogeno dallʼacqua utilizzando lʼenergia solare. È la scoperta del secolo, che risolverebbe in un colpo solo il problema delle emissioni di anidride carbonica e quello dellʼesaurimento delle fonti di energia. Il racconto si sposta, poi, molti anni avanti. Michael, un uomo obeso, mangiatore e bevitore insaziabile, ha continuato la sua vita cinica e superficiale. Dal punto di vista sentimentale, oltre alle amanti occasionali, ha, suo malgrado, due relazioni fisse: con una inglese, che gli ha dato una figlia, anche se lui si era opposto in tutti modi, e con una americana, conosciuta nel New Messico dove sta realizzando il prototipo di fabbricazione dellʼidrogeno dallʼacqua, fondamentale per dimostrare la validità industriale dellʼidea. Dal punto di vista del business deve combattere con gli investitori, spesso scettici sul progetto e che soprattutto si chiedono se ne vale la pena spendere i soldi in una tecnologia così innovativa, quando non si è certi se ci sarà la catastrofe ambientale e se, quindi, bisognerà abbandonare i combustibili fossili ( come il carbone, il petrolio e così via). Dinanzi alle preoccupazioni del socio, che ha investito diversi milioni di dollari e riporta le opinioni di molti esperti che dicono che non cʼè un riscaldamento planetario, Beard ,forte del suo premio Nobel, > mise una mano sul braccio dellʼamico, un chiaro segno che egli era oltre i sui limiti. Toby ascolta, ci sarà la catastrofe . Lui che non aveva mai creduto nel riscaldamento globale! Ma a differenza della teoria che gli ha dato il premio Nobel, che districa in modo matematicamente ineccepibile le complesse interazioni tra energia e massa, Michael resta attorcigliato nel groviglio di falsità e di contraddizioni, proprie della sua vita. Nel momento in cui sta per dimostrare la grandezza del suo genio ( ma è ciò che veramente gli interessa o ciò che vale è il piacere del momento?) le sue «donne» gli chiedono il conto delle promesse fatte, ritorna lʼuomo ingiustamente condannato per vendicarsi e gli viene intentata unʼazione legale perché ha utilizzato un progetto non suo. Capisce che ha fallito e percepisce con chiarezza il cancro che lo sta uccidendo. Finalmente consapevole della sua meschinità vede la figlia, che lo ama di un amore incondizionato, andargli incontro, ma > egli dubitò mentre lʼabbracciava, che qualcuno avrebbe mai potuto credergli adesso che fosse vero amore . La scrittura è brillante, la trama si sviluppa a tratti in modo accattivante, i personaggi sono ben descritti: il tutto dovrebbe avvincere il lettore. Ma, come per il protagonista del romanzo, cʼè una sorta di leggerezza e di eccessiva ironia, che rende evanescente il racconto. Tutto sembra paradossale e quindi la falsità e il cinismo, i temi fondamentali del racconto e tratti così tipici della nostra epoca, restano narrati in modo superficiale e non si assiste a quello svelamento che ci si aspetterebbe. McEwan è un grande autore, che spreca la sua arte. Perché leggerlo? È scritto molto bene e la storia è intrigante.

Ian McEwanVintage
Stamboul Train
RecensioneInglese

Stamboul Train

Il romanzo narra il viaggio da Ostenda a Istanbul di un gruppo di viaggiatori: una giornalista con la sua amante, un giovane commerciante ebreo in viaggio di affari, un ladro divenuto suo malgrado un assassino (in fuga), un famoso ricercato politico e una giovane ragazza di nome Coral. Durante il viaggio si intrecciano avventure e storie di amore, in particolare quella tra il giovane commerciante e Coral, tra i quali sembra nascere una vera e duratura relazione. Al confine con l’Ungheria la polizia arresta il ricercato politico (su indicazione della giornalista) e insieme il ladro e Coral. I tre riescono a fuggire ma nella fuga il ricercato politico viene ferito mortalmente e Coral si ferma per assisterlo. Il giovane commerciante, che attendeva con un automobile parte comunque per Costantinopoli, dove si sposa per interesse. Tutti i personaggi si muovono secondo interessi egoistici (il denaro, la fama, gli affari ecc. ) a eccezione di Coral che rinunzia al giovane commerciante pur di assistere il ricercato politico. La ragazza è quindi l’unica figura che riflette sentimenti sinceri, non mediati da sovrastrutture economiche e ideologiche, ma orientati agli aspetti profondi della vita umana, come la solidarietà verso una persona in difficoltà. Anche questo romanzo appartiene al filone «divertimento» di Greene, ma sinceramente da questo punto di vista è senza dubbio deludente: il ritmo è lento per la nostra abitudine di romanzi moderni del genere poliziesco e comunque non tale da creare suspense e interesse nella trama. La parte più interessante è quella della prigionia ai confini con l’Ungheria in quanto emergono finalmente le contraddizioni dei diversi personaggi ed emerge la figura di Coral. A differenza del «nostro uomo all’Avana» il romanzo è caratterizzato da una forte e diffusa amarezza: prevalgono sempre l’egoismo e la vacuità rispetto all’altruismo e alla sincerità. I rapporti tra le persone sono dominati da sentimenti falsi e dalla ricerca della soddisfazione del proprio narcisismo e dell’interesse.

Graham GreeneWilliam Heinemann
Star of the Sea: Farewell to Old Ireland
RecensioneInglese

Star of the Sea: Farewell to Old Ireland

Tra il 1845 e il 1849 una carestia colpì lʼIrlanda, dando vita ad una grande emigrazione verso la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il Canada. Fu una massa enorme di gente allo stremo delle forze, denutrita e afflitta da tifo, tubercolosi e colera, già ridotta alla povertà e alla fame negli anni precedenti dalle avide politiche dei proprietari terrieri. Il romanzo vorrebbe raccontare questa tragedia umana e lo fa in modo originale ed intrigante: nel rigido inverno del 1847 una nave salpa per New York con a bordo centinaia di persone in fuga da una terra devastata. > La nave non era diretta in America, ma in qualsiasi paese o territorio che non fosse il Regno Unito; non importa quanto ostile e freddo potesse essere . Con toni che richiamano Conrad se non persino Melville, lʼautore presenta la nave come > una colossale bestia di un peso opprimente, le sue vertebre scricchiolanti come se potessero spaccarsi, trascinate da una divinità in una loro ultima tribolazione, lʼossatura già a metà priva di vita e noi passeggeri suoi parassiti. (...) un organo a pezzi di una cattedrale un tempo maestosa ; la metafora, insomma, di unʼIrlanda distrutta, di un popolo disperato. Seducono pure le molte voci narrative, come il giornale di bordo del capitano, il quale scandisce i giorni del viaggio con lʼelenco dei deceduti per malattia e deperimento; oppure le lettere di alcuni passeggeri, che testimoniano la speranza, ma anche la fatica e la disperazione degli emigranti. Peccato che la trama e i personaggi non sorreggono lʼapproccio narrativo né tanto meno rispecchiano la tragicità storica ed esistenziale che si intende narrare. A bordo, insieme con centinaia di emigranti, ci sono una cameriera con un segreto devastante, un proprietario terriero in bancarotta con la sua famiglia, uno scrittore alla ricerca di un successo che non arriva, un assassino desideroso di vendetta. Le vite di questi personaggi sono tra loro intrecciate. Dissolvendo ogni cosa la grande carestia ha rotto le convenzioni e le gerarchie, liberando ad un tempo energie potenziali e desideri repressi: si è liberi finalmente ma questa libertà porta anche allʼauto distruzione. Al centro della storia cʼè la figura del proprietario terriero, David Merridith: innamorato della cameriera, che scopriremo essere sua sorella, deve limitarsi ad una relazione platonica, che non ha più senso nella nuova situazione; attratto dal sesso più torbido ed ambiguo ha contratto matrimonio per convenzione, e non certo per amore, e rimpiange la vita che avrebbe potuto avere; animato da aspirazioni sociali ha assunto, suo malgrado, il ruolo del «cattivo» verso i suoi contadini, tanto da alimentare lʼodio e il desiderio di vendetta. Alla fine David Merridith muore misteriosamente (assassinato? suicida?), liberando della sua presenza ormai ingombrante gli altri protagonisti, che possono rifarsi una vita in America. Personalizza la vecchia società e la sua scomparsa testimonia la rottura con il passato? Iniziato con grande aspettative il romanzo si riduce ben presto allʼennesimo zibaldone: si dilunga nella vita dei personaggi, abbandonando la nave e i suoi passeggeri per raccontare le premesse con dovizia di particolari, facendoci perdere la sorpresa; si sofferma a lungo su scene scabrose, violente, persino sulla sifilide del misero David Merridith; si sforza di fornire un ampio ma scontato affresco dellʼIrlanda e dellʼInghilterra della metà dellʼottocento. Volendo mettere insieme troppi argomenti e troppe situazioni lʼautore rende la trama noiosa e prolissa, sfilaccia lo stile narrativo, che perde le suggestioni immaginifiche alla Conrad per divenire banale e ridondante. Perché non leggerlo? È lungo e noioso.

Joseph O'ConnorVintage
Sugar (in Sugar and other stories)
RecensioneInglese

Sugar (in Sugar and other stories)

Si tratta di un breve racconto. Il padre della narratrice è ricoverato in un ospedale di Amsterdam, dove gli è stato diagnosticato un cancro alla prostata, che lo porterà in tempi brevi alla morte. È un uomo taciturno e schivo, che si apre alla figlia, la narratrice, raccontando della famiglia e del nonno. Uno dei temi è costituito dall’abitudine della moglie di «raccontare delle bugie», ossia di inventare episodi della famiglia. La narratrice si rende quindi conto che «buona parte del mio passato poteva essere stata confezionata da mia madre». Il tema del racconto è il mito della famiglia, ossia la capacità di mitizzare, idealizzare e immaginare una memoria famigliare, che incide poi in modo determinante nell’evoluzione mentale, psicologica e culturale dei discendenti. > Durante quelle settimane estreme in Amsterdam pensavo alle origini. Pensavo intorno a mio nonno. Pensavo anche a certi miti delle origini che avevo messo insieme da bambina per spiegare cose che erano importanti, il mio senso di essere del nord, la paura dell’arte, l’inevitabilità della fine . L’elaborazione mitologica è l’elemento determinante di questa memoria, che non fotografa la realtà, non è storia, ma permette di ricevere un mondo di valori e di sensazioni. La narratrice immagina che la sua famiglia paterna fosse come il sistema degli dei nordici «selvaggi, stravaganti, duri, robusti e terrorizzanti» e che > le bugie di sua madre fossero per addolcire e mitigare il mondo tempestoso e freddo di mio padre . L’invenzione nella narrazione è un modo per liberarci dal dolore, dall’aridezza della vita, dall’avvicinarsi inesorabile della morte: > che cos’è tutto questo, tutta questa storia che vi sto raccontando se non un’accurata selezione di cose che si possono dire, che possono essere portate alla luce del giorno? A lato di questa costruzione si allungano le ombre nere delle cose non dette, perché non voglio, o non oso dirle, oppure non le ricordo, le ho fraintese, le ho dimenticate, o non le ho mai sapute . Se la vita non è quella reale, ma ciò che si ricorda e quindi si racconta, la vita è letteratura. Essa non ci restituisce le persone: «nessuna di queste parole ce lo può restituire». Restano solo il mito e il racconto. Un racconto breve, ma di grande spessore, sia filosofico che letterario. Lo stile è molto efficace, costruito intorno a una sintassi elaborata, ma chiara, che rende la lettura piacevole ed agevole.

A.S. ByattChatto & Windus
Sunset Park
RecensioneInglese

Sunset Park

Moris Heller, il padre del protagonista, è in aereo e guarda un vecchio film hollywoodiano («I migliori anni delle nostre vite»), il quale parla del ritorno a casa dei soldati dalla seconda guerra mondiale, delle loro vite che si devono ricomporre; e gli viene in mente quanto gli ha detto un vecchio amico, un noto scrittore: > lʼidea con la quale sto giocherellando è di scrivere un saggio sulle cose che non succedono, sulle vite non vissute, le guerre non combattute, il mondo oscuro che corre parallelo al mondo che noi pretendiamo che sia reale, il non detto e il non fatto, il non ricordato. Un territorio rischioso, forse, ma potrebbe valere la pena esplorarlo . Miles Heller, figlio di Moris, ha la passione di fotografare le cose abbandonate da chi deve lasciare in fretta la propria casa, a seguito di un ingiunzione di sfratto. Non ha progetti, non ha speranze, «pezzo per pezzo» ha ridotto i desideri al minimo. Perché un giovane ventenne, un tempo brillante studente, conduce una vita così vuota? Fugge dal senso di colpa, da un male di vivere che non riesce a confessare: è convinto di avere ucciso il fratellastro spingendolo sotto una macchina. A indurlo a scomparire è stato quanto ha origliato in una conversazione fra il padre e la matrigna. > È un ragazzo brillante, lo ammetto. Ma freddo, fragile, disperato, ho i brividi se penso al suo futuro. (...) Lo stavano tagliando a pezzi. Sezionandolo con incisioni calme ed efficienti come patologhi in unʼautopsia, parlando di lui come se fosse già un morto che cammina. (...) Forse la cosa migliore per tutti è di rimuovere se stesso dalle loro vite, di scomparire . La sofferenza è così profonda che non riesce neanche ad aprirsi con una giovane ragazza, della quale si è fortemente innamorato. Lʼha conosciuta casualmente perché leggevano tutte e due «Il Grande Gastby», il romanzo emblematico di una forte personalità. Per alcune pagine speriamo che Miles possa trovare nellʼamore la soluzione alle sue angosce, ritrovare la serenità ed essere felice. Ma è costretto a lasciare la Florida in fretta e furia e ritornare a New York, perché potrebbe essere accusato di aver abusato di una minorenne, la fidanzata, infatti, non ha ancora compiuto la maggior età. Accetta lʼinvito di un amico (Bing Natham), il quale ripara oggetti di tutti i tipi in una sorta di «Ospedale delle cose rotte», ed è andato a vivere in una casa abbandonata, insieme con due ragazze: Ellen ed Alice. Il racconto si concentra, quindi, sulle storie degli altri personaggi, così come ripercorre le vite dei genitori di Miles, del padre, della matrigna e della madre. Scopriamo che tutti hanno una sofferenza interiore, un non detto e un non ricordato: qualcosa che non sono capaci di esprimere, di riconoscere, di ammettere. Andando avanti nel racconto sembra che si aprano squarci di luce, prospettive di speranza: Miles prende contatto con i genitori e finalmente confessa i motivi della fuga, liberandosi in apparenza dei sensi di colpa. Poi tutto precipita indietro. Durante lo sgombero dellʼappartamento da parte delle forze dellʼordine Miles reagisce colpendo un poliziotto. Rischia il carcere, potrebbe consegnarsi ma preferisce la fuga. > Si chiede se vale la pena sperare in un futuro se non cʼè nessun futuro, e da adesso in poi, dice a sé stesso, egli smetterà di sperare in qualche cosa, e vivrà soltanto per lʼoggi, questo momento, questo attimo che passa, lʼoggi che è qui e che non è qui, lʼadesso che se nʼè andato per sempre . Perché? Forse non riusciremo mai a liberarci dallʼangoscia che è dentro di noi, è possibile sopportare lʼesistenza solo se ci rinchiudiamo nella quotidianità della vita. Come in gran parte dei romanzi di Auster prevale una impronta intellettualistica; dietro la fine psicologia dei personaggi emerge un senso di artificioso, quasi che essi siano figuranti di un ragionamento astratto, chiuso nella mente dellʼautore, poco attento ai meccanismi reali della vita. Di fatto Miles, Bing, Ellen, Alice e così via non sono il vero oggetto del racconto: sullo sfondo cʼè New York, lʼambiente colto e raffinato degli intellettuali, un recinto fuori dal quale cʼè il mondo reale, quello del quale Auster non può o non vuole parlare. Lo stile narrativo è caratterizzato da lunghi periodi, nei quali la virgola separa frasi in sé stesse compiute. È come un fiume in piena, un susseguirsi di parole e di strutture sintattiche; dapprima affascinano e mettono in risalto lʼindiscussa abilità dellʼautore, ma poi lentamente annoiano trasformando il racconto in un lungo soliloquio: è Auster che parla? È un saggio o un romanzo? Perché non leggerlo? Bello dapprima poi diviene noioso..

Paul AusterFaber & Faber
Super Sad True Love Story
RecensioneInglese

Super Sad True Love Story

> Privatizzazione, statalizzazione, incentivi al risparmio, stimolo alla spesa, regolazione, deregulation, cambio fisso, cambio fluttuante, controllo dei cambi, cambi liberi, più tariffe, meno tariffe. E il risultato netto: bancarotta . Siamo in un America immaginaria, governata da un regime «bypartisan» di stampo autoritario e poliziesco, in pieno declino economico e politico: > zero per la nostra economia, zero per la potenza militare, zero per tutto ciò che ci rendeva orgogliosi di noi stessi . In un mondo tecnologico, nel quale non si leggono più libri ma si consulta continuamente il proprio tablet ( con il risultato che > si sa ogni schifoso dettaglio del mondo, mentre i miei libri conoscono soltanto le menti dei loro autori ), Lenny Abramov è un quarantenne ebreo di origine russa, che lavora per unʼ azienda di genetica specializzata nel prolungare la vita dei propri ricchi clienti. Il romanzo prende lʼavvio dagli ultimi giorni di soggiorno del protagonista a Roma, dove è vissuto per un anno, bevendo, facendo sesso e godendo della dolce vita italiana, dissipando allegramente i soldi dellʼazienda con scarsi risultati commerciali. Proprio il giorno prima di partire incontra una ragazza americana di origine coreana, Eunice, di cui si innamora follemente. «Come posso indurla a conciliare la sua giovinezza con la mia decrepitezza?» Si chiede Lenny: > noi siamo una coppia talmente improbabile, così inverosimile perché lei è splendida ed io sono il più brutto quarantenne in questo locale... lo so che stiamo vivendo nellʼAmerica di Rubenstein ( il presidente degli Stati Uniti)... ma ciò non ci fa persino più responsabili per i destini di entrambi? E sono proprio la cura attenta e la protezione affettuosa, che permettono a Lenny di conquistare, passo dopo passo, il cuore, peraltro bizzarro e capriccioso, di Eunice. Nasce una storia dʼamore in una New York devastata e decadente. Lʼamore per Eunice è per Lenny anche lʼamore per la sua città, il disperato desiderio di fare una vita normale tra le macerie di un impero. > È ancora la mia città? ( si chiede Lenny) Ho una pronta risposta, rivestita di una disperazione ostinata: lo è. E se non lo fosse, lʼamerò ancora di più. Lʼamerò al punto che lei diventerà di nuovo mia . Ma si arriva inesorabilmente al crollo. Le manifestazioni di protesta sono represse violentemente da una polizia privatizzata dalle grandi corporation. Cinesi, venezuelani e norvegesi conquistano lʼAmerica e ne spartiscono le spoglie, destinando New York ad essere una società di ricchi e cacciando con la forza gli abitanti dalle loro case. In questa catastrofe hanno fine anche la storia dʼamore e con essa il mondo di riferimento di Lenny e non resta che «il silenzio nero e completo». È un romanzo sofisticato, che si appoggia su una struttura narrativa duale. Da un lato cʼè il diario di Lenny, prezioso nei vocaboli, colto ed ironico, con evidenti riferimenti allʼAmerica di oggi, dallʼaltro lato ci sono i messaggi di Eunice scritti in una lingua giovanilistica. Ne deriva una contrapposizione narrativa e stilistica che esprime bene il modo diverso di intendere gli affetti e gli avvenimenti. Per Lenny si tratta di sfuggire alla paura della morte e di trovare un senso alla vita dinanzi al crollo del proprio mondo. Per Eunice la storia di amore è una parentesi, da affrontare in modo opportunistico, mettendo in primo piano la famiglia di origine e le proprie aspirazioni. Una peculiarità del romanzo è lʼuso delle parole, ricercate, vezzeggiate, seducenti, con significati inconsueti. In una giornata ventosa Lenny incontra una anziana e stanca donna che > guardò su al vento incombente e disse una parola: Bufera. Soltanto una parola, una parola che significava niente più che un periodo di tempo caratterizzato da forti venti, ma mi prese di sorpresa, mi ricordò di come era usato una volta il linguaggio, la sua precisione e semplicità, la sua capacità di suscitare ricordi.... e cento altri giorni di bufera mi apparvero dinanzi.... noi stavamo comunicando con parole . Ed è proprio la ricercatezza delle parole ad appesantire la lettura, resa difficile da una narrazione lenta, ripetitiva ( anche a causa della struttura duale) e sovente prolissa. Prevale un intellettualismo newyorkese che va a scapito della freschezza del racconto. Perché leggerlo? È una triste storia dʼamore, ultima difesa dinanzi al crollo del mondo occidentale.

Gary ShteyngartKandon House ebook
The thin man
RecensioneInglese

The thin man

The thin man ( generalmente tradotto con il termine uomo ombra) è un ricco inventore scomparso da alcuni giorni, proprio quando la sua segretaria viene uccisa. Da questi due avvenimenti prende le mosse la classica storia poliziesca: un famoso ex detective (Nick lʼio narrante) si trova a New York con sua moglie, Nora, e viene coinvolto, suo malgrado, dalla famiglia dellʼinventore ( lʼex moglie e i due figli, una ragazza viziata e un giovane strampalato) e dallʼavvocato della persona scomparsa. Non si possono raccontare le vicende di un giallo né il finale, ovviamente. Il racconto si sviluppa leggero e smaliziato intorno a Nick e a Nora, questʼultima apparentemente un personaggio minore ma in realtà una spalla eccezionale: volutamente assente, ironica e paziente. La sua idea è che un detective debba trovare qualsiasi cosa, anche un pezzo di anatra in un piatto affollato di cibo. Ci sono poi i parenti dellʼinventore, avidi, egoisti, indifferenti alla sorte del marito e padre scomparso, «non sono forse il primo di una nuova razza di mostri?», si chiede Nora. La storia poliziesca e i personaggi sono anche il pretesto per una raffigurazione dellʼAmerica degli anniʼ 30, travolta dalla crisi della borsa che non viene ancora percepita come uno sconvolgimento profondo della società, quale poi sarà: si continua a bere molto, a frequentare locali notturni, a pensare che i soldi possano continuare a girare. La forza del romanzo di Hammett è senza dubbio lo stile narrativo. È fatto di dialoghi serrati, di frase concise, giocate tutte su un uso sapiente dei verbi, spesso composti, propri del linguaggio familiare anche se non scivolano mai nellʼuso gergale. Si ha lʼimpressione che Nick abbia fretta, che le azioni sono troppo veloci per permettersi di soffermarsi a lungo in descrizioni e approfondimenti di carattere. O è la noia che pervade il protagonista e lo spinge a correre nella vita? Perché leggerlo? È un grande classico del genere poliziesco ma è anche una rappresentazione efficace di una società in crisi, nella quale, però, si riesce ancora a non essere sciatti.

Dashiell HammettVintage
The Thing Around Your Neck
RecensioneInglese

The Thing Around Your Neck

Il libro è una raccolta di brevi storie, che si incentrano intorno alla solitudine della donna. Nel racconto che dà il titolo al libro, la protagonista ha lasciato la Nigeria per andare a vivere negli Stati Uniti presso uno zio, che cerca di molestarla. La ragazza abbandona la casa dei parenti e il suo sogno americano si infrange in un lavoro sotto pagato di cameriera. Vorrebbe scrivere ai genitori, ma > non cʼè niente di cui scrivere... Nessuno sapeva dove tu fossi, perché non lo dissi a nessuno.Talvolta ti sentivi invisibile.....Di notte, qualche cosa si stringeva intorno al collo, qualche cosa che quasi ti soffocava prima di cadere addormentata . La libertà della donna è possibile solo nella solitudine, in quanto in tal modo il destino non è determinato dallʼuomo, sia che sia marito, padre o fratello. In Tomorrow is too far, ( un racconto che ricorda la Morrison di Beloved) la vicenda si sviluppa abilmente in unʼalternanza tra presente e passato. La protagonista, ormai adulta, vive negli Stati Uniti. Ritorna dopo molti anni in Nigeria, dove bambina aveva spinto il fratello a salire su un albero e poi gli aveva urlato che cʼera un serpente velenoso che lo poteva morsicare. Il ragazzo, spaventato, era caduto uccidendosi. Questo episodio condannerà la bambina al rimorso e allʼesclusione, ma era lʼunico modo, crudele e incosciente, per ribellarsi ai privilegi che la tradizione concedeva ai maschi: > tu sapevi che qualche cosa doveva capitare a Nonso ( il fratello) così che tu potessi sopravvivere . La solitudine nasce anche dalla fuga da un paese violento, eppure amato: la Nigeria. The American Embassy è la narrazione, tra la cronaca giornalistica e la sospensione psicologica, di una lunga attesa su «un marciapiede palpitante», dinanzi allʼAmbasciata americana per avere il visto di espatrio. La protagonista, con il suo dolore «da qualche parte tra gli occhi», vuole abbandonare la Nigeria, perché la polizia nigeriana le ha ucciso il figlio, ancora bambino. Quando si trova davanti al funzionario americano la donna capisce che non può abbandonare il suo paese, dove è sepolto il suo bambino: «voleva ritornare alla loro dimora ancestrale», ai fiori della sua terra, ai piatti cucinati con olio di palma e così «si voltò lentamente e prese la direzione dellʼuscita». Lo sradicamento tra il legame con la propria terra e lʼespatrio negli Stati Uniti è presente in tutti i racconti, non dipende, tuttavia, da una libera scelta della donna ma dalla volontà del marito e della famiglia. Il pregio principale dei racconti sono la struttura narrativa e la scrittura. Lʼautrice usa con grande sapienza la seconda persona singolare ( il " tu") per mantenere la narrazione sospesa tra lʼautobiografia e la forma impersonale. Ne deriva un senso di inevitabilità, quasi che le vicende non possono essere che così, non sono possibili soluzioni diverse, in quanto i fatti si sviluppano al di fuori della volontà e della possibilità dei protagonisti. La vita è questa e non ci sono alternative. La scrittura è elegante, semplice e misurata, senza indulgenze a neologismi o a lingue nazionali e locali. Anzi, con malizia, la scrittrice evidenzia spesso il diverso impiego dei vocaboli, tra quelli tipicamente inglesi, che vorrebbero adoperare le protagoniste ( tutte appartenenti alla classe colta nigeriana) e gli usi americani, quasi che lʼestraniazione, la fuga e la solitudine trovino riscontro anche nellʼabbandono dei soliti modi dellʼinglese. Il limite del libro sta proprio nella struttura narrativa dei racconti, che lʼautrice non riesce a chiudere, restando sempre incompiuti e sospesi. Ne emerge una frammentazione, che rende difficile riannodare il filo narrativo e i suoi significati. Perché leggerlo? È una lettura piacevole e interessante.

Chimamanda Ngozi Adichie,HarperCollins
A thousand splendid suns
RecensioneInglese

A thousand splendid suns

Lʼamicizia femminile è al centro di questo romanzo.Lʼautore narra le vicende della condizione femminile in Afghanistan in un arco di tempo molto lungo, dagli anni ʼ60 ad oggi, dalla monarchia sino allʼinvasione dellʼesercito occidentale, percorrendo il periodo «sovietico», la guerra civile e il regime talibano. Racconta la dura vita delle donne tramite le vicende di due figure femminili: Mariam e Laila. Mariam ha quindici anni nel 1974, quando il padre la dà in sposa ad un uomo molto più anziano: Rasheed. Il matrimonio dovrebbe sanare una situazione scandalosa. Mariam è una figlia illegittima e quindi, dopo il suicidio della madre, non può essere accolta nella famiglia paterna.Per la ragazza si interrompe una adolescenza relativamente felice, arricchita dal mito del padre e dal sogno di essere accolta come figlia a tutti gli effetti, di non essere più una bastarda. Eppure, benché tradita dal padre, un debole ed un codardo, Mariam affronta con coraggio la nuova vita, nella grande città di Kabul. Ma Rasheed si rivela un uomo dispotico e violento, soprattutto dopo che Mariam non riesce a dargli un figlio maschio, perdendo anzi la bambina di cui è in attesa. La monarchia viene sostituita dal regime comunista e la condizione della donne migliora, almeno nelle dichiarazioni ufficiali e per un ristretto strato della popolazione. Ma per Mariam non cambia nulla: vive reclusa in casa sottoposta al dominio brutale del marito. Il racconto narra poi lʼadolescenza di Laila: una ragazzina vivace, irrequieta, istruita, innamorata sin da piccola di un compagno di giochi: Tariq. La guerra tra bande tribali porta ad un clima crescente di violenze, uccisioni, rapimenti e stupri, spingendo molte famiglie, tra cui quella di Tariq, a fuggire in Pakistan. Una bomba distrugge la casa di Laila, uccidendo i genitori. La ragazza viene salvata ed accolta da Rasheed e Mariam. In realtà lʼuomo mira a sposarla e ci riesce, in parte con lʼinganno ( con la falsa notizia della morte di Tariq) ed in parte perché Leila aspetta un figlio da Tariq e vede nel matrimonio una soluzione per sé e soprattutto per il bambino. Dapprima Mariam accoglie con ostilità Leila, che le ha usurpato il ruolo di unica moglie, ma poi proprio la crudeltà di Rasheed, la nascita di due bambini e la durezza della vita sotto il regime talibano creano una crescente solidarietà tra le due donne sino ad una profonda amicizia. È un legame tipicamente femminile perché nasce dalla cura per i bambini e dalla volontà di resistere, con fermezza e testardaggine, alle violenze inaudite alle quali sono sottoposte da parte di Rasheed. E sarà proprio Mariam, la docile e remissiva Mariam, a uccidere con un colpo di scure il marito, che stava cercando di assassinare Leila. In tal modo Mariam permetterà la fuga di Leila e si condannerà alla morte per mano dei talibani: un sacrificio estremo per il futuro felice dellʼamica e dei suoi bambini. Le parti migliori del romanzo sono quelle dedicate alla descrizione dellʼinfanzia e dellʼadolescenza di Mariam e di Leila: la rappresentazione del mondo della campagna, quello di Mariam, contrapposto allʼambiente di Kabul, dove è cresciuta Leila; lʼinnocenza e i sogni delle due ragazze, così differenti ed eppure simili, perché tipiche dellʼadolescenza; lʼaffetto per il padre, per Mariam mitizzato e per Leila tangibile; la lontananza affettiva delle madri e il legame così profondo tra Leila e Tariq, senza dubbio la parte positiva di un romanzo generalmente cupo e triste. Quando poi si passa a descrivere le vicende dei due matrimoni, si percepisce un senso di astrattezza e di artificioso. Inutilmente lʼautore utilizza lʼespediente letterario di narrare le vicende secondo i punti di vista delle due donne: le due personalità restano sullo sfondo, appiattite dalle scene di violenza e di vita afgana, a loro volta ripetitive e così simili a come le immaginiamo noi occidentali. In particolare, lʼamicizia fra le due donne non viene approfondita, ma emerge in modo superficiale senza che ne vengano scandagliate le motivazioni e le contraddizioni. La decisione estrema di Mariam di uccidere il marito e di liberare Leila appare come un atto improvviso, senza che se ne capisca la maturazione, con il risultato che proprio Mariam appare un personaggio di secondʼordine rispetto a quello di Leila, quando invece ha tutti i tratti di una eroina della tragedia greca. Perché non leggerlo? Troppo lungo e a tratti ridondante.

Khaled HosseiniBloomsbury
To kill a mockingbird (Il buio oltre la siepe)
RecensioneInglese

To kill a mockingbird (Il buio oltre la siepe)

> Mentre tornavo a casa, pensavo che Jem ed io saremo diventati grandi, ma non cʼera molto altro per noi da imparare, tranne lʼalgebra . Con questo giudizio Scout, la piccola narratrice del romanzo, sintetizza le vicende del libro. Ma che cosa ha imparato realmente la bambina? Maycomb è una citta del sud degli Stati Uniti: > una vecchia e stanca città. (...) Nella stagione delle piogge le strade si trasformavano in una rossa fanghiglia; lʼerba cresceva sui marciapiedi, il tribunale affondava nella piazza. (...) Cʼera in realtà un sistema di caste in Maycomb, ma per me lavorava in questo modo: i vecchi cittadini, lʼattuale generazione di famiglie che erano vissute accanto per anni ed anni, erano totalmente prevedibili gli uni agli altri: essi davano per scontato atteggiamenti, cambiamenti di carattere, perfino gesti, poiché si erano ripetuti in ogni generazione e fissati nel tempo. Scout è una bambina vivace, indipendente, irrequieta. Il suo "eroe > è Jem, il fratellino maggiore, il suo riferimento ideale è il padre. Atticus, viene chiamato per nome dai figli, è uno stimato avvocato e rappresentante della città nel parlamento dello stato; vedovo, educa i figli nel rispetto degli altri e della comunità, ma soprattutto secondo valori autentici, di giustizia e libertà. Tutti hanno il diritto al pieno rispetto delle proprie opinioni, ma prima che io sappia vivere con le altre persone, devo vivere con me stesso. Lʼunica cosa che non si attiene alla regola della maggioranza è la coscienza personale > . Scout e Jem trascorrono le lunghe e calde estati nella continua esplorazione del cortile accanto. In particolare li attira una casa, dove vive nascosta una persona, avvolta nel mistero. Chi è? È un essere mostruoso e pericoloso? Perché vive senza mai uscire? I ragazzi cercano in qualche modo di scoprire questo tenebroso segreto. Ed ancora una volta, come in tanti episodi del romanzo, emerge la serena saggezza di Atticus: ciascuno ha il diritto di vivere come crede; ciò che fa Mr. Radley (lʼoscuro personaggio) ci potrebbe sembrare strano, ma ciò che fa non è strano per lui«E poi, è giusto, chiede Atticus,»mettere la storia della sua vita in pubblico così che sia alla mercé dei chiacchiericci dei vicini > ? Atticus tratta i figli alla pari, dando loro consigli ma anche accettandoli: che cosa farei, si chiede Scout, se Atticus non sentisse la necessità della mia presenza, aiuto e consiglio > ? La storia potrebbe proseguire secondo i toni e i ritmi di un racconto dʼinfanzia, quando irrompe una vicenda tipicamente di stampo razzista. Un negro viene accusato di aver stuprato e picchiato una ragazza bianca; Atticus é lʼ avvocato dʼufficio, incarico che accetta pur sapendo che si metterà in contrasto con la comunità. Se non lʼavessi fatto, (dice alla figlia), non avrei potuto andare in città a testa alta, non avrei potuto rappresentare la contea in parlamento, e soprattutto non avrei potuto dire a te e a Jem cosa non fare > . Ciò che si svolge nellʼaula del tribunale conferma la grande abilità di Atticus, come avvocato e uomo. La sua arringa finale è la sintesi di che cosa è la democrazia. Thomas Jefferson una volta disse che tutti gli uomini sono stati creati uguali. (...) Noi sappiamo (...) che alcuni sono più intelligenti di altri, alcuni hanno più opportunità perché sono nati privilegiati, alcuni uomini fanno più denaro di altri...(...) Ma cʼè una cosa in questo paese nella quale tutti gli uomini sono stati creati uguali.(...) Questa istituzione è il sistema giudiziario > . La Giustizia è un ideale, esiste comunque la giustizia perché per la legge tutti gli uomini sono uguali. Atticus si illude: il ragazzo nero, pur chiaramente innocente, viene condannato in quanto negro; poi viene ucciso durante la fuga dal carcere. È una doppia sconfitta: il sistema giudiziario non è imparziale, il ragazzo non ha creduto nella giustizia della legge.Il padre della ragazza bianca decide di vendicarsi in quanto durante il processo il suo onore > sarebbe stato infangato da Atticus; tutti hanno capito che è stato lui a picchiare la figlia. Durante la notte di Halloween Scout e Jem sono aggrediti dallʼuomo. Jem cerca di salvare la sorella e nella colluttazione lʼaggressore si accoltella e si uccide (o viene ucciso dal ragazzo?). Jem, incosciente e ferito, è portato al sicuro proprio da Mr. Radley, il mostro della porta accanto. La storia potrebbe avere un lieto fine, se non fosse che Atticus è convinto che sia stato il figlio ad uccidere lʼuomo e vuole che lo sceriffo proceda contro Jem. Se questa cosa venisse messa a tacere sarebbe semplicemente negare di fronte a Jem il modo con il quale ho cercato di educarlo. Talvolta penso che io sia un totale fallimento come genitore, ma io sono tutto ciò che hanno. (...) Se io convivessi con tutto ciò, non potrei francamente guardarlo negli occhi, e il giorno in cui non potessi farlo saprò di averlo perso. Non voglio perdere lui e Scout, perché essi sono tutto ciò che ho. > Lo sceriffo rifiuta di procedere, forte della sua autorità, concludendo in modo sconcertante: lasciamo che il morto seppellisca il morto > , ossia che giustizia sia fatta, con la morte di chi è stata la causa della condanna e dellʼuccisione di un uomo innocente. negro. Ed allora che cosa ha imparato Scout? Ha appreso che non esiste la Giustizia, non cʼè un sistema giudiziario imparziale; ciò che giusto e ciò che non è giusto, il bene e il male sono fissati dalla comunità in cui si vive: essa decide, secondo valori ancestrali e radicati, quando intervenire, quando condannare un uomo innocente, perché non si metta in dubbio la distinzione tra le classi e le razze, e quando invece nascondere le colpe con lʼomertà, perché perseguirle significherebbe incrinare i presupposti di convivenza e di rispetto reciproco. Una frase enigmatica conclude il romanzo. Atticus si rivolge alla figlia e le chiede se anche lei è convinta che lʼuomo si sia ucciso. Scout lo rassicura dicendo: bene: sarebbe come uccidere un usignolo, non è vero? > La mia interpretazione è la seguente: lʼusignolo è lʼinnocenza, che crede ancora nella Giustizia, fingere di credere che lʼuomo si sia ucciso è come riconoscere che non esiste la giustizia con la G maiuscola, prevalgono solo e saldamente i legami familiari e i valori della comunità. Scout è pronta a diventare una piccola donna. Dopo tutto, se la zia può essere una signora in un tempo come questo, potrei esserlo anchʼio". Scout si è omologata, è uscita dallʼinfanzia. Accanto al grande tema etico, quello della Giustizia, il romanzo dà una splendida rappresentazione della società del Sud, del suo ambiente e dei suoi meccanismi sociali: una narrazione da parte di una bambina, con gli occhi sbalorditi dellʼinfanzia. Ad arricchire lʼaffresco è la scrittura: essa attinge alle parole e alle costruzioni sintattiche del della tipica lingua del Sud, dando in tal modo freschezza al racconto e privandolo di una possibile pesantezza, che avrebbe potuto derivare dai suoi connotati moralistici. La lettura in lingua originale non è ovviamente agevole, anche perché un normale dizionario non aiuta la comprensione delle parole e dei modi di dire. Le lunghe digressioni sulla vita della città sono interessanti, tuttavia rallentano il ritmo narrativo, non sempre incalzante. Perché leggerlo? Non ci può fare a meno di innamorare di Atticus e dei suoi figli.

Harper LeeLippincott Company
Treasure Island
RecensioneInglese

Treasure Island

Nellʼintroduzione Stevenson si rivolge ad un «compratore esitante», invitandolo ad acquistare il libro, > se le magiche storie dei marinai (narrate) con le note della gente di mare, tempesta, avventure, calore e gelo, se velieri, isole e uomini lì abbandonati,e bucanieri e tesori nascosti, e tutte le vecchie storie, raccontate esattamente nel linguaggio antico, possono piacere ai giudiziosi giovani di oggi, come piacquero a me, quando ero ragazzo . Queste parole, il cui fascino in lingua inglese è difficile da esprimere in italiano, sintetizzano il senso di un capolavoro: grande romanzo di avventura, che vuole essere anche istruttivo per i giovani, attratti con «divertenti ore» di lettura. Svago e morale, fantasie ed educazione, viaggi esotici e solidità borghese si congiungono mirabilmente, con un risultato letterario mai raggiunto da altri scrittori. Lʼequilibrio sarebbe perfetto se non ci si mettesse lo «zampino» il pirata Silver, la personificazione del fascino oscuro del male. Lʼautore immagina che al protagonista, un ragazzo di nome Jim, venga chiesto di narrare, «non celando niente se non la posizione dellʼisola», le vicende che hanno condotto alla scoperta del tesoro. E Jim lo fa partendo dallʼinizio, da quando arrivò nella locanda del padre un tenebroso lupo di mare, che si faceva chiamare il capitano. Di poche parole, quando era ubriaco raccontava terribili storie su impiccagioni, grandi tempeste, tradimenti e marinai gettati fuori bordo per punizione ( «walking the plank» letteralmente camminare sullʼassicella). Ma soprattutto ciò che terrorizzava il piccolo Jim erano le strofe che lʼuomo amava cantare a bassa voce: > quindici uomini sul petto del morto, yo-ho-ho, e una bottiglia di rum! , un ritornello che agitava il capitano così come lo terrorizzava lʼidea che potesse presentarsi nella locanda un uomo di mare con «una gamba sola». Jim è ancora un bambino, le sue notti sono visitate da incubi per gli spaventosi racconti, la misteriosa canzone e il minaccioso uomo con una gamba sola. Benché atterrito, fu costretto a tirar fuori tutto il suo coraggio per salvare sé stesso e sua madre dal tentativo di un gruppo di pirati di rubare al capitano la mappa del tesoro. In una notte tempestosa, abbandonato dagli impauriti vicini, con il corpo senza vita del capitano, Jim mostrò le qualità che lo accompagneranno per tutto il romanzo: audacia, intelligenza e prontezza di spirito. Non solo portò in salvo la madre, ma riuscì ad entrare in possesso della mappa. Il ragazzo narra quindi la spedizione verso lʼisola del Tesoro. La leggerezza degli amici di Jim, il medico del villaggio e un gentiluomo di campagna, fa sì che lʼequipaggio sia in gran parte inaffidabile, composto da loschi individui o da fragili personalità, che si possono facilmente convincere con lʼaspettativa di una facile ricchezza: la fatale attrazione del male. Peggio ancora, viene assunto come cuoco di bordo Long John Silver, che, guarda caso, ha una gamba sola. A Jim viene il sospetto che possa essere il personaggio temuto dal capitano, ma > pensavo di conoscere come dovesse apparire un bucaniere, una figura molto diversa, secondo me, da questo pulito e piacevole gentiluomo.... molto alto e forte, con una faccia larga come un prosciutto ( a face as big as ham > ), piatta e pallida, ma intelligente e sorridente... sotto la spalla sinistra portava una cruccia, che maneggiava con splendida destrezza, zampettando come un uccello . Sin dallʼinizio tra Jim e Silver si crea un ambiguo rapporto. I giochi di parole, le lusinghe, le espressioni di amicizia, gli aneddoti sulle navi e sui marinai, accompagnati da esperte e competenti spiegazioni, conquistano il ragazzo, affascinato dal porto, dal mare e dallʼambiente marittimo. Ma tantʼè Jim è più accorto degli sprovveduti adulti. In rotta verso lʼisola scopre il piano di Silver e lo porta a conoscenza degli amici, salvandoli. Poi, coraggiosamente, si addentra nellʼisola e si imbatte in un uomo, da anni abbandonato in questo ambiente selvaggio e lontano dalla civiltà: personaggio fondamentale per vincere lo scontro con i pirati. E ancora di più Jim va, da solo e su una fragile barchetta, alla conquista della nave, mal presidiata dai pirati. Le scene di questa impresa, che forgerà per sempre il carattere del ragazzo, sono tra le più belle del romanzo. Il mare in tempesta, la costa rocciosa, abitata da giganteschi molluschi, la descrizione dei feroci bucanieri, che cercano, senza riuscirvi, di uccidere Jim, sono gli elementi di un contesto, in sé stesso evocativo di un mondo ostile, e nel contempo utili a mettere in risalto la saldezza del ragazzo. Il vero pericolo per Jim è la paura, che lui supera continuamente, via via rendendosi più forte e maturo. Ma lʼultima prova da affrontare per diventare pienamente adulto è la più difficile. Fatto prigioniero da Silver, che gli salva peraltro la vita, egli assiste al doppio gioco del pirata, che da un lato dichiara la sua fedeltà agli amici di Jim (quelli che rappresentano lʼordine e la giustizia), ma dallʼaltra parte è pronto ad ingannare, a tradire così come ha tradito i suoi compagni bucanieri, che ha trascinato nellʼammutinamento. Il ragazzo è pienamente cosciente che Silver è un astuto ed insidioso menzognero, ma tantʼè non può fare a meno di sentire un moto di amicizia per il cuoco. > Certamente egli non aveva nessuna preoccupazione di nascondere i suoi pensieri; e certamente io li leggevo come in un libro stampato.... nellʼimmediata vicinanza dellʼoro ogni altra cosa sarebbe stata dimenticata... ed io non potevo non dubitare che egli sperava di scoprire dovʼera il tesoro, trovarlo, e a bordo della nave, sotto la copertura della notte, tagliare la gola di ogni persona onesta... ma il mio cuore era triste per lui, così malvagio, a pensare agli orridi pericoli che lo circondavano, e al vergognoso nodo scorsoio che lo aspettava . Alla fine, invece, Silver si salva, fuggendo, anzi, con un piccolo gruzzolo del tesoro. Jim e i suoi amici sono ben contenti di liberarsi di lui e di poter tornare, salvi e ricchi, alla civiltà. > Con mia indescrivibile gioia le più alte montagne dellʼIsola del Tesoro si dissolsero nelle curve blu del mare . Accanto al tema dellʼ avventura il racconto di Stevenson è tante altre cose: romanzo di formazione verso lʼetà adulta; «canto del cigno» dellʼInghilterra marittima, che ormai, forte del suo impero, guarda con repulsione ai pericoli del mare, che eppure le ha dato potenza e ricchezza; nostalgia di un mondo sereno, individuato nella società borghese e cittadina; vezzo di un grande scrittore di cimentarsi con un inglese gergale e per certi versi arcaico. È indubbio, tuttavia, come Stevenson ritorni su un tema a lui caro: il fascino del male. I virtuosi gentiluomini vanno alla ricerca di un tesoro, che è stato frutto di ruberie, saccheggi e violenze. Silver è un perfido, eppure si salva diventando anche lui ricco, mentre i suoi compagni vengono uccisi o abbandonati nellʼisola a morire di stenti; e ciò perché, forse, il cuoco veste le panni del «pulito e piacevole gentiluomo», dellʼuomo istruito, in fondo potrebbe far parte della stessa casta del dottore e del signore di campagna. Ma allora quale insegnamento ne trae il giovane Jim nel suo percorso verso lʼetà adulta? La lingua, le parole e la costruzione delle frasi sono una componente essenziale del fascino del libro, che rende difficile leggerlo in inglese e renderlo con efficacia in una traduzione. LʼIsola del Tesoro fa parte di quei grandi libri, in qualche modo eterni, che rischiano, tuttavia, di scivolare nel dimenticatoio, un pò come il nostro Gadda. Eppure è proprio la scrittura a renderlo un «tesoro inesauribile» di scoperte, adatto a tutte le età. Perché leggerlo? Leggerlo, leggerlo, leggerlo, continuamente leggerlo.

Louis Robert StevensonCassell & Company
The Twelve Tribes of Hattie
RecensioneInglese

The Twelve Tribes of Hattie

> Il destino aveva portato Hattie fuori dalla Georgia a mettere al mondo undici figli e a farli vivere al Nord, ma lei stessa era soltanto una bambina, profondamente inadeguata al compito che le era stato dato . È una donna di colore, ha lasciato una terra di segregazione per ritrovarsi in una periferia degradata, povera, sola, emarginata, ma è determinata a non tornare al Sud e a far crescere i figli nonostante tutto, oltre le sue forze, oltre la sua stessa capacità di amare. Il racconto inizia nel 1928, quando Hattie, sedicenne, ha appena dato alla luce due gemelli. Il freddo, la denutrizione, la mancanza di cure mediche e di farmaci portano i bambini alla morte. > Oh, la loro pelle così soffice! Ella sentì la loro morte come una mutilazione nel suo corpo : una ferita che la rende come > un lago di ghiaccio, sottile e liscio, sotto il quale non si poteva vedere e conoscere niente o > un lungo pomeriggio di gennaio, gli alberi sono sempre spogli e non cʼè un fiore . Se Hattie fosse stata capace di amare di più, preoccupandosi meno di far sopravvivere i figli, la loro vita sarebbe stata migliore? Il romanzo ruota intorno a questa questione e lʼautrice lo fa con grande abilità raccontando momenti della vita degli undici figli, in un arco di tempo di cinquantʼanni, sino al 1980. Dopo il drammatico episodio della morte dei gemelli, la narrazione continua: Loyld, il maggiore dei figli, scopre la sua omosessualità, Six, un altro maschio, rimasto gravemente ustionato da ragazzo, trova il suo destino come reverendo in una chiesa protestante, ma si rivela un uomo falso e ipocrita. Si ritorna, poi, alla figura di Hattie, per parlarci dellʼunica figlia nata fuori dal matrimonio, frutto di una breve e infelice storia dʼamore, e di Ella, che Hattie decide di dare ad una sorella per offrirle una futuro migliore di quello dei fratelli. Nei capitoli successivi è il vuoto esistenziale di Alice al centro del racconto: ha fatto un buon matrimonio e vive in una ricca casa, ma è condannata ad una fragile sopravvivenza a causa della separazione da Billups, il fratello al quale è profondamente legata. Franklin, un altro figlio, è stato abbandonato dalla moglie e cerca in qualche modo la morte in Vietnam. Con gli ultimi episodi cresce la tensione narrativa. Unʼaltra figlia, Bell, non ha più rapporti con Hattie da quando questʼultima ha scoperto che è andata a letto con un suo vecchio amante; ma Bell lʼha fatto perché da bambina ha visto la madre insieme con quellʼuomo ed era così > bella e felice che un pomeriggio pieno di luce era pallido a confronto (...) mentre Hattie era stata sempre seria ed arrabbiata con Bell > . Solo nel letto di ospedale, dove Bell è ricoverata per tubercolosi, madre e figlia si ritrovano, ma anche in questa circostanza, Hattie aveva la stessa espressione seria, nella quale Bell vide la tenerezza, la tenerezza di Hattie, che era sempre dura > . Infine assistiamo alla pazzia dellʼultima figlia, Cassie. Hattie e il marito, ormai anziani e deboli, sono costretti a farla rinchiudere in un ospedale psichiatrico. Nel momento di portarla via, Hattie vede nello specchietto retrovisore la nipote, la figlia di Cassie, correre dietro lʼauto, chiamando e cercando di fermarli. Sapeva che Cassie non avrebbe voluto essere vista da sua figlia nei suoi peggiori momenti. Questa era la gentilezza di Hattie. Con dolore separò la figlia dalla nipote." Le vite dei figli di Hattie sono tutte in frantumi e lo sono andate perché non hanno ricevuto quellʼamore materno del quale avevano disperato bisogno. Dʼaltra parte è limitata la quantità di amore che un genitore può dare; nel caso di Hattie troppo misera era la sua condizione sociale per darle ancora energie da dedicare ai figli, al di là di quelle impegnate a farli sopravvivere e ad evitare che morissero come i gemelli. La troppa sofferenza può essere affrontata solo rendendosi duri e forti! Il romanzo ha un forte connotato sociale, ma assume una valenza universale, al di là della specifica situazione della gente afroamericana. Lʼautrice parla delle relazioni tra genitori e figli, della difficoltà dei primi di capire come il benessere materiale non sia sufficiente, ma come ci sia qualcosa di più che si debba dare: lʼattenzione e lʼaffetto. Il limite della tribù di Hattie, e dei figli in generale, è di non sapere apprezzare la dedizione dei genitori, la tenerezza e lʼamore che spesso questi non sanno o non possono esprimere. Il libro è scritto molto bene, ha un intenso ritmo narrativo e i personaggi sono tratteggiati molto bene. Nella sua fatale infelicità Hattie è una figura da tragedia greca, una Medea afroamericana, dura e protettiva, difficile da dimenticare. Lʼautrice si dichiara debitrice a Tony Morrison, ma lo stile di Mathis è più semplice di quello della grande scrittrice afroamericana, così come i personaggi sono maggiormente ancorati alla loro specifica condizione sociale. Si riscontrano nel romanzo un chiaro realismo narrativo, un vocabolario ricco ma non gergale ed una sintassi classica, quasi scolastica. Perché leggerlo? Drammatico, coinvolge profondamente..

Ayana MathisHutchinson
Vanishing Acts
RecensioneInglese

Vanishing Acts

A Delia il padre ha sempre detto che la madre era morta, tanto che essa è ormai una rimembranza che le affiora continuamente alla mente. > Ero solita immaginare come mia madre sarebbe ritornata. (...) In tutti questi sogni giornalieri, la morte non era assoluta come era supposto che fosse, e noi ci ritrovavamo sempre per caso. In tutti questi sogni giornalieri, mia madre ed io ci riconoscevamo senza una sola parola. La vita di Delia è trascorsa serena, con un padre amoroso e due amici: Fritz e Eric, di cui Delia s'innamora fin da ragazza, e da cui ha avuto una figlia. Gli unici tormenti sono quel senso, sempre presente, di aver perso qualcosa e il fatto che Eric è un alcolista. Quando, all'improvviso, la polizia si presenta a casa ad arrestare il padre, Andrew, accusato di aver rapito la figlia venticinque anni prima. Il romanzo affronta molti temi, anche troppi: la menzogna di Andrew, che ha tenuto nascosto a Delia l'esistenza della madre, Elise; l'alcolismo di Eric, che riemerge per lo stress e la  scoperta che anche Elise è stata dipendente dall'alcol; le  relazioni tra i tre amici, Delia, Eric e Fritz, con quest'ultimo da sempre innamorato dell'amica (nel romanzo è una sorta di angelo protettore); il nuovo ambiente in cui va a vivere Delia con la figlia per seguire il processo e dove incontra Rutham, un miscuglio di sciamana indiana e nonna hippy; la durezza e la violenza del carcere, dove viene rinchiuso Andrew; possibili abusi sessuali subiti da bambina, rimossi da Delia ma riemersi per le accuse del padre a Elise durante il processo (forse un'altra menzogna); infine il processo, narrato con l'usuale approccio poliziesco americano. Per dare ordine a un racconto così dispersivo, la recensione deve scegliere un filone, pur rischiando d'impoverire la ricchezza della trama. Si può partire da una strana domanda che la sciamana indiana rivolge a Delia: > e se l'intera esperienza del rapimento non fosse la storia di Delia? Cosa succede se scomparire non fosse il più catastrofico evento della tua vita? Che cos'altro sarebbe? (chiede Delia). Ruthman alza il viso al sole. «Tornare indietro». dice. E infatti Delia non è felice quando incontra la madre ed Elise, con le lacrime agli occhi, se ne accorge e le dice di averla persa di nuovo, e per sempre. Troppa è la discrepanza tra fantasia e realtà! > Mia madre, mitica, immaginaria, era una divinità e un supereroe e un conforto per me. (...) Ho avuto bisogno di venticinque anni per riuscire ad ammettere che sono contenta di non aver finora conosciuto mia madre. Non perché, come mio padre sospettava, lei avrebbe potuto rovinare la mia vita, ma perché così, io non ho dovuto essere testimone che lei rovinava la sua. Come dice la scrittrice, mediante la voce di Delia, > Importante non è cio che tu hai accumulato negli anni, ma quelle poche cose che puoi portare con te. E' un peccato che un tema così interessante, quale il confronto tra ricordo e realtà, sia rovinato da una trama affollata di filoni narrativi, personaggi inutili ed episodi ridondanti. Perché raccontare la vita del carcere dicendo cose scontate e perché invischiarsi nelle relazioni tra amici d'infanzia che diventano adulti? Sarebbe stato meglio approfondire in termini psicologici  la scoperta della madre da parte di Delia così come i sentimenti della prima, che restano sempre sullo sfondo, sino a svanire. Ad accentuare il profilo da polpettone contribuisce l'ormai diffusa tecnica della narrazione a più voci: ogni capitolo racconta la storia dal punto di vista di ciascun personaggio, creando quella ridondanza dell'io (non ne basta uno?) e rendendo il tutto prolisso, ripetitivo e noioso. Il pregio del romanzo è la scrittura: una struttura sintattica semplice ma non banale, un lessico elegante ma arricchito da modi di dire, aggettivi e verbi propri del linguaggio colloquiale, di forte impronta americana. Lontana dall'intellettualismo newyorkese o dagli esagerati  virtuosismi di autori statunitensi contemporanei (si pensi al celebratissimo McCharty Cormac, si veda la recensione in questo sito di The Road), Picoult ci riporta a una scrittura accessibile al lettore medio.  Perché leggerlo? Piacevole la scrittura, interessante potenzialmente la storia.

Jodi PicoultWashington Square Press
Villages
RecensioneInglese

Villages

Owen, il protagonista del romanzo, è cresciuto in una piccola cittadina, dove > sesso e religione avevano distinti, antichi odori; le famiglie stavano in equilibrio come fragili nidi su rami nodosi di storie precedenti . È un mondo di vaghe certezze, che Owen abbandona per andare a studiare informatica allʼuniversità. Qui sposa Phyllis, una brillante studentessa di matematica. Owen è affascinato dallʼintelligenza e dalla cultura della moglie, ma sente inconsapevolmente una sorta di distacco, quasi che ella vivesse in un suo mondo, fatto di matematici e di poeti e il mondo reale fosse un «noioso e insignificante luogo di esilio». La coppia si trasferisce in una piccola cittadina, dove Owen, con un socio, avvia una società informatica, che avrà un grosso successo. Vengono quattro figli, Phyllis si dedica alla famiglia, con gli anni sessanta cambiano i costumi dellʼAmerica, anche a seguito della rivoluzione sessuale, si evolve rapidamente lʼinformatica costringendo Owen ad una continua sfida tecnologica. La coppia partecipa alla vita di società e in questo ambiente, ipocrita e pettegolo, Owen comincia ad avere una serie di relazioni, le prime più coinvolgenti sotto il profilo sentimentale, le altre, via via, sempre più a solo sfondo sessuale. Owen è un uomo che piace ed è disponibile, ma gli scandali e i pettegolezzi non riescono a distruggere il matrimonio per la volontà di Phyllis a salvaguardare la famiglia e soprattutto perché perdona il marito in quanto lo ama. Il matrimonio precipita quando Owen, ormai stanco delle avventure, incontra Julia e chiede il divorzio. In una discussione, lʼunico vero litigio del loro matrimonio, Owen giustifica questa decisione, dicendo che Julia, donna molto religiosa, lo salverà dalle sue debolezze. Phyllis si ribella ma viene disgustata dallʼipocrisia del marito e fugge. Per casualità o per suicidio, la donna muore in un incidente stradale ed ancora una volta Owen viene aiutato a compiere le scelte della sua vita. Uno dei temi del libro è senza dubbio lʼevoluzione della società americana, letta sotto due angoli di visuale: la rivoluzione dei costumi sessuali ( le avventure di Owen diventano sempre più spinte) e la rivoluzione informatica, dai grandi calcolatori al personal computer. Un altro tema è la descrizione della vita della piccola cittadina americana, che ricorda, per molti aspetti, gli episodi della serie televisiva «disperate casalinghe». Cʼè poi la figura di Owen, malleabile, fragile ed ad un tempo opportunista, che subisce gli avvenimenti approfittando, tuttavia, di un mondo protettivo, la madre, le due mogli e il socio, che gli permettono di restare adolescente per tutta la vita. Non è un caso che il romanzo si conclude con la descrizione dei sogni di Owen, che ricorda con nostalgia la madre e il villaggio della propria infanzia. Lo stile di Updike è rigoglioso di aggettivi e di costruzioni barocche, che danno musicalità ed efficacia espressiva al racconto. Pur essendo un libro povero di episodi, è lo stile che sorregge il ritmo narrativo rendendo piacevole la lettura. La ridondanza delle parole non aiuta, tuttavia, la sintesi e il lettore si perde fra «tanti fuochi dʼartificio». Perché leggerlo? La lettura è molto piacevole, soprattutto in lingua originale.

John UpdikeBallantine Books
A visit from the goon squad ( il tempo è bastardo)
RecensioneInglese

A visit from the goon squad ( il tempo è bastardo)

Il romanzo è composto da 13 capitoli, che potrebbero essere letti come racconti in sé stessi tanto sono differenti nel genere e nella scrittura. La connessione tra di essi è estremamente fragile, in quanto è affidata al fatto che ciascun capitolo ha un personaggio in comune con un altro capitolo. Non esiste, quindi, una trama unitaria, né una gerarchia di caratteri, assomigliando lʼinsieme alla debole interrelazione di particelle subatomiche ( in questo caso i protagonisti) e lʼautrice ad un fisico perplesso che si chiede se «può una particella conoscere ciò sta accadendo alle altre». Ossia è possibile nella nostra società frantumata e liquida avere un terreno comune di relazioni, o ciascun individuo vive come una monade solitaria e incomunicabile? Già da questo avvio si può capire che si tratta di un romanzo complesso, sofisticato, frammentario e per certi versi incomprensibile. È difficile fornire un quadro unitario alla narrazione. Ci proverò. La storia dovrebbe svolgersi dagli anniʼ80 ad oggi, con in mezzo lʼera Bush, con tutto ciò che è stata per la coscienza americana. Bonnie è un ex musicista ed oggi discografico, la sua assistente è Sasha, una giovane donna, malata di cleptomania. Da questi due personaggi si diramano diversi percorsi,che solo alla fine, forse, si ricongiungono. In una successione scombinata sotto il profilo cronologico e narrativo ( numerosi sono i salti temporali così come non sono chiari i legami tra i racconti) si succedono le vicende del gruppo musicale, cui faceva parte Bonnie da giovane, le relazioni familiari e amorose del discografico che scoprì il gruppo, la storia di Jules, fratello dellʼex moglie di Bonnie, che ha scontato anni di prigione per aver tentato di violentare Kitty, una giovane attrice, che ritroviamo, molti anni dopo, a collaborare con Dolly, pubblicista e a sua volta datore di lavoro, in un altro momento temporale, della moglie di Bonnie, quando i due non erano ancora separati.In altri racconti seguiamo Sasha, la sua vita trasgressiva in un gruppo di giovani dediti al sesso e alla marjuana, e poi, nientedimeno, a Napoli, dove vive nei quartieri spagnoli. Il libro si chiude con i personaggi ormai avanti negli anni, lontani dalla loro vita sconsiderata e confusa. Bonnie ed Alex, un vecchio amico di Sasha, al quale peraltro la ragazza aveva rubato il portafogli, la vanno a cercare per sapere che fine ha fatto. Non la trovano e quindi dovremmo concludere che non è possibile una stabile relazione tra le persone, che siamo come individui «ciechi» che nulla sappiamo degli altri. Ma la generazione degli anniʼ80, alla quale appartengono i personaggi, è ormai passata, travolta dallʼera di Bush: nuovi stili di vita stanno emergendo e sono impersonati da Lulu, assistente di Bonnie e, guarda caso, figlia di Dolly: volitiva, fredda, decisa, tecnologica. Il romanzo, con il quale lʼautrice ha vinto il premio Pulitzer nel 2010, è stato presentato in Italia con i titolo «il tempo è bastardo», ponendo lʼaccento su uno dei temi del libro: il ricordo come un estremo e confuso tentativo di ritornare allʼegocentrismo giovanile, quando «niente era ancora deciso». Il tempo, non cronologico, ma quello del ricordo, potrebbe essere lʼelemento unificante del romanzo. Ma forse, per dare un senso al libro, è più corretta una traduzione quasi letterale del titolo: una visita da una squadra di sconsiderati ( letteralmente sarebbe da una squadra di teppisti). Il romanzo sembra, infatti, narrare il ripiegamento in uno stile borghese e conformista di una generazione, che voleva vivere «sopra le righe», libera e trasgressiva: la nostalgia di quella felice età è tutto ciò che resta. Lʼautrice dimostra grandi capacità di scrittura, per la ricchezza e lʼeleganza del linguaggio, per la moltitudine di generi letterari nei quali si è cimentata con successo. In un capitolo, abbandona, persino, la prosa per ricorrere ad una presentazione in power point. È chiara la coraggiosa ricerca di approcci che siano in grado di costruire la forma del romanzo su nuove regole e stili. Lʼinnovazione, tuttavia, le ha preso la mano per quanto riguarda la struttura complessiva: un mosaico incomprensibile, una mancanza di ritmo narrativo, una ridondanza di personaggi e una dispersione delle vicende. Restano, quindi, alcuni racconti pregevoli a fronte di altri meno accattivanti, ma il tutto risulta illeggibile. Perché non leggerlo? È un libro troppo intellettualistico da essere piacevole alla lettura.

Jennifer EganRandom House
Wait until spring, Bandini
RecensioneInglese

Wait until spring, Bandini

Il racconto appartiene alla sagra del «The Bandini quartet» che racconta le vicende della famiglia italo-americana Bandini e in particolare di Arturo Bandini. L’ambiente è la famiglia: un padre che fa il muratore ed è quindi disoccupato nei lunghi inverni del Colorado, una madre che cerca di mantenere un decoro e un minimo di sopravvivenza e tre fratelli maschi, di cui Arturo, il più grande, che deve anche farsi carico delle ripetute scomparse del padre, spesso ubriaco. In questa situazione familiare già pesante, il tradimento del padre con una ricca signora del paese scatena la follia della madre, che trascorre lunghi periodi di depressione e rifiuta di accettare nuovamente il marito in casa. Sarà compito di Arturo andare a cercare il padre e ricondurlo a casa. I temi sono quelli familiari all’autore: i rapporti familiari, il legame del figlio con i genitori, la cultura cattolica e così via. Il racconto si sviluppa in modo lento, a tratti noioso e prolisso. Sono assenti gli accenti musicali che caratterizzano il romanzo precedente. Sembrano prevalere spesso i temi scontati, legati alla società italiana e alla religione cattolica (per esempio, il senso di colpa e il ricorso alla confessione, le cerimonie). La rivolta della madre, la sua ribellione a fronte di una dignità offesa, emergono come momenti di grande rilievo del racconto e costituiscono le pagine migliori. Un altro tema è il percorso verso l’età adulta di Arturo, percorso necessariamente reso più rapido dalla fragilità della madre e dall’assenza del padre.

John FanteBlack Sparrow Press
Washington Square
RecensioneInglese

Washington Square

Il libro è ambientato nella New York di fine Ottocento. Catherine, figlia di un noto medico della città, viene corteggiata da un giovane, che è interessato alla sua dote. Il padre di Catherine si rifiuta e dichiara che non fornirà la ragazza della sua eredità. Si sviluppa una vicenda sentimentale, nella quale assume un ruolo importante la zia di Catherine, una donna che, per un’idea romantica dell’amore e anche per la futile ricerca di avvenimenti eccezionali, vorrebbe che la ragazza abbandonasse il padre e sposasse comunque il giovane. Dopo un viaggio in Europa con il padre, Catherine si rende conto che lui non ha nessuna stima di lei e decide di sposare il giovane anche contro la volontà del genitore. Ma il giovane, che sperava che il padre cambiasse idea, abbandona la ragazza in quanto sa di non potere accedere al patrimonio del medico. Passano gli anni, Catherine non si sposa e dopo la morte del padre si ripresenta il giovane, ormai uomo attempato, sperando di poter riprendere la vecchia relazione. Ma Catherine lo caccia via. Il tema di fondo del libro è la storia di una ragazza, che è oggetto delle aspirazioni e delle idee di altri. Il padre pensa che la figlia sia una ragazza stupida, priva di qualità e sino all’ultimo ha con lei un atteggiamento sprezzante, orientato più ad affermare la propria intelligenza e preveggenza (aveva capito sin dall’inizio che il giovane era alla ricerca della dote) che a pensare ai sentimenti della figlia. La zia è alla ricerca di emozioni che le riempiano la vita e non pensa che le sue azioni (la sua amicizia con il giovane, il suo tentativo di manipolare la ragazza ecc. ) possano fare del male sino al punto di rovinare la vita di Catherine. Il giovane è chiaramente un furfante, un personaggio vacuo, che cerca fino all’ultimo di utilizzare la ragazza per trovare una sistemazione, noncurante di ripresentarsi dopo tanti anni per ferirla ulteriormente. In tutta questa storia, emerge via via la personalità di Catherine, che trova la forza per assumere una posizione in solitudine, decisa a non venire a compromessi con nessuno, anche a scapito della sua felicità. Èstata e viene continuamente manipolata, il padre ha di lei unʼopinione fatta di stereopiti, ma lei vive la propria vita, ormai indifferente e in contrapposizione con gli altri. Al giovane, ormai uomo maturo, che le chiede se è arrabbiata, Catherine risponde: > no, non sono arrabbiata, la rabbia non dura in quel modo per anni. Ma ci sono altre cose. Impressioni che durano, quando esse sono state forti. Ma non posso parlare... Catherine riprese i suoi ferri a maglia, sedette con essi di nuovo, per la vita, come se fosse .

Henry JamesHarper & Brothers
Water
RecensioneInglese

Water

Nella tradizione indù una vedova > deve stare in lutto perpetuo... la testa viene rasata a zero. i suoi ornamenti rimossi... non deve mangiare cibi cotti al fine di raffreddare le energie sessuali, evitare occasioni mondane perché una vedova porta disgrazia (avendo causato la morte del marito), e deve restare casta, devota e fedele alla memoria del marito . Alla tradizione religiosa si aggiungono motivi economici. Con lʼ emarginazione delle vedove, rinchiuse in edifici dedicati, i familiari, della donna e del defunto, si liberano di una pretendente allʼeredità. Ma > la combinazione della morale indegnità e di innocenza dà (alle vedove) una irresistibile attrattiva erotica. E lʼerotismo è esaltato dalla loro vulnerabilità e disponibilità . La mancanza di mezzi economici (sono spesso abbandonate dai familiari), la solitudine ed esclusione sociale rendono le vedove facili vittime della prostituzione. Il libro tratta della vita e del destino delle vedove. Lo fa con la storia di una bambina. Chuyia non ha sei anni quando viene data in sposa ad un uomo molto più anziano di lei. Vive ancora con la sua famiglia in attesa di diventare donna, quando il marito muore. Viene cacciata senza pietà in una casa per vedove. Sradicata dal suo mondo, abbandonata e dimenticata dai genitori, la bambina si deve ricostruire un mondo di affetti. Lo ritrova in alcune compagne di sventura, più anziane di lei: la vecchia Bua, che ancora ricorda i dolci e le leccornie che furono servite al suo sfarzoso matrimonio, Shankuntala, che vive con profonda religiosità il suo destino di vedova e che si chiede se la sua vita non sia > unʼillusione che scoppiò come una bolla ed aprì in unʼaltra illusione nella quale lei era una vedova , e la splendida Kalyani, che proprio per la sua bellezza, è stata costretta a prostituirsi e ha imparato a «vivere come un loto, non corrotto dallʼacqua sporca». La vita di Kalyani è , infatti, una serie di episodi distinti, di scatole, che alcune apriva alla luce del sole, altre («le chiamate notturne») rimosse e nascoste a sé stessa. In qualche modo ciascuna delle vedove ha trovato un modus vivendi per rendere accettabile la vita, altrimenti insopportabile. E questo sarebbe il destino di Chuyia, quando sopraggiungono due fatti terribili: Kalyani si uccide, avendo appreso che il giovane, di cui si è innamorata, è figlio dellʼuomo al quale si prostituisce; Chuyia, non ancora compiuti nove anni, viene drogata e violentata, anche per essere, in questo modo, introdotta alla prostituzione. Come può la pia Shankuntala credere ancora in una religione, che giustifica questi destini crudeli e ingiusti? È proprio vero che Dio è la verità o non è vero ciò che dice Gandhi che è la Verità ad essere Dio? Ossia che noi dobbiamo operare secondo la coscienza di essere parte di un tutto, nel quale ogni essere ha la stessa dignità e diritto di vivere. Con questa consapevolezza, che la rende finalmente libera, Shakuntala decide di salvare almeno Chuyia, affidandola a Gandhi. Il lieto fine non è una sorpresa, peraltro gradita. È la conseguenza di una maturazione culturale e psicologica. È il segno di una liberazione. Il romanzo si sviluppa lentamente, con un ritmo che rispecchia lʼineluttabilità del destino delle vedove. La scena di avvio emana una serenità infantile, che precocemente si disperde. > Uccelli saltavano tra i rami degli alberi, facendo tremare le foglie e riempiendo la foresta di cinguettii... Tutti i sensi di Chuyia si acuivano nella selvaggia bellezza della foresta, la sua respirazione rallentava per conciliarsi con il profondo ritmo del mondo vegetale, e il suo cuore era in pace . È lʼimmagine di quella compenetrazione con il «tutto», con la Verità, il messaggio di Gandhi: compenetrazione spezzata dalle regole crudeli della società. Seguiamo, poi, la bambina nella casa delle vedove. Non ci sono facili moralismi o denunce sociali: è così ed è sempre stato così. È vero ci sono piccole scene di rivolta, ma domina una malinconica accettazione del proprio destino. Le donne tornano sempre ai ricordi, si concentrano nella preghiera e nel culto dei morti. Prevale una nostalgica dolcezza, che si riflette nella scrittura: ricca nei vocaboli, piena di aggettivi ricercati, tranquilla come devono essere le vedove. Il romanzo prende velocità nelle ultime pagine, quando, dinanzi allʼorrore di quanto è avvenuto, Shankuntala riprende in mano il proprio destino e prevalgono il tumulto della folla, le grida del popolo, il precipitarsi degli avvenimenti. Perché leggerlo? Descrive il mondo indiano, sospeso tra tradizioni ancestrali e rinnovamento. Descrive, anche, le assurde ed opprimenti regole di qualsiasi religione e tradizione.

Bapsi SidwhaMlkweed Editions
The way home
RecensioneInglese

The way home

Chris è cresciuto in una buona famiglia del ceto medio. Il padre ha unʼ azienda di installazioni: dedito al lavoro, carattere chiuso ma attento alle esigenze della famiglia , è come tutti i genitori pieno di aspettative sul futuro del figlio. La madre è protettiva, affettuosa, pronta ad accettare qualsiasi cosa dal suo ragazzo, così amato e desiderato. È una casa serena e benestante, ma allora come è possibile che Chris spacci droga, sia coinvolto in piccoli furti e in risse? > Non stava cercando di ferire i suoi genitori, veramente. Ma nella sua mente cʼera questo pensiero: essi hanno delle irragionevoli aspettative su di me. Non capiscono chi sono... io non voglio essere il loro buon ragazzo e non voglio le cose che essi vogliono per me. Se non lo capiscono, è un loro problema, non il mio . Accusato di spaccio di droga, di aggressione e di aver creato incidenti cercando di fuggire alla polizia, Chris subisce una pesante condanna. Viene rinchiuso in un istituto di correzione per minori, frequentato prevalentemente da ragazzi di colore. Dimostrando di avere un carattere più forte di quanto ci si potesse aspettare, il ragazzo riesce a sopravvivere in un ambiente che gli dovrebbe essere ostile. Si crea, anzi, una serie di amicizie, che si manterranno, una volta fuori dal carcere. Gli unici momenti di attrito li ha con un giovane più grande, violento ed aggressivo, di nome Lawrence. Lʼautore non approfondisce, tuttavia, lʼambiente del carcere, che sembra assomigliare più ad un collegio che ad una prigione, anche se minorile. Lʼattenzione è tutta rivolta a descrivere i rapporti tra Chris e suo padre: una relazione fredda, assente, di reciproca diffidenza. Per il padre troppo forte è stata la delusione per riuscire a dare solidarietà ed affetto al figlio. Il ragazzo percepisce la disistima del genitore e si chiude in sé stesso, forte della sua nuova esperienza, che vive come una conquista. Le relazioni genitore - figlio sono così difficili che si rimane stupiti quando, nella seconda parte del romanzo, si ritrova Chris a lavorare per il padre. Durante un intervento di installazione in un appartamento, Chris e Ben, un suo ex compagno di carcere, scoprono una borsa di denaro sotto un pavimento. Non rubano il denaro, lo lasciano dove lo hanno trovato ripromettendosi di non farne notizia. Ben, tuttavia, lo dice a Lawrence con il quale è andato a bere una sera. Lawrence ruba il denaro senza sapere che è di due pericolosi criminali, che lo hanno nascosto per riprenderselo, una volta usciti dal carcere. I due delinquenti uccidono Ben nel tentativo di scoprire chi ha il denaro. Chris non rivela la verità al padre e alla polizia, ma contatta Lawrence per vendicarsi insieme della morte dellʼamico. È il codice dʼonore del carcere. Alla fidanzata, che lo invita a non farlo, Chris risponde che > ci sono due personalità in me, cʼè la persona che tu conosci, e quella che é ancora dentro di me. Il ragazzo che fece delle cose sbagliate e fu rinchiuso in prigione. Quello che tu non hai mai incontrato . Sembra che Chris sia ormai perso, ma a salvarlo è proprio Lawrence, che fa in modo che Chris non compia la vendetta, che ricade solo su di lui, il ragazzo cattivo. Infatti il destino è segnato dalla nascita: Chris è «nato in un buon sobborgo, cresciuto in una amorevole casa», Lawrence > non aveva mai trovato quel posto ( dove) ti parlano con gentilezza e pazienza invece che con sarcasmo e crudeltà . Il romanzo persegue diversi filoni narrativi: i conflitti intergenerazionali, lo sviluppo dallʼadolescenza allʼetà adulta, che spesso ha sbocchi positivi solo per fortuna, la presa di consapevolezza da parte dei genitori che i figli hanno proprie aspirazioni e desideri. Il lieto fine non deve portarci ad un facile ottimismo sul cambiamento sociale. Tutto è già segnato dalla nascita: chi è bianco si può salvare, anche se ha perso talvolta la retta strada, chi è nero non può che essere trascinato in basso, al mondo dal quale cerca disperatamente di elevarsi. Temi sociali e psicologici interessanti sono annacquati in un ritmo narrativo lento, privo di azioni e talvolta banale. Soprattutto nella narrazione della vita del carcere, sembra che lʼautore voglia dare una visione serena e rassicurante della così detta riabilitazione dei giovani delinquenti. Il salto tra la prima parte, il Chris cattivo, e la seconda, il Chris buono, è così rilevante e poco approfondito che rende inverosimile lʼintero racconto. Infine, le recensioni presentano Pelecanos come un autore di noir, anche se di carattere sociale. Da questo punto di vista si resta delusi per la mancanza di azione e di suspense. Perché leggerlo? Si legge piacevolmente, ma niente di più.

George PelecanosThe Orion Book
White Fang
RecensioneInglese

White Fang

Zanna Bianca è il racconto della nascita dellʼamicizia tra il lupo e lʼuomo, ma anche la narrazione di una catarsi, di un passaggio dalla solitudine alla socievolezza. Il romanzo prende lʼavvio dal conflitto mortale tra le due specie animali. Due uomini, con i loro cani, sono inseguiti da un branco di lupi, disperatamente alla ricerca del cibo nel freddo inverno del Nord America. Pazientemente, con unʼazione lucida e spietata, i lupi eliminano progressivamente i diversi componenti del gruppo per dare lʼassalto finale allʼunico sopravvissuto. In questo momento fatale non cʼè più spazio per lʼarroganza della specie umana, per i suoi contorcimenti intellettuali, per la sua presunta supremazia. Lʼuomo > lanciava uno sguardo di terrore al cerchio di lupi che si sarebbe disegnato prevedibilmente intorno a lui, e improvvisamente lo colpì la consapevolezza che questo suo meraviglioso corpo, questa carne pulsante, era niente più che carne, ricerca di animali voraci, da essere lacerata e squarciata dalle zanne fameliche( dei lupi) per essere nutrimento per loro, così come il topo e il coniglio erano stati spesso nutrimento per lui . Al sopraggiungere di alcuni cacciatori, il branco di lupi si dà alla fuga, sciogliendosi. Una femmina e due maschi si allontano insieme. È questa la parte più bella del libro, nella quale London descrive efficacemente la natura selvaggia della foresta, la lotta dei due maschi per la femmina, lʼaccoppiamento e la nascita dei cuccioli, la scoperta da parte di questʼultimi del mondo circostante, la fame che distrugge la famiglia, tranne la lupa ed uno dei cuccioli, Zanna Bianca. La natura è affascinante ma brutale, tra le diverse specie cʼè una lotta senza quartiere per il cibo, nella quale vince il più forte e il più astuto. La visione competitiva dellʼOttocento, di una borghesia trionfante, emerge nelle pagine di London, insieme con un romanticismo che si alimenta della ricchezza e del mistero dellʼambiente. La madre di Zanna Bianca è un incrocio tra un lupo ed un cane. Lʼeredità genetica è per London un imprinting da cui nessun essere può sfuggire, > perché la vita raggiunge il suo culmine quando si realizza al massimo ciò per cui è equipaggiata per fare . Lʼincontro con una tribù di indiani fa riemergere nella madre di Zanna Bianca la sua natura di «cane», dipendente dallʼuomo. Il contatto con lʼuomo è per Zanna Bianca una prova estremamente dura, un continuo conflitto tra la sua natura indipendente e la devozione per la forza dellʼuomo, che nella sua psicologia animale è vissuto come un " dio > . Non cʼè affetto verso lʼuomo, cʼè invece in Zanna Bianca timore ed ammirazione. Insieme con gli uomini ci sono i cani. Solo contro tutti Zanna Bianca cresce duro, spietato, guerriero: non imparò mai a giocare con ( i cani), sapeva soltanto come combattere > . Diviene un freddo lottatore, ma anche un animale solitario e triste, perché non ha conosciuto lʼaffetto e il gioco degli altri cuccioli. Le sue qualità di lottatore gli saranno preziose quando, venduto ad un crudele uomo bianco, viene usato nei combattimenti tra cani, nei quali risulta sempre vincitore. Zanna Bianca conosce sino in fondo il mondo dellʼodio, da cui sa di potersi difendere solo con la forza e lʼastuzia: non ha amici e non li cerca. Ed è proprio in occasione di un combattimento che Zanna Bianca, gravemente ferito, viene salvato, curato e custodito da un ricco cacciatore dʼoro. Da qui in poi la storia diviene banale e scontata. Pian piano, giorno dopo giorno, Zanna Bianca scopre che è capace di affetto e di devozione verso lʼuomo, non è più solo, è circondato da un ambiente pieno di amore, scopre lʼamicizia e con essa la paternità: il cucciolo si stravaccò di fronte a lui. ( Zanna Bianca) sollevò le orecchie e lo guardò curiosamente. Poi i loro nasi si toccarono ed egli sentì la piccola calda lingua del cucciolo sulla mascella. La lingua di Zanna Bianca venne fuori, egli non capiva perché, e leccò il muso del cucciolo. Le prime due parti del libro sono splendide e chiare nel loro significato. Lʼattacco dei lupi contro gli uomini e la descrizione da esperto naturalista della foresta sono una evidente esaltazione della natura selvaggia, della forza indomita degli ambienti dove si combatte ad armi pari" per sopravvivere e non per divertirsi. Poi invece subentra la complessità dei rapporti umani: lʼodio, il divertimento sulla pelle degli innocenti ( gli animali), lʼambiguità dellʼaffetto umano, che vuole comunque fedeltà e ubbidienza. Zanna Bianca è in fondo una vittima dellʼuomo, come lo sono tutti gli animali. Il suo istinto deve piegarsi alle leggi dellʼuomo e solo nella paternità ritrova il suo destino di lupo. Sotto il profilo della scrittura, il pregio fondamentale di Jack London è il ritmo narrativo, ricco di azioni pur allʼinterno di una eccezionale compattezza della trama. Lʼautore non ha bisogno di ampliare il racconto, che invece è un continuo approfondimento dello stesso tema, affidato ad un uso ricco e multiforme di verbi ed aggettivi. Perché leggerlo? E un piacere lasciarsi trascinare dallʼamore di London per i lupi e la natura.

Jack LondonLumiRead
The White Tiger
RecensioneInglese

The White Tiger

Negli splendidi racconti di «Between the Assassinations» Arvind Adiga aveva sviluppato una cronaca pessimistica di un destino sociale immutabile, al quale si può sfuggire solo con una disperata scelta individuale. Lo scrittore indiano torna sul tema con questo romanzo, che narra la storia della ribellione di un uomo, contro la cristallizzazione delle caste, lo sfruttamento del ricco sul povero, la prigionia sociale costituita dalla tradizione e dai legami familiari. Non ci sono grandi idealità dietro la rivolta; cʼè banalmente il desiderio di avere > lʼopportunità di essere un uomo, e per questo, valeva la pena uccidere . Lʼautore immagina che il protagonista scriva al primo ministro cinese per spiegare come si diventi imprenditori di successo nellʼIndia moderna, «centro della tecnologia e dellʼoutsourcing». Non bisogna aver fatto lʼuniversità e vestire abiti eleganti: gli imprenditori sono fatti di «argilla mal riuscita», devono provenire dalla parte oscura della società ed avere la determinazione di chi non ha nulla da perdere, di chi sa che ci sono «solo due destini: mangiare o essere mangiati». Il protagonista ha il profilo giusto. È vero che nel povero villaggio, dove è nato e cresciuto, non gli hanno dato neanche un nome, ma lo chiamano soltanto Munna, ragazzo, ma, sin da bambino, sente che non è destinato a «restare uno schiavo». Solo che non è così facile «sputare il proprio passato». Bisogna liberarsi dalla «gabbia», nella quale si è stati rinchiusi fin dalla nascita. Per rappresentare questo stato sociale, e psicologico, lʼautore usa una efficace metafora: il macello del pollame. > Va nella vecchia Delhi e guarda come tengono i polli là nel mercato. Centinaia di pallide galline e di brillanti galli colorati, rinchiusi strettamente in gabbiette di metallo, addensati come vermi in uno stomaco (...). Su un tavolo di legno (...) siede un giovane macellaio, che sorride soddisfatto, mostrando la carne e gli organi di un pollo appena macellato (...). I galli vedono gli organi dei loro fratelli che giacciono intorno. Sanno che saranno i prossimi. Tuttavia non si ribellano. Non cercano di fuggire dalla gabbia.(...) Perché il desiderio di essere un servo è stato inseminato in me; scolpito nel mio cervello, chiodo dopo chiodo, e iniettato nel mio sangue, nello stesso modo in cui rifiuti e veleni industriali sono stati riversati nella Madre Gange. (...) I servi devono impedire gli altri servi dal divenire innovatori, sperimentatori o imprenditori. (...) La gabbia è conservata dallʼinterno . Il racconto è appunto la liberazione del protagonista da questa sottile ma indissolubile prigione. Per un caso, riesce a trasferirsi a Nuova Delhi come autista del fratello del boss del villaggio. È ancora un servo a tutti gli effetti, a disposizione per qualsiasi esigenza; ma guidare lʼauto gli permette di accedere a tutti gli aspetti della vita del suo padrone, da quelli intimi ai loschi affari. È una sorta di svelamento, di scoperta dei peccati e della vacuità dei ricchi. Lʼubbidienza e la soggezione inculcati per secoli lo avrebbero, tuttavia, mantenuto un servo fedele; al massimo, si sarebbe concesso qualche innocente piacere, come fanno gli altri autisti: urinare nelle piante dei padroni, schiaffeggiarli mentre dormono, battere i loro animali domestici. Un episodio contribuisce a fargli prendere coscienza. La moglie del padrone investe un povero e la famiglia del boss vuole che Munna si dichiari colpevole e vada in carcere. Gli stessi parenti del protagonista lo invitano a compiere questo sacrificio, come se fosse una cosa naturale. Per fortuna la polizia, opportunamente pagata, chiude lʼinchiesta e non ci sono, quindi, conseguenze; ma il protagonista capisce lʼinconsistenza dei tradizionali valori di fedeltà e lʼipocrisia del benevolo paternalismo mostrato dal padrone. Spesso deve condurre questʼultimo, con una borsa piena di contanti, a corrompere dei funzionari governativi. Decide di approfittarne: uccide il padrone e si appropria dei soldi, ponendo le basi per divenire imprenditore di successo. La caustica ironia della narrazione non deve ingannare: il romanzo è fortemente realista, un freddo resoconto sociale e una vigorosa denuncia politica. Lʼintera società indiana ne esce dissacrata e palesata nella sua vera natura, sia quella moderna (il mito della più grande democrazia del mondo, lo sviluppo economico impetuoso e risolutore) che quella tradizionale, che tanto affascina gli occidentali. Il protagonista è una figura stereotipata, freddo e cinico come il padrone che ha ucciso: una vera «tigre bianca», perché crudele e nel contempo rara. Munna raggiunge il successo, ma non è questo che consola il lettore. La speranza sta nel fatto che compie due atti di umanità: fuggendo dopo il delitto, rischia di essere catturato dalla polizia per salvare un cuginetto, che vive con lui; rimborsa la madre di un uomo che è stato investito da un suo autista. Piccole cenni di solidarietà, che non ci fanno dimenticare come il protagonista non abbia avvisato i parenti della vendetta della famiglia del boss, che infatti li truciderà tutti. Laddove ciò che è importante è «la dimensione della pancia», i soldi, cʼè poco spazio per essere «buoni»! Il pregio principale del romanzo è lo stile narrativo: una scrittura sobria ma ricca. Il difetto risiede nella trama, che non riesce a mantenere un intenso ritmo narrativo, rendendo il racconto spesso ripetitivo, con troppe parentesi di carattere sociologico e politico. Nello svolgimento lʼautote non mantiene le aspettative che nascono dallʼ intrigante espediente letterario della lettera al primo ministro cinese. Perché leggerlo? Una forte impronta realista, una efficace scrittura.

Aravind AdigaAtlantic Books
Women in love
RecensioneInglese

Women in love

Il racconto si sviluppa all’interno di uno schema di relazioni tra quattro protagonisti: due uomini legati da un rapporto di forte amicizia, e due sorelle, entrambe giovani insegnanti. Il contesto storico è l’Inghilterra della seconda metà dell’Ottocento, caratterizzata dall’introduzione delle macchine, dal positivismo e dalla nostalgia di un mondo poetico, sintetizzato dalla campagna inglese. I due uomini si muovono all’interno dei ruoli attribuiti al maschio dalla società inglese. Birkin è un giovane romantico, che ricerca nella donna una compagna sottomessa (una moglie e una madre) ritenendo che la vera amicizia, indispensabile per la completezza di un uomo, sia quella con gli altri uomini. Si può dire che il suo riferimento è il Simposio di Platone, anche se non si spinge sino al rapporto omosessuale, che, anzi, quando proposto dall’amico, rifiuta gentilmente. Gerald è un giovane ingegnere, ricco imprenditore, che ha modificato radicalmente l’organizzazione delle miniere, di cui è proprietario, in contrasto con l’autorità del padre. Un fatto terribile della sua infanzia (ha contribuito senza volerlo alla morte del fratello), un rapporto difficile con il padre e una visione positivista del mondo, che contrasta tuttavia con una forte sofferenza interiore, operano a dargli unʼapparente sicurezza ma a ricercare nella donna il conforto e il sostegno. In lui l’amicizia maschile sconfina, in modo quasi palese, nella ricerca di un rapporto omosessuale. Se gli uomini sono un riferimento, chiusi come sono nel proprio ruolo sociale e nel proprio io, chi rompe totalmente gli schemi sono le due donne: e questo non perché spinte da unʼidea di emancipazione sociale, ma in quanto la sensualità e l’irrequietezza anche fisica contribuiscono a ribaltare l’idea della donna, moglie e madre. È Ursula, una delle sorelle, a circuire Birkin spingendolo in un rapporto sessuale, fortemente erotico anche per gli standard attuali, che forse l’uomo stesso non ricercava. E ancora Ursula che non vuole sposarsi, tergiversa e quando lo fa si mette in contrasto con i genitori. Più complessa appare la personalità di Gudrun: anch’essa è spinta da una forte sensualità, che si sublima in una ricerca intellettuale della libertà, di una vita fuori dagli schemi. Il suo rapporto con Gerald si sviluppa proprio in questa contraddizione: da un lato subisce una forte attrazione fisica, dall’altro lo disprezza per la sua prosaicità, per la visione tradizionale dei ruoli. Da questa contraddizione esplode poi il dramma finale, nel quale Gerald cerca di uccidere la ragazza e poi si uccide. Accanto ai protagonisti esiste la natura, che è parte integrante del racconto. È una sorta di panteismo, una natura vivente che si fonde con i protagonisti: > nient’altro opererebbe, nient’altro darebbe soddisfazione, eccetto questa freschezza e questo reticolo di vegetazione, che si introduce dentro il sangue. Comʼera fortunato che c’era questa piacevole, sottile vegetazione che interagiva, aspettandolo come egli l’aspettava; quale pienezza, quale gioia! . Ma la natura porta anche verso la dissoluzione, verso la morte. > Una piccola luna lucente brillava subito più avanti, una cosa brillante portatrice di pena, che era sempre là, eterna, dalla quale non c’era fuga. Egli (Gerald) voleva andare alla fine, non ne poteva più. Tuttavia non riusciva a dormire . La trama si sviluppa lentamente. All’inizio c’è la rappresentazione della piccola città inglese con la descrizione dei protagonisti. In realtà sembrano scene a se stanti, non inquadrate all’interno di una vicenda. Ciascuna di queste scene dovrebbe introdurre alcuni argomenti interiori, legati allo schema delle relazioni, che poi esploderanno nella seconda parte del racconto. Talvolta l’autore sviluppa alcune digressioni di filosofia sociale, utilizzando anche i protagonisti (in particolare Birkin) come espositori. La morte del padre di Gerald e la scena erotica di Ursula con Birkin rappresentano la svolta del romanzo che si dirige, sempre con lentezza, verso il matrimonio di Ursula con Birkin, la decisione di Gudrun di accettare la relazione d’amore con Gerald e infine il viaggio in Austria, tra la neve e il freddo. Qui la gelosia di Gerald per Gudrun, la presa di consapevolezza dell’uomo di non poter governare la ragazza e la decisione di quest’ultima di abbandonarlo portano il tutto alla tragedia finale. Lo scrittore scrive benissimo con uno stile pervaso nelle parole e nel ritmo della frase di un sensualismo panteista che ricorda D’Annunzio. I due autori sembrano molto simili anche nell’eleganza e nella ricercatezza del linguaggio.

Lawrence D.H.Thomas Seltzer
RecensioneInglese

World without end

Dopo duecento anni dalle vicende raccontate nei «Pilastri della Terra», Kingsbridge è diventata una ricca città, le cui possibilità di crescita sono, tuttavia, pregiudicate dal governo dei monaci, che limitano la libertà imprenditoriale a favore di un rigido immobilismo e di una tassazione pesante. Esiste quindi il rischio di un declino economico e sociale. Motore dell’innovazione e del cambiamento è una donna, Caris. Essa non accetta il ruolo tradizionale affidato alla donna, madre e sposa, e decide di vivere una vita indipendente, rinunziando ai figli e portando avanti una difficile storia di amore con Merthin. Caris sarà successivamente una accorta mercante di lana, una innovatrice, introducendo la fabbricazione dei tessuti e quindi dando origine all’industria tessile inglese, monaca e badessa (paradossalmente in questo ruolo più indipendente di quanto sarebbe stata se si fosse sposata), medico di grande fama, coraggiosa donna politica ed infine sposa di Merthin. A sua volta questo personaggio rappresenta l’ingegnere e la tipica figura maschile, capace di innovare profondamente le tecniche costruttive, ma a sua volta incapace di comprendere la complessità del carattere femminile. Sintetizzato in questo modo il libro potrebbe risultare interessante. In realtà il numero enorme di vicende, situazioni e personaggi non riesce a dare dinamicità ed attrattività al racconto: non c’è suspense per un libro di azione e nello stesso tempo i personaggi risultano scontati e piatti. La vita tormentata di Caris, la sua evoluzione problematica e complessa non vengono approfondite, quasi che questo personaggio rinunzi alla sua vita di amore e accetti il suo destino di donna indipendente senza soffrire, quasi come un «automa», privo di sentimenti e di rimorsi. La vastità degli argomenti trattati rende poi la stessa ricostruzione storica estremamente fragile e comunque tale da non catturare l’attenzione del lettore. Basti pensare alla descrizione della battaglia durante la guerra dei cent’anni, precisa per quanto riguarda la funzione determinante degli arcieri, ma noiosa, prolissa e di scarso coinvolgimento.

Follett KenMacmillan
Wuthering Heights
RecensioneInglese

Wuthering Heights

Un ambiente selvaggio e personalità libere e violente sono i tratti distintivi di un romanzo complesso e difficile. La complessità deriva dallʼarchitettura «a matrioska» del libro: cʼè un io narrante che raccoglie la storia narrata da un secondo io narrante. Inoltre, il romanzo si sviluppa in tempi diversi, con frequenti flashback. La difficoltà è connessa alla lingua, al frequente uso dellʼinglese dialettale, ad un periodare ricco di vocaboli e caratterizzato da una sintassi involuta. Un gentiluomo si trasferisce in campagna e, in una sera burrascosa, si ritrova a Wuthering Heights ( Cime tempestose) e vive una esperienza sconcertante e per certi aspetti spaventosa. Sembra di essere ritornati indietro nel tempo, in unʼepoca pre industriale dove non si conoscono le buone maniere dellʼInghilterra vittoriana e dove domina ancora una lettura magica del mondo. Questa regressione, che marca la distanza tra città e campagna, tra civiltà e barbarie, è accentuata dallʼuso del dialetto da parte di molti degli abitanti di Cime Tempestose. Lʼincipit del romanzo preannuncia sin dallʼinizio quello che sarà il tema di fondo del libro: lʼesplosione dei sentimenti primordiali dellʼuomo. Ritornato a fatica nella sua casa, il gentiluomo si fa raccontare da Nelly, la governante che ha allevato tutti i protagonisti, la storia della famiglia. Senza pretendere di narrare la trama, si può dire in sintesi che la vicenda si gioca tutta sullʼamore tra Heathcliff e Catherine; amore che si basa proprio sulla comune natura dei due personaggi: liberi, selvaggi e violenti. Il loro amore non si può realizzare in un rapporto matrimoniale, e quindi riconosciuto dalla società, proprio perché il perbenismo vittoriano non può accettare che Heathcliff, un orfano povero dalla pelle scura, possa ambire alla mano di una signorina di buona famiglia. Ma si dà il caso che Catherine ha lo stesso carattere di Heathcliff e quindi mal sopporta le regole della buona società. La morte di Catherine, a seguito di un drammatico incontro con Heathcliff, scatena lʼanima vendicativa e sinistra di questʼultimo. A questo punto il racconto scivola sempre più negli effetti di terrore e di mistero, tipici della narrativa di genere gotico, al punto tale che in certi momenti il fantasma di Catherine ritorna ad aleggiare nelle Cime Tempestose e a ricordare a Heathcliff il loro amore ma anche le sue colpe. Ma la fine è scontata: la razionalità borghese prevale ( non cʼè nessun fantasma) e i rampolli della famiglia si sposano felicemente. Ma la storia è vera o frutto della fantasia di Nelly, la narratrice? Non è che la governante interpreta le vicende della famiglia secondo la propria immaginazione e le dicerie della gente? Heathcliff e Catherine sono due personaggi moderni e antichi ad un tempo. Della modernità portano il desiderio di libertà e di autorealizzazione, del mondo passato hanno lo spirito rozzo e vendicativo. Il contrasto con la società vittoriana è letto in chiave nostalgica, ossia come ritorno ad un mondo rurale nel quale i sentimenti potevano esprimersi con maggiore libertà e trasparenza rispetto alle regole della società borghese. Questa chiave di lettura sociologica non si traduce, tuttavia, in unʼanalisi dei personaggi, che restano impersonali e bloccati nel ruolo affidato dallʼautrice. La trama si sviluppa lenta, senza ritmo, spesso scontata e ripetitiva. Perché non leggerlo? Il libro è fondamentalmente noioso e la lettura è resa pesante da un inglese inutilmente difficile

Emily BronteCollins Classics
The Yiddish Policemen' s Union
RecensioneInglese

The Yiddish Policemen' s Union

Sitka è una remota isola dellʼ Alaska, dove lʼautore immagina che si sia insediata una comunità di ebrei, di lingua Yiddish e proveniente dallʼEuropa dellʼEst. I rapporti con i nativi si sono rivelati difficili tanto da indurre il governo degli Stati Uniti a trasferire gran parte degli ebrei in altri paesi. In una situazione sospesa nellʼincertezza, Landsman, ebreo scettico e deluso, è un commissario di polizia, solo, alcolizzato e lasciato dalla moglie, che viene coinvolto nellʼomicidio del figlio di un potente capo di una setta ebraica. Malgrado gli ostacoli frapposti dalle stesse autorità di polizia, Landsman persegue in modo testardo la ricerca degli assassini per scoprire che esiste un complotto internazionale per far saltare la grande Moschea di Gerusalemme. > I tempi sono sempre stati strani per essere un ebreo, così come lo sono sempre stati per una gallina . Questa frase può sintetizzare il libro, il cui motivo fondamentale è lʼisolamento della società ebraica, sempre più rinchiusa in visioni escatologiche: la ricerca della terra promessa, lʼattesa del Messia, lʼattrazione per i simboli magici ed esoterici. Ma in realtà dominano anche il denaro e il potere. Lʼavvio del romanzo è promettente, in quanto lʼautore rende efficacemente la figura del protagonista, il contesto freddo e rigido dellʼ Alaska, nonché riesce a creare la suspense tipica di un racconto poliziesco. Lʼimportanza nella trama del gioco degli scacchi, la vittima era un grande campione, introduce un elemento stimolante generando aspettative legate, appunto, agli schemi di questa disciplina. Poi il libro scivola nello zibaldone, si affollano gli elementi narrativi più scontati della fiction dʼassalto: abbondanza di personaggi, relazioni familiari sempre più complesse, gruppi terroristici, servizi segreti ed infine un improbabile complotto internazionale. Gli altri motivi del libro sono la lingua Yiddish e lʼidea, storicamente perseguita, di una terra promessa, non necessariamente in Palestina, dove si potesse usare lʼYiddish come lingua ufficiale. Ma gli «yids» sono in grado di convivere con gli altri? A questa domanda Chabon dà una risposta negativa: non esiste una conclusione felice alla diaspora. Lʼeccezionalità del romanzo, ma anche lʼestrema difficoltà della lettura, risiedono nel linguaggio. Lʼautore travolge lʼinglese imponendo una sua lingua, soprattutto nellʼuso delle parole. Basti pensare, per esempio, che Chabon usa «shalom» per pistola, ma «shalom» in Yiddish significa pace ( in inglese peace), mentre nello slang viene usato «piece» per pistola. Si tratta di un abile gioco di significati, che richiedono una notevole conoscenza linguistica e molta attenzione da parte del lettore. Perché non leggerlo? È un fumettone, prolisso e prevale nettamente lʼintellettualismo dellʼautore, oltre ai suoi problemi esistenziali con il popolo ebraico, cui appartiene.

Michael ChabonHarper Perennial