Minaret

finito di leggere il: 26 giugno 2005

Editore

Polygon

Anno

1999

Pagine

184

Lingua di Lettura

Inglese

Tra i migliori che ho letto!
e lo rileggerei volentieri

Minaret

Najwa è una ragazza sudanese, figlia di una ricca e influente famiglia.
Dopo un colpo di stato, in seguito al quale suo padre viene imprigionato e condannato a morte, Najwa si trasferisce con la madre e il fratello in Inghilterra.
Qui la sua vita cambia radicalmente: la madre muore, il fratello viene condannato per uso di stupefacenti e lei è costretta a lavorare come donna di servizio presso ricche famiglie londinesi, generalmente di origine araba.
Incontra nuovamente un amico sudanese, con il quale aveva avuto un flirt da ragazza e che poi aveva abbandonato a causa delle sue accuse verso la corruzione del padre.
È una relazione difficile e ricca di contraddizioni: il ragazzo si rivela spesso egoista, egocentrico, possessivo e a un tempo fragile, mentre continua a esprimere critiche nei confronti del padre di Najwa.
In occasione della morte della madre, Najwa si avvicina all’ambiente della moschea e comincia a sviluppare un’attenzione verso la religione musulmana, che si evolve in una fede profonda via via che si dissolve il rapporto con il fidanzato.
Inoltre la fede è anche un modo per ritrovare le proprie radici, non più nazionali ma religiose.
Passano gli anni e Najwa va a lavorare presso una ricca famiglia egiziana, dove allaccia una relazione con un giovane studente, anche lui intriso di idee religiose.
Ma ormai la disparità sociale è troppo alta e la loro relazione si interrompe nel momento in cui viene scoperta.
Il libro si muove su due livelli.
Il primo, più superficiale, è quello legato all’ambiente musulmano.
La ricerca di radici tramite la religione è un tema presente, anche se poco approfondito sia per quanto riguarda l’analisi delle motivazioni alla base dell’evoluzione ideale della ragazza (da una cultura tendenzialmente indifferente a una profonda religiosità) che in relazione alla descrizione dell’ambiente della moschea.
Il secondo, di maggiore spessore, riguarda invece la vicenda personale di Najwa: la sua solitudine, il suo attaccamento alla famiglia, il suo desiderio di ritrovare, anche in seconda battuta, l’ambiente sereno dell’infanzia e infine gli incontri sfortunati con gli uomini.
La fragilità di Najwa e i suoi desideri vengono superati proprio dalla serenità che le proviene dalla fede ritrovata.
Ciò le permette di compiere il passo più doloroso e più difficile: dare alla madre del giovane studente la «chiave» per convincerlo ad abbandonare Najwa.

Lei non sa, lei non sa che egli ha le sue proprie frustrazioni e idee del mondo.
Lei non sa che egli non è una sua esternazione.
Glielo dico.
E dicendolo lo perdo.
Le do la chiave nelle sue mani

.
In tal modo Najwa perde la speranza di una propria vita sentimentale e famigliare e si destina a una vita di riflesso, come una monaca o una vecchia zia.
Il libro narra quindi l’evoluzione interiore di Najwa dalla spensieratezza dell’adolescenza alle delusioni della vita sino a un ritrovato equilibrio interiore, che è aiutato dalla fede ma soprattutto da una crescente consapevolezza della solitudine, come scelta.
È scritto molto bene con uno stile piano, privo di retorica ma felicemente espressivo.
Ricorda in qualche modo Nadime Gordimer, anche se meno denso e complesso.

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