Bel-Ami
Il romanzo è in gran parte ambientato a Parigi negli anni ʼ80 del secolo XIX, il periodo della terza repubblica dopo la caduta dellʼimpero di Napoleone III. La Francia, governata da una classe politica spregiudicata e corrotta, sta iniziando lʼavventura coloniale con la conquista dellʼAfrica del Nord. Georges Duroy è un giovane > alto, ben fatto, biondo, di un biondo castano vagamente rossiccio, con dei baffi allʼinsù, che sembrano spumeggiare sulle labbra.... rassomiglia proprio al peggior soggetto dei romanzi popolari . È un giovane della provincia che è venuto a Parigi senza unʼidea precisa, se non quella del fascino di > luoghi dove brulicano le _filles publiques_, i loro balli, i loro caffè, le loro strade; amava seguirle, parlarle, darle del tu, odorare i loro profumi violenti . Insomma è un tipo belloccio, superficiale e vanesio, che giustamente verrà soprannominato Bel - Ami. È senza un soldo e quindi deve limitarsi a seguire il flusso della folla, quando incontra per caso un vecchio commilitone del periodo militare, Forestier, che è diventato il redattore politico di un giornale _La Vie française_, di proprietà di Monsieur Walter, un ambizioso arrivista che intreccia affari e politica ed utilizza la stampa per i suoi fini, spesso illeciti. Lʼamico lo fa assumere al giornale e quindi, suo malgrado, il giovane inizia la carriera giornalistica. Maupassant descrive con lieve ironia il nascente ambiente della stampa, già allora docile strumento di giochi di potere. Il rapido addestramento di Duroy fa capire al giovane il senso dellʼattività giornalistica. Un giorno viene mandato insieme con un collega più esperto ad intervistare alcuni ambasciatori. I due si fermano in un caffè, perché è inutile raccogliere le notizie, basta costruirle su informazioni di seconda mano, anche inventarle se necessario, e imbastire senza molta fatica un articolo con i contenuti desiderati dal padrone. Parliamo della Francia del Secolo XIX o dellʼItalia di oggi? La frequentazione del salotto di Forestier permette al giovane di conoscere due donne, che saranno importanti per la sue vicende parigine: Clotilde, «una piccola bruna, di quelle che si chiamano delle brunette», e Madeleine, la moglie di Forestier. La prima ha gli stessi gusti di Duroy, le piace divertirsi, è senza pretese e prende quello che viene dalla vita: diviene presto lʼamante ideale per Duroy, lʼunica donna con la quale si sente veramente a suo agio e per la quale ha una reale attrazione sessuale, forse perché Clotilde è un poʼ _fille publique_. Madeleine è una donna moderna, indipendente, alla quale piace inserirsi nelle vicende politiche e finanziarie. In quanto donna, non può pensare di svolgere un ruolo di primo piano e quindi opera alle spalle dei suoi uomini, il marito ( un uomo mediocre), il suo potente amante ed anche Duroy, il quale si lascia guidare, anche se soffre la superiorità intellettuale della donna. Perché Bel-Ami è vano e frivolo, ma la consapevolezza della sua inferiorità intellettuale e morale lo porta ad avere un rancore vendicativo proprio verso coloro da cui riceve un aiuto, spesso fondamentale, per la carriera. Alla morte di Forestier, Duroy sposa Madeleine e il loro rapporto è più simile a quello tra due soci che alla relazione coniugale. Bel-Ami sa benissimo che Madeleine ha diversi amanti ( tutte persone importanti e potenti), ma gli interessa poco, anche perché anche lui ottiene vantaggi tangibili dalle amicizie della moglie: informazioni riservate, denaro e onorificenze. Ha, tuttavia, sempre una sorta di acredine e di disprezzo verso Madeleine, la quale sopporta pazientemente, forse perché realmente affezionata del giovane. Per puro capriccio e vanità Duroy seduce anche Madame Walter, la moglie del proprietario del giornale; è tuttavia unʼamante noiosa, in quanto si è innamorata veramente del giovane e soffre di sensi di colpa per aver tradito i propri valori religiosi e morali. Che strano, una persona sincera in un mondo di falsità!! La vita tra lʼerotismo di Clotilde e lʼintelligenza di Madelaine potrebbe continuare serenamente, a parte la noia della relazione con Madame Walter, quando Duroy decide di sposare la giovane figlia del proprietario del giornale (e quindi figlia di Madame Walter). Deve liberarsi della moglie e quindi fa in modo che Madeleine venga sorpresa in fragrante adulterio, così da poter divorziare. Riesce, quindi, a sposare la giovane e ricca Walter, anche in questo caso utilizzando lʼinganno: convince la ragazza ( neanche diciottʼenne) a fuggire con lui creando le condizioni di un matrimonio riparatore. Duroy ha raggiunto i suoi scopi: il potere, il denaro, il successo? Ma in realtà le vicende di Bel-Ami, i tradimenti, i comportamenti abbietti, i sentimenti traditi, non derivano dal perseguimento di grandi ambizioni: il giovane ricerca solo la soddisfazione della sua vanità. Il giorno del suo fastoso matrimonio, Duroy > discende con lentezza i gradini dellʼalta scalinata tra due ali di spettatori. Ma non vedeva nessuno: il suo pensiero ritornava ora al passato, e davanti ai suoi occhi abbagliati dal sole accecante cʼera lʼimmagine di Madame de Marelle (Clotilde), che si riordinava dinanzi allo specchio i riccioli arricciati sulle sue tempie, sempre disfatti quando usciva dal letto Il libro può essere considerato un romanzo realistico, in quanto, con leggerezza ma anche con brutalità, descrive la società parigina, i giochi di potere, il ruolo della stampa, lʼincanto dei boulevard, persino le nuove correnti artistiche. È un periodo di grandi cambiamenti anche culturali, ma prevale nel racconto una atmosfera di vacuità. Lʼambiente sociale, così come alcuni temi esistenziali ( per esempio la morte), sono di sfondo alla trasformazione di Duroy in Bel- Ami e da qui nel ricco genero di un potente esponente della borghesia. Il giovane scivola per una china, talvolta lui stesso sentendo il ribrezzo di ciò che sta facendo, ma poi superando con unʼalzata di spalle gli scrupoli passeggeri. È imbarazzato quando Clotilde gli propone di conoscere suo marito, di cui poi il giovane diventerà buon amico. Quando Madeleine riceve una ingente eredità da un amante, il giovane dapprima rifiuta sdegnato in quanto ciò renderebbe manifesto il legame tra la moglie e lʼuomo, ma poi si convince, e vuole convincere Madeleine, che, se lui prende la metà della successione, le forme sono salve e quindi siamo tutti a posto. È stato detto che è il romanzo del denaro, della stampa, della politica e dellʼarrivismo, in realtà è il libro della vacuità. Ed è interessante, anche se non si capisce se è voluto, che siano due donne ( il genere femminile è un mezzo per Bel-Ami) a squarciare questa patina di morale borghese. Tocca a Clotilde dirgli in faccia la verità: > tu inganni tutti, sfrutti tutti, prendi dellʼargento e del piacere da tutti, e vuoi che io ti tratti come un uomo onesto? Ma ciò che lo fa andare in bestia è quando lʼamante lo accusa di aver portato a letto, prima del matrimonio, la ricca figlia del proprietario, che il giovane aveva invece rispettato ( per vanità? o per un vero sentimento di onore?) «Egli accettava di tutto, ma questa menzogna lo esasperava». Resta allora il dubbio che anche Bel - Ami sia capace di buoni sentimenti e in fondo è trascinato dagli avvenimenti. Spetta, poi, a Madeleine dimostrare che si può perseguire un percorso di vita che non sia la mera rincorsa di futili soddisfazioni. A differenza Bel - Ami Madeleine ha un suo progetto, quello di diventare il mentore di uomini, riscattando così lʼinferiorità della donna nella società borghese dellʼottocento. Il maggior pregio del libro è la scrittura di Bel-Ami. Maupassant crea unʼatmosfera soffusa e realistica degli ambienti dando mirabilmente il senso della società parigina dellʼottocento. Spesso le sue descrizioni sembrano realizzate con la tecnica del pastello, come i ritratti di Degas. La descrizione, per esempio, della stanza dʼalbergo, dove è stata sorpresa Madeleine con il suo amante, riesce con poche parole a rendere quel senso di volgare e di insipido che ci si aspetta da un incontro adulterino ( nella cultura borghese dellʼottocento): > era una stanza dʼalbergo arredata di mobili comuni, dove aleggiava quellʼodore odioso e scialbo delle camere dʼalbergo, odore che derivava dai tendaggi, dai metalli, dai muri, dalle sedie, odore di tutti quelli che avevano dormito o vissuto, un giorno o sei mesi, in questo alloggio pubblico, e lasciato lì un poʼ del loro profumo, di quel profumo umano che, insieme con quelli che cʼerano stati precedentemente, formava alla lunga un olezzo confuso, dolce e intollerabile, lo stesso in tutti questi luoghi . Perché leggerlo? È un libro particolarmente attuale per lʼambiente e i personaggi. La scrittura è piacevole e raffinata.
Cécile est morte
È probabile che questo non sia uno dei romanzi migliori di Simenon. La trama è molto semplice: la nipote, che faceva da serva, uccide la zia malata quando questʼultima rifiuta a darle i soldi per il fratello. Guardando nei cassetti scopre delle vecchie carte, che dimostrano come la zia, insieme con il suo amante, abbia ucciso il marito quindici anni prima. L’ex amante della zia, che è ancora il suo socio in affari e vive in un appartamento limitrofo, uccide a sua volta Cécile per impedirle di rilevare i contenuti dei documenti trovati. Dal punto di vista del genere poliziesco le vicende del romanzo appaiono scontate e il ritmo non avvince di certo il lettore. Lʼambientazione (la figura di Maigret, la vita piccolo borghese) è descritta in modo frettoloso, quasi superficiale. Il pregio fondamentale del romanzo è lo stile. Anche se la lingua francese non è facile (a causa della ricchezza dei vocaboli) essa diviene di agevole comprensione grazie alla successione delle frasi e delle parole, che anche foneticamente contribuiscono a trasmettere i tratti dei personaggi, l’atteggiamento di Maigret e le caratteristiche salienti del contesto. Da apprezzare non è tanto il romanzo nella sua totalità, ma alcuni scorci, come il seguente: > Il arrivait a Maigret de hausser les épaules quand on s’émerveillait devant lui de la résignation des humbles, des malades …..sans horizon…. ; il savait par expérience que la bete humaine s’accomode de n’importe quel nid, du moment qu’elle peut le remplir de sa chaleur, de son odeur, de ses habitudes .
Le comte de Monte-Cristo
La trama del romanzo è nota. Edmond Dantés viene imprigionato a torto. Riesce a liberarsi e diventa enormemente ricco e quindi dedica la sua vita alla vendetta mediante una serie di inganni e di atti di crudeltà. Sembra che il romanzo abbia avuto spunto da una vicenda vera. Si sviluppa su tre diversi livelli:l’avventura, assicurata solo talvolta da un ritmo avvincente, come nella prima parte (la prigionia, la conoscenza dell’abate Farina e la fuga) e in alcuni momenti successivi. Troppo spesso il romanzo si sviluppa in modo lento e noioso anche quando si è di fronte a sorprese e colpi di scena;l’ambientazione che emerge dalla descrizione di Roma, della stessa isola di Monte Cristo e della società parigina. In alcuni casi si tratta di un affresco efficace anche se un po’ di maniera (come nel caso di Roma), in altri casi si è di fronte ad una descrizione superficiale e frettolosa;il super eroe, impersonato dalla figura del conte di Monte Cristo, un eroe che si rivela negativo, in quanto porta avanti la sua vendetta con un sadismo ed una voluttà, che non sono giustificati dal solo desiderio di giustizia. Da questo punto di vista appaiono molto più vivi e reali «i cattivi» del romanzo, che sono di fatto i veri personaggi, in quanto dotati di un loro spessore e mossi da contraddizioni che li rendono umani. Il romanzo è ripetitivo e noioso ed è veramente difficile arrivare sino in fondo.
Desert
È un libro che si sviluppa su due percorsi narrativi apparentemente differenti, ma tra di loro collegati da un legame ideale. Da un lato viene narrata la storia di una popolazione del deserto, seguace di uno sceicco, ritenuto un santo, che intende resistere alla conquista da parte dei francesi dellʼAfrica sahariana. La marcia disperata di questo popolo è vista dal punto di vista di un ragazzo, che forse costituisce il nonno di Lalla, la protagonista del romanzo. Da un altro lato, infatti, viene descritta la storia di Lalla, nata tra i cespugli e accolta dalla zia in un piccolo villaggio ai bordi del mare. Lalla vive selvaggia, nel vento e tra le dune, amante della solitudine e del deserto. Nelle sue lunghe passeggiate solitarie si accompagna ad un pastore, Hartani, un ragazzo che non parla la sua lingua ma che conosce profondamente il senso della natura, degli uccelli, della vegetazione, del mare e del deserto. Hartani fa parte degli «uomini blu», degli uomini del deserto, della stessa popolazione che ha partecipato alla grande e disastrosa marcia, narrata nellʼaltra parte del romanzo. Lella dovrebbe andare in sposa ad un ricco mercante ed allora fugge con Hartani verso il deserto. La storia riprende poi con Lella che arriva su una piccola imbarcazione a Marsiglia per trovare accoglienza presso la zia, che lì si è trasferita. Lalla è incinta, ma nasconde la sua gravidanza e vive una vita altrettanto selvaggia nella grande città francese: ma ciò che nel villaggio erano luce e simbiosi con tutti gli esseri viventi, a Marsiglia diventano invece oscurità e solitudine. Lalla vive presso un albergo che ospita tanti emigranti, che disperati vengono a lavorare in Francia. La ragazza conosce poi anche un ragazzo, che vive rubando e mendicando. Lalla è scesa agli inferi, ma trova con i disperati una forte solidarietà e un aiuto. Casualmente conosce un fotografo che la rende una famosa modella, ma alla fine Lella decide di ritornare in Africa e di partorire il bambino tra le dune, nella freschezza e nella dolcezza dellʼombra di un albero. Il vero soggetto è il contrasto tra la civiltà occidentale e quella nord africana. Questo contrasto è sintetizzato non tanto nei personaggi, troppo stereotipi e senza profondità e complessità, né nella trama, di fatto inesistente e per certi aspetti inverosimile ( come la vicenda del fotografo che rende famosa Lalla), ma nei paesaggi e nella capacità di dare densità e cromatura alle descrizioni. Sulle dune di sabbia «Lalla spalanca gli occhi, lascia il cielo entrare in essa» e sente la presenza di Dio: > dove sta la strada? Lalla non sa dove sta andando, alla deriva, trascinata dal vento del deserto che soffia, vendicativo e crudele, il vento che trascina gli uomini e fa franare le rocce ai piedi delle montagne. È il vento che va verso lʼinfinito, al di là dellʼorizzonte, al di là del cielo sino alle fredde costellazioni, la Via Lattea, al sole . Se il deserto é luce, infinito e felicità, la città é morte. > Lella guarda quelli che se vanno verso altre città, verso la fame, il freddo, la disgrazia, quelli che vanno ad essere umiliati, che vanno a vivere nella solitudine. Essi vanno verso le città oscure, verso i cieli bassi, verso il vapore,verso le malattie che distruggono il petto . Ma Lalla ha un sogno, é il sogno di libertà degli uomini del deserto, di vivere liberi nel sole e nel vento. Èscritto in un francese splendido, con uno stile fortemente lirico, pieno di suggestioni e di vibrazioni musicali, che riesce a tradurre nellle parole le sensazioni di una natura e di un ambiente. Al di là delle singole pagine, questa visione di una società «buona» in contrapposizione alla società occidentale sembra un pò falsa, una forma intellettuale estetizzante più che una volontà di narrare veramente la complessità e la sofferenza di una società oppressa, distrutta e migrante. È un pò la ricerca dellʼuomo occidentale della presunta purezza delle altre società.
L'Abyssin
Il romanzo è ambientato a fine ‘600 all’epoca di Luigi XIV e narra le vicende di un francese, Poncet, il quale visita l’Abissinia a seguito di una spedizione, voluta dai gesuiti, che aveva la finalità di riprendere i contatti con questo impero dopo l’espulsione dei preti cattolici cinquanta anni prima. Il protagonista è un giovane avventuroso, che si presta a questa iniziativa per amore della figlia del console francese de Il Cairo. Si trova in tal modo all’interno di una serie di intrighi tra diversi ordini religiosi (i cappuccini contro i gesuiti) e differenti correnti cortigiane della corte del re di Francia. La storia ha ovviamente un lieto fine, i due innamorati riescono a sposarsi dopo numerose avventure. Si tratta di una via di mezzo tra i Tre Moschettieri (il grande romanzo francese) e le storie di Maalouf, ma manca totalmente l’ambientazione storica, il ritmo avventuroso e l’analisi dei personaggi. Per esempio la trasformazione della giovane figlia del console da devota ragazza ad avventuriera si sviluppa in modo piatto rivelandosi di fatto inverosimile.
L'affaire Saint Fiacre
Maigret ritorna nel paese nel quale è cresciuto, in quanto è morta una vecchia contessa e sospetta che sia stata uccisa. Esistono tutti i protagonisti di una possibile vicenda torbida: il giovane amante della contessa, il figlio che fa la bella vita, un giovane parroco, che forse conosce più di quanto dice e così via. Nasce il ritratto di un ambiente di provincia, tratteggiato in realtà in modo superficiale e poco interessante. Anche i personaggi ne escono piatti senza una reale analisi delle motivazioni che sono alla base delle azioni e dei fatti. L’aspetto poliziesco è quasi inesistente e Maigret sembra una comparsa più che un commissario di polizia in grado di gestire e dirigere le indagini. Probabilmente sono sfortunato, in quanto non riesco a leggere un libro di Simenon che mi piaccia.
Leon l'Africain
Il romanzo è ambientato tra il 1400 e il 1500, narra le vicende di Hassan al-Wazzan, detto Leone l’Africano. Costretto a lasciare Granada dopo la conquista dei castigliani, il protagonista conduce una vita avventurosa: prima a Fès nell’Africa settentrionale, poi al Cairo e quindi a Roma; compie inoltre numerosi viaggi e conosce personaggi e ambienti molto differenti tra loro. Come tutti i romanzi dell’autore, la narrazione delle vicende e la descrizione delle civiltà del mediterraneo sono l’occasione per affrontare il tema delle diversità religiose e culturali e per immaginare una società nella quale sia possibile la convivenza e lo scambio di popoli e di tradizioni. Emerge inoltre un quadro della società musulmana estremamente più tollerante e aperto rispetto a quello tipico delle nazioni cristiane. Predomina un sentimento di nostalgia per un contesto storico e sociale, quale quello delle società mediterranee prima del ‘500, che è stato distrutto dal fanatismo dei regni cristiani, in particolare di quello nascente costituito dalla Spagna, nonché dagli obiettivi di predominio dell’impero turco, anch’esso in fase emergente. Sotto il profilo della narrazione, il romanzo è molto bello nella prima parte (la vita di Granada e di Fès) per poi perdersi in una accelerazione delle vicende che contribuisce alla caduta del ritmo e dello stile. In particolare, la quarta parte, ambientata a Roma e in Italia in generale, appare frettolosa: non vengono approfonditi sufficientemente i comportamenti del personaggio, che risultano singolari e superficiali: l’accettazione della vita romana e della stessa religione cattolica avrebbe dovuto essere meglio esplorata e analizzata.
Le Locataire
Elie Nagéar è un giovane cosmopolita che è cresciuto e vissuto a lungo in molti paesi, in particolare in Turchia. Nel suo viaggio verso lʼEuropa conosce Sylvie, con la quale ha una relazione. La ragazza lavora in un locale notturno e in poco tempo i due disperdono i pochi soldi che possiedono. Preso dalla disperazione, in un viaggio in treno da Bruxelles a Parigi, Elie rapina e uccide un ricco frequentatore del locale notturno. Per nasconderlo, Sylvie lo manda presso la madre che gestisce una pensione. La vita della padrona di casa, di Antoinette, lʼaltra figlia, degli inquilini ruota intorno la cucina, dove si intrecciano le relazioni e dove Elie diviene ben presto il centro dellʼattenzione con le sue storie incredibili della sua vita e dei paesi nei quali è vissuto: > come un preludio di unʼorchestra, si sentiva nascere ed intensificare il rumore delle forchette, dei piatti e dei bicchieri, quando si sentiva una voce, era quella di Elie... Egli non mentiva ma aveva lʼimpressione di mentire. Cercava nella sua memoria qualche cosa da raccontare ancora, qualche cosa di consolante e di fluido come una canzone napoletana . Si viene a creare in tal modo unʼatmosfera surreale, che rompe la mediocre e monotona vita della casa. Tutti gli abitanti della pensione sono affascinati dal nuovo inquilino al punto che, quando si viene ormai a sapere che è lʼassassino, non lo denunciano ma anzi in qualche modo lo nascondono sperando in una sua fuga. Anche quando Elie, ormai catturato e condannato, viene imbarcato, con gli altri deportati, sulla nave che lo condurrà ai lavori forzati, sul molo a salutarlo ci sarà la padrona di casa, piena di nostalgia per un giovanotto che per un pò di tempo ha portato novità alla sua mediocre vita borghese. Lʼambiente è la piccola borghesia belga. Il racconto si sviluppa lentamente, attento ai dettagli della vita di una pensione, dove gli inquilini arrivano a mala pena alla fine del mese e dove, paradossalmente, tutta lʼattenzione è al decoro,al rispetto del buon nome: il marito della padrona di casa è un capo treno delle ferrovie belghe!! Ma allora come mai tutti si lasciano avvincere dalle storie del nuovo inquilino? Come mai non lo denunciano? Forse perché, sembra dirci Simenon, a tutti noi sta stretta la piattezza della vita di tutti i giorni. Perché non leggerlo? Si legge molto bene per merito dello stile, conciso ed efficace. Ma il ritmo narrativo è troppo lento per rendere avvincente la lettura.
Madame Bovary
Il romanzo racconta le vicende di Madame Bovary, che, sposata ad un medico di provincia, cerca di sfuggire a unʼesistenza prosaica e noiosa inseguendo una serie di relazioni e conducendo uno stile di vita dispendioso, che la porteranno alla rovina economica, alla solitudine sentimentale e quindi al suicidio. Si tratta di un romanzo molto famoso, considerato l’origine del realismo ottocentesco e nel quale viene affrontato il tema, poi ripreso da molti altri autori, della meschinità della morale borghese. In fondo Emma Bovary insegue un sogno di felicità e cerca di non farsi rinchiudere nella mediocrità della vita quotidiana. Accanto a lei prevalgono invece l’ipocrisia, la ricerca del denaro, del successo e così via. In realtà anche Madame Bovary è figlia del suo tempo, in quanto non esistono in lei nessuna nota realmente romantica, nessun senso di colpa ed è disponibile a qualsiasi menzogna pur conseguire i propri obiettivi, che sono in realtà modesti, come poter incontrare i suoi amanti, comprare vestiti eleganti ecc. La terza parte del libro, senza dubbio la migliore, nella quale vengono descritte le vicende che porteranno alla morte di Madame Bovary, è condotta quasi in modo illustrativo. I personaggi, in realtà, emergono freddi, senza spessore e senza una ricerca minimamente introspettiva dei loro presupposti e dei loro sentimenti. In conclusione si tratta di un romanzo sociale, che ci sembra abbia goduto di una fama superiore ai suoi meriti. Risente dello spirito ottocentesco e dà poco spazio, anche nello stile e nel ritmo narrativo, a quel lirismo che è così tipico dei nostri giorni.
Michel Strogoff
Michel Strogoff > era alto, vigoroso, spalle larghe, ampio petto...poteva sopportare fino allʼestremo il freddo, la fame, la sete e la fatica : un corpo di ferro e un cuore dʼoro. In questo modo Verne presenta sin dallʼinizio il protagonista. Siamo nella Russia zarista probabilmente nella seconda metà dellʼottocento. Unʼarmata di tartari sta conquistando la Siberia orientale e minaccia di conquistarne la capitale, dove risiede il gran duca, fratello dellʼimperatore. A capo di questa orda di «barbari» cʼè un traditore,che vuole presentarsi dal gran duca, conquistarne la fiducia e quindi catturarlo. A Michel Strogoff viene affidata la missione di avvisare in tempo il gran duca attraverso la Siberia in guerra. Si tratta di unʼepopea, di una missione unica. Questa impresa avventurosa si può dividere in tre parti. Nella prima, piuttosto noiosa e scontata, Strogoff viaggia in incognito, come un mercante, attraversa la Russia europea, gli Urali e quindi le prime steppe della Siberia.Sin dallʼinizio del viaggio incontra una giovane, Nadia, che deve compiere lo stesso percorso per raggiungere il padre. Strogoff decide di accompagnare la giovane perché ritiene che sia più facile in tal modo non alimentare i sospetti in merito alla sua vera missione. Emerge una caratteristica del protagonista, la dissimulazione, che contrasta con la lealtà e la sincerità degli altri personaggi, che gli saranno vicini, in particolare Nadia. In una scena drammatica si opera una svolta che imprime ritmo e interesse al racconto: Strogoff e la giovane vengono catturati dai tartari, il protagonista deve assistere alla scena della madre che sta per essere bastonata a morte, si rivela come corriere dello zar e quindi viene accecato. Dal quel momento Strogoff diviene dipendente da Nadia, che gli fa da guida. Questa parte del romanzo è la più efficace, in quanto la debolezza del protagonista lo rende umano, meno super eroe, e nelle vicende, sempre avventurose e drammatiche, compaiono altri personaggi, generosi e pronti a dare un aiuto. Infine, la terza parte è dominata da grandi scene, nelle quali si sovrappongono le avversità naturali con la drammaticità delle battaglie. Strogoff e Nadia, insieme con altri rifugiati, scendono con una zattera in un fiume, già coperto di ghiacci. Riescono ad arrivare fortunosamente nella capitale, sotto assedio dai tartari, dove già il traditore si era infiltrato ma viene ucciso da Strogoff. La storia sarebbe perfetta, se non si scoprisse alla fine che Strogoff non era affatto cieco ma aveva dissimulato per essere lasciato libero di muoversi, in quanto i tartari lo avrebbero creduto ormai inoffensivo. Ma come è possibile mentire anche ai suoi amici e soprattutto a Nadia, che lo ha aiutato senza chiedere nulla in cambio, solo per amore? Nella prefazione il commentatore vede questo romanzo come «una corsa ad ostacoli» nella quale «un eroe al di sopra di ogni sospetto» supera tutte le prove pur di raggiungere il suo obiettivo. E da qui che nasce un senso di freddezza, di artificioso, di deterministico, dove non hanno posto i sentimenti, perché vengono messi in secondo piano rispetto al dovere e allʼaffermazione della propria forza e volontà. Sono gli altri personaggi a offrire alcuni spunti di ricchezza umana, dai quali lʼautore sembra sfuggire rapidamente per rinchiudersi in stereotipi. La severa e arcigna natura siberiana costituisce lo sfondo del romanzo, in qualche modo la vera nemica del super eroe, Michel Strogoff. Peccato che anche in questo caso non ci sia immaginazione, è mera geografia senza che la descrizione della Siberia alimenti la fantasia del lettore. Perché leggerlo? La storia è avvincente soprattutto nella seconda parte. Affascinano alcune scene, come la festa dei tartari con le danze esotiche, la grande discesa nel fiume ghiacciato, la battaglia finale.
Les Misérables
Il romanzo racconta le vicende di Jean Valjean, un forzato, che dopo l’incontro con un vescovo (un santo), si converte in un uomo buono e giusto: diviene prima un ricco imprenditore, ritornato poi in galera, fugge per salvare ed educare una bambina, Cosette, che, una volta grande, si innamora di un giovane rivoluzionario. Jean Valjean salva il giovane da morte sicura (durante le rivolte del 1832), e poi decide di scomparire per non compromettere il futuro dei due giovani con la sua natura di carcerato fuggiasco. Ma la bontà trionfa e, come dice l’autore, «la notte era senza stelle e profondamente oscura». Senza dubbio, nell’ombra, qualche angelo immenso era uscito, con le ali spiegate, ad attendere l’anima dalla suprema ombra alla suprema aurora«. Come ha scritto Victor Hugo:»il libro che il lettore ha sotto i suoi occhi in questo momento, è, da un capo all’altro, nel suo insieme e nei suoi dettagli, quelle che siano le intermittenze, le eccezioni e le lacune, la marcia del male al bene. Dell’ingiusto verso il giusto, del falso al vero, della notte al giorno, dell’appetito alla coscienza, dalla putrefazione alla vita; dalla bestialità al dovere, dall’inferno al cielo, dal nulla a Dio. Punto di partenza: la materia, punto di arrivo: l’anima. L’idra (il male) all’inizio, l’angelo alla fine > Questa concezione è basata sulla fiducia nel progresso (che si identifica in Hugo in Dio e quindi in un socialismo umanistico e cristiano) e sulla sollevazione del mondo dei miserabili > dovuto a forze sociali inarrestabili. Da questo punto di vista gli innumerevoli personaggi del romanzo diventano degli archetipi > , rappresentativi di un ruolo da assolvere nella grande trasformazione del mondo e privi quindi di una loro profondità: i sentimenti e le motivazioni vengono solo apparentemente analizzati ed approfonditi, in realtà è solo un susseguirsi di figure retoriche (predomina la formula interrogativa) per illustrare contraddizioni e dilemmi che non fanno parte della sfera intima (e in questo senso universali) ma di una funzione sociale e storica. Basti pensare alla conversione > di Jean Valjean e all’analisi dei problemi di coscienza che il protagonista incontra nel corso del romanzo (la decisione di presentarsi ad un processo per evitare che un innocente risponda delle sue colpe e quella di ritirarsi nell’ombra per non compromettere la felicità dei due giovani): in tutti i casi si è dinanzi ad una sorta di illuminazione divina e di imperativo morale, mentre la descrizione della conseguente infelicità del personaggio (a causa della perdita di Cosette) è piatta e schematica. Ancora più paradossale e incredibilmente privo di qualsiasi spessore psicologico o filosofico appare uno dei episodi più drammatici dell’intero romanzo. L’ispettore Javert (il grande persecutore di Jean Valjean) è rinchiuso nella morsa tra la legge degli uomini, che vorrebbe l’arresto dell’ex carcerato, e la coscienza che lo porta a liberare Jean Valjean, che gli ha salvato la vita. L’incapacità di uscire da questo dilemma lo conduce al suicidio. È evidente che Hugo intende attaccare gli approcci burocratici e freddi all’applicazione di una legge, che spesso è ingiusta perché di parte (acutissima e di grande effetto è l’ultimo scritto di Javert, un mero elenco di suggerimenti per il capo della polizia), ma basta immaginare che cosa avrebbe scritto un Dostoevskij sulla contraddizione tra coscienza umana ed imperativi imposti da qualsiasi regola e norma per rendersi conto di quanto l’autore francese sia lontano dallo spirito moderno e sia ancorato ad una visione fredda e moralistica dell’uomo e dei suoi problemi. Anche la rappresentazione della storia francese (dalla rivoluzione francese al re borghese) è una serie di vicende epiche, dominate dalla Provvidenza: la stessa sconfitta di Waterloo è dovuta ad un destino che intende chiudere il periodo napoleonico per aprire una nuova fase di trasformazione sociale che condurrà ai grandi rivolgimenti del 1848. Ma esistono veramente gli individui e le classi sociali o tutto è già determinato da una forza oscura e immanente, ad un tempo religiosa e scientifica: il Progresso?I Miserabili sono un’opera profondamente datata e richiusa nella cultura dell’Ottocento, che può dire poco all’uomo del post-modernismo e della globalizzazione. Come succede spesso ai grandi autori (si prenda la stessa Divina Commedia di Dante ) le parti più valide riguardano componenti ed approcci, che non sono riconducibili alle finalità dichiarate. Victor Hugo è un autore romantico, che ricerca continuamente il grottesco e l’immaginifico: caratteristiche del suo stile che rendono talvolta pesante la lettura ma che contribuiscono a scrivere pagine molto belle e ricche di suspense. Si pensi alla descrizione di Cosette, che, bambina di otto anni, deve andare a prendere l’acqua in piena notte, che guarda il tramonto di Giove e sente la natura che la circonda e che sembra muoversi per catturarla: le erbe alte formicolavano sotto il vento di tramontana come delle anguille. Le rocce si torcevano come lunghe braccia armate di artigli cercando di prendere delle prede…. > ; all’episodio del tranello teso dai malfattori a Jean Valjean, così pieno di colpi di scena e di imprevisti ed infine al bellissimo capitolo ( Comment de frère on devient père > ) nel quale i due bambini abbandonati approfittano del pane gettato ai cigni per mangiare. In poche pagine l’autore riesce a descrivere la tranquillità del parco del Luxembourg, la solitudine dell’infanzia, la solidarietà tra bambini e la grettezza e l’ipocrisia della cultura borghese. Il vero capolavoro del romanzo è costituito dall’episodio dell’elefante: immagine bellissima e di grande effetto con la quale un monumento destinato ad esaltare il potere diviene rifugio di tre bambini. È presente poi un altro protagonista del romanzo: la città di Parigi. L’attenzione toponomastica dell’autore, la descrizione minuta delle strade e delle case (molte delle quali scomparse già durante la vita di Victor Hugo) forniscono unʼambientazione romantica al romanzo e al suo contesto. Siamo prima dei grandi boulevard ed in presenza di una città reticolare, nella quale è facile perdersi e scomparire. Sono poi di grande interesse le pagine relative al dialetto parigino in uso tra i miserabili" ad indicare un’attenzione quasi antropologica dell’autore. Ma l’idea del Progresso è veramente autentica o soltanto letteraria e politica e nasconde in realtà una nostalgia romantica per il medioevo e per la storia pre-rivoluzionaria?Il romanzo è in generale prolisso, in molti tratti noioso ed è un fumettone.
Monsier Malaussène
Nel quartiere di Belleville vive la tribù di Malaussène e con loro una miriade di personaggi. Belleville è una periferia di Parigi, distrutta dalle manie postmoderniste degli architetti, dalla stupidità dei politici e dallʼavidità degli speculatori, ma è anche un luogo magico, una sorta di foresta di Sherwood, dove Robin Hood è Benjamin Malaussène e lo sceriffo si identifica con chi vuole espellere i vecchi inquilini per permettere la distruzione dei vecchi edifici e costruirne di nuovi per gli uffici e la ricca borghesia. > Se tu mi domandi un giorno a che cosa rassomiglia la felicità, e tu me lo domanderai, io ti risponderò: a qui A Belleville, dove è possibile proiettare lʼultimo film della storia del cinema ( un film che poi dovrà essere distrutto) in una sala dimenticata, dove è possibile tatuare nel corpo di una persona tutte le strade di Belleville a testimonianza vivente del quartiere. A Belleville cʼè anche un illusionista, che ti fa sembrare le cose che non ci sono, a Belleville > gli angeli che talvolta si annoiano, sono attirati verso di noi dal calore e dal ribollire dei sentimenti e si personificano in una suora detective. Tanti i personaggi del romanzo e molti i fatti che si intrecciano: delitti, scomparse, amori, strane vicende, persecuzioni. Al centro come un eroe cʼè Benjamin Malausséne, un punto fermo in una lanterna magica, in un caleidoscopio pieno di luci e di illusioni. Non cʼè una vera trama ed è un romanzo difficile da seguire.Devo confessare che non sono riuscito a leggerlo tutto, in quanto mi sono perso fra tanti personaggi e tante parole. Ma forse era questa la finalità dellʼautore, dimostrare che non esiste una razionalità nellʼesistenza ma tutto si svolge in un labile confine tra realtà e immaginazione. Perché non leggerlo? Sinceramente è molto confuso e prolisso.
La mort de Belle
Un insegnante che ha sempre condotto una vita tranquilla e monotona, viene sconvolto dall’uccisione di una ragazza, ospite presso di lui da alcuni mesi. Una sera, infatti, il protagonista si trova solo in casa, in quanto sua moglie è uscita per giocare a carte presso alcuni amici. La ragazza ritorna a casa, saluta distrattamente e va direttamente in camera sua. Alla mattina viene trovata cadavere. I sospetti della polizia, ma anche del vicinato, si dirigono immediatamente verso l’uomo. Il protagonista si vede crollare il suo mondo, si sente emarginato dalla comunità: i cui membri si sentivano forti ascoltando le parole del pastore, scrive Simenon, > essi si sentivano la legge, la giustizia, ogni frase nuova che passava sopra le loro teste li rendeva più forti, mentre Ashby, tra di loro, diveniva sempre più debole e solitario . La polizia indaga anche nel passato del protagonista, per scoprire che il padre è stato un ubriacone, uno sperperatore delle ricchezze familiari per finire suicida. Questa indagine riporta indietro il protagonista, all’angoscia della sua giovinezza, all’idea, cioè, di poter diventare come suo padre: > ciò che lo impressionava non era tanto tale o tal’altro vizio determinato, un pericolo preciso, ciò che lo attraeva era qualche cosa di vago, di certi quartieri delle grandi città, di certe strade, di certe luci, persino di certi odori . La paura di essere attratto inesorabilmente verso il vizio e la depravazione lo ha spinto a ricercare la sicurezza, la pace, l’ordine sino al punto di sposarsi con una donna verso la quale prevale l’amicizia piuttosto che la passione. Il sentirsi accusato ingiustamente, abbandonato dagli amici e dalla comunità, e il richiamo al passato sono elementi che riportano alla luce questa fatale attrazione, rompono quel guscio che il protagonista si era creato. Inesorabilmente, come spinto da una forza fatale, il protagonista uccide una giovane donna, commettendo lo stesso delitto di cui era ingiustamente accusato. È solo apparentemente una storia poliziesca. In realtà Simenon, in modo eccezionale, tratteggia la falsità della vita, di una comunità ipocrita, che abbandona, in modo ambiguo, un suo membro solo perché è sospettato di un delitto. Per tutti è naturale che Ashby si sia invaghito della ragazza e l’abbia uccisa in un momento di passione omicida. Ma la capacità di Simenon sta anche nella costruzione di un protagonista, che è combattuto tra due forze contrastanti: l’ordine sociale e l’attrazione verso la libidine e la violenza. Quando le regole di convivenza sociale, nelle quali credeva il protagonista e che erano state la difesa contro i propri impulsi, si dissolvono e rilevano tutta la loro vacuità, il protagonista dà sfogo alla proprie inclinazioni. Viene portato avanti un tema di grande attualità: il rapporto tra legami comunitari e la complessità dei sentimenti e delle inclinazioni delle persone. Il delitto non è che l’elemento scatenante di una polarità che è all’interno della società (solidarietà contro ipocrisia e reclusione) e nell’individuo (ricerca della pace e della stabilità contro voglia di trasgressione).
Nana
Il romanzo è ambientato a Parigi negli anni immediatamente precedenti alla caduta dellʼimpero di Napoleone III. Nana è una giovane di diciotto anni, che possiede un fascino particolare, che le deriva, più che dalla bellezza, dalla sua sensualità, freschezza e comportamento. Sin dallʼinizio Zola la presenta come una dea, una divinità della volgarità e dello scandalo. > Nana, molto grande, molto robusta per i suoi diciotto anni ( in altri passi del libro Zola usa lʼaggettivo grossa), nella sua tunica bianca di dea, i suoi lunghi capelli semplicemente denudati sulle spalle, scendeva verso il palcoscenico con un fare tranquillo, ridendo al pubblico. Nana era nuda. Ella era nuda con una audacia tranquilla, sicura della potenza della sua carne. Era Venere che nasceva dai flutti non avendo come velo che i suoi capelli. Nessuno rideva più, le facce degli uomini, concentrati, si tendevano, la bocca irritata e senza saliva . Per Zola Nana è una donna innocente, audace, ma piena di ambiguità e di una sensualità che la rendevano «una mangiatrice di uomini». Il romanzo inizia con uno spettacolo di varietà, nel teatro, dove compare Nana tra musiche, scenografie appariscenti, attori ed attrici sboccati ed invidiosi. Nana è in un certo senso «una velina» dellʼottocento, donna di spettacolo, peraltro mediocre, e nello stesso tempo mantenuta di ricchi borghesi. In questa prima parte del romanzo la figura di Nana permette di descrivere la società dellʼottocento, dove ricchi e autorevoli personaggi passano dalle conversazioni noiose di salotti austeri alla vita di teatro se non sino ai bordelli, dove disperdono le loro fortune con amanti e prostitute. Lʼipocrisia e la falsità dominano sovrani. Ma questo mondo non va bene a Nana. Ella ricerca in qualche modo la passione autentica: va a letto con molti uomini ed anche con giovani privi di sostanze economiche inimicandosi potenti amanti e disperde in tal modo le amicizie che contano. Nella parte centrale, che fa in qualche modo da cesura tra la prima parte ( più descrittiva) e la seconda, più drammatica e complessa, Nana scende agli inferi, diviene una prostituta di strada, intreccia amori lesbici, si perde nella depravazione. Lo fa con voluttà, non con ribrezzo. Ciò che la convincerà a cambiare vita non sarà il disgusto del marciapiede ma il tradimento e lʼabbandono da parte dellʼuomo amato, che la picchia, la deruba e infine la caccia. Allora Nana decide di ritornare al gran mondo, ma «alla grande», ricercando lʼinvidia e lʼammirazione anche delle donne oneste. Diviene lʼamante di un potente aristocratico, alloggia in una villa lussuosa, spende fortune in gioielli, mobilia, cavalli e carrozze. È al centro della buona società francese. Ma a Nana questa vita non va bene. Come urla allʼaristocratico, che ha appena scoperto un ennesimo tradimento, > mettiti bene in testa nella tua capoccia, che io intendo essere libera. Se un uomo mi piace, ci vado a letto . Nana si muove come una forza distruttiva, disperdendo ricchezze, rovinando potenti borghesi ed aristocratici, spingendo al suicidio giovani e vecchi. È la personificazione di una vendetta sociale dei poveri contro i ricchi? O semplicemente, è lʼespressione di un desiderio irrefrenabile di lusso, di sesso e di depravazione? Probabilmente Nana è lʼuno e lʼaltro. La sua vicenda si conclude in modo tragico, con la morte per vaiolo, proprio nel giorno in cui la Francia va in guerra e crollerà il secondo impero. Sfigurata dalla malattia, Nana è lasciata sola dagli amici che preferiscono unirsi alle manifestazioni di giubilo per la partenza delle truppe verso il fronte. Zola è un grande scrittore sociale, forse il più grande di tutti i tempi, Lo scopo dei suoi romanzi è innanzitutto rappresentare e condannare la società del suo tempo mettendosi dal punto di vista delle nuove forze sociali. In lui cʼè sempre una critica sociale, che se da un lato rende i suoi romanzi di grande impatto emotivo ed ideologico, dallʼaltro lato spesso inaridisce i personaggi, ridotti a stereotipi di una classe sociale o di un ruolo allʼinterno della società. In Nana cʼè qualche cosʼaltro. Sembra che allʼinizio Zola sia allʼinterno dei suoi schemi tradizionali, poi pian piano la figura di Nana prende corpo in modo autonomo. Non è più la rappresentante di una classe sociale. È una donna che vuole vivere intensamente, una donna che odia gli uomini e li vuole distruggere per il male che le hanno fatto. Non è un caso che il punto di svolta del romanzo sia proprio lʼabbandono da parte del suo amico con il quale aveva lasciato la buona società per vivere una vita di miseria. Non è irrilevante il fatto che lʼunica persona ad avere una reale influenza su Nana sia la sua amica, Satin, con la quale convive un rapporto di amore. Dal punto di vista letterario, Zola alterna alcune pagine molto belle ( il punto più alto del romanzo è la descrizione della corsa allʼippodromo) a pagine sovrabbondanti, un pò alla ricerca dellʼeffetto e del melodramma, come accade nei capitoli conclusivi. Resta comunque una innegabile capacità di trasmettere al lettore il senso profondo degli avvenimenti mediante un uso cromatico, quasi pittorico, della lingua, in particolare degli aggettivi.
Le père Goriot
Balzac vive nella prima metà dell’ottocento e descrive quindi la società di Luigi Filippo. Nel romanzo è raccontata la vicenda di un uomo che per amore delle figlie vive una vita miserabile e disprezzata. Il suo amore paterno è in chiaro contrasto con una società nella quale prevalgono i valori del denaro, dell’apparenza e della salita nella scala sociale a tutti costi. L’approccio è moralistico, lo stile noioso e pesante, il francese difficile: in sintesi un «brutto» romanzo, che non sono riuscito a finire. Se si confronta Balzac (almeno di questo libro) con Stendhal la differenza di qualità è evidente: tanto Stendhal è leggero ma nello stesso tempo profondo nella descrizione dei personaggi (quest’ultimi ricchi di contraddizioni), quanto Balzac appare rigido, pedagogico e scontato. In Stendhal esistono gli "eroi", in Balzac personaggi opachi e condannati già a una vita rinchiusa nei vincoli del denaro e della scalata sociale. Forse è più vera la società di Balzac, ma è senza dubbio più noiosa. Non parliamo poi del francese. In Stendhal fluisce ed è la struttura della frase e il suo ritmo che forniscono il significato al racconto (e non c’è bisogno di troppi aggettivi), in Balzac è necessario ricorrere alla ricchezza dei vocaboli per dare espressione al racconto.
Porte de la paix céleste
Il romanzo inizia con la vicende di Piazza Tienanmen e con la fuga di una delle ispiratrici della rivolta (la protagonista Ayamei): questa ragazza si rifugia presso una famiglia di pescatori in una zona isolata, dove viene ricercata dall’esercito cinese al comando di un giovane ufficiale, Zhao. Per non essere catturata Ayamei fugge nel bosco e si immerge in una nuova vita, a contatto con la natura e «nelle montagne non respira che per la luce, il vento e la foresta». Il romanzo si conclude in modo misterioso: Ayamei sale sulla cima più alta delle montagne e Zhao, che ha capito dove si è nascosta la ragazza, guarda con il binocolo sulla montagna e vede una figura di donna, che cade nel vuoto, lo fissa e > gli occhi negli occhi, egli dimenticò tutta la sua vita passata. Lo sguardo era nero, intenso. Le labbra rosse . La rivolta di Piazza Tienanmen è solo un’occasione per sviluppare un racconto che è un insieme di romanticismo, di presa di coscienza dei limiti e delle ipocrisie di una società intrisa di regole e, infine, di una storia «magica» tipica del mondo cinese. L’amore di Ayamei per Min, un compagno di scuola ribelle e anticonformista è la classica storia occidentale di una relazione contrastata dalla società e dai genitori, che termina nel suicidio del ragazzo, così come vuole la trama scontata delle storie di amore della nostra letteratura. L’assunzione di consapevolezza di Ayamei e di Zhao costituisce un percorso differente e parallelo che li conduce a comprendere la vacuità e la crudeltà di una società che affida a ciascuno un ruolo e una responsabilità all’interno di una predominanza delle esigenze collettive su quelle individuali. Infine il tema più tipicamente cinese: la riscoperta della natura e delle sue caratteristiche mitologiche e magiche, il perdersi in una dimensione pre-razionale nella quale i valori della bellezza e dell’equilibrio sono fini a se stessi e non strumentali. Come dice la protagonista, > è possibile dimenticare che ogni bellezza è effimera, è possibile vivere l’irreale? o la domanda di Zhao se sia giusto uccidere l’aquila, che > magnifica è appollaiata su una roccia. I suoi muscoli sono duri come l’acciaio: i suoi occhi brillano come la lama affilata di un pugnale; il suo piumaggio nero assomiglia ad una corazza . La risposta non può essere che affermativa in una società nella quale a ciascuno spetta una funzione e quindi al cacciatore quella di uccidere la preda («è il nostro mestiere, i cacciatori non hanno pietà»). Questo miscuglio di ispirazioni è il limite del romanzo, che non trova un suo equilibrio narrativo e presenta numerose cadute nel ritmo e nello sviluppo degli argomenti (si prenda, per esempio, il resoconto del diario di Ayamei, spesso noioso e scontato). Anche lo stile ne risente: ad un avvio molto efficace (frasi corte ed essenziali) si sostituisce via via un tono sempre più lirico, che se favorisce la percezione della crescente dimensione irreale, fa perdere tuttavia le caratteristiche asciutte della scrittura che sono uno dei pregi principali del romanzo.
Le rouge et le noir
Il romanzo racconta le vicende di Julien Sorel: figlio di un carpentiere, riesce con le proprie forze e la propria intelligenza a salire nella scala sociale, prima nella borghesia provinciale e poi presso lʼaristocrazia parigina. Viene chiamato a fare il precettore dei figli del Sindaco, con la moglie del quale allaccia una relazione. Conduce quindi gli studi in seminario e per una serie di vicende fortunose diventa segretario di un potente aristocratico, con la figlia del quale ha un’altra storia d’amore. La giovane nobildonna, altera e orgogliosa, è perdutamente innamorata di Julien, dal quale aspetta un figlio. La moglie del Sindaco, convinta dal proprio confessore, invia al padre della ragazza una lettera nella quale si infanga il nome di Julien. In preda alla rabbia per l’onore offeso e per il tradimento da parte dell’ex amante tenta di ucciderla, viene quindi messo in prigione, processato e condannato a morte. Durante la prigionia si accorge di essere innamorato della prima amante ma è ormai troppo tardi. Sembra che la trama del libro corrisponda ad una vicenda reale; ma al di là della verosimiglianza il racconto può essere letto da tre punti di vista. Sotto il profilo del contesto storico, il romanzo descrive la scalata sociale di un rappresentante del popolo attraverso la borghesia sino all’aristocrazia. In Julien non ci sono né remissività né tanto meno umiltà: è convinto di valere come, se non più, dei rappresentanti della borghesia e dell’aristocrazia che incontra nel suo cammino. Via via che li conosce meglio, dopo una prima fase di ammirazione, ne segue un’altra di disillusione per la ristrettezza della borghesia provinciale e per la vacuità dell’aristocrazia. In questo senso il romanzo di Stendhal assomiglia a quello di Proust, anche se mancano totalmente i riferimenti filosofici che caratterizzano la «Ricerca del Tempo Perduto». Anche il quadro che emerge del clero è profondamente negativo. In questo senso il titolo «Il rosso e il nero» indicherebbe il conflitto tra lo spirito progressista e democratico e la reazione e il conservatorismo delle classi superiori nella prima metà dell’ottocento. Il titolo sembra tuttavia rispecchiare peculiarità e contrasti più profondi e in qualche misura universali. I personaggi del romanzo si muovono tutti in un clima di falsità e di ipocrisia, che caratterizza anche il comportamento di Julien. Basti pensare quali sotterfugi utilizza per conquistare e dominare la bella Matilde o il fatto che sino all’ultimo momento continua a mantenere un comportamento ambiguo nei suoi confronti, dimostrandole dell’affetto nel momento in cui è innamorato della sua ex amante, la moglie del Sindaco. Alla base di questi sentimenti predominano una diffusa superficialità e una logica dettata dalla convenienza. Questa ambiguità scompare solo nell’atto rivoluzionario di Julien, a questo punto un «vero eroe», che cerca di punire le false accuse ricevute ed accetta la morte con coraggio e dignità. Dinanzi all’ingiustizia e alla morte, Julien abbandona l’ipocrisia e la convenienza per comportarsi in modo coerente anche se in maniera inesplicabile per i suoi contemporanei. Il terzo punto di vista è rappresentato dalle due donne, la moglie del Sindaco e Matilde, che costituiscono le vere eroine del romanzo. Sin dallʼinizio i loro sentimenti sono profondamente veri: la moglie del sindaco accetta un matrimonio infelice ed affronta il nuovo amante con stupore ma con un grande coraggio; Matilde, così altera ed aristocratica, ma disponibile a perdere tutto, con slancio, per il suo innamorato. Si pensi alle pagine che raccontano l’avvicinamento di Matilde e di Julien. Da parte della ragazza è in atto un profondo conflitto tra il suo spirito aristocratico e il crescente innamoramento, da parte di Julien predomina solo il timore di essere «preso in giro» e la volontà di predominare anche con l’inganno. Julien non capisce la grandezza delle due donne, pensa che vi siano dei sottointesi, dei tranelli per poi vagheggiarne l’amicizia dopo la sua morte. In realtà la fine delle due donne sarà tragica e profondamente vera, come il loro amore: la moglie del sindaco morirà di crepacuore, Matilde porterà con sè la testa del suoi innamorato, in preda alla pazzia.
Terroriste
L’autore è uno scrittore americano ma ho letto il libro nella sua traduzione francese. Un ragazzo, figlio di una irlandese e di un egiziano che lo ha abbandonato, vive in un forte conflitto con la società americana, che riflette anche il suo difficile rapporto con la madre, donna libera e piena di idee artistiche, e una visione idealizzata della società del padre: quella mussulmana. Sviluppa una profonda fede in questa religione seguendo il corso di letture coraniche di un imam da cui è profondamente influenzato. Nel frattempo si sviluppa un’altra storia: un insegnante ebreo, del liceo frequentato anche brillantemente dal ragazzo, conduce una vita opaca, piena di disillusione e di stanchezza esistenziale. Nel suo ruolo di tutor contatta il ragazzo per convincerlo ad andare all’università, ma ne ottiene un netto rifiuto in quanto il giovane ha deciso di prendere la patente da camionista. Infatti va a lavorare presso un negozio di mobili, il cui proprietario, un libanese, è amico dello sceicco. In realtà si tratta di una copertura di terroristi e il ragazzo viene convinto a condurre un camion, pieno di materiale esplosivo, in un tunnel cittadino, con forte traffico, in modo da produrre una strage. L’insegnante ebreo, venuto a conoscenza che la polizia sospetta di un attentato e il libanese è stato ucciso dai libanesi in quanto era un infiltrato della polizia, lo insegue per convincerlo a desistere. Sale quindi sul camion, sembra decidere anche lui di andare alla morte e poi infine il libro si conclude lasciando il lettore nell’incertezza riguardo all’esplosione: non è chiaro se il ragazzo ha deciso comunque di compiere l’attentato o se invece ha desistito, convinto dall’insegnante. Il tema fondamentale del romanzo è l’innocenza del ragazzo a fronte di una società americana ormai in fase di disfacimento morale e spirituale e di un mondo degli adulti ipocrita e rassegnato. Anche le figure che il ragazzo considerava di esempio, come l’imam e il commerciante libanese, si rivelano poi dei falsi che utilizzano il giovane e lo abbondano al proprio destino. La ragazza idealmente amata è invece una prostituta che viene pagata dal commerciante libanese per andare a letto con il giovane. La madre ama il figlio, ma ha sempre la «testa» per altre cose, non lo ascolta neanche nel momento più difficile della sua vita, quando deve andare verso l’attentato suicida. Solo l’insegnante ebreo è vicino al ragazzo e ne comprende le motivazioni. E qui si tratta di un accostamento di forte impatto politico: proprio i credenti di due religioni, che sembrano oggi lontane, si rivelano invece più vicini, forse perché nella Torah ci sono così tante somiglianze con il Corano e forse perché l’insegnante ebreo è così disgustato dalla società americana che capisce la spinta verso il suicidio del giovane. L’idea di fondo del libro è quindi molto forte e riprende, se vogliamo, l’Idiota di Dostoevskij: il giovane è un idiota, è un anti-eroe, perché non capisce le regole del mondo. Il problema è che il ritmo è sempre molto lento, spesso prolisso e ridondante, assumendo solo alla fine, nell’ultimo capitolo, una velocità che sarebbe stato meglio incontrare prima. Per contro i personaggi sono poco studiati, restano piatti, talvolta incomprensibili. Anche l’ambiente di contorno è stereotipato, scontato e quindi la sua descrizione risulta poco efficace.
La vie d'Euripide
Euripide è uno dei tre grandi autori di tragedie della Grecia antica (gli altri due sono Eschilo e Sofocle) ed è vissuto tra il 480 e il 408 a. C. in un periodo storico caratterizzato da tre fasi fondamentali: gli anni di massimo splendore di Atene sotto il governo di Pericle, la lunga guerra del Peleponneso tra Atene e Sparta con la conseguente decadenza della vita politica e culturale della prima città, la disfatta e l’emergere della Macedonia come potenza egemone. Marie Delcourt è una studiosa e umanista belga che ha fatto parte dei circoli letterari francesi degli anni ’30 ed è stata influenzata in modo particolare da Gide. La sua biografia di Euripide sottolinea il legame dell’evoluzione della produzione letteraria con tre aspetti fondamentali:le vicende politiche e civili di Atene: l’autrice dipinge un profilo di Euripide profondamente nostalgico del periodo di Pericle e sottolinea il richiamo costante nelle sue tragedie ai valori di convivenza civile, di tolleranza e di ospitalità propri dell’Atene di allora. È proprio la ricerca di un «principe» che spinge Euripide a lasciare Atene e a trasferirsi presso la corte del re di Macedonia, dove troverà la morte;le correnti filosofiche del tempo: la figura di Anassagora (e quindi l’influenza delle sue concezioni naturalistiche e critiche verso i miti e la religione in genere), la dialettica dei sofisti come fattore distruttivo delle verità e delle regole ed infine il pensiero di Socrate, come ricerca di valori non più basati sulla religione ma fondati sulla coscienza individuale. In realtà questa familiarità sembra tradursi in Euripide in un sincretismo confuso nel quale prevale, a fatica, la dimensione individuale rispetto a quella collettiva;la natura innovativa e contraddittoria di Euripide che è continuamente all’esplorazione di nuove suggestioni e di nuove tecniche espressive e mai disponibile ad adagiarsi su quanto è stato acquisito e raggiunto. È difficile dire quanto di queste considerazioni rispondano ad una lettura criticamente rigorosa di Euripide e quanto invece rifletta il mondo esistenziale e culturale dell’autrice. Rimane il fatto che l’autrice riesce a fornire un profilo di Euripide molto stimolante e interessante, che solleva anche una serie di considerazioni sull’attuale stato di disorientamento della società italiana: viene da pensare quanto sarebbe utile per il nostro paese un autore come Euripide in grado di interpretare il nostro paese al di là di letture intimistiche e analisi sociologiche. La lettura del libro è talvolta faticosa per i continui riferimenti storici e letterari ma è in generale agevole e piacevole: lo stile è spesso retorico ed enfatico, la struttura della frase involuta e ricercata, così come i vocaboli.

















