A.S. Byatt
Libri di quest'autore
The children's book
Il romanzo è ambientato in Inghilterra tra la fine dellʼOttocento e lʼinizio del Novecento. È lʼera trionfante della borghesia, che terminerà tragicamente con la prima guerra mondiale. Lʼinnovazione della tecnica e nellʼarte, anche in quella artigianale, la libertà dellʼindividuo e lʼuguaglianza, il ruolo della donna e il femminismo, le idee socialiste ed anarchiche sono i tratti distintivi di questo periodo storico e fanno da cornice ad un tema profondamente attuale: quello dellʼinfanzia tradita. Alla fine dellʼottocento, > i bambini erano differenti dai bambini prima e dopo. Essi non erano né bambole né adulti in miniatura. Essi non erano nascosti in nursery, ma erano presenti ai pranzi familiari, dove i loro caratteri in sviluppo venivano presi seriamente e razionalmente discussi, durante i pasti e durante lunghe passeggiate in campagna. E tuttavia, nello stesso tempo, i bambini in questo mondo avevano le loro proprie separate, largamente indipendenti vite, come bambini. I genitori trovavano difficile fare in pratica ciò che essi credevano in teoria che essi dovrebbero fare, ossia amare tutti i bambini in modo eguale . Non bisogna, tuttavia, pensare ad un romanzo storico e sociale, si tratta infatti di un racconto complesso, nel quale i diversi piani narrativi, interiori ed esteriori, si intersecano tramite le storie fantastiche di una delle madri di queste grandi famiglie borghesi: Olive. I suoi sette figli ( che si scoprirà non essere tutti figli della stessa madre e dello stesso padre) sono oggetto ciascuno di un racconto. Ma qui sta il primo tradimento: le storie non sono in realtà per loro, ma per il pubblico, come Olive confessa ad un certo punto: > a me realmente non piace costruire bambini immaginari. Divento spaventosamente annoiata dalle loro piccole dispute e dalla loro innocenza. Ma i lettori hanno un insaziabile desiderio per queste intelligenti piccole persone che compiono comiche avventure . Non cʼè da parte dei genitori una vera attenzione ai bambini: le loro idee utopistiche sullʼeducazione, sulla libera scelta dei figli, su un ambiente affettuoso e stimolante dove far crescere i giovani, sono solo parole, che nascondono una reale indifferenza. E i bambini crescono a prescindere dai genitori ma scoprendo via via le menzogne dei padri e delle madri, i loro sotterfugi e in alcuni casi anche la loro violenza. Essi si adattano a non svelare la verità, a non disturbare la dominante ipocrisia e a non svelare i segreti famigliari. Ciascuno reagisce in modo diverso: chi si rifugia nella vita dei boschi isolandosi da tutti, chi nasconde, abilmente, le sue vere idee politiche, chi scarica la propria rabbia contro gli oggetti amati dal padre, chi rimane sospeso, in attesa, lasciando che la vita rotoli via. Cʼè anche chi fugge dalla vaghezza ideologica dei genitori inseguendo professioni concrete, come quelle del medico e dellʼoperatore di borsa. La prima guerra mondiale chiude tragicamente molte delle vite dei giovani protagonisti e lascia i sopravvissuti profondamente trasformati. Ma la guerra è solo lʼepilogo di una tragedia che si era già espressa nei racconti fantastici, quasi psicanalitici, di Olive, tutti centrati intorno a storie del mondo sotterraneo, quasi ad anticipare la vita delle trincee. Capita talvolta che scrittori anche di valore si misurano con narrazioni troppo superiori alle proprie forze e alle proprie abilità. È questo il caso di questo libro, che non solo affronta troppi temi ( i bambini e gli adulti, le storie interrelate di diverse famiglie, le opere dʼarte e la nascita dei musei moderni, il femminismo e molti altri ancora) e troppi personaggi, ma soprattutto risulta ridondante a causa di una prosa ricca, ricercata e barocca. Troppe parole, troppi argomenti ma poca capacità di trasmettere tensione e coinvolgimento da parte del lettore. La trama narrativa, così come i personaggi sembrano artefatti, monotoni e in molti casi scontati. Perché non leggerlo? È prolisso e la fatica di arrivare fino in fondo non viene premiata da momenti espressivi di alto livello.
Sugar (in Sugar and other stories)
Si tratta di un breve racconto. Il padre della narratrice è ricoverato in un ospedale di Amsterdam, dove gli è stato diagnosticato un cancro alla prostata, che lo porterà in tempi brevi alla morte. È un uomo taciturno e schivo, che si apre alla figlia, la narratrice, raccontando della famiglia e del nonno. Uno dei temi è costituito dall’abitudine della moglie di «raccontare delle bugie», ossia di inventare episodi della famiglia. La narratrice si rende quindi conto che «buona parte del mio passato poteva essere stata confezionata da mia madre». Il tema del racconto è il mito della famiglia, ossia la capacità di mitizzare, idealizzare e immaginare una memoria famigliare, che incide poi in modo determinante nell’evoluzione mentale, psicologica e culturale dei discendenti. > Durante quelle settimane estreme in Amsterdam pensavo alle origini. Pensavo intorno a mio nonno. Pensavo anche a certi miti delle origini che avevo messo insieme da bambina per spiegare cose che erano importanti, il mio senso di essere del nord, la paura dell’arte, l’inevitabilità della fine . L’elaborazione mitologica è l’elemento determinante di questa memoria, che non fotografa la realtà, non è storia, ma permette di ricevere un mondo di valori e di sensazioni. La narratrice immagina che la sua famiglia paterna fosse come il sistema degli dei nordici «selvaggi, stravaganti, duri, robusti e terrorizzanti» e che > le bugie di sua madre fossero per addolcire e mitigare il mondo tempestoso e freddo di mio padre . L’invenzione nella narrazione è un modo per liberarci dal dolore, dall’aridezza della vita, dall’avvicinarsi inesorabile della morte: > che cos’è tutto questo, tutta questa storia che vi sto raccontando se non un’accurata selezione di cose che si possono dire, che possono essere portate alla luce del giorno? A lato di questa costruzione si allungano le ombre nere delle cose non dette, perché non voglio, o non oso dirle, oppure non le ricordo, le ho fraintese, le ho dimenticate, o non le ho mai sapute . Se la vita non è quella reale, ma ciò che si ricorda e quindi si racconta, la vita è letteratura. Essa non ci restituisce le persone: «nessuna di queste parole ce lo può restituire». Restano solo il mito e il racconto. Un racconto breve, ma di grande spessore, sia filosofico che letterario. Lo stile è molto efficace, costruito intorno a una sintassi elaborata, ma chiara, che rende la lettura piacevole ed agevole.

