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Salman Rushdie

Sir Ahmed Salman Rushdie è uno scrittore e saggista indiano naturalizzato britannico, autore di opere di narrativa in gran parte ambientate nel subcontinente indiano.

Libri di quest'autore

Midnight's Children
RecensioneInglese

Midnight's Children

Può «la vita di una persona essere lo specchio di un paese»? A questa questione Rushdie non risponde con un romanzo storico - biografico (la classica storia di una famiglia intrecciata con quella di una nazione), ma con un racconto fantastico, immaginifico e stupefacente. Il protagonista è nato a Bombay a mezzanotte del 15 agosto 1947, giorno dellʼindipendenza dellʼIndia, ma anche della separazione del Pakistan: la così detta «partition». E per questa coincidenza è stato misteriosamente «legato alla storia» sia letteralmente che metaforicamente, sia attivamente che passivamente. La dualità è il filone conduttore della narrazione, della vita del protagonista così come del grande continente indiano, caratterizzato appunto da interdipendenza e diversità ad un tempo. Lʼautore immagina che il protagonista, Saleem Sinai, narri le vicende della sua famiglia e le sue sino al 1984, quando venne uccisa Indira Gandhi. I nonni di Saleem sono mussulmani e hanno origine nel Kashmir, la «madre» dellʼislamismo indiano. Il nonno, un medico occidentalizzato, era stato chiamato a curare la futura moglie potendo visitare solo parti del suo corpo, che per pudore restava coperto. Si era quindi innamorato «a pezzi». È una prima metafora, che ritornerà spesso lungo la narrazione: quella della frammentazione. Così come il > fantasma di quel lenzuolo perforato mi condannò a vedere la mia propria vita, i suoi significati e le sue strutture, pure in frammenti , sulla nuova nazione ha pesato come una maledizione il distacco del Pakistan, che porterà ad un eterno conflitto con lʼIndia. I nonni di Saleem hanno una figlia che dopo il matrimonio si è trasferita con il marito in India a Bombay, dove è nato Saleem. Al momento del parto, lʼostetrica sostitusce il vero figlio della coppia con Saleem, il quale quindi usurpa il suo ruolo di bambino agiato, mentre lʼaltro é destinato alla povertà. Ma allora lʼindipendenza porta con sé il marchio del tradimento? Il giorno della nascita di Saleem un migliaio di bambini erano nati in India. Tutti hanno poteri straordinari e Saleem ha lʼincredibile facoltà di mettersi in contatto telepaticamente con tutti: riesce cioè a creare con la mente una interdipendenza tra bambini lontani, con lingue e usi totalmente differenti. Si realizza metaforicamente il mistero di questo grande paese, costituito al momento dellʼindipendenza da oltre 500 stati e da una religione, quella indù, fatta di migliaia di divinità locali. Come può stare unito un paese così grande e così frammentario? Nel 1966 moriva Nehru ed iniziava lʼera di Indira Gandhi, che introdusse una gestione autoritaria del governo sino alla fase della così detta emergenza, quando instaurò una vera e propria dittatura. La famiglia di Saleem si trasferisce in Pakistan dove spera di essere più sicura rispetto alle discriminazioni e alle violenze contro i mussulmani. Qui, stranamente, Saleem perde i poteri telepatici (Indira ha distrutto lʼunità del paese?). Si arruola nellʼesercito pakistano e va a combattere in Bangladesh contro lʼesercito indiano. Scappato dallʼesercito, ormai in piena disfatta, e dopo essersi nascosto nella giungla (la metafora dellʼabisso in cui è caduta lʼIndia?) fugge in India dove si sposa, vive in un villaggio di saltimbanchi e di musici e si dà allʼattività politica, peraltro insieme con un incantatore di serpenti. Sembra, forse, aver trovato la sua strada, quando irrompe la repressione di Indira Gandhi e Saleem scopre di essere uno dei pochi superstiti dei bambini nati il 15 agosto 1947, > perché è il privilegio e la maledizione dei bambini della mezzanotte di essere sia padroni che vittime dei loro tempi, di non avere una propria vita privata e di essere risucchiati nel calderone delle moltitudini, e di non poter vivere e morire in pace . Assieme al legame tra vita personale e storia del paese, il romanzo affronta anche temi più intimi: la bruttezza di Saleem (angustiato da un naso enorme), il suo amore incestuoso con la sorellastra, e la nostalgia dellʼ infanzia, che, tuttavia, «scompare, o piuttosto, viene uccisa». Ed è proprio lʼorgoglio dellʼinfanzia uno dei temi più intriganti ed universali del libro: la possibilità di nascondersi e di viaggiare con la mente, con la propria immaginazione, crea una unità che non cʼè nella realtà: > Meravigliosa ironia; la Vedova (Indira Gandhi) portandoci qui per separarci ci ha di fatto portati insieme! Bambini, qualche cosa sta nascendo qui, in questo oscuro tempo della nostra prigionia; lasciamo che le Vedove facciano il peggio; unità è invincibilità! Bambini: noi abbiamo vinto ! Come troppo spesso succede con Rushdie, la ricerca di una scrittura barocca e meravigliosa prende il sopravvento sulla narrazione, che sembra diventare, soprattutto nellʼultimo parte del libro, solo lʼoccasione per «effetti speciali». Già lungo di per sé, difficile da seguire, anche per i riferimenti alla storia indiana, via via che si va avanti nella lettura ci si perde completamente in una moltitudine di parole, di neologismi, di strutture sintattiche retoriche e complesse. Bisogna lascarsi prendere dalla scrittura ma talvolta si fa fatica a proseguire nella lettura. Perché leggerlo? Lʼidea di fondo è veramente notevole così come é per noi italiani un libro particolarmente attuale: la dualità tra interdipendenza e diversità, tra unità e frammentazione costituisce un tratto caratteristico di ogni italiano. Averlo saputo descrivere in termini immaginifici rappresenta il pregio fondamentale del libro. Come ha scritto Paolo Bertinetti nel quotidiano La Stampa del 12 agosto 2017, il pregio maggiore del romanzo, > oltre a un finissimo sense of humour e una pirotecnica capacità di invenzione linguistica, sta nello scardinare i criteri della verosimiglianza ponendo sullo stesso piano realtà e sogno, narrazione realistica e invenzione mitica .

Salman RushdieVintage
Quinchotte
RecensioneItaliano

Quinchotte

> Perché a me par vivendo questa mia povera vita, un'altra rasentarne come nel sonno; e che quel sonno sia la mia vita presente (Camillo Sbarbaro). In un mondo che va in frantumi è possibile salvarsi con la fantasia, creandosi un'altra realtà? E così facendo sfuggire alla morte? Rushdie cerca di rispondere a questa domanda con un grande affresco: al centro ci sono le fonti dell'illusione della nostra epoca, quelle che ci fanno credere che «tutto possa accadere»: la televisione, il cinema, i nuovi media e così via; c'è poi un racconto di un modesto autore di thriller: un anziano venditore di farmaci oppiacei è un moderno Don Chischiotte, dal nome evocativo Quinchotte, che si mette in marcia  per le strade d'America per conquistare il cuore di una star della televisione; dopo c'è l'Autore, guarda caso uno scrittore anglo indiano, il quale via via che costruisce la storia capisce che Quinchotte, > il solitario in cerca dell'amore, il perdente nessuno che credeva capace da solo di vincere il cuore di una regina, era stato con lui tutta la vita, un ombra di se stesso, intravista talvolta di sbieco con la quale non aveva avuto coraggio di confrontarsi ; ed infine Rushdie stesso, che cerca di estraniarsi dal presente, così inquietante ed ambiguo, per legare passato e futuro e vincere in tal modo la morte. Nella cornice esterna di questo affresco a cerchi concentrici si rinnova la «grande partizione», tema dominante dell'autore indiano: il cambiamento climatico distrugge la terra e pregiudica la sopravvivenza, il populismo avanza vittorioso con le sue facili ricette, il razzismo e la violenza si diffondono, la Gran Bretagna si sta disgregando, città un tempo aperte e tolleranti come Londra si chiudono rancorose e diffidenti, gli ancoraggi di un esule come Rushdie si dissolvono: > il mondo non ha più a lungo un fine eccetto che tu debba finire il tuo libro. Quando lo hai fatto, le stelle inizieranno a svanire . Questo grande affresco, una sorta di testamento, non poteva che andare a scapito del racconto: esso si frammenta in mille rivoli, ci si perde nelle parentesi anche filosofiche, si è oppressi da una prolissità tipica di Rushdie, ma in questo caso non sostenuta da una scrittura sorprendente. Il filone narrativo più intrigante è quello costituito da Quinchotte. Mentre viaggia per le strade d'America gli si affianca il figlio che avrebbe voluto, Sancho, prima in forma incorporea, poi con una sua materialità per l'intervento della Fata Turchina e del Grillo Parlante. Nuovo Pinocchio, Sancho ha una sua individualità ma deve farsi una coscienza; non vorrà e quindi svanirà nel nulla: ossia solo l'etica ci dà vera vita. Nel frattempo un miliardario stravagante propone in televisione una «porta» verso un' altra dimensione per salvarsi dal disastro climatico. Quinchotte ha quindi uno scopo: portare la donna amata in un altro mondo, salvarla. Ma tutto questo è reale pur nella finzione o solo il frutto degli oppiacei che pervadono ormai nella nostra società? Probabilmente sono allucinazioni con le quali si crede di sopravvivere, di poter non fare nulla mentre si va verso la catastrofe. Insieme con la donna amata, Quinchotte si getta con coraggio  attraverso la porta, ma si ritrova nella realtà irrealtà dell'Autore, realtà destinata a scomparire con la fine del libro, come succede a tutte le storie di fantasia. > L'uomo microscopico, la creatura dell'immaginazione dell'Autore, aveva brillantemente fatto l'impossibile e aveva congiunto i due mondi, aveva attraversato dal mondo della fantasia al mondo reale dell'Autore (...) Fermati gridò l'Autore, sapendo che cosa sarebbe accaduto subito dopo, la cosa che non poteva fermare, poiché l'aveva già scritta; era già accaduta, così non poteva impedire che accadesse. Il suo cuore batteva, come se potesse separarsi dal petto. Ogni cosa stava arrivando ad una conclusione. Rushdie > non poteva impedire la fine del mondo né la morte dell'Autore né la fine di due preziose, anche se piccole, vite umane . Quanti argomenti vuole trattare il grande scrittore indiano! E' come se tutta la sua vita gli sia davanti e lui abbia voluto ripercorrerla con una storia sbalorditiva: la grande letteratura che l'ha ispirato, le vicende della sua famiglia e del suo paese, l'angoscia dell'esistente, il piacere della fiction, anche televisiva. E' come se volesse strappare un velo e mediante il reale - irreale metterci dinanzi al nostro destino, l'estinzione della specie umana, la morte individuale. Certo ci prende la nostalgia per ciò che il racconto non è riuscito a dare, l'incredibile storia del Don Chisciotte moderno: quanti di noi vorremmo avere il coraggio di questo strambo vecchietto, tele dipendente ed eppure saggio, per gettarci anche noi in una inverosimile storia d'amore con una star! Se tutto può accadere.... Siamo stati abituati ad una scrittura barocca, dannunziana e travolgente; invece siano dinanzi ad uno stile piatto, facilmente leggibile ma prosaico e banale, come quello di altri scrittori. Talvolta ritorna il grande Rushdie. Dinanzi all'eventualità prospettata da Sancho che la donna amata non voglia il vecchio scapolo, così si indigna Quinchotte, gridando. > Che domanda è questa? (...) E' la domanda di un ignorante. E' l'inchiesta di un mandrillo cercando di parlare inglese. E' lo sputacchio di un pesce fuori dall'acqua. E' il ballo di una ameba che pensa di essere un essere umano. E' un insulto alla grandezza della mia ricerca...

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The enchantress of Florence
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The enchantress of Florence

Siamo in Oriente nel magico impero di Akbar il grande. > Se il mondo lacerato dalla guerra era una dura verità allora Sikri (la capitale dellʼimpero) era una splendida bugia . È un mondo magico dove il mistero del grande sovrano «incanta tutta la terra, e il futuro, e tutta lʼeternità». In questa terra meravigliosa compare un viaggiatore, che proviene dallʼOccidente, che si fa chiamare Mogor dellʼAmore. Egli incanta il sovrano e tutta la corte con le storie di una città incredibile, Firenze: > per lui la conoscenza non era di alcun uso, eccetto per ricordargli di ciò che non dovrebbe mai dimenticare, che la stregoneria non richiede pozioni, spiriti familiari, o bacchette magiche. Il linguaggio fatto di parole dʼargento è sufficiente allʼincanto . Mogor dellʼAmore racconta di tre giovani fiorentini: uno di essi lascia la città natale per cercare lʼavventura e diviene un grande generale dellʼesercito ottomano. In una guerra con i persiani incontra una principessa, che diviene sua sposa. Con questa donna ritorna a Firenze per diventarne il capitano dellʼesercito. Questa principessa è «lʼincantatrice di Firenze», che utilizza i suoi poteri magici per ammaliare lʼintera città. Ma il confine tra stregoneria ed incanto è estremamente labile e ben presto la superstizione si scatena contro la donna. Che differenza tra il mondo magico di Sikri e la pochezza di Firenze! La principessa fugge nel nuovo mondo, ma > la sua magia non era più a lungo così forte da aiutare a resistere alle forze temporali, così come non era forte a sufficienza per cambiare la geografia della terra. Nessun passaggio di mezzo fu trovato e lei si trovò intrappolata nel nuovo mondo finché decise di morire . Ma anche il mondo magico di Sikri deve scomparire per lasciare il posto alla forza della realtà. > Sono tornata a casa dopo tutto ( disse la principessa al grande imperatore), tu mi hai permesso di ritornare, e così io sono qui, alla fine del mio viaggio. Fine a quando non sei, disse il grande regolatore dellʼuniverso, mio amore, fino a quando non esisti . Tutto può essere nellʼimmaginazione, anche al di fuori del tempo, niente può sopravvivere nella realtà. Con uno stile immaginifico e barocco, lʼautore racconta una storia incredibile, totalmente di fantasia, che, tuttavia, con il tono della fiaba sviluppa tre considerazioni: a) lʼoriente è meglio dellʼoccidente, in quanto nellʼoriente si esprime la ricchezza dellʼimmaginazione; b) la fantasia è un mondo incantato che permette di raggiungere la perfezione c) il passaggio della storia dallʼoriente allʼoccidente ( da Sikri a Firenze sino al nuovo mondo) corrisponde ad un lento ed inesorabile declino della civiltà. Le singole parole e la costruzione delle frasi affascinano i lettore ma le vicende sono troppo inverosimili ma anche eccessivamente reali per avvincere e convincere. Le digressioni, che sembrano rispondere più ad una forma di narcisismo letterario che alle esigenze della trama narrativa, appesantiscono il romanzo rendendolo prolisso. Perché non leggerlo? Alcune pagine sono piacevoli,, lo spunto del libro è interessante ma è troppo frammentario e prolisso per rendere la lettura complessivamente attraente.

Salman RushdieRandom House