San Suu Kyi Aung
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Freedom from Fear and other writings
San Suu è nata nel 1945, due anni prima dellʼassassinio del padre, fondatore della Birmania indipendente ed eroe nazionale. Lʼannotazione biografica è fondamentale per capire questa raccolta di saggi, discorsi, lettere ed interviste, pubblicati tra il 1984 e il 1994. Variano le finalità e la scrittura, cambiano le circostanze, ma sempre traspare la preoccupazione di San Suu di capire lʼeredità del padre, > di comunicare quanto ha compreso e di applicarlo ai problemi del proprio paese . Il saggio che dà il titolo alla raccolta («Liberi dalla paura») non deve trarre in inganno: San Suu non è una filosofa morale, una sorta di santone moderno; è innanzitutto un personaggio politico, caratterizzato da una forte e prevalente dimensione etica. Quando la dissidente birmana invita a liberarsi dalla paura e dalla corruzione intende affermare > la ferma convinzione nella santità dei principi etici combinati con una visione storica: a dispetto degli insuccessi la condizione umana si colloca su un percorso finale di avanzamenti spirituali e materiali . In un recente discorso al Forum internazionale delle donne, San Suu ha definito la politica > il mezzo per cambiare la società, e il cambiamento deve essere effettivo, non simbolico. E quanto effettivo dipende da quanto correttamente valutiamo i bisogni del popolo e del paese (citato da La Stampa 9 dicembre 2014). Che questa sia una riflessione a lungo meditata emerge da un importante saggio incluso nella raccolta (Richiesta di democrazia). In esso ella afferma come > la vera misura della giustizia di un sistema sia lʼammontare di protezione che esso garantisce ai più deboli. Dove non cʼè giustizia non ci può essere una pace sicura . Parliamo quindi di giustizia sociale, non certo di concetti astratti, appartenenti alla sfera della filosofia e della religione. Per interpretare correttamente il pensiero di San Suu bisogna leggere lʼinteressante analisi che lʼautrice compie della vita intellettuale in Birmania e India durante il colonialismo. Non è possibile sintetizzare un saggio molto complesso: si può dire in breve come il confronto con lʼIndia permetta a San Suu di portare avanti una critica severa alla cultura birmana, allo stesso buddismo, una «religione monolitica (...) con inflessibili barriere»; di individuare le fonti del consenso del regime non tanto nella repressione, quanto nelle differenze etniche e nello sciovinismo contro le comunità cinesi e indiane; di chiarire come i suoi ispiratori siano Gandhi e soprattutto Nehru, il suo vero padre spirituale: un grande politico, quindi, è il suo riferimento. Se non ci si ferma alle parole, vacue e banali, di «Liberi dalla paura» (ma perché dà il titolo alla raccolta?), ci si accorge come San Suu non intenda affatto rinchiudersi nellʼimmagine spiritualista e buddista, che le vorrebbe attribuire lʼoccidente; vuole essere misurata per quello che riuscirà a fare per il proprio paese. A chi la invitava a lasciare la Birmania, > replicai che non avrei fatto nulla dallʼestero e se io avessi voluto impegnarmi in un movimento politico avrei dovuto farlo dallʼinterno del paese . Dopo aver letto lʼintera raccolta, ci si pone la domanda: San Suu ha fatto i conti con suo padre? La risposta è negativa. La figlia San Suu continua a idealizzare la figura paterna, senza porsi la questione di come mai la dittatura abbia avuto origine in un esercito forgiato dal padre: un uomo, istruito nei monasteri ma educato militarmente e politicamente dai giapponesi. Come succede spesso lʼamore filiale pregiudica la lucidità e la freddezza, comunque necessarie in un personaggio politico. Perché non leggerlo? È noioso, forse inutile. frammentario, ripetitivo e prolisso.
