Francesca e Nunziata

finito di leggere il: 02 ottobre 2010

Editore

Avagliano

Anno

1995

Pagine

374

Lingua di Lettura

Italiano

Tra i migliori che ho letto!

Francesca e Nunziata

Francesca e Nunziata sono due donne, cui il caso ha dato un comune oggetto dʼamore: la produzione della pasta.
Il romanzo narra la storia di una famiglia di pastai napoletani e di come si sono evoluti da semplici artigiani a industriali.
La storia inizia poco prima della spedizione dei Mille e della caduta dei Borboni.
Il nonno di Francesca produce la migliore pasta di Napoli e nel lavoro coinvolge la numerosa prole.
È questa la parte più suggestiva del racconto anche per lʼuso del napoletano nei dialoghi.
Bellissime sono le scene delle fusillare al lavoro e della loro accoglienza della macchina che avrebbe sostituito il loro lavoro:

Figliulé, figliulé preparateve ʼ a mappatella, preparateve ʼ a mappatella! Le fusillare, sdegnose, ostentatamente finsero di ignorare il complesso articolarsi dellʼingombro, ma le donne di casa si fermarono con lietezza accanto a esso e le bambine gli fecero festa

E il nonno cantava «Oro e diamante tene il Sultano ma io tengo ʼ e trezze toie dintʼa sti mane».
Era quello il tempo quando

il grande schieramento della sua famiglia, abituato al sacrificio, operoso e animato, aveva sempre attinto da ogni piccola cosa serena felicità, ma fu quello il tempo della gioia più piena

.
La vicenda riprende poi molto più avanti con Francesca, ormai grande imprenditrice, donna ricca e potente.
Come ringraziamento per la guarigione di una delle sue figlie, Francesca adotta Nunziata, una povera orfanella.
Nunziata è lʼunica della numerosa prole di Francesca a lavorare nel pastificio, acquisendo quindi fin da bambina lʼarte di fare la pasta.

Non è cresciuta molto, pensava Francesca, è rimasta piccerella, ma tiene una salute di ferro, e poi è una lavoratrice, è come me

.
Ma Nunziata è una ragazza vivace e sensuale: messa incinta dal fratello acquisito, il bello e colto Federico.
Francesca decide di darla in sposa, per coprire lo scandalo, e nel momento di salutarla le chiede che cosa vuole in dono:

ʼ nu ruotolo dʼoro, una parure di diamanti...
E Nunziata si era fatta coraggio e aveva alzato gli occhi nel risponderle.
Per un attimo gli sguardi si erano incontrati:

voglio due ʼingegni per fare i maccheroni

.
Nella terza parte del romanzo, Nunziata è diventata una imprenditrice di successo mentre Francesca ha subìto una serie di disavventure finanziarie, che lʼhanno portata alla rovina.

I giorni di Nunziata nelle loro scansioni di sole e di ansie, dolori e canzoni, ebbero un contrassegno preciso di laboriosità indefessa, di sacrificio senza negligenze, proprio come quelli di Francesca.
Ma nello svolgersi furono più allegri e fortunati e nel lento dipanarsi più soddisfatti.
Le rallegrò lʼesistenza e lʼaiutò a vivere: il tressette

.
Nunziata è una donna indipendente, non convenzionale, sorretta da un atavico desiderio di vivere, anche delle piccole cose.
I suoi amanti, il legame profondo con la famiglia di Federico, ormai in miseria, la pongono in profondo contrasto con i figli.
Il declino personale di Nunziata, osteggiata e isolata, è emblematico della fine di una civiltà: Napoli scompare sommersa da una

iattura, che avrebbe seccato la linfa di lavoro di un artigianato orgoglioso e capace e cancellato lʼimportanza vitale di esperienze e qualifiche.

Il libro è un grande affresco, che può essere letto da tanti punti di vista: il canto di un vigore meridionale che spesso si dimentica, la storia di Napoli e delle occasioni perse, lʼevoluzione di un industria dal lavoro manuale a quello meccanizzato, il ruolo delle famiglie e delle donne.
Una storia così complessa si regge non tanto sui personaggi e sulla trama, quanto su uno stile lussureggiante e fascinoso, pur restando sempre ben saldo sul racconto.
Oltre alla prima parte, quella più verace ed esilarante, ci sono alcune pagine bellissime, come la descrizione del pranzo offerto da Francesca.

Rossi e gialli, disposti in quiete file, appassiti dolcemente dal fuoco, smorzati nella tonalità dei colori, i peperoni ripieni trattenevano nelle nervature svigorite, nelle grinze degli afflosci, lucide untuosità e si allentavano disfatti e quasi sensuali, con le spaccature che lasciavano intravedere il segreto del ripieno e gli occhi delle olive nere«.
E poi il tocco finale.» I due uomini di fede andarono a mangiarli nel nascosto della pineta...
e così nel buio, solo gli occhi di pietra di un Ercole maligno, senza naso e senza mani, seppero la carnalità del pasto".

Perché leggerlo? È un canto a Napoli, allʼindustria, alle donne e alla lingua italiana

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