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Natsume Soseki

Natsume Sōseki, pseudonimo di Natsume Kinnosuke, è stato uno scrittore giapponese attivo nel periodo Meiji.

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Il cuore delle cose
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Il cuore delle cose

Il romanzo è ambientato nei primi del Novecento alla fine della Restaurazione o Rinnovamento Meiji: il lungo periodo tra il 1867 e il 1912 che era iniziato con l'affermazione del potere imperiale sullo Shogunato Tokugawa. Questo riferimento storico è opportuno non solo per contestualizzare il racconto, centrato sull'ambiguo e complesso rapporto tra due generazioni, ma per renderlo anche attuale; così come oggi, siamo in una fase di transizione negli assetti politici e sociali così come nelle coscienze e nel modo di sentire. Un giovane studente conosce una persona più anziana, identificata solo con il termine di «maestro». Ne è affascinato; è attratto dai modi taciturni e burberi, dal suo stile di vita solitario, distaccato dalla società e dagli altri esseri umani, dalle sue riflessioni, sempre criptiche, sull'amore, l'onestà, il denaro. In modo ambiguo il maestro esercita sul ragazzo una sorta di ricatto, l'attesa di un tradimento. > Sono un solitario, ma in un certo senso non lo sei anche tu? (...) Tu, incontrando me, probabilmente senti una certa solitudine. Ma perché io non ho la forza di aiutarti a liberartene, tu ora ti rivolgerai in qualche altra direzione e non verrai più da me. (...) Lei può pensare che io possa allontanarmi (risponde il ragazzo). (...) Il maestro pareva non ascoltarmi. Eppure dovrai stare attento, perché nell'amore c'è colpa. Se rimarrai con me, non avrai soddisfazione, ma nemmeno correrai pericoli. Pochi indizi fanno intravedere ciò che c'è dietro alla misantropia del maestro: va spesso sulla tomba di un amico, la cui morte avrebbe cambiato il carattere dell'uomo, senza che si voglia spiegare le ragioni e gli antefatti di questo mutamento. Dopo la laurea il ragazzo torna dai genitori, in attesa di trovare un lavoro. Il padre è gravemente malato, ormai è alla fine. > La mia malinconia tendeva a trasformarsi con il trasformarsi del frinire delle cicale, come se il destino che mi avvolgeva si muovesse per gradi dentro un immenso ciclo di diverse esistenze. Il ragazzo è combattuto tra l'affetto e il dovere filiale, che vorrebbe che restasse presso il capezzale del padre, e il desiderio di non interrompere il rapporto con il maestro. > Per me, il maestro era una figura in ombra, e non sarei stato contento fino a quando non mi si fosse rivelato del tutto. Una lunga lettera, preceduta da insistenti telegrammi, spinge il ragazzo a compiere un atto imperdonabile; abbandona il padre morente per correre a Tokyo dal maestro. Che cosa scrive il maestro in questa sorta di testamento morale? E come se il ragazzo avesse svolto una funzione ermeneutica. > Preferirei vedere il mio passato annullato con la mia vita, piuttosto che offrirlo a qualcuno che non lo desidera. In verità, se non ci fosse stata una persona come te, il mio passato non sarebbe mai stato conosciuto da nessuno, nemmeno indirettamente. Solo a te, dunque, fra milioni di giapponesi, intendo raccontare il mio passato, perché tu sei sincero. E' inutile inoltrarsi nella estesa confessione del maestro, che scarica le sue colpe sulle fragili spalle del ragazzo. Possiamo solo dire che si è comportato in modo disonesto, lui che si sentiva pieno di virtù. Ha spinto un amico al suicidio, rendendogli evidenti le contraddizioni tra le aspirazioni spirituali per una vita ascetica e l'attrazione amorosa verso una giovane donna, amata anche dal maestro. > E così, pur desiderando seguire in tutta sincerità la vita dell'onestà, me ne allontanai. Ero uno sciocco, se vuoi, un astuto arrogante. (...) Dentro di me nacque, come in un vortice, la sensazione di aver vinto barando e di essere stato sconfitto come uomo. Nella bella prefazione, dal titolo espressivo «Soseki: la solitudine come arte», Gian Carlo Calza ripercorre la biografia umana e letteraria dell'autore e definisce «Il cuore delle cose» «un resoconto fedele della vita o del destino stesso dell'autore». Se pensiamo come nessuno dei protagonisti del romanzo abbia un nome e che già in un'opera del 1905 («Io sono un gatto» vedi recensione in questo sito) Soseki avesse giocato sui due personaggi (il gatto narratore e il noioso professore d'inglese) per descrivere le diverse facce della stessa personalità, si può suggerire che il giovane studente, il maestro e l'amico, siano differenti punti d'indagine del carattere dell'autore: il ragazzo rappresenta la fragilità della giovinezza ricca di attese, l'amico suicida sta per la ricerca di ancoraggi spirituali in una fase di transizione, e infine il maestro è Soseki orami disilluso, rinchiuso nell'individualismo e in una visione pessimistica della vita e del Giappone. Se ci distacchiamo dalla biografia dell'autore e ci trasferiamo in modo ardito nell'Italia di oggi, ecco che il rapporto tra il ragazzo e il maestro pare ben qualificare la crisi intergenerazionale che caratterizza il nostro Paese. Noi, «baby boomers», siamo i cattivi maestri che distillano pillole di saggezza, belle frasi retoriche, ma come il maestro di Soseki siamo disonesti perché manipolatori, protetti dalle nostre pensioni, con comportamenti ben lontani da quanto pomposamente affermiamo. I giovani sono il ragazzo, ingenui, pieni di aspirazioni, in fuga dai cattivi maestri, ai quali non credono più! Questa trasposizione al presente è suggerita anche dalla rappresentazione teatrale del «Il cuore delle cose» da parte di Kenzaburo Oe ( si veda la recensione di«La foresta d'acqua» ) dove il maestro è visto come un «falso educatore» dai giovani liceali che assistono alla rappresentazione. In modo elegante e nitido l'autore indaga l'intrigo psicologico e morale tra il maestro e il giovane, cosi come tra il primo e l'amico suicida. La narrazione procede lenta e talvolta ripetitiva; la lunga lettera ha troppo i tratti del soliloquio da non essere prolissa. Perché leggerlo? Sollecita numerose riflessioni sul presente.

Natsume SosekiNeri Pozza
Io sono un gatto
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Io sono un gatto

Il protagonista e narratore di questo romanzo è un gatto: un randagio, accolto in casa di un professore, non amato ma sopportato per inerzia. Così si definisce il nostro eroe: > io non ingrasso perché leccornie non ne mangio, ma sono in condizioni passabili e tiro avanti giorno dopo giorno senza zoppicare . Come tutta la sua specie, la fissità e la pigrizia del nostro gatto nascondono una grande saggezza, una profonda capacità di riflessione su quanto avviene nel mondo degli umani. Ed per questo che chi leggesse > il libro distrattamente, convinto che si trattasse di unʼopera di poco valore, di colpo capirà di trovarsi davanti a qualcosa di molto diverso, qualcosa che sembra facile ma è profondo come la dottrina di Buddha, e non si permetterà più di leggerlo sdraiato sul tatami con le gambe scomposte, saltando le righe . Siamo in Giappone allʼinizio del novecento, durante la guerra con la Russia, che si concluderà con la clamorosa vittoria del nascente impero nipponico. È una lunga fase di transizione, dalla cultura tradizionale e chiusa degli shogun allʼapertura al mondo occidentale, alla sua letteratura e alla sua scienza. In casa del professore si riuniscono, in chiacchere senza fine e costrutto, diversi intellettuali: lo scettico, arguto e superficiale, il giovane fisico, perso in ricerche scientifiche delle quali non si capisce il senso, il filosofo zen, vagheggiante una spiritualità non più sentita, ed infine il giovane uomo dʼaffari, bramoso di arricchirsi. Al centro cʼè il professore: misantropo, chiuso come «unʼostrica», egoista, trascorre tutto il suo tempo nello studio, ufficialmente a leggere gli innumerevoli libri che acquista dilapidando il modesto reddito da insegnante > Ma cosa sta facendo, sdraiato bocconi su questa coperta dal lungo passato, il mento appoggiato sulle mani, una sigaretta fra le dita? Niente, se ne sta lì in ozio. È possibile che nella sua testa cosparsa di forfora riflessioni sui massimi sistemi si rigirino come una ruota di fuoco, ma a osservarlo da fuori non si direbbe. Eppure, il gatto è immensamente grato al professore, perché gli permette di assistere ad uno spaccato emblematico della società umana; è vero, una riunione di affabulatori, ma che fornisce al nostro eroe «mille esperienze», e a noi lettori pillole di saggezza. Per esempio, il gatto va a visitare un bagno pubblico, dove gli uomini sembrano tutti uguali nella loro nudità, ed allʼimprovviso emerge un > un gigante. Il superuomo di Nietzsche. Il re dei demoni, Il comandante in capo dei bruti. (...) E strada facendo rifletto. Fra quegli uomini nudi come vermi, che nello sforzo di diventare tutti uguali si sono tolti braghe, haori e hakama, è emerso un eroe altrettanto nudo che ha imposto agli altri la propria autorità. Ne deduco che gli esseri umani si possono denudare quanto vogliono, non raggiungeranno mai lʼuguaglianza . E che dire del narcisismo? Osservando il professore che si guarda allo specchio e si lamenta della sua faccia, così sgradevole, il gatto riflette che > quando si è scontenti di sé, quando si è in preda allo scoraggiamento, non cʼ è rimedio più efficace che guardarsi allo specchio. Si ha unʼimmediata e chiara percezione del bello e del brutto. Ci si meraviglia di aver vissuto fino a quel momento mostrando al mondo una tale faccia. E questʼ improvvisa consapevolezza è un momento prezioso nella vita di una persona. Nulla è più utile allʼessere umano che la percezione della propria stupidità . Tutti sappiamo che i gatti sono molto pazienti; ma ogni cosa ha un limite! Dinanzi al chiacchiericcio senza senso, dinanzi alla vacuità delle parole, alla povertà dei sentimenti, ad un rumore di fondo nel quale si dissolvono le filosofie tradizionali (il buddismo e il confucianesimo), così come il pensiero occidentale, anche un micio non ne può più; e così si ubriaca e si lascia morire. > Ora basta, vada come vuole. Sono stufo di lottare... (...) A poco a poco mi sento meglio. (...) Dove sia. cosa stia facendo, mi è del tutto indifferente. So solo che mi sento bene. (...) Spazzo via sole e luna, polverizzo cielo e terra ed entro nel mistero della pace eterna, Sto morendo, E morendo raggiungo la pace. (...) Rendo grazie. Rendo grazie . Ad un certo punto di questo lungo romanzo sorge un dubbio, affascinante ed inquietante ad un tempo: che il gatto e il professore siano le parti di una stessa persona? Il saggio e lʼottuso? Il partecipe e l indifferente? E che questo racconto, scritto poco prima della morte, sia il testamento spirituale di Soseki? Se così fosse il libro assume una veste estremamente moderna, quasi psicoanalitica, affresco della complessità e dellʼambivalenza dellʼanimo umano, precursore di quei tratti ambigui ed evanescenti che accompagneranno la grande letteratura giapponese. Il libro è decisamente noioso. Non esiste una trama; i personaggi sono stereotipi, i dialoghi sono lunghi e sono solo espedienti per meditazioni, le disgressioni del gatto sono più interessanti, ma per essere colte nella loro pienezza richiederebbero una conoscenza approfondita della storia e della cultura giapponese. Di grande livello è la traduzione, la quale esalta la scrittura, lʼunico lato pregevole del romanzo; le note esplicative sono curate ed esaurienti, contribuiscono ad arricchire la nostra conoscenza della società nipponica e ci invitano a studiarla. Perché non leggerlo? È noioso.

Natsume SosekiNeri Pozza