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David Grossman

David Grossman è uno scrittore israeliano.

Libri di quest'autore

Caduto fuori dal tempo: storia a più voci
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Caduto fuori dal tempo: storia a più voci

Grossman ha perso un figlio, ucciso durante la leva militare. È una ferita così immensa che si sente > mutilato della memoria.... prigioniero di una celletta remota nel penitenziario del mio spirito , come se «la mia vita assomigliasse a qualcosa mai accaduto». Ed allora sente il bisogno di creare un racconto. > Quella cosa figlia di puttana che è successa a me e a mio figlio,sì, devo amalgamarla in un racconto, devo. Con una trama, e immaginazione! E visioni e libertà e sogni! Che bruci! Una pentola in ebollizione!.... se non scriverò non potrò capire nemmeno chi è lui ora, mio figlio, intendo Grossman immagina un villaggio, dove tutti hanno perso un figlio, ma non possono esprimere pienamente la disperazione per ordine del duca, ossia del potere: > indifferente, lento, fiacco, non cʼè dubbio: un duca esemplare . Lo scriba ha il compito di spiare gli abitanti per controllare eventuali trasgressioni del divieto. Svolge in qualche modo la funzione del narratore esterno. Trascrive le voci dei genitori in lutto, i quali, come in un coro della tragedia greca, gridano, in un canto funereo, dolce e irato ad un tempo, la propria storia e il proprio desiderio di riavere il figlio. Il loro canto esprime tutta la nostalgia e lʼangoscia di un rapporto tra genitore e figlio, che si interrotto bruscamente: il tenero ricordo della nascita e di quando era bambino, il rimorso di non essere stato un bravo padre, di non essergli stato vicino, il desiderio di sentire, almeno per unʼultima volta, il suo odore, toccare la sua pelle, abbracciarlo. > E allʼimprovviso, dentro di noi, sale il vapore del suo corpo intero, intatto e per un istante possiamo immaginare, è qui . La fissità del dolore potrebbe durare in eterno, ma viene rotta da un uomo, che decide di incamminarsi verso «laggiù», laddove pensa sia il figlio. Lʼatto disperato dellʼuomo mette in moto anche gli altri abitanti. Come in una processione sacra, camminano verso quel luogo misterioso che è lʼaldilà. La loro marcia si ferma davanti ad un muro, dinanzi al quale cadono in ginocchio > e ognuno di loro, e ognuno di noi, chiama per nome in un sussurro il proprio figlio Ed allora Grossman capisce che suo figlio è morto: > riconosco la verità di queste parole. È morto, è morto, ma la sua morte non è morta . La memoria si distacca dal dolore e, per quanto è possibile, ricordiamo senza soffrire. Ma allora il racconto, come la ritualizzazione del lutto, permette di allontanare il figlio: > è solo che il cuore mi si spezza, tesoro mio, al pensiero che io abbia potuto trovare per tutto queste parole . Il libro è una commistione tra prosa e poema. In prosa sono le annotazioni dello scriba e le riflessioni del Centauro, metà scrittore e metà scrivania, che rappresenta certamente lʼautore. La struttura in versi è utilizzata per il coro, che svolge due funzioni: riportare i dialoghi tra i diversi personaggi, i quali, più che parlare tra loro, comunicano con il figlio perduto: dare voce collettiva ai «viandanti», ossia al gruppo che si dirige alla ricerca dei figli defunti, nellʼaldilà. La forma narrativa è quella tipica della tragedia greca, con la differenza significativa che non si assiste ad uno svolgimento della storia, con un momento finale di effettiva catarsi. Non cʼè drammaticità nella trama complessiva, non cʼè di fatto una storia. Dʼaltra parte, il racconto è introspettivo, tutto allʼinterno della coscienza dellʼautore. Il contesto è kafkiano, surreale, non tragico. Si tratta di un percorso interiore nel quale i personaggi non sono altro che momenti della disperazione di Grossman, della sua angoscia e del suo disperato tentativo di accettare la morte del figlio. La mancanza di una trama narrativa fa prevalere il particolare rispetto al mondo complessivo del racconto. La narrazione si trasforma in frammenti poetici, suggestivi di per sé, ma isolati e dispersivi, in un contesto narrativo privo di svolgimento. Il lettore deve quindi farsi avvincere dal fascino delle singole parole e frasi. Si pensi al seguente periodo: > come nel momento in cui un neonato irrompe dallʼutero e dal corpo della madre, la morte di mio figlio mi ha trasformato nel padre che non sono mai stato, mi ha trafitto con uno squarcio e una ferita e un senso di vuoto, colmandomi altresì della sua presenza che da allora mi sommerge con unʼintensità mai vista.La sua morte mi ha reso capace di concepirlo. La sua morte mi ha reso un guscio vuoto di padre e anche di madre.La sua morte mi porta a scoprire un seno a chi non lo succhierà mai, e sulle pareti del mio utero, creatosi quel giorno, incide con le unghie di un prigioniero fuggitivo la conta dei giorni trascorsi senza di lui. Così, con uno scalpello trasparente, la sua morte ha scavato in me una consapevolezza: chi perde un figlio è immancabilmente donna . Perché non leggerlo? Troppe suggestioni allʼinterno di una storia priva di ritmo narrativo. Alla fine è noioso.

David GrossmanOscar Mondadori
A un cerbiatto somiglia il mio amore
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A un cerbiatto somiglia il mio amore

In un libro del 2011 ( «Caduto fuori dal tempo: storia a più voci») Grossman osserva come il dolore per la perdita di un figlio sia talmente grande da rendere un padre > capace di concepirlo... chi perde un figlio è immancabilmente donna . Sarebbe quindi facile concludere come lʼautore abbia voluto porsi dal punto di vista della madre,scrivendo questo romanzo. Orah teme di perdere Ofer, il figlio minore andato in guerra, e spera di non dimenticarlo. Approfitta di una lunga camminata per raccontare la vita di Ofer ed anche la sua (gli amori per i suoi uomini, lʼinfanzia e il progressivo distacco dei figli) e squarciare in tal modo > tutti quei fili visibili e invisibili...che si muovevano in quel momento intorno a lei e sopra di lei, (e che) si intrecciavano in una fitta rete, gigantesca.... (ma) come si può descrivere e far rivivere una persona soltanto a parole? Dio mio, soltanto a parole? Ricorda lo stesso Grossman, tuttavia, come il romanzo sia stato in gran parte scritto prima della morte del figlio dellʼautore, deceduto nellʼagosto 2006. Dʼaltra parte il racconto di Orah è talmente impregnato di angoscia esistenziale e di pessimismo epocale da andare oltre al tema del lutto, anche se sconvolgente come quello di un figlio per una madre. Ciò di cui parla Orah è la storia di Israele, nel quale non cʼè futuro, per gli individui, per i legami famigliari e sentimentali, per lʼintero popolo, perché paese sempre in conflitto con le nazioni arabe > Ecco, la dolce illusione nella quale erano vissuti fino a quel momento si era frantumata, la loro cellula clandestina era stata scoperta. Per ventʼanni avevano camminato sospesi in aria, sullʼorlo di un precipizio, consapevoli di farlo, e adesso vi cadevano dentro. Sarebbero caduti allʼinfinito . Orah si è appena separata dal marito ed è in procinto di compiere un percorso di trekking con Ofer, che si è congedato dalla lunga leva militare, alla quale sono destinati tutti i giovani israeliani. Scoppia lʼennesima guerra ed il giovane decide di tornare a combattere. Orah non intende attendere a casa la notizia della morte del figlio e intraprende comunque la gita a piedi, insieme con un vecchio amico, Avram. In un paesaggio incantato, pieno di luce, fiori e foreste, si sviluppa il lento e denso racconto di Orah. Può essere letto su quattro livelli. Nel primo cʼè il mondo degli adulti, costituito da Orah stessa e dai suoi due uomini, Ilan e Avram. Ilan è alto, vigoroso, sicuro e positivo. Avram è basso, grassottello, un pò poeta e scrittore,amante delle parole. Orah li ama entrambi. Sposa Ilan, da cui avrà Adam, ma concepisce Ofer con Avram, anche se questʼultimo rifiuta di fare da padre. È distrutto dalle torture subite dagli egiziani, che lo avevano fatto prigioniero in una delle tante guerre. Il lungo cammino è lʼoccasione per Orah di far conoscere Ofer al vero padre, e pure di rivitalizzare il profondo legame che la unisce ad Avram. Tornare indietro nei ricordi riporta alla luce fatti dolorosi, ferite profonde, incubi, sempre generati ed alimentati dalle guerre, che si succedono senza soluzione di continuità. Parlare di Ofer permette di ritrovare il vecchio amore, lʼaffetto reciproco, lʼattrazione mai dimenticata. Un messaggio telefonico, con la quale la nuova compagna di Avram gli annuncia il «falso allarme» di una possibile maternità, distrugge il legame riscoperto. Orah > balzò in piedi, gli si piantò davanti, incredula: e forse avrai una figlia, Avram, una bambina... Ti ricorderai... ricorderai Ofer, la sua vita, tutta la sua vita, è vero? Il secondo livello è il mondo dei giovani, qui rappresentati da Adam ed Ofer. Il tema è sicuramente quello del distacco, così spesso vissuto dai genitori, che vedono i figli diventare adulti. Bellissima è la descrizione dellʼabbraccio tra Orah ed Ofer, che dà il senso della progressiva lontananza fisica. > Potevo abbracciarlo solo se lui lo voleva... Ofer era solito stringerla a sé con cautela, distanziando attentamente il proprio corpo dal suo seno, chinandosi verso di lei in un arco ridicolo . Ma cʼè qualche cosa di più. I due ragazzi sono pronti a servire il proprio paese con entusiasmo, sino allʼestremo sacrificio. Un episodio apre uno squarcio inquietante in questa apparente sicurezza. Quando Orah accompagna Ofer al raduno militare, insieme con il figlio viene brevemente ripresa dalla televisione israeliana. Il ragazzo è spavaldo, la madre sorpresa ed incerta. Ma, appena si allontana la telecamera, Ofer bisbiglia alla mamma: > se rimango ucciso andatevene da Israele. Andatevene via. Non avete niente da fare qui... se questa maledizione si trasmette di generazione in generazione, allora non avete niente da cercare qui . E poi cʼè il terzo livello: lʼinfanzia di Adam ed Ofer. Le pagine dedicate ai primi anni dei due figli sono le più belle. Con una sensibilità ed una delicatezza tutta materna Grossman riesce a cogliere pienamente il legame profondo tra una madre e le sue creature. La crescita dei «due germogli» è anche il perno della relazione tra Orah e Ilan, così come succede per tutti i genitori. > Si deliziavano con schegge di ricordi e piccoli momenti che solo tra lui e lei acquistavano importanza, si indoravano, si impreziosivano: le miniere dʼoro della loro vita . Ma piccoli fatti, come, per esempio, i tic nervosi di Adam e la decisione di Ofer di essere un inglese (ingenuo sotterfugio per difendersi dallʼodio degli arabi che lo opprime e lo spaventa, lui ancora bambino), mostrano come lʼincubo delle guerre senza fine irrompa nellʼinfanzia stessa, ne impedisca la piena serenità, ne scandisca la progressiva lontananza dei figli dalla madre, che non aveva saputo salvarli. > Il ricordo del lampo di paura balenato in suo figlio minore, il timore che lei potesse divorarlo, era scolpito nella sua mente come un antico graffito. Và a spiegare ad Avram un momento simile tra madre e figlio, pensò. Eppure lo fece, glielo descrisse in dettaglio, perché lui sapesse, soffrisse, vivesse, ricordasse . Ed infine cʼè la perdita della dignità dellʼuomo: il quarto livello del racconto, quello che tutto travolge. La pattuglia di Ofer si è dimenticata di aver rinchiuso un uomo in una cella frigorifera. «Ma come avete fatto a dimenticarvi un essere umano?» È inutile che razionalmente si rendesse conto che non può essere responsabilità di Ofer, semplice soldato, ma lʼidea che la disumanità abbia avvinto anche suo figlio, rendendolo indifferente, la sommerge e > crepe e fratture si ampliavano e si diffondevano con grande rapidità nei tessuti più delicati, intimi... la loro famiglia si stava sfaldando a una velocità incredibile, travolta da una forza schiacciante che sembrava essere stata in agguato dentro di loro in tutti quegli anni e ora li assaliva con una foga incomprensibile, persino con una strana gioia di vendetta . Anche in tempo di guerra si vorrebbe trascorrere > una vita privata, tranquilla. Capisci? Unʼesistenza piccola, non eroica, tenendoci fuori il più possibile da questa maledetta mischia :svolgere, come dice Tolstoj in Guerra e Pace, «la vera vita degli uomini.... indipendentemente» dai rivolgimenti politici e militari. Non è possibile. La guerra invade la pace, distruggendo anche i sentimenti più intimi, le relazioni più profonde. Il romanzo di Grossman è una sorta di «Guerra e Pace» israeliana, con una differenza significativa: non cʼè soluzione per Israele, non è possibile cacciare il nemico (è troppo numeroso, troppo marcati ormai sono gli odi e i morti di entrambe le parti), si è condannati a combattere per sempre. Dinanzi ad un destino così atroce il lettore vorrebbe perdersi, ed estraniarsi, nelle meravigliose immagini del romanzo, così dolci e delicate, rivelatrici di una conoscenza sottile, affettuosa e partecipe del mondo dellʼinfanzia e di quello della donna. Perché leggerlo? Un grande capolavoro!

David GrossmanOscar Mondadori
Con gli occhi del nemico
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Con gli occhi del nemico

Questo libro raccoglie quattro conferenze tenute da Grossman tra il 2004 e il 2006. Due di queste riguardano la natura dello scrivere, le altre affrontano la situazione «spaventosa e ambigua e complessa» di Israele. Ciò che unisce la riflessione sulla letteratura con quella sulla politica è la missione della scrittore: per Grossman consiste nel rifiuto alla > rinuncia alla possibilità di capire cosa io pensi veramente... Sicché, forse, sarebbe meglio non pensare, non sapere, affidare il compito di pensare, di agire e di stabilire norme morali a chi certamente ne sa più di me . Grossman condivide quanto sostiene Vargas Llosa, nella prefazione a «la Zia Julia e lo scribacchino»: la letteratura prende le mosse dal dissenso di chi scrive rispetto al mondo, da > quel che lui vorrebbe sopprimere, aggiungere o correggere nella vita . Il punto di partenza è, tuttavia, una ricerca interiore, che richiama a Pamuk, per il quale > essere scrittori significa prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi («la valigia di mio padre»). Per lʼautore israeliano,infatti, > lʼimpulso primario che innesca e muove la scrittura è il desiderio di inventare e raccontare una storia, e conoscere se stessi. Del resto, più scrivo e più mi rendo conto della forza di un secondo impulso, che collabora e completa il primo: il desiderio di conoscere il prossimo dallʼinterno, da dentro... sentire che cosa significa essere unʼaltra persona . E quindi il movente fondamentale > è lʼaspirazione a rimuovere, volontariamente, ciò che mi difende dallʼaltro , per superare > lo sforzo che facciamo per non scoprirci completamente con lʼaltro... per preservare...il telaio in cui è contenuta, a volte imprigionata, la nostra multiforme ed erratica psiche . Il perno di questo passaggio dalʼ io agli altri è costituito dai personaggi. > Scrivere un romanzo significa, in larga misura, essere totalmente responsabili di qualche decina di personaggi . Per spiegare questa affermazione, rilevante alla luce della povertà descrittiva e psicologica di tanti romanzi moderni, Grossman si affida ad una indovinata metafora. Lo scrittore è come qualcuno che tiene decine di persone imprigionate in cantina. > Ogni tanto gli converrà far quattro chiacchiere con loro...provare a calmare le tensioni... ascoltare le loro storie e i loro ricordi, a rammentare loro tutto quello che resta ancora da sognare, da rimpiangere, affinché dimentichino per un momento la fossa soffocante in cui si trovano . Dallʼattenzione sui personaggi discendono i compiti, che Grossman affida alla politica. > Se cʼè una cosa che vorrei sperare che politici e uomini di governo possano prima o poi imparare dalla letteratura, è proprio questo modo di votarsi a una situazione, e alle persone che vi sono intrappolate , a causa in misura non irrilevante delle trappole che gli stessi politici e uomini di governo hanno contribuito a creare. Lʼaccenno alla responsabilità della politica conduce alle conferenze che parlano della drammatica situazione di Israele. Non si può non ammirare il coraggio, ma anche la dignità, di Grossman nellʼaccusare frontalmente le responsabilità del governo di Israele nel perseguimento di una politica di aggressione, che sta conducendo ad uno snaturamento dei fondamenti stessi dello stato di Israele, delle sue istituzioni, della stessa legalità, mettendo in moto un processo, che sembra irreversibile, di «smarrimento e di smembramento.. del corpo pubblico, sociale». Tuttavia, la riflessione più interessante di Grossman riguarda un aspetto che spesso non viene sottolineato: la graduale scomparsa del > modello dellʼebreo universale, cosmopolita, che aspira a compiere una missione intellettuale e morale , sostituito dallʼutilitarismo, dalla forza e dalla competitività aggressiva. Se la terra di Israele doveva essere negli ideali del sionismo un modo per porre fine alla Diaspora, rendendo il popolo ebreo finalmente «uguale» agli altri popoli, la paura e lʼostilità verso gli altri (innanzitutto verso i palestinesi) perdurano gli schemi psicologici e spirituali della Diaspora, questa volta in chiave aggressiva. Da oppresso il popolo ebraico diviene oppressore. È inutile cercare nelle conferenze di Grossman la leggerezza e la sottile ironia di Pamuk o di Vargas Llosa. Non è solo lo stile dello scrittore, sempre serioso, complesso e meditativo. È il dramma dellʼuomo, come persona (innanzitutto come padre per la perdita del figlio), come israeliano, che assiste al dissolvimento del proprio popolo, come ebreo, dinanzi al tradimento di valori millenari, che impedisce a Grossman di lasciarsi lontano le tinte cupe e drammatiche. Lʼangoscia che trasuda dalle parole, il taglio filosofico delle considerazioni, il senso di un destino ineluttabile, al quale si può contrapporre solo lʼutopia, rendono la lettura pesante ed impegnativa, a tratti ripetitiva. Solo in alcuni momenti ci si immedesima emotivamente con lo scrittore. È quando, nella splendida commemorazione di Rabin, chiede con dignità di non giudicarlo con commiserazione ed indulgenza perché mosso da un «sentimento di rabbia e di vendetta» per la terribile tragedia della morte del figlio. Anche il dolore può essere usato dal potere per far tacere il dissenso e la critica! Perché leggerlo? Le riflessioni sullo scrittore e sulla letteratura sono particolarmente interessanti.

David GrossmanOscar Mondadori