L'amante palestinese
È possibile che una storia di amore possa colmare il solco ineluttabile fra due popoli? Il romanzo dà una risposta negativa a questa domanda, forse troppo ingenua.
E lo fa ripercorrendo una vicenda sconcertante: la relazione tra Golda Meir, autorevole primo ministro israeliano nei primi anni ʼ70, e Albert Pharaon, discendente di una ricca famiglia palestinese.
Il libro ripercorre la storia del nascente stato di Israele dal 1917 ( anno della dichiarazione Balfour con la quale lʼimpero britannico si dichiarò favorevole alla creazione «in Palestina di un focolare nazionale del popolo ebraico») e la guerra del 1948, in conseguenza della quale venne costituito lo stato di Israele e iniziò lʼesilio di oltre settecentomila palestinesi.
Lʼavvio del romanzo è estremamente suggestivo.
Da un lato cʼè Golda, ancora ragazza, nel kibbutz.
Lʼideale sionista della vita dura e comunitaria si sintetizza mirabilmente nella vigoria e nel coraggio della giovane Golda:
così luminosa, così sicura di sé e così fiduciosa, ulivo cresciuto rigoglioso in una terra sterile
.
Dallʼaltro lato cʼè Albert, «uomo di mondo squisitamente educato» per il quale «nulla è abbastanza attraente nella vita sociale da strapparlo al suo dolce ozio».
Se Golda personifica la forza inarrestabile di una idea, alimentata dalla disperazione e dal ricordo delle persecuzioni, Albert rappresenta molto bene una casta di possidenti, che contemplano sbalorditi e increduli lʼimmigrazione degli ebrei, con la loro pazza convinzione di crearsi uno stato, e sono soprattutto preoccupati dellʼideologia socialista, che potrebbe alimentare «strane aspirazioni» nei contadini palestinesi, da sempre sfruttati.
Pur così diversi, Golda ed Albert si incontrano, si sentono attratti e portano avanti per alcuni anni una relazione nascosta, profondamente carnale.
Alla base del loro rapporto cʼè tuttavia un fraintendimento.
Per Albert il loro legame è logico e possibile.
Il fatto di essere lʼuno un palestinese e lʼaltra una ebrea non è un problema per chi è vissuto da sempre in una terra, nella quale tante comunità hanno convissuto senza difficoltà.
Per Golda la barriera di nazionalità è insormontabile.
In un colloquio determinante per il futuro del loro rapporto, ad Albert, che la invita a riconoscere che gli ebrei saranno obbligati a vivere con i palestinesi, Golda grida piena di rabbia:
noi siamo venuti qui per non dipendere più da nessuno, capisci? Non ci sono altri noi allʼinfuori di noi
.
Le parole sacre del sionismo ( «diventare padroni del nostro destino») sono più forti di qualsiasi amore.
Ed allora i due amanti
si gettano allʼassalto lʼuno dellʼaltra, si urtano, si stringono disperatamente, abbandonati a una voglia irresistibile di farsi a pezzi, e che non rimanga più niente di loro né della loro relazione impossibile
.
La storia di amore tra Golda ed Albert è la metafora delle vicende drammatiche di due popoli.
La parte più suggestiva del romanzo è quella sino allʼincontro di Golda ed Albert.
Fino a questo punto il racconto è aperto ad imprevedibili sviluppi.
Il lettore si aspetta che lʼautore voglia investigare la personalità di Golda: moglie, madre, amante di molti uomini, vigorosa idealista, personalità politica, condottiera del suo popolo.
La relazione con Albert era solo il passatempo di una donna profondamente carnale o rispondeva, invece, ad un bisogno inconscio di uscire dagli schemi culturali e sociali del suo essere ebrea? Cʼerano contraddizioni nel mondo di Golda o solo capricci di una donna di potere? Tramite Albert Golda poteva essere «il principe azzurro» che gettava il popolo palestinese «nella modernità come gamberi nellʼacqua bollente», creando tuttavia una eventuale convivenza? La narrazione abbandona questa possibile evoluzione, forse per mancanza di informazioni o perché non vuole forzare più di tanto la storia.
Si concentra invece sulla figura di Albert, languida, pigra e insignificante.
Ed è un peccato perché il racconto perde di attrattiva e diviene il resoconto di un declino di un uomo, il cui epilogo era già scritto nel preambolo, nella sua stessa figura.
Perché non leggerlo? È un racconto fragile: non aggiunge elementi alla comprensione del conflitto tra gli israeliani e i palestinesi, non è intrigante perché non approfondisce il personaggio centrale, quello di Golda.
