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Beppe Fenoglio

Giuseppe Fenoglio, detto Beppe è stato un partigiano, scrittore e traduttore italiano.

Libri di quest'autore

Primavera di bellezza
RecensioneItaliano

Primavera di bellezza

Il romanzo è ambientato nel 1943, nei mesi drammatici che portarono alla caduta di Mussolini, sostituito da Badoglio, allʼarmistizio dellʼ8 settembre e alla fuga del re da Roma. In questo breve arco di tempo gli italiani presero coscienza di ciò che era stato il regime fascista e a quale disastro li aveva portati. Come il protagonista del romanzo, lʼallievo ufficiale Johnny, gli italiani furono presi da una indignazione che > li caricò come un proietto sulla bocca di un cannone: porco assassino, schifoso bluffatore! . Il romanzo racconta, appunto, questa tragica maturazione, narrandola dal punto di vista di giovani soldati, abbandonati a sé stessi, come fu tutto il paese.Il romanzo si apre in una caserma, in Piemonte, dove Johnny sta seguendo il corso di allievo ufficiale. Lʼambiente militare è trasandato, scandito più da vuoti rituali che da un reale addestramento. In realtà nessuno, nemmeno gli ufficiali di più alto grado, credono alla vittoria dellʼItalia e alle ragioni della guerra. Prevalgono scoramento e pessimismo. Cʼè uno scollamento tra la realtà e i ripetitivi, inutili esercizi, ai quali sono testardamente impegnate le giovani reclute. > Stremato da quellʼeccesso di libertà e di oblio, dovette appoggiarsi al tronco di un pioppo; sentì la scorza tenera e tiepida, non udì la tromba lontana suonare il cessate il fuoco. Questa del fiume era la realtà, il sogno morboso era lʼesercito italiano . Quanto irreali appaiono le scritte sui muri «Vincere», quando la truppa italiana, «unta, scalcagnata, zingaresca», viene trasferita a Roma: sembra che lʼesercito americano sia sbarcato in Sicilia. La speranza di combattere degli allievi ufficiali svanisce rapidamente. Vengono fatti stazionare in una caserma di Montesacro, ricominciando le inutili esercitazioni. > Non era poi tanto grave, una intera squadra abbastanza affiatata a oziare nella godibilissima quiete di una caserma quasi deserta.... faceva lʼeffetto di stare in clinica . Lʼarmistizio li coglie totalmente impreparati. Johnny, con un gruppo di compagni, si trova a presidiare un deposito di munizioni nella campagna romana, quando vede arrivare frotte di soldati, vestiti metà in borghese e metà in divisa, in fuga da Roma. Il re, Badoglio e gli alti ufficiali hanno lasciato la capitale senza dare ordini su come comportarsi: > opporsi ai tedeschi, non resistere, uccidere i tedeschi, non aprite il fuoco sui tedeschi, non cedere le armi, auto disarmarsi.... spicciatevi anche voi a trovare qualche straccio borghese . Prevalgono la rassegnazione e la fuga, dʼaltra parte «doveva pur finire». «Pieno di miseria, senza più spazio per la paura», anche Johnny decide di tornare a casa, in Piemonte. Inizia un viaggio nei treni sovra affollati di fuggiaschi, con i tedeschi che nelle stazioni prelevano i soldati italiani per inviarli nei campi di concentramento in Germania. Spesso alcuni degli italiani vengono fucilati sul posto, quando cercano di fuggire. > Il lezzo di quella moltitudine italiana, piegata, tentante di fare le più piccole e necessarie cose con unʼaria di assoluta innocuità e sommissione. Spesso risuonava sotto le tettoie un bestiale richiamo tedesco e allora quei soldatini, così sodi e lindi, fendevano irresistibilmente la sospesa massa italiana verso misteriosi appuntamenti e mansioni . Queste poche righe danno magnificamente lʼimmagine di come erano stati ridotti gli italiani da una classe dirigente improvvida e codarda: un abbandono al quale corrispondeva una efficienza senza scopo dellʼesercito hitleriano. Due popoli sono allo sbando, anche se con modalità differenti. Johnny riesce miracolosamente ad arrivare in Piemonte, a pochi chilometri da casa, quando incontra un reparto di soldati, che hanno deciso di non arrendersi e di combattere i tedeschi. Decide di aggregarsi ai partigiani, non certo per convinzioni politiche ma per un impulso emotivo, per non sentirsi > troppo inferiore ad uno sputo... perché gli ripugna di uscirne così ( come un fuggiasco) . Il destino di Johnny è segnato durante un assalto ad un convoglio: > il tedesco veniva, una faccia giovane e una vecchia divisa, e ora abbassava la machinepistol già puntata. Johnny percepì un clic infinitesimale . Lo splendore di questo romanzo non risiede soltanto nella vicenda tragica ed emblematica di Johnny. La sua eccezionalità sta nella parola usata, ricca, immaginifica e innovativa. E come se Fenoglio abbia voluto trasfigurare la storia, rifiutando di darle un resoconto arido e freddo. La lingua italiana viene plasmata per creare un ambiente sospeso ed irreale, quasi che tutto ciò che è successo a Johnny non sia veramente accaduto, ma appartenga ad un incubo, personale e nazionale. Nel leggere questo meraviglioso libro ci si sente pervasi ad una intensa melanconia, per ciò che è stata lʼItalia ma anche per ciò che poteva essere la nostra lingua, se non fosse inaridita in uno stile narrativo, frettoloso, povero e sterile. Perché leggerlo? È il racconto di un momento importante della nostra storia ed è una affascinante lettura.

Beppe FenoglioGarzanti
Una questione privata
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Una questione privata

Il libro è ambientato nelle colline di Alba durante la resistenza. Milton è un partigiano, che ritorna nella casa dove ha frequentato, e amato segretamente, Fulvia, e apprende che la ragazza avrebbe avuto una relazione con Giorgio, diventato anche lui partigiano. Per sapere la verità si mette alla ricerca di Giorgio, il quale, nel frattempo, è stato catturato dai fascisti e rischia di essere fucilato. Milton cerca di fare un prigioniero per avere uno ostaggio da negoziare con i fascisti, non riesce in questa impresa e quindi ritorna alla villa ma viene inseguito dai fascisti, che si erano appostati nella casa. Il racconto può essere interpretato sotto molti punti di vista: la storia di amore di Milton per Fulvia, che travalica la passione politica, un > romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando Furioso e nello stesso tempo c’è la Resistenza così com’era, di dentro e di fuori (Italo Calvino prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno«, 1964); la guerra partigiana come tragedia esistenziale, che»nasce nelle selve, tra i fiumi, sulle colline, tra gli anfratti, i rigagnoli, i sentieri del suo Piemonte (Geno Pampaloni); la descrizione nuda e obiettiva della violenza come significato unico dei rapporti tra gli uomini, tema già presente nella raccolta di racconti «I ventitré giorni della città di Alba». Tutte queste interpretazioni sono possibili, perché, come ancora scriveva Italo Calvino: > è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché . A me piace, tuttavia, pensare che uno dei temi del libro sia la coesistenza della vita tipica della pace con un clima di guerra, che si estrinseca sia nella sopravvivenza del mondo dei sentimenti (la gelosia, l’amicizia, gli scherzi, i rancori tra vicini) che nell’abitudine alle condizioni imposte dalla violenza e dalla precarietà. Da questo punto di vista basti pensare all’episodio della stalla, nella quale riposa un gruppo di partigiani mentre una vecchietta lavora a maglia e un bambino prepara i compiti. > Presso l’uscio della cucina una vecchia sedeva su un seggino da bimbo e filava la conocchia. I suoi capelli apparivano della medesima materia del filato. Buona sera, signora, le disse Milton. Accanto alla vecchia un bambino inginocchiato su uno strato di sacchi stava scrivendo il compito su un mastello capovolto . La guerra è violenza e crudeltà ma gli uomini devono continuare a sopravvivere, devono cercare di conviverci. È questa la più profonda violenza della guerra. Il romanzo è splendido: lo stile è essenziale ma nel contempo suggestivo ed evocativo, soprattutto a motivo della descrizione del paesaggio e dell’ambiente.

Beppe FenoglioGarzanti
I ventitre giorni della città di Alba
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I ventitre giorni della città di Alba

> Fu la più selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce nʼera per cento carnevali. (...) Cogli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare - Ahi, povera Italia! - perché queste ragazze avevano delle facce e unʼandatura che i cittadini presero tutti a strizzar lʼocchio . La conquista di Alba da parte dei partigiani durò neanche un mese e Fenoglio ne traccia una cronistoria realistica, senza retorica; al centro è la contradditoria natura dellʼuomo. > Ma non erano tutti a puttane, naturalmente, anzi i più erano in giro a requisir macchine, gomme e benzina. Non senza litigare tra loro con lʼarmi fuor di sicura, scovarono e si presero una quantità dʼautomobili con le quali iniziarono una emozionante scuola di guida nel viale della circonvallazione . Ma perché si diviene partigiani? Per comprendere la risposta di Fenoglio a questa domanda è necessario rovesciare la successione dei racconti, partendo dagli ultimi, apparentemente lontani dalle vicende della guerra di liberazione. In «Pioggia e la Sposa» un bambino viene trascinato dalla zia ad un matrimonio, malgrado la pioggia torrenziale, che lo costringe (lui «bambino vestito da città») a coprirsi con il cappello del cugino prete. Capiamo che il bambino è senza la mamma, è solo e la zia, severa e scorbutica, è lʼunico affetto: > vidi che gli occhi di lei insieme con la sua mano sfioravano i miei capelli fradici, e la sua mano era distesa e tenera stavolta come sempre la mano di mia madre, e pure gli occhi mi apparivano straordinariamente buoni per me, e meno neri . La solitudine diviene attesa della morte in «Lʼodore della morte»: il protagonista, ormai uomo, sʼimbatte in una ragazza e comincia a seguirla, così per passare il tempo. Viene aggredito dal fidanzato ma nella lotta sentì > quellʼodore (...) già dovunque dentro, passato per le narici la bocca e i pori, inarrestabile come la potenza stessa che lo distillava, doveva già avergli avviluppato il cervello perché si sentiva pazzo . Negli altri racconti che non parlano di lotta partigiana, la solitudine, la prosaicità e inutilità della vita sono temi ricorrenti; la fuga, lʼaccettazione di un destino infelice, in certi casi anche il suicidio sembrano essere gli unici possibili sbocchi della condizione umana. Ma allora la scelta partigiana non è frutto di ideali, è invece una rivolta contro una esistenza senza prospettive. Nel racconto «Un altro muro» Max è stato catturato dai fascisti, sogna «la faccia del suo cadavere» e al compagno di cella urla: > tu te la senti di morire per lʼidea? Io no. E poi che idea? Se ti cerchi dentro, tu te la trovi lʼidea? Io no. E nemmeno tu . In quel momento > odiava i suoi amici e compagni, li vedeva in quella notte girare per le alte colline liberi e padroni della loro vita, armati tranquilli e superbi, vedeva le colline illuminate come a giorno per via del lume della luna sulla neve gelata, sentiva il vento arrivare dal mare passando per il grande varco tra gli Appennini e le Alpi . Non sono gli ideali di Giustizia e di Libertà a muovere i partigiani, ma è il desiderio di una libertà primordiale, un miscuglio indecifrabile di energia troppo repressa, di voglia di cambiare, di stare con gli altri dalla parte giusta. Ma la vita partigiana non risolve i problemi esistenziali: o perché la morte arriva troppo presto o perché la guerra porta con sé altra violenza e distruzione. E alla fine, a liberazione avvenuta, non si è più capaci di ritornare ad una vita normale e, come in «Ettore va al lavoro», si sa solo abbracciare di nuovo la pistola e andare a derubare gli ex fascisti. Tutti i racconti sono molto belli, ma uno lo è in modo particolare: «Gli inizi del partigiano Raoul». > Aveva in mente di mettersi nome di battaglia Raoul. Per una strada tutta deserta camminava a cuor leggero; a dispetto del fatto che al paese aveva lasciata sola sua madre vedova, si sentiva figlio di nessuno, e questa è la condizione ideale per fare le due cose veramente gravi e dure per un individuo: andare in guerra ed emigrare . Lʼirruente coraggio si tramuta presto in repulsione per la vita che lo aspetta: > a cosa mi serve aver studiato? Qui per resistere bisogna diventare una bestia! E io non me la sento, io sono buono! O mamma, mamma! Ripensò allʼalba di quello stesso giorno, possibile che si trattasse di sole otto ore fa? Di notte riprende confidenza facendo la sentinella, ma quando finisce il suo turno di guardia e si ritrova in uno stanzone lurido, sopraggiunge di nuovo il senso di miseria e poi la paura. > Come facevano gli altri a dormire con quellʼabbandono? Erano sicuri dʼarrivare a vedere il mattino? (...) La porta della stalla si spalancava con un colpo rimbombante e il vano si riempiva dʼuomini tutti neri come mascherati dalla testa ai piedi. (...) I fasci di luce finivano in circoletti bianchi simili a tante piccolissime lune e centravano una per una le facce di tutti i partigiani. Fosse quella luce artificiale o altro, eran già tutte facce di cadaveri, con le palpebre immote e gli occhi sbarrati. (...) Delio gli domandò - Dormito bene per la prima volta. Cʼera un poʼ di malignità nella sua voce.... È lʼincubo di un semplice ragazzo, non di un eroe. La scrittura di Fenoglio è perfetta, ormai matura e sicura. Perde alcuni tratti originali, come la ricchezza delle espressioni e la ricerca di neologismi. A tratti pare di leggere Cesare Pavese. Perché leggerlo? Bellissimi racconti: specchio della condizione umana.

Beppe FenoglioGiulio Einaudi
Il partigiano Johnny
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Il partigiano Johnny

Le vicende tra lʼ8 settembre 1943 e il febbraio 1945 costituiscono lo sfondo storico del romanzo. Sono gli anni della guerra partigiana. Allievo ufficiale a Roma, Johnny ha lasciato lʼesercito, come molti altri dopo lʼannuncio dellʼarmistizio e la generale confusione che ne è seguita. È ritornato a casa, ad Alba. Giovane intellettuale, appassionato di letteratura inglese, appartiene ad una famiglia della piccola borghesia. I genitori vorrebbero che si nascondesse, quieto, senza esporsi. Ma il giovane decide di abbandonare > una posizione fluida, rimediabile da ogni mortale impatto mediante finzioni e sotterfugi o astuzie , per schierarsi invece > nel grande dualismo a prezzo dellʼimmediata, indisquisibile esecuzione . Ed allora > partì verso le somme colline, la terra ancestrale che lʼavrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero... in nome dellʼautentico popolo dʼItalia, ad opporsi al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente . Si imbatte in una banda garibaldina, che fa capo quindi ai comunisti. Come tanti suoi compagni, non gli interessano le idee politiche, importante è combattere il fascismo. Conosce Tito, un giovane e scaltro contadino, così lontano da lui per cultura ed origini sociali, ma così vicino per fratellanza partigiana. Era > felice ed ansioso di mischiarsi agli uomini, a tutti. Avevano combattuto con lui, erano nati e vissuti, ognuno con la sua origine... per trovarsi insieme a quella battaglia . Uccide il suo primo uomo: > il ragazzo danzava a trenta metri, accecato dal suo stesso coraggio... Johnny gli sparò senza affanno, senza ferocia.... si aderse sui gomiti nellʼascensionale sospensione davanti al suo primo morto . Lo scontro con i fascisti dissolve la banda, troppo male armata per poter resistere. Johnny va alla ricerca di un altro esercito partigiano ed incontra i così detti badogliani, più vicini alle sue idee politiche. Ritrova un ambiente borghese a lui più famigliare ed è con loro, nei paesi collinari intorno ad Alba, che trascorre il lungo periodo di stallo dellʼ inverno tra il 1943 e il 1944. Anche se meglio organizzati ed equipaggiati delle squadre garibaldine, sono totalmente impreparati a resistere allʼattacco dei fascisti e dei tedeschi nellʼestate del 1944. La lotta è durissima ma impari. Johnny vede morire molti dei suoi compagni, si riduce con un piccolo nucleo, tra cui gli amici Pierre ed Ettore, con i quali si rifugia presso una fattoria. Ma Pierre si ripara in città, dove è più facile nascondersi, mentre Ettore viene catturato insieme con la contadina, che li ha accolti e rifocillati. Affronta disperato e solo il lungo e rigido inverno tra il 1944 e il 1945. Si nasconde nelle zone più selvagge del bosco, nei dirupi creati dai torrenti, cercando talvolta cibo e riparo presso i contadini, a loro volta stremati ed impauriti. > Il cuore gli si fendeva per la brama dellʼantica comunità, la faziosa, criticabile, a volte repellente comunità, e dei vecchi campi di battaglia e della compagnia dei vivi, dei morti, dei catturati... Anelava al reimbandamento, per esso avrebbe dato metà del suo sangue, Dovʼè Nord ( il soprannome del comandante partigiano)... il 31 gennaio è una data assurda per ritrovarci. Quel mattino ti alzerai e chiamerai ma ti risponderà soltanto il silenzio delle colline . Alla fine dellʼinverno, dellʼingenuo e idealista studente rimane ben poco. La perdita degli amici più cari, le stragi alle quali ha dovuto assistere, il freddo, la fame, la sporcizia lo hanno trasformato in un combattente solitario. Quando, a gennaio 1945, ritornano a riorganizzarsi ed a ingrossarsi le file partigiane ( ormai si avvicina lʼavanzata finale degli alleati), > Johnny non si trovava più, quel patch, lungi dal scancellarsi, si ampliava. Non sopportava più comunanza né routine, scapolava la collettività, la perlustrazione e la guardia . Il grido ingenuo, «Viva Noi!, sempre fino alla fine della storia umana», che aveva espresso quando si sentiva profondamente unito ai suoi compagni, si è trasformato in un senso di insoddisfazione, di delusione verso gli altri, che lo conduce a disubbidire e a cercare una morte coraggiosa e solitaria. Il romanzo è la prosecuzione ideale di Primavera di bellezza, altro capolavoro di Fenoglio. Se in quel libro lo scrittore ha narrato la maturazione politica di un giovane, che prende coscienza di che cosa è stato il fascismo e della necessità di lasciare una testimonianza individuale di rivolta, in «Il partigiano Johnny» Fenoglio racconta la storia partigiana di un ragazzo e di come le vicende della guerra e la durezza dellʼambiente abbiano lasciato una impronta indelebile, ed imprevedibile, nella sua personalità. Pur sempre convinto di «dir di no fino in fondo», di non arrendersi mai, alla fine della guerra Johnny non riesce più a sentirsi parte di una comunità più vasta, lʼesercito partigiano, ma vuole combattere da solo i fascisti, come un eroe solitario. E via via che si procede nella lettura mutano sia la lingua che il rapporto tra Johnny e lʼambiente. Se allʼinizio del romanzo la scrittura è ricca di termini inglesi, quasi ad esprimere il mondo letterario del protagonista, pian piano le parole anglosassoni si fanno più rade e si giunge al punto che Johnny tradisce lʼamata lingua inglese, rifiutando il ruolo di interprete, per preferire quello di combattente. Nello stesso modo la collina è inizialmente uno sfondo, per assumere nel proseguimento del racconto una funzione crescente di protagonista, quasi amalgamandosi con la nuova personalità di Johnny. Il bosco, i burroni, i paesi arroccati sulla montagna, la nebbia e il gelo, il mondo contadino, con le sue bestie e i suoi cani feroci o amichevoli, sono il nuovo mondo del protagonista, che, come un novello Robin Hood, porta avanti la sua battaglia solitaria contro i cattivi. Da questo punto di vista il libro di Fenoglio è una splendida narrazione della Resistenza, ma non di quella retorica, che vorrebbe esaltare la storia collettiva e la nascita di una coscienza nazionale. Paradossalmente nel romanzo il percorso è opposto: da una visione civile e politica, anche se ingenua e grezza, il protagonista perviene ad una concezione individualista e disincantata del mondo ideale della guerra partigiana. Il grande fascino di Fenoglio è la creatività espressiva della lingua: > una lingua non grammaticalizzata, duttile, scomponibile e ricomponibile, nei suoi elementi costitutivi, con estrema mobilità... una lingua magmatica con cui collaborare creativamente. Il risultato è una prosa incessantemente produttiva di neoformazioni lessicali, morfologiche e sintattiche ( Dante Isella: la lingua del partigiano Johnny). Poteva essere una interessante direzione di sviluppo della letteratura italiana. Nessuno lʼha seguita, perdendo lʼoccasione di dare nuova ed originale linfa ad una lingua ormai stantia, quale quella italiana. Un elemento di debolezza del romanzo è la scarsa compattezza, che porta ad una trama narrativa spesso dispersiva. La focalizzazione sulla figura del protagonista non fornisce dinamicità e dialettica al sistema dei personaggi, i quali, a loro volta, non hanno sufficiente spessore ed autonomia per contrastare lʼinvadenza del personaggio Johnny. È un libro epico ed individualista per eccellenza. Perché leggerlo? È un libro affascinante, in particolare per la sua lingua.

Beppe FenoglioGiulio Einaudi