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Igiaba Scego

Igiaba Scego è una scrittrice italiana di origine somala.

Libri di quest'autore

Oltre Babilonia
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Oltre Babilonia

Il romanzo è una matassa di narrazioni, in tempi ed ambienti diversi, ma riconducibili a due storie familiari. Mar è figlia di Miranda, una donna argentina, e di un padre somalo che non ha mai conosciuto. Zuhra è somala, figlia di Maryam e anchʼessa di un padre sconosciuto. Sono cresciute e vivono a Roma e sono italiane, ma entrambe non sanno quale sia la loro lingua madre e si sentono in qualche modo in bilico tra due identità. Così dice Zuhra > mamma mi parla nella sua lingua madre. Un somalo nobile dove ogni vocale ha un senso. Nella bocca di mamma il somalo diventa miele. In somalo ho trovato il conforto del suo utero, in somalo ho sentito le uniche ninnananne che mi ha cantato,in somalo certo ho fatto i primi miei sogni. Ma poi, ogni volta, in ogni discorso, parola, sospiro, fa capolino lʼaltra madre. Lʼitaliano aceto dei mercati rionali, lʼitaliano dolce degli speaker radiofonici, lʼitaliano serio delle lectiones magistrales. Lʼitaliano che scrivo . Il tema dellʼidentità, e quindi della lingua, non è tuttavia lʼoggetto dominante del romanzo. Il libro si sviluppa intorno al tema della sofferenza e della riscoperta di sé stessi. Mar è una ragazza che ha perso la sua amante, suicida, e il suo bambino. Essa vive un rapporto difficile con la madre, assente e lontana, perché sempre chiusa nel suo dolore: è stata la compagna di uno dei carnefici, di quelli che hanno torturato e assassinato tanti argentini, forse anche il fratello della donna. Zuhra, a sua volta, è stata violentata da bambina, perchè abbandonata dalla mamma, che ha cercato per anni di trovare nellʼalcol un rifugio alla distruzione sociale ed umana della Somalia. Sulle due ragazze incombono, quindi, il dramma delle proprie madri. Ed è solo tramite il racconto delle terribili vicende che hanno dovuto sopportare Miranda e Maryan, che è possibile riprendere il filo dei rapporti tra le madri e le proprie figlie e permettere a questʼultime di trovare un proprio equilibrio. Era necessario, tuttavia, un luogo fisico, un punto di incontro; ed esso è costituito da Tunisi, dalla scuola di arabo, dove gente proveniente da tanti mondi diversi si ritrova per studiare una lingua, che unisce così tanti popoli: un nuovo esperanto? Sarà la lingua a portarci oltre babilonia? Si tratta di un libro complesso. Sotto il profilo stilistico lʼartificio letterario delle storie parallele richiede una lettura attenta in quanto non sempre si riesce a riprendere il filo narrativo. Il rischio di una frammentazione del racconto è, tuttavia, compensato dalla possibilità per lʼautore di usare stili letterari diversi: da quello tipico dei giovani romani ad uno disteso ed evocativo, più congeniale a storie degli anni ʼ 60 e degli anniʼ70. Lo stile rende evidente il salto generazionale tra le figlie e le madri così tra queste e le proprie famiglie di origine. Molti sono, invece, i temi trattati dal libro: la fatica e la ricchezza di avere più identità, la forza delle lingue come strumento di crescita e di coesione sociale, il racconto come liberazione, la sofferenza esistenziale e in particolare quella delle donne, la disperazione dei popoli. Il centro di gravità del libro è, comunque, la donna, che deve vivere in un mondo di violenza e di soprusi: le donne operose, spesso solidali, ma molto sovente vittime e strumenti del potere maschile. Perché leggerlo? La scrittura è molto efficace, ricca di suggestioni, i personaggi affascinano, gli ambienti, in particolare quelli somali, creano forti emozioni, e soprattutto elementi di riflessione per noi italiani: una serie di bellissimi frammenti.

Igiaba ScegoDonzelli
La linea del colore
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La linea del colore

Il romanzo fa parte di una trilogia, che comprende altri due libri: «Oltre Babilonia» del 2008 e "Adua > del 2015 (le recensioni sono disponibili in questo sito). Ed infatti ritroviamo lo stesso tema: la donna nera vive in un mondo di violenza e di soprusi, perché donna e perché nera. Riprendendo lo schema narrativo di Adua > l'autrice porta avanti due storie parallele: quella di Lafanu Brown, pittrice afroamericana vissuta nella seconda metà dell'ottocento nella Roma papalina, città morbida, accogliente e lazzarona, e quella di Leila, italiana di origine somala, la quale vive nella Roma di oggi, ammaliante, decadente e cattiva.  Sono epoche distanti, ma con un comune punto di partenza: la Fontana dei Quattro Mori di Marino, riportata nella galleria fotografica di Rino Bianchi in appendice al libro, galleria di grande suggestione e fondamentale per interpretare l'intero racconto. Così scrive Lafanu, quelle donne, quelle mie antenate, perché noi discendiamo dalle sofferenze degli schiavi, vogliono che qualcuno dia loro voce. Oh Lizzie cara, lo vedo quanto si sforzano di protendersi verso di noi > . Leila è insieme con un'amica a Marino dinanzi alla Fontana. L'amica, ragazza intelligente, aperta al mondo e studentessa di arabo, le dice ridendo: hai visto che roba? (...) Non la trovi bellissima? (...) Anche lei, nonostante il suo bagaglio di conoscenze, era cieca al dolore di quei quattro prigionieri dalla pelle nera. Forse non si era nemmeno accorta che erano neri > .  Le due storie, di Lafanu e di Leila, si sviluppano con ritmi differenti e diverso stile narrativo: all'origine c'è sempre la violenza. Lafanu è stata stuprata da ragazza nell'abolizionista città americana di Coberlin, nel 1859. Studentessa modello frequentava un collegio che si faceva vanto di avere alunni di colore. Una sera, Lafanu pretese di andare a teatro, con un elegante vestito ricco di colori. Ogni colore le fu cancellato di dosso. Le rimasero una vaga traccia di madreperla negli occhi spaventati e il nero della sua pelle d'ebano. Il nero non la voleva abbandonare. Non ti lascerò mai, le prometteva > . Dove sopravvivere? In un luogo dove c'è l'incontro tra il colore e la superficie. Lafanu diventa una pittrice, la ricerca del bello come ancora di salvezza la porta in Italia, a Roma. Conquista faticosamente il suo posto come artista, incantata del barocco e del classicismo italiano. La perseguono gli incubi.  E' affascinata da un dipinto di Lorenzo Lotto, Santa Lucia davanti al giudice > , dove in un angolo del quadro una servetta negra trattiene un bimbo capriccioso. Lefanu dedica schizzi su schizzi a questo quadro. Cancella tutto ciò che lei considera superfluo. Scompare tutto, scompare persino il bambino, rimane solo la ragazza nera con la sua ansia. Una scena che Lafanu trasforma nella sua ossessione. Nell'indagine di uno spavento > . Come se il bello potesse liberarci dalla violenza, è un'illusione!. Pure Leila è nera e nel contempo sradicata dalla Somalia: esule di una terra che in fondo non è mai stata la mia > . Se si è neri è difficile sfuggire alla violenza. Binti, cugina di Leila, nel tentativo di venire in Italia si ritrova nel girone infernale dei trafficanti, che la stuprano, così come facevano i loro compari bianchi con i negri nei terribili viaggi in mare verso l'America. Ed ora, Binti urla in silenzio. E' uno spettacolo angosciante, la bocca si spalanca, gli occhi si dilatano, ti aspetti un urlo....ma dalle sue labbra non esce niente«. Forse la salvezza potrebbe essere l'incontro tra il colore e la superficie.»Presi un respiro, mi feci forza e mi avvicinai a mia cugina. (...) Smise di disegnare. Quasi ci rimasi secca dallo stupore. C'era una donna legata a un palo che stava spezzando le catene. Piangeva, e aveva in grembo un passaporto. > Lafanu è un personaggio inventato, sintesi di due donne nere realmente vissute a Roma: la prima ostetrica e attivista, la seconda scultrice. La mescolanza di realtà e di fantasia dà alla narrazione un ritmo sereno e suggestivo, come in un romanzo storico di evasione. Se tutto ciò fa perdere di drammaticità alla storia, stimola la curiosità del lettore senza creargli ansia: è chiaro che ci sara un lieto fine, anche se un po' malinconico e dolciastro. Leila è l'autrice e le vicende si sviluppano al giorno d'oggi. Certo c'è dell'immaginazione, ma la cruda realtà dell'emigrazione e del traffico di clandestini sovrasta l'intero racconto: esso scivola nella cronaca e nella denuncia. Le ferite alla nostra coscienza, peraltro ipocrita e pigra, sono troppo profonde perché possiamo trastullarci. Come già avvenuto in Adua", è veramente impegnativo portare avanti due filoni narrativi senza rendere il racconto prolisso e ridondante. La scrittura essenziale non aiuta a creare suggestioni e quindi non sorregge la storia di Leila, spesso di taglio giornalistico. Fortemente innovativo, anche se non sempre pienamente riuscito, è la commistione tra realtà, fantasia e arte figurativa. Perché leggerlo?  E' un libro innovativo che sviluppa una storia drammatica

Igiaba ScegoBompiani
Cassandra a Mogadiscio
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Cassandra a Mogadiscio

> Jirro in somalo significa «malattia», letteralmente è così. (...) Ma Jirro per noi è una parola più vasta. Parla delle nostre ferite, del nostro dolore, del nostro stress postraumatico, postguerra. Jirro è il nostro cuore spezzato. La nostra vita in equilibrio precario tra l'inferno e il presente. Questo libro parla di questa malattia, fisica e spirituale, lacerante e nostalgica; e lo fa con un taglio autobiografico, che si costruisce > in costante movimento. Il passato non è mai fermo, segue i nostri cambiamenti , come scrive Scego nella sua postfazione. L'autrice immagina un colloquio con la nipote che vive a Londra, e la trama è cadenzata da parole chiave in somalo, che partendo da Jirro prosegue in una serie di tappe di storia personale, familiare e collettiva: eventi, relazioni, fisicità, memorie, profezia. Gli eventi sono due: il 1971, quando i genitori hanno abbandonato la Somalia dopo il colpo di stato di Siad Barre, il 1991, quando la Somalia precipita nel caos della guerra per bande. > «Nessuna strada ci riporterà a casa, figlia», dice lei (Halima, la madre di Scego) con una durezza che non le ho mai sentito prima. > Le strade sono state interrotte. Le case sono crollate su se stesse. Noi siamo diventati belve. E Mogadiscio è stata seppellita dai suoi stessi abitanti sotto un cumulo infinito di cadaveri . La Somalia in guerra, ma sempre lì nel cuore, strazia le relazioni tra la madre e Igiaba. Un giorno, nel 1989, la madre attraversa Roma per un possibile lavoro di domestica ma è respinta perché nera. > Urla nel silenzio. (...) E con quell'urlo, senza voce, con quell'umiliazione senza tempo, si insinua nella mente colma di nostalgia lo skyline di Mogadiscio. Arrivato lì, al centro dei suoi sospiri, per confortarla. Torna in Somalia; scompare per due anni senza dare più notizie perché travolta dalla guerra civile. Per Igiaba, ancora adolescente, è un abbandono con un impatto devastante: comincia a soffrire di bulimia nervosa. > Dagalka wabu dilai je'eelka. La guerra uccide l'amore. (...) Io vomito la guerra. Fino ad azzerare in me ogni sogno. Fino ad azzerare in me ogni me. Come quei parenti di mia madre persi nella bruma del loro scontento. E nel Jirro che non gli dava tregua. Al ritorno, Halima comincia a parlare alla figlia, > da donna a donna. Se prima le aveva raccontato della sua infanzia, in campagna a pascolare le pecore, adesso le narra la sua vera vita. > Il trauma di aver perso il paese natale lei e il paese di origine io ci accumunava nel lutto. (...) Voleva, a livello inconscio, (...) passarmi la sua vita. Perché non si trattava più di una storia famigliare e basta. Halima ricorda di come sia stata infibulata, e naturalmente > parlava di papà. Costruiva la sua leggenda. (...) Lei una centralinista e lui un uomo bellissimo, primo cittadino di una città che odorava di spezie. Poi, avvolta nella sua veste bianca, ogni tanto (...) mi cercava con lo sguardo. E in quel contatto di occhi, io figlia, lei madre, pensavamo al profugo. All'esilio che avevamo attraversato insieme. Quella malattia agli occhi che perseguita oggi Igiaba, ormai verso la menopausa, quel non aver figli o un marito, tutto questo deriva, forse, dall'avere somatizzato la lacerazione della sua vita, lei italiana innamorata di Roma, lei figlia di una Somalia distrutta?  Che la tragedia dei popoli colonizzati, sfracellati e destinati all'oblio, le sofferenze dei migranti del mondo, le guerre, le stragi , le donne e i bambini violentati e trucidati, che tutto questo sia un segno di un destino che ci aspetta, anche noi ricchi, confortati dalle nostre belle leggi, e dall'aria condizionata? Un' amica ha proposto a Igiaba di leggere le Troiane di Euripide. Al centro c'è Cassandra che dice: > Io porto la fiaccola, io celebro, inondo la luce, vedete, con questa mia lampada il tempio. Come Cassandra, anche noi (umanità dilaniata) la portiamo la fiaccola. (...) Portarla è il nostro fardello. I romanzi di Scego hanno un filone comune: l'intreccio tra storie personali e vicende generali e come sia possibile scoprire sé stessi, e gli altri, solo dal dipanarsi di questo inviluppo dentro la propria coscienza. E' quindi  imprescindibile per l'autrice scrivere racconti complessi, con molte vicende parallele in un contesto fortemente politico, e poco psicologico. In «Oltre Babilonia» del 2008 il punto di sintesi è data dalla lingua, in quella scuola di arabo, dove gente di diverse provenienze studia questo «esperanto»; in "Adua > del 2015 l'autrice parla di un tradimento, di un'Italia amata che scaccia il migrante, e infine in quella commistione di realtà e fantasia che è Una linea di colore > del 2020,  due donne realmente vissute si sintetizzano in un personaggio inventato, che porta con sé le ferite dell'emigrazione e della schiavitù, (vedi le recensioni di questi libri in questo sito).  In Cassandra a Mogadiscio" Scego cambia prospettiva, come non mai parla di sé stessa, confessa le proprie fragilità fisiche e psicologiche. La brillante e simpatica scrittrice, incontrata in tante Feste dell'Internazionale, si rivela una personalità tragica, che evoca e interiorizza dolori esistenziali e planetari: un Ungaretti contemporanea. Parla della Somalia? No, sta parlando del suo Paese amato, l'Italia, sull'orlo della frantumazione, della sua Roma, in balia della violenza verbale e fisica, della sua adorata lingua, l'italiano, che pare ormai destinato a una regressione nelle sue antiche lingue locali. Insomma, narrando la sua famiglia e il suo Paese di origine, Scego riflette su sé stessa come italiana. Dov'è la Terra Promessa? O quella di Ungaretti è solo un'utopia disperata? Il punto di forza di Scego è sempre la scrittura; pur in un italiano semplice e immediato, l'autrice evoca sensazioni che lasciano il segno nel lettore: sono spesso brevi frasi, messe lì inaspettate, non sempre inserite nel filo della narrazione, quasi che Scego si lasci trasportare dalle emozioni più che dalla trama. Quest'ultima è un punto di debolezza; la ricchezza della narrazione non è ricondotta in modo efficace a una sintesi facilmente rintracciabile dal lettore. A questa confusione narrativa contribuiscono gli espedienti letterari che tanto paiono piacere alla scrittrice; in questo caso sono i colloqui con la nipote così come la scansione dei capitoli per parole chiave, che spesso non sintetizzano i contenuti dei capitoli stessi. Scavando poi come non mai nel proprio intimo e nelle proprie relazioni fondamentali, in particolare verso la madre, emerge la carenza delle analisi psicologiche. Quelle di Scego, come di molti autori non occidentali, sono storie corali, introiezioni del dolore universale più che introspezioni dei propri sentimenti. Perché leggerlo? Si scopre una Scego non conosciuta, la lettura è tuttavia difficile.

Igiaba ScegoBompiani
Adua
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Adua

Lʼeditore presenta il libro come un romanzo a due voci, «quella di un padre e di una figlia». Questa sintesi è sicuramente vera. Adua è scappata dalla Somalia per fuggire un padre autoritario e per realizzare un sogno: lavorare nel cinema e diventare unʼattrice famosa. In realtà è riuscita a fare un solo film, porno. Dopo ventʼanni si ritrova donna matura, «Vecchia Lira», come i nuovi immigranti chiamano «le donne della diaspora». Un poʼ per compassione e un poʼ per avere una compagnia, si sposa con un immigrante, che > bazzicava ubriaco molte zone di Roma (...). Ma è a piazza dei Cinquecento (...) in quella piazza che lʼItalia aveva dedicato a dei soldati morti in Africa orientale, che io mi sono fabbricata un amore di cartapesta . Nata da una donna forte e coraggiosa, Asha la Temeraria, unʼinfanzia felice da nomade tra capre e cammelli, una triste adolescenza a Megalo e a Mogadiscio, una vita desolata e banale a Roma, che cosa nʼè dei sogni di Adua? > Volevo essere libera di correre nel vento. (...) Sentivo che la grande città si sarebbe mangiata tutta la mia purezza, tutti i miei sogni . Lʼautrice ci offre squarci della vita di Adua, ma di fatto parla sempre delle sue delusioni, della sua fatica per sopravvivere,comunque. Zoppe, il padre, vive in unʼaltra epoca, durante il fascismo e lo spietato colonialismo degli italiani. Collabora con questʼultimi come traduttore, si rende servo, assiste alle trucidità, ai soprusi, ai comportamenti razzistici e sprezzanti dei nostri connazionali, in Italia come in Somalia. Anche in questo caso la narrazione è fatta di spicchi di esistenza, non tanto importanti per quello che dicono, quanto per ciò che resta sotteso: il disprezzo per sé stessi e nel contempo il fascino, tradito, per lʼItalia e la sua lingua. Zoppe è tuttavia un tradizionalista, che non esita a far subire alle figlie lʼinfibulazione, perché > dopo ci sarà solo la felicità di essere pura, finalmente chiusa come Dio comanda . È un padre autoritario, disapprova e disprezza le aspirazioni della figlia, cinicamente e crudelmente vuole recidere il ricordo della madre di Adua, morta dandole alla luce. > Ma ecco, smettila di nominarla. Quella donna non è niente, è solo un errore . Le due storie, di Adua e di Zoppe, vanno in gran parte in parallelo, come due rette che non sʼincontrano mai, non perché le loro vite si svolgano in tempi e contesti differenti, ma perché padre e figlia non si parlano, sono troppo distanti, mancando ad entrambi la capacità di esprimere il loro amore. > Mi piace Roma dʼestate, soprattutto la sua luce di sera, sul far del tramonto, è calda, e anche i gabbiani diventano più buoni e viene voglia di abbracciarli. Sono i padroni delle piazze, ma qui ci sei tu, elefantino, e loro non si azzardano. Via, state lontano da piazza Santa Maria sopra Minerva! Mi sento protetta vicino a te. Qui sono a Magalo, a casa . Le parole di Adua «si sciolgono e si perdono». Guarda la negra, parla da sola«. E Zoppe cammina per la Roma fascista e»la visione era ancora lì a confortarlo (...) Gli alberi... la cupola di San Pietro... poi il glicine in fiore... lʼodore delle donne... i sorbetti da passeggio... il passo marziale dei soldati... il fruscio delle gonne arcobaleno.... le loro speranze dipinte di blu > . Ecco ciò che lega padre e figlia: lʼamore per Roma. Scego narra molto della Somalia, il lettore percepisce fortemente il desiderio di ritornare idealmente alla terra natale, di riappropriarsi della lingua, dei suoi suoni e delle sue immagini. Ma il romanzo parla soprattutto di un tradimento, di unʼ Italia, di una città, Roma, di una lingua e di una storia, le quali, come donne amate ma troppo belle per essere conquistate, rifiutano i corteggiamenti e gli approcci dei nuovi italiani. Devo dire che ho avuto spesso la tentazione di abbandonare la lettura, e sono andato avanti, sino a conclusione, solo per simpatia e stima per lʼautrice. È difficile scrivere due storie in parallelo, ma lo è maggiormente se ci si affida ai flash back", agli incisi onirici, a frasi sospese e poco chiare. Senza una trama, che dia ordine al tutto, emerge una grande confusione, un affollarsi di pensieri e di immagini, che rendono pesante la lettura. Scego perde in questo romanzo la lieve ironia e la sottile eleganza che contraddistinguono la sua scrittura. Forse, ha chiesto troppo alle sue capacità; unʼoccasione persa. Perché non leggerlo? È confuso e alla fine noioso.

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