24 racconti
Con il titolo «La Rinascita» nel giugno 1944 esce il primo numero della rivista mensile del Partito Comunista. LʼItalia non è ancora libera, è in corso la lotta partigiana e tuttavia fin dal primo numero la rivista dedica alcune pagine alla letteratura. Ci sono componimenti poetici (di Umberto Saba e di Salvatore Quasimodo), testi di autori stranieri ed anche di scrittori italiani, da Alberto Moravia a Cesare Pavese. Questo libro raccoglie alcuni di questi racconti, pubblicati dal 1945 al 1956, in una fase di accesa lotta politica e in pieno neorealismo. Le storie sono impregnate di temi sociali, molte di esse parlano della Resistenza, con contributi di Renata Viganò, Italo Calvino, Marcello Venturi (narratore importante e dimenticato della lotta partigiana) e Mario Puccini, questʼultimo con un racconto commovente sulle apprensioni di un padre per un figlio impegnato in operazioni contro i tedeschi. Ne ho scelto tre da recensire, non solo perché i migliori, a mio giudizio, ma anche perché rappresentativi del nostro Paese, dellʼItalia contadina e di un ceto medio urbano, che dal fascismo porterà con sé i segni indelebili della superficialità. Francesco Jovine è autore di un romanzo, «Le Terre del Sacramento», che narra di un Meridione sempre condannato allo sfruttamento e sempre tradito dalla sua classe dirigente: uno scrittore della rassegnazione e della sconfitta. Nel racconto «La morte del patriarca», pubblicato nel 1949, un nipote parla del nonno, giudice di pace di un villaggio del Sud e uomo di fiducia del principale proprietario terriero, il tipico latifondista meridionale. Il nonno è un patriarca per la sua famiglia e lʼintera comunità: non approfitta dellʼassenteismo del proprietario per arricchirsi, ma anzi si erge a difensore dei contadini. È un baluardo e una figura mitica. > Nelle notti dʼestate girava per le strade illuminate dalla luna, insieme con i suoi compagni contadini e li incantava suonando dolcemente il flauto. (...) Spesso quando egli era assente, i giovani erano accesi da improvvisi furori e mettevano mano alle accette. Ma quando cʼera il nonno non accadeva nulla che non fosse placido e gentile; si sentivano volare quelle note di tortora in amore, accompagnate dal ronzio di calabrone di una chitarra battente, i vecchi contadini si destavano dal sonno e immaginavano i campi estivi carichi di spighe pesanti, e succose frutta bagnate dalla rugiada del mattino. Che ne sarà del villaggio dopo la morte del patriarca? > Ad un tratto una vecchia dal fondo incominciò a piangere ad alta voce e a cantare il suo rammarico doloroso per la perdita imminente. Diceva lenta con voce ritmata: tu te ne vai, nostro onore e nostra difesa, te ne vai spada brillante. Senza di te, riprese una voce giovanile sullʼultima lassa del canto, non abbiamo più luce e giudizio. In «il mondo salvato a spalle», pubblicato nel 1951, Felice Chilanti narra della drammatica inondazione del Polesine e lo fa dandoci un bozzetto realistico e suggestivo della solidarietà contadina. «Correte, gente, lʼacqua straripa lungo tutto lʼargine» Giovanni e suoi compagni contadini accorrono a chiamare a raccolta gli uomini e a salvare le donne e i bambini«. E grida il bottegaio del villaggio,» E tu Giovanni e tu Gabana e tu Tabanin, non siete già stati buttati in galera un anno fa per questi lavori? Avete proprio voglia di salvare la terra e le vacche del Cané? > Canè è il grande proprietario della zona, il cui fratello, lo zoppo, urla come un pazzo ai contadini che si danno da fare per salvare la famiglia e le masserizie dei Cané. Volete fare la rivoluzione disgraziati! Venite a prendermi, Assaggerete i confetti della mia pistola.... (...) Giovanni e i suoi compagni portavano a spalle il mondo alla salvezza: il mondo intiero così comʼera, gli amici e i nemici, la società nella quale vivevano e lottavano; portavano in salvo lʼagrario e i suoi beni, il prete e le sue preghiere, il maresciallo dei carabinieri e le sue manette«. Il titolo del racconto di Libero Bigiaretti (»un altro destino > 1951) richiama Martin Eden di Jack London. Due giovani fanno amicizia perché lavorano insieme in un cantiere: Renato è di estrazione operaia, intelligente, battagliero, capace di far valere con chiarezza ed energia le proprie ragioni > , Giulio viene da una famiglia borghese, insofferente, ha abbandonato la scuola e vorrebbe pubblicare le sue poesie sulla Fiera Letteraria. A differenza di Giulio, tutto intriso di nomi e di libri alla moda«, Renato»leggeva quando gli capitava, con il desiderio caparbio di comprendere fino in fondo > . Giulio conosce Elena, la sorella di Renato, con la quale inizia una relazione. Ci sciogliemmo, io pieno di sgomento e di confusione, lei calma; mi disse di pulirmi le labbra, ché dovevo averle sporche di rossetto. (...) Mi viene da ridere, se ci ripenso. Se ripenso come, per tutta la serata e la notte, mi si complicò nella testa quella comunissima avventura.«E se avesse dovuto sposarla?»Lo sapete che Giulio va a passeggio ai Mercati generali con una fruttivendola? (...) Poi conobbi Loredana con la quale, tra un bacio e lʼaltro, si poteva parlare di letteratura. E Loredana sapeva anche baciarmi molto meglio di Elena". I racconti non sono certo dei capolavori; dietro un neorealismo di facciata emerge una vena melodrammatica ed enfatica, che proviene dalla letteratura del fascismo e da radici ancora più lontane, dellʼItalia provinciale, estranea alla cultura europea. È singolare come si senta già un senso di stanchezza, di rassegnata accettazione del Paese che sarà lʼItalia: intimistica, melliflua ed ipocrita. Viene un poʼ di nostalgia nel leggere questi raccont. Allora, una rivista di partito dava spazio alla letteratura, ai principali autori italiani; oggi siamo costretti a leggere frasi sconnesse su Facebook e su Twitter, mentre gli scrittori parlano dʼaltro, ben lontani dalla politica. E forse da qui che prende le mosse lʼormai stucchevole crisi della sinistra? Perché leggerlo? È interessante per ricordarci qualʼ era la cultura di sinistra.
Alma
Questo romanzo riporta la mente ad un altro libro, apparentemente così lontano nel tempo e nei contenuti: «Le Confessioni d'un italiano» di Ippolito Nievo (vedi la recensione in questo sito). Come per Alma, il grande racconto di Nievo è una storia d'amore, che prende le mosse dall'infanzia in quella terra marginale che è il Nord Est dell'Italia. Carlino, il protagonista narrato da Nievo, è innamorato della bella cugina Pisana, che solo nel punto di morte riconoscerà di averlo sempre amato, così Alma rincorre Vili, quel > bambino magro, gli occhi neri e una frangia scura da teppisti , che ha fatto irruzione inspiegabilmente in una famiglia in strano e incerto equilibrio, portandosi via l'attenzione del padre. E come per i protagonisti delle «Confessioni», la vita di Alma > è sempre stata immersa fino al collo nelle questioni che il passato o la memoria e perfino le ossa sotto terra proiettavano nel presente, e lei non aveva fatto altro che camminare sul filo di una ragnatela sforzandosi di evitare le trappole della Storia, quando invece ci stava camminando sopra. Se, però, la storia d'amore di Nievo si sviluppa dentro la grande e gloriosa cavalcata del Risorgimento, quella di Alma è segnata e travolta dalle tragiche vicende del «di là», quel mondo sconosciuto oltre Vienna e Trieste, quelle terre sempre rimosse dall'immaginario collettivo, il dissolvimento della Jugoslavia tra il 1991 e il 1995, e oggi la guerra in Ucraina. Alma vive ormai da molti anni a Roma, apprezzata giornalista, ricercata dagli uomini per quel fascino che hanno quelli «di là», ma non può confessare, perché non sarebbe capita, che > solo un esule da quei mondi è in grado di suscitare in lei qualcosa di simile a un innamoramento. L'occasione per tornare «di là» è la morte di suo padre che le ha lasciato «una scatola», in cui dovrebbero esserci i segreti della sua famiglia, insieme con quelli della grande Storia. L'attende confuse combinazioni di sensazioni in cui presente e passato si mescolano insieme, ma non c'è mai il futuro: la nostalgia per i nonni materni, per la bella e solida casa mitteleuropea; la villetta sul Carso dove sono andati a abitare i genitori, per stare lontani dai nonni e dalla buona borghesia; gli arrivi e le partenze improvvise del padre, sempre coinvolto nelle grandi vicende; la madre anch'essa distante perché sempre occupata nella «Città dei Matti»; i bagni e i giochi sulla riviera di Barcola; e poi i morti, gli stupri, le stragi delle guerre balcaniche, immortalate dalle foto di Vili: > una fossa piccola, una fossa enorme, una fossa con dei corpi, il viso di una ragazza tenuta per i capelli. Scoprirà che nella scatola non c'è niente d'importante, come nel grande romanzo di Kenzaburo Oe («La foresta d'acqua», vedi la recensione in questo sito). Ciò che troverà sarà lo svelamento del mistero di Vili: fotografo delle stragi perpetrate dai serbi per dare testimonianza dei crimini commessi durante le guerre balcaniche. Se questa rivelazione potrà dare sollievo all'animo di Alma, non sarò possibile ritrovare l'amore per chi ha sempre amato. > I loro destini si sono incrociati, pensa Alma. e questo è tanto, i tentativi di fuga non contano. (...) Si guardano. E' così sexy, pensano. La solitudine e le incomprensioni, tutto l'amore e tutti quei morti, (...) quei loro teneri anni, e anche tutti quei pensieri sul caos delle loro vite lontane. Ci sono romanzi che vogliono dire troppo, che mescolano grandi affreschi della storia con le vite familiari, senza però riuscire a approfondire a sufficienza le diverse dimensioni dell'esistenza; e tutto resta in superficie. La relazione privilegiata del padre con Vili (quelle passeggiate insieme che escludevano Alma) non è analizzata nei suoi risvolti psicologici ed emotivi: è come il contenuto della scatola che non dice nulla di intimo. Lo stesso legame tra Alma e Vili, che attraversa tanti anni della loro vita, è trattato con spicchi d'esistenza, certamente meglio nella seconda parte del romanzo, nella Belgrado sotto la guerra, ma mai portato fino in fondo. Chi era Vili, una comparsa della Storia, obbligata, come dice lui stesso, > a essere uno che mente, un falsario, un vigliacco, ad alzare il calice a brindisi disgustandosi illudendomi che così avrei salvato qualcuno? E perché Alma perde sempre l'occasione per rompere il guscio entro cui si appaga Vili? Perché non li dice semplicemente che l'ama e lo porta con sé a Roma, lontano da «di là»? O c'è un mistero indicibile (la rigidezza degli affetti familiari, le stragi e le morti, il mondo dei Matti) che impedisce di dispiegare il senso di umanità reciproca? Troppe domande rimaste senza risposta! Sotto il profilo stilistico il romanzo si avvia faticosamente per salire di livello nella seconda parte, quella della guerra, senza dubbio la migliore. Il continuo avanti e indietro nel tempo e nello spazio confonde il lettore che deve di continuo riprendere le fila della narrazione. E' vero che il flusso dei ricordi e delle sensazioni non ha tempo, e tutto ritorna senza mai andare avanti, ma è pur vero che non seguire una sequenza disorienta il lettore, lo confonde inutilmente. La scrittura è di alta qualità, nei dialoghi così come nelle descrizioni: manca tuttavia di mordente, non lascia il segno, anche per l'uso di un italiano standard, scolastico sotto il profilo lessicale. Perché leggerlo? Interessante la sovrapposizione della Storia con le vicende familiari.
L'amante palestinese
È possibile che una storia di amore possa colmare il solco ineluttabile fra due popoli? Il romanzo dà una risposta negativa a questa domanda, forse troppo ingenua. E lo fa ripercorrendo una vicenda sconcertante: la relazione tra Golda Meir, autorevole primo ministro israeliano nei primi anni ʼ70, e Albert Pharaon, discendente di una ricca famiglia palestinese. Il libro ripercorre la storia del nascente stato di Israele dal 1917 ( anno della dichiarazione Balfour con la quale lʼimpero britannico si dichiarò favorevole alla creazione «in Palestina di un focolare nazionale del popolo ebraico») e la guerra del 1948, in conseguenza della quale venne costituito lo stato di Israele e iniziò lʼesilio di oltre settecentomila palestinesi. Lʼavvio del romanzo è estremamente suggestivo. Da un lato cʼè Golda, ancora ragazza, nel kibbutz. Lʼideale sionista della vita dura e comunitaria si sintetizza mirabilmente nella vigoria e nel coraggio della giovane Golda: > così luminosa, così sicura di sé e così fiduciosa, ulivo cresciuto rigoglioso in una terra sterile . Dallʼaltro lato cʼè Albert, «uomo di mondo squisitamente educato» per il quale «nulla è abbastanza attraente nella vita sociale da strapparlo al suo dolce ozio». Se Golda personifica la forza inarrestabile di una idea, alimentata dalla disperazione e dal ricordo delle persecuzioni, Albert rappresenta molto bene una casta di possidenti, che contemplano sbalorditi e increduli lʼimmigrazione degli ebrei, con la loro pazza convinzione di crearsi uno stato, e sono soprattutto preoccupati dellʼideologia socialista, che potrebbe alimentare «strane aspirazioni» nei contadini palestinesi, da sempre sfruttati. Pur così diversi, Golda ed Albert si incontrano, si sentono attratti e portano avanti per alcuni anni una relazione nascosta, profondamente carnale. Alla base del loro rapporto cʼè tuttavia un fraintendimento. Per Albert il loro legame è logico e possibile. Il fatto di essere lʼuno un palestinese e lʼaltra una ebrea non è un problema per chi è vissuto da sempre in una terra, nella quale tante comunità hanno convissuto senza difficoltà. Per Golda la barriera di nazionalità è insormontabile. In un colloquio determinante per il futuro del loro rapporto, ad Albert, che la invita a riconoscere che gli ebrei saranno obbligati a vivere con i palestinesi, Golda grida piena di rabbia: > noi siamo venuti qui per non dipendere più da nessuno, capisci? Non ci sono altri noi allʼinfuori di noi . Le parole sacre del sionismo ( «diventare padroni del nostro destino») sono più forti di qualsiasi amore. Ed allora i due amanti > si gettano allʼassalto lʼuno dellʼaltra, si urtano, si stringono disperatamente, abbandonati a una voglia irresistibile di farsi a pezzi, e che non rimanga più niente di loro né della loro relazione impossibile . La storia di amore tra Golda ed Albert è la metafora delle vicende drammatiche di due popoli. La parte più suggestiva del romanzo è quella sino allʼincontro di Golda ed Albert. Fino a questo punto il racconto è aperto ad imprevedibili sviluppi. Il lettore si aspetta che lʼautore voglia investigare la personalità di Golda: moglie, madre, amante di molti uomini, vigorosa idealista, personalità politica, condottiera del suo popolo. La relazione con Albert era solo il passatempo di una donna profondamente carnale o rispondeva, invece, ad un bisogno inconscio di uscire dagli schemi culturali e sociali del suo essere ebrea? Cʼerano contraddizioni nel mondo di Golda o solo capricci di una donna di potere? Tramite Albert Golda poteva essere «il principe azzurro» che gettava il popolo palestinese «nella modernità come gamberi nellʼacqua bollente», creando tuttavia una eventuale convivenza? La narrazione abbandona questa possibile evoluzione, forse per mancanza di informazioni o perché non vuole forzare più di tanto la storia. Si concentra invece sulla figura di Albert, languida, pigra e insignificante. Ed è un peccato perché il racconto perde di attrattiva e diviene il resoconto di un declino di un uomo, il cui epilogo era già scritto nel preambolo, nella sua stessa figura. Perché non leggerlo? È un racconto fragile: non aggiunge elementi alla comprensione del conflitto tra gli israeliani e i palestinesi, non è intrigante perché non approfondisce il personaggio centrale, quello di Golda.
American Pastoral
Il libro si articola in tre capitoli, che hanno ciascuno una propria identità. Nel primo, dal titolo significativo di Paradise Remembered, lʼio narrante è lo scrittore stesso. Lʼidolo della sua giovinezza è costituito da Seymour Levov, lo Svedese: bello, biondo, atletico, un grande sportivo. Il ricordo delle sue imprese sintetizza unʼera felice, dove lʼarmonia trionfa. Ormai sessantʼenne lo scrittore viene invitato a pranzo da Seymour con un pretesto. Lʼincontro si rivela banale e senza senso, ma in seguito,ad un party di vecchi compagni, lo scrittore viene a sapere che Seymour era malato di cancro ed era travolto dalle vicende di sua figlia, che aveva dato fuoco ad un supermercato uccidendo una persona. > Lʼuomo gentile con i suoi modi delicati di trattare con i conflitti e le contraddizioni, lʼex atleta fiducioso, sensibile e pieno di risorse in qualsiasi lotta con avversari corretti, si trova contro un avversario che non è corretto, un diavolo emergente dai sentimenti umani, ed è travolto. Egli impara a vivere dietro una maschera . Lo scrittore decide di scrivere un libro su Seymour, anche se si chiede con una nota profondamente autobiografica, se lʼuomo allʼinterno dellʼuomo è conoscibile, se è una «giara che tu non puoi aprire». Ma allora la storia che scrive risponde alla realtà o è solo lʼimmaginazione dellʼautore? Nei due capitoli successivi è lo scrittore che narra in terza persona. Nel secondo capitolo, intitolato The Fall, viene descritta la vicenda drammatica di Merry, la figlia balbuziente di Seymour, che allʼetà di sedici anni scompare dopo aver commesso un terribile delitto e via via sprofonda nella clandestinità e nellʼauto distruzione. Alla base del comportamento della figlia, cʼè lʼodio verso i genitori, la loro ordinata casa, la loro vita fatta di valori borghesi,ma anche verso la società americana. Ma come poteva > sua figlia essere così cieca da voler distruggere quel sistema che aveva dato alla sua famiglia tante opportunità di successo? Distruggere i suoi genitori capitalisti come se la loro ricchezza non fosse altro che il prodotto dellʼimpegno costante di tre generazioni? . Ma allora Merry è unʼanomalia inspiegabile? In realtà nellʼultimo capitolo, Paradise Lost, che per la maggior parte descrive un pranzo tra i coniugi Levov e i loro amici (pranzo che si chiude tragicamente con lʼuccisione del padre di Seymour) appare evidente che «la malattia morale» non riguarda solo la ragazza ma unʼintera società nella quale > ciò che dovrebbe esistere non esisteva. La devianza prevaleva. Tu non puoi fermarla. Indubitabilmente, ciò che non era supposto di accadere era accaduto e ciò che era supposto di accadere non era accaduto. Il vecchio sistema che creò lʼordine non funziona più. Tutto ciò che ha lasciato è la paura e lo sgomento, ma adesso nascosti dal niente . I temi di un libro senza dubbio poderoso sono sostanzialmente due: i rapporti tra generazioni e, soprattutto, il travaglio di un genitore, che si sente perfetto, che vorrebbe difendere la famiglia e non capisce perchè una figlia così amata sia cresciuta così lontana dal suo mondo; il travolgimento di una società, fatta di immigranti che hanno lavorato sodo per essere integrati ed ammessi come cittadini di successo, che vede invece esaurirsi i valori fondanti la coesione sociale. Il dramma di Seymour è quello di un padre, ma è anche la tragedia dellʼarmonia americana. La struttura narrativa di Roth è estremamente ricca ed articolata. Essa non si affida alla ricchezza degli aggettivi, come succede con Updike, nè al lungo periodare di Bellow ( tutti scrittori che trattano della crisi della società americana). È proprio la struttura sintattica il punto di forza di Roth ma ne è anche la debolezza: le frasi sono spesso troppo complesse, rendendo faticosa la lettura e favorendo una ridondanza di parole e soprattutto di costruzioni sintattiche. Una maggiore frugalità avrebbe sicuramente reso meglio gli argomenti del libro, che sono invece interessanti. Perché non leggerlo? È molto pesante, soprattutto il terzo capitolo. Andrebbe letto a piccoli bocconi.
L'amore arreso
In un precedente romanzo «La storia del giogo dʼoro» la protagonista non riesce a sfuggire ai meccanismi familiari e impazzisce, portando alla rovina sé stessa e chi le sta vicino. Nel primo dei due racconti di questo libro, «Lʼamore devastante», Liusu è altrettanto disprezzata dai parenti, ma coglie lʼoccasione di un incontro casuale per scappare da una casa, che > aveva qualcosa di simile a una dimora di fate e di spiriti: qui lo scorrere lento di un giorno era come il passare di mille anni nel mondo. Ma trascorrere mille anni qui era più o meno come un giorno, perché tutti i giorni erano ugualmente monotoni e senza senso . Ed è la noia, non la passione, a spingerla, guardinga e quasi di malavoglia, ad allacciare una relazione con un cinese occidentalizzato, dalla torbida fama di persona ricca, colta e raffinata, ma ostile al matrimonio. Sin dallʼinizio Liusu sa benissimo che legarsi a questʼuomo significa diventarne la concubina. Mentre accondiscende alle lusinghe dellʼamante pensa tra sé: > se io fossi una donna perbene fino in fondo, tu non ti saresti neanche accorto di me. Ma sorrise, inclinò la testa verso di lui e disse, Tu vorresti che io di fronte agli altri fossi una donna perbene, ma che con te non lo fossi . Con grande abilità lʼautrice ci conduce nello sviluppo di una relazione, nella quale > tutti e due (erano) troppo occupati a parlare dellʼamore, dove potevano trovare il tempo per amarsi davvero? . La conclusione è scontata: il ricco amante ospita Liusu in una casa grande e vuota, dove lei aspetterà le sue visite come una classica concubina. A cambiare questo destino è la guerra. I giapponesi bombardano Hong Kong e lʼuomo, nella città sconvolta, decide di sposare Liusu. > La caduta di Hong Kong aveva segnato la vittoria di lei. Ma in questo mondo irragionevole, chi mai sapeva distinguere quali erano le cause, quali gli effetti? Chi poteva saperlo? E forse proprio perché lei potesse vincere era dovuta cadere una intera città? Nel secondo racconto, Rosa rossa, rosa bianca > , lʼautrice si chiede se la trasgressione e il perbenismo possano convivere nella stessa personalità. Zhenbao è un tipo razionale e preciso, in tutto e per tutto il perfetto uomo cinese moderno. Partito fin dallʼinizio col piede giusto, (...) ora aveva unʼottima posizione in una famosa compagnia tessile straniera > Tutto sembra ineccepibile: la moglie laureata di buona famiglia, la figlioletta per quale sono state già accantonate le risorse per le rette universitarie, lʼattenzione premurosa verso la madre e i fratelli, lʼimpegno sul lavoro e lʼaltruismo verso gli amici. Ma è proprio vero? Dal racconto veniamo a sapere che Zhenbao ha avuto unʼintensa e appagante relazione con una donna sposata. Quando lʼamante, realmente innamorata, confessa al marito il tradimento, Zhenbao la lascia perché capisce che lo scandalo lo travolgerebbe. È sufficiente incontrare la donna dopo molti anni per sconvolgerlo e distruggere la sua opaca vita borghese: frequenta prostitute, si dà al bere e al gioco, trascura il lavoro, picchia la moglie. E tu. Stai bene, tu?, chiese lei. Mentre cercava le parole adatte per riassumere in poche, semplici frasi la perfetta felicità della sua vita, Zhenbao alzò la testa e vide la propria faccia nello specchietto a destra dellʼautista. (...) Dʼun tratto però cominciò a tremare davvero e vide nello specchio che le lacrime gli rigavano le guance. Il perché non lo capiva neanche lui. In quel genere di incontri, è sempre lei che piange, non lui. (...) Lungi da consolarlo, lei restò zitta a lungo, poi disse: Non è questa, la tua fermata? > Lʼautrice scava lʼambiguità dellʼanimo umano con un taglio fortemente occidentale. Se lʼavvio del primo racconto richiama ancora la tradizionale famiglia cinese, il proseguimento del racconto potrebbe essere ambientato in qualsiasi città europea. I contenuti e la scrittura stessa del secondo racconto riecheggiano molta letteratura occidentale, alla quale lʼautrice ha attinto largamente. Cʼè poca originalità. Ad affascinare il lettore resta la capacità di Zhang di muoversi nei chiaro scuri e di sondare lʼanimo umano, in particolare quello femminile. Jiaorui e Zhenbao sono a letto: la donna capisce che lʼuomo vuole lasciarla. Sollevando il viso gonfio e arrossato, Jiaorui lo fissò, poi balzò in piedi, quasi stupita lei stessa dʼessersi ridotta in quello stato. (...) Si asciugò gli occhi con il fazzoletto, si soffiò il naso e uscì. (...) Nel sonno gli parve qualcuno si fosse steso sopra di lui, piangendo. (...) Capì che Jiaorui era tornata. (...) Il calore di quel corpo femminile lo avvolgeva come una trapunta di piumino foderata di seta, trasmettendogli un piacevole, sensualissimo tepore. Quando Zhenbao fu sveglio del tutto, Jiaorui se ne andò senza dir niente, né lui proferì verbo". Perché leggerlo? Sono brevi racconti, la scrittura è piacevole ed alcune pagine sono particolarmente suggestive.
Anni Lenti
In «Patria» l'autore affronta con toni forti le conseguenze psicologiche ed esistenziali della guerra civile che ha insanguinato i Paesi Baschi dal 1968 al 2011 (si veda la recensione in questo sito). Con «Anni Lenti» Aramburu tratta gli stessi temi, ma con accenti placidi, quasi sognanti. D'altra parte > quando mi soffermo a passare in rassegna i miei ricordi di quegli anni (quelli della Spagna di Franco), mi torna una vecchia sensazione di lentezza. (...) Mi tenta, almeno in alcuni tratti del romanzo, fare uno sforzo per trasmettere mediante uno stile studiatamente lento quella sensazione di marasma storico. Per dare questa impressione di una storia > che si trascinava pigramente , l'autore immagina che un «informatore» gli fornisca gli elementi per costruire un romanzo, anche > se bisognerà scostarsi dalla testimonianza dell'informatore, si farà. Prima la letteratura, poi, se rimane spazio, la verità. E quindi una persona ormai adulta racconta a Aramburu la sua vita da bambino presso alcuni parenti di San Sebastian. Lui, > uno stronzo di un navarro , come lo accoglie il cugino Julen, si ritrova a vivere in una famiglia basca: una zia autoritaria e brusca, lo zio malinconico e assente, la cugina grassa e brutta che se la fa con tutti i ragazzi, e Julen, che vedendolo piangere lo consola prendendolo in giro: > se fossi basco non piangeresti. Hai mai visto piangere il ferro? Però, visto che sei un navarro di pasta frolla, succede quello che succede. Forte, sbruffone, sicuro di sé, viziato dalla madre, Julien ricorda Joxe Mari di Patria e, infatti, la sua vicenda ha molti tratti simili: entra nell'ETA, è costretto a fuggire in Francia, ma, a differenza di Joxe, Julien non regge la solitudine e le privazioni della vita clandestina; tradisce l'organizzazione e ritorna a San Sebastian, gettando vergogna sulla famiglia. Tutto questo è descritto con gli occhi di un bambino, che non coglie fino in fondo i pericoli connessi agli avvenimenti e il loro impatto sulla famiglia degli zii. E' vero gli veniva un brivido di paura quando vedeva passare la Guardia Civil, ma > quei baffi, se li ricorda? Quegli sguardi duri, i manganelli e i caschi. le armi che la mia immaginazione da adolescente faceva fatica a concepire fuori dai film di indiani e cowboy. Nella fantasia del bambino tutto si mescola creando come una commedia dell'arte in cui personaggi buffi o spaventosi si agitano nella stessa atmosfera surreale e comica. Si pensi alla cugina grassa, che rimasta incinta è costretta a sposare lo scemo del villaggio, anche lui obeso e malfatto. O la figura grottescamente solenne del parroco, sicuro nel suo istigare i giovani ad affiliarsi all'ETA, e tremebondo quando rischia di essere arrestato. Eppure, il racconto soffuso e divertente dell'informatore bambino non riesce a dare pace, a permettere una conciliazione, anche quarant'anni dopo. Il romanzo si conclude con un ricordo amaro dell'autore. In autobus incontra il padre di Julien ma si volta dall'altra parte. > Mi hanno attaccato l'odio. (...) Mi piacerebbe chiedergli perdono, ma è morto. Ci sono tanti modi per parlare delle tragedie di un Paese, delle lacerazioni di una comunità e dei dolori delle persone che sono stati segnati da quegli avvenimenti. In questo romanzo Aramburu lo fa con un approccio spericolato, sempre sull'esile confine tra il comico e il drammatico; ne deriva un senso di inadeguatezza della narrazione che cresce via via che ci si inoltra nel racconto e ci si aspetterebbe una sua evoluzione verso una maggiore profondità di esposizioni e giudizi. Forse, Aramburu ha sbagliato l'informatore, che poteva fare un bambino? Non poteva che difendere la sua infanzia dietro a una visione fantastica, quasi che tutto fosse quel gioco di ciclisti di plastica, unico giocattolo del bambino informatore, che > avanzano a turno, di tanti passi quanti ne indicava il dado. Aramburu mostra sempre una notevole creatività narrativa. Se in Patria era il cambio del narratore in corsa (dall'io al lei nella stessa frase), qui è invece l'affiancamento al racconto del bambino di una sorta di traccia dello scrittore su come deve sviluppare il romanzo: la trama, l'ambientazione, gli approfondimenti, le parole. Sono «appunti» che via via sovrastano la narrazione, perdendo il senso di una riflessione su se stesso e sul mestiere dello scrittore per divenire sempre più un altro racconto, che ammutolisce quello del bambino. All'inizio questo espediente letterario è intrigante, perché insolito, ma poi si rivela ripetitivo e rompe lo sviluppo lineare della storia. Perché leggerlo? Piacevole ma alla fine il racconto svanisce.
Appartamento a Istanbul
La protagonista è una quarantenne tedesca, che vive in Turchia e gestisce una libreria specializzata in gialli. Si descrive in questo modo: > ho il doppio mento, i capelli arancioni, un telefono cellulare (un modello vecchio, però) e una cerchia di amiche che fanno uso di anti depressivi. Sono sempre nervosa, ma non so perché . Triste e sconfortata a seguito di un litigio con il fidanzato, si mette alla ricerca di un appartamento da acquistare. Tra quelli che le sono stati segnalati, cerca di visitarne uno, peraltro occupato abusivamente. Nel tentativo di vederlo, la protagonista, che ha un carattere impulsivo e irascibile, si scontra con lʼinquilino, che rifiuta di farle prendere visione dei locali. Vuole il caso che lʼinquilino venga ucciso: inizia una storia poliziesca, nella quale la protagonista, un pò perché sospettata e soprattutto perché le piace fare la detective, cerca di trovare lʼassassino. Bisogna dire che come noir non è particolarmente avvincente, in particolare perché manca di colpi di scena e tutto appare un pò scontato. Più interessante risulta il tratteggio di una donna che sta in bilico tra due società così differenti, quella tedesca ( dove «la gente è sempre di malumore, infelice e insoddisfatta») e quella turca, dove > gli interni delle case e i vetri delle finestre sono tirati a lucido, ma i balconi e le strade sono talmente sporchi da risultare sgradevoli a chiunque ci metta piede . È chiaro che cosa vuole la protagonista, anche perché dove può vivere, se non in una città mediterranea, una donna che preferisce che nella sua vita entri «un nuovo appartamento invece di un altro uomo?» Il libro ha un innegabile pregio: offrire ad un eventuale turista un elenco dei quartieri più interessanti di Istanbul. La figura della protagonista è descritta con tratti frettolosi e superficiali, quasi volutamente per non entrare in approfondimenti psicologici o sociologici. La vita corre veloce e non cʼè tempo per capire perché si vive ad Istanbul invece che a Berlino, perché si preferisce vivere da soli, con il piacere di fare la detective, che avere un marito e le amicizie tipiche di una tedesca progressista di mezzʼetà, come avere > amiche ossigenate che abitassero in complessi residenziali con piscina, che si lamentassero dei mariti che russavano, che portassero ballerine argentate e votassero per i socialdemocratici . Perché leggerlo? La lettura è piacevole ma il racconto è evanescente e labile. Il lavoro del traduttore deve costare molto poco per pubblicare in italiano un libro così scontato.
Artemisia e I colori delle stelle
Ci sono artisti che rimangono inchiodati per sempre a un'idea che abbiamo di loro e che ci impedisce di apprezzarli veramente. Si pensi a Dino Campana, il poeta matto, e come alla presunta pazzia sia stata ricondotta la sua poesia, mettendo in secondo piano le qualità stilistiche e le fonti d'inspirazione (si veda la recensione in questo sito di «La notte della cometa» di Sebastiano Vassalli). Lo stesso è accaduto per Artemisia Gentileschi, pittrice vissuta tra il 1593 e il 1653. Benché fu autrice di circa 50 dipinti e divenne famosa in tutta Europa, la memoria di questa grande artista resta legata allo stupro e al successivo processo che subì nel 1612. > Eppure niente di tutto questo sarà sufficiente a far brillare il mio valore agli occhi del mondo. Come una maledizione che mi porto addosso, per tutti, collezionisti e biografi, sarò sempre la pittora dello scandalo, dello stupro e della vendetta. Così l'autore di questo romanzo immagina che Artemisia rifletta sulla sua vita, quando è ormai donna affermata, ben inserita nella società del suo tempo. In Artemisia riaffiora di continuo quel ritornello che le cantavano all'uscita del tribunale, assolta da ogni colpa, > tra sorrisetti ammiccanti, proposte oscene, lazzi impietosi, (...) Pittora, pittoressa, piglia 'sto pennello e scaldalo a la fessa. E come potrebbe essere altrimenti se ammiriamo le sue Giuditte, impressionati dal realismo feroce delle immagini: il primo quadro («Giuditta che decapita Oloferne»del 1612) in cui l'episodio biblico è trasformato in una rappresentazione della vendetta della donna offesa, e il secondo alla fine della sua vita («Giuditta e la fantesca con la testa di Oloferne» del 1650), in cui le due donne fuggono con la testa dell'uomo dopo averlo decapitato. Quanta profonda è la ferita in una donna abusata da emergere anche dopo tanti anni! Il piacere della negazione non è concesso alla donna, come dice Tjeu Cole in «Open City» (si veda la recensione in questo sito). Tanto più se lo stupro è stato permesso dal padre Orazio, che si è servito della bella e giovane figlia per ingraziarsi i potenti e stringere relazioni d'affari; e ancora di più se con la denuncia, che ha disonorato per sempre la figlia, il padre non voleva punire lo stupratore, ma intendeva riavere un quadro di cui si era appropriato lo stupratore: quadro la cui ideazione il padre riteneva sua, ma era invece di Artemisia ventenne. Parliamo della prima Giuditta, con cui Artemisia si vendicava per l'eternità dell'uomo e rappresentava la solidarietà femminile contro la società maschile. Così tre volte tradita dal padre, Artemisia subì un processo e il disonore, in una Roma papalina, corrotta, violenta e lussuriosa. Nel romanzo Artemisia non è una vittima piangente, è una ragazza forte e disincantata, che sa che la donna deve combattere da sola. Difende. disperatamente e con orgoglio, il suo futuro di pittrice, cosciente del suo valore. Quando torna a casa, dopo aver subito la tortura, non le disturbano le insolenze degli uomini (è abituata!), è invece preoccupata delle sue mani, di poter ancora dipingere. Se la prima parte del romanzo racconta l'intrigo intorno alla vicenda di Artemisia, nella seconda parte, ambientata a Napoli nel 1648, Artemisia è ormai una donna affermata ed è difficile trovare nella narrazione la drammaticità che aveva caratterizzato la prima parte. Di fatto non ci sono vicende rilevanti, la narrazione procede placida, anche se emerge sempre l'irrequietudine di Artemisia, la sua inclinazione a preferire le scene violente, scandalose e turpi, proprie dei quartieri plebei di Napoli, in contrasto con l'opulenza manifesta del governo spagnolo, lontano dai bei ritratti eseguiti per gli uomini illustri, sempre affondando nella melma della sofferenza. Vogliamo discostarci dalle Giuditte, ma sono sempre loro a dominare la nostra visione di Artemisia. E' difficile individuare un filone narrativo in una trama fatta di troppi episodi tra loro poco legati dallo svolgimento della storia. Lo stesso salto temporale e la differente ambientazione, Roma e poi Napoli, non favoriscono l'unitarietà del racconto. Il pregio del romanzo sta, invece, in alcune descrizioni dell'ambiente; descrizioni dai colori forti, dal frasario scurrile e dalla sottile ironia, tratti che richiamano Boccaccio, rendendo il racconto quasi un romanzo sociale. Si coglie l'influenza dei grandi scrittori napoletani del secondo dopoguerra, come Domenico Rea (si vedano le recensioni di «Spaccanapoli» e «Ninfa plebea» in questo sito). Per dare un'idea dello stile di Raffaele Messina si prenda come esempio una delle pagine più felici del romanzo: «All'osteria della fontana», dove gli avventori insinuano che sia stato il padre stesso a sverginare la figlia. > Buttata lì, su quella frattina intrisa di grasso animale, l'ipotesi catturò l'attenzione di tutti gli occupanti. I dadi, lanciati tra continue bestemmie, esaurirono il tintinnio entro il boccale rovesciato; le carte, scoperte sul tavolo o ancora rivoltate, non passarono più di mano di mano. (...) > Ebreo d'un oste, dacci er tuo parere! (...) Con un piatto fumante di minestra di farro e cotenne, retto in alto con la mano destra, si voltò lentamente verso il suo interlocutore e gli rispose con sorriso rubicondo: E' bello il fottere come il bere vino. Di chi sia il buco o quale il vitigno, non è questione d'oste ma cavillo d'avvocato! > . La scrittura scorre fluida, inframezzata da abili citazioni degli atti del processo per stupro o delle lettere della stessa Artemisia; divagazioni che danno veridicità e colore alla narrazione, pur all'interno di un stile tipicamente contemporaneo, con scivolate anche giornalistiche, come per esempio l'abuso del punto" e il conseguente periodo non sostenuto dal verbo. Perché leggerlo? Belle le descrizioni dell'ambiente
Barriera
Barriera è un sobborgo di Torino a circa due chilometri dal centro: un tempo paese operaio, ora un quartiere multietnico con una diffusa micro criminalità e luogo di spaccio di droghe. > Barriera non cambia mai. (...) Le famiglie vanno al supermercato o al centro commerciale. I vecchi al cimitero. I poveri al mercato degli accattoni. I cinesi in negozio. Gli spacciatori senegalesi ai loro angoli. Le prostitute nigeriane e moldave a dividersi gli altri. Qui, tutto quello che puoi diventare è un'etichetta che ti hanno dato. Un'etichetta che non ti levi . Se in «Il lato oscuro della Luna» (vedi la recensione in questo sito), Marco Magnone e Fabio Gedda avevano raccontato una sfortunata storia d'amore tra due adolescenti nella Berlino ancora divisa dal Muro, qui il centro del racconto è la relazione tra due fratelli: Malik, il più grande, appena uscito da prigione, «porta con sè ferite che non fanno in tempo a fare cicatrici, ti uccidono e basta»; Yasin è gentile, magro e poco muscolare, completamente diverso dal fratello; ma Malik > era il super eroe. Il mio. Anche quando è finito dentro. Anche quando, dopo essere uscito, se n'è andato da casa senza dire nulla. Ecco perché quando mi ha offerto di andare a stare da lui, ripartire da capo, insieme, ci sono cascato subito. Perché eravamo di nuovo io e lui. A fare cavalluccio. A combattere i cattivi. Ora invece . Malik è diventato uno spacciatore e vende una pericolosa droga sintetica per conto di un' organizzazione criminale nigeriana; in questo modo ha causato la morte di una ragazza, con la quale Yasin ha avuto il suo primo incontro d'amore. «L'hai uccisa tu, (...) con quelle maledette pasticche» grida Yasin, > Ora sono io a fare un passo verso di lui. E ad alzargli la voce contro, per la prima volta nella mia vita . Yasin chiede al fratello di andare dalla polizia per denunciare le organizzazioni criminali per le quali lavora. Sarebbe troppo bello se Malik andasse realmente alla polizia, la cultura della violenza è troppo radicata in lui per affidarsi alla legge. La struttura narrativa è simile a quella adottata nel precedente romanzo: gli eventi sono raccontati da entrambi i fratelli in specifici capitoli che si susseguono in modo alternato. Così la storia è vista da diversi punti di vista, ma risulta molto spesso ripetitiva e frammentata, perdendosi il senso complessivo. Inoltre, la violenza è il tratto distintivo di questo libro, talvolta a Castagna e Magnone piace soffermarsi su scene brutali dove il più forte vince sempre; si pensi alle lotte di pugilato e all'ambiente delle palestre, quasi edificanti nei suoi personaggi, rissosi ma valorosi. Mentre in «Il lato oscuro della Luna» prevale un senso di malinconica dolcezza, anche se senza futuro, qui non c'è più speranza, gli adolescenti sono dinanzi al niente: Barriera è una metafora del nostro presente, > soltanto il maledetto freddo che morde duro. E le sagome delle fabbriche abbandonate che spuntano qua e là come dal nulla . La scrittura è caratterizzata da frasi brevi che danno poco spazio alla descrizione dell' ambiente e dei personaggi; se quest' approccio riflette la durezza della storia, non aiuta ad approfondire il dramma di Malik e Yasin e della loro fratellanza distrutta. L'ampio uso del punto e le frasi frequenti senza il verbo rendono più facile la lettura, chiaramente destinata ad adolescenti, ma impoveriscono il linguaggio e, dobbiamo ammetterlo, non tutti sono Cesare Pavese (vedi la recensione di «La casa in collina» in questo sito). Perché non leggerlo? Frammentario e superficiale
Il bibliotecario
> LʼURSS terrena era un grezzo corpo imperfetto, ma nei cuori dei vecchi romantici e dei bambini delle città felici esisteva separatamente il suo ideale artistico: lʼUnione Celeste. Con la scomparsa degli spazi mentali, era morto anche lʼinanimato corpo geografico . Il dissolvimento dellʼUnione Sovietica non è stato solo uno sconvolgente fenomeno politico ed istituzionale, ma ha generato una profonda lacerazione, psicologica e culturale, nelle coscienze. Nella Russia attuale piccole comunità cercano di ritrovare una identità leggendo i libri di uno scrittore scomparso. Sono sei libri, che, letti solamente nella loro versione originale, sono in grado di trasmettere sentimenti ed energie positive. Questi gruppi, le piccole chiamate sale di lettura e le più grandi biblioteche, lottano tra loro per difendere i propri libri ed accaparrarsene altri. Le battaglie, sempre cruente, vengono condotte secondo i modi e le regole degli eserciti medioevali, dei feudatari che dominavano nella Russia pre - zarista. Aleksej, un giovane disorientato e senza una chiara prospettiva del proprio futuro, si trova coinvolto, suo malgrado, nelle lotte sanguinose tra le diverse comunità, in quanto eredita la funzione di Bibliotecario alla morte dello zio, che ricopriva questo ruolo in una piccola sala di lettura. Aleksej non ha certo un animo guerriero, ma deve acquisire il coraggio e la fermezza che gli sono necessarie per condurre il suo gruppo negli scontri con le altre bande. E in realtà il libro è un succedersi di combattimenti, descritti minuziosamente dallʼautore. Il più importante di essi, e quello decisivo per il futuro del protagonista, si svolge in una foresta. La piccola sala di lettura di Aleksej si è rifugiata in un villaggio, ormai abbandonato, ed in particolare nel Consiglio del Villaggio, laddove si riuniva lʼassemblea degli anziani nella Russia zarista e il soviet nel periodo dellʼUnione Sovietica. Qui numerose bande, comandate da una vegliarda malefica, attaccano il gruppo di Aleksej cantando inni osannanti le imprese eroiche dei soldati e degli operai della Russia sovietica. La descrizione della battaglia ricorda lʼIliade: pochi valorosi tengono testa a centinaia di assalitori, per essere poi trucidati, salvo Aleksej. Il giovane viene catturato e condotto in una casa di riposo, di cui hanno preso possesso le anziane ospiti, rinvigorite dalla lettura dei sei libri e dopo aver massacrato il personale.Il protagonista viene rinchiuso in una cella a leggere, e a rileggere, tutti i sei libri. Ed allora si realizza il destino di Aleksej: essere lʼicona vivente, il depositario eterno dellʼanima della grande madre Russia. > Se è libera la Patria, inviolabili i suoi confini, significa che il bibliotecario Aleksej Vjazincev monta tenacemente la guardia nel bunker sotterraneo, instancabilmente tesse il filo del manto protettivo dellʼIntercessione steso sopra il Paese. A difesa dei nemici visibili ed invisibili . Sono veramente due spunti geniali lʼʼidea di piccole comunità dedite alla salvaguardia del patrimonio storico di un paese e il richiamo alla potenza del libro nel risvegliare e rinforzare le coscienze. In un mondo frammentario e violento cosa ci rimane se non la solidarietà degli amici e la difesa del passato? Ma ciò non può portare ad un nuovo Medioevo? Il problema è che ben oltre la metà delle pagine del libro sono dedicate alla descrizione di scontri feroci, di combattimenti sanguinari, mentre uno spazio modesto, e sicuramente insufficiente, viene lasciato alle vicende dei personaggi e al loro rapporto con i libri. La trama narrativa ne risente pesantemente, diventando prolissa, noiosa e ridondante. La conclusione emerge stanca e confusa, lasciando il lettore esausto dalla lettura di troppe battaglie. Insomma si tratta di unʼoccasione perduta. Perché non leggerlo? Se non si amano le scene di guerra, è meglio non leggerlo.
Butcher's Crossing
Lʼanno è il 1873 e Butcherʼs Crossing è una città del Kansas, in realtà un piccolo insediamento di cacciatori di buffali. Andrews è un ragazzo di ventʼanni; ha abbandonato Boston per una vaga idea di libertà. > Talvolta, dopo aver ascoltato le voci sommesse in chiesa e a scuola, superava i confini di Cambridge per le terre e i boschi che giacciono a sud - ovest. Là in qualche luogo solitario, immobile su un nudo terreno, sentiva la mente riempirsi dellʼaria limpida e si immergeva in uno spazio infinito: la vacuità e la costrizione che sentiva erano dissolte nella natura selvaggia che lo circondava . Il giovane conosce un cacciatore, si lascia coinvolgere in un progetto: andare al di là della grande pianura, in mezzo alle montagne, laddove pascolano ancora migliaia di buffali. > Capì che la caccia era soltanto uno stratagemma, un inganno a se stesso. (...) Nessun affare lo spingeva... andava là per la libertà . Si forma una strana squadra: Miller il capo, cacciatore paranoico, uccide i buffali per il gusto di farlo, e non solo per avidità, Schneider un uomo pratico e cinico, deve scuoiare le bestie con lʼaiuto di Andrews, e con loro un vecchio pazzo alcolizzato, Charley Hoge. Con questo gruppo Andrews si inoltra nel selvaggio West, nel contempo unʼavventura e una trasformazione fisica e spirituale. Sono unʼaltra immensità ed un altro orizzonte, ma la mente del ragazzo è ancora «piena delle meraviglie che aveva conosciuto da bambino». Francine, una prostituta, gli dice con affetto, dolcemente sorridendo: > tornerai; ma non sarai lo stesso. Non sarai così giovane; diverrai come gli altri. Andrews la guardò confuso, e nella sua confusione gridò: diverrò soltanto me stesso . Le tappe del cambiamento, da ragazzo ad adulto, sono scandite dalle diverse fasi del viaggio. Innanzitutto camminano per molti giorni nella grande pianura ed Andrews deve abituarsi alle lunghe ore di cavallo in un ambiente piatto e monotono: > si sentiva come la terra, senza identità e senza forma (...), percepiva il corpo divenire lentamente asciutto e forte: pensava a volte che stava entrando in un nuovo corpo, o in un corpo reale, prima nascosto da una innaturale mollezza, bianchezza e delicatezza . La seconda fase è costituita dalla caccia al buffalo: la strage senza pietà, la bestia scuoiata e macellata. > Lʼintera attività sembrava ad Andrews come una danza, un tenebroso minuetto ; lʼ eccidio senza fine come > un meccanismo, una automazione, (...) come una fredda risposta senza senso alla vita. (...) Capì che si allontanava non a causa di una nausea femminile del sangue, (...) ma per lo shock di vedere il buffalo, alcuni momenti prima orgoglioso e nobile e pieno di dignità, adesso spoglio e senza aiuto, un pezzo di carne inerte. (...) Il suo essere era ucciso, e in quella uccisione sentiva la distruzione di qualche cosa entro di lui, ed egli non era capace di affrontarlo . Ed infine è il lungo inverno: il gruppo si ritrova intrappolato dalla neve sino a primavera, al freddo e totalmente isolato. > Egli finì per accettare il silenzio nel quale viveva, e non cercare un qualche significato in esso. (...) Ricordava vagamente le comodità della sua casa a Boston; ma ciò sembrava irreale e lontano, e di quei pensieri gli restava soltanto lievi fantasmi di una rimembranza : una sorta di estraniazione, perdita di coscienza e di identità. La natura selvaggia, imperscrutabile ed indifferente, ha la meglio sui sogni del ragazzo: crea un uomo duro, incapace di affetto, solitario ed individualista. E quando finalmente il gruppo ritorna a Butcherʼs Crossing, dopo aver perso tutto il carico di pellicce nellʼattraversare un torrente in piena, e quando Miller e i suoi scoprono che il prezzo delle pellicce è crollato, che la loro fatica non è valsa a nulla, Andrews si chiede che senso abbia avuto tutto questo. Dove era stato e perché? Non resta che andarsene, rimettersi in cammino, solo. > Perfino adesso, alla luce dellʼalba, la città era come un piccolo rudere; la luce colpiva i bordi degli edifici e rendeva più evidente un vuoto che era già là. (...) Egli non sapeva dove stava andando; ma sapeva che (la direzione) gli sarebbe sopraggiunta più tardi nella giornata. Cavalcava avanti senza fretta, e sentiva dietro di lui il sole salire lentamente e riscaldare lʼaria . Non bisogna lasciarsi ingannare dalla storia, dalle descrizioni minuziose dei paesaggi e della caccia al buffalo: lʼoggetto del racconto non è il selvaggio West. E non siamo dinanzi ad un romanzo di formazione, perché Andrews non è diventato veramente adulto, tanto è vero che abbandona la donna, Francine, che lo ha accolto con amore al ritorno dal lungo viaggio. Lʼargomento del romanzo è lʼestraniazione dal mondo: il non sentirsi parte di niente, uomo solo in un mondo incomprensibile, senza amicizie e senza valori. Se la grande conquista del West, il mito americano, fosse stato questo, che ne sarebbe dei valori di comunità e di libertà che tuttavia sorreggono la società statunitense? Il romanzo non parla di questo, anche se sembrerebbe farlo; il racconto è allʼinterno della coscienza dellʼautore, parla della ricerca di un equilibrio non riuscito tra individualità e socialità. Il racconto è scritto molto bene. Lo stile è elegante, i periodi scorrono fluidi e piacevoli, lʼelemento documentaristico ben si concilia con la trama e i personaggi. Si percepisce, tuttavia, un forte connotato intellettualistico, qualche cosa di artefatto, risultato di un indagine, non di un mondo vissuto, almeno nei suoi ideali. Si parla di natura selvaggia, di uomini che lottano in un ambiente ostile, ma se si confronta il romanzo con le opere di Jack London, ed in particolare con quel capolavoro che è Zanna Bianca, si capisce molto bene come John Williams sia semplicemente lʼennesimo intellettuale, che scrive di sé stesso e, perché mai?, anche di uomini ed ambienti che conosce solo sui libri, perché li ha studiati. Perché leggerlo? Bella scrittura, ottime descrizioni dei luoghi, personaggi tratteggiati mirabilmente.
Caduto fuori dal tempo: storia a più voci
Grossman ha perso un figlio, ucciso durante la leva militare. È una ferita così immensa che si sente > mutilato della memoria.... prigioniero di una celletta remota nel penitenziario del mio spirito , come se «la mia vita assomigliasse a qualcosa mai accaduto». Ed allora sente il bisogno di creare un racconto. > Quella cosa figlia di puttana che è successa a me e a mio figlio,sì, devo amalgamarla in un racconto, devo. Con una trama, e immaginazione! E visioni e libertà e sogni! Che bruci! Una pentola in ebollizione!.... se non scriverò non potrò capire nemmeno chi è lui ora, mio figlio, intendo Grossman immagina un villaggio, dove tutti hanno perso un figlio, ma non possono esprimere pienamente la disperazione per ordine del duca, ossia del potere: > indifferente, lento, fiacco, non cʼè dubbio: un duca esemplare . Lo scriba ha il compito di spiare gli abitanti per controllare eventuali trasgressioni del divieto. Svolge in qualche modo la funzione del narratore esterno. Trascrive le voci dei genitori in lutto, i quali, come in un coro della tragedia greca, gridano, in un canto funereo, dolce e irato ad un tempo, la propria storia e il proprio desiderio di riavere il figlio. Il loro canto esprime tutta la nostalgia e lʼangoscia di un rapporto tra genitore e figlio, che si interrotto bruscamente: il tenero ricordo della nascita e di quando era bambino, il rimorso di non essere stato un bravo padre, di non essergli stato vicino, il desiderio di sentire, almeno per unʼultima volta, il suo odore, toccare la sua pelle, abbracciarlo. > E allʼimprovviso, dentro di noi, sale il vapore del suo corpo intero, intatto e per un istante possiamo immaginare, è qui . La fissità del dolore potrebbe durare in eterno, ma viene rotta da un uomo, che decide di incamminarsi verso «laggiù», laddove pensa sia il figlio. Lʼatto disperato dellʼuomo mette in moto anche gli altri abitanti. Come in una processione sacra, camminano verso quel luogo misterioso che è lʼaldilà. La loro marcia si ferma davanti ad un muro, dinanzi al quale cadono in ginocchio > e ognuno di loro, e ognuno di noi, chiama per nome in un sussurro il proprio figlio Ed allora Grossman capisce che suo figlio è morto: > riconosco la verità di queste parole. È morto, è morto, ma la sua morte non è morta . La memoria si distacca dal dolore e, per quanto è possibile, ricordiamo senza soffrire. Ma allora il racconto, come la ritualizzazione del lutto, permette di allontanare il figlio: > è solo che il cuore mi si spezza, tesoro mio, al pensiero che io abbia potuto trovare per tutto queste parole . Il libro è una commistione tra prosa e poema. In prosa sono le annotazioni dello scriba e le riflessioni del Centauro, metà scrittore e metà scrivania, che rappresenta certamente lʼautore. La struttura in versi è utilizzata per il coro, che svolge due funzioni: riportare i dialoghi tra i diversi personaggi, i quali, più che parlare tra loro, comunicano con il figlio perduto: dare voce collettiva ai «viandanti», ossia al gruppo che si dirige alla ricerca dei figli defunti, nellʼaldilà. La forma narrativa è quella tipica della tragedia greca, con la differenza significativa che non si assiste ad uno svolgimento della storia, con un momento finale di effettiva catarsi. Non cʼè drammaticità nella trama complessiva, non cʼè di fatto una storia. Dʼaltra parte, il racconto è introspettivo, tutto allʼinterno della coscienza dellʼautore. Il contesto è kafkiano, surreale, non tragico. Si tratta di un percorso interiore nel quale i personaggi non sono altro che momenti della disperazione di Grossman, della sua angoscia e del suo disperato tentativo di accettare la morte del figlio. La mancanza di una trama narrativa fa prevalere il particolare rispetto al mondo complessivo del racconto. La narrazione si trasforma in frammenti poetici, suggestivi di per sé, ma isolati e dispersivi, in un contesto narrativo privo di svolgimento. Il lettore deve quindi farsi avvincere dal fascino delle singole parole e frasi. Si pensi al seguente periodo: > come nel momento in cui un neonato irrompe dallʼutero e dal corpo della madre, la morte di mio figlio mi ha trasformato nel padre che non sono mai stato, mi ha trafitto con uno squarcio e una ferita e un senso di vuoto, colmandomi altresì della sua presenza che da allora mi sommerge con unʼintensità mai vista.La sua morte mi ha reso capace di concepirlo. La sua morte mi ha reso un guscio vuoto di padre e anche di madre.La sua morte mi porta a scoprire un seno a chi non lo succhierà mai, e sulle pareti del mio utero, creatosi quel giorno, incide con le unghie di un prigioniero fuggitivo la conta dei giorni trascorsi senza di lui. Così, con uno scalpello trasparente, la sua morte ha scavato in me una consapevolezza: chi perde un figlio è immancabilmente donna . Perché non leggerlo? Troppe suggestioni allʼinterno di una storia priva di ritmo narrativo. Alla fine è noioso.
Cantilena mattutina nell'erba
> Il mondo intero era pieno di incantesimi in fermento nella nebbia che dilagava. I blocchi di lava si trasformavano in fortezze, i picchi di roccia in torri.... la nebbia fluttuava sopra le valli, trasformandole in calderoni ribollenti, calderoni delle Norme, e planava sulla lava, sui luoghi sacri, su alture lontane invisibili dai sentieri battuti dai cavalli. E la nebbia si riversa. Da dove vieni? Cosʼaspetti? Hai qualcosa davanti a te?, qualcosa dietro? O è solo questo, solo la tua vita, qui e ora, ovvero da nessuna parte? Come, perché, tu? Un ambiente irreale e angosce esistenziali attraversano tutto il romanzo. Siamo nel medioevo, nella mitica Islanda, Sturla è un personaggio storico, che persegue lʼambizioso disegno di unificare tutta lʼisola. Nella prima parte del libro, la più suggestiva perché forse ambientata nella natura misteriosa di unʼisola fredda e calda nello stesso tempo, la facile amicizia dei giovani si trasforma in tradimenti, uccisioni e violenze che contraddistinguono le lotte continue tra i clan. Bellissima è la scena iniziale della tempesta, dove la solidarietà permette al gruppo di ragazzi di salvarsi: ma è un legame che può sopravvivere solo nel sogno, in un castello fatato, dal quale bisogna uscire verso il proprio destino: > allora venne preso da un tale torpore che gli fu impossibile stare sveglio. E fu come se le sale là dentro si rinchiudessero nella montagna. Gli parve di svegliarsi di sobbalzo e che il paesaggio scomparisse nella nebbia. Allora si svegliò. E mai più ritrovò quel castello e i suoi abitanti . La lotta tra i clan conduce Sturla a compiere delitti, anche contro la chiesa. Nella seconda parte del romanzo Sturla va in pellegrinaggio a Roma per ottenere il perdono: è un viaggio per unʼ Europa medioevale dilaniata dalla violenza, in una paesaggio triste e cupo. I rimorsi perseguitano Sturla e si palesano in incubi notturni, in visioni terrificanti di corpi dilaniati. Quale deve essere la sorpresa quando ad accoglierlo non è una città santa, ma una Roma pittoresca e corrotta, che lo assolve in una scena surreale, dionisiaca e felliniana, tra personaggi mascherati, più degni di un festa orgiastica che di una cerimonia di espiazione. Al ritorno da Roma, Sturla si ferma a Parigi per impadronirsi delle arti della magia nera così da avere un mezzo in più per conquistare lʼIslanda. La terza parte del romanzo è un epilogo. Sturla comincia nuove battaglie e compie altre crudeltà: ma non è più sicuro di sé stesso, la sua debolezza lo perderà e lo condurrà alla morte. È ormai un uomo dai due volti come un personaggio di una leggenda, che si diceva che > per metà il suo volto era brutto e spaventoso, e così anche il corpo, mentre dallʼaltra parte era chiaro e bello quanto si potrebbe desiderare . La forza e la debolezza del romanzo stanno nella sua frammentazione: una serie di scene, fatte di una avvallarsi di episodi e di sogni, pensieri del personaggio, e sorrette da una prosa ricca di suggestioni, per certi aspetti vicina alla poesia. Anche se fortemente ambientato nel contesto islandese, da cui trae fascino ed ispirazioni, in realtà ciò che emerge è il dramma di un uomo che va verso la modernità e che non riesce a farsi rinchiudere, e limitare, dalle regole della società medioevale. Nei suoi dubbi e nel suo conflitto interiore, Sturla è veramente un personaggio dai due volti: il passato, e il suo ruolo sociale, che lo vuole guerriero e capo clan, e la coscienza di una inutilità esistenziale, di un divenire. Nel capitolo che dà il titolo al libro, la descrizione metafisica del mattino sintetizza questa sospensione e chiarisce il fascino della scrittura. > È mattino. Cʼera quiete, mentre il sole saliva sul crinale del monte, prima colmando di luce il passo, poi correndo ad abbracciare pareti e rocce. Addolciva massi e pietre aguzze, ne imbiancava qualcuna, ne indorava altre, smussava le asperità di picchi e rupi. Il vento era così tenue che i fili dʼerba erano immobili e rispecchiavano dritti e rigidi nel piccolo ruscello, aspettando. Che cosa?. Che fosse il momento, ancora una volta. E i fiori esultavano, quando il sole li abbracciò così delicatamente che non un calice né un petalo si mossero. Non regnava né gioia né dolore, erano la stessa cosa. Erano la stessa cosa, non cambiava nulla. Ma se era dolore, era così soave in quel chiarore appena nato, in quella resurrezione dorata, che non era pena; se invece era gioia, non era felicità. Ma il tempo attendeva in agguato, con la caducità insita in ogni cosa nellʼeternità del tutto, quando ogni cosa tende a tornare alla terra e a disgregarsi e a dissolversi in materia primordiale in cerca di forme nuove e sconosciute . Perché non leggerlo? La suggestione dei bozzetti, la profondità dei concetti, la bellezza delle descrizioni della natura non riescono a compensare la frammentazione del racconto e la frequente incomprensibilità dei contenuti e della successione degli avvenimenti.
La capitana del Yucatan
Il romanzo è ambientato a Cuba, durante la guerra ispanico-americana del 1898, che portò la Spagna a perdere le sue ultime colonie. Uno «yacht», l' Yucatan, deve forzare il blocco navale degli Stati Uniti per portare armi e provviste alle truppe spagnole, in gravi difficoltà per la concomitante avanzata dei ribelli indipendentisti e per la pressione della potente flotta americana. E' un vascello di piccole dimensioni, ma è un capolavoro d'ingegneria: le sue macchine gli permettono di toccare i ventisei nodi, il suo scafo di acciaio è suddiviso in diversi compartimenti stagni e dotato di una cintura di protezione, formata di fibre di cocco, che lo rendono inaffondabile. E meraviglia della tecnica! Lo «yacht» può inabissarsi lasciando visibile solo il ponte, così da sembrare un rottame alla deriva. Pure Salgari è rimasto abbagliato dai prodigi della tecnologia o cerca in tal modo di emulare il fascino del Nautilus di Giulio Verne, suo concorrente diretto. A comandare lo Yucatan è la marchesa de Castillo. La Capitana > aveva una bella testa, adorna d'una capigliatura abbondante, d'un nero assai cupo e ondulata come quella delle gitane spagnole, (...) aveva la pelle di quel pallore senza riflessi, d'una tinta strana, che solo si trova nelle creole delle Grandi Antille, (...) occhi di un nero perfetto, (...) lunghe palpebre setose, (...) labbra rosse come un melagrana. Dopo una tale descrizione ci saremmo aspettati una storia ammaliante come quella di «Yolanda la figlia del Corsaro Nero» o ambigua e misteriosa come il racconto di «Capitan Tempesta» (vedi recensioni in questo sito); e invece la marchesa de Castillo sta ai margini, emergendo solo a tratti e in un ruolo comprimario, mentre il vero protagonista è il tenente Cordoba, > un lupo di mare (...) di statura piuttosto bassa, tutto nervi e muscoli, con un viso angoloso, abbronzato dal sole della zona torrida e dalla salsedine dell'aria marina. E' lui che conduce l' Yucatan e il suo equipaggio in una successione di avventure, in mare e in terra. In una di queste imprese Cordoba, con una piccola scialuppa, va a sganciare dei siluri contro una cannoniera facendola esplodere e aprendo la via al piccolo vascello; in un'altra l' Yucatan si nasconde in una grotta marina, in un'altra ancora riesce a fuggire abilmente tra una moltitudine di scogli e di secche. Siamo nella costa Sudest di Cuba, di fronte al Messico, piena di isolotti, di canali marini simili ai fiordi, ricca di una natura lussureggiante, descritta sempre con toni cupi, quasi ad anticipare il finale dolente. Il mare è abitato da > splendide meduse somiglianti a grosse lampade di vetro smerigliato, d'una tinta pallidissima ; i fenicotteri assumono un aspetto fantastico, con la coda > coperta di penne d'uno splendido color rosa carminio, che lungo le ali diventa d'un superbo color rosso corallo o rosso fuoco ; nelle foreste predominano manghi giganteschi, con > liane smisurate che salivano e scendevano lungo i tronchi con mille contorcimenti o aggrappandosi ad una infinità di piante parassite che formavano dei fitti festoni ; e > l'aria è talmente pregna d'umidità che corrompe ogni cosa , tutto si guasta, ammuffisce, si decompone, su tutto grava la terribile febbre gialla. Tra questi miasmi malefici si compie l'ultima corsa dello Yucatan. Troppa è la potenza degli Stati Uniti! Non si può lasciare il meraviglioso vascello agli imperialisti americani, meglio affondarlo con la dinamite. > La marchesa gettò uno sguardo lagrimoso sulla fumante carcassa, semisommersa fra le acque e le sabbie e mormorò, con un sospiro: «la nostra missione è finita!». In misura maggiore che in altri romanzi emerge il Salgari divulgatore. Mescolando paesaggi a lui vicini e resoconti di viaggiatori e geografi (nella seconda metà dell'Ottocento anch'essi ricchi di immaginazione), lo scrittore descrive il mare e le coste in modo minuzioso, con dettagli naturalistici e marinari. Nello stesso modo si comporta nel racconto dell'assedio di Santiago, enumerando le navi americane e illustrando le diverse battaglie. Da un lato ci sono i valorosi ma sfortunati spagnoli e dall'altro i perfidi americani, > il sindacato dei finanzieri , gli imbelli negri ( > grandi cappellacci, piume gigantesche, (...) una tremarella indiavolata) , e i creoli che mancano di coraggio, forse si chiede Salgari, per il clima o l'oppressione costante degli spagnoli. Si sente puzza di razzismo o, più banalmente, un desiderio di rivalsa per la grave sconfitta subita dall'Italia in Etiopia (Adua è del 1896). L'intento divulgativo appesantisce il ritmo narrativo, frammentato e rallentato da troppe digressioni. Manca poi quel sistema di personaggi tipico dei romanzi di Salgari che contribuisce ad alleggerire la trama: un protagonista, generalmente tenebroso, con due caratteri di spalla, spesso lievemente ironici e sapientemente realisti. Qui a dominare la scena è Cordoba, carattere troppo consapevole della propria superiorità di lupo di mare per dare spazio agli altri attori, persino alla stessa Capitana, la quale, infatti, si dichiara sua allieva. Perché leggerlo? E' prolisso e ripetitivo a tratti, ma offre uno squarcio di un pezzo di storia poco conosciuto.
I casi del commissario Croce
Nel prologo Ricardo Piglia riporta un'annotazione di Carlo Marx sul male, come > principio fondamentale che ci rende creature sociali, (...) risiede qui la vera origine di tutte le arti e le scienze e, a partire dal momento in cui il male dovesse cessare, la società necessariamente decadrebbe, se non addirittura perirebbe . Se pensiamo alla storia dell'Argentina, storia che l'autore attraversa saltellando qua e là, la violenza, lo sterminio dei popoli nativi, i ripetuti colpi di stato da parte dei militari, il populismo peronista e il liberismo spietato, la repressione poliziesca sino ai desaparecido, non sono anomalie ma elementi connaturati a una società capitalistica; e solo con un approccio razionale si può trovare una spiegazione possibile. Per raggiungere questo fine Ricardo Piglia ha inventato il commissario Croce, un «geniale investigatore» con il nome di un filosofo italiano hegeliano, Benedetto Croce. E' una coincidenza? No di certo, se si considera che «il vero destino di un kantiano è la scuola di polizia» anche se > nessuno è padrone dei propri pensieri. Non esistono le cosidette proprie idee, pensare o è appropriato o non è appropriato e pure «se non distruggiamo i pensieri, i pensieri distruggono noi». Per spaziare liberamente Piglia non sviluppa un'unica trama, ma si affida a racconti, che l'autore vorrebbe presentare come casuali, inseriti senza un filo logico. In realtà, forzando forse l'intenzione dell'autore, li possiamo raggruppare in alcuni filoni. Il "Film", «L'eccezione», «L'impenetrabile,»La Promessa > , sono racconti che riguardano momenti salienti della storia argentina. Si prenda L'impenetrabile > dove Croce è incaricato di risolvere la scomparsa dell'ingegner Panizza, noto industriale ma dal passato oscuro. Croce risale il Rio della Plata, gli era facile perché aveva trascorso molte estati sulla vasta laguna (...) per sfuggire alla routine e condurre una vita filosofica«. E quando lo incontra, Panizza dice parole enigmatiche (tipo»l'organizzazione del tempo, e non l'invenzione della macchina a vapore è la chiave del capitalismo > ) per poi squagliarsela definitivamente. Chi è Panizza? E' uno dei tanti europei scappati dopo la seconda guerra mondiale e che non vogliono farsi trovare? E che dire del pianto del commissario nel finale del racconto il Film > , quando Croce scopre che la biondina protagonista della pellicola pornografica è Evita Peron, quella donna che tanti avevano amato come una vergine > . Altri racconti rappresentano i tratti essenziali della società argentina: la malinconia ( La musica«), la superstizione come in»L'Astrologo«e in»Tigre«, la virilità come nel paradossale e indecifrabile»Signora X«, l'amore per il rischio come nel»Giocatore > . E infine Piglia si sofferma sul genere criminale facendo intravedere la sua predilezione per le storie poliziesche all'Agata Christie e per i misteri sconcertanti di Poe. I racconti sono un manuale d'istruzioni e di riflessioni, da cui scopriamo che il metodo di Croce opera mediante analogie metaforiche, combina l'intuizione poetica con la precisione matematica" («La conferenza», «La risoluzione» e «Il metodo»). Sullo sfondo c'è sempre l'Argentina: > le strade sono deserte, non c'è un'anima da nessuna parte, non c'è nessuno al porto, è tutto morto, una cosa demenziale, ettari ed ettari di campagna e dietro non c'è niente, cani randagi, ossa al sole, e solo vento, polvere e solitudine. (...) Siamo stati sconfitti così tante volte che ormai non cambiamo più . Sarebbe necessario conoscere l'Argentina e la sua storia per apprezzare questi racconti; eppure, queste brevi storie ci creano dell' invidia immaginando quale potrebbe essere il nostro Noir, oggi di così grande successo, se ripercorresse il nostro passato recente favorendo la trasmissione della Memoria. Dal punto di vista narrativo la lettura riporta ai «sessanti racconti» di Dino Buzzati (vedi recensione in questo sito): lo stesso senso del paradosso e la medesima disillusione rassegnata. Se si pensa che «i casi del commissario Croce» sono l'ultimo libro di Piglia, scritto quando era già un malato avanzato di SLA, siamo dinanzi a un ben triste testamento, insieme con il desiderio di lasciare un approccio letterario e trasmettere la passione per il genere criminale. Si fa fatica a finire la lettura, talvolta i racconti sono dispersivi, con numerosi incisi narrativi, talvolta le storie sono troppo paradossali, come accade in Buzzati, è difficile restare avvinti. Perché non leggerlo? E' interessante ma prolisso e frammentario.
Cassandra a Mogadiscio
> Jirro in somalo significa «malattia», letteralmente è così. (...) Ma Jirro per noi è una parola più vasta. Parla delle nostre ferite, del nostro dolore, del nostro stress postraumatico, postguerra. Jirro è il nostro cuore spezzato. La nostra vita in equilibrio precario tra l'inferno e il presente. Questo libro parla di questa malattia, fisica e spirituale, lacerante e nostalgica; e lo fa con un taglio autobiografico, che si costruisce > in costante movimento. Il passato non è mai fermo, segue i nostri cambiamenti , come scrive Scego nella sua postfazione. L'autrice immagina un colloquio con la nipote che vive a Londra, e la trama è cadenzata da parole chiave in somalo, che partendo da Jirro prosegue in una serie di tappe di storia personale, familiare e collettiva: eventi, relazioni, fisicità, memorie, profezia. Gli eventi sono due: il 1971, quando i genitori hanno abbandonato la Somalia dopo il colpo di stato di Siad Barre, il 1991, quando la Somalia precipita nel caos della guerra per bande. > «Nessuna strada ci riporterà a casa, figlia», dice lei (Halima, la madre di Scego) con una durezza che non le ho mai sentito prima. > Le strade sono state interrotte. Le case sono crollate su se stesse. Noi siamo diventati belve. E Mogadiscio è stata seppellita dai suoi stessi abitanti sotto un cumulo infinito di cadaveri . La Somalia in guerra, ma sempre lì nel cuore, strazia le relazioni tra la madre e Igiaba. Un giorno, nel 1989, la madre attraversa Roma per un possibile lavoro di domestica ma è respinta perché nera. > Urla nel silenzio. (...) E con quell'urlo, senza voce, con quell'umiliazione senza tempo, si insinua nella mente colma di nostalgia lo skyline di Mogadiscio. Arrivato lì, al centro dei suoi sospiri, per confortarla. Torna in Somalia; scompare per due anni senza dare più notizie perché travolta dalla guerra civile. Per Igiaba, ancora adolescente, è un abbandono con un impatto devastante: comincia a soffrire di bulimia nervosa. > Dagalka wabu dilai je'eelka. La guerra uccide l'amore. (...) Io vomito la guerra. Fino ad azzerare in me ogni sogno. Fino ad azzerare in me ogni me. Come quei parenti di mia madre persi nella bruma del loro scontento. E nel Jirro che non gli dava tregua. Al ritorno, Halima comincia a parlare alla figlia, > da donna a donna. Se prima le aveva raccontato della sua infanzia, in campagna a pascolare le pecore, adesso le narra la sua vera vita. > Il trauma di aver perso il paese natale lei e il paese di origine io ci accumunava nel lutto. (...) Voleva, a livello inconscio, (...) passarmi la sua vita. Perché non si trattava più di una storia famigliare e basta. Halima ricorda di come sia stata infibulata, e naturalmente > parlava di papà. Costruiva la sua leggenda. (...) Lei una centralinista e lui un uomo bellissimo, primo cittadino di una città che odorava di spezie. Poi, avvolta nella sua veste bianca, ogni tanto (...) mi cercava con lo sguardo. E in quel contatto di occhi, io figlia, lei madre, pensavamo al profugo. All'esilio che avevamo attraversato insieme. Quella malattia agli occhi che perseguita oggi Igiaba, ormai verso la menopausa, quel non aver figli o un marito, tutto questo deriva, forse, dall'avere somatizzato la lacerazione della sua vita, lei italiana innamorata di Roma, lei figlia di una Somalia distrutta? Che la tragedia dei popoli colonizzati, sfracellati e destinati all'oblio, le sofferenze dei migranti del mondo, le guerre, le stragi , le donne e i bambini violentati e trucidati, che tutto questo sia un segno di un destino che ci aspetta, anche noi ricchi, confortati dalle nostre belle leggi, e dall'aria condizionata? Un' amica ha proposto a Igiaba di leggere le Troiane di Euripide. Al centro c'è Cassandra che dice: > Io porto la fiaccola, io celebro, inondo la luce, vedete, con questa mia lampada il tempio. Come Cassandra, anche noi (umanità dilaniata) la portiamo la fiaccola. (...) Portarla è il nostro fardello. I romanzi di Scego hanno un filone comune: l'intreccio tra storie personali e vicende generali e come sia possibile scoprire sé stessi, e gli altri, solo dal dipanarsi di questo inviluppo dentro la propria coscienza. E' quindi imprescindibile per l'autrice scrivere racconti complessi, con molte vicende parallele in un contesto fortemente politico, e poco psicologico. In «Oltre Babilonia» del 2008 il punto di sintesi è data dalla lingua, in quella scuola di arabo, dove gente di diverse provenienze studia questo «esperanto»; in "Adua > del 2015 l'autrice parla di un tradimento, di un'Italia amata che scaccia il migrante, e infine in quella commistione di realtà e fantasia che è Una linea di colore > del 2020, due donne realmente vissute si sintetizzano in un personaggio inventato, che porta con sé le ferite dell'emigrazione e della schiavitù, (vedi le recensioni di questi libri in questo sito). In Cassandra a Mogadiscio" Scego cambia prospettiva, come non mai parla di sé stessa, confessa le proprie fragilità fisiche e psicologiche. La brillante e simpatica scrittrice, incontrata in tante Feste dell'Internazionale, si rivela una personalità tragica, che evoca e interiorizza dolori esistenziali e planetari: un Ungaretti contemporanea. Parla della Somalia? No, sta parlando del suo Paese amato, l'Italia, sull'orlo della frantumazione, della sua Roma, in balia della violenza verbale e fisica, della sua adorata lingua, l'italiano, che pare ormai destinato a una regressione nelle sue antiche lingue locali. Insomma, narrando la sua famiglia e il suo Paese di origine, Scego riflette su sé stessa come italiana. Dov'è la Terra Promessa? O quella di Ungaretti è solo un'utopia disperata? Il punto di forza di Scego è sempre la scrittura; pur in un italiano semplice e immediato, l'autrice evoca sensazioni che lasciano il segno nel lettore: sono spesso brevi frasi, messe lì inaspettate, non sempre inserite nel filo della narrazione, quasi che Scego si lasci trasportare dalle emozioni più che dalla trama. Quest'ultima è un punto di debolezza; la ricchezza della narrazione non è ricondotta in modo efficace a una sintesi facilmente rintracciabile dal lettore. A questa confusione narrativa contribuiscono gli espedienti letterari che tanto paiono piacere alla scrittrice; in questo caso sono i colloqui con la nipote così come la scansione dei capitoli per parole chiave, che spesso non sintetizzano i contenuti dei capitoli stessi. Scavando poi come non mai nel proprio intimo e nelle proprie relazioni fondamentali, in particolare verso la madre, emerge la carenza delle analisi psicologiche. Quelle di Scego, come di molti autori non occidentali, sono storie corali, introiezioni del dolore universale più che introspezioni dei propri sentimenti. Perché leggerlo? Si scopre una Scego non conosciuta, la lettura è tuttavia difficile.
Chi dice e chi tace
Il romanzo è ambientato a Scauri, un paese in provincia di Latina, dove è nata e cresciuta l'autrice. > Sul lungomare i lidi splendevano nella luce dorata del tramonto. (...) Coppie di fidanzatini passeggiavano allacciati, due donne, entrambe con una tuta di ciniglia, camminavano svelte...(...) Gli intonaci della case cercavano di resistere alla salsedine, dalla Bussola arrivava una musica ballabile e gli uomini fumavano e bevevano birra tenendosi la pancia. (...) Alle pareti del dopolavoro ferroviario erano affisse una foto sbiadita di Gramsci, un'immagine ricostruita di Berlinguer, la prima pagina del primo numero dell'Unità.... In questa insignificante e sonnolente località della costa laziale prende dimora Vittoria, che vive in una villa con una giovane donna. > Occhi non chiari ma pieni di luce, portava un cappello di paglia che aveva visto giorni migliori, pantaloni morbidi, un maglione bianco a trecce, (...) Vittoria sembrava uscita dalle pagine di Oggi. (...) Sembrava una principessa araba in una tenuta di campagna toscana. Chi era Vittoria? A questa domanda cerca di rispondere Lia quando il corpo senza vita della donna è trovato nella vasca di bagno della casa. In un ambiente indifferente e pettegolo, Lia pare l'unica a interessarsi delle cause della morte (suicidio o omicidio?) e soprattutto di chi fosse realmente Vittoria, perché aveva abbandonato Roma e perché conviveva con una ragazza, che non poteva certo essere sua figlia. E Lia scopre che Vittoria è come > il greco, aveva lasciato poche tracce e per raggiungere il significato, ammesso ce ne fosse uno, bisognava procedere ricombinando gli elementi, consci che sarebbe sempre rimasto un margine per l'interpretazione o, nel peggiore dei casi, che nessuna delle combinazioni avrebbe avuto senso. E' chiaro che Chiara Valerio ha molto amato e sofferto il greco antico!. Sotto l'apparenza di un racconto Noir, Lia s' inoltra nel labirinto di quel mistero che alberga in tutti noi, indecifrabile ma cui cerchiamo di dare ordine. A questo conflitto interiore che anima la letteratura, come diceva Ungaretti, l'autrice cerca di dare una soluzione con un approccio troppo razionale, facendolo diventare un rompicapo filosofico o matematico che cela la paura di allontanarsi dai definiti e rassicuranti valori prevalenti. E se Lia fosse stata attratta sentimentalmente da Vittoria? Su un lungomare che non è quello di Scauri, forse sulle rive del Nilo o in un' oasi del deserto, > vedevo Vittoria. (...) Mi avvicinavo e le chiedevo. Perché? Vittoria sorrideva, (...) mi prendeva il viso tra le mani, mi baciava. Io chiudevo anche gli occhi. Nel sogno ero felice. Ancora un rumore, una voce, due voci. Staccavo le labbra da quelle di Vittoria e mi guardavo intorno. Le mie figlie correvano verso di me.... Per me è stato un romanzo sofferto, abbandonato e poi ripreso per voler arrivare comunque alla fine e scoprire l'enigma e il mito di Vittoria. I due aspetti si sovrappongono: da un lato svelare cosa c'è dietro a questa donna della buona borghesia romana, dall'altro capire perché nella piccola e provinciale Scauri Vittoria si sia trasformata in un riferimento immaginario e vagheggiato. Sarebbero già stati due temi complessi da portare avanti insieme, oscillando tra noir e romanzo sociale; Valerio ha voluto anche indagare il vissuto di Lia, senza però svelarne fino in fondo la psicologia, le frustrazioni e i desideri di trasgressione. Tutto è rimasto in superficie. La scrittura accentua la fatica del lettore: le frasi scarne e apodittiche, l'uso ripetuto del punto per chiudere periodi senza verbo, il frequente cambio di soggetto narratore, io, lei e tu, le numerose digressioni, l'affollamento dei personaggi, i mutamenti di direzione nello sviluppo del racconto, sono caratteristiche stilistiche che accrescono la frammentazione della narrazione e rompono il fluire del discorso. Chiara Valerio ha uno stile spigoloso e saggistico, mentre le parti migliori sono proprio quelle in cui traspaiono elementi onirici e una soffusa nostalgia della sua Scauri. Perché leggerlo? Interessante la figura di Lia ma è un romanzo faticoso.
La città dei prodigi
Il romanzo racconta la storia di Barcellona tra il 1888 e il 1929; un arco di tempo tra due esposizioni universali, che videro la trasformazione urbanistica e sociale della città. Mendoza, giornalista catalano ma non indipendentista, narra i cambiamenti di Barcellona dal punto di vista di un misero ragazzo di campagna, che viene a lavorare a Barcellona all' edificazione delle strutture della esposizione del 1888; ragazzo, che dopo un breve periodo al servizio dei lavoratori, diviene un uomo d'affari spregiudicato e un po' criminale. Così l'autore presenta Onofre Bouvila: > basso di statura, con ampie spalle, (...) lineamenti pallidi e ruvidi, capelli neri arruffati. I vestiti erano rattoppati, in disordine e poco puliti. (...) C'è qualcosa nel suo sguardo che rende nervosi. Però, non c'è da temere, > un'altra piccola sardina che la balena (Barcellona) si mangerà senza neanche accorgersi. Non sarà così. Onofre farà rapidamente carriera dentro il sindacato anarchico per l' impegno e le qualità di leadership. Potrebbe continuare a fare attività politica, probabilmente finendo in carcere, sicuramente restando povero e sfruttato. Invece, senza apparenti rimpianti, diviene il guarda spalle di un affarista, che si serve di Onofre come un picchiatore senza scrupoli, utile in una città travolta dalla speculazione immobiliare, dalla corruzione e dalle ruberie, con una borghesia rampante, pronta a tutto pur di arricchirsi. Come una sorta di Mastro Don Gesualdo catalano (si veda la recensione del libro di Verga in questo sito), Onofre sale la scala sociale, crea le giuste relazioni con l'alta borghesia, sposa una rampolla di un'altolocata famiglia di Barcellona, diviene un uomo potente, immensamente ricco, senza remore morali, sempre determinato sulla via del successo. Che cos'è che lo muove? Un giorno. all'inizio della sua ascesa sociale, va da una chiromante per conoscere il futuro. La risposta delle carte è vaga, come sempre; ma la donna vede che non gli spetta la felicità né la ricchezza: ciò che persegue Onofre è la vendetta. Il padre, un uomo d'affari, millantatore e pasticcione, è stato umiliato nella sua vita; Onofre vuole riscattarlo dimostrando che il figlio non solo diventerà ricco e potente, ma potrà piegare ai suoi piedi quella stessa borghesia che aveva così disprezzato e cacciato il padre. E' come Il Conte di Montecristo o un banale rappresentante di un sistema corruttivo che ha plasmato Barcellona? Non lo sapremo mai, l'autore non indaga l'animo di Onofre, un personaggio che resta sempre nelle ombre della nebbia di una città tumultuosa, la vera protagonista: di fatto, Barcellona si è mangiata la sardina, malgrado che Onofre creda di dominarla. E forse, proprio per affermare disperatamente la sua supremazia, per l'esposizione del 1929 Onofre si fa costruire un elicottero, allora oggetto prodigioso, e con questo mezzo scompare in cielo, dinanzi a una folla sbalordita e agli occhi increduli di Alfonso XIII e del dittatore De Rivera. E' una fuga? E' salito in Paradiso? O semplicemente è scoppiato l'elicottero uccidendo Onofre? L'autore non lo dice, lascia a noi trovare il finale di una vita straordinaria. Ciò che è certo è che alla fine del 1929 De Rivera sarà costretto a dimettersi e l'anno successivo Alfonso XIII lascerà il trono e verrà insediata la repubblica. E' finita un'epoca per la Spagna e Barcellona, si avvia un'altra storia. Come capita spesso nei romanzi moderni, il libro è lungo e dispersivo. La parte migliore è la prima, in cui l'autore racconta l'arrivo di Onofre a Barcellona, l'ambiente in cui vive, la miseria, la fatica, i strani personaggi che frequentano la casa dove il ragazzo ha trovato alloggio; è particolarmente intrigante la figura di Dolfina, compagna di lotta, sempre insieme a un gatto nero, selvaggio e aggressivo; ragazza che è il primo amore dell'ingenuo Onofre, il quale, nel conquistarla, mostra già quel cinismo e quella determinazione che lo accompagnerà per tutta la vita: uccide il gatto nero, lo elimina perché un ostacolo, come farà fuori tutti quelli che gli impediranno di raggiungere i suoi obiettivi, a prescindere dai legami affettivi. Nella costruzione dell'ambiente si percepisce Charles Dickens (si vedano le recensioni di David Copperfield e di Oliver Twist in questo sito), anche se Mendoza affronta il tutto con un tratto ironico e distaccato, senza moralismi. Peccato che questo stile narrativo si dissolve nel corso del romanzo, insieme alla capacità di costruire i personaggi, sempre più banali, e perdendo l'approccio storico- sociologico che aveva così ben delineato la prima parte. Perché Barcellona è la città dei prodigi? Non certo per il suo sistema corruttivo, di cui Onofre è un rappresentante; Barcellona è una città stupefacente perché si è sempre reinventata, in un processo interminabile di distruzione creativa, lottando, in modo anche velleitario, contro Madrid e gli avvenimenti che spesso le sono stati ostili. Mendoza pare suggerire che l'annientamento totale della città all'inizio del Settecento, alla fine della guerra di secessione spagnola, abbia azzerato il passato e abbia contribuito a creare un clima culturale e sociale orientato al futuro, pronto di continuo a travolgere la città sotto il profilo urbanistico, architettonico ed economico. Perché leggerlo? E' interessante sotto il profilo storico, ma troppo lungo.
The Clan of the Cave Bear (Ayla, figlia della terra)
Il romanzo è il primo di una saga di successo, che ha come protagonista una donna Sapiens in un'Europa di milioni di anni fa, quando la nostra specie convisse a lungo con l'uomo di Neanderthal. A seguito di un terremoto la piccola Ayla si trova abbandonata, destinata senza dubbio alla morte. Viene accolta da una tribù di Neanderthaliani. La regola vorrebbe che un individuo degli «Altri» sia soppresso perché > ogni deviazione dal comportamento usuale potrebbe scatenare l'ira degli spiriti. E la bambina è realmente diversa: > aveva poco più di quattro anni, (...) ma camminava eretta su gambe forti e muscolose, (...) la sua bassa fronte si piegava indietro in una lunga, larga testa, che si appoggiava su un collo corto e spesso , poteva articolare dei suoni, poteva persino ridere. A salvarla sono due persone importanti del Clan: Iza, la curatrice, e Creb, lo sciamano. Li muove un sentimento di curiosità e solidarietà insieme. Sono coscienti che Ayla crescerà in un ambiente diffidente, se non ostile, e dovrà imparare a comportarsi come la gente del Clan: adottare la corretta postura di una femmina Neanderthaliana, rispettare i rigidi ruoli sociali, imparare il linguaggio dei segni, reprimendo ogni pulsione al linguaggio parlato. > Ci sarà il tempo, Iza pensava, di insegnarle le buone maniere. Stava già cominciando a pensare alla bambina come sua. (...) Creb era silenzioso, pieno di pensieri. > Essere accettata dentro il Clan non cambia chi è. E' nata dagli Altri, come può imparare tutta la conoscenza che hai? Tu sai che lei non ha memoria . Non ha il passato dei Neanderthaliani, quell'insieme di conoscenze e valori che si sono sedimentati nei millenni e sono la struttura portante della loro società. Per esempio, la tradizione vuole che le femmine non vadano a caccia, funzione sociale che spetta solo ai maschi e su cui essi hanno creato il loro potere. Irrequieta, curiosa, indisciplinata, Ayla ha imparato di nascosto a cacciare con la fionda, ed è bravissima. E' la prima, e non sarà l'ultima, deviazione dalle regole. Tutte le volte, la generosità di Ayla, la sua evidente volontà d'integrarsi nel Clan e la diffusa credenza che Ayla sia protetta da uno Spirito superiore, portano la tribù a perdonarla, sino a vederla come una di loro. Ayla vive un conflitto interiore tra integrarsi nella comunità ed essere libera, essere sé stessa, non più oppressa da una società claustrofobica. A trattenerla è l'affetto per Iza e Creb, che l'hanno accolta contro il parere di tutti. Malgrado i suoi sforzi, Ayla ha un nemico irriducibile: Broud, il futuro leader del Clan; gli indispone l'atteggiamento della donna degli «Altri», falsamente remissivo, lo irrita la crescente popolarità della donna, contesta la sua stessa inclusione nel Clan, contraria alla tradizione. E' animato da un misto di pulsioni di potere, di ottusa ottemperanza alla tradizione ed anche da una inconfessabile attrazione per Ayla. Come per tutti i maschi messi alle strette, non resta che lo stupro. Broud violenta Ayla, che resta incinta e dà alla luce un bambino, che porta le sembianze dell'Homo Sapiens e quelle dell'Uomo di Neanderthal. E' un mostro! grida Broud, va soppresso secondo le regole. Ma così non avviene, anzi le femmine del Clan che hanno appena partorito si rendono disponibili ad allattare il figlio di Ayla, la quale ha perso il latte. La solidarietà femminile è più forte della tradizione! Vicina alla morte, Iza ricorda ad Ayla che un giorno Broud sarà il capo e allora > non penso che tu dovresti vivere con questo Clan quando Broud diviene leader. (...) Penso che sarebbe meglio che andassi via. Decretata morte vivente da Broud, isolata ed emarginata, ad Ayla non resta che il cammino verso altre terre, alla ricerca degli «Altri». La scrittrice attinge con sapienza all'antropologia per ricostruire i meccanismi sociali del Clan, meccanismi che sono descritti con minuzia di particolari. Si potrebbe facilmente obiettare che la società dell'uomo di Neanderthal poteva essere profondamente differente da quella delle società primitive dell'Homo Sapiens. E' un'osservazione corretta ma non rilevante ai fini della lettura del romanzo, il cui tema è l'accoglienza del diverso. Dobbiamo dire che l'integrazione fallisce: malgrado gli sforzi, Ayla resta una degli «Altri», desiderosa di libertà, innovatrice ed esploratrice (suggestive le pagine che descrivono la piccola Ayla alla scoperta della foresta); la gente del Clan cerca di includere Ayla, ma non riesce a ribellarsi a Broud, non possono rompere le regole, andare contro la tradizione. Il messaggio è pessimista, alla luce dei conflitti del presente, saremo mai capaci di accogliere chi è diverso da noi? Forse, se ci liberiamo dalla Memoria. Il romanzo è lungo e prolisso, alternando momenti di tensione con lunghe pagine che poco aggiungono alla storia. Costruito intorno a un articolato sistema di personaggi, il racconto si disperde in una marea di nomi, perdendo la focalizzazione sui protagonisti e sulla rappresentazione dell'ambiente, sociale e naturale. Si va avanti nella lettura aspettandosi sempre qualcosa di nuovo, come per esempio l'incontro con gli «Altri»; invece, non avviene niente di dirompente e la conclusione pare scontata. La scrittura è lineare, elegante e ricca nel lessico: un bell'inglese. Perché leggerlo? E' molto lungo, ma vale la pena, alla fine.
La colpa
È possibile sfuggire allʼangoscia solo frugando nella propria mente, inseguendo una > follia lucida di costruzione di possibilità terribili perché plausibili, plausibili perché possibili, possibili perché pensate, pensate perché presenti da qualche parte, nella mente... (come) un Prometeo nudo, arrossato, gocciolante, legato dallʼimmaginazione con lacci dʼacciaio sulla cima più alta e più esposta a strapiombo sullʼabisso ? O è necessario un fatto, anche traumatico e violento, che costringa ad uscire dai propri incubi, a riscoprire lʼamicizia, a reinventare «tenerezze e assalti» da «drappi e materassi sfondati»? Questo romanzo narra una rinascita a nuova vita. In una Marecchia descritta come una terra selvaggia, una «landa nera e brulla», Estefan è un diciannovenne sbandato e disorientato, come tanti ragazzi. Porta con sé un profondo senso di colpa. Ancora bambino, gli è morto accanto il fratellino durante la notte, senza che lui se ne accorgesse. Lo poteva salvare? O è lui che lo ha ucciso? Da quel momento Estefan è diventato il > figlio più stronzo, gatto davanti ai fari, sacco per boxeur... meglio non esistere, a volte, per gli altri. Meglio, a volte, non esistere affatto . E da allora lo accompagna un incubo: immagina di essere al bordo di un buco, della cui profondità non distingue i contorni e non capisce i colori, ma intravede «bambini, altalene, scivolo, strilli, lacrime» e soprattutto > Mamma killer cartonata... Mamma terrifica, Mamma con labbra colore arteria sottili sottili. Sottili che tagliano. È vestita con papaveri neri strappati.. (e) ride, ed è una risata brutta, una risata che sembra tirata su con uncini potenti, che potrebbero stracciare la faccia di Mamma tutta intera . Si potrebbe dire facilmente, e superficialmente, che Estefan avrebbe bisogno dellʼaffetto dei genitori, e soprattutto di sua madre. Ma la realtà non è così facile, perché la perdita del fratellino ha travolto una famiglia un tempo serena, ha distrutto le relazioni reciproche, ha caricato Estefan della colpa di essere sopravvissuto. Il racconto narra la vita disordinata e senza senso di Estefan, tra corse in macchina, spinelli ed alcool, discoteche, sempre fuori casa e contro la scuola, continuamente in un conflitto sordo con il mondo degli adulti. Cʼè, tuttavia, unʼamicizia profonda, quella con Martino, un altro ragazzo difficile, che alterna unʼapparente docilità con scatti improvvisi di violenza. Anche lui porta con sé una ferita dallʼinfanzia: è stato violentato dallo zio quandʼera bambino (sinceramente unʼinutile ridondanza ai fini della narrazione). Una sera, vagando nella «selvaggia» Marecchia, Estafan si imbatte in un casolare isolato di un vecchio contadino che vive con la nipote, una bambina rimasta orfana sin dalla nascita. La madre era una tossica, morta dandola alla luce. Le peripezie di Estefan tra gli animali della fattoria e lʼincontro con la bambina sono una delle parti più riuscite del racconto. Lʼautrice non riesce, tuttavia, a liberarsi dal piacere dei rimandi introspettivi ed allucinanti, ricadendo di nuovo nella trappola delle immagini inquietanti, senza abbandonarsi alla dolcezza della favola. Lo sterco, il fieno, gli animali da cortile, le attrezzature diventano, per il protagonista e per lʼautrice, un > non luogo. Un luogo del pensiero in cui il tempo si sfracella. Cʼè la mietitrebbia fossile, il fieno e i ragni, il pollo e chissà cosʼaltro. Microbi e batteri come se piovesse, ragnatele di una perfezione imbarazzante e un delirio di giochi di luce da gustarsi in silenzio. Qui il tempo passato e quello presente si compenetrano... (ma) il futuro è fottuto . La storia è,tuttavia, più tenace della propensione al delirio auto distruttivo. Nasce unʼ affettuosa e singolare amicizia tra Estafan e il bambino: un legame che resiste anche quando si riaffaccia il senso di colpa. Per una serie di casualità, infatti, il nonno della bambina, uscito di notte a cercarla, si uccide con un colpo di fucile. Estafan fugge disperato dopo essersi assicurato che la bambina fosse in buone mani. Nella corsa subisce un incidente gravissimo. Lo ritroviamo in ospedale, solo e con «il dolore che gli occupa la mente», ma Martino e la bambina sono lì ad aspettarlo. > Il ragazzo (Martino) gli prende le dita fra le sue. Estefan apre gli occhi, mette a fuoco. E non gli sembra vero, per la prima volta non rimpiange il bianco . Nei ringraziamenti lʼautrice osserva come > scrivere questo libro abbia significato per me dare senso a tanti eventi, è stato un processo doloroso e stupendo . Senza dubbio questo percorso interiore è andato a scapito della lucidità complessiva, della trama e dellʼapprofondimento dei personaggi. Il lettore apprezza lʼidea narrativa e i contorni, anche se abbozzati, dei protagonisti e dellʼambiente, ma non può non rimpiangere lʼoccasione perduta, ciò che poteva essere il romanzo se lʼautrice si fosse trattenuta da inseguire gli incubi e i deliri della mente. La scrittura è ridondante di aggettivi e di immagini, quasi barocca e spesso criptica. Andrebbe riscritto. Perché non leggerlo? Lʼinseguimento degli abissi della mente è noioso, alla fine.
Un colpo di Stato
Si tratta di un breve racconto, ambientato nel Benin e che descrive alcuni episodi di un colpo di stato. Lʼautore si trova nel paese africano e viene catturato, insieme con un francese, da forze militari, che non si capisce se fanno parte dellʼesercito regolare o dei colpisti. Nelle vicende narrate predomina una generale confusione, in merito alle origini del colpo di stato, ai ruoli svolti dalle forze militari e agli stessi personaggi che si incontrano. Predomina nellʼautore un senso di frustrazione: viene interrogato, mantenuto in prigionia senza mangiare e bere, viene colpito e poi liberato con molte scuse per lʼequivoco. Sembra una vicenda irreale, come se fosse stata inventata e proprio per questa emblematica di una follia collettiva. È lʼAfrica che si disgrega e lʼautore ne è uno spettatore sbalordito ed incredulo. Perché non leggerlo? È un racconto troppo esile per risultare interessante ed attrattivo.
Confessioni del cavaliere d'industria Felix Krull
Quale mistero nasconde questo romanzo che ha accompagnato tutta la vita di Thomas Mann? Iniziato nel 1910 e poi abbandonato, è stato ripreso nel 1954, un anno prima della morte dello scrittore. Thomas Mann immagina che un singolare personaggio, incantatore o semplice imbroglione, racconti la sua vita e lo fa partendo da un emblematico episodio della sua giovinezza. Ancora bambino viene portato dal padre al circo, dove può ammirare lo spettacolo di un famoso clown, il cui contegno, pur nelle differenti situazioni, scabrose o comiche, > serbava una grazia scevra dʼogni volgarità e trascuratezza... libero ed arguto e diffondeva la gioia della vita, se si può con questʼespressione indicare lo squisito e doloroso senso dʼinvidia, la nostalgia, la speranza ed il bisogno dʼaffetto in cui sʼaccende lʼanimo umano alla vista di ciò che è bello e felicemente perfetto . Alla fine dello spettacolo il padre accompagna il bambino a conoscere il famoso clown e al fanciullo appare una «vista ributtante», un uomo volgare, tutto cosparso di orribili pustolette, in un atmosfera pregna di unguenti e belletti. > Ma gli adulti, la gente esperta della vita, che si lasciava così spontaneamente, anzi con passione, sedurre da lui, non sapevano di essere ingannati, oppure con una tacita intesa, non volevano considerare ingannatore quellʼinganno? Forse era così a pensarci bene: in qual momento la lucciola si mostra nel suo vero aspetto, quando si libra nella notte estiva come poetica scintilla, oppure quando si torce sulla nostra palma, ridotta ad un misero insetto? Il tema è quindi quello della duplice personalità dellʼuomo, del suo ambiguo e costante travestimento, per cui si assumono le sembianze di ciò che piace: la vita è un inganno verso gli altri e verso sé stessi. Felix Krull nasce da un piccolo industriale tedesco, fraudolento produttore di uno spumante contraffatto. Grazioso senza essere bello, > biondo e brunetto insieme, con la luce degli occhi azzurri.... il fascino velato della voce, la lucentezza serica dei capelli , Felix avrebbe continuato volentieri lʼindolente ritmo della sua adolescenza, se non fosse costretto, allʼetà di diciannove anni, a trovarsi un lavoro, per il fallimento e il suicidio del padre. Un amico di famiglia gli trova un lavoro a Parigi presso un grande albergo. Qui il giovane conduce una duplice esistenza: lift boy e apprendista cameriere durante lʼorario di lavoro, elegante e raffinato parigino nel tempo libero, godendo dei soldi delle ricche ospiti dellʼhotel, alle quali concede le sue dolcezze amorose. Aveva raggiunto la sua aspirazione più profonda, la «permutabilità»: semplicemente scambiando lʼabito e lʼacconciatura poteva essere, a piacimento, un servitore ed un signore. È una vita che gli aggrada, quando un ricco giovane, invaghitosi di una cantante dʼoperetta, gli propone di sostituirlo in un viaggio in giro per il mondo, che i genitori gli hanno imposto nella speranza che dimentichi lʼindecente amante. È il grande salto: > fui colto da un brivido di gioia pensando alla compensazione fra essere e parvenza che la vita voleva concedermi, allʼapparenza che essa voleva aggiungere allʼessere . Ci aspetteremo una situazione pirandelliana, invece Thomas Mann ci conduce attraverso divagazioni filosofiche e sociologiche, che si sovrappongono alla narrazione dei principali episodi della conquista sociale di Felix. La prima tappa del viaggio è Lisbona, dove il protagonista viene accettato facilmente dallʼalta società. Ad attirarlo sono in particolare la moglie e la figlia del Direttore del Museo delle Scienze: la prima una prosperosa e rigida nobildonna ( «non graziosa ma bella») ,la seconda una giovinetta, «dalle labbra orgogliosamente serrate», con la tipica asprezza del Sud. È la «doppia immagine» del fascino femminile: la nobiltà altera e la graziosa ed acerba giovinezza. Felix vorrebbe assaporarle entrambe, vagheggia persino il matrimonio, ma sarà la nobildonna ad esortarlo a non «cercar fortuna in fanciullaggini» e a lasciarsi invece trascinare dal «turbine di forze primordiali» scatenate da un petto regale e maturo. E qui si interrompe la prima parte delle memorie di Felix Krull e noi supponiamo che il giovane abbandoni le velleità di un solido orizzonte borghese, a lui peraltro precluso dal vivere sotto mentite spoglie, e di andare avanti nella sua vita da avventuriero e da imbroglione. Ma non lo sapremo mai perché il racconto della vita di Felix resta incompiuto. Il romanzo è diviso in due parti. Sino alla sostituzione tra Felix e il ricco giovane, riconosciamo lo stile del grande Thomas Mann: la narrazione si sviluppa in modo lineare, la trattazione degli episodi e dei personaggi è brillante, persino lievemente ironica, ed i «capricci» (le divagazioni, la mancanza di una sequenza temporale, gli approfondimenti) sono funzionali alla comprensione complessiva. Nella seconda parte la struttura del racconto diviene dispersiva e confusa. È senza dubbio abile raccontare e commentare le vicende ricorrendo alle lettere del presunto figlio, Felix, ai presunti genitori, sconcertati, per altro, da quanto viene narrato, pensando, come è vero, che sia un parto della fantasia. Questo espediente letterario dimostra la maestria di Mann, ma non riesce a ricondurre il romanzo ad un minimo di compattezza e lucidità. Sembra che lʼautore stia inseguendo, con le ultime energie rimaste, il compimento di unʼopera, cui tiene molto. Ma la foga prende la mano e i tanti argomenti e pensieri si affollano senzʼordine. Perché non leggerlo? Non vale la pena.
Il coraggio del pettirosso
> Non cʼè ingenuità in chi pensa che un popolo possa esistere davvero solo se cʼè qualcosa, come un libro appunto, che lo racconti agli altri . Così spiega il tipografo Ruben al giovane Saverio per spingerlo a narrare di Carlomagno e della sua gente. Non sappiamo dove fosse questo villaggio; forse si trovava nelle Alpi Apuane, di certo era un paese di cavatori, duri, selvaggi, ostinatamente legati ad una propria cristianità, fatta di leggende, di valori comunitari, di libertà di coscienza. Ed è di questo che parla il romanzo: il coraggio del pettirosso. > Vorrei il permesso, signoria, di andare un poʼ dove mi pare, tanto non darei fastidio a nessuno, piccolino come sono . Così chiese il pettirosso al re degli uccelli del bosco; e per risposta il falchetto gli ruppe una zampa, costringendolo a volare con una ala sola. Ma il piccolo pettirosso non si arrese e > volava sempre più in alto e un poʼ più in là del posto che gli avevano assegnato , fino a che > dallʼalto prese a bombardare sul capo il re degli uccelli a colpi di cacatine . Per raccontare di questo paese immaginario, e della libertà che lì si professava, lʼautore la prende dalla lontana, forse anche troppo. Saverio vive ad Alessandria dʼEgitto ed è figlio di un fornaio anarchico, il quale, come tutti i suoi amici, ritiene che Ungaretti fosse un fascistone. Alla morte del padre Saverio scopre una raccolta di poesie: «il porto sepolto» e lo sorprendono in particolare questi versi di Ungaretti. > Vi arriva il poeta/E poi torna alla luce con i suoi canti/E li disperde/Di questa poesia/Mi resta/Quel nulla/Di inesauribile segreto . Che cosa voleva esprimere il poeta? E perché suo padre leggeva questo libro? Giovane superficiale e perditempo, da quel momento viene preso da una irrequietudine crescente, che neanche un viaggio nel deserto riesce a sopire. Vuole conoscere il paese del padre, appunto Carlomagno. Va in Italia e visita Roma in «preda di una sensazione di sovrabbondanza fiabesca». Si imbatte in Ungaretti. > Il vecchio, ma quanto era vecchio! a guardarlo così da vicino sembrava più vecchio di un sasso. (...) gli occhi fiammeggianti di un idolo zulu, (...) mi sembrava irreale, fatto dʼaria come i ginn . Il grande poeta sembra riconoscerlo e gli fa avere un foglietto, in italiano arcaico e confuso, dove era scritto che un certo Pascal, «luterano perfido», fu bruciato sul rogo. Pascal era il suo cognome, si parla di un suo avo? Saverio non riesce ad andare a Carlomagno perché la polizia lo espelle. Ritorna ad Alessandria e compie immersioni sempre più profonde e pericolose; forse pensa di trovare il porto sepolto, di cui parla Ungaretti. Colto da embolia, viene ricoverato in una clinica, dove giace per mesi abulico, senza forza e volontà. Per spingerlo a reagire viene indotto a raccontare la sua vita ed anche i sogni delle sue notti agitate. Ed è così che tutto ciò che sappiamo è una storia dentro la storia, > una storia sognata, inventata di sana pianta, una storia di cinque secoli fa in un posto perso nel mondo . In unʼ Europa devastata dalle guerre di religione tra cattolici e protestanti, Pascal, un vecchio soldato di ventura, si ritrova a Carlomagno, dove viene prescelto come sposo da Sua (strana usanza ma il mondo era rovesciato in quel villaggio sperduto e singolare). Sua intende scrivere la storia di Carlomagno, vuole essere la sua poetessa. Spinge il marito, di solito prudente ed accorto, ad intraprendere un viaggio per recuperare i mezzi per stampare un libro. Recuperano una Bibbia in italiano, tradotta da un calvinista, la leggano di nascosto ed infine arrivano in Val Pellice, la valle degli eretici valdesi. Quando però tornano a Carlomagno è arrivata lʼinquisizione, decisa a normalizzare il villaggio e la sua gente. Pascal è accusato di eresia e trascinato al rogo; Sua, incinta ,si è salvata in groppa a sua madre, «in groppa a un demonio, fate voi». E Sua poté stampare il suo libro, e Saverio lo sognò e lo raccontò, perché potesse essere un «pettirosso da combattimento». Tutto ha preso le mosse da una poesia, anche poco chiara. Alcune parole hanno portato in superficie una coscienza, un alito di libertà, un desiderio irresistibile di conoscere le proprie radici, anche se tragiche. Fra i tanti temi che tratta, le innumerevoli suggestioni, le troppe divagazioni, il romanzo parla della forza della narrazione, del libro scritto e raccontato; e così facendo ci porta in un mondo libero, in quellʼ Italia protestante che poteva essere un occasione per il nostro Paese, se non fosse stata soffocata, condannandoci ad un destino di ignavia, ignoranza e ipocrisia. È pertanto un libro politico allʼinterno dellʼinvolucro della favola. Il sogno è la parte migliore del romanzo, forse anche perché lʼautore si muove in un ambiente familiare. La scrittura è sempre raffinata ed efficace, tuttavia il racconto è dispersivo, troppo spesso un polpettone. Maggiani ha voluto dire troppo ed ha rovinato in questo modo il nucleo fondamentale, costituito dal sogno e dal villaggio immaginario di Carlomagno. Perché leggerlo? Ci anima di spirito protestante.
Cyclops
Il romanzo prende le mosse da un antefatto storico: una nave con un misterioso carico affonda dinanzi a Cuba. Subito dopo, la scena si sposta negli anni'80 su una spiaggia in Florida. Un dirigibile, > immobile nell'aria tropicale, in bilico e tranquillo, come un pesce sospeso in un acquario , attende un magnate americano per andare alla ricerca del presunto tesoro finito sul fondo del mare col naufragio. > Ciò che nessuno sapeva, o possibilmente sospettava, era che Raymond Le Baron e i suoi amici al bordo del «Prosperteer» fossero svaniti in un mistero che andò ben oltre qualsiasi ricerca di un tesoro. Da questo momento prendono l'avvio una serie di vicende incredibili e confuse. Dopo cinquecento pagine è difficile ordinare i fili narrativi, cerchiamo di farlo. Le Baron fa parte di un circolo segreto di capitalisti che ha creato una base spaziale sulla Luna, dove sono arrivati anche i sovietici; questi cercheranno di espugnare l'avamposto americano ma saranno annientati dai valorosi in una battaglia sul suolo del nostro satellite; e tutto questo all'insaputa del presidente degli Stati Uniti! Le Baron e i suoi non sono rimasti uccisi nel naufragio del dirigibile, ma sono stati fatti prigionieri dai perfidi comunisti in una base segreta a Cuba, e per di più i sovietici vogliono far fuori Fidel Castro, che vorrebbe rendersi autonomo dall'Unione Sovietica. Già questi fatti richiedono un eroe per essere dipanati; e questo è Dirk Pitt, una sorta di Sandokan al centro della produzione letteraria di Cussler. In questo romanzo lo conosciamo prima in una scena avvincente su una spiaggia della Florida, dove il nostro eroe impedisce che il dirigibile trascinato dal vento faccia una strage dei poveri villeggianti, affascinati e terrorizzati: > le vele multicolori della flotta di «windsurfer» balenavano attraverso l'acqua verde-azzurra come un prisma impazzito. Poi ritroviamo Pitt, immaginiamo stanco dopo l'eroica avventura, > tra tre dozzine di scintillanti auto d'epoca, un antico aeroplano, e un vagone ferroviario fine Ottocento. Pitt ha appena il tempo di guardare con affetto un favoloso coupé sportivo, distrutto da un'esplosione e che intende riportare alla sua precedente eleganza e bellezza, quando riceve una telefonata dalla moglie di Le Baron che gli chiede di aiutarla a trovare il tesoro nascosto. E ancora ci sono altre avventure sino a che il nostro Sandokan americano conduce «i buoni» a sventare le trame dei perfidi e maldestri sovietici, trovando persino il misterioso carico. Travolto, ma contento di tanta superficialità dopo aver letto «Melanconia della resistenza» di Làszlò Krasznahorkai (vedi la recensione in questo sito), ho riposto il libro, sicuro di non leggerne altri dell'autore. C'è thriller e thriller. Per giudicare il romanzo dobbiamo però andare ai tanti film americani che riempiono le sale cinematografiche e che vengono proiettati nei nostri teleschermi. L'affollamento dei personaggi e delle vicende nasconde la difficoltà degli autori di thriller di dare spessore alle storie e ai protagonisti. In questo romanzo Pitt pare indifferente al fascino dell'unica figura femminile, la bella vedova; c'è solo una breve e pudica scena d'amore, mentre esprime empatia e solidarietà per i compagni d'avventura, con uno stile tipicamente cameratesco. Non è quindi un vero Sandokan, tenebroso e melanconico perché l'amata è la figlia del suo nemico. A merito dell'autore bisogna dire che la violenza è contenuta, forse perché il romanzo è stato scritto negli anni'80. Dal punto di vista stilistico il romanzo è ben scritto. In particolare stupiscono le descrizioni per la precisione e il dettaglio. Le scene migliori sono quelle del mare, a conferma dell'amore dell'autore per questo ambiente. Perché leggerlo? Può essere un momento di svago se si è stanchi di letture dense. Ma solo una volta!
Dalla parte di lei
> Dietro il muro sorreggendosi, stringersi tra noi, formare un grumo di sofferenza e di attesa. (...) Le sentivo gemere, implorare, senza essere udite: perché la voce di una donna è solamente povero fiato; e il muro è pietra, cemento, mattoni . Questo romanzo parla della separatezza tra uomo e donna, di due mondi distinti il cui confine è impossibile da valicare. Questo tema è «agghindato da uno straccio di trama», come scrive Melania Mazzucco, e si sviluppa tra due finali inevitabili: il suicidio o l'uccisione dell'uomo amato. Il primo capitolo è ambientato a Roma negli anni'30; in un contesto familiare povero e angusto la giovane Alessandra vede sfibrarsi la madre, tra il desiderio di amore e un > marito piccolo borghese,(...) anche il suo aspetto fisico era privo di qualsiasi spiritualità . Già allora Alessandra coglie la distanza tra il mondo delle donne e quello degli uomini. Percepisce «l'affettuosa indulgenza» che lega le donne, > tutte, rassegnate, accettavano, col nascere di un nuovo giorno, il peso di nuove fatiche . Dall'altra parte gli uomini > non raccontavano niente, non amavano la conversazione, gli scherzi, sorridevano poco, (...) imbrancandola con i figli, la suocera, la serva: gente pigra, dispendiosa e sconoscente. (...) Man mano, sotto una parvenza di rassegnazione, era nato nelle donne un livido rancore per l'inganno nel quale erano state tratte . Alessandra conosce l'amicizia femminile, accogliente e complice; verso i maschi è difesa dal suo fisico magro e angoloso, anche se è oggetto delle attenzioni possessive e rispettose di Claudio, un bravo ragazzo che tuttavia non ama. Dopo il suicidio della madre Alessandra viene inviata dai parenti paterni in Abruzzo, dove è ambientato il secondo capitolo, sicuramente il migliore dell'intero romanzo. Qui viene in contatto con la rassegnata saldezza della Nonna (con la enne maiuscola): > perché una donna non dovrebbe desiderare di morire? Lassù c'è un buon profumo di gigli, (...) qui lavorare, mettere al mondo i figli. (...) E sempre aver paura degli uomini perché sono di cattivo umore, perché hanno l'amica e spendono denaro con l'amica. Per la Nonna ci sono solo due alternative: o piegarsi all'uomo, accettandone i capricci, gli egoismi e i tradimenti, o invece chiudersi imperiose nel proprio mondo, «dire sempre sì si e poi far tutto il contrario». Potrebbe essere questo il futuro di Alessandra se accettasse un bravo giovane del posto, ma come dice la Nonna pure Alessandra è incantata dagli uomini, non perché spinta dal sesso ma perché convinta che sia possibile parlare il linguaggio delle donne con gli uomini, ed essere felice. Quando torna a Roma per assistere il padre ormai cieco, conosce Francesco, un professore universitario. Il terzo capitolo è ambientato a Roma durante la guerra e l'occupazione tedesca. Prima del matrimonio, la relazione con Francesco è fatta di lunghe passeggiate, di colloqui fitti e intensi, di lettere d'amore: Francesco è serio, devoto, colto e bello, con lui, forse, è possibile vivere di sentimenti, di piccole attenzioni, di gesti affettuosi. Ma l'idea che hanno gli uomini del matrimonio (la donna come «angelo del focolare»), e gli impegni politici e intellettuali troppo importanti per essere alla portata della donna, allontanano Francesco; non perché lui la tradisca o le manchi di rispetto e di affetto, ma il legame è diventato una consuetudine che esclude Alessandra. > Perché non mi scrivi più lettere d'amore?, gli dicevo. Egli rimaneva addolorato, perplesso. E' vero , rispondeva, forse perché ormai posso parlarti quando voglio. Ma non mi parli più d'amore. (...) Accadono molte cose significative, e per me è difficile pensare ad altro. Tu forse non puoi capire perché sei donna > . Con una lunga narrazione, che porta il lettore allo sfinimento, l'autrice ci conduce sino all'unico finale possibile per una donna che chiedeva di essere amata come le donne vorrebbero essere amate, affettuosamente ascoltate in ogni gesto. Francesco, proruppi disperata. aiutami Francesco. Egli si scosse appena, dormi, mormorò, (...) In me il cane rabbioso ebbe un balzo, si slanciò. M'avventai contro Francesco e gli scaricai la pistola nella schiena. La chiave di lettura che propone la stessa autrice nella prefazione del 1994, e che Melania Mazzucco pare accogliere nella sua introduzione, è quella di un romanzo a cavallo tra narrazione di genere e metafora della disillusione di un'Italia ben differente da quella sognata con la Resistenza, alla quale Alba de Céspedes prese parte. Ci sarebbe una cesura con il precedente romanzo, dove si racconta di collegiali che vivono come sospese, protette dalle mura del collegio, e possono dire è bello stare a discutere tra noi, tutte donne: se ci fosse un uomo, non avremmo osato parlare«(si veda la recensione di»Nessuno torna indietro > in questo sito). Se non ci facciamo influenzare dalla nobilitazione che ne ha voluto dare l'autrice molti anni dopo, ci accorgiamo come ci sia un filo conduttore tra i due romanzi: la ricerca delle donne della propria e peculiarità felicità femminile, a prescindere dagli uomini, e dal sesso. Se però le collegiali perseguono un proprio percorso individuale, non sempre fortunato, ma comunque pieno di speranza, qui invece non c'è una prospettiva al desiderio d'amore. Non si può dire che non ci siano riferimenti a Madame Bovary e persino ad Anna Karenina, soprattutto nelle parole con le quali si chiude la prefazione: Dalla parte di lei, pur nella sua tragica fine, voleva opporsi a che l'amore fosse un'illusione > (si veda le recensioni di questi due libri su questo sito). A me piace accostare la figura di Alessandra a quella di Murasaki, la quale comprende che la vita non è come la letteratura (pure la Nonna invita la nipote a non leggere i libri), Genij non è un personaggio, maschile e femminile insieme, al quale affidarsi, e la grande poetessa giapponese fa morire la protagonista. (si veda la recensione in questo sito di The Tale of Murasaki > ). Alba de Céspedes è un'autrice elegante, che richiama nella scrittura Alberto Moravia. L'apparente profilo ottocentesco del romanzo, sospeso tra favola e cronaca, ricorda Menzogna e Sortilegio" di Elsa Morante (si veda la recensione in questo sito). La struttura circolare, che torna sempre su sé stessa senza un reale sviluppo, compromette l'efficacia della narrazione, rendendola prolissa, quasi che l'autrice sia arrivata alla fine per sfinimento, senza un disegno complessivo. Perché leggerlo? Il tema è attuale ma il racconto è troppo lungo.
La deriva dei continenti
Questo romanzo è un vortice dʼacqua, che risucchia lʼintero racconto in un unico incomparabile episodio, tragico ed intenso, dopo il quale niente è come prima. Il problema è che questo mulinello è una «sabbia mobile», così lento e vischioso da sfinire il lettore. Ma andiamo con ordine. Bob è un giovane di trentʼanni, padre di due bambini, sposato con una donna che lo ama; ha un posto fisso e unʼamante. Non cʼè nulla di apparentemente sbagliato nella sua vita, eppure Bob la odia: in parte per il solito sogno americano (la vecchia metafora dellʼAmerica alla quale tutti sembrano crederci), ed in parte perché Bob > ha lasciato nel mondo reale un uomo irreale, inventato, che fa il suo dovere, prudente, responsabile, fedele ed equilibrato, mentre nel mondo invisibile (...) Bob è inconcludente, avventato, irresponsabile, infedele, irrazionale, (...) lʼuomo che è un bambino . Questo lato invisibile prende il sopravvento e lo spinge ad abbandonare una vita prosaica ma sicura, per cercare qualcosa che lui stesso non sa cosa sia. Lascia la casa di proprietà e il posto fisso, e trascina la famiglia in Florida a vivere in un caravan, a lavorare prima con il fratello (uno smargiasso truffatore) e poi con un amico (un altro mascalzone). È una deriva inesorabile: non solo è un fallimento economico, è pure una discesa psicologica e morale. Bob uccide un uomo, anche se per difendersi, si disinteressa della famiglia, è coinvolto nel suicidio del fratello, fa finta di non accorgersi dei loschi affari dellʼamico, finisce a fare traffico illegale di clandestini. Accanto al racconto di Bob si sviluppa la storia degli immigrati haitiani, in particolare di una donna con il suo bambino. È inutile soffermarsi su questo filone narrativo, che avrebbe potuto dare molto se non fosse stato infarcito di riti vudu, del fascino dellʼesoterico, di visioni stucchevoli del «buon selvaggio». Caro Banks le sofferenze dellʼimmigrazione sono troppo gravi e serie per essere lʼoccasione di artefatti e folcloristici racconti! I due filoni narrativi (le vicende di Bob e quelle degli haitiani) convergono in un evento drammatico ed ad un tempo emblematico di una condizione universale. Bob trasporta con la sua barca un gruppo di haitiani, determinati ad arrivare in tutti i modi in America. Lo fa per soldi, ma il suo atteggiamento è di empatia per questa povera gente: li porta dellʼacqua, offre delle sigarette, sembra volersi far coinvolgere. Quando però vengono avvistati dalla guardia costiera e dunque cʼè il rischio di essere arrestati, Bob non esita a buttare a mare gli haitiani (uomini, donne e bambini), condannandoli ad una morte certa per annegamento. > È caduto in un luogo oscuro e freddo, dove le pareti sono perpendicolari e scivolose e tutte le uscite sono state sigillate. È solo. (...) Ecco come un uomo perde la sua bontà. (...) Dalla bocca allʼinguine, Bob percepisce il proprio corpo come una fredda barra dʼacciaio, braccia e gambe si induriscono come ghisa, la testa, occhi bocca naso orecchie, sembra chiudersi al mondo a poco a poco . Il capitolo «Per mare» narra la terribile vicenda dellʼassassinio dei clandestini, lasciati annegare per un pugno di soldi: è di una potenza evocativa straordinaria, anche alla luce di ciò che avviene giornalmente nel nostro mediterraneo. Lʼautore mostra una grande abilità stilistica, nella costruzione della trama e nellʼuso delle parole. Sino allʼultimo il lettore spera che ci sia un diverso finale, nel quale Bob palesi la sua bontà, una effettiva compassione verso gli haitiani, «così fragili, delicati e sensibili». Ed invece, lui, «un tipo gentile e socievole», commette un delitto orrendo, una strage. E ci fanno ancora più ribrezzo le sue banali giustificazioni, come «nulla gratis nella terra della libertà», o la sua auto commiserazione: «e infatti eccomi qui. Peccato che non sono più io». È facile, tuttavia, scandalizzarci per il comportamento di Bob; in realtà le sue azioni e i suoi pensieri esprimono molto bene la distanza tra ciò che proclamiamo e ciò che facciamo, quellʼipocrita perbenismo, la nostra falsa coscienza. Ed allora perché rovinare tanta bravura stilistica in banali disgressioni di carattere filosofico e perché tante lungaggini sulla cultura haitiana? Non era forse meglio focalizzarsi sui personaggi, o lavorare sulle reali condizioni degli immigrati, in viaggio verso il sogno americano? È un libro rovinato dalla presunzione dellʼautore di essere in grado di trattare troppi temi, invece di concentrarsi su limitate ma efficaci chiavi di lettura. Perché leggerlo? Vale la pena leggerlo solo per il capitolo «Per mare».
Di sangue e di ghiaccio
Immaginiamo dei Promessi Sposi dove Renzo e Lucia siano due mentecatti o presunti tali, i luoghi siano una Lecco di fine ottocento, in bilico tra superstizioni, cialtronerie e positivismo, il centro della narrazione sia il manicomio e l'autore non sia Manzoni, ma uno scrittore al suo esordio. Dice all'amico Baldo Bandini, squattrinato teatrante, Antonio Ghislanzoni, l'unico personaggio realmente vissuto: > noi non siamo il Manzoni o Stoppani, siamo dei vecchi scapigliati stanchi, buoni solo a fare scherzi e prendere per i fondelli i borghesucci. (...) Moriremo magari prima che inizi il Novecento e dureremo ancora meno nella memoria e nella storia. Il Ranocchio, invece, io credo che il Ranocchio durerà. Non lui certo, capiscimi. La sua razza, però, non si può estinguere. E' la dinastia dei pazzi e dei diversi, di quelli che come casa hanno la strada e il lebbrosario, gli appestati che solo a vederli senti il campanello dei monatti . Ranocchio o meglio Ranocchia è il nomignolo di un ragazzo, balbuziente, strambo, abbandonato dai genitori, al quale fa da padre Bandini, perché «gli scemi vanno in coppia all'altro mondo». Trovato mezzo annegato e totalmente nudo, portato a casa da un Bandini disperato, il ragazzo continuò per giorni a produrre > bave verdastre, (...) cantare (...) canzoni in un dialetto che nemmeno ricordava, schiocchi di consonanti appese, ululati vaghi e indistinti a mezz'aria . Si decide di internarlo in manicomio. Ma cosa era successo? > Buon Amico (scrisse Ghislanzoni al Bandini) la soluzione è semplice. Come accade spesso, la follia del nostro Ranocchio è delle peggiori. Si chiama amore e il contagio è di una donna . Ed è uno dei contagi peggiori perché la donna amata è Bianca la maestrina: algida, come se indossasse sempre un'armatura, aveva permesso a lui, il povero ed ignorante Ranocchio, «di violare la sua fortezza». > Quando la osservava da lontano camminare, nelle lunghe passeggiate serali con il suo bel crucco biondo (l'amante di Bianca è un ufficiale austriaco), Ranocchia avrebbe potuto giurare di vederla armata. Lo scudo e l'elmo scintillavano, la lancia era puntata: nemmeno insieme a quella faccia di macaco senza barba sapeva liberarsi dal fardello che si portava dentro. Eppure gli dava il braccio con lo sguardo un po' socchiuso dalle palpebre . Non poteva che sbocciare un innamoramento così intenso da indurre il ragazzo a simulare una pazzia, per farsi ricoverare in manicomio, dove la maestrina era stata mandata a seguito di un crollo nervoso dopo la partenza dell'amante, o per nascondere una gravidanza che avrebbe dato scandalo. Fino a questo punto il romanzo fila liscio, intrigante per i strani personaggi e per la descrizione di una Lecco e di un lago di un altro secolo certo, ma entrambi così vividi di colori e di luci da sembrare ritratti viventi: l'amore dei luoghi guida la penna dell'autore favorendo un piccolo miracolo di scrittura. Poi, la storia si ingarbuglia e si banalizza. Le molte pagine dedicate al manicomio sono fredde, scontate, false, il luogo sembra più un lager nazista che «una grande casa di risonanza» dove «il delirio diventa eco/l'anonimità misura», dove si trascorre un > tempo perduto in vorticosi pensieri/assiepati dietro le sbarre/ come rondini nude (Alda Merini). La trama si sfilaccia ulteriormente quando l'autore passa a raccontare la fuga di Ranocchia, la disperata ricerca di Bianca, per sapere almeno se è viva dopo che è scappata dal manicomio, ed infine lo svelamento del mistero di Bianca, anche con l'aiuto di una strega e di un parroco che assomiglia maledettamente a Don Abbondio. Senza scoprire il finale possiamo dire che la maestrina è strana, introversa ed egocentrica, ma non è certo pazza, anzi è così savia da simulare una scomparsa per fuggire da una Lecco bigotta ed ottusa. E poiché non ci facciamo mancare nulla, nell'ultima parte abbiamo anche un po' di mistero esoterico, costituito da numeri incomprensibili, il cui segreto solo un bambino, anche lui scemino, riesce ad infrangere. Bisogna accettare che > il mondo in realtà è incerto e vago, come il cielo che si rannuvola ad agosto e non sai dire se pioverà o se girerà il vento : una conclusione degna di Manzoni, per il quale il popolo non deve alzare la testa ma affidarsi alla Divina Provvidenza. Perché rovinare una bella idea, la descrizione del mondo degli Scemerelli, con così tante parole inutili? Forse è questo il vero mistero del libro. Non dobbiamo però disperare: in questo romanzo d'esordio l'autore mostra una scrittura pulita ed elegante. Le frasi si susseguono in modo lineare, la punteggiatura è usata con maestria, meglio certo di quella di Manzoni, il ricorso agli aggettivi è parsimonioso ma efficace, parole inusuali e modi di dire abbelliscono la narrazione. Non parliamo poi delle descrizioni di Lecco e del lago, suggestive e naturalisticamente vive. Insomma bisogna che l'autore abbia più fiducia nella sua scrittura e semplifichi le storie, non affollando di situazioni e personaggi. Perché leggerlo? Nella prima parte è intrigante; nel complesso è ben scritto.
La dismissione
La dismissione, di cui tratta il libro, è quella dello stabilimento siderurgico di Bagnoli, a Napoli. Con lʼespediente letterario della narrazione allo scrittore da parte di un tecnico , Vincenzo Buonocore, la storia della chiusura della fabbrica, del suo impatto sul contesto sociale della cittadina campana, si amalgama con una vicenda personale. > Se io devo essere per intero in questo libro, e deve esserci Rosaria, deve esserci Marcella, deve esserci Martinez, deve esserci la fabbrica che scompare, Bagnoli che cambia volto; se devi esserci anche tu stesso con la tua pretesa di raccontare tutto questo servendoti di me, e deve esserci la mia mediocre storia di uomo, con tutte le sue debolezze, i suoi rancori e rimpianti, che senso avrebbe tacere quel che accadde quella sera tra me e mia moglie? La storia è molto semplice. Buonocore è un tecnico, che è entrato molto giovane in fabbrica come operaio, ma poi le capacità, la dedizione al lavoro e soprattutto la passione per lʼimpianto, la colata continua, lo hanno condotto a dedicarsi allʼattività di manutenzione. Quando si decide di vendere lʼimpianto ai cinesi, viene affidato a Buonocore il compito di gestire i rapporti con i tecnici cinesi e di seguire la demolizione dellʼimpianto. Nel frattempo, Buonocore si trova coinvolto in una relazione, rimasta sempre virtuale, con la figlia di un collega, Marcella: una ragazza sbandata e desiderosa di appoggiarsi ad una persona più matura. Le due vicende,la relazione con Marcella e la chiusura dellʼimpianto, si concludono tristemente con la morte della ragazza e la definitiva demolizione, tramite la dinamite, dei resti dello stabilimento, i cui pezzi migliori, come lʼimpianto di colata, sono stati smontati e venduti. Inoltre, la scoperta da parte della moglie, Rosaria, della relazione del marito con Marcella, compromette anche il matrimonio di Buonacore. Dalle lettura emerge unʼ impressione di qualche cosa di artificioso. La relazione tra Buonocore e Marcella è un insieme di episodi, di cui non si capiscono i presupposti, le implicazioni sotto il profilo sentimentale; anche i suoi effetti su Rosaria sono superficialmente indagati. La descrizione della demolizione assume a tratti connotati melodrammatici, caratteristiche di indagine sociale e di protesta politica, senza però convincere ed effettivamente dare il senso di ciò che è accaduto. Il lato più interessante è, in realtà, il rapporto tra Buonocore e lʼimpianto. Allʼinizio del romanzo, Buonocore entra di notte nello stabilimento e sale sul piano di colata per vedere dallʼalto. > Eccolo, il mio impianto, immenso come una cattedrale con unʼunica navata grigio- azzurra dallʼalta volta a coste e i fianchi arabescati da geometriche carpenterie, percorsi da fasci di tubi simili a sistemi venosi, scale, binari, aerei corridori I miglioramenti che è riuscito ad apportare allʼimpianto lo convincono che > la macchina non si piega ad alcuna prepotenza, premia sempre e soltanto la tua intelligenza . Ma quando lʼimpianto è stato demolito, Buonocore capisce che un rapporto di amicizia si è rotto. > E adesso eccoci qui, uno di fronte allʼaltra. Non ci siamo che noi: io, la gru e questo vasto relitto che non riconosco più e che a sua volta non riconosce più me; forse perché non ha più facoltà cognitive, ha perduto lʼanima, la parola, il sentimento . Lʼaspetto più interessante del libro è il grande tema del rapporto tra lʼuomo e la macchina, di una sorta di innamoramento, che ha caratterizzato e caratterizza la cultura tecnica, e che si è andato disperdendo con la deindustrializzazione degli anniʼ 80 e ʼ90. Perché non leggerlo? Quali siano i punti di vista dai quali si vuole leggere il libro ( storia personale, descrizione di una società in trasformazione, denuncia politica, analisi della cultura tecnica), la trattazione è superficiale, lo stile poco attraente e in certi aspetti prosaico e noioso.
Doppio sogno
Fridolin ed Albertine sono una coppia della buona e rispettabile borghesia. La loro unione si fonda su «una perfetta compenetrazione di sentimenti e di idee». Eppure, è sufficiente un ballo in maschera, dove entrambi erano stati corteggiati, lui «con insinuante gentilezza», lei > dapprima affascinata e poi allʼimprovviso offesa... con una insolente parolaccia , perché li sfiorasse, > e non per la prima volta, unʼombra di avventura, di libertà e di pericolo . Da questo insignificante antefatto hanno origine lʼaccenno, il desiderio, la possibilità di una seconda vita, fatta di trasgressioni, segreti voluttuosi, audacie ed anche crudeltà. Fridolin, medico di professione, deve recarsi di sera da un paziente. Durante la notte, colto da una irrequietudine imprevedibile per un uomo così ponderato, si compiace della dichiarazione dʼamore di una figlia al capezzale del padre, sta per litigare, come un liceale, con un gruppo di studenti ubriachi, si ritrova in un quartiere malfamato ed accetta gli inviti di una giovane prostituta, ed infine prende parte ad un singolare ricevimento. Uomini, vestiti in «festosi costumi da cavalieri bianchi, azzurri, rossi» ballano con donne, > il capo, la fronte e il collo avvolti in veli scuri, mascherine nere di pizzo sul viso, ma per il resto completamente nude . Dapprima la scena è austera. Poi gli uomini si precipitano > tutti verso le donne, che li accolsero con risate furenti, quasi malvage . > Lʼineffabile piacere della vista gli si trasformava in un quasi insopportabile tormento di desiderio , ma ben presto Fridolin viene scoperto. È un intruso, sarebbe punito se non si facesse avanti una dama, nuda ma velata in volto, che dichiara di «riscattarlo», assumendosi le conseguenze del suo atto. È salvo e torna a casa. Albertine è profondamente addormentata, ma, al suo arrivo, si sveglia con una risata stridula e sinistra. È la conclusione di un sogno, nel quale Albertine immagina di stare in«unʼinfinita marea di nudità» e di assistere alla tortura di Fridolin, «senza provare pietà né orrore, con assoluto distacco»: sino allʼuccisione del marito, durante la quale > ero tentata (disse Albertine) di dileggiarti. di riderti in faccia , di desiderare «che almeno sentissi le mie risa mentre ti crocifiggevano». Fridolin è sconvolto e, dopo aver vagheggiato il fuggevole proposito di «incominciare una nuova vita, sotto spoglie diverse», decide di vendicarsi della moglie portando in qualche modo sino in fondo le avventure della notte. Ma il percorso a ritroso è deludente e si conclude con la visione allʼobitorio del corpo della dama, che lʼha salvato, e che è stata probabilmente avvelenata per punizione. > Una sconosciuta, unʼestranea mai incontrata prima... non rappresentava per lui, né poteva rappresentare che il cadavere pallido della notte passata, destinato irrevocabilmente alla decomposizione . «Nessun sogno è interamente sogno», così come, > la realtà di una notte e anzi neppure quella di unʼintera vita umana non significano, al tempo stesso, anche la loro più profonda verità . Una parte di noi stessi è, quindi, oscura, squarciabile con fatica nella realtà ed invece conoscibile più facilmente con la fantasia, nel sogno. Questo concetto, filone conduttore del romanzo, può avere due significati. Il primo è confortante anche se limitativo e rispecchia quanto dice molto bene in un sonetto Lorenzo il Magnifico: > O Amor, del mio ben troppo invidioso, lassami almen dormendo essere felice . Il secondo significato è più inquietante e riporta al fatto che ciascuno di noi assume che > la dimora della propria mente è, non può essere, interamente opaca a lui (Cole Teju Open City). Non accettiamo razionalmente ciò che siamo veramente perché dovremmo riconoscere che non siamo degli eroi. Non è un caso che nel romanzo Fridolin non arrivi sino in fondo, anche se vorrebbe farlo: non ha un rapporto sessuale, per esempio, con la giovane prostituta così come vorrebbe rifiutare, da nobiluomo, il sacrificio della dama. Diversamente Albertine, la cui seconda vita si sviluppa solo nel sogno, può esprimere senza freni la sua lascivia e il desiderio di trasgressione (lei sposa giovinetta ancora vergine), e manifestare sguaiatamente il disprezzo e lʼastio verso il marito, razionalmente repressi. Il limite del romanzo è nella lentezza della trama, che si potrebbe racchiudere in poche pagine, ma che invece lo scrittore porta avanti con pedanteria. Riesce in meno di cento pagine a rendere noioso e prolisso il racconto. Perché non leggerlo? È inutile.
Ebano
Ebano è una raccolta di appunti di viaggi compiuti in Africa nell'arco di trent'anni: dall'indipendenza di questo continente sino alle vicende più recenti, come il genocidio nel Ruanda. Il libro racchiude in sé la natura del saggio e quella del racconto di una esperienza di vita, profondamente coinvolgente per l'autore. Reporter squattrinato di un quotidiano di Varsavia altrettanto privo di soldi, Kapuscinski si ammala di tubercolosi e spiega al dottore che non può tornare in patria. «Il sogno della mia vita, lavorare in Africa, sarebbe svanito per sempre». Da questa passione per il viaggio e per l'Africa ha origine una peregrinazione da una parte all'altra del continente: dal Ghana nella costa occidentale all'isola di Zanzibar ad oriente, nell'Africa sub-sahariana e in quella tropicale, sino al Corno d'Africa e ai grandi Laghi. Il lettore saltella e > tutto si confonde, si accavalla, sbiadisce. (...) Spesso la nostra memoria è talmente satura di nomi di località, regioni e paesi, che non riusciamo più ad associarli a un'immagine, a una veduta, a un paesaggio, a un episodio o a un volto. (...) L'unità mondiale, così difficile da raggiungere nella realtà pratica, si realizza nei nostri cervelli, nei suoi strati di memoria perduta e confusa . Non diversamente dal superficiale uomo d'affari che del mondo conosce solo gli aeroporti, i buoni ristoranti e gli alberghi di lusso, il curioso reporter rischia la vita per darci lo stesso ritratto: un' Africa eguale nel tempo e nello spazio, e sempre senza speranza perché tutte le parti del grande continente sono accumunate «dalla stessa sventura, dalla stessa sorte e dalla stessa incertezza». Certo, Kapuscinzki leva alta e vigorosa la voce contro «l'internazionale della marmaglia predatrice», così come si sente parte della «vita tormentosa, del penoso vegetare sempre al limite della morte» del popolo oppresso e violentato, e per questo sempre esule. Eppure, dopo tanti anni in viaggio, lo splendido capitolo conclusivo, dal titolo suggestivo e sfuggente «All'ombra di un albero, in Africa», ci lascia un messaggio di amara rassegnazione. Lo schiavismo, il colonialismo rapace e crudele, l'ingordigia delle classi dirigenti, la desertificazione e la rapina ambientale, la morte e la fuga di intere popolazioni hanno distrutto «l'ombra dell'albero» al riparo della quale si tramandavano storie e tradizioni: senza quest'ombra l'africano > perderebbe ogni nozione e persino la memoria del suo ieri, diventando gente senza passato, ossia nessuno. Quegli uomini perderebbero tutto ciò che li univa, sparpagliandosi ognuno per la sua strada, da solo. L'Africa ha una superficie di 30,37 milioni di chilometri quadrati, così grande da contenere gli Stati Uniti, la Cina, l'India, l'Europa ed altre nazioni. Ha 54 stati e 1.500 lingue. C'è da chiedersi perché guardiamo sempre l'Africa come qualcosa di uniforme e non cerchiamo di cogliere le diversità, e in tal modo pure i cambiamenti e le potenzialità del grande continente. Pur benevolo e attento, Kapuscinski cade nella stessa visione eurocentrica ed esotica che ha caratterizzato le relazioni tra l'Occidente e l'Africa. Da qui, e non solo dalla disorganizzazione della struttura del libro (appunti di viaggio lasciati così senza una trama complessiva), nasce un senso di ripetitività: ogni resoconto sembra identico all'altro, solo raramente emergono gli incontri e le storie mentre i giudizi, tutti condivisibili, paiono preconfezionati. In Orientalismo > Edward Siad sosteneva che l'Occidente vede l'Oriente come uno specchio di sé stesso: ricerca ciò che fantastica sia l'Oriente ( un'idea vagheggiata, sedimentatesi nella sua storia) senza studiare realmente i popoli e le culture che compongono l'Oriente di oggi; con lo stesso procedimento noi vediamo l'Africa: è sempre Cuore di Tenebra", terra vitale e affascinante certo, ma sempre lontana dalla modernità e di conseguenza destinata ad essere sottomessa, a subire sofferenze inaudite dalle quali non può sfuggire. Perché leggerlo? Vale la pena per l'ultimo capitolo.
El Paseo de Gracia
Eugenio è un noto scenografo e costumista italiano, che vive a Los Angeles. Una telefonata dallʼItalia lo riporta allʼorigine della sua carriera e alla figura di Olga. Molti anni prima, quando era ancora in Italia, Eugenio aveva avuto una relazione con unʼamica della moglie, appunto Olga: > piccola, carina, bruna, frangetta e tirabaci alla Louise Brooks (...) aveva uno sguardo sfuggente, ambiguo . Eugenio amava sua moglie, donna intelligente, colta e raffinata, ma era avvinto dalla ripetitiva scansione degli incontri con lʼamante: un lungo periodo di indifferenza, un amplesso furtivo, tacito, violento, veloce , e di nuovo lʼindifferenza, come niente fosse accaduto. Qualʼ è il gusto di un tradimento così avaro di erotismo e di sentimenti? > Eugenio si sentiva superiore a Olga, (...) al punto di godere soltanto se rischiava, oh, impunemente! la commedia di fingersi inferiore e di adorare lei appunto come se lei gli fosse davvero superiore (...) (ma) Eugenio sapeva sempre che Olga era una miserabile schiava . Era il piacere di ingannare sé stesso, anche se solo per cinque minuti (il tempo dellʼamplesso) la molla del desiderio di Eugenio, il quale, nel suo egoismo, si compiaceva che Olga si illudesse di essere la padrona, sapendo comunque che era un gioco. Ovviamente non era così, la donna non voleva essere la futile occasione dellʼego smisurato dellʼuomo, di una «doppia bugia» sempre uguale a sé stessa. > Eugenio non si accorgeva mai, e gli faceva comodo non accorgersi, e nemmeno sospettare, che lei poteva anche avere unʼanima, poteva anche, dai e dai, incominciare a volergli bene . Olga fuggì, scomparendo, ma rimase nella fantasia di Eugenio: lʼaspirazione di una donna suddito, che diviene sovrana per pochi minuti. Il romanzo riprende «nel presente». Eugenio è tornato in Italia a girare un film, ma il soggiorno in Europa non è altro che una ricerca di Olga. E quando deve andare a Barcellona, dove si dice che viva la donna, Eugenio ripercorre più volte El Paseo de Gracia nella speranza di incontrare Olga, la quale, > stranamente, miracolosamente, gli sarebbe apparsa identica a come era quindici anni prima: con il suo casco lucido alla Louise Brooks, col suo musetto sciocco e furbo, con il suo sorriso imbronciato . E lui gli avrebbe detto, > con la massima possibile tranquillità: Certo, che tutto è finito. Ma... ma forse, si potrebbe provare ancora una volta... una sola . Lo sfondo è il mondo meraviglioso ma falso del cinema. Lʼautore sviluppa anche una serie di intrighi, che dovrebbero dare un minimo di ritmo narrativo ad una trama fatta essenzialmente di sensazioni e riflessioni. Un primo significato del romanzo risiede nella narrazione della trasgressione, tanto più accattivante quanto più distante dalla vita normale. Come dice lʼautore, > astinenze lunghe (...).Poi, improvviso, sottile risvegliarsi del desiderio ma, per la durata di qualche giorno, solo un richiamo distratto, un memento apparentemente innocuo. Infine, di botto, una smania che non gli dava pace (...) E tutto si ripeteva più o meno come nella volta precedente . Esiste, poi, una chiave di lettura più profonda, esistenziale e filosofica, bene espressa dal brano sullʼ ossessione delle piastrelle. Eugenio vede nelle piastrelle del bagno lo stesso disegno, continuamente ripetuto, ma con infinite piccole differenze. Guardando le piastrelle da differenti punti di vista emergono due figure ricorrenti: il Bravo, che lo si riconosceva > sempre di profilo e se ne vedeva subito il volgare, massiccio naso adunco, la bocca crudele, lʼocchio acuto di belva che spia; e la Soubrette, una faccetta piccola e graziosa (...) e con la minuta boccuccia che a sua volta sorrideva . La Soubrette era il Bravo visto alla rovescio: il dominatore può diventare il dominato, il violento il docile e così via; noi tutti possiamo essere contemporaneamente, nelle varie circostanze, lʼuno e lʼaltro. Già nello «Lo Smeraldo», romanzo fantastico, Soldati sviluppa il tema del doppio, ricorrendo allʼespediente del sogno. Esistono altri mondi dentro di noi? Nel più tradizionale «A cena col commendatore» ritorna sulla complessità dellʼanimo umano: la maschera dentro la quale ci nascondiamo non è un artificio, ma fa parte intrinseca della coscienza. In questi due romanzi il racconto è sorretto dalla scrittura; nel primo dannunziana e immaginifica, nel secondo semplice e ottocentesca. In questo libro, invece, lo stile è «spezzato», faticoso, prolisso, mal sorretto da una trama esile e inconcludente. Perché non leggerlo? Non rispecchia lo scrittore Soldati. È una caduta di qualità
L'élégance du hérisson
Renée è la portiera di una elegante palazzina di Parigi, dove vivono famiglie della buona borghesia. Allʼapparenza si comporta come una tipica portiera, disponibile, riservata e umile. In realtà Renée è una donna di grande cultura e di fine intelligenza: legge la migliore letteratura, si interessa di filosofia, ascolta la buona musica e segue il cinema di qualità. Non manifesta mai questi suoi interessi preferendo vivere nascosta, lontana dallʼ «indifferenza che ci circonda», come un riccio. Nello stesso palazzo vive Paloma, una ragazzina dotata di un forte spirito critico, di un «orecchio assoluto per le contraddizioni». Per duecento pagine il romanzo si sviluppa su due percorsi paralleli: la vita e le riflessioni di Renée, spesso troppo intrise di intellettualismo per avvincere la lettura, e il diario di Paloma, che descrive la vita familiare con lʼattitudine di una adolescente piena di rabbia e già delusa del mondo. Lʼeleganza, intesa anche come sottile ironia, disprezzo del brutto e ricerca del bello, contraddistingue il racconto dei due personaggi, sempre nella forma dellʼio narrante: talvolta, sembra, quasi, che il romanzo sia lʼoccasione per lʼautore di raccogliere e presentare una serie di riflessioni filosofiche e letterarie e i personaggi si riducono a meri mezzi di comunicazione, senza una vita propria. Lʼarrivo nel palazzo di un giapponese e lʼincontro fortuito tra Renée e Paloma sono le cause di un cambiamento nella vita dei personaggi così come nel ritmo narrativo. Alla base del singolare comportamento di Renée cʼè un dramma familiare. Finalmente a Paloma Renée riesce a raccontare le vicende che hanno portato alla morte della sorella e la sua decisione di diventare una «clandestina», in quanto > come io non potevo più cessare di essere ciò che ero, capì che il mio destino era quello del segreto, dovevo tacere ciò che ero e non mescolarmi mai allʼaltro mondo . Con la confessione Renée esce dal riccio e comincia a vivere, intrecciando una frequentazione fuori dalla sua classe sociale, con il ricco giapponese e lʼadolescente borghese. Non è quindi la cultura che rompe la gerarchia sociale, ma la ricerca delle consonanze spirituali, delle somiglianze più profonde. Ma proprio quando Renée comincia a vivere, perde la vita in un banale incidente. Nel momento della morte sente il desiderio di una tazza di té, di compiere ancora un rituale sempre uguale a sé stesso, comune ai ricchi e ai poveri, durante il quale > si fa il silenzio, si intende il vento che ulula fuori, le foglie dʼautunno che fremano e si involano, il gatto dorme in una calda luce. Si sublima il tempo . Ma allora la vita del riccio è la migliore? Di questo libro si può dire che è molto elegante, spesso ricco di suggestioni e di riflessioni, ma privo di vita, quasi un gioco intellettuale. Perché leggerlo? Si tratta di una serie di frammenti che si compongono nellʼultima parte. Lʼeleganza dello stile, le riflessioni sempre argute dellʼautore e la singolarità delle situazioni rendono possibile lʼattesa sino alla fine.
Elias Portolu
Nel prendere in mano questo romanzo di Grazia Deledda la mente va immediatamente a «Canne al Vento» (si veda la recensione in questo sito) e si spera di ritrovare la stessa magica atmosfera del capolavoro della scrittrice sarda. E medesimo il contesto ambientale e sociale, si parla anche qui del dolore come destino, della vita come cammino verso la morte, ma manca quella natura vivente, magica e indecifrabile, che è il tratto distintivo di «Canne al Vento». Al contrario, il paesaggio sardo è di contrappunto ad una vicenda umana irrimediabilmente segnata sin dall'inizio. Ecco come la scrittrice descrive la tanca, il terreno dedicato al pascolo. > I pascoli lussureggianti, al cader della primavera, prendevano un verde dorato luminoso: i cardi aprivano i loro fiori d'oro e di viola, i rovi sbattevano le loro rose selvatiche. (...) Il corso d'acqua in certi punti scorreva fra boschetti di sambuchi, dove il sole appena penetrava, formando laghetti verdi e misteriosi, circondati e tramezzati di roccie, sulle quali l'acqua infrangevasi mormorando . Paiono risuonare i versi del Petrarca, ma non siamo in Provenza, siamo nella dura, selvaggia, ancestrale Sardegna. Può darsi che la verdeggiante e luminosa tanca non sia reale, sia invece un vaneggiamento di Elias Portolu, un modo per dare serenità ad un'anima inquieta. A differenza dei fratelli e del padre, «bassotti, robusti, barbuti, col volto bronzino e con lunghi capelli neri», Elias «era alto e snello, col volto bianchissimo, delicato, sbarbato». E' tornato dalle carceri del Regno, e questa esperienza l'ha cambiato profondamente, fisicamente e spiritualmente: > la lunga prigionia aveva reso candide le sue mani e la sua faccia, (...) il suo riso era stanco e spezzato, la voce debole; (...) sembrava una donna vestita da uomo. Inoltre il suo linguaggio aveva acquistato qualcosa di particolare, metà italiano e metà dialetto, con imprecazioni affatto continentali . In carcere ha imparato a leggere e scrivere, si è portato con sé libri di chiesa, che studia di nascosto. «Confuse visioni» gli ondeggiano nel sonno. Nel sogno gli pareva che > strane pecore dal volto umano saltassero sul muro che chiudeva la tanca; ed egli andava lor dietro, affannosamente . Quando un uomo gli fa incontro. E' zio Martinu, una specie di gigante, che tutti chiamano il padre della selva. A lui, sempre in sogno, Elias confessa che è debole, che non ne può più. E con la sua voce possente il gigante gli dice che «se tu non vuoi aver fastidi va' a farti prete!». Ed ancora a zio Martinu che Elias si rivolge, non più in sogno, quando si accorge di essersi innamorato della futura cognata, la bella Maddalena; non accetta il consiglio del vecchio di palesare ufficialmente il suo amore, ha paura di offendere il fratello, di far deflagrare un matrimonio deciso dalle famiglie da tempo, teme lo scandalo, non ha coraggio. Ma > immancabilmente Maddalena gli appariva in sogno. Ed erano sogni che lo turbavano e lo eccitavano dolorosamente. Soprattutto si rinnovava continuamente nel sogno la scena del ballo con Maddalena, > giacché le sue spalle, la sua vita, la sua mano serbavano intatta l'impressione fisica del corpo e della mano di Maddalena: e la mente, ricordando le parole di lei, si smarriva ancora in una vertigine di piacere e d'angoscia . La sua pusillanimità lo perderà e toccherà alla Morte decidere per lui. Dinanzi al corpicino senza vita del bambino avuto da Maddalena sentirà «calare un tenue velo di pace e quasi di gioia», solo e libero di ogni umana passione. Se ci estraniamo dal contesto sardo la figura di Elias è emblematica di chi non riesce ad uscire dagli schemi della società, dalle regole non scritte, delle quali è di fatto prigioniero. E' così difficile esprimere i propri sentimenti ed essere autentici! Andando forse oltre alle intenzioni di Grazia Deledda, nel romanzo paiono esserci tre mondi: quello semplice della povera gente che accetta con rassegnazione la morte e le sofferenze, e sarebbe pronto a riconoscere l'amore tra Elias e Maddalena, quello ipocrita e superstizioso della religione, che reprime i sentimenti salvo tollerare i peccatucci carnali pur che restino sotto una coltre di silenzio, e la figura del sapiente selvaggio, che non crede in Dio ed invita a scelte coraggiose. E' una interpretazione che renderebbe interessante il romanzo se questo non fosse sommerso da un tono melodrammatico e penitenziale. Perché non leggerlo? Melodrammatico e melenso, una delusione.
The enchantress of Florence
Siamo in Oriente nel magico impero di Akbar il grande. > Se il mondo lacerato dalla guerra era una dura verità allora Sikri (la capitale dellʼimpero) era una splendida bugia . È un mondo magico dove il mistero del grande sovrano «incanta tutta la terra, e il futuro, e tutta lʼeternità». In questa terra meravigliosa compare un viaggiatore, che proviene dallʼOccidente, che si fa chiamare Mogor dellʼAmore. Egli incanta il sovrano e tutta la corte con le storie di una città incredibile, Firenze: > per lui la conoscenza non era di alcun uso, eccetto per ricordargli di ciò che non dovrebbe mai dimenticare, che la stregoneria non richiede pozioni, spiriti familiari, o bacchette magiche. Il linguaggio fatto di parole dʼargento è sufficiente allʼincanto . Mogor dellʼAmore racconta di tre giovani fiorentini: uno di essi lascia la città natale per cercare lʼavventura e diviene un grande generale dellʼesercito ottomano. In una guerra con i persiani incontra una principessa, che diviene sua sposa. Con questa donna ritorna a Firenze per diventarne il capitano dellʼesercito. Questa principessa è «lʼincantatrice di Firenze», che utilizza i suoi poteri magici per ammaliare lʼintera città. Ma il confine tra stregoneria ed incanto è estremamente labile e ben presto la superstizione si scatena contro la donna. Che differenza tra il mondo magico di Sikri e la pochezza di Firenze! La principessa fugge nel nuovo mondo, ma > la sua magia non era più a lungo così forte da aiutare a resistere alle forze temporali, così come non era forte a sufficienza per cambiare la geografia della terra. Nessun passaggio di mezzo fu trovato e lei si trovò intrappolata nel nuovo mondo finché decise di morire . Ma anche il mondo magico di Sikri deve scomparire per lasciare il posto alla forza della realtà. > Sono tornata a casa dopo tutto ( disse la principessa al grande imperatore), tu mi hai permesso di ritornare, e così io sono qui, alla fine del mio viaggio. Fine a quando non sei, disse il grande regolatore dellʼuniverso, mio amore, fino a quando non esisti . Tutto può essere nellʼimmaginazione, anche al di fuori del tempo, niente può sopravvivere nella realtà. Con uno stile immaginifico e barocco, lʼautore racconta una storia incredibile, totalmente di fantasia, che, tuttavia, con il tono della fiaba sviluppa tre considerazioni: a) lʼoriente è meglio dellʼoccidente, in quanto nellʼoriente si esprime la ricchezza dellʼimmaginazione; b) la fantasia è un mondo incantato che permette di raggiungere la perfezione c) il passaggio della storia dallʼoriente allʼoccidente ( da Sikri a Firenze sino al nuovo mondo) corrisponde ad un lento ed inesorabile declino della civiltà. Le singole parole e la costruzione delle frasi affascinano i lettore ma le vicende sono troppo inverosimili ma anche eccessivamente reali per avvincere e convincere. Le digressioni, che sembrano rispondere più ad una forma di narcisismo letterario che alle esigenze della trama narrativa, appesantiscono il romanzo rendendolo prolisso. Perché non leggerlo? Alcune pagine sono piacevoli,, lo spunto del libro è interessante ma è troppo frammentario e prolisso per rendere la lettura complessivamente attraente.
Enrico di Ofterdingen
> Quando numeri e figure non saranno più la chiave dʼogni creatura, quando quelli, che cantano o baciano, ne sapranno più dei dotti, quando il mondo tornerà alla vita libera, e tornerà nel mondo, quando poi luce e ombra sʼuniranno di nuovo in autentico chiarore, e si conosceranno, in favole e poesie, le eterne storie del mondo, allora davanti a una sola parola segreta, sparirà lʼesistenza assurda . Questi versi esprimono «nel modo più dolce lo spirito che anima» il libro di Novalis: un percorso spirituale, prima ancora che fisico, conduce un giovane a comprendere come solo la poesia sappia portare a sintesi le dicotomie che travagliano il mondo (bene e male, luce e ombra, pace e guerra, uomo e natura); a quel punto «irromperà la libertà», ma con essa avrà fine unʼesistenza, che ha senso solo se è alla continua ricerca di un equilibrio con sé stessa e con il mondo. Contemporaneo di Goethe e di Kant, al culmine dellʼilluminismo, Novalis è un animo irrequieto, che non si appaga delle vecchie e delle nuove verità. Per esprimere questo bisogno di qualcosʼaltro, lʼautore immagina che nella Germania medioevale il giovane Enrico intraprenda un viaggio, dalla casa paterna a quella dei genitori della madre, dalla Tubingia fredda, industriosa e banale, alla Svevia, calda, piena di lusinghe e di passioni. In un sogno propiziatore Enrico si ritrova immerso in una natura magica, nella quale > nuove immagini, mai viste prima, (...) sembravano un dissolversi di affascinanti fanciulle. (...) Lo assalì un dolce torpore, (...) Ciò che però lo attrasse fu un fiore alto dʼun azzurro luminoso, (...) questo iniziò a muoversi e a trasformarsi; le foglie si fecero più scintillanti, (...) il fiore si chinò verso di lui e i petali mostrarono unʼampia corolla azzurra in cui fluttuava un tenero viso . Che cosa rappresenta il fiore azzurro, irraggiungibile e tuttavia avvolgente? Unʼaspettativa, che si potrà specificare solo attraverso le diverse tappe del viaggio ed i suoi personaggi: i mercanti, che lo accompagnano prendendolo a tutela e raccontandogli storie fantastiche; i crociati con la loro esaltazione della guerra; la giovane schiava orientale e le ingiustizie subite; il minatore, che gli fa capire la complessità e la grandezza della natura; ed infine lʼeremita, la cui saggezza dimostra come solo nella solitudine sia possibile conseguire la pace interiore. In ciascuno di questi episodi e personaggi cʼè ancora una bivalenza di opposti sentimenti e contrastanti situazioni: lo spirito non si è ancora ricomposto in unità. Ciò avviene allʼarrivo in Svevia, dove non solo Enrico incontra lʼamore, la giovane Matilde, ma soprattutto ascolta una lunga fiaba. Ricca di spunti mitici e simbolici, di disgressioni oniriche e speculative, la fiaba parte dalla distruzione dellʼarmonia celeste ad opera dello scrivano del re, una sordida personificazione dellʼintelletto. Lo scrivano ha conquistato il dominio del mondo, liberandosi di Sofia (la saggezza) e di Eros (lʼamore). Spetterà a Favola, personificazione della poesia, riportare pace e ordine nel mondo, congiungendo Eros e Sofia, amore e saggezza. > Non tarderà a lungo il bello straniero. Il calore sʼavvicina, lʼeternità inizia. (...) La fredda notte lascerà questi luoghi solo quando Favola otterrà lʼantico diritto. (...) Fondato è il regno dellʼeternità, nellʼamore e nella pace termina la lotta, trascorso è il lungo sogno di dolore. Sofia è, in eterno, sacerdotessa dei cuori . Lʼopera non è poesia né prosa, ma si colloca al confine tra i due generi letterari; è un opera giovanile e incompiuta, in quanto Novalis è morto nel 1801 a solo trentʼ anni. Ha avuto una grande influenza nella letteratura tedesca, perché premonitrice del romanticismo, con il suo stile intenso ed evocativo e per la sua concezione quasi panteista della natura. Al di là di queste considerazioni, cosa resta di questa opera così particolare? Proprio il messaggio di fondo, ossia lʼidea che senza un sentimento forte non sia possibile dare armonia al Mondo. Per esempio, cosa manca oggi allʼUnione Europea, una costruzione istituzionale complessa e pure di successo, visto che ha garantito la pace allʼEuropa? Proprio la mancanza di una visione, di grandi aspirazioni, insomma della poesia. La solidarietà e la saggezza non sono sufficienti a rompere gli steccati nazionalistici se non sono sostenuti da una grande spinta ideale. Ricca di disgressioni poetiche lʼopera di Novalis si perde spesso in dialoghi e narrazioni a forte connotato filosofico; tutto ciò fa perdere ritmo allʼintero racconto, il quale si riduce spesso a riflessioni sul mondo e sulla vita. Tanta è la voglia di dire e così forte il ricorso al mito, ai simboli, persino allʼesoterico, che la lunga fiaba, perno centrale del libro, risulta di difficile comprensione in tutti i suoi risvolti narrativi ed espressivi. Perché leggerlo? È breve, affascinante e dà molti spunti di meditazione.
L'equazione del cuore
Massimo, un anziano professore di matematica in pensione, vive in solitudine in un'isola del golfo di Napoli: ha perso da alcuni anni la moglie Maddalena; la figlia Cristina si è sposata con un ricco imprenditore del Nord e torna solo d'estate per un breve soggiorno, insieme con il figlio Checco di otto anni. In sogno Massimo immagina di raccontare alla moglie degli alberi da frutto e > che le spigole e i cefali si prendevano dagli scogli tutto l'anno, mentre le mormore e le orate solo in primavera. (...) Maddalena, che aveva una voce talmente bassa che era strano che si percepisse in mezzo al soffiare del vento e alle urla dei gabbiani , gli chiedeva di Cristina e il vecchio professore le rispondeva che aveva tante cose da fare e soprattutto poteva dedicarsi alla matematica, > seguire le onde cicliche del mare e calcolarne le variabili col vento e con la luna ; e Maddalena, prima di scomparire, gli ricordava che dietro una figlia, anche se adulta, «bisogna vedere un bambino che non finisce mai.» Lo stato di beatitudine nel quale pare vivere il vecchio professore è interrotto in modo brusco da una telefonata, che comunica la morte della figlia e del genero in un incidente d'auto, nel quale è rimasto coinvolto anche Checco, in ospedale in gravissime condizioni. Massimo è costretto a lasciare il suo paradiso terrestre e andare, malvolentieri, in una fredda e nebbiosa cittadina del Nord. Per un po' il racconto pare voler parlare della piccola Italia industriosa, del suo sottofondo di intrighi, maldicenze e di noioso e fragile benessere; poi prende la direzione del Noir, anche se appiccicato ad una storia che di «giallo» ha poco. Il vero tema del libro è un altro: come conciliare razionalità e sentimento? L'approccio razionale porterebbe a interrompere la vita di Checco dinanzi alla prospettiva che il bambino resti in coma o ne esca gravemente disabile. E così farebbe il professore (potrebbe tornare subito al suo paradiso terrestre!) se non irrompesse con furia Alba, la tata del bimbo. > Chi cazzo sei tu, inutile eremita, che nemmeno sai quanto ti ama...? (...) Massimo restò immobile dov'era, nella stessa posizione. All'improvviso ebbe freddo, un freddo immenso. (...) Si forse non ho tenuto conto di qualcosa di importante, dottore . L' urlo di Alba, nel suo primordiale ed infinito amore, spinge il vecchio professore a reagire. Lo fa a suo modo. Deve capire come mai un ordine apparentemente perfetto, un insieme di benessere, prestigio sociale e forti legami familiari, si sia spezzato riducendo Checco in fin di vita. «Domani parto, se non ho nulla da capire». Non è chiaro se il vecchio professore voglia indagare le cause e le dinamiche dell'incidente per una reale empatia o lo fa solo per individuare una regola che «renda comprensibile il disordine», dando pace alla sua mente matematica. Caro professore, non sempre c' è un rapporto di causa ed effetto, talvolta non è possibile trovare un metodo che dia equilibrio agli esseri umani; spesso i sentimenti irrompono improvvisi laddove la ragione vorrebbe diversamente. Nell'ultimo capitolo de Giovanni cita l'equazione di Paul Dirac, erroneamente definita l'equazione dell'amore: essa indicherebbe che due particelle che hanno interagito tra loro per un certo di tempo, continueranno a farlo anche dopo che se sono state separate. E' come dire che i legami d'amore si distruggono e non si evolvono, in quanto due persone che si sono amate sono indissolubilmente legate. In realtà l'equazione dei fisico Dirac dice il contrario: descrive il moto di una particella libera che non interagisce né con campi esterni né con altre particelle. E' triste che uno scrittore come de Giovanni ricorra in modo superficiale ad una leggenda popolare che serve a vendere tatuaggi agli innamorati; non si capisce neanche perché lo debba fare, rinunziando a meglio approfondire la storia di un vecchio eremita che scopre la vera personalità della figlia e comprende finalmente il suo legame profondo con il nipote. Il romanzo è scritto molto bene, la narrazione scorre piacevole e fluida. Di grande intensità sono le prime cinquanta pagine, successivamente la trama si evolve con fatica, quasi che lo scrittore abbia perso la direzione. Il cambio del soggetto narrante, sempre più frequente nel corso del racconto, il ricorso al colloquio con il nipote in coma, sono espedienti che mostrano le abilità narrative di de Giovanni, ma fanno anche intravedere la debolezza strutturale della storia: essa non regge se lasciata alla sua evoluzione naturale: come Noir e come analisi psicologica. Perché leggerlo? E' piacevole.
L'eroe discreto
Don Rigoberto è il direttore di una importante società di assicurazione, è appena andato in pensione ed è in procinto di fare lʼagognato viaggio in Europa. È un uomo colto, amante della letteratura: ha scelto un lavoro manageriale «per vigliaccheria», ha deciso di > non essere un creatore, solo un consumatore dʼarte, un dilettante della cultura. (...) Che tristezza essere costretti a vedere avvocati e giudici, (...) invece di immergersi dalla mattina alla sera in quei volumi, in quelle incisioni, in quei disegni e, ascoltando buona musica, fantasticare, viaggiare nel tempo, vivere avventure straordinarie, emozionarsi, intristirsi, godere, piangere, esaltarsi ed eccitarsi . Felicito Yanaqué è il titolare di una avviata azienda di trasporti: uomo concreto, imprenditore di successo, si è fatto da sé, con la sua determinazione e lavorando sodo, anche lui ha bisogno di sognare; lo ha fatto trovandosi una amante, una giovane donna, una mantenuta è vero, ma della quale si è comunque innamorato, senza molte illusioni. Due esistenze come tante, quando le certezze vengono sconvolte e tutto sembra sprofondare nel caos. Il proprietario della società di assicurazione, un vedovo ottantenne, decide di sposarsi con la sua domestica, giovane e bella; è uno scandalo che don Rigoberto è costretto a fronteggiare da solo perché i «novelli sposi» hanno intrapreso un lungo viaggio in Europa. Felicito riceve lettere di minacce e richieste di soldi. Lʼuomo, un vero «eroe discreto», rifiuta di sottostare, anche se spaventato e tutti lo consigliano di cedere e pagare il pizzo. Ha sempre in mente le parole pronunciate dal padre prima di morire: > non permettere mai a nessuno di metterti i piedi in testa, figliolo. Questo consiglio è lʼunica eredità che posso lasciarti . Le due storie si sviluppano in parallelo, con un ritmo narrativo che vorrebbe essere quello del thriller, ma non lo è; la figura di don Rigoberto è lʼoccasione per lunghe divagazioni sullʼarte e sullʼessere umano, tutto ciò appesantisce la narrazione e mette in secondo piano la vicenda di Felicito, la cui caparbia forza morale non riesce ad emergere come dovrebbe. Le due storie si concludono, intrecciandosi, con una serie di colpi di scena: sorprese che non vanno svelate per non far perdere al lettore il gusto del racconto; basterà dire che non si parla di criminalità ma di banali e squallide vicende familiari. Come dice don Rigoberto, dietro il quale si nasconde lʼautore, > in questo paese non si può costruire uno spazio di civiltà anche minuscolo, la barbarie finisce per distruggere tutto . Non esistono spazi salvifici, ossia > lʼidea che la civiltà (...) sopravvivesse in minuscole cittadelle, edificate nel tempo e nello spazio, che resistevano allʼattacco permanente di quella forza istintiva, violenta, ottusa, brutta, distruttiva e bestiale che dominava il mondo . Le differenze tra i due protagonisti sono il perno dellʼintero racconto: da un lato don Rigoberto si rifugia nellʼestetismo e nellʼindividualismo, dallʼaltro Felicito, sempliciotto sino al ridicolo, lotta per la sua dignità e prende in mano il proprio destino. Per chi stiamo? Ad un certo punto il figlio di don Rigoberto osserva come il padre parli sempre dellʼEuropa e gli chiede se ci sia qualcosa che gli piaccia del Perù. La risposta è sconcertante: > tre cose, Fonchito, disse, fingendo di parlare con la pompa di un grande illuminato, i dipinti di Fernando de Szyaszlo, La poesia in francese di César Moro. E i gamberi del fiume Majes, naturalmente. Quante volte abbiamo sentito dire le stesse cose da un rappresentante della nostra classe dirigente, esterofila, disfattista e provinciale? Non è che la speranza venga proprio dai tanti «eroi discreti» e non da vanesi intellettuali? Il libro di Vargas Llosa parla, sotto traccia e con fine ironia, dellʼinadeguatezza di una classe dirigente. Non è certo il migliore romanzo di Vargas Llosa. La scrittura, la descrizione dei personaggi e degli ambienti, la costruzione della trama ci ricordano il grande autore; ma la narrazione è fiacca e senza mordente, come se la mano fosse stanca e non aspettasse altro che librarsi in fantasie senili. Perché leggerlo? È piacevole ma non aspettatevi il grande Vargas Llosa.
Il figlio del Corsaro Rosso
Il figlio del Corsaro Rosso > era un bellissimo giovane, (...) di forme elegantissime che palesavano il gran signore, con gli occhi nerissimi e ardenti, i baffi neri e la pelle bianchissima . Ci si attenderebbe un nuovo Corsaro Nero. Ma così non è: innanzitutto perché il figlio del Corsaro Rosso prende spesso le distanze dai pirati, al punto di pagarli di tasca propria per evitare che saccheggino le città conquistate, confermando unʼidea diffusa tra i filibustieri, che i conti di Ventimiglia (il Corsaro Nero, il Rosso e il Verde) siano sempre stati «corsari dilettanti»; in secondo luogo perché il figlio del Corsaro Rosso non cerca la vendetta, ma vuole solo ritrovare la sorella, anche se ella è custodita dal marchese di Montelimar, colui che ha ucciso il Corsaro Rosso e che ora tiene prigioniera la figlia. Manca lʼodio inesorabile del Corsaro Nero. Ed è per questo che le imprese del figlio del Corsaro Rosso non hanno la stessa tensione dei grandi romanzi del ciclo dei Caraibi: il Corsaro Nero, la Regina dei Caraibi, Jolanda la figlia del Corsaro Nero. Sono presenti i classici ingredienti della struttura narrativa di Salgari: i duelli, la foresta equatoriale, i combattimenti navali, gli assedi alle fortezze spagnole. Non cʼè il senso di queste avventure, lʼattesa di qualche cosa di tenebroso, la fonte del soprendente ritmo narrativo dello scrittore. La peculiarità del libro è unʼaltra. In Salgari abbiamo sempre dei personaggi che fanno da spalla al protagonista, spesso contribuendo a renderlo più umano, ad introdurre elementi di leggerezza. In questo caso il sistema è rovesciato: il figlio del Corsaro Rosso resta sullo sfondo mentre predominano figure apparentemente comprimarie. La prima parte del romanzo si svolge nellʼisola di San Domingo. I nostri amici sono inseguiti dagli spagnoli e da cani «ferocissimi». Lʼambiente è spaventoso e meraviglioso ad un tempo: macchie di vegetazioni, paludi, mortali sabbie mobili si alternano ad isolotti, con > splendidi cespi di rododendri, alti più di dieci metri, (...) grappoli di fiori porporiti, (...) superbe palme coronate da parasoli di lunghissime foglie palmate, ricadenti elegantemente con spate dʼun violetto iridescente listato di porpora, e fiocchi di frutta che sembravano mele verdi . In questa natura irreale, descritta con qualche errore grammaticale (parasole è una parola invariabile) il figlio del Corsaro Rosso si imbatte in un bucaniere, allʼapparenza un selvaggio. Vive di caccia, ha una > miserabile abitazione formata da rami malamente intrecciati e da poche pertiche . Aiutato dal vino e dalla conversazione con un gentiluomo europeo, il bucaniere rivela, «con gli occhi dilatati, il viso bagnato di sudore», il suo terribile segreto: > bisogna che affoghi i ricordi lontani! Ah, la triste sorte che mi ha colpito! (...) Eh, la vita terribile è così, se si è preda dʼun genio maligno . Veniamo così a sapere che il bucaniere era un nobile di Francia, che ha macchiato il blasone dei suoi avi ed è fuggito in America. Può il conte di Ventimiglia riportarlo allʼantico rango? Non è più possibile, > tutto è passato, tutto è stato dimenticato. Ho ucciso due maiali selvatici, laggiù sul margine delle paludi... è il mio mestiere. Il bucaniere conduce in salvo il figlio del Corsaro Rosso, il quale scopre che la sorella è stata portata a Panama. Ci spostiamo nelle ricche città spagnole della costa occidentale dellʼ America Centrale. Gli inseguimenti, gli scontri e gli assedi sono ripetitivi, quasi scontati. Fa eccezione il duello tra il figlio del Corsaro Rosso e un sicario, un abile spadaccino, che dovrebbe uccidere il conte di Ventimiglia. Illuso!! Il bandito «si abbassò tutto, raggomitolandosi quasi su sé stesso». Era la sua mossa segreta: il colpo dalle cento pistole. La spada del conte lo colpì alla gola, affondandosi dentro per parecchi centimetri. > Rimase un momento quasi diritto, colle bracce aperte, poi ruzzolò pesantemente fra le sabbie, mormorando: sono finito . Anche in questa parte del romanzo il vero protagonista è un personaggio di «spalla»: un guascone, ubbriacone, chiacchierone, pronto sempre a menare le mani, ma capace di risolvere le situazioni più difficili con la sua astuzia, e la sua sfrontatezza. Il gruppo di filibustieri sta per essere catturato dagli spagnoli nella città di Panama. Ed allora il guascone, invece di fuggire, si fa avanti, racconta alle guardie che era lì per fare la serenata alla sua > splendida catalana, sapete, con due occhi che brillano come stelle e.... una bocchina, miei cari signori, da far girare la testa anche al Signor presidente dellʼUdienza reale . In unʼaltra occasione diviene un nobile castigliano, il conte dʼAlcalà, dai tanti titoli e dai tanti nomi, e riesce pure a farsi dare cavalli, viveri e fucili, ovviamente per scappare. È una delle poche volte in cui Salgari abbandona la narrazione avventurosa, immaginifica o tenebrosa, per inventarsi un personaggio divertente, arguto, una sorta di Arlecchino. La storia ha chiaramente un lieto fine, ma fiacco e frettoloso. Pur non conoscendolo la sorella, ancora fanciulla, abbraccia il fratello e fugge con lui. Ma non lʼaveva mai visto prima! Sente il richiamo del legame di sangue: un poʼ superficiale come spiegazione. Ma ancor di più lo è un altro fatto: è lo stesso marchese di Montelimar, catturato il figlio del Corsaro Rosso, a condurlo dalla sorella. Un vero gentiluomo! Che cosa nʼè della lugubre storia del Corsaro Nero: ben poco, solo la forma! Alla fine del lungo romanzo Salgari sembra più preoccupato a convincere il lettore che quanto racconta è vero, non è inventato, che a dare ritmo al racconto. Si sfilaccia lʼintera storia, lo stesso scrittore si accorge di averla portata troppo avanti e troppo a lungo. Perché non leggerlo? È noioso e ciò è sorprendente per Salgari.
Fiordicotone
Il 15 dicembre 1943 venne arrestata e inviata all'internamento la famiglia ebrea dei De Fano: Omero, «il mite rilegatore», la maestra elementare Alma, la madre di lei e la piccola Velia, figlia della coppia, una bambina albina soprannominata Fiordicotone. Nella confusione del rastrellamento la bambina venne nascosta sotto la mantella nera di un uomo, così salvandosi. Omero e l'anziana madre furono subito soppressi mentre Alma fu riservata agli ufficiali delle SS per loro divertimento sessuale. «Fa' qualunque cosa ti chiedano, pur di salvarti la vita», le aveva detto la madre, «nuda tra altre donne denudate». Ma se mettere il corpo al servizio degli aguzzini le aveva preservato la vita, l'esperienza l'aveva profondamente ferita nello spirito. Guardandosi allo specchio dopo la liberazione, Alma > non riuscì a riconoscersi. Aveva sbottonato casacca e camicia e s'era guardata. Un corpo perfetto, desiderabile. Si vide incolore, gli occhi logorati, il viso sbiadito e senza vita. Di quel corpo che tanto amava colse la tristezza, l'angoscia di una solitudine continuamente abusata . E' dalla duplice sofferenza, di internata e di prostituta, dalle cataste di morti e dall'umiliazione subita ( > in bocca il sapore acido, sulla pelle il sentore miserabile e persistente della violenza ) che crebbe in Alma la percezione che non esistesse un dopo, > ché talmente quell'inferno era senza fondo e senza dignità da non lasciare alcuna speranza. Non c'era più niente. Soltanto Fiordicotone. Come è ovvio il libro narra la ricerca della figlia: la prima ospitalità in Svizzera, il viaggio nell'Italia distrutta sino a Lugo, la scoperta che la figlia non era più in paese, le difficoltà a farsi dire dove si trovava, ed infine l'incontro con Velia. Incombeva sempre su Alma un presagio di una vecchia cieca: «la troverai, e quando l'avrai trovata ritornerai nell'ombra». Come Alma pure il lettore non comprende le parole, oscure come gli oracoli della Sibilla. Cosa vuol dire tornare nell'ombra? Scopriamo lungo il racconto che Alma non aveva ombra, era come un fantasma corporeo ma inconsistente, era senz'anima. Alma «era prigioniera di una cifra tatuata», non aveva speranza e non pensava che ci fosse un futuro per la figlia. Con toni forse troppo melodrammatici ma tenendoci sospesi in una preoccupata attesa l'autore ci porta sino alla conclusione. In un precedente romanzo («Il bambino del treno» recensito in questo sito) Paolo Casadio è partito da un fatto realmente accaduto, ambientato in un luogo preciso: una piccola stazione, oggi abbandonata, della linea ferroviaria Faenza-Firenze. Luogo e vicenda storica hanno dato un ancoraggio concreto alla narrazione; insieme allo stile elegante hanno contribuito alla buona riuscita del romanzo. In «Fiordicotone» Casadio si disperde su troppi temi, dal dramma esistenziale degli internati alla ricerca della figlia. Il filo conduttore non sono tanto la storia e la protagonista, quanto un alone di morte, di fantasmi che aleggiano dal passato, con il rischio di scivolare nel «fantasy» (si pensi all'immagine dell'ombra, sinceramente esagerata) o, più nobilmente, nel contesto evanescente e astratto di molte poesie di Mario Luzi. Nel vuol dire troppo l'autore trascura l'ambiente di Lugo di Romagna, i personaggi e in particolare la ricostruzione delle ambiguità, dei pavidi compromessi, dei piccoli sotterfugi a fin di bene di tante persone comunque consenzienti con le orrende finalità del regime nazista: si pensi alla figura del maresciallo. Il frequente ricorso al punto con le conseguenti frasi senza verbo frammenta la narrazione e compromette l'eleganza della scrittura: un lascito dannoso del dominante stile giornalistico. Perché leggerlo? Si legge molto bene ed è interessante dal punto di vista storico.
Forse Esther
La narratrice protagonista parte da Berlino per un lungo viaggio nei paesi all'Est della Germania, in quel vasto spazio geopolitico dove pare che tutto sia avvenuto, all'insaputa di noi europei occidentali. Prima va a visitare con la figlia il grande Museo di Storia Tedesca a Berlino (consiglio tutti di andarci) e nell'area dedicata alla Shoah la figlia le chiede: > dove siamo noi qui in questo pannello, mamma? (...) Avrei voluto aggiungere che noi in quell'immagine non figuravamo affatto . Ma non è vero ed è per questo, forse, che vuole risalire lungo l'albero genealogico della sua famiglia: ebrea, un po' polacca e un po' russa, vittima di drammatici avvenimenti: la caduta di grandi imperi, la guerra civile russa, la rinascita e la spartizione della Polonia, il nazismo e lo stalinismo con i loro eccidi, stragi, ghetti, campi di concentramento, milioni di morti; e peggio ancora la perdita della propria lingua e della propria storia. E in effetti l'autrice saltella, «in modo strano e goffo, simile a una puntina di un disco giunto alla fine». I nomi e i nomignoli lungo l'albero genealogico si susseguono ed è inutile identificarli e ricordarli; la confusione è forse voluta. Alcuni passaggi del racconto restano fortemente impressi, come il genocidio di Babij Jar, anche per le parole del grande poeta Evgenij Evtusenko («Ogni vecchio ucciso qui/io. Ogni bambino ucciso qui/io»). In generale le persone, le vicende, i luoghi e le parole sono come «scritte perdute», iscrizioni che vengono rinvenute per caso e si cerca di decifrarle, ma non si capisce neanche a quale alfabeto appartengano. > Capii che ero arrivata troppo tardi, che il sapere era andato perso, e io non avevo la forza di recuperarlo, mi ero attardata, con la mia nascita e in generale; non era una colpa, era solo troppo tardi . Ma allora ha senso ricercare le proprie radici? O quel «naturalmente» usato dall'autrice nell'avvio del racconto sta a > sottolineare l'insensatezza del suo viaggio, (...) quasi che quella sparizione e quel nulla fossero fenomeni naturali o addirittura ovvi . A Varsavia l'autrice ha creduto di trovare la casa dove è vissuta la sua famiglia e scopre che era un'altra, oggi distrutta. > Durante la notte non riuscii a dormire, sognavo la sauna, il ghetto, corpi nudi nella torsione della morte o del piacere, sognavo la diversità, uomini e donne, (...) non so se sono mai stata tra i miei e chi siano i miei, queste rovine attorno a noi e dentro di noi, e il passaggio da una lingua all'altra che compio per poter stare da ambedue le parti, per essere al contempo io o non io, (...) in tedesco la lingua è femminile, in russo è maschile, che cos'ho combinato con questo scambio? E' un libro difficile per la trama disordinata, come se fosse l'insieme di aneddoti, luoghi, personaggi che si affollano nella mente senza trovare un ordine, una sistemazione razionale. E' come se la memoria incombesse e travolgesse la protagonista, sono troppo forti le immagini, troppo intensi i dolori. > Lame di coltello spuntano dalla parete e si muovono a breve distanza dal corpo. Pendono da qualche parte, (...) e tu le descrivi da un'ottica teorica, (...) ma non riesci a restituire quel terrore né il raccapriccio della loro presenza, perché restituirlo significa riconoscerlo e consentirgli un accesso. Tanto terribili sono queste cose. Certo, la storia della famiglia è eccezionale, ma c'è da chiedersi se ha veramente senso sollevare il coperchio del passato, a che cosa porta se non al pianto, al delirio. Il romanzo si chiude con un episodio emblematico. > Quando mi ritrovai di fronte alla casa che doveva essere la mia, (...) un'anziana signora (...) mi disse, o forse fu un rimprovero?, l'ho incontrata un po' troppo spesso da queste parti negli ultimi tempi! E io le risposi stupita che da anni non ero più stata lì. Questo non conta nulla, disse lei . E' una splendida metafora del fascino oscuro della rimembranza. Perché leggerlo? E' difficile, ma elegante e raffinato. Dà uno specchio narrativo di una storia e di una cultura a noi sconosciuta
Freedom
Tra i possibili significati della parola Freedom, uno di essi la definisce come > essere capaci o avere la possibilità di fare ciò che si vuole senza subire restrizioni da qualche cosa o da qualche dʼuno ( Collins Dictionary). I personaggi di questo romanzo hanno vissuto sempre in bilico tra «lʼinsieme delle possibilità» e gli eventi ( ciò che un tempo si chiamava il destino), che spingono inesorabilmente verso una direzione di vita. Non ci sono vincoli imposti dallʼesterno ma è la natura delle cose che porta su una strada piuttosto che su altre vie. E la vita è fatta della complessità della struttura delle relazioni interpersonali, del conformismo e della ricerca di realizzazione di idee, spesso teoriche e generiche. La vicenda si svolge tra la presidenza Reagan e quella Obama, in un ceto medio americano sempre più spaventato, percorso da divisioni, da dilemmi morali e politici e dalla crescente consapevolezza del declino del paese. Come nelle buone storie borghesi, si inizia con un triangolo: Walter, un giovane serio e pieno di idee ambientaliste, ama Patty, una campionessa di basket, che si sente, per questa sua passione, rifiutata da una famiglia politicamente importante, appartenente allʼestablishment. Patty è a sua volta attratta da Richard, musicista e grande amico di Walter. Patty e Richard compiono insieme un viaggio in auto per raggiungere Walter ed è lʼoccasione perduta per Patty: Richard, un grande conquistatore, si rifiuta di portare a letto la fidanzata del suo più grande amico. Sul rimpianto si alimenta il legame tra Patty e Richard. > in tutti questi anni, ( Patty) aveva custodito la memoria del loro piccolo viaggio, lʼaveva tenuto chiuso in un profondo spazio interiore, lasciandolo invecchiare come il vino, così che, simbolicamente, la cosa che poteva essere accaduta tra loro rimaneva viva e cresceva più vecchia con loro due . In Richard cresceva «lʼinvidia del suo amico per il suo inconsapevole possesso della moglie». Il matrimonio tra Walter e Patty procede stancamente ( «non potevano vivere insieme ma non potevano immaginare di vivere separati»), quando una vacanza di Patty e Richard proprio nella vecchia, ed amata, casa di Walter in riva ad un lago in un meraviglioso ambiente naturale, fa precipitare gli eventi: i due vanno a letto insieme. Walter non può accettare di essere stato tradito dal suo migliore amico: i due si separano e lo fanno nel momento in cui Walter prende finalmente coscienza che non può inseguire astratte idee ambientali con i soldi del capitalismo americano. Ed è proprio dalla rottura di false relazioni interpersonali e dal disfacimento di vaghi ideali , che Patty e Richard si ritrovano e possono ricostruire la famiglia. In realtà il libro non si limita ai tre personaggi, ma coinvolge anche le nuove ( i figli di Walter e Patty) e le vecchie generazioni, narrando le vicende delle famiglie di origine. Numerose sono poi le incursioni nei temi politici e sociali che hanno caratterizzato lʼAmerica di questi anni; in particolare stanno a cuore dellʼautore i temi ambientali, visti anche come una rappresentazione dellʼipocrisia e della vacuità di molta borghesia. Il messaggio sembra essere sempre lo stesso: non è possibile cambiare il mondo, dobbiamo convivere con noi stessi e con i nostri problemi. Emblematico in questo senso è lʼultimo capitolo. Walter si è rifugiato a contatto con la natura ed esprime la sua missione di vita nella difesa degli uccelli migratori, in particolare nei confronti di un gatto domestico, che fa spesso incursioni omicide. Questo atteggiamento lo ha messo in conflitto con la piccola comunità del ceto medio, vicina alla riserva naturale. I problemi si risolvono quando ritorna Patty, che alimenta le relazioni sociali con i vicini ( il conformismo della borghesia americana) e poi riporta Walter a New York, in famiglia. A quel punto lʼente che gestisce la riserva costruisce un muro di separazione tra lʼambiente naturale, dove nidificano gli uccelli migratori, e la piccola comunità. Ma allora il mondo è fatto di tante mura, allʼinterno delle quali ciascuno ricerca la propria libertà? Ed allora la vera libertà sta forse nellʼaltro possibile significato della parola Freedom: «la condizione di essere capaci di muoversi intorno», pur allʼinterno di mondi separati. Il pregio maggiore nel libro sta sicuramente nello stile, fatto di dialoghi serrati e molto efficaci, nella profondità della ricerca psicologica ed esistenziale dei personaggi e delle loro relazioni reciproche. Il ritmo narrativo è lento e la narrazione procede stancamente. Domina in generale quellʼapproccio intellettualistico, colto ma spesso evanescente, che caratterizza molti scrittori americani contemporanei. Perché leggerlo? È interessante, ma si consiglia ad un lettore molto paziente.
Fuoco amico
Eyal, figlio di Yirmy, è stato ucciso, durante il servizio militare, dai suoi stessi compagni, che lo hanno scambiato per un ricercato palestinese. Amotz, cognato di Yirmy, nel dargli la notizia della morte del figlio, usa senza volerlo un termine crudele: Eyal è stato ucciso da un fuoco amico. Questa è la premessa del racconto, che prende le mosse dal momento in cui Daniela, cognata di Yirmy, parte per lʼAfrica, dove il cognato è andato a rifugiarsi e dove è morta la sorella. Da questo momento il romanzo si sviluppa secondo due traiettorie parallele: il viaggio di Daniela in Africa e la vita di Amotz, da solo, in Israele. Daniela vuole sapere dove è morta la sorella e in qualche modo sta compiendo un viaggio di liberazione dalla sofferenza e dalla morte. Ma vuole anche capire perché il cognato, ormai settantʼenne, vuole vivere in Africa. Il paesaggio, gli animali e le persone costituiscono lo sfondo di un costante colloquio tra Daniela e Yirmy, nel quale si sovrappongono temi familiari ( la sorella, la ricerca da parte di Yirmy delle vere circostanze nelle quali è morto il figlio) e temi più generali, legati alla condizione di Israele e alla peculiarità di una religione, quella ebraica, così dura e severa. Se è possibile darsi una ragione della morte dei propri familiari, ben più difficile è superare con serenità lʼ angoscia esistenziale di un popolo. Ed allora, lʼunica possibilità è la fuga in un continente lontano: sono venuto, dice Yirmy, > a prendermi una pausa dal mio popolo, dagli ebrei in generale e dagli israeliani in particolare «tutto quello che mi opprime scivola via senza filosofie e discussioni». A sua volta Amotz, titolare di una azienda di progettazione deve trovare una soluzione a strani rumori che provengono dal vano ascensori di un condominio: è un problema tecnico o cʼè qualche cosa di misterioso, di insondabile, che proviene da un paese che vive con leggerezza una condizione sullʼorlo del precipizio? Fuoco amico tratta molti temi, forse troppi: la morte, la famiglia, la religione, il destino di un popolo, la fuga da tutto. Il filone conduttore è costituito dallʼidea che la vera minaccia non viene dallʼesterno ( per esempio, dai palestinesi) ma da noi stessi, da un popolo, quello ebraico, che ha sempre errato senza mai volersi integrare con gli altri. Il libro non vuole essere un atto di accusa verso Israele, anche se le pagine relative alla Bibbia sono senza dubbio molto critiche, ma costituisce unʼ espressione di una profonda sofferenza esistenziale. Il popolo israeliano è oggi come quellʼelefante che viene portato in giro come una attrazione perché possiede un occhio gigantesco. > Daniela si sente stringere il cuore alla vista della sua sofferenza, quasi fosse un congiunto. E in quellʼiride screziata di azzurro, di giallo e di verde che la guarda con tristezza si raccoglie una goccia che a poco a poco si trasforma in una lacrima, seguita da unʼaltra, e il pianto di quellʼanimale muto, e forse anche grato, sconvolge Daniela nel profondo, come se in quel momento si avverasse finalmente il desiderio che lʼha condotta in Africa durante la festa di Hanukkah . Fuoco amico esprime la sofferenza di un popolo e la sua incapacità di uscire dalla propria condizione. Il difetto, però, del libro è che il tema si sviluppa lentamente, quasi sommerso dalle parole, che sembrano servire a nasconderlo e a disperderlo. Il periodare è piacevole ma la lentezza, la mancanza di ritmo narrativo, lʼuso monotono dellʼ espediente di raccontare due storie parallele sono tutti fattori che rendono il libro prolisso e noioso. Perché non leggerlo? È un racconto dispersivo, pesante malgrado lʼabilità collaudata dellʼautore. Il lettore si perde in una infinità di parole.
Il gatto che voleva salvare i libri
Qual è il fascino dei libri? Perché molti di noi trascorrono così tanto tempo a leggere romanzi e poesie? L'autore prova a dare una risposta a queste domande, e lo fa con un racconto di formazione, una via di mezzo tra Harry Potter e l'Isola del Tesoro (vedi le recensioni in questo sito). Natsuki Rintaro è il tipico «hikikomori», sinonimo di un adolescente asociale, apatico e misantropo. Certo, ha la passione di leggere, passione che viene dal vivere nell'affollata e polverosa libreria del nonno. E' un piccolo negozio di libri usati, con una struttura peculiare. > Quando si entrava nella libreria dalla luminosa porta d'ingresso, in prospettiva il locale appariva molto più profondo di quanto non fosse in realtà, e per un attimo sembrava che quel corridoio circondato di libri si prolungasse all'infinito verso il buio . C'è un potere nei libri, diceva il nonno al nipote mentre apriva tranquillo un libro. Alla morte del nonno il ragazzo dovrebbe andare a vivere con una zia, destino che accetta passivamente, quasi indifferente. All'improvviso, dal nulla, compare un gatto, con fare gentile ma deciso, lo invita ad un'impresa: salvare i libri. Insieme con il gatto il ragazzo si inoltra lungo il corridoio oltre la parete della libreria; i due si ritrovano in palazzi, in veri e propri labirinti, dai quali il ragazzo potrà uscire solo se libererà i libri. A ciascuno dei labirinti corrisponde un modo di intendere la nostra relazione con questo «insieme di fogli di carta ricoperti di caratteri stampati»: il desiderio spasmodico di conservazione, la ricerca di un compendio che permetta di conoscere il maggior numero di scritti nel più breve tempo possibile, la concezione del libro come un oggetto di consumo, un business per cui va distrutto tutto ciò che non si vende. E' una casistica ben nota a noi appassionati, ma si dimentica che > leggere un libro è un po' come salire in cima a una montagna. (...) Ogni tanto bisogna esaminare riga per riga, rileggere più volte a ritroso la stessa frase, e procedere con lentezza sforzandosi di capire. Come risultato di tale impegno gravoso, di colpo ci si apre la mente . Sono parole del nonno che riaffiorano alla mente del ragazzo, parole dense e vigorose. Con la metafora dell'arrampicata il nonno vuol dire che si può salire con fatica solo se si ama la montagna. Ed è questa argomentazione che spiazza gli interlocutori e salva i libri: come si fa a tenerli prigionieri, a tagliuzzarli e a considerarli come un qualsiasi prodotto, se si amano? Il percorso formativo non è concluso. Parafrasando Carlo Marx della «Miseria della Filosofia», si è ancora nel mondo delle idee, in un legame erudito e narciso con la lettura. Sarà solo l'ultima impresa a portare a termine la maturazione dell'adolescente: come diceva Confucio, la cultura umanistica, la letteratura e la poesia, ci fanno comprendere «il senso dell'umanità reciproca», ossia l'empatia che lega tutti gli esseri umani. L'autore tenta di dare ritmo narrativo al racconto, creando nel contempo un'atmosfera magica. A questo fine ricorre all'espediente letterario del gatto, un uso molto frequente nella letteratura giapponese, basti pensare a «Io sono un gatto» di Soseki Natsume (si veda la recensione in questo sito). Ma se nell'opera di Soseki il gatto è una figura ironica e saggia, alter ego del noioso e gretto professore, qui il piccolo felino è un bolso censore del protagonista, simile al gufo di Pinocchio. Il lungo corridoio che si apre misteriosamente nei labirinti ricorda il ben più originale binario ferroviario dal quale parte la magica avventura di Henry Potter; inoltre, la descrizione dei palazzi è così minuziosa da risultare scontata e prolissa. Partito bene, il romanzo scivola in una riflessione pedante sul libro, con considerazioni condivisibili e apprezzabili se si trattasse di saggistica. A sollevare la qualità del romanzo è la scrittura: piana, piacevole e scorrevole, anche se talvolta ripetitiva: azzeccate le pennellate della libreria e dei profili del ragazzo e dei suoi amici. Peccato che non abbia lavorato sui personaggi! Perché leggerlo? Parla del nostro amore per i libri.
God help the child (Prima i bambini)
Per molti di noi lʼinfanzia è stata fonte di sofferenze. > E ciascuno riscriverà questa storia per sempre, conoscendo il dolore, immaginando la trama, inventando il suo significato e dimenticando la sua origine . Poi un giorno scopriamo che > hai accettato come una bestia da fatica il peso di una maledizione incomprensibile e la minaccia ingiustificata che ti lega alle ferite e ti lascia con un destino; e tu spendi la vita negando benché quellʼodiosa parola sia solo una fragile linea disegnata su uno scoglio, rapidamente dissolta in qualsiasi momento dalla forza del mare . Ma qualʼ è questa forza? Lʼautrice sembra dire che possa essere lʼamore, testimoniato dalla nascita di un bambino. Due giovani sʼincontrano per caso, portando con sé un segreto. Bride è nata con una pelle di un «terribile colore»: il nero. Faceva talmente ribrezzo alla madre, che questa non la toccava mai, anche se non era certo colpa della bambina, ma del venti per cento di sangue negro della sua famiglia. Ancora piccola, per farsi accettare Bride compie un atto terribile: con la sua testimonianza manda in carcere una donna, accusandola di molestie sessuali, pur sapendo che è innocente. Booker è un giovane brillante e un buon musicista; la sua vita è stata travolta dalla morte del fratello, violentato e torturato da un maniaco sessuale. Vorrebbe vivere nel ricordo ed è fuggito di casa, dinanzi al rifiuto della famiglia di continuare in una perenne commiserazione. Vivono sei mesi intensi, di travolgente passione ed anche di forte identità di intenti e sentimenti; entrambi, tuttavia, si tengono nascosto il doloroso segreto. Ed ecco che un giorno Booker se ne va, semplicemente dicendo: «non sei la donna». Lo ha fatto, forse, perché è nera, benché affascinante e ricca? Neanche la bellezza e il successo possono vincere il razzismo? È ancora lʼ antica colpa, di essere nata con quel colore della pelle? Bride vuole saperlo; si mette alla ricerca di Booker, per trovarlo presso una vecchia zia. Mentre lo cerca le succede uno strano fenomeno: ritorna bambina, quasi che la vita ricominciasse dallʼinizio: > un bambino. Nuova vita, Immune al diavolo o malattia, protetto da rapimento, violenze, stupro, razzismo, insulto, ferita, auto disgusto, abbandono, Libero da errori, Tutta bontà. Senza collera. Così credono . Con questa inspiegabile trasformazione Bride si libera dalla colpa ed è pronta a confessare la terribile verità, così come ad accettare la sofferenza di Booker: comprende che lui lʼha lasciata perché lʼama, > per non farla travolgere da un dolore così profondo che le avrebbe distrutto il cuore : > Adesso è incinta. Buona fortuna. (...) Ascoltami, Stai per scoprire che cosa ci vuole, come è il mondo, come funziona e come cambia quando tu sei un genitore. Buona fortuna e Dio aiuti il bambino . È difficile comprendere la linea narrativa di questo romanzo; troppi sono i temi che si sovrappongono: la violenza sui bambini, il razzismo, la liberazione dalla sofferenza e, forse, altri ancora. La trama è confusa, e non aiuta certo il cambio continuo di narratore (la madre, Bride, lʼamica, il racconto in terza persona), anzi spiazza il lettore in quanto costringe a riprendere il filo complessivo senza peraltro aggiungere nulla alla comprensione della storia e dei personaggi. Ciò che salva il romanzo è la scrittura: anche se stanca rispetto ad altre opere dellʼautrice riesce ancora ad affascinare con la sua elegante e soffusa costruzione sintattica, con le parole così evocative da creare aspettative di significati, che tuttavia sfuggono e restano sospesi. Insomma, si rimane un poʼ delusi. Perché leggerlo? È intenso.
The Golden Notebook
Siamo a metà degli anniʼ cinquanta in Inghilterra. Anna è una scrittrice, che vive con le royalties di un suo libro di successo, ambientato in Africa durante la seconda guerra mondiale. Divorziata, dopo un breve matrimonio senza amore, è madre di una bimba ed è amica di Molly, anchʼessa divorziata da un uomo ricchissimo e madre di un giovane ventenne. «Libere donne», indipendenti, che si devono far carico dei figli, ma destinate alla solitudine, alla relazione con uomini, che non sanno rispondere alle esigenze femminili: > le emozioni delle donne si conciliano bene con un tipo di società che non esiste più. Le mie profonde emozioni, quelle più vere, riguardano le mie relazioni con gli uomini. Un solo uomo. Ma non vivo quel tipo di vita, e conosco poche donne che lo vivono. Dovrei essere come un uomo, curarmi più del lavoro che della gente; dovrei mettere il mio lavoro davanti a tutto, e prendere gli uomini come vengono, o trovarne uno banale ma benestante per avere un sostegno economico, ma io non lo farò, non posso essere così . Anna non riesce più a scrivere e si rivolge quindi ad una psicoanalista, che le consiglia di tenere un diario. «The golden notebook» è composto da quattro quaderni: nero, riguarda Anna la scrittrice, rosso per la politica ( Anna è iscritta al Partito Comunista Britannico), giallo, per le storie fuori dallʼesperienza reale, e blu che cerca di essere un vero diario. Si apre una spirale nella quale la realtà si confonde con lʼimmaginazione, una sorta di discesa nella profondità della coscienza. Il tutto fluisce inaspettato, perché > le cose che sono importanti nella vita avanzano furtivamente, di sorpresa, uno non se la aspetta, non si dà forma nella mente. Si riconoscono quando appaiono, è così . II libro diviene una sorta di scatola, che quando si apre, > invece di cose splendide, cʼè una massa di frammenti e di pezzi. Non una cosa intera, rotta in frammenti, ma pezzettini da ogni parte, da tutto il mondo.... vedere la massa di frammenti orribili era così doloroso che io non potevo guardare e chiusi la scatola . Ma che cosa cʼè di così terribile nella coscienza? La dissoluzione dei rapporti tra gli uomini, il dolore che contraddistigue, inesorabilmente, le relazioni tra gli individui, il caos in un mondo che va verso la distruzione, e quindi la solitudine nel caos, dalla quale sembra che lʼunico rimedio possibile sia lʼaridità delle emozioni, crearsi una difesa rispetto alla distruzione dei rapporti umani, alla loro riduzione alle sole forze «della proprietà, del denaro e del potere». È una sofferenza esistenziale e cosmica quella di Anna, che non può che portare alla pazzia. Ma alla fine del percorso, Anna capisce che lʼancoraggio per salvarsi è nei rapporti più profondi, quelli dellʼaffetto e della cura. Alla fine di un brano di grande tensione, una semplice frase è lʼalternativa alla morte: «Posso sentire Janet ( la figlia di Anna) salire le scale». Si tratta di un libro molto complesso, anche dal punto di vista filosofico, che può essere letto da tanti punti di vista: lʼesaurirsi nella speranza del futuro, nelle grandi ideologie; la conclusione di un percorso politico e letterario, di affermazione dellʼindipendenza della donna, che era iniziato con i personaggi femminili di Jane Austen e finisce con la profonda solitudine di Anna, che, in un passaggio senza dubbio sconvolgente per quando è stato scritto il libro, afferma di preferire la masturbazione al sesso con uomini incapaci di amare; il tema della psicoanalisi e quindi della scoperta del proprio inconscio, la letteratura come immaginazione ma anche ricerca di sé stessi, come ricordo e nostalgia. Ciò che rende attuale il libro è la riflessione sugli effetti sulla coscienza individuale di un mondo in distruzione, la capacità della scrittrice di cogliere come la mancanza di una speranza più generale abbia un impatto devastante sulle relazioni stesse tra gli uomini: non ci si salva rinchiudendosi in una dimensione familiare nè tuttavia si può fare affidamento a vecchie ideologie. La narrazione è sorretta da un stile elegante e piacevole alla lettura. La struttura su più livelli del racconto avrebbe richiesto una grande capacità di mantenere una costruzione compatta alla narrazione, che si è invece frammentata e dissolta. La stessa ricchezza intellettuale, se fonrisce spesso spunti interessanti di riflessione, non favorisce la frugalità e lʼessenzialità del racconto. Perché non leggerlo? Si reggono alcune pagine, ma la lettura complessiva risulta pesante e prolissa.
The Grand Sophy
Georgette Heyer è stata una delle più popolari scrittrici inglesi del novecento. «The Grand Sophy», tradotto recentemente in italiano, racconta lʼirruzione di una giovane donna, indipendente, audace e volitiva, in una tradizionale famiglia dellʼalta nobiltà inglese dellʼinizio dellʼottocento. Il romanzo si apre con la inaspettata richiesta di Sir Horace alla sorella, la mite Lady Ombersley, di ospitare per alcuni mesi la figlia, la diciasettenne Sophy. Il lettore è subito introdotto al sistema di personaggi e alla situazione da cui si svilupperà la storia: i due figli maggiori, lʼautoritario e intemperante Charles e la «così tipicamente inglese» Cecilia, una figura femminile alla Jane Austen; la rovina economica della famiglia in conseguenza delle perdite al gioco di Lord Ombersley, la provvidenziale eredità ricevuta da Charles, che gli ha dato il ruolo di capo famiglia, creando un clima di soggezione e di reverente timore tra i fratelli e le numerose sorelle. Ci sono poi gli attesi matrimoni. Charles si è impegnato con Miss Wraxton, senza dubbio di elevata moralità e lignaggio, ma detestata dagli Ombersley per lʼevidente intenzione di mettere ordine in una gestione familiare da lei considerata troppo rilassata e permissiva. Cecilia ha accettato la corte di Lord Chalbury, ma si è infatuata di un bel giovane, poeta e squattrinato. Molte sono quindi le preoccupazioni di Lady Ombersley, che dapprima tenta di rifiutare le insistenti richieste del fratello, ma poi accetta di ospitare Sophy, pensando di trovarsi di fronte ad una timida adolescente, desiderosa di essere accolta nellʼaffetto di una casa, dopo che è rimasta orfana ancora bambina ed è stata educata da un uomo, come Sir Horace, sempre in viaggio. Resta, quindi, stupefatta e un poʼ spaventata, quando, insieme con numerosi bagagli, un levriero, una scimmietta ed uno splendido cavallo nero, si presenta una ragazza imponente, non bella ma > costruita con linee generose, longilinea, un gran seno, con un viso intensamente vivace, e una montagna di ricchi capelli castani sotto uno dei più esuberanti cappelli che le sue cugine ( le numerose giovani Ombersley) avessero mai visto . Lʼaspetto rivela il carattere della ragazza: insofferente alle regole, testarda ,capricciosa e generosa ad un tempo, ma soprattutto > Sophy non poteva vedere qualcuno in difficoltà senza immediatamente desiderare di scoprirne la causa e, se possibile, di porne rimedio . Questo atteggiamento non può non portarla in conflitto con Charles, abituato ormai a comandare. La ragazza crea scandalo ( va da sola per Londra con una carrozza da corsa! ), non rispetta le sue direttive, contesta apertamente la sua fidanzata, bigotta ed impicciona. Ma soprattutto Sophy trama per rendere le persone felici, al di là delle prescrizioni e dei costumi della buona società. Ma come succede spesso, alle personalità forti piace incontrare caratteri capaci di contrastarle, ed infatti pian piano Charles si innamora di Sophy. E che la ragazza sin dallʼinizio abbia manovrato per conquistare lo scontroso e difficile cugino? La trama è il punto forte del romanzo: colpi di scena, dialoghi serrati, sottili disegni di Sophy che si realizzano pur contro le avversità, le maldicenze e lʼopposizione di Miss Wraxton, di fatto lʼunico personaggio che cerca miseramente di contrastare la ragazza. Si percepisce il tipico compiacimento autocritico della cultura inglese, che si considera rigida, convenzionale rispetto a quella continentale, immaginata invece come anti conformista e libera. È un luogo comune che si riflette sulla figura troppo schematica di Sophy, sempre uguale a sé stessa e troppo sicura e matura per la sua età, e sul profilo degli altri personaggi, così formali e scontati. Fanno eccezione Cecilia e Charles. La prima esprime tutta la sua indipendenza, in questo frangente non imbeccata dallʼesuberante cugina, nel momento in cui dichiara di non amare Chalbury ma di voler sposare il sognante e bel poeta. Ma sarà poi Sophy a giocare proprio sui valori inglesi della ragazza, attenzione alla forma e alla rispettabilità, per portarla a volere lʼoriginario promesso sposo.Charles é invece la sintesi. È vero che è attento alle regole e ai costumi della società ma cʼè in lui quella forza elisabettiana che è stata alla base dellʼimpero inglese. È in fondo lʼeroe e cʼè da chiedersi se sarà lui a cambiare Sophy, rendendola una nobildonna, quale il suo rango la destina naturalmente. La scena nella quale Charles e Sophy dichiarano il proprio amore è talmente condotta dal primo che fa temere che il futuro di Sophy sia quello di uniformarsi al conformismo che la circonda. Perché leggerlo? La trama è piena di colpi di scena, un poʼ scontata ma divertente.
La grande traversata
Siamo in una grande casa editrice, nell'ufficio preposto alla redazione dei dizionari. Pur essendo un business redditizio, lo staff è particolarmente ridotto, anche perché la preparazione di un nuovo vocabolario è un'attività eccezionale, un progetto difficile e complesso che non avviene ogni anno; tra un vecchio e nuovo dizionario c'è una continua revisione, che non coinvolge tuttavia l'intera struttura dell'opera. Impariamo come il dizionario debba essere esaustivo, aggiornato ma sintetico, anche perché inglobato all'interno di una pagina dove ogni lemma (così si chiamano le singole voci) deve avere uno spazio tale da non creare squilibri con gli altri lemmi. Per esempio, come descrivere un grande poeta dell'anno mille (samurai, monaco e poeta), al quale la tradizione diede il nome di Saigyo, termine ricco di significati, da immortale a pellegrino girovago sino a lumaca d'acqua dolce? Bisogna riportare alcuni versi del poeta? E' giusto dire che ogni giapponese «non può che emozionarsi» dinanzi alle poesie di Saigyo? Un vocabolario dovrebbe essere preciso e obiettivo evitando di dare giudizi. Un altro problema è la carta, che deve essere estremamente sottile ma deve pure evitare che l'inchiostro trapassi il foglio andando a replicarsi nel retro della pagina. Non c'è da stupirsi come la particolarità del lavoro richieda persone talmente assorbite dai segreti delle parole da non pensare ad altro. In modo compulsivo, > le studiavano e analizzavano con estrema freddezza, quasi come se le vivisezionassero. C'era qualcosa di vendicativo nella loro ossessione, come se dessero la caccia a un odiato nemico e raccogliessero informazioni per coglierlo con le mani nel sacco e fargliela pagare . La nostra storia inizia quando il responsabile va in pensione e cerca una persona che lo possa sostituire. Nell'ufficio c'è un collaboratore ormai esperto ma ha il difetto di non avere l'ossessione meticolosa necessaria per lavorare alla redazione di un dizionario. All'ufficio vendite lavora un giovane, un tipo dai «capelli da matto e che non si sbarazza mai di quegli odiosi copri maniche neri». Già il nome intriga il responsabile: Majime è una parola inusuale e pare che significhi fornitore di cavalli. Quando poi a pranzo il giovane descrive il suo passatempo preferito (guardare la gente prendere la scala mobile), il responsabile sa di trovarsi dinanzi al suo uomo. Come le persone si mettono in fila per due e in questo c'è un'armonia «favolosa, inafferrabile», esclama entusiasta Majime, così una marea impressionante di parole che arrivano da ogni parte vengono classificate e messe in colonna, sistemate alla perfezione nelle pagine di un dizionario: è in questo ordine sta il piacere del redattore di vocabolari. Majime prende via via possesso della nuova responabilità, si innamora e sposa una giovane e brillante cuoca. Sembrano una coppia improbabile ma li unisce la stessa meticolosità e ricerca dell'ordine: Majime nel lavoro di ricercatore ossessivo delle parole, la donna nella predisposizione perfetta dei piatti della cucina giapponese. L'editore decide di avviare un nuovo grande dizionario: chiamato «la Grande Traversata». Bisogna fare in fretta e bisogna sbaragliare la concorrenza, anch'essa al lavoro per pubblicare un vocabolario. Occorre rafforzare lo staff e arriva un'impiegata dell'Ufficio Marketing. Incredula e spaventata dinanzi «all'espressione ardente, quasi diabolica» di Majime, Kishibe pensa di non avere le competenze e la passione: è dinanzi ad «una muraglia erta e spigolosa impossibile da scalare». Ed invece arriva a capire che quel nuovo vocabolario da pubblicare nel più breve tempo possibile, conciso e preciso come deve essere un buon dizionario, è per lei veramente una traversata. > Aveva portato avanti la sua vita e la carriera senza mai fermarsi a riflettere. (...) Prendere coscienza del potere delle parole (il potere non di ferire il prossimo ma di rispettarlo, di comunicare e di costruire sane relazioni interpersonali) le aveva insegnato a conoscere meglio sé stessa e a comprendere i pensieri e i sentimenti altrui . Tutti noi, accaniti lettori, crediamo che le parole possano cambiare le persone, o almeno far conoscere meglio sé stessi e gli altri. Per sviluppare questa tesi, accattivante e intensa, sarebbe stato necessario approfondire i personaggi: Majime è invece un monolite, un predestinato alla passione morbosa per il particolare, Kishibe è più complessa come personalità ma perviene alla conoscenza di sé stessa tramite il lavoro duro e determinato, senza che si capisca da dove viene e dove vorrebbe andare. Talvolta pare che l'autrice voglia dare un tocco di giallo all'intera storia: riusciranno i nostri eroi a fare il vocabolario contro mille difficoltà e imprevisti, malgrado lo scetticismo dei vertici aziendali? Ma la trama è lenta e senza sorprese, scadendo a tratti nel melodramma e nel superfluo. Perché leggerlo? E' scritto in modo piacevole e fa scoprire il mondo dei vocabolari.
Guglielmo e la moneta d'oro
È un libro per ragazzi di 9-10 anni. Guglielmo è un ragazzino che trova una moneta d’oro e scopre che le persone, anche quelle buone, diventano false e cattive per l’avidità. Gli unici legami che gli restano sono quelli con il suo cane e con un vagabondo, ex-soldato. Alla fine Guglielmo capisce che, se > un uomo è libero, ha degli amici, ha un onesto lavoro, vuol bene alla gente, beh forse ha qualcosa di più d’una moneta d’oro o di cento. Quindi è ricco . Il libro è piacevole, ma mi sembra un po’ datato, troppo semplice e privo di quel poco di suspense da rendere non scontata la lettura.
The house of sleep
Il tema del sonno vorrebbe essere il filo conduttore del libro al punto che il romanzo è diviso in parti corrispondenti ai diversi stadi del sonno. In realtà si tratta di un espediente, forse troppo intellettualistico, per raccontare lʼamore tra Robert e Sarah. Siamo in una residenza universitaria. Sarah soffre di un disturbo del sonno, che porta a confondere i sogni con la realtà. Nel loro primo incontro Robert le racconta che ha appena perso un gatto, di cui era molto affezionato. Sarah sogna che Robert avrebbe perso una sorella gemella, Cleo, che in realtà non esiste. Ed è su questo equivoco, che ha origine proprio dal segreto di Sarah, il suo disturbo del sonno, che ha origine il loro rapporto: > nel momento in cui lei se ne va, si guardarono direttamente negli occhi per la prima volta; e qualche cosa capitò allora, si creò qualche connessione, solo per un momento . Il loro rapporto è fatto di confidenze, che > variavano liberamente su sentimenti, amicizia, famiglie e genere, intimità condivise e auto rivelazioni che diventarono sempre più profonde e frequenti come gli oggetti stessi diventavano più grandi e più complessi . Il rapporto tra Robert e Sarah non si può, tuttavia, svilupparsi in una vera relazione tra amanti, in parte perché Sarah è lesbica e in parte per la difficoltà di Robert di tradurre i suoi sentimenti in iniziative amorose. La loro storia resta in un limbo fino a quando la vita di Sarah e quella di Robert si divaricano: ha termine il periodo universitario e nel momento in cui Sarah pone fine ad una relazione con una donna, Robert realizza che non è in grado di cogliere questa opportunità per concretizzare in un rapporto sessuale il suo affetto per lʼamica. A questo punto, la vicenda ( in realtà la narrazione è un continuo salto tra il passato e il presente, che rende complessa la lettura) si sposta nel futuro, quando la residenza universitaria si è trasformata in una clinica per le cure del sonno, guarda caso, diretta dal primo amante di Sarah, un paranoico convinto che la sua missione fosse quella di trovare il modo di non dormire. È questa la parte meno convincente del libro, che sembra scivolare in un thriller, condito di considerazioni superficiali sulle scienze psicologiche e su riferimenti ad analogie tra i sogni, la fantasia e il cinema. Le pagine migliori sono quelle che narrano la vita di Sarah, diventata insegnante, in qualche modo perseguitata dai suoi disturbi del sonno, di cui si è fatta una ragione, e sempre in attesa di Robert, lʼunica persona con la quale sa di essere di sintonia. E solo verso la fine del romanzo, si svela che Robert ha cambiato sesso ( perché ha capito della sua vera natura o per amore di Sarah?) diventando Cleo, medico specializzato in malattie del sonno. E come qualsiasi trhiller tutto si chiarisce e finalmente Cleo può rivelarsi a Sarah. Il merito principale del libro è la scrittura, piacevole, brillante e scorrevole. Il principale difetto è lʼinconcludenza delle vicende e dei personaggi: il tutto resta superficiale, creando una sensazione di divario tra una struttura narrativa tipica del thriller e lʼevidente aspirazione di darci qualche cosa di più. Che cosa? Non si capisce. Perché leggerlo? Le singole pagine si leggono molto bene, la storia complessiva delude.
L'Eroina di Port-Arthur
Emilio Salgari era molto veloce a costruire storie intorno ad avvenimenti che impressionavano il pubblico; e lo faceva mescolando un so che di esotico con guerre e storie d'amore. Così era stato per "La capitana del Yucatan" e per "Le Stragi delle Filippine" (si vedano le recensioni in questo sito), e così è in questo romanzo, pubblicato sotto falso nome nel 1904. Il contesto è la guerra russo-giapponese del 1904-1905, in cui > il piccolo Giappone, come lo chiamavano sprezzantemente i russi ha affrontato e vinto il grande Impero Russo. Il luogo è Port-Arthur, punto d'ingresso per la conquista della Corea e allora in possesso dei russi. Il racconto si avvia con una scena di splendore e decadenza insieme: un "daimio" (ossia un feudatario) passa tra la folla con accanto la bellissima figlia, Shima. > Non aveva che sedici, (...) non alta, di forme squisitamente modellate, con occhi di un nero intenso che nulla avevano di obliquo, (...) pelle dai riflessi alabastrini, (...) con una boccuccia bellissima, dalle labbra un po' sottili, indizio di un'energia straordinaria. Ci sarà un magnificente ricevimento a casa del daimio per il fidanzamento di Shima con Boris, un ufficiale russo. Il futuro sposo non si presenta: ha una relazione con una geisha e sa che sta per scoppiare la guerra con il Giappone, che rende impossibile il matrimonio con una giapponese. La città è immersa in un clima d'attesa, che permette alle due donne di fronteggiarsi: Shima, > cogli occhi sfavillanti ed il volto acceso, chiede alla geisha se ama veramente Boris; l'altra le implora di lasciarle il suo amore, > perché strappare a me, povera geisha, l'amor d'un solo uomo, e che è il solo che mi abbia veramente amata e che io amo? Sono un povero fiore gettato in balia del vento, destinato ad appassire se nessuno mi raccoglierà e mi esporrà alla rugiada ed al sole. Mai nei suoi tanti romanzi Salgari ha narrato un conflitto di tanta passione e risvolto sociale, tra una bella e ricca aristocratica e una povera prostituta innamorata. In uno scrittore così attento all'opinione pubblica si percepiscono echi di Gabriele D'Annunzio, Guido Gozzano, Gian Pietro Lucini e dei poeti “maledetti” francesi come Paul Verlaine e Charles Baudelaire. Purtroppo, il conflitto sociale e amoroso non si evolve perché irrompe la guerra; e sulle due donne s'impone un solo dovere: servire la patria, il Giappone. > La patria! , esclamò la geisha, con un improvviso slancio d'entusiasmo, (...) Il pericolo che corre la patria in quest'ora solenne, unisce popolo e nobiltà per la difesa suprema del paese e colma gli abissi che li dividono, disse Shima con voce grave. Se l'attirò fra le braccia e la baciò sulla fronte, dicendo: per la patria! E non siamo più nella lontana Port-Arthur, e come se celebrassimo i martiri di Dogali e di Adua, gli eroi che hanno difeso la Nazione dai feroci etiopi! Salgari canta l'Italia nazionalista, colonialista e irredentista, che con esultanza andrà in Libia e poi a liberare Trento e Trieste, nella grande mattanza della prima guerra mondiale. Il "piccolo" Giappone è lo specchio della nuova Italia: i suoi morti caduti in battaglia i futuri martiri, le due donne sono tutte le madri, le spose e le figlie che rinunzieranno ai propri affetti per la Patria. Attento lettore dei reportage di guerra, Salgari mostra una notevole conoscenza delle dinamiche dello scontro navale in atto a Port-Arthur, in cui la potente flotta giapponese, ben guidata ed equipaggiata, bloccò le navi russe nel porto, chiudendo poi la città in una tenaglia dal mare e dalla terra. Proprio la vastità e la durata della battaglia rendono difficile per Salgari dare chiarezza all'insieme e mettere in risalto i colpi di scena. L'autore si muove meglio quando ci sono poche navi a confrontarsi ed è facile focalizzare il lettore sui luoghi fondamentali per l'azione. Nello stesso modo, Salgari abbandona il suo modello narrativo, con una figura centrale e alcune di spalla. Qui potrebbe essere Shima, ma "l'eroina" viene travolta dalle vicende e per lei è difficile coabitare con le figure minori. E dov'è il nemico, il traditore Boris? Il sistema dei personaggi lacunoso e indecifrato è il punto debole di questo romanzo. Perché leggerlo? Per un po' si vagheggia il Salgari del "Corsaro Nero" (si veda la recensione in questo sito).
L'uomo sentimentale
Un cantante lirico racconta un sogno nel quale ha ripercorso una storia dʼamore: alcuni anni prima ha conosciuto e frequentato a Madrid una coppia: la moglie di un importante uomo di affari e il suo accompagnatore. Il cantante si era innamorato della donna, il cui marito si era poi ucciso per disperazione. Mentre scrive i contenuti del sogno gli giunge la notizia della morte accidentale della sua ex fidanzata. L’espediente del sogno raccontato sembra voler ricreare quel contesto di incantamento, presente con maggiore forza nell’altro romanzo dell’autore, appena recensito. In realtà l’autore ha inteso raccontare una storia dʼamore per dimostrare come il sentimento > richieda sempre qualche cosa di fittizio oltre a ciò che gli procura la realtà. L’amore si basa in grande misura sulla sua anticipazione e sulla sua memoria . Da questo punto di vista il vero protagonista è il marito, che non ha optato per la realtà ma vive nell’aspirazione e quindi in unʼaspettativa dʼamore, costituita dall’accettazione da parte della moglie del suo affetto e passione. Non so perché ma il libro mi ricorda una trama pirandelliana, in quanto emerge l’impressione che la realtà non sia quella che appare ma è come si vorrebbe che fosse e la disperazione nasce proprio nel momento in cui ci si accorge della profonda diversità tra realtà e immaginazione. I vari protagonisti, la moglie, l’accompagnatore, il marito e la stessa ex fidanzata (che da viva non aveva importanza e la assume per la sua morte) sono analoghi ai sei personaggi in cerca dʼautore di Pirandello. Stanno cercando di uscire dall’irrealtà mediante il cantante lirico, che appare un soggetto passivo della vicenda, che subisce i fatti in realtà scatenandoli. La passività con la quale il cantante accetta l’abbandono da parte della donna vuole forse indicare la prosaicità della realtà rispetto alla profondità e vitalità dell’immaginazione? Il libro è scritto molto bene ma è di minore spessore, anche stilistico, rispetto al precedente.
La perla sanguinosa
Benché si facesse chiamare "Capitan Salgari" lo scrittore veronese non ha mai viaggiato; si è affidato per i suoi romanzi ai numerosi resoconti degli esploratori e geografi, che riportavano in Europa la scoperta di mondi prima sconosciuti, resoconti che mescolavano notizie attendibili con altre fantasiose, intrise di crescente razzismo. Il nostro scrittore è sempre stato abile a cogliere tempestivamente "la moda", ricorrendo la bramosia del pubblico ad avere novità strane ed esotiche. Già dal titolo misterioso ed evocativo si entra nell'atmosfera: "la perla sanguinosa" è una perla di rara bellezza, rubata da un tempio sacro a Ceylon, l'attuale Sri Lanka, e intrisa del colore del sangue del ladro che l'aveva rubata e che era poi affogato nel grande banco di Manaar, una estesa secca situata tra l'India meridionale e Ceylon. Dietro la perla c'è una storia d'amore: una fanciulla si è dovuta fare monaca buddista e potrà essere riscattata solo con la consegna della perla sanguinosa; a contendere la perla e la fanciulla ci sono un umile pescatore di perle e il Guercio, un malvagio impostore; entrambi si trovano nella prigione di Port Cornwallis, una colonia penale inglese situata nell'arcipelago delle Andamane, un gruppo di isole al centro del Golfo di Bengala. È dalla prigione che prende avvio il romanzo: tre carcerati (il nostro pescatore, un marinaio inglese e un macchinista indiano, tutti ingiustamente imprigionati) riescono a fuggire dalla colonia e con una fragile barca si dirigono verso Ceylon per recuperare la perla sanguinosa e riscattare l'amata fanciulla. Non solo sono inseguiti dal Guercio ma devono affrontare una serie di avventure: dall'assalto di un vampiro del mare, forse un "lamprede", un pesce con una bocca a ventosa che si nutre del sangue, a una terribile tempesta con onde gigantesche, sino ad essere catturati dalla regina di Nikobar che vorrebbe fare suo sposo il bell'inglese, come Circe con Ulisse. La fantasia di Salgari non ha limiti, inventandosi i Vadassi, dei quali lo scrittore narra la storia del valoroso capo Adikar, che, affascinato da Napoleone, ne voleva ripetere le gesta, portando a trionfo il suo popolo, una sorta di Sandokan selvaggio; e che dire dei "delfini crocefissi", in realtà un piccolo cetaceo che vive nelle acque antartiche, ben lontano dal golfo del Bengala. Alla confusa ricchezza di riferimenti geografici, zoologici a antropologici fa riscontro una storia confusa, ricca di avventure, ma spesso ripetitive e prolisse. Il modulo narrativo di Salgari è imperniato su una figura principale e alcuni personaggi di spalla, che alleggeriscono la narrazione e mettono in risalto il protagonista. Quando se n'è allontanato con successo, come in "Capitan Tempesta" e in " La stella dell'Araucania" (si vedano le recensioni in questo sito) è perché ha saputo costruire una storia d'amore convincente e intensa. L'ambiente, pur presente, è sempre rimasto sullo sfondo, strumentale a costruire un'atmosfera esotica e misteriosa. Qui le funzioni narrative si sono capovolte: al centro c'è l'ambiente, il gruppo di carcerati in fuga è piatto, senza un leader (emerge ovviamente l'inglese ma è una figura sbiadita), e senza una gerarchia dei ruoli; la storia d'amore resta sospesa e lontana, e il cattivo viene facilmente sconfitto. Sovrapporre avventure e descrizioni terrificanti non riesce a dare ritmo al racconto e ad avvincere il lettore. Ci appaghiamo solo di alcune descrizioni, come quando si racconta la lotta con il vampiro: > si era avvinghiato al mio corpo con tutti i tentacoli e gli occhi del mostro, quegli occhi enormi e glauchi, erano fissi su di me, immobili, come assaporare il mio supplizio e attraverso quel corpo quasi trasparente vedevo il travaso del mio sangue scorrere dalle ventose alla bocca e passare quindi nel ventricolo. Perché leggerlo? Come testimonianza di come si vedeva il mondo nell'Italia dell'Ottocento.
La lanterna di Diogene
Si tratta di un racconto che si può suddividre in due parti. Nella prima l’autore narra il suo viaggio in bicicletta da Milano alla costa romagnola, anche se, in realtà, si ferma sui monti modenesi. Nella seconda parte viene illustrato il soggiorno a Bellaria. La prima parte è molto bella e vivace. Si percepisce un senso di evasione, di fuga dalla città e dalla società industriale; il paesaggio, le locande e le persone incontrate vengono descritte con uno stile ironico ma nello stesso tempo affettuoso. In queste pagine prevale anche un compiacimento letterario, nelle parole e nei riferimenti, che va a scapito della spontaneità della narrazione. Nella seconda parte si accentua questa caratteristica insieme con un lirismo, che ricerca l’effetto in se stesso ed è comunque ridondante rispetto ai contenuti del racconto. L’oggetto è infatti la Romagna all’inizio del Novecento con la durezza della sua vita, la sua povertà e miseria. Molto bello è il viaggio a Comacchio: il difficile percorso in bicicletta, la città alla sera, il pernottamento e così via. Ha quasi dei connotati veristi la descrizione della famiglia che vive in un capanno sulla spiaggia: il pasto famelico dell’uomo, la curiosità dei bambini e i poveri vestiti della donna. Il forte connotato di queste pagine si perde però in un moralismo generico e conservatore, quando lo scrittore ricorda che le disgrazie possono essere di tutte le classi sociali: il suo compagno ha una grave malattia che lo costringe a una dieta ferrea!Come scrive l’Enciclopedia Treccani del 1935 (epoca non sospetta sotto il profilo politico), l’opera di Panzini tende, > nonostante le premesse classicistiche e le sue intenzioni di obiettività, di compostezza... , verso la confessione lirica, la notazione impressionistica, il soliloquio interiore variato di cadenze melodiche e di vere e proprie aperture di canto ; tutte caratteristiche che hanno reso insopportabile la lettura di un altro racconto «Viaggio di un povero letterato».
Le Notti Bianche
> Sono un Sognatore...vivo talmente poco nella vita reale! Ho vissuto così raramente, nella realtà, momenti come questi, che spero di farli rivivere nei miei sogni. Vi sognerò tutta la notte, tutte le settimane, tutti i mesi, tutto l'anno.... È così che si esprime l'io narratore quando una notte incontra una ragazza piangente, che si definisce anch'essa una "sognatrice". Di lui non conosceremo mai il nome, di lei sappiamo che si chiama Nasten'ka e vive con la nonna, la quale la tiene legata al suo abito con una spilla per evitare che si allontani. È una strana clausura se Nasten'ka esce tranquillamente nella notte e ha allacciato una relazione con un giovane vicino, che le ha promosso di sposarla; una storia inverosimile e "strappa lacrime", che non avrebbe sedotto nessuno se non il nostro ingenuo Sognatore. D'altra parte, è un giovane disilluso dalla vita, con *una fantasia malata d'angoscia*, in attesa di una > scintilla dalla quale far divampare un fuoco per scaldare il cuore gelato, dalla quale far rinascere quello che prima era tanto caro, che toccava l'animo e faceva ribollire il sangue, che strappava le lacrime dagli occhi e che ingannava così maestosamente. E se per Nasten'ka l'incontro è un modo per consolarsi e, se vogliamo, un atteggiamento civettuolo e vittimistico per farsi ammirare e giocare con i sentimenti, per il Sognatore la fanciulla è il proseguimento del Sogno, di una fantasia d'Amore. > Oh Nasten'ka, Nasten'ka, se sapessi quanto sono solo. esclama il Sognatore come se la ragazza potesse, o volesse, riempire il suo vuoto. Povero Sognatore! Il gioco sottile della seduzione è condotto fino al punto che il nostro Sognatore è pronto a sposarla, visto che il fidanzato di Nasten'ka non si è fatto vivo per onorare la promessa di portarla all'altare. Meglio un Sognatore che restare zitella attaccata alla gonna della nonna! > L'avevo guardata...S'era appoggiata a me più pesantemente. In quell'istante c'era passato accanto un giovanotto. (...) Dio che grido! che fremito! Come si era staccata dalle mie braccia per corrergli incontro. (...) Ero rimasto lì, a lungo, a guardarli... Alla fine, entrambi erano scomparsi dalla mia vista. Nella sua bella introduzione Sarah Tardino chiama in causa l'amor lontano del poeta provenzale Jaufrè Rudel; in questa ottica Nasten'ka sarebbe una Fantasia d'Amore, una figura idealizzata e reale, che come cantò Giosué Carducci, "tre volte la bocca tremante/co 'l bacio d'amore baciò". Troppa grazia per l'infelice Sognatore! Questa interpretazione pone l'attenzione sulla relazione tra i due giovani, dimenticando il centro del racconto: il Sogno. All'interno di una struttura narrativa imperniata sul dialogo, il racconto è un lungo soliloquio, in cui la parte raccontata da Nasten'ka non è che lo specchio deformato della sofferenza del Sognatore e del suo bisogno di costruirsi una storia di cui lui sia il protagonista, il salvatore della dolente fanciulla. In questo dialogo frutto della fantasia del Sognatore, Nasten'ka si chiede > perché non possiamo essere tutti come fratelli? (...) Perché non si può dire schiettamente quello che si ha nel cuore...? Perché il Sogno non può divenire reale, aggiungo io? Perché non si può incontrare qualcuno o qualcuna con cui confidarsi, e innamorarsi, con cui fuggire dalla solitudine? O forse, è meglio continuare a sognare. Perché leggerlo? Un fragile racconto di difficile comprensione, ma mirabilmente scritto.
La lettrice scomparsa
Vince, un insegnante di lettere eternamente precario, si è inventata una nuova professione: la biblioterapia, dare consigli di lettura che possano aiutare le persone a risolvere i propri problemi esistenziali e psicologici. Ma i libri hanno questo potere terapeutico, che «allontana l'attrazione del vuoto e dell'umor nero» come pensavano gli antichi greci? O umilmente leggere di narrativa ci porta a fantasticare un'altra vita, con un altro finale? Con una trama esile e personaggi inconsistenti, il romanzo cerca, forse, di rispondere a queste domande, perseguendo due filoni narrativi. Nel primo noi assistiamo ai colloqui di Vince con le sue pazienti: donne che vengono a raccontare le proprie storie a uno squattrinato inesperto terapeuta, sedendosi nel divano letto di un misero monolocale. Alcune se ne vanno indignate senza pagare, altre accettano i consigli di lettura, anche se non sapremo mai se hanno letto i libri suggeriti. Ci si potrebbe aspettare scene divertenti o paradossali, in realtà i colloqui sono l'occasione per uno sfoggio della cultura libresca del nostro autore. Anche per le citazioni in francese nello incipit di ogni capitolo, di là dal vuoto narrativo, la mente non va a «Lezioni Americane» di Italo Calvino ma a «Sindrome da panico nella città dei Lumi» di Visniec Matei, in cui un susseguirsi confusionario di personaggi e autori sovrasta il lettore senza un'unità narrativa (si veda la recensione in questo sito). Perché tanto bisogno di darci una bibliografia sotto mentite spoglie, così come avviene in un altro racconto noioso e inutile, quello di Alba Donati («La libreria sulla collina» recensita in questo sito)? Il secondo filone riguarda la scomparsa di una vicina di casa, un'anziana signora che ha lasciato come testimonianza un elenco di libri preso in prestito da una libreria di vicinato. Che cosa hanno in comune tutti questi autori: da Paul Auster a Raymond Chandler e John Updike (in questo sito ci sono numerose recensioni di quest'autore: «Rabbit Redux», «Terroriste», «Villages») sino a John Fante (in questo sito puoi leggere le recensioni di «One of us and Sweet Home», «The brotherhood of the grape», «Wait until spring, Bandini»), ed altri ancora? > Inevitabilmente anche di loro mi chiesi quali problematiche relazionali avrebbero potuto illuminare, e a quali percorsi di autoconsapevolezza e di ricostruzione della personalità introducevano. Ne fui spaventato. Avrei più letto soltanto per esclusivo e infantile piacere? E' difficile trovare una chiave interpretativa del romanzo, di là dalla fragile indagine investigativa, appiccicata per dare un minimo di ritmo alla narrazione. Certo, c'è il grande tema dei rapporti tra letteratura e vita, con il desiderio o la speranza di rendere reale ciò che sogniamo. Forse, è possibile trovare un significato a tanti libri citati tornando al luogo dell'autore: Roma. > Giù in basso, dice Stassi, la città era tornata a essere un anagramma da risolvere, una sciarada di strade dalla direzione confusa. (...) Camminare a Roma è andare verso qualcosa senza avere nessuna destinazione precisa. In certe ore, questo pendolarismo involontario è il luogo di una solitudine perfetta, che non dà dolore né pena . Senza una personalità marcata, la scrittura scorre piacevole all'interno di un'abile costruzione sintattica, come se le frasi scorressero fluide, senza intoppi e troppa fatica. Ne emerge una sensazione di narrazione artefatta, a tavolino senza vita: «Emozioni letterarie» come confessa l'autore. Perché non leggerlo? Inutile e prolisso.
The love of a good woman
Si tratta di una serie di racconti che parlano di storie di donne. Le vicende si sviluppano delicatamente, tutte giocate sui sentimenti, sulla descrizione del contesto e di relazioni interpersonali. I racconti non hanno una conclusione, dando il senso di come la vita, vista dalle donne, sia in qualche modo più attenta al «processo» che ai risultati. La scrittura contribuisce in misura mirabile a creare questo senso di sospensione: è delicata, elegante, ricca sia sotto il profilo lessicale che per la costruzione delle frasi, ma senza esagerare, al punto giusto. Sarebbe interessante leggere un romanzo della scrittrice.
La lunga vita di Marianna Ucrìa
Siamo nella Sicilia del ʼ700. Marianna appartiene ad una ricca famiglia aristocratica di Palermo. È sordomuta, ma la sua menomazione non le ha impedito di essere una donna decisa, colta, corteggiata e alla fine indipendente, capace di non tener conto delle regole e dei costumi della società del suo tempo. Anzi, > la menomazione lʼha resa più attenta a sé e agli altri, tanto da riuscire talvolta a carpire i pensieri di chi le sta accanto . Vorrebbe > scrollare la testa per liberarsi di quei pensieri inopportuni, appiccicosi come il succo delle carrube... da ultimo ci casca dentro, alle persone, attratta da un certo sfarfallìo brioso dei loro pensieri che promettono chissà quali soprese . La vita di Marianna si svolge proprio allʼinterno della gabbia che le deriva dalla sua invalidità: da un lato deve costringere gli altri a scriverle, in biglietti ai quali risponde con altrettanti foglietti, e quindi è una relazione filtrata, resa difficile dalla cattiva padronanza della parola scritta da parte dei suoi interlocutori ( la stessa classe aristocratica è spesso quasi analfabeta); dallʼaltro lato Marianna possiede una sorta di potere telepatico, che è ad un tempo lettura labiale, sensibilità dei sensi, immaginazione di una personalità melanconica e solitaria. Si tratta, tuttavia, di una comunicazione invasiva, che non ha rispetto dellʼintimità della persona. Apparentemente, la vita di Marianna non ha niente di eccezionale, per quei tempi: si sposa ancora bambina con uno zio, che diventa «il marito zio», ha molti figli, si dedica alla gestione delle sue immense proprietà, preferisce la lettura dei libri alla vita mondana, alla quale partecipa per dovere. Il matrimonio si consuma in una serie di accoppiamenti senza amore, ma non ha un particolare astio verso il marito zio, anche quando scopre che è stato lui a violentarla quando aveva cinque anni. Ma è al padre, amato ed ammirato, che Marianna, ormai vedova e donna matura, imputa la sua mutilazione, perché a lui che deve il silenzio su ciò che le è capitato da piccola e un matrimonio raccapricciante, con il suo stesso violentatore. > Capisce con limpidezza adamantina che è lui, suo padre, il responsabile della sua mutilazione... è lui che le ha tagliato la lingua ed é lui che le ha riempito le orecchie di piombo fuso perché non sentisse nessun suono e girasse perpetuamente su se stessa nei regni del silenzio e dellʼapprensione . Ed è alla fine della sua lunga vita, quando ha scoperto sia lʼamore sensuale che quello letterario, che Marianna abbandona Palermo, sola con una serva pazza. In giro per lʼItalia si accompagna ad un gruppo di attori e finalmente Marianna > gustava la libertà: il passato era una coda che aveva raggomitolato sotto le gonne... il futuro era una nebulosa dentro a cui si intravvedevano delle luci da giostra. E lei stava lì, mezza volpe e mezza sirena, per una volta priva di gravami di testa, in compagnia di gente che se ne infischiava della sua sordità e le parlava allegramente contorcendosi in smorfie generose e irresistibili . Enzo Siciliano, un grande critico letterario, colloca il libro nella tradizione di Verga, De Roberto e Lampedusa. È un accostamento sbagliato. Il contesto storico, così come la sagra familiare, sono espedienti per narrare dellʼaltro: la solitudine della donna, esasperata dalla sordità e dal mutismo, la lotta per liberarsi, per conquistarsi un proprio spazio in una società gretta, rozza ed ipocrita. È un romanzo intimistico e contemporaneo, anche per la funzione di redenzione, ma anche di chiusura su sé stessi, che viene affidata alla fantasia. Ad un certo punto Marianna «legge con il mento appoggiato alla mano» una frase di David Hume in un quaderno, forse dimenticato da un viaggiatore nella sua biblioteca: > lʼintelletto, dice il filosofo inglese, distrugge del tutto sé stesso... noi ci salviamo da questo scetticismo per mezzo di quella singolare e apparentemente volgare proprietà della fantasia ( di entrare) negli aspetti più reconditi delle cose . Lʼimmaginazione è la chiave di comprensione delle cose e il romanzo può essere interpretato, nello stile barocco e nelle descrizioni ricercate e senza tempo, come una fuga continua dalla durezza della vita quotidiana, alla quale ci si ritroverebbe rinchiusi se si facesse affidamento alla sola ragione. Romanzo, quindi, filosofico, sotto lʼapparenza della storia familiare e del racconto storico? A questa chiave di lettura inducono anche la struttura narrativa, fatta di bozzetti e di episodi, e la scrittura talvolta ampollosa, immaginifica e affettata. E sono queste caratteristiche che rendono il racconto prolisso, lento e noioso. Perché non leggerlo? È noioso.
Memorie del sottosuolo
Nel preambolo è lo stesso autore a dividere il racconto in due parti. Nella prima, intitolata "Il sottosuolo", > il personaggio presenta sé stesso, le sue convinzioni, e pare voler chiarire le cause per cui è comparso, e doveva comparire nel nostro ambiente, ossia come nell'era del positivismo, della ragione dominante, fosse necessario riconoscere nell'uomo una forza primordiale, che viene dal sottosuolo, che ti spinge ad essere malvagio, ad avvilirti nell'abbiezione, che ti fa gridare con compiacimento: > sono un uomo malato... Sono cattivo. È quindi un manifesto filosofico, un punto di arrivo nichilista sulla natura umana. Nella seconda parte, "A proposito della neve bagnata" (un titolo che ci si aspetterebbe da un romanzo giapponese), il protagonista narra un episodio della sua vita che dovrebbe spiegare le idee e le suggestioni espresse nella prima parte. È come se il protagonista, quarantenne nel momento in cui illustra le sue teorie, ritornasse con la memoria a quando era ventenne e a un incontro che gli aveva cambiato la vita. Se ci liberiamo dallo schema subdolamente proposto dall'autore, ci accorgiamo come il racconto abbia al centro la Donna. Un chiaro suggerimento è già nei versi citati da Dostoevskij in avvio della seconda parte: "quando, dalle tenebre dell'errore, /(...) mi raccontavi la storia di quanto era stato prima di me/e all'improvviso, coprendoti il viso con le mani,/sopraffatta dal dolore e dalla vergogna,/indignata e sconvolta,/ tu piangevi..." (Nikolàj Nekràsov 1846). Qui è una giovane prostituta, Liza, che il protagonista incontra in un postribolo e che invita a cambiare vita, offrendole il suo aiuto. L'aveva affascinato il suo > volto fresco, giovane, palliduccio, con le sopracciglia diritte e scure e uno sguardo severo, come un po' stupito. Nel farle l'avventata promessa di redenzione, il nostro protagonista non è mosso da una vera empatia. > Un pensiero sordido nacque nella mia mente e serpeggiò per tutto il mio corpo come una sensazione sgradevole, simile a una discesa in un sotterraneo umido e muffoso. (...) Ora invece mi si chiarì l'dea assurda, disgustosa come un ragno, della depravazione, che senza amore, in modo brutale e volgare, comincia proprio da quello il coronamento dell'amore vero. C'è come un lieve confine tra la sopraffazione, il piacere di umiliare, e l'affetto sincero e puro per una Donna, tra l'amore come voluttà e l'Amore senza sé e senza ma. E quando Liza si presenta a casa del protagonista, quest'ultimo porta avanti un gioco crudele, di offese e di ripicche, quasi che fosse colpa della povera ragazza se lo avesse sorpreso con una vestaglietta > sudicio, misero, disgustoso, (...) una canaglia, un farabutto, un fannullone, non più l'eroe del loro incontro al postribolo. Ed allora *accadde un caso strano*. Umiliata, offesa, dinanzi all'avvilimento, Liza > aveva capito, fra tutto, quello che una donna intuisce sempre prima di ogni altra cosa, se è veramente innamorata, e cioè che ero infelice. (...) Non immaginavo neppure che non era venuta per avere parole pietose, ma per amarmi, perché per una donna solo nell'amore risiede ogni resurrezione, ogni salvezza, da qualunque rovina e ogni rinascita, che non può manifestarsi se non nell'amore. Purtroppo > siamo nati morti, e già da tempo non nasciamo più da padri vivi, e ci piace sempre di più. Non sappiamo riconoscere ed accettare l'Amore. Il racconto è un'analisi esistenziale, introspettiva e filosofica di un anti eroe, o meglio di una scissione dell'Io, tra la nostra autorappresentazione nella fantasia e nella letteratura, e la vita concreta, in cui non siamo più grandi uomini, ma esseri meschini e malvagi. Non so se D'Annunzio abbia mai letto "Memorie del sottosuolo", ma senza dubbio il protagonista del racconto pare preannunciare i personaggi dei romanzi e delle opere teatrali del nostro scrittore: superuomini nell'arte e abbietti nella vita. Non è il protagonista-narratore che ci rimane scolpito nella nostra immaginazione, anzi alla fine ci annoia il fluire ridondante delle parole, dietro cui si rifugia; è Liza ad emergere pian piano, da misera prostituta a donna ferita nel suo amore tradito, nel suo orgoglioso rifiuto di un compenso, che brutalmente le viene elargito. È una figura dinamica, non stereotipata, l'unica figura ad evolversi all'interno di una narrazione statica, in cui le situazioni e i personaggi sembrano inchiodati nelle loro funzioni, a cominciare dal protagonista. Non è un caso che "Memorie del sottosuolo" non abbia avuto un successo di pubblico e di critica, proprio perché mancano la trama e l'evolversi delle figure umane, nella loro dimensione psicologica e spirituale. Perché leggerlo? E' interessante per conoscere la "filosofia" dAi Dostoevskij
Memorie di una principessa etiope
> Quando avevo quattro anni, nella casa di mio padre, la vita aveva il sapore della vera felicità e davanti a me e ai miei fratelli si apriva un'esistenza fiabesca . Ricordi, nostalgia e senso del proprio rango sono i tratti distintivi di questo romanzo autobiografico, ambientato in Etiopia e in Italia negli anni tra il 1925 e il 1946. L'autrice è la figlia del degiac Nasibù Zamanuel, importante esponente dell'aristocrazia feudale, eroe della resistenza contro l'Italia e ucciso avvelenato dall'iprite, della quale fece largo uso l'esercito italiano nell'invasione del 1935. A scrivere il romanzo Martha fu spinta «da un senso del dovere»: far conoscere gli avvenimenti che sconvolsero la sua famiglia e trasmettere la > stupefacente atmosfera che scaturisce dal mio Paese, richiamandone i colori, i sapori e le usanze e la vitalità di un popolo raffinato, generoso e profondamente rispettoso dei dettami dei valori cristiani sui quali ha fondato la sua esistenza stessa (presentazione del libro Roma 17 luglio 2006). Il libro si divide in due parti. La prima narra l'infanzia dell'autrice tramite le storie della madre e gli occhi meravigliati di una bambina. Emerge un mondo abbagliante, sontuoso, magico, lontano dal nostro tempo e dalla realtà stessa dell'Etiopia. Sono quadri di vita che hanno al centro la figura del padre. In un grande raduno mondano dell'aristocrazia feudale, alla presenza dell'imperatore, il degiac Nasibù si presenta > avvolto in un vaporoso sciamma con alti bordi di seta rossi, le larghe spalle dalla cappa di velluto blu arricchita da guarnizioni dorate, (...) in sella del suo magnifico cavallo bianco bardato di ricchi finimenti luccicanti di fregi dorati. (...) Nella nuvola di polvere sollevata dalla corsa tumultuosa lo affiancò una ragazza che cavalcava all'amazzone . E' la futura madre di Martha, figlia di un principe russo, e l'amore pare scaturire dallo splendore dei due principi e dell'alta società etiope. E' inutile farsi domande inopportune, come indagare quale sfruttamento bestiale ci fosse dietro a tanta magnificenza; anche noi, come Martha, siamo catturati da «lontanissimi ricordi» ,quando ci si sente protetti dall'amore dei genitori e i giochi si possono protrarre senza fine e > nessuno avrebbe mai previsto che qualcosa potesse disturbare il corso della nostra vita . Il 3 ottobre del 1935 l'Italia invase l'Etiopia con un esercito di 350.000 uomini, bene armato e sostenuto dall'aviazione. Dopo una gloriosa ma vana resistenza, sfiancata dall'irrorazione di gas nervino, l'Etiopia si arrese. Si dissolve la magia. > La memoria, come cancellata, non mi aiuta a far emergere neppure il più debole ricordo di quei momenti. Di ciò che seguì non mi è rimasto altro che una sensazione di stordimento . Augusto Graziani, nominato viceré dell'Etiopia, accondiscende a salvare l'odiata famiglia del degiac Nasibù, ma la esilia in Italia. Siamo alla seconda parte del libro. Il racconto perde i connotati di fiaba per divenire la dolorosa cronaca di una peregrinazione: dopo un soggiorno a Napoli vengono inviati a Tripoli, poi in un'oasi nel deserto libico, dove, forse, Graziani spera che muoiano di fame e malattia. Riportati a Tripoli vengono mandati a Rodi, successivamente in val di Fassa e quindi a Firenze, dove vivono sino alla liberazione della città, in mezzo a traversie, bombardamenti e stretta sorveglianza della polizia. Ci aspetteremmo un odio verso gli italiani; nient'affatto, non solo il popolo italiano ma gli stessi fascisti, i federali e i funzionari, sembrano mostrare una singolare tolleranza verso la famiglia di Nasibù: insomma, «italiani brava gente!». Non riusciamo a capire se sia l'occhio ottimista della Martha adolescente a vivere gli avvenimenti sotto una luce positiva, o invece l'atteggiamento di benevolenza fosse reale, forse dovuto al rango principesco della famiglia. Poco importa: ciò che manca è il vissuto di Martha, la quale diviene adolescente durante l'esilio; ci sono episodi gustosi (come lo sfollamento a San Giustino e la comunella con i bambini del piccolo borgo), immagini pittoriche della natura, dense di colori, tramite le quali capiamo come la giovane Martha sia stata catturata dalle bellezze dell'Italia. Il nostro Paese deve aver lasciato il segno nella maturazione della giovane principessa, se ella, tornata in Etiopia, ripartirà per un nuovo esilio, perché il paese natale, tanto amato, le sta stretto in fondo. D'altra parte «la vita è una storia»: ricordiamo solo quello che contribuisce alla rappresentazione di noi stessi. Estraniamoci un momento dall'Etiopia, dai crimini del colonialismo italiano, giustamente ricordati da Angelo Dal Boca nella sua appassionata prefazione al libro: soffermiamoci invece sul tema del ricordo. Salvatore Satta in un romanzo purtroppo dimenticato (Il Giorno del Giudizio > , recensito in questo sito) avvicinandosi alla morte, ripercorre la Nuoro della sua adolescenza con una serie di ritratti, e volti remoti ricompaiono (...) e forse mentre penso alla loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno della loro memoria > . Ben diverso è il libro di ricordi di Martha: pur fra tante calamità, del paese e della famiglia, i personaggi e le vicende ritornano in superficie come se illuminate da un luminoso cielo sereno, sotto un firmamento di stelle, tra vivaci colori azzurro-vivo. Quant'è bello questo mondo, mamma, (...) Mi sembra un paradiso!." Esclama la Martha bambina alla vista di Napoli dal mare. Dispiace veramente che il racconto non abbia conservato nella seconda parte la vivezza e la magia della prima. La caduta di tensione, non essere stato in grado, o non aver voluto, evolvere la narrazione verso una romanzo di formazione e, perché no?, di riflessione sociale e politica, sono tutti fattori che pregiudicano la qualità complessiva del racconto, lo rendono alla fine prolisso, banale e noioso. Perché leggerlo? La prima parte è uno splendido affresco della società etiope, una carrellata fantastica di ricordi.
Il mercante di libri maledetti
La terza di copertina accosta il libro al Nome della Rosa di Umberto Eco e ai Pilastri della terra di Ken Follett. Niente di tutto questo: se si vuole proprio trovare un riferimento letterario, si può parlare del Codice da Vinci. Siamo nel medioevo. Un mercante giunge in un monastero del Polesine. È alla ricerca di un libro misterioso, ma anche di un giovane novizio, che è cresciuto tra i monaci. Da qui inizia una sorta di caccia al tesoro per i principali monasteri dʼEuropa ( non poteva ovviamente mancare Santiago di Compostela) per recuperare parti del misterioso libro e comporre così, con diversi indizi, un puzzle di accezioni e formule magiche. In questa ricerca il mercante e i suoi compagni ( il giovane novizio e un valoroso cavaliere francese) sono inseguiti dai cavalieri di Sainte - Vehme, un misterioso e potente ordine cavalleresco. Si assiste a numerosi agguati, a sorprese e colpi di scena. Ovviamente, il racconto ha un lieto fine, ma lascia il lettore deluso perché non capisce cosa abbia di importante il libro così a lungo cercato: che sia lʼennesima fandonia? Il romanzo è chiaramente un thriller, che manca, tuttavia, di tutti gli ingredienti che possono dargli spessore e caratteristiche distintive. La collocazione nel medioevo è inutile. Al di là del susseguirsi di monasteri, non cʼè una approfondita e suggestiva ambientazione, che sia il frutto di una reale conoscenza dei costumi e della cultura di quel periodo storico. I personaggi sono piatti e la stessa figura del mercante, che potrebbe avere qualche fascino, risulta fredda, incomprensibile e superficiale. Il libro è ricco di colpi di scena, che tuttavia non sono introdotti da una atmosfera di suspense, per cui sono prevedibili, sia nel succedersi che nelle conclusioni. Sembra quasi lʼautore abbia lavorato soltanto sulla trama, andandosi ad ingarbugliare in una successione di episodi e circostanze. Perché non leggerlo? A meno che uno non sia molto stanco e abbia bisogno di una lettura che richieda poca concentrazione, è inutile perderci del tempo.
I minatori dell'Alaska
Il vero titolo dei «Minatori dell'Alaska» dovrebbe essere «la grande attraversata delle pianure e delle Montagne Rocciose sino all'Alaska»; infatti la ricerca dell'oro è marginale rispetto all'intera storia, occasione per Salgari per narrare l'ambiente nord americano così come veniva raccontato nell'Ottocento. Per avvicinarsi alla vera storia dell'West, e degli Stati Uniti, consiglio il libro di Massimiliano Galanti «La questione indiana» Odoya 2016. Lo schema è quello tipico di Salgari. C'è il protagonista, Bennie il Grande Cacciatore, così descritto: > alto, muscoloso, dalle braccia poderose, il petto ampio, con una testa energica, coperta da una lunga capigliatura nera, inanellata, che cominciava già a brizzolarsi, con occhi penetranti e una barbetta tagliata a punte . Insomma Buffalo Bill! A fare da spalla, secondo il tradizionale modello salgariano, ci sono: un messicano compagno di Bennie ( > molto bruno, paffuto, (...) con gli occhi nerissimi, il vero tipo ispano-americano ) e due italiani, superstiti di una scorreria indiana. Falcone è stato scotennato e miracolosamente sopravvissuto, conosce a fondo le miniere dell'Alaska, ricca d'oro, ed è in possesso di uno strumento fondamentale per la ricerca del metallo prezioso: un particolare setaccio per permetteva di non immergersi nell'acqua per pulire l'oro dalla terra. Armando, nipote di Falcone, è da poco in America ma si rivelerà un abile tiratore ed ottimo compagno di Bennie nella caccia e nello scontro con gli indiani. Questo gruppo decide di andare in Alaska così da approfittare delle conoscenze di Falcone e del suo utile strumento. Il lungo viaggio è un susseguirsi di avventure: non solo salvarsi dagli infidi indiani ma pure misurarsi con una natura selvaggia ed affascinante. Lo schema si ripete in modo monotono: Bennie ed Armando si allontano dall'accampamento per esplorare le zone circostanti e trovare selvaggina, s'imbattono in luoghi insidiosi e devono lottare con animali spaventosi, come il grande orso bruno, branchi di lupi e mandrie impazzite di bisonti. C'è di tutto: dalle misteriose piante danzanti (sorte di cespugli trascinati dal vento) a testimonianze di cannibalismo sino al ritrovamento di resti di animali prestorici. E' facile sorridere dei resoconti di viaggio degli esploratori dell'Ottocento, relazioni alle quali ha attinto largamente Salgari, aggiungendovi ovviamente la sua fervida ed inesauribile immaginazione. Dobbiamo lasciarci trasportare da un secolo favoloso, pieno di pregiudizi e ricco di suggestioni: leggiamo con gusto le descrizioni della natura del nostro amato scrittore. > La luna era allora tramontata, e una fitta oscurità era piombata nell'immensa pianura. (...) Bennie (...) guardava dovunque, seguendo con lo sguardo le capricciose linee di fuoco delle lucciole, e porgendo ascolto alle strida monotone dei grilli in festa, alle lontane urla dei coyotes, ai muggiti del bestiame . Se ci ricorda troppo un nostro paesaggio, che dire dei > prati formati da piccoli muschi di uno splendido color smeraldo (...) le radure erano coperte da distese di lichene pietroso, tenacissimo, simile ai funghi secchi, o da muschi alti, nerissimi, pregni di umidità . E da chi ha attinto Salgari questa cruda rappresentazione dei minatori dell'Alaska? > Più che esseri umani, parevano bestie abbruttite dal duro lavoro e dalle privazioni. Erano tutti cenciosi, luridi, con le camicie annerite dal fumo degli accampamenti o lorde dal fango dei pozzi, i pantaloni rattoppati in mille modi, gli stivali sfondati che lasciavano uscire le dita, cappelli impossibili a descriversi o cappucci che ormai avevano perduto il pelo: tutti però avevano le cinture armate di rivoltelle e di bowie-knife luccicanti . Se non fossero armati potrebbero essere dei nostri minatori del Monte Amiata o delle miniere di Porto Empedocle. Quale diverso atteggiamento di Salgari verso i pellerossa e quello verso i poveracci alla ricerca dell'oro! I primi infidi, crudeli e superstiziosi, i secondi avidi e disperati, e pure non privi di una sorta di giustizia. Figlio dell'Ottocento non poteva non esserci un po' di razzismo nel nostro amato scrittore! Nella grande produzione salgariana siamo dinanzi ad un romanzo minore, benché sostenuto dal ritmo incalzante delle avventure e dalla ricerca del meraviglioso. Mancano i colpi di scena e i cambi di marcia: i nemici sono destinati a soccombere, un po' tutti nello stesso modo, che siano indiani, malfattori e lupi affamati: un tiro con il fucile, una mossa rocambolesca e inaspettata, una prudente ed accorta strategia. Non c'è poi la dinamica dei personaggi: Bonnie è un eroe senza passione ( ha avuto una innamorata? ha subito ingiustizie?) e chi li dovrebbe fare da spalla sono figure sbiadite, senza quella vivacità ed ironia che contraddistinguono molti personaggi minori di Salgari. Perché leggerlo? E' pieno di avventure, suggerisco il capitolo che racconta l'assalto dei lupi.
Neve sottile
Siamo in Giappone in un arco cronologico che va dagli anni immediatamente precedenti alla seconda guerra mondiale sino all’inizio del conflitto. In una situazione di preoccupazione e di crescenti ristrettezze economiche, si sviluppa una vicenda familiare, la storia di quattro sorelle. Un’antica famiglia, ormai decaduta, si è divisa in una casa principale, che si trasferisce a Tokio e alla quale competono le decisioni fondamentali della famiglia, e un ramo secondario, che vive a Osaka e fa perno sulla protagonista, una delle sorelle: Sachiko. La donna si fa carico della responsabilità delle due sorelle minori, una che non riesce a trovare marito per la sua timidezza e scontrosità, e l’altra, più moderna ed emancipata, che svolge un lavoro di artista e intreccia un insieme di relazioni amorose, anche con uomini di livello sociale inferiore alla famiglia. Il romanzo è un insieme di piccoli episodi, con una linea narrativa apparentemente frammentata, ma che sviluppa proprio sulla descrizione dell’intimità di una famiglia giapponese, della contraddizione tra tradizione dei costumi e dei valori da un lato e modernità occidentale dall’altro. Le donne vestono in kimono, ma anche in abiti occidentali, si va a teatro a vedere antiche rappresentazioni giapponesi ma si divorano i libri e i film occidentali. Anche la ragazza più ribelle, una delle sorelle minori, che vorrebbe andare in Francia a imparare la sartoria, frequenta una tradizionale scuola di danza e acquisisce notorietà realizzando bambole giapponesi. Le regole della tradizione non riescono a racchiudere e irrigidire gli affetti familiari. I ripetuti tentativi matrimoniali di Sachiko per una delle sorelle minori falliscono in quanto la donna non si sente di contrastare la volontà e il carattere della sorella. Gli scandali provocati dall’altra sorella trovano poi perdono e benevolenza da parte di Sachiko. L’amore tra le sorelle e tra i familiari è più forte di qualsiasi regola e imposizione. Si potrebbe pensare che il contesto sia costituito dalla guerra, che alla fine debba irrompere nel romanzo (quasi una sorta di Guerra e Pace). Non è così: la guerra resta sempre sullo sfondo, poco menzionata, e ciò che interessa soprattutto sono i problemi intimi, la ricerca della serenità e dell’equilibrio dei protagonisti. Solo le lettere degli amici occidentali che hanno lasciato il Giappone richiamano il sopraggiungere di un conflitto militare, di cui, però, non si ha ancora piena consapevolezza. L’autore vuole forse rassicurare il lettore (si ricordi che è stato pubblicato a dispense durante la guerra) o avanza una sottile critica al familismo, all’eccessiva attenzione ai sentimenti individuali e alle relazioni amicali, che portano a tardare a prendere coscienza di ciò che sta capitando. Sarebbe interessante se ci fosse stato un seguito al romanzo, per conoscere il comportamento dei personaggi durante l’ultima fase del conflitto, sotto i bombardamenti. Il vero contesto del romanzo è costituito dai costumi e dai valori della società giapponese, descritti in tanti momenti ma sintetizzati nella natura, per esempio le gite della famiglia a vedere i ciliegi in fiore. La pace, l’ordine, la serenità che traspare dalla natura contrastano sia con la complessità dei sentimenti e delle vicende, che con il crescente emergere della guerra. Il romanzo si sviluppa lentamente, con una notevole povertà di azioni perché tutto giocato sui particolari. Alla fine risulta prolisso, anche se non noioso, talvolta ripetitivo.
Una nobile follia
Igino Ugo Tarchetti è vissuto tra il 1839 e il 1869. È quindi uno scrittore risorgimentale che è stato messo da parte in quanto portò avanti una forte critica alla guerra e un evidente riconoscimento del valore della diserzione e dellʼobbiezione di coscienza. Il romanzo, in parte autobiografico, tratta le vicende di Vincenzo D: > una di quelle menti che non sanno scegliere tra la prosperità e la coscienza e sono esse sempre delle creature sciagurate . Il racconto si articola in tre parti. La prima parte riguarda lʼinfanzia e lʼadolescenza del protagonista. Abbandonato, cresce in un orfanotrofio, dove conosce Margherita, il suo grande amore. Si tratta di una parte ampollosa e retorica, dominata da una visione romantica e spiritualistica della vita e del mondo. È tutta una esaltazione dellʼamore e della natura, assunta come un mondo idilliaco, Un dialogo tipico è il seguente: Margherita chiede: > ove andiamo? Ad amarci. E che fanno quelle lucciole? Si amano. E tutte quelle stelle? Si amano. Dio, come è bella la notte! È lʼamore che lʼabbellisce . A pagina 71 è forte la tentazione di abbandonare il libro. La seconda parte racconta la vita militare di Vincenzo D. Proprio nel momento in cui i due innamorati decidono di sposarsi, Vincenzo viene chiamato alle armi. Con pagine di grande efficacia, viene raccontata la trasformazione individuale e sociale di una persona costretta a subire la disciplina militare. Chi ha compiuto il servizio militare non può non ritrovarsi nelle parole dellʼautore: > le evoluzioni, il passo, il moto misurato e meccanico, la cadenza assordante del tamburo, la novità dellʼabito, lʼasprezza del comando e la disciplina stordiscono la sua mente, la distolgono da una riflessione seria e costante, creano nuovi bisogni, nuove idee, nuove parvenze. I buoni sono divenuti cattivi, i cattivi pessimi, i pessimi malvagi . La vita militare di Vincenzo ha una svolta quando viene chiamato a partecipare alla guerra di Crimea.Già la causa della guerra, richiamata dallʼautore, è di una tale futilità, che è di per sè una critica allʼassurdità dello scontro militare: un principe russo rifiuta di rendere visita al ministro turco e passeggia per le vie di Costantinopoli con «lo scudiscio alla mano». In questa parte del libro si colloca la descrizione della battaglia della Cernaia: sembra di assistere ad un film moderno ad effetti speciali e ad un tempo ad una battaglia dellʼIliade. Corpi dilaniati, teste mozzate, sangue e devastazioni sono narrate con una forza cromatica tale da poterle vedere come in un quadro. La narrazione raggiunge il suo punto di massimo impatto quando anche la natura ( qui non più benigna ma nemica dellʼuomo) prende parte alla battaglia: > il mare rigetta sulla riva gli alberi, le gabbie, i cadaveri. Unʼonda gigantesca, che sembra riassorbire in sè tutte le altre onde dellʼoceano, si avvicina lenta e maestosa alla riva. Una lunga fila di naufraghi apparisce sopra di essa agitando i petti e le braccia: sentono la terra sotto i loro piedi, ma lʼonda che li incalza di dietro sopraggiunge, si rovescia sopra di essi, li travolge e li riporta sullʼalta superficie del mare . Ma Vincenzo è riuscito a salvarsi e non ha ancora ucciso nessuno, in quanto è rimasto sommerso da un mucchio di cadaveri. Quando riprende conoscenza si trova di fronte un soldato nemico e, come nella Canzone di Piero di Fabrizio De Andrè, è costretto ad ucciderlo per correre poi a chiedergli perdono ed accorgersi che il soldato ucciso > era bello di una bellezza maschia ad un tempo e gentile, aveva i capelli biondi e inanellati, la fronte ampia e serena . Il soldato sul punto di morte chiede a Vincenzo «perchè mi avete ucciso?». A quel punto il protagonista decide di disertare e di acquistare la propria libertà: > io aveva gettato il guanto allʼumanità; non aveva meco che la mia coscienza: come avrei sostenuto quella lotta? La terza parte è la discesa verso la follia, che ha origine nellʼomicidio. Ormai il racconto si trasforma in filosofia e in un insieme di aforismi, in alcuni casi senza senso. Emerge in modo evidente una dichiarazione contro la guerra e soprattutto contro la vita militare, mentre prevale ormai una visione del mondo panteista. Il tutto diviene un confuso manifesto politico. Lʼautore si affida ad un espediente narrativo ( Vincenzo D. racconta allo scrittore che racconta ad un amico), che invece di rendere più vivace la lettura contribuisce ad appesantirla, in quanto il racconto è tutto sviluppato in prima persona, nella forma di una narrazione: narrazione che spesso è un occasione per noiose divagazioni filosofiche, che fanno cadere il ritmo narrativo. Lo stile ampolloso, enfatico, fortemente aggettivato, rende spesso pesante la lettura. Perchè non leggerlo? È sufficiente andare in una biblioteca pubblica e limitarsi alle pagine che descrivono la vita militare e la grande battaglia della Cernaia (in tutto quaranta pagine).
Nostromo
Il romanzo si apre con la descrizione dellʼambiente dove si svilupperà la storia. Sulaco, un porto naturale sulla costa occidentale del Costarica, è un > enorme tempio semi circolare, scoperto ed aperto allʼoceano, con le pareti di alte montagne adornate con funebri tendaggi di nuvole . In questo anfiteatro naturale cʼè un > santuario inviolabile dalle tentazioni del commercio mondiale nella solenne quiete del profondo Golfo Placido : È una penisola, che > giace lontana sul mare come una ruvida testa di pietre, e si estende da una costa ricoperta di verde alla fine di una sottile linea di sabbia coperta di macchie di boscaglia spinosa . Senzʼacqua, arida, > il povero, mescolando con un oscuro istinto di consolazione le idee del diavolo e della ricchezza, vi dirà che è senza vita a causa dei suoi tesori nascosti . È in questo deserto sul bordo del mare che la leggenda vuole che tre uomini siano scomparsi alla ricerca dellʼoro. Lʼavvio del romanzo racchiude lo stile narrativo e il senso di questo lungo libro. La degradazione morale e ideale di uomini travolti da un destino inarrestabile, quello del capitalismo trionfante, viene narrata da Conrad con una scrittura ricca, lussureggiante, immaginifica, talvolta ampollosa e ridondante. Il centro del romanzo è Sulaco, forse il vero protagonista: una cittadina isolata dal Costarica da alte montagne, facile approdo per le navi e favorita dalla natura con una inesauribile miniera di argento, la sua fortuna ma anche la sua dannazione. Sullo sfondo il classico paese del Sud America, gravato dallʼ > illegalità di un popolo di ogni colore e razza, dalle barbarie, da una irrimediabile tirannia . Come diceva Bolivar, il grande liberatore: > lʼAmerica è ingovernabile. Chi lavora per la sua indipendenza ha prosciugato il mare . In questo contesto non cʼè spazio per i sentimenti, per le anime delicate, lievi, piene di incertezza: tutti devono essere degli "eroi > , uomini di azione e non di pensiero, animati da grandi ideali o da ignobili intenti. Sulaco ospita tanti personaggi di forte carattere: il garibaldino rifugiatosi nel nuovo continente perché non ha voluto piegarsi dopo il tradimento dellʼAspromonte, lʼaltera giovane costaricana fedele ad un sogno di rinascimento morale e politico del proprio paese, il suo fidanzato, apparentemente disilluso, ma il cui amore per la donna lo porta allʼidea di separare Sulaco dallʼinstabile Costarica, per farne uno stato solido, democratico ed occidentale. Tra questi, e molti altri, cʼè la figura del Nostromo: un uomo con il peso di innumerevoli generazioni dietro di lui e con nessun legame di cui tener conto..... come il Popolo > . Nostromo è forte, coraggioso, animato dal desiderio della fama: egli è un tipico uomo del popolo, con un oscuro senso di grandezza, con la sua devozione senza limiti a qualche cosa di disperato cosi come disperate sono le sue passioni (...) Splendido, robusto, e agile, egli gettò indietro la testa, allargò le braccia, e si distese con una lenta torsione del busto e un grande respiro, calmo e minaccioso, naturale e libero dal male nel momento di svegliarsi così comʼè una besta selvaggia magnificente e inconsapevole. Allora, con uno sguardo improvvisamente rigido fisso sul niente da sotto unʼespressione pensosa, apparve lʼuomo > . Unʼesaltazione dellʼautenticità primordiale della fisicità maschile che potrebbe essere di Pasolini! A sconvolgere questo mondo di puri eroi, di una virtù pari a quella della natura selvaggia, è lʼarrivo di un inglese, Gould, deciso a sfruttare la miniera dʼargento. Attenzione! Non è la bramosia di denaro che lo spinge, ma una visione, diremo oggi strategica: lʼargento è il simbolo di una rinascita, di un nuovo mondo. Ma come comprende bene la moglie (lʼunica figura sensibile, piena di dubbi e sgomenta per le implicazioni morali e sociali di quanto sta avvenendo ), la miniera si è trasformata in un feticismo, ed ora il feticismo era cresciuto in una mostruosa forza distruttiva > . Per salvare lʼargento, minacciato dallʼennesima rivoluzione costaricana, viene affidato al Nostromo il compito di trasportarne per mare un quantitativo ad una nave, in attesa al largo nellʼoceano. Una serie di circostanze sfortunate fanno naufragare la barca proprio sullʼarida e misteriosa penisola descritta allʼinizio del romanzo. Qui il Nostromo abbandona a sicura morte il compagno di viaggio, proprio il giovane idealista ed innamorato, il quale scomparve senza una traccia, risucchiato nellʼimmensa indifferenza delle cose > : una evidente metafora di come vengono apprezzati gli ideali. Nello stesso fosco luogo nasconde il prezioso carico. Da quel momento diviene un uomo ricco, ma a prezzo di un vile tradimento. Dʼaltra parte, vecchi o giovani, a tutti piace il denaro, e parleranno bene dellʼuomo che glielo dà > . Il romanzo finisce tragicamente. Il Nostromo viene ucciso per sbaglio da un amico, che lo confonde per lo spasimante della figlia, mentre invece lʼuomo andava a prendere un poʼ dʼargento dal suo tesoro nascosto. Si potrebbe dire superficialmente che lʼavidità è più forte dei grandi ideali. In realtà il tema del romanzo è un altro e si racchiude in questa frase di Gould: Saleco non è più un paradiso di serpenti. Abbiamo portato lʼumanità e non possiamo volgere le nostre spalle per andarcene e cominciare una nuova vita > . Il capitalismo porta la civiltà ma tutto ciò ha un costo: la perdita degli eroi > . Insomma, Conrad è un cantore dellʼimperialismo, con la differenza rispetto ad altri autori occidentali (come Kipling), che in lui vive il mito del buon selvaggio. Il romanzo è molto lungo, estremamente discontinuo ed è privo di ritmo narrativo. Accanto a pagine molto belle, in generale quelle legate alla descrizione dellʼambiente, si susseguono dialoghi monotoni e ripetitivi, salti di scena, anche temporali, spesso sconcertanti, mentre le descrizioni storiche e politiche rompono la narrazione non aggiungendo nulla di interessante. I personaggi sono degli stereotipi, senza spessore psicologico ed esistenziale; il sistema di relazioni è superficiale, poco approfondito. La scrittura è affascinante dal punto di vista linguistico, con tratti talvolta poetici, evocativa di un mondo immaginifico; dʼaltra parte tutto questo è vita, deve essere vita, anche se è così simile ad un sogno". Lʼautore si lascia, tuttavia, troppo trasportare dal gusto dello scrivere, dalla ridondanza delle parole, dal piacere del barocco e del meraviglioso. Di conseguenza anche lo stile narrativo diviene pesante e talvolta soffocante. Perché non leggerlo? È lungo e prolisso.
Nuovi racconti italiani
Il libro raccoglie 29 racconti, una rassegna che comprende scrittori famosi, come Bassani, Buzzati, Gadda, Moravia, Pasolini, Pratolini, Cassola ed altri; ma anche autori meno noti, comunque rappresentativi della letteratura del nostro Paese. Non si può dar conto di tutti i racconti, peraltro molti non particolarmente riusciti, mi soffermo solo su alcuni. Essi hanno un tratto comune: parlano delle condizioni materiali di vita dellʼItalia degli anniʼ50, con un approccio tra verità e poesia, fra disegno sociale e storie personali. Carlo Bernari è oggi uno scrittore dimenticato, ma nel 1929 compose un romanzo («Tre operai»), che dava una visione realistica della condizione operaia sotto il fascismo e per questo ebbe una diffusione semiclandestina. Nel suo lungo racconto, «Il crumiro», Bernari ci parla di Peppino, un napoletano pieno di risorse: nella Bari del dopoguerra riesce a trovarsi un lavoro di «tutto fare» in una fabbrica, a costruirsi una casa, ovviamente abusiva, ad allacciarsi alla luce e allʼacqua, sempre di straforo, e a mettere su famiglia. > Alla napoletana, lo motteggiavano i suoi compagni di lavoro, quando al mattino scoprivano il rubinetto aggiustato, la nuova presa di vapore, uno scranno ricavato da una vecchia cassa da imballaggio (...). Non proprio a regola dʼarte, ma in maniera approssimativa, sì alla napoletana, comunque però era fatto . E se è vero che il tutto (la casa, il lavoro e la numerosa figliolanza) ha i suoi inconvenienti ( > ma insomma, dentro ci sentono, fuori ci vedono, mi vuoi dire che amore è questo? ) Peppino sente di avere raggiunto tanti traguardi, modesti agli occhi di oggi ma importanti nellʼItalia di allora. Quando, a seguito di una pioggia, che scrosciava da giorni, > ostruite le fogne, unʼacqua melmosa e verdognola rifluì dal sottosuolo (...) raggiunse lʼultimo cortile, dove abitava Peppino: e lì ristagnò e distrusse la casa di Peppino e della sua famiglia, annientando i suoi sogni. Con Rea, Prisco, Ortese ed altri, Raffaele La Capria appartiene a quella vena narrativa napoletana che risale a Matilde Serao. In questo breve racconto («Ninì prende il largo») La Capria parla di libertà, e lo fa con il mare di Posillipo. Ninì è uno «scugnizzo». La schiena nera, ossuta, chiazzata di sale, tuttʼuna con lo scoglio, già cominciava a scottare sotto il sole (...) Ma lʼattenzione di Ninì era concentrata nella conchetta trasparente, tra quelle quattro pietre del fondo, che se le pigliavi e le portavi su erano pietre come le altre, (...) e quando le vedevi invece sotto mezzo metro dʼacqua così chiara, erano piene di avventure«. Sta pescando il mazzone (un pesce di scoglio che»pure il gatto lo schifa > ), quando un amico gli urla di salire in barca. Ed ecco a remare verso la punta di Posillipo, a chiamare le ragazze perché si affaccino ai balconi, a fare il gradasso con chi sta fra gli scogli: e si agitava col culetto sulla prua della barca, batteva coi calcagni sui fianchi, come a spronarla. (...) Ora man mano che la barca avanzava, la linea dellʼorizzonte si spostava sempre più in là, dietro il Capo di Posillipo e il promontorio si ritirava sempre più nella costa, e davanti agli occhi di Ninì il cerchio perfetto del golfo si apriva lasciando intravedere altre distanze. (...) A ripensarci, adesso, la conchetta trasparente sotto gli scogli di Palazzo DonnʼAnna pareva a Ninì non più grande di una bagnarola > . Bonaventura Tecchi ha vinto nel 1960 il Premio Bancarella col romanzo Gli egoisti«. In»La ragazza della filanda«, la protagonista è unʼoperaia»grande e ossuta quasi quanto un uomo > , (...) conservando sotto quella membratura maschile una curiosa innocenza, in parte timida e in parte sempliciona . Non ha ancora conosciuto il sesso e ride quando le compagne le dicono che lʼamore > è un gusto, presso a poco come quello che tu hai a mangiare le cose ghiotte . > Pareva che quel suo stesso corpo, così squadrato e forte, fosse una corazza, entro la quale lʼamore non sarebbe potuto entrare per malizia, forse solo con la violenza . E così avviene: un uomo, solo perché «lʼaveva sotto mano», le fa la corte, la convince a farsi portare a casa, e quando si accorge che > davvero non era mai stata toccata dallʼamore, ne ebbe quasi un senso di rancore, (...) e quando venne il piacere rapido, violento, e la gran soddisfazione, lʼorgoglio di lui, anche allora rimase (...) la volontà di umiliar lei . E lei, piantata dopo pochi giorni, va > via sola giù per il viottolo, con quelle spalle ossute che sussultavano sotto lo scialletto, ma senza piangere. Giovanni Testori è conosciuto come autore di teatro, ma ha scritto numerosi racconti e romanzi. La breve storia «Guardati intorno ed impara» è enigmatica, tanto che fino allʼultimo non ne è chiaro il senso complessivo. Una giovane donna fugge da una casa, barcolla, si appoggia ad una parete, cerca di riprendere contatto con la vita: capisce > che non le resta nientʼaltro da fare che nascondere se stessa, non solo alle persone ma anche alle cose . È questo lʼavvio di una storia: lentamente si dispiega, comprendiamo che la ragazza ha ucciso un uomo, non perché veramente lo volesse, ma per un meccanismo familiare. Sorella, fratello e madre sono legati tra di loro da un nodo, che > nella sua elementarità era quasi tragico: legami che venivano trattenuti da ogni espressione sentimentale, ma che si manifestavano nella loro forza, allorché la vita della famiglia attraversava qualche situazione difficile. Allora una parola, una domanda o un semplice riferimento bastavano perché i tre si ritrovassero costretti e quasi dannati a un solo destino. (...) Sarebbe stato necessario distruggere, a furia di poter tutto, ogni residuo umano. Le storie di Peppino, di Ninì, dellʼoperaia della filanda e della giovane donna sono paradigmatiche di una società e di una condizione esistenziale. Darsi da fare, spesso inutilmente, desiderare la libertà, anche di un momento, accontentarsi di un amore qualunque, lasciarsi intrappolare dai meccanismi familiari, sono i tratti caratteristici di unʼItalia che è lì lì per cambiare, ma nella quale prevale ancora la rassegnazione. Pur nel pessimismo prevalente i quattro racconti esprimono forza narrativa e innovazione: gli autori costruiscono trame eleganti ed interessanti, personaggi significativi e di spessore, hanno qualcosa da dire e lo fanno con una scrittura colta, ma già contemporanea. La lingua parlata sta entrando in quella scritta e lo farà poi in modo prepotente, per ora serve a non far fare ai racconti "la figura barbosa e barbina dellʼantiquato (Antonio Baldini nellʼintroduzione). Perché non leggerlo? Sono quattro bei racconti, ma non valgono la fatica di leggere oltre cinquecento pagine..
L'ombra delle colline
Il romanzo si apre con un sogno. Il protagonista, Stefano che è anche lʼio narrante, viene condotto dallʼamico Francesco a caccia, tra le colline del suo Piemonte. Il bosco è un insieme di «cascate e piramidi di usignoli riuniti», un paradiso di felicità; e poi improvvisamente le > chiome degli alberi erano cumuli di minuscoli teschi corrosi, verdastri, che a milioni tintinnavano sinistramente gli uni contro gli altri . Il sogno è premonitore del senso del romanzo, che si sviluppa tra il ricordo e la vita presente, tra la violenza vissuta e immaginata da un lato e il «gomitolo della cose quotidiane» dallʼaltro. > Devo sforzarmi a ricordare. Devo provarmi perché questi ricordi giacciono sepolti, in ispida confusione e separati da me. Sono stato bene, normale e lieto e aggressivo finché mi è riuscito di vivere al di fuori di me . La casa di campagna è un riferimento importante per il protagonista, per la natura che la circonda e per i fatti terribili che gli sono successi nella sua giovinezza: la morte del nonno, lʼuccisione di un soldato tedesco, la partecipazione alla guerra partigiana. Stefano vive ormai a Roma, uomo di successo, ma unʼ inquietudine crescente gli ha impedito di sposarsi e porta avanti una monotona relazione con la sua ormai ex fidanzata. La decisione di compiere insieme una visita nella vecchia casa di campagna, dove vive ancora lʼarcigno padre, sembra poter riaccendere il rapporto tra i due, ma il peso del ricordo è troppo forte. > Sono cresciuto tra i morti, Lu, e ho potuto metterli da parte, collocarli lontano, a furia di sperare nella pace, nella comune e lunga vittoria... E oggi, questi morti è giusto che io torni a scrutarmeli accanto.... Non spaventarti, Lu, tanto tutto andrà avanti come prima, come sempre, persino noi! persino per colpa nostra! . Il ritorno nei luoghi della giovinezza non serve. «Forse, conclude lʼautore, ci toccherà soggiacere a unʼeterna rassegnazione». È un illusione sperare che il ritorno al passato possa liberare dagli incubi che derivano dal ricordo e dalla delusione delle speranze e dei desideri della giovinezza: solo vivere «nellʼumile alba di ogni giorno», senza progetti e senza sogni, può dare un poʼ di pace. È un romanzo profondamente pessimista, dove la scrittura si esprime al meglio proprio quando assume accenti lirici ed evocativi, come nella descrizione delle colline e nella narrazione dei sogni. Sullo sfondo compaiono i grandi fatti del dopoguerra ( lo smarrimento per il crollo del fascismo, la resistenza, il fallimento della mancata attuazione dei cambiamenti attesi), ma ciò che interessa allʼautore è dare il senso di un dolore esistenziale e vi riesce proprio con la lingua, con lʼuso sapiente degli aggettivi e della punteggiatura. Quando, invece, passa a tratteggiare i caratteri e a costruire i dialoghi, si assiste ad una caduta del ritmo narrativo, che diviene monotono e ridondante. Perché non leggerlo? Alcuni brani sono molto belli e trattano di un tema molto attuale: la delusione dellʼItalia di oggi. Ma nel complesso il romanzo risulta noioso e prolisso.
Open City
Quando si camminava per le strade di una città > ogni decisione, dove voltare, quanto a lungo rimanere perso nel pensiero dinanzi ad un edificio abbandonato, non era consequenziale, e per questa ragione era un segnale di libertà. Percorrevo i quartieri della città come se li dovessi misurare con il mio passo, e le stazioni della metropolitana servivano come ricorrenti motivi del mio procedere senza fine . Il protagonista e narratore di questo romanzo è un giovane psichiatra di origine nigeriana, figlio di un coppia mista, padre africano e madre europea. Trascorre gran parte del tempo libero vagando per le strade di New York. > Le camminate venivano incontro ad un bisogno: esse erano una fuga dallʼambiente mentale, strettamente regolato, del lavoro e una volta che le scoprii come una terapia esse divennero una cosa normale, ed io dimenticai comʼera stata la vita prima che io iniziassi a camminare . Errare a piedi per la città è una grande metafora. È un percorso toponomastico, una scoperta geografica e come tale «un regime di competenza e di perfezione». Nel contempo è un viaggio nel labirinto della mente. Come la pianta urbanistica di una città, la mente umana è una rete di intersezioni logiche, un modello razionale, allʼinterno del quale, tuttavia, noi ci muoviamo a salti. Sono sufficienti unʼimmagine, uno stralcio di un discorso, un incontro casuale per portarci «lontano», ad altre immagini, a ricordi, alla profondità dellʼinconscio verso un " io > mai compiutamente esplorato e dischiuso. Il romanzo può essere letto su tre livelli. Innanzitutto è un resoconto del vagabondaggio urbanistico del protagonista. Muovendosi senza meta egli incontra dei luoghi, descritti minuziosamente nella loro storia e funzione urbana; essi sono anche, e soprattutto, spartiacque tra quartieri e punti di imprevedibile svolta del percorso a piedi. Camminare permette di travolgere il modello razionale, in quanto non si è costretti a seguire direttrici di traffico, e ciò porta, senza volerlo, a zone inaspettate della città, importanti per la storia ma ormai dimenticate nella coscienza degli abitanti. Lʼimprovvisazione e la lentezza del camminare permettono anche di imbattersi in altre persone. Molti sono incontri occasionali, altri invece riguardano frequentazioni abituali, ma sempre incontrate per caso. Comunque sia, esse danno lʼopportunità di farsi narrare la vita degli altri, i loro ricordi, le loro aspirazioni e le idee che animano la loro esistenza. Il nostro protagonista non ama parlare, preferisce ascoltare, ma lo fa senza curiosità, quasi dovesse assolvere, anche fuori dal lavoro, alla sua professione di psichiatra. La città offre, poi, scoperte inattese, che riportano al secondo livello di lettura del romanzo: i genocidi compiuti dallʼuomo occidentale. È incredibile, ma in Manhattan stessa, nel centro del capitalismo mondiale, ci sono luoghi che rimandano alla strage delle popolazioni autoctone, così come interi quartieri, fatti di grattacieli e di palazzi, sono stati edificati su un cimitero, dove venivano seppelliti gli schiavi, morti nelle traversate dallʼAfrica o deceduti appena giunti in America. Con tutta la sua prosopopea lʼ Occidente non rispetta neanche il culto dei defunti! La città esprime, quindi, una ferita cosmica, un dolore universale, latente e nascosto nella coscienza dellʼuomo contemporaneo. Il vagare senza meta suscita anche rimembranze, portandoci al terzo livello del racconto: lʼinfanzia con la breve ed intensa relazione con la nonna materna, il funerale del padre, lʼaccademia militare dove il giovane protagonista ha compiuto gli studi, prima di trasferirsi negli Stati Uniti. È la Nigeria, che riaffiora, con il suo spiritualismo così lontano dalla cultura occidentale. Ma è soprattutto il rapporto non risolto con la madre, la quale porta con sé una ferita profonda: ella è frutto di uno stupro, del quale fa una colpa alla nonna materna, sua madre, e alla terra natale, il Belgio. Inseguendo il labirinto della mente il protagonista è quindi arrivato ad un punto oscuro, il dolore esistenziale della madre, che le ha impedito di amare veramente il figlio. Siamo giunti alla conclusione del viaggio nellʼinconscio? Cʼè qualche cosʼaltro che il protagonista non vuole riconoscere ed accettare? Nel peregrinare lungo le strade della città il protagonista incontra casualmente la sorella di un amico dʼinfanzia. È lei a riconoscerlo e a parlargli. Si scambiano i classici convenevoli di chi non si vede da molto tempo, tra persone la cui relazione è stata superficiale e poco importante. Lʼamica invita il protagonista ad un party presso la casa del fidanzato. Mentre guardano dal terrazzo le innumerevoli luci di Manhattan, lʼamica prende da parte il protagonista e gli ricorda che, quando ella aveva quindici anni ed io ero di un anno più giovane..... io avevo forzato me stesso dentro di lei... dopo, lei disse, nelle settimane che seguirono, nei mesi ed anni che seguirono, io avevo agito come se non sapessi nulla, lʼavevo persino dimenticata al punto di non riconoscerla quando ci incontrammo nuovamente, e mai cercai di prendere atto di ciò che avevo fatto... ma non è stato così per lei, ella disse, il piacere della negazione non è stato possibile per lei". > Ciascuno di noi deve, a qualche livello, prendere sé stesso come il metro di giudizio per la normalità, deve assumere che la dimora della propria mente non è, non può essere, interamente opaca a lui Per me sono sempre lʼeroe > e così, che cosa vuol dire quando, nella versione di un altro, io sono il cattivo? Il romanzo si conclude con una metafora altamente evocativa. La statua della Libertà è ciò che tutti gli emigranti vedono in arrivo verso New York. Eppure contro questa grande statua si fracassano centinaia di uccelli, spinti dalle correnti e dal vento. Esiste un sistema preciso di statistiche che registrano ciascuna morte: la specie, il numero, la data e le condizioni del tempo. Con una precisione scientifica si vuole dare razionalità ad un fenomeno cosmico ed esistenziale, che racchiude il destino di ciascuno di noi, come popolo emigrante e come individuo alla ricerca di sé stesso. Siamo di fronte ad un libro complesso, difficile nei suoi contenuti, intellettualmente ricco ma poco vigoroso, per certi versi criptico e prolisso. A sorreggere una inesistente trama narrativa ed un altrettanto fragile sistema di personaggi è la scrittura: un inglese elegante, delicato, sofisticato e semplice ad un tempo. Si legge con piacere ma ci si perde nella dispersione della narrazione e nello sforzo ossessivo di dare spazio a troppi argomenti e riflessioni. Perché non leggerlo? Troppo lungo e prolisso. Ci si perde.
L'ora di greco
Nel primo canto del Paradiso, Dante indica con la parola «trasumanar» quel superamento dei limiti umani senza di cui non sarebbe possibile contemplare Dio in tutta la sua potenza; poi, leggendo questa cantica, scopriremo che il percorso nei diversi Cieli sarà una trasformazione della vista e dell'udito, così da reggere la luce e i suoni dell'Empireo. E se invece la conciliazione con sé stessi e con gli altri avvenisse secondo una strada inversa, con il silenzio e la cecità? Sin dall'infanzia, per la protagonista di questo romanzo > la frase più banale lasciava intravedere con la trasparenza del cristallo perfezioni e imperfezioni, verità e inganno, bellezza e bruttezza. Lei si vergognava di quelle frasi, che si dipanavano bianche come ragnatele dalle sue mani e dalla sua lingua. Il divorzio e la perdita dell'affidamento del figlio la scaraventano nel silenzio: > è un silenzio freddo e rarefatto, come un'ombra privata del proprio corpo, come il tronco cavo di un albero morto, come lo spazio oscuro tra una meteora e l'altra. Il protagonista, invece, è cresciuto in Germania, gli è stata diagnosticata la perdita graduale e inesorabile della vista; è tornato in Corea dove insegna greco antico a uno sparuto gruppo di studenti, tra cui la nostra protagonista. Con la lingua greca l'autrice pare riferirsi al Mito della Caverna di Platone: in questa famosa allegoria i prigionieri non vedono che ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta di loro di fronte, e credono che queste visioni siano oggetti reali così come lo siano gli echi provenienti da eventuali passanti al di fuori della prigione. Se questi prigionieri uscissero dalla caverna scoprirebbero che gli oggetti e le voci non erano che illusioni; siamo condannati ad un eterno offuscamento da parte dei nostri sensi, non sarà la filosofia a salvarci, la conciliazione non si realizzerà tramite la vista e l'udito, con i nobili sensi di Dante. L'incontro avverrà solo quando ci affideremo agli altri sensi, così come paiono fare i nostri protagonisti: > con gli occhi chiusi, strofina la guancia sul viso di lei, (...) le bacia la bocca. I capelli bagnati dietro le orecchie, le sopracciglia. Come una flebile risposta proveniente da lontano, le dita fredde sfiorano le sue sopracciglie e si dileguano. (...) I cuori e labbra che si toccano, uniti ed eternamente separati. Tante volte ho pensato che il nostro enorme e complesso cervello sia una sovrastruttura che pesa sulle relazioni tra gli esseri umani come un macigno; che siano più felici gli animali nella loro ingenua immediatezza. Forse, è questo che vuol dire questo romanzo, ponendo al centro la lingua di Platone e narrando la strada vicenda di una donna e di un uomo che finiranno per amarsi senza parlare e vedersi. O forse, è troppo difficile per noi occidentali comprendere un romanzo di una cultura e di una lingua così distanti dalla nostra. E' probabile che l'autrice volesse dire dell'altro, ma è questo che mi è parso di capire. Hang Kang sta avendo una grande promozione editoriale da quanto ha vinto il premio Nobel. Leggendo questo breve romanzo, c'è da chiedersi se questa fama sia dovuta ad un'effettiva qualità editoriale o invece ad un gusto esotico, al desiderio di scoprire un paese ancora sconosciuto come la Corea. Questa domanda sorge spontanea dinanzi alla mancata distribuzione dei romanzi di Laszlo Krasznahorkai**, di ben altro spessore e qualità. (si veda la recensione in questo sito di «Melanconia della resistenza»).** **Perché non leggerlo? Di difficilissima comprensione.**
Patria
In una sera di pioggia un piccolo imprenditore basco è ucciso da un comando dell'ETA, un'organizzazione terroristica che insanguinò la Spagna dal 1968 al 2011, provocando oltre 800 morti, di cui 240 civili (fonte Wikipedia). Txato, questo è il nome della vittima, si era rifiutato di pagare il pizzo e il suo assassinio fu preceduto da una serie d' insulti e da un crescente isolamento da parte del paesino, dove viveva da anni l'imprenditore e la sua famiglia. Joxe Mari, il figlio del migliore amico di Txato, è affiliato all'ETA e opera in clandestinità; in una delle sere precedenti all'attentato è stato mandato in ricognizione presso la casa della vittima, > non appena aveva cominciato a camminare, mi aveva visto. La Browning impugnata nella tasca e il Txato, cosa fa, cosa accidenti fa, attraversa la strada e viene dritto verso di me. La scena non era prevista dal copione. «Ehi, Joxe Mari. Sei tornato? Sono contento». Quegli occhi, quelle orecchie enormi, quell'aria amichevole. L'amico di suo padre che gli comprava i gelati quando lui era bambino. (...) Non farlo. Non ucciderlo. Erano rimasti muti uno di fronte all'altro. (...) Sono un membro dell'ETA e sono venuto a giustiziarti. Ma non glielo aveva detto. Non gli era venuto. Là in alto la campana aveva suonato un no. Questa scena, descritta a pagina 445, poteva essere un possibile avvio del romanzo, dando unità, secondo me, all'esplorazione delle conseguenze, non sociali e politiche ma psicologiche ed esistenziali, di una guerra civile che ha lacerato un'intera comunità. E invece Aramburu narra le storie individuali in modo disordinato, con avanti e indietro, inseguendo le vicende dei singoli personaggi come queste fossero storie specifiche, banali e scontate, vitalizzate solo dal legame con quell'unico fatto terribile. L'uccisione di Txato distrugge i consolidati rapporti di amicizia, determina la vita di tutti, degli affetti così come delle condizioni materiali di esistenza, immobilizza in ruoli definiti dall'odio e dal dolore. Joxe Mari finirà all'ergastolo, condannato a essere un eroe della liberazione dei paesi Baschi. Sua madre, Miren, assume le parti della protettrice, orgogliosa e inflessibile, del figlio perseguitato > fanatizzata per istinto materno. Il marito di Miren e il migliore amico di Txato si richiude in se stesso, vigliacco, nasconde il lutto per la morte di Txato e la disapprovazione per le scelte di Joxe Mari. Gli altri figli sono in fuga da quella terra maledetta, così come lo sono i figli di Txato. Sono tutti > satelliti di un uomo assassinato. Lo volessero o no, le loro rispettive vite ruotavano da lunghi anni intorno a quel delitto, a quel fuoco incessante di, di cosa?, cazzo, ma di pena, di dolore, e questa storia deve finire e non so più come. A rompere l'immobilismo della sofferenza è Bittori, la vedova di Txato, con la sua decisione di tornare al paesino e di riaprire la vecchia casa: > una strana atmosfera avvolgeva i soprammobili, le pareti, i mobili, un odore caratteristico che, senza essere stomachevole, era tutt'altro che accogliente. Ed era lo stesso odore che emanano i vestiti di mia madre quando la abbraccio. Siamo dopo il 2011, la guerra civile è finita e tutti vorrebbero dimenticare. Il parroco ferma Bittori per strada per invitarla a non tornare in paese, > a non riaprire le vecchie ferite. La risposta della donna è lapidaria: è qui > per tirare fuori tutto il pus che c'é ancora dentro. Altrimenti, non si chiuderà mai. Caparbia, Bittori otterrà che Ioxi Mira le chieda perdono, perché solo così ci può essere una vera riconciliazione, e non invece un pavido oblio omertoso. La determinazione di Bittori smuoverà tutti gli altri protagonisti della storia, che usciranno dalla loro sofferenza per ritrovare di nuovo se stessi, metabolizzando finalmente il lutto e accettando il proprio destino. Gli argomenti fondamentali del libro sono la lacerazione e la riconciliazione: la violenza frutto dell'odio e la volontà di ricostruire la fratellanza. L'autore evita la retorica e il moralismo, scava, invece, all'interno delle coscienze. I personaggi sono sempre in bilico tra immobilismo doloroso e possibilità di liberazione dal destino; per riuscirci hanno bisogno di una forza esterna, costituita da Bittori, che abbandona le vesti della vedova sconsolata per assumere quelle di un' eroina tragica, portatrice, suo malgrado, di un compito universale ed eterno: quello di portare il carnefice a riconoscere le proprie colpe, a dichiararle e in tal modo liberarsi dal rimorso. Si è già accennato al disordine della narrazione. Con una tendenziale scansione di tre capitoli per volta l'autore approfondisce i diversi personaggi del romanzo, senza creare una gerarchia d'importanza, quasi che non ci sia un protagonista. Quest' approccio lascia al lettore la libertà di scegliere la figura chiave del racconto (per me Bittori), ma annebbia la focalizzazione, ostacola la ricomposizione delle storie, che restano inconcludenti. L'alternarsi della prima e della terza persona come voce narratrice intriga dapprima, creando un effetto di spiazzamento. E' una bravura stilistica che alla lunga confonde la narrazione: ogni frase è interessante ma il tutto diviene dispersivo. Infine il romanzo è molto lungo, prolisso e ripetitivo. Perché leggerlo? Interessanti gli argomenti affrontati.
Piccolo Mondo Antico
L’ambiente è il Lago di Lugano, ed in particolare la Valsolda. Siamo tra le due guerre d’indipendenza. Franco è il nipote di una potente marchesa ed è innamorato di Luisa, una giovane di famiglia seria ed onorata, ma modesta. Tra la marchesa e Franco il contrasto non si limita all’amore del giovane per Luisa ma anche alle diverse idee politiche, la donna legata alla dinastia austriaca, l’uomo convinto patriota. Franco sposa, all’insaputa della marchesa, Luisa e quindi la giovane coppia deve vivere in ristrettezze economiche, aggravate, ad un certo punto, dal licenziamento dello zio di Luisa, un funzionario onesto e serio dell’amministrazione lombardo-veneto: licenziamento dovuto alla volontà della potente marchesa. La vita scorre serena e gravita intorno alla figlia della coppia, la piccola Maria. L’unico contrasto tra gli sposi ha origine nelle differenti convinzioni religiose: Franco devoto e cattolico osservante, Luisa di fatto indifferente e atea nella sua coscienza. Ci sono poi le idee politiche, comuni ai due sposi e al loro piccolo entourage, che, insieme con le difficoltà economiche, inducono Franco a trasferirsi a Torino. Ed infine, a turbare l’andamento familiare e creare contrasti tra gli sposi si inserisce la scoperta di un documento con il quale il nonno di Franco, marito della marchesa, avrebbe lasciato l’eredità al nipote. Franco, per orgoglio, non intende far valere il documento, che è stato nascosto dalla marchesa, e questo fatto indigna Luisa, non tanto per motivi economici quanto per l’ingiustizia subita. Sulla vita della coppia, «sul piccolo mondo antico», irrompe la tragedia della morte di Maria, annegata nel lago. Luisa si chiude in un dolore tragico anche perché si sente colpevole della morte della bambina. Luisa si sente arida e fredda, si crea tra i due sposi una barriera, che rischia di distruggere il loro rapporto. Scoppia la seconda guerra d’indipendenza, Franco, che nel frattempo è ritornato a lavorare a Torino, invita la moglie ad un incontro all’Isola Bella prima della sua partenza per il fronte. Luisa è molto incerta, poi viene convinta dallo zio e andando verso l’isola, sul battello, vede un gruppo di soldati che va alla guerra e capisce che ci sono sofferenze e dolori più grandi dei suoi. L’incontro con Franco è dapprima freddo, poi via via si scioglie e i due si ritrovano, dando alla luce una nuova creatura. Come in tutte le belle storie, l’amore alla fine trionfa. Si tratta, quindi, di una storia romantica, che creò clamore a suo tempo per le idee religiose che vi erano espresse. Era portata avanti, nella figura Luisa, una forte critica alla religione, soprattutto a quella ufficiale e bigotta, sino al punto che la donna affermava che «Dio è cattivo» o persino, che Dio non esiste. Se la guardiamo con gli occhi del nostro tempo, ciò che rimane di pregevole del romanzo è, invece, il contrasto tra l’intimità del mondo familiare e la partecipazione ai grandi eventi. Alla base c’è la rappresentazione del «piccolo mondo antico», che, come dice l’autore, > era ancora più segregato dal mondo grande che al presente, era più che al presente un mondo di silenzio e di pace, dove i funzionari dello Stato e della Chiesa,e, dietro al loro venerabile esempio, anche alquanti sudditi fedeli dedicavano parecchie ore ad una edificante contemplazione . Questo mondo è costituito dalla Valsolda, di cui l’autore descrive sia la natura che la comunità. Ed è proprio questa la parte più debole del romanzo: la natura viene affrontata con uno spirito romantico, tendente al «meraviglioso», all’immagine propria di un«turista», risultando in definitiva falsa e distante; i personaggi, innumerevoli, sono descritti soprattutto nelle loro relazioni reciproche, ma risultano, in definitiva, come caricature di figure tipiche di un piccolo paese ( la servetta infedele, il curato, il professore, lo spione e così via), senza, però, riuscire ad darne una rappresentazione ironica. Lo stesso ricorso al dialetto non dà vivacità e veridicità ai dialoghi, risultando infine fastidioso ed inutile. La figura di Franco è piatta, anche inverosimile, se si pensa che subisce una disgrazia terribile, che sembra superare con facilità. L’unico personaggio che risulta contradditorio e complesso è quello di Luisa: essa è consapevole della fragilità del marito, della vacuità della religione, ma accetta il ruolo sociale di moglie e di madre. Solo la morte della figlia rompe questo difficile equilibrio trascinandola quasi alla follia. Ma, alla fine, si salva riprendendo il ruolo che le è stato affidato dalla società. Piccolo Mondo Antico è il romanzo di un ricco e colto borghese dell’ottocento italiano, che ritiene che solo nell’assumersi le proprie responsabilità sociali ci si possa salvare e crescere come personalità. La tradizione pre-industriale è quindi qualche cosa da superare, così come la chiusura nei problemi personali, nelle piccole relazioni interpersonali, nella ricerca di soluzioni metafisiche e irrazionali ( la religione, lo spiritismo). Il tema della responsabilità e del superamento della dimensione familiare e localistica è particolarmente attuale nella società italiana: forse proprio la superficialità di come è stato affrontato nel romanzo ha fatto sì, così come è avvenuto, che familismo e localismo siano rimasti ancora oggi i punti deboli della società italiana.
Un pinguino a Trieste
Il "Giornale di Trieste" del maggio 1953 riporta la notizia dell'arrivo a Trieste del pinguino "Marco". > Giunto dalle lontane terre del Capo di Buona Speranza ove un singolare destino lo aveva condotto, (...) Marco è stato sedotto dall'affettuose premure di un lupo di mare, il nostromo di coperta della motonave Europa Prendendo spunto da una vicenda reale, Carminati ha scritto un romanzo di formazione che dà un tocco di lievità a un momento difficile della storia di Trieste, tra il 1950 e i tumulti del novembre 1953, quando terminò con morti e feriti una protesta per l'accordo segreto tra Stati Uniti e la Jugoslavia, con l'assegnazione della città all'Italia e dell'Istria alla Jugoslavia. Niccolò è ancora bambino nel 1950, > con pochi pensieri e molta libertà, quando fugge da Lussino per Trieste, dove va a vivere da uno zio. In una scatola tenuta nascosta scopre casualmente un telegramma che comunicava come suo padre risultasse disperso, presumibilmente annegato, in seguito all'affondamento del piroscafo su cui era imbarcato. Perché lo zio non gliela aveva mai mostrato? Forse > perché voleva che rimanessi bambino il più a lungo possibile, voleva che io credessi al topolino dei denti, a San Nicolò che porta i regali, alla Befana, alle stelle cadenti, a mio padre vivo da qualche parte in Africa. Ho guardato verso il mare aperto. Le onde hanno avuto un brivido: (...) dieci anni prima il mio papà era morto in mare, e da dieci anni viveva solo nella mia fantasia. Dal ritaglio di un giornale (il "Tempo" del gennaio 1953) Niccolò viene a sapere che quattro marinai del piroscafo affondato si sono salvati in una scialuppa, e se fra questi ci fosse suo padre? Se fosse ancora vivo da qualche parte sulle coste dell'Oceano Indiano, dove si era inabissata la nave? Con un atto che mescola speranza, coraggio e spirito d'avventura, Niccolò s'imbarca come marinaio su un piroscafo diretto a Città del Capo, lui ancora adolescente e che per di più soffre il mal di mare. Forse la ricerca del padre è solo un'occasione per divenire adulto, come Jim nell'Isola del Tesoro (si veda la recensione di "Treasure Island" in questo sito). > Sarei tornato a casa, ammette Niccolò, > con una nuova mappa: quella tracciata dai miei piedi e dai miei occhi. Il romanzo è costruito con grande maestria ed eleganza, riuscendo a mettere insieme i sentimenti di un adolescente, le sue curiosità e le sue scoperte, con una trama piacevole, con le sue brave sorprese, forse un po' scontate. Non ci sono i cattivi! Ci invade una sorta di speranzosa letizia, abituati a storie dispotiche pure nei romanzi per adolescenti: si pensi a "Borders no Borders" o alla grande saga di "Berlin" (si vedano le recensioni in questo sito). Il tutto è eccessivo, troppo facile si potrebbe dire, così distante dalle vicende triestine così come dalla realtà di oggi. Dobbiamo dare una prospettiva positiva, ma lo dobbiamo fare riconoscendo i problemi attuali, per non cadere nel rischio di una "bella favola". Il pregio del romanzo è la scrittura: elegante, perfetta sul piano sintattico, lessicalmente ricca. Carminati recupera la parte migliore della nostra lingua, con un uso sapiente della punteggiatura, senza cadere nelle trappole stilistiche oggi così frequenti: dall'abuso del "punto" con la conseguenza di frammentare il discorso, come nell'acclamata "La Ferocia" di Nicola Lagioia, al periodare disordinato in cui il flusso delle parole non si affida alla punteggiatura ma ai suoni, come nella troppo apprezzata "Alma" di Federica Manzon (si vedano le recensioni in questo sito). Perché leggerlo? È piacevole ed è una bella storia. Apprezzamento medio basso.
Il porto dei sogni incrociati
Secondo il Buddhismo la sofferenza nasce dal fatto che ci si oppone al fluire della vita e ci si attacca a forme illusoriamente permanenti, siano esse cose, eventi, persone o idee. Ed invece lʼuomo è come un volo di un uccello o il passaggio di un pesce nellʼacqua, che non lasciano traccia di sé; è come andare in barca a vela, facendosi guidare dai venti. E chi meglio di un marinaio personifica questa condizione di transitorietà? Siamo in un pub di una città irlandese, dove si ritrovano quattro persone; non si conoscono ma tutte vivono in una città portuale e hanno incrociato il capitano di una nave mercantile: Marcel. Rosa Moreno ha il sorriso di Ingrid Bergman, rischia di passare tutta la vita nello stesso bar di un piccolo porto della costa atlantica della Spagna: ed allora > tutto le appariva nero, come se non valesse la pena di vivere . Una notte trascorsa con Marcel le ha regalato sogni di libertà, possibilità di una nuova vita, ma anche unʼeredità tangibile, un bambino. Madame Le Grand è una vedova ancora piacente, trascorre la vita ad archiviare le storie di tutti i marinai che transitano nella sua città portuale, > per provvedere a che tutte le persone che incontrava lasciassero una traccia dietro di sé, invece di sparire nel nulla, come se non fossero mai esistite . Invita a cena Marcel con la sua ciurma e rimane affascinata di un uomo al quale > non gli importava di sapere cosa cʼè dopo, (...) massimo desiderio: nessuno perché rende infelici . Peter Sympson è un gioielliere, al quale Marcel affida per la vendita una pietra preziosa di grande valore, ed insieme pure gli dice il senso profondo della sua vita: > il suo hobby sono le pietre preziose. Il mio sono le conoscenze passeggere e i loro sogni della vita. Jacob Nielsen è un informatico, vive nel mondo di internet, talvolta è colto dallʼirrequietezza, è poi sufficiente > una folata di vento dal mare per spazzar via il suo desiderio di altrove . Incontra Marcel, è conquistato dallʼidea di una rete di «porti incrociati», della quale il capitano occasionalmente conosciuto potesse essere il fulcro inconsapevole. > E se in quel modo fossero riusciti a dimostrare che il mondo non è un caos impenetrabile, un gorgo di anonimi esseri umani che annegano e si perdono nella loro stessa profusione e diversità? . Rosa Moreno, Madame Le Grand, Peter Sympson e Jacob Nielsen sono lì, casualmente nello stesso pub, per rivedere lʼuomo, che li ha tolti dalla monotona esistenza quotidiana e li ha proiettati in una incertezza piena di speranza. Tutti e quattro si illudono. Per Marcel > legarsi ad altri esseri umani sarebbe stato come correre un pericolo mortale. Perché chi meglio di lui poteva sapere che tutti i legami di quel genere possono essere spezzati? Essere solo e libero di danzare era diventato il suo destino da questo lato della fossa . Marcel fugge con la sua barca a vela, anche dopo che viene a sapere che Rosa porta in grembo suo figlio. > Strano è il cuore del marinaio: spera, ha paura, si spinge più vicino e vira al largo della costa, infine raddobba la vela lacerata, e volge la prua spaccata verso lʼoceano, inverte la rotta sconsolato ( Robert Louis Stevenson, Underwoods da Poesie, Oscar Classici Mondadori 1997). La bella citazione di Stevenson non è appropriata. Il grande scrittore inglese si riferisce alla vita del marinaio, al suo desiderio irrefrenabile di solitudine. Larsson non parla di questo: il mare lontano, romanticamente descritto, resta ai margini; né si parla veramente dei personaggi. Anche quando veniamo a sapere dellʼ infanzia di Marcel, nella quale il capitano ha sofferto la perdita di tutti i suoi parenti, ci rendiamo conto che non sia questa terribile ferita del passato a spingerlo continuamente alla fuga. Pure gli altri personaggi hanno sofferto; nondimeno cercano disperatamente qualcosa di solido, certezze e relazioni alle quali ancorarsi e per le quali vivere. Il romanzo è una narrazione filosofica. Il vero tema è la contraddizione tra permanenza e transitorietà: la non permanenza non è una condizione instabile da cui liberarsi, è la modalità della realtà, è il segno che non lascia testimonianza, è la «vacuità» come dato essenziale dellʼessere umano. Che nostalgia per la scrittura della «La vera storia del pirata Long John Silver». Tanto in quello splendido romanzo lo stile narrativo è vivace e suggestivo, quanto qui l ʼesposizione è piatta, prosaica, fredda. Le vicende scorrono senza slancio, sviluppate in modo burocratico e ripetitivo. Perché non leggerlo? Scontato, piatto e prosaico.
Una primavera di fuoco
Nel conflitto tra israeliani e palestinesi gli avvenimenti tra il 2000 e il 2002 costituiscono uno spartiacque fondamentale. Prima del settembre 2000, data di inizio della così detta seconda Intifada, vigeva in Palestina > un ordine imposto da unʼoccupazione che durava da anni e da generazioni, che era diventato unʼabitudine, anzi, una routine, uno stile di vita, eppure la farfalla continuava a dibattersi, poteva prender fuoco, poteva esplodere e farlo vacillare . E quando la visita di Ariel Sharon, allora leader del Likud e poi premier di Israele, provocò il sentimento religioso dei palestinesi pregando sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme, scoppiò unʼondata di violenze che portò alla reazione militare di Israele, allʼassedio di Arafat e alla successiva occupazione dei territori palestinesi da parte degli israeliani. Il romanzo vorrebbe narrare queste drammatiche vicende dal punto di vista di due fratelli, Magid e Ahmad, e della loro amica, Suʼad. Il racconto è diviso in due parti. Nella prima, senza dubbio la più suggestiva e meglio strutturata, il tema di fondo è costituito dai sogni in tempo di guerra, da un famoso verso di Mahmud Darwish: «lasciatemi stare, lasciatemi andare là dove voglio andare». Magid è uno splendido ragazzo, che sogna di diventare un famoso cantante. Ahmad è ancora un bambino timido, introverso, solitario e sensibile. Stringe unʼamicizia segreta con una bambina israeliana, con la quale comunica, con poche parole e soprattutto con gesti, attraverso il filo spinato che divide i territori dei coloni da quello dei palestinesi. Ma i sogni sono pieni di speranze menzognere! Il caso trascina i due ragazzi nella realtà drammatica che attanaglia la loro società. Magid viene accusato, malgrado sia innocente, dellʼassassinio di un importante esponente del governo palestinese, odiato in quanto considerato un collaborazionista. Costretto a fuggire, entra nella resistenza. La vicenda di Ahmad è paradossale. Per riprendersi la gatta adorata, che era stata inconsapevolmente presa dallʼamichetta israeliana, viene sorpreso nella colonia e tradotto in carcere, in quanto sospettato di essere, lui ancora bambino, un terrorista. Nella seconda parte il romanzo cambia di prospettiva. Da un lato lʼautrice porta avanti una riflessione politica sul ruolo dellʼAutorità palestinese. Sono più le domande che le risposte. Dinanzi a dirigenti che sembrano preferire la carriera e la visibilità al compimento delle speranze del proprio popolo lʼautrice si chiede se > non è la Causa come una trama dʼamore, che inizia dolce, forte e travolgente, e poi con il tempo appassisce, muore e decade? Dallʼaltro lato emerge la prospettiva femminile. Diviene Suʼad la protagonista, che ama Magid ma lo vede trasformarsi in un uomo elegante, in giacca e cravatta. > Svaniti lʼartista e il rivoluzionario, non resta che lʼarrivista che progetta la scalata al potere... È così che il potere riduce un ragazzo di belle promesse?.... E noi donne? Cosa ne sappiamo, cosa proviamo, cosa facciamo? Non un granché, per loro noi siamo di contorno, non di più . Le donne sono quindi sole, ma in loro si compendiano tutti i problemi di un popolo in guerra. > Assedi interiori, assedi esterni, lʼassedio della società e quello di Israele; gli uomini ne conoscono uno solo. Lei, invece, li subiva tutti insieme . Ed allora solo la donna può esclamare: > Palestina, pezzo di cielo, il tuo nome sulle mie labbra è una preghiera.... una sorta di azzurra preghiera estesa quanto lʼorizzonte . Il dramma del popolo palestinese va di pari passo con lʼinaridirsi e il dissolversi dei sentimenti dellʼadolescenza e della giovinezza. Il libro è una narrazione elegiaca, in certi momenti epica, della distruzione di una patria, dalla quale non si salva il mondo interiore, quello degli affetti intimi. > Corri, corri. Scalzi, svestiti, in pantofole e in ciabatte, con i bambini, senza i bambini. Anziani, vecchi e feriti che passavano sopra le macerie, le pietre, i vetri, gli incendi, la spazzatura sparsa dovunque. E cadaveri. E feriti con lesioni di ogni genere e gravità, chi alla mano, chi al piede, chi accecato dalle vampate di calore, chi ammutolito e incapace di articolare verbo. E urla. Non resta che la mortificazione per le proprie lacrime e lʼumiliazione per una vita consumata da un destino avverso. Il vero limite del romanzo è la trama narrativa. Nella prima parte riesce a mantenere una sua logica, la quale, tuttavia, si sminuzza nelle pagine successive, con un susseguirsi confuso e disordinato di eventi: la descrizione epica dellʼassalto al palazzo presidenziale di Arafat e della fuga dei palestinesi sotto lʼaggressione militare, le meditazioni e le delusioni di Suʼad, che diviene talvolta narratrice ( disorientando ulteriormente il lettore), le riflessioni politiche dellʼautrice, spesso vagamente accennate e quindi incomprensibili per chi non conosce gli avvenimenti, gli intermezzi elegiaci sul dolore e sulla disperazione del popolo palestinese, talvolta retorici e ripetitivi. È come se unʼondata di pensieri sommergesse lʼautrice, e tutto ciò a danno dei personaggi e della storia. Il frequente ricorso alle interrogative retoriche contribuisce ad appesantire la lettura, non chiudendo mai fino in fondo il ragionamento e la narrazione. Perché non leggerlo? Dopo un inizio accattivante la lettura diviene man mano più frammentaria, spesso ridondante e noiosa.
Il profumo delle foglie di limone
Juliàn è un ex internato di un campo di concentramento nazista, > ossessionato da un passato che ormai non importava più a nessuno ma del quale non riusciva a dimenticare neppure un giorno . Al limite della vecchiaia va in Spagna perché ha saputo che un gruppo di criminali nazisti si è rifugiato sulla Costa Blanca. Lo anima un odio profondo per questi «mostri moribondi», il desiderio di incutere la paura e la sofferenza che ha visto e subito nel lager: > ero rimasto indietro, intrappolato nel mio mondo, con i miei odi, i miei amici e i miei nemici . La sua vicenda si intreccia con quella di Sandra, una ventenne rimasta incinta, incerta e confusa su quale direzione dare alla sua vita. Sandra appare al vecchio Juliàn come lʼicona del presente e del futuro, che lui non ha mai conosciuto sino in fondo perché concentrato in un sentimento più forte: lʼodio e quindi il passato. > Aveva i capelli di varie sfumature che andavano dal rosso al nero, lunghi da una parte e più corti dallʼaltra. Portava anche un anellino al naso. Aveva gli occhi di un colore tra il verde e il marrone e il naso aquilino. La luce del sole, colpendole il volto, faceva sembrare il suo sguardo leggermente ironico . Un incontro tra due vite così differenti è potuto accadere perché Sandra era stata accolta da una coppia di ottuagenari nazisti, che in fondo erano rimasti affascinati dagli stessi sentimenti di Juliàn per la ragazza. Sandra aiuta, in modo sempre più convinto, Juliàn nella sua indagine su questo gruppo di criminali.In realtà via via emerge come questi ex nazisti siano alla loro volta dei vecchi infelici, chiusi nei propri sogni di potenza e di giovinezza, imprigionati in un insieme di relazioni dove predomina la sopraffazione e persino la truffa. Lʼinutilità dellʼodio diviene sempre più evidente in Juliàn, anche perché si rende conto che la sua ossessione può mettere gravemente in pericolo la ragazza. Capisce finalmente che ci sono cose più importanti che ritornare costantemente al passato. Si pacifica finalmente con lʼesperienza del lager, al punto che decide di fermarsi in una casa di riposo dove hanno trovato rifugio anche due vecchi nazisti. Per Sandra, invece, le vicende nelle quali si è trovata coinvolta la rendono adulta, le fanno capire che la sua missione di vita è quella di dare una vita serena al figlio che porta con sé. Le resta solo il ricordo di un amore per un giovane, presunto nazista, che le ha salvato la vita. Cʼè in qualche modo un mistero, qualcosa di incompiuto che non sappiamo se si porterà con sé, aprendo nuovamente quel destino di continuo ritorno al passato che era stato di Juliàn. Il tema del nazismo, visto sia dal punto di vista dellʼaguzzino che da quello della vittima, è lʼoccasione per parlare dei rapporti tra il passato e il presente, delle difficoltà di comunicazione tra le generazioni, che si possono superare solo sul «fare» ( Juliàn e Sandra si trovano insieme nella loro indagine sul gruppo di criminali) e non sul «dire», ossia la narrazione delle esperienze. Cʼè, tuttavia, qualche cosa di più in questo romanzo. Cʼè il senso di una contrapposizione tra la certezza dei vecchi e lʼincertezza dei giovani ( Juliàn è così monotono nel suo odio così come Sandra è così fresca nella sua ingenuità), conflitto rappresentativo di un passaggio epocale, quale è il nostro momento storico. È emblematico in questo senso che lʼetà della maturità per Sandra inizi in un stato di sospensione, che non chiude il romanzo: cosa ne sarà di Sandra e della sua vita? Il racconto è a due voci ( Juliàn e Sandra), espediente letterario che rende ridondante e ripetitiva la narrazione. La trama, che vorrebbe essere quella di una indagine poliziesca, è povera di avvenimenti e di colpi di scena. Lʼambientazione è scarna al punto che ci si potrebbe trovare in qualsiasi località turistica così come i personaggi sono poco approfonditi, pur affrontando temi complessi sotto il profilo etico ed esistenziale. Perché non leggerlo? È noioso e banale.
Quando mi riconoscerai
Castenate è una cittadina immaginaria del Nord Italia, un > paesino perfettino, con tutti che in faccia (...) sono gentili, buongiorno, buonasera, come va? come sta Camilla? che scuola fa l'anno prossimo? Ma tutti sanno, tutti parlano. In questo "paesino perfettino" l'autore ambienta due storie, che a lungo procedono distinte. L'una è ambientata negli anni '90 e parla del rapporto tra due adolescenti: Camilla, > bella, con i suoi capelli rossi e gli occhi verdi. Tutte le adolescenti si somigliano, ma lei è una speciale. Lo sa, ne è fiera; Enea, un ragazzo timido e secchione, che alza sempre la mano in classe perché lui, sì, ha studiato. Camilla si diverte a bullizzare il povero Enea, ridicolizzandolo dinanzi ai compagni, come quando gli ha tirato giù i pantaloncini, svergognandolo dinanzi alla compagna di classe amata dal ragazzo. Soprattutto pesa a Enea l'insulto di Camilla: tua nonna > è una troia, lo sa tutto il paese. Se questa storia è intrisa di adolescenza, di una relazione che si evolverà dall’attrito all'amicizia sino all'amore, l'altra è invece ambientata negli anni della seconda guerra mondiale ed è pervasa dalla violenza di quel periodo. Rodolfo è bello, audace, povero e antifascista, lo é in modo epidermico perché fa parte di una famiglia bracciantile, sfruttata dai proprietari agrari. È a questa classe che appartiene invece Viola; anzi suo padre è uno dei gerarchi fascisti di Castenate, rispettato e temuto in paese; e lo è pure il suo predestinato sposo (sono stati visti baciarsi in un canneto!): un giovane violento, sempre pronto a picchiare i presunti antifascisti, come Rodolfo. Malgrado siano così distanti sotto il profilo sociale e politico, nasce tra Rodolfo e Viola una passione, dapprima rifiutata dalla ragazza, e che poi esploderà in un rapporto di amore quando Rodolfo dovrà lasciare Castenate per andare a morire nella campagna di Russia. Da questa passione nasce un bambino, che sarà cresciuto da Viola nella bigotta Italia del dopoguerra. Sono due storie molto diverse come contesto storico e situazioni sentimentali; se nella prima, quella degli ann'90, è possibile dare tempo all’amore, nell'altra, in quei terribili anni '40, non si può attendere, tutto deve procedere in fretta. Per molte pagine il lettore cerca qualche indizio dell'intreccio fra le due storie. Poi, come nello splendido "Io non mi chiamo Miriam" di Axelsson Majgull (si veda la recensione in questo sito), la nonna rivela ad Enea che lei non è Rita, ma Viola, e che lui è il nipote di Rodolfo, fratello gemello dell'uomo che ha ucciso il nonno materno. > Sangue marcio, tutti sangue marcio, i partigiani schifosi. La cosa peggiore è che quel sangue marcio ha contaminato anche mio figlio. Nelle sue vene scorre il sangue di Rodolfo, sangue partigiano. Ma lui non tornerà più. Eppure io lo aspetto, e mi devasta pensare che non potrò più averlo per me, e mi detesto per questa mia debolezza. (...) Non ho pace Enea. Ho passato la vita a mentire. Il romanzo sarebbe dovuto evolversi intorno alla drammatica scoperta, a quella confessione, così intrisa di odio e amore, che la nonna fa al nipote. Ed invece, l'autore inserisce troppi temi, da quelli adolescenziali sino alla lotta partigiana. Emerge una trama confusa, compromessa da uno squilibrio narrativo tra le due storie, che va a scapito del ritmo e rende ridondante il racconto. Il finale, che forse vorrebbe essere una sorpresa, è invece banale e noioso. Il pregio fondamentale è farci capire quanto sia lontana l'Italia di oggi rispetto ai drammatici avvenimenti che ha vissuto il nostro Paese durante la guerra. La scrittura è semplice, efficace ed elegante ad un tempo. Le frasi brevi e i dialoghi serrati fanno pensare che l'autore si sia voluto rivolgere a un pubblico di adolescenti, che forse possono apprezzare maggiormente la vicenda d'amore di Camilla ed Enea rispetto ad un adulto, che rimane più impressionato dalla tragica omertà di Viola. Dispiace che l'autore non si sia impegnato a descrivere l'atmosfera di provincia, "il paesino perfettino"; se lo avesse fatto avrebbe dato spessore all'intero racconto, inquadrandolo meglio nel suo contesto sociale e culturale. Perché leggerlo? Si legge bene, ma è noioso.
Le quattro casalinghe di Tokyo
Masako, Kuniko, Yoshie e Yayoi sono quattro casalinghe; lavorano di notte in uno stabilimento, che impacchetta cibo. È proprio lì che ci vengono introdotte, lungo le varie fasi della produzione, dallʼ ingresso in fabbrica, sempre nel buio con la paura di essere aggredite, sino alla catena di montaggio, attente al ritmo del confezionamento e ai rimbrotti del sorvegliante. Si crea una consuetudine, la quale è anche solidarietà, se non amicizia. Le quattro donne sono molto diverse: Masako, dura e inaccessibile, è un ex impiegata di uno istituto di credito, licenziata perché voleva fare carriera, soffre di una profonda solitudine perché orami respinta dal marito e dal figlio; Kuniko è piena di debiti a causa della sua frenesia di spendere; Yoshie è una vedova, costretta ad accudire la vecchia suocera, che peraltro la odia; Yayoi, delicata e gentile, è sconvolta dalla rivelazione del marito di aver dissipato i pochi soldi in banca nel gioco dʼazzardo e con le prostitute. Una sera, cacciato dal proprietario del locale dove era solito divertirsi, lʼuomo picchia la moglie. Yayoi inaspettatamente reagisce strangolandolo. > Quando ripensò alla faccia del marito, il collo stretto nella cintura, proprio lì nellʼingresso, si sentì di nuovo favolosamente, assolutamente diabolica. Ti ho beccato, ben ti sta!, pensò . Yayoi non sa cosa fare, si rivolge a Masako, la quale lucidamente decide di fare a pezzi il corpo dellʼuomo per meglio abbandonarlo nei cassonetti dei rifiuti. Allʼoperazione, che si svolge nel bagno di Masako, partecipano anche Kuniko e Yoshie, un poʼ per solidarietà e molto per soldi. Un bel modo per farla pagare ai maschi violenti! Ma perché Masako aiuta Yayoi? Non certo per soldi. Per amicizia? O perché sente > un desiderio quasi selvaggio di fare pulizia nelle sue relazioni con gli altri ? Cʼè un lato oscuro nella sua personalità, che lei stessa non conosce? Sembra un delitto perfetto, se nonché un piccolo usuraio scopre quanto è successo; glielo ha confessato Kuniko per liberarsi dei debiti. Invece di denunciare le quattro donne, lʼuomo propone a Masako di mettersi in affari, ossia far scomparire, facendoli a pezzi, i corpi delle vittime della yukuza, la potente mafia giapponese. Masako accetta. Se il romanzo avesse sviluppato questo filone narrativo ci saremmo trovati dinanzi ad una storia originale e divertente: in che modo semplici casalinghe fanno business con i cadaveri, generalmente di maschi; insomma, un rovesciamento delle parti, una vendetta di genere, anche se macabra. Ed invece lʼautrice rientra in una trama tradizionale. Nelle sue indagini la polizia si era concentrata sulla persona che aveva cacciato il marito di Yayoi: Satake, un maniaco che aveva scontato lunghi anni di carcere avendo pugnalato a morte una donna mentre la stava violentando. Satake si era rifatto una vita, ma lʼinchiesta della polizia lo rovina, anche perché riporta in luce il vecchio fatto di sangue. Lʼuomo decide di vendicarsi. Scopre agevolmente quanto è stato fatto dalle quattro casalinghe e comincia a perseguitarle. È intrigato in particolare dalla personalità di Masako, dalla sua freddezza e dalle sue capacità, ma anche perché comprende che sono simili. Vorrebbe ripetere con lei lʼorrendo amplesso. Inizia un duello tra Satake e Masako, nel quale la donna si muove con estrema abilità, riuscendo persino a mettere la yukuza contro lʼuomo. Ma una notte viene aggredita e trascinata da Satake in un capannone abbandonato. È la fine per Masako? Non diciamo come termina il racconto per non rovinare la sorpresa, possiamo solo dire che Masako conosce se stessa, finalmente. > Così come lei era disposta a farsi uccidere da lui, lui voleva essere annientato da lei. Allʼimprovviso Masako capì Satake.... e lo amò. (...) I loro sguardi si incontrarono, i loro corpi divennero uno solo. Ora negli occhi di Satake poteva vedere solo lʼimmagine riflessa di se stessa. Unʼonda di estasi incredibile stava per travolgerla . Lʼavvio è promettente, le prime trecento pagine hanno un ritmo incalzante, con episodi e personaggi che sorprendono sempre il lettore. Una sottile ironia serpeggia nel racconto; le quattro donne sono studiate nella loro ambiguità: in fondo brave donne, criminali per necessità. La personalità di Masako è dominante, un capo inflessibile ed autoritario di un gruppo di femmine spaventate, le quali prendono coraggio dalla determinazione della donna. Rivalità, soggezione, invidia, timore si susseguono nelle amiche, sconcertate dalla mancanza di empatia di Masako. Poi il romanzo si piega verso un racconto convenzionale: perde di mordente, diviene lento, oppressivo, scontato. Si arriva stanchi alla conclusione. Perché leggerlo? È intrigante, ma lo si può abbandonare senza finirlo.
La ragazza che giocava con il fuoco
Il romanzo è, in qualche modo, la continuazione del libro precedente. Questa volta la protagonista è la ragazza, Lisbeth Salander. L’avvio è lento e disteso. Lisbeth, ormai immensamente ricca, vive nei caraibi e ritorna poi in Svezia, dove riprende una relazione con una vecchia amica e ricontatta il suo vecchio tutore, ricoverato in clinica per un ictus. Il giornalista, invece, è coinvolto in unʼindagine sullo sfruttamento del sesso, portato avanti da una coppia, una ricercatrice universitaria e un giornalista. Nel frattempo, il nuovo tutore di Lisbeth, un avvocato depravato, vuole vendicarsi della ragazza, che lo tiene in pugno con un filmato che lo riprende mentre la violenta, e quindi coinvolge un gruppo di delinquenti. A questo punto il romanzo assume un ritmo più intenso: l’avvocato viene ucciso con la stessa pistola con la quale vengono assassinati, la stessa notte, la ricercatrice universitaria e il giornalista convivente. Viene accusata Lisbeth, andando a ripescare la vecchia storia di squilibrio psicologico della ragazza. Tutto il paese è coinvolto nella sua ricerca, che i mass media e la polizia dipingono come una psicopatica. È ovvio che la storia è ben diversa: la ragazza era stata accusata di essere una psicopatica (e quindi prima internata in un manicomio e poi messa sotto tutela), in quanto era la figlia di una nota spia russa, che era passata al servizio della Svezia. Il padre della ragazza era in realtà, lui sì un violento e un psicopatico, ed è dietro agli omicidi in quanto ha timore che si scopra la verità. Si succedono una serie di avventure, ma alla fine la ragazza viene salvata, questa volta, dall’amico giornalista: > aprì un po’ gli occhi e lo fissò per un lungo momento. Il suo sguardo era sfuocato. La sentì mormorare qualcosa così sottovoce che riuscì a malapena a distinguere le parole, Kalle dannatissimo Blomkvist . I temi del sesso e della violenza sessuale verso le donne sono sempre gli argomenti del libro. Ad essi se ne aggiungono altri due, che assumono la preminenza via via che il romanzo sviluppa: da un lato l’ambiente della polizia corrotto e superficiale, dall’altro l’assistenza sociale ai minori che spesso opera secondo schemi convenzionali e sotto la pressione di psicologi ed esperti, a loro volta corrotti e dominati da ossessioni e stereotipi. Lisbeth è stata vittima non solo dei servizi segreti, che la volevano internare per evitare complicazioni nella gestione di un personaggio scomodo, quale era il padre della ragazza, ma subisce anche gli approcci consolidati nel mondo dei servizi sociali, che vedono i «diversi» come una minaccia alla convivenza sociale al di là della loro intelligenza e sostanziale onestà. È l’individuo asociale che disturba e va in qualche modo rimosso. Il libro è appesantito da troppe «parentesi» e personaggi rispetto alla trama centrale, talvolta i dialoghi risultano prolissi e ripetitivi così come appaiono un po’ scontate e inverosimili alcune soluzioni narrative: per esempio, il fatto che la polizia non indaghi sul computer del giornalista ucciso, la presenza di un gigante, tra l’altro fratellastro della ragazza, che appare invincibile in quanto non sente il dolore e poi si fa facilmente incatenare da Blomkvist, la sopravvivenza della ragazza che riesce a salvarsi malgrado sia stata seppellita viva.
La ragazza del convenience store
In Giappone i konbini sono piccoli supermercati dove c'è di tutto; ed è qui che si è sviluppa un racconto, apparentemente lieve e scontato, che affronta invece una questione importante: come dirà la protagonista dopo un colloquio con la sorella, la gente preferisce una persona > «normale» anche se piena di problemi, anziché una sorella tranquilla ma «anormale», di un altro pianeta. Keiko è cresciuta in una famiglia serena, con genitori premurosi e una sorella che le vuole bene, eppure fin da piccola è stata una bambina «strana», asociale, a tratti persino aggressiva. La generale riprovazione a seguito di gesti singolari, come per esempio uccidere un passerotto, l'ha condotta a chiudersi in se stessa. > Mi avvicinavo all'età adulta, all'ora della verità, e continuavo a ripetermi che dovevo guarire a tutti i costi. La svolta arriva quando viene assunta in un konbini. Dopo una breve formazione, Keiko impara a ordinare gli scaffali, mettendo in risalto i prodotti in promozione, a tenere pulito il locale e soprattutto ad accogliere a voce alta i clienti. > Irassahimase! (benvenuto in giapponese) gridai (...) inchinandomi come da manuale e cominciando a scansionare i prodotti. In quell'istante, per la prima volta nella vita, assaporai la sensazione di aver trovato il mio posto nel mondo. Sono nata, finalmente!, pensai entusiasta. (...) Il trillo ripetuto che accompagna l'ingresso dei clienti risuona come le campane di una chiesa. La scatola rettangolare di vetro luminoso e trasparente mi accoglie dentro di sé. Un mondo perfetto, che continua a girare senza sosta. Nutro una fede cieca e assoluta in questo microcosmo lucente- Con dolce ironia la scrittrice ci accompagna ad apprezzare la vita del konbini: il frastuono dei clienti, i colleghi sempre più simili nei comportamenti e persino negli accenti, il succedersi dei capi, ciascuno da accettare con i loro difetti, e poi la merce sugli scaffali, il cuore del supermercato, prodotti che sono cambiati nel tempo adattandosi a nuovi consumi. Gli anni passano, Keiko invecchia con il suo contratto part time, vive in un misero monolocale, è ancora vergine. E' serena, appagata dalla «musica del konbini», > una miriade di suoni che si fondono tra loro e si insinuano dentro me senza sosta. Per i genitori e la sorella, per le amiche come per gli stessi colleghi, Keiko non può essere felice perché diversa, lontana dalle convenzioni sociali, che vogliono che una donna si sposi, procrei e allevi dei figli, abbia un impiego sicuro e un buon salario. Per giustificare la sua «strana» vita Keiko si è inventata che è malata, ma questa scusa non può reggere a lungo. Per zittire tutti, e non per amicizia, Keiko si mette in casa un ragazzo egoista e sfaccendato; finalmente, può dire che ha un uomo, forse si sposerà. > Vergine, zitella e povera commessa di un konbini, (...) tutti ti crederanno sessualmente uguale e sarai uguale a tutte le altre donne del pianeta. Keiko, però, scopre che nel suo «microcosmo lucente» non è più la commessa cui rapportarsi in modo professionale, è una donna fragile, di fronte alla quale > non c'era più il mio ottavo capo, bensì solo un maschio della specie umana, smanioso come tutti di vedere una sua simile accoppiarsi e riprodursi. Nel nome della perpetuazione della razza. Che resta da fare? Fuggire dal konbini alla ricerca di qualcos'altro o capire senza sotterfugi che > prima ancora di un essere umano sono una commessa del konbini? Con una scrittura piacevole e una narrazione distante da psicologismi e giudizi morali l'autrice ci dice come non tutti debbano appartenere alla «tribù dei normali», come la ricerca della felicità ha tante vie e accettare la propria, pure se modesta e priva di ambizioni, permette di stare in pace con se stessi. Nel racconto della ragazza del konbini c'è senza dubbio una critica alle convenzioni della società giapponese; in distanza emerge pure il desiderio di ripiegarsi su se stessi, di non lasciarsi necessariamente intrappolare dall'amore, dal sesso, dalla figliolanza. Il kombini è come un monastero dove la donna può essere finalmente libera, sotto la corazza della professionalità e in un ambiente di lavoro immobile ma splendente di luci e rumori. La trama è fragile, la narrazione si evolve lentamente, con lunghi dialoghi spesso noiosi e inconcludenti. I personaggi di contorno sono banali o inverosimili per fare da spalla alla protagonista: esse non esce, di fatto, dal proprio «io narrante», ironico e acuto ma alla fine stantio e scontato.
The road
> Le ceneri del mondo perduto si spargevano sulla landa desolata, (trasportate) qua e là nel vuoto da venti burrascosi. Trascinate e gettate e trascinate nuovamente. Ogni cosa divelta dalle sue radici. Non sostenuta nell'aria polverosa. Sostenuta da un respiro, tremante e breve. Se solo il mio cuore fosse di pietra . In un'era post apocalittica (per una catastrofe non specificata) > tutti i depositi di cibo erano stati svuotati e l'assassinio era ovunque sulla terra. Il mondo fu presto largamente popolato da uomini che avrebbero mangiato i loro figli di fronte ai loro occhi e le città stesse erano dominate da bande di sudici predatori che rovistavano tra le macerie e strisciavano dai rifiuti, (illuminati solo) dal bianco dei denti e degli occhi, portando in sacchetti di nylon barattoli di cibo carbonizzati e anonimi, come consumatori nei ristoranti dell'inferno. (...) Fuori sulla strada i pellegrini affondavano, cadevano e morivano, e la terra velata e spoglia (come un sudario) continuava a scorrere con il sole e ruotare di nuovo come il cammino senza traccia e senza segni di un qualsiasi mondo gemello, innominato e irraggiungibile nel buio primordiale. Questa lunga citazione dà l'idea dello stile di questo romanzo: lirico, ricco di immagini evocative, con una scrittura complessa sotto il profilo lessicale e sintattico, difficile da tradurre, affascinante per i critici, molto meno per i semplici lettori. Il richiamo alle stesse parole dell'autore introduce l'ambiente dell' esile trama: un padre e un figlio, ancora ragazzino, viaggiano in un mondo devastato, fatto di alberi bruciati e lande desolate, privo di animali e piante, tra altri esseri umani dediti al cannibalismo per sopravvivere. Il padre sa che morirà presto (la polvere lo sta uccidendo) e vuole condurre al mare il figlio: sulla costa è convinto che ci sia ancora della «gente buona». Potrebbero fermarsi ma non lo possono fare perché rischiano di essere assaliti dalle bande assassine. > Dieci mila sogni sepolti dentro le loro anime erranti. Proseguirono. Attraversando il mondo perduto su un carro nascosti come topi. Le notti morte nella loro fissità e ancora più morte nell'oscurità. Così fredde . Il padre non ha pietà, non risponde alle urla di aiuto, non si lascia impietosire da esseri umani che saranno probabilmente cibo di altri e chiedono disperatamente aiuto; non se lo può permettere, ha una missione, sopravvivere e portare in salvo il ragazzo. Il figlio è invece la coscienza critica; non solo implora umanità ma pretende che il padre sia coerente con ciò che gli racconta. «Vuoi che ti racconti delle storie», dice l'uomo. > Il ragazzo lo guardò e volse lo sguardo. (...) Quelle storie non sono vere. Non devono essere vere. Sono storie. Si (dice il ragazzo). Ma nelle storie noi aiutiamo sempre la gente e invece noi non aiutiamo gli altri.(...) Bene. Penso che siamo ancora qui. Sono capitate molte cose brutte ma noi siamo ancora qui . Quando arrivano sulla costa non c'è l'odore del mare, l'acqua non è blu ma ha un colore grigio, coperta di cenere, > solo ossa di pesci in milioni sparse lungo la spiaggia per quanto l'occhio possa vedere come una linea di morte. Un enorme sepolcro di sale. Senza senso. Senza senso . Il romanzo può essere interpretato in tanti modi. Si può leggere il racconto in modo letterale, come la storia di ciò che sarà di noi dopo una catastrofe, climatica, pandemica o nucleare; mancano troppi elementi narrativi (non ultimo le cause del disastro ambientale) per far pensare che l'autore abbia voluto narrare una vicenda distopica. Ci si può riferire a un altro libro di McCarthy (si veda la recensione di «All the Pretty Horses» in questo sito), in cui lo scrittore si sofferma sulla scomparsa del mondo dei cowboy, dei cavalli selvaggi nelle verdi pianure del West; pure «The Road» è ambientato nelle vaste praterie, anche se distrutte dalla catastrofe, come se l'autore sia tornato a piangere, ormai senza speranza, la perdita inesorabile e dolorosa del suo mondo, divenuto un paesaggio apocalittico per la diffusione disordinata e pervasiva delle fabbriche, della cementificazione selvaggia, dei centri commerciali con la loro ridondanza delle merci. Quanti oggetti e cibo abbiamo se ancora dopo anni di saccheggio possiamo trovare qualcosa di utile tra le macerie e i rifiuti! Dalla lettura si riceve un senso metafisico dell'esistenza, fuori dal tempo e dello spazio, di là della singola storia individuale. Il viaggio dei due pellegrini è la metafora della Morte, un cammino verso la fine dell'esistenza. Non solo non ha senso vivere in una realtà orrenda, dove si perde anche la memoria e i sogni possono essere solo incubi. La morte è il nostro inevitabile arrivo, ma è faticoso morire in un mondo senza pace. Visto da questo punto di vista il racconto ha il suo centro nel legame tra padre e figlio. Perché l'uomo continua a vivere e lottare? Perché insiste nel narrare storie falsamente ricche di umanità? Perché inganna il ragazzo? Emerge un messaggio potente: il nostro attaccamento alla vita non deve risiedere nelle cose materiali, nella quotidianità di un'esistenza sempre più inutile, fragile e dolorosa; insistiamo a non morire perché dobbiamo ancora proteggere i nostri cari. Nel momento in cui non c'è più un' escatologia, che sia la Città di Dio o il Sole dell'Avvenire, non ci resta che ancorarci alle nostre responsabilità verso chi ci è più vicino, nelle relazioni essenziali come quelle tra il padre e il figlio. La narrazione è articolata in brevi capoversi, come una raccolta di poesie che si potrebbero leggere a sé stante. Il fascino della lettura risiede proprio nel suono che scaturisce dalla ricchezza lessicale delle parole e dalla struttura sintattica fuori dagli schemi, come sospesa e inesplicabile. E' una prova di eccezionale maestria stilistica, una ricerca dell'effetto che va a scapito della storia: tutto si ripete in un eterno ritorno, i paesaggi, le situazioni, i dialoghi (di fatto solo tra padre e figlio) si susseguono monotoni e alla fine scontati. Si attende con ansia qualcosa che rompa la noia, ma non viene, se non un finale improbabile. Rimane un senso di oppressione ed era forse questo lo scopo dello scrittore. Certo è difficile da capire il grande successo del libro; è prolisso e si fa fatica ad arrivare alla fine. Perché leggerlo? Solo per dovere e attratti dalla maestria stilistica.
Romanzo russo
Il romanzo è ambientato in Russia tra il 1987 e il 1991 negli anni di Michail Gorbacev, in quelle confuse vicende che portarono alla dissoluzione dell'Unione Sovietica, nel dicembre dello stesso anno. Ciò che accadde fu > un tappeto intessuto di innumerevoli fili , una sorta di cubo di Rubik, su cui le dita rincorrono > i cubetti colorati che non si incastrano mai al posto giusto. Per dipanare questo groviglio, senza riuscirvi, Barbero immagina che «qualcuno» racconti quanto è successo: un io narrante, forse un oscuro attore ebreo e moscovita, al quale, dinanzi a una manifestazione di odio antisionista, > balenò d'un tratto un progetto che sul momento, chissà perché, non gli parve affatto mostruoso, ma anzi felicissimo: ecco, io, pensò, me ne starò a guardare, e poi descriverò tutto quanto nel mio romanzo. Perché, si capisce, come sopravvivere altrimenti a una simile porcheria?. E se la trama non ha l'ordine dei grandi romanzi ottocenteschi, bisogna rassegnarsi perché è progettata da un attore, o forse da uno storico che, come Ariosto con l'Orlando Furioso, si sta divertendo nell'affascinante passione dello story telling. D'altra parte, pure il grande Emanuel Carrère si è perso a descrivere i recenti avvenimenti russi (si veda Limonov in questo sito). Il romanzo ruota intorno a due personaggi. Tania, una giovane storica, ha deciso di fare la tesi di dottorato sull'oscura scomparsa dei dirigenti del Partito a Bakù, negli anni '40. Perché nei verbali dei congressi e dei comitati regionali non sono più citati? Deve essere una vicenda delicata, se il romanzo stesso si apre con una scena divertente e preoccupante: due inviati da Bakù riversano del pomodoro sulla scrivania e il vestito del capo di Tania per fargli capire che è meglio che la ragazza abbandoni la ricerca su quanto è successo. > Lasciamo pure stare i meriti e le colpe. Ma l'oblio, quello no. Un popolo libero deve ricordare , e con la determinazione di chi crede alla «verità storica» come imperativo morale del ricercatore, Tania va a Bakù a svelare il mistero, all'insaputa dell'Istituto Storico per cui lavora, e rischiando la vita. Nazar è un procuratore federale: crede fortemente nella giustizia, una legalità ormai corrosa dalla palude brezneviana, lui nostalgico della severità staliniana, al punto che è per la pena di morte (in casa tiene con orgoglio «i foglietti rosa» in cui è riportata l'esecuzione delle sue condanne alla pena capitale!). Gli viene affidato l'incarico d'indagare sull'omicidio di un ayatollah a Bakù; si teme che possano essere accusati gli armeni scatenando la furia vendicativa degli azeri: siamo ormai dinanzi alla disgregazione del potere sovietico. Come in un thriller le due vicende si dipanano con colpi di scena, momenti di pericolo nella lontana Bakù ma pure nella più sicura Mosca, intrecciandosi tra loro in modo sorprendente e casuale. In un mondo in disgregazione in termini di valori e per quanto riguarda le istituzioni statuali. a chi interessano la verità storica e quella giudiziaria? Non resta che rinchiudersi negli affetti familiari. Perdendosi nel racconto viene un dubbio: Barbero parla della Russia o dell'Italia? La corruzione dilagante, a tutti i livelli, l'intreccio tra potere politico e malavita, l'ideologia ridotta a mero rituale, la mancanza di una qualsiasi visione del futuro, il disinteresse per le «verità», se non da parte di pochi testardi, sono tutti elementi che ritroviamo nella storia recente del nostro Paese. Come in Limonov, bisogna ammettere che le società in dissolvimento, che siano russe o italiane, hanno un loro fascino, soprattutto se descritte in modo ironico, senza esprimere inutili giudizi morali. Inoltre, il mondo degli storici è narrato nei suoi meccanismi, in cui potere, compiacenza, studi degli archivi e metodologie si mescolano in modo imprevedibile, e solo chi è mosso da una fede incrollabile, come Tania, può arrivare fino in fondo. Barbero parla di se stesso, come storico e italiano. Barbero scrive come parla, in modo colloquiale, con continue parentesi e descrizioni gustose, mischiando fatti con tratti di costume, senza tralasciare un pizzico di sesso. Le pagine scorrono veloci e piacevoli; tuttavia, il lettore si perde negli innumerevoli ricami della narrazione, a discapito del ritmo complessivo, fondamentale in una sorta di thriller, e della comprensione complessiva della storia. Deve essersi accorto di questo, Barbero verso la fine perché mette le mani avanti. > E tutto sta in questo, che bisogna essere bravi: sarebbe troppo comodo se il primo venuto fosse capace di scrivere in quattro e quattr'otto quel che passa in testa ai suoi personaggi in un momento come questo. (...) La penna scrive e non sa che cosa, l'inchiostro non corrode la carta, il quaderno non prende fuoco.... Perché leggerlo? Piacevole e interessante, bella la figura di Tania.
Il segreto del Bosco Vecchio
All'inizio del racconto Dino Buzzati immagina che un abate dell'ottocento «con notizie succinte e molto chiare» parli di «una mirabile visione» alla vista del bosco vecchio; in una nota a piè pagina l'autore osserva come alcuni uomini colgano i segreti del bosco, li avvertono di «natura», altri non avranno mai questa sensibilità, > e passeranno impassibili (...) lungo le tenebrose foreste, senza neppure sospettare ciò che là dentro succede . La comunanza con gli alberi, la capacità di coglierne la magia sono proprie dei bambini; come spiega Bernardo, il gene-albero che si è assunto il gravoso compito di interloquire con gli adulti, > a una certa età tutti voi, uomini, cambiate. Non rimane più niente di quello che eravate da piccoli. Diventate irriconoscibili . L'età adulta fa perdere la qualità di sentirsi parte del tutto, di giocare nel bosco, insieme con gli animali, di capire il canto degli uccelli, di percepire e distinguere la variopinta e grandiosa orchestra dei suoni della foresta. Poiché gli adulti non ameranno mai la natura, il genio Bernardo è diventato amico del vecchio proprietario, persuadendolo a lasciare intatto il bosco vecchio. Che fatica trascorrere le serate in lunghe partite a carta, in noiose conversazioni mentre > entrava dalla finestra, con il profumo di preziosissime resine, la voce profonda dei suoi fratelli, che cantavano spensierati ! La situazione cambia quando muore il vecchio proprietario ed arriva il nuovo padrone. Procolo, colonnello in pensione, è un uomo rigido, cupo, solo e refrattario ad ogni comunanza con il bosco, quest'ultimo visto come un'opportunità di sfruttamento. Non è che sia avido, è soltanto un'anima meschina, e chi non è generoso come fa a trovare piacere dai brusii e dagli odori del bosco? Si allea con il vento Matteo per piegare i geni-alberi e costringerli a lavorare per lui nello sfruttamento della foresta, uccide la gazza che fa sentinella alla casa per poi precipitare nel silenzio della notte, chiuso nei suoi incubi. Infelice e cattivo, vuole liberarsi del piccolo Benvenuto, erede del bosco e di cui è tutore; con l'aiuto del vento Matteo, non esita ad abbandonare il bambino in aree selvagge del bosco, dove Benvenuto sarebbe sicuramente morto. Non ci riesce, crede che nessuno conosca il proposito omicida. Ma quando si inoltra nel folto della foresta, > ecco il canto degli uccelli affievolirsi, fuggire gli scoiattoli e i ghiri, farsi silenzio sulle rame e talora anche comparire nel cielo sinistri nuvoloni. (...) Evidentemente egli stonava in quel felice angolo di selva, evidentemente alberi e uccelli non lo potevano soffrire . Pure la sua ombra lo lascia, tanto è disgustata dall'aridità del compagno di tutta la vita. Procolo è solo. Eppure, pian piano, riluttante e sorpreso, in una notte insonne Procolo riconobbe i rumori della foresta. Ne contò quindici, meticolosamente annotati uno per uno. > Ma due e tre volte, quella notte, ci fu anche il vero silenzio, il solenne silenzio degli antichi boschi, non comparabile con nessun altro al mondo e che pochissimi uomini hanno udito . E la bontà che è in tutti gli esseri umani finalmente si libera della rappresentazione di sé, di quel «falso io» che lo aveva accompagnato tutta la vita. Procolo muore ma si salva. Il racconto di Buzzati può essere interpretato come una affascinante metafora dell'anima umana, dove il bosco non è «la selva oscura» di Dante ma una sorta di paradiso scintoista nel quale gli alberi sono geni benevoli e i venti forze oscure ostili: una raffigurazione, insomma, del complesso groviglio della coscienza. Io preferisco interpretare «il segreto del bosco vecchio» in modo letterale, una grande favola della foresta, senza secondi significati. Cresciuto da genitori che amavano la montagna e che mi fecero trascorrere lunghe estati nel verde delle Alpi, camminare fra gli alberi ha fatto parte della mia vita, senza che ne capissi le ragioni. La lettura del racconto di Buzzati mi ha fatto comprendere la mia passione. Ed è proprio per questo che lo accosto a Petrarca, pur rendendomi conto di quanto ardito sia il legame. Quando Francesco Petrarca narra le sue passeggiate in Provenza e in Toscana, comprendo il sentimento che mi anima quando pure io procedo nella foresta: il desiderio di distacco dalla frenesia del mondo, il ritrovarsi con se stesso, solitario, silenzioso, concentrato nell'attività fisica, permeato della vitalità degli alberi, cosciente del legame fra tutti gli esseri viventi. Spesso vagabondando libero e senza meta tra le luci e i rumori della foresta mi vengono in mente i versi del Canto XXXV del Canzoniere: > solo et pensoso i più deserti campi/vo mesurando a passi tardi et lenti,/et gli occhi porto per fuggire intenti/ove vestigio human l'arena stampi .
Il silenzio dei chiostri
Petra Delicado, la protagonista dei romanzi della Bartlett, si è sposata con un architetto che ha ben quattro figli. Petra si trova quindi a barcamenarsi tra la sua attività di poliziotta, unʼesperienza matrimoniale che desidera disperatamente che vada a buon fine, e i rapporti con i figliastri, che hanno alle spalle le colleriche ex mogli del marito. In questo difficile menage familiare si inserisce una vicenda complessa e misteriosa: in un convento di suore viene ucciso un frate e viene trasfugato il corpo di un beato, venerato come reliquia. Petra non riesce a trovare un senso al delitto e quindi persegue numerose piste, aiutata, ma si potrebbe meglio dire, indirizzata da una suora del convento, che nasconde un terribile segreto. Il romanzo procede lentamente, un poʼ fiacco, alternando le vicende poliziesche con lunghi colloqui di Petra con la madre superiore, con la descrizione dellʼambiente del commissariato e con le tensioni familiari che via via si trasformano in un ambiente sereno ed allegro. Alla fine la soluzione del delitto nasce in modo fortuito e lascia, più che sorpresi, delusi e stanchi. Come in tutti i suoi romanzi, la Bartlett affronta anche temi al di fuori di quelli polizieschi: in questo caso sono le astrusità della vita conventuale e più in generale della chiesa cattolica, nonché le difficoltà di una vita in comune, in una famiglia allargata e complessa. Per quanto riguarda il suo anticlericalismo, la scrittrice chiarisce subito la propria opinione definendo i cattolici > quelli che non si sono ripresi dai traumi dellʼeducazione cattolica, quelli che vivono sempre prigionieri dei sensi di colpa. In una parola: i poveracci . Per quanto riguarda la vita in comune, vengono così sintetizzati i problemi di una relazione di coppia, > Marcos ed io eravamo lì, uniti davanti alla legge ma separati dalla differenza incommensurabile dei mondi in cui ci muovevamo . Perché non leggerlo? Come storia poliziesca è debole e noiosa, come racconto di ambienti e di sentimenti i contenuti sono troppo superficiali per attirare interesse nella lettura. Il suo unico pregio è una scrittura piacevole, anche se troppo centrata sui dialoghi, soprattutto tra Petra e il collega Garzòn, ma perché non si sposano tra di loro?
I solitari dell'oceano
Salgari ha scritto oltre 80 romanzi e non tutti hanno la stessa qualità letteraria. In questo caso mancano due peculiarità della penna dello scrittore: il ritmo avventuroso e lʼaffresco, esotico ma spesso affascinante, del contesto. Lʼinizio è promettente. A metà dellʼottocento il commercio di schiavi viene sostituito dal reclutamento di cinesi, che assicurano manodopera a basso costo al Sud America. Le condizioni di trasporto di questa povera gente, illusa di trovare un lavoro dignitoso, sono ancora peggiori del traffico di schiavi dallʼAfrica. Infatti i cinesi, in quanto non oggetto di proprietà, non hanno valore patrimoniale e i super profitti portano gli armatori ad accettare una elevata mortalità. I primi capitoli potrebbero essere ambientati adesso, nella realtà degli emigranti che attraversano il Mediterraneo. Grande è lʼindignazione di Salgari per la perfidia, lʼinganno e lʼinutile malvagità degli approfittatori ( reclutatori, armatori, comandanti di nave e latifondisti) della miseria e delle aspirazioni degli esclusi del mondo, in questo caso cinesi. Siamo sullʼ Alcione, una nave in navigazione dalla Cina al Perù con un carico di oltre quattrocento cinesi, stipati nella stiva, malamente nutriti, e che devono vivere senza accedere allʼaria fresca. Scoppia la peste e Salgari dipinge, con grande efficacia, i cadaveri dei cinesi, che vengono agganciati con un uncino, tirati su dalla stiva senza essere toccati dai marinai e gettati ai famelici pescecani. È una premonizione del tema fondamentale del libro: gli antropofagi e il loro desiderio di carne bianca. Si scatena la rivolta e il capitano, non potendola domare, lascia la nave, insieme allʼequipaggio, senza non aver prima avvelenato i viveri. I cinesi muoiono tutti, tranne il loro capo, Sao - King, due peruviani e un ufficiale argentino che si erano opposti alla crudeltà del comandante della nave. I quattro uomini devono governare da soli lʼAlcione, in mezzo alle tempeste, cercare rifugio in isole abitate da popolazioni cannibali per essere, infine, catturati dai pirati, i quali si impadroniscono del veliero. Le avventure si svolgono intorno a due protagonisti, Sao-King e Ioao, il più giovane dei due peruviani. I due, evidentemente formidabili nuotatori, riescono a scappare dalla nave in navigazione e a salvarsi su una goletta da guerra. Con lʼaiuto di questʼultima ma anche tramite altre imprese eroiche, sconfiggono i pirati e salvano i loro amici. Salgari sta ripetendo un modello letterario comune a tutti i suoi libri: un eroe, Sao - King, che ha come spalla un personaggio meno esperto e vigoroso, in questo caso Ioao. I due, con molto coraggio e notevole bravura, affrontano numerose ed incredibili peripezie. Si tratta, tuttavia, di episodi non inseriti in una struttura narrativa unitaria e che procedono fiaccamente nel loro svolgimento. È evidente che Salgari è stanco, svuotato, incapace di dare forza agli episodi e trascurato nella descrizione dellʼambiente e dei protagonisti. Manca, poi, lʼanti eroe, in quanto i nemici da sconfiggere cambiano continuamente: il crudele capitano, la cui vendetta ci si aspetterebbe essere uno dei filoni conduttori, scompare per gran parte del racconto per ricomparire ormai ridotto a scheletro sulla scialuppa con la quale è fuggito dalla nave, gli antropofagi ( orridi e traditori) sono troppo selvaggi per considerarli veri nemici, il capo dei pirati, che morirà suicida, é spietato ma così gentile da lasciare in vita i nostri quattro amici. Il tema del cannibalismo, già presente in altri romanzi ma non in modo così ripetitivo, crea un clima lugubre che non induce a gustare le avventure. Ma, forse, proprio questo tema rispecchia il declino psicologico di Salgari, dalla descrizione di grandi eroi, anche se tormentati come il Corsaro Nero e ambigui come Capitan Tempesta, ad una visione tragica del mondo, nel quale è possibile solo difendersi o soccombere, dinanzi alla spietatezza. Perché non leggerlo? Non vale la pena.
La sovrana del campo d'oro
Questo romanzo appartiene al ciclo del West. Influenzato dalla figura di Buffalo Bill, Salgari ha sviluppato una serie di storie che hanno come ambiente storico la mitica conquista del West, tra figure eroiche, indiani selvaggi (gli Apaches e i Navajos) e cattivi americani. Una giovane donna (la Sovrana del Campo d’oro), il cui padre è stato rapito da alcuni banditi che chiedono un ingente riscatto, decide di mettersi «allʼasta» per recuperare la cifra necessaria per liberare il padre. Il vincitore dell’asta l’avrà in sposa. All’asta partecipano un giovane ingegnere e un ricco uomo di colore, che è a capo della pesca e del commercio dei granchi, in mano ai cinesi: per questo motivo viene chiamato il Re dei Granchi. Il giovane ingegnere non ha il denaro per competere con il ricco mercante, ma riesce, con l’aiuto di un giovane scrivano, a ingannare il Re dei Granchi, a vincere l’asta e a scappare nel West con la ragazza per liberarne il padre. Ovviamente, il cattivo mercante si mette all’inseguimento. Tutti viaggiano in treno, il mezzo rivoluzionario che permette di ridurre le distanze ed è emblematico della superiorità tecnologica degli americani. Si susseguono una serie di avventure sul treno, si assiste al passaggio di unʼenorme mandria di bisonti e infine i tre giovani, la ragazza, il giovane ingegnere e lo scrivano, si mettono in marcia in territorio Apaches per arrivare al nascondiglio dove è tenuto prigioniero il padre. Con loro ci sono Buffalo Bill e alcuni valorosi. Si susseguono altre avventure, in quanto il ricco mercante, insieme con un gruppo di messicani crudeli, è sempre all’inseguimento. Mentre sono in fuga dal cattivo, i tre giovani vengono catturati dagli Apaches. Si assiste a una sorta di processo da parte dei capi indiani, nel quale la società dei bianchi viene messa sotto accusa (è la parte politica del romanzo nella quale ricompare la visione anti colonialista di Salgari). I tre giovani vengono condannati, ma il giovane ingegnere e lo scrivano riescono a fuggire (in un torrente sotterraneo), mentre la giovane rimane prigioniera. Si arriva al punto centrale del romanzo: il duello tra la giovane americana e una guerriera indiana, duello dal quale uscirà vittoriosa la prima. Dal quel momento il romanzo scivola verso una felice conclusione: arriva Buffalo Bill, viene scoperto il nascondiglio del rapitore, che nel frattempo si è alleato con il cattivo mercante, e infine viene liberato il padre e sconfitti i cattivi. La trama è molto articolata ma a differenza dei romanzi del ciclo della Malesia e del ciclo dei Caraibi, manca la tensione narrativa. Innanzitutto l’autore non riesce a creare quella suspense, quellʼattesa che contraddistingue i libri appartenenti agli altri due cicli: si percepisce qualche cosa di falso e di costruito, che viene inutilmente sostituito dall’articolazione della trama. In secondo luogo, al centro del romanzo è collocata la figura di unʼeroina, che non costituisce una novità per Salgari, se si pensa a Jolanda la figlia del corsaro nero e alla Regina dei Caraibi. In questo caso l’eroina è, tuttavia, un personaggio freddo, che persino dinanzi alla morte rimane di ghiaccio, che non esprime sentimenti verso il giovane ingegnere, innamorato. È tutta forza e tutto coraggio, forse è come si immaginava Salgari la donna americana. Ciò che condiziona, forse, l’intero romanzo è l’ammirazione per la società americana, che appare troppo convenzionale per dare spessore emotivo ai personaggi e all’ambiente. Resta solo la trama.
La stanza del vescovo
> Nel tardo pomeriggio di un giorno d'estate del 1946 arrivavo, al timone di una grossa barca a vela, nel porto di Oggebbio sul Lago Maggiore . Con poche parole l'autore inquadra l'atmosfera dell'intero romanzo: l'immediato dopoguerra con il desiderio di recuperare gli anni migliori, persi in guerra o nei campi di prigionia, la libertà di veleggiare senza mai far ritorno a casa, come novelli Ulisse, e l'atmosfera irreale del lago, con le sue amabili località costiere, i venti leggeri e le burrasche, la nebbia e gli alti monti, e «l'òlea fragrante nei giardini d'amarezza». (Vittorio Sereni citato in apertura del libro). In questo contesto sospeso, nelle coscienze prima che nell'ambiente, l'io narratore e il suo amico occasionale, il dottor Orimbelli, cercano di > inventarsi una nuova giovinezza, di recupero, profittando dell'età ancora fresca e di un certo vigore del corpo . Non mancano le Penelope: la moglie e la cognata di Orimbelli, la prima lo aspetta da dieci anni, ormai delusa del marito, la seconda è in attesa del coniuge, dato per perso in guerra. C'è pure Itaca, la Villa Cleofe, dimora sontuosa e decadente. Gira e rigira con la barca, la storia si sfilaccia tra belle ragazze e camere d'albergo. L'autore cerca di dare vigore alla trama immaginando un crimine misterioso e un finale a sorpresa; è un tentativo inutile perché tutto si perde nel languido e cinico clima di una società amorale, quale sarà quella dell'Italia del secondo dopoguerra. C'è qualcosa dell'«Isola degli Idealisti» di Giorgio Scerbanenco (si veda la recensione in questo sito). Così come nel romanzo di Scerbanenco, la Villa Cleofe è un luogo di sospensione, che dà sicurezza agli uomini stanchi di troppi avvenimenti sconvolgenti; solo che in Piero Chiara la soluzione non risiede in un idealismo forse ingenuo ma carico ancora di speranza, la serenità va trovata nel vivere giorno per giorno, nel non riconoscersi ipocriti e manigoldi, quali si è in fondo. Non è un caso che l'io narratore pensi di essere moralmente superiore al dottor Orimbelli, bugiardo e mascalzone, ma continua a tenergli bordone, prestandosi alle piccole e grandi nefandezze dell'amico, come avvinto da un voluttuoso torpore. Solo la fuga pare salvarlo: appena la barca > cominciò a filare di poppa, volsi alla costa e rilevai una dopo l'altra le ville, intervallate dai loro parchi, (...) mentre il vento girava di un quarto e tra Canneto e la foce del Tresa mi si aprivano davanti le acque di casa, da solcare per l'ultima volta. Il pregio fondamentale del libro è la scrittura: tutto fila liscio, la penna scivola leggera e sicura sul foglio bianco. Manca la trama, è a tratti prolisso, ma il lettore è avvinto dalle belle parole, capaci di celare il vuoto narrativo. Perché leggerlo? Un bell' italiano.
Storia della bambina perduta
Prosegue la storia dellʼamicizia tra Elena e Lila, la cui conclusione ci dà il senso del lungo racconto: invano possiamo dare chiarezza al fluire disordinato degli eventi e dei sentimenti. Nel libro precedente abbiamo lasciato Elena, che fuggiva con Nino, abbandonando una prosaica vita borghese. Per molte pagine, anche troppe, al centro cʼè Elena, madre separata e soprattutto amante. Per stare vicino a Nino Elena torna a Napoli, trascinando con sé le due figlie. Va a vivere in un luminoso appartamento in Via Tasso, lontano dal rione, che comunque frequenta spesso. Non riesce a > riacciuffare subito Lila e tutte le complicazioni che porta con sé o, peggio, mi lascio prendere dalle vicende della mia vita perché le butto giù con più facilità . Nino si rileva un uomo evanescente, con sfrontatezza non abbandona la moglie per Elena, è egoista, vanesio, sfrenatamente ambizioso, naturalmente traditore. Può una donna intelligente e colta accettare di essere la concubina di un furfante? > Più viaggiavo verso Milano, più scoprivo che, accantonata Lila, non sapevo darmi compattezza se non modellandomi su Nino. Ero incapace di essere io il modello di me stessa. Senza di lui non avevo più un nucleo a partire dal quale espandermi fuori dal rione e per il mondo, ero un mucchio di detriti . Si rompe lʼincantesimo; Elena sorprende Nino in lurido amplesso con la fantesca, il più borghese dei tradimenti. E scopre che Nino è «niente di alieno, dunque, molto invece di laido». Lascia lʼuomo e la luminosa dimora per andare a vivere nel rione, sopra lʼappartamento di Lila. Il racconto sviluppa lʼamicizia delle due amiche in un contesto inusuale, quello familiare: il lavoro di entrambe (quello di Elena la porta spesso lontano), cinque ragazzi, dei quali due, Tina e Imma bambine e coetanee, figlia di Lila la prima, di Elena la seconda, avuta da Nino. Il racconto procede lento, intriso delle vicende del rione, dei piccoli conflitti familiari e dei sentimenti contrastanti delle due amiche, quando allʼimprovviso si verifica una svolta drammatica: Tina scompare. La «bambina perduta» ci riporta allʼ«Amica geniale»: al centro cʼè di nuovo Lila e con lei Napoli. Non è come ci si aspetterebbe. Il dolore di Lila resta sempre sullo sfondo. È vero > Tina le si è incestata dentro. (...) Bisognava trovare il modo di tornare a far scorrere la storia della bambina . Ma Lila lo fa a modo suo, andando alla scoperta di Napoli, putredine e splendore ad un tempo. In quale città si è edificata una chiesa (San Giovanni a Carbonara) sopra un fosso detto la Carbonara, perché si gettavano corpi putrefatti ed arti spezzati di uomini e di animali? > Ebbi spesso lʼimpressione che Lila usasse il passato per normalizzare il presente (...). Nelle cose napoletane che le raccontava cʼera sempre allʼorigine qualcosa di brutto, di scomposto, che in seguito prendeva la forma di un bellʼedificio, di una strada, di un monumento, per poi perdere memoria e senso, peggiorare, migliorare, peggiorare, secondo un flusso per sua natura imprevedibile, fatto tutto di onde, calma piatta, rovesci, cascate . In fondo la vita non un continuo «smarginare», > uno sciogliersi di materie eterogenee, un confondersi e rimescolarsi ? Ed allora perché stupirsi dello svanire di Lila, della sua decisione di andarsene senza lasciare traccia di sé, se non due bambole, vecchie di cinquantʼanni, spedite un giorno ad Elena? Certo rimane ad Elena lʼimpressione di essere stata ingannata, di essere stata trascinata dove voleva Lila. > Per tutta la vita aveva raccontato una storia di riscatto, usando il mio corpo vivo e la mia esistenza. (...) Scrivo da troppo tempo e sono stanca, è sempre più difficile tener teso il filo del racconto dentro il caos degli anni, degli eventi piccoli e grandi, degli umori. (...) A differenza che nei racconti, la vita vera, quando è passata, si sporge non sulla chiarezza ma sullʼoscurità. Ancora una volta lʼautrice si sofferma troppo a lungo su una banale storia di tradimenti, di vicende familiari e di relazioni sociali. Vorrebbe scavare nellʼanimo di Elena per approfondire le ragioni della sua remissività verso un amante chiaramente traditore, ma la narrazione risulta scialba, superficiale, noiosa. Cʼè la vita del rione, si susseguono avvenimenti anche drammatici, come il terremoto, ma il tutto sembra appiccicato senza alcuna analisi sociologica. Ci sono le figlie di Elena, incredibilmente adattive a nuovi ambienti e a cambiamenti di vita, ma è inverosimile che trascorrano infanzia ed adolescenza impermeabili alla confusione familiare, alla madre sempre impegnata da altre parti e alla stessa violenza del rione. Il romanzo prende il volo solo quando entra in scena Napoli. Sembra allora di leggere Matilde Serao, Anna Maria Ortese, ossia le grandi scrittrici napoletane: il merito è di Lila, un personaggio capace di vivere di vita propria, quando non è messa in secondo piano dalla troppo borghese e scontata Elena. Perché leggerlo? È un poʼ noioso ma vale la pena leggerlo per vedere come finisce la grande sagra.
Storia di chi fugge e di chi resta
> Diventare. Era un verbo che mi aveva sempre ossessionata (...). Io volevo diventare, anche se non avevo saputo cosa. Ed ero diventata, questo era certo, ma senza un oggetto, senza una vera passione, senza unʼambizione determinata. Ero voluto diventare qualcosa, ecco il punto, solo perché temevo che Lila diventasse chissà chi e io restassi indietro. Il mio diventare era diventare dentro la sua scia. Dovevo ricominciare a diventare, ma per me, da adulta, fuori di lei . Questa lunga citazione racchiude il senso di questo terzo volume della storia di una amicizia, quella tra Elena e Lila. La prima ha raggiunto > una terra di buone ragioni, governata da regole (...) che assegnavano senso a ogni cosa : già scrittrice di successo, sposata ad un giovane e brillante professore, > guidato sempre da un ordine superiore che, pur non avendo unʼorigine divina ma familiare, gli dava ugualmente la certezza di essere dalla parte della verità e della giustizia. Ma sotto una patina di traguardi borghesi, anche se di sinistra, si nasconde in Elena una profonda ed intima insoddisfazione. Le visite al rione sono sempre accolte da deferenza ed ammirazione, anche se mescolate ad unʼacredine invidiosa per chi ha abbandonato i propri luoghi di origine: ma come fare a spiegare il costo di questa incredibile arrampicata sociale, che > dallʼetà di sei anni sono schiava di lettere e numeri, che il mio umore dipende dalla buona riuscita delle loro combinazioni, che questa gioia di aver fatto bene è rara, instabile, che dura unʼora, un pomeriggio, una notte? Per buona parte il romanzo segue un percorso scontato, con Elena donna giudiziosa e sicura e Lila nel suo ruolo di amica tormentata e disgraziata. Il lungo racconto delle disavventure dellʼ«amica geniale» (Lila), la sua malattia, senza dubbio di origine psichica, e lʼintervento risolutore di Elena paiono confermare i ruoli scontati tra le due amiche. E il lettore si aspetta nuovi trionfi letterari di Elena, una vita intensa dal punto di vista intellettuale e politico, il perseguimento della scalata sociale: niente di tutto questo. Lentamente, ma inesorabilmente, Elena si rinchiude in una opaca vita borghese. Mamma di due bambine, le pareva che le incombenze di ogni giorno testimoniassero la sua maturità di donna, > che diventare come le mamme del rione non fosse una minaccia ma lʼordine delle cose. Va bene così. mi dicevo . Che al di sotto della quieta vita familiare ci sia un sottile malessere lo dimostrano non tanto gli aridi rapporti coniugali, accettati con rassegnazione, quanto la perdita di quella autenticità che aveva sorretto Elena come giovane scrittrice. E spetta ancora a Lila dirle la verità, come è sempre accaduto. Dopo aver letto il secondo libro dellʼamica, Lila le rovescia in faccia la sua rabbia: > non farmi leggere più niente, (...) la faccia schifosa delle cose non bastava a scrivere un romanzo: senza fantasia non pareva una faccia vera, ma una maschera . Ed è appunto questo giudizio, inesorabile e crudele, con la quale Lila afferma la sua «potenza ineguagliabile», a spingere Elena ad un gesto dirompente. Incontra Nino, lʼuomo vagheggiato nellʼ adolescenza e portatole via dallʼamica, ha con lui una relazione extra coniugale che sfocia in una fuga dalla famiglia. Alla notizia Lila > cominciò a strillare. (...) Perché hai studiato tanto? A che cazzo è servito immaginarmi che ti saresti goduta una vita bellissima anche per me? Ho sbagliato, sei una cretina . Ma non era Nino lʼuomo che aveva portato Lila vicino allʼautoannientamento? Ma allora, si chiede Elena, dopo una intensa giornata dʼamore con lʼamante, «stavamo non facendo, ma rifacendo». Si potrebbe dire frettolosamente che il giudizio di Lila per il libro di Elena valga anche per questo terzo volume. Il racconto ha perso di energia, si dilunga inutile sui luoghi comuni degli anniʼ 60, su facili considerazioni sulla condizione femminile e su approfondimenti psicologici, fragili e scontati. La figura di Lila finisce sullo sfondo e, di conseguenza, il romanzo perde di originalità; Elena appare come una borghesuccia inconcludente ed annoiata; gli altri protagonisti sono vacue figure, cominciando da quella di Nino, amante capriccioso e irresponsabile, per il quale la storia dʼamore con Elena è una «ripetizione», come riconosce la stessa Elena. Lʼunica scena veramente interessante del libro è quella ambientata in un salotto di Posillipo: i Solara, boss del rione, si sono arricchiti e festeggiano i sessantʼanni della madre nel loro lussuoso appartamento. La napoletanità ritorna a dare vitalità alla narrazione, riportando tutti i protagonisti alla vita del rione. Infine la mancanza di energia si riflette nella scrittura, sempre fluida ma stanca e prosaica. Perché leggerlo? Per vedere come finisce.
La strada del Donbas
Questo romanzo fa parte di una trilogia, che include Mesopotamia e Il Convitto, quest'ultimo recensito in questo sito. L'ambiente è sempre il Donbas, una terra dove > tutto scompare -- le città, la popolazione, le infrastrutture. (...) Si stendeva e si levava un vuoto leggero e profondo, dipanandosi direttamente sotto i nostri piedi verso oriente e verso meridione. E' una terra di transito dove si possono incontrare carovane di zingari e pastori con le greggi, abbandonati villaggi di minatori e aeroporti in dissesto dell'era sovietica, sconosciute comunità religiose, camion e treni carichi di merci di contrabbando, bande criminali bramose di denaro e potere; pianure popolate da animali notturni: > i serpenti uscivano strisciando lungo i binari lucidi, (...) i ragni correvano per la sabbia, spingendosi in alto, dall'altra parte della luce della luna. E le fulve volpi, con un ghigno minaccioso, si avvicinavano alla ferrovia cercando di saltare l'ultimo confine che le divideva da terre sconosciute. Il Donbas è una distopia, riecheggiando il mondo perduto di Cormac McCarthy (si veda la recensione di «The Road» in questo sito), o è un luogo di purificazione, verso cui > il popolo devoto con larghi giri si dispiega e stende, e drizza a l'Oliveto il lento moto ? (si veda il Canto XI verso 10 della Gerusalemme Liberata, di cui si può leggere la recensione in questo sito). Di certo non lo sa Herman quando riceve da un amico d'infanzia una telefonata, che lo informa che il fratello è scomparso, lasciandogli sulle spalle un distributore di benzina, che con leggerezza Herman aveva accettato di intestarsi. Non sappiamo se Herman fosse già stanco della propria vita; tant'è si convince presto a restare nel Donbas, a cercare di salvare l'attività del fratello, pur tra attentati intimidatori di bande locali che vogliono impossessarsi del distributore. > Mi trovavo fra persone che conoscevo da anni e altre che non conoscevo affatto, che mi guardavano con attenzione, che volevano qualcosa da me, si aspettavano da me un gesto speciale. Alcuni erano amici e amiche della giovinezza, della stessa scuola, degli stessi campi di calcio e delle medesime bevute; altri erano nuovi personaggi e nuovi amori. A Tamara chiede se non volesse andar via dal Donbas ed ella gli risponde che c'è sempre qualcosa che ci trattiene ed è > la certezza di ieri. A volte basta questa a trattenerci. O forse, come succede spesso, sono i luoghi che ci fanno rimanere: > la valle laggiù si immergeva nel buio. A oriente il cielo si copriva di una foschia torbida, mentre da occidente, proprio sopra le nostre teste, fuochi rossi si spargevano per tutta la valle annunciando che sarebbe rapidamente arrivata la notte. (...) Se si sceglie bene il posto, a volte si può sentire tutto questo insieme: per esempio, come s'intrecciano le radici, come scorrono i fiumi, come si riempie l'oceano, come volano i pianeti per il cielo, come i vivi si muovono sulla terra e come i morti si muovono nell'aldilà. Sarebbe un errore interpretare il romanzo alla luce degli avvenimenti successivi, che hanno fatto del Donbas un tragico campo di battaglia. Il tema è la peregrinazione tra gente amica e luoghi amati, un ritorno senza speranza, un girare insofferente nella propria terra. E' un viaggio onirico dentro la propria coscienza, come se si scorresse un vecchio album di foto, dove > uomini e donne, vecchi e giovani, studenti, militari, operai, diplomande in grembiule bianco, morti nelle bare con le monete sugli occhi, bambini con i giocattoli preferiti -- tutti in attesa che qualcuno guardasse di nuovo le loro pupille a colori o in bianco e nero, per cercare di capire cosa li tenesse insieme, cosa li unisce, di cosa erano vissuti e perché erano morti. Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura, che alterna descrizioni di grande efficacia espressiva a dialoghi serrati che riconducono ai personaggi e alle storie. In questo oscillare tra divagazioni oniriche e approccio tradizionale la narrazione si frammenta, diviene prolissa, spesso confusa, tanto che il romanzo non si conclude con un finale definito, perdendosi via via nei puntini. A tratti si percepisce una poesia prosa; aspetto che, se delizia il lettore ( riecheggiando i Canti Orfici di Dino Campana), risulta dispersivo e rende difficile ricomporre l'intera storia. I personaggi emergono dal nulla senza approfondimenti, scompaiono e ricompaiono senza se ne capisca veramente il ruolo e la psicologia. Perché leggerlo? Vale la pena ma si fa fatica.
La terrazza proibita
Come spiega lʼautrice esistono due tipi di harem. Gli harem imperiali sono quelli più noti a noi occidentali: donne lascive e indolenti, guardate da eunuchi, e sempre pronte a soddisfare i desideri del loro padrone. Gli harem domestici sono invece famiglie allargate, nelle quali la donna è reclusa allʼinterno di un confine fisico ( generalmente le mura di un palazzo quando si vive in città) o di una barriera virtuale, quando si è campagna, dove la donna può teoricamente uscire ma ne è impedita dalle regole sociali e dalle consuetudini. In questo romanzo si parla dellʼharem domestico. Siamo a Fez in Marocco negli anniʼ40, probabilmente durante la seconda guerra mondiale. Il romanzo narra lʼinfanzia dellʼautrice nella famiglia allargata del padre e dello zio, In alcuni capitoli il racconto si sposta in campagna, nella grande casa del nonno materno,poligamo, a differenza di quanto avviene nella casa paterna, dove ci sono solo coppie monogamiche. Nel libro si possono individuare tre filoni narrativi. Il primo, il più accattivante, è la storia di una bambina che diviene adulta. I racconti recitati, non letti, delle tante donne della casa, la scoperta del grande palazzo, il gusto del proibito, il gioco e la solidarietà tra cugini riempiono di gioia e di meraviglia la vita di Fatema. Affascinata dalle donne adulte, dalla loro vitalità e dai loro sogni, la bambina desidera la libertà, più per simpatia che per un senso di privazione. Infatti confessa > la mia infanzia è stata felice perché i confini erano di una chiarezza cristallina . > Cercare i confini è diventata lʼoccupazione della mia vita.... mi sembra tutto facile a guardarvi (donne dellʼharem)..... fragili, voi, nel cuore della notte, sulla terrazza lontana, eppure così piene di vita, nutrici e custodi di meraviglie. Diventerò una maga. Cesellerò parole che danno corpo ai sogni, renderanno vane le frontiere . La meravigliosa infanzia si interrompe a nove anni, quando il cugino Samir, coetaneo e compagno di divertimenti e di monellerie, la pone dinanzi ad una alternativa: giocare con lui o dedicarsi a farsi bella. Lʼancora bambina Fatema sceglie la seconda strada e rompe lʼamicizia con il cugino. Il secondo filone narrativo riguarda la condizione della donna, privata della libertà allʼinterno dellʼharem. Chiusi dentro le mura del palazzo, persino la natura è sostituita da > disegni geometrici e floreali riprodotti sulle mattonelle... tutte le finestre davano sul cortile . Questa privazione fisica diviene un dolore esistenziale, che solo il sogno permette di combattere: > oh, sì, racconterei loro dellʼimpossibile di un mondo arabo nuovo, dove uomini e donne, avvinti in un abbraccio, volano nella danza via, senza più frontiere, tra loro, né paure... fiducia è il gioco nuovo da imparare..... vanno, mettendo un piede avanti allʼaltro con gli occhi fissi al nuovo quasi inimmaginabile orizzonte, ignoto eppure privo di minacce . Per lʼintellettuale Mernissi lʼharem è stata una realtà vissuta da bambina ma è anche una metafora di tutte le barriere che si vogliono mettere alle potenzialità delle donne, e degli uomini. Il terzo filone, più che narrativo, è sociologico. Lʼautrice descrive la vita dellʼharem e con essa i costumi della società marocchina tradizionale. È una parte molto interessante per noi occidentali. Emerge infatti una società nord africana e mussulmana per noi ignota: molto ricca culturalmente, tollerante ed aperta alle innovazioni di costumi e di valori. Si tratta di tre filoni narrativi, dove quello più spontaneo, lʼinfanzia di Fatema, è soffocato dagli altri due, nei quali la donna adulta prende il sopravvento. È plausibile che una bambina ancora così piccola percepisca con tanta chiarezza filosofica il disagio e lʼaspirazione alla libertà delle donne dellʼharem? O è Mernissi, che rilegge i personaggi e le vicende dellʼharem alla luce della sua consapevolezza di donna, adulta, intellettuale e impegnata politicamente? Dʼaltra parte il filone narrativo legato alla condizione della donna è a sua volta oppresso dellʼevidente intento del libro di descrivere lʼharem e il mondo marocchino: operazione nella quale prevale la sociologa rispetto alla scrittrice. La sovrapposizione di temi, le disgressioni sullʼemancipazione della donna e la prevalenza data allo studio della società rende la narrazione prolissa e ridondante, facendole perdere quella freschezza e ingenuità che talvolta traspaiono nelle vicende di Fatema bambina. Lʼautrice non è riuscita a far emergere i temi politici e sociali dal romanzo, e quindi dalla narrazione immaginativa, affidandosi troppo spesso alla scrittura e allʼimpostazione tipica di un saggio. Perché leggerlo? È molto interessante sotto il profilo della conoscenza del mondo mussulmano. In alcuni passaggi si sente una forte impronta poetica.
Le terre del Sacramento
Il romanzo è ambientato nel Molise tra il 1921 e 1922. È il nostro Meridione, contadino, arcaico e immobile da secoli. Le terre del Sacramento sono un feudo , lasciato incolto a causa di una maledizione divina, sostenuta dalla Chiesa alla quale i terreni erano stati espropriati da una ricca famiglia, i Cannavale. Paradossalmente lʼabbandono di questa terra la mette a disposizione dei contadini. Alcuni, i più ricchi e spregiudicati, hanno spostato i confini impossessandosi di fatto delle aree più fertili, la maggior parte, invece, attinge ai campi per fare legna, pascolare le poche bestie e raccogliere frutti e radici. Dʼaltra parte il proprietario, lʼavvocato Enrico, unico erede dei Cannavale, è il classico possidente apatico del Meridione, che dissipa il suo vasto patrimonio nel gioco, nelle donne e nei viaggi, circondato da una progenie di piccoli parassiti e sfruttatori. Luca, un ragazzo di ventʼanni, alto, robusto e intelligente, è figlio di poveri contadini. Doveva farsi prete, poi, irrequieto e incerto, ha abbandonato il seminario con grave dispiacere della madre per ritrovarsi studente in legge, squattrinato e senza prospettive. Sembrerebbe il classico destino di tanti giovani del Sud, la cui famiglia ha fatto enormi sacrifici per avere il figlio laureato, anche se povero. A cambiare la vita di Luca , e il futuro delle terre del Sacramento, è lʼirruzione di Laura. Cresciuta a Napoli frequentando la brillante società della città partenopea, Laura si è dovuta trasferire nel Molise alla morte del fratello. Ambiziosa, non accetta di appiattirsi nella monotona vita di provincia. Sposa lʼavvocato Cannavale e decide di sviluppare le terre del Sacramento. Le serve un tramite tra i suoi disegni e i contadini. Lo trova in Luca: chi più di lui, istruito, volenteroso ed ascoltato dalla sua gente, può convincere i braccianti a dissodare le terre del Sacramento con la promessa che potranno averle in enfiteusi? E Luca, ingenuo e affascinato dalla donna, lavora con energia e successo, riponendo piena fiducia in Laura. Ed anche il lettore per molte pagine coltiva lʼillusione che Laura voglia veramente dare sviluppo a queste sperdute lande del Molise. Finalmente un proprietario meridionale che vuole fare lʼimprenditore! Che ama la sua terra! In realtà, i contadini, e Luca con loro, sono stati ingannati: la terra è diventata di proprietà di una società di Napoli, di cui Laura è unʼazionista. I contadini devono rassegnarsi ad essere solo poveri braccianti, condannati alla miseria. Sono stati usati per preparare i campi, per rompere la maledizione, per aumentare il valore di vendita della terra. E come è sempre stato nel nostro Meridione, la protesta dei contadini finisce in una repressione, violenta e tragica, di cui fa le spese lo stesso Luca, rimanendo ucciso. Il libro è innanzitutto un romanzo sociale, impregnato di un intenso realismo. Lʼ autore descrive, con cupo fatalismo, una vicenda che poteva essersi ripetuta nei secoli, sempre uguale a sé stessa: lʼaspirazione alla terra, la figura di un giovane che si è fatto intellettuale ma ingenuamente non coglie gli intrighi del potere, una classe dirigente indifferente, egoista e avida. In fondo perché preoccuparsi della vita di gente, che cresce, invecchia e muore con lo svolgimento della vita fisica ma con una totale immobilità della mente? Questa interpretazione del romanzo è vera per gran parte delle vicende e dei personaggi, questʼultimi stereotipi di una funzione sociale e non ricchi di una vita interiore. Essa diviene meno vera dinanzi alla figura di Laura. Chi è questa donna? Fredda, ambiziosa, disponibile ad un matrimonio di interesse, ma spesso affettuosa, gentile, attenta ai rapporti umani. È veramente una manipolatrice o ella stessa vittima? > Laura allungò la mano libera verso Luca, sorridendogli affettuosamente.... ( poi) il sorriso di Laura si spense . Perché non leggerlo? È lento e monotono, senza appassionare la lettura.
Terroriste
L’autore è uno scrittore americano ma ho letto il libro nella sua traduzione francese. Un ragazzo, figlio di una irlandese e di un egiziano che lo ha abbandonato, vive in un forte conflitto con la società americana, che riflette anche il suo difficile rapporto con la madre, donna libera e piena di idee artistiche, e una visione idealizzata della società del padre: quella mussulmana. Sviluppa una profonda fede in questa religione seguendo il corso di letture coraniche di un imam da cui è profondamente influenzato. Nel frattempo si sviluppa un’altra storia: un insegnante ebreo, del liceo frequentato anche brillantemente dal ragazzo, conduce una vita opaca, piena di disillusione e di stanchezza esistenziale. Nel suo ruolo di tutor contatta il ragazzo per convincerlo ad andare all’università, ma ne ottiene un netto rifiuto in quanto il giovane ha deciso di prendere la patente da camionista. Infatti va a lavorare presso un negozio di mobili, il cui proprietario, un libanese, è amico dello sceicco. In realtà si tratta di una copertura di terroristi e il ragazzo viene convinto a condurre un camion, pieno di materiale esplosivo, in un tunnel cittadino, con forte traffico, in modo da produrre una strage. L’insegnante ebreo, venuto a conoscenza che la polizia sospetta di un attentato e il libanese è stato ucciso dai libanesi in quanto era un infiltrato della polizia, lo insegue per convincerlo a desistere. Sale quindi sul camion, sembra decidere anche lui di andare alla morte e poi infine il libro si conclude lasciando il lettore nell’incertezza riguardo all’esplosione: non è chiaro se il ragazzo ha deciso comunque di compiere l’attentato o se invece ha desistito, convinto dall’insegnante. Il tema fondamentale del romanzo è l’innocenza del ragazzo a fronte di una società americana ormai in fase di disfacimento morale e spirituale e di un mondo degli adulti ipocrita e rassegnato. Anche le figure che il ragazzo considerava di esempio, come l’imam e il commerciante libanese, si rivelano poi dei falsi che utilizzano il giovane e lo abbondano al proprio destino. La ragazza idealmente amata è invece una prostituta che viene pagata dal commerciante libanese per andare a letto con il giovane. La madre ama il figlio, ma ha sempre la «testa» per altre cose, non lo ascolta neanche nel momento più difficile della sua vita, quando deve andare verso l’attentato suicida. Solo l’insegnante ebreo è vicino al ragazzo e ne comprende le motivazioni. E qui si tratta di un accostamento di forte impatto politico: proprio i credenti di due religioni, che sembrano oggi lontane, si rivelano invece più vicini, forse perché nella Torah ci sono così tante somiglianze con il Corano e forse perché l’insegnante ebreo è così disgustato dalla società americana che capisce la spinta verso il suicidio del giovane. L’idea di fondo del libro è quindi molto forte e riprende, se vogliamo, l’Idiota di Dostoevskij: il giovane è un idiota, è un anti-eroe, perché non capisce le regole del mondo. Il problema è che il ritmo è sempre molto lento, spesso prolisso e ridondante, assumendo solo alla fine, nell’ultimo capitolo, una velocità che sarebbe stato meglio incontrare prima. Per contro i personaggi sono poco studiati, restano piatti, talvolta incomprensibili. Anche l’ambiente di contorno è stereotipato, scontato e quindi la sua descrizione risulta poco efficace.
The Thicket (la foresta)
Dinanzi al male, alla violenza, alle tante vittime innocenti, ai genocidi e agli stermini di massa ci chiediamo spesso se Dio esista o, se cʼè, non sia un Essere indifferente alla condizione umana. E tante volte ci viene da rispondere con le parole di Shorty, uno dei personaggi del romanzo: > Dio è unʼidea, e il diavolo siamo noi. (...) La vita non è bianca e nera, qui e là. Cʼè un poʼ di fango in essa, e noi siamo parte del fango . Questo romanzo affronta la questione del bene e del male e lo fa con una storia avventurosa, terrificante e cinica. Unʼepidemia di vaiolo ha reso orfani due adolescenti, Jack e Lula. Vengono presi in carico dal nonno: esempio di virtù e di saldi valori, almeno agli occhi dei ragazzi. > Era un uomo religioso e sempre era convinto che egli avrebbe visto tutti in paradiso. Era una cosa ferma e solida in lui, e lo confortava in tutte le situazioni, e mi aveva insegnato che questo era il modo con il quale bisognava trattare con il mondo . Iniziano un viaggio, che avrebbe dovuto portare i ragazzi a vivere presso una zia, quando, attraversando un fiume su un piccolo traghetto, il nonno viene ucciso da un malvivente, lʼ imbarcazione si rovescia e Lula viene rapita dai banditi.Jack è atterrito e vuole mettersi subito alla ricerca della sorella. Giunto nella cittadina più vicina, si imbatte in un nano, appunto Shorty, e in Eustace, un gigante nero sempre insieme ad un maiale. I due sono disponibili ad aiutare Jack, perché il ragazzo li ha convinti promettendo come ricompensa una proprietà avuta in eredità. Sono due pochi di buono, almeno sembra; ma i dubbi di Jack sono altri: > potrebbe non essere necessario uccidere qualcuno. Shorty e Eustace mi guardarono come se mi fossero appena caduti i pantaloni e avessi cagato una grossa merda proprio lì nella stanza. Potrebbe non essere necessario uccidere qualcuno? disse Eustace, hai preso un drink o due senza che me ne accorgessi? Jack perde la verginità con una giovane prostituta, dalla quale viene a sapere che il nonno la frequentava con assiduità. Assiste alla tortura di uno dei banditi da parte di Eustace e Shorty; questʼultimo gli racconta la spaventosa storia dello sceriffo, la cui famiglia fu orrendamente trucidata dagli indiani. Jack tenta di non cedere, rivolgendosi a Dio, > ma le preghiere le sentivo senza senso, a differenza di quando ero a casa e la mia famiglia era in casa con me e ogni cosa era in ordine. Le preghiere allora sembravano vere, ma adesso le sentivo vuote . Hanno saputo che i malviventi si sono nascosti in una boscaglia, unʼarea impenetrabile ed in mano ai banditi. Inizia «una nobile spedizione di salvataggio»; peccato che il gruppo sia formato da improbabili personaggi: un inetto cercatore di tracce (Eustace), un maiale quasi cane, un nano troppo saggio per essere reale, una prostituta un poʼ innamorata e un poʼ in fuga, uno sceriffo disperato e un poverʼuomo, un addetto alle pulizie che si aggiunge così, per paura o perché non saprebbe cosa fare dʼaltro. È una metafora dei dannati della terra? Comunque sia, con questa compagnia bislacca Jack si inoltra nella boscaglia: si imbatte in cadaveri orribilmente sfigurati e in superstiti ancora traumatizzati dai crudeli criminali, viene a conoscenza di storie agghiaccianti, di atroci delitti, ed è coinvolto in sparatorie e omicidi, nei quali i suoi compagni mostrano la stessa indifferenza alla vita di quella dei banditi. È come discendere agli inferi, non cʼè un limite alla malvagità dellʼuomo. Fino a quando, in una scena finale di forte tensione, gli eroi, che vorremmo fossero buoni, fanno strage dei nemici e liberano Lula. Nel corso dello scontro Jack non ha remore, è ormai un assassino determinato e privo di freni etici, non cerca più la Giustizia, non si aspetta nulla dalla legge, non ha più rispetto della vita umana: > mi sentivo lontano da Gesù e più vicino a Satana di quanto ero mai stato prima . È meglio non riportare il finale del romanzo: è di un buonismo deludente, del tipo «tutti vivranno felici e contenti»; una caduta narrativa dopo un racconto che non lascia spazi allʼimmaginazione, tanto gli orridi atti di crudeltà sono dettagliati e ripetuti sino alla noia. Cʼè da chiedersi quale sia stata la finalità dellʼautore: un inno alla violenza, un affresco della società moderna con le sembianze del mondo del West, o, peggio ancora, convincerci che si diventa adulti solo se si accetta il male come elemento caratterizzante la vita umana, in tutte le epoche. Se così fosse, noi rispondiamo con le parole di un grande filosofo confuciano (Wang Yang - Ming, vissuto tra il 1472 e il 1529): la Mente, detta anche Cuore/Spirito (principio unificante dellʼuniverso) > condivide la stessa essenza della natura umana ed essendo la natura umana originariamente buona altrettanta perfezione va riconosciuta alla Mente . È inutile domandarsi se Dio è buono, cattivo o indifferente, perché non è altro che la proiezione della natura umana: siamo noi che dobbiamo coltivare noi stessi con la conoscenza, il comportamento, la compassione e la sincerità, in modo da agire bene e sgombrare il campo dal male. Il pregio fondamentale del romanzo è lo stile narrativo. Non è un inglese facile, perché pieno di parole gergali e con una struttura sintattica apparentemente involuta; eppure è proprio la scrittura a dare originalità al racconto, ad intrigare ed affascinare il lettore. Dispiace che tanta abilità sia stata messa al servizio di un messaggio così sbagliato. Perché leggerlo? Talvolta noioso, ridondante di crudeltà, troppe disgressioni: ciò che avvince è la scrittura.
This side of Brightness
Nel cercare un senso a questo intenso e confuso romanzo mi è venuto in mente la Gerusalemme Liberata, una metafora di una purificazione collettiva ed individuale che dovrebbe condurre alla resurrezione. Anche per McCann il tunnel, vero protagonista del racconto, rievoca un cammino in fondo al quale dovrebbe esserci la luce. Ma come i cavalieri di Torquato Tasso non possono raggiungere la santità a causa di sé stessi («vivrò fra i miei tormenti,(..) forsennato, errante: temerò me medesimo»), così per l'autore ogni ombra di noi stessi conduce ad un'altra ombra, ogni tunnel ad un altro tunnel. Come scrive Amelia Rosselli, > fermi ad un destino sempre semovente o irriconoscibile, tra gli alti pini stentati, tra le tante altre cose di cui non scriviamo purché riusciamo a viverle, fra le tende del camping v'erano infatti i soliti traditori: me stessa travisata da imperatore povero, (...) ho disfatto tutti i tunnel della contr' ora ( da Documenti)): non si esce dalla depressione, non c'è speranza. La questione è che McCann vorrebbe trattare questo tema esistenziale all'interno di una struttura narrativa tradizionale. Ed infatti il racconto prende le mosse dalla costruzione del grande tunnel subacqueo necessario per realizzare la metropolitana di New York. Siamo all'inizio del novecento: l' opera è gigantesca, i mezzi tecnici sono rudimentali, le condizioni di lavoro pesanti e difficili, i rischi altissimi. Al tunnel lavora Nathan Walker: un robusto uomo di colore, > le grandi braccia, il tozzo torace, il fascio di muscoli, (...) felice ed infelice quanto basta, sufficientemente solitario, in prevalenza solo, Walker è capace, come un uomo che spende molto tempo con sé stesso, di ridere forte senza un'apparente ragione . L'uomo si prende cura della figlia appena nata di un amico vittima di un grave incidente di lavoro. L'affetto per la bambina si trasforma con gli anni in amore, un uomo avanti negli anni sposa una ragazza molto giovane, un negro si unisce ad una bianca. Questo tema viene abbandonato dall'autore (ed allora perché introdurlo?) o forse si allude alla contaminazione tra differenti età ed etnie come un peccato che è all'origine di una serie di disgrazie: la moglie muore travolta da un auto, il figlio si vendica assassinando l'investitore e viene poi ucciso dalla polizia, la nuora si dà alla droga e muore di overdose, il nipote, Clarence Walker, cade nella depressione quando assiste alla morte o suicidio del nonno. E' veramente troppo! Accanto a questa storia, sinceramente inverosimile, emerge lentamente il vero tema del romanzo: Clarence Walker (per molte pagine chiamato «Treefrog», una rana che vive sugli alberi) si è nascosto in un tunnel tra i senza dimora, e si è fatto una tana in un luogo inaccessibile, raggiungibile solo con una spericolata passerella. > Ogni cosa sta nella più pura oscurità così che può difficilmente vedere persino il palmo della mano di fronte al viso. E poi c'è un lento venire di un insieme di tunnel e sprazzi di luce e può vedere attraverso le ombre. Ascolta i movimenti e la paura scende giù per la pancia e si deposita nel fegato : ricordi, ritratti evanescenti, un passato non più reale, solo sognato con nostalgia, in una spietata indifferenza. E com'è l'amore nel tunnel, metafora della nostra vita? > Le unghie di Angela strisciavano lungo la sua schiena, lasciando delle tracce nella pelle, e il movimento del loro respiro rapido rapido rapido rapido, una spinta selvaggia da entrambi, finché tutto si disfaceva in lunghi affanni di respiro, lento lento lento lento, e poi tutte e due potevano giacere là in attesa di qualcosa di più . Come un buon romanzo americano ci deve essere un lieto fine: è tuttavia troppo appiccicato per darci sollievo, dopo la fatica di giungere alla fine del racconto, caparbiamente. La scrittura è il pregio del libro ed è ciò che lo sostiene. In una trama disordinata, con personaggi descritti in modo superficiale, senza mai approfondire le innumerevoli curve della narrazione, il lettore deve lasciarsi avvincere dalle parole, dalla sintassi, dalla capacità di evocare sentimenti, immagini, condizioni umane. Si rimane ammirati dinanzi ad alcune sottili citazioni, come il termine «funhouse darkness» , che richiama la canzone della cantautrice americana P!nk: "ballo per questa casa vuota ci demolisce ti butta fuori urlando nei corridoi girando tutto intorno ed adesso noi cadiamo..... Perché leggerlo? E' faticoso ma la scrittura è affascinante.
A thousand splendid suns
Lʼamicizia femminile è al centro di questo romanzo.Lʼautore narra le vicende della condizione femminile in Afghanistan in un arco di tempo molto lungo, dagli anni ʼ60 ad oggi, dalla monarchia sino allʼinvasione dellʼesercito occidentale, percorrendo il periodo «sovietico», la guerra civile e il regime talibano. Racconta la dura vita delle donne tramite le vicende di due figure femminili: Mariam e Laila. Mariam ha quindici anni nel 1974, quando il padre la dà in sposa ad un uomo molto più anziano: Rasheed. Il matrimonio dovrebbe sanare una situazione scandalosa. Mariam è una figlia illegittima e quindi, dopo il suicidio della madre, non può essere accolta nella famiglia paterna.Per la ragazza si interrompe una adolescenza relativamente felice, arricchita dal mito del padre e dal sogno di essere accolta come figlia a tutti gli effetti, di non essere più una bastarda. Eppure, benché tradita dal padre, un debole ed un codardo, Mariam affronta con coraggio la nuova vita, nella grande città di Kabul. Ma Rasheed si rivela un uomo dispotico e violento, soprattutto dopo che Mariam non riesce a dargli un figlio maschio, perdendo anzi la bambina di cui è in attesa. La monarchia viene sostituita dal regime comunista e la condizione della donne migliora, almeno nelle dichiarazioni ufficiali e per un ristretto strato della popolazione. Ma per Mariam non cambia nulla: vive reclusa in casa sottoposta al dominio brutale del marito. Il racconto narra poi lʼadolescenza di Laila: una ragazzina vivace, irrequieta, istruita, innamorata sin da piccola di un compagno di giochi: Tariq. La guerra tra bande tribali porta ad un clima crescente di violenze, uccisioni, rapimenti e stupri, spingendo molte famiglie, tra cui quella di Tariq, a fuggire in Pakistan. Una bomba distrugge la casa di Laila, uccidendo i genitori. La ragazza viene salvata ed accolta da Rasheed e Mariam. In realtà lʼuomo mira a sposarla e ci riesce, in parte con lʼinganno ( con la falsa notizia della morte di Tariq) ed in parte perché Leila aspetta un figlio da Tariq e vede nel matrimonio una soluzione per sé e soprattutto per il bambino. Dapprima Mariam accoglie con ostilità Leila, che le ha usurpato il ruolo di unica moglie, ma poi proprio la crudeltà di Rasheed, la nascita di due bambini e la durezza della vita sotto il regime talibano creano una crescente solidarietà tra le due donne sino ad una profonda amicizia. È un legame tipicamente femminile perché nasce dalla cura per i bambini e dalla volontà di resistere, con fermezza e testardaggine, alle violenze inaudite alle quali sono sottoposte da parte di Rasheed. E sarà proprio Mariam, la docile e remissiva Mariam, a uccidere con un colpo di scure il marito, che stava cercando di assassinare Leila. In tal modo Mariam permetterà la fuga di Leila e si condannerà alla morte per mano dei talibani: un sacrificio estremo per il futuro felice dellʼamica e dei suoi bambini. Le parti migliori del romanzo sono quelle dedicate alla descrizione dellʼinfanzia e dellʼadolescenza di Mariam e di Leila: la rappresentazione del mondo della campagna, quello di Mariam, contrapposto allʼambiente di Kabul, dove è cresciuta Leila; lʼinnocenza e i sogni delle due ragazze, così differenti ed eppure simili, perché tipiche dellʼadolescenza; lʼaffetto per il padre, per Mariam mitizzato e per Leila tangibile; la lontananza affettiva delle madri e il legame così profondo tra Leila e Tariq, senza dubbio la parte positiva di un romanzo generalmente cupo e triste. Quando poi si passa a descrivere le vicende dei due matrimoni, si percepisce un senso di astrattezza e di artificioso. Inutilmente lʼautore utilizza lʼespediente letterario di narrare le vicende secondo i punti di vista delle due donne: le due personalità restano sullo sfondo, appiattite dalle scene di violenza e di vita afgana, a loro volta ripetitive e così simili a come le immaginiamo noi occidentali. In particolare, lʼamicizia fra le due donne non viene approfondita, ma emerge in modo superficiale senza che ne vengano scandagliate le motivazioni e le contraddizioni. La decisione estrema di Mariam di uccidere il marito e di liberare Leila appare come un atto improvviso, senza che se ne capisca la maturazione, con il risultato che proprio Mariam appare un personaggio di secondʼordine rispetto a quello di Leila, quando invece ha tutti i tratti di una eroina della tragedia greca. Perché non leggerlo? Troppo lungo e a tratti ridondante.
Ti prego lasciati odiare
Ben tornata superficialità! Il romanzo è una moderna favola dʼamore, con tutti i suoi ingredienti: la piccola cenerentola, nei panni di una ragazza progressista ed arrabbiata; il principe azzurro, ma indipendente ed impegnato nella carriera; la contrapposizione tra valori borghesi e mondo aristocratico, il tutto nella moderna Londra delle banche dʼaffari. La protagonista, ed anche narratrice del racconto, è Jenny. Nata da una famiglia vegana, animalista, pacifista ed anti capitalistica, Jenny ha abbracciato la carriera dellʼavvocato fiscale, non tradendo del tutto i valori dʼorigine ( lei è soltanto vegetariana!), ma decidendo di avere una propria vita, che non ricalchi la tradizione familiare. Si è creata una immagine di sé di donna forte e «tutta cervello», conducendo storie sentimentali fallimentari con uomini, colti, di «sinistra», che piacciono tanto alla sua famiglia, ma non a lei. Nella banca dʼaffari dove lavora, e dove è molto apprezzata, porta avanti da alcuni anni una «guerra» con Jan, cadetto di una alta locata stirpe, brillante, ma vanesio, arrogante e antipatico. Jenny deve ammettere che è un uomo affascinante, ma la provenienza di Jan, i suoi atteggiamenti, insieme con lo spirito competitivo che anima la ragazza, la portano ad un vero e proprio astio verso il bellʼaristocratico. In una ormai famosa lite, Jenny, impetuosa comʼè nel suo carattere, è arrivata a rompere il nobile naso di Jan. Non possono quindi lavorare insieme. Ma un importante cliente ha chiesto di essere seguito da entrambi e quindi i due, loro malgrado, si trovano ad «essere un team». Come cʼera dʼaspettarselo, la «magica attrazione», di cui parla Goethe nelle Affinità Elettive, ha la meglio sulla differenze di carattere, di idee, di status sociale e sullo spirito competitivo di entrambi. Jenny e Jan si trovano in situazioni nelle quali si verifica una crescente vicinanza fisica: un palpeggiamento casuale, ma che dà strane vibrazioni, un bacio simulato ( per far dispetto alle corteggiatrici di Jan), un bacio non più simulato sino ad un rapporto dʼamore. > È come mangiare qualcosa che sai ti farà male allo stomaco, ma a cui non riesci proprio a resistere . «La corazza», che la ragazza si è creata, si scioglie come in unʼonda, fra le braccia di Jan.Ma se non voleva farsi conquistare dal suo principe azzurro perché, quando deve uscire con Jan, si lascia convincere dalle amiche a vestirsi in modo provocante e sensuale? Il finale è scontato: i due si sposano con una cerimonia sontuosa (500 invitati). La ragazza afferma il suo spirito «proletario» non vestendo il velo, ma accetta di portare gli splendidi gioielli della famiglia del marito. Un giusto compromesso tra idee socialiste e quelle aristocratiche! Il pregio fondamentale del romanzo è lo stile: delicato, ironico, soffuso. La narrazione si basa fondamentalmente sui dialoghi, intercalati dalle sensazioni, più che riflessioni, di Janny. E sono proprio la leggerezza e lʼeleganza, con la quale lʼautrice racconta il progressivo cedimento della ragazza alle lusinghe dei sensi, a costituire lʼelemento piacevolmente attrattivo del romanzo. Peccato che non ci sia suspense: tutto è già scontato, senza colpi di scena o reali momenti di rottura in una trama narrativa, troppo debole per avvincere. Un altra occasione mancata è il contesto. Lʼambiente delle banche dʼaffari, con le loro spietate regole di carriera e di competizione, resta sullo sfondo; anzi, in certi casi, risulta inverosimile, basti pensare alla figura del capo, troppo comprensivo per essere reale. Perché leggerlo? Se si ha bisogno di leggerezza, si legge con piacere.
L'ultima provincia
Luisa narra in prima persona l'ingresso nella famiglia del marito. Cosimo è figlio di un prefetto siciliano, che gira l'Italia con due tenaci principi: la nostalgia per la Sicilia, > quand'eravamo a Bosco Canniti...(...) un pezzetto di terra nera e fine come rena, accidentato da massi di lava, con balze, poggi, strapiombi improvvisi: (...) latifondo per la sua tenerezza ; avere una sede dove non ci sia «la mala pianta», ossia dove «la miseria e una maggioranza di destra imprimevano un lento respiro». Quando Cosimo dichiarò che avrebbe passato l'estate in prefettura presso la nuova sede del padre, «nacque in quel momento il mio interesse umano per lui», ma pure una curiosa ed affettuosa disponibilità a lasciarsi coinvolgere in una famiglia di provincia, così lontana dalla propria cultura ed estrazione sociale. Ed è qui il senso di questo lungo racconto. Luisa, cittadina, di sinistra e indipendente, non assume un atteggiamento di superiorità verso la famiglia del marito, anzi descrive con lieve ironia i tratti di un piccolo nucleo sociale (il Prefetto, la Prefettessa, la domestica Concetta e il cane), sempre caparbiamente siciliana malgrado i numerosi trasferimenti per l'Italia. Sono una serie di ritratti, che scandiscono una sorta di formazione della giovane donna, dapprima sconcertata e divertita e poi permeata dalla soffusa dolcezza della vita di provincia. Riportiamo alcuni esempi. La Prefettessa è malata e tra i deliri della febbre teme che la fedele domestica l'abbandoni, «Vero è che te ne vai con le mondine?, le chiese affannata.»Cu cui?, fece l'altra,«e da quel momento diventò un'imprecazione usuale:»Cu' sti mondini«. E la scoperta del pigiama a tavola?»Nel pigiama si annega, oltre l'attenzione al proprio vestiario, il controllo di sé, del proprio linguaggio. Di preferenza tacciono, paghi, con l'aria torbida di chi è appena uscito dal letto. Se parlano è solo in dialetto. Se gridano è «cacchio». Cacchio di femmina, di luce, di mosca a seconda dell'urto che li muove > . Le cerimonie ufficiali sono incombenze che il Prefetto assolve con sofferta ma meticolosa sollecitudine. Si era messo un paio di scarpe comode. (...) Era la festa di San Giuseppe (...) processione con schiere di convittori, di orfanelli....file grigie di aggiogate giovinette. (...) In aprile aveva seguito la processione del venerdì santo, in maggio quella del patrono.... > . Diventata mamma, con la bambina in fasce, le vacanze a Borgo Canniti sono per Luisa una stupefacente scoperta. Sin dal traghetto sullo stretto, altissimo e solitario su un orizzonte piano era apparso l'Etna, (...) Un bel pennacchio, ave!«esclamò il Prefetto. Nel piccolo podere»il caldo era senza riparo. (...) Indifferente all'abbagliante realtà il Prefetto si contentava di un cappello di paglia, il pigiama, un bastone, per percorrere, più volte ogni giorno, il podere > . (...) Quando il sole spariva dietro la montagna e le casine si alzavano come un sipario a lasciare entrare l'aria della sera, le voci e i rumori sembravano spegnersi. (...) Dai mattoni saliva alle nostre gambe, e le avvolgeva, un tepore animale, che l'alito fresco del mare abbassava a poco a poco: il profumo dei gelsomini era così netto e preciso, che sembrava di udirlo Alla bambina > Ce lo date 'u succu d'uva? chiedeva intanto la sorella della Prefettessa. (...) Nel giro di poche ore, davanti alla famiglia riunita, Concetta introduceva nella bocca della bimba il primo cucchiaio di succo . Il racconto è esile, senza una vera trama, vago e lieve come un dipinto abbozzato. A sorreggerlo opera una scrittura raffinata, suggestiva e piacevole, dove il ricorso al dialetto arricchisce la narrazione dando momenti di fantastica sospensione. E' come se un mondo ancestrale, magico e familiare, facesse capolino all'interno di un approccio stilistico colto e per questo distante: il dialetto dà vita ai personaggi e alle descrizioni degli ambienti. Troppo non è detto perché si possa dare un giudizio pienamente positivo. Perché leggerlo? Piacevole
Unless (a meno che)
Reta, moglie di un medico e madre di tre figli, si trova con lʼamica Danielle, della quale cura le traduzioni dal francese in inglese. > Sarebbe meglio (...) usare la parola mente al posto di cuore; (,,,) riferirsi al cuore come sede dei sentimenti non è più di moda, condannato dai critici perché evanescente. (...) Danielle meditò per un momento, poi mi sorrise con affetto ma in modo mordace, e mise la mano sul seno: ma qui è dove io sento pena, disse, e tenerezza . È possibile affrontare razionalmente lʼabbondono di una figlia, la profonda tristezza, che rende «falsi gioielli» le piccole abitudini della vita?. > Nella nostra grande e vecchia casa (,,,) vivevamo la vita che abbiamo scelto molto tempo fa: abbondante, intensa, ma con intervalli di pace, circondati da mobili, libri, soffici cuscini sui quali stendersi, cibo nel frigo, ancora di più nel freezer . Allʼimprovviso Norah, la figlia più grande, lascia lʼuniversità, va per strada a chiedere lʼelemosina con un cartello che riporta la parola «Bontà». Come reagire? Il malessere è così profondo, invade qualsiasi momento della vita e coinvolge tutta la famiglia, spingendo ciascuno a rinchiudersi in sé stesso, a cercare disperatamente di farsi una ragione, di dare un aiuto, di sopportare la pena continuando la quotidianità della vita. Ma non è possibile, la sofferenza è troppo grande. Reta si trova in una toilette di un ristorante e di impulso scrive sulla parete: > il mio cuore è rotto, lʼavrei riconosciuto più tardi come un atto drammatico, infantile, indulgente, grandioso e pieno di forza. (...) Subito sentii un sollievo tra le costole. (...) Qualche cosa simile alla gioia mi invase, soltanto per un momento (...) come sotto un incantamento. Mi ero permessa di essere recettore e trasmettitore ad un tempo, non una morta cosa ma un vivo legame con tutto ciò che sarebbe diventato una insopportabile sofferenza. Credetti in quel momento al mio istinto, posi giù delle parole che rivelavano la verità, testimoniando la più privata ed allarmante delle visioni, invece del auto commiserevole e melodrammatico graffito quale era realmente. Reta reagisce impegnandosi a scrivere un romanzo, una fiction che vuole che sia leggera, superficiale e a lieto fine. Due fidanzati dovrebbero sposarsi ma lei non è convinta del matrimonio, non è veramente innamorata. Quanto della sofferenza di Reta si ritrova nel romanzo? E quanto riflette il suo matrimonio? Reta è a un bivio: dare al racconto una svolta drammatica, come vorrebbe lʼeditore per renderlo unʼopera di spessore, o attenersi allʼidea originale, ossia un libro "rosa > , rivolta al grande pubblico invece che alla critica. Reta resta ancorata al proprio progetto perché è attaccata alla speranza, al desiderio di ritrovare la figlia. La protagonista non si sposa, sceglie la propria felicità; proprio quando si conclude la scrittura del romanzo ha termine anche la vicenda di Norah. Per una serie di favorevoli circostanze la figlia, gravemente malata, viene salvata in extremis e curata; ritorna in famiglia. In ospedale i medici si accorgono che Norah ha numerose bruciature; è stata infatti coinvolta in un incendio, una ragazza si è suicidata dandosi fuoco. In quel momento Norah si è accorta che il mondo non è buono, che anzi predominano le ingiustizie e la sofferenza esistenziale, fuori dalle pareti della casa e dellʼuniversità. Dio è morto! Come Simone Weil, la quale vide nella propria consunzione fisica lʼunico modo per far rinascere Dio, così Norah insegue la propria auto distruzione per gridare il desiderio di Dio, testimoniare la voglia di Bontà. E quindi anche il comportamento di Norah ha una sua spiegazione logica, un motivo comprensibile: è la mente e non il cuore la fonte del gesto di Norah. È un libro complesso e difficile. La scrittura è elegante e sapiente, la lettura scorre fluida, affascinata dalla bellezza della lingua. Troppi sono i temi trattati, da quelli di carattere filosofico alla condizione femminile sino alla funzione catartica dellʼimmaginazione del racconto; mancano invece gli approfondimenti psicologici, che chiarirebbero meglio le ragioni del comportamento di Norah e le reazioni di Reta, di suo marito e delle altre figlie. E come se la scrittrice sfuggisse dalla condizione umana per portarsi in una dimensione metafisica, politica e sociologica: approccio che fa svanire lʼuniversalità della vicenda raccontata con tanta perizia e preziosità. Dʼaltra parte lʼuso di a meno che non" (in inglese unless) presuppone la forma del terzo condizionale, già di per sé indicativo di un approccio volutamente sofisticato alla narrazione: forse una maggiore semplicità avrebbe dato maggiore vigore al racconto. Perché non leggerlo? È difficile da capire, a tratti prolisso e noioso.
Vanishing Acts
A Delia il padre ha sempre detto che la madre era morta, tanto che essa è ormai una rimembranza che le affiora continuamente alla mente. > Ero solita immaginare come mia madre sarebbe ritornata. (...) In tutti questi sogni giornalieri, la morte non era assoluta come era supposto che fosse, e noi ci ritrovavamo sempre per caso. In tutti questi sogni giornalieri, mia madre ed io ci riconoscevamo senza una sola parola. La vita di Delia è trascorsa serena, con un padre amoroso e due amici: Fritz e Eric, di cui Delia s'innamora fin da ragazza, e da cui ha avuto una figlia. Gli unici tormenti sono quel senso, sempre presente, di aver perso qualcosa e il fatto che Eric è un alcolista. Quando, all'improvviso, la polizia si presenta a casa ad arrestare il padre, Andrew, accusato di aver rapito la figlia venticinque anni prima. Il romanzo affronta molti temi, anche troppi: la menzogna di Andrew, che ha tenuto nascosto a Delia l'esistenza della madre, Elise; l'alcolismo di Eric, che riemerge per lo stress e la scoperta che anche Elise è stata dipendente dall'alcol; le relazioni tra i tre amici, Delia, Eric e Fritz, con quest'ultimo da sempre innamorato dell'amica (nel romanzo è una sorta di angelo protettore); il nuovo ambiente in cui va a vivere Delia con la figlia per seguire il processo e dove incontra Rutham, un miscuglio di sciamana indiana e nonna hippy; la durezza e la violenza del carcere, dove viene rinchiuso Andrew; possibili abusi sessuali subiti da bambina, rimossi da Delia ma riemersi per le accuse del padre a Elise durante il processo (forse un'altra menzogna); infine il processo, narrato con l'usuale approccio poliziesco americano. Per dare ordine a un racconto così dispersivo, la recensione deve scegliere un filone, pur rischiando d'impoverire la ricchezza della trama. Si può partire da una strana domanda che la sciamana indiana rivolge a Delia: > e se l'intera esperienza del rapimento non fosse la storia di Delia? Cosa succede se scomparire non fosse il più catastrofico evento della tua vita? Che cos'altro sarebbe? (chiede Delia). Ruthman alza il viso al sole. «Tornare indietro». dice. E infatti Delia non è felice quando incontra la madre ed Elise, con le lacrime agli occhi, se ne accorge e le dice di averla persa di nuovo, e per sempre. Troppa è la discrepanza tra fantasia e realtà! > Mia madre, mitica, immaginaria, era una divinità e un supereroe e un conforto per me. (...) Ho avuto bisogno di venticinque anni per riuscire ad ammettere che sono contenta di non aver finora conosciuto mia madre. Non perché, come mio padre sospettava, lei avrebbe potuto rovinare la mia vita, ma perché così, io non ho dovuto essere testimone che lei rovinava la sua. Come dice la scrittrice, mediante la voce di Delia, > Importante non è cio che tu hai accumulato negli anni, ma quelle poche cose che puoi portare con te. E' un peccato che un tema così interessante, quale il confronto tra ricordo e realtà, sia rovinato da una trama affollata di filoni narrativi, personaggi inutili ed episodi ridondanti. Perché raccontare la vita del carcere dicendo cose scontate e perché invischiarsi nelle relazioni tra amici d'infanzia che diventano adulti? Sarebbe stato meglio approfondire in termini psicologici la scoperta della madre da parte di Delia così come i sentimenti della prima, che restano sempre sullo sfondo, sino a svanire. Ad accentuare il profilo da polpettone contribuisce l'ormai diffusa tecnica della narrazione a più voci: ogni capitolo racconta la storia dal punto di vista di ciascun personaggio, creando quella ridondanza dell'io (non ne basta uno?) e rendendo il tutto prolisso, ripetitivo e noioso. Il pregio del romanzo è la scrittura: una struttura sintattica semplice ma non banale, un lessico elegante ma arricchito da modi di dire, aggettivi e verbi propri del linguaggio colloquiale, di forte impronta americana. Lontana dall'intellettualismo newyorkese o dagli esagerati virtuosismi di autori statunitensi contemporanei (si pensi al celebratissimo McCharty Cormac, si veda la recensione in questo sito di The Road), Picoult ci riporta a una scrittura accessibile al lettore medio. Perché leggerlo? Piacevole la scrittura, interessante potenzialmente la storia.
Le vie dell'immaginazione
Maja e Klaas si sono conosciuti nella redazione di un quotidiano di provincia; il loro innamoramento fu accompagnato da conversazioni interminabili e da molte letture, > il loro mondo era fatto di carta stampata, di prese di opinioni, analisi, riflessioni scritte e orali . La nascita di tre figli costrinse Maja a dedicarsi alla famiglia, abbandonando il lavoro. Si prospetta una vita prosaica, dal quale trarne un decoroso piacere, un amore che diventi lentamente un'affettuosa amicizia. Quando tre vicende cambiano la vita dei due coniugi. Klaas scopre un poeta sconosciuto, Bernard Mork. Viene in possesso delle sue poesie e ne rimane affascinato, in particolare dalla successione dei temi trattati: nei Canti Mattutini per Eva emerge un prorompere di estasi sensuale, tanto che a Klaas «la sua stessa esistenza gli sembrava ad un tratto arida e sterile»; nei Principi di Ordine si assiste ad un progressivo ritorno ad un autocontrollo; e le Lettere a Bauci sono piene di una serenità austera. E' la storia di una relazione amorosa tra un uomo e una donna, una sorta di Canzoniere, nel quale, durante il lungo cammino attraverso l'esistenza, Petrarca passa dalle fantasie erotiche per la donna amata alla soffusa nostalgia per la dolcezza degli occhi di Laura sino al timoroso raccoglimento per la morte vicina. Ma chi é Bernard Mork? Se Klaas è impegnato in questa indagine, Maja vive un'altra esperienza, altrettanto integrante e misteriosa. Durante un viaggio di trasferimento verso la Costa Azzurra hanno un incidente d'auto: Klaas deve fermarsi per attendere la riparazione della macchina mentre Maja con i bambini prosegue a bordo di un camion. > Alla luce fioca del cruscotto il camionista accanto a lei era una montagna d'ombra (...), un gigante, una forza sovrumana, li aveva presi sotto la sua protezione . In uno stato di quasi incoscienza, «insignificante ingranaggio di quel colosso su ruote», Maja ascolta le storie del camionista. In tutte compaiono delle donne misteriose, apparizioni o esseri umani, streghe malefiche o creature smarrite: in ogni caso trascinate dal desiderio della morte. Se la ricerca di Klaas ha ancora le sembianze del reale, anche se la poesia alimenta la fantasia, i racconti del camionista appartengono al mondo dell'immaginazione, agli incubi della stessa Maja, forse. E' invece senza dubbio vero, ma indecifrabile, ciò che accade nella splendida casa sulla Costa Azzurra. Di proprietà di una ricca aristocratica russa, assente perché sempre in viaggio, è gestita dal custode, uomo sospettoso e irascibile, più volte sorpreso a vendere i preziosi oggetti della villa. In particolare è proibito ai bambini giocare vicino ad un piccolo deposito: semplicemente di attrezzi o nascondiglio di qualcosa di più inquietante, come, per esempio, il cadavere della ricca dama russa? I tre filoni narrativi si sviluppano in parallelo per concludersi con la scoperta della vera identità del poeta: Bernard Mork è una donna! Ma come una donna scrive di erotismo, narra la sua relazione amorosa? Per Maja la risposta è semplice: > nella sua poesia lei era sia uomo che donna. (...) Ma per non fare torto a sua figlia, Eva, è stata costretta a cambiare. E' stata una scelta consapevole. Questo è un ragionamento da madre, non da poeta > , risponde Klaas, il quale, poi, si sprofonda in una dissertazione letteraria. Non basterebbe farsi raccontare le storie dei camionisti > per capire che il vero tema è la forza della donna che vuole diventare protagonista, almeno nella poesia. Il romanzo resta sospeso, chiudendosi quasi per stanchezza. Se ci sforziamo di dare una interpretazione unitaria ad un racconto frammentato nei suoi tre filoni narrativi, potremmo fare questa considerazione: coesistono in tutti noi tre sfere, il mondo reale, quello ideale e quello interno. Nel mondo reale ci possono essere dei delitti, anche se irrisolti, ci sono personaggi e luoghi, e quindi le descrizioni realiste e l'ordine degli eventi; nel mondo ideale ci sono la letteratura, la filosofia e così via; in quello interno ci sono i sentimenti, gli incubi e i sogni. Dovunque cerchiamo di collocarci (per esempio, Klaas nella letteratura, Maja nei sogni), è difficile difendersi dall'immaginazione perché le sue vie sono molteplici. Per caso mentre tu dormi/per un involontario movimento delle dita/ti faccio il solletico e tu ridi/ridi senza svegliarti/così soddisfatta del tuo corpo ridi/approvi la vita anche nel sonno/come quel giorno che mi hai detto:/lasciami dormire, devo finire un sogno"(Luciano Porta dalla raccolta Invasioni). Grande scrittrice olandese, Haasse sviluppa la storia con una scrittura semplice, elegante ed efficace. Si legge piacevolmente, perdendosi nei dettagli, minuziosi e suggestivi: da soli, tuttavia, non in grado di reggere una trama esile, frastagliata e dispersiva. La relazione tra Maja e Klaas rimane sullo sfondo, non è approfondita dalla sintassi e dalle parole: sta lì immobile, ciascuno dei due coniugi chiusi nel loro io incomunicabile, malgrado l'immaginazione. Ciò che non dà la storia avrebbe potuto offrire lo stile narrativo; non è così. Perché leggerlo? Piacevole
Vita
> Quando una cosa è passata, cosa la differenzia, nella realtà del presente, da unʼillusione o da una fantasia? Se pure ha avuto una sua esistenza, poi non ne avrà nessuna, tranne che nella memoria . Lʼautrice ricostruisce la storia americana di suo nonno, Diamante, e del suo amore per una ragazza, Vita. Nei primi anni del novecento, la miseria e la disperazione spingevano gli italiani ad emigrare negli Stati Uniti. Diamante, undicenne, e Vita, ancora bambina, andarono a New York presso il padre di lei. Il viaggio in nave e la vita durissima nel nuovo mondo crearono tra loro un legame indissolubile, che, come spesso succede, non riuscì mai a concretizzarsi in un rapporto duraturo e stabile. Il racconto si articola in tre parti. Nella prima parte, dal titolo «la linea di fuoco», lʼautrice narra lʼarrivo in America dei due fanciulli e descrive, con pagine cupe, dure e talvolta raccapriccianti, lʼambiente italiano dellʼemigrazione. Predominano la miseria e la violenza. Gli italiani lottano per sopravvivere e inviare qualche soldo in Italia. Per Diamante e Vita cʼè anche il contesto nel quale si trovano a vivere: lo squallore e lʼavidità del padre della bambina; lʼamante di lui, unico riferimento materno per Vita, ma per questo odiata perché lʼallontana dalla sua vera madre, rimasta in Italia; i connazionali, che frequentano, abbruttiti dal lavoro, la pensione gestita dal padre di Vita. Potrebbe essere una narrazione alla Dickens così come un romanzo realistico alla Zola: niente di tutto questo. Gli episodi si susseguono come se fossero una serie di incubi, di sogni maledetti, di trasposizioni allʼesterno di angosce esistenziali dellʼautrice. Su tutto incombe la città maledetta, la cui rappresentazione ricorda, per le immagini utilizzate e lo stile enfatico, le «Città terribili» di DʼAnnunzio. Questa parte del romanzo si chiude in modo drammatico: Vita dà fuoco allʼamante del padre cercando di ucciderla. Nella seconda parte, «la strada di casa», il figlio di Vita ripercorre, come soldato americano sul fronte italiano della seconda guerra mondiale, la ricerca di Diamante e della sua famiglia. Poi ci ritroviamo nellʼItalia degli anni cinquanta, quando Vita, ormai ricca vedova e donna affermata, viene a Roma per incontrare Diamante e chiedergli di andare a vivere insieme. Ne riceve un tacito rifiuto: è troppo tardi. Nella terza parte, «il filo dellʼacqua», si ritorna in America con Diamante e Vita, ancora giovani, ma ormai separati. Vita ha dʼaltra parte tradito Diamante e quindi il ragazzo è fuggito per dimenticarla. Quando ritorna a New York per imbarcarsi per lʼItalia le chiede se vuole partire anche lei. Ma ormai i due giovani sono troppo distanti, i loro mondi si sono allontanati: «lʼ America mi piace, ci sto bene» pensa Vita. Ma la storia è una ricostruzione basata su documenti e racconti dei protagonisti o è invece il frutto dellʼimmaginazione dellʼautrice? Ovviamente Diamante è realmente esistito, ma era un uomo taciturno e chiuso, che poco ha raccontato della sua vita. Della ragazza, Vita, la scrittrice non è riuscita a trovare traccia, neanche dopo una minuziosa ricognizione dellʼarchivio parocchiale del suo paese dʼorigine. Ma forse lʼamore tra Diamante e Vita è un ideale, un vagheggiamento, una fotografia confusa, come quella che lʼautrice immagina si siano fatti i due giovani. > I loro visi erano un alone indeciso, sfocato, come se allʼultimo momento avessero preferito non lasciarsi catturare, non consegnare a un ricordo morto lʼattimo irrepetibile che stavano vivendo. Diamante era un lampo nero. Vita una macchia bianca. I loro lineamenti sovrapposti e indistinguibili, come appartenessero a una persona sola . Lʼidea di base del libro è interessante. Narrare lʼemigrazione italiana tramite lʼamore di due personaggi: un amore dʼinfanzia sempre ricercato e mai trovato, senza un vero motivo. È un peccato che questo spunto venga sviluppato senza una vera trama narrativa, risultando alla fine dispersivo e frammentario. Lo stile, ricco di incisi, ridondante di vocaboli e di immagini, non riesce a dare vitalità e fascino alla narrazione, che resta, in tal modo, in mezzo tra molteplici generi letterari: la storia familiare, il romanzo sociale, la ricerca, frutto anche della fantasia, di un proprio percorso esistenziale e sentimentale. Perché non leggerlo? La lettura è noiosa e spesso pesante. Non aiuta la comprensione dellʼemigrazione italiana. Lʼamore tra Diamante e Vita resta sospeso e vago senza coinvolgere il lettore.
La vita bugiarda degli adulti
Giovanna, l'io narrante, è un' adolescente che vive in un bel quartiere di Napoli con genitori istruiti e di sinistra: il padre professore universitario, la madre insegnante di liceo e traduttrice. Pure la coppia di amici che frequentano ha le stesse caratteristiche: anche lui docente universitario, abituale compagno di accese discussioni con il padre, lei signora della buona società, sempre elegante e spesso con uno splendido braccialetto. Ci sono poi le loro figlie, amiche e confidenti di Giovanna. Una bella famiglia borghese, quindi! La ragazza comincia a non andare bene a scuola e origlia alla porta una frase del padre. > l'adolescenza non c'entra: sta facendo la faccia di Vittoria. (...) Fu così che a dodici anni appresi dalla voce di mio padre, soffocata dallo sforzo di tenerla bassa, che stavo diventando come sua sorella, una donna nella quale-- gliel'avevo sentito dire fin da quando avevo memoria--combaciavano alla perfezione la bruttezza e la malvagità . Sorge in Giovanna il desiderio irrefrenabile di conoscere zia Vittoria, tanto odiata dal padre che in una foto di famiglia la sua immagine era stata tagliata. Voleva sapere se le brutte parole del padre erano dovute solo ad un dispiacere momentaneo o lui, così accorto, avesse individuato > i tratti di un mio guasto futuro. (...) Volevo capire se mia zia si stesse davvero affacciando attraverso il mio corpo: le sopracciglia foltissime, gli occhi troppo piccoli e di un marrone senza luce, (...) il labbro superiore corto con una disgustosa peluria scura, (...) il mento aguzzo e il naso, ah il naso, come si protendeva senza garbo verso lo specchio, (...) erano già elementi del viso di zia Vittoria, o miei e soltanto miei? (...) Ero io o l'avanguardia di mia zia, lei in tutto il suo orrore? Giovanna non si rende conto che il viaggio che sta intraprendendo, la conoscenza della zia e del suo mondo (i quartieri popolari di Napoli), non sarà solo la conferma o meno delle radici della sua presunta bruttezza: sarà una discesa verso la demolizione dei suoi genitori, la privazione della madre e l'estraneità del padre. Le figure genitoriali, prima viste come un olimpo di perfezione e di esempi da imitare, si sgretolano fino a dissolversi. > Cosa succedeva, insomma, nel mondo degli adulti, nella testa di persone ragionevolissime, nei loro corpi carichi di sapere? Cosa li riduceva ad animali tra i più inaffidabili, peggio dei rettili? Non è la scoperta della torbida relazione che lega i genitori alla coppia di amici: il padre ha da anni come amante la moglie del collega, il quale a sua volta tresca con sua madre; e neanche l'oscura storia del braccialetto indossato con tanta visibilità dall'amante del padre: in modo poco chiaro esso pervenne a zia Vittoria, la quale lo voleva dare in dono a Giovanna ma il padre lo regalò all'amante. Sono le parole a devastare la fine dell'infanzia: il tempo dell'adolescenza sarebbe lento, > fatto di grandi blocchi grigi e improvvise gibbosità di colore verde o rosso o viola. I blocchi non hanno ore, giorni, mesi, anni, e le stagioni sono incerte, fa caldo e freddo, piove e c'è il sole. (...) Appena cerchi le parole, la lentezza si muta in vortice e i colori si confondono come quelli di frutta diversa in un frullatore . Ed ecco siamo arrivati al cuore della questione, il tema della cultura. A differenza di Confucio che ritiene la cultura la chiave per cogliere «il senso dell'umanità reciproca», Elena Ferrante pare essere della mia opinione: la buona istruzione scolastica, il possesso del linguaggio, la consuetudine con i libri e con gli ambienti culturalmente impegnati, sono una gabbia che imprigiona i sentimenti, li sommerge sotto l'abile gioco semantico, crea apparenza e non sincerità. Il problema è che Giovanna, pur riconoscendo in zia Vittoria la forza prodigiosa della schiettezza (l'odio espresso senza filtri, l'intimità, le emozioni traboccanti, l'autenticità del vivere), si innamora comunque di un intellettuale, del quale è affascinata dalle parole, oltre che dall'aspetto. Cultura falsa chimera! Non si conosce l'umanità con il pensiero, lo si coglie con l'empatia. Per fortuna irrompe zia Vittoria e la salva. > Hai sentito, Giannì, qua ti chiamano bambina. Ma tu sei una bambina? E' allora perché ti metti tra Giuliana e il fidanzato? Rispondi, invece di rompere il cazzo con il braccialetto. Sei peggio di mio fratello? Dimmelo, ti sto a sentire: sei più presuntuosa di tuo padre? Il libro è un romanzo di formazione. E' intrigante all'inizio e crea nel lettore l'aspettativa di zia Vittoria: è l'attesa di un personaggio caratteriale, viscerale e sanguigno. Ed invece questa figura resta a latere, talvolta richiamata nella trama ma mai protagonista. Il racconto si svolge o meglio rotola lungo una vicenda banale e un sistema fragile di personaggi. Non appoggiandosi alla trama e ai caratteri, alla complessità dei loro legami come nell'Amica Geniale, la scrittua rileva tutti i suoi limiti: scorrevole, ma fiacca, senza tempra, superficiale come la storia. Perché leggerlo? Chi si è innamorato dell'Amica Geniale non può perderlo.
Wait until spring, Bandini
Il racconto appartiene alla sagra del «The Bandini quartet» che racconta le vicende della famiglia italo-americana Bandini e in particolare di Arturo Bandini. L’ambiente è la famiglia: un padre che fa il muratore ed è quindi disoccupato nei lunghi inverni del Colorado, una madre che cerca di mantenere un decoro e un minimo di sopravvivenza e tre fratelli maschi, di cui Arturo, il più grande, che deve anche farsi carico delle ripetute scomparse del padre, spesso ubriaco. In questa situazione familiare già pesante, il tradimento del padre con una ricca signora del paese scatena la follia della madre, che trascorre lunghi periodi di depressione e rifiuta di accettare nuovamente il marito in casa. Sarà compito di Arturo andare a cercare il padre e ricondurlo a casa. I temi sono quelli familiari all’autore: i rapporti familiari, il legame del figlio con i genitori, la cultura cattolica e così via. Il racconto si sviluppa in modo lento, a tratti noioso e prolisso. Sono assenti gli accenti musicali che caratterizzano il romanzo precedente. Sembrano prevalere spesso i temi scontati, legati alla società italiana e alla religione cattolica (per esempio, il senso di colpa e il ricorso alla confessione, le cerimonie). La rivolta della madre, la sua ribellione a fronte di una dignità offesa, emergono come momenti di grande rilievo del racconto e costituiscono le pagine migliori. Un altro tema è il percorso verso l’età adulta di Arturo, percorso necessariamente reso più rapido dalla fragilità della madre e dall’assenza del padre.
The way home
Chris è cresciuto in una buona famiglia del ceto medio. Il padre ha unʼ azienda di installazioni: dedito al lavoro, carattere chiuso ma attento alle esigenze della famiglia , è come tutti i genitori pieno di aspettative sul futuro del figlio. La madre è protettiva, affettuosa, pronta ad accettare qualsiasi cosa dal suo ragazzo, così amato e desiderato. È una casa serena e benestante, ma allora come è possibile che Chris spacci droga, sia coinvolto in piccoli furti e in risse? > Non stava cercando di ferire i suoi genitori, veramente. Ma nella sua mente cʼera questo pensiero: essi hanno delle irragionevoli aspettative su di me. Non capiscono chi sono... io non voglio essere il loro buon ragazzo e non voglio le cose che essi vogliono per me. Se non lo capiscono, è un loro problema, non il mio . Accusato di spaccio di droga, di aggressione e di aver creato incidenti cercando di fuggire alla polizia, Chris subisce una pesante condanna. Viene rinchiuso in un istituto di correzione per minori, frequentato prevalentemente da ragazzi di colore. Dimostrando di avere un carattere più forte di quanto ci si potesse aspettare, il ragazzo riesce a sopravvivere in un ambiente che gli dovrebbe essere ostile. Si crea, anzi, una serie di amicizie, che si manterranno, una volta fuori dal carcere. Gli unici momenti di attrito li ha con un giovane più grande, violento ed aggressivo, di nome Lawrence. Lʼautore non approfondisce, tuttavia, lʼambiente del carcere, che sembra assomigliare più ad un collegio che ad una prigione, anche se minorile. Lʼattenzione è tutta rivolta a descrivere i rapporti tra Chris e suo padre: una relazione fredda, assente, di reciproca diffidenza. Per il padre troppo forte è stata la delusione per riuscire a dare solidarietà ed affetto al figlio. Il ragazzo percepisce la disistima del genitore e si chiude in sé stesso, forte della sua nuova esperienza, che vive come una conquista. Le relazioni genitore - figlio sono così difficili che si rimane stupiti quando, nella seconda parte del romanzo, si ritrova Chris a lavorare per il padre. Durante un intervento di installazione in un appartamento, Chris e Ben, un suo ex compagno di carcere, scoprono una borsa di denaro sotto un pavimento. Non rubano il denaro, lo lasciano dove lo hanno trovato ripromettendosi di non farne notizia. Ben, tuttavia, lo dice a Lawrence con il quale è andato a bere una sera. Lawrence ruba il denaro senza sapere che è di due pericolosi criminali, che lo hanno nascosto per riprenderselo, una volta usciti dal carcere. I due delinquenti uccidono Ben nel tentativo di scoprire chi ha il denaro. Chris non rivela la verità al padre e alla polizia, ma contatta Lawrence per vendicarsi insieme della morte dellʼamico. È il codice dʼonore del carcere. Alla fidanzata, che lo invita a non farlo, Chris risponde che > ci sono due personalità in me, cʼè la persona che tu conosci, e quella che é ancora dentro di me. Il ragazzo che fece delle cose sbagliate e fu rinchiuso in prigione. Quello che tu non hai mai incontrato . Sembra che Chris sia ormai perso, ma a salvarlo è proprio Lawrence, che fa in modo che Chris non compia la vendetta, che ricade solo su di lui, il ragazzo cattivo. Infatti il destino è segnato dalla nascita: Chris è «nato in un buon sobborgo, cresciuto in una amorevole casa», Lawrence > non aveva mai trovato quel posto ( dove) ti parlano con gentilezza e pazienza invece che con sarcasmo e crudeltà . Il romanzo persegue diversi filoni narrativi: i conflitti intergenerazionali, lo sviluppo dallʼadolescenza allʼetà adulta, che spesso ha sbocchi positivi solo per fortuna, la presa di consapevolezza da parte dei genitori che i figli hanno proprie aspirazioni e desideri. Il lieto fine non deve portarci ad un facile ottimismo sul cambiamento sociale. Tutto è già segnato dalla nascita: chi è bianco si può salvare, anche se ha perso talvolta la retta strada, chi è nero non può che essere trascinato in basso, al mondo dal quale cerca disperatamente di elevarsi. Temi sociali e psicologici interessanti sono annacquati in un ritmo narrativo lento, privo di azioni e talvolta banale. Soprattutto nella narrazione della vita del carcere, sembra che lʼautore voglia dare una visione serena e rassicurante della così detta riabilitazione dei giovani delinquenti. Il salto tra la prima parte, il Chris cattivo, e la seconda, il Chris buono, è così rilevante e poco approfondito che rende inverosimile lʼintero racconto. Infine, le recensioni presentano Pelecanos come un autore di noir, anche se di carattere sociale. Da questo punto di vista si resta delusi per la mancanza di azione e di suspense. Perché leggerlo? Si legge piacevolmente, ma niente di più.






































































































