L'adolescente
Arkadij Dolgorukij, lʼio narrante, è il figlio naturale di Versilov, > un uomo, asciutto e superbo, nei miei riguardi altezzoso e negligente e che..., dopo avermi generato e abbandonato tra gli estranei, non solo non mi conosceva affatto ma non se ne pentiva neanche mai . Arkadij soffre profondamente lʼindifferenza del padre, anche perché questʼultimo ha portato con sé la madre e perché ha ridotto il ragazzo in una situazione di forte disagio sociale, in quanto è noto a tutti la sua posizione di figlio illegittimo. > Ero come un escluso... e avevo deciso di ripudiarli tutti e di rinchiudermi definitivamente nella mia vita . A togliere dallʼisolamento il ragazzo, che ha ormai concluso gli studi liceali, è una lettera di Versilov, che lo invita a Pietroburgo. La prima parte del romanzo narra la conoscenza da parte di Arkadij della figura complessa e sfuggente del padre: è un rapporto difficile anche perché > quellʼuomo non era che il mio sogno, il sogno degli anni dellʼinfanzia. Così lo avevo inventato io stesso, mentre in realtà si era dimostrato diverso, caduto tanto al di sotto della mia fantasia . Ma non è solo Versilov il centro della vita di Arkadij. Il giovane si trova dentro un vero e proprio «enigma», fatto di personaggi, di relazioni e di vicende, tra i quali si trova a disagio con il suo carattere, rigido, solitario e orgoglioso. Suo malgrado, deve riconoscere che le persone hanno più facce, che i rapporti tra di esse sono spesso ambigui e che è un «assioma sacrosanto» quanto dice un famoso verso di Puskin: «del basso vero mʼè più caro/lʼinganno che ci trasfigura». Nella seconda parte del romanzo, sembra che Arkadij abbia accettato questa realtà. Conduce una vita dissipata, dedito al gioco, al bere e alle donne, e trascurando la madre e la sorella, che ha appena conosciuto. Potrebbe essere un momento normale nella vita di un adolescente, se non fosse che Arkadij porta con sé un terribile segreto: ha cucito nel cappotto un documento con il quale Katerina Nikolàevna, già amante di Versilov, formulava il progetto di fare interdire il padre, un ricco e vecchio principe, al quale, tra lʼaltro, Arkadij è profondamente legato. La scoperta di questo scritto porterebbe il principe a diseredare la figlia e favorirebbe le aspirazioni della sorellastra di Arkadij,che vorrebbe sposare il vecchio aristocratico. A complicare le cose è che Arkadij è innamorato di Katerina e non vorrebbe tradirla. È inoltre affezionato alla sorellastra, affascinato dalla sua intelligenza e dal suo forte carattere. Tutti sospettano che il giovane abbia il documento e quindi lo blandiscono con atteggiamenti e parole, interpretati dallʼingenuo Arkadij come atti di vera amicizia e persino di amore. È difficile muoversi nellʼintrigo, soprattutto quando non si ha la percezione del bene e del male e quando le persone non sono né chiaramente cattive né nettamente buone. Domina «lʼanima del ragno», ossia che lʼuomo > possa accarezzare nella propria anima un altissimo ideale accanto alla più grande bassezza, e tutto in perfetta buona fede . Ma anche Arkadij si fa catturare da «ignominiosi pensieri», per esempio, utilizzare il documento in suo possesso per conquistare lʼamore di Katerina. > Di dove mai , dunque, era venuto tutto ciò, già così pronto? E questo, perché avevo lʼanima del ragno! Vuol dire che tutto era germogliato da un pezzo e giaceva nel mio cuore corrotto, giaceva nel mio desiderio . Ed è proprio la debolezza di Arkadij, il suo lasciarsi attirare dal male, a far precipitare la situazione nella terza parte del romanzo. Il giovane si fa a sua volta ingannare da alcuni criminali, che gli rubano di nascosto il documento e cercano di ricattare Katerina. Con orrore il giovane deve poi scoprire che essi sono dʼaccordo con Versilov.. La doppia personalità di Versilov si pone dinanzi al giovane come una «immagine spezzata», tanto più dopo un intenso e tante volte atteso colloquio, nel quale Versilov aveva dichiarato al figlio il suo amore per la madre, salvo poi inviare a Katerina una richiesta ufficiale di matrimonio. Ma allora chi è veramente il padre? Forse solo un uomo spinto dal capriccio, da una vanità senza freni, pensa Arkadij. La disillusione della figura paterna si è compiuta. Arkadij non è più un adolescente. Lʼadolescente è il più contemporaneo dei romanzi dellʼautore. A ciò contribuiscono diversi elementi: la modernità del rapporto tra padre e figlio, il tema pirandelliano della doppiezza, i caratteri polizieschi della trama, piena di colpi di scena e che spesso lascia il lettore in attesa di quanto verrà in seguito. Il pregio maggiore del libro è proprio il ritmo serrato, che lascia poco spazio a considerazioni filosofiche, come spesso accade in altri romanzi dellʼautore. Al di là della nota abilità di Dostoevskij di strutturare i dialoghi, colpisce la capacità dellʼautore di richiamare la doppiezza nella struttura della frase: per esempio, i capitoli si chiudono sempre con lʼimmagine di una contraddizione, di un altro, disegnato anche con pochi tratti di parole. Perché leggerlo? È uno dei migliori romanzi di Dostoevskij, non apprezzato a sufficienza forse perché non richiama temi filosofici e religiosi.
L'Agnese va a morire
Il romanzo narra la Resistenza nelle Valli di Comacchio, tra la terraferma e le zone vallive. A differenza dei grandi libri sulla guerra di liberazione (1943 -1945), generalmente ambientati in montagna, «LʼAgnese va a morire» parla della guerra partigiana di pianura, dove > i tedeschi non sapevano che fra quegli uomini e quelle donne, in giro fra la neve, molti, quasi tutti, erano partigiani. Staffette inviate con un ordine nascosto nelle scarpe, dirigenti che andavano alle riunioni nelle stalle dei contadini, capi che preparavano lʼazione dove nessuno lʼaspettava. (...) Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano. La pianura, ed in particolare lʼambiente vallivo, sono lo sfondo delle vicende di Agnese: una donna grassa e vecchia, sino ad allora laboriosa lavandaia e ruvida contadina. > Una sera di settembre lʼAgnese tornando a casa dal lavatoio col mucchio di panni bagnati sulla carriola, incontrò un soldato nella cavedagna. (...) Aveva le scarpe rotte, e si vedevano le dita dei piedi, sporche, color di fango . Senza esitazione Agnese gli dà rifugio e gli indicherà poi la via della fuga, quando arriveranno i tedeschi. Con questo atto apparentemente ovvio Agnese inizia un percorso umano e politico, che la porta da > un odio adulto, composto ma spietato, verso i tedeschi, (...) verso i fascisti servi , a diventare > responsabile davvero di azioni incomprensibili e di imprevedute decisioni . Dapprima le viene chiesto di portare un pacco e lei risponde: «se sono buona»; poi diviene la coordinatrice della staffette e nel contempo assicura un sicuro nascondiglio al comando di brigata; infine, viene costretta a fare in solitudine scelte rapide e rischiose, che coinvolgono la vita di molti partigiani. Tutto ciò resterebbe un racconto astratto se non fosse calato mirabilmente nellʼambiente vallivo e nelle situazioni di lotta e di sopravvivenza che lo caratterizzarono. Nelle diverse stagioni, dalla primavera allʼinverno, le condizioni di vita sono sempre più dure, e ad esse corrisponde un crescente inasprirsi dello scontro tra partigiani e tedeschi. > Andavano con le barche dentro il canale verde, viscido come una lumaca. Ai lati le canne erano alte, ma non facevano ombra: il sole passava fra i gambi diritti, nudi, come da unʼinferriata, e bruciava sullʼacqua, sulle erbe a galla che parevano bisce morte. (...) È un luogo magnifico, disse il Comandante, le canne non fanno verde, non fanno ombra, ma nascondono. (...) LʼAgnese conosceva quel rumore della valle di notte: ronzare sordo, un grido isolato . Il contingente dei partigiani si è rifugiato in un casone sperduto nella valle e qui > verso sera cantavano, con voce bassa perché nessuno li sentisse, e il canto sembrasse poco più il fruscìo della canne... (...) Le staffette portavano allʼaccampamento il pane, il vino, gli ordini e le circolari... . Con lʼinverno e la pressione crescente dei tedeschi, > via, via dalla casa, via dalla prigione, prigionieri ancora di quellʼacqua scura, sconvolta, piena di erbe e di fango, ma già avviati verso la terra, dove si respirava aria propria, aria pura, non soltanto quella respirata dal compagno vicino, e si camminava non in pochi metri di pavimento, ma avanti, per una strada, per un argine, per un campo, avanti fino al mondo degli uomini liberi . Stretti tra i tedeschi e gli alleati, in fuga da un ambiente ostile e insopportabile, i partigiani vanno a morire, > pur di arrivare a riva, di essere fuori dallʼacqua, di mettere i passi sul suolo che non tremava . Agnese sogna il marito morto durante la deportazione in Germania > Comʼè dura, vero? Lo so che non ne puoi più. Ma non è ancora lʼora di liberarsi, Agnese. (...) LʼAgnese lo vide aprire la porta sul freddo della scala, sentì in faccia veramente quellʼonda fredda. Poi si accorse che non era Palita (il marito), e dietro di lui cʼera un altro, e un altro, e un altro. Lʼultimo richiuse piano la porta. Dopo tanti uomini protagonisti della Resistenza, ecco finalmente una donna, e non certo unʼintellettuale! Solo perché rende giustizia al contributo femminile alla lotta partigiana il romanzo merita un posto di primo piano nella letteratura sulla guerra di liberazione. Non bisogna lasciarsi limitare da questa chiave interpretativa: nel romanzo ci sono numerosi personaggi, tanti episodi della vita civile e combattente, un intenso ritmo narrativo, ricco di colpi di scena, non ultimo quello finale. Dalla critica è stato considerato un romanzo neorealista; se ci si lascia affascinare dalla scrittura, ed in particolare dalle descrizioni dellʼambiente vallivo, ci si accorge come il racconto abbia un sottofondo lirico e persino onirico. Si potrebbe supporre che sia unʼepopea sognata, iliade moderna, densa di miti e di figure eroiche: proprio ciò di cui abbiamo bisogno. Lo stile è asciutto, con un uso sapiente della punteggiatura: le frasi brevi e concise non spezzettano la narrazione, ma ne danno efficacia comunicativa, anche perché aiutate dalla ricchezza degli aggettivi e dal ricorso a dialoghi brevi e sintetici. Perché leggerlo? Un capolavoro nei contenuti e nello stile!
Anna Karenina
Il romanzo racconta due vicende che si svolgono in parallelo e che trovano origine nel rifiuto di Kitty di sposare Levin, preferendo il bello e aitante ufficiale Vronskj. Da questo atto di vanità e di leggerezza, immediatamente sconfessato dall’innamoramento di Vronskj per Anna Karenina, prende le mosse il percorso di Levin, il suo amore per la campagna, il suo avvicinamento a Kitty sino al matrimonio e alla scoperta della fede; e si sviluppa invece la triste storia di Anna, la sua relazione con Vronskj, l’abbandono del marito, la convivenza all’estero, in campagna e a Mosca sino al tragico suicidio. Si è in presenza di una trama «ufficiale», che vorrebbe, forse, esprimere il pensiero e il messaggio di Tolstoj: solo l’attaccamento ai valori religiosi e a quelli tradizionali della Russia possono salvare l’uomo e il paese, mentre la vanità e l’ipocrisia, caratteristiche tipiche dell’aristocrazia, non possono che condurre alla distruzione personale e al disfacimento morale e sociale di un popolo. Il generoso e profondo Levin trova nelle responsabilità del matrimonio, della famiglia e della gestione della terra la risposta ai propri interrogativi sociali ed esistenziali. Non sono le nuove tecniche di produzione, le teorie economiche e i filosofi a dargli questa risposta, ma la vita stessa gli ha dato la rivelazione attraverso la coscienza del bene e del male. > Non ho acquistato il sapere, ma mi è stato dato... perché io, con le mie sole forze, non avrei potuto conquistarlo . L’elegante e colta Anna, invece, che non ha rispettato i legami con i tradizionali sentimenti religiosi e sociali della Russia, è condotta, suo malgrado, alla disperazione: > quante cose, (quando ero bambina) che a quei tempi mi parevano belle e inaccessibili ora mi paiono misere! E quel che possedevo allora, ora è perduto per sempre . Ma la contraddizione tra la ragione, che conduce alla morte, e la fede che conduce alla vita è presente sino agli ultimi momenti della vita di Anna: > Sì tutto mi disturba, mi tormenta. La ragione ci è data per liberarci da quello che ci tormenta. Dunque, bisogna che me ne liberi. Perché non spegnere la luce, se non si ha più voglia di vedere nulla, se non si prova più altro che avversione nel guardare le cose?....ad un tratto il buio che avvolgeva ora ogni cosa per lei fu squarciato e la vita le si presentò per un attimo con tutte le sue chiare gioie passate... Signore, perdonatemi tutto! proferì ancora, sentendo l’impossibilità di lottare. Il Mugik, borbottando qualche cosa, lavorava sulle fondamenta . Via via che si sviluppa il romanzo, il personaggio di Anna Karenina assume una vita autonoma, che travalica le stesse finalità dell’autore e che le dà peculiarità ben differenti da quelle richieste dalla trama ufficiale. Sembra quasi che Tolstoj si innamori di questa sua creatura e non riesca a farla stare all’interno del ruolo progettato. Dapprima è evidente che Anna è una figura vacua e vanesia, che risponde appieno ai falsi canoni dell’aristocrazia russa, ma poi lentamente cresce la complessità di questo personaggio, che ricerca l’amore assoluto e una vita autentica, al di fuori delle ipocrisie della società. Anna è agitata da un profondo senso di colpa, per l’abbandono del marito e soprattutto del figlio, ma tuttavia sente di non essere colpevole, perché vuole soltanto «vivere la sua vita» in modo sincero e vero. Da questo punto di vista non la si può definire una figura romantica, in quanto la storia di amore è importante ma costituisce in fondo il fattore scatenante di unʼaspirazione spirituale più profonda: la volontà di vivere la propria libertà senza ipocrisie e false convenzioni. Anna Karenina è un personaggio tragico, che si distrugge e distrugge gli altri, quasi spinta da un demone (il sogno del vecchio Mugik) e da un destino che è al di sopra della sua stessa volontà. Nel corso del romanzo si attua una sorta di «rovesciamento», una profonda modifica di prospettiva, che porta all’esaltazione del personaggio di Anna, apparentemente fragile e colpevole, rispetto ai più noiosi e piatti Levin e Karenin.
L'armata dei fiumi perduti
Il romanzo è ambientato nel Friuli nel 1944 e tratta di una vicenda effettivamente accaduta. In quellʼanno i tedeschi trasferirono nel Friuli una armata di cosacchi, i quali si erano schierati dalla parte di Hitler nellʼillusione di poter sconfiggere i bolscevichi, loro nemici storici. Si trattava di un popolo che aveva vagato per lʼEuropa con donne e bambini alla ricerca di una terra e con la promessa di un ritorno vittorioso nei luoghi di origine, tra i grandi fiumi della Russia europea. Il racconto ruota intorno alla figura di una donna, Marta. Ella è giunta al paese con il proprio fidanzato e con Anita, la sorella di questʼultimo. Ma resta presto sola perché il fidanzato viene inviato sul confine russo e non fa più ritorno. Marta vive con una ricca vedova ebrea di origine slava, che era scappata dalla Russia a seguito delle persecuzioni anti semitiche e si era rifugiata in uno sperduto paese del Friuli. Si vive in unʼapparente serenità, che viene travolta da una retata di tedeschi che portano via la signora ebrea e con essa un gruppo di zingari, che stanziavano con la loro carovana nelle vicinanze del villaggio. Marta resta da sola con Anita, che è in attesa di un bambino, e con un vecchio zingaro, che casualmente si era salvato. Marta è una donna forte, che guarda sempre al futuro ed affronta quindi le avversità con grande coraggio. Arriva dal fronte russo un giovane, Ivos, con il quale la donna ha una breve relazione, ben presto interrotta dalla decisione del giovane di raggiungere i partigiani. Soli in una grande villa, Marta, Anita e il vecchio zingaro vivono in una stato di sospensione, di attesa, cercando di condurre una vita normale in una situazione sempre più difficile e drammatica. A questo punto arrivano i cosacchi, che travolgono la vita del villaggio, sia sotto il profilo materiale ( prima derubano e poi si installano nelle case stesse) che per quanto riguarda la vita sociale, introducendo i propri costumi e intrecciando relazioni con la gente del luogo. In realtà i friulani sembrano accettare lʼarrivo degli invasori, anche perchè si sentono accumunati con essi dal desiderio di una terra e di trovare, finalmente, una soluzione a sofferenze secolari. A casa di Marta vengono a vivere una famiglia ( una donna, un giovane e un ragazzo di dodici anni) e i due comandanti del distaccamento dei cosacchi: Gavrila e Urvan. Con questʼultimo Marta intreccia una relazione sentimentale, che, nellʼidea della donna, potrebbe concludersi con una fuga in America per vivere insieme. In questa parte del romanzo, i toni sono leggeri e malinconici: i cosacchi sono anche capaci di divertirsi e di divertire ma portano con sé una profonda nostalgia per la propria terra, per i propri costumi ed usanze. > Nellʼanima di Urvan, dentro dentro, vagavano ancora i fantasmi di quei costumi arcaici, come un ricordo attenuato e sbiancato, che aveva le sue radici in tempi consumati e disfatti da secoli. Aveva la sensazione di essere capitato chissà dove, e di essere atteso dietro il muro da eventi oscuri e imprevedibili . Sia i cosacchi che la gente del luogo si illudono che si possa continuare a vivere > dentro casa, un luogo separato dal mondo, come in una nave senza ormeggi che scivolasse su un mare privo di variazioni e di tempeste . Ad un certo punto la situazione precipita. La pace guerreggiata tra cosacchi e partigiani si trasforma in guerra aperta. Cominciano una serie di vicende sanguinose, gratuitamente crudeli. In realtà non cʼè nessun motivo per combattersi, ma è come se si rompesse il fragile legame di convivenza fra due popoli. I cosacchi, che sino a quel momento, avevano rispettato le donne i costumi locali, cominciano a compiere violenze e omicidi senza neanche sapere il perché, è come se fosse sparita la speranza di unʼisola felice, di una patria. > Ma soprattutto era la patria mentale ad essere svanita, quellʼordine di pensieri per cui un uomo aveva sempre la sensazione di trovarsi, dentro di essi, in un luogo noto e rassicurante . Ad un certo punto i cosacchi decidono di rimettersi in marcia e ritornare alla propria terra. Sarà un esodo drammatico, in quanto molti moriranno per fatiche e malattie, altri nei combattimenti con i partigiani, gli ultimi compieranno un suicidio collettivo per non essere trasferiti in Russia, dove li aspetterebbe una morte certa. Marta resta di nuovo sola, ma il romanzo va verso una conclusione naturale, perché il mondo deve continuare. Nasce il bambino di Anita e Marta ritrova Ivos e decide di vivere insieme con lui: forse non ci sarà una vera felicità, ma con coraggio si riprenderà a lottare per sopravvivere. Il romanzo si sviluppa su due temi, lʼuno sociale-collettivo, lʼaltro più intimo-familiare. Il tema sociale, che rende questo romanzo attuale, riguarda lʼincontro di due popoli, che si inquadra, tuttavia, nellʼidea che si è sempre dei naufraghi: > lʼumanità era giunta ad un punto in cui sempre più ci sarebbero state intere popolazioni senza patria, nomadi cacciati via dalle loro terre, crocifissi a situazioni dolorose e senza via di uscita, sospinti da eserciti e da guerre . A questa situazione di rinnovate barbarie lʼautore non trova una soluzione sotto il profilo sociale e politico, ma la ricerca nella forza dei rapporti familiari ed intimi e soprattutto nella donna. Marta rispecchia la terra-madre, la figura in grado di creare convivenza. > Era una donna semplice, perfino elementare, che attorno a sé, come sempre, non riusciva a vedere se non uomini, soltanto uomini, tutti simili tra loro, che parlavano lingue diverse, che avevano in mente cose differenti, ma erano tutti tartassati dalla guerra e dalle sventure, tutti dispersi nel disordine e nel buio del mondo . Il ritmo narrativo è lento, talvolta troppo, ma è la scrittura che sorregge la lettura. Si rimane affascinati e avvinti da una prosa calma e distesa, che riesce a creare una sorta di nebbia, di velo rispetto alla crudeltà del destino: in fondo è ciò che vogliono i personaggi. Come disse lʼautore, > mi piace vedere da lontano, descrivere i fatti come se già fossero storia o leggenda . Perché leggerlo? È bella la storia, il libro è scritto molto bene e poi è un romanzo attuale che parla dellʼincontro di due popoli e della forza inesorabile dellʼunica appartenenza al genere umano.
Le avventure di Cipollino
> Cipollino era figlio di Cipollone e aveva sette fratelli. (...) Gente per bene, bisogna dirlo subito, però piuttosto sfortunata. Cosa volete, quando si nasce cipolle, le lacrime sono di casa . Così inizia il libro. Con poche e semplici parole lʼautore introduce il protagonista, appunto Cipollino, il mondo del romanzo, dove i personaggi sono verdure e frutta, e la lieve ironia, che caratterizza lʼintero racconto. Non ci sono gli uomini né le figure tipiche della vita contadina; in modo geniale lʼautore sviluppa la storia intorno agli alimenti che nellʼinfanzia siamo richiamati continuamente a mangiare e lo facciamo di malavoglia. In tal modo Rodari rovescia la questione: nessuna morale per i bambini, lʼodiato cibo diviene il protagonista di incredibili e bellissime storie, che sono lʼoccasione per farci riflettere sulla libertà. Cosa ci dice Cipollino con gli altri incredibili personaggi? La libertà è lottare per una vita autentica, non fatta di apparenze, una vita nella quale ciò che conta sono gli amici e non le gerarchie sociali, le convenzioni, il rispetto del potere. È un invito ad essere sé stessi, però senza pretese, lasciando al bambino, e a noi adulti, il piacere di divertirci. Il racconto prende le mosse da un sopruso: sor Zucchina si è costruita una casa minuscola, dove > la mano destra sta in cucina, la mano sinistra sta in cantina, le gambe in camera da letto e la testa esce dal tetto . Pomodoro vuole confiscare la casina, perché sostiene che è stata costruita sul terreno delle Contesse del Ciliegio. Cipollino si ribella e da lì si sviluppa la storia: la gente del villaggio (Mister Uvetta, Fagiolino, Pero Pera ed altri) nasconde la casina presso sor Mirtillo, che «abitava in un riccio di castagna» e aveva appeso un cartello invitando i > signori ladri, prima di entrare il campanello vogliate suonare . Il racconto ci introduce poi al Castello del Ciliegio, dove vive Ciliegino, un bambino solo e malinconico perché, dice Rodari, «o che brutta malattia essere senza compagnia». Cipollino e Ciliegino diventano amici, una verdura tra le più vili, un frutto tra i più gustosi. Alla faccia delle barriere sociali! Insieme combattono per liberare gli amici, nel frattempo rinchiusi in prigione, per salvare la casina di sor Zucchina, e sconfiggere i cattivi della storia, ma senza acredine, quasi con commiserazione. Le avventure sono tante e non sempre finiscono bene. Ci sono due personaggi minori, che indicano più di altri la sottigliezza di Rodari. Sor Pisello è il classico azzeccagarbugli, pauroso e servile. Malgrado sia stato salvato da Cipollino, tradisce i nostri amici per farsi benvolere dal potere: è il classico intellettuale italiano sempre pronto a far voltagabbana secondo come vanno i potenti? Mister Carotino è un famoso detective, il quale ovviamente non scopre mai nulla. Ciò che dice Mister Carotino viene ripetuto, ma rafforzato, dal fedele cane Segugio; per esempio: > Siamo in pericolo - costatò Carotino, senza battere il ciglio, mettendo mano alla rete per farfalle - Siamo molto, molto in pericolo - gli fece eco il cane . Se pensiamo alle inchieste poliziesche del nostro paese che spesso non conducono a nulla, ma creano un grande frastuono, forse Rodari ha voluto demitizzare lʼapparato poliziesco, come per dire: non abbiate paura sono tutti come Carotino! Alla fine vincono i buoni ma soprattutto il mondo risulta capovolto. > Gli avvenimenti precipitano e noi li lasciamo precipitare: i giorni cadono lʼuno sullʼaltro come i foglietti di un calendario, passano le settimane a sette a sette e noi non facciamo a tempo a vedere niente, come quando al cinema la macchina impazzisce, e appena torna a girare abbastanza piano perché noi si possa finalmente vedere che cosa succede, tutto è cambiato. Con Rodari è facile cadere nella trappola di cercare significati reconditi nei suoi personaggi e nelle sue storie, ma si è spinti inesorabilmente in questa direzione perché il mondo descritto è troppo simile al nostro, troppe volte ci ritroviamo dentro ai meccanismi della nostra società, assurdamente oppressivi ed ingiusti. Che il mondo non sia una grande matrioska, nella quale tutte le distorsioni sociali ed etiche si ripetono a tutti i livelli della natura? A distoglierci da questa amara conclusione e a ricordarci che siamo dinanzi ad uno splendido racconto per ragazzi è lo stile narrativo: elegante, arguto, apparentemente semplice, lieve ma profondo. Sono le parole la vera magia di Rodari, tanto che solo leggendolo ad alta voce il racconto acquisisce il suo fascino ed anche il suo vero senso: un volo nellʼimmaginazione, nella fantasia dove tutto è possibile, dove anche le cipolle hanno unʼanima. Perché leggerlo? Riflessivo, divertente, inebriante.
Avventure fra le pellirosse
Il romanzo, pubblicato sotto il pseudonimo di Guido Landucci, è un adattamento di uno dei primi racconti di genere western, scritto nel 1837: «Nick of the Woods: A Tale of Kentucky» di Robert Montgomery Bird. Forse per questo motivo il romanzo presenta alcuni tratti originali rispetto all'approccio tipico di Salgari. Lo schema tradizionale dell'autore è il seguente: un eroe, spesso defraudato della propria ricchezza e del proprio rango sociale, è affiancato da personaggi, che hanno il ruolo di alleggerire il profilo del protagonista, il più delle volte rigido e compatto. Talvolta l'autore inserisce elementi sconcertanti ed ambigui: come nella «Stella dell'Araucanìa», dove un nobiluomo diviene cannibale a contatto con i selvaggi, a conferma del lato oscuro di ciascuno di noi, anche di chi è civilizzato. In «Avventure fra le pellirosse» lo schema è differente: un personaggio di spalla si rivela il protagonista, mentre la narrazione, come al solito fitta di dialoghi, è inframezzata da storie di terribili e sanguinose stragi compiute dai pellirossa; elemento quest'ultimo in evidente contrasto con l'ingenuo anticolonialimo di Salgari, spesso dalla parte dei popoli oppressi. Veniamo alla trama. Due giovani, Rodolfo e Mary, giungono in Texas alla ricerca dell'oro: sono stati privati dell'eredità di un ricchissimo zio, il cui testamento è stato rivendicato dal tutore di un bambino, indicato come erede. Fin dall'inizio si capisce come i due giovani non abbiano alcuna idea dei pericoli ai quali vanno incontro: una vasta e desolata prateria che si trasforma in fitte boscaglie nelle vicinanze del Rio Pecos, fiume da attraversare se si intende andare nelle zone dove si dice ci sia l'oro. A partecipare all'avventura ci sono altri personaggi, dei quali è utile ricordare: Telie, una ragazza che vuole trovare il padre rapito dagli indiani, e Morton il Sanguinario, con il suo inseparabile cagnolino. E' un quacchero, ritenuto «l'uomo più inoffensivo della pianura», con un fucile vecchissimo e «quasi» guasto e un coltello, che «probabilmente non era mai uscito dalla guaina per uccidere un indiano». Oltre ai selvaggi pellirossa scorrazza per la pianura Scibellok, creduto dagli indiani uno spirito infernale: li uccide spaccandoli il cranio e lasciando come segno una croce in mezzo al petto. Siamo nel classico romanzo gotico inglese! Rodolfo è un giovane valoroso ma è totalmente incapace a condurre il piccolo gruppo; ed infatti, dopo diverse avventure, le due ragazze, Mary e Telie, vengono rapite dagli indiani. Nel tentativo di liberarle viene fatto prigioniero anche Rodolfo. A questo punto scopriamo che il padre di Telie è divenuto un capo indiano e, peggio ancora, è al servizio del perfido tutore: quest'ultimo intende sposare Mary ed uccidere Rodolfo in quanto nel vero testamento i due giovani sono indicati come eredi. Pure Morton viene catturato. > L' Avvoltoio Nero non è abituato a risparmiare i suoi prigionieri. Io amo le stragi e non disdegno di bere il sangue degli uomini bianchi. (...) Morton (...) era stato assalito da un tremito nervoso così forte, da non potersi più reggere in piedi. Era stata l'emozione provata, o la fatica, o qualche altra cosa, il tremito si era cambiato in un accesso convulso . L'Avvoltoio Nero pensa che Morton sia un grande mago e che possa fargli trovare Scibellok, lo sterminatore dei pelli rossa. Volete sapere il finale? Non voglio togliere la sorpresa; dirò soltanto che il tutto si conclude con un lieto fine. Il romanzo è una miscellanea, nella quale si mescolano con efficacia lo stile di Salgari, generalmente razionale e meccanicistico, e il gotico ridondante e tenebroso di Montgomery Bird. Morton è il protagonista e nella sua figura si sovrappongono il pacifismo e l'odio, il senso di comunità e la solitudine, la forza e la fragilità: sentimenti contrastanti che non possono coabitare troppo a lungo, preannunciano una fine terrificante e dolorosa. C'è poi un peculiare personaggio di spalla: un cagnolino bianco, una novità per Salgari, fedele compagno di un solitario ed eccezionale guida nella grande prateria. Sono poi presenti tutti gli ingredienti che ci fanno amare Salgari: il succedersi di avventure, le sorprese, i finali dei capitoli che preannunciano altre azioni, il desiderio di andare avanti nella lettura. L'autore italiano non si sofferma, tira dritto con il suo ritmo narrativo incalzante. Perché leggerlo? Non è tutto parto di Salgari, ma è magistralmente adattato ed è un piacere leggerlo.
Balzac e la piccola sarta cinese
Siamo nel 1971 in Cina durante la rivoluzione culturale di Mao. Due ragazzi vengono inviati a rieducarsi in uno sperduto villaggio di montagna. Uno dei due è il narratore mentre l'altro è il suo amico Luo. Di certo, attraversa l'intero romanzo una critica al regime comunista; critica condotta con ironia e leggerezza ma non per questo meno graffiante. Se si limitasse al racconto di come due simpatici e sfortunati ragazzi di città siano sopravvissuti in un ambiente così distante dalla loro provenienza sociale e culturale, il libro resterebbe rinchiuso nella sua dimensione storicamente datata; in realtà l'autore affronta il tema universale del libro come scoperta di se stessi e strumento di emancipazione. I due amici si imbattono in una ragazza, figlia del sarto locale. > Quando si chinava sopra la macchina da cucire, la risplendente base di metallo rispecchiava la scollatura della sua blusa bianca, del viso ovale e lo scintillio negli occhi, senza dubbio i più belli nel distretto . Sofisticata ed elegante, «in un posto dove quasi tutti andavano a piedi nudi», la piccola sarta affascina i ragazzi, dando un senso allo loro misera vita. Un altro fatto sopraggiunge a cambiare il destino dei due amici, e della piccola sarta: la scoperta di un baule che contiene i grandi romanzi della letteratura francese, da Balzac a Flaubert. Vengono in possesso dei libri e li leggono avidamente. > Sfogliarli con le punte delle dita mi faceva sentire come se le mie fragili mani fossero in contatto con le vite umane . E' una sensazione meravigliosa ma insidiosa perché immergersi nella natura umana tramite la penna dei grandi scrittori dell'Ottocento travolgerà i ragazzi e trasformerà la piccola sarta cinese. «Non sarà più una semplice ragazza di campagna». In Luo, ormai amante, c'è come un delirio di onnipotenza: poter governare la crescita culturale della piccola sarta. E' possibile? > Vuole andare in città, disse (il padre). Menzionò Balzac. (...) Disse che ha imparato una cosa da Balzac che la bellezza di una donna è un tesoro al di là di qualsiasi prezzo . Era forse meglio lasciarla ignorante? In larga parte il romanzo ha una trama lineare, ricca di episodi gustosi, sorprendenti e gioiosi. E' come se i due amici si divertissero: si travestono, per esempio, da Mao per carpire i testi di canzoni popolari da un vecchio selvatico montanaro e così darli al proprietario dei libri in cambio di alcuni romanzi: progetto riuscito ma che fallisce perché le canzoni sono fortemente erotiche e quindi in contrasto con la morale socialista. Ad un certo punto la narrazione muta di segno e diviene cupa e opprimente. Subentrano due metafore, quelle del precipizio e del corvo, presagi del disastro verso il quale si stanno dirigendo i due amici (secondo la cultura cinese gli oracoli hanno un'importanza fondamentale perché ci dicono quale sia «la via del Cielo»). Successivamente, il narratore si ritrae per lasciare spazio al racconto degli altri personaggi: il vecchio montanaro, Luo e la piccola sarta. E' un momento lirico, distante dall'approccio narrativo seguito sino al quel punto. E' come se il narratore accettasse definitivamente di essere messo in un ruolo ancillare; tuttavia, capiamo come stia percorrendo pure lui un suo percorso, verso la comprensione della femminilità. Ed infine assistiamo al racconto, rassegnato e disperato, dell'aborto della piccola sarta, la quale compie le sue scelte all'insaputa di Luo che l'ha messa incinta. E' come se la libertà della donna richieda sempre un atto doloroso. La scrittura è elegante, in grado di orchestrare con differenti registri lessicali e sintattici. Fluido, brioso, effervescente, l' autore riesce a non disperdere la narrazione pur affrontando numerosi temi, molti dei quali in sovrapposizione e persino in contrasto. Può mantenere la barra dritta sul finale, sorprendente e inquietante, perché la storia ruota intorno al fascino misterioso del libro. Perché leggerlo? E' un gioiello!
Bilal
Il libro fa parte di un genere letterario, che ha la sua maggiore espressione in Gomorra e che può costituire un occasione di rinascita per una letteratura esangue, quale quella italiana. Si tratta di un mix tra il romanzo e lʼinchiesta sociale. Fabrizio Gatti è un giornalista che compie le sue indagini sullʼimmigrazione, fingendosi un immigrato e quindi vivendone le condizioni di vita. Il romanzo nasce di per sé, in quanto lʼautore vive in prima persona le vicende narrate e le persone incontrate. Nella prima parte del libro lʼautore ha percorso il cammino tra Dakar e il confine della Libia descrivendo le condizioni disumane e soprattutto la violenza che caratterizza questi viaggi. Di fatto, le persone sono in mano ad organizzazioni criminali, colluse con le polizie locali, che colgono tutte le occasioni per taglieggiare i disperati. Il trasporto avviene con mezzi di fortuna ( vecchi camion, fuori strada), che spesso si rompono lungo il percorso, abbandonando i passeggeri ad una morte certa, nel deserto. La mancanza di soldi per proseguire il viaggio riduce gli immigranti in una sorta di schiavitù nelle zone di passaggio, costretti a lavorare per avere almeno qualche cosa da mangiare. Si tratta della parte più bella del libro, sia per le descrizioni dei luoghi (in certi momenti diviene quasi un racconto di viaggi), sia, soprattutto, per le amicizie che lʼautore stringe con alcuni dei compagni. E qui emerge in modo chiaro la spinta dellʼautore a compiere queste esperienze, ricerca dellʼavventura e nel contempo delle ragioni di una delle più grandi disperazioni del nostro tempo: > e stanotte mentre sto aggiornando il diario, chiuso nel sacco a pelo con la mini torcia elettrica stretta tra il collo e la spalla, sento che sono in balìa dellʼimmenso fiume di braccia. Mi accordo che non esistono approdi. Non sono più io a fare questo viaggio. È il viaggio, nella sua crudeltà infinita, a plasmare me . Nella seconda parte del libro, lʼautore riporta la corrispondenza via e-mail con due amici, conosciuti nel precedente viaggio, che sono rimasti bloccati in Libia. È la parte meno valida del romanzo, ma fornisce comunque una visione della Libia e della condizione degli immigranti in questo paese, che non è solo di transito, come pensiamo in Italia, ma è già spesso una destinazione di lavoro. Sotto la pressione dellʼItalia, la Libia porta avanti una vera e propria persecuzione degli immigranti, spesso concentrati in campi ai margini del deserto e poi abbandonati ad una morte certa. Ci sono poi due parti del libro, che non ci permettono di stare lontani dal problema, pensando che si tratti di questioni di altri paesi. Innanzitutto, Fabrizio Gatti riesce a farsi accettare come un curdo e si fa «imprigionare» nel campo di accoglienza di Lampedusa. Emerge un quadro vergognoso delle condizioni materiali di vita e del comportamento della polizia italiana, in evidente contrasto con i principi della nostra costituzione. Poi, il giornalista descrive la sua inchiesta, sempre fingendosi un immigrante, sulle condizioni di lavoro e di vita della raccolta dei pomodori in Puglia. La sintesi dellʼimpatto sul lettore è data da una riflessione dellʼautore: > li avresti lasciati ammazzare? La risposta è uno spartiacque. Non esiste via di mezzo. Non cʼè possibilità di mediazione tra un mondo di battaglie civili e i suoi surrogati di violenza . Infine nella parte finale, lʼautore ripercorre il viaggio «a ritroso» dalla Libia a Dakar, in parte per descrivere la cacciata degli immigranti dalla Libia e in parte alla ricerca degli amici dispersi. È una parte confusa, nella quale emergono in modo evidente i limiti della scrittura di Fabrizio Gatti, troppo giornalistica per reggere un libro così lungo e complesso. La domanda che ci si deve porre è come mai un libro così «forte» abbia avuto una risonanza così modesta. Una prima risposta può derivare, certo, dai limiti dello stile e del ritmo narrativo, il primo troppo frammentato per essere scorrevole, il secondo spesso ripetitivo e prolisso. Una seconda ragione è da ricondurre al modesto coinvolgimento degli italiani verso le condizioni dellʼimmigrazione. Siamo di fronte ad una generale indifferenza verso il «mercato dei nuovi schiavi». Purtroppo, caro Fabrizio Gatti, esiste una possibilità di mediazione tra un mondo di battaglie civili e i suoi surrogati di violenza: mettere la testa sotto la sabbia e rinchiudersi nel proprio condominio.
Biliardo alle nove e mezzo
Il romanzo si avvia in un'atmosfera kafkiana: l'ingegner Robert Fahmel, esperto di calcoli strutturali, si lamenta con la segreteria per aver disubbidito a un suo preciso ordine: non dire mai dove si trova, se non alla madre e al padre, ai figli, e a un certo Schrella, che scopriremo poi essere suo cognato e amico di liceo, quando entrambi non aderirono alla gioventù nazista. Siamo nel 1958, nella Germania dell'immediato dopoguerra, quando > tutto era come affondato nel passato, eppure presente. Nella regolare, persino liturgica, organizzazione della sua vita l'illustre ingegner Fahmel si reca ogni giorno, dalle nove e trenta alle undici, a giocare a biliardo in un grande albergo, e lo fa alla sola presenza di un fattorino, cui racconta gli anni del liceo quando i compagni avevano mangiato «il sacramento del bufalo» (un chiaro riferimento al nazismo che non viene mai citato) e picchiavano gli «agnelli di dio», quelli che si rifiutavano di aderire all'ideologia nazista. > Colpiva una palla con un colpo ora dolce ora duro, in apparenza senza ragione e senza scopo; (...) cinque volte, sei volte, quando la palla colpita urtava la sponda o le altre palle. (...) La giostra delle linee era sempre ancorata agli angoli, docile alle leggi della geometria e della fisica. Il quotidiano e solitario gioco del biliardo è il divertimento di un uomo amante delle leggi della statica o nasconde un qualche mistero che l'ingegner Robert Fahmel si porta con sé? Per un po' la domanda non trova risposta, in un romanzo caratterizzato da un continuo cambio di narratore, dalla terza persona all'io, e da sempre nuove finestre sul passato e sul presente, come vogliono le leggi della rimembranza. Per lunghe pagine seguiamo il racconto del padre di Robert; di quando, nel 1909, arrivò in città dalla campagna per partecipare a un importante concorso: la costruzione dell'Abbazia di Sant'Antonio. La descrizione delle ore trascorse in un café a preparare gli elaborati progettuali, mangiando formaggio allo zenzero, è una parentesi leggera e divertente in un romanzo cupo e senza speranza. D'altra parte il padre di Robert ha grandi aspettative, confermate dall'aggiudicazione della costruzione dell'Abbazia, che gli aprirà un futuro di successo e di fama come grande architetto, e che gli permetterà un matrimonio importante, con la promessa di una grande famiglia, di figli, nipoti e pronipoti. Ma proprio nel momento in cui consegnava gli elaborati il padre di Robert percepì un presagio del futuro: > socchiudendo gli occhi mi sembrava di avere davanti, già reale, l'intera massiccia costruzione, come se la guardassi da una finestra: i monaci chini al lavoro, i pellegrini che si dissetavano e le lavoranti che già sotto cantavano, attendendo trepide la fine del lavoro, con voci chiare e cupe, che mi giungevano quassù come un canto di morte. Allora chiusi gli occhi e già provai quel senso di gelo che solo cinquant'anni più tardi avrei sentito, uomo maturo, in mezzo al brulicare di vita. Le malattie, il nazismo e la seconda guerra mondiale gli porteranno via molti dei figli e la giovane nuora, sino alla pazzia della moglie; pure l'Abbazia sarà distrutta, demolita dai tedeschi stessi per fare terra bruciata agli alleati. Dal passato torniamo al presente, nel 1958, con una scena apparentemente marginale. Joseph, il figlio di Robert, è insieme alla fidanzata, ma è taciturno, chiuso in sé stesso, non vuole parlare e non vorrebbe andare a un pranzo di famiglia. Pure lui architetto, Joseph lavora alla costruzione della nuova Abbazia e ha scoperto alcuni numeri scritti dal padre in diversi punti dei resti del vecchio edificio: sono le indicazioni dove collocare la dinamite per demolire l'Abbazia. E' stato quindi Robert, ufficiale dei genieri, a distruggere quel capolavoro, che tanto rappresentava nella vita del nonno. Le palle, > rosse sul verde, bianche sul verde, la musica monotona delle palle, come un ritmo di un canto gregoriano, (...) quasi segni di una severa poesia , sono la metafora della ricerca di un ordine che sani, nella sua quotidiana liturgia, le ferite inguaribili di una Germania, in cui le colpe di un popolo si intrecciano a quelle dei singoli, i destini familiari lacerati al delirio di potenza di una nazione. «Perché perché perché», questa espressione interrogativa torna spesso nel romanzo. Come è possibile che un popolo intelligente e colto abbia generato tanta morte? Ed è possibile una conciliazione con il passato? Attraverso una storia familiare, che ruota attorno alla razionalità meticolosa dell'ingegneria nella costruzione così come nella demolizione, Boll riesce a trasmetterci il dolore e la confusione, il disorientamento e la disperazione di un popolo. In «Non disse nemmeno una parola» del 1952 Boll ha narrato la condizione di un popolo ridotto alla fame, tra le macerie della Germania postbellica; più avanti nel 1963, in «Opinioni di un clown», Boll disegnerà i guasti morali del miracolo economico (si vedano le recensioni in questo sito); in questo romanzo lo scrittore pare voler prendere le distanze dalla follia nazista, ma senza riuscirvi: il passato riaffiora di continuo e i personaggi sono come comparse, che brancolano tra la pazzia e l'indifferenza, forse l'unico modo per metabolizzare il lutto. Quali che siano i risultati, Boll fa i conti con la storia, senza nascondersi dietro una facile autoassoluzione. Noi italiani abbiamo fatto altrettanto? I Moravia, i Calvino e gli altri scrittori del dopoguerra hanno scritto delle nostre colpe, o si sono rinchiusi nel familismo, nell'astrattismo o nel vittimismo, come nella «Storia» di Elsa Morante (si veda la recensione di questo romanzo in questo sito)? Non dobbiamo aspettarci una trama lineare, per apprezzare il romanzo bisogna lasciarci avvincere dalla scrittura, dal fascino di una prosa che ricorda a tratti Thomas Mann (si veda la recensione dei «I Buddenbrook» in questo sito) e in altri la musicalità di Laszlò Krasznahorkai (si veda la recensione di «Melanconia della resistenza» in questo sito). Peccato che alla fine il romanzo si sia perso in uno scivolamento delirante verso il nulla. Perché leggerlo? Un capolavoro sofferente, su cui noi italiani dovremmo riflettere.
Un bosco di pecore e acciaio
Chi ascolta la musica spesso non si rende conto quanto la qualità del suono dipenda dall'accordatura dello strumento. Tra musicista e accordatore c'è un complesso legame, raffigurato dall'autrice con l'immagine delle gazze. In un'antica leggenda cinese le gazze formano un ponte sulla Via Lattea tra le stelle Vega e Altair nel settimo giorno del settimo mese lunare: amanti celesti infelici perché separate, in quel giorno potranno finalmente unirsi, a compimento di un grande amore. Il suono, inesplicabile e affascinante creazione della natura e dell'uomo, è al centro di questo romanzo. Tomura è un liceale e vive in un' isolata cittadina di montagna; gli bastava > proseguire la scuola in qualche modo fino al diploma, trovare un lavoro qualsiasi, e continuare a vivere . Gli sarebbe stato sufficiente contemplare ogni anno il miracolo della primavera sulle montagne, quando «gli alberi spogli germogliano tutti insieme.» (...) > Tutta la montagna pareva emettere luce, per l'enorme quantità di rami debolmente soffusi nel rossore. Sopraffatto dalla visione di quelle fiamme illusorie che bruciavano i monti, rimanevo incantato senza riuscire a fare nulla. E ne ero felice . La sua vita cambia quando arriva un accordatore a sistemare il modesto pianoforte della scuola. Guardando l'uomo lavorare Tomura sceglie questo mestiere. S'iscrive a una scuola professionale, e poi viene assunto da una ditta di strumenti musicali. Dapprima è un apprendista, che segue colleghi più esperti presso i clienti, poi, gradualmente e subendo anche insuccessi, gli viene concesso di lavorare da solo. > Io non ho talento (si diceva Tomura). (...) Non dovevo nascondermi dietro la parola talento: non dovevo usarlo come pretesto per arrendermi. L'esperienza, l'esercizio, lo sforzo, la saggezza, la presenza di spirito, la perseveranza, e poi la passione: se il talento non fosse bastato, l'avrei sostituito con quelli. (...) Aggrapparsi a qualcosa, e usarlo come un bastone al quale appoggiarsi per tirarsi su. Ancora una volta la svolta irrompe dall'esterno. Assiste all'esecuzione al pianoforte della giovanissima Kazune e ne rimane incantato, ammaliato dalla musica e dal modo di suonare della ragazza. > Il pianoforte di Kazune era una sorgente connessa con il mondo, che non si prosciugava mai, anzi, avrebbe continuato a sgorgare senza posa, anche se non ci fosse stato nessuno ad ascoltarla . E gli torna alla mente un episodio della sua infanzia. Bambino camminava nel bosco quando vide delle luci che > si affollavano sui rami sottili di un olmo e brillavano sfolgoranti. Non so che fenomeno fosse. Però era bellissimo. Quasi da far paura. Ascoltando la musica di Kazune, Tomura è certo che in montagna, in un luogo che non conosceva, un albero stesse brillando. L'Amore, senza se e senza ma, quel sentimento che non si attende un ritorno, spinge Tomura a superare le sue incertezze e a divenire un accordatore per concerti, al servizio di Kazune, del pianoforte e della musica. E' senza dubbio un romanzo di formazione. Tomura impara un mestiere divenendo adulto nello stesso tempo. Aiutato da un ambiente di lavoro benevolo, forse oltre al plausibile, il ragazzo comprende che le origini povere e montanare non sono un limite; anzi, gli danno una caparbietà che sarà la sua forza. Fin qui sarebbe un racconto ovvio, fatto di lunghi dialoghi con i colleghi, che profondono «pillole di saggezza», e appesantito da dettagli tecnici sull'arte dell'accordatura, curiosità interessanti ma ridondanti. A dare un tratto originale e attraente al romanzo é quel senso di magico che deriva dall'accostamento del suono del pianoforte con le luci e i rumori del bosco: un tocco scintoista tipico della cultura giapponese perché non ha nulla di romantico né di banalmente panteista. Se il pianoforte è un'invenzione dell'Ottocento europeo, la melodia dolce e l'aere luminoso sono sensazioni del bosco che la nostra cultura positivistica e idealistica ha smarrito da secoli. Sotto l'apparente impronta realistica, il racconto ci invita a trovare un'armonia con l'Universo, aiutati dalla musica. Lo stile narrativo è essenziale, quasi minimalista: frasi brevi, poco aggettivate, d'altra parte il narratore è un giovane ventenne, non particolarmente bravo a scuola. La ricorrente citazione di Hara Tamiki, laddove il poeta dell'Olocausto definisce la complessa ambiguità dello stile, sta a indicare come la semplicità della scrittura sia una scelta voluta dell'autrice, operazione perfettamente riuscita. Possiamo dire parafrasando Tamiki: > uno stile che paia dolce, fino a un certo punto, ma sia invece pieno di severità e profondità; uno stile bello come il sogno, ma certo come la realtà . Perché leggerlo? Luminoso, quieto, carico di amore e nostalgia.
Canne al vento
È stata una singolare vicenda quella di Grazia Deledda: unico Premio Nobel italiano insignito come scrittore (Montale e Quasimodo erano poeti, Pirandello e Dario Fo di fatto autori di teatro), lʼopera di Deledda ha sconvolto la nostra critica letteraria, la quale si è chiesta per lungo tempo quali fossero le ragioni del premio. Come già avvenne per Matilde Serao, si è cercato di rinchiudere Deledda allʼinterno di scuole letterarie, non riconoscendole autonomia e originalità: verista mancata, la stessa accusa rivolta a Serao? Corollario di Verga e di DʼAnnunzio? Di Federico Tozzi, al quale era legata da profonda amicizia? Lirica - visionaria e simbolista? Sarebbe bastato leggerla senza pregiudizi per scoprire come Deledda sia unica nella letteratura italiana: autrice ancestrale, parla del dolore come destino, della vita come cammino verso una meta inafferrabile di quiete (la morte?), di una natura vivente, magica e indecifrabile, indifferente alle sofferenze degli uomini. > La luce rossa del crepuscolo, vinta verso lʼaltare dal chiaror dei ceri, copriva la folla come di un velo di sangue, ma a poco a poco il velo si fece nero, rischiarato appena dallʼoro dei ceri. La folla non si decideva ad uscire. (...) Era come il mormorio lontano del mare, il muoversi della foresta al vespero; era tutto un popolo antico che andava, andava, cantando le preghiere ingenue dei primi cristiani, andava, andava per una strada tenebrosa, ebbro di dolore e di speranza, verso un luogo di luce, ma lontano, irraggiungibile . Se ci limitiamo alla trama non si può non condividere il giudizio di Benedetto Croce, per il quale i romanzi di Deledda erano > tutto del pari plausibili, e nessuno così fatto da imprimersi profondamente nel cuore e nelle fantasie dei lettori . Per cogliere la forza emotiva e spirituale di «Canne al vento» bisogna lasciarsi andare, farsi trasportare dalla sua scrittura, al di là della storia. Il protagonista del romanzo è Efix, il vecchio servo di tre donne, un tempo agiate possidenti ed oggi ridotte a vivere dei prodotti di un «poderetto», curato dallʼuomo. Il racconto inizia proprio in questo angolo di mondo. > La luna saliva davanti a lui, e le voci della sera avvertivano lʼuomo che la sua giornata era finita. Era il grido cadenzato del cuculo, dei grilli precoci, qualche gemito dʼuccello; era il sospiro delle canne e la voce sempre più chiara del fiume: ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa; sì, la giornata dellʼuomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti. (...) Efix sentiva il rumore che le panas (donne morte di parto) facevano nel lavar i loro panni giù al fiume, (...) e credeva di intravedere lʼammattadore, folletto con sette berretti entro i quali conserva un tesoro, balzar di quaʼ e di là sotto il bosco di mandorli, inseguito dai vampiri con la coda di acciaio. La natura abitata da spiriti maligni rispecchia ed alimenta il terribile segreto che Efix porta con sé: ha ucciso il padre delle sue padrone, un uomo autoritario e violento; lo ha fatto per permettere allʼaltra figlia di fuggire, di trovare la libertà nel continente. Pure per questo che Efix ha dedicato la propria vita alle tre donne, con le quali ha un legame profondo, di servo, di amico, di paladino. Vorrebbe che stessero bene, ha paura di morire prima di vederle in salvo, fuori dalla povertà e con un altro uomo a proteggerle. Quando si presenta Giacinto, il figlio della sorella fuggita in continente, Efix spera che sia lui la persona giusta, che possa ridare prosperità e serenità alle sue padrone. Si inganna: Giacinto è un mascalzoncello, che amoreggia con una ragazza del paese e lusinga Noemi, la più giovane ed orgogliosa delle donne. Non solo, Giacinto perde al gioco somme rilevanti, dando in garanzia il «poderetto», unica fonte di reddito. Efix non è stato capace di difenderle, di proteggerle, ed allora scappa, abbandona il paese, intraprende un lungo vagabondaggio per il Nuorese, accompagnandosi a mendicanti e chiedendo lʼelemosina alle numerose feste dei villaggi. È un cammino che non porta a nulla. > Un usignolo cantò sullʼalbero solitario ancora soffuso di fumo. Tutta la frescura della sera, tutta lʼarmonia delle lontananze serene, e il sorriso delle stelle ai fiori e il sorriso dei fiori alle stelle, e la letizia fiera dei bei giovani pastori e la passione chiusa delle donne dai corsetti rossi, e tutta la malinconia dei poveri che vivono aspettando lʼavanzo della mensa dei ricchi, e i dolori lontani e le speranze di là, e il passato, la patria perduta, lʼamore, il delitto, il rimorso, (...) il riso e il pianto del mondo, tremavano e vibravano nelle note dellʼusignolo sopra lʼalbero solitario che pareva più alto dei monti, con la cima rasente al cielo e la punta dellʼultima foglia ficcata dentro una stella. Ed Efix cominciò a piangere, Non sapeva perché, ma piangeva. Gli pareva di essere solo nel mondo, con lʼusignolo per compagno.(...) Tutti i folletti e i mostri sʼerano scossi e danzavano nellʼombra, inseguendolo e circondandolo . Efix tornerà a casa e morirà sereno, perché Noemi ha accettato di sposare un suo cugino, ricco possidente. La storia a lieto fine, intrisa di religiosità, fa perdere tensione al romanzo: è un tentativo maldestro e affettato per dare un senso alla vita di Efix, per offrirci una speranza. Ma non è così. Come i genitori dolenti in «Caduto fuori dal tempo...» di David Grossman, tutti noi camminiamo in una processione sacra verso quel luogo misterioso che è lʼaldilà. Ma la nostra marcia si ferma davanti ad un muro. Tutto è silenzio. "Un punto giallo brillava dietro un castello (...). Piano piano la sua luce illuminava tutto il paesaggio misterioso e come al tocco di un dito magico tutto spariva; un lago azzurro inondava lʼorizzonte (...) Nel silenzio il torrente palpitava come il sangue della valle addormentata. Ed Efix sentiva avvicinarsi la morte, piano piano, come salisse tacita dal sentiero accompagnata da un corteggio di spiriti erranti, dal batter dei panni delle panas giù al fiume, dal lieve svolazzare delle anime innocenti tramutate in foglie, in fiori.... Perché leggerlo? Nessuno nella nostra letteratura ha cantato la natura vivente con tanta profondità.
Capitan Tempesta
Siamo dinanzi ad uno dei romanzi più stupefacenti di Salgari. Le vicende di Capitan Tempesta sono ambientate nel 1571 durante la conquista da parte dei turchi dellʼisola di Cipro, sino allora in mano a Venezia. Ma chi è Capitan Tempesta? > Era un giovane bellissimo, anzi troppo bello per essere un guerriero, un pò alto, snello, di forme eleganti, con due occhi nerissimi che parevano due carbonchi, una bocca da fanciulla con dei dentini superbi... nellʼinsieme sembrava più una graziosissima fanciulla che un capitano di ventura . Già questa presentazione di Salgari introduce il motivo di fondo del romanzo: il travestimento di una splendida dama napoletana, alla ricerca del fidanzato, fatto prigioniero. La trama si svolge intorno allʼambiguità di Capitan Tempesta. Abile spadaccino e valoroso combattente, egli/ella vince in duello i migliori avversari, cristiani e turchi, che cadono poi innamorati della coraggiosa fanciulla. Dopo aver combattuto nella difesa di Famagosta e aver sconfitto in tenzone uno dei più famosi guerrieri dellʼesercito saraceno, il Leone di Damasco, Capitan Tempesta corre al castello dʼUssif, dove è recluso lʼamato fidanzato. Con astuti sotterfugi riesce ad entrare nelle grazie della crudele Haradja, che si infatua del bellissimo giovane, non conoscendone la vera natura. Capitan Tempesta riesce a liberare il fidanzato, fugge per mare ma viene raggiunta e catturata dopo una salgariana battaglia navale. Viene però liberata dal Leone di Damasco, che, ormai conquistato perdutamente dalla giovane, fugge con lei in Italia ( nel frattempo lʼamato fidanzato è stato assassinato). Ci sono tutti i migliori ingredienti dei romanzi di Salgari ma con qualche cosa di più. Non solo il racconto è abilmente giocato sulla doppia natura di Capitan Tempesta, ma anche gli altri personaggi si ribellano al ruolo entro il quale la società vorrebbe confinarli. Prendiamo, per esempio, la sorprendente e magnifica figura di Haradja. Il destino la vorrebbe relegata in un harem, tra le tante mogli di un pascià. Ma > avevo nelle vene il sangue dʼun pirata e quantunque donna, ne provavo tutti gli stimoli feroci . Non poteva che innamorarsi di guerrieri, con una passione, che una volta respinta, diventava odio feroce. Anche la contrapposizione tra religione cristiana e quella mussulmana, che allʼinizio del libro sembrava un conflitto insanabile, via via che si procede nella lettura si stempera, perché evidente che tutti si muovono su un crinale, dove le regole e le ideologie perdono valore e sostanza. Infine, bellissimo è il personaggio di El - Kadur, schiavo di Capitan Tempesta. Invaghito anche lui della fanciulla ( > ti rivedo quando sulla spiaggia sabbiosa mi porgevi dinanzi stillante acqua marina e ti riposavi allʼombra delle palme, felice di guardarmi ) soffre tremendamente perché non potrà mai farla sua. Lʼamore non corrisposto, di cui Capitan Tempesta è pienamente cosciente, e la nostalgia per «i vasti orizzonti luminosi e le dune di sabbia» travolgono lʼuomo sino a portarlo sul bordo della pazzia. Con forme diverse da quelle del Corsaro Nero, dove tutto è cupo e dolore, anche qui Salgari opera su un piano psicoanalitico, nel quale i personaggi e le vicende sono un iceberg di un mondo sotterraneo, fatto di fantasie anche erotiche e di desideri di una vita differente. Perché leggerlo? Allʼavventura aggiunge la complessità dei personaggi.
La casa del gelsomino
> Conosco una città/che ogni giorno s'empie di sole/ e tutto è rapito in quel momento (Giuseppe Ungaretti Silenzio da «L'allegria»). La città è Alessandria d'Egitto: > ecco il cielo libero da nuvole nere; ecco delle nuvolette bianche che sparse nell'aria come bambini che saltellano di gioia nell'immensità dello spazio. Grazie Dio! Eccoti qua, tu che non lasci mai tuo figlio Shagara Muhammad Alì, questo strano nome che gli ha causato un sacco di scocciature, durante l'infanzia e l'adolescenza, e che i tuoi servi scontenti ancora non conoscono bene. Dio, ti prego fammi finire ciò che sto facendo... Shagara è un piccolo malfattore: lavora in fabbrica in un polveroso ufficio pieno di scartoffie e spesso gli viene dato il compito di organizzare cortei e viaggi di operai inneggianti a Sadat, succeduto in Egitto a Nasser. Shagara lucra su questo incarico tenendosi in parte i soldi che gli sono stati dati per pagare gli operai e gli autisti dei pullman. Tutto lo sanno ma è normale in un paese corrotto. Si muove in una città surreale, turbolenta e sempre simile a sé stessa, e > ritornava con forza quella vecchia sensazione di esserne il proprietario, di averla costruita proprio io, di averne tracciato i confini e averne edificato i palazzi sui lati . E' reale Alessandria o solo il delirio di Shagara? Avvengono cose strane, inesplicabili e inquietanti: fu trovato un cadavere in un sacco ma quando lo aprirono ne uscì una donna meravigliosa; i cani, ubriachi, camminavano tutti soli gridando, «a quel paese l'Impero Britannico sul quale non tramonta mai il sole»; un uccello aveva preso un bambino tra gli artigli ed era volato «verso il settimo cielo dove regna Iddio». E ce ne furono altre di fatti incredibili che lasciarono sbalordita la gente, che pur continuava a vivere come sempre. Il rincaro dei prezzi, la corruzione dilagante, la pace con Israele dopo tanti morti, l'arroganza di un governo tecnocratico danno fuoco alla rivolta. Alessandria è travolta da una sommossa popolare, incontenibile e rabbiosa. > Ma perché, proprio in questo istante, punto lo sguardo sui visi delle donne e delle ragazze? (...) Forse perché le cose mi scorrono davanti agli occhi e io non ci faccio neanche caso? Qual è la fonte della nostra indifferenza? Forse quella misteriosa «casa del gelsomino», dove si racchiudono misteri che nessuno riesce a comprendere tanto da divenire la metafora dell'animo umano, oscuro e insondabile, o invece «quella massa scura che si estende all'infinito»? > Quella stupida acqua, per milioni di anni, non ha conosciuto altro che la bassa e l'alta marea, da sola, con se stessa, mai nessuno che condividesse qualcosa con essa . Così come la casa del gelsomino viene demolita per fare spazio ad un'orrida speculazione immobiliare, che distrugge lo splendore e il fascino della città antica, così non ci resta che annichilirci in una esistenza senza prospettive, legata alle piccole quotidianità borghesi. > Dov'è Dio, come ha potuto abbandonarci? Ci aveva dato un paradiso, com'è possibile, che sia svanito tutto, in così poco tempo? Che stupido sono? E' passato tanto tempo e non me ne sono accorto . Di questo splendido romanzo si può dire di tutto: surreale, realistico, crudele ed ironico. Di certo l'autore parla della trasformazione di Alessandria a seguito della selvaggia e diseguale modernizzazione di Sadat: uomo, inneggiato dall'Occidente, ma privo di carisma e così lontano dal «cuore religioso» del popolo egiziano. Tuttavia, il romanzo si eleva rispetto alla contingenza storica e sviluppa, in modo mirabile ed affascinante, un discorso sociale ed intimo ad un tempo: sociale perché ci dice quanto la lontananza di una classe dirigente cosmopolita ferisca un popolo e, dopo tante belle dichiarazioni, deve ricorrere alla più pesante repressione; così finisce la grande sommossa di Alessandria; intimo perché, tramite la metafora della casa del gelsomino e del mare infinito, ci parla del nostro impenetrabile mondo interno e ci invita a non perderci nella quotidianità e neppure in una inutile invocazione a Dio. Solo capire noi stessi ci potrà salvare dall'indifferenza. Leggere questo romanzo è stato un piacere intenso, un perdersi nella fantasia, in suggestioni sublimali, rese possibili da una scrittura tagliente, fatta di brevi frasi all'interno di un periodare articolato e fluido. Perché leggerlo? Per darsi un godimento estetico.
La casa di ringhiera
Amedeo Consonni, il protagonista del romanzo, è in pensione da molti anni e vive a Milano in una casa di ringhiera, costruita all'inizio del Novecento intorno ad una corte rettangolare e dove oggi ci sono venti alloggi. E' un «curioso microcosmo» con testimonianze di architettura industriale, oggi fortemente deteriorate: stucchi cadenti, intonaci fatiscenti, infissi, tradizionalmente di legno ed oggi sostituiti da altri di alluminio anodizzato, color argento e color ottone, per non parlare delle numerose parabole TV installate sulla ringhiera, che danno un senso di «miseria»globalizzata > . In apparenza la vita di Consonni è quella tipica di un vedovo in pensione: riassettare ogni giorno il piccolo e confortevole alloggio, andare al supermercato e prepararsi i pasti da solo, leggere il giornale con un sonnellino al pomeriggio, scambiare qualche parola con i vicini, e il martedì e giovedì prendersi cura del nipotino. Ma Consonni ha uno strano hobby: ama collezionare notizie sui crimini prendendo dai giornali qualsiasi articolo concernente assassinii e archiviando questi ritagli in raccoglitori perfettamente ordinati per delitto. Nel tempo ha cominciato a investigare sul campo all'insaputa della polizia. Oltre al passatempo di Consonni, un po' perverso ma innocuo, Regami descrive gli altri abitanti della casa di ringhiera: in particolare una famiglia di quattro persone (padre, madre e due ragazzi), dove l'uomo è spesso ubriaco e violento, la strana e rumorosa coppia di vicini, l'ottantenne follemente dedito alla sua vecchia auto. Dalla lettura del dettagliato ed affascinante quadro di questo microcosmo > si potrebbe pensare che siamo dinanzi ad un romanzo di costume nel quale la trama poliziesca è solo un espediente; è intrigante l'indagine di Consonni su un recente crimine, feroce e misterioso, ma il racconto sembrerebbe più finalizzato a descrivere il personaggio che a offrirci suspense e intrigo come dovrebbe fare un romanzo noir. Quando, d'improvviso, l'uccisione di un'inquilina dà inizio ad una serie sconvolgente e sorprendente di eventi, coinvolgendo gli abitanti del nostro microcosmo. Senza svelare la fine, un vero colpo di scena, possiamo dire che lo svolgimento degli avvenimenti conferma come noi italiani, tutti anche i bambini, abbiamo, o pensiamo di avere, qualcosa da nascondere e comunque non vogliamo dire nulla alla polizia. Ho letto la novella tutto di un fiato". Nella prima parte mi ha affascinato l'ambiente fisico e sociale della casa di ringhiera, quasi fuori dal tempo: si pensi alla minuta descrizione dell'appartamento di Consonni con le sue tappezzerie ottocentesche, o alle rivalità e ai piccoli sgarbi per parcheggiare nel cortile. Nella seconda parte il ritmo narrativo prende velocità e non possiamo abbandonare il libro, perché ansiosi di leggere l'episodio successivo. La narrazione è scandita da cenni sospesi di colpi di scena, abilmente costruiti così da alimentare il desiderio di andare avanti, come in un romanzo d'appendice. La scrittura è raffinata e riesce a mescolare il linguaggio comune con modi di dire dialettali, creando in tal modo l'atmosfera nostalgica che pervade il racconto. E' un piccolo gioiello che unisce costume con noir, insieme a un lessico piacevole e a una bella costruzione sintattica. Perché leggerlo? E' intrigante e ben scritto.
La casa in collina
La Resistenza è narrata il più delle volte dal punto di vista di chi ha partecipato alla lotta partigiana. Il lungo racconto di Pavese parla di chi è rimasto in attesa, anche se coinvolto. > In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia . Così ragiona Corrado, protagonista ed io narrante, mentre il mondo circostante viene travolto dalla guerra. Si è rifugiato in collina, la quale > per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere. (...) Non avevo tristezze, sapevo che nella notte la città poteva andare tutta in fiamme e la gente morire. I burroni, le ville e i sentieri si sarebbero svegliati al mattino calmi e uguali . Durante il giorno va spesso in città, in unʼosteria: qui si suona, si balla e si sparla del fascismo. > Ogni volta giuravo di tacere e ascoltare, di scuotere il capo e ascoltare. Ma quel cauto equilibrio dʼansie, di attese e di futili speranze in cui adesso trascorrevo i giorni, era fatto per me, mi piaceva: avrei voluto che durasse eterno. Lʼimpazienza degli altri poteva distruggerlo. Da tempo ero avvezzo a non muovermi, a lasciare che il mondo impazzisse . A scuoterlo non sono sufficienti la caduta di Mussolini e lʼ8 settembre, né aver ritrovato una donna della sua giovinezza, dalla quale, forse, ha avuto un figlio, oggi dodicenne. > Adesso avevo quarantʼanni e cʼera Cate, cʼera Dino. (...) Non ero futile e villano anche stavolta, che le giravo intorno tra smarrito e umiliato? Il fragile ed illusorio equilibrio viene distrutto dallʼarresto di Cate. Corrado si salva per caso e si rifugia in un convento, dove lo raggiunge Dino. > Che altro fare sotto il portico vuoto se non riassaporare mattino e sera lʼantico spavento? Il convento non è più sicuro e quindi decide di rifugiarsi presso la casa dei genitori, nelle Langhe. Nel frattempo Dino > se nʼè andato, e per fare sul serio. Alla sua età non è difficile. Più difficile è stato per gli altri, che pure lʼhan fatto e ancora lo fanno . Il viaggio da Torino alle Langhe lo porta al centro della lotta partigiana ma riesce a salvarsi. > Malgrado i tempi, qui nelle cascine si è spannocchiato e vendemmiato. (...) Adesso che la campagna è brulla, torno a girarla; salgo e scendo la collina e ripenso alla lunga illusione da cui ha preso le mosse questo racconto della mia vita. (...) Qui ogni passo, quasi ognʼora del giorno, e certamente ogni ricordo più inatteso, mi mette innanzi ciò che fui, ciò che sono e avevo scordato. (...) A volte, dopo avere ascoltato lʼinutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato. Si può continuare a vivere dopo una guerra civile? > Si ha lʼimpressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi E perché sono morti? > Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero. Il fallimento di Corrado (non è riuscito a proteggere neanche Dino) si conclude con una meditazione sulle sorti dellʼumanità, che trascende il racconto: dalla narrazione del contesto storico e dellʼinteriore sofferenza esistenziale si eleva ad una dimensione cosmica, particolarmente attuale alla luce delle guerre civili che sanguinano molte parti del mondo. Sotto il profilo stilistico il racconto è un capolavoro assoluto: asciutto, scarno ma capace di evocare il senso della storia e il destino dei personaggi. Lo scrittore lavora abilmente sullʼaccostamento fonetico delle parole tanto che spesso pare di trovarsi innanzi un componimento poetico, invece di un testo in prosa. È incredibile poi la capacità dellʼautore di non spezzettare il ritmo pur ricorrendo in modo prevalente al punto e quindi a brevi frasi. Lʼuso della virgola per creare una sospensione tra soggetto e verbo (dando autonomia a questʼultimo) è una chicca stilistica, che richiede un possesso eccezionale della sintassi, delle parole e della lingua italiana in genere. Il connubio della narrativa americana con quella classica ha dato risultati eccezionali, difficilmente raggiunti nella letteratura italiana. Perché leggerlo? È un capolavoro e una riflessione sulla guerra.
A cena col commendatore
Lʼautore immagina che un impresario di opera lirica, ormai in pensione, decida di mettersi a scrivere affinché si sappia chi fosse realmente: > curioso degli altrui travagli... marmoreo commendatore di unʼepoca ormai trascorsa . Prima della sua dipartita, il commendatore sarebbe riuscito a comporre tre racconti, che riporterebbero episodi reali della sua vita. Nella «Giacca Verde», lʼimpresario ha scritturato un brillante direttore dʼorchestra per lʼOtello di Verdi. > un uomo di genio ( ma) così vano che si occupa costantemente dellʼimpressione, anzi dellʼeffetto che egli produce su chiunque lo accosti . Durante le prove, tutto é proceduto bene sino allʼattacco dei timpani, quando, improvvisamente, il direttore ha chiesto di sospendere lʼesecuzione, portando a giustificazione un improvviso malore. Lʼimpresario é riuscito, tuttavia, a farsi confessare le vere ragioni dellʼinterruzione ed anche della decisione del musicista di rompere il contratto. Durante la seconda guerra mondiale, il direttore, giovane e non ancora famoso, si era rifugiato in un paese di montagna dellʼItalia Centrale, dove aveva fatto amicizia con il suonatore di timpani presente nellʼorchestra: «un ometto di mezzʼetà, modesto, tranquillo, dallo sguardo spento» , il quale, però, si era fatto conoscere come un noto maestro di musica, ricevendo la stima e lʼammirazione della gente del luogo. Ebbene, il giovane direttore, ben più valente e affermato del povero orchestrale, non aveva svelato la sua vera identità, ma si era presentato come un umile impiegato di banca, Ma perché dissimulare? > Spensieratamente, per curiosità, per vizio, avevo disceso il vago sentiero della burla.... e vedendo quel piccolo uomo grassottello, dalla buffa giacca verde e dal passo balzellante, venirmi incontro nel refettorio, io avevo soprattutto guardato la giacca e non lʼuomo . Ma non era solo la superficialità a portarlo al futile inganno, cʼera anche «un sottilissimo ed esasperato piacere, quello di non essere più io», ma in tal modo aveva tradito lʼamicizia, il legame sincero tra due uomini che si erano trovati insieme in un momento difficile della propria vita. E adesso il direttore, importante ma vanesio, preferisce fuggire piuttosto che affrontare il povero orchestrale, che resta, invece, saldo nel suo ruolo e nella sua dignità, modesto lavoratore della musica. Nel secondo racconto, «Il padre degli orfani», lʼimpresario fa visita ad un collega, che aveva lasciato improvvisamente lʼattività, per gestire un orfanotrofio. Quando gli chiede i motivi di una decisione così drastica, il collega gli racconta una storia commovente: aveva incontrato in treno un bambino malato, ne era rimasto impressionato, ma, per pigrizia o per i troppi impegni di lavoro, aveva indugiato a prestare aiuto e, quando si era deciso a farlo, aveva scoperto che il bambino era morto, in quanto la famiglia non era stato in grado di comprare i farmaci necessari. Un bellissimo racconto, se non fosse che lʼimpresario casualmente scopre la vera storia: il collega aveva un legame omosessuale con un giovane, che aveva avuto un bambino da una ballerina. Pur richiesto di dare un aiuto, il collega si era rifiutato e aveva, tra lʼaltro, allontanato da sè il giovane per timore che la sua irreprensibile vita borghese fosse sconvolta dallo scandalo. > Si era pentito di tanti peccati, non del solo mortale che aveva commesso. Aveva fatto mille sacrifici, non quellʼuno senza il quale tutti gli altri non avevano valore: il sacrificio, allʼamore, della propria vanità . Lʼimpresario vorrebbe costringerlo a riconoscere la sua abbiezione, ma poi lo vince la ripugnanza di una scena isterica, la fatica di togliere ad un uomo la propria maschera. Nel terzo racconto, «La finestra», lʼimpresario va a far visita ad una vecchia amica inglese, di cui è da sempre innamorato. Spera di poter vivere insieme gli anni della vecchiaia, ma poi scopre che la donna ha sempre amato un filibustiere, un poco di buono, che lʼha abbandonata da molti anni. Lʼimpresario riesce a dimostrare il vero carattere di questo bellimbusto, ma è inutile. Anche dinanzi alle prove più evidenti, la donna conferma il proprio amore. Per lʼimpresario è lo svelamento di un mito, di un sogno di tutta la vita: > se pensavo a Twinkle come lʼavevo lasciata ventʼanni addietro e poi sempre ricordata, schietta, arguta e di gusti così semplicemente nobili.... non credevo, guardandomi intorno, ai miei occhi. Eppure, la sua lunga solitudine, popolata dalle fantasie e dal rimorso, mi spiegava anche questa corruzione . Con il suo stile semplice, elegante ed arguto, Soldati affronta i temi della complessità dellʼanimo umano, riconducendola a tutto ciò che in noi cʼè di ambiguo e di incerto. La maschera, dietro la quale ci nascondiamo, non è un artificio, ma fa parte intrinsecamente della nostra coscienza. I racconti sono compatti ed essenziali, sorretti da una abile e veloce struttura narrativa. I protagonisti e gli ambienti sono disegnati con poche ed efficaci pennellate, attente ai particolari ( le mani, il modo di vestire, lʼarredamento), così da ricordare, con felice sorpresa, i romanzi dellʼottocento. Perché leggerlo? Sono racconti bellissimi, la scrittura è piacevole e fluida.
Il Centravanti è stato assassinato verso sera
Il romanzo descrive l’attività di Pepe Carvalho, un misto fra Marlowe e Nero Wolff, chiamato a proteggere un calciatore della più importante squadra di Barcellona, che si pensa minacciato di morte. In realtà la storia poliziesca fa da sfondo alla descrizione di ambienti di Barcellona in pieno boom edilizio e trasformazione urbana: i personaggi si muovono in un contesto nel quale i vecchi valori franchisti si stanno dissolvendo ed emergono nuovi valori legati al capitalismo rampante. Al disfacimento della società e alla violenza dominante fanno da contraltare i piccoli piaceri quotidiani (il mangiare) e i valori dell’amicizia che rappresentano gli ultimi ancoraggi per l’essere umano. La parte migliore è costituita propria dalla descrizione di Barcellona, dalla caratterizzazione dei personaggi, mentre talvolta alcune digressioni, di carattere quasi filosofico, rallentano il ritmo della narrazione. Lo stile è molto ricco e articolato e risente dell’influenza dei grandi scrittori di letteratura poliziesca americana e di Simenon.
A che punto è la notte
È un libro che si legge tutto dʼun fiato. L’ambiente è la Torino degli anni ’60, nella fase di intensa industrializzazione e di sviluppo della Fiat. Inizialmente i personaggi si muovono in modo autonomo tra di loro: un venditore di matite, che si scoprirà essere un carabiniere in incognito alla ricerca di laboratori di lavorazione della droga, una giovane ragazza della borghesia torinese che ha come amante un misterioso commercialista, che poi si scoprirà essere un contabile della mafia, una redazione di una casa editrice (l’occasione per una parodia degli intellettuali), interessata alla pubblicazione di strane cassette di dialoghi di un parroco, che professa idee eretiche e ha plagiato un gruppo di parrocchiani, un ufficio del commissariato, che si interessa di una presunta aggressione al parroco, un ingegnere della Fiat, che si interessa di gestione delle scorte. Tutti questi personaggi si ritrovano, casualmente, alla messa del parroco eretico, durante la quale il prete stesso viene ucciso in un attentato dinamitardo. Si avvia unʼindagine complessa e difficile, caratterizzata da altre due uccisioni, quelle del venditore di matite e dell’ingegnere della Fiat. La vicenda si conclude con la scoperta di una truffa ai danni della Fiat di cui l’inspiratore è un alto dirigente dell’azienda; il parroco, l’ingegnere e i parrocchiani sono gli esecutori materiali. Il libro è molto complesso e articolato ma ha diversi aspetti di rilievo: la trama molto suggestiva e ricca di colpi di scena, un ritmo narrativo serrato, che raramente decade nel superfluo, la sovrapposizione delle storie e quindi anche dei temi: la storia d’amore della ragazza e del commercialista mafioso, l’ambiente della Fiat con la sua gerarchia e i suoi riti aziendali, l’ambiente della polizia con i contrasti con i carabinieri, il mondo religioso con i suoi incubi secolari (le sette gnostiche), la solitudine sentimentale del commissario Santamaria e in generale di tutti i personaggi «adulti» del libro. Sullo sfondo emerge l’Italia in trasformazione, nella quale i valori tradizionali, le stesse piccole ruberie, vengono travolte dall’industrializzazione e quindi dall’espansione della città: non è un caso che il romanzo sia ambientato sostanzialmente nella periferia, in un contesto urbano e sociale sempre più degradato e sconvolto. Ma sarà una società peggiore di quella passata? Gli autori non sembrano pensarlo: Thea, questa giovane ragazza della borghesia, preferisce il legame con un mafioso alle amicizie della sua classe sociale e la madre pensa che è forse meglio così piuttosto che sposarsi un ingegnere della Fiat, corrotto e paranoico. Si rompono gli schemi rigidi di una società ipocrita e solo in tal modo i personaggi trovano il loro destino, e l’amore, anche se al di fuori delle regole tradizionali. Esiste poi un altro tema, che emerge solo alla fine del romanzo. L’alto dirigente della Fiat viene scoperto perché si dimentica che è sempre seguito da due poliziotti di scorta, che devono assicurarne la sicurezza. La solitudine del potere, la sua indifferenza rispetto agli umili sono anche la fonte della rovina di chi è al vertice della società e pensa che sia persino inutile accorgersi degli altri. La democrazia è un processo inevitabile?
La chimera
> Davanti a me, sul mio tavolo, mentre scrivo, cʼè una fotografia a colori... La fotografia di Antonia , o meglio di una delle tante Madonne, tutte simili, dipinte da un pittore ambulante nei primi anni del Seicento. > Quegli occhi neri come la notte, e luminosi come il giorno; quel neo sul labbro superiore; quelle labbra rosse e carnose e poi quel ricciolo ribelle che scappa fuori dal panneggio, sulla guancia sinistra .... era una copia fedele del ritratto di Antonia, della strega quindicenne di Zardino. Possiamo supporre che sia stata questa fotografia, di una adolescente, «uno stato di grazia, prima ancora che unʼetà», a spingere Vassalli a narrare > una grande storia, dʼuna ragazza che visse tra il 1590 e il 1610...., e delle persone che furono vive insieme a lei, negli anni stessi in cui lei fu viva, e che lei conobbe; di quellʼepoca e di quei luoghi . I luoghi sono Novara e un piccolo borgo, oggi scomparso. Zardino > fu un villaggio come quegli altri che si vedono laggiù, un poʼ a sinistra e un poʼ oltre il secondo cavalcavia; sotto la montagna più grande e più imponente di questa parte dʼ Europa, il Monte Rosa. (...) Una chimera! Da lassù, dalla sommità della chimera oggi si vede > una pianura vaporosa con qualche albero qua e là e unʼautostrada che affiora dalla nebbia ; allora, nel Seicento, si contemplava > un paesaggio di vigneti e di boschi verso le paludi e gli argini del fiume; di prati e di baragie (terreni incolti, brughiere) (...); di campi di granoturco, di grano e di risaie e un abitato il quale > tra le case era grigio, angusto, primitivo e però anche, nella buona stagione, tutto era fiorito di convolvoli e di rosine rampicanti . In questa epoca e in questi luoghi Antonia trascorse la sua breve vita: abbandonata alla nascita, sopravvissuta allʼinfanzia, adottata da una famiglia contadina di Zardino, la cui modesta agiatezza dava origine ad invidie e rancori, la ragazza era troppo bella, altera e indipendente per non essere al centro dei pettegolezzi e dellʼastio delle comari: lei, «unʼesposta», cosa pensava di essere, una piccola signora! Forse sarebbe potuto diventare donna ,sposarsi e avere figli, se le circostanze non lʼavessero trascinata verso una morte spietata. Si invaghisce di un «camminante», ossia di uno di quegli «anarchici della campagna», che vagavano in odio «ad ogni servitù». Innamorata proprio dello suo spirito libero, dei suoi racconti di viaggi e di città, Antonia compie lʼimprudenza di incontrarlo di notte, al tramonto, sotto una vecchia quercia, che le leggende del villaggio vorrebbero luogo di spiriti maligni, dimora del Diavolo. Un giovane prete fanatico la denuncia al SantʼUffizio, accusandola di stregoneria. Il caso vuole che sia in atto una lotta di potere tra il Tribunale dellʼinquisizione e la Curia vescovile, e la povera Antonia è la vittima inconsapevole di questo scontro politico. Un caldo torrido, una lunga siccità e la paura di epidemie spingono a cercare un capro espiatorio: e chi meglio di una misera contadinella, troppo imprudente e vivace? > Le fiamme crepitarono alte, la notte diventò chiara come il giorno, le lingue di fuoco si unirono in unʼunica vampata. (...) Si videro i capelli della strega che svanivano nel nulla e la sua bocca che sʼapriva in un grido senza suono. (...) Antonia non fu più. Esplose il giubilo della folla. (...) Allora, finalmente, incominciò la festa . Nella premessa, intitolata «il nulla», Vassalli ci offre una interpretazione metafisica: > per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla . Se ci si allontana dal fragore e dalla passione del nostro tempo ci si accorge come la storia, e la nostra esistenza, non siano altro che un fluire senza scopo e senza senso, appunto il nulla. Perché Antonia è stata mandata al rogo? Perché non le è stata concessa di vivere? Per evitare che il tempo si chiuda su di noi, che il nulla ci riprenda, forse solo un Dio potrebbe intervenire, ma > è lui lʼeco di tutto il nostro vano gridare. (...) Colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto e però purtroppo non può dircele per questʼunico motivo, così futile!: che non esiste. Con tutto il rispetto per lʼautore dobbiamo dire come il fascino del romanzo non risieda nella sua filosofia della storia; ciò che avvince sono i personaggi e lʼambiente. Certo sono tutti scomparsi, ma a noi lettori ci appaiono ancora così profondamente vivi, nei loro sentimenti, nelle piccole e grandi motivazioni che li agitano e li spingono ad amare, a credere, a sopravvivere, anche soffrendo. E che dire di Antonia, figura del Seicento ma così moderna nelle sue ingenue aspirazioni e meraviglie? Eccola che arriva a Zardino, ancora bambina. > Lʼesposta, rannicchiata tra due sacchi, la guardava (la campagna novarese) scorrere nei suoi occhi spalancati; e chissà mai le passava per la testa vedendo per la prima volta le montagne riflesse e frantumate negli specchi delle risaie, e le lunghe file dei salici con i rami tagliati, e tutto il resto. (...) Forse, anzi probabilmente, non pensava a niente; lasciandosi cullare dal dondolio del carro e lasciandosi distrarre dalle novità e dalla varietà delle immagini (...) un airone ritto in mezzo a una risaia, un volo dʼanatre... Altro che metafisica questo è vero amore per la propria protagonista! Vassalli è un grande scrittore anche sotto il profilo stilistico. La sintassi è ricca ed articolata, con un uso sapiente della punteggiatura. Le descrizioni dettagliate del paesaggio, la rappresentazione dei personaggi, ricchi di sfumature, pure in quelli maggiormente odiosi, come il boia o il grande inquisitore, lʼabile ricorso agli aggettivi sono tutti elementi che rendono fluido ed attrattivo il racconto. Lʼunico limite, forse, è lʼeccessivo ricorso a citazioni di documenti storici, quasi a voler dare affidabilità alla narrazione. Perché leggerlo? Bello, piacevole, interessante e profondo.
A ciascuno il suo
Il libro, ambientato in un piccolo paese siciliano, racconta di un delitto e dell’indagine compiuta da un insegnante di provincia, «per curiosità e per noia», che scopre il vero assassino e viene per questo ucciso. Al di là dell’ambientazione, tipica di una società nella quale prevale l’omertà, l’ipocrisia e la falsità nei rapporti tra le persone, l’aspetto più interessante è costituito dalla figura del personaggio, il professore Laurana: curioso e ingenuo nello stesso tempo, vive in una dimensione sua propria al di fuori delle regole della piccola comunità. In realtà non ha nessuna intenzione di denunciare l’assassino ma ciò che lo muove, e lo perde, sono una fede «illuministica» nella conoscenza e la ricerca di nuove emozioni. Estraneo, nella sostanza, alla società nella quale vive, non ne capisce le regole e gli si addice l’affermazione finale del libro: «era un cretino». Lo stile asciutto e vigoroso, che non lascia spazi alla retorica e a ridondanze barocche, lo rende di esempio per l’intera letteratura italiana.
Cinque romanzi brevi
Il libro comprende cinque romanzi ( La strada che va in città, È stato così, Valentino, Sagittario e Le voci della sera) e quattro racconti ( Unʼassenza, Casa al mare, Mio marito, La madre). Scritti in un periodo di trentʼanni, dal 1933 al 1961, rispecchiano lʼevoluzione letteraria ed esistenziale dellʼautrice, dalla giovinezza alla piena maturità. Come dice la stessa scrittrice nella prefazione del 1964, si è dinanzi ad una ricerca stilistica con la quale lo sforzo «di scrivere non più per caso.... fingendo di sapere», ha portato a scoprire > che il pericolo dʼessere casuale lo correvo lo stesso. Perché non si trattava di un vizio dellʼadolescenza, ma piuttosto dʼun vizio del mio spirito.. ero abile nel fingere di amare quello che mi era in verità indifferente . Tuttavia, questa annotazione del 1964 sembra essere, a sua volta, una finzione, perché in tutti gli scritti di questa raccolta emerge un tale male di vivere, un così forte pessimismo della situazione femminile, che sarebbe sconcertante che queste condizioni esistenziali fossero una simulazione, un «tirare a indovinare». Ed infatti la raccolta testimonia anche di un percorso di vita, dalla consapevolezza dellʼinfelicità allʼindifferenza. Limitandosi ai tre romanzi principali, nel primo ( La strada che va in città, 1941) la protagonista è una adolescente, che abita in campagna, insieme con i fratelli e il cugino Nini. La città è un luogo dove andare per fuggire da una vita monotona e conoscere lʼamore. La ragazza è corteggiata da Giulio, ma è in fondo innamorata del cugino Nini. Lʼadolescenza termina bruscamente quando la protagonista scopre di essere incinta di un bambino di Giulio e, pur sapendo di non amarlo, accetta di sposarlo. Ma vorrebbe ritornare a prima, quando poteva > scappare ogni giorno in città, e cercare del Nini e vedere se era innamorato di me, e andare anche con Giulio in pineta ma senza doverlo sposare. Eppure tutto questo era finito e non poteva più ricominciare . Con la stessa passiva rassegnazione accetta la notizia del suicidio di Nini e con il tempo «diventava sempre più difficile pensare a lui». Il secondo romanzo ( È stato così, 1947) è il più sconcertante. Si apre con la protagonista che uccide il marito con un colpo di pistola. Segue il racconto di come si arrivati a questo omicidio. Giovane maestra conosce Alberto, un uomo più anziano, non bello ma interessante. > Mi chiedevo se lui era innamorato di me e se io ero innamorata di lui e non capivo più niente. Non mi diceva mai parole dʼamore e anchʼio certo non gli parlavo di questo . Eppure lo sposa per scoprire che il marito ha una amante da molti anni e spesso si allontana con lei per lunghi periodi. La protagonista accetta questa vita > perché non ero mai stata capace di vivere e adesso certo era troppo tardi per imparare , ma la morte della figlia avuta dal matrimonio e la reazione fredda del marito scatenano la disperazione troppe volte repressa. Non può più vivere con questʼuomo né potrà conoscere altri uomini ed allora «gli ho sparato negli occhi». Nelle annotazioni del 1964 a questo romanzo, dedicato al marito, Ginzburg sembra quasi sminuirne lʼimpatto drammatico dicendo che «il colpo di pistola è nato dal caso», poteva anche non esserci, anche se è proprio lʼomicidio a dare il senso al racconto. La scrittrice vuole rifiutare una profonda ed intima infelicità fingendo di scrivere per caso? E poi perché dedicare al marito uno scritto nel quale si sentono così forti il rancore e la delusione? Nel terzo romanzo ( Le voci della sera 1961), il racconto abbandona, almeno apparentemente, i temi del dolore e della infelicità per scivolare verso le problematiche dellʼindifferenza e dellʼincomunicabilità. La protagonista narra la sagra familiare dei Balotta e della loro progressiva dissolvenza. I vari componenti di una stirpe un tempo vigorosa perseguono stancamente progetti imprenditoriali mai realizzati e stringono grigi matrimoni infelici. Anche la protagonista ha una relazione con uno dei rampolli, ma di nascosto come due amanti. Quando si decidono ad uscire allo scoperto, per sposarsi, smettono di parlarsi e di cercarsi, perché > si è sciupato tutto... perché abbiamo cominciato a sotterrare i nostri pensieri, bene in fondo, bene in fondo dentro di noi. Poi, quando riprenderemo a parlare, diremo solo delle cose inutili... vuol dire essere infelici ma fare in modo di non dirselo, per poter vivere . Non resta che lʼincomunicabilità, bene espressa dai dialoghi senza senso, di cose banali ed inutili, della madre della protagonista, con i quali si chiude il romanzo. Fin dagli esordi la scrittura di Ginzburg è asciutta, essenziale ed incisiva, e quindi fortemente innovativa rispetto allo stile ampolloso e ridondante del primo novecento. Via via che si prosegue nella raccolta, sono evidenti alcuni tentativi di rendere la narrazione più ariosa e descrittiva, ma poi la scrittrice ritorna alla stringatezza: le frasi non sono più, tuttavia, «una scudisciata ed uno schiaffo», come nella Strada che va in città, ma diventano dialoghi serrati, con una forte impronta teatrale, quasi pirandelliana. È come se lʼautrice abbia tentato di aprirsi per poi ritornare a rinchiudersi in un mondo nel quale è possibile solo la vacua comunicazione. La narrazione di Natalia Ginzburg sovrasta, invade con la sua «consapevolezza, assoluta, inesorabile e mortale» di una infelicità senza scampo, di una vita che deve aver sopportato un dolore profondo, ben nascosto in un esistenza intellettualmente e socialmente brillante. È una pena con un profondo connotato femminile. Le protagoniste, che sono sempre lʼio narrante, sono brutte e banali, incontrano uomini superficiali ed egoisti e la loro stessa maternità è vissuta come un obbligo, un incidente, che spesso si chiude in modo infausto. La condizione femminile sembra essere una prigione e un destino già segnato, in un ambiente sociale piccolo borghese. Perché leggerlo? Sono romanzi molto belli sotto il profilo letterario e sono la testimonianza di una dimensione femminile del dolore.
Il Clandestino
Nella Resistenza (la guerra di liberazione tra il 1943 e il 1945) la scelta di prendere le armi contro il nazifascismo nacque raramente da una maturazione meditata; il più delle volte fu un atto di inconsapevole spavalderia, incosciente dei rischi che si andava a correre. Come scrisse Luigi Meneghello in «I Piccoli Maestri», fu > un urlo, (...) un sentimento collettivo (...) inebriante: si avvertiva la strapotenza delle cose che partono dal basso, le cose spontanee . Anche Mario Tobino approfondisce la scelta della lotta partigiana, e lo fa con il suo stile, di chi «studia gli uomini e li ama». Anselmo è un giovane ufficiale medico, di recente tornato dalla Libia. > Era ancora imbambolato dalla guerra, aveva nelle orecchie i lamenti dei soldati, era stato spettatore di azioni crudeli. Come il protagonista del romanzo di Cesare Pavese (La casa in collina), vorrebbe «un letargo, un anestetico», per > riscoprire la bontà, la tenerezza che nel mondo, al di là di ogni brutta violenza, ci dovevano essere ancora . Un giorno, dopo lʼ8 settembre, una donna lo ferma per strada. > Lʼaspettavo, volevo domandarlo a lei che ha fatto la guerra. (...) Chi è stato? Ora con chi siamo? Cosa ci hanno fatto credere? Di chi è la colpa? E tutti quelli che sono morti, poverini? (...) Li ho visti morire, è stato inutile... risponde Anselmo e «sentì che era stupidamente per piangere». Per il giovane è uno scossone, un risveglio, deve uscire dal torpore, mettersi in azione. Nella sua città, Viareggio (nel romanzo chiamata Medusa), un gruppo di giovani ha creato unʼorganizzazione clandestina: si definiscono marxisti - leninisti, si dicono comunisti, anche se non hanno mai letto Marx e Lenin e non hanno ancora avuto contatti con il risorto partito comunista (lo desiderano ardentemente). Cʼè poi un vecchio ammiraglio, il quale vorrebbe agire; è stato messo a riposo dalla Regia Marina per le sue posizioni anti fasciste. ma è animato da una fanciullesca voglia di lottare, di fargliela vedere ai fascisti e ai tedeschi. Anselmo diviene ben presto lʼufficiale di collegamento tra «i clandestini» e lʼammiraglio, gli vengono affidate missioni delicate e difficili, che riesce ad assolvere sempre molto bene, per le sue doti di equilibrio e di fine tessitore delle relazioni umane. Tobino ci conduce attraverso i primi passi della lotta partigiana, come si trattasse di un romanzo di evasione; situazioni pericolose però narrate in modo esilarante ed ironico si sovrappongono al racconto del crescente legame che si crea tra i giovani clandestini, giovani non ancora adulti, caratteri profondamente diversi, differenti le condizioni sociali e il livello di istruzione, ma sempre animati dalla voglia di vivere e da una comprensione reciproca, che supera i difetti e le varie attitudini: lʼazione porta allʼamicizia e questʼultima allʼunità. I clandestini così come lʼammiraglio vivono sullʼorlo del burrone, come se fosse un gioco, certo rischioso ma senza dubbio a lieto fine. IL volto crudele della guerra emerge, al di là del nostro desiderio di serena avventura: non siamo al cinema, come fantastica uno dei protagonisti del libro! Cominciano le perquisizioni, i rastrellamenti, gli arresti. Anselmo partecipa allʼuccisione di un fascista a La Spezia, lui stesso uccide uno squadrista, che ha assassinato crudelmente lʼammiraglio. Devono lasciare Viareggio e andare sulle montagne, a combattere la guerra partigiana, dove Anselmo troverà la morte. > Chiuse gli occhi (...) e subito sognò di essere in un bosco densissimo di fronde, lui era sdraiato, uccelli di nido gli volavano intorno, gli mettevano il becco vicino, lʼaprivano come ridessero, uguali a bambini soddisfatti di aver mangiato . Chi si aspetta il Partigiano Johnny di Fenoglio non può che restare deluso: qui non ci sono eroi solitari. Il romanzo è costruito linearmente, senza enfasi, una cronaca aperta, ricca di infinite possibilità, la quale riesce a scherzare perché lucida, trasparente, ed eppure amorevole verso i protagonisti, persino nei confronti dei fascisti. > Ma i fascisti perché fanno questo? si domandò Anselmo in un mormorio . La determinazione dei «clandestini» prende corpo dagli avvenimenti, sono loro a farli adulti, a maturarli politicamente, a renderli dei combattenti, convinti comunque che come le navi possono navigare nel mare calmo come in quello agitato, anche tra gli alberi, dove > mugolava la morte, (...) purtuttavia cʼera felicità, letizia, di fronte alla presente solitudine . Perché leggerlo? Splendido libro di un autore purtroppo dimenticato.
The cold eye of Heaven (Farley)
Quando ci si avvicina alla fine della vita si desidera ripercorrere con la memoria la propria esistenza. Se si è dei grandi uomini ci si può illudere di lasciare un ricordo di sé con una biografia ricca di personaggi e di avvenimenti: una sorta di narrazione del proprio ruolo nella storia. Ma quando si è dei piccoli uomini con una vita banale che senso ha fare una cronaca della propria vita? Non resta che la rimembranza che ci vede «nella fissità di un ritratto», frutto della mescolanza di fatti reali e di immaginazione (si veda in questo sito il «Giorno del giudizio» di Salvatore Satta); oppure, per dirla con Italo Svevo, > la vita più intensa è raccontata in sintesi dal suono più rudimentale, quello dell'onda del mare, che, dacché si forma, muta ad ogni istante finché non muore (vedi la «Coscienza di Zeno» recensita in questo sito). Christine Dwyer Hickey compie un'operazione ancora più spericolata di quella di Zeno e Satta. All'apparenza l'autrice ripercorre l'esistenza di Farley come se fosse un resoconto a ritroso degli eventi più importanti della sua vita di modesto impiegato: ultrasettantenne ormai solo, attende con ansia di vedere la giovane vicina che «lo faccia sentire un po' più giovane, soltanto un poco meno vecchio»; si affanna ad acquistare un vestito adeguato al funerale del proprio titolare, funerale dove per altro non è invitato; lo vediamo al rinfresco per il suo pensionamento chiedersi se gli mancherà qualcosa della vita di ufficio, con > le stupide freddure e l'arroganza dei giovani, le trivialità del lunedì mattina e l'odore di dopo barba scadente, i troppi fastidi e i dispetti senza senso, i primi della classe e i menefreghisti di ogni cosa Andando indietro nel tempo vediamo Farley prendersi cura della madre, la quale ha sempre preferito il fratello intellettuale, egoista ed assente; ed eccolo dall'amante (la moglie del titolare) prendere la decisione sconsiderata di finanziare la ditta per cui lavora senza pretendere un attestato del prestito; ed indietro ancora il lutto devastante per la perdita della moglie, la scelta di mettersi a lavorare per sposarsi abbandonando sogni di viaggi, la notizia della morte del padre, lui ancora dodicenne, e infine a cinque anni in ospedale l'inutile attesa della visita dei genitori. Di certo, Farley è il tipico piccolo borghese; se si è appiattito in una routine senza ambizioni e colpi di scena è in fondo colpa sua: ha sempre fatto le scelte meno impegnative, si è messo a disposizione degli altri quasi volentieri, sia che fossero il titolare, la moglie, l'amante ovvero la madre, il fratello e persino la vicina di casa, vagheggiata nei rimasugli erotici di un povero vecchio. Se però mettiamo Farley «sdraiato comodamente su una poltrona Club», come avrebbe detto Svevo, ci accorgiamo come la vita di Farley sia girata attorno ad un'attesa, quella del padre. Prendiamo ad esempio due passaggi del romanzo. Farley ha cinque anni, arrivano finalmente in ospedale la mamma e il fratello, chiede dov'è il padre. E' a pescare? Alla risposta della donna che è al lavoro e non è potuto venire dal figlio, Farley percepisce > il rumore dell'acqua che scorre dolcemente. Si vede adesso su una riva. (...) Sta indossando gli stivali di gomma che lo coprono sino alla coscia: stivali che riconosce da una scatola in un ripiano essere quelli del padre. (...) E' solo. Solo sulla riva. Un uomo, un ragazzo, un bambino, un neonato, un uomo di nuovo, tutto all'improvviso . Adesso è vecchio alla fine del libro. Vede il vicino correre a prendere l'autobus ma non riconosce il viso. > Allora il suo proprio padre invade la sua mente. Faccia sfortunatamente chiara. Morto d'infarto.. (...) Comunque di certo un bastardo che non ebbe il tempo o una parola per nessuno. Un ringhioso. Ringhiava al giornale, ringhiava alla radio, ringhiava se tu gli parlavi mentre stava pranzando . E al funerale tanti bei discorsi su un uomo che lui e suo fratello non avevano conosciuto. > Un grande conversatore. Un uomo intelligente. (...) Appassionato di pesca con la mosca . Il romanzo è un capolavoro. Non è solo l'arguto espediente di un racconto a ritroso. In ciascuno degli eventi della sua vita Farley si muove come Bloom nell'Ulisse di Joyce: un cammino dispersivo ma affascinante tra strade e negozi di Dublino, tra personaggi minori che danno il senso di una vita solitaria ma superficialmente socievole (Farley è sempre padrone di sé), tra riflessioni laterali, apparentemente marginali. Ne esce un percorso disordinato dei flussi di coscienza del protagonista e di come la faticosa manifestazione dell'io si radichi nei luoghi e nelle relazioni, e non in astratto in un lettino di un psicanalista. La scrittura è poi splendida e vibrante: è un diluvio di parole meravigliose, di fonemi intraducibili dei quali ci si appaga con l'orecchio e non con la vista, di un lessico ibridato con il parlare quotidiano, all'interno di una costruzione sintattica travolgente anche se non immediata per il lettore italiano, senza dubbio difficile da rendere nella nostra lingua. Perché leggerlo? E' splendido, l'autrice è Joyce e Rushdie insieme.
La conquista dell'America
Il libro ha come oggetto la conquista del Centro America da parte degli spagnoli nel ‘500 e nel ‘600, conquista che viene narrata mediante le vicende di cinque personaggi: Colombo, Cortès, Las Casas, Duran e Sahagùn. A ciascuno di questi personaggi l’autore fa corrispondere un differente atteggiamento nei confronti della conquista:in Colombo l’approccio prevalente è quello della scoperta, che lo conduce a una forte attenzione verso la natura e l’ambiente e a un sostanziale disinteresse nei confronti della popolazione indigena, che viene fondamentalmente assimilata alla natura;in Cortès prevale lo spirito di conquista e quindi la conoscenza del linguaggio e della mentalità della popolazione indigena in funzione del perseguimento di obiettivi militari. Cortès comprende rapidamente il mondo simbolico degli atzechi e dei maya e lo utilizza in modo molto efficace per rinforzare e comunicare meglio l’invicibilità degli spagnoli. L’autore ritiene anzi che uno dei motivi del rapido disfacimento dell’impero atzeco sia proprio da ricondurre a un sistema di credenze basato sull’inevitabilità del futuro, la cui direzione non poteva essere modificata e poteva essere letta mediante una serie di «segni». Cortès quindi indaga la popolazione indigena proprio per capirne il mondo spirituale e i relativi «segni» e quindi utilizzarli a proprio favore mediante un’accorta politica di comunicazione. Da questo punto di vista Cortès si presenta come un precursore della semiotica;in Las Casas, prete domenicano, il filo conduttore è l’amore per la popolazione indigena, che si basa su una concezione egualitaria e sull’idea che il popolo indo-americano avesse già valori cristiani e fosse quindi «buono», in contrapposizione con la crudeltà degli spagnoli. Come dice l’autore, l’approccio del prete domenicano si basa su categorie valutative e non sulla conoscenza dei costumi e della cultura degli atzechi. > Se il pregiudizio di superiorità è indiscutibilmente un ostacolo sulla via della conoscenza, si deve riconoscere che il pregiudizio di eguaglianza rappresenta un ostacolo ancora maggiore, perché porta a identificare puramente e semplicemente l’altro con il proprio ideale di sé (o con il proprio io) ;in Duran, prete domenicano cresciuto in America, emerge lo spirito di conoscenza, anche se all’interno di una visione meticcia dei rapporti con la popolazione indigena. Già l’ultimo Las Casas, dopo il famoso dibattito di Valladolid contro un altro prete che sosteneva l’inferiorità degli indigeni e il diritto di renderli schiavi, aveva scoperto la relatività delle varie posizioni ideali e la scomparsa di qualsiasi posizione privilegiata, rinunciando al diritto di assimilare gli indiani. Duran ritiene che la conoscenza della lingua e della cultura degli indigeni sia lo strumento fondamentale per poterli convertire al cristianesimo. Lo studio lo conduce a una sorta di ibridazione culturale, che si manifesta in vari modi, alcuni anche singolari: gli indigeni sono stati già oggetto di una predicazione cristiana e quindi le loro divinità sono simili al dio cristiano, ritiene di svolgere il compito di storico, di una storia di eroi (quella degli atzechi), narra la storia della conquista rispecchiando l’incredulità per il crollo di un impero così ben organizzato;Sahagùn, prete francescano, scrisse ben dodici libri, in atzeco e in spagnolo, nei quali descrive la civiltà di questo popolo. L’autore è il precursore dei moderni studiosi e quindi riesce a descrivere senza dare alcuna interpretazione. Molto interessante è il confronto tra la descrizione di un sacrificio umano da parte di Duran e da parte di Sahagùn, dal quale emerge con evidenza la descrizione fredda e distaccata da parte di questʼultimo. Sahagùn utilizza dei questionari, la cui struttura riflette la sua idea di ciò che può essere una civiltà. Anche in lui la conoscenza riflette dei giudizi di valore. Il libro è molto complesso e articolato, ma in fondo cerca di rispondere ad alcune domande di fondo: è possibile conoscere l’altro? È possibile salvaguardare la differenza nell’uguaglianza? È possibile evitare il massacro, culturale e fisico, da parte del conquistatore? A queste domande l’autore non riesce a dare una risposta esauriente, ma il libro descrive un probabile percorso, dalla scoperta attraverso il massacro sino all’ibridazione culturale e al relativismo, e afferma come bisognerebbe partire dalla conoscenza reciproca, che a sua volta passa attraverso la comunicazione (conoscenza del linguaggio e dei «segni»).
Conversazione in Sicilia
Un giovane operaio vive un sentimento di profonda insoddisfazione per la propria vita: > la quiete della non speranza. Credere il genere umano perduto e non avere voglia di fare qualche cosa in contrario, voglia di perdermi, per esempio, con lui . Questa insoddisfazione («questi astratti furori») è un fatto intimo, ma anche una coscienza del dolore cosmico. Il giovane cerca di uscirne con un viaggio, che possa costituire un ritorno alla propria infanzia e nel contempo un approfondimento di se stesso, una riflessione sui valori e le idee prevalenti nella società. Il viaggio è articolato in diversi momenti topici: le conoscenze in treno, dove le persone sono archetipi di ruoli sociali, l’arrivo nel paese, il colloquio con la madre, il giro con la madre presso le case del paese per effettuare le iniezioni, l’incontro con l’arrotino e la sbornia nell’osteria, il fratello morto in guerra e infine «la sintesi» dell’intero romanzo presso il monumento in bronzo del paese. Lo sviluppo dei temi, i frequenti cambiamenti nello stile e nel ritmo narrativo (talvolta cinematografico, in altri momenti lirico e suggestivo, ricco di simbolismi e allegorie) rendono estremamente difficile fornire unʼinterpretazione univoca, come dimostrato dalla rassegna della critica, dove ciascuno degli autori sembra commentare un romanzo differente da quello letto dagli altri. Esistono senza dubbio diverse chiavi interpretative: rapporto con i genitori e con la terra di origine, descrizione di una crisi di valori che non trova risposta nelle forze politiche e sociali (impersonate nell’arrotino, nel tappezziere e nell’oste) , disperazione esistenziale, che non viene risolta dal ritorno nel grembo materno, ricerca stilistica di un approccio cinematografico alla scrittura. È probabile che il romanzo sia un po’ di tutto questo, tanto da configurarsi come un sistema aperto e dinamico, che non può essere richiuso in unʼunica interpretazione. A me piace pensare che la vera chiave interpretativa del romanzo sia il contesto, quella Sicilia, > una piccola Sicilia ammonticchiata, di nespoli e tegole, di buchi nella roccia, di terra nera, di capre, con musica di rampogne, che si allontanava dietro di noi, e diventava nuvola e neve, in alto . Quell’ambiente che inquadra il ritmo continuo della vita («il giro delle iniezioni»), della malattia e della morte, che rendono tutti gli uomini simili e uguali di fronte al dolore e a un destino comune. > Era notte, sulla Sicilia e la calma terra: l’offeso mondo era coperto di oscurità, gli uomini avevano lumi accanto chiusi con loro nelle stanze, e i morti, tutti gli uccisi, si erano alzati a sedere nelle tombe, meditavano. Io pensai, e la grande notte fu in me notte su notte. Quei lumi in basso, in alto, e quel freddo nell’oscurità, quel ghiaccio di stella in cielo, non erano una notte sola, erano infinite; e io pensai alle notti di mio nonno, le notti di mio padre, e le notti di Noè; le notti dell’uomo, ignudo nel vino e inerme, umiliato, meno uomo di un fanciullo o d’un morto . E allora il vero tema è, forse, l’identificazione e il senso di appartenenza a una dimensione collettiva, costituita dal genere umano. Il personaggio centrale è quello del Gran Lombardo, che sente ed esprime una volontà di grandi doveri, di fare qualche cosa per l’umanità. Ma non si sa cosa fare e quindi l’operaio conclude: > non piango in me. Non piango in questo mondo... E uscì dalla casa, in punta di piedi . Il romanzo presenta delle pagine molto suggestive e raggiunge il suo culmine stilistico e narrativo nel «giro delle iniezioni» e più in generale nella prima parte: il viaggio in treno e l’arrivo al paese. In altri momenti prevale un approccio intellettualistico, che porta anche alla frammentazione della narrazione rendendola talvolta ridondante e prolissa.
Il convitto
Il romanzo è il capitolo conclusivo di una trilogia: «La strada del Donbas (2009),»Mesopotamia«(2014) e»Il Convitto«(2017). Come nel romanzo di Cesare Pavese»La casa in collina«(si veda la recensione in questo sito) Corrado chiedeva»un letargo, un anestetico, una certezza di esser ben nascosto«così da non farsi coinvolgere dalla Resistenza, così Pasa, il protagonista de»Il Convitto«, a chi gli consiglia di fuggire risponde che»era solo un insegnante, un semplice insegnante (...) nient'altro che un insegnante, il resto lo interessava poco. Dove sarebbe dovuto andare, chi ci sarebbe stato ad aspettarlo, cosa c'era da temere, sarebbe andato tutto bene, lui era solo un insegnante > . Ed è rimasto con il vecchio padre senza neanche seguire le notizie in televisione mentre divampa la guerra nel Donbas tra ucraini e russi. Nessuno sa come sia successo che le viscere della terra si siano spalancate sputando fuori quel nerume, (...) tutto prenderà fuoco come in una città medievale: casa dopo casa, strada dopo strada, tempo qualche giorno, e poi non ci sarà più nulla > . A scuoterlo dall' ignavia è il rimorso per aver permesso che il figlio della sorella fosse rinchiuso in un convitto; vuole andare a riprenderlo anche se deve attraversare la linea del fronte, in mezzo ai combattimenti. Si mette in viaggio, in una peregrinazione che lo riporta sempre negli stessi luoghi come se non proseguisse verso una qualche direzione ma girasse in tondo come un orso nel circo. (...) Da tre giorni cammino insieme a persone che neppure conosco. Come se una molla mi spingesse da dietro, m'impedisse di fermarmi. E la molla spinge anche loro, allo stesso modo, lontano da casa. Anche se almeno metà di loro non ha più né una casa né una famiglia. Vagano per la circonvallazione senza avere alcuna possibilità di uscirne. Girano in tondo intorno alla propria città. E anch'io giro con loro, non so perché > . In un ambiente devastato dalle bombe e dalla violenza, dove non c'è pietà per nessuno, la peregrinazione di Pasa diviene un pellegrinaggio fuori dal tempo e dallo spazio (la guerra del Donbas del 2014): è come un cammino in un incubo, fatto di un miscuglio di personaggi, di distruzioni, di morte, di ricordi del passato. E' un sogno o la realtà? Perché quel soldato, suo ex scolaro, lo ha risparmiato? Perché hanno ucciso il custode del Convitto, l'unico insegnante che non era fuggito per custodire i giovani ospiti del convitto? Perché lui, così pavido e maldestro, si salverà? L' illustrissimo dottore gli ha chiesto di assistere un ferito, un adolescente di vent'anni. > Tra poco se ne andrà, ora chiuderà gli occhi e sarà finita.(...) All'improvviso Pasa percepisce accanto a lui un'altra presenza, sconosciuta, ferma lì ad aspettare, pertinace.(...) Chi sta aspettando? Per chi è venuta? Di sicuro per me, immagina Pasa. E' lei che da tre giorni non mi perde d'occhio, è lei che emana questo greve odore di cane bagnato, è a me che dà la caccia, è contro di me che prende la mira.(...) A quel punto il ferito gli stringe la mano.(...) Percepisce che la morte lo aggira, si allontana e si avvicina all'altro.(...) Non guardare, si dice, non devi guardare, corri soltanto, corri più veloce che puoi, finché ne hai la forza e il tempo, corri e non ti voltare... Giovanna Brogi, l'ottima traduttrice dall' ucraino, nella sua postfazione interpreta il romanzo come un percorso di formazione di Pasa, il quale riflette sulla propria identità anche linguistica, prende coscienza della propria pusillanimità e comprende che deve scegliere dove stare. Questa interpretazione contrasta con l'incupimento metafisico dell'intero racconto dove non c'è una prospettiva di salvezza e rinascita. Si prenda un brano finale, ricco di simbolismo in contrasto con l'apparente iperrealismo del racconto. Abbiamo lasciato Pasa nella sua fuga dalla morte. > C'è una tale quantità di bianco da far sembrare che tutti i colori si siano esauriti.(...) Campi bianchi e l'asfalto nero della strada lungo il quale lui cerca di fuggire, che dovrebbe salvarlo.(...) E distingue netti i cani oscuri sul fondo bianco.(...) Sono sempre più vicini, feroci e impavidi, sanno che la vittima non può sfuggire, che non ha via di scampo, eccola, lì davanti a pochi balzi, ancora un attimo, qualche altro momento, e potrai saltarle addosso, conficcarle i denti nella gola mentre lei cerca di liberarsi, di ingannare la sorte . A Pasa non resta che la compassione, la «pietas» latina, espressa nelle ultime pagine dal nipote non più adolescente: il riconoscimento da parte del ragazzo della fragilità dello zio, forse, salva Pasa. L'essenzialità della scrittura, le parole scarne, il ritmo incalzante accompagnato da lunghe sospensioni, la capacità narrativa di passare da un intenso realismo a un simbolismo onirico sono i tratti distintivi di questo capolavoro, una felice sorpresa in un panorama letterario spesso banale. Che siano le condizioni essenziali dell'esistenza a creare opere di valore, ciò che non è possibile quando prevale la morbida e salottiera quotidianità? Non sarà che la letteratura europea abbia bisogno della guerra per rinascere? Perché leggerlo? E' interessante sotto il profilo storico, ma soprattutto è affascinante lo stile letterario: un capolavoro.
Il Corsaro Nero
Siamo nel Seicento, il secolo dei pirati, > gente composta principalmente di spostati, di soldati e di marinai avidi di bottino , che scorrazzavano il mare dei Caraibi > per mettere le mani sulle ricche miniere dalle quali la Spagna traeva fiumi dʼ oro . Tra questi «ladroni del mare» cʼera anche un nobile italiano, il conte di Ventimiglia, il Corsaro Nero: > era vestito completamente di nero.... anche lʼaspetto di quellʼuomo aveva, come il vestito, qualche cosa di funebre, con quel volto pallido, quasi marmoreo . La storia ha inizio con la notizia dellʼimpiccagione del Corsaro Rosso, fratello del Corsaro Nero, che ha fatto la stessa fine degli altri due fratelli, tutti assassinati a tradimento per mano del duca Wan Guld. Il Corsaro Nero decide di recuperare il corpo del fratello per dargli degna sepoltura. La spedizione a Maracaybo, dove era stato impiccato il Corsaro Rosso, costituisce un preambolo dei temi del libro: colpi di scena, duelli, astuzie ed eroismi, inquadrati in una natura rigogliosa e meravigliosa, con quadretti di una tipica città coloniale, abitata da una popolazione di mercanti e di cavalieri spagnoli. Si combatte e si uccide ma non cʼè odio tra pirati e spagnoli: il vero nemico è uno solo, il duca Wan Guld: il fiammingo traditore. Arriviamo ad un punto di svolta del romanzo. Recuperato il corpo del fratello, si svolge il funerale sulla Folgore, la nave del Corsaro Nero: > il mare sfolgoreggiava sempre intorno alla nave, rumoreggiando sordamente.... quelle ondulazioni avevano in quel momento degli strani sussurrii. Ora parevano gemiti di anime, ora rauchi sospiri, ora flebili lamenti . Dinanzi ad un equipaggio, emozionato ma anche terrorizzato dai fantasmi dei fratelli morti, Il Corsaro Nero rompe il silenzio funebre con un terribile giuramento: > la mia anima sia dannata in eterno, se io non ucciderò Wan Guld e sterminerò tutta la sua famiglia come egli ha distrutto la mia! . Il destino è segnato: non cʼè più spazio per altre scelte, per una diversa volontà. La vita del Corsaro Nero non può che seguire la strada segnata da questo giuramento. Il Corsaro Nero cerca la vendetta ma incontra invece, in modo imprevedibile, lʼamore. La Folgore si imbatte in una nave spagnola, che viene conquistata dopo una cruenta battaglia e lì i pirati fanno prigioniera una fanciulla, > una bella figura di giovane, alta, slanciata, flessuosa, dalla pelle delicatissima, di un bianco leggermente roseo . Quale contrasto tra lʼaspetto lugubre del Corsaro Nero e il biancore della giovane! Fin dallʼinizio si capisce che è nato un amore, ma questo amore porta con sé la tragedia. Salgari ci lascia nellʼincertezza, non ci svela subito chi è la fanciulla, ma si capisce come il Corsaro Nero sappia che > i morti possono abbandonare i profondi baratri dove riposano e salire alla superficie a distruggere le speranze di felicità. Dʼaltra parte la giovane intuisce che il traditore di cui si vuole vendicare quel «funebre gentiluomo dʼoltremare» potrebbe essere suo padre. Il lettore deve ancora aspettare. I pirati vanno alla conquista di Maracaybo e poi il Corsaro Nero insegue Wan Guld nella foresta e nelle paludi dellʼAmerica Centrale. La natura, splendida ma spietata, diviene per numerose pagine la protagonista del romanzo. Il Salgari avventuroso e esotico scrive qui alcune delle sue pagine migliori. Wan Guld riesce a fuggire ma sfortunatamente uno spagnolo rivela al Corsaro Nero che la fanciulla è la figlia del fiammingo traditore. Non vale per il Corsaro Nero una massima seguita dai pirati, che non chiedono mai alle loro donne di rendere conto di ciò che hanno fatto nel passato, ma solo di ciò che faranno nel futuro. Per il Corsaro Nero il passato si racchiude nel suo disumano giuramento: la fanciulla viene abbandonata in una scialuppa: "soffiava forte il vento allora e nella profondità del cielo guizzavano vividi lampi, mentre allo scrosciare delle onde si univa il rombo dei tuoni... intanto che la scialuppa si allontanava sempre... fra i gemiti del vento ed il fragore delle onde si udivano, ad intervalli, dei sordi singhiozzi... Guarda lassù! ( dice il fido Carmaux) il Corsaro Nero piange! Il Corsaro Nero è il capolavoro di Salgari e , senza dubbio, uno dei più bei libri della letteratura italiana, non solo di quella di avventura. Unicamente una critica elitaria, quale quella italiana, poteva non cogliere la complessità del romanzo. È un libro di avventura ed anche qualche cosa di più. Innanzitutto è unʼesplosione di fantasia, il gusto del meraviglioso e dellʼorrido che solo lʼimmaginazione può conseguire. Basti pensare alla descrizione ricca e meticolosa dellʼambiente naturale, allʼattenzione alle vesti, tutte ricamate, cariche di pizzi e traboccanti di colori, alle raccapriccianti ed efferate scene di battaglie. La fantasia costituisce anche la fuga da una angoscia esistenziale, che è alla base della personalità del Corsaro Nero. Le vicende della vita portano solo dolore, gli affetti sono causa di sofferenza e bisogna sfuggire da una realtà che non dà felicità e pace. Cʼè in qualche modo un demone che trascina lʼuomo al suo triste destino ed allora è meglio, fin che si è in tempo, rifugiarsi nellʼimmaginazione. Perché leggerlo? È un libro di avventura, romantico ma anche moderno nel suo messaggio di dolore e di angoscia.
La coscienza di Zeno
Siamo a Trieste tra la fine dellʼottocento e i primi anni del novecento. Lʼautore immagina che uno psicoanalista pubblichi «per vendetta» le memorie di un suo paziente, che si è sottratto alla cura ed ha raccontato un sacco di bugie. Il romanzo ha quindi la forma narrativa dellʼautobiografia. «Sdraiato comodamente su una poltrona Club», Zeno cerca di ricordare gli avvenimenti più importanti dell ʼesistenza, tenendo conto che > la vita più intensa è raccontata in sintesi dal suono più rudimentale, quello dellʼonda del mare, che, dacché si forma, muta ad ogni istante finché non muore . Lo sforzo di ritornare al passato non è un percorso cronologico ma un soffermarsi sui momenti più importanti della vita. La struttura narrativa segue, infatti, i differenti punti di vista, dai quali Zeno guarda la propria biografia. Il primo capitolo ha come oggetto il fumo, o meglio lʼultima sigaretta, quel proponimento, sempre disatteso, di smettere il vizio. Il lettore incontra subito la lieve e paradossale ironia che caratterizza tutto il libro, ma ci si imbatte anche con il tema portante del romanzo: il timore che > trovandomi in corsa traverso il tempo non potessi più essere raggiunto dallʼamore e più in generale da ciò che si vorrebbe essere. Ritornare al passato fa riaffiorare il divario tra le aspirazioni e ciò che si è raggiunto. Emerge un costante senso di colpa, al quale bisogna trovare una plausibile giustificazione. La consapevolezza di «essere vissuto indarno», come diceva Leopardi, «farammi acerbo», alimentanto un misto di malinconia e di affanno. Il ricordo è > dolce per sé; ma con dolor sottentra il pensier del presente, un van desìo del passato, ancor tristo, e il dire: io fui ( Le ricordanze). I capitoli successivi svolgono lo stesso tema allʼinterno di uno schema narrativo sempre più complesso ed articolato. Zeno investiga il proprio animo in rapporto alle principali figure della sua vita. Nel secondo capitolo, «morte del padre», Zeno non riesce ad offrire lʼaffetto filiale che vorrebbe perché troppo forte è la delusione del padre per le evidenti incapacità del figlio come uomo dʼaffari. Nel terzo capitolo, «matrimonio», il protagonista non consegue lʼamore, impersonato dalla bella Ada, e si sposa, senza sapere perché, con Augusta, la sorella bruttina. Nel quarto capitolo, «moglie e amante», Zeno non è un bravo marito né un buon amante, mentre nel quinto capitolo, «associazione», è lʼamicizia che viene persa. Zeno, che pur ha cercato di aiutare in tutti i modi Guido, marito di Ada, non è capace di evitarne la rovina economica e il suicidio, tanto da essere accusato da Ada, il suo eterno amore, di avere tradito lʼamico. Lʼautobiografia potrebbe concludersi a questo punto. Invece, lʼaffermazione del dottore, che Zeno è guarito, perché ha capito che nel suo inconscio amava sua madre e odiava suo padre ( il famoso rapporto di Edipo), scatena la reazione razionalistica di Zeno, che confessa, candidamente, che ha sempre mentito, trovando subito una giustificazione: > ( il dottore) non studiò che la medicina e perciò ignora che cosa significhi scrivere in italiano per noi che parliamo e non sappiamo scrivere il dialetto.... se egli sapesse come raccontiamo con predilezione tutte le cose per le quali abbiamo pronta la frase e come evitiamo quelle che ci obbligherebbero di ricorrere al vocabolario . In realtà, se ci poniamo dallʼesterno, e non dal punto di vista di Zeno, gli avvenimenti potrebbero essere interpretati in modo differente rispetto alla visione del protagonista. Zeno è un buon figlio, che cerca di star vicino al padre, è un buon marito pur con qualche scappatella, si preoccupa dei figli, è generoso, pronto ad aiutare lʼamante e lʼamico in difficoltà, si rivela un abile uomo dʼaffari, quando è costretto a farlo. Tutte le sue questioni esistenziali nascono da come vive la vita nella coscienza più che dal reale vissuto. Sarà necessaria la guerra per rompere il velo di ignoranza che Zeno ha della propria vita e per rivelare che il protagonista sa affrontare le difficoltà e trarne anzi vantaggio economico. Ma allora il libro è solo la facile ironia sulla psicoanalisi e più in generale sulla psicologia? Discipline che sembrano voler trovare problemi laddove un approccio razionalistico alla vita ne darebbe una soluzione fattibile e serena. In realtà, il romanzo può essere letto a cerchi concentrici, dalla realtà allʼinconscio e viceversa: la descrizione dellʼimpatto dellʼio profondo sulla coscienza dellʼuomo, vera eccezionalità rispetto alla prosaicità dellʼesistenza. Esiste una chiave interpretativa di ogni coscienza, che lʼautore deve ammettere, malgrado il suo approccio razionalistico. Per Zeno questa chiave interpretativa sembra risiedere nella dicotomia buono - cattivo, alimentata da un episodio dellʼinfanzia. > Assistevo senza grande dolore alla tortura che veniva inflitta a Guido dal bilancio messo insieme da me con tanta cura e me ne venne un dubbio curioso e subito dopo un curiosissimo ricordo. il dubbio: ero io buono o cattivo?... mi vedevo bambino e vestito ( ne sono certo) tuttavia in gonne corte, quando alzavo la mia faccia per domandare a mia madre sorridente: sono buono o cattivo, io?.... Oh incomparabile originalità della vita! Era meraviglioso che il dubbio chʼessa aveva già inflitto al bimbo, in forma tanto puerile, non fosse stato sciolto dallʼadulto quando aveva già marcato la metà della sua vita . Perché leggerlo? È un libro molto denso, complesso, ricco di spunti. Va letto, ma non prima di addormentarsi.
La crisi della coscienza europea
Il libro ripercorre lo sviluppo delle idee dal 1680 al 1715, periodo nel quale, come dice l’autore > avvenne nella coscienza europea una crisi: tra il Rinascimento, da cui derivava direttamente, e la Rivoluzione francese, che preparò, non ce ne fu nella storia delle idee nessuna di più importante. L’uomo, e l’uomo soltanto, diventava la misura di tutte le cose . La prima parte del libro riguarda la demolizione del passato, in particolare lo sviluppo delle opinioni contro la religione. I titoli dei capitoli sono emblematici dell’oggetto della furia distruttrice: i grandi mutamenti psicologici e contro le credenze razionali. L’autore si sofferma sia sui grandi personaggi (come Pierre Bayle, Leibniz, Bossuet) sia sulle correnti culturali sottostanti alle grandi filosofie, come la negazione del miracolo, degli oracoli e delle stregonerie. Ne deriva un affresco incredibile di storie personali, di interrelazioni tra personaggi, di incredibile diffusione di libri e di giornali, di un mondo cosmopolita, che trova la sua origine nella revoca dellʼeditto di Nantes, con il quale vengono espulsi dalla Francia i protestanti. In realtà la Riforma è alla base del nuovo pensiero e i filosofi eretici, in particolare Spinosa, ne sono gli ispiratori. Di particolare interesse è poi la figura di Richard Simon, che vuole leggere testualmente i testi sacri e ne coglie tutte le contraddizioni. Dice il Simon, > sono convinto che non si possa leggere con frutto la Bibbia, se prima non si conosca quanto concerne la critica del testo. Come dice Hazard, erano ribelli nati…. sbrigativi, presuntuosi, paragonavano tutta la storia a un foglio di carta, tutto pieno di cattive pieghe: bisognava abolire tali pieghe, e tornare alla pagina bianca, ecco tutto!... il mondo era pieno di errori, generati dalle facoltà ingannatrici dell’anima, garantiti da autorità incontrollate, diffusosi con il favore della credulità e della pigrizia…(si) doveva compiere innanzitutto un immenso ripulisti > . La seconda parte del libro riguarda la costruzione del futuro e in particolare il percorso che porterà al predominio della Ragione, ossia del metodo scientifico. L’autore si sofferma, anche in questo caso, sul contributo dei grandi uomini, innanzitutto Locke, Newton, ancora Leibniz e Vico, ma soprattutto esplora i cambiamenti sotterranei, quelli che Hazard chiama i valori immaginativi e sensibili: il pittoresco, la psicologia dell’inquietudine e così via. Ne deriva un affresco ricco di suggestioni, che riesce a descrivere molto bene la contemporaneità tra un pensiero alto > , che vuole ricondurre ad un approccio razionale il reale, e correnti sotterranee che mantengono gli elementi magici nella società. La modernità nasce quindi bifronte ma ha un motore costituito dall’inquietudine, dal desiderio di esplorazione, dalla ricerca di una felicità che non è più possibile ricondurla allʼaldilà. Una filosofia che rinuncia alla metafisica e si restringe volontariamente a quel che può cogliere di immediato nell’anima umana. Una morale che si fraziona in più morali: il ricorso all’utilità sociale, tanto per sceglierne una. Il diritto alla felicità, alla felicità sulla terra…. La scienza che assicurerà il progresso indefinito dell’uomo e quindi la sua felicità > . La tolleranza come virtù (si pensi all’Epistola de Tolerantia di Locke) e poi i primi tratti di romanticismo che si trovano nel concetto di inquietudine di Locke: e non sarà forse inutile osservare che l’inquietudine è il principale stimolo che ecciti l’industria e l’attività degli uomini > . L’inquietudine consiste nel desiderio di ciò che ci manca ma anche nella speranza e nella fiducia di poterla avere. Che cosa è rimasto di questo ribollio di idee oggi? Lo spirito critico si è spento in una marea di parole vuote, il metodo scientifico si è frantumato in metodologie e tecniche, l’uomo ha perso di conseguenza fiducia nel futuro e il magico > , le credenze irrazionali hanno ripreso vigore. L’inquietudine si è riflessa su se stessa. Cosa occorre fare? Buttare i libri alle ortiche (come sembra suggerire il film Cento Chiodi di Olmi) e buttarsi nell’empatia con gli altri e con la natura? O riprendere con calma le fila di un discorso interrotto, ridando fiducia al metodo scientifico? Come diceva Vico ma in tal densa notte di tenebre…. apparisce questo lume eterno, che non tramonta, di questa verità…: che questo mondo civile è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono, ritrovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana".
Decameron
Se cerchiamo nello Zingarelli, troviamo la seguente spiegazione dell'aggettivo «boccaccesco:»lezioso, salace come in certe novelle del Boccaccio«. E il dizionario aggiunge:»identifica situazioni, descrizioni, scritti di argomento sessuale, ai quali non è tuttavia estranea una vena di leggerezza, di divertimento e anche di mordacità > . Questa definizione riflette il sentire comune, che nasce da molte novelle del Decameron (si pensi alla quarta novella della prima giornata, dove un monaco e il suo abate si portano a letto una giovane contadina), ed è in assonanza con la lingua, popolaresca, ricca di doppi sensi e spesso volgare. D'altra parte per Giosuè Carducci il Decameron è il rovescio della commedia divina di Dante«e Boccaccio un»cinico, (...) in cui non v'è che paganesimo e decrepita corruzione«(citazioni da»Vita e Opere di Giovanni Boccaccio > in Vittore Branca nell'introduzione al Decameron). Povero Boccaccio che tanto amava Dante! Il dibattito critico è molto vasto e articolato; da semplice lettore rilevo alcuni tratti generali per poi proporre possibili raggruppamenti delle cento novelle. Nel proemio l'autore scrive che le donne sono ristrette da' voleri, da' piaceri, da' comandamenti de' padri, delle madri, de' fratelli e de' mariti, il più del tempo nel piccolo circuito delle loro camere racchiuse dimorano... (...) Adunque, acciò che in parte per me s'amendi il peccato della fortuna > . La donna è al centro delle novelle; non è la Beatrice di Dante (personificazione dell'Amore per il Bene) né la Laura di Petrarca, oggetto del desiderio e mamma nello stesso tempo; parliamo della donna vera, fatta di carne, (...) «piena di concupiscibile disidero», che si sente orgogliosamente uguale agli uomini, come dice Ghismunda al padre Tancredi (I novella della quarta giornata): > riguarda alquanto a' principi delle cose, tu vedrai noi d'una massa di carne tutti la carne avere e da un medesimo Creatore tutte l'anime con iguali forze, con iguali potenze, con iguali vertù create . La stesura delle novelle prende le mosse da un evento straordinario e tragico: la peste del 1348. Ed è proprio dalla descrizione di questa terribile epidemia che possiamo trarre altri due tratti essenziali dell'opera. Con pennellate da grande sociologo Boccaccio analizza i meccanismi sociali innescati dalla pestilenza, cogliendo lucidamente come essa abbia devastato soprattutto le classi più misere della società, che non potevano proteggersi dal contagio fuggendo dalla città. E' un'analisi acuta e fredda, senza quel moralismo compassionevole e fastidioso che è presente nella descrizione della peste da parte del Manzoni. La povera gente voleva seppellire degnamente i propri defunti; e allora > infinite volte avvenne che, andando due preti con una croce per alcuno, si misero tre o quattro bare, da' portatori portate, di dietro a quella: e, dove un morto credevano avere i preti a sepellire, n'avevano sei o otto e tal fiata più . Certo a una mentalità ottusamente convenzionale, come quella di Carducci e pure di Benedetto Croce, questa ilare scena potrebbe parere un atto di cinismo mordace di un monello, che si ride del mondo. E invece essa rivela l'atteggiamento empatico e pessimistico che pervade l'intera opera di Boccaccio: un realismo partecipe delle sofferenze dell'essere umano. Donna viva, narrazione della società così com'è, simpatia verso il destino dell'umanità, sono queste le caratteristiche delle 100 novelle. Proprio alla luce di queste chiavi interpretative esse possono essere raggruppate in quattro fondamentali filoni, per ciascuno dei quali indico la novella più rappresentativa. Il primo filone è quello fiabesco, per il quale Boccaccio attinge alla letteratura arabo-mussulmana e a quella cavalleresca: segnalo la novella VII della seconda giornata. Il secondo gruppo di racconti è quello pittoresco, e qui non si può fare a meno di indicare un capolavoro: la celeberrima novella V della seconda giornata. Ci sono poi le maschere della Commedia dell'Arte, tratte dalla cultura popolare, cittadina e villana: per ridere amaramente su noi creduloni consiglio la novella X della sesta giornata. Infine per il filone moraleggiante, stanca e pessimistica riflessione del Boccaccio sulla vita e le sue disgrazie, invito a leggere l'ultima novella del Canzoniere, che tanto piacque a Petrarca e ai contemporanei (novella X della decima giornata). Il Decameron è un grandioso capolavoro di poesia-prosa, una sintesi magistrale tra l'endecasillabo dantesco e la narrativa padana e mediterranea. Si è parlato di plurilinguismo per indicare la ricchezza lessicale del Boccaccio, che attinge a tante lingue del nostro paese per rispecchiare la differenziazione sociale e culturale del nostro Paese. Com' è stato scritto (vedi Vittore Branca «una chiave di lettura per il Decameron» nell'introduzione all'edizione Einaudi) l'espressionismo linguistico è programmatico perché > mira a creare, a livello fonetico, lessicale, grammaticale, un'atmosfera ambientale più di spiriti che di cose, anche con suggestioni foniche per non dire musicali . Insomma, il Decameron è una testimonianza di ciò che poteva essere la lingua italiana e non è stata, rifiuto dell'omologazione di una classe dirigente distante e spaventata dal popolo. Abbiamo dovuto attendere il secondo Novecento! Perché leggerlo? Divertente, affascinante, splendido.
Il Disertore
E' un grande romanzo contro la guerra; richiama altri due libri sull'argomento, entrambi recensiti in questo sito: Matterhon di Karl Marlantes ambientato nella guerra del Vietnam e Niente di nuovo su fronte occidentale di Erich Remarque. Se il primo è un racconto epico, una sorta di Iliade moderna che dimostra l'inutilità della guerra come occasione di cambiamento sociale ( sfatando un grande mito!), se il secondo è una discesa agli inferi dove nella trincea sopravvivono dei «morti viventi», «Il Disertore» narra la vicenda di un soldato tedesco, che prende coscienza dell'assurdità del nazionalismo, della tragedia nella quale è coinvolto e crede di trovare una soluzione passando dall'altra parte, a combattere tra i partigiani. Siamo nella seconda guerra mondiale in Polonia; un piccolo avamposto tedesco deve presidiare una ferrovia in un territorio ormai in mano al nemico. Isolati, abbandonati e sfiduciati, > la natura selvaggia guardava con innocente voluttà quei soldati che, a osservarli da buona distanza, non avresti detto in preda ad ansimi, a gemiti, e vicini alla disperazione; da lontano apparivano anzi più simili a figure che si trovano talvolta rappresentate al mercato delle vecchie incisioni, e si muovono allegre, senza meta, libere da ogni gravità . Proska si ritrova per caso in questo drappello; viaggiava su un treno verso il fronte orientale quando una bomba ha distrutto il convoglio; salvatosi per miracolo si inquadra, naturalmente da bravo soldato, in una piccola squadra, agli ordini di un sottoufficiale maldestro, autoritario e violento; il comando militare è lontano. E' una umanità variegata, dallo spilungone un po' scemo ad un ex mangiatore di fuoco che ha come amica una gallina sino ad un giovane studente, oggetto degli scherzi sadici del capo. Come in Matterhon e in Niente di nuovo sul fronte occidentale è la fratellanza a cementare il gruppo, mentre il patriottismo è visto ormai come una fregatura. > Lo chiamano senso del dovere, disse con disprezzo Pandilatte (un soprannome per Wolfgang il giovane studente), ce l'hanno iniettato nel sangue. E con quello ci hanno squinternato, levato l'indipendenza. (...) Contagioso è il risentimento nazionalista. Un risentimento che è la radice della presunta superiorità tedesca e la fonte di questo stramaledetto senso di predestinazione . Poche parole, e soprattutto gli effetti mortiferi di un delirio di onnipotenza, demoliscono quella missione universale, di cui parlava Thomas Mann, e che ha infettato la società tedesca. Ed è per questo, e per la storia che racconta, che il romanzo dovette attendere a lungo prima di essere pubblicato. In guerra per il soldato innanzitutto bisogna salvarsi, e non si può fare se non si dà la morte. > Svelto il grilletto è impaziente; ha una gran sete di morte. (...) Ancora una sventagliata. Tutto e ventotto. Che altro aspetti? E i colpi lasciarono la bocca e rasarono le canne. (...) Il fiume, faccia di tolla, spingeva zitto la sua acqua al mare, passava prati e boschi svettanti, passava i seni granitici dei ponti, passava le piccole e grandi città, passava, passava. Un uomo sognava sua moglie. Acqua passata. Sognava un figlio. (...) Tutta acqua passata: il fuoco scaturito dalle labbra, i desideri sgorgati dagli occhi; la tenerezza, la fedeltà incrollabile e l'angoscia nel petto. Solo la coscienza non inaridisce, questo fiero, aspro paesaggio di giustizia, questo fortino contro il rimorso . Porska osserva un giovane partigiano, che cammina come se stesse facendo «una passeggiata sentimentale». Non vorrebbe sparargli ma «siamo costretti a ubbidire alla guerra anche se la odiamo come la peste». Non c'è una alternativa alla guerra ed è questa sentimento, insieme alla disillusione e all'opportunistica ricerca della sopravvivenza, che spinge Porska a passare a combattere con i partigiani. Dall'altra parte della barricata la vita è «altrettanto grigia, per nulla migliore». Porska fa comunque il suo dovere,, come lo aveva fatto da soldato tedesco. E spara, dà la morte senza neanche sapere chi ha di fronte. Con la grande avanzata dell'armata rossa verso occidente Porska giunge alla casa di sua sorella e, senza intenzione, d'istinto, uccide il cognato, il quale, senza riconoscerlo, anche lui d'istinto, puntava la canna di un fucile contro di lui. Quando Proska se ne accorge nasconde il cadavere: la sorella crede per anni che il marito sia un disperso. > Maria vuole certezze. Solo tu gliele puoi dare, Proska, Devi dargliele. (...) Una volta che saprai dove dormire, una volta che avrai trovato dove poter stare da solo con te stesso e le tue lunghe giornate, una volta che saprai che tutte le strade desiderano essere percorse fino in fondo: allora, Proska, dovrai scriverle. Lo farai. Devi . Un povero uomo, un uomo di qualità ma troppo piccolo per prendere la decisione giusta, si trova, suo malgrado, in mezzo alla guerra. Reagisce come può e diviene disertore non per scelta, per necessità, perché in guerra si deve dare comunque la morte. E' questo il grande messaggio del libro: alla violenza non si può rispondere che con la non violenza, se si vuole salvare la propria coscienza. E' un illusione, un struggente anelito, sperare che si possa sprofondare «nelle paludi remote dell'oblio», o che si possa rimediare al male con altro male. Solo una scelta di pace può dare veramente la serenità. E' un romanzo pressoché perfetto: costruito sapientemente in un giusto dosaggio tra trama, personaggi e paesaggio; attraversato da una intenso afflato pacifista, non declamatorio ma espresso tramite le storie di povera gente, soldati loro malgrado: > l'orologio che ogni guerra/stringe fra le grinfie rosse/sgoccia giù per le lancette/i minuti dei suoi soldati/e l'orgoglio della vita/cade muto, neanche un'eco,/e il vento rapisce i nomi/sull'altalena dell'oblio . Perché leggerlo? Un capolavoro.
Domani nella battaglia pensa a me
Il romanzo narra la particolare vicenda di Victor, un ghost writer, il quale viene invitato una sera da una donna sposata, Marta; tuttavia, sul punto di fare all’amore, Marta muore e Victor, spaventato e incerto, lascia la casa senza avvisare nessuno. Preso dal rimorso e dalla curiosità, fa in modo di venire in contatto con la famiglia di Marta: il padre, un gentiluomo madrileno, la sorella, con la quale spera di intrecciare una relazione, e il marito, un uomo dʼaffari che si trovava a Londra mentre lui era stato invitato da Marta. Alla fine, Victor confessa di essere lui l’uomo che era in casa di Marta e, a sua volta, il marito gli confessa che era a Londra insieme con la sua amante, che gli aveva raccontato di aspettare un figlio e di voler abortire nella città inglese. In realtà non era vero e l’uomo, in un momento di follia, ha cercato di ucciderla; la donna è fuggita e si è fatta investire mortalmente da un taxi. Accanto a questa vicenda principale, si sviluppano due storie parallele. Qualcuno ha raccontato a Victor che Celia, la sua ex-moglie, si prostituisce. Una sera, a Victor sembra di riconoscere sua moglie in una prostituta di nome Victoria, che carica in macchina nell’intento di capire se si tratta di sua moglie o se invece è un’altra persona che le assomiglia. La difficoltà a distinguere tra il vero e il falso, tra la finzione e la realtà, si ritrova nell’incontro con un uomo potente, l’Unico, che lo ha chiamato per scrivere un discorso. In realtà Victor si presenta con il nome di un amico (unʼaltra finzione che diviene realtà); inoltre nella conversazione l’Unico manifesta la sua disperazione perché non può esprimere i dubbi e le incertezze che sono alla base della sua azione. Nel commento al libro, l’autore ne indica il tema di fondo, che è l’inganno, ma non quello voluto (frutto di una trama razionale o dell’ipocrisia della società), ma quello che deriva dal tempo e dal ricordo. > La più completa delle biografie non è fatta d’altro che di frammenti irregolari e di scampoli scoloriti, anche la propria biografia. Crediamo di poter raccontare le nostre vite in maniera più o meno ragionata e precisa, e quando cominciamo ci rendiamo conto che sono affollate di zone d’ombra, di episodi non spiegati e forse inesplicabili... L’inganno e la sua scoperta ci fanno vedere che anche il passato è instabile e mal sicuro, che neppure ciò che in esso sembra fermo e assodato lo è per una volta e non per sempre... . L’inganno è veramente il leit motiv del libro? Non penso che esaurisca i contenuti di questo romanzo, nel quale i personaggi si muovono in una sorta di incantamento, di dimensione irreale che è frutto di due forze fondamentali: il tempo e il ricordo. > Quello che ci pesa, dice il marito di Marta, il brutto della cosa è che il tempo in cui crediamo quel che non era si trasforma in qualche cosa di strano, fluttuante e fittizio, in una specie di incantamento o sogno che deve essere soppresso dal nostro ricordo; ad un tratto è come se quel periodo non lo avessimo vissuto affatto . Ed ancora > la morta che lo frequenta e lo spia e lo visita è un’altra, la sua morta che risiede nel suo pensiero come la mia abita nel mio allo stesso modo di un palpito incessante nella veglia o nel sonno, la sua misera moglie e la sua misera amante mescolate ed alloggiate entrambe nelle nostre teste in mancanza di luoghi più confortevoli, dibattendosi contro la dissoluzione e volendo incarnarsi nell’unica cosa che rimane loro per conservare il vigore e la frequentazione, la ripetizione e il riverbero infiniti di ciò che una volta fecero o di ciò che ebbe luogo un giorno: infinito, ma ogni volta più stanco e tenue . I protagonisti di questo romanzo sono travolti dagli avvenimenti, che sembrano paradossali e imprevedibili e sottoposti a un ritmo che fa perdere la distinzione tra passato, presente e futuro. Ma un fatto, appena passato, a sua volta si disperde e disperatamente si vorrebbe tornare indietro, si vorrebbe che i fatti non fossero avvenuti o avessero preso un’altra direzione. Ma si vive veramente, si è veramente se stessi, o si vive all’interno di una finzione continua, in quanto la realtà non riesce a racchiudere la nostra immaginazione? In questo contesto solo la morte sembra essere un fatto reale ma la morte è l’inizio di una perdita graduale del ricordo. È un libro importante, che viene portato avanti con un ritmo narrativo travolgente, «un rap letterario», che per essere seguito richiede di immergersi nella lettura.
Don Chisciotte
Il romanzo è ambientato nel primo Seicento e narra le vicende di un gentiluomo di campagna che, infervorato dalle storie cavalleresche, immagina di essere un cavaliere errante. Inizia quindi un viaggio nella Mancia con lo scudiero Sancho Panza e due fedeli animali, il cavallo Ronzinante e l’asino. Il romanzo è articolato in due parti. Nella prima parte si sviluppano le vicende più incredibili, che nascono dall’immaginazione di Don Chisciotte: un’osteria diventa un castello da espugnare, un gruppo di viandanti dei cavalieri nemici da combattere, un gruppo di carcerati degli sfortunati da liberare, che rapineranno a loro volta Don Chisciotte. Tutte le vicende si chiudono generalmente in modo infelice: Don Chisciotte e Sancio ne escono picchiati, dileggiati e con le ossa mezze rotte, ma tuttavia Don Chisciotte è sempre convinto che è stato sconfitto da un «incantamento», da una finzione creata ad arte da qualche mago malefico. La prima parte si chiude con il ritorno di Don Chisciotte a casa, portato in un carretto dentro una gabbia. La storia del cavaliere errante è intercalata da una serie di episodi, di vere e proprie storie, che sembrano avere come unico filo conduttore la rappresentazione di una realtà ipocrita, dove la forza e la prepotenza predominano. Questa prima parte si sviluppa intorno alla contrapposizione tra il sogno eroico, quello di Don Chisciotte, e il sogno plebeo, quello di Sancho. Don Chisciotte vive in un mondo perfetto e si imbatte nella storia e nella realtà; Sancio vive nella storia e l’accetta così com’è: un mondo umano di piccole miserie e di gioie mediocri dove non esistono disillusioni perché non ci sono grandi illusioni. Nella seconda parte l’autore immagina che siano state già narrate le vicende di Don Chisciotte e quindi le persone, che incontra il cavaliere errante nella sua nuova avventura, si divertono a prendere sul serio Don Chisciotte creando situazioni paradossali e spesso crudeli. Il romanzo si conclude con il ritorno di Don Chisciotte e con il suo riconoscimento, in punto di morte, che la cavalleria errante è una falsità e che l’unica fede è quella nella religione cattolica. Questa parte del libro è stata scritta molti anni dopo, e si può senz’altro affermare che Don Chisciotte «muore vivendo», in quanto > la storia ormai lo precede e lo fa ludibrio ridicolo di villani e di servi, di duchi e di banditi . Il romanzo è l’esaltazione dell’immaginazione. In un mondo noioso, ipocrita e ingiusto, Don Chisciotte si crea le sue regole, quelle della cavalleria errante, e anche quando le regole non corrispondono alla realtà il fenomeno dell’incantamento permette a Don Chisciotte di continuare a vivere secondo la sua visione del mondo. Ma è pazzo o lo fa volutamente per poter sopravvivere e comunque divertirsi? Al richiamo di Sancio che non doveva lasciare liberi i carcerati, Don Chisciotte ribatte che > i cavalieri erranti devono aiutare gli oppressi come gente necessitosa, tenendo conto delle loro angosce e non delle loro colpe. Io mi imbattei in una fila di gente miserabile e disgraziata, e feci con loro quello che mi ordina la mia regola, e per il resto avvenga che può . Ma qual è questa regola? > Scopo finale è quello di applicare in terra la giustizia distributiva, dando a ciascuno il suo, interpretando e facendo osservare le buone leggi... (le armi) hanno per oggetto la pace, che è il maggior bene che gli uomini possono desiderare in questa vita . Don Chisciotte è quindi pazzo ma a un tempo saggio, la sua figura, ancora centrale, nella prima parte del libro assume sempre più il ruolo di un comprimario dell’altro grande protagonista: Sancho Panza. Contadino arguto e credulone rappresenta in qualche modo la saggezza contadina, che risolve i problemi con il buon senso. Il rapporto tra Don Chisciotte e Sancho è una relazione di grande affetto e di profonda stima: lo scudiero è l’unico che crede nel cavaliere e ci crede pur riconoscendo che è pazzo, perché gli vuole bene. Quando si fa osservare a Sancho Panza che anche lui è pazzo se crede in un pazzo, lo scudiero risponde che in lui predomina la fedeltà a Don Chisciotte e quindi il suo desiderio di stargli vicino e di aiutarlo. D’altra parte la conversazione con Don Chisciotte è stata per Sancho Panza > il concime caduto sopra la sterile terra del mio arido ingegno, e il tempo passato nel servirla e frequentarla n’è stato la coltivazione... rise Don Chisciotte dei discorsi di Sancio pieni di affettazione . Insieme con Don Chisciotte e Sancho gli altri due protagonisti sono Ronzinante e l’asino: > l’amicizia fra le due bestie fu così stretta, così unica nel suo genere... che quando le due bestie si potevano avvicinare badavano a grattarsi l’una con l’altra... e Ronzinante incrociava su quello dell’asino il suo lungo collo . La libertà dell’immaginazione e l’amicizia sono quindi i due temi fondamentali del libro, al quale si aggiunge il gusto dell’avventura, che si esprime non in mondi lontani ma nella stessa Mancia, a pochi chilometri da casa. La modernità del libro sta proprio in questi temi e nel gioco di specchi (finzione nella finzione), che si sviluppa nella seconda parte, peraltro la meno bella e in molti tratti prolissa e ridondante.
I doni della vita
La delicata eleganza della scrittura accoglie il lettore sin dalle prime pagine del romanzo: la prosaica e tranquilla vita di una città di provincia, le abitudini quotidiane, i rigidi ruoli sociali, gli amori contrastati, la prevedibile e banale esistenza sono descritte con un tale affettuoso ed ironico dettaglio da desiderare che il racconto continui su questa strada, come se fosse una edizione moderna e ridotta del capolavoro di Marcel Proust (Alla ricerca del tempo perduto), dove realmente nulla accade. Non è così, perché irrompe la guerra! La storia prende le mosse da uno scandalo: contro la volontà del nonno, potente e ricco industriale, Pierre sposa Agnes, una ragazza senza dote e utili relazioni sociali, della quale è tuttavia profondamente innamorato. La madre di Pierre > pensava confusamente: averlo tanto amato, protetto, preservato da ogni male perché in un attimo mi venga strappato! Non potrà rimanere a Saint-Elme. Suo nonno non lo permetterà. Lʼho perso . Scoppia la prima guerra mondiale e Pierre viene richiamato alle armi. Cʼè ben altro di cui preoccuparsi. Ci si illude che > una guerra mondiale debba svolgersi quasi senza spargimento di sangue. (...) nessuno Stato vorrà rispondere davanti ai posteri di un simile crimine! (...) È impossibile che accada una cosa simile, diceva tra sé e milioni di persone, quella sera, ripetevano le stesse parole. (...) Ma davanti, mio Dio, cʼè Pierre, andiamo, cʼè Pierre, il mio bambino! Non è possibile. È un incubo . (...) E comunque, non le sfuggiva una lacrima. Il suo dolore era troppo strano e troppo forte per consentirle di piangere > . Se questi erano i sentimenti contrastanti della madre, gli sposi si erano detti addio con una calma rassegnazione. Soli, nel silenzio della loro camera, nel calore del loro letto, si erano scambiati, la notte prima, il bacio dellʼaddio, un bacio muto e profondo, senza lamenti, senza inutili recriminazioni. Ora le loro labbra erano stanche e senza vita > . Quando tornano a casa in licenza, i soldati non raccontano ciò che succede realmente al fronte, vorrebbero tener distinte la guerra dalla vita dei propri cari. Bastiamo noi a soffrire > , pensano. Ma non è possibile. Anche Saint- Elme è sovrastata dai bombardamenti, dalle colonne di profughi e di militari in fuga, dallʼoccupazione tedesca. La popolazione resiste pervicacemente. Dʼaltra parte, la guerra passerà, noi passeremo, ma ci saranno sempre questi semplici e innocenti piaceri: la freschezza, il sole, una mela rossa, il fuoco acceso dʼinverno, una donna, dei bambini, la vita di ogni giorno...il fragore, il frastuono delle guerre finiranno per spegnersi > . È una vana speranza: terminata la prima grande mattanza ne segue unʼaltra, ancora più terribile. Si attendeva la guerra come lʼuomo attende la morte. Sa di non poterle fuggire; implora solo una proroga > . È la seconda guerra mondiale. Questa volta è Guy, il figlio di Pierre e di Agnes, ad essere richiamato al fronte. Durante una licenza, Rose, la moglie di Guy, gli annunzia di aspettare un figlio: é orribile questa guerra... No, non ridere. Sono una femmina, sono puerile. Ma che vuoi? Vedo le cose da donna. (...) Ti ricordi il libro che mi hai fatto leggere, (...) un condottiero fa dellʼironia perché lʼuomo che ha mandato a morire ha la moglie che lo aspetta a casa, con la lampada accesa sul tavolo e i fiori sulla tovaglia, e le lenzuola pulite nel letto? Ma è lei che ha ragione e io, io....(...) Sono molto felice, ripeteva lui senza guardarla, con una strana timidezza, molto, molto felice. (...) Era una sensazione di trionfo. Ah, ti prendi gioco di me, ma anchʼio mi prendo gioco di te. (...) Vuoi distruggermi e io vivo! Vuoi togliermi ogni speranza? Guarda, mi sposo, amo, godo, ho un figlio! E più ti accanirai contro di me, più mʼimpunterò dal canto mio! > Da molti il romanzo è visto come la storia di una famiglia borghese e di provincia durante le due guerre mondiali. È un approccio riduttivo ad un libro, che parla di come i sentimenti, quelli veri, resistono ad ogni tempesta e permettono agli uomini di superare qualsiasi disastro. Pierre e Agnes si cercano continuamente, si allontano e si ritrovano; non cʼè forse la passione che ci aspetteremmo, cʼè invece una grande tenerezza. In conclusione del romanzo Agnes ritrova il marito dopo un lungo e difficile viaggio in mezzo alla guerra. È vivo, è salvo. Lei si fermò sulla porta, presa da un tremito tale che non riusciva a proseguire. Lui sembrò intuire la sua presenza. Le andò incontro, Sei tu? Mio Dio, finalmente sei tu!, disse lui. Li guardavano tutti. Si baciarono di sfuggita, in modo maldestro. Nessun bacio, nessuna stretta riuscivano a esprimere la gioia dei loro cuori". È una storia borghese? Forse, ma esprime la forza che permette di sopravvivere e di ricostruire dopo i più terribili disastri. È come una donna, con la sua sensibilità e dolcezza, vede una delle più assurde follie dellʼuomo: la guerra. Si può parlare di morte senza esserne affascinati: una lezione per il nostro tempo, percorso da tanta violenza, reale e narrata. Perché leggerlo? È un capolavoro, per la sua splendida scrittura.
Una donna
Il libro è di carattere autobiografico e ambientato storicamente nei primi del Novecento. La protagonista, ancora ragazza, viene violentata da un giovane, che poi sposa e da cui ha un figlio. Vive con il marito in un piccolo centro di provincia, dove si sforza di attenersi alle regole sociali, che vorrebbero che la donna fosse confinata in casa, in totale dipendenza dall’uomo. Con la perdita di lavoro del marito la coppia si trasferisce a Roma, dove la protagonista comincia a lavorare in una rivista letteraria, si fa conoscere nel mondo culturale e nel movimento femminista, frequenta una rete ampia di amicizie, tra le quali un singolare intellettuale, del quale è affascinata. Il marito stesso è attratto da una collega della moglie e quindi i tradizionali valori sociali si frantumano, in qualche modo. Il marito ha tuttavia l’occasione di ritornare a lavorare nel piccolo centro di provincia e quindi la protagonista si ritrova rinchiusa all’interno delle mura domestiche, pur avendo preso consapevolezza degli ideali del movimento femminista, delle sue capacità letterarie e, soprattutto del fatto di non amare e di non poter più sopportare il marito. Esplode la crisi, che è per la donna un dramma, in quanto lei sa, che se decide di lasciare il marito, perde il figlio. Eppure decide di trasferirsi a Milano separandosi dolorosamente dal figlio. Molto opportunamente l’autrice ha intitolato il libro «Una donna», perché, al di là degli aspetti autobiografici, narra dell’emancipazione della donna e soprattutto dei conflitti spirituali che la coinvolgono in un percorso che entra in contraddizione con il ruolo di madre. «Mi pareva strano», scrive l’autrice raccontando di un dibattito parlamentare, > inconcepibile che le persone colte dessero così poco importanza al problema sociale dell’amore. Non già che gli uomini non fossero preoccupati della donna, al contrario, questa pareva la preoccupazione principale o quasi. Poeti e romanzieri continuavano a rifare il duetto e il terzetto eterni, con complicazioni sentimentali e perversioni sensuali. Nessuno aveva saputo creare una grande figura di donna . Ed è questo il presupposto del libro: narrare il mondo delle relazioni uomo e donna visto dalla donna. In questo senso il romanzo non tratta tanto dell’emancipazione sociale della donna quanto del suo ruolo all’interno dei rapporti di coppia. La sua attualità sta proprio in questo: la grande rivoluzione sociale che ha sconvolto la struttura sociale ottocentesca, è l’autonomia della donna verso lo sposo e i figli, anche se questa autonomia viene poi ridimensionata con l’accettazione della donna dei riferimenti maschili nel mondo del lavoro e più in generale nella politica. Quattro sono i temi fondamentali del romanzo:la rottura del rapporto di dipendenza rispetto all’uomo per costruire un rapporto differente con l’altro. > Come può diventare una donna, se i parenti la danno, ignara, debole, incompleta a un uomo che non la riceve come suo uguale; ne usa come un oggetto di proprietà; le dà dei figli con i quali l’abbandona sola, mentre egli compie i suoi doveri sociali, affinché continui a baloccarsi come nell’infanzia? e ancora > tra le due fasi della vita femminile, tra la vergine e la madre, sta un essere mostruoso, contro natura, creato da un bestiale egoismo maschile: e si vendica, inconsapevolmente. Qui è la crisi della lotta di sesso. La vergine ignara e sognante trova nello sposo un cuore triste e dai sensi inariditi: fatta donna ed esperta comprende come il suo amore sia stato prevenuto da una brutale iniziazione. Fra i due torna spesso lʼintrusa e il solo ricordo avvilisce il loro bacio ;l’erotismo, ossia la ricerca del piacere, anche fisico, nel rapporto con l’uomo. > Entrava, nella stanza buia, l’uomo stanco o infastidito, accendeva il lume, si moveva senza guardare s’io dormissi. Poi, i miei occhi erano serrati, e io sentivo una massa pesante stendermisi accanto; nel silenzio qualche parola, che voleva esprimere passione, ebbrezza; ed ero in suo potere…. Questa è la mia vita. Essere adoperata come una cosa di piacere, sentir avvinta l’intima mia sostanza. E veder i giorni seguir le notti, un dopo l’altro, senza fine ;la crisi della maternità come legame e prigione dell’autonomia della donna, ma soprattutto la descrizione del lacerante conflitto che viene aperto da due opposte esigenze: l’amore per i figli e la ricerca di una vita piena e completa. > Perché nella maternità adoriamo il sacrificio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna?... È una mostruosa catena... Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità? . la ricerca della verità, che supera l’ipocrisia, l’ambiguità e la menzogna di una società che può accettare tutto purché non detto o fatto in modo chiaro, alla luce del sole; e tutto questo anche a scapito del rapporto con il figlio, aprendo un conflitto lacerante. > Partire, partire per sempre. Non ricadere più nella menzogna. Per mio figlio più ancora che per me! Soffrire tutto, la sua lontananza, il suo oblio, morire, ma non provar mai il disgusto di me stessa, non mentire al fanciullo... Questo era l’atroce dilemma. Se partivo egli sarebbe stato orfano. Se restavo? Un esempio avvilente, sarebbe cresciuto anche lui tra il delitto e la pazzia . Non so per quale motivo, dopo un primo grande successo, questo libro sia stato messo in disparte nella letteratura italiana, accusato di estetismo e di sentimentalismo. Sono persino state condotte critiche sulla sua eccessiva aderenza alla realtà, alle effettive vicende dell’autrice. Lo stesso Pirandello riteneva che il romanzo si sarebbe dovuto concludere con la partenza della protagonista con il figlio: alla faccia del lieto fine!Il romanzo ha delle cadute nello stile, talvolta troppo lirico ed enfatico, e nel ritmo narrativo, soprattutto nella parte relativa alla vita romana. Esso è tuttavia un libro altamente attuale, proprio perché fa emergere la figura della donna come individuo, nelle sue aspettative e nelle sue contraddizioni e fa capire come la ricerca di un ruolo autonomo della donna crei conflitti laceranti, di grande profondità e complessità: in particolare il rapporto con la maternità e con i figli. Sarebbe bene che questo libro lo leggessero, anzi lo imparassero a memoria, persone come Buttiglione, che si permettono di accusare la donna di superficialità e di edonismo solo perché vuole avere un suo ruolo completo come individuo.
E non disse nemmeno una parola
Siamo nella Germania degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. Le ferite della guerra sono ancora evidenti, fisiche e psicologiche: distruzioni, miserie, ricordi degli orrori del conflitto e nessuna speranza per il futuro. Fred, telefonista presso lʼarcivescovado della città, ha lasciato il tetto domestico, dove abitano sua moglie, Kate, e i suoi bambini, dopo che si è trovato a scaricare la propria rabbia sui figliuoli, picchiandoli. Non regge più, infatti, la ristrettezza e la desolazione dellʼunica camera in cui vivono. Dedito al bere, vaga per la città ed organizza incontri clandestini con la moglie, in squallide camere dʼalbergo, in parchi e tra cortili abbandonati. Il racconto è appunto costruito intorno ad uno di questi incontri, mediante la narrazione intervallata di Fred e di Kate. In tal modo è possibile conoscere i due differenti punti di vista: la disperazione di Fred e la stanchezza di Kate. Malgrado lʼamore reciproco, li separa ormai il modo diverso con il quale hanno reagito alle angustie. Kate è sostenuta da una profonda religiosità, basata su un rapporto diretto con Dio. > Dio solo parve rimanere con me in quel malessere che mi sommergeva il cuore, mi riempiva le vene, circolava dentro di me come il mio stesso sangue..... fui presa da una grande indifferenza verso tutti loro e con me non rimase più altro che la parola di Dio . In Fred la religione non è conforto ma anzi ulteriore prova della falsità e della vacuità che domina il mondo; per lui non rimangono che un male oscuro, una cupa disperazione esistenziale, un monotono succedersi di visite allʼosteria, di pranzi frettolosi e di ricerca disperata di soldi, da spendere spesso nel bere. Sono ormai due estranei o lʼamore è più forte della desolazione? La conclusione del romanzo fa propendere per il primo esito. In alcune pagine di grande efficacia, lʼautore rappresenta magnificamente il senso di una lontananza crescente. Dopo una notte nella quale Kate ha comunicato a Fred lʼintenzione di lasciarlo, lʼuomo, chiuso in una sorda rassegnazione e in una passività angosciante, cammina senza meta e scorge una donna > non più giovane, ma bella, vedevo le sue gambe, la gonna verde, la consunta giacchetta bruna, vedevo il cappello verde, ma soprattutto il profilo mesto e soave..... e a un tratto seppi che era Kate. Poi mi riapparve estranea..... era lei, ma era diversa da come la ricordavo.... così ce ne andavamo lʼuno dietro lʼaltra, pensando entrambi ai bambini, e io non avevo il coraggio di raggiungerla, di rivolgerle la parola . Il romanzo è stato interpretato in vari modi: un racconto erotico, dove il lettore aspetta con suspense la scena dʼamore tra marito e moglie, ritornati amanti clandestini; una riflessione sulla perdita di senso della religione e in generale dei valori dopo una guerra; la descrizione di una città martoriata, dove i sopravvissuti vagano in una lotta continua per vivere e quindi la rappresentazione della Germania mutilata. A questʼultima interpretazione farebbe convergere la narrazione impastata fino allʼinscindibile della follia, le visioni, i rumori, la pubblicità e le canzonette della grande città in cui vivono i protagonisti. A me sembra, invece, che il romanzo vada letto nel modo più semplice. È una storia dʼamore che non sopravvive, malgrado tutto, alla miseria, perché Fred e Kate reagiscono con una differente forza morale alla desolazione propria e a quella della società. Kate guarda ancora al futuro pur allʼinterno di un profondo malessere, Fred si lascia trascinare, compiacendosi, in un atteggiamento vittimistico e auto distruttivo. La trama narrativa, esile e povera, è sorretta da uno stile estremamente efficace. Le parole, scarne ma incisive, e la struttura sintattica essenziale sono la prova evidente di come si possa costruire un complesso racconto senza perdersi nella ridondanza del linguaggio. Perché leggerlo? È molto attuale, in quanto descrive il senso di spaesamento dinanzi ad una società che si va dissolvendo e ancora non si vedono le tracce di quella emergente.
La famiglia di Pascual Duarte
Il lungo racconto di Cela è un romanzo pervasivo, pauroso e pietoso nello stesso tempo; lo si vorrebbe un affresco di una società contadina ancestrale dominata dalla violenza, o pensarlo come «una visione nitida della vulnerabilità dell'uomo», come recita la motivazione con cui fu conferito il premio Nobel allo scrittore spagnolo nel 1989. In realtà, Pascual Duarte non è una vittima, è banalmente un assassino: > il sangue sembra che sia il companatico della tua vita , gli dice Lola, la prima moglie, confessando di avere un'amante. Certo, nella lunga lettera scritta in carcere, prima della sua esecuzione, Pascual cerca di dimostrare come sia stato trascinato dal destino; nella lunga e confusa cronaca di come sia arrivato a uccidere tre persone (l'amante della sorella, la madre e don Gonzalez, > insigne patrizio cui dedica con malizia la sua sorta di confessione), ricorrono frasi del tipo: cercai di posporre > l'urto che tuttavia doveva accadere, fatale come le malattie e gli incendi, come i tramonti e la morte, perché nulla poteva impedirlo. oppure. > se la mia condizione di uomo m'avesse consentito di perdonare, avrei perdonato, ma il mondo è fatto come è fatto e voler andare contro corrente non è possibile. Dopo essere uscito dal carcere, dove scontava la pena per il primo delitto, Pascual giunge ad accusare la clemenza della legge per averlo trascinato > verso un male peggiore. Meglio sarebbe stato restare in prigione! Folle impostore o anima fragile, plasmata da un'infanzia infelice, dallo strazio > di non poter uscire dal male mentre dentro di noi si va imputridendo questo ossario di speranze morte sul nascere.... Se diamo per vero ciò che ci racconta Pascual, dobbiamo propendere per la sua innocenza, non per la legge, dinanzi alla Giustizia divina: un padre brutale, > alto e grosso come un macigno , una madre, > alta e magra, (...) scattosa e violenta ; entrambi privi di ogni principio morale e di qualsiasi freno ai propri istinti; e poi, un fratello scemo e una sorella che presto abbandona la casa per prostituirsi; e che dire di Lola che lo insulta, dicendogli che non era un uomo, era come il fratello scemo. Ci sono i bambini morti, l'uno a causa di una giumenta irrequieta e l'altro per il freddo vento della Castiglia. Pascual cova in sé un odio, che esplode inesorabile in una furia sanguinaria; un mostro da cui è inutile sfuggire. > Mi misi a correre; e anche l'ombra correva. Mi fermai; e anche l'ombra si arrestò. Alzai gli occhi al firmamento: non c'era una sola nuvola in tutto il suo arco. L'ombra continuava ad accompagnarmi, passo dopo passo, fino a casa...(...) Avrei voluto mettere la terra frammezzo la mia ombra e me stesso, fra il mio nome e me stesso, fra il mio sangue e me stesso, questo me stesso di cui, a togliergli l'ombra e il ricordo, il nome e il sangue, rimarrebbe così poco.... Nella concezione induista ogni individuo ha un suo «karma», una sorta di sovra temporalità dell'essere, che con la morte non segue il destino del corpo ma trapassa da una forma di vita all'altra nell'eterno ciclo delle rinascite. Il karma di Pascual è l'inclinazione sanguinaria, è questa l'ombra che lo insegue. Forzando l'interpretazione si potrebbe dire che sottostante al racconto ci sia una visione metafisica, un pessimismo atemporale dell'uomo. Se riportiamo al presente questa condizione, se pensiamo al genocidio di Gaza, alle stragi in Ucraina, ai tanti conflitti che ci sono nel mondo, la storia di Pascual non si chiude nella sua tragica vicenda umana, ma costituisce una sorta di profezia apocalittica per l'intera umanità. Come scrive Sebastiano Vassalli in «3012 l'anno del profeta» (si veda la recensione in questo sito), gli uomini > incominciarono a sgozzarsi con tanto entusiasmo, che nessuna forza naturale o soprannaturale avrebbe potuto fermarli. (...) Amen . Costruito intorno ad un abile espediente letterario, una sorta di confusa confessione, riscoperta da un semplice trascrittore, il romanzo ha una trama apparentemente disordinata, per il fluire dei ricordi che si sovrappongono e per le lunghe interruzioni nello scrivere da parte del carcerato Pascual; in realtà, la narrazione è portata avanti molto bene, soffrendo, forse, della mancanza di colpi di scena, se si esclude il drammatico omicidio della madre. Non so se è voluto o è una distrazione: da nessuna parte viene raccontato l'assassinio di Don Gonzales. La scrittura è efficace, alternando dialoghi serrati con ampie e suggestive descrizioni degli ambienti e con approfondimenti dello stato d'animo del protagonista narratore. Gli altri personaggi sono dei comprimari. Perché leggerlo? E' un pugno nello stomaco.
I figli e i padri
Il libro è composto da tre romanzi, che coprono tutti gli anni ’90: Luce del nord del 1991, Colpa di nessuno del 1995 e L’amico d’infanzia del 1999, concluso solo alcuni mesi prima della morte dell’autore. Tutti i tre romanzi ruotano intorno ad un protagonista maschile, in un contesto che è quello della piccola borghesia romana e di una Roma in profonda trasformazione. In Luce del Nord, Angelo vive da tempo a New York, lontano dalla sua famiglia, dal fratello e dalla madre. Un giorno riceve una lettera dal fratello, Ferruccio, che gli racconta di uno strano sogno: è gravemente ferito e Angelo lo invita a scappare, a fuggire, come se avesse corso un grave pericolo. Alcuni giorni dopo il sogno, viene a sapere che il fratello è morto. Decide quindi di tornare a Roma, ma finge di essere un amico di Angelo, Cesare. Il romanzo si sviluppa su questa finzione, che permette ad Angelo di entrare nella vita del fratello, di cogliere tutto lo squallore della sua vita, tra privazioni economiche, delusioni professionali e tradimenti coniugali. Diventa anzi l’amante della moglie di Ferruccio, che disprezza Angelo ma impara ad amare Cesare. Angelo ritrova anche il rapporto con il padre e si affeziona al figlio del fratello. La storia sembra evolversi verso un lieto fine, quando Angelo decide nuovamente di fuggire e di ritornare negli Stati Uniti, dove, per farsi accogliere, ricomincia ad inventare altre storie. E’ il romanzo della continua fuga, nella quale l’America costituisce un sogno di libertà e di individualismo. In Colpa di Nessuno, forse il romanzo più sociale dei tre, il punto di attacco è la necessità del protagonista, uno squallido venditore a porta a porta di contratti di assicurazione, di riprendere le fila della propria vita: > è arrivato il momento di staccare le stelle filanti, raccogliere i nastri finti e le mascherine, e gettare tutto nel cesto delle feste passate . Paolo, il protagonista, conosce negli Stati Uniti Laura e, una volta che la donna è rimasta incinta, si sposano e ritornano insieme in Italia. Per lavorare Paolo accetta un impiego di venditore presso Italo, suo suocero. Entra in tal modo nella famiglia della moglie, composta dalla suocera Ida, donna avida e triste, dalla sorella di Laura, Silvana e da suo marito, Daniele, un uomo violento e di destra. Paolo conduce una vita squallida, nella quale il suo matrimonio va progressivamente a rotoli, al punto, che un giorno, si accorge che la moglie lo tradisce. L’accettazione di valori fatui, rozzi e volgari provoca una progressiva decadenza di Paolo, che viene più volte sottolineata dal padre, un uomo di un’altra generazione. Non c’è un vero conflitto tra figlio e padre, come sembrerebbe dalla titolo dato a questa raccolta di romanzi; i conflitti, politici, sociali e intergenerazionali sono scomparsi per essere sostituti dalla rassegnazione e dall’individualismo. In realtà tutti i personaggi subiscono, in qualche modo, la crisi della società italiana degli anni’90 ed è proprio il tema della decadenza dei rapporti e dei valori che sembra caratterizzare il romanzo. Un vecchio, che incontra, lo invita a stare sempre da solo. > Già adesso l’amicizia e la solidarietà si chiamano complicità ed omertà. Non ti fidare mai, non cedere. Non è più tempo di stare insieme. Non devi mai dovere dire noi, sarebbe già un segno di cedimento E poi l’autore inserisce una nota autobiografica di grande suggestione > Quando ero piccolo, credevo che il mondo fosse una specie di giostra fatta apposta per divertirmi. Ma ora in quale bocca di drago mi sono andato a cacciare, che razza di figure sono quelle che mi trovo davanti, che non mi divertono più, mostriciattoli da quattro soldi, capaci di tutto e di niente? . Un delitto, l’assassinio di Italo, del quale tutti credono che sia colpevole Paolo, diviene l’elemento catartico che apre gli occhi al protagonista. Paolo si rende conto dell’aridità e dello squallore della sua vita, di questa famiglia acquisita, che si trascina avidità e violenza, nonché della malvagia della moglie, Laura. Il romanzo si conclude con un grido di disperazione e di odio. > Se penso al futuro, Laura, me lo immagino come una grande piazza, affollatissima, in cui la gente urla e ride. Ci saranno uomini e donne venuti da tutte le parti del mondo, con abiti comprati a New York, a Roma, a Sarajevo, a Gerusalemme, e a Mogadiscio. Gente di tutte le razze e di tutte le provenienze, che si incrocia e si contamina di storia. Ognuno con la storia dell’altro, infettato di mondo. Solo noi due non ci saremo, Laura. Noi, coi nostri sentimenti aggrovigliati, non siamo stati capaci di dare nulla al presente, e dunque figuriamoci al futuro. Siamo due sputazzi del passato arrivati chissà come fino a qui. Ma nostro figlio sì, lui ci sarà. Io spero che attraversi per intero tutta la piazza, e che un boato carico di odio lo accompagni sempre e non lo abbandoni mai, che si nutra e cresca di tutta la perfidia. Lo lascerò a corroderli con i loro stessi denti . L’amico di infanzia è il romanzo più intenso e profondo dei tre, quasi premonitore della vicina morte. La storia di Fausto è raccontata dall’amico giornalista. E’ la storia di un fallimento. I due sono stati amici sin dall’infanzia in un quartiere alla periferia di Roma e poi si sono allontanati: Fausto ha cominciato a vivere di tanti lavori sino a finire a fare il venditore di immobili per una società che acquista a basso prezzo proprietà pubbliche per poi venderle a prezzi più elevati, cacciando gli inquilini. E’ un lavoro squallido che Fausto ha accettato per recuperare dei soldi così da inviare il figlio, che vive lontano con la madre a Milano, a studiare all’estero. La vicenda si sviluppa tragicamente, in quanto Fausto, in un momento di rabbia, uccide a bastonate il suo principale che non gli voleva concedere un prestito. Ne deriva una discesa di Fausto agli inferi, vive come un barbone, inseguito dalla polizia, ma proprio nel momento della massima disperazione trova tra i disperati solidarietà e aiuto. Alla fine, in un momento di lucida follia, fa esplodere gli uffici della società immobiliare e ne rimane mortalmente ferito. La storia di Fausto travolge anche l’amico, che si trova svuotato di energie. L’amico narratore riconosce che «non c’era la miseria di un seme nel gran tornado che ha sconvolto le nostre vite» e quindi è rimasta soltanto una grande miseria e un estremo dolore esistenziale. Il romanzo termina con una profonda riflessione sulla vita e sulla morte. Dinanzi alla morte di Fausto, il narratore rimane sconcertato al pensiero > che in realtà ci piacciamo e ci odiamo solo in base alla contingenza di un momento e chiude il romanzo con questa strofa: " ma eravamo nati per esserci/ e per un po’ ci siamo riusciti / e è questo che le nostre asciutte / bocche adesso vogliono cantare. Le recensioni sottolineano soprattutto i connotati sociali dei tre romanzi: gli anni’90, il degrado urbano e culturale dell’Italia. In realtà, a me sembra che i tre romanzi ( e soprattutto l’ultimo) ruotino intorno alla disperazione esistenziale e alla ricerca, spesso disillusa, di una speranza. L’ambiente stesso dell’ultimo romanzo, il degrado della periferia romana, scivola pian piano verso un contesto surreale nel quale tutto è possibile, anche le cose più incredibili: un elefante che passeggia per le strade di Roma, una cornacchia che colonizza la città per cibarsi, un bambino che impara a giocare a pallone in uno stadio deserto, una nuova vita, rappresentata dal figlio di cui è in attesa Elena, il grande amore di Fausto, la solidarietà della stessa moglie della vittima, il preside che si è fatto eremita nella periferia romana, sono tutti fatti che dimostrano che nel sottosuolo della vita urbana esistono ancora energie positive che possono cambiare una situazione così degradata.
Francesca e Nunziata
Francesca e Nunziata sono due donne, cui il caso ha dato un comune oggetto dʼamore: la produzione della pasta. Il romanzo narra la storia di una famiglia di pastai napoletani e di come si sono evoluti da semplici artigiani a industriali. La storia inizia poco prima della spedizione dei Mille e della caduta dei Borboni. Il nonno di Francesca produce la migliore pasta di Napoli e nel lavoro coinvolge la numerosa prole. È questa la parte più suggestiva del racconto anche per lʼuso del napoletano nei dialoghi. Bellissime sono le scene delle fusillare al lavoro e della loro accoglienza della macchina che avrebbe sostituito il loro lavoro: > Figliulé, figliulé preparateve ʼ a mappatella, preparateve ʼ a mappatella! Le fusillare, sdegnose, ostentatamente finsero di ignorare il complesso articolarsi dellʼingombro, ma le donne di casa si fermarono con lietezza accanto a esso e le bambine gli fecero festa E il nonno cantava «Oro e diamante tene il Sultano ma io tengo ʼ e trezze toie dintʼa sti mane». Era quello il tempo quando > il grande schieramento della sua famiglia, abituato al sacrificio, operoso e animato, aveva sempre attinto da ogni piccola cosa serena felicità, ma fu quello il tempo della gioia più piena . La vicenda riprende poi molto più avanti con Francesca, ormai grande imprenditrice, donna ricca e potente. Come ringraziamento per la guarigione di una delle sue figlie, Francesca adotta Nunziata, una povera orfanella. Nunziata è lʼunica della numerosa prole di Francesca a lavorare nel pastificio, acquisendo quindi fin da bambina lʼarte di fare la pasta. > Non è cresciuta molto, pensava Francesca, è rimasta piccerella, ma tiene una salute di ferro, e poi è una lavoratrice, è come me . Ma Nunziata è una ragazza vivace e sensuale: messa incinta dal fratello acquisito, il bello e colto Federico. Francesca decide di darla in sposa, per coprire lo scandalo, e nel momento di salutarla le chiede che cosa vuole in dono: > ʼ nu ruotolo dʼoro, una parure di diamanti... E Nunziata si era fatta coraggio e aveva alzato gli occhi nel risponderle. Per un attimo gli sguardi si erano incontrati: voglio due ʼingegni per fare i maccheroni > . Nella terza parte del romanzo, Nunziata è diventata una imprenditrice di successo mentre Francesca ha subìto una serie di disavventure finanziarie, che lʼhanno portata alla rovina. I giorni di Nunziata nelle loro scansioni di sole e di ansie, dolori e canzoni, ebbero un contrassegno preciso di laboriosità indefessa, di sacrificio senza negligenze, proprio come quelli di Francesca. Ma nello svolgersi furono più allegri e fortunati e nel lento dipanarsi più soddisfatti. Le rallegrò lʼesistenza e lʼaiutò a vivere: il tressette > . Nunziata è una donna indipendente, non convenzionale, sorretta da un atavico desiderio di vivere, anche delle piccole cose. I suoi amanti, il legame profondo con la famiglia di Federico, ormai in miseria, la pongono in profondo contrasto con i figli. Il declino personale di Nunziata, osteggiata e isolata, è emblematico della fine di una civiltà: Napoli scompare sommersa da una iattura, che avrebbe seccato la linfa di lavoro di un artigianato orgoglioso e capace e cancellato lʼimportanza vitale di esperienze e qualifiche. Il libro è un grande affresco, che può essere letto da tanti punti di vista: il canto di un vigore meridionale che spesso si dimentica, la storia di Napoli e delle occasioni perse, lʼevoluzione di un industria dal lavoro manuale a quello meccanizzato, il ruolo delle famiglie e delle donne. Una storia così complessa si regge non tanto sui personaggi e sulla trama, quanto su uno stile lussureggiante e fascinoso, pur restando sempre ben saldo sul racconto. Oltre alla prima parte, quella più verace ed esilarante, ci sono alcune pagine bellissime, come la descrizione del pranzo offerto da Francesca. Rossi e gialli, disposti in quiete file, appassiti dolcemente dal fuoco, smorzati nella tonalità dei colori, i peperoni ripieni trattenevano nelle nervature svigorite, nelle grinze degli afflosci, lucide untuosità e si allentavano disfatti e quasi sensuali, con le spaccature che lasciavano intravedere il segreto del ripieno e gli occhi delle olive nere«. E poi il tocco finale.» I due uomini di fede andarono a mangiarli nel nascosto della pineta... e così nel buio, solo gli occhi di pietra di un Ercole maligno, senza naso e senza mani, seppero la carnalità del pasto". Perché leggerlo? È un canto a Napoli, allʼindustria, alle donne e alla lingua italiana
I fratelli Karamazov
Il romanzo è ambientato in una città di provincia della Russia e tratta delle vicende della famiglia Karamazov e dei complessi rapporti tra il padre e i figli. Il racconto può essere articolato in tre parti fondamentali. Nella prima parte viene delineato il profilo dei personaggi principali tramite una successione di avvenimenti drammatici, nei quali si manifestano i sentimenti dei figli verso il padre (di disprezzo e di odio, ma anche di consapevolezza di essere «fatti della stessa pasta») e in tal modo anche i caratteri, complessi e contradditori dei protagonisti: Dimitri impulsivo e «animalesco» ma trascinato anche dalla passione e dall’amore; Ivan cinico e riflessivo, ma anche angosciato da un profondo senso di colpa e di disperazione (per il dolore dell’umanità e per la coscienza di essere come il padre); Alesa buono e gentile ma in un certo senso spettatore nei confronti delle vicende drammatiche e posseduto anch’esso da una sensualità, che gli proviene dal padre; e infine il figlio naturale del vecchio Karamazov, Smerdjàkov, che esprime tutto il dolore, il senso dell’ingiustizia e l’odio, presenti anche nei fratelli ma in una dimensione «animalesca» e quindi senza freni. La prima parte del romanzo, la più ricca di temi e di suggestioni, descrive il mondo filosofico e religioso del racconto, nella lunga trattazione su padre Zòsima (la sua visione del mondo, la sua morte e la delusione per la rapida decomposizione del corpo), e poi nel colloquio tra Ivan e Alesa (i capitoli «La Ribellione» e «il Grande Inquisitore»). Nella seconda parte vengono descritte le vicende, che portano all’assassinio del vecchio Karamazov e all’arresto di Dimitri. Si tratta dei capitoli più fragili del libro, centrati fondamentalmente sulla figura di Dimitri e su due personaggi femminili: Katerina Ivanovna (fidanzata di Dimitri ma che ama Ivan) e Grùsenka, la donna che costituisce il movente apparente del delitto (Dimitri ama Grùsenka, che a sua volta è amata dal vecchio Karamazov). La seconda parte si chiude con il riconoscimento dell’amore tra Dimitri e Grùsenka. Nella terza parte viene descritto il processo con le arringhe dell’accusatore e del difensore. Ma il vero oggetto di questa parte è costituito dall’incontro tra Ivan e Smerdjàkov e nellʼaccusa di quest’ultimo verso Ivan: Smerdjàkov ha ucciso il vecchio Karamazov, perché giustificato dalla partenza di Ivan. In realtà è Ivan il vero mandante del delitto. Da questa affermazione hanno origine la follia di Ivan e in un certo senso la decisione di Katerina di portare in tribunale una lettera di Dimitri, che preannunciava il delitto, che sarà alla base della condanna. La critica parla normalmente di due piani in base ai quali vanno «letti» i personaggi: quello empirico e uno metafisico. In realtà bisognerebbe distinguere anche tra il piano metafisico- religioso e quello metafisico-filosofico. Dal punto di vista «empirico» il ritmo del racconto si basa fondamentalmente sul dialogo tra i personaggi e si incarna sul tema della contraddizione tra la razionalità e l’irrazionalità: i personaggi sembrano essere mossi da due forze tra di loro in conflitto ma vengono comunque ricondotti sempre a un «destino» che trova fondamento nella natura intrinseca (nel codice genetico si direbbe oggi) della persona. È questa la vicenda dei fratelli Karamazov: odiano e disprezzano il padre o lo compatiscono (nel caso di Alesa), ma in tutti i casi sono fatti della stessa natura e a quella sono irrimediabilmente ricondotti. Questa ineluttabilità della loro natura è chiara a Ivan (ed è alla base della sua follia); è evidente in Dimitri e in Smerdjàkov, ma traspare anche in Alesa, per esempio nei rapporti con il giovane Kòlja. Come dice Ivan in un colloquio con Alesa: > perché mentire a se stesso, quando tutti gli uomini vivono così e forse non possono vivere in altro modo? Me lo domandi a proposito delle mie parole di poco fa, che uno dei due rettili divorerà per forza l’altro? Permetti pure a me, in tal caso, di farti una domanda: credi anche me capace di versare il sangue di Esopo come Dimitri, cioè di ucciderlo? . Il secondo piano è quello religioso, che è profondamente legato al tema della sofferenza e della sua compatibilità con l’esistenza di Dio. Come dice Ivan ad Alesa nel capitolo «La Ribellione»: > se tutti devono soffrire per conquistare con la sofferenza l’eterna armonia, che c’entrano i bambini?... Io non voglio l’armonia, non la voglio per amore dell’umanità... Non è che non accetti Dio, Alesa: semplicemente gli restituisco rispettosamente il biglietto. Se le sofferenze dei bambini sono servite a completare la somma di sofferenze occorrente per pagare la verità, affermo sin d’ora che nessuna verità vale questo prezzo . Non esiste sicurezza nella fede; Alesa stesso dubita nel momento stesso in cui vede decomporsi il corpo di padre Zòsima, e soprattutto non si giustifica Dio se esiste una tale sofferenza nel mondo. Il terzo piano è quello filosofico, legato alla nascita dell’uomo moderno. È nel capitolo del «Grande Inquisitore» che si esprime il contrasto tra il sacrificio di Cristo per dare agli uomini la libertà di giudizio e la volontà della Chiesa (e così di qualsiasi Istituzione) di mantenere gli uomini in uno stato di tutela. Così parla il Grande Inquisitore: > che colpa ha l’anima debole se non ha la forza di accogliere doni così terribili?... E se c’è un mistero, anche noi avevamo il diritto di predicare il mistero e di insegnare agli uomini che non è la libera decisione dei loro cuori quello che importa e neppure l’amore, ma il mistero al quale devono inchinarsi ciecamente, anche contro la loro coscienza. E così abbiamo fatto. Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità . Il legame tra i tre piani (empirico, religioso e filosofico) è dato dall’affermazione di Ivan che tutto è possibile all’uomo: si esprime in tal modo un concetto di «uomo senza limiti» che è alla base di tutte le vicende del romanzo, della sua costruzione filosofica e delle contraddizioni presenti nei personaggi e nello spirito che anima il libro.
Gerusalemme liberata
Gerusalemme Liberata racconta il momento culminante della prima crociata, quando Goffredo di Buglione nel 1099 conquistò Gerusalemme. Può essere interpretato come un poema epico ( una sorta di Iliade cristiana), ma in realtà le chiavi di lettura sono ben più complesse di quelle dellʼopera omerica. Innanzitutto, il poema è la narrazione di una purificazione, collettiva ed individuale: > così cantando, il popolo devoto con larghi giri si dispiega e stende, e drizza a lʼOliveto il lento moto ( Canto XI verso 10). Questo santo avanzare si scontra, in cruenti combattimenti, con i saracini ed anche con le forze del male: è una lotta tra forze sovrannaturali, degli inferi e del cielo. Gli scontri, di eserciti e di cavalieri, sono uno dei filoni conduttori del poema e permette a Tasso di dimostrare una grande perizia e conoscenza dellʼarte della guerra e dei duelli, con un gusto dellʼorrido, che rimanda ai moderni film di avventura: > e tra ʼl collo e la nuca il colpo assesta; e tronchi i nervi e ʼl gorgozzuol reciso, gio rotando a cader prima la testa, prima bruttò di polve immonda il viso, che giù cadesse il tronco; il tronco resta ( miserabile mostro) in sella assiso, ma libero del fren con mille rote calcitrando il destrier da sé lo scote . ( Canto IX verso 70). Ma che differenza tra i sogni di gloria militare e la realtà, dura e crudele! In versi, sempre da ricordare, Tasso canta lʼassurdità della guerra. Alla fine della battaglia > non vʼè silenzio e non vʼè grido espresso, ma odi un so che di roco e indistinto: fremiti di furor, mormori dʼira, gemiti di chi langue e di chi spira. Lʼarme, che già sì liete in vista foro, faceano or mostra paventosa e mesta; perduti ha i lampi il ferro, i raggi lʼoro, nulla vaghezza a i bei color più resta . ( Canto XX versi 51 e 52). Accanto alla componente epica cʼè la parte elegiaca e lirica, costituita da lunghi inserti paesaggistici e sentimentali. È il versante più bello del poema, che fa perno sulla donna, che per Tasso è una figura complessa, ricca di tante sfumature, un mistero da scoprire. Erminia, una delicata fanciulla saracina innamorata di Tancredi, un cavaliere cristiano, vorrebbe diventare una guerriera per stare vicina al suo eroe: > ah perché forti a me natura e ʼl cielo altrettanto non fèr le membra e ʼl petto, onde potessi anchʼio la gonna e ʼl velo cangiar ne la corazza e ne lʼelmetto ( Canto VI verso 83). Ma capisce Erminia che la guerra è degli uomini e lei può essere solo una docile moglie: > fugge Erminia infelice, e ʼl suo destriero con prontissimo piede il suol calpesta ( Canto VI verso 111). Ed Armida, la vera protagonista del poema, è maga, ingannatrice e conquistatrice di uomini, ma quando vede il suo Rinaldo, anche lui cavaliere cristiano, il suo odio si tramuta in amore: > ma quando in lui fissò lo sguardo e vide come placido in vista egli respira.... di nemica ella divenne amante . ( Canto XIV versi 66 e 67). Proprio la narrazione delle donne del poema e dei loro amori sfortunati verso i cavalieri cristiani rivela la complessità del mondo di Tasso. Vorrebbe essere il poeta della contro riforma, della fede salda e priva di incertezze, ma in realtà si percepisce come il poeta ami il modo femminile, ne indaga i tormenti e i sentimenti, così come preferisce i vinti e gli infedeli. A fronte di cavalieri cristiani rigidi ed impersonali ( Goffredo, Tancredi e Rinaldo) si confrontano personaggi complessi e ricchi di umanità: la dolce Erminia, la disgraziata Armida, il coraggioso Saladino e il feroce Argante. Questi sono personaggi vivi, pieni di dubbi, di affetti e di ricordi. È questo il mondo spirituale di Tasso, che riflette la sua angoscia: > vivrò fra i miei tormenti e le mie cure, mie giuste furie, forsennato, errante; paventarò lʼombre solinghe e scure che ʼl primo error mi recheranno inante, e del sol che scoprì le mie sventure, a schivo ed in orrore avrò il sembiante. Temerò me medesimo; e da me stesso sempre fuggendo, avrò me sempre appresso .( Canto XII verso 77). È questo il Tasso moderno, preromantico ed esistenziale, che ama i notturni: > sorge la notte intanto, e sotto lʼali ricopriva il cielo i campi immensi; e ʼl sonno, ozio dellʼalme, oblio deʼ mali, lusingando sopia le cure e i sensi ma non cʼè pace, «ché la furia crudel gli sʼappresenta sotto orribili larve e lo sgomenta» ( Canto VIII versi 57 e 59). Perché leggerlo? È un lungo poema, talvolta noioso, con un verso difficile, perché denso ed involuto. Ma quando Tasso si libera della religione, della fede, di ciò che deve essere detto, e lascia andare lʼispirazione, allora una lirica musicale e profonda avvince il lettore.
Il Giardino dei Finzi-Contini
Il racconto narra la storia dʼamore tra l’autore e Micòl nell’ambiente di unʼimportante famiglia israelitica di Ferrara: i Finzi-Contini. Emergono due temi fondamentali: la nostalgia per una Ferrara serena e tranquilla e, soprattutto, una storia intimistica, legata alle relazioni personali che si sviluppa come sospesa su un baratro: i protagonisti cercano di vivere come se niente stesse accadendo, ma in realtà le leggi razziali, l’emarginazione, la guerra e la deportazione, così come la malattia, incombono e coinvolgono sempre più le vicende dei protagonisti. È riduttivo leggere il romanzo come la storia di Ferrara o una vicenda dʼamore non corrisposto; essa è la storia degli ebrei, ma anche di qualsiasi altro, che dinanzi al pericolo e alla dissoluzione di un mondo «fingevano di non vedere, lasciavano correre...». Lo stile è caratterizzato da una forte musicalità, nonché da una ricchezza di aggettivi e di narrazioni, che tuttavia non va a scapito dell’efficacia e della sinteticità. I personaggi non vengono «scavati» ma restano in superficie, quasi indecifrabili e contraddittori nei loro sentimenti e comportamenti.
Gilgi, una di noi
Chi sa se Alba de Cèspedes avesse letto questo romanzo prima di scrivere «Nessuno torna indietro» e «Dalla parte di lei», pubblicati rispettivamente nel 1938 e nel 1948, pochi anni dopo l'uscita in Italia nel 1934 del racconto di Irmgard Keun, fortemente censurato per eliminare le parti più trasgressive (si vedano le recensioni dei libri di de Cèspedes in questo sito). Pur tenendo conto di uno stile completamente differente (elegante e barocco quello della scrittrice italo-cubana, cinematografico e modernissimo quello dell'autrice tedesca) ci sono numerosi aspetti affini. Le giovani collegiali di «Nessuno torna indietro» cercano la propria strada al di fuori degli stereotipi della «bella moglie e amante», così come Gilgi afferma con forza la propria indipendenza da Martin, l'uomo amato, fatuo e manipolatore. > Tutta la tenerezza svanisce dal volto di Gilgi, la sua voce è dura e chiara: le mie cose le sistemo io da sola, (...) non tollero che nessuno si senta responsabile per me, è l'affronto più grande che mi si possa fare, io.... Ancora maggiori somiglianze paiono essere quelle con «Dalla parte di lei». Come Gilgi, abbandonata dalla madre biologica, così su Alessandra incombe il suicidio materno, che travolge la sua vita e la spinge alla ricerca di un uomo con cui avere una totale sintonia. E se Alessandra uccide il marito quando comprende che non può essere amata fino in fondo («Francesco, proruppi disperata, aiutami Francesco»), così Gilgi lascia Martin quando si rende conto che troppa è la distanza tra il mondo esteriore, in cui è precipitata per opera dell'uomo (affidarsi alla giornata in una spensieratezza superficiale) e il suo mondo interiore di ragazza che vuole essere caparbiamente ingranaggio del tutto. Messa di fronte alla miseria che ha trascinato una famiglia al suicidio, Gilgi capisce che > la spensieratezza è diventata un'illusione, (...) che non ci si può nascondere nella collettività, che si è soli. Questo bisogna imparare: bisogna imparare a essere una persona, bisogna imparare che una risata costa mille lacrime, sapere che un'ora di felicità va pagata con mille ore di dolore.... E allora non è possibile continuare a vivere con un uomo cui > tutto il resto diventa assolutamente, profondamente indifferente. Bisogna andarsene, riprendere la propria vita. > Lei appartiene alla struttura universale, non è fatta per starsene fuori....ora crede di nuovo profondamente al dovere delle mani giovane e sane..... Ambientata negli anni '30 in Germania, la vicenda di Gilgi aveva evidenti connotati politici e scandalosi, che indussero i nazisti a mettere al rogo l'opera, e ai fascisti di censurarla in molti parti. Con l'occhio di oggi il personaggio di Gilgi pare quello di una tipica e brava impiegata, una sorte di Carla dell'omonimo poema di Elio Pagliarani. Ama la vita ordinata, la graziosa signora Gilgi: si sveglia preso al mattino, fa la doccia fredda per rinforzarsi, fa ginnastica, corre in ufficio (è un'impiegata modello), poi studia le lingue. > Il fatto che le mie pretese, (dice Gilgi ad una amica) non siano mai oltre la mia portata mi rende libera.... A sconvolgere una vita laboriosa arriva Martin, uno spensierato ed egoista giramondo. > la fantasia di Gilgi è sempre stata una brava bambina. (...) Ora la brava bambina si sta allontanando un po' troppo, Martin racconta, e Gilgi vede mari, deserti, campagne, quello che vede non è la realtà. L'amore la sconvolge e pare assorbirla totalmente. Dopo una descrizione a tratti ironica della vita di Gilgi, come i piccoli trucchi per allontanare le avances del capo, il racconto si sofferma a lungo a descrivere l'infatuazione di Gilgi, fatta di continui avanti e indietro, una sorta di pendolo tra i valori borghesi, di cui la ragazza è infarcita, e la vita trasgressiva che le aspetta con Martin. L'attesa di un bambino non desiderato, l'incontro con un vecchio amico, che ha perso il lavoro ed è ridotto in povertà per i figli arrivati e non voluti, l'evidente superficialità di Martin, attento solo a se stesso e incurante di quanto accade in una Germania devastata dalla miseria, sono tutti elementi che spingono a una scelta fatale in un delirio onirico: prima pensa al suicidio, poi fugge a Berlino, aprendosi a una nuova vita. Il pregio del romanzo è la scrittura, che potremmo definire cinematografica: i dialoghi rimandano alla sceneggiatura di un film in cui bisogna dare spazio agli attori, le descrizioni sono ricche di immagini potenti, che si imprimono nella fantasia del lettore, e pure i lunghi deliri di Gilgi sono a tratti prolissi ma sempre onirici e di forte impatto. Si pensi all'incontro di Gilgi con la madre biologica, cui la ragazza vuole chiedere dei soldi. Agli occhi di Gilgi la madre ritrovata è una «macchia bianca». > Nella stanza non c'è alcun rumore, solo una penombra pesante e silenziosa e una piccola macchia bianca: il viso della donna da rivista. (...) Sono tutti morti... sono completamente sola, sola sul pianeta.... E che dire dell'immagine della partenza per Berlino quando Gilgi vede, o immagina di vedere, > una piccola arancia rotolata giù dalla banchina, è in mezzo ai binari lisci, dritti e ingegnosi, maldestramente semplice e inadeguata: una chiusura onirica a un romanzo unico dal punto di vista stilistico. Perché leggerlo? E' affascinante la scrittura, a tratti la narrazione è ridondante.
il giorno della civetta
L’ambiente è sempre la Sicilia e l’oggetto è il delitto mafioso. Un tenente dei carabinieri di Parma, ma di servizio sull’isola, si trova ad indagare sull’omicidio di un piccolo imprenditore edile, al quale si aggiungeranno gli assassini di un contadino, di mestiere potatore, che aveva riconosciuto l’omicida e di un confidente della polizia, che aveva indicato i nomi dei mandanti. Il tenente, scartata la pista sentimentale (la moglie del potatore aveva un’amante), riesce abilmente a ottenere la confessione dell’omicida e di chi gli aveva affidato l’incarico risalendo a un personaggio potente della mafia, rischiando di scoprire le connivenze con il mondo politico. Potrebbero essere coinvolti un deputato e un ministro, che intervengono più volte per fermare le indagini. Sarà poi la mafia a fornire «alibi eccellenti» ai tre indagati. Il tenente, in vacanza a Parma, viene a sapere che l’assassino e i mandanti sono stati prosciolti e che è stata ripresa la pista sentimentale. Dopo una cena con gli amici, il tenente «si sentiva come un convalescente: sensibilissimo, tenero, affamato». «Al diavolo la Sicilia, al diavolo tutto»....Rincasò verso mezzanotte, attraversando tutta la città a piedi....ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia e che ci sarebbe tornato. «Mi ci romperò la testa» disse a voce alta. L’autore sviluppa con sottile ironia una trama che sta tra il giallo, in certi momenti ricco di suspense, e il romanzo politico, che si focalizza sul tema dell’ambiguità del potere (bellissimi da questo punto di vista i colloqui tra il deputato e gli altri esponenti del mondo istituzionale, che il lettore non è messo in condizione di riconoscere) e della collusione, forse naturale, dei diversi livelli nei quali si articola il potere stesso. Proprio perché il tema fondamentale è il potere, appare sinceramente fuori luogo una delle pagine più note del libro, quella in cui il capo mafioso illustra la sua visione della società al tenente (gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà), in quanto introduce aspetti folcloristici e una sociologia banale che abbassano lo spessore del libro, libro che non parla soltanto di Sicilia e di mafia, ma coglie l’occasione del delitto mafioso per una riflessione sul potere come forza oscura e inattaccabile. È per questo che il romanzo è universale e supera il contesto storico e sociale. Lo stile è brioso e brillante con un ritmo narrativo che presenta rare cadute di tensione (in particolare nei ricordati soliloqui del capo mafioso). La struttura sintattica e la lingua sono semplici ma efficaci e affidano la funzione espressiva al ritmo narrativo e all’uso degli aggettivi e dei legami tra i periodi. Sciascia è un riferimento fondamentale per la lingua italiana.
Gomorra
Gomorra è un libro che tratta della camorra, ossia di quello che viene chiamato il «sistema». Ma in realtà non tratta soltanto di un fatto criminale, ma indaga sull’intreccio tra economia e criminalità e sulla presa di coscienza di un mondo corrotto al quale, però, ci si deve ribellare, innanzitutto con l’informazione e con la denuncia. Il libro si apre e si conclude con l’intreccio tra economia e criminalità. L’industria dell’abbigliamento, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, l’edilizia sono tutti settori «regolari», nei quali i grandi gruppi economici utilizzano la camorra per fare profitto ed eludere le regole del mercato e le leggi. Gran parte del libro è poi dedicata alla violenza, inaudita, delle bande e delle famiglie camorristiche: una lotta senza freni, che colpisce i nemici come gli innocenti. Ogni tanto si levano coraggiosamente alcune testimonianze isolate: un prete, una giovane maestra, un magistrato e così via. Il libro può essere interpretato come un percorso di crescente consapevolezza sulla situazione di abbandono nella quale viene lasciata la Campania e della quale sembrano essere vittime tutti i suoi abitanti, dai normali cittadini alla manovalanza criminale sino ai capi boss, il cui destino sembra essere quello di essere uccisi o di finire in carcere condannati all’ergastolo. Ma perché tutto ciò succede? Perché questa regione è diventata la cloaca di tutti i rifiuti tossici del paese con il consenso dei maggiorenti locali? A queste domande Saviano sembra dare una precisa risposta: > una ricchezza saccheggiata, presa con fatica da qualcuno e portata nel proprio buco . Questa frase sintetizza la società napoletana, ma racchiude una verità più ampia, che riguarda l’intero paese. La mancanza totale di senso della comunità, se non quello di clan, la dipendenza culturale da stereotipi (i capi camorristici imitano il cinema e non viceversa), il mito della violenza sono tutti presupposti culturali di una società, che facilmente si fa asservire dai grandi interessi economici. In questo senso, i capi camorristici sono destinati a pagare per chi sta dietro: > i boss che decidono di non pentirsi vivono di un potere metafisico, quasi immaginario ma > i boss pagano sempre, non possono non pagare. Ammazzano, gestiscono batterie militari, sono il primo anello dell’estrazione di capitale illegale e questo renderà i loro crimini sempre identificabili e non diafani come i crimini economici dei loro colletti bianchi . A questa situazione Saviano, e pochi altri, si ribellano. Dinanzi alla tomba di Pasolini, l’autore sente di «essere meno solo». > E lì iniziai a biascicare la mia rabbia, con i pugni stretti sino a fare entrare le unghie nella carne del palmo. Iniziai ad articolare il mio io so. L’io so del mio tempo... Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so . E quindi si eleva il grido di rivolta: > non permettiamo uomini che le nostre terre diventino luoghi di camorra, diventino un’unica grande Gomorra da distruggere . Ma questo grido può trovare risposta in un Italia, così paludata come quella attuale?
Grande Sertao
Sertao è una vasta regione del Nord Est del Brasile: è un insieme di bassi piani caratterizzato da brevi e intense piogge che danno origine a periodi di siccità e di alluvioni, rovinando i raccolti e portando carestie tra la popolazione, estremamente povera e da sempre sfruttata dai latifondisti. Alla fine dell'Ottocento si sviluppò un esteso banditismo, che fondeva ribellione, brigantaggio e confuse richieste sociali. In quest' ambiente, dove «il criminale vive come gli piace», Guimares Rosa ha composto un poema epico, una sorta di Iliade, con i suoi eroi e le sue battaglie (si veda la recensione dell'Iliade in questo sito). Inoltre, l'autore ha raccontato un'infelice e incantevole storia d'amore, una apparentemente impossibile straordinaria passione, che ricorda quella per la Pisana nelle «Confessioni di un italiano» di Ippolito Nievo (vedi recensione in questo sito). Riobaldo è il figlio di un ricco proprietario terriero; potrebbe vivere nell'agiatezza e sposare una ricca e bella ragazza della sua classe sociale, ma ha preferito andare a combattere con i ribelli: > il Sertao mi ha prodotto, poi mi ha inghiottito, poi mi ha sputato fuori dal caldo della bocca . Tra i ribelli ha conosciuto uno splendido e delicato ragazzo, di cui si è innamorato. > Sentii il bisogno di porre le dita, leggere, molto leggere su quei suoi teneri occhi. (...) Tesoro, fosse giorno chiaro, e potessi vedere il colore dei tuoi occhi...; così dissi, perduto in una dimenticanza, come se stessi soltanto pensando, quasi dicessi un verso. Diadorim fece un passo indietro, spaventato. (...) E rise cattivo. Non siamo nell'antica Grecia dove sono normali le relazioni omosessuali e Achille poteva amare Patroclo, qui, nel Sertao, Riobaldo e Diadorim possono essere solo amici e gli approcci di Riobaldo un mero «scherzo di dileggio». Diadorim è il figlio del più importante capo banda, il quale é ucciso da un rivale, crudele e sanguinario, «l'uomo senza faccia», forse il Diavolo. Comincia la vendetta. Alcuni gruppi sotto il comando di Riobaldo inseguono i nemici, con continui scontri, tra grandi fiumi, paludi e boscaglie, splendidi animali selvaggi, poveri contadini e ricchi latifondisti, rubando, violentando donne e saccheggiando, morendo di malattie e in combattimento. Il grande Sertao cambia profondamente Riobaldo: da un riflessivo e insicuro giovane diviene un capo senza pietà, abile e determinato. Con la sua sensibilità femminea Diadorim lo rimprovera dolcemente: «quello che sta cambiando, in te, è compito dell'anima, non dovere del comando». Riobaldo ha fatto un patto con il Diavolo? Certo, ha cercato un accordo in una notte di tempesta ma il Diavolo non apparve. Finalmente, veniamo all'ultima e definitiva battaglia. Diadorim uccide «l'uomo senza faccia», vendicando il padre, ma lui stesso muore combattendo. E quando le pie donne lavano il corpo, come era uso nell'Iliade, scoprono che Diadorim è una ragazza! > Lei era, tale che così si disincantava, in un incanto così terribile. (...) Ululai. (...) Diadorim era una donna, era una donna come il sole non accende l'acqua del fiume Urucuia, come io singhiozzai la mia disperazione . Il romanzo non é solo una storia d'amore. Ci sono almeno altri due filoni narrativi. Innanzitutto, Guirames Rosa ci racconta del mondo scomparso dei «jacunços» e del loro ambiente naturale e sociale: uomini duri il cui destino è già segnato dalla nascita e che sanno che saranno sconfitti, ma continuano a vivere nel Grande Sertao, cantando le loro canzoni: > vita è sorte assai rischiosa/nel dover della lealtà:/ogni notte è fiume a valle, /ogni giorno è oscurità... Un altro tema è quello metafisico: esiste il Diavolo e dov'è Dio? Se alla fine del romanzo non riusciamo a dare una risposta alla prima domanda, invece comprendiamo molto bene che Dio, se esiste, è come il Grande Sertao, pervasivo ma molto lontano, indifferente a ciò che accade agli esseri umani. Come dice il traduttore, il mondo narrativo e lirico di Guimares Rosa > fonde terminologia, strutture e flessioni regionali con le più ardite innovazioni e la tipicità del mondo naturale e umano da cui prende le mosse. Forse, si perde molto con la traduzione, ma rimane comunque il senso magico del racconto, che porta il lettore in una sognante e affascinante storia. Riobaldo, alla fine della sua vita, narra il suo Sertao ad una persona non identificata, indicata soltanto con Vossignoria"; in questo modo Guimares Rosa dà movimento al romanzo, alternando brevi frasi colloquiali con descrizioni dettagliate e intense, fondendo realtà e immaginazione. E' un peccato che Feltrinelli abbia rovinato questo capolavoro usando un carattere minuscolo, faticoso da leggere: forse per risparmiare la carta e l'inchiostro! Perché leggerlo? Faticoso ma splendido.
La guerra della fine del mondo
> Come era possibile che lì, alla fine del mondo.... qualche cosa di diverso ordinava le cose, gli uomini, il tempo, la morte, qualcosa che sarebbe ingiusto chiamare follia e troppo generale chiamare fede e superstizione . Sono queste le considerazioni di uno dei protagonisti di un libro incredibile e per certi versi indecifrabile. Llosa Vargas racconta un evento reale, accaduto nel Brasile del 1889, nel passaggio dallʼimpero alla repubblica. Una massa di diseredati si era raggruppata intorno ad un santone e, in una sorta di fanatismo messianico e religioso, aveva costituito un luogo di utopia, libero dallo sfruttamento. Il governo della giovane repubblica mandò contro di loro un esercito possente, che, dopo una battaglia sanguinosa, compì una strage agghiacciante e crudele. Lʼepisodio era stato narrato più volte, ma Llosa Vargas ne fa un racconto complesso, dove i temi sociali e politici si intrecciano con quelli spirituali e psicologici. Il romanzo si può dividere in tre parti. Nella prima lʼautore racconta gli antefatti della rivolta: uno strano personaggio si muove nel sertao, seguito da pochi discepoli, per ricostruire le chiese abbandonate e e quindi portare un segno religioso ad un popolo lasciato da tutti, anche dai propri preti. Poi, intorno a lui si raggruppa una folla sempre più numerosa, ma il santone riesce anche a convertire personaggi tra i più disparati: capi banda, sanguinari assassini, commercianti, donne di malaffare, gobbi ed infelici. Tutti sono attratti da una ricerca di redenzione e di pace. Nella seconda parte si crea dal nulla il luogo dellʼutopia, Canudos, la cui fama richiama altra gente ma attira anche lʼattenzione dei latifondisti monarchici, che sperano di utilizzare la rivolta ai fini anti repubblicani, e lʼinteresse di socialisti e rivoluzionari, che interpretano con categorie europee vicende fuori dagli schemi delle ideologie marxiste ed anarchiche. Le prime spedizioni inviate a domate la rivolta falliscono miseramente: la sopravvivenza di Canudos è una minaccia, non perché la povera gente intenda fare una rivoluzione ma perché è la testimonianza di una società utopica. Esiste una alternativa tutta brasiliana allo sfruttamento e ciò non va bene sia ai monarchici che ai repubblicani: le due forze politiche si alleano e viene inviato un grande esercito. E qui si apre la terza parte, la più incredibile di tutto il libro. Con una abilità narrativa eccezionale, Llosa Vargas descrive per duecento pagine lʼassedio di Canudos: è una continua alternanza di descrizioni guerresche con la narrazione delle vicende dei diversi personaggi. Quattro sonole figure centrali le cui storie unificano un racconto che sarebbe risultato frammentario. Innanzitutto un gruppo formato da un nano, da una contadina e da un giornalista praticamente cieco, perché ha perso gli occhiali. I suoi occhi annebbiati guardano le scene terribili con una prospettiva sfuocata, che rende irreale lʼintera narrazione ( un espediente letterario eccezionale). Lontano dal campo di battaglia, a fatti già avvenuti, si sviluppa, poi, il dialogo tra lo stesso giornalista e uno dei capi monarchici, un barone la cui moglie è impazzita alla vista della sua casa bruciata dai rivoltosi. La ragione, grande ordinatrice del mondo, si è dissolta dinanzi ai terribili episodi di Canudos: le regole non hanno più senso, il mondo è rovesciato. > Lʼamore, il piacere, pensò il barone sconcertato. Gli parve un sacrilegio che quelle belle, dimenticate parole apparissero sulle labbra di quellʼessere ridicolo, contratto come un airone sulla poltrona. Non era comico, grottesco che una cagnetta bastarda del sertao facesse parlare dʼamore e di piacere un uomo che, malgrado tutto, era colto? Ma nel mondo la verità e la felicità si possono trovare proprio in qualche cosa di incredibile, come in un rapporto di amore e di affetto tra un giornalista, una contadina e un nano, o nellʼamore lesbico della moglie del barone per la sua domestica, al quale avrebbe potuto partecipare anche il barone stesso se si fosse accorto prima che ciò avrebbe fatto piacere a sua moglie. E allora potrebbe essere che il barone potesse vedere che > la gente sulle barche non stava pescando ma gettava fiori in mare, spargendo petali, corolle, mazzi sullʼacqua, e facendosi il segno della croce, e, pur non potendo udirlo, il petto gli palpitava con forza, fu sicuro che quella gente stava pure pregando e forse cantando . È estremamente difficile dare unʼunica interpretazione al libro. Di certo lo si può leggere in tanti modi: un atto di accusa verso una classe dirigente spietata nella difesa dei propri interessi, una critica ad una sinistra spesso vanagloriosa e lontana dalla comprensione della realtà specifica, una rappresentazione crudele della violenza della guerra così come dellʼignoranza delle masse. Penso invece che il filone conduttore sia la confusione, un affollarsi di voci e di immagini, un fuoco dʼartificio, che dura pochi minuti ma illumina il cielo in modo puntiforme, senza un senso evidente. Perché leggerlo? Lo stile narrativo è splendido e regge un libro, sicuramente lungo e frammentario.
Il sosia poema pietroburghese
Jakov Petrovic Goljadkin è un rispettato funzionario pubblico. Dostoevskij lo presenta nella sua ordinata e modesta dimora in una mattina ricca di attese per il nostro "eroe": > lo guardarono con familiarità le pareti verde sporco affumicate della sua stanzetta, il comò di mogano, il divano alla turca d'incerata rossa a fiorellini verdognoli. Dinanzi allo specchio, in questa giornata per lui eccezionale, > sarebbe davvero un bell'affare, "disse a mezza voce Goljadkin", sarebbe davvero un bell'affare se proprio oggi non fossi in piena regola, se, mettiamo, mi fosse venuta fuori qualche novità, un bel foruncolo assolutamente inopportuno, ad esempio. Deve essere perfetto il nostro eroe, è invitato, o pensa di esserlo, al compleanno dell'unica figlia del consigliere di Stato Berendeev. Pur in una prevalente euforia, Dostoevskij ci dà subito alcuni segnali di qualcosa che non va: mentre sale su *una carrozza di nolo azzurra*, il suo servo scambia > occhiate d'intesa col vetturino e alcuni sfaccendati, (...) trattenendo a stento le risate più sguaiate; salito sulla vettura, il nostro eroe > sussultò (...) e si rintanò in fretta e quasi spaventato nell'angolo più buio della carrozza; infine, scopriamo che Goljadkin, il compassato funzionario, è in cura presso un dottore, che lo invita a non evitare la vita spensierata, a non essere *nemico della bottiglia*. E quindi non restiamo stupiti quando il nostro eroe viene respinto dal portiere e non può accedere al compleanno della figlia del potente consigliere. Non è gradito ospite! Con un sotterfugio, Goljadkin riesce a infilarsi nel ricevimento e qui in uno stato di delirio si comporta in modo sconveniente, tanto da essere messo alla porta. Ma è realtà o un'allucinazione in una mente già malata? Questo è il preambolo all'ingresso di un nuovo personaggio: il sosia, il viscido, disgustoso, astuto Goljadkin numero due. Dapprima, il sosia manifesta un atteggiamento umile verso il "numero uno", *attaccandosi a ogni suo sguardo*, poi si farà sempre più arrogante, conquistandosi la benevolenza dei superiori del nostro eroe. Non solo, lo irride davanti ai colleghi più giovani. > Dopo avergli fatto un po' di solletico, (...) provocando un gran divertimento nella gioventù che li circondava, il signor Goljadkin numero due, con una sfacciataggine disgustosa, assestò definitivamente un colpetto sulla pancetta debordante del signor Goljadkin numero uno, e accompagnò il gesto col più velenoso e allusivo dei sorrisi dicendo: "tu te la spassi, fratellino". A cosa si riferisce il sosia? Come Dostoevskij espliciterà in "Memorie del sottosuolo" (si veda la recensione in questo sito) c'è in noi, nel profondo del nostro animo, una malvagità che ci porta a compiere atti cattivi, che ci può condurre anche alla pazzia. Solo nel sogno il nostro eroe riesce a intravedere un atto meschino, > una vigliaccheria vista, sentita oppure da lui stesso compiuta non molto tempo prima, un comportamento sconveniente: > una ben nota signorina, (...) una tedeschina, alla quale il sosia può tranquillamente alludere, > circuendo Goljadkin, sorridendogli con affabilità, e mostrando, in quel modo, falsa cordialità verso di lui. Per il nostro eroe è un sollievo quando vede arrivare il dottore: > dagli occhi del signor Goljadkin scesero le lacrime. "in questo caso sono pronto... mi rimetto completamente e affido il mio destino (al dottore)", (...) un tremendo e assordante grido di gioia scaturì dal petto di tutti coloro che lo circondavano e con la più crudele risonanza serpeggiò tra la folla in attesa. (...) Il viscido gemello del signor Goljadkin (...) mandava piccoli baci al signor Goljadkin; ma poi cominciò a dare segni di cedimento e ad apparire sempre più raramente, fino a scomparire del tutto. Uno psichiatra potrebbe dire che ci troviamo dinanzi a una personalità schizofrenica, in uno stato di crescente alterazione, con una scissione della personalità. Uno psicoanalista, molto prima di Freud, potrebbe intravedere la paura dell'io d'incontrare il suo doppio, di svelare il male che ha dentro di sé, dietro la parvenza di una rispettabilità borghese, rifiuto dell'ingranaggio dell'opprimente burocrazia dell'Impero Russo. Ed allora la pazzia di Goljadkin, la creazione di un suo sosia disgustoso e viscido, non è altro che un disperato atto di rivolta, che non può che portare al manicomio, perché deviante rispetto alle regole dominanti. E Dostoevskij è il cantore della società pietroburghese. > Oh, se io fossi un poeta! Poeta naturalmente all'altezza di Omero e di Puskin, perché con un talento meno sublime è impossibile farsi avanti. Non sarà che pure a noi contemporanei non ci resti che la follia, dinanzi ad un mondo così asfissiante, ma dov'è un Dostoevskij? Il ritmo è incalzante e brioso, rimandando il lettore allo splendido "Il villaggio di Stepàncikovo e i suoi abitanti" (si veda la recensione in questo sito). Già grande scrittore, Dostoevskij ci porta per mano nel racconto della pazzia del protagonista, dapprima increduli, con cenni lievi e ironici, poi in modo sempre più evidente. Certo, la narrazione della follia si attorciglia su sé stessa, e come potrebbe essere diversamente visto che solo con la ripetizione degli avvenimenti e degli stati d'animo si può scavare in profondità. L'idea del sosia è geniale perché crea un altro punto di vista, una prospettiva esterna e interna ad un tempo, un espediente narrativo veramente innovativo, che si ritrova in pochi romanzi, come, per esempio, in "Io sono un gatto" di Natsume Soseki (si veda la recensione in questo sito), ma senza dubbio con un ritmo ben diverso. Perché leggerlo? Intenso e inquietante ad un tempo.
Il Villaggio di Stepàncikovo e i suoi abitanti
L'io narrante è un giovane che vive a Pietroburgo > senza nulla da fare, (...) convinto che in breve tempo (avrebbe) fatto cose davvero notevoli, addirittura grandiose. È mantenuto da uno zio, un ricco proprietario terriero nella lontana Stepàncikovo. I loro rapporti epistolari sono radi, ma negli ultimi tempi il giovane è sollecitato ad andare dallo zio con lettere sconclusionate e senza senso, da cui traspare la preghiera di sposare la giovane governante, una ragazza infelice, bella e istruita. Il nostro giovane decide di accondiscendere alle richieste, per un misto di curiosità ed affetto. Si ritrova in una > stramba collezione di personaggi, una ristretta comunità che ruota intorno a un abile e carismatico manipolatore, ciò che oggi chiameremo un "guru"; e da cui la modernità del racconto. Foma Fomic > era basso, biondo e coi capelli brizzolati, con una gobba sul naso e piccole rughe su tutto il volto. (...) Leggeva ad alta voce libri sulla salvezza dell'anima, discorreva con lacrime eloquenti delle varie virtù cristiane, (...) raccontava la sua vita e le sue imprese, (...) ed era un maestro nel giudicare il prossimo. Vissuto nella miseria, per tutta la vita aveva dovuto girare per le case dei proprietari terrieri, facendo "il giullare". A Stepàncikovo, finalmente, aveva potuto esercitare le sue arti di affabulatore, soddisfare la sua vanità, riscattarsi dalle umiliazioni così a lungo subìte. La sua tecnica è di approfittare delle debolezze altrui, passando da un vittimismo offeso e orgoglioso a sermoni esaltanti le sue virtù, e le depravazioni degli altri. Diciamo che si trova in un terreno fertile. Lo zio, ex colonnello degli ussari, è buono, onesto e fiducioso, ma porta avanti una tresca con la giovane e povera governante: vorrebbe farla sposare al nipote per continuare la relazione. Il padre della ragazza manifesta una dignitosa indifferenza ma in realtà mira a un matrimonio della figlia con l'anziano e ricco proprietario. C'è poi Tatiana, una ricca zitella, un po' ninfomane; a casa si spera che sposi lo zio, per unire i patrimoni, ma ci sono dei bellimbusti che progettano di rapirla per mettere le mani sul suo denaro. C'è poi la generalessa, con il suo entourage di devote e perfide signorine: le crisi isteriche, i malori e gli svenimenti avvengono tutte le volte che il ruolo di Foma viene messo in dubbio, e offeso dichiara di andare via, in esilio. È chiaro che non lo farà mai. > Foma occupa due grandi e splendide stanze. (...) La comodità assoluta circondava il grande uomo. Le carte da parati nuove e colorate, le tende di seta cangiante alle finestre, i tappetti, la specchiera, (...) tutto testimoniava la tenera attenzione dei padroni di casa nei confronti di Foma Fomic. E il nostro giovane, che fa? Si comporta da "scienziato", "filosofo", "sapientone": osserva la dinamica degli esseri umani, solo a tratti indignandosi quando vede lo zio calpestato dal lestofante. La narrazione procede veloce, con il ritmo tipico di una "pièce" teatrale: dialoghi serrati, umorismo, macchiette, "maschere" stereotipali della meschinità dell'animo umano. Si percepisce un disprezzo per la provincia e per il mondo contadino in particolare; come quel povero servo, sempre maltrattato da Foma perché continua a sognare "un toro bianco" e non "eleganti signore e signori che prendono il tè". In un crescendo di "commedia degli equivoci", Foma pare perdere il suo dominio, ma con un colpo di scena il furbo e abile manipolatore riafferma il suo potere sugli abitanti di Stepàncikovo. E' un destino dei grandi autori che la loro opera sia offuscata dai capolavori che hanno scritto. Quando si parla di Dostoevskij, si va subito a libri quali "Delitto e Castigo", "L'Idiota" e "I Fratelli Karamazov" (si veda la recensione de "L'Idiota" in questo sito). Nella vasta produzione dello scrittore russo c'è molto altro di valore. Si pensi a "L'Adolescente", così attuale per l'analisi del rapporto del protagonista con la figura del padre (si veda la recensione in questo sito). "Il villaggio di Stepàncikovo e i suoi abitanti" è definito in modo unanime un'opera comica, in tal modo non cogliendo gli elementi peculiari del romanzo. Esso parla del Potere, e di quali sono le motivazioni profonde che ne sono alla base: non è il denaro (Foma rifiuta un'offerta generosa per lasciare la casa), non è neanche il gusto del dominio, o il ruolo di prendere le decisioni che contano (anzi il Potere fugge dalle decisioni). Ciò che spinge Foma è la vanità, un narcisistico desiderio di essere al centro, potersi compiacere delle proprie parole, essere riverito e lusingato. Ne è evidente l'attualità dinanzi a un Potere cui basta far parlare di sé stesso, in un'orgia mediatica. Gli abitanti di Stepàncikovo sono un'isolata comunità della campagna russa ma molto ci dicono sul servilismo e la vacuità dell'animo umano. La scrittura e la trama sono spumeggianti, distaccandosi dal punto di vista stilistico dai grandi romanzi: non c'è introspezione psicologica né si approfondiscono le relazioni tra i personaggi. È senza dubbio un romanzo di formazione, in cui il grande scrittore si esercita nella costruzione dei dialoghi, con poca attenzione al contesto, e in particolare trascurando il narratore, dietro il quale si nasconde lo stesso Dostoevskij. Perché leggerlo? E' divertente e profondo.
In culo al mondo
Sono passati otto anni dalla fine della guerra coloniale portoghese, che devastò lʼAngola tra il 1961 e il 1975: da un lato il Portogallo di Salazar e dallʼaltro i movimenti di liberazione angolana. Il protagonista, ed io narrante, incontra una donna in un locale, come tante altre volte, > quando il bar è un Titanic che fa naufragio, (...) un galeone spagnolo sommerso, popolato dai cadaveri alla deriva della ciurma illuminati di sbieco da un chiarore sottolunare, cadaveri che fluttuano senza aderire alle sedie, fra due acque, e dimenano le braccia prive di ossa in una calma di alghe . Sappiamo poco di questa donna, ma senza dubbio sa ascoltare, perché il nostro protagonista comincia a raccontare i suoi ventisette mesi di guerra,in «culo al mondo», a morire > non della morte della guerra, che ci priva allʼimprovviso delle cervella con uno scoppio fulmineo e lascia intorno a sé un deserto disarticolato di gemiti e una confusione di panico e di spari, ma della lenta, afflitta, torturante agonia dellʼattesa, lʼattesa dei mesi, lʼattesa delle mine sulla pista, lʼattesa del paludismo, (...) lʼattesa della jeep della Polizia politica che ogni settimana passava, (...) portando con sé tre o quattro prigionieri che scavavano la loro fossa, vi si rattrappivano, chiudevano gli occhi e si afflosciavano sotto le pallottole come un soufflé si affloscia sul forno, con un fiore rosso i cui petali si schiudevano sulla fronte ; una guerra che faceva vomitare e rispondere con > una voce dolce di bambino Non perdere tempo con me perché io sono così stanco di questa guerra che neanche con le bombe mi toglierete di qui ; una guerra che non si può dimenticare, tanto che > nel momento in cui le sue ginocchia si divaricheranno dolcemente, i suoi gomiti mi stringeranno le costole e il suo pube rossiccio schiuderà i suoi petali carnosi con lʼumida consegna di valve calde e morbide, entrerò in lei, capisce?, come un umile e tignoso cagnetto insonnolito in un vano di scala, alla ricerca di un conforto impossibile sul legno duro degli scalini, perché il soldato di Mangando e tutti i soldati di Mangando e Marimbanguengo e Cessa e Musuma e Ninda e Chiume balzeranno in piedi dentro di me nelle loro bare di piombo, avvolti in bende sanguinanti che svolazzano, per esigere da me, con i rassegnati lamenti dei morti, ciò che per paura non ho dato loro: il grido di rivolta... Il protagonista narra, quindi, la sua esperienza, ma non dobbiamo aspettarci un resoconto o una denuncia: la crudele e vigliacca devastazione della guerra disvela la povertà del nostro animo, la sua pavidità, il suo vuoto ideale e sentimentale, ma nel contempo rivela lʼinutilità della tante parole, di chi non ha mai provato sulla pelle «la furiosa e pungente paura di morire», di chi si può permettere di > essere competente, serio, saggio, socialdemocratico, sardonico, trasportando con i libri nella valigia la furbizia facile dellʼultima verità di carta . Lʼesperienza di guerra è una cesura tra il prima e il dopo, è una discesa nella profondità dellʼanimo, è una morte spirituale, che ci toglie la possibilità di amare. Non restano che fugaci momenti di tenerezza, con i quali due esseri soli si inventano «una diafana pace di infanzia». Per essere apprezzato sino in fondo questo libro andrebbe letto ad alta voce, come un lungo poema. Se si avesse la pazienza di farlo si scoprirebbero lʼabile scansione delle parole e le loro capacità evocative, e ci si troverebbe in un mondo onirico, anche se terribilmente reale, nel quale sensualità, nostalgia, disperazione e morte si mescolano insieme, riportando alla luce i mostri della nostra infanzia, e la nostra solitudine esistenziale. > Se fossimo, per esempio, dei formichieri, lei e io, (...) forse ci potremmo capire in una complicità di proboscidi inquiete che annusano insieme sul cemento nostalgie di insetti inesistenti; forse ci uniremmo, col favore del buio, in coiti tristi come le notti di Lisbona. (...) Forse, dopo essermi palpato, scoprirò di essere allʼimprovviso un unicorno, forse lʼabbraccerò, e forse lei agiterà le sue braccia attonite di farfalla conficcata in uno spillo, pastosa di tenerezza. (...) E avremmo recuperato in questo modo qualcosa dellʼinfanzia che non appartiene a nessuno di noi e insiste a scendere lungo lo scivolo in un riso del quale giunge fino a noi, ogni tanto, e in una specie di rabbia, lʼeco attutita . Perché leggerlo? È un grande libro, sulla guerra e sulla solitudine umana.
Io non ho paura
Il romanzo riprende il tema del libro precedente: lo squallore dell’ambiente e della famiglia a confronto con l’innocenza dell’infanzia. Michele vive in un piccolo borgo e durante un giro con gli amici scopre un bambino che è stato rapito e imprigionato da un gruppo, del quale fa parte anche il padre. Si sviluppa quindi un percorso spirituale e psicologico durante il quale Michele si rende autonomo rispetto ai genitori sino al punto di correre a salvare il bambino rapito, che potrebbe essere ucciso dai rapitori. Riesce a salvarlo ma viene colpito dal padre e «ora c’era di nuovo buio e c’era papà e c’ero io». A differenza di quanto avveniva nel libro precedente, è più evidente la contraddizione tra i sentimenti familiari e di clan (sempre improntati ad affetto e protezione) e l’immoralità del rapimento, che costituisce un atto collettivo, dell’intero paese. È un ragazzo, Michele, che deve rimettere in ordine la scala dei valori, anche a scapito dei legami familiari. È quindi un quadro della società italiana, che travalica il contesto ambientale (il piccolo paese) ma è invece emblematico di un clima più generale. La solarità del paesaggio, la vastità degli orizzonti insieme con la limitatezza degli spazi (splendidamente descritti dall’autore) sono parte integrante della narrazione, esprimendo un contrasto tra un mondo chiuso e desolato e l’aspirazione verso una maggiore libertà e limpidezza di sentimenti e di valori. Rispecchia bene una società, e degli individui, in bilico tra un presente vacuo e un futuro più ricco di contenuti. Lo scrittore ha raggiunto con questo romanzo una maggiore compattezza nello stile e nel ritmo narrativo, che lo rende un libro molto suggestivo oltre che bello da leggere. Si tratta senza dubbio di un romanzo di grande livello narrativo e contenutistico.
Jolanda la figlia del corsaro nero
Il romanzo è in qualche modo la continuazione del Corsaro Nero. Jolanda, la figlia del pirata, ritorna nei Caraibi per riprendersi l’eredità della madre. Qui viene più volte rapita dal conte di Medina, figlio naturale del nonno, il quale vuole prendersi la ricchezza di Jolanda e soprattutto vendicarsi dell’uccisione del padre, il nonno di Jolanda, da parte del Corsaro Nero. Morgan, il pirata amico del Corsaro Nero, combatte per liberare Jolanda sino all’uccisione del conte di Medina e al matrimonio con Jolanda, che nel frattempo si è innamorata del pirata. La vicenda è l’occasione per una serie di avventure, che si sviluppano nel mare dei Caraibi, in Venezuela e in America Centrale con una successione di battaglie navali, di assedi a città spagnole e di tempeste. Lo stile è sempre quello di Salgari, veloce e rapido nella descrizione degli eventi di guerra, anche se bisogna dire che si assiste a una caduta nel ritmo e a una ripetitività che rende talvolta noiosa la lettura. La parte più bella del libro è il racconto di Jolanda e di Morgan nella giungla del Venezuela. Il pirata è gravemente ferito e la giovane è costretta a misurarsi rapidamente con una natura ostile e sorprendente, con la minaccia degli animali feroci e l’assalto di selvaggi. Si tratta di una sorta di iniziazione che può avere molti significati: l’esaltazione di una figura eroica, in questo caso costituita da una donna, la rappresentazione di una natura esotica (il noto esotismo di Salgari), il passaggio dalla giovinezza all’età adulta, lo scontro tra il coraggio della volontà e un contesto esterno nemico. Come nella vicenda del Corsaro Nero, è possibile unʼinterpretazione psicoanalitica e autobiografica del racconto, che si concentra proprio nelle vicende di Jolanda nella foresta.
L'ordine
Gli ambienti del romanzo sono l’inverno e la primavera della Finlandia e il contesto storico è la guerra tra le forze bianche, che difendono l’indipendenza del paese e le forze rosse che vogliono introdurre anche in Finlandia la rivoluzione comunista. La guerra, insieme con una natura selvaggia e incontaminata fanno da scenario alle vicende di una donna prigioniera e dei suoi rapporti con il giudice (uno scrittore alcolizzato e paranoico) e con il soldato, con il quale ha vissuto per otto giorni in un’isola deserta e da cui aspetta un figlio. Tutta la storia si svolge in un ex manicomio e uno dei protagonisti è un povero folle, che pensa di fare le fotografie ai fantasmi, e che evidente l’assurdità di tutti gli eventi. Infine c’è anche un bambino, orfano di un’amica della donna, che subisce la violenza del nonno e dei cugini ma poi viene salvato dalla donna. Accanto alle vicende e ai caratteri dei protagonisti si sviluppa, in brevi introduzioni ai diversi capitoli, la descrizione del comportamento dei lupi e di come gli uomini cercano di sterminarli, in una lotta che sembra senza fine. Ed allora, si capisce, forse, il significato del libro, che peraltro risulta, per certi versi, criptico e di difficile comprensione. La donna è una lupa, feroce e determinata, ma pronta a dedicarsi alla prole, al bambino e al figlio che aspetta dal soldato. In un ambiente difficile e contro un giudice, astuto e crudele, la donna, come una lupa, si muove con astuzia. Al contrario il soldato (un giovane che si è arruolato per riscattarsi sia dal proprio fallimento lavorativo che dal padre) si comporta come «un cane»: più volte salva la vita della donna, se ne innamora, le è fedele e muore per salvarla. Due eroi, quindi, la donna è l’eroe positivo, che non subisce gli eventi assurdi della guerra, ma reagisce e li affronta guardando il futuro e infine vince, ridando speranza a un bambino e portando con sé il germe di una prospettiva. Il soldato è l’eroe negativo, un debole, che viene distrutto dalla guerra, ma, a differenza degli altri, salva la propria dignità, proprio proteggendo la donna. Il libro è di grande spessore e affronta un tema di grande attualità. In una società, che si va dissolvendo, occorre affrontare il futuro con forza e tenacia.
La quarta estate
Con un viaggio avventuroso e dopo aver perso il bagaglio, la giovane dottoressa Andrea Dalvina Zanardelli arriva a Ravenna per andare a lavorare al sanatorio di Marina di Ravenna, dove sono curati i bambini "scrofolosi", provenienti dall'orfanotrofio. Siamo nel 1943. Dalvina proviene da un'agiata famiglia del Lago di Garda. Già il primo approccio la stupisce, quando le viene chiesto alla stazione se deve andare a Marina o in Abissinia. Poi c'è questo strano paesaggio, così distante dalla sua immagine del mare: > una specie di palude, una pocia d'acqua crespa che s'intuiva profonda poco più d'una pozzanghera, e che si chiamano "valli" (o piallasse), come quelle dei suoi monti. Ne sentì sin dall'inizio il fascino, un > fascino selvatico, (...) affaticato dal lavoro di povera gente, (...) la familiarità tra i marinai, il silenzio rispettoso con il quale si salutavano succhiando le pipe di coccio, e per tutto questo (...) si sentiva piuttosto a casa. A lei, la bella ragazza, *dai capelli color albicocca*, bastava poco: > il suo carattere esigeva schiettezza, autenticità, perché sentiva di appartenere alle storie semplici. E così le piacque subito il sanatorio, > la solarità assoluta del luogo, il frangersi continuo delle onde, il sapore di salsedine che s'incollava al corpo, (... la semplicità ordinata degli ambienti e la tranquilla operosità delle suore, dai nomi strani come Leopola, Nolasca, Zoefe, Benespera, Galizia: una comunità di religiose devote a Santa Dalmazia, ma sempre e soprattutto donne, con i loro segreti e i loro amori, non necessariamente rivolti solo a Cristo. Nell'arco di pochi mesi si sviluppa una storia "semplice", una microstoria rispetto alla grande storia che sta travolgendo l'Italia, dallo sbarco degli alleati alla caduta di Mussolini sino all'invasione da parte dei tedeschi. Fino all'8 settembre 1943, l'autore narra queste vicende tramite la pazzia del precedente medico del sanatorio, rimosso e ricoverato in ospedale perché si crede Benito Mussolini: un'abile metafora della follia che ha portato il nostro Paese alla guerra. Poi, a un certo punto, non è più possibile schermarsi dietro le inguaribili manie oratorie di un povero allucinato: > la parola "bombardamento" era appena entrata, con tutto il suo carico dirompente, nell'organizzato vivere del sanatorio. Quel che pareva stabile e perpetuo vacillava, non era più, e nessuna garanzia, nessuna immunità si poteva intravedere a ragion di logica. Per ancora un poco, noi lettori speriamo di essere immuni dalla guerra, e poter seguire Dalvina nella scoperta di sé stessa, del suo corpo desideroso di amore e del suo lato materno, che la lega indissolubilmente a un povero scrofoloso, non per compassione ma perché > sentì quei sussurri insinuarsi nella carne, oltrepassare barriere e difese e rinnovare un disagio intimo e indecifrabile che l'indusse a trasalire, e non certo per la misteriosa origine delle parole. Ma su tutti noi incombe un destino, di cui è difficile discernere il senso perché non guarda all'Amore e alla Speranza: > le bombe non sono mica ubbidienti, e neppure intelligenti. Vanno dove vogliono. (...) Voglia di sognare. E allora chissà, s'era inventata tutta questa favola di suore, mare e bambini. I suoi bambini. Queste sono gli ultimi pensieri di Dalvina. E se tutto fosse rimasto un sogno, forse si sarebbe salvata? Paolo Casadio ha la capacità di partire da piccoli fatti reali, frutto di una ricerca attenta d fonti, per costruire storie che hanno sempre un "Luogo" fatato, immerso nel mistero e nella magia. Nel suo primo romanzo "Il bambino del treno" è una piccola stazione sulla linea Faenza-Firenze, che fa da cornice ad un episodio realmente avvenuto. Nel successivo "Fiordicotone" il luogo è Lugo di Romagna, anche se la prova narrativa è meno riuscita di quella precedente perché l'autore si disperde su troppi temi e si discosta dalla sua scrittura morbida ed elegante, il pregio fondamentale di Casadio (si vedano le recensioni in questo sito). Qui, invece, l'autore romagnolo dà il meglio di sè: la ricostruzione dell'ambiente di Marina di Ravenna, così diverso da quello di oggi, dà al lettore sensazioni indecifrabili e fiabesche, ed è facile immagine quale ne sia stato il fascino per una colta ragazza del Nord; le personalità delle suore sono descritte con affettuosa ironia e ci sembra di vederle davanti, nelle loro passioni di donne e nella loro fede comunque tenace; e che dire dei bambini "scrofolosi", sempre più indisciplinati e vivaci via via che migliorano in salute (anche per le erbe delle Pinete); e poi quella chicca dell'allucinato che si crede Mussolini, divertente e tuttavia realistica. Forse, l'unico appunto riguarda la figura di Dalvina, tratteggiata con insufficiente approfondimento psicologico e sempre ricorrendo ad allusioni di ferite subite, che restano in sospeso e non ci permettono di comprenderne la personalità. Ed infine, noi lettori siamo delusi perché ci aspettavamo un lieto fine. Perché leggerlo? È un romanzo bellissimo, una lettura piacevole e avvincente.
La vergine eterna
L'autore immagina che un compagno di scuola, divenuto produttore cinematografico, gli proponga di scrivere la sceneggiatura di un film su Michael Kohlhaas, un racconto del 1810 di Heinrich von Kleist. La trama si presta ad un tema particolarmente caro a Kenzaburo Oe: quello della libertà e della rivolta contro i soprusi del Potere. Ambientato nel sedicesimo secolo, il romanzo di Von Kleist narra la storia di un commerciante di cavalli che non accetta di essere derubato e umiliato da un potente feudatario e, testardamente e disperatamente, lotta per avere Giustizia. È naturale per Kenzaburo di trasferire questa tragica vicenda nelle sommosse contadine che sconvolsero il Giappone nella seconda metà dell'Ottocento, e che interessarono proprio il villaggio natale dello scrittore, come già descritto in "La Foresta dell'acqua" (si veda la recensione in questo sito). Fin qui è il contesto; ma sin dalle prime pagine si intuisce che c'è qualcos'altro al di sotto della trama, quasi che la sceneggiatura scateni forze primordiali che provengono dal sottosuolo dell'animo umano. A differenza di "Memorie del sottosuolo" di Fedor Dostoevskij (si veda la recensione in questo sito), o non è la malvagità, ma quel sottile, ambiguo e svergognato desiderio di fantasie erotiche che può ancora travolgere un vecchio. Il romanzo si articola infatti in due momenti della vita di Kenzaburo: nel primo è già scrittore affermato ma fortemente depresso e in grave crisi creativa, nel secondo è un anziano signore ormai in declino fisico. L'indizio di un tema "nel sottosuolo" della trama ufficiale si trova nella citazione di una poesia di Edgar Allan Poe, scritta nel 1849, anno della morte di Poe (quanti riferimenti "allegorici" nel grande autore giapponese!): "or sono molti e molti anni/che in un regno in riva al mare/viveva una fanciulla che col nome/conoscerete d'Annabel Lee; /e viveva questa fanciulla senz'altro pensiero/che amarmi ed essere amata". Questi sono i versi ricchi di evocazioni erotiche di Poe; ma chi è Annabel Lee per Kenzaburo Oe? È Sakura-san, un'attrice giapponese famosa ad Hollywood e che il produttore vorrebbe che fosse la protagonista del film su Michael Kohlhaas. Coincidenza vuole che Kenzaburo abbia già visto la giovanissima Sakura, e ne era stato "rapito", in un cortometraggio su Annabel, dove Sakura, ancora bambina, era la protagonista dell'ultima scena, nelle vesti di una > fanciulla dalla veste candida e fluente, che sotto la purezza dell'immagine aveva > un che di ambiguo e misterioso. La trama del romanzo si dipana intorno "al sottosuolo" di Sakura, al di là dei suoi modi calmi e sicuri. Innanzitutto, l'attrice è determinata a porre al centro del film la donna che condusse la rivolta dei contadini nella seconda metà dell'Ottocento, e che prima di essere uccisa subì uno stupro di gruppo: la vicenda della donna, chiamata nella leggenda la madre di Meisuke, fu oggetto di una rappresentazione teatrale organizzata dalla nonna e dalla madre di Kenzaburo, cui ha partecipato lo scrittore ancora bambino. Poi, lo scrittore viene a sapere che Sakura è chiamata la "Vergine eterna": ancora bambina Sakura fu portata in America da un soldato che divenne suo marito e la iniziò alla carriera cinematografica; un uomo che l'amò quindi, con cui però Sakura non riuscì mai ad avere un rapporto sessuale completo. E da qui che ha origine un incubo ricorrente di Sakura: > nel sogno provavo una paura indicibile, ma non sapevo bene perché, non riuscivo a mettere a fuoco. Eppure in quel cortometraggio su Annabel Lee, diretto proprio dal marito, traspariva una tale purezza nell'immagine di Sakura bambina adagiata su un tronco sulla riva del fiume, come nella poesia di Poe. Ma c'era dell'altro, qualcosa di orrendo nel finale del cortometraggio, una conclusione tenuta nascosta e che inconsapevolmente Sakura voleva ripercorrere come protagonista dello spettacolo teatrale della tragica storia della madre di Meisuke. > Grazie a un passaggio estremamente pacato e bucolico, sono riuscito persino a immaginare la madre di Meisuke incamminarsi lungo un sentiero di montagna che si addentrava nella foresta. (...) Ho provato un profondo rammarico pensando di aver vissuto tanti anni senza riflettere a fondo su cosa potesse celarsi realmente oltre questo sentiero; sono diventato un vecchio settantenne e non ho fatto altro che ascoltare quella melodia così semplice e pura (la Sonata per pianoforte Opus 111 di Beethoven di accompagnamento al cortometraggio su Annabel Lee), che mi trascinava inesorabilmente verso l'ignoto. Non riuscivo e non riuscirò mai a liberarmi dall'immagine di quel pollice grosso e tozzo che s'insinuava a forza in quella piccola fessura.... > Mi risveglio nell'oscurità che precede l'alba, e annaspo tra gli angosciosi brandelli di sogni che ancora indugiano nella mia coscienza, alla ricerca di un'ardente sensazione di attesa. (..) Ho dormito con le braccia e le gambe piegate di lato, nella posizione di chi non voglia ricordare la propria natura o la situazione in cui si trova. Così scrive Kenzaburo Oe in "Il grido silenzioso" (si veda la recensione in questo sito), quasi ad esprimere ciò che abbiamo rimosso tutta la vita, ma che torna nella vecchiaia, più forte che mai. In "La vergine eterna" sono le pulsioni erotiche di un vecchio, in un racconto che ruota intorno ad una donna, affascinante proprio per i suoi più profondi segreti, tanto nascosti "nel sottosuolo" dell'anima da essere da lei stessa sconosciuti. È necessaria la creazione artistica per riportare in superficie il dolore di tutta una vita. Il romanzo è un inno alla letteratura, alla sua capacità di mescolare avvenimenti storici, riferimenti letterari, riflessione su sé stessi e capacità terapeutiche. Si percepisce un senso di rammarico per quanto non si è riuscito a fare, e a vivere. È un romanzo perfetto! Certo, con fine ironia, Kenzaburo scherza sulla sua inclinazione a perdersi nella storia, ad essere spesso prolisso e dispersivo. Non lo si può dire per questo romanzo: la trama si sviluppa senza sbavature e conduce con sicurezza il lettore verso il centro oscuro della storia. La riuscita della narrazione dipende, forse, da essersi focalizzato su un personaggio, che cresce e si afferma, lentamente ma inesorabilmente, lungo il romanzo, alla ricerca di sé stessa, della sua volontà di essere autentica, come una Anna Karenina giapponese (si veda la recensione del capolavoro di Tolstoij in questo sito). La scrittura fluisce elegante e precisa, con tanta abilità stilistica da sbalordire. Perché leggerlo? È un capolavoro.
Il lato oscuro della Luna
> Vieni a questo muro se odi il tuo posto/e affronta un assaggio di spazio cosmico/dove nessuna forma di vita può esistere/e gli oggetti non fanno che cadere (Joseph Brodsky «La canzone del muro di Berlino» 1983 dall'inserto speciale dell'Internazionale 2019). Questa poesia sintetizza bene il racconto che andiamo a commentare, ambientato nel 1975 a Berlino. Non è un caso che la prima immagine è quella di un uccello che cade, come dal nulla, ai piedi di uno dei protagonisti, il sedicenne Sven. Il ragazzo si è appena innamorato di una coetanea: Cloe dai capelli verdi. > Vorrei ricordare di cosa abbiamo parlato. Lo vorrei. E invece niente. Ciò che ricordo è che la scarpa destra di Cloe e la mia scarpa sinistra si sfioravano (...); ricordo la sua pelle, sul polso, quasi trasparente, e le braccia tese e la testa incassata nelle spalle. I capelli. (...) Ogni tanto Cloe si voltava e mi guardava strano . Sembrerebbe una tipica storia adolescenziale e per molto tempo il racconto si sviluppa lento e prosaico intorno ai due ragazzi, i quali si alternano nella narrazione, con una cadenza un po' ripetitiva. Capiamo da alcuni indizi che la situazione di Sven e Cloe è profondamente diversa. Il primo vive in una famiglia «normale»: i genitori, piccoli commercianti, vorrebbero ancora controllare il ragazzo ma sono troppo impegnati a litigare e a separarsi. Cloe è stata abbandonata dalla madre, ha un padre strambo, fragile e con lavori precari, e deve badare alla nonna, malata di Alzheimer. Subisce un tentativo di stupro, talvolta è presa da istinti di suicidio, si accaparra di una pistola per vendicarsi dell'aggressione, data l'inerzia pusillanime del padre; e irride tra sé e sé il romantico Sven perché la vuole aiutare. > Fiducia a catinella. In quello che fa. In chi è. In cosa lo aspetta. Probabilmente, ha fiducia anche in me. (...) Una roba da voltastomaco . Ma si vive a Berlino, dove un Muro divide la città e chi, come Cloe e Sven, vivono nella parte Ovest quella dell'Est pare un luogo misterioso, anche se tanto simile: > strade e palazzi, e ancora strade e altri palazzi, proprio come qua. Forse, a guardare più vicino, sarebbe stato diverso, ma non ero mai stato a Berlino Est. Non c'era mai stato motivo . Kurt, il migliore amico di Sven, vuole liberare Frida, amata sin dall'infanzia e che vive a Berlino Est. Il piano fallisce perché Kurt e Frida sono fatti prigionieri da una banda criminale; quando viene a saperlo, Sven vuole andare a liberarli; e Cloe decide di aiutarlo. Perché? Lo ama in fondo? Niente di tutto questo. > Berlino è ai nostri piedi e brucia nel tramonto, (...) è una promessa. E brucia l'Est, dove invece non sono mai stata, ma anche solo a vederlo da qua, (...) è una promessa. (...) Una promessa di avventure come quelle di quando ero piccola, ma più eccitanti. E folli. (...) La mia mano che stringe una pistola. Nulla è reale. Ecco perché voglio godermi tutto, e voglio succhiare ogni istante fino al midollo . In un'avventura che ha il sapore del trhiller e non ha un lieto fine, Cloe si perde definitivamente, ma Sven non capisce e la cerca inutilmente. Viene da chiedersi se sia una storia di adolescenti, o invece questo racconto parli di noi stessi, di quella «terra di nessuno», di quel > tempo doloroso che per me e te e tutti noi con pena si consuma (Arrigo Bertolucci il tempo si consuma" da Viaggio d'inverno). E se il poeta ritrova il figlio nella folla della messa di mezzogiorno, così non è per Sven: con irrequieto occhio ingenuo cerca Cloe nella Berlino tumultuosa e indifferente, credendo che l'amore da solo la possa salvare, ci possa redimere. Cupo è il nostro destino! E' un bel romanzo: chiara e precisa la scrittura, intensi i protagonisti e ben articolata la trama, che da un certo punto in poi ci avvince creando suspense. Talvolta si ha l' impressione di qualcosa di artefatto, di costruito a tavolino, ma questa sensazione è superata dal paesaggio di Berlino, profondamente amato dai due scrittori, e dal tenersi lontano dalla conclusione attesa, il lieto fine. Perché leggerlo? Molto bello, affascinante la figura di Cloe!
Lettere di una novizia
Il libro è articolato in forma epistolare, un insieme di lettere che vengono scambiate tra i vari protagonisti. La figura centrale è costituita da una giovane ragazza, Rita, che, al momento di farsi monaca, scrive una lettera a un sacerdote per confessare che le manca la vocazione. Dapprima, le argomentazioni sembrano razionali e semplici; via via il racconto della ragazza, e degli altri protagonisti, diviene ambiguo, palesando sempre più la complessità dell’animo umano. Rita è una giovane che vorrebbe sinceramente ambire alla bontà, alla chiarezza, ma che in realtà è dominata da una passione languida, da fantasie e aspirazioni ben più materiali. C’è in lei un senso di rivalsa verso un destino che l’ha costretta sin da bambina a vivere in convento, contro la propria sensualità, la propria aspirazione alla vita. La contraddizione tra l’apparire (la buona e devota fanciulla) e il suo vero essere (desiderio di cogliere il piacere della vita, cominciando dall’amore) la spinge all’astuzia e all’inganno: la vera personalità emerge, tuttavia, nel corso delle lettere, quando, di fronte ai fatti, è costretta a un progressivo svelamento. L’altra protagonista è la madre. Si tratta di una personalità più chiara rispetto a quella della figlia. È evidente che si tratta di una donna frustrata e fragile, che vorrebbe appoggiarsi alla figlia coinvolgendola nelle pene d’amore. Quando si accorge che la figlia rifiuta questo ruolo e anzi la inganna, esplode un odio profondo, che ha origine nel fastidio di dover curare una bambina, poi adolescente: da qui anche la decisione di spingerla a diventare monaca. Accanto alla vicenda di queste due donne, ci sono poi i sacerdoti e le monache: il mondo ecclesiastico si muove con ipocrisia, cercando di nascondere lo scandalo che via via emerge (Rita ha ucciso un uomo e la superiora del convento ne è a conoscenza) e in alcuni casi facendosi coinvolgere dalla ragazza stessa in unʼaffinità di rapporti, che sembra indicare anche una relazione d’amore (è il caso di don Paolo). Come dice lo scrittore nella sua prefazione, > i personaggi del mio libro possiedono questa intima diplomazia, ma volta a cattivo scopo e a esclusivo profitto della loro pigrizia e del loro egoismo , ma, > la morale fanatica della chiarezza interiore non è utile all’arte in quanto combatte e distrugge il mondo dei sentimenti rendendoli fittizi, in quanto inquadrati all’interno di regole estranee alla complessità dell’animo umano . La trama è molto semplice. Rita sin da bambina viene mandata in collegio. L’abbandono della casa di campagna costituisce un trauma, perché l’allontana dai nonni e dalla natura, il paesaggio veneto, da lei profondamente amato. La ragazza vive tutto ciò come un atto di crudeltà, alla quale deve adeguarsi. In vacanza presso la casa materna, Rita crede di aver ritrovato un rapporto di affetto con la madre, per poi accorgersi che quest’ultima vuole soltanto un appoggio alla sua fragilità e alle sue pene d’amore. Nel frattempo conosce un giovane del quale si innamora e con cui vorrebbe scappare. Quando il giovane le dice che non intende fuggire con lei, Rita, presa d’ira, lo uccide. A questo punto la madre, d’accordo con la madre superiora, decide di farla monaca in modo da nascondere il delitto e lo scandalo. Ma la volontà di Rita di non accettare questo destino affidandosi a una serie di lettere, anche anonime, piene di menzogne e di mezze verità, porta a far emergere il delitto commesso. Ormai abbandonata da tutti, considerata una squilibrata, la povera ragazza finisce in prigione, dove muore di polmonite. L’ingrato giudizio del mondo è sintetizzato dal sacerdote, che dà notizia della sua scomparsa: > oggi ho riflettuto a lungo e ho constatato che Rita non era buona, sebbene simpatica a tutti. E per questo diciamo con speciale cordoglio: Dio ne abbia pietà! . Il libro si può dire perfetto. L’espediente della lettere, la prosa dolce e piana, il diradarsi progressivo della descrizione dei paesaggi veneti, che sono sempre momenti di serenità e di dolcezza, la capacità di far emergere pian piano la complessità dei caratteri sono tutti elementi che rendono la lettura piacevole e ricca di suggestioni.
Le libere donne di Magliano
Così come «Per le Antiche Scale», il libro è ambientato in un manicomio e il protagonista, nonché l’io narrante, è un medico psichiatra. Non esiste una trama ma si tratta di una narrazione frammentaria, costituita dalla descrizione di singoli personaggi, donne per lo più, della struttura: pazienti, infermiere, suore e contadine, che appartengono alla campagna che circonda il manicomio. Alcune di queste, come Lella, svolgono un ruolo non passeggero nel racconto, ma in generale tutte sono assorbite dalla follia, quasi che fosse difficile distinguere tra sanità e pazzia. > Con i matti che comunicano le loro leggi io con facilità mi accomodo, si cammina sullo stesso binario e se un improvviso spettatore dovesse subito giudicare chi dei due è il malato si troverebbe incerto; e tale mio esercizio,che dei giorni ripeto con frequenza, mi stanca e ritorno al mio andito con la nebbia di una vaga angoscia,quasi un convalescente, come se quei minuti che mi trasferivo nella mente del matto, abbandonando la mia, fosse come andare nell’inferno, vivere nei gironi, avere oltrepassato le fredde acque dell’Ade, e ritornassi alla vita con l’anima ancora ghiacciata dalla morte . Si tratta, quindi, di una serie di episodi, che, pur nella loro specificità e apparente disordine (quasi di diario), permettono di individuare alcuni filoni narrativi:la dolcezza e la meraviglia che traspaiono dai ritratti. Non è il medico che scrive né si è alla ricerca di un impronta ideologica; i singoli personaggi sono descritti con affetto, talvolta con ironia, ma sempre con la forte consapevolezza che dalla pazzia non si esce. Emerge il tema dell’erotismo, traspare in modo chiaro come la solitudine sia spesso alla base di un percorso che conduce alla pazzia, ma quest’ultima è anche un destino inevitabile, che accumuna poveri e ricchi. Emblematica è la figura di Lella, che sembrava essere uscita dalla malattia, ma poi basta che all’oggetto del suo desiderio (un affetto meramente sognato) sia interessata un’altra donna per ricondurla verso una crisi depressiva e quindi di nuovo nella pazzia. L’equilibrio è sempre instabile. > La donna ha il volto assai bello e stranamente, benché così implori, sembra che sia sul punto di ridere e a certi tratti ride come in una felice ebbrezza, come in quel momento toccata da una gioia amorosa . Ma la pazzia si nasconde. > È stata forse quella donna, una ultra fiorente donna bionda, esuberante e prepotente; essa da diversi giorni era garbata, accondiscendente con dolcezza ad aiutare ogni servizio del reparto; addirittura come una monaca senza peccato accudiva con ogni pietà un’altra malata bizzosissima. E stamani ho letto una sua lettera diretta al marito dove le parole dichiaravano il suo animo che brama violenza ed omicidio ;la serenità del paesaggio toscano, quasi in contrasto con la violenza e il disordine del manicomio. > La pianura di Lucca sfavilla le messi dal prorompere della primavera fino all’autunno; riposa in una profonda ellissi circondata da monti che si stagliano limpidi in cielo. La pianura lucchese d’estate è un muovere-ondeggiare di verde ridente, un conversare spiritoso con ogni frutto e gemma e la vista varia e danza e si perde e si rinfranca e per nulla i monti che lontanamente circondano ostacolano quella letizia ;il dolore esistenziale del protagonista, la cui angoscia è frutto nel contempo di se stesso e della vita del manicomio: il legame tra la sua esistenza e le vicende dei matti sembra essere l’unico motivo per superare unʼangoscia che, altrimenti, risulterebbe insopportabile. > La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe, tramonti, e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo. Qui attendo: gloria e morte. Di qui parto per le vacanze. Qui, fino a questo momento, sono tornato. E il mio desiderio è di fare di ogni grano di questo territorio un tranquillo, ordinato, universale parlare . Ma c’è una speranza, l’amore tra le creature: tutto ciò permette allo scrittore di dire che c’è, forse, una via di uscita dalla pazzia e dall’angoscia esistenziale. > E della Lellina spero di non dirne più niente essendo assai, se il cielo mi ha aiutato, le parole che ho detto . Il libro, bellissimo, è caratterizzato da uno stile elegante, un po’ da studi classici, ma che riesce in modo mirabile a rendere un clima sognante, quasi che ciò che si narra non sia vero ma frutto dell’immaginazione e del desiderio dell’autore. La costruzione delle frasi, l’uso degli aggettivi, le parole, spesso di forte impronta toscana, contribuiscono a rendere piacevole la lettura, pur valorizzando la drammaticità dei contenuti.
I Malavoglia
L’ambiente è un villaggio di pescatori della Sicilia della fine Ottocento. I Malavoglia sono una famiglia di pescatori, proprietaria di una barca (La Provvidenza) e di una dimora con una piccola campagna (la casa del nespolo). La vita trascorre serena e dignitosa in una comunità che rispetta i Malavoglia in quanto economicamente sono in grado di sostenersi. In breve tempo una serie di disgrazie scaraventano la famiglia nella povertà e nel dolore: la Provvidenza subisce un naufragio dove muore Bastianazzo il figlio di padron Ntoni, e viene perso un carico di lupini. La famiglia è costretta a indebitarsi per riparare la barca e ripagare il prestito contratto per l’acquisto dei lupini. Poi uno dei figli, Luca, muore soldato e un nuovo naufragio costringe a vendere anche la casa del nespolo. Ntoni, l’altro nipote di padron Ntoni, si dà al contrabbando,viene sorpreso dalla polizia e nella colluttazione ferisce gravemente un poliziotto. Per salvarlo dall’ergastolo l’avvocato tira in ballo la corte che il poliziotto faceva a una delle ragazze dei Malavoglia, la quale, presa dal disonore, fugge dal paese. Dopo questa serie di disgrazie, il libro sembra chiudersi con una nota positiva: Alessi, l’altro nipote di padron Ntoni, riesce a riacquistare la casa del nespolo. In realtà la nota positiva sta a testimoniare la ciclicità della storia, la continua lotta per sopravvivere, fatta di momenti positivi e di altri negativi, questʼultimi più frequenti. Insieme con la famiglia Malavoglia, l’altro soggetto del libro è costituito dalla comunità, rappresentata da una serie di personaggi, dai loro legami reciproci, dalla loro logica utilitaristica, ma anche da una sovrapposizione continua di temi economici con il pettegolezzo, la ricerca dei mariti, il perbenismo e infine l’indifferenza verso la disgrazia. Nessuno aiuta i Malavoglia, se non altri disgraziati, mentre le famiglie possidenti, o che si ritengono tali, li abbandonano, in quanto la sfortuna è in fondo la testimonianza di una colpa. Si tratta di un libro complesso, nel quale si sovrappongono molti temi. Nel sottofondo un totale fatalismo, che rispecchia un destino già segnato dalla gerarchia sociale e dall’utilitarismo economico: > che hai, gli domandava, nulla ho, ho che sono un povero diavolo. E che cosa vuoi farci se sei un povero diavolo? Bisogna vivere come siamo nati . «Quando uno non riesce ad acchiappare la fortuna è un minchione si sa». Sarebbe, tuttavia, limitativo ridurre il libro a una mera rappresentazione di uno specchio della società nè a ricondurlo a una sorta di filosofia della storia. In realtà l’animazione dei diversi personaggi, il ritmo narrativo e soprattutto la lingua, molto particolare perché non dialettale e così rappresentativa del contesto, sono tutti fattori che collocano il racconto in una dimensione non reale, immaginativa ed espressiva di sentimenti universali. Se si confronta il libro di Verga con quelli di Emile Zola , in particolare Terre, emerge in modo evidente una profonda differenza. Il libro di Verga non vuole impressionare o spingere alla rivolta o alla desolazione, si muove invece sul terreno della «leggerezza», ricco di ironia nei confronti di una società che vive chiusa nelle sue regole e non comprende lo spirito eroico con il quale si muovono i Malavoglia. La contrapposizione tra eroismo individuale (e famigliare) e gretto conservatorismo della società costituisce un tema tutto italiano e quindi emblematico di una cultura e di un paese.
Miguilim
> Un certo Miguilim viveva con la madre, il padre e i fratelli, assai lontano di qui, (...) nel Mutùm. In mezzo al Campo Gerais, ma in un avvallamento in zona di foreste, terra nera, alle falde delle montagne. Miguilim aveva otto anni . Con questo incipit da fiaba Guimares Rosa narra una grande famiglia contadina dal punto di vista di un bambino. > Miguilim non aveva voglia di crescere, di essere una persona grande, i discorsi delle persone grandi erano sempre le stesse cose secche, con quella necessità di essere violente, cose spaventate . In una famiglia sprofondata nella miseria (il papà > urlava che lui era povero, sul punto di divenire miserabile, di dover chiedere l'elemosina ), Miguilim vive al centro di un nucleo sociale complesso, fatto di persone e animali: il padre violento, lo zio che tresca con la mamma, la nonna stramba di una saggezza severa e atavica, la serva strega, «così nera nera, come deve essere la Morte», i bovari e la gente del villaggio, gli animali da cortile, e tanto ancora; ma nessuno è come il fratello Dito, sicuro, protettivo, capace di fronteggiare il padre. > Di colpo, scoppiò. (...) Ed ecco il tuono! Tuonò enorme, una quantità di volte; tutti si tappavano le orecchie, chiudevano gli occhi. Allora Dito si abbracciò con Miguilim. Dito non tremava, solo era più serio. (...) Dito era furbo e pacifico. (...) Dito non litigava sul serio con nessuno, (...) Miguilim voleva sempre non litigare, ma finiva per litigare con tutti. Che bello essere come Dito: adatto a tutti gli orari delle persone... . Miguelim è fragile, non adatto al lavoro contadino, ha paura di inoltrarsi da solo nella foresta per portare il pranzo al padre che lavora nei campi, e a nulla valgono le parole assicuranti del bovaro quando Miguelim gli chiede se lui è malfatto, né gli abbracci e i baci della serva strega e neanche lo strofinio del gatto Sossoe, > gli occhi di un verde tanto meno vuoto --- era una luce dentro un'altra dentro un'altra, dentro un'altra, senza fine . Miguilim è come se vivesse in un suo mondo, magico, incomprensibile, meraviglioso e terrificante. Non c'è da stupirsi che la morte di Dito sconvolga il bambino, quasi impazzisce, non può più nascondersi dietro le sicurezze del fratello, deve andare pure lui a lavorare nei campi, in uno zappare sfaticante sotto il sole. Come in una bellissima fiaba, arriva a salvarlo un cavaliere; si rivolge proprio a lui, al piccolo Miguelim, e gli porge degli occhiali. > E Miguilim guardò tutti, con tanta forza. (...) Guardò le foreste scure in cima alla montagna, qui la casa, la siepe di fagioli selvatici e di sao-caetano ; il cielo, il recinto del bestiame, il cortile, gli occhi rotondi e le alte vetrate del mattino. (...) Il Mutùm era bello. Adesso lui lo sapeva. Se in «Il mare non bagna Napoli» di Anna Maria Ortese (si veda la recensione in questo sito), gli occhiali sprigionano una realtà insopportabile per una povera ragazza dei bassi, qui, invece, le lenti hanno un potere salvifico, quasi che solo la conoscenza della realtà permetta di meglio sopportarla. Un finale fiabesco conclude in bellezza l'infanzia del piccolo Miguelim, e preannuncia il grande racconto sociale del capolavoro di Joao Guimares-Rosa. (si veda la recensione del «Grande Sertao» in questo sito). La grande famiglia contadina ha caratterizzato la struttura sociale del nostro Paese sino agli anni '50 del Novecento. Eppure non ci sono grandi romanzi che narrano del mondo mezzadrile e colonico. Pinocchio è il figlio di un artigiano, i «Malavoglia» sono dei pescatori, Giannino del «Il giornalino di Gian Burrasca» è il tipico ragazzino borghese, le storie di Cuore sono troppo edificanti perché rispecchino una realtà sociale, forse solo lo splendido capitolo «Le quattro stagioni» in «Il Mulino del Po» indaga le dinamiche tipiche del mondo contadino (Per Pinocchio, Malavoglia, il Mulino del Po e il Giornalino si vedano le recensioni in questo sito). Qui invece, Guimares Rosa ripercorre l' infanzia di un bambino all'interno della complessa rete di relazioni d' una realtà misera, tutta rivolta alla sopravvivenza, ma nella quale si agitano sentimenti e si può sognare. Il rapporto tra Miguelim e Dito connota una gerarchia informale in cui il più fragile cerca l'appoggio della personalità più forte, creando una relazione privilegiata e salda, che dà sicurezza e che solo il finale fiabesco può sostituire. Nella sua intensa prefazione Antonio Tabucchi definisce il racconto > un'operetta dal timbro mozartiano, eseguita dal flauto magico di un narratore non comune . E' una definizione particolarmente azzeccata: è il ritmo altalenante di momenti iperrealistici con altri fantastici, «di non storia», che dà quel senso di fascino ambiguo che caratterizza la narrazione. Dietro il facile schermo della fiaba (ma lo è veramente?) il racconto > suscita inquietudine e conserva sempre una valenza non attribuibile, a margine (o al di là) della formulazione speculativa. Qualcosa che ricorda il pensiero selvaggio, che è legato al mistero dell'Essere . (Prefazione di Tabucchi). Perché leggerlo? Bellissimo!
Le mille e una notte volume I
«Le mille e una notte» è un manoscritto arabo probabilmente risalente al califfato Abbaside, tra 750 e il 900 dopo Cristo: il contesto è il favoloso impero di Bagdad, esteso dal Nord Africa alla penisola araba sino all'Asia Centrale e all'India. La scoperta fu di Antoine Galland all'inizio del settecento e da allora il testo si diffuse in Occidente creando stupore e scandalo: nacque l'orientalismo. A causa delle tante versioni dell'opera va precisato che la recensione fa riferimento al testo stabilito sui manoscritti originali da René R. Khawan. Cominciamo con la «Tessitrice delle notti». Il re è stato tradito dalla moglie: un moro «le alzò in aria le gambe, le scivolò tra le cosce e la penetrò». Da quel momento il sovrano decide di prendere in sposa ogni notte una fanciulla e di ucciderla all'alba. La figlia del visir, Shahrazad, la quale «aveva letto libri e scritti di ogni genere», chiede al padre di combinare il matrimonio con il re, dicendo: > o mi innalzerò nella stima dei miei simili liberandoli dal pericolo che li minaccia, o morrò o perirò senza speranza di salvezza, condividendo la sorte di quelle che sono morte e perite prima di me . Il padre cerca di dissuaderla con storie che invitano ad una vita prudente e schiva, ma la figlia, testarda e sicura di sé, gli risponde che potrebbe presentargli altre storie che portano a conclusioni diverse. Ed ecco il fulcro di «Le mille e una notte»: la parola. Con l'invenzione letteraria, l'affabulazione e la poesia si possono affrontare le situazioni più difficili, vincere gli spiriti maligni e, persino, volgere a proprio favore la volontà di Dio. Secondo l'interpretazione generalmente condivisa, in realtà non confermata dalla struttura dell'opera, ogni notte Shahrazad narra una storia al re: affascinato, il sovrano tiene in vita la ragazza per il desiderio di sentire un altro racconto sino a farne la sua sposa per tutta la vita. Miracolo della parola! L'opera ha un modello ripetitivo: c'è un racconto di base all'interno del quale si sviluppano altre storie, tutte finalizzate a convincere e meravigliare l'interlocutore. La narrazione in prosa è intercalata da poesie secondo uno stile tipico della civiltà Abbaside. Conviene lasciarsi avvincere, pur tuttavia è possibile ritrovare alcuni filoni comuni. Nel celeberrimo «Il pescatore e il Jinn» il tema è l'astuzia. Un pescatore libera un diavolo imprigionato per secoli dentro un vaso nel fondo del mare. Una volta fuori, il Jinn vuole uccidere il pover'uomo. Il pescatore fa leva sulla vanità del diavolo sfidandolo a mostrargli come può stare chiuso in un piccolo vaso; è un raggiro per imprigionare nuovamente il Jinn. Alle implorazioni e alle promesse di quest'ultimo il pescatore gli risponde con racconti che mostrano la saggezza della poesia: > avrebbero potuto mantenersi giusti e puri,/ma hanno abusato del loro potere/ e il mondo a sua volta li ha oppressi/(...) eccoli restituiti al loro squallore... Vorremmo lasciarci sprofondare nel fascino delle storie del «pescatore e il Jinn» (secondo il verso «se ritorni, noi torneremo»), ma dobbiamo correre ad illustrare l'altro magnificente racconto: «Il facchino e le dame». Qui il tema è la clemenza, a sua volta frutto dell'amore. Un facchino si ritrova nella casa di tre dame, sono di una bellezza perfetta, che fa dire al poeta. > inviolata...quand'io la supplico concedermi/l'amplesso. Bellezza le consiglia/di mostrarsi generosa,/ ma Civetteria le proibisce di accettare . Arrivano tre mendicanti con un occhio solo e poi persino il sultano con il visir. Ha luogo un convivio nel quale gli ospiti sono legati da un giuramento: > tutto che ci vedrai fare, tutto ciò che osserverai intorno a noi...non cercare di capirne la ragione . Troppo, però, è la stranezza di ciò che vedono da non indurre gli ospiti a fare domande. Compaiono dieci mori pronti a tagliare la testa degli incauti, che non hanno mantenuto l'impegno preso. Per placare l'ira delle tre dame i mendicanti raccontano la loro storia e chiedono clemenza: sarà data a tutti gli ospiti tanta sono la meraviglia dei racconti e il piacere che ne hanno ricavato le tre magnifiche fanciulle! Come si può punire quando si canta l'amore? > La donna prese l'arma e avanzò finché non fu di fronte a me. (...) La guardai a lungo. (...) Le sue guance espressero allora i sentimenti che occupavano la sua anima, e mi tornarono alla mente i versi del poeta: se tace la mia bocca, parlano i miei sguardi/che ti diranno quel che non posso dire,/perché l'amore rende manifesti/i sentimenti in me celati.(...)/l'uno è scrittore di genio, benché la sua retorica sia solo debitrice al gioco delle palpebre;/l'altro è non meno fine letterato/benché solo con l'occhio si esprima . Capiamo da questi versi come la parola ammaliatrice sia frutto anche della recitazione orale e gestuale, il tutto in dolce compagnia dove ci sono una musica gradevole, un profumo soave e la felicità dell'amplesso, perfetta > solo se fornita di questi quattro elementi/bella età, vino,/un corpo amato, delle monete d'oro... Si possono indagare i tanti temi sottostanti all'opera, da quelli filosofici alla rappresentazione di una società che aveva al centro la bellezza, l'arte, la ricchezza, il soprannaturale e la magia, in un clima generale di violenza e di sopruso da parte del sovrano. Non poniamoci troppe domande; perdiamoci nei racconti, nelle loro trame sbalorditive, nei fatti e nei personaggi incredibili, frutto di una fantasia rigogliosa e incontenibile; concediamoci il piacere dei tanti versi, ammaliatori e misteriosi come il seguente: > il giuramento che mi lega, l'ho prestato/per l'ebbrezza che suscita in me il battere/della sua palpebra, per la curva dei suoi fianchi, /per le frecce stregate che mi lancia/ (...)fuggiti sono i dolori come al sorgere radioso/del sole, lasciando perplessa la luna./L'astro del giorno era in anticipo?/Voleva forse già metterla in fuga?... Perché leggerlo? Sbalorditivo, magnifico, affascinante, esplosione dell'immaginazione.
Il mio nome è rosso
Il libro si sviluppa su diverse trame, che è difficile ricondurre a un unico filone narrativo. Un primo percorso riguarda il declino della tecnica della miniatura, che si era sviluppata nel Cinquecento sotto l’influenza dell’arte persiana e cinese. L’arte ottomana della miniatura giustificava la possibilità di disegnare le immagini a completamento dei libri con il fatto che non si effettuavano ritratti di personaggi reali e non esisteva uno stile personale, ma le figure e i paesaggi rappresentavano il mondo con l’occhio di Dio e quindi riprendevano continuamente immagini e stili, che erano stati codificati dai vecchi maestri e quindi erano legittimati dall’autorità del passato. In realtà questo approccio costituiva in qualche modo una giustificazione e un obiettivo, in quanto, poi, il miniaturista e il laboratorio, al quale questi apparteneva, aggiungevano piccole modifiche o assemblavano in modo innovativo le immagini fissate dai grandi maestri del passato. Il sultano decide di fare preparare un libro con immagini secondo lo stile europeo, conosciuto dagli ottomani attraverso Venezia. A causa della delicatezza della richiesta, che poteva creare forti reazioni tra gli ortodossi, la realizzazione del libro non viene affidata al laboratorio di corte, ma a un anziano artista, Zio Effendi, che affida singoli disegni agli stessi miniaturisti del laboratorio. Il racconto delle modalità di attuazione dei disegni è condotto dall’autore in modo singolare, ossia dal punto di vista delle diverse immagini rappresentate: il cane, l’albero, la moneta, il cavallo, la morte, il colore rosso. Con questo espediente narrativo l’autore racconta la storia dell’arte della miniatura, che è arrivata alla sua conclusione, perché, dopo la morte del sultano, verrà abbandonata in quanto considerata non aderente ai precetti della religione mussulmana. La storia di questʼarte permette anche di aprire una serie di scorci sulla storia della civiltà mussulmana (in particolare le invasione dei mongoli e la guerra tra la Persia e gli ottomani) e sui temi narrativi predominanti, in particolare la storia d’amore tra Cosroe e Sirin. Un secondo percorso narrativo è in qualche modo un giallo. Uno dei miniaturisti uccide un compagno e lo Zio Effendi. Si intrecciano in qualche modo diverse motivazioni: la gelosia e l’invidia, il desiderio di carriera e l’idea che si stesse realizzando un libro blasfemo e che questa operazione andasse fermata. Anche in questo caso l’autore utilizza l’espediente di far narrare le vicende dal punto di vista dei diversi personaggi. È interessante come vengono condotte le indagini: il sultano affida al maestro del laboratorio di miniatura il compito di individuare l’assassino tra i propri discepoli, pena la tortura e la morte di tutti. Il maestro scopre una stranezza nel disegno del cavallo, un tratto che identifica il disegnatore, e quindi chiede al sultano di entrare nel tesoro per studiare i vecchi libri e scoprire in questo modo l’origine storica del tratto e quindi identificare il miniaturista in base alla conoscenza della sua vita e della sua evoluzione artistica. In realtà al maestro non interessa questa indagine. È deciso a punire i discepoli per averlo tradito accettando di collaborare alla realizzazione del libro ed è interessato a visionare, per l’ultima volta, il grande tesoro del sultano. Un patrimonio artistico che sta per scomparire e una storia di lotte e di invenzioni emergono dinanzi al maestro, che decide di accecarsi secondo un vecchio rituale dei grandi maestri. Un terzo percorso narrativo è la storia d’amore di Nero, ritornato dopo tanti anni a Istanbul, e di Sekure: una vicenda triste perché la donna non ama realmente Nero ma accetta di sposarlo solo per trovare una sistemazione e dare un padre ai propri figli. I tre filoni narrativi si intrecciano tra di loro e sono ricondotti a unʼunitarietà non tanto dai contenuti, quanto soprattutto da un clima di nostalgia e di tristezza: un mondo sta scomparendo. È il grande impero ottomano ed è l’incontro di civiltà e di culture che facevano riferimento alla religione mussulmana. L’arte della miniatura non resiste all’assalto della cultura occidentale, che riprende «il reale» e afferma l’individualità dell’artista, e dell’ortodossia religiosa. Il maestro decide volutamente di distruggere il laboratorio perché capisce che non può più tenere sotto controllo le aspirazioni dei discepoli. Le strade e le case della città sono tristi, l’amore si riduce a convenienza e i bambini stessi sembrano pallide rappresentazioni dell’infanzia. Nero, che ha scoperto l’assassino per amore di Sekura e ha rischiato la vita, condurrà unʼesistenza triste e solitaria accanto a una donna che non lo ama. Perché o non si cambia o si cambia troppo in fretta perdendo ciò che proviene dal passato? Dice il maestro: > ora capisco che migliaia di miniaturisti, facendo in delicato segreto sempre gli stessi disegni per secoli, avevano disegnato il segreto e delicato trasformarsi del mondo in un altro mondo . Non sono le vicende che creano questo contesto di malinconia e di decadenza, ma è lo stile dell’autore, che riesce con l’accostarsi degli argomenti e l’uso attento degli aggettivi a creare un senso di sospensione e di dolce maliconia.
La morte a Venezia
Il protagonista è un noto letterato. > Non aveva mai conosciuto lʼozio, mai la spensierata negligenza della gioventù . Aveva condotto > una vita di auto superamento e di ciononostante, una vita aspra, tenace e temperata, che egli aveva plasmato a simbolo di un eroismo delicato e commisurato ai tempi . Eppure nel suo intimo cʼera sempre stata una inquietudine, «uno strano dilatarsi dellʼanima», indirizzato da una ferrea e quotidiana disciplina verso la perfezione ideale nellʼarte e la rappresentazione di elevati valori morali. Ormai sulla sessantina, allʼapice della sua fama, durante una passeggiata per le strade cittadine si imbatte in un forestiero, che lo impressiona per i tratti zingareschi ed esotici, tali da suscitargli > una sete giovanile di terre lontane, un sentimento così intenso, così nuovo o almeno da tanto tempo accantonato e disimparato... interrogò il suo cuore grave e stanco per scoprire se al pigro viaggiatore fosse ancora riservato un nuovo entusiasmo, un nuovo turbamento, una tardiva avventura della sensibilità . Non è quindi solo voglia di viaggiare ma sogno onirico di > tutte le meraviglie e gli orrori del multiforme globo terrestre . Con questo «enigmatico desiderio» la sua meta non poteva che essere Venezia, > la bellezza lusingatrice, la città, metà fiaba, metà trappola per i forestieri, fra i cui miasmi lʼarte fiorì un tempo in voluttuoso rigoglio, e che ispirò ai musicisti note cullanti e carezzevolmente languorose . Prende alloggio in un elegante hotel, frequentato dalla ricca e variegata borghesia dellʼEuropa dei primi anni del ʼ900. Trascorre le giornate a contemplare il mare, a visitare «nelle notti tiepide» piazza San Marco e le calle della meravigliosa città. > Il ritmo piacevolmente costante di quellʼesistenza lo aveva già avvinto nel suo incantesimo, la morbida e lussuosa dolcezza di quello stile di vita lo aveva in breve tempo sedotto . Quando, mentre si smarriva nelle «vaste lontananze del mare», > la linea orizzontale che segnava il confine della terra fu intersecata allʼimprovviso da una figura umana... egli vide il bel fanciullo passargli davanti sulla sabbia e da quel momento > mente e cuore erano ebbri, il demone che si diletta a calpestare la ragione e la dignità dellʼuomo guidava i suoi passi . Lui, uomo ormai anziano, acclamato letterato per il suo classicismo, per le rigide regole della sua arte, si infatua, sino ad innamorarsene, dello splendido ragazzo e > la sua anima assaporò la lussuria e la frenesia del disfacimento . Dʼaltre parte, > quale valore poteva ancora attribuire ad arte e virtù, di fronte ai vantaggi del caos? Lʼinnamoramento si accompagna ad un consumarsi di energie in un corpo già debole, ad «unʼ angoscia sempre più violenta», ad un «senso di mancanza di ogni via dʼuscita e di ogni speranza»: va verso una voluttuosa morte. Dinanzi alla distesa del mare e al fanciullo amato che guarda lʼorizzonte, «figura assolutamente isolata e irrelata», il protagonista si lascia morire, come assorto in un sonno profondo, «librandosi in unʼimmensità colma di promesse». Il racconto, chiaramente autobiografico, può essere interpretato in tre modi diversi. La prima chiave di lettura è quella più semplice. Un signore anziano scopre, alla fine della sua vita, il proprio orientamento omosessuale, sempre represso per adeguarsi alle bigotte regole borghesi. Lo scrittore vorrebbe dare a questa rivelazione il senso di un disfacimento morale, ma in realtà il protagonista si lascia trascinare ben volentieri dalla passione, anche vedendola come una liberazione. > Gioia, sorpresa, ammirazione vi si poterono dipingere apertamente quando il suo sguardo incontrò... la cara immagine . Ed egli fu travolto dal desiderio > di baciare le dolci labbra della sua ombra, civettuolo, curioso e lievemente straziato, sedotto e seducente . È un vero e proprio desiderio erotico e sessuale. La seconda chiave di lettura vede, invece, il racconto come una costruzione spirituale, una sorta di riflessione sul percorso artistico dellʼautore. Non sapremo mai se Thomas Mann fosse omosessuale, ma è evidente che la dicotomia «riflessione e irrequietudine», «ordine ed eros» costituì la corrente sotterranea che vivificò una produzione letteraria, apparentemente inserita nellʼalveo del tipico romanzo borghese. In questo senso il fanciullo impersona questa contraddizione, tra bellezza classica e disordine decadente: fallimento di quella missione civilizzatrice ( e siamo infatti poco prima della prima guerra mondiale), che lo scrittore affidava alla Germania. Ma siamo anche in una fase in cui il romanzo borghese si apriva a nuove avventure, alla ricerca di forme innovative, in grado di narrare la coscienza europea, ormai in crisi. > Il viso, pallido e graziosamente impenetrabile, circondato da capelli inanellati color del miele, con il naso che scendeva diritto, la bocca incantevole, lʼespressione di dolce e divina serietà ricordava le sculture greche del periodo aureo , ma > ci si era ben guardati dal toccare con le forbici i suoi bei capelli che si arricciavano sulla fronte, sopra le orecchie e ancor più folti sulla nuca . Ed infine lʼultima linea interpretativa, senza dubbio la più complessa, è quella onirica, costituita dai sogni e dalle immagini. Qui lo scrittore si lascia andare a visioni fantastiche, che trovano nella descrizione di Venezia la loro trasposizione nella realtà. E che sia Venezia la sintesi delle tre linee interpretative? Voluttuoso disfacimento, forme classiche e libere ad un tempo, meraviglie sognanti sono i tratti che fanno della città il riflesso dellʼanima in disordine del poeta. Venezia non è solo contesto di sfondo, ma protagonista dominante del racconto. Perché leggerlo? È bellissimo, soprattutto per la sua scrittura, ammagliatrice, barocca, multiforme, ma coerente con le finalità del racconto e con la complessiva trama narrativa. Un vero capolavoro!
Muschio bianco
Per comprendere questa «gemma» letteraria bisogna tornare a un precedente romanzo dell'autrice: «Aniko» di cui si può leggere la recensione in questo sito. Aniko ha abbandonato il suo popolo, il Nenec, per andare a vivere lontano, e ha lasciato Aleska, compagno d' infanzia, e il padre Petko. Il racconto prende l'avvio dalla decisione della madre di Aleska di fare sposare il figlio. > Suo marito era morto, (...) e il focolare non si era spento dopo che il padrone se n'era andato. Era rimasto un altro compito da assolvere (...): generare una corrente viva che non si disperdesse e non si prosciugasse come una pozzanghera a primavera, ma seguitasse a scorrere come un fiume dentro agli argini. A ventisei anni suo figlio non era ancora un vero uomo. (...) Bisogna farlo sposare ad ogni costo. Il cuore di Aleska è tuttavia oppresso dall'amore per Aniko. Se da bambino si sentiva > come un uccellino indifeso con le ali non ancora sviluppate , ora è > un avvoltoio incattivo, offeso. Si sentiva come un uccello rapace che, allargando gli artigli dell'amor proprio, si appoggia al muro sordo della vita senza che nessuno possa comprendere il suo dolore. Di notte sogna Ilne (così è chiamata Aniko nel libro), il suo sorriso seducente, e la possiede. (...) Quando si rende conto che è soltanto un sogno e non la realtà, si sente struggere dalla nostalgia. La nostalgia è come un ragno nero e peloso. Il tocco delle sue zampe avvelena l'anima. Il romanzo ci racconta la liberazione di Aleska dall'attesa del ritorno di Aniko, e lo fa in una società, quella Nenec, ormai in dissoluzione ma ancorata ai vecchi valori, alla cocciuta determinazione di salvare la propria cultura. Al centro di questo mondo c'è il focolare, il fuoco sempre acceso, compito e prestigio della donna; a lei compete di dare e allevare i figli, a lei l'onere di conservare e trasmettere la cultura Nenec. Da qui nasce l'enormità, per la vecchia madre e per l'intera comunità, di un uomo che non vuole sposarsi, ostinatamente legato all'amore «lontano». I due piani narrativi, l'uno individuale e l'altro collettivo, si sovrappongono alternando momenti onirici con racconti corali. Nel sogno, > Ilne lo fissava e sorrideva. Non era più la stessa Ilne che l'aveva invitato a seguirla. Un sorriso malizioso, ammiccante, che non le aveva mai visto in volto e che per qualche ragione lo infastidiva, non abbandonava le sue labbra. (...) Capì che avrebbe voluto cancellare dal suo volto quel sorriso; (...) il suo era un invito a un gioco d'amore che non era che un inganno. Se Aniko si trasforma nella rimembranza dolorosa per poi svanire nel cuore di Aleska, con la cessione delle sue slitte il vecchio Petko dichiara dinanzi alla comunità che Aniko non tornerà mai più; non è necessario conservare la dote, > dieci slitte abbandonate (...), come orfane, colpevoli di fronte alle persone e alla vita. (...) Il cum era silenzioso come se fosse immerso nel sonno. Ma il giovane sapeva che, immobili, le due donne (la madre e la giovane sposa) lo attendevano in ginocchio davanti al fuoco. (...) Scostando con un ampio gesto la tenda dietro le spalle, entrò. Così entra un ragazzo che è diventato un uomo. C'è una protagonista nascosta ed è Aniko. Essa compare all'improvviso, inattesa, con una sorta di dichiarazione d'amore in cui pare che Nerkagi non riesca più a trattenere il proprio "io«, in un romanzo in cui il narratore è»onnisciente". > Amo i vecchi alberi, dice Aniko, (...) li amo per tutte le estati passate, per il mistero della vita che occultano, per il mormorio delle foglie che si può scambiare per un canto o un pianto, una confessione o un racconto. Gli antichi alberi somigliano ai vecchi. E sarebbe bello essere certi che proprio loro siano ancora custodi di quell'Aurea parola della verità, dimenticata chissà quando dagli uomini. E poi, in questo racconto apparentemente semplice, come dietro i personaggi della Commedia c'è Dante, ci sono alcune figure dietro alle quali si cela Nerkagi. Certo, una di queste è la madre di Aleska, emblema del caparbio legame alla tradizione; ma c'è un altro personaggio, così lieve da parere inutile nella trama. E' la giovane sposa rifiutata da Aleska, rispettosa del mistero dell'animo del marito. Con una splendida similitudine, così Nerkagi canta la dolorosa e rassegnata condizione di una sposa non accolta: > il mondo della ragazza era come quella di un fiorellino sbocciato per volontà del destino in fondo a un burrone dove i raggi del sole penetrano solo di primo mattino e le pietre, ostili, trasudano freddo. Coperte di un viscido muschio, emanano un forte fetore e invidiano la bellezza e la dolcezza dei petali del fiore, ignorando la luce che la sua corolla irradia nell'oscurità. Sono rimasta in silenzio per troppi anni, confessa l'autrice, e ora è tempo che il muschio diventi bianco. Lo stile è un dolce fluire di parole, a volte elegiaco e in altre lirico, ricco di similitudini tratte dall'ambiente naturale, dagli alberi e dagli animali; una natura in apparenza immobile che contrasta con i cambiamenti del mondo dei Nenec e con gli enigmi dell'animo umano. Tanta è la soavità della scrittura che nel lettore si compie una sorta di metamorfosi, che permette di misurarsi con il mistero senza decifrarlo. Perché leggerlo? Fuori dal tempo e dallo spazio è un canto della nostra condizione umana.
The namesake (il nomignolo)
> Trasfòrmati in parole: (...) se correndo intorno a un solo nome è sempre di te e di me che si tratta e sempre le stesse le armi potenti di lutto e afflizione che pure nei sogni a rovina inseguono la mia levigatezza (Cosimo Ortesta da il progetto di un freddo perenne 1988). Nel leggere questo romanzo mi è venuto in mente questo verso di Ortesta: i nomi ci seguono nella nostra esistenza, parlano di noi stessi, del legame che abbiamo con gli altri e di tutti i sentimenti, anche dolorosi, che ci portiamo dietro; come dice Lahiri, «i nomi muoiono nel tempo, periscono con le persone». Gogol è figlio di una coppia bengalese, che si è trasferita negli Stati Uniti; il nome gli è stato attribuito alla nascita in attesa del "vero > nome che sarebbe dovuto arrivare dall'India, ma non è mai pervenuto: un nomignolo, quindi, scelto dal padre per la sua passione degli scrittori russi. Gogol odia persino segnare il suo nome in fondo ai suoi disegni nella lezione d'arte. Odia che sia ad un tempo assurdo e oscuro, che non abbia niente a che fare con chi è lui, cioè né indiano né americano ma soprattutto non russo > . Chiamarsi Gogol è il segno della sua ambiguità, di una identità sospesa tra due mondi, due differenti culture, storie e tradizioni. E Gogol cerca di uscire da questa indeterminatezza, di fuggire dal nome, perseguendo con testardaggine la separazione dai genitori e dalla grande, chiassosa e affollata comunità bengalese, con l'abbigliamento, la cucina, gli usi e la lingua, difese strenuamente proprio perché si vive lontano dal proprio paese. E' stanco di tornare a Calcutta per la visita ai parenti, viaggio tanto atteso dai propri genitori. E soprattutto non vuole più sentirsi chiamare Gogol. Va a studiare lontano da casa, si laurea in architettura, trova lavoro in un'altra città, cambia nome in Nikhil. L'atteggiamento del protagonista non muta anche quando viene a sapere i veri motivi che hanno indotto il padre a dargli quel nomignolo. Una sera il treno che riporta Nikhil a casa ha un forte ritardo. Il padre lo attende alla stazione in uno stato di grande ansietà: gli rivela che l'ha chiamato Gogol perché da giovane fu uno dei pochi superstiti in un grave incidente ferroviario: lo ha protetto il libro del grande scrittore russo. A questo che pensi quando pensi di me, gli chiede Gogol, Ti ricordo di quella notte? Niente affatto, dice suo padre alla fine, con una mano sui fianchi del ragazzo, un gesto abituale che aveva imbarazzato Gogol fino a quel momento. Tu mi ricordi di tutto ciò che è seguito > , ossia della famiglia, del lavoro e del benessere conquistato; e il nome attribuito al figlio racchiude tanti significati, non ultimo ciò che disse Dostoevskij: noi tutti venimmo dal cappotto di Gogol > . L'enigmatica frase non può essere ancora compresa dal giovane Nikhil, il quale riprende la fuga dalle proprie radici. Conosce Maxine, una classica ragazza della buona borghesia liberal > , con belle case, begli oggetti, solidi punti di riferimento. Ospite della dimora dove i genitori di Maxine, così colti e disponibili, trascorrono le vacanze, in riva ad uno splendido lago e tra boschi e verdi prati, Gogol capisce che questo è un luogo che sarà sempre qui per lei. Rende facile immaginare il passato di Maxine, il suo futuro, disegnare nella mente il suo divenire anziana. (...) Attraverso le finestre vede che l'alba sta emergendo lentamente nel cielo, soltanto poche stelle sono ancora visibili, le forme degli alberi circostanti e le costruzioni diventano pian piano distinguibili. Un uccello comincia a cantare. E allora ricorda che i genitori non lo possono raggiungere: non gli ha dato il numero di telefono. (...) E qui accanto a Maxine, in questa accogliente natura selvaggia, si sente libero. > La fuga si interrompe quando improvvisamente muore il padre. La corsa all'obitorio, il riconoscimento, la raccolta dei pochi oggetti che il padre aveva con sé, il ritorno a casa presso la madre, ormai sola, il funerale di rito indiano, con intorno tutta la comunità bengalese, riportano brutalmente Gogol indietro, al suo essere né indiano né americano, e nemmeno russo. Maxine lo invita ad una vacanza insieme (perché ti potrebbe far bene (...) andare via da tutto questo«); Nikhil le risponde:»non voglio andar via > . Ed ecco che è di nuovo Gogol, si lascia guidare da sua madre verso un matrimonio con una ragazza bengalese, in una cerimonia fastosa e affollata che poco tempo prima avrebbe sdegnosamente rifiutato. Non è così semplice ritrovare la propria identità. Non possiamo approfondire la storia della ragazza sposata da Gogol, un racconto dentro il racconto. Possiamo solo riportare alcuni tratti fondamentali: ha un nome impronunciabile in americano e quindi viene chiamata con un nomignolo, anch'essa è fuggita dalla famiglia, è andata a Parigi dove ha appreso una lingua terza (né americana né bengalese), è tornata negli Stati Uniti per insegnare letteratura francese all'Università, si circonda di fini intellettuali (così distanti dalla semplice cultura tecnica di Gogol), ha avuto molti uomini, tradisce Nikhil, torna a Parigi. Gogol è un romantico, e come tale ha una storia d'amore, intensa almeno per lui, crede realmente di avere trovato solide radici in una moderna famiglia anglo-bengalese. Il tradimento e la separazione lo riportano bruscamente ad uno stato di sospensione. Si chiede come hanno fatto i suoi genitori, lasciare indietro le loro rispettive famiglie, vederle così raramente, senza un luogo dove ritrovarsi, in uno stato perenne di attesa, di nostalgia. (...) Gogol sa che i suoi genitori hanno vissuto le loro vite in America a dispetto di ciò che gli mancava con una forza che teme di non possedere«. Cosa c'è in un nome, si chiede Shakespeare in Romeo e Giulietta:»ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo > . Il romanzo non ci dice se ha ragione Giulietta. Nella vecchia casa che la madre sta abbandonando per trasferirsi a Calcutta, Gogol ritrova i racconti del grande scrittore russo: un libro che il padre gli aveva regalato quand'era adolescente e lui aveva abbandonato sullo scaffale, con un misto di indifferenza e fastidio. E trova una dedica: l'uomo che ti diede il suo nome, dall'uomo che ti diede il tuo nome«. Ecco l'enigma di Dostoevskij:»il nome che aveva così detestato, era qui nascosto e preservato. (...) Coloro i quali gli avevano dato e conservato il nome di Gogol erano lontani da lui, adesso. Uno morto, l'altra, vedova, in procinto di una differente tipo di partenza, per vivere piena di nostalgia, come suo padre, in un mondo separato. (...) Una volta o due alla settimana ascolterà il nome di Gogol, sui fili del telefono, o scritto sullo schermo. (...) Senza la gente nel mondo a chiamarlo Gogol, non importa quanto a lungo lui viva, Gogol Ganguli, una volta e per tutto, svanirà dalle labbra di chi l'ama, e così, cesserà di esistere. E' un romanzo intenso e complesso: una scrittura fluida ed elegante, un'attenzione spasmodica al dettaglio. I luoghi, gli oggetti, il cibo, l'abbigliamento sono descritti minuziosamente, a differenza dei personaggi, non trattati in modo superficiale, ma volutamente sempre in attesa" di qualcos'altro, o con la nostalgia per qualcos'altro. La scrittrice sembra vuol dire: tutto è vacuo tranne i luoghi, naturalisticamente mostrati e pur tuttavia ricchi di miti, di suggestioni, trasmettitori di valori e di mondi. Talvolta si perde il filo della trama, ma che importa? Il fascino risiede nella scrittura e tocca al lettore ricomporre e interpretare il tutto. Perché leggerlo? Un capolavoro, affascinante e denso di significati e di evocazioni.
La nascita di Roma
Il libro narra le vicende della nascita di Roma tramite la storia di due fratelli, Servio e Plistino. Schiavi, fuggono per trovare la libertà a Roma, che andava costituendosi intorno alla figura di Romolo. I due fratelli fanno fortuna, ma Servio non riesce ad avere figli e i discendenti di Plistino muoiono a causa di una pestilenza. Servio e la moglie decidono di adottare uno dei fratelli della moglie di Plistino così da tramandare il nome della famiglia. Nel romanzo sono presenti tutte le vicende più famose della nascita di Roma, ma lo stile e la narrazione salgono di livello quando vengono trattati temi familiari: l’amore tra i coniugi e il legame con i figli, la morte e il dolore, la religione imperniata sulla venerazione degli antenati, l’adozione come espressione di un amore che travalica le affinità di sangue, i valori della giustizia e della libertà. È meno presente l’intento pedagogico rispetto alla «Storia delle Storie del mondo», ma lo stile mantiene quel tono affettuoso, dolce e in certi momenti lirico, che contraddistingue l’autrice. La struttura narrativa è spesso frammentata e non fornisce il ritmo necessario a non rendere a tratti (soprattutto nella parte centrale) noiosa la lettura.
Nessuno torna indietro
Siamo poco prima della guerra civile in Spagna (1936 - 1939); un gruppo di ragazze si ritrova in un collegio di suore a Roma. Si crea unʼ intima ed intensa amicizia tra giovani donne, pur provenienti da ceti sociali differenti e da diverse esperienze personali. È come se la struttura sociale esterna fosse momentaneamente sospesa e tutte potessero vivere con una libertà ed una sincerità impensabili se fossero in società. > Seguitavano a confidarsi: da principio sembrava avessero un poʼ di pudore delle loro aspirazioni, poi, a poco a poco, mettevano la carne al vivo, perfino sʼavvicinavano, si toccavano per meglio comunicare, finché Silvia osservò: ---però è bello stare a discutere così tra noi, tutte donne: se ci fosse un uomo, non avremmo osato parlare (...). Noi donne siamo sincere soltanto tra donne. Cʼè una solidarietà singolare tra noi. È un mondo femminile, consapevole della sua condizione eccezionale e comunque in attesa del dopo, quando si lascerà il collegio. > Qui ci siamo scelte tra tante, si direbbe, per autentica affinità. Ma è soltanto la familiarità continuata di ogni giorno che ci lega; appena questa cade si scava fra noi unʼincolmabile distanza . Eppure qualcosa resterà. > Chi può dimenticare di essere stata padrona di sé stessa? (...) Quelle che sono rimaste, che sono passate dalle mani della madre alle mani del marito, non ci perdonano di aver visto cose nuove, nuove facce, di aver avuto la chiave della nostra stanza, uscire entrare allʼora che si vuole. E gli uomini non ci perdonano di saperne quanto loro . A scalfire uno stato così ricco di umanità reciproca (come direbbe Confucio) è lʼarrivo di Emanuela. > Io non capisco che sta a fare qui--Silvia osservò dal letto-- non studia, hai visto? e qui si viene per studiare . Emanuela è in collegio a Roma per stare vicino alla figlia, avuta da una relazione extra matrimoniale. La ragazza non intende rivelare alle amiche la sua particolare situazione; finge di essere come loro perché lo vorrebbe essere, senza vincoli, ancora con tutte le possibilità di vita davanti a sé. > Faccio parte del vostro gruppo. Giuramento sul tavolo comune come i moschettieri. Otto per una, una per otto. E adesso io so tutto di loro che con le altre sono così segrete e schive. E loro di me che sanno? Tutte bugie. La perfetta sintonia fra le ragazze viene meno, quasi che una presenza estranea, quella di Emanuela, dia fuoco alle braci dormienti del destino individuale. La prima ad andarsene è Xenia: fugge dal collegio dopo la bocciatura allʼesame di laurea, fa perdere notizie di sé, e va vivere a Milano, diviene una donna cinica, che usa gli uomini per il proprio tornaconto. > A lei, di tutti i piaceri questo solo pareva delizia ineffabile: godere di se stessa, della sua compagnia, della sua immagine . Poi muore Milly, gravemente malata, «Avevano ragione le compagne di chiedersi se mai era stata». È il turno di Anna, figlia di ricchi proprietari terrieri, la quale, appena laureata, va a sposare un coetaneo del suo stesso ceto sociale, mettendo in soffitta gli studi, le amicizie e la libertà, pur di vivere sui propri possedimenti. > Io penso, continuò seria, che sia un errore voler uscire dalla propria classe sociale ed entrare a forza in unʼaltra . Lascia il collegio anche Vinca, una spagnola fuggita da casa per non vivere con la matrigna; va presso compatrioti ad aspettare notizie del fidanzato, andato a combattere per Franco nella guerra civile; lʼamato ha invece sposato unʼaltra donna, lì a Cordoba, e a Vinca non resta che rimanere a Roma, a vivere modestamente dando lezioni di spagnolo. Ed ecco Silvia, brutta ma intelligente, la quale si laurea brillantemente. > E adesso, Silvia? adesso? Niente era mutato solo quel dott. che poteva mettere davanti al suo nome. Bisognava fare tutto da sé . Rimangono Augusta e Valentina, destinate allo zitellaggio e per questo legate da una particolare amicizia, protetta dalle mura del collegio. E sono loro, depositarie di una utopia di comunanza femminile, a cacciare Emanuela, finalmente. > Il busto piegato, il viso accanto al viso di lei, anelante, Augusta le diceva con voce soffocata e torbida: Ladra! (...) Neppure lʼaltro giorno, quandʼeri a letto, hai parlato. (...) Te stessa, sempre avanti a tutto. (...) Devi andartene adesso. (...) Io volevo stasera, avanti a tutte, dirti: Vattene!, poi ho pensato che non è colpa tua: ci sono esseri che nascono come te mancati, indifferenti . Siamo dinanzi ad un grande romanzo femminile, il primo, forse, della letteratura italiana. Le protagoniste sono donne nella loro complessità: i sentimenti, i sogni erotici e le aspirazioni. Mancano totalmente gli uomini e quando compaiono (si pensi alle vicende di Xenia) sono solo funzionali al raggiungimento di obiettivi maturati dalla protagonista in solitudine, senza il contributo dellʼaltro sesso. Siamo negli anniʼ30 e possiamo immaginare lʼimpatto rivoluzionario del racconto, pur allʼinterno di uno schema narrativo apparentemente tradizionale. Le vicende delle ragazze, una volta lasciato il collegio, sono storie differenti e tutte plausibili: esse in qualche modo rispecchiano anche le diverse sfaccettature dellʼanimo femminile, una coesistenza di idee, emozioni e desideri che lʼautrice probabilmente sentiva nella propria coscienza di giovane donna, con ancora innanzi tanti possibili destini. Nessuna delle protagoniste si realizzerà pienamente, tutte in qualche modo tradiranno la pienezza e la molteplicità della natura femminile, si rassegneranno in qualche modo ad una via, tradizionale, trasgressiva o vacua, ma sempre unʼ unica via, necessariamente riduttiva della complessità dellʼanimo umano. Ma quanti di noi, uomini o donne, abbandoniamo la ricchezza poliedrica della giovinezza? Forse perché, come dice Silvia, «vivere gli avvenimenti è molto più facile che immaginarli». Riguardo lo stile narrativo cʼè poco da dire: perfetta la scrittura, eleganti i vocaboli, raffinata lʼintera costruzione letteraria. È uno splendido contributo alla lingua italiana, è la dimostrazione di come sia possibile scrivere ad un tempo in modo colto e semplice. Perché leggerlo? Grande libro della letteratura femminile.
Niente di nuovo sul fronte occidentale
Il romanzo, reso famoso da un film, è un diario di guerra. Ambientato nel primo conflitto mondiale, narra di un gruppo di ventenni tedeschi: «la gioventù di ferro», come la chiamavano i loro insegnanti. Tutto è confuso, i ricordi della vita precedente sono > visioni mute, (...) una enorme sconsolata malinconia. (..) Finché eravamo in caserma destavano in noi una selvaggia e ribelle bramosia. (...) Ma qui in trincea quel mondo si è perduto. Il ricordo non sorge più; noi siamo morti, ed esso ci appare lontano all'orizzonte come un fantasma, come un enigmatico riflesso, che ci tormenta e che temiamo e che amiamo senza speranza. (...) E se anche ce lo restituissero, questo paesaggio della nostra gioventù, non sapremmo più bene che farne . E' una discesa agli inferi quella che racconta Paolo, l'io narratore; e lo fa senza retorica, vittimismo ed autocompiacimento. > I nostri pensieri sono come creta molle che viene plasmata secondo la varia vicenda dei giorni; sono buoni quando siamo tranquilli, morti quando ci troviamo sotto il fuoco. Terreno sconvolto, dentro di noi e fuori di noi . Il libro ripercorre i diversi aspetti della vita militare nella grande mattanza che fu la prima guerra mondiale: l'agonia di un commilitone ( > Questi è Franz Kemmerich, diciannove anni e mezzo; non vuol morire, Non lasciatelo morire! ), al quale sul letto di morte ci si appropria degli ottimi stivali; la dura e vessatoria disciplina della caserma, le piccole rivincite del fante ai danni del sotto ufficiale ottuso e malvagio; l'importanza del rancio, le ruberie per migliorare il magro cibo; le visite a giovani prostitute sognando che siano le ragazze della propaganda; l'ambiente dell'ospedale, dove si amputano braccia e gambe tra le urla del poveretto, e non si vede l'ora che un moribondo liberi il letto; la licenza a casa, fastidiosa perché costretti a subire i discorsi guerrafondai dei «borghesi»; l'amicizia, un legame così forte da farci sopportare la durezza della vita del soldato e così labile perché i compagni facilmente muoiono; ed infine la trincea. Chi si aspetta un tono epico, una sorta di Iliade, resterà deluso. I combattimenti sono in realtà una carneficina: corpi crivellati di colpi e polverizzati dalle bombe, rantoli di feriti con ventri sventrati, sangue e cadaveri dappertutto, persino urla di cavalli agonizzanti; ciò che importa per il fante è sopravvivere. > Siamo diventati belve pericolose, non combattiamo più, ci difendiamo dall'annientamento. (...) Deliriamo di rabbia, non siamo più legati impotenti al patibolo, possiamo distruggere, uccidere a nostra volta, per salvarci, per salvarci e per vendicarci . Il libro è un atto di accusa contro la guerra, non solo perché è assurda e crudele, ma perché trasforma gli uomini, li priva dell'umanità: > questa vita ci ha ridotti ad animali appena pensanti, (...) ci ha impastati di insensibilità, per farci resistere all'orrore che ci schiaccerebbe; (...) ci ha dato l'indifferenza dei selvaggi per farci sentire, ad onta di tutto, ogni momento della realtà. (...) Così meniamo un'esistenza chiusa e dura, tutta in superficie . Non c'è una trama vera e propria, i personaggi agiscono come chi vive «empiricamente», giorno per giorno, senza apparenti sentimenti, peraltro inutili da manifestare. Sorregge il racconto una scrittura essenziale, fatta di frasi brevi, quasi concitate, capaci di dare un ritmo incalzante alla narrazione. Talvolta sopraggiungono momenti di calma, come la vita in caserma o la licenza a casa (e qui emerge la debolezza stilistica dell'autore); è momentaneo, le immagini della grande mattanza ritornano, evocative di quella morte crudele che è la guerra, la disperazione ci sovrasta e ci rendiamo conto che la vita è una miseranda parvenza. Ci sono solo monconi di vita: > papaveri rossi sui prati intorno ai nostri baraccamenti, lucidi insetti sui fili d'erba, calde serate nelle camere semibuie e fresche, alberi neri e misteriosi nel crepuscolo, stelle e fluire di acque, sogni e lunghi sonni . Perché leggerlo? Ci ricorda che cos'è la guerra.
Niente di vero tranne gli occhi
Anche con questo romanzo Faletti si conferma un ottimo autore di thriller all’americana. Un ottimo stile e un ritmo narrativo veloce, che lascia tuttavia lo spazio a suggestioni sui misteri che circondano la vita e le relazione tra le persone. L’unico difetto è costituito dal fatto che la protagonista vede le scene tramite gli occhi di uno degli assassinati, occhi che gli sono stati trapianti. Si tratta di un fatto inverosimile, che introduce un elemento di disturbo, tra l’altro inutile ai fini dello svolgimento della trama.
La nuova vita
Il protagonista del romanzo è il libro: un libro ma anche tutti i libri. > Il colpevole non è solo quel libro, il libro che ha ingannato mio figlio, ma tutti i libri, che escono dalle tipografie, sono tutti nemici del nostro tempo, della nostra vita . Così disse minaccioso il padre di Mehmet, uno dei protagonisti del romanzo, che per primo ha letto il libro ed è fuggito. Gli altri due protagonisti sono Osman, un giovane studente che si innamora di Canan, la ragazza di Mehmet. È la ragazza che fa leggere il libro a Osman e i due ragazzi iniziano un vorticoso viaggio per la Turchia alla ricerca, apparentemente, di Mehmet, ma in realtà essi sono mossi da unʼinquietudine, da un male di vivere, che la lettura del libro ha fatto esplodere: > passeggeri dei pullman notturni, infelici fratelli, so che anche voi cercate quel momento privo di forza di gravità. Non volete essere né lì né qui, diventare altro e vagare nel piacevole giardino che c’è tra i due mondi . Ma quali sono questi due mondi? La vita attuale e la nuova vita, o la ricerca dell’angelo, la morte. Il romanzo è quindi un susseguirsi di viaggi in pullman, di incidenti mortali, di televisori accesi, di viaggiatori e di paesaggi surreali. La ricerca di Mehmet si conclude con la sua uccisione da parte di Osman, nella speranza di liberarsi del suo rivale in amore, ma a questo punto la ricerca non è conclusa perché Osman non ha raggiunto un suo equilibrio. Riprende i viaggi sapendo benissimo che la vera uscita verso una nuova vita è la morte. > L’angelo si vede in quel magico momento di uscita e proprio allora percepiamo il vero significato della confusione che chiamiamo vita. Solo allora possiamo tornare a casa . E Osman muore proprio in un incidente stradale, come ne aveva visti durante i suoi viaggi in pullman. Qual è il vero significato di questo romanzo? Innanzitutto la lettura di un libro rappresenta un momento di rottura dell’equilibrio umano, > un buon libro è un pezzo di scrittura in cui si spiegano cose che non esistono, una specie di assenza, una specie di morte. Ma è inutile cercare fuori dal libro il paese che si trova al di là delle parole . Quindi il libro è un’altra realtà rispetto al vivere effettivo: sono altri mondi che vengono alimentati dal testo e dall’immaginazione. Il loro ruolo è tuttavia dirompente sul vivere umano, che percepisce e comprende l’unidimensionalità della vita. L’altro tema è il viaggio, il continuo movimento, che costituisce l’unico punto di stabilità del romanzo e del suo protagonista. Quando Osman capisce che Mehmet era anche lui partito dal libro e > dopo ricerche, viaggi e avventure in cui aveva incontrato morte, amore e disgrazie, aveva ottenuto quello che io non ero riuscito ad ottenere, la pace interiore , decide di ucciderlo, preso dall’invidia e dal rancore. Il terzo tema è sicuramente la morte, l’angelo tanto cercato: il viaggio, la vita, finisce inevitabilmente con la morte, con > gli occhi abbagliati e pieni di paura, come una volta guardavo l’incredibile luce che zampillava dal libro sarei passato immediatamente a una nuova vita . La nuova vita, tanto cercata, è la morte. È un romanzo ermetico, del quale è difficile percepire il senso vero. Ciascuno può trovare dal romanzo una sua interpretazione: legata al contesto sociale tra la modernità e la tradizione, una storia dʼamore infelice, l’idea del complotto come motore della storia. A me piace pensare che il libro parli delle tante dimensioni della vita, della continua ricerca della nuova vita, che anima sempre l’uomo. L’autore cita anche la nuova vita di Dante, la rinascita, la scoperta di una spiritualità più vera.
Odissea
Il libro ha come oggetto il ritorno di Odisseo alla propria casa ed è strutturato in quattro parti:il preambolo, nel quale un concilio degli dei, su proposta di Atena, decide di permettere a Odisseo di riprendere il viaggio verso casa ordinando a Calipso di liberare l’eroe;la decisione di Telemaco, figlio di Odisseo, di liberarsi dei pretendenti, che continuano a frequentare il palazzo e a dilapidare il patrimonio del padre. Dopo un’inutile invito al popolo ad aiutarlo nella lotta contro i pretendenti, Telemaco compie un viaggio presso altri sovrani per conoscere le sorti del padre e sapere se è possibile superare la situazione di incertezza nel quale si trova e dare in moglie la madre, prendendo pienamente in possesso i propri beni;il viaggio di Odisseo presso i Feaci, con la scena della tempesta e l’incontro con Nausicaa (le pagine più belle del poema) e il racconto delle avventure;l’arrivo a casa, il progressivo svelamento della propria identità e la strage dei pretendenti. Da molti autori l’Odissea è interpretata come il ritorno di Ulisse (e quindi del viaggiatore) e come unʼesaltazione della sua intelligenza e astuzia. In realtà si tratta di un poema molto complesso nel quale si sviluppano differenti temi narrativi e si contrappongono diverse personalità. Un primo tema è senza dubbio quello del viaggio e soprattutto del mare. Non è un caso che le pagine più affascinanti del poema siano quelle del libro V, che tratta della tempesta e del naufragio di Odisseo: > Gli si avventò un’onda altissima, con terribile impeto, e fece girare la zattera. Lontano, fuori dalla zattera fu sbalzato e il timone lasciò andare di mano: in mezzo si spezzò l’albero sotto l’orrenda raffica dei venti lottanti, lontano la vela e l’antenna caddero in mare. Molto tempo rimase sommerso, non fu capace di tornare subito a galla, sotto l’assalto della grande onda... finalmente riemerse e dalla bocca sputò l’acqua salsa, amara, che a rivi gli grondava dal capo . > Al naufrago, e più in generale all’ospite, occorre sempre fornire accoglienza e rifugio : così parla Nausicaa alle ancelle nel libro VI: > fermatevi ancelle: dove fuggite alla vista d’un uomo? Forse un nemico credete che sia?... Ma questi è un misero naufrago, che c’è capitato, e dobbiamo curarcene: vengono tutti da Zeus gli ospiti e i poveri; è un dono, anche piccolo, è caro . Il tema dell’ospitalità è uno dei filoni dominanti dell’Odissea e corrisponde proprio al sentimento collettivo di un popolo, di naviganti e che è cosciente di come la fortuna, e la ricchezza, possano cambiare rapidamente. Un secondo tema è costituito dalla complessa personalità di Odisseo, che è ben sintetizzata dalle parole di Atena nel libro XIII: > Furbo sarebbe e scaltrito chi te superasse in tutti gli inganni, anche se è un dio che t’incontra. Impudente, fecondo inventore, mai sazio di frodi, non vuoi neppur ora, in patria, lasciar da parte le astuzie, e i racconti bugiardi, che ti sono cari fin dalle fasce. Via, non parliamone più, perché ben conosciamo le astuzie entrambi . Ulisse è un grande inventore di storie ed è emblematico che le sue famose avventure non siano narrate dal poeta ma siano oggetto di un racconto di Odisseo ai Feaci. Sono fatti veri o sono invenzioni fiabesche, così come quelle che con tanta facilità racconta al pastore Eumeo, alla moglie a allo stesso padre? Ma chi è Odisseo, un perenne vagabondo, un uomo ormai abituato solo a combattere e a viaggiare? È incredibile che proprio nel momento in cui si svela a Penelope, invece di abbracciarla e di esprimere il proprio amore, deve subito informarla della previsione dell’indovino Tiresia, secondo la quale è destino che debba lasciare ancora Itaca per intraprendere un nuovo viaggio e morire infine nel mare. Non ci sono in Odisseo sentimenti verso il figlio, la moglie e il padre, che eppure hanno così tanto sofferto: l’unico momento di vero affetto sembra essere quello verso la madre nei splendidi versi del libro XI: > E mi slanciai tre volte, il cuore mi obbligava ad abbracciarla; tre volte dalle mie mani, all’ombra simile o al sogno, volò via: strazio acuto mi scese più in fondo, e a lei rivolto parole fugaci dicevo: Madre mia, perché fuggi mentre voglio abbracciarti? . Un terzo tema è costituito da Telemaco e dal complesso processo con il quale, cresciuto senza un padre, deve diventare, suo malgrado, adulto. Come è diverso dal padre!. È pieno di incertezza, di dubbi, combattuto tra l’amore verso la madre e il desiderio di riprendere possesso dei propri beni e della propria indipendenza. I dubbi del giovane lo rendono un personaggio moderno, proprio perché ricco di intime contraddizioni, che sono il frutto del conflitto tra il suo ruolo (quello di principe), il suo affetto verso la madre e il fatto di non essere all’altezza della forza del padre: non riesce a tendere l’arco! > Non io per Zeus... impedisco le nozze della madre, anzi dico che sposi pure chi vuole, e le offro doni infiniti. Ma non oso cacciarla suo malgrado di casa con perentorio comando: che un dio non voglia! (libro XX), ma poi deve imporsi alla madre stessa e diventare finalmente adulto: > Madre mia, quanto all’arco, nessuno più di me fra gli Achei n’è il padrone... su, torna alle tue stanze e pensa all’opere tue, telaio e fuso... Lei stupefatta tornò alle sue stanze, e la prudente parola del figlio si tenne in cuore (Libro XXI). Un quarto tema è rappresentato dalla figura di Pallade Atena, che costituisce la vera protagonista del poema. Non solo si deve alla dea la liberazione di Odisseo da Calipso, ma soprattutto sono i suoi continui consigli e suggerimenti che permettono a Telemaco e a Odisseo di agire con la dovuta accortezza. Non siamo di fronte a fatti meravigliosi e incredibili (a miracoli) ma è sottostante a tutto il poema il tema dell’intelligenza e dell’indipendenza di giudizio, che è appunto impersonata da Atena. In un articolo di La Repubblica del 25 novembre 2006 viene commentato il libro XXIII nel quale Penelope riconosce Odisseo. La donna ricerca un segno segreto, che le confermi che l’uomo è veramente Odisseo, perché troppo lunga è stata l’attesa e vuole essere sicura, > perché Penelope crede in una sola forma di conoscenza: quella dei segni segreti, fondata sulla propria memoria e quella di Ulisse . A Telemaco che la accusa di avere «il cuore più duro del sasso», Penelope risponde: > Creatura mia, il cuore nel mio petto è attonito: non riesco né a dirgli parola né a interrogarlo né a guardarlo nel viso. Ma se è davvero Odisseo che in patria è tornato, oh molto bene e facilmente potremo conoscerci: abbiamo per noi dei segni segreti che noi sappiamo e non gli altri . E quando Odisseo le dà il segno (il letto nuziale ricavato all’interno di un grande olivo che non è possibile spostare per le radici), Penelope riconosce il marito e «di colpo si sciolsero le ginocchia ed il cuore» e allora entrambi ritrovano l’antico amore: > e a lui venne più grande la voglia del pianto; piangeva tenendosi stretta la sposa dolce al cuore, fedele;... così bramato era per lei lo sposo a guardarlo, dal collo non gli staccava le candide braccia .
Oltre Babilonia
Il romanzo è una matassa di narrazioni, in tempi ed ambienti diversi, ma riconducibili a due storie familiari. Mar è figlia di Miranda, una donna argentina, e di un padre somalo che non ha mai conosciuto. Zuhra è somala, figlia di Maryam e anchʼessa di un padre sconosciuto. Sono cresciute e vivono a Roma e sono italiane, ma entrambe non sanno quale sia la loro lingua madre e si sentono in qualche modo in bilico tra due identità. Così dice Zuhra > mamma mi parla nella sua lingua madre. Un somalo nobile dove ogni vocale ha un senso. Nella bocca di mamma il somalo diventa miele. In somalo ho trovato il conforto del suo utero, in somalo ho sentito le uniche ninnananne che mi ha cantato,in somalo certo ho fatto i primi miei sogni. Ma poi, ogni volta, in ogni discorso, parola, sospiro, fa capolino lʼaltra madre. Lʼitaliano aceto dei mercati rionali, lʼitaliano dolce degli speaker radiofonici, lʼitaliano serio delle lectiones magistrales. Lʼitaliano che scrivo . Il tema dellʼidentità, e quindi della lingua, non è tuttavia lʼoggetto dominante del romanzo. Il libro si sviluppa intorno al tema della sofferenza e della riscoperta di sé stessi. Mar è una ragazza che ha perso la sua amante, suicida, e il suo bambino. Essa vive un rapporto difficile con la madre, assente e lontana, perché sempre chiusa nel suo dolore: è stata la compagna di uno dei carnefici, di quelli che hanno torturato e assassinato tanti argentini, forse anche il fratello della donna. Zuhra, a sua volta, è stata violentata da bambina, perchè abbandonata dalla mamma, che ha cercato per anni di trovare nellʼalcol un rifugio alla distruzione sociale ed umana della Somalia. Sulle due ragazze incombono, quindi, il dramma delle proprie madri. Ed è solo tramite il racconto delle terribili vicende che hanno dovuto sopportare Miranda e Maryan, che è possibile riprendere il filo dei rapporti tra le madri e le proprie figlie e permettere a questʼultime di trovare un proprio equilibrio. Era necessario, tuttavia, un luogo fisico, un punto di incontro; ed esso è costituito da Tunisi, dalla scuola di arabo, dove gente proveniente da tanti mondi diversi si ritrova per studiare una lingua, che unisce così tanti popoli: un nuovo esperanto? Sarà la lingua a portarci oltre babilonia? Si tratta di un libro complesso. Sotto il profilo stilistico lʼartificio letterario delle storie parallele richiede una lettura attenta in quanto non sempre si riesce a riprendere il filo narrativo. Il rischio di una frammentazione del racconto è, tuttavia, compensato dalla possibilità per lʼautore di usare stili letterari diversi: da quello tipico dei giovani romani ad uno disteso ed evocativo, più congeniale a storie degli anni ʼ 60 e degli anniʼ70. Lo stile rende evidente il salto generazionale tra le figlie e le madri così tra queste e le proprie famiglie di origine. Molti sono, invece, i temi trattati dal libro: la fatica e la ricchezza di avere più identità, la forza delle lingue come strumento di crescita e di coesione sociale, il racconto come liberazione, la sofferenza esistenziale e in particolare quella delle donne, la disperazione dei popoli. Il centro di gravità del libro è, comunque, la donna, che deve vivere in un mondo di violenza e di soprusi: le donne operose, spesso solidali, ma molto sovente vittime e strumenti del potere maschile. Perché leggerlo? La scrittura è molto efficace, ricca di suggestioni, i personaggi affascinano, gli ambienti, in particolare quelli somali, creano forti emozioni, e soprattutto elementi di riflessione per noi italiani: una serie di bellissimi frammenti.
Opinioni di un clown
Hans, è un giovane di una famiglia ricca e influente ma che lavora come clown, ed è stato lasciato dalla sua ragazza, Maria. Fervente cattolica, la giovane non è riuscita più a vivere con Hans, che è molto critico verso la religione e più in generale verso il perbenismo borghese e non sopporta il gruppo di cattolici frequentato da Maria. Hans si dà al bere e si ritrova a perdere il lavoro, solo nel suo appartamento, a cercare contatti con gli amici, il padre e il fratello. Riceve solo dei rifiuti e quindi decide di andare per la strada a chiedere l’elemosina suonando una chitarra e cantando inni liturgici. Il romanzo è fortemente ambientato nella Germania del dopoguerra e, da questo punto di vista, molto datato. Un tema è tuttavia di carattere universale: il rifiuto di una società ipocrita e falsa, che non accetta la verità e la contestazione delle regole sociali dominanti. In che modo si può reagire: con il niente. > Hai tentato di consolarti con lo stantio cinismo di sinistra di Fredebeul: inutilmente. Inutilmente avrai cercato di arrabbiarti dello stantio cinismo di destra di Blothert. C’è una bella parola: niente. Non pensare a niente. Non al Kanzler o al katholon, pensa al clown che piange nella vasca da bagno, al caffè che gli sgocciola sulle pantofole . Il tema del niente è il filone conduttore del romanzo e trova origine nella figura di Henriette, la sorella mandata al fronte a morire, la profonda ferita del giovane, il lutto mai ricomposto. Henriette spesso si estraniava e non pensava a niente e diceva che ciò era meraviglioso. Così le recite da clown sono un modo per estraniarsi, per vedere il mondo dal punto di vista del niente. Il tempo passato nella vasca da bagno, l’attesa dello squillo del telefono, la maschera e il vagabondaggio sono tutte modalità con le quali l’autore ricerca il niente e quindi si separa da un mondo, politico-sociale ma anche personale, che egli non accetta e che gli appare mostruoso nella sua vacuità. Il ritmo narrativo è molto veloce, con un intercalarsi di introspezioni intime e di colloqui, sempre in qualche modo interrotti e deludenti. Ricorda in qualche modo quello di Javier Marias con la differenza che la vena caustica è molto più forte e non lascia spazio a una dolce e rassicurante ironia. Il percorso narrativo sembrerebbe condurre a un suicidio del protagonista che ritrova invece conforto e sopravvivenza nella maschera da clown, perché solo mascherati si può vivere in una società dove predomina l’affarismo e il perbenismo.
Il paese di cuccagna
Una folla composita, senza distinzione di sesso, censo e condizione sociale, si raccoglie in attesa dellʼestrazione del lotto. Quella mattina non sentono > il bisogno di mangiare, di bere, di fumare, nutrendosi vividamente delle visioni di cuccagna nella fantasia, sognando (...) tutta una spanciata di pranzi grassi e ricchi, divorati in immaginazione . Mentre il popolo napoletano, trepidante, sovreccitato, illuso, segue lʼestrazione con voci sempre più irose sino «ad un ultimo soffio di collera», una giovane cucitrice, delicata e infaticabile, continua a lavorare; > ella sembrava così lontana, così schiva, così assorta, in un mondo assolutamente staccato, diverso, che la fantasia poteva supporla più una immagine che una realtà, più una figura ideale che una persona vivente . Il romanzo intende mostrare e deprecare gli effetti devastanti del vizio del gioco sulle condizioni materiali e spirituali di Napoli, malgrado ci siano le forze e le virtù per rendere prosperosa questa grande città. Vorrebbe essere severa e realista Matilde Serao! Ma dinanzi allʼimpetuosa e gioconda vita napoletana la sua indignazione si stempera e si corrompe in una vivida immaginazione, con la quale non si riesce più a distinguere tra fantasia e realtà. Si prenda, per esempio, il secondo capitolo del romanzo: «Il battesimo dʼAgnesina Fragalà, bella figlia di papà». Due giovani sposi, felici bottegai in via Toledo, danno una festa in onore della loro bambina: è un caleidoscopio di colori seducenti, un tintinnare di piattini, di cucchiaini, di bicchieri, un > unione di cose belle allʼocchio, buone al palato, deliziose allʼolfatto . Ci si lascia trascinare dallʼesperta descrizione dei zuccherosi dolci napoletani, quando, con un colpo di scena, compare «lʼassistito» dagli spiriti, > un convulsionario pallido, che mangia molto, che finge di avere o ha delle allucinazioni, che parla per enigmi (da Il Ventre di Napoli). E subito gli invitati, anche il ricco strozzino, si affollano intorno a questo triste personaggio, tutti convinti che una frase banale pronunziata dallʼimbroglione indichi un numero fortunato, da giocare alla prossima estrazione del lotto. Per tutta la prima parte del romanzo Matilde Serao crea mirabili bozzetti di vita napoletana, sino alla narrazione del momento più sacro del «grande immaginario paese di cuccagna»: il miracolo di San Gennaro. Forse è utile un consiglio: gustarsi fino in fondo le pagine senza pretendere di essere dinanzi ad un Emile Zola italiano o voler rintracciare il verismo di Verga. > Ma come in fondo a tutte le allegre cose del paese di cuccagna, vi è una vena sempre fluente di amarezza, questo carnevale che travolgeva in buffonerie e mascherate tutte le cose e le persone più gravi della città, questo carnevale era una pietosa cosa . Matilde Serao, nel suo «cuore di napoletana», non si può compiacere cinicamente delle scene pur suggestive del presepe napoletano, da lei stessa creato. Lʼintento pedagogico e moralistico prende il sopravvento. La seconda parte descrive la triste fine alla quale vanno incontro i vari personaggi del romanzo, i responsabili del disastro come le loro vittime, ma tutti «così deboli, così miseri, così infinitamente infelici». Tale è lo scoramento che, come lʼautrice, veniamo presi dal > delirio di fuggire, di fuggire, per non vedere più, per non udire più, per non avere più lo spettacolo della più amara delusione . Il libro è un grande affresco sociale, ma ci sono pure vicende e personaggi, dai quali è possibile cogliere anche altri temi di fondo, oltre a quello prevalente della raffigurazione del paese di cuccagna. Innanzitutto i personaggi femminili sono generalmente le figure positive, anche se non mancano tra di loro usuraie ed imbroglione. Le donne sono solide, concrete, estranee o non totalmente coinvolte nella diffusa follia per il gioco. Ciò che le perde è la fedeltà, oltre ogni limite, verso la figura maschile, fidanzato, marito o padre. Si intravede una critica di Serao verso le donne, troppo spesso incapaci di ribellarsi, di prendere in mano il proprio destino sino in fondo. I personaggi maschili ne escono male, anche quando, come Antonio Amati, si ha una personalità forte, sana, razionale. Medico e scienziato potrebbero salvare la povera Bianca Maria, vittima di un padre pazzo e crudele, ma non lo fa. Dinanzi alla testarda devozione della figlia verso lʼautorità paterna lʼabbandona al suo destino, offeso ed umiliato perché a lui viene anteposto il padre; troppo forte è in Bianca Maria lʼobbedienza filiale. > Ogni compassione era sparita dal suo cuore, egli provava tutto lʼimplacabile egoismo delle immense sofferenze . Lʼamore era fragile, più debole dellʼorgoglio, figlio della pietà e non invece dellʼaffetto. E in questo la donna era ancora vittima. La prima parte del romanzo è un capolavoro. Nelle scene di vita napoletana la scrittura ricca ed elegante di Serao trova il suo contesto ideale per esprimersi al meglio. Certo, i personaggi non sono approfonditi, la trama non è organica, sono come tanti racconti, che sembrano non far parte di unʼunica narrazione. Nella seconda parte, lʼautrice vorrebbe riprendere il filo complessivo, ma non ci riesce e il tutto resta frammentario. Inoltre prevalgono i toni melodrammatici e moralistici, che compromettono la tensione e la drammaticità delle tragedie umane, rendendole scontate e patetiche. Anche il racconto della morte di Bianca Maria, che chiude il romanzo, è talmente lento e lacrimevole da lasciare unʼ impressione di pietismo stucchevole. Perché leggerlo? La prima parte è un capolavoro.
La pelle
Il libro è ambientato durante la seconda guerra mondiale, durante l’avanzata degli americani: a Napoli e poi negli ultimi capitoli a Roma e a Firenze. Malaparte è ufficiale di collegamento tra gli americani e gli italiani. E da qui nasce il contrasto tra una società giovane e semplice (quella americana) e una ormai decadente e in sfacelo (quella europea). Al di là dei temi legati alle vicende immediatamente successive all’armistizio (lo sgretolamento della società italiana, la guerra civile, il vendersi in tutti i modi ai nuovi conquistatori, quello che Malaparte chiama la nuova «peste»), in realtà il romanzo è particolarmente attuale. Emerge un pessimismo profondo sul futuro degli europei, un senso di disfacimento, di marciume e di morte, con episodi quasi inverosimili ma che corrispondono a una società che non esprime più un senso del futuro, nella quale è tutto possibile. Il «nuovo» portato dagli americani scatena qualcosa che era nascosto nella società europea, ne distrugge le fondamenta proiettandola in una dimensione grottesca, amorale e inquietante. Occorre sperare che succeda un fatto straordinario (l’eruzione del Vesuvio) per distruggere questa società. Questo romanzo non rispecchia anche la realtà attuale? Esprime le caratteristiche più profonde della società europea: il suo decadentismo, l’accondiscendenza verso i potenti, la ricerca del tornaconto anche a rischio di compromettere ciò che si ha di più caro, la volgarità e l’ignoranza dominante. Il libro è sicuramente molto attuale e lo stile così immaginoso e ricco esprime molto bene questo senso di decadenza e di disfacimento. La parte migliore non è costituita dai colloqui né dalla trattazione dei personaggi (in realtà molto piatti e convenzionali), quanto dalle descrizioni delle situazioni e dai brani che esprimono il sentimento dell’autore: brani che sono sempre caratterizzati da ritmi lirici e da una ricerca del meraviglioso, che sembrano richiamare la letteratura italiana del cinquecento (l’Ariosto?). In questo senso lo stile del libro è in forte contrasto con la letteratura successiva, che risentirà fortemente di quella americana e ricercherà temi intimistici (Moravia) neo realisti (Pavese, Vittorini ecc. ) e fantastici (Calvino, Buzzati), che sono completamente estranei a Malaparte. Se confrontiamo alcuni romanzi recenti della stessa letteratura anglosassone ci accorgiamo che il libro di Malaparte è molto moderno.
La piazza del diamante
> Vivevo come deve vivere un gatto: su e giù, a coda bassa, a coda ritta, adesso è ora di mangiare, adesso è ora di dormire; con la differenza che un gatto non deve lavorare per vivere. A casa si viveva senza parole e le cose che portavo dentro mi facevano paura perché non sapevo se erano mie . La protagonista, Natalia detta Colombetta, è lʼio narrante. È una giovane che lavora in pasticceria. Si sposa con Quinet, un giovane egoista e irrequieto ma affascinante, dal quale ha due figli. Quinet fa il restauratore ma comincia ad allevare colombi nel solaio di casa. Ben presto gli uccelli invadono tutta la casa e Natalia si trova a condurre una vita sempre più pesante e faticosa, tra la cura dei figli, il lavoro di domestica presso una famiglia facoltosa e la pulizia della casa. Ma non è la fatica che spaventa Colombetta, è il senso crescente di vivere una vita non sua, ma decisa da altri. Questa angoscia la trascina a compiere lʼunico atto di rivolta della sua vita: liberarsi dei colombi impedendone la riproduzione. Nel frattempo è scoppiata la guerra civile. Quinet va a combattere con lʼesercito repubblicano, Colombetta perde il posto di lavoro e cade in una miseria crescente sino al punto di non riuscire a dare da mangiare ai propri figli e di decidere di ucciderli e di uccidersi. È il momento più cupo della sua disperazione: si sente ormai sconfitta non soltanto dagli eventi drammatici della guerra civile, quanto dal senso di solitudine che le pesa addosso. > Dovetti farmi di sughero per tirare avanti, perché se invece di essere di sughero con il cuore di ghiaccio fossi stata, come prima, di carne,che quando ti pizzicano ti fa male, non sarei potuta passare per un ponte così alto e così stretto e così lungo. E andavo per le strade, sporche e tristi di giorno, buie e azzurre di notte,vestita tutta di nero e, in cima, una specie di macchia bianca, la faccia che diventava sempre più minuta . Va in una drogheria a comprare dellʼacido per uccidersi e uccidere i propri figli e in quel momento drammatico si verifica una svolta nella sua vita: il droghiere, che è a conoscenza della morte di Quinet, le propone di sposarlo. Ancora una volta Natalia accetta come se fosse una decisione di altri. La nuova vita, di benessere per sé e per i suoi figli, non la libera dallʼangoscia esistenziale. Un giorno, in uno stato tra la realtà e il sogno, ritorna alla vecchia casa che ha abitato con Quinet. Cerca un foro vicino alla serratura, che era stato tappato con il sughero. > Cominciai a tirar fuori pezzetti di sughero con la punta del coltello. E il sughero saltava via sminuzzato. Tolsi tutto il sughero e solo allora mi resi conto che non potevo entrare .Colombetta va quindi in Piazza del Diamante, un tempo piena di vita ed oggi «una cassa vuota fatta di case vecchie con il cielo per coperchio». E sulla spalla > si posò un colombo cravattato di raso, di quelli che non avevo mai visto, ma che aveva piume laccate, e sentii un vento di tempesta che mulinava dentro lʼimbuto ormai quasi chiuso e con le braccia sul viso per difendermi da non so che, lanciai un urlo di inferno. Un urlo che dovevo portarmi dentro da molti anni e dalla bocca mi uscì un pezzetto di niente e quel pezzetto di niente che mi era vissuto tanto tempo dentro era la mia giovinezza che fuggiva con un urlo che non sapevo cosa fosse... distacco? . Il romanzo è sviluppato dal punto di vista dellʼio narrante, Natalia. Questo accorgimento letterario rende ancora più evidente il distacco, quasi da spettatrice, della protagonista rispetto alle vicende della propria vita. Natalia racconta in modo minuzioso e dettagliato ( si pensi alla descrizione della casa dove lavora come domestica, alla splendida rappresentazione, quasi un dipinto!, di Piazza del Diamante piena di vita), ma il tutto sembrano essere le note di un geografo, di un esploratore. Accanto a questa rappresentazione apparentemente realistica della vita ci sono poi i sogni di Natalia, in gran parte giocati intorno agli uccelli, ai colombi e alla presenza delle persone che hanno dominato la sua vita. Lʼangoscia esistenziale e il senso di vuoto non si manifestano nel racconto dei fatti reali ma riescono ad esprimersi solo nel mondo simbolico. Da questo punto di vista, le vicende legate ai colombi costituiscono, forse, il legame tra realismo e simbolismo, quasi lʼespressione fisica dellʼangoscia esistenziale della protagonista. È un romanzo splendido, apparentemente semplice nello stile ma in realtà giocato sulla costruzione delle frasi. Lʼautrice non ha bisogno di utilizzare molte parole, troppi aggettivi, né di dare un ritmo intenso alla narrazione: la sintassi è lo strumento che dà potenza narrativa al romanzo. Perché leggerlo? È un romanzo affascinante, complesso e difficile da interpretare, ma che affronta un tema universale: la difficoltà a vivere la vita come protagonisti e non come spettatori.
I pirati della Malesia
I pirati della Malesia assaltano una nave, nella quale Kammamuri viaggia con una giovane ragazza, pazza. Il coraggio di Kammamuri convince Sandokan a salvargli la vita e ad aiutare a liberare il fidanzato della ragazza che è tenuto prigioniero dal rajah James Brooke. Si apre una serie di intense avventure, che condurranno alla vittoria di Sandokan sul rajah, alla liberazione del fidanzato della ragazza, Tremal-Naik, e al recupero della ragione da parte della ragazza stessa. Il libro è caratterizzato da fondamentali elementi narrativi:l’ambiente, le foreste del Bormeo e il mondo del mare, che viene descritto con rapide e suggestive pennellate, orientate a creare un’atmosfera affascinante e nel contempo tenebrosa. È un contesto accattivante ma pericoloso e lontano dal mondo occidentale, che nasconde non tanto il gusto dell’esotico, ma un desiderio di scoperta e la consapevolezza di una natura nemica dell’uomo;gli eroi, in quanto tutti i personaggi, persino la ragazza «pazza», sembrano non avere dubbi e si muovono senza tentennamenti. La lealtà, il coraggio, l’orgoglio, la dignità e lo sprezzo verso la morte sono i sentimenti che spingono e caratterizzano i personaggi del romanzo. In questo senso, Salgari esprime una «volontà di potenza», una concezione di superuomo, che è tipica della sua epoca. I personaggi hanno ruoli pre-definiti: Sandokan l’eroe senza paura ma capace di piangere al ricordo dell’amore scomparso, Yanes l’astuto e il freddo calcolatore, Kammamuri il devoto e abile servitore e così via. Non esistono sfumature e ambiguità in queste figure;Il ritmo narrativo è incalzante, contraddistinto da rapidi dialoghi, da sintetiche descrizioni, da continui momenti di suspense e da repentini cambiamenti di scena, anche se bisogna dire che i capitoli finali appaiano frettolosi al punto che la sconfitta del rajah appare poco coerente con l’intelligenza e la forza manifestata da altri capitoli dall’anniversario di Sandokan. Bellissimo è il capitolo che descrive la rivolta dei forzati sino alla loro strage da parte dei selvaggi. Il ritmo narrativo di Salgari precorre la struttura delle sceneggiature del cinema e conferma la modernità di questo autore, al di là dello stile, talvolta, aulico e retorico, tipicamente ottocentesco. La modernità e l’originalità dello stile narrativo di Salgari emergono da due peculiarità: l’artificiale procedimento dell’accumulo, per cui, per esempio, in poche pagine e in una sola foresta può addensarsi una moltitudine di temibili o strani animali, ciò che risponde > non soltanto all’esigenza di tenere il lettore col fiato sospeso, ma anche di offrire in breve spazio il mondo come spettacolo e come prodigio (Introduzione a Salgari, Bruno Traversetti, pag. 42); il metodo dell’eterno ritorno (di una sorta di ricerca del tempo perduto), per cui gli eroi hanno sempre perso una situazione di stabilità (per esempio, Sandokan era un principe) e tendono a ritornare in quella situazione, anche distinguendosi rispetto ai personaggi comuni (per esempio, Sandokan è felice che lo zio di sua moglie, un lord inglese, lo riconosca come nipote). Il riferimento è sempre ad una «società convenzionale», che è stata distrutta da un fatto straordinario. Questi procedimenti sono diffusi nel cinema moderno, di avventura, e proprio la ricerca di questo equilibrio, mai recuperato compiutamente, rende Salgari un autore estremamente attuale, e da certi punti di vista angosciante.
Primavera di bellezza
Il romanzo è ambientato nel 1943, nei mesi drammatici che portarono alla caduta di Mussolini, sostituito da Badoglio, allʼarmistizio dellʼ8 settembre e alla fuga del re da Roma. In questo breve arco di tempo gli italiani presero coscienza di ciò che era stato il regime fascista e a quale disastro li aveva portati. Come il protagonista del romanzo, lʼallievo ufficiale Johnny, gli italiani furono presi da una indignazione che > li caricò come un proietto sulla bocca di un cannone: porco assassino, schifoso bluffatore! . Il romanzo racconta, appunto, questa tragica maturazione, narrandola dal punto di vista di giovani soldati, abbandonati a sé stessi, come fu tutto il paese.Il romanzo si apre in una caserma, in Piemonte, dove Johnny sta seguendo il corso di allievo ufficiale. Lʼambiente militare è trasandato, scandito più da vuoti rituali che da un reale addestramento. In realtà nessuno, nemmeno gli ufficiali di più alto grado, credono alla vittoria dellʼItalia e alle ragioni della guerra. Prevalgono scoramento e pessimismo. Cʼè uno scollamento tra la realtà e i ripetitivi, inutili esercizi, ai quali sono testardamente impegnate le giovani reclute. > Stremato da quellʼeccesso di libertà e di oblio, dovette appoggiarsi al tronco di un pioppo; sentì la scorza tenera e tiepida, non udì la tromba lontana suonare il cessate il fuoco. Questa del fiume era la realtà, il sogno morboso era lʼesercito italiano . Quanto irreali appaiono le scritte sui muri «Vincere», quando la truppa italiana, «unta, scalcagnata, zingaresca», viene trasferita a Roma: sembra che lʼesercito americano sia sbarcato in Sicilia. La speranza di combattere degli allievi ufficiali svanisce rapidamente. Vengono fatti stazionare in una caserma di Montesacro, ricominciando le inutili esercitazioni. > Non era poi tanto grave, una intera squadra abbastanza affiatata a oziare nella godibilissima quiete di una caserma quasi deserta.... faceva lʼeffetto di stare in clinica . Lʼarmistizio li coglie totalmente impreparati. Johnny, con un gruppo di compagni, si trova a presidiare un deposito di munizioni nella campagna romana, quando vede arrivare frotte di soldati, vestiti metà in borghese e metà in divisa, in fuga da Roma. Il re, Badoglio e gli alti ufficiali hanno lasciato la capitale senza dare ordini su come comportarsi: > opporsi ai tedeschi, non resistere, uccidere i tedeschi, non aprite il fuoco sui tedeschi, non cedere le armi, auto disarmarsi.... spicciatevi anche voi a trovare qualche straccio borghese . Prevalgono la rassegnazione e la fuga, dʼaltra parte «doveva pur finire». «Pieno di miseria, senza più spazio per la paura», anche Johnny decide di tornare a casa, in Piemonte. Inizia un viaggio nei treni sovra affollati di fuggiaschi, con i tedeschi che nelle stazioni prelevano i soldati italiani per inviarli nei campi di concentramento in Germania. Spesso alcuni degli italiani vengono fucilati sul posto, quando cercano di fuggire. > Il lezzo di quella moltitudine italiana, piegata, tentante di fare le più piccole e necessarie cose con unʼaria di assoluta innocuità e sommissione. Spesso risuonava sotto le tettoie un bestiale richiamo tedesco e allora quei soldatini, così sodi e lindi, fendevano irresistibilmente la sospesa massa italiana verso misteriosi appuntamenti e mansioni . Queste poche righe danno magnificamente lʼimmagine di come erano stati ridotti gli italiani da una classe dirigente improvvida e codarda: un abbandono al quale corrispondeva una efficienza senza scopo dellʼesercito hitleriano. Due popoli sono allo sbando, anche se con modalità differenti. Johnny riesce miracolosamente ad arrivare in Piemonte, a pochi chilometri da casa, quando incontra un reparto di soldati, che hanno deciso di non arrendersi e di combattere i tedeschi. Decide di aggregarsi ai partigiani, non certo per convinzioni politiche ma per un impulso emotivo, per non sentirsi > troppo inferiore ad uno sputo... perché gli ripugna di uscirne così ( come un fuggiasco) . Il destino di Johnny è segnato durante un assalto ad un convoglio: > il tedesco veniva, una faccia giovane e una vecchia divisa, e ora abbassava la machinepistol già puntata. Johnny percepì un clic infinitesimale . Lo splendore di questo romanzo non risiede soltanto nella vicenda tragica ed emblematica di Johnny. La sua eccezionalità sta nella parola usata, ricca, immaginifica e innovativa. E come se Fenoglio abbia voluto trasfigurare la storia, rifiutando di darle un resoconto arido e freddo. La lingua italiana viene plasmata per creare un ambiente sospeso ed irreale, quasi che tutto ciò che è successo a Johnny non sia veramente accaduto, ma appartenga ad un incubo, personale e nazionale. Nel leggere questo meraviglioso libro ci si sente pervasi ad una intensa melanconia, per ciò che è stata lʼItalia ma anche per ciò che poteva essere la nostra lingua, se non fosse inaridita in uno stile narrativo, frettoloso, povero e sterile. Perché leggerlo? È il racconto di un momento importante della nostra storia ed è una affascinante lettura.
Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana
Si tratta di un libro molto particolare, non solo per la lingua utilizzata (un misto tra il romanesco e l’italiano) e per lo stile, ma anche per il racconto, che, pur all’interno della trama tipicamente poliziesca, sembra essere l’occasione per la ricostruzione di ambienti sociali della Roma degli anni ʼ20. Si verificano due delitti in via Merulana a Roma, in una palazzina della buona borghesia romana: vengono rubati alcuni gioielli e, il giorno dopo, viene assassinata una donna. Si sviluppa, quindi, l’inchiesta giudiziaria, che viene condotta in parte dalla polizia e in parte dai carabinieri. Questa inchiesta è il contesto all’interno del quale vengono portati avanti alcuni ritratti sociali e individuali. Gli ambienti sono costituiti dalla borghesia romana e dalla vita condominiale, dal mondo della polizia con i suoi meccanismi burocratici e le sue piccole rivalità, dalla periferia romana con la sua povertà e desolazione. I personaggi sono rappresentati dal commissario Don Ciccio, dai coniugi, uno dei quali è la vittima dell’assassinio, dalle donne della periferia romana, nonché da numerosi altri personaggi minori. Al di là delle differenze, l’autore fa emergere la stanca rassegnazione della vita, priva di novità e di cambiamenti, la pochezza dei sentimenti(l’importanza del denaro e le piccole gelosie), la mediocrità dominante: il tutto addolcito da una lieve ironia e da una palese comprensione dei problemi della vita. La lingua rappresenta uno dei tratti più significativi del romanzo: essa è innanzitutto caratterizzata dall’uso del romanesco e quindi dal tentativo di superare l’artificiosità della lingua letteraria e ciò rende particolarmente vivaci i dialoghi e le conversazioni. Da questo punto di vista è bellissimo il lungo interrogatorio di una donna (la Ines), da parte della polizia. Fuori dai dialoghi l’autore utilizza una lingua inventata, ricca di parole in romanesco, in italiano (anche classico) e, secondo me, anche di neologismi. Emerge una ricerca dannunziana per la sonorità e l’effetto, che talvolta appesantisce e contribuisce a una sensazione di falsità e di formalismo. Come è scritto nell’Enciclopedia della Repubblica, > l’opera di Gadda nasce da un rapporto estremamente teso e violento con la realtà, concepita come intimamente sommossa, profondamente e irrimediabilmente deforme, disordinata, sconvolta, tanto che a essa si può applicarsi soltanto una parola che entri in gara con la sua deformità, la solleciti a rilevarsi appieno....la commistione dei dialetti... come difformità rispetto alle più ordinate e mistificate forme della lingua; poi le forzature metaforiche, portate a tensioni estreme, delle lingue tecniche; la sintassi ramificatissima e intricata, entro cui si manifesta l’intenzione di corrodere a fondo l’organizzazione consueta delle cose .
Una questione privata
Il libro è ambientato nelle colline di Alba durante la resistenza. Milton è un partigiano, che ritorna nella casa dove ha frequentato, e amato segretamente, Fulvia, e apprende che la ragazza avrebbe avuto una relazione con Giorgio, diventato anche lui partigiano. Per sapere la verità si mette alla ricerca di Giorgio, il quale, nel frattempo, è stato catturato dai fascisti e rischia di essere fucilato. Milton cerca di fare un prigioniero per avere uno ostaggio da negoziare con i fascisti, non riesce in questa impresa e quindi ritorna alla villa ma viene inseguito dai fascisti, che si erano appostati nella casa. Il racconto può essere interpretato sotto molti punti di vista: la storia di amore di Milton per Fulvia, che travalica la passione politica, un > romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando Furioso e nello stesso tempo c’è la Resistenza così com’era, di dentro e di fuori (Italo Calvino prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno«, 1964); la guerra partigiana come tragedia esistenziale, che»nasce nelle selve, tra i fiumi, sulle colline, tra gli anfratti, i rigagnoli, i sentieri del suo Piemonte (Geno Pampaloni); la descrizione nuda e obiettiva della violenza come significato unico dei rapporti tra gli uomini, tema già presente nella raccolta di racconti «I ventitré giorni della città di Alba». Tutte queste interpretazioni sono possibili, perché, come ancora scriveva Italo Calvino: > è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché . A me piace, tuttavia, pensare che uno dei temi del libro sia la coesistenza della vita tipica della pace con un clima di guerra, che si estrinseca sia nella sopravvivenza del mondo dei sentimenti (la gelosia, l’amicizia, gli scherzi, i rancori tra vicini) che nell’abitudine alle condizioni imposte dalla violenza e dalla precarietà. Da questo punto di vista basti pensare all’episodio della stalla, nella quale riposa un gruppo di partigiani mentre una vecchietta lavora a maglia e un bambino prepara i compiti. > Presso l’uscio della cucina una vecchia sedeva su un seggino da bimbo e filava la conocchia. I suoi capelli apparivano della medesima materia del filato. Buona sera, signora, le disse Milton. Accanto alla vecchia un bambino inginocchiato su uno strato di sacchi stava scrivendo il compito su un mastello capovolto . La guerra è violenza e crudeltà ma gli uomini devono continuare a sopravvivere, devono cercare di conviverci. È questa la più profonda violenza della guerra. Il romanzo è splendido: lo stile è essenziale ma nel contempo suggestivo ed evocativo, soprattutto a motivo della descrizione del paesaggio e dell’ambiente.
I racconti di Franz Kafka
I racconti di Kafka sono generalmente brevi scritti, caratterizzati da una trama paradossale, da contenuti criptici e difficilmente comprensibili. Il racconto, senza dubbio, più importante è la Metamorfosi, che si può considerare un capolavoro sia sotto il profilo strettamente letterario che per quanto riguarda i contenuti. Gregor, un impiegato modello, si sveglia trasformato in un grande insetto, probabilmente in uno scarafaggio. Dapprima la famiglia è sbalordita, poi ha nei suoi confronti un moto di pietà e di compassione (in particolare la sorella) e infine subentra l’indifferenza e il disprezzo. Alla fine Gregor si lascia morire e i genitori e la sorella non si interessano neanche di dove è stato gettato il corpo. Il racconto può avere diversi significati. Innanzitutto, qual è la causa di questa trasformazione? È, forse, la rivolta di un ragazzo costretto, ancora giovane, a mantenere la famiglia (il padre, pieno di debiti, che non fa nulla, la sorella che vorrebbe fare la violinista) sotto il rigido e vessatorio controllo di un capo ufficio. Dopo la notte in cui avviene la trasformazione, alla mattina Gregor dovrebbe, come al solito, partire presto e il fatto che continui a restare in camera è considerato da tutti una dimostrazione di pigrizia, già essa una sfida alle regole della società. > Ma signor procuratore, gridò Gregor, abbia pazienza ancora un attimo. Però sto già molto meglio. Come può accadere una cosa simile! . È il tema di una società burocratica e vessatoria, che non accetta in alcun modo la rottura delle regole. Ma c’è, per me, un altro tema ancora più universale. Cosa succede quando una persona si ammala di una grave malattia? All’inizio tutti gli sono vicini, pieni di compassione e di bontà, poi pian piano le persone cominciano a estraniare il malato, a cambiargli le abitudini e l’arredamento, perché non è più necessario, sino a lasciarlo nell’indifferenza. Così succede a Gregor. All’inizio la sorella lo accudisce a differenza del padre, che sin dall’inizio lo respinge sino al punto di ferirlo gravemente. Poi la madre e la sorella decidono di liberare la stanza dai mobili così da rendere più facile per Gregor muoversi lungo le pareti (chiara dimostrazione di una bontà che non tiene conto della volontà del malato). Gregor non vuole, perché significa abbandonare la sua natura di uomo, di persona sana, e reagisce sino al punto di attaccarsi a un quadro per evitare che glielo portino via. Poi un giorno che la sorella suona il violino, Gregor, il grande insetto, è affascinato dal suono e vorrebbe avvicinarsi alla sorella per abbracciarla e farla suonare solo per lui. Viene invece respinto con crudeltà perché è un mostro. Non restano che la solitudine e la morte. Insieme con la trasformazione di Gregor, si attua un cambiamento nei parenti. Il padre riprende a lavorare e gira impettito nella sua divisa, la sorella fa la commessa e si veste con il colletto aperto, anche la madre lavora. Quando Gregor scompare si apre una nuova vita, dimentichi totalmente del congiunto che eppure li aveva così aiutati.
I racconti di Rainwater Pond
Siamo a Wexford, una contea situata nella parte nord-orientale dell'Irlanda e narrata da Billy Roche in numerosi lavori teatrali. Il luogo comune a tutti racconti è lo stagno di Rainwater: > un luogo oscuro e insidioso. Potevi lanciarci una monetina e guardarla entrare nell'acqua torbida, tornare a casa, prendere il tè, andare al cinema, ritornare per la seconda volta a casa, (...) e quella monetina era ancora lì che si inabissava mentre rientravi a casa per la cena . Il fascino oscuro dello stagno faceva sì che il protagonista di una delle storie più suggestive, «Uno non è un numero», un povero storpio emarginato e perseguitato dagli altri ragazzi, era convinto che «quel posto avesse delle proprietà magiche che potessero in qualche modo guarirlo», se avesse immerso il suo povero piede nell'acqua. E sempre soffermandoci su questo splendido racconto, deve essere proprio magico questo stagno se a un certo punto compare un sosia, quello che avrebbe voluto essere l'infelice storpio: > lui era l'altro me, il vero me, quello che mi viveva dentro, (...) bello, forte e in salute, con i capelli color grano e nessuna lentiggine, (...) un'abitudine elegante, pensai, e aveva una voce profonda che non usava mai troppo . Ed Evelyn, la ragazza invano amata dallo storpio, «se ne andò verso casa, fluttuando a un paio di centimetri da terra», e pareva una fata. E' avvenuta la metamorfosi del brutto ranocchio in un bel cigno bianco? Come in tutti i racconti, le vicende individuali si spengono, talvolta senza una chiara conclusione, in una banalità del vivere, come se fossimo tutti imprigionati nel nostro destino, in una quotidinatià prosaica, ristretta e immobile, e lo stagno di Rainwater è ad un tempo un luogo fisico e la metafora della nostra coscienza sofferente e incapace di liberarsi. Come pensa il protagonista nell'ultimo racconto, non a caso intitolato «Un luogo tranquillo», tutto quel agitarsi per avere una propria vita era stato solo > un misterioso scherzo del destino che, alla fine, aveva agito per il suo bene; e in quel momento era tutto finito, gli attori avevano rimesso in valigia i loro costumi ed erano ritornati alla vita di tutti giorni . Nella successione dei racconti emerge uno stacco, che separa la raccolta in due parti. Sino alla storia dello storpio e della sua disparata solitudine, un racconto lungo e articolato, predomina un realismo magico e ancestrale, che richiama Elsa Morante di «Menzogna e Sortilegio» e Anna Maria Ortese di «Il mare non bagna Napoli» e del «Cardillo addolorato» ( si vedano le recensioni in questo sito); talvolta traspare un bisogno di amore che dovrebbe compensare difetti fisici (come per la grassa Maggie) o aiutare a fuggire da una condizione infelice: si pensi allo splendido finale di «Le luci del Nord» dove la protagonista torna a casa e trova il marito deluso di vederla, senza traccia di sospetto né di gelosia: > lei sospirò tra sé e sé. Ora le era tutto più chiaro. Quella notte, dopo il tè, sarebbe salita per dipingere un ritratto di lui: un uomo solo seduto alla finestra, davanti un argenteo cielo notturno . A proposito, è una reazione ben diversa da quella della protagonista di Alba de Céspedes in «Da parte di lei» che uccide il marito perché indifferente e annoiato (si veda la recensione in questo sito). Nella seconda parte il ritmo narrativo diviene incalzante, i personaggi sembrano in un palcoscenico a recitare una commedia; la lettura scorre veloce, intrigante e facile, ma si disperde lentamente l'atmosfera fantastica dei primi racconti, persino lo stagno si dissolve sullo sfondo, perdendo quella presenza inquietante e misteriosa che dava fascino alla narrazione. Siamo distanti da altri scrittori irlandesi, con il loro lessico affascinante e suggestivo, talvolta incomprensibile, caratterizzati da una sintassi articolata spesso difficile: neologismi, suoni che paiono venire da altre lingue, diverse dell'inglese classico, lunghe frasi, digressioni e incisi. In questo caso i periodi sono brevi, con un ampio ricorso alla punteggiatura, come avviene spesso nella narrativa americana contemporanea. La traduzione è efficace nel dare il senso profondo dei racconti, anche se c'è da chiedersi se non abbia semplificato il lessico, come succede spesso. Forse la scrittura e la struttura narrativa risentono della prevalente impronta teatrale dell'autore. Perché leggerlo? Una riflessione sulla condizione umana partendo da un microcosmo.
I ragazzi del massacro
Fa impressione leggere questo romanzo alla luce di un recente fatto di cronaca, in cui un ragazzo ha pugnalato la sua professoressa di francese, scaricando su di lei un odio e una violenza che non vorremmo che albergassero in un adolescente. Siamo negli anni'60, in una >, ma già convulsa da un traffico >. In questa città così diversa dall'attuale si è perpetuato un orrendo delitto: undici ragazzi hanno stuprato, picchiato, seviziato e infine ammazzato un'esile maestrina di una scuola serale. È vero sono già piccoli criminali: alcuni figli di "onesti genitori", altri con padri in carcere e madri prostitute, ma tutti conosciuti dalla polizia per atti di violenza, piccoli furti, abuso dell'alcol. Per il commissario capo è un caso semplice: sono tutti colpevoli e l'importante è liberarsi il prima possibile di questa "marmaglia", passando la questione al giudice istruttore, al riformatorio e al carcere. Non è così per Duca Lamberti, il protagonista dei romanzi polizieschi di Scerbanenco (si veda la recensione di "Venere Privata" in questo sito): uno strano poliziotto cui >. Lo insospettisce che dicano tutti la stessa cosa, >. È una linea di difesa troppo abile e per di più portata avanti da tutti, quasi che fosse stata concordata. >, così conclude Duca Lamberti. Da qui si dipana un'indagine poliziesca che non è fatta di abili e sottili ricostruzioni, che mettono in difficoltà gli indagati, li costringono a confessare; né la ricerca si dissolve in analisi sociologiche o in occasioni per narrare la vita del protagonista. Tutto resta sullo sfondo. Solo talvolta ci sono alcune brevi pennellate di una Milano che avrebbe voluto restare quella di fine ottocento, con le sue osterie, ancora "trani" e non ancora bar, in cui gli ubriachi >. E i sentimenti compaiono di sfuggita, timidi, con piccoli gesti: >. L'approccio di Duca Lamberti nasce dall'empatia che sente per quei ragazzi, per alcuni di essi almeno. Con essi cerca di creare una relazione di "cura" che li spinga ad aprirsi, non per paura della polizia, ma perché comprendano il male che hanno compiuto: un male devastante innanzitutto per loro. Non è che l'operazione gli riesce del tutto: il primo ragazzo, un piccolo e fragile omosessuale, si uccide, distrutto dalla colpa; l'altro, il quattordicenne Carolino Marassi, orfano e ladruncolo, rischia di venire ucciso. Duca Lamberti commette errori, spesso è depresso dinanzi a tante crudeltà, è scoraggiato quando Carolino scappa, tradendo la fiducia riposta in lui. >. Rinchiuso in un genere letterario, quello del Noir, tradizionalmente considerato di secondo livello, Scerbanenco non è tra i grandi scrittori del secondo Novecento. A ciò, forse, ha contribuito pure lo stile asciutto, conciso, senza fronzoli, spesso confuso con povertà letteraria. Tutt'altro, lo stile di Scerbanenco è frutto di una ricerca dell'essenzialità, che si riflette nella trama, mirabilmente priva di ridondanze, e nella scrittura e nel lessico. Non bisogna distrarsi con inutili divagazioni: la storia e i "ragazzi del massacro" parlano da soli. Essi raccontano della nostra società, e dell'abbandono, più di tante analisi sociologiche o moralistiche considerazioni. Allo scrittore spetta solo il compito di narrare la loro disperazione, facendosene carico. Perché leggerlo? Splendido noir, intenso romanzo sociale.
Il Re del Mare
il libro è articolato in due parti. Nella prima parte si narra l’avventura di Yanes che va a salvare Tremal-Naik e sua figlia Darma. L’ambiente è quello del Borneo, ricco di strani animali e di un contesto esotico. I colpi di scena si succedono uno dopo l’altro ma emerge un non so che di artefatto e di ripetitivo, che rende noiosa la lettura. Questa parte del libro si chiude con unʼulteriore sorpresa: il terribile capo dei Tughs ha avuto un figlio e questʼultimo vuole vendicare la morte del padre e per questo si è alleato con gli inglesi per sconfiggere Sandokan. L’isola di Mompracen è stata conquistata e i pirati della Malesia decidono di dichiarare guerra all’Inghilterra. Nella seconda parte compare il vero protagonista, che è l’incrociatore Re del Mare, con il quale i tigrotti scorazzano, combattono e vincono. Ritornano le scene di mare, di un mare tempestoso e di coste inaccessibili. E compare una storia dʼamore impossibile, quella tra Darma e il figlio del terribile Tugh. Il racconto diviene più articolato ed episodi di combattimento si alternano a momenti colloquiali, che conducono pian piano a creare una sorta di amicizia tra il figlio del Terribile Tugh e i capi dei pirati. Come nel Corsaro Nero, ci si aspetterebbe una fine triste; anzi in questo caso si arriva al punto che Sandokan e Yanes potrebbero essere sconfitti, morire o essere fatti prigionieri. In particolare Sandokan è stanco, non è più l’uomo di un tempo, è meno marmoreo di quanto è apparso negli altri romanzi. Ma alla fine c’è il colpo di scena: l’amore trionfa e per amore il figlio del terribile Tugh capisce che non ha senso vendicarsi, anche perché così facendo perderebbe l’amata. I capi dei pirati vengono liberati. A differenza degli altri libri del ciclo della Malesia si è di fronte a una caduta di vigore nel ritmo narrativo (tant’è vero che l’autore utilizza a piene mani le sue tecniche collaudate senza alcuna innovazione) e anche la descrizione del contesto (il mare e la foresta) appare marginale nel racconto. Emerge, tuttavia, un tema che non era presente negli altri romanzi: quello della tecnologia, impersonato dalla potenza dell’incrociatore e dall’ingresso nel racconto di un inventore, che può provocare una esplosione a distanza. La tecnologia rende obsoleti Sandokan e Yanes: il loro ciclo vitale è terminato perché il mondo è cambiato, non è un caso che a sconfiggerli siano quattro incrociatori, anch’essi potenti e veloci. Ma la tecnologia ha le sue fragilità: il Re del Mare naviga con l’incubo di non trovare carbone per alimentare le caldaie e l’inventore muore, colpito da una semplice granata. Il mondo della vela scompare ma le nuove tecnologie danno agli "eroi" minore autonomia e indipendenza.
La regina dei caraibi
Il romanzo è la continuazione del Corsaro Nero. Il pirata è sempre alla ricerca dell’odiato duca Wan Gould e il libro si sviluppa in una serie di combattimenti e di avventure, intervallate da lunghe e affascinanti descrizioni della foresta caraibica. Il duca muore con la sua nave e alla fine il pirata ritrova la sua amata, Honorata, diventata regina dei cannibali. Il libro presenta una struttura molto complessa e si evolve su diversi piani, con l’ingresso di nuovi personaggi. Al centro del romanzo sta il fatalismo del Corsaro Nero, ormai convinto di essere condannato all’infelicità e di portare dolore anche agli altri. In un colloquio con Yara, la giovane indiana che resterà uccisa dagli spagnoli, il pirata confessa la sua convinzione di essere predestinato a portare sventura alle donne: > Non si può amare il Corsaro Nero, fanciulla. Io porto sventura alle donne che mi avvicinano. Tu l’hai veduto! e ancora, dopo la morte di Yara, > io sono fatale a tutti – disse con voce cupa - abbiate cura di questa fanciulla, marchesa . D’altra parte, il sentimento della vendetta sommerge il Corsaro Nero e costituisce un destino al quale non può sfuggire, anche volendo. Nel colloquio con la marchesa di Bermejo (un nuovo e splendido personaggio di Salgari), alla domanda di che cosa farebbe del duca se Honorata fosse viva, il Corsaro Nero risponde > credete voi, signora, che le anime dei miei fratelli siano placate? Quando il mare diventa fosforescente il Corsaro Rosso e il Verde, le vittime del duca, rimontano a galla: essi chiedono vendetta. Quando l’uragano viene dall’Oriente, in mezzo alle urla del vento, io odo una voce che viene dalle spiagge della Fiandra: è quella di mio fratello maggiore, assassinato a tradimento dal duca e quella voce chiede pure vendetta . Anche nel momento in cui incontra Honorata, che finalmente può amare in quanto il duca è morto, il Corsaro Nero vagheggia la morte («Sì la morte, l’oblìo!») e la cupa depressione è tale che gli pare di vedere i morti che lo chiamano ( > Guardali, Honorata, guardali... Ecco il Corsaro Verde... ecco il Rosso... ecco tuo padre... e anche l’altro mio fratello ucciso sulle terre della Fiandra... ) e il pirata vorrebbe raggiungerli («Vengo!... Fratelli!... Vengo!»). Solo l’amore lo salva e alla domanda del Corsaro Nero se scegliere tra la vita e la morte, Honorata risponde con un filo di voce «l’amor tuo». Accanto a questa lotta tra l’odio e l’amore, si muovono i personaggi collaterali al Corsaro Nero ma di fatto centrali nel romanzo: in particolare, i suoi compagni, Carmaux, Wan Stiller e Moko, che curano con un amore fraterno il Corsaro Nero e danno al romanzo un brio abbassandone la drammaticità: espediente estremamente moderno e fondamentale nel dare al libro ritmo e piacere di lettura. Anche la natura emerge come una grande protagonista: una natura rigogliosa, ricca di animali fantastici, in particolare gli uccelli e i rettili, che Salgari descrive con estrema attenzione e con il desiderio di svagarsi e di dimenticare la disperazione dominante nella figura del Corsaro Nero. Dire che si è di fronte a un gusto dell’esotismo significa dimenticare il contrasto tra l’ambiente circostante e i sentimenti del pirata: la descrizione dell’ambiente ha il tono della fuga e del riposo. L’ultimo tema del romanzo è costituito dai combattimenti e in particolare dalle battaglie navali e dai naufragi, il mare è un altro protagonista e splendide sono le pagine che descrivono lo scontro tra la Folgore (l’amata Folgore!) e le navi del duca. Il libro è perfetto, sia sotto il punto di vista del ritmo che dei protagonisti e della trama.
Regina di fiori e di perle
L’io narrante è una bambina, poi adolescente e quindi giovane donna, che racconta come è diventata «cantora» delle vicende del suo popolo (lʼEtiopia) e degli italiani, quando questi ultimi hanno conquistato il suo paese. L’avvio del libro è il racconto da parte del bisnonno della nascita della nonna della bambina durante la resistenza contro gli italiani e della morte cruenta dei genitori, un uomo italiano e una donna etiope. Il libro quindi ha come partenza un atto di grande amore, che lega i due popoli, ma emerge sin dall’inizio la crudeltà delle leggi razziali, che impedivano a un italiano di sposare una donna etiope. Il vecchio si fa promettere dalla bambina che racconterà queste storie cosicchè possa rimanere un ricordo per il futuro. La bambina diventa un adolescente, dimentica la promessa e decide di andare a studiare in Italia, a Bologna. Ormai ventitreenne ritorna in Etiopia alla notizia della morte del vecchio, ma giunge troppo tardi per partecipare al lutto collettivo, che tradizionalmente accompagna i funerali di un defunto. Rimane così sospesa con un dolore interiore, che non riesce a esprimersi, e con un senso di diversità verso gli altri che la percepiscono ormai come una forestiera. Il trisavolo aveva lasciato come un ultimo desiderio che la ragazza andasse a pregare presso un importante Santuario. La parte centrale del libro si svolge, quindi, in sei giorni durante i quali la ragazza va al monastero, incontra un anziano eremita e soprattutto, nella sua attesa, ascolta le storie di donne, storie relative all’incontro, tragico e complesso, tra l’Etiopia e l’Italia. Pian piano la ragazza riesce a elaborare il lutto e a capire che il suo destino è di rispondere a quanto chiedevano i suoi anziani: «sarai la nostra cantora». Uno dei temi centrali del libro è senza dubbio il colonialismo italiano, le sue crudeltà e aberrazioni: particolarmente tragiche sono le pagine che raccontano del massacro effettuato dagli italiani a seguito dell’attentato a Graziani. Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre il libro solo a questo tema. In realtà la struttura narrativa del racconto è molto complessa ed emergono almeno tre tratti distintivi:la coralità, che viene data dalla raccolta di racconti, che costituiscono il cuore del libro. Poco dice la narratrice di se stessa (anche se è l’io narrante), in quanto ciò che interessa non è né l’introspezione dei sentimenti nè l’angoscia esistenziale, ma il libro vuole essere un punto progressivo di accumulo della storia di due popoli;la ricchezza dei temi, che va dall’elaborazione del lutto, alla perdita delle radici di chi è in bilico tra due culture, della contrapposizione dei valori comunitari rispetto alla solitudine dell’uomo moderno. In questo senso il vero contesto del racconto è l’Italia, che viene interpretata secondo un angolo di visuale che è quello di chi viene da unʼaltra cultura: emerge un paese al quale sono propri i colori dell’autunno, il grigiore, il soliloquio e l’abbandono, il rimpianto del passato;lo stile narrativo, asciutto, pur nella ricchezza del vocabolario, che si stacca positivamente rispetto alle verbosità di molti scrittori italiani.
Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio
Lʼedizione italiana è una revisione, sempre a cura dellʼautore, della prima pubblicazione in arabo del 2003, che aveva un altro titolo: «come farti allattare dalla lupa senza che ti morda». I due titoli, in italiano e in arabo, costituiscono due possibili chiavi di lettura del libro. Lʼambiente è piazza Vittorio a Roma, luogo multiculturale per eccellenza, ed in particolare un condominio, dove vivono diversi personaggi: dalla portinaia napoletana ad un triste professore universitario di Milano sino ad un giovane olandese, appassionato del neo realismo italiano. Intorno al condominio si muove una umanità multiforme, che, pur nelle incomprensioni reciproche e nelle differenze culturali e linguistiche, condivide un unico giudizio: la stima e la fiducia in Amedeo. Egli appare, e ci appare, come lʼitaliano che tutti vorremmo che fossimo in una società multiculturale: colti, gentili, educati, tolleranti e pronti ad aiutare a prescindere dal colore della pelle, dalla religione e dalla nazionalità di provenienza. Sono questi i motivi per cui tutti rifiutano lʼidea che Amadeo possa avere commesso un omicidio, e per giunta nellʼascensore del condominio, che non usava per rispetto verso la portinaia. > Mi ha guardato con un sorriso e mi ha detto: ho cambiato idea, vado a piedi. Non credevo alle mie orecchie e mi sono domandata: ancora ci sono degli uomini che rispettano le femmine in questo paese? . Ma è ancora più incredibile è che tutti, italiani e stranieri, si stupiscono che Amedeo non sia italiano. In fondo gli stranieri sono tutti maleducati ed ignoranti. Ma chi è Amedeo? E questa è la seconda chiave di lettura. Amedeo, con il suo perfetto italiano, con la sua vasta conoscenza di Roma, è in realtà Ahmed, un algerino, che è fuggito dal suo paese dopo che gli è stata trucidata la fidanzata. La sua è una fuga dallʼorrore del passato, da un mondo che vuole abbandonare, anche con la mente. A Roma ha trovato Stefania, ingenua, idealista e curiosa, e si è innamorato di piazza Vittorio, della suo scontro di civiltà. > A Roma cʼè la Stazione Termini. Termini vuol dire che il viaggio è finito. Questa città ha qualcosa di strano. È molto difficile andarsene. Forse lʼacqua delle sue fontane si è mescolata con una sostanza particolare che ha origini stregonesche . Ma Roma ti può anche far del male, con le sue regole burocratiche, con la freddezza e la violenza di una società in decadenza, ormai priva di solidarietà umana. Ahmed, in fondo, non vuole essere né italiano né algerino: vorrebbe essere solo Ahmed. Dʼaltra parte solo sua è la memoria del passato, le cui ferite si devono curare in solitudine. > Oh mia ferita aperta che non guarirai mai! Non ho consolazione al di fuori dellʼululato . Il pregio fondamentale del libro è la scrittura. Intanto un idea felice è lʼalternanza tra la descrizione delle vicende da parte dei diversi personaggi, così da mettere in risalto i differenti punti di vista, e le note autobiografiche, in forma di diario, di Amedeo/Ahmed. Esse sono introspettive, quasi la narrazione di un percorso personale, di liberazione dal passato e di scoperta del futuro. Inoltre, lo stile affettuosamente ironico contribuisce non poco a non cadere in moralismi o in pseudo analisi sociologiche, quando vengono narrati il razzismo latente negli italiani ( secondo la classica piramide Nord - Sud dʼItalia - Sud del mondo), la disperazione e la nostalgia degli stranieri, nonché la freddezza e la durezza della vita italiana. Il profilo dei personaggi è tratteggiato in modo così attento alla specificità di ciascuno, sia esso italiano che straniero, da far emergere una moltitudine di luci e di ombre, piuttosto che quel bipolarismo ( italiano - straniero, buono - cattivo) che tanti media vorrebbero imporre alla società italiana, pur refrattaria. Perché leggerlo? Leggero, divertente, ma profondo.
Lo scrigno delle sequenze
Il libro è ambientato nell’anno 900 e racconta le vicende di un giovane, che è stato educato da una contessa. Il ragazzo, senza saperlo, uccide il padre e, al capezzale della contessa, legge alcune lettere che gli fanno comprendere la sua vita. Il libro è molto piacevole, viene descritto molto bene l’ambiente difficile del medioevo, anche con alcune ambientazioni della vita familiare e del contesto domestico.
Il segreto del bosco vecchio
All'inizio del racconto Dino Buzzati immagina che un abate dell'ottocento «con notizie succinte e molto chiare» parli di «una mirabile visione» alla vista del bosco vecchio; in una nota a piè pagina l'autore osserva come alcuni uomini colgano i segreti del bosco, li avvertono di «natura», altri non avranno mai questa sensibilità, > e passeranno impassibili (...) lungo le tenebrose foreste, senza neppure sospettare ciò che là dentro succede . La comunanza con gli alberi, la capacità di coglierne la magia sono proprie dei bambini; come spiega Bernardo, il gene-albero che si è assunto il gravoso compito di interloquire con gli adulti, > a una certa età tutti voi, uomini, cambiate. Non rimane più niente di quello che eravate da piccoli. Diventate irriconoscibili . L'età adulta fa perdere la qualità di sentirsi parte del tutto, di giocare nel bosco, insieme con gli animali, di capire il canto degli uccelli, di percepire e distinguere la variopinta e grandiosa orchestra dei suoni della foresta. Poiché gli adulti non ameranno mai la natura, il genio Bernardo è diventato amico del vecchio proprietario, persuadendolo a lasciare intatto il bosco vecchio. Che fatica trascorrere le serate in lunghe partite a carta, in noiose conversazioni mentre > entrava dalla finestra, con il profumo di preziosissime resine, la voce profonda dei suoi fratelli, che cantavano spensierati ! La situazione cambia quando muore il vecchio proprietario ed arriva il nuovo padrone. Procolo, colonnello in pensione, è un uomo rigido, cupo, solo e refrattario ad ogni comunanza con il bosco, quest'ultimo visto come un'opportunità di sfruttamento. Non è che sia avido, è soltanto un'anima meschina, e chi non è generoso come fa a trovare piacere dai brusii e dagli odori del bosco? Si allea con il vento Matteo per piegare i geni-alberi e costringerli a lavorare per lui nello sfruttamento della foresta, uccide la gazza che fa sentinella alla casa per poi precipitare nel silenzio della notte, chiuso nei suoi incubi. Infelice e cattivo, vuole liberarsi del piccolo Benvenuto, erede del bosco e di cui è tutore; con l'aiuto del vento Matteo, non esita ad abbandonare il bambino in aree selvagge del bosco, dove Benvenuto sarebbe sicuramente morto. Non ci riesce, crede che nessuno conosca il proposito omicida. Ma quando si inoltra nel folto della foresta, > ecco il canto degli uccelli affievolirsi, fuggire gli scoiattoli e i ghiri, farsi silenzio sulle rame e talora anche comparire nel cielo sinistri nuvoloni. (...) Evidentemente egli stonava in quel felice angolo di selva, evidentemente alberi e uccelli non lo potevano soffrire . Pure la sua ombra lo lascia, tanto è disgustata dall'aridità del compagno di tutta la vita. Procolo è solo. Eppure, pian piano, riluttante e sorpreso, in una notte insonne Procolo riconobbe i rumori della foresta. Ne contò quindici, meticolosamente annotati uno per uno. > Ma due e tre volte, quella notte, ci fu anche il vero silenzio, il solenne silenzio degli antichi boschi, non comparabile con nessun altro al mondo e che pochissimi uomini hanno udito . E la bontà che è in tutti gli esseri umani finalmente si libera della rappresentazione di sé, di quel «falso io» che lo aveva accompagnato tutta la vita. Procolo muore ma si salva. Il racconto di Buzzati può essere interpretato come una affascinante metafora dell'anima umana, dove il bosco non è «la selva oscura» di Dante ma una sorta di paradiso scintoista nel quale gli alberi sono geni benevoli e i venti forze oscure ostili: una raffigurazione, insomma, del complesso groviglio della coscienza. Io preferisco interpretare «il segreto del bosco vecchio» in modo letterale, una grande favola della foresta, senza secondi significati. Cresciuto da genitori che amavano la montagna e che mi fecero trascorrere lunghe estati nel verde delle Alpi, camminare fra gli alberi ha fatto parte della mia vita, senza che ne capissi le ragioni. La lettura del racconto di Buzzati mi ha fatto comprendere la mia passione. Ed è proprio per questo che lo accosto a Petrarca, pur rendendomi conto di quanto ardito sia il legame. Quando Francesco Petrarca narra le sue passeggiate in Provenza e in Toscana, comprendo il sentimento che mi anima quando pure io procedo nella foresta: il desiderio di distacco dalla frenesia del mondo, il ritrovarsi con se stesso, solitario, silenzioso, concentrato nell'attività fisica, permeato della vitalità degli alberi, cosciente del legame fra tutti gli esseri viventi. Spesso vagabondando libero e senza meta tra le luci e i rumori della foresta mi vengono in mente i versi del Canto XXXV del Canzoniere: > solo et pensoso i più deserti campi/vo mesurando a passi tardi et lenti,/et gli occhi porto per fuggire intenti/ove vestigio human l'arena stampi .
Il sentiero dei nidi di ragno
È il primo romanzo di Calvino. Il protagonista è un ragazzino, Pin, che vive unʼesperienza che lo fa crescere rapidamente. L’ambiente è la riviera ligure durante la guerra partigiana. Pin vive con la sorella, che fa la prostituta e collabora con i tedeschi. Il ragazzo va all’osteria e frequenta i grandi, che parlano di donne e bevono il vino. Gli uomini dell’osteria convincono Pin a rubare una pistola a un tedesco, che frequenta la sorella. Il ragazzo nasconde la pistola presso le tane che lui immagina costruiscono i ragni. Viene imprigionato, scappa e va dai partigiani, dove assiste sempre alle vicende dei grandi: la violenza, il tradimento, l’amore, le bugie. Scappa dai partigiani e incontra uno di essi, il Cugino, che una volta l’ha preso per mano quando Pin era solo e abbandonato. Ha fiducia in lui e gli rivela dove vive la sorella. In realtà il Cugino vuole saperlo per andarla ad ammazzare. Pin viene di nuovo tradito e si trova solo, abbandonato da tutti. Malgrado l’apparente realismo, si tratta di un romanzo «fantastico». La vera storia è quella dell’infanzia e del suo incontro con il mondo dei grandi. Pin fa discorsi da grande ma è ancora un bambino e cerca l’affetto e l’amicizia. Ma in realtà la trova solo nel paesaggio, nei nidi di ragno, in un mondo fantastico.
Serpenti nel Paradiso; Riti di Morte
I romanzi, ambientati a Barcellona, hanno come protagonista l’ispettore Petra Delicado, che affronta una serie di indagini poliziesche insieme con il suo collaboratore, il vice ispettore Fermìn Garzon. I due poliziotti non esprimono grandi capacità di indagine, inseguendo molte direzioni e spesso trascurando alcuni indizi fondamentali. In realtà prevalgono sempre le vicende personali. In «Riti di Morte» viene affidata finalmente un’indagine a Petra Delicado, che, ancora sotto pressione per due matrimoni falliti, trasferisce nell’inchiesta un’aggressività tale da pregiudicare in molti casi gli interrogatori, tendendo anche a operare spesso con scarsa lucidità. Nei «Serpenti nel Paradiso» è invece la nostalgia per una vita diversa (fatta di un menage familiare ordinato, di una bella casa e soprattutto di figli) che conduce Petra Delicado a farsi irretire dal colpevole tanto da non portare avanti nessun filone di indagine e di trascurare un indizio importante. In realtà la trama poliziesca è in fondo l’occasione per dipingere vicende e situazioni sempre caratterizzate da una profonda solitudine e da una sostanziale falsità nelle relazioni personali. Si tratta d’altra parte di due lati del problema esistenziale che sembrano in contraddizione reciproca: per vivere rapporti sinceri e onesti bisogna vivere in solitudine. Barcellona è solo sullo sfondo, quasi inesistente. La scrittrice si affida ai dialoghi e a brevi descrizioni dei contesti nei quali si muovono i personaggi, ma mancano tutti quei riferimenti sociologici e quelle digressioni che sono tipiche dei libri di Montalbàn. Certe ambientazioni, il ritmo narrativo, la descrizione dei personaggi ricordano il romanzo poliziesco americano, in particolare quello di Raymond Chandler.
Lo smeraldo
L’autore incontra a New York uno strano personaggio, un esperto di pietre o forse un mago, che lo convince ad andare in un paese francese, dove potrà trovare uno smeraldo che gli svelerà il suo futuro. L’autore si convince, in parte incuriosito da quanto gli racconta questo strano personaggio, in parte perché spera di ritrovare un suo antico amore, Mariolina, e di potersi presentare con un gioiello di grande valore. Arrivato nel villaggio francese, va ad alloggiare in un vecchio albergo, dove si addormenta e gli pare di fare uno strano sogno. Vede il paese dove vive, Tellaro, vicino a La Spezia, molto diverso da quanto si ricorda e non riconosce più la gente: > è come se fossero tutti nuovi: degli altri. Ed è come se fossi un altro io stesso . Nel sogno è in realtà un pittore, che si chiama Andrea Tellarini, e vive in una casa isolata con un cane. Una persona che viene a fargli visita gli porta il messaggio che in un villaggio francese (lo stesso dove in realtà alloggia), ha avuto un’eredità e deve quindi andarci. Si rende sempre più conto che vive in uno strano mondo, dove, a seguito della terza guerra mondiale, il globo è diviso in due confederazioni, quella del Nord, dominata dai russi, tecnologica ed efficientista, e quella del Sud, dominata dagli arabi e dai cinesi, levantina e contadina. Entrambe le due confederazioni sono dittature, due stati polizieschi nei quali predominano le forze militari e i servizi segreti. Tra le due confederazioni c’è una Linea, che passa tendenzialmente per la Toscana del Sud e per Roma, che non si può superare perché è inquinata e quindi mortale. Il pittore vive nel Nord in uno stato dittatoriale, dove tutti sono stipendiati dallo Stato, non possono muoversi e non esiste più il cinema. Ottiene il permesso per andare nel villaggio francese, dove riceve in eredità un grande smeraldo, che decide di usare per andare a cercare Mariolina. Essa però vive nel Sud e si deve quindi superare la Linea. Si mette in viaggio insieme con il figlio (nel sogno ha scoperto di avere un figlio). La Linea non è più inquinata e a Roma incontra degli zingari che raccolgono i tesori della città abbandonata e li vendono a un camionista (in realtà una spia), che li porta al Sud, a Napoli. Il pittore riesce ad arrivare a Napoli insieme con il camionista, con il quale è indotto ad avere un rapporto omosessuale. A Napoli incontra nuovamente Mariolina ma scopre anche che lo smeraldo è falso. Il suo progetto di diventare ricco e di riconquistare Mariolina è fallito e anzi viene coinvolto in uno scontro di potere tra gli amici di Mariolina e i nemici di quest’ultima, di cui il camionista è una spia. La stessa Mariolina si rivela una donna avida e assettata di potere. Catturato dai nemici di Mariolina viene condotto a Roma e viene coinvolto in uno scontro di fuoco con gli zingari: il sogno si interrompe improvvisamente in quanto la moglie, chiamata dall’albergatore, lo sveglia. Di fatto non avrebbe dormito e sognato, ma avrebbe scritto il sogno per quindici giorni senza dormire e senza mangiare. Si tratta di un romanzo fantastico, che è tutto giocato sull’espediente del sogno, come occasione per unʼesplosione degli incubi, dei desideri e delle paure verso il futuro. > Io, questo sogno, lo stavo costruendo, complicando, imbrogliando, sdoppiando: un sogno capzioso avventuroso fantastico ferico: io, questo sogno, lo stavo sognando solo per toccare un frammento della mia meschina realtà, del mio piccolo io. Chissà, forse non era nemmeno un sogno: ma un delirio pieno di contraddizioni insuperabili e tormentose . Il sogno era comunque la scoperta su una vita bollente. > Nel mio sogno di scoperta non volevo andare oltre. Meglio fermarsi qui, mi dicevo. Meglio svegliarsi in tempo e ridormire, dopo, senza sogni o con blandi sogni che non si ricordano e che non vale la pena di ricordare . Nel romanzo sono presenti diversi temi:un futuro crudele, dominato da dittature militari o banditesche: la tecnologia ha condotto, infine, alla distruzione del sistema politico occidentale e al suo travolgimento in stati non di diritto. Questo sconvolgimento può essere l’inizio di un nuovo rinascimento, proprio perché ha distrutto una cultura che era ormai in disfacimento. Sono interessanti, a questo proposito, le considerazioni sul cinema. > Tutta quella sovrapposizione di tecniche, quell’impasto, quel miscuglio elaborato di recitazione, danza, dramma, scenografie, luci, colori, gemiti: quel colossale imbroglio manieristico, pubblicitario, volgarmente scientifico si è rivelato, oggi, come un prodotto tipico, anzi emblematico ed esclusivo, della defunta società industriale e consumistica . > Se c’è una speranza di pace e di affratellamento col Sud, questa speranza è riposta nel nostro rinato e inconsapevole senso dell’arte ;il recupero di un mondo primitivo e semplice, che è quello degli zingari. Non è un caso che essi vivano in una Roma, spettrale eppure viva. > Mi fermavo sul ciglio e guardavo intorno intorno, vicino e lontano, altre valli e altri colli; contemplavo, impaurito e affascinato, quelle orribili alpe dalle pareti tutte sforacchiate, quella strana natura, e quella materia… Erano gusci di vecchie conchiglie, erano occhiaie vuote di teschi, da cui si fosse ritratta per sempre la mollezza, la mobilità, l’intelligenza della vita. Ed a un tratto capii. Erano le cavità dove entrava il desiderio della vita e da cui la vita stessa usciva: morte, però, adesso, morte; immagini materiali di un finale sarcasmo . All’interno di un stile D’annunziano, l’autore riflette sulla trasformazione della vita, che trova nella distruzione della città da parte della natura, nel suo abbandono, gli elementi di partenza per la rinascita. Ma non è la società che la farà rivivere, sarà quella degli uomini semplici, di un popolo, quello degli zingari, che ha rifiutato la società industriale e consumistica;le diverse dimensioni di vita. In realtà l’autore sta vivendo in un’altra dimensione, non tanto in ciò che avrebbe voluto essere, ma nella realtà e nel personaggio, che poteva essere. Esiste la possibilità di un’altra vita? Esistono altri mondi dentro di noi, nei quali gli incubi ma anche le aspirazioni potrebbero essere realizzate? Il sogno dell’autore è la costruzione dell’altro mondo, dell’altra vita che l’autore poteva vivere. Il sogno si è interrotto proprio > per non vedere più, per non sapere quello che c’era in fondo a tutta la mia storia . Per Paolo Pasolini, la scrittura di Soldati > è priva di ogni vischiosità, cioè a tenere attaccato a sé il lettore, a possederlo, ad esercitare su di lui un’inconfessata autorità . Pasolini parla di leggerezza e di continuo rimando a qualcosʼaltro, a un’alternativa. L’espediente del sogno permette all’autore di giocare senza spiegare: per esempio, che cosa significava lo smeraldo? Che senso aveva tutta la vicenda rispetto all’avvio del racconto? Come ha scritto nella lettera a Soldati l’amico Enzo Giachino, > sono persuaso che lettore più colto e sottile saprebbe svelare il senso celato di tanti episodi, che a me sfugge .
La stella dell'Araucania
La stella di Araucania è la giovane Mariquita, «dʼuna bellezza meravigliosa», che tra i due cugini, Piotre ed Alonzo, ha scelto il secondo, perché più gentile ed elegante dellʼaltro, rude e burbero. La sorte vuole che Alonzo naufraghi nelle selvagge Terre del Fuoco e solo la nave di Piotre può affrontare il mare nel terribile inverno dello stretto di Magellano. In un drammatico incontro, che si svolge nientedimeno durante la caccia ai condor, Mariquita è costretta ad un patto doloroso: promettere a Piotre di sposarlo se lʼuomo mette a disposizione la sua nave e la sua capacità di capitano per andare a salvare Alonzo. La spedizione prende le mosse da un ricatto, quello di Piotre nei confronti della giovane, che vive in unʼangoscia profonda, perché la salvezza di Alonzo la costringerà ad un matrimonio non desiderato. I sentimenti cambiano radicalmente quando Mariquita scopre il coraggio e la rettitudine di Piotre: prima nella navigazione in mezzo al mare tempestoso e ad enormi iceberg, poi nello scontro furibondo con gli antropofagi, che abitano la Terra del Fuoco. Come in tutti i libri di Salgari si susseguono i colpi di scena, ma in questo racconto si assiste anche ad un interessante rovesciamento di personalità, emblematico di come la lontananza dalla civiltà sveli il vero carattere dellʼuomo. Alonzo è diventato il capo della tribù di antropofagi e accetta che i marinai di Piotre vengano uccisi e mangiati dai selvaggi. Anzi sarebbe disponibile a dare in pasto lo stesso cugino così da liberarsi del rivale. > Io non riconosco più lʼAlonzo di un tempo, disse Mariquita,... si direbbe che al contatto continuo con questi miserabili selvaggi gli si è indurito il cuore!... Alonzo, tu mi fai paura! . È evidente che la scelta di Mariquita di rompere il fidanzamento e di sposare Piotre è adesso giustificata anche dallʼinfamia di Alonzo, il cui destino non può che concludersi con la morte in un drammatico duello con il cugino nelle fredde acque antartiche. In realtà la figura di Mariquita resta sempre sullo sfondo, trascinata dagli eventi e dal mutare dei sentimenti. Il vero protagonista del romanzo è Piotre, che viene introdotto da Salgari in modo tale da mettere in risalto il conflitto interiore di questʼuomo: > gli occhi color dʼacciaio che avevano un certo lampo selvaggio e che tradivano un non so che di ruvidezza, ma anche di tristezza . Lʼorgoglio lo porterebbe a respingere Mariquita, ma lʼamore gli fa accettare di sposarla anche senza essere ricambiato. E sono i pericoli che devono affrontare insieme ( nei quali anche Mariquita dimostra di essere una donna ardita e vigorosa) e i sempre più frequenti contatti fisici, che sciolgono lʼanimo di Piotre e pongono le basi di un innamoramento, che non è più figlio dellʼorgoglio e del rancore. Durante la fuga dagli antropofagi, Salgari scrive alcune frasi che ricordano la sensualità di DʼAnnunzio: > e si stringeva sempre più al petto Mariquita, con una specie di frenesia, correndo alla disperata... quando i capelli della giovane araucana, che si erano sciolti in quella pazza corsa, lo sferzavano in viso, o gli attortigliavano attorno al collo, alzava gli occhi e la guardava sorridendo, felice di poter stringere al petto quella donna che tanto aveva amato . Dʼaltra parte > Mariquita, appoggiata sul largo petto del baleniere, colle sue mani strette al poderoso collo di lui, lo guardava con ammirazione . La narrazione di questo innamoramento, che ha origine nel valore di Piotre e nel suo rinascimento, sarebbe banale e sdolcinata se non fosse inquadrata nella Terra del Fuoco. In questo romanzo lʼambiente non fa da scenario alle avventure, ma irrompe con prepotenza, diventando esso stesso protagonista. Non è solo lʼoccasione per pagine avvincenti, tra le più belle il passaggio della nave di Piotre tra due giganteschi iceberg che stanno congiungendosi con effetti distruttivi sullʼimbarcazione. La descrizione della Terra del Fuoco dà origine ad un racconto fantastico, incredibile, avvincente di un mondo popolato da una moltitudine di uccelli, di pianure erbose, «coperte per la maggior parte di muschio», di grandi boschi e di coste rocciose e inaccessibili. Anche gli abitanti sono mirabolanti, o giganteschi o bassissimi, ma sempre orridi. Perché leggerlo? Non so bene perché sia considerato uno dei romanzi minori di Salgari. In realtà si legge di un fiato e si conoscono terre e personaggi sconvolgenti.
Le Stelle Fredde
Si tratta di un libro molto complesso, sotto certi aspetti di difficile interpretazione e con forti connotati filosofici. Il protagonista, un pubblicitario, decide di abbandonare il lavoro e la città per cambiare vita, ritornando in campagna dove possiede una casa. Al momento di prendere la decisione, il medico che lo ha in cura gli fa conoscere una bambina, del tutto normale e molto intelligente, che è convinta, tuttavia che «lei si muove, ma tutti gli altri stanno fermi». Quando il protagonista chiede se lui è vivo o morto, visto che per la bambina lui non si muove, la risposta è netta: «morto». Questo incontro apre la trama del romanzo che costituisce un percorso verso la polverizzazione del confine tra la vita e la morte: solo il mondo è fermo, gli esseri viventi fluttuano in una sorta di limbo, in uno stato di temporaneità continua. Arrivando alla casa di campagna, il protagonista rivede un ciliegio, che > emanava una grande, quasi smisurata energia, trasmetteva una vibrazione invisibile come le onde eteree che giungono fino alle stelle; era l’energia degli dei, degli animali e dei morti . Finché era vivente il ciliegio, dall’albero emana una certezza, un «immenso vocabolario», ma quando il ciliegio viene divelto si rompe il confine tra la vita e la morte, diviene possibile > l’intrusione di un altro mondo in quello nostro abituale, e che possiamo scivolarvi da un momento all’altro . Inizia un percorso: prima il protagonista cerca di estraniarsi dal mondo, poi il ritorno dal mondo dei morti di Dostoevskij, tramite le radici divelte del ciliegio, fa capire al protagonista che l’unica certezza è il mondo, che tutto cataloga e fotografa, mentre gli esseri viventi non sono che illusione e passaggio: > guardavo le fotografie del ciliegio, e capivo che io stesso ero una fotografia, conservata in qualche archivio. Ero come un pianeta, che percorreva un’orbita con tutti i suoi abitanti, le sue città e i paesaggi. La memoria del mondo aveva registrato tutto e ricordava tutto . In questo mondo immutabile > non esiste niente e nessuno che non vi cada dentro, persona, cosa, suono, odore, pensiero . L’Io si perde nell’immensità dell’universo, in un enorme albero, di cui è impossibile decifrare tutto il vocabolario, ma «la matassa dei suoi rami impregna tutto con il suo bianco». Bellissime sono le descrizioni del paesaggio così come i dialoghi, mentre spesso si perde in digressioni filosofiche, talvolta ridondanti e prolisse.
Storie della storia del mondo
È un libro per ragazzi scritto all’inizio del ‘900. Racconta la guerra di Troia, mescolando episodi dell’Iliade con altri tratti dalle tragedie greche. Pur essendo rivolto a ragazzi, è scritto con uno linguaggio chiaro, ma è ricco sotto il profilo della sintassi che dei vincoli. L’intento è anche moralistico, viene comunicata una società basata su valori semplici e di buon senso: l’amicizia, la fedeltà, ma anche la comprensione dell’errore e il dispregio della guerra. Il libro è molto bello.
Terre et Germinal
Si tratta di due romanzi naturalistici, di forte stampo sociologico: quasi due inchieste sociali. Con La Terre Zola descrive, con spietatezza e senza nessuno spazio ad idealismi e ad accenti ottimistici, la realtà economica e sociale dell’agricoltura francese alla fine del XIX secolo. Non si salva nulla; in particolare la famiglia e i rapporti tra le persone risultano distrutti dall’avidità per la proprietà e dall’abitudine alla violenza. In Germinal, che descrive la situazione dei minatori e uno dei primi scioperi operai, lo stile è sempre fortemente realistico, ma emergono accenti ideali, legati alla convinzione che si è di fronte ai primi passi di un grande movimento, quello operaio, che porterà a conquiste sociali e politiche. Malgrado la conclusione del romanzo sia tragica, il lettore ne esce con un certo ottimismo. I contemporanei apprezzarono più Germinal che La Terre, ma oggi è senza dubbio il secondo romanzo ad emergere con maggiore validità, in particolare per il ritmo narrativo (quello di Germinal è un po’ noioso) e per la descrizione della campagna francese. Si tratta di due grandi romanzi sociali, che pongono Zola tra i più grandi scrittori di questo genere.
Things Fall Apart (le cose crollano)
Il romanzo fa parte di una trilogia insieme con altri due libri, No Longer at Ease (1960) e Arrow of God (1964): un grande affresco dellʼimpatto della colonialismo sulla società africana. In questo racconto il contesto è costituito dai nove villaggi di Umuofia,in Nigeria; il periodo storico è quello che precede immediatamente lʼarrivo dei colonizzatori. «Le cose che crollano» narra, appunto, della fine di una civiltà contadina, plasmata dal ciclo delle stagioni e governata da regole sempre uguali a sé stesse. È un mondo fatto di certezze e nel contempo magico, «popolato di vaghe, fantastiche figure»; gli uomini sono immersi in una natura vivente e sono abituati ad accettarne la benevolenza insieme con lʼira. La vita dellʼuomo > dalla nascita alla morte era una serie di riti di transizione che lo portava sempre più vicino ai suoi antenati . Achebe descrive questa società con splendide ed eleganti forme elegiache; lo fa senza compiacimento e nostalgia, perché le sicurezze derivano anche dallʼaccettazione collettiva di una rigida gerarchia e di una immobilità che imprigiona gli esseri umani. Lʼarrivo del conquistatore bianco, e della sua religione, non distrugge un mondo idilliaco, dissolve pure leggi e costumi spesso crudeli e incomprensibili, e lascia > Umuofia come un animale stupefatto con le orecchie ritte, sniffando lʼaria silenziosa e minacciosa, e non sapendo quale direzione prendere . Sarebbe, tuttavia, riduttivo leggere il romanzo solo nei suoi aspetti sociali e politici; esso narra la storia di un uomo, parla del potere e della sua caduta. Okonkwo è un grande guerriero, la cui fama va oltre Umuofia, tanto da essere considerato dagli anziani > uno dei più valorosi da quando il fondatore del loro clan combatté uno spirito della natura selvaggia per sette giorni e sette notti . Le ricche proprietà e la grande casa, le numerose mogli e i tanti figli permettono ad Okonkwo di ambire ai ranghi più elevati della società. Per lʼuomo è il riscatto verso il padre, il quale aveva dilapidato e disonorato la famiglia. È un grande riconoscimento quando gli anziani del villaggio decidono di affidare a Okonkwo un ragazzo di unʼaltra tribù, dato come risarcimento per lʼuccisione di una giovane di Umuofia. Ikemefuna è solido e forte, ben presto conquista la stima e lʼaffetto di Okonkwo. Ah! se fosse lui il suo figlio maggiore, e non invece Nwoye, così fragile da assomigliare al padre di Okonkwo! Si crea anche una intensa amicizia tra Ikemefuna e Nwoye, il primo nelle parti di fratello maggiore, protettivo ed energico ad un tempo. «Lʼoracolo delle Colline e delle Caverne» pronuncia la sentenza di morte di Ikemefuna; deve essere ucciso come vuole una legge inflessibile e immutabile per chi è stato dato in riparazione di un delitto. > Questo ragazzo ti chiama padre. Non mettere mano alla sua morte , suggerisce un anziano, annunciando ad Okonkwo la decisione del villaggio. Okonkwo sarebbe esentato dal partecipare allʼorrenda esecuzione; ma non può ritirarsi perché ha un ruolo sociale al quale vuole attenersi. E così Okonkwo segue Ikemefuna nel suo inconsapevole tragitto verso la morte. Il povero ragazzo ricorda le parole che le cantava la mamma: > si sentiva come un bambino una volta ancora. Deve essere il pensiero di andare a casa da sua madre . Viene colpito e urla > Padre mio, mi hanno ucciso! Confuso dalla paura Okonkwo tirò fuori il macete e gli diede il colpo finale. Temeva che fosse considerato un debole.(...) Nwoye aveva sentito che i gemelli erano messi in vasi di terracotta e gettati nella foresta, ma non si era mai imbattuto sinʼora in essi. Vaghi brividi erano discesi su di lui e la sua testa sembrava annebbiarsi, come un solitario viaggiatore che di notte incontra un spirito del male sulla sua strada. Poi qualcosa era andato via dal suo animo. Discese su di lui di nuovo, questa sensazione, quando suo padre entrò quella notte dopo aver ucciso Ikemefuna, Inizia con questo episodio la caduta di Okonkwo, dʼaltra parte ciò che ha fatto è > il tipo di azione per cui la divinità annienta unʼintera famiglia . Durante una festa Okonkwo uccide senza volerlo un giovane di Umuofia: la legge vuole che debba andare in esilio per sette anni, lui e tutta la sua famiglia. Egli accetta il destino; «chiaramente il suo personale dio o»chi«non era fatto per grandi cose». Egli sa anche che quando tornerà al suo villaggio non potrà più ambire ai vertici della società, per quanto possano essere grandi il suo valore e la sua ricchezza. Se Okonkwo si piega alle leggi ancestrali, non può in alcun modo accettare le regole del colonizzatore, soprattutto quando queste lo colpiscono personalmente: il figlio maggiore Nwoye si è convertito al cristianesimo, abbandonando la famiglia, le tradizioni e le antiche divinità. Quando, poi, si accorge che Umuofia si arrende senza lottare, compie un atto individuale di rivolta: taglia la testa al messaggero dellʼuomo bianco, un traditore della propria gente. Non gli resta che darsi la morte, impiccandosi: il suo mondo è crollato. Come nelle tragedie di Eschilo Okonkwo sembra essere mosso solo dal dio, dal suo "chi > , dalle regole ancestrali, dai riti senza tempo: non ha colpa, in fondo, se partecipa allʼuccisione di Ikemefuna. Achebe è uno scrittore troppo grande per cadere in stereotipi: un tratto importante del romanzo è proprio la psicologia dei personaggi; essi si muovono allʼinterno delle loro contraddizioni di uomini, tra regole sociali, affetti ed aspirazioni. Erinna, la figlia prediletta di Okonkwo (ah se fosse un maschio!) viene rapita da una vecchia indemoniata per portarla alla dimora della divinità della caverne. La madre la segue, disperata, ma non ha il coraggio di entrare dentro lʼantro, tanta è la forza delle religioni antiche. Arriva Okonkwo con il macete, grande guerriero, pronto a difendere e, se necessario, a liberare la figlia prediletta, anche contro la volontà del dio. Ma allora, ci chiediamo, perché la stessa scelta non era pronto a compiere per Ikemefuna e per Nwoye? Per ambizione o semplicemente perché non li amava abbastanza? E poi, perché il Dio lo punisce, anche se lui si era comportato come volevano le crudeli regole ancestrali? Ed ancora perché si è suicidato pur sapendo che colui che si dà la morte può essere seppellito solo da estranei, portando alla rovina lʼintera famiglia? Come é scritto nellʼintroduzione, i personaggi di Achebe non cercano il nostro permesso per essere umani, non chiedono scusa per essere complessi (o per essere Africani, o per essere umani, o per essere così straordinariamente vivi"). Lʼambiente, la storia e i personaggi avvincono perché sono narrati con una scrittura pressoché perfetta; semplice, fluida, capace di mescolare lʼinglese con la lingua locale, in grado di trasmettere il fascino ambiguo di una civiltà e i sentimenti così veri e ricchi dei personaggi. È vero che si parla di Africa, ma la scrittura raffinata e il ritmo narrativo, con le sue sospensioni e lʼalternanza di momenti sereni e drammatici, ci conducono in una dimensione universale: ciò di cui si parla è il destino eterno dellʼessere umano, oltre il tempo e lo spazio. Perché leggerlo? Affascinante, un capolavoro.
Ti prendo e ti porto via
È un libro complementare a quello precedente. È ambientato nella provincia e narra di un contesto squallido dove vivono personaggi caratterizzati da una grande tristezza per la desolazione della loro vita senza sbocco: il gruppo di ragazzi violenti e predestinati alla criminalità o a una vita opaca come quella dei loro genitori; la famiglia di Pietro, il protagonista, contraddistinta dalla depressione della madre, dall’alcolismo violento del padre e dalla pochezza del fratello; Graziano Biglia, un squallido vitellone di provincia che non si accorge neanche di essere innamorato di Flora; quest’ultima vive una vita difficile ma ordinata vicino alla madre malata, quando incontra Graziano dal quale aspetta un figlio e viene poi abbandonata per entrare in uno stato di depressione e di abbandono: «non lo sai, forse, che le promesse sono fatte per non essere mantenute?». Dice Flora la sera terribile nella quale Pietro la uccide. In questo ambiente di provincia, si sviluppa l’amicizia tra Pietro e Gloria, che, pur con condizioni sociali molto diverse, intrecciano tra di loro un rapporto, che non può non sbocciare in una storia dʼamore. Ma Pietro non resiste e l’uccisione di Flora costituisce sostanzialmente un modo per scappare da un ambiente così desolato. > Ho capito perché lo aveva fatto. Per combattere una cosa maligna che ci abbiamo dentro e che cresce e che ci trasforma in bestie. Si è tagliato in due la vita per liberarsene... io non volevo finire come Mimmo... io non volevo diventare come loro . Solo l’assassinio, un atto violento e irreversibile, rompe una situazione della quale si ha la sensazione che possa evolversi solo in peggio. La desolazione non è solo il presente ma soprattutto l’impossibilità di un futuro migliore e di un mondo senza prospettive. Lo stile è molto efficace, caratterizzato da un insieme di episodi e di personaggi che si muovono all’interno della casualità e dell’imprevedibilità. Il ritmo narrativo è molto intenso così da renderlo un libro molto bello da leggere.
Tre Croci
Siamo a Siena nei primi anni del novecento: città «tutta raccolta in se stessa e inaccostabile» e dove si vive volentieri perché è possibile «conoscere quel che si desidera degli altri». Tre fratelli, Giulio, Niccolò ed Enrico, stanno scivolando nella povertà e cercano di salvarsi falsificando la firma di un amico per farsi scontare delle cambiali in banca. È un espediente di corto respiro, di cui sono ben consci, ma al quale si aggrappano per poter continuare a vivere nellʼabbondanza. Ciò che interessa allʼautore non è tanto la problematica sociale sottostante, quanto la psicologia dei tre fratelli, così diversi eppure solidali nella truffa. Giulio > era il più malinconico dei tre fratelli... il più intelligente e il solo che aveva voglia di lavorare . Era stato lui a proporre lʼidea di falsificare le cambiali, ma aveva bisogno di una giustificazione tale da liberargli la coscienza: > nessuno può pretendere da me che io non sia come Dio mi ha messo al mondo. Non ho mai recato, volontariamente, male a nessuno. Ho fatto le firme false, solo perché la mia firma vera non avrebbe contato nulla . Niccolò > era sempre disposto allʼallegria, ma così volubilmente che ingiuriava chiunque gli diceva una parola più di quelle che volesse ascoltare. Fuori camminava a testa ritta, nel mezzo della strada, facendo il grande; rispondeva a pena, se lo salutavano, tirava via come se sprezzasse tutti . Enrico > era stato uno di quei ragazzi impertinenti e sfacciati, dei quali si dice che non se ne ricaverà mai nulla . Niccolò ed Enrico vorrebbero comandare e imporsi su Giulio, ma poi, lʼuno per pigrizia e lʼaltro perché meno intelligente, lasciano che sia il fratello a toglierli di imbarazzo. Ma sono continuamente liti e discussioni, ai quali partecipano anche gli amici, che si concludono sempre in grandi mangiate e bevute. Il romanzo si sviluppa in una serie di bozzetti familiari, che si svolgono prevalentemente nella vecchia e polverosa libreria, la fallimentare attività economica dei tre fratelli. E la vita sarebbe potuta continuare tra chiacchiere, bisticci e abbuffate, quando la banca, alla quale è stata portata allo sconto un ulteriore cambiale, si insospettisce e informa lʼignaro amico. Sono la bancarotta, il disonore e la miseria. Ed è Giulio a rendersi conto della rovina, economica e morale. A Niccolò, che assicura che non perderà certo lʼappetito per aver truffato un amico ( > se stasera avessimo una mezza dozzina di beccacce arrosto, io pulirei anche gli ossi ), Giulio risponde che > la mia volontà consiste appunto nel rendermi conto del mio tracollo. È una specie di orgoglio alla rovescia; ma sempre orgoglio . Il suicidio è il destino inevitabile di Giulio. Con una caduta di stile, per dare spazio ad un lacrimoso pietismo, il romanzo si chiude anche con la morte di Niccolò ed Enrico. Il romanzo è dedicato a Luigi Pirandello e mai riferimento fu così azzeccato. Infatti, di realismo, di cui parlano spesso i critici, il racconto ha solo lo sfondo, lʼoccasione di una ricerca psicologica dellʼimpatto di una truffa e della sua inevitabile scoperta sul comportamento e la coscienza dei suoi ideatori ed esecutori. Il fatto, poi, che questo approfondimento riguardi tre fratelli, legati tra loro da affetto ma anche da dinamiche familiari, rende ancora più intrigante la narrazione. Certo ci sono alcune peculiarità tipicamente toscane, ma esse costituiscono solo la cornice di un dramma universale, nel tempo e nello spazio. Il racconto del suicidio di Giulio è una pagina di una modernità sconvolgente, dove sono gli oggetti a dominare la volontà del personaggio: > su la cassapanca, tutti quegli oggetti falsamente antichi gli dissero: tu sei eguale a noi. È inutile che cerchi di evitarci! Egli rispose a voce alta: Aspettate, faccio una firma. E vide la sua firma falsa saltellare sul pavimento. si chinò per chiapparla; entrò con la testa sotto gli scaffali.... Allora spense la luce. E, al buio, senza rendersi conto che si ammazzava, mise la testa dentro il laccio . Con questa pagina Tozzi supera Pirandello stesso, affermandosi come uno degli scrittori più originali della letteratura italiana: si fondono in questo romanzo problematiche sociali, ambiente regionale, meccanismi psicologici e simbolismo post moderno. Perché leggerlo? Se leggiamo senza prevenzioni e fuori dai luoghi comuni possiamo scoprire nella nostra letteratura meravigliosi, e ignorati, capolavori.
Tre metri sopra il cielo
Il libro racconta una storia dʼamore tra i giovani della buona borghesia romana. Babi si innamora di un ragazzo sbandato, per il quale entra in conflitto con i genitori e si lascia trascinare in una serie di episodi anche violenti e sempre lontani dalla propria impostazione di ragazza serie e posata. Alla fine, tuttavia, prevale l’ambiente di origine e Babi lascia il ragazzo per mettersi con uno più vicino alle proprie impostazioni e tradizioni. È una storia romantica che ha il pregio fondamentale di descrivere l’ambiente dei giovani della buona borghesia, i loro valori violenti, l’indifferenza della scuola e dei genitori e la ricerca di sensazioni forti e anticonvenzionali. In realtà, poi, tutto si conclude nel modo più scontato con il rientro dei personaggi nella «tranquilla vita borghese», dalla quale in realtà non sono mai usciti veramente. Il libro è scritto molto bene, con un stile ironico e distaccato e nel contempo capace di suscitare anche sensazioni di simpatia e di antipatia, ma sempre inseriti in un contesto di leggerezza e di piacevolezza. Le aspirazioni, i dolori, la felicità e gli amori vengono descritti con un tono asciutto e molto efficace. In realtà prevale sempre un tono positivo, che rende talvolta il tutto un po’ falso e costruito, soprattutto nella parte finale del romanzo.
L'ultimo amore di Baba Dunja
> Ha un viso piccolo e rugoso e occhi stretti castano scuro. E' minuscola e rotonda, arriva a stento a un metro e mezzo . E' Baba Dunja e così la descrive un giornalista, ma basterebbe il nome che l'autrice le ha dato: baba sinonimo di vecchia e dunja un vezzeggiativo che nello slavo meridionale sta per «mela cotogna». A differenza di Baba Jaga, la strega nelle fiabe russe, Baba Danja è buona, pronta a farsi carico della sua piccola comunità, Cernovo, il paese della morte. Solo avanti nella lettura scopriamo che Cernovo è vicino alla centrale di Cernobyl e si trova in una zona radioattiva, un villaggio abbandonato e abitato da uno sparuto gruppo di esuli, in cerca della solitudine e della morte. > Il paese ha una sua storia, che si accavalla alla mia, come due ciocche di capelli in un'unica treccia . Ci sono i vivi, pochi: Marja, la grassa e pigra vicina di casa ( > la sua bellezza di un tempo non è del tutto svanita, è ancora in questa stanza come uno spettro ), Sidorov, un vecchio matto innamorato di Marja, Petrov, un giovane con poco tempo da vivere, Lenocka, «che da dietro sembra una ragazzina e davanti una bambola», e i Granilov, marito e moglie, «passando davanti al loro terreno si sente profumo di miele e olio di rosa». E ci sono i morti: > il vecchio liquidatore con la camicia a righe, (...) il bambino nato morto nelle mie mani, (...) la madre ha sollevato un lembo dell'asciugamano e ha sorriso. (...) Presto l'avrebbe seguito. (... La ragazzina con la treccia rossa....(...) Sono questi i miei morti che mi hanno seguito fino a Cernovo e ce ne sono altri ancora che mi sono passati davanti, a dozzine, insieme ai lori gatti e cani e capre . In questo paesaggio sospeso tra i vivi e i morti il tempo pare non scorrere, nell'attesa serena della morte. Quando irrompe nella piccola comunità un uomo con una bambina, quest'ultima destinata inevitabilmente a morire a causa degli effetti delle radiazioni sul fragile sistema immunitario. Quando Baba Dunja lo invita ad andarsene in fretta l'uomo reagisce con violenza, gettando a terra la vecchia. Interviene Petrov a difesa della donna, uccidendo l'uomo. A questo punto tutti gli abitanti vengono arrestati o chiamati come testimoni. Basterebbe dire che è stato Petrov, ma ancora una volta la strega buona delle fiabe si fa carico del piccolo gruppo dei vivi di Cernovo: si dichiara solo lei colpevole del delitto. Baba Dunja del paese dei morti diviene famosa, ha salvato una bambina, facciamola morire in pace povera vecchina! Mandiamola in Germania dalla figlia! Graziata dal presidente, l'attende l'aereo per andare dalla figlia, lontana dal paese dei morti. > Alla fine ho imparato pure io (dice Baba Dunja alla figlia). (...) In effetti ho imparato a sorridere dopo essere tornata a Cernovo. (...) Cammino per più di tre ore. E come se la strada si fosse allungata, come se Cernovo fosse indietreggiata durante la mia assenza . (...) Le case di Cernovo emergono all'orizzonte, come sparuti denti storti all'interno di una bocca. (...) Speriamo almeno che ci sia qualcuno, penso, se non c'è nessuno, vorrà dire che vivrò da sola, con tutti gli spiriti e gli animali.«Baba Dunja ricorda la protagonista di un recente romanzo di Alina Bronsky:»la treccia della nonna > (vedi recensione in questo sito): qui però la nonna è dolcissima, intrisa di amore per tutti gli esseri viventi e pure per i morti. Viene da chiedersi perché tanta forza interiore Baba Dunja non l'abbia messa per dare aiuto alla figlia e alla nipote, sperse nella solitudine delle grandi città. Per me il motivo è chiaro: Baba Dunja può stare in pace con sé stessa e con gli altri solo a Cernovo, nel suo luogo. E' vero, la fabbrica è abbandonata, nessuno lavora i campi da decenni, al di sopra di tutto crescono rigogliose erbacce verdi e piante dalle foglie grandi, con leggeri riflessi violetti > , ma Cernovo è dove si è sposata, ha cresciuto i propri figli, dove mangiavano i dolci di cioccolato donati dalla fabbrica per il Capodanno. Si può crescere a Capri o nel quartiere Tamburi a Taranto, a ridosso dei veleni della grande acciaieria, aver trascorso l'infanzia o avere figli in un posto splendido o schifoso, ma sempre si vuole tornare nel proprio luogo. Cernovo, proprio perché paese della morte > , per le sue condizioni estreme è la metafora di quanto sia importante per noi il nostro spazio fisico: il paesaggio, gli odori e i rumori, le vie e le piazze, gli abitanti e gli animali con le loro facce quotidiane., usuali tanto da essere parti di noi stessi. In nessuna parte di terra mi posso accasare, (...) Cerco un paese innocente«, così canta Ungaretti in»Girovago" (dalla raccolta Allegria). Dapprima la scrittura è fatta di frasi brevi, elementari, quasi tronche, tanto da dare l'impressione di una penna insicura. Poi lo stile narrativo prende il volo: emerge il paesaggio, prendono intensità i ricordi e i sentimenti, i personaggi sono descritti con tinte soffuse ma efficaci tanto rimanere impressi, i dialoghi danno ritmo narrativo. Se si può fare un appunto è che alla fine il racconto assume toni melodrammatici e dolciastri di cui si avrebbe fatto volentieri a meno. Perché leggerlo? Affascinante nella sua dolcezza la figura di Baba Dunja, una bella metafora dell'importanza dei luoghi
A un cerbiatto somiglia il mio amore
In un libro del 2011 ( «Caduto fuori dal tempo: storia a più voci») Grossman osserva come il dolore per la perdita di un figlio sia talmente grande da rendere un padre > capace di concepirlo... chi perde un figlio è immancabilmente donna . Sarebbe quindi facile concludere come lʼautore abbia voluto porsi dal punto di vista della madre,scrivendo questo romanzo. Orah teme di perdere Ofer, il figlio minore andato in guerra, e spera di non dimenticarlo. Approfitta di una lunga camminata per raccontare la vita di Ofer ed anche la sua (gli amori per i suoi uomini, lʼinfanzia e il progressivo distacco dei figli) e squarciare in tal modo > tutti quei fili visibili e invisibili...che si muovevano in quel momento intorno a lei e sopra di lei, (e che) si intrecciavano in una fitta rete, gigantesca.... (ma) come si può descrivere e far rivivere una persona soltanto a parole? Dio mio, soltanto a parole? Ricorda lo stesso Grossman, tuttavia, come il romanzo sia stato in gran parte scritto prima della morte del figlio dellʼautore, deceduto nellʼagosto 2006. Dʼaltra parte il racconto di Orah è talmente impregnato di angoscia esistenziale e di pessimismo epocale da andare oltre al tema del lutto, anche se sconvolgente come quello di un figlio per una madre. Ciò di cui parla Orah è la storia di Israele, nel quale non cʼè futuro, per gli individui, per i legami famigliari e sentimentali, per lʼintero popolo, perché paese sempre in conflitto con le nazioni arabe > Ecco, la dolce illusione nella quale erano vissuti fino a quel momento si era frantumata, la loro cellula clandestina era stata scoperta. Per ventʼanni avevano camminato sospesi in aria, sullʼorlo di un precipizio, consapevoli di farlo, e adesso vi cadevano dentro. Sarebbero caduti allʼinfinito . Orah si è appena separata dal marito ed è in procinto di compiere un percorso di trekking con Ofer, che si è congedato dalla lunga leva militare, alla quale sono destinati tutti i giovani israeliani. Scoppia lʼennesima guerra ed il giovane decide di tornare a combattere. Orah non intende attendere a casa la notizia della morte del figlio e intraprende comunque la gita a piedi, insieme con un vecchio amico, Avram. In un paesaggio incantato, pieno di luce, fiori e foreste, si sviluppa il lento e denso racconto di Orah. Può essere letto su quattro livelli. Nel primo cʼè il mondo degli adulti, costituito da Orah stessa e dai suoi due uomini, Ilan e Avram. Ilan è alto, vigoroso, sicuro e positivo. Avram è basso, grassottello, un pò poeta e scrittore,amante delle parole. Orah li ama entrambi. Sposa Ilan, da cui avrà Adam, ma concepisce Ofer con Avram, anche se questʼultimo rifiuta di fare da padre. È distrutto dalle torture subite dagli egiziani, che lo avevano fatto prigioniero in una delle tante guerre. Il lungo cammino è lʼoccasione per Orah di far conoscere Ofer al vero padre, e pure di rivitalizzare il profondo legame che la unisce ad Avram. Tornare indietro nei ricordi riporta alla luce fatti dolorosi, ferite profonde, incubi, sempre generati ed alimentati dalle guerre, che si succedono senza soluzione di continuità. Parlare di Ofer permette di ritrovare il vecchio amore, lʼaffetto reciproco, lʼattrazione mai dimenticata. Un messaggio telefonico, con la quale la nuova compagna di Avram gli annuncia il «falso allarme» di una possibile maternità, distrugge il legame riscoperto. Orah > balzò in piedi, gli si piantò davanti, incredula: e forse avrai una figlia, Avram, una bambina... Ti ricorderai... ricorderai Ofer, la sua vita, tutta la sua vita, è vero? Il secondo livello è il mondo dei giovani, qui rappresentati da Adam ed Ofer. Il tema è sicuramente quello del distacco, così spesso vissuto dai genitori, che vedono i figli diventare adulti. Bellissima è la descrizione dellʼabbraccio tra Orah ed Ofer, che dà il senso della progressiva lontananza fisica. > Potevo abbracciarlo solo se lui lo voleva... Ofer era solito stringerla a sé con cautela, distanziando attentamente il proprio corpo dal suo seno, chinandosi verso di lei in un arco ridicolo . Ma cʼè qualche cosa di più. I due ragazzi sono pronti a servire il proprio paese con entusiasmo, sino allʼestremo sacrificio. Un episodio apre uno squarcio inquietante in questa apparente sicurezza. Quando Orah accompagna Ofer al raduno militare, insieme con il figlio viene brevemente ripresa dalla televisione israeliana. Il ragazzo è spavaldo, la madre sorpresa ed incerta. Ma, appena si allontana la telecamera, Ofer bisbiglia alla mamma: > se rimango ucciso andatevene da Israele. Andatevene via. Non avete niente da fare qui... se questa maledizione si trasmette di generazione in generazione, allora non avete niente da cercare qui . E poi cʼè il terzo livello: lʼinfanzia di Adam ed Ofer. Le pagine dedicate ai primi anni dei due figli sono le più belle. Con una sensibilità ed una delicatezza tutta materna Grossman riesce a cogliere pienamente il legame profondo tra una madre e le sue creature. La crescita dei «due germogli» è anche il perno della relazione tra Orah e Ilan, così come succede per tutti i genitori. > Si deliziavano con schegge di ricordi e piccoli momenti che solo tra lui e lei acquistavano importanza, si indoravano, si impreziosivano: le miniere dʼoro della loro vita . Ma piccoli fatti, come, per esempio, i tic nervosi di Adam e la decisione di Ofer di essere un inglese (ingenuo sotterfugio per difendersi dallʼodio degli arabi che lo opprime e lo spaventa, lui ancora bambino), mostrano come lʼincubo delle guerre senza fine irrompa nellʼinfanzia stessa, ne impedisca la piena serenità, ne scandisca la progressiva lontananza dei figli dalla madre, che non aveva saputo salvarli. > Il ricordo del lampo di paura balenato in suo figlio minore, il timore che lei potesse divorarlo, era scolpito nella sua mente come un antico graffito. Và a spiegare ad Avram un momento simile tra madre e figlio, pensò. Eppure lo fece, glielo descrisse in dettaglio, perché lui sapesse, soffrisse, vivesse, ricordasse . Ed infine cʼè la perdita della dignità dellʼuomo: il quarto livello del racconto, quello che tutto travolge. La pattuglia di Ofer si è dimenticata di aver rinchiuso un uomo in una cella frigorifera. «Ma come avete fatto a dimenticarvi un essere umano?» È inutile che razionalmente si rendesse conto che non può essere responsabilità di Ofer, semplice soldato, ma lʼidea che la disumanità abbia avvinto anche suo figlio, rendendolo indifferente, la sommerge e > crepe e fratture si ampliavano e si diffondevano con grande rapidità nei tessuti più delicati, intimi... la loro famiglia si stava sfaldando a una velocità incredibile, travolta da una forza schiacciante che sembrava essere stata in agguato dentro di loro in tutti quegli anni e ora li assaliva con una foga incomprensibile, persino con una strana gioia di vendetta . Anche in tempo di guerra si vorrebbe trascorrere > una vita privata, tranquilla. Capisci? Unʼesistenza piccola, non eroica, tenendoci fuori il più possibile da questa maledetta mischia :svolgere, come dice Tolstoj in Guerra e Pace, «la vera vita degli uomini.... indipendentemente» dai rivolgimenti politici e militari. Non è possibile. La guerra invade la pace, distruggendo anche i sentimenti più intimi, le relazioni più profonde. Il romanzo di Grossman è una sorta di «Guerra e Pace» israeliana, con una differenza significativa: non cʼè soluzione per Israele, non è possibile cacciare il nemico (è troppo numeroso, troppo marcati ormai sono gli odi e i morti di entrambe le parti), si è condannati a combattere per sempre. Dinanzi ad un destino così atroce il lettore vorrebbe perdersi, ed estraniarsi, nelle meravigliose immagini del romanzo, così dolci e delicate, rivelatrici di una conoscenza sottile, affettuosa e partecipe del mondo dellʼinfanzia e di quello della donna. Perché leggerlo? Un grande capolavoro!
Vita mortale e immortale della bambina di Milano
E difficile trovare un filo conduttore in questo breve romanzo, dalla trama esile, dai personaggi abbozzati perché vagheggiati e dal titolo fuorviante. C'è tuttavia un punto di ancoraggio: la figura della nonna, intorno alla quale si sviluppa il percorso di formazione del protagonista, l'io narratore di questa storia. > Troppo piccola di statura, grassoccia e gobba, bruttarella nel viso rosso e con venuzze violacee nelle guance.... trattata come serva in casa della figlia, solo la nonna ha amato il protagonista bambino di un affetto che non attendeva di essere ricambiato: > appena nato ero stato nu cusariello di libastro vivo, un sorsetto di giulebbe di ciliegia, 'nu franfellik a base di zucchero, vaniglia e cannella che se pure pisciava, pisciava acqua santa. (...) E mo guarda comm'ero addivintato, nunmevulevostafermonupoco, fatti pettinare. Per lei il nipote aveva qualità, «che nessuno, tranne lei, se ne poteva accorgere». Che influenza poteva avere una nonna siffatta in un bambino sognatore, pieno di suggestioni alimentate dalle troppe letture? La testa è zeppa di fantasie disordinate, di troppi ruoli da ricoprire: > il caubboi, il senza famiglia, il mozzo, il naufrago, il cacciatore, l'esploratore, il cavaliere errante, Ettore, Ulisse, il tribuno della plebe ed infine Orfeo che era andato a riprendersi la fidanzata Euridice nell'oltre tomba. Per dare realtà alle sue fantasie, il bambino doveva trovare la sua Euridice e l'entrata nel regno dei morti. La prima è una bambina milanese, che vive nel caseggiato di fronte e che lui guarda tutti i giorni mentre danza sul balcone in modo spericolato. Attenta a non cadere! vorrebbe urlargli il bambino, potresti finire come Euridice uccisa dal morso di un serpente lasciando sconsolato Orfeo. L'entrata al regno dei morti, dove salvare la piccola milanese, è un tombino in un cortile vicino casa; tombino sotto il quale si sentono strani rumori, forse le urla e i lamenti dei defunti. E' un'infanzia felice, protetta dalla nonna, immersa in un mondo fantastico: il nostro protagonista è Enea alla ricerca di Anchise (anche se il viaggio nell'oltre tomba è la scoperta di una foto dei nonni felici e belli al loro matrimonio), ha la sua Laura (la piccola milanese) ed è pure Lancillotto che duella con i nemici dinanzi alla bella amata; e che importa se il nemico sia un amico d'infanzia e le armi una bicicletta e un ombrello taroccato da spada. Proseguendo negli studi il nostro protagonista scopre che la lingua della nonna, così fascinosa ed affettuosa, lo porta a commettere numerosi errori di ortografia e di sintassi, gli impedisce di liberarsi dal napoletano per parlare e scrivere un italiano corretto. Si dissolve la magia. > Come se a partire dai dodici e tredici anni fossi miracolosamente diventato più vecchio di lei, le era venuta, in aggiunta, una specie di soggezione nei miei confronti.(...) A diciannove anni non avevo ancora nessuna voglia di rievocare l'infanzia. (...) Sotto sotto, avrei preferito essere venuto al mondo intorno ai diciassette anni, evitandomi le sciocchezze dei primi sedici. L'ultimo passo verso il distacco è quando il nostro protagonista usa la strana e disprezzata lingua della nonna per superare brillantemente l'esame di glottologia all'università. Dovevo, pensa il protagonista, «dimostrare che sapevo accostare al modo prescritto gli incolti che parlavano» il dialetto. > Mi stavo approfittando della sua credulità come se fosse bambina. (...) Puntarla a tenerla lì in un angolo per un paio di mattinate, (...) e spingerla a dirmi (...) qualsiasi cosa le venisse in mente del suo mondo di nonna-serva che sapeva più parole napoletane di chiunque altro. Con la sparizione della nonna, scrive con rassegnata malinconia il protagonista ormai adulto, > persi inequivocabilmente la spinta a fare grandi cose (...) sapendo ormai che quel poco di veramente vivo che facciamo vivendo resta fuori dalla scrittura, i segni sono costituzionalmente insufficienti, oscillano tra commento e sgomento, meno male che è così. Mi concessi solo una piccola attenuante e ancora oggi me la concedo: il piacere della parola che sul momento pare giusta poi no . Torniamo a Pasolini, per il quale solo «i ragazzi di vita» colgono l'essenza della realtà, senza mediazioni, perché usano «la lingua dei parlanti». Ed allora tutto questo scrivere, da secoli e secoli, non è altro che una forma di narcisismo, di ricerca del piacere, l'eterno io specchiante. E la parola non è altro che un inutile filtro tra noi e l'essenza della vita e della morte. Il pregio principale del romanzo è la scrittura. Si rimane ammirati ed avvinti dall'equilibrio stilistico tra semplicità e complessità delle frasi, dalla fluidità del narrare e dall'uso sapiente delle parole, in particolare degli aggettivi. Può darsi che il piacere dello scrivere sia fragile, come dice Starnone, ma ben venga questa fragilità. Alla fine il gusto della lingua prende il sopravvento rispetto alla storia: è intrigante e istruttivo approfondire la fonetica: è tuttavia una divagazione eccessiva che toglie compattezza al racconto. Perché leggerlo? E' stilisticamente perfetto, splendida la figura della nonna.
We need new names
Lʼautrice è nata in Zimbabwe e vive negli Stati Uniti dallʼetà di diciottʼanni. Il romanzo si sviluppa in questi due mondi, così diversi ma nella sostanza simili, perché in entrambi lʼindividuo è lacerato ed oppresso dalla violenza delle circostanze e degli uomini. La prima parte del racconto, senza dubbio la più riuscita, è ambientata in un villaggio dello Zimbabwe: > Paradise è un insieme di lattine distese al sole come una pelle di pecora bagnata e fissata sul terreno ad asciugarsi; le baracche hanno il colore fangoso di sporche pozzanghere dopo le piogge. Le baracche stesse sono orrende ma da qui esse sembrano molto meglio, quasi belle persino, come se guardassi un dipinto . Darling, protagonista e narratrice, ci accompagna in una susseguirsi di episodi, scene della distruzione materiale e morale del paese. È un racconto con gli occhi di una banda di ragazzini, i quali ritraggono con il gioco le drammatiche circostanze alle quali devono assistere. Quando due reporter della Bbc chiedono stupiti cosa stanno facendo, tra le tombe del cimitero del villaggio simulando la morte e la sepoltura, il capo della piccola banda risponde con altrettanto stupore: «non vedete che è la realtà?» Dʼaltra parte tramite il gioco i bambini riescono a liberarsi della rabbia, che opprime gli adulti, impotenti, come «un grosso, terribile cane senza denti». Ad un certo punto non resta che la fuga. > Guardali lasciare in frotte, i figli della terra, soltanto guardali lasciare in frotte. (...) Muoversi, correre, emigrare, andare, abbandonare, camminare, lasciare, in volo, in fuga; dovunque, in paesi vicini e lontani, in paesi mai sentiti, in paesi i cui nomi non sanno pronunciare. (...) Guardali lasciare in frotte malgrado sappiano che saranno accolti con diffidenza in quelle strane terre alle quali non appartengono, sapendo che dovranno sedersi su una sola natica perché non devono sedersi comodamente, per essere pronti ad alzarsi e andarsene, sapendo che dovranno parlare sottovoce perché le loro voci non devono sovrastare quelle dei nativi . Darling va in America, accolta da una zia. È sempre lei a raccontarci le vicende di una bambina, che diviene adolescente in un mondo che non è il suo ma lo deve diventare, per forza. Non è lʼ America che aveva sognato, quando viveva in Zimbabwe. > Questo posto non sembra la mia America, non è persino reale, E come se noi fossimo in una terribile storia, come se fossimo in qualche parte pazzesca della Bibbia, laddove Dio è occupato a punire gli uomini per i loro peccati e a renderli miserabili.(...) In America le strade sono come le mani del diavolo, come lʼamore di Dio, che raggiunge tutti, soltanto che la cosa triste è che queste strade non mi portano realmente a casa . La giovane Darling cresce come qualsiasi teenager americana di colore: si integra benissimo ma gli episodi che la coinvolgono, le amicizie e le persone che incontra, la riportano continuamente allʼ infanzia, ai compagni di gioco, alla sua terra natale. Un giorno, per tornare a casa, anche se solo via internet, si mette in contatto tramite Skype con sua madre, in Zimbabwe; risponde invece unʼ amica dʼinfanzia. Darling assume lʼatteggiamento tipico di noi occidentali verso lʼAfrica, che esprimiamo da lontano, comodi e tranquilli, la nostra solidarietà per le sofferenze di questi popoli. > Ma non sei tu quella che soffre (reagisce lʼamica). Pensi che guardare sulla Bbc significa che tu sai quello che accade? No non lo sai; (...) siamo noi che stiamo qui che sentiamo veramente la sofferenza, dunque siamo noi che abbiamo il diritto di dire qualche cosa (...) Se fosse il tuo paese, lo avresti amato per viverci e non lasciarlo. Dovevi combattere per esso (...) Tu lo lasciasti, Darling, mia cara, lasciasti la casa bruciare e hai il coraggio di dirmi con questo stupido accento (...) che questo è il tuo paese? (...) Il suo tono sarcastico (...) mi schiaffeggia in faccia, prendendomi di sorpresa. Sono così scioccata che non so cosa dire . Bisogna appartenere a qualche luogo, non si può restare in bilico fra troppi mondi, da estranei. Dobbiamo avere nuovi nomi, vivere intensamente nuove esperienze, farsi coinvolgere, sentirsi parte di qualche cosa. > Quando qualcuno parla della propria casa, devi ascoltarlo con attenzione perché così sai esattamente chi è . Questo libro, complesso e profondo, vuol dire anche qualcosʼaltro. Nelle ultime pagine Darling ricorda (o forse solo sogna) di quando bambini giocavano a prendere Bin Laden. Non era un gioco molto divertente per cui ad un certo punto la piccola banda si era interessata a un vecchio cane, solitario e scorbutico, e che stava al centro della strada. Quando improvvisamente sopravvenne un camion che investì lʼanimale, spappolandolo ma non uccidendolo subito. Ed è con questa terribile immagine, di lacerazione e di incomprensibile morte, che lʼautrice chiude il libro. Allora comprendiamo cosa significa il titolo del romanzo: abbiamo bisogno di nuovi nomi per parlare di popoli in fuga, per integrarci con altre culture e costumi, ma ci servono anche nuove parole per narrare la cieca violenza, che ci opprime e divide tutti, occidentali e non, accumunandoci in un comune destino. La scrittura è il pregio fondamentale di questo splendido libro. Lʼautrice si muove su due mondi, che sono distinti anche dal punto di vista stilistico. Nella prima parte la lingua inglese è mescolata con vocaboli e modi di dire della lingua nativa, per cui il lettore è portato ad immedesimarsi con i luoghi e la gente non solo dalla storia, ma soprattutto dallʼuso delle parole. Quando invece ci racconta dellʼadolescente Darling in America, lʼautrice ricorre spesso al gergo giovanile, senza trascurare anche la promiscuità linguistica delle differenti etnie che compongono il grande popolo degli immigranti. Cʼè, poi, una chicca stilistica, che indica la grande cura nella scrittura. Quando Darling parla in America della sua terra, non usa più il miscuglio creativo di parole inglesi e di quelle native: la graduale separazione dalla sua terra si rispecchia nella lingua, sempre più distante ed asettica. Si riflette quindi nella sua coscienza. Perché leggerlo? È un libro di grande livello, bellissimo.
La zia Julia e lo scribacchino
Vargas Llosa ha definito lʼopera dello scrittore come > due cose insieme: una riedificazione della realtà e una testimonianza del dissenso ( dello scrittore) rispetto al mondo. Indissolubilmente uniti, nellʼopera (dello scrittore) compariranno questi due ingredienti, uno oggettivo e lʼaltro soggettivo: la realtà con cui (lo scrittore) si trova inimicato e i motivi di questa inimicizia; la vita così comʼè e quel che lui vorrebbe sopprimere, aggiungere o correggere nella vita . Apparentemente, il romanzo esprime proprio questo dissidio. Nei capitoli dispari si svolge la storia di un diciottenne, che sogna di diventare uno scrittore, e che nella Lima degli anni 50 sʼinnamora della zia, appunto zia Julia. Le relazioni di parentela ( i nonni, i tanti zii e le tante zie, i cugini), lʼambiente di lavoro della radio, i locali e i quartieri malfamati, i villaggi peruviani sono il contesto allʼinterno del quale si sviluppa una narrazione briosa e piacevole, ma sostanzialmente scontata perché conduce allʼinnamoramento e alle difficoltà che non può non incontrare lʼamore tra un minorenne e una donna molto più vecchia. Nei capitoli pari , invece, uno scrittore di radioromanzi ( lo scribacchino) inventa storie incredibili, meravigliose e catastrofiche: racconti totalmente fantasiosi, che sono senza dubbio la parte più affascinante del romanzo. Il problema è che lʼimmaginazione prende la mano: lo scribacchino non governa più le proprie storie e soprattutto i propri personaggi. Lo scribacchino, un giorno, confessa allʼaspirante scrittore che > sta succedendo qualcosa di imbarazzante, non ricordo bene i copioni, ho dei dubbi e mi scappano delle confusioni I personaggi «si mescolano». > Quando me ne accorgo, è troppo tardi. Bisogna fare salti mortali per rimetterli al loro posto, per spiegare i loro mutamenti . Con una maestria eccezionale, capitolo per capitolo Vargas Llosa aggiunge in ogni storia, trasmessa per radio, sempre più numerosi elementi di confusione fino ad arrivare ad un finale pirotecnico. Ma è vero questo dissidio tra capitoli dispari ( quelli realistici) e i capitoli pari ( quelli immaginati)? La storia del giovane diciottenne inizia come un classico romanzo dellʼottocento, ma poi si perde anchʼessa in vicende inverosimili, basti pensare alla peregrinazione dei due innamorati per la campagna peruviana per trovare un sindaco che li unisca in matrimonio. E quando dopo molti anni il giovane scrittore, ormai affermato in Europa, ritorna in Perù, scopre che le vicende della vita sono come il destino di vecchi romanzi radiofonici: > lʼumidità aveva cancellato i caratteri, i topi e gli scarafaggi avevano mordicchiato e scagazzato le pagine, e i copioni si erano mescolati gli uni con gli altri. Non cʼè modo di scegliere: tutalpiù, tentar di scoprire qualche testo leggibile. Ma allora aveva ragione lo scribacchino quando affermava, nel suo delirio, > che cosʼè il realismo, signori, il tanto vantato realismo che cosʼè? La sovrapposizione tra immaginazione e realtà ( il vero filone conduttore del libro) non è tanto conseguito dalla struttura narrativa ( anche se ricca di personaggi e di episodi), quanto si fonda su un linguaggio ed una sintassi che creano meravigliosamente un senso di evanescenza e di fantastica sospensione. Si pensi allʼinizio del capitolo dodicesimo, senza dubbio uno dei migliori: nel centro polveroso della città, a metà del jiron Ica, cʼè una vecchia casa con balconi e persiane le cui pareti maculate dal tempo e dagli incolti passanti ( mani sentimentali che incidono frecce e cuori e scribacchiano nomi di donna, dita perverse che scolpiscono sessi e parolacce) lasciano ancora intravedere, come in lontananza, velami di quella che era stata la pittura originale, quel colore che nella Colonia ornava dimore aristocratiche: lʼindaco". Perché leggerlo? È un libro bellissimo che si legge di un fiato ed è una fuga dalla realtà. È opera di un grandissimo scrittore.






































































































