Cacao
Questo breve romanzo ricorda una novella di Giuseppe Verga: «La Varanisa» (vedi la recensione di «Le novelle» in questo sito). Lo scrittore siciliano sintetizza mirabilmente la condizione contadina descrivendo i piedi di una misera ragazza: > quei piedi abituati ad andare nella neve e sulle rocce infuocate dal sole, a lacerarsi sulle spine, o ad indurirsi sui sassi, avrebbero potuto essere belli . Così Amado sottolinea più volte i grandi piedi prodotti dal lavoro di raccolta e lavorazione del cacao nelle grandi «fazendas» brasiliane. > Il cacao veniva rovesciato nei truogoli a fermentare per tre giorni. (...) Poi, liberato dal miele, il cacao veniva messo a seccare al sole nelle vasche. Anche li ci ballavamo sopra e cantavamo. I nostri piedi si allargavano, le dita divaricate. (...) Jaca! Jaca! I bambini si arrampicavano sugli alberi come tante scimmiette. La jaca cadeva - patapum- e loro si avventavano. (...) I piedi larghi erano come quelli degli adulti, la pancia gonfia, enorme, per la jaca e la terra che mangiavano . Il giovane Amado racconta la vita dei braccianti nelle grandi aziende di coltivazione del cacao: > quel frutto giallo, dai semi dolci, che li rendeva prigionieri di una vita di carne essiccata e di jaca ; «un romanzo proletario» che immagina scritto da un giovane ridotto in povertà dall'avidità di uno zio capitalista; sfruttato e umiliato nel lavoro di fabbrica, persegue un confuso destino di riscatto tra i braccianti, tra gli «affittati», costretti a lavorare come schiavi per i grandi latifondisti. Che cosa lo spinge? Far parte dei dannati della terra, rompere radicalmente con le ambiguità della borghesia per scoprire che il futuro risiede solo nella solidarietà tra i poveri, nella loro disperata e determinata resistenza allo sfruttamento e alle prepotenze. La narrazione ha il timbro da romanzo sociale: una sorta di Emile Zola brasiliano, Amado intende descrivere freddamente, «naturalmente» direbbe Boccaccio, la condizione contadina e la trasformazione del giovane narratore e protagonista in bracciante esperto e miserevole. Le tappe di questo cambiamento, fisico e mentale, sono scandite dai grandi temi dell' uomo: l'ambiente, splendido e violento, la vita in comune, anche con i suoi momenti di festa, le amicizie e gli amori, il disgusto per il padrone, spietato e avido, e per la sua arrogante e amorale famiglia, la progressiva conquista di una coscienza di classe, e infine la definitiva scelta di campo. Il protagonista frequenta la figlia del proprietario, la quale vorrebbe sposarlo. > Faremo l'irrimediabile. (...) Diventerai padrone. Chinai la testa a fissare il suolo. Ammucchiavo foglie con la mano. (...) No Maria. Continuo a lavorare. Se vuoi diventare moglie di un affittato . Non bisogna lasciarsi ingannare dallo stile asciutto, quasi da inchiesta sociale. Aleggia un non so che di fantastico, d' irreale, che si alimenta in un rapporto ambiguo con il cacao, come se in tanta meraviglia sia inevitabile il riscatto sociale. > L'oscurità avvolgeva tutto. Piangevano le chitarre, gli uccelli cinguettavano. I frutto d'oro del cacao e i serpenti. Le stelle brillavano in cielo. Le lanterne per strada sembravano anime levate in volo. La notte in fazenda è triste, cupa, dolorosa. E di notte che la gente pensa...(...) Guardavamo la piantagione di cacao e non trovavamo la soluzione. La domanda che viene spontanea dalla lettura di Cacao è se la condizione umana dei poveri non sia sempre la stessa in tutte le latitudini. Che differenza c'è tra i personaggi di questo romanzo e i protagonisti di Malavoglia di Verga, di Terra e Germinal di Zola, di Furore di Steinbeck (si vedano le recensioni in questo sito)? Sempre la stessa disperata lotta per la sopravvivenza sotto il peso avido e spietato dei ricchi? Pare non esserci speranza e all'intellettuale non resta che un rassegnato distacco, talvolta si assume una retorica socialista (si veda la parte «manifesto» di Furore), in altri casi ci si limita a descrivere adducendo giustificazioni letterarie, come per il verismo di Verga, in altri casi ancora ci si rinchiude in una malinconica ironia, come nei libri successivi di Jorge Amado. E' come se lo scrittore e il poeta abbiano accettato la sconfitta affidando al giornalismo il compito di rammentarci, senza esagerare, che esiste la sofferenza sociale nel mondo, e non solo i tormenti borghesi. Ho letto il libro dopo la grande sbornia lessicale e immaginativa di Grande Sertao (si veda la recensione in questo sito), per cui lo stile essenziale e lineare di Amado è aria fresca, come immergersi in acque limpide su un fondale di sabbia, senza le luci e le ombre dei mari profondi e scogliosi. Le frasi sono brevi, gli aggettivi pochi, il fascino della narrazione si affida alle vicende come se queste parlino di per sé. Certo, quanta nostalgia per la scrittura di Joao Guimares Rosa! Perché leggerlo? un grande romanzo sociale.
Il cacciatore di aquiloni - The Kite Runner
Sarebbe sbagliato pensare che questo romanzo tratti dell’Afghanistan, che costituisce peraltro il suo contesto di riferimento. Il tema del libro è la vigliaccheria. Amir vive in una bella casa in Afghanistan con suo padre, un uomo importante e coraggioso, e due servi, Ali e suo figlio Hassan. Questʼultimo è l’amico di infanzia di Amir, che lo tratta con superbia, anche se con amicizia fraterna, in quanto pensa di essere superiore per casta e cultura ed è geloso dell’affetto del padre per Hassan. Amir ed Hassan sono campioni di caccia agli aquiloni e proprio nel giorno di massimo trionfo di Amir, perché ha vinto la gara degli aquiloni, questi non interviene a salvare l’amico, che viene picchiato e violentato da Assaf. Amir è un vigliacco e questa colpa lo perseguita per tutta la vita, anche quando sarà costretto ad andare in America, si sposerà e diventerà un famoso scrittore. Solo tornando in Afghanistan a salvare il figlio di Hassan, Amir riuscirà a riscattare la propria vigliaccheria e scoprirà che anche suo padre, per lui figura irraggiungibile e perfetta, non è privo di colpa in quanto non gli ha mai detto che Hassan era suo fratello. Le prime cento pagine del libro, che narrano l’infanzia di Amir in un Afghanistan sereno e felice, sono molto belle, scritte in uno stile delicato e poetico. In seguito il libro perde di smalto sino a perdersi nelle ultime venti pagine, nelle quali si parla di come il protagonista riesce a portare il bambino in America. L’ultima scena, una gara di aquiloni in America, è scontata e banale e rovina in parte lo spessore spirituale e narrativo del libro. Dell’ultima parte l’unica scena di grande impatto è costituita dalla lotta di Amir con Assaf, diventato un crudele talebano che ha ridotto il bambino a suo schiavo sessuale. Assaf sta uccidendo Amir, il quale è tuttavia contento perché si sta liberando dalla colpa che lo ha perseguitato per tutta la vita: Amir verrà salvato dall’intervento del bambino che con una fionda colpisce Assaf.
Caduto fuori dal tempo: storia a più voci
Grossman ha perso un figlio, ucciso durante la leva militare. È una ferita così immensa che si sente > mutilato della memoria.... prigioniero di una celletta remota nel penitenziario del mio spirito , come se «la mia vita assomigliasse a qualcosa mai accaduto». Ed allora sente il bisogno di creare un racconto. > Quella cosa figlia di puttana che è successa a me e a mio figlio,sì, devo amalgamarla in un racconto, devo. Con una trama, e immaginazione! E visioni e libertà e sogni! Che bruci! Una pentola in ebollizione!.... se non scriverò non potrò capire nemmeno chi è lui ora, mio figlio, intendo Grossman immagina un villaggio, dove tutti hanno perso un figlio, ma non possono esprimere pienamente la disperazione per ordine del duca, ossia del potere: > indifferente, lento, fiacco, non cʼè dubbio: un duca esemplare . Lo scriba ha il compito di spiare gli abitanti per controllare eventuali trasgressioni del divieto. Svolge in qualche modo la funzione del narratore esterno. Trascrive le voci dei genitori in lutto, i quali, come in un coro della tragedia greca, gridano, in un canto funereo, dolce e irato ad un tempo, la propria storia e il proprio desiderio di riavere il figlio. Il loro canto esprime tutta la nostalgia e lʼangoscia di un rapporto tra genitore e figlio, che si interrotto bruscamente: il tenero ricordo della nascita e di quando era bambino, il rimorso di non essere stato un bravo padre, di non essergli stato vicino, il desiderio di sentire, almeno per unʼultima volta, il suo odore, toccare la sua pelle, abbracciarlo. > E allʼimprovviso, dentro di noi, sale il vapore del suo corpo intero, intatto e per un istante possiamo immaginare, è qui . La fissità del dolore potrebbe durare in eterno, ma viene rotta da un uomo, che decide di incamminarsi verso «laggiù», laddove pensa sia il figlio. Lʼatto disperato dellʼuomo mette in moto anche gli altri abitanti. Come in una processione sacra, camminano verso quel luogo misterioso che è lʼaldilà. La loro marcia si ferma davanti ad un muro, dinanzi al quale cadono in ginocchio > e ognuno di loro, e ognuno di noi, chiama per nome in un sussurro il proprio figlio Ed allora Grossman capisce che suo figlio è morto: > riconosco la verità di queste parole. È morto, è morto, ma la sua morte non è morta . La memoria si distacca dal dolore e, per quanto è possibile, ricordiamo senza soffrire. Ma allora il racconto, come la ritualizzazione del lutto, permette di allontanare il figlio: > è solo che il cuore mi si spezza, tesoro mio, al pensiero che io abbia potuto trovare per tutto queste parole . Il libro è una commistione tra prosa e poema. In prosa sono le annotazioni dello scriba e le riflessioni del Centauro, metà scrittore e metà scrivania, che rappresenta certamente lʼautore. La struttura in versi è utilizzata per il coro, che svolge due funzioni: riportare i dialoghi tra i diversi personaggi, i quali, più che parlare tra loro, comunicano con il figlio perduto: dare voce collettiva ai «viandanti», ossia al gruppo che si dirige alla ricerca dei figli defunti, nellʼaldilà. La forma narrativa è quella tipica della tragedia greca, con la differenza significativa che non si assiste ad uno svolgimento della storia, con un momento finale di effettiva catarsi. Non cʼè drammaticità nella trama complessiva, non cʼè di fatto una storia. Dʼaltra parte, il racconto è introspettivo, tutto allʼinterno della coscienza dellʼautore. Il contesto è kafkiano, surreale, non tragico. Si tratta di un percorso interiore nel quale i personaggi non sono altro che momenti della disperazione di Grossman, della sua angoscia e del suo disperato tentativo di accettare la morte del figlio. La mancanza di una trama narrativa fa prevalere il particolare rispetto al mondo complessivo del racconto. La narrazione si trasforma in frammenti poetici, suggestivi di per sé, ma isolati e dispersivi, in un contesto narrativo privo di svolgimento. Il lettore deve quindi farsi avvincere dal fascino delle singole parole e frasi. Si pensi al seguente periodo: > come nel momento in cui un neonato irrompe dallʼutero e dal corpo della madre, la morte di mio figlio mi ha trasformato nel padre che non sono mai stato, mi ha trafitto con uno squarcio e una ferita e un senso di vuoto, colmandomi altresì della sua presenza che da allora mi sommerge con unʼintensità mai vista.La sua morte mi ha reso capace di concepirlo. La sua morte mi ha reso un guscio vuoto di padre e anche di madre.La sua morte mi porta a scoprire un seno a chi non lo succhierà mai, e sulle pareti del mio utero, creatosi quel giorno, incide con le unghie di un prigioniero fuggitivo la conta dei giorni trascorsi senza di lui. Così, con uno scalpello trasparente, la sua morte ha scavato in me una consapevolezza: chi perde un figlio è immancabilmente donna . Perché non leggerlo? Troppe suggestioni allʼinterno di una storia priva di ritmo narrativo. Alla fine è noioso.
Caffé Specchi
La protagonista ritorna a Trieste ad aspettare lʼaffidamento del figlio. In unʼattesa estenuante, frammista di incontri e di eventi tragici ( lʼassassinio di una ragazza), la protagonista vive la sensazione di perdersi. > Allʼimprovviso, come se quel silenzio avesse raggiunto il punto critico, lʼaria parve coagularsi, si frantumò in petali che scivolavano oscillando lungo la parete chiara. Una decomposizione rapida, il pulviscolo fermentava trasparenze impreviste. In quella sosta riprendevano sguardi allarmati e un senso di minaccia si disegnava nellʼatmosfera . La frase che ho riportato sintetizza il pregio e i limiti del libro. Si è di fronte ad una scrittura raffinata, più propria della poesia che della prosa, ma la ricerca della preziosità frammenta il racconto e il lettore si trova a sua volta confuso con notevoli difficoltà a capire il senso del tutto. Perché non leggerlo? Andrebbe letto a piccole dosi, ma io non sono riuscito a finirlo.
Il Calcio in giallo
Il libro raccoglie i racconti sul calcio di diversi scrittori di noir, alcuni noti, come Aykol, Giménez-Bartlett, Malvaldi e Manzini, altri meno conosciuti: Gian Mauro Costa, Francesco Recami e Gaetano Savatteri. Le trame, i personaggi e gli stili di scrittura sono differenti; cʼè comunque un tratto comune: il calcio, anche quello dilettantistico o praticato nei campionati minori, è sempre una cosa sporca e violenta, che tira fuori il peggio dalle persone. Gli scrittori già famosi sono scontati: gli schemi narrativi sono quelli dei loro romanzi, disgraziatamente compressi allʼinterno della forma del racconto, per sua natura breve. Interessanti sono i contributi di Costa, Savatteri e Recami; i primi due hanno ambientato le loro storie a Palermo, mentre il contesto del terzo è Milano. Quello di Recami ( «Progresso - Audace 3-2») è il racconto migliore, sul quale vale la pena soffermarsi, per i temi trattati e lʼabile narrazione. Siamo in una partita di ragazzi, con i genitori a tifare sugli spalti. Gianmarco ha undici anni, ha i tipici dubbi di un adolescente sul proprio orientamento sessuale, anche perché, gentile, sensibile ed educato, viene beffeggiato dai compagni con epiteti quali «Giorgi gay». È un bravo giocatore, viene preso di mira da un ragazzo della squadra rivale, aizzato dal padre ( «stroncalo, buttalo giù, finiscilo, ammazzalo..»). Lʼuomo, > over fifty sovrappeso, immigrato pugliese di terza generazione, abbastanza panzuto , «in piena crisi estetica», insulta la madre di Gianmarco con parole impronunciabili, le tira una sberla e scatena lʼira delle mamme, che lo inseguono per picchiarlo. Si rifugia in un magazzino abbandonato, dove viene catturato da Oleg, un gigante, chiaramente un criminale proveniente da chi sa quale paese dellʼEst Europa. E qui la vicenda cambia di segno per il nostro panzuto prepotente: da gradasso diviene un agnellino, così fifone da cagarsi addosso (letteralmente) e da non essere capace di difendere la propria famiglia dalle minacce e dalle violenze di Oleg. Sarà, invece, sua moglie a proteggere i figli e la casa, disponibile a sacrificarsi per questo; ma come? proprio una donna, appartenente a quel genere, che il panzuto apostrofava abitualmente con termini quali: «troia di merda....». Nel frattempo Gianmarco fa una scoperta incredibile: un giocatore famoso, «uno dei suoi idoli, un duro, uno che si faceva rispettare», aveva dichiarato di essere gay. Come era possibile? «Non ti devi meravigliare proprio per niente» gli disse il bidello Sciacca dallʼalto della sua saggezza, > nel mondo del calcio sono tutti froci. (...) Senza dubbio fu la lezione di educazione sessuale più intensa che Gianmarco aveva mai avuto e avrebbe mai ricevuto in tutta la sua vita. Rifletteva. Eccolo il principio, ecco la verità, ecco perché alla Juventus sono tutti froci, Allora se io sono gay vuol dire che sono più virile della mammolette che vanno con le donne? Interviene la bidella. > Che fai Sciacca, racconti le solite storielle sporche ai ragazzi? Ma che vai dicendo, parlavamo di calcio. La forma del racconto non si presta al noir: è troppo breve per rendere possibile quello sviluppo e quella suspense che costituiscono il cuore di un giallo. È come vedere un telefilm della «Signora in giallo»: ad un certo punto deve concludersi e quindi la storia precipita in un finale scontato o rimane sospesa, lasciando insoddisfatto il lettore. Di maggior pregio sono le ambientazioni, i personaggi e soprattutto la scrittura: questʼultima è talvolta una bella sorpresa. Perché leggerlo? Si scoprono scrittori meno noti, ma di valore.
Canada
Un insegnante alla fine della carriera, sposato senza figli, con una moglie contabile di professione, decide di narrare due fatti fondamentali della sua adolescenza. Se fosse stato, che ne so?, un astronauta, un avventuriero della Silicon Valley o più semplicemente una persona sensibile, e quindi fragile, ci avrebbe dato un racconto meno prosaico ed intellettualistico, ma ricco di emozioni e sentimenti; ed invece il lungo romanzo vuole dimostrare come > la migliore cosa da fare nella vita, per sopravvivere, è di sopportare bene le perdite. (...) al mondo che cambia intorno a noi non importa come io mi sento . Il romanzo è diviso in due parti. Nella prima lʼambiente è una piccola città del Montana: una famiglia normale, marito e moglie, due gemelli quindicenni, una ragazza ed un ragazzo (il nostro insegnante narrante). Il padre è aitante, divertente, il classico piacione: ex ufficiale dellʼesercito, dopo aver abbandonato le forze armate ha inseguito inverosimili progetti, finendo per fare piccoli traffici anche al limite della legalità; la madre è esile, timida, introversa e sognatrice. > La strana unione delle loro caratteristiche fisiche così male assortite è sempre nella mia mente come una delle ragioni della loro tragica fine: essi erano senza dubbio semplicemente sbagliati lʼuno per lʼaltro e non si sarebbero dovuti sposare . Ai ragazzi la casa sembra normale, quando i genitori compiono un atto incredibile ed imprevedibile: una rapina in banca, a seguito della quale vengono arrestati, condannati a molti anni di prigione. Perché lo hanno fatto, che cosa li ha spinti a fare un gesto così assurdo? Vada per il padre, superficiale e irrimediabilmente ottimista, ma perché lo ha fatto la madre, così assennata e sul procinto di separarsi dal marito? > Ella potrebbe avere sentito non disperazione o terrore o una più grande alienazione (che sarebbe stato normale). Ma libertà. Da tutte le forze che la opprimevano. Potrebbe aver concluso che questa sensazione senza controllo venisse direttamente dalle stesse qualità che la isolavano. (...) Questo la potrebbe aver fatto sentir meglio di quanto le accadeva da lungo tempo. La madre è senza dubbio il personaggio più interessante del romanzo e sarebbe stato utile investigarlo meglio per capire fino in fondo le ragioni del suo folle gesto, che la porterà al suicidio. Ma > i miei genitori cominciarono a recedere nella mia visione, come quando sei malato e la febbre rimpicciolisce il mondo e allunga le distanze. I miei genitori diventarono sempre più piccoli fino a che io ero da solo nella cucina male illuminata, ed essi erano sul punto di svanire, quasi scomparire . Ed infatti nella seconda parte del romanzo lʼambiente e le circostanze sono molto lontane dal mondo ancora adolescenziale della prima parte. Per sfuggire alle grinfie dellʼautorità pubblica unʼamica della madre porta il ragazzo in Canada, in una cittadina dove il fratello Arthur gestisce un albergo. Qui il racconto assume connotati artificiosi, tipici di una costruzione letteraria a tavolino. Il ragazzo diviene adulto in poco tempo (romanzo di formazione?) ed è attratto dalla figura di Arthur: un mancato rivoluzionario colto e violento che pare voler assumere il ruolo di mentore del protagonista: una sorta di Grande Gatsby, di super eroe misterioso, di intellettuale mancato e comunque arrogante. Lʼamicizia tra Arthur e il ragazzo si interrompe brutalmente, quando il giovane viene coinvolto in un omicidio. Arthur uccide due persone e il ragazzo viene usato, a sua insaputa, per creare un diversivo e ingannare le vittime. Ed allora il protagonista comprende come lʼunica possibilità sia mantenere la vita in uno stato complessivamente accettabile, senza riguardo alle frontiere che si attraversano: come un puzzle, come una sinfonia, come > il gioco degli scacchi, nei quali i singoli concorrenti sono parte di una lunga ed unica impresa, che persegue una condizione non di avversità o conflitto, o sconfitta o persino vittoria, ma di un ʼequilibrio sottostante al tutto . È una conclusione cinica e pessimista, secondo la quale per sopravvivere, per non farsi travolgere e distruggere, bisogna non farsi coinvolgere, ossia bisogna non vivere. È un pessimo romanzo, non solo per la sua lunghezza spropositata, ma soprattutto perché è privo di tensione, di ritmo e di effettivo approfondimento psicologico; i personaggi sono stereotipi, mere occasioni per riflessioni filosofiche, peraltro spesso incomprensibili. Sarebbe stata uno buono spunto lʼidea, sulla quale si appoggia la prima parte: un evento incomprensibile sconvolge la vita di tutti, i genitori possono compiere gesti che cambiano la vita dei propri figli, radicalmente e in peggio. Quante volte lʼabbiamo visto accadere! Ma lo svolgimento dellʼidea delude per la mancanza di emozioni, di reali sofferenze. La seconda parte è una serie di luoghi comuni, di personaggi e contesti che rimandano alla letteratura e non alla vita reale. Che cosʼ è il Canada per il protagonista narratore? Una fuga, un paese irreale, il luogo della maturazione, non lo sapremo mai perché troppe sono le divagazioni inutili. Perché non leggerlo? È lungo, prolisso, noioso e artificioso.
Canale Mussolini
> Noi due però, signore mio, non possiamo andare avanti così. (...) Io non ho capito bene che cosa le serve, ma (...) se io dico che hanno fatto una cosa, hanno fatto una cosa e basta, mi deve credere, se no è meglio che lasciamo stare. Io non mi invento niente. Al massimo posso ricordare male . Immaginando di parlare con un interlocutore Pennacchi adotta un tono colloquiale per raccontare la storia dei Peruzzi, mezzadri del rovighese costretti a lasciare la terra perché sommersi dai debiti e che vanno nell'Agro Pontino a colonizzare le aree bonificate dal governo fascista. E' una lunga narrazione che si sviluppa dalla fine dell'ottocento all'inizio degli anni 2000: un' abbuffata di storia e di vicende familiari che ci piacerebbe fosse il prolungamento del «Mulino del Po» di Riccardo Bacchelli, ma purtroppo non lo è (si veda la recensione del romanzo di Bacchelli in questo sito). I Peruzzi sono una tipica grande famiglia contadina: con una figura centrale costituita dalla madre e una estesa figliolanza fatta di maschi irrequieti e di femmine alle quali occorre trovare il giusto marito. Se negli altri la «furia» ereditaria si stempera nel rispetto delle norme sociali e delle opportune convivenze (con il padrone, le autorità e gli altri contadini), Pericle, l'amato secondogenito, non riesce a contenersi, soprattutto dopo l'esperienza del fronte nella prima guerra mondiale. Si ribella alle leghe bracciantili, che ancora dominavano nelle campagne, si mette insieme con gli squadristi al punto di uccidere un prete antifascista, innamoratosi di Armida, una affascinante coltivatrice di api, anche se respinto la fa propria e la sposa. L'adesione attiva al fascismo permette a Pericle di ricorrere a un potente gerarca per trovare una sistemazione alla famiglia nell'Agro Pontino. L'insediamento dei Peruzzi nelle terre ancora paludose, la scoperta di un'altra realtà agreste (con la funzione importante svolta dalle vacche), la costruzione di Littoria sono le parti più interessanti di questo lungo romanzo, anche perché si vede che Pennacchi conosce bene la storia del territorio e in particolare dei canali, tra cui il Canale Mussolini. Se avesse approfondito le vicende della colonizzazione dell'Agro Pontino partendo dal punto di vista di una famiglia contadina, il romanzo avrebbe assunto uno spessore sociale di rilievo; ed invece, chi sa perché?, l'autore ha voluto attraversare tutta la storia d'Italia: la guerra d'Etiopia, il conflitto nel Nord Africa, la lotta partigiana e chi più ne ha più ne metta. L'approccio colloquiale diviene un soliloquio di considerazioni banali e imprecise, un polverone nel quale Pennacchi mette tutto il suo vissuto ideologico; malgrado gli sconvolgimenti sociali e politici i Peruzzi sono immobilizzati come «statue di marmo», sempre uguali a sé stessi e ossequiosi delle regole ancestrali. Anche quando Armida tradisce Pericle tutto si ricompone all'interno dell'ala protettiva della grande madre, sempre pronta a salvaguardare l'unità della famiglia. Si percepisce una sorta di nostalgia per un mondo duro ma ordinato; ma forse è solo il desiderio del lettore di trovare un sentimento in una narrazione, che pare essere solo l'occasione di prolisse esternalizzazioni. Il romanzo è stato trasformato in un graphic novel da Graziano e Massimiliano Lanzidei e Mirka Ruggeri. Al di là del segno grafico che non sono in grado di valutare, la traduzione in «fumetto» dà movimento alla trama, dando risalto ad alcune figure: Armida (la passione carnale accesa dal giovane nipote, lo sciame impazzito di api quando si addensa la disgrazia), Adelchi, trasformato dalla guerra di Etiopia in un fascista razzista, e i giovani Pericle e Iseo, vittime designate di un'adesione qualunquista al fascismo. Il graphic novel riscatta il romanzo, ma esalta le rigidità dei personaggi, forse volutamente, mentre l'Agro Pontino svanisce, non riuscendo la matita a creare l'atmosfera delle terre bonificate, così come peraltro non lo fa la penna dello stesso scrittore. Perché non leggerlo? E' prolisso, meglio comprarsi il «fumetto».
Canne al vento
È stata una singolare vicenda quella di Grazia Deledda: unico Premio Nobel italiano insignito come scrittore (Montale e Quasimodo erano poeti, Pirandello e Dario Fo di fatto autori di teatro), lʼopera di Deledda ha sconvolto la nostra critica letteraria, la quale si è chiesta per lungo tempo quali fossero le ragioni del premio. Come già avvenne per Matilde Serao, si è cercato di rinchiudere Deledda allʼinterno di scuole letterarie, non riconoscendole autonomia e originalità: verista mancata, la stessa accusa rivolta a Serao? Corollario di Verga e di DʼAnnunzio? Di Federico Tozzi, al quale era legata da profonda amicizia? Lirica - visionaria e simbolista? Sarebbe bastato leggerla senza pregiudizi per scoprire come Deledda sia unica nella letteratura italiana: autrice ancestrale, parla del dolore come destino, della vita come cammino verso una meta inafferrabile di quiete (la morte?), di una natura vivente, magica e indecifrabile, indifferente alle sofferenze degli uomini. > La luce rossa del crepuscolo, vinta verso lʼaltare dal chiaror dei ceri, copriva la folla come di un velo di sangue, ma a poco a poco il velo si fece nero, rischiarato appena dallʼoro dei ceri. La folla non si decideva ad uscire. (...) Era come il mormorio lontano del mare, il muoversi della foresta al vespero; era tutto un popolo antico che andava, andava, cantando le preghiere ingenue dei primi cristiani, andava, andava per una strada tenebrosa, ebbro di dolore e di speranza, verso un luogo di luce, ma lontano, irraggiungibile . Se ci limitiamo alla trama non si può non condividere il giudizio di Benedetto Croce, per il quale i romanzi di Deledda erano > tutto del pari plausibili, e nessuno così fatto da imprimersi profondamente nel cuore e nelle fantasie dei lettori . Per cogliere la forza emotiva e spirituale di «Canne al vento» bisogna lasciarsi andare, farsi trasportare dalla sua scrittura, al di là della storia. Il protagonista del romanzo è Efix, il vecchio servo di tre donne, un tempo agiate possidenti ed oggi ridotte a vivere dei prodotti di un «poderetto», curato dallʼuomo. Il racconto inizia proprio in questo angolo di mondo. > La luna saliva davanti a lui, e le voci della sera avvertivano lʼuomo che la sua giornata era finita. Era il grido cadenzato del cuculo, dei grilli precoci, qualche gemito dʼuccello; era il sospiro delle canne e la voce sempre più chiara del fiume: ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa; sì, la giornata dellʼuomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti. (...) Efix sentiva il rumore che le panas (donne morte di parto) facevano nel lavar i loro panni giù al fiume, (...) e credeva di intravedere lʼammattadore, folletto con sette berretti entro i quali conserva un tesoro, balzar di quaʼ e di là sotto il bosco di mandorli, inseguito dai vampiri con la coda di acciaio. La natura abitata da spiriti maligni rispecchia ed alimenta il terribile segreto che Efix porta con sé: ha ucciso il padre delle sue padrone, un uomo autoritario e violento; lo ha fatto per permettere allʼaltra figlia di fuggire, di trovare la libertà nel continente. Pure per questo che Efix ha dedicato la propria vita alle tre donne, con le quali ha un legame profondo, di servo, di amico, di paladino. Vorrebbe che stessero bene, ha paura di morire prima di vederle in salvo, fuori dalla povertà e con un altro uomo a proteggerle. Quando si presenta Giacinto, il figlio della sorella fuggita in continente, Efix spera che sia lui la persona giusta, che possa ridare prosperità e serenità alle sue padrone. Si inganna: Giacinto è un mascalzoncello, che amoreggia con una ragazza del paese e lusinga Noemi, la più giovane ed orgogliosa delle donne. Non solo, Giacinto perde al gioco somme rilevanti, dando in garanzia il «poderetto», unica fonte di reddito. Efix non è stato capace di difenderle, di proteggerle, ed allora scappa, abbandona il paese, intraprende un lungo vagabondaggio per il Nuorese, accompagnandosi a mendicanti e chiedendo lʼelemosina alle numerose feste dei villaggi. È un cammino che non porta a nulla. > Un usignolo cantò sullʼalbero solitario ancora soffuso di fumo. Tutta la frescura della sera, tutta lʼarmonia delle lontananze serene, e il sorriso delle stelle ai fiori e il sorriso dei fiori alle stelle, e la letizia fiera dei bei giovani pastori e la passione chiusa delle donne dai corsetti rossi, e tutta la malinconia dei poveri che vivono aspettando lʼavanzo della mensa dei ricchi, e i dolori lontani e le speranze di là, e il passato, la patria perduta, lʼamore, il delitto, il rimorso, (...) il riso e il pianto del mondo, tremavano e vibravano nelle note dellʼusignolo sopra lʼalbero solitario che pareva più alto dei monti, con la cima rasente al cielo e la punta dellʼultima foglia ficcata dentro una stella. Ed Efix cominciò a piangere, Non sapeva perché, ma piangeva. Gli pareva di essere solo nel mondo, con lʼusignolo per compagno.(...) Tutti i folletti e i mostri sʼerano scossi e danzavano nellʼombra, inseguendolo e circondandolo . Efix tornerà a casa e morirà sereno, perché Noemi ha accettato di sposare un suo cugino, ricco possidente. La storia a lieto fine, intrisa di religiosità, fa perdere tensione al romanzo: è un tentativo maldestro e affettato per dare un senso alla vita di Efix, per offrirci una speranza. Ma non è così. Come i genitori dolenti in «Caduto fuori dal tempo...» di David Grossman, tutti noi camminiamo in una processione sacra verso quel luogo misterioso che è lʼaldilà. Ma la nostra marcia si ferma davanti ad un muro. Tutto è silenzio. "Un punto giallo brillava dietro un castello (...). Piano piano la sua luce illuminava tutto il paesaggio misterioso e come al tocco di un dito magico tutto spariva; un lago azzurro inondava lʼorizzonte (...) Nel silenzio il torrente palpitava come il sangue della valle addormentata. Ed Efix sentiva avvicinarsi la morte, piano piano, come salisse tacita dal sentiero accompagnata da un corteggio di spiriti erranti, dal batter dei panni delle panas giù al fiume, dal lieve svolazzare delle anime innocenti tramutate in foglie, in fiori.... Perché leggerlo? Nessuno nella nostra letteratura ha cantato la natura vivente con tanta profondità.
Cantilena mattutina nell'erba
> Il mondo intero era pieno di incantesimi in fermento nella nebbia che dilagava. I blocchi di lava si trasformavano in fortezze, i picchi di roccia in torri.... la nebbia fluttuava sopra le valli, trasformandole in calderoni ribollenti, calderoni delle Norme, e planava sulla lava, sui luoghi sacri, su alture lontane invisibili dai sentieri battuti dai cavalli. E la nebbia si riversa. Da dove vieni? Cosʼaspetti? Hai qualcosa davanti a te?, qualcosa dietro? O è solo questo, solo la tua vita, qui e ora, ovvero da nessuna parte? Come, perché, tu? Un ambiente irreale e angosce esistenziali attraversano tutto il romanzo. Siamo nel medioevo, nella mitica Islanda, Sturla è un personaggio storico, che persegue lʼambizioso disegno di unificare tutta lʼisola. Nella prima parte del libro, la più suggestiva perché forse ambientata nella natura misteriosa di unʼisola fredda e calda nello stesso tempo, la facile amicizia dei giovani si trasforma in tradimenti, uccisioni e violenze che contraddistinguono le lotte continue tra i clan. Bellissima è la scena iniziale della tempesta, dove la solidarietà permette al gruppo di ragazzi di salvarsi: ma è un legame che può sopravvivere solo nel sogno, in un castello fatato, dal quale bisogna uscire verso il proprio destino: > allora venne preso da un tale torpore che gli fu impossibile stare sveglio. E fu come se le sale là dentro si rinchiudessero nella montagna. Gli parve di svegliarsi di sobbalzo e che il paesaggio scomparisse nella nebbia. Allora si svegliò. E mai più ritrovò quel castello e i suoi abitanti . La lotta tra i clan conduce Sturla a compiere delitti, anche contro la chiesa. Nella seconda parte del romanzo Sturla va in pellegrinaggio a Roma per ottenere il perdono: è un viaggio per unʼ Europa medioevale dilaniata dalla violenza, in una paesaggio triste e cupo. I rimorsi perseguitano Sturla e si palesano in incubi notturni, in visioni terrificanti di corpi dilaniati. Quale deve essere la sorpresa quando ad accoglierlo non è una città santa, ma una Roma pittoresca e corrotta, che lo assolve in una scena surreale, dionisiaca e felliniana, tra personaggi mascherati, più degni di un festa orgiastica che di una cerimonia di espiazione. Al ritorno da Roma, Sturla si ferma a Parigi per impadronirsi delle arti della magia nera così da avere un mezzo in più per conquistare lʼIslanda. La terza parte del romanzo è un epilogo. Sturla comincia nuove battaglie e compie altre crudeltà: ma non è più sicuro di sé stesso, la sua debolezza lo perderà e lo condurrà alla morte. È ormai un uomo dai due volti come un personaggio di una leggenda, che si diceva che > per metà il suo volto era brutto e spaventoso, e così anche il corpo, mentre dallʼaltra parte era chiaro e bello quanto si potrebbe desiderare . La forza e la debolezza del romanzo stanno nella sua frammentazione: una serie di scene, fatte di una avvallarsi di episodi e di sogni, pensieri del personaggio, e sorrette da una prosa ricca di suggestioni, per certi aspetti vicina alla poesia. Anche se fortemente ambientato nel contesto islandese, da cui trae fascino ed ispirazioni, in realtà ciò che emerge è il dramma di un uomo che va verso la modernità e che non riesce a farsi rinchiudere, e limitare, dalle regole della società medioevale. Nei suoi dubbi e nel suo conflitto interiore, Sturla è veramente un personaggio dai due volti: il passato, e il suo ruolo sociale, che lo vuole guerriero e capo clan, e la coscienza di una inutilità esistenziale, di un divenire. Nel capitolo che dà il titolo al libro, la descrizione metafisica del mattino sintetizza questa sospensione e chiarisce il fascino della scrittura. > È mattino. Cʼera quiete, mentre il sole saliva sul crinale del monte, prima colmando di luce il passo, poi correndo ad abbracciare pareti e rocce. Addolciva massi e pietre aguzze, ne imbiancava qualcuna, ne indorava altre, smussava le asperità di picchi e rupi. Il vento era così tenue che i fili dʼerba erano immobili e rispecchiavano dritti e rigidi nel piccolo ruscello, aspettando. Che cosa?. Che fosse il momento, ancora una volta. E i fiori esultavano, quando il sole li abbracciò così delicatamente che non un calice né un petalo si mossero. Non regnava né gioia né dolore, erano la stessa cosa. Erano la stessa cosa, non cambiava nulla. Ma se era dolore, era così soave in quel chiarore appena nato, in quella resurrezione dorata, che non era pena; se invece era gioia, non era felicità. Ma il tempo attendeva in agguato, con la caducità insita in ogni cosa nellʼeternità del tutto, quando ogni cosa tende a tornare alla terra e a disgregarsi e a dissolversi in materia primordiale in cerca di forme nuove e sconosciute . Perché non leggerlo? La suggestione dei bozzetti, la profondità dei concetti, la bellezza delle descrizioni della natura non riescono a compensare la frammentazione del racconto e la frequente incomprensibilità dei contenuti e della successione degli avvenimenti.
Caos Calmo
Se il premio Strega ha premiato il miglior libro dell’anno, bisogna dire che la letteratura italiana è messa molto male. Il libro ha due spunti interessanti. Il tema del lutto con la difficoltà a sentire il dolore per la morte di una persona cara. Il protagonista, infatti, ha perso la moglie ma vive in una condizione di sospensione (da qui il titolo caos calmo) in quanto non è sconvolto dal dolore ma non riesce neanche a riprendere la vita normale. Infatti, e qui è il secondo spunto interessante, decide di passare le giornate fuori dalla scuola della figlia. In questa attesa si sviluppa la sua vita con una serie di incontri: la cognata e il fratello, i colleghi di lavoro interessati dalle conseguenze di una fusione aziendale in corso, i proprietari dell’azienda e lo stesso compratore dell’azienda e altri personaggi minori. Il protagonista è indifferente rispetto a tutto ciò che succede e continua ad attendere che qualche cosa sblocchi la situazione di sospensione. Sarà poi la figlia a fargli notare che i compagni la prendono in giro per la sua continua presenza fuori dalla scuola e sarebbe quindi opportuno che ritornasse alla vita normale. Gli spunti di partenza sono quindi interessanti ma si perdono nella banalità e nella superficialità degli episodi, che tra di loro non hanno un legame chiaro tanto da rendere la storia frammentaria, prolissa e inconcludente. L’espediente narrativo di raccontare in prima persona con un rincorrersi di frasi e di parole che dovrebbero dare il senso della successione illogica dei pensieri si traduce in un ritmo noioso e pesante, che non riesce a entrare in profondità nelle situazioni e nei sentimenti. I temi si sovrappongono facendo perdere la questione centrale rappresentata dalla elaborazione del lutto.
Capitan Tempesta
Siamo dinanzi ad uno dei romanzi più stupefacenti di Salgari. Le vicende di Capitan Tempesta sono ambientate nel 1571 durante la conquista da parte dei turchi dellʼisola di Cipro, sino allora in mano a Venezia. Ma chi è Capitan Tempesta? > Era un giovane bellissimo, anzi troppo bello per essere un guerriero, un pò alto, snello, di forme eleganti, con due occhi nerissimi che parevano due carbonchi, una bocca da fanciulla con dei dentini superbi... nellʼinsieme sembrava più una graziosissima fanciulla che un capitano di ventura . Già questa presentazione di Salgari introduce il motivo di fondo del romanzo: il travestimento di una splendida dama napoletana, alla ricerca del fidanzato, fatto prigioniero. La trama si svolge intorno allʼambiguità di Capitan Tempesta. Abile spadaccino e valoroso combattente, egli/ella vince in duello i migliori avversari, cristiani e turchi, che cadono poi innamorati della coraggiosa fanciulla. Dopo aver combattuto nella difesa di Famagosta e aver sconfitto in tenzone uno dei più famosi guerrieri dellʼesercito saraceno, il Leone di Damasco, Capitan Tempesta corre al castello dʼUssif, dove è recluso lʼamato fidanzato. Con astuti sotterfugi riesce ad entrare nelle grazie della crudele Haradja, che si infatua del bellissimo giovane, non conoscendone la vera natura. Capitan Tempesta riesce a liberare il fidanzato, fugge per mare ma viene raggiunta e catturata dopo una salgariana battaglia navale. Viene però liberata dal Leone di Damasco, che, ormai conquistato perdutamente dalla giovane, fugge con lei in Italia ( nel frattempo lʼamato fidanzato è stato assassinato). Ci sono tutti i migliori ingredienti dei romanzi di Salgari ma con qualche cosa di più. Non solo il racconto è abilmente giocato sulla doppia natura di Capitan Tempesta, ma anche gli altri personaggi si ribellano al ruolo entro il quale la società vorrebbe confinarli. Prendiamo, per esempio, la sorprendente e magnifica figura di Haradja. Il destino la vorrebbe relegata in un harem, tra le tante mogli di un pascià. Ma > avevo nelle vene il sangue dʼun pirata e quantunque donna, ne provavo tutti gli stimoli feroci . Non poteva che innamorarsi di guerrieri, con una passione, che una volta respinta, diventava odio feroce. Anche la contrapposizione tra religione cristiana e quella mussulmana, che allʼinizio del libro sembrava un conflitto insanabile, via via che si procede nella lettura si stempera, perché evidente che tutti si muovono su un crinale, dove le regole e le ideologie perdono valore e sostanza. Infine, bellissimo è il personaggio di El - Kadur, schiavo di Capitan Tempesta. Invaghito anche lui della fanciulla ( > ti rivedo quando sulla spiaggia sabbiosa mi porgevi dinanzi stillante acqua marina e ti riposavi allʼombra delle palme, felice di guardarmi ) soffre tremendamente perché non potrà mai farla sua. Lʼamore non corrisposto, di cui Capitan Tempesta è pienamente cosciente, e la nostalgia per «i vasti orizzonti luminosi e le dune di sabbia» travolgono lʼuomo sino a portarlo sul bordo della pazzia. Con forme diverse da quelle del Corsaro Nero, dove tutto è cupo e dolore, anche qui Salgari opera su un piano psicoanalitico, nel quale i personaggi e le vicende sono un iceberg di un mondo sotterraneo, fatto di fantasie anche erotiche e di desideri di una vita differente. Perché leggerlo? Allʼavventura aggiunge la complessità dei personaggi.
La capitana del Yucatan
Il romanzo è ambientato a Cuba, durante la guerra ispanico-americana del 1898, che portò la Spagna a perdere le sue ultime colonie. Uno «yacht», l' Yucatan, deve forzare il blocco navale degli Stati Uniti per portare armi e provviste alle truppe spagnole, in gravi difficoltà per la concomitante avanzata dei ribelli indipendentisti e per la pressione della potente flotta americana. E' un vascello di piccole dimensioni, ma è un capolavoro d'ingegneria: le sue macchine gli permettono di toccare i ventisei nodi, il suo scafo di acciaio è suddiviso in diversi compartimenti stagni e dotato di una cintura di protezione, formata di fibre di cocco, che lo rendono inaffondabile. E meraviglia della tecnica! Lo «yacht» può inabissarsi lasciando visibile solo il ponte, così da sembrare un rottame alla deriva. Pure Salgari è rimasto abbagliato dai prodigi della tecnologia o cerca in tal modo di emulare il fascino del Nautilus di Giulio Verne, suo concorrente diretto. A comandare lo Yucatan è la marchesa de Castillo. La Capitana > aveva una bella testa, adorna d'una capigliatura abbondante, d'un nero assai cupo e ondulata come quella delle gitane spagnole, (...) aveva la pelle di quel pallore senza riflessi, d'una tinta strana, che solo si trova nelle creole delle Grandi Antille, (...) occhi di un nero perfetto, (...) lunghe palpebre setose, (...) labbra rosse come un melagrana. Dopo una tale descrizione ci saremmo aspettati una storia ammaliante come quella di «Yolanda la figlia del Corsaro Nero» o ambigua e misteriosa come il racconto di «Capitan Tempesta» (vedi recensioni in questo sito); e invece la marchesa de Castillo sta ai margini, emergendo solo a tratti e in un ruolo comprimario, mentre il vero protagonista è il tenente Cordoba, > un lupo di mare (...) di statura piuttosto bassa, tutto nervi e muscoli, con un viso angoloso, abbronzato dal sole della zona torrida e dalla salsedine dell'aria marina. E' lui che conduce l' Yucatan e il suo equipaggio in una successione di avventure, in mare e in terra. In una di queste imprese Cordoba, con una piccola scialuppa, va a sganciare dei siluri contro una cannoniera facendola esplodere e aprendo la via al piccolo vascello; in un'altra l' Yucatan si nasconde in una grotta marina, in un'altra ancora riesce a fuggire abilmente tra una moltitudine di scogli e di secche. Siamo nella costa Sudest di Cuba, di fronte al Messico, piena di isolotti, di canali marini simili ai fiordi, ricca di una natura lussureggiante, descritta sempre con toni cupi, quasi ad anticipare il finale dolente. Il mare è abitato da > splendide meduse somiglianti a grosse lampade di vetro smerigliato, d'una tinta pallidissima ; i fenicotteri assumono un aspetto fantastico, con la coda > coperta di penne d'uno splendido color rosa carminio, che lungo le ali diventa d'un superbo color rosso corallo o rosso fuoco ; nelle foreste predominano manghi giganteschi, con > liane smisurate che salivano e scendevano lungo i tronchi con mille contorcimenti o aggrappandosi ad una infinità di piante parassite che formavano dei fitti festoni ; e > l'aria è talmente pregna d'umidità che corrompe ogni cosa , tutto si guasta, ammuffisce, si decompone, su tutto grava la terribile febbre gialla. Tra questi miasmi malefici si compie l'ultima corsa dello Yucatan. Troppa è la potenza degli Stati Uniti! Non si può lasciare il meraviglioso vascello agli imperialisti americani, meglio affondarlo con la dinamite. > La marchesa gettò uno sguardo lagrimoso sulla fumante carcassa, semisommersa fra le acque e le sabbie e mormorò, con un sospiro: «la nostra missione è finita!». In misura maggiore che in altri romanzi emerge il Salgari divulgatore. Mescolando paesaggi a lui vicini e resoconti di viaggiatori e geografi (nella seconda metà dell'Ottocento anch'essi ricchi di immaginazione), lo scrittore descrive il mare e le coste in modo minuzioso, con dettagli naturalistici e marinari. Nello stesso modo si comporta nel racconto dell'assedio di Santiago, enumerando le navi americane e illustrando le diverse battaglie. Da un lato ci sono i valorosi ma sfortunati spagnoli e dall'altro i perfidi americani, > il sindacato dei finanzieri , gli imbelli negri ( > grandi cappellacci, piume gigantesche, (...) una tremarella indiavolata) , e i creoli che mancano di coraggio, forse si chiede Salgari, per il clima o l'oppressione costante degli spagnoli. Si sente puzza di razzismo o, più banalmente, un desiderio di rivalsa per la grave sconfitta subita dall'Italia in Etiopia (Adua è del 1896). L'intento divulgativo appesantisce il ritmo narrativo, frammentato e rallentato da troppe digressioni. Manca poi quel sistema di personaggi tipico dei romanzi di Salgari che contribuisce ad alleggerire la trama: un protagonista, generalmente tenebroso, con due caratteri di spalla, spesso lievemente ironici e sapientemente realisti. Qui a dominare la scena è Cordoba, carattere troppo consapevole della propria superiorità di lupo di mare per dare spazio agli altri attori, persino alla stessa Capitana, la quale, infatti, si dichiara sua allieva. Perché leggerlo? E' prolisso e ripetitivo a tratti, ma offre uno squarcio di un pezzo di storia poco conosciuto.
Il cappotto del turco
> Vorrei che fosse lei a scrivere di me. A radunare i pensieri su quegli anni lontani secoli. A giustificare la mia vigliaccheria, il mio bisogno di certezze... sono una cercatrice di pepite dʼoro, colleziono frammenti preziosi, intersezioni della mia vita con la sua, pensieri su di lei, emozioni improvvise che interrompevano anni di silenzio del mio cuore, anni di assenza. Dilato il tempo per non arrivare allʼepilogo di cui non so darmi pace . La protagonista e narratrice, Maria, racconta la sua vita, ma soprattutto parla della sorella, lʼindecifrabile Isabella, dalla pelle bianchissima, dai > sottili capelli di un colore indefinito tra il castano e il rosso, occhi verdastri come il fondo di un lago . Le sorelle hanno «opposte nature», ma proprio per questo il legame tra loro è profondo e travagliato, un continuo inseguimento, fatto di parole non dette, di incomprensioni e soprattutto di rimpianti. Lʼinfanzia le vede strettamente unite, con Maria piena di paura per i guai che potrebbe combinare Isabella, la quale si rivela subito avventurosa, incosciente e irrispettosa a fronte della sorella maggiore, prudente, meticolosa e razionale. È naturale che sia Isabella la prima ad interessarsi ai movimenti del sessantotto, trascinando in questa vicenda politica una recalcitrante sorella e Marco, il fidanzato di Maria. Rapidamente le parti si rovesciano. Lʼincostante Isabella abbandona i gruppi rivoluzionari per girare per il mondo, mentre Maria e Marco diventano convinti attivisti.Il giudizio di Maria su quegli anni, così importanti per la storia del nostro paese, è impietoso. > Non hanno cambiato profondamente il corso della mia vita. Mi sembrano lontani, vuote le parole. Volevamo calzare il mondo in unʼidea vecchia di un secolo. Altre in giro non ce nʼerano . Eppure per Maria sono anni importanti: si sposa con Marco, ha un figlio, si separa e va a vivere da sola. Ma allora perché è un periodo insignificante? Pesa lʼassenza della sorella, un vuoto che non riesce a colmare completamente con la cura del bambino, con il lavoro e lo studio. E Isabella si rifà viva in modo singolare, come è nella sua natura imprevedibile. Si presenta a casa di Maria un turco, mandato da Isabella. Mehmet è un uomo, > massiccio come un armadio.. gli occhi neri e i baffi spioventi.. con un soprabito militare di un colore indefinibile . Nasce una storia dʼamore.«Ho parlato con lui come mi succedeva con te», dirà un giorno Maria ad Isabella, che le ha appena confessato che anche lei ha avuto una relazione con il turco. > Solo che Mehmet si era dato a tuttʼe due presentandosi in modo opposto. Con me aveva finto di essere un bravo marito, dicendomi che ero una donna forte.. e a lei, che invece amava tuffarsi, aveva offerto le sue esperienze e le sue fantasie di avventuriero . E quindi il cappotto del turco è la metafora del rapporto tra le due donne, unite ma distanti, sempre alla ricerca reciproca ma incapaci di trovare una serena stabilità nella loro relazione. Basta poco per travolgere un fragile equilibrio e portare le due sorelle a dirsi e farsi cose di cui pentirsi. Isabella torna a casa incinta proprio quando Maria è a sua volta in attesa di una bambina da Marco, con il quale è ritornata insieme. Prima Isabella in un momento di rabbia verso la sorella provoca un incidente automobilistico, che porta Maria ad un parto prematuro. Poi Maria scopre che Isabella e Marco si sono baciati. Lʼindignazione è tale da portare Maria a scrivere una lettera piena di insulti: «Stai lontana da me, puzzi, mi fai schifo». Si pente subito di quello che ha scritto, ma non riesce a raggiungere Isabella, la quale affoga durante una gita in barca. > Piegai in quattro il cappotto di Mehmet e lo infilai in un grande sacco di plastica, insieme agli abiti vecchi... in questa stanza anonima, sul mio tavolo, le sue fotografie si sono moltiplicate. Ora qui vive solo lei, io mi sento morta. Non era quello che volevo . Il romanzo parla di una relazione spesso non investigata: quella tra fratelli. Gli amanti e gli amici in qualche modo si scelgono, i fratelli si trovano «già dati». Eppure è un rapporto che dura per tutta la vita, anche se dallʼintensità dellʼinfanzia poi scema in una relazione più distante, spesso anche molto lontana. «Non ci siamo nascoste niente, almeno fino a un certo punto». Queste parole, che lʼautrice fa pronunciare ad Isabella, sintetizzano molto bene un percorso di vita tra fratelli così come lʼimmagine del cappotto,ripiegato in un sacco di plastica per essere buttato via, simboleggia la conclusione, forse inevitabile, di una «eredità» dellʼinfanzia. La nuova famiglia, creata con un compagno o una compagna, diviene più importante. La scrittura è essenziale ma espressiva, ricca di spunti poetici. La trama narrativa è intensa, appoggiandosi più alla descrizione delle vicende e delle situazioni, che ai dialoghi, quasi ad indicare lʼincomunicabilità che caratterizza le relazioni tra i personaggi, in particolare tra Maria ed Isabella. Le riflessioni sono affidate ai sogni, inserendo saltuarie ma suggestive viste oniriche. Perché leggerlo? Un bellissimo romanzo, breve ma complesso.
Il cardillo addolorato
Il romanzo ruota intorno ad una domanda, alla quale il lettore non riesce a dare una risposta esauriente: chi é e che ruolo ha il «Cardillo Addolorato», figura, fra tanti personaggi, onnipresente ed oscura? E che significato hanno le strofe che spesso tornano nel corso del racconto, sino alla sua conclusione apparentemente tragica: «e vola vola vola lu Cardillo! e vola vola vola... oh! oh!»? Per rispondere occorre inoltrarsi nella lettura del romanzo, lasciandosi incantare dal mistero della narrazione, che, come la vita, sta nella > freschezza, fluidità, scorrere e precipitare, sparire e risorgere continuo delle sue infinite forme . Siamo alla fine del settecento, nel pieno dellʼEtà dei Lumi. Tre amici, il principe Naville, il mercante Nodier e lʼartista Albert, giungono dal freddo Nord a Napoli, «citta strana, misera e insieme ricca, soavemente colorata», che alterna «giornate di un azzurro purissimo e lucente» con altre piovose ed ombrose. I tre giovani, > splendenti di unʼallegria, unʼeccitazione, un orgoglio giustificate dallʼetà e, noi diremo, dallʼessere in una città così ricca di miraggi, fanno visita ad un noto guantaio. È nella casa del mercante che si verificano i fatti che determineranno il destino dei tre amici. Innanzitutto incontrano Elmina. «Forme piene, per quanto delicate, braccia stupende», sguardo > grave e riservato... una freddezza... una distanza, un abisso... che si poteva vincere (pensa Naville)... che non si sarebbe mai potuto superare , pare ad Albert. Lʼimpressione è così intensa da trattenere il respiro, da creare «uno stordimento dellʼanima», più banalmente, da far innamorare i tre giovani in modo repentino e fulmineo. La loro vita è segnata per sempre. Ma proprio in questo momento dʼincanto si verifica un episodio inquietante. La sorellina di Elmina paragona Albert «al loro vecchio cardillo», lasciato morire per trascuratezza, non cambiandogli lʼacqua e non rifornendolo di miglio. Da una duplice e contradditoria emozione, di stupore estasiato e di crudeltà gratuita, si sviluppa una storia apparentemente senza senso. Come in un eterno ritorno, i personaggi sono sempre gli stessi, le vicende sembrano ripetersi uguali, ma continuamente assumono nuove forme e significati: lʼunica costante è la presenza del Cardillo, il misterioso uccello, «del tutto invisibile e nascosto». Dʼaltra parte, è possibile dare > un nome legittimo alle persone e cose di questo mondo, tutte poco chiare... e che si perdono lentamente ? Albert sposa Elmina, la quale si è data una missione, che trascende qualsiasi amore e legame, persino quello materno: deve prendersi cura di un bambino, che potrebbe essere un suo segreto fratello, ma, ovviamente, non lo è. Un folletto, uno spirito maligno o unʼanima innocente? In questa situazione il povero Albert, personalità fragile e indifesa, non può che soccombere. Nordier, invece, anche lui innamorato di Elmina, dopo aver vagheggiato di sposarla, da uomo pragmatico e superficiale qualʼé, si ritira di buon ordine, quando appare evidente lʼincomprensibile missione che si è affidata la ragazza. Non può accettare questa facile soluzione Naville, anche lui invaghito di Elmina, ma, illuminista e cosmopolita, tenta testardamente di dare una spiegazione a fatti incredibili e misteriosi, di offrire una sistemazione definitiva ed adeguata ad Elmina, inondandola di regali, sempre rifiutati, progettando di sposarla e di portarla via da Napoli. Tutti i suoi sforzi sono vani, non solo perché gli avvenimenti si susseguono in modo sempre più indecifrabile (i personaggi non sono mai quelli che lui pensava che fossero, riemergono persino i defunti a dire la loro..), ma soprattutto perché, nei momenti decisivi, irrompe la voce del Cardillo, lʼangoscioso ritornello: > Oh non avesse mai abbandonato la sua casa e la noiosa vita mondana della ricca, solida, fredda, ragionevole e molto perbene società in cui era nato! Una sorta di destino lo ha trascinato a Napoli e contro di esso il povero Naville ha disperatamente lottato, per restare poi sconfitto. Il principe torna in patria nel maestoso palazzo di Liegi. A chi «gli vantasse il famoso benché ancora neonato Progresso» il non più mondano e divertito principe chiedeva se > avesse sentito il silenzio assoluto del mondo, la gioia imperiale dellʼalba.... la presenza del Cardillo giustiziere . Finché una sera, proprio nel momento di partire nuovamente per Napoli, gli viene annunciato il Cardillo. Risuonò dappertutto il noto ritornello e il principe > (benedì) il Cardillo che arrivava, e finalmente gli avrebbe spiegato tutto. La follia e la separazione, il dolore e questa gioia, che giungeva adesso con lui: tutta calma, fredda, infinita . Ma allora chi è il Cardillo Addolorato? È il mondo sotterraneo, il magma che ribolle al di sotto della razionalità ordinatrice. Per cogliere il significato della voce del cardillo bisogna essere un > lettore paziente, privo di senso comune e fornito invece di una sua antenna privata per raccogliere il silenzio glaciale dellʼUniverso, le liti dei fanciulli del mondo sotterraneo, gli sputi, le lacrime, i nein... nein delle loro implorazioni . Solo nella Napoli, fantastica e dolorosa, generosa e crudele, poteva svolgersi un libro che narra la sconfitta della Ragione. Il pregio principale del romanzo è lo stile, affascinante anche se non facile. Il lettore si immerge in una sintassi involuta, ricca di incisi, rappresentativa della complessità e della vaghezza della vita. È una scrittura che preannuncia il sogno, il mistero, un mondo che non vuole farsi ricondurre a schemi narrativi troppo semplici e lineari. Il difetto è la confusione della trama e del sistema dei personaggi. Dapprima lʼautrice riesce a mantenere un ordine ed uno sviluppo logico, da un punto in poi il disordine irrompe vittorioso. Il lettore si perde e sopraggiungono il fastidio e la noia. Perché leggerlo? Il fascino è la scrittura, ma bisogna avere la pazienza di andare avanti nelle ultime cento pagine.
Career Move
Si tratta di un breve racconto dove vengono sviluppate due storie parallele. Nella prima un aspirante sceneggiatore, costretto per vivere a vendere assicurazioni, insegue disperatamente un selezionatore di sceneggiature, al quale ha inviato il proprio materiale. Nella seconda un poeta, ormai famoso e ricco, è costretto a sottoporsi a futili incontri con gli impiegati della casa editrice e a subire le richieste di modifiche ai propri poemi. Al di là della situazione di partenza, il mondo editoriale è comunque stupido, superficiale e arrogante e le conclusioni possono essere impreviste: l’aspirante sceneggiatore riesce a far accettare la propria opera integralmente, mentre il famoso poeta è costretto a subire rimaneggiamenti. La storia poteva anche essere interessante, ma lo stile è talmente sconclusionato con continui salti narrativi, l’uso spasmodico di forme colloquiali e di neologismi, da rendere il testo di difficile lettura e di fatto incomprensibile.
La cartella del professore
Immaginiamo una giovane donna, tra i ʼ30 e i ʼ40 anni. Non è stata una studentessa brillante, svolge un monotono lavoro di ufficio, ha avuto alcune relazioni sentimentali che però non sono andate a buon fine. È sola. > Da sola prendevo lʼautobus, da sola camminavo per le strade, da sola facevo la spesa, da sola andavo a bere qualcosa (...). Una vita allegra. Triste. Piacevole. Dolce. Amara. Aspra. Stimolante. Irritante. Calda. Fredda. Tiepida. Insomma, in che modo ho vissuto per tanto tempo? Un giorno, per caso, al bar dove va a bere (sembra che sia il suo unico passatempo) incontra il suo vecchio professore di giapponese. Dapprima è una vaga sensazione di sentirsi a proprio agio, «a posto», come quando si compra un libro e si preferisce non togliere la fascetta intorno. Poi subentra qualche cosʼaltro. > Con il professore non ci vediamo sovente. È normale, non è che stiamo insieme. Però non lo sento mai lontano, neppure quando non è accanto a me . Infine emerge lʼamore. > A partire da quando, avvicinandomi a lui, ho cominciato a sentire il calore che emanava dal suo corpo? Attraverso la sua camicia inamidata, percepivo la sua presenza. (...) Una presenza che non sono mai riuscita ad afferrare saldamente. Quando sto per prenderla, mi sfugge. Quando la sento lontana, di nuovo si avvicina . In un sogno la ragazza cerca il professore, ma non lo trova. > Ah ecco, lʼho già messo nella scatola! Ora ricordo. Lʼho chiuso nella grande scatola (...) che tengo in fondo allʼarmadio a muro. (...) Ormai non posso più tirarlo fuori. Perché lʼarmadio è troppo profondo . Ma chi rappresenta il professore, con la sua cartella, la sua voce e il suo corpo, il suo passato, denso di misteriosi significati? È come la luna che deve indicare il cammino ad una ragazza che non conosce sé stessa? È la coscienza che non vuole emergere dalla profondità dellʼanimo? O più semplicemente un amico più anziano al quale aggrapparsi per diventare adulti e fuggire alla solitudine dellʼesistenza? Non lo sapremo mai perché il romanzo non ha una conclusione. Sappiamo soltanto che quando lʼanziano professore morirà, «nelle sere cosìʼ», la ragazza aprirà la cartella e guarderà allʼinterno. > Ma nella cartella non cʼè nulla, solo il vuoto, un vuoto che va espandendosi. Un vuoto senza speranza che ingloba ogni cosa . Per definire in qualche modo questo racconto, che peraltro non vuol farsi etichettare, potremo dire che il romanzo esprime la sofferenza esistenziale, non solo giovanile. Lungo la narrazione scopriamo che anche il professore ha sofferto per vicende a lui incomprensibili, come la fuga e la morte improvvisa della moglie. Lʼanziano amico non è quindi una fonte di saggezza e di sicurezze, ma è pure lui, come la ragazza, un intreccio di certezze e dubbi, di aspettative e delusioni. La loro relazione, anche intima e non solo spirituale, è il frutto di due anime affini, che cercano di appoggiarsi vicendevolmente, di affrontare insieme lʼesistenza. Non si riconduca il senso del racconto alla storia banale di una relazione tra una giovane e il suo vecchio professore.La lenta accettazione del loro amore nasce dal timore di aprirsi allʼaltro, di riconoscere che si è una persona solo attraverso unʼaltra persona. Tipicamente giapponese, il romanzo assume in tal modo una valenza universale. Il fascino di questo breve romanzo risiede nello stile narrativo: delicatamente ironico, pensosamente gentile, i due protagonisti, i meravigliosi paesaggi giapponesi, ed infine la scrittura ci conducono soavemente e piacevolmente lungo un percorso che poteva rivelarsi cupo e pesante. Dispiace che la trama sia fragile, sovente dispersiva e ripetitiva. Una curiosità: leggendo il romanzo scopriremo come la cucina giapponese non sia solo sushi e pesce crudo, possiamo imparare molte interessanti ricette. Perché leggerlo? Tipicamente giapponese e quindi unico.
La casa del gelsomino
> Conosco una città/che ogni giorno s'empie di sole/ e tutto è rapito in quel momento (Giuseppe Ungaretti Silenzio da «L'allegria»). La città è Alessandria d'Egitto: > ecco il cielo libero da nuvole nere; ecco delle nuvolette bianche che sparse nell'aria come bambini che saltellano di gioia nell'immensità dello spazio. Grazie Dio! Eccoti qua, tu che non lasci mai tuo figlio Shagara Muhammad Alì, questo strano nome che gli ha causato un sacco di scocciature, durante l'infanzia e l'adolescenza, e che i tuoi servi scontenti ancora non conoscono bene. Dio, ti prego fammi finire ciò che sto facendo... Shagara è un piccolo malfattore: lavora in fabbrica in un polveroso ufficio pieno di scartoffie e spesso gli viene dato il compito di organizzare cortei e viaggi di operai inneggianti a Sadat, succeduto in Egitto a Nasser. Shagara lucra su questo incarico tenendosi in parte i soldi che gli sono stati dati per pagare gli operai e gli autisti dei pullman. Tutto lo sanno ma è normale in un paese corrotto. Si muove in una città surreale, turbolenta e sempre simile a sé stessa, e > ritornava con forza quella vecchia sensazione di esserne il proprietario, di averla costruita proprio io, di averne tracciato i confini e averne edificato i palazzi sui lati . E' reale Alessandria o solo il delirio di Shagara? Avvengono cose strane, inesplicabili e inquietanti: fu trovato un cadavere in un sacco ma quando lo aprirono ne uscì una donna meravigliosa; i cani, ubriachi, camminavano tutti soli gridando, «a quel paese l'Impero Britannico sul quale non tramonta mai il sole»; un uccello aveva preso un bambino tra gli artigli ed era volato «verso il settimo cielo dove regna Iddio». E ce ne furono altre di fatti incredibili che lasciarono sbalordita la gente, che pur continuava a vivere come sempre. Il rincaro dei prezzi, la corruzione dilagante, la pace con Israele dopo tanti morti, l'arroganza di un governo tecnocratico danno fuoco alla rivolta. Alessandria è travolta da una sommossa popolare, incontenibile e rabbiosa. > Ma perché, proprio in questo istante, punto lo sguardo sui visi delle donne e delle ragazze? (...) Forse perché le cose mi scorrono davanti agli occhi e io non ci faccio neanche caso? Qual è la fonte della nostra indifferenza? Forse quella misteriosa «casa del gelsomino», dove si racchiudono misteri che nessuno riesce a comprendere tanto da divenire la metafora dell'animo umano, oscuro e insondabile, o invece «quella massa scura che si estende all'infinito»? > Quella stupida acqua, per milioni di anni, non ha conosciuto altro che la bassa e l'alta marea, da sola, con se stessa, mai nessuno che condividesse qualcosa con essa . Così come la casa del gelsomino viene demolita per fare spazio ad un'orrida speculazione immobiliare, che distrugge lo splendore e il fascino della città antica, così non ci resta che annichilirci in una esistenza senza prospettive, legata alle piccole quotidianità borghesi. > Dov'è Dio, come ha potuto abbandonarci? Ci aveva dato un paradiso, com'è possibile, che sia svanito tutto, in così poco tempo? Che stupido sono? E' passato tanto tempo e non me ne sono accorto . Di questo splendido romanzo si può dire di tutto: surreale, realistico, crudele ed ironico. Di certo l'autore parla della trasformazione di Alessandria a seguito della selvaggia e diseguale modernizzazione di Sadat: uomo, inneggiato dall'Occidente, ma privo di carisma e così lontano dal «cuore religioso» del popolo egiziano. Tuttavia, il romanzo si eleva rispetto alla contingenza storica e sviluppa, in modo mirabile ed affascinante, un discorso sociale ed intimo ad un tempo: sociale perché ci dice quanto la lontananza di una classe dirigente cosmopolita ferisca un popolo e, dopo tante belle dichiarazioni, deve ricorrere alla più pesante repressione; così finisce la grande sommossa di Alessandria; intimo perché, tramite la metafora della casa del gelsomino e del mare infinito, ci parla del nostro impenetrabile mondo interno e ci invita a non perderci nella quotidianità e neppure in una inutile invocazione a Dio. Solo capire noi stessi ci potrà salvare dall'indifferenza. Leggere questo romanzo è stato un piacere intenso, un perdersi nella fantasia, in suggestioni sublimali, rese possibili da una scrittura tagliente, fatta di brevi frasi all'interno di un periodare articolato e fluido. Perché leggerlo? Per darsi un godimento estetico.
La casa di ringhiera
Amedeo Consonni, il protagonista del romanzo, è in pensione da molti anni e vive a Milano in una casa di ringhiera, costruita all'inizio del Novecento intorno ad una corte rettangolare e dove oggi ci sono venti alloggi. E' un «curioso microcosmo» con testimonianze di architettura industriale, oggi fortemente deteriorate: stucchi cadenti, intonaci fatiscenti, infissi, tradizionalmente di legno ed oggi sostituiti da altri di alluminio anodizzato, color argento e color ottone, per non parlare delle numerose parabole TV installate sulla ringhiera, che danno un senso di «miseria»globalizzata > . In apparenza la vita di Consonni è quella tipica di un vedovo in pensione: riassettare ogni giorno il piccolo e confortevole alloggio, andare al supermercato e prepararsi i pasti da solo, leggere il giornale con un sonnellino al pomeriggio, scambiare qualche parola con i vicini, e il martedì e giovedì prendersi cura del nipotino. Ma Consonni ha uno strano hobby: ama collezionare notizie sui crimini prendendo dai giornali qualsiasi articolo concernente assassinii e archiviando questi ritagli in raccoglitori perfettamente ordinati per delitto. Nel tempo ha cominciato a investigare sul campo all'insaputa della polizia. Oltre al passatempo di Consonni, un po' perverso ma innocuo, Regami descrive gli altri abitanti della casa di ringhiera: in particolare una famiglia di quattro persone (padre, madre e due ragazzi), dove l'uomo è spesso ubriaco e violento, la strana e rumorosa coppia di vicini, l'ottantenne follemente dedito alla sua vecchia auto. Dalla lettura del dettagliato ed affascinante quadro di questo microcosmo > si potrebbe pensare che siamo dinanzi ad un romanzo di costume nel quale la trama poliziesca è solo un espediente; è intrigante l'indagine di Consonni su un recente crimine, feroce e misterioso, ma il racconto sembrerebbe più finalizzato a descrivere il personaggio che a offrirci suspense e intrigo come dovrebbe fare un romanzo noir. Quando, d'improvviso, l'uccisione di un'inquilina dà inizio ad una serie sconvolgente e sorprendente di eventi, coinvolgendo gli abitanti del nostro microcosmo. Senza svelare la fine, un vero colpo di scena, possiamo dire che lo svolgimento degli avvenimenti conferma come noi italiani, tutti anche i bambini, abbiamo, o pensiamo di avere, qualcosa da nascondere e comunque non vogliamo dire nulla alla polizia. Ho letto la novella tutto di un fiato". Nella prima parte mi ha affascinato l'ambiente fisico e sociale della casa di ringhiera, quasi fuori dal tempo: si pensi alla minuta descrizione dell'appartamento di Consonni con le sue tappezzerie ottocentesche, o alle rivalità e ai piccoli sgarbi per parcheggiare nel cortile. Nella seconda parte il ritmo narrativo prende velocità e non possiamo abbandonare il libro, perché ansiosi di leggere l'episodio successivo. La narrazione è scandita da cenni sospesi di colpi di scena, abilmente costruiti così da alimentare il desiderio di andare avanti, come in un romanzo d'appendice. La scrittura è raffinata e riesce a mescolare il linguaggio comune con modi di dire dialettali, creando in tal modo l'atmosfera nostalgica che pervade il racconto. E' un piccolo gioiello che unisce costume con noir, insieme a un lessico piacevole e a una bella costruzione sintattica. Perché leggerlo? E' intrigante e ben scritto.
Una casa fuori dal tempo
> S'avvia tra i muri, e preda della luce..../forse eri tu, ora è un'apparizione/o forse è tutto ciò che non ha pace/ (...) E' una figura, non ha requie.../è nostra la credevo una chimera ( da «S'avvia tra i muri» della raccolta Avvento notturno di Mario Luzi). Vengono in mente questi versi leggendo questo romanzo, che parla di presenze fuori dal tempo, ombre e luci che vivono d'inverno nel regno dei morti e d'estate in quello dei vivi, come nel mito di Persefone. Di certo Vera, questa timida ragazza inglese del primo Ottocento, non si sarebbe aspettata di avere un'esperienza incredibile: divenire l'amica di Ginestra, cui spetta vivere per l'eternità come Persefone, in bilico tra l'oltre tomba e il mondo dei vivi. La storia inizia in Inghilterra. Vera è orfana di entrambi i genitori e ha solo un fratello maggiore, Caspian, appassionato di archeologia. Vera studia italiano nelle scuole londinesi fondate dall'esule Mazzini (ho apprezzato questo riferimento a un ruolo importante e dimenticato del fondatore della Giovine Italia). Caspian decide di portare la sorella con sé a Pompei, dove è impegnato negli scavi. Vera si muove libera tra le pietre della città romana, quando le compare a fianco Ginestra. Come nella poesia di Luzi Vera si accorge dell' improvvisa presenza di Ginestra > non dal rumore, perché non ne fa: a farla voltare è un risucchio, un vuoto d'aria, come quando stai volando troppo in alto su un'altalena. Ginestra è > alta come lei, (...porta sandali piatti, di cuoio rosso un po' sbucciato... , ma è inutile descriverla, è meglio ammirare il ritratto che ha fatto la disegnatrice Elisabetta Stoinich delle due ragazze, insieme, con le mani affettuosamente intrecciate come due amiche, sbarazzine, piene di vita, sorridente Vera, leggermente malinconica Ginestra nella sua tunica romana e i suoi capelli ribelli, così somigliante ma così diversa da Vera, col suo composto abbigliamento vittoriano. Ma perché si percepisce in Ginestra una lieve malinconia? La ragazza sa che perderà Vera all'arrivo dell'inverno così come non potrà più vivere come i mortali. C'è una svolta nel racconto; gli archeologi riescono a riprodurre in un calco la figura di una donna morta nella grande eruzione del Vesuvio, questa donna è la madre di Ginestra. L'attesa eterna di Ginestra è divenuta inutile, ha potuto rivedere la madre, può abbandonare il regno dei morti. Chiede alla Dea il permesso di lasciare l'allegra e vacua comunità delle compagne; in cambio della libertà la Dea vuole Vera. Prevale l'amore e Ginestra si condanna alla prigione eterna. > Sono scivolate via l'una dall'altra, le mani strette si sono separate, l'intreccio delle dita si è sciolto. La terra si è spaccata davanti a loro, allontanandole. (...) Invece di far cadere Vera nella voragine (...) Ginestra l'ha guardata negli occhi per un lungo istante. Tornando nella fredda Londra, Vera si ricorderà dell'amica e del suo sacrificio? Beatrice Masini ha scritto un romanzo delicato, soffuso, quasi evanescente. La passione per la mitologia greca e l'archeologia l'hanno spinta a intrecciare il percorso di formazione di Vera, una vera e propria rinascita, con la storia dei primi scavi di Pompei, tra conservazione e avidità di guadagno, tra nuove tecnologie e il faticoso e pericoloso lavoro degli operai. Si pensi alla bella figura del piccolo Nico, costretto a lavorare ancora bambino, e alla descrizione dei calchi, un metodo largamente diffuso nell'Ottocento anche per divulgare e mantenere le opere dell'antichità. Questi riferimenti realistici sono il contorno di una storia di forte impronta filosofica: il tempo, > che erode e non lascia nulla intatto. Il tempo che ha sempre fame, e mangia tutto. Invece prima -- prima, adesso, dopo, quando era, quando è stato, quando sarà -- di là, prima, era, è tutto così perfetto e levigato. Sovrastata da cotanta metafisica la trama ne risulta schiacciata, indebolita, fragile; i protagonisti non sono approfonditi in termini esistenziali e psicologici, a cominciare da Vera e Ginestra. La scrittura è elegante e musicale, ben corredando la lieve malinconia della storia. Le frasi sono sinteticamente perfette, il lessico è ricco eppure moderno. Il lettore scivola leggero attraverso il bell'italiano, ma ad un certo punto si chiede: dov'è il fuoco in tanta virtuosità stilistica? Perché leggerlo? La trama è fragile ma è piacevole da leggere.
La casa in collina
La Resistenza è narrata il più delle volte dal punto di vista di chi ha partecipato alla lotta partigiana. Il lungo racconto di Pavese parla di chi è rimasto in attesa, anche se coinvolto. > In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia . Così ragiona Corrado, protagonista ed io narrante, mentre il mondo circostante viene travolto dalla guerra. Si è rifugiato in collina, la quale > per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere. (...) Non avevo tristezze, sapevo che nella notte la città poteva andare tutta in fiamme e la gente morire. I burroni, le ville e i sentieri si sarebbero svegliati al mattino calmi e uguali . Durante il giorno va spesso in città, in unʼosteria: qui si suona, si balla e si sparla del fascismo. > Ogni volta giuravo di tacere e ascoltare, di scuotere il capo e ascoltare. Ma quel cauto equilibrio dʼansie, di attese e di futili speranze in cui adesso trascorrevo i giorni, era fatto per me, mi piaceva: avrei voluto che durasse eterno. Lʼimpazienza degli altri poteva distruggerlo. Da tempo ero avvezzo a non muovermi, a lasciare che il mondo impazzisse . A scuoterlo non sono sufficienti la caduta di Mussolini e lʼ8 settembre, né aver ritrovato una donna della sua giovinezza, dalla quale, forse, ha avuto un figlio, oggi dodicenne. > Adesso avevo quarantʼanni e cʼera Cate, cʼera Dino. (...) Non ero futile e villano anche stavolta, che le giravo intorno tra smarrito e umiliato? Il fragile ed illusorio equilibrio viene distrutto dallʼarresto di Cate. Corrado si salva per caso e si rifugia in un convento, dove lo raggiunge Dino. > Che altro fare sotto il portico vuoto se non riassaporare mattino e sera lʼantico spavento? Il convento non è più sicuro e quindi decide di rifugiarsi presso la casa dei genitori, nelle Langhe. Nel frattempo Dino > se nʼè andato, e per fare sul serio. Alla sua età non è difficile. Più difficile è stato per gli altri, che pure lʼhan fatto e ancora lo fanno . Il viaggio da Torino alle Langhe lo porta al centro della lotta partigiana ma riesce a salvarsi. > Malgrado i tempi, qui nelle cascine si è spannocchiato e vendemmiato. (...) Adesso che la campagna è brulla, torno a girarla; salgo e scendo la collina e ripenso alla lunga illusione da cui ha preso le mosse questo racconto della mia vita. (...) Qui ogni passo, quasi ognʼora del giorno, e certamente ogni ricordo più inatteso, mi mette innanzi ciò che fui, ciò che sono e avevo scordato. (...) A volte, dopo avere ascoltato lʼinutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato. Si può continuare a vivere dopo una guerra civile? > Si ha lʼimpressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi E perché sono morti? > Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero. Il fallimento di Corrado (non è riuscito a proteggere neanche Dino) si conclude con una meditazione sulle sorti dellʼumanità, che trascende il racconto: dalla narrazione del contesto storico e dellʼinteriore sofferenza esistenziale si eleva ad una dimensione cosmica, particolarmente attuale alla luce delle guerre civili che sanguinano molte parti del mondo. Sotto il profilo stilistico il racconto è un capolavoro assoluto: asciutto, scarno ma capace di evocare il senso della storia e il destino dei personaggi. Lo scrittore lavora abilmente sullʼaccostamento fonetico delle parole tanto che spesso pare di trovarsi innanzi un componimento poetico, invece di un testo in prosa. È incredibile poi la capacità dellʼautore di non spezzettare il ritmo pur ricorrendo in modo prevalente al punto e quindi a brevi frasi. Lʼuso della virgola per creare una sospensione tra soggetto e verbo (dando autonomia a questʼultimo) è una chicca stilistica, che richiede un possesso eccezionale della sintassi, delle parole e della lingua italiana in genere. Il connubio della narrativa americana con quella classica ha dato risultati eccezionali, difficilmente raggiunti nella letteratura italiana. Perché leggerlo? È un capolavoro e una riflessione sulla guerra.
I casi del commissario Croce
Nel prologo Ricardo Piglia riporta un'annotazione di Carlo Marx sul male, come > principio fondamentale che ci rende creature sociali, (...) risiede qui la vera origine di tutte le arti e le scienze e, a partire dal momento in cui il male dovesse cessare, la società necessariamente decadrebbe, se non addirittura perirebbe . Se pensiamo alla storia dell'Argentina, storia che l'autore attraversa saltellando qua e là, la violenza, lo sterminio dei popoli nativi, i ripetuti colpi di stato da parte dei militari, il populismo peronista e il liberismo spietato, la repressione poliziesca sino ai desaparecido, non sono anomalie ma elementi connaturati a una società capitalistica; e solo con un approccio razionale si può trovare una spiegazione possibile. Per raggiungere questo fine Ricardo Piglia ha inventato il commissario Croce, un «geniale investigatore» con il nome di un filosofo italiano hegeliano, Benedetto Croce. E' una coincidenza? No di certo, se si considera che «il vero destino di un kantiano è la scuola di polizia» anche se > nessuno è padrone dei propri pensieri. Non esistono le cosidette proprie idee, pensare o è appropriato o non è appropriato e pure «se non distruggiamo i pensieri, i pensieri distruggono noi». Per spaziare liberamente Piglia non sviluppa un'unica trama, ma si affida a racconti, che l'autore vorrebbe presentare come casuali, inseriti senza un filo logico. In realtà, forzando forse l'intenzione dell'autore, li possiamo raggruppare in alcuni filoni. Il "Film", «L'eccezione», «L'impenetrabile,»La Promessa > , sono racconti che riguardano momenti salienti della storia argentina. Si prenda L'impenetrabile > dove Croce è incaricato di risolvere la scomparsa dell'ingegner Panizza, noto industriale ma dal passato oscuro. Croce risale il Rio della Plata, gli era facile perché aveva trascorso molte estati sulla vasta laguna (...) per sfuggire alla routine e condurre una vita filosofica«. E quando lo incontra, Panizza dice parole enigmatiche (tipo»l'organizzazione del tempo, e non l'invenzione della macchina a vapore è la chiave del capitalismo > ) per poi squagliarsela definitivamente. Chi è Panizza? E' uno dei tanti europei scappati dopo la seconda guerra mondiale e che non vogliono farsi trovare? E che dire del pianto del commissario nel finale del racconto il Film > , quando Croce scopre che la biondina protagonista della pellicola pornografica è Evita Peron, quella donna che tanti avevano amato come una vergine > . Altri racconti rappresentano i tratti essenziali della società argentina: la malinconia ( La musica«), la superstizione come in»L'Astrologo«e in»Tigre«, la virilità come nel paradossale e indecifrabile»Signora X«, l'amore per il rischio come nel»Giocatore > . E infine Piglia si sofferma sul genere criminale facendo intravedere la sua predilezione per le storie poliziesche all'Agata Christie e per i misteri sconcertanti di Poe. I racconti sono un manuale d'istruzioni e di riflessioni, da cui scopriamo che il metodo di Croce opera mediante analogie metaforiche, combina l'intuizione poetica con la precisione matematica" («La conferenza», «La risoluzione» e «Il metodo»). Sullo sfondo c'è sempre l'Argentina: > le strade sono deserte, non c'è un'anima da nessuna parte, non c'è nessuno al porto, è tutto morto, una cosa demenziale, ettari ed ettari di campagna e dietro non c'è niente, cani randagi, ossa al sole, e solo vento, polvere e solitudine. (...) Siamo stati sconfitti così tante volte che ormai non cambiamo più . Sarebbe necessario conoscere l'Argentina e la sua storia per apprezzare questi racconti; eppure, queste brevi storie ci creano dell' invidia immaginando quale potrebbe essere il nostro Noir, oggi di così grande successo, se ripercorresse il nostro passato recente favorendo la trasmissione della Memoria. Dal punto di vista narrativo la lettura riporta ai «sessanti racconti» di Dino Buzzati (vedi recensione in questo sito): lo stesso senso del paradosso e la medesima disillusione rassegnata. Se si pensa che «i casi del commissario Croce» sono l'ultimo libro di Piglia, scritto quando era già un malato avanzato di SLA, siamo dinanzi a un ben triste testamento, insieme con il desiderio di lasciare un approccio letterario e trasmettere la passione per il genere criminale. Si fa fatica a finire la lettura, talvolta i racconti sono dispersivi, con numerosi incisi narrativi, talvolta le storie sono troppo paradossali, come accade in Buzzati, è difficile restare avvinti. Perché non leggerlo? E' interessante ma prolisso e frammentario.
Cassandra a Mogadiscio
> Jirro in somalo significa «malattia», letteralmente è così. (...) Ma Jirro per noi è una parola più vasta. Parla delle nostre ferite, del nostro dolore, del nostro stress postraumatico, postguerra. Jirro è il nostro cuore spezzato. La nostra vita in equilibrio precario tra l'inferno e il presente. Questo libro parla di questa malattia, fisica e spirituale, lacerante e nostalgica; e lo fa con un taglio autobiografico, che si costruisce > in costante movimento. Il passato non è mai fermo, segue i nostri cambiamenti , come scrive Scego nella sua postfazione. L'autrice immagina un colloquio con la nipote che vive a Londra, e la trama è cadenzata da parole chiave in somalo, che partendo da Jirro prosegue in una serie di tappe di storia personale, familiare e collettiva: eventi, relazioni, fisicità, memorie, profezia. Gli eventi sono due: il 1971, quando i genitori hanno abbandonato la Somalia dopo il colpo di stato di Siad Barre, il 1991, quando la Somalia precipita nel caos della guerra per bande. > «Nessuna strada ci riporterà a casa, figlia», dice lei (Halima, la madre di Scego) con una durezza che non le ho mai sentito prima. > Le strade sono state interrotte. Le case sono crollate su se stesse. Noi siamo diventati belve. E Mogadiscio è stata seppellita dai suoi stessi abitanti sotto un cumulo infinito di cadaveri . La Somalia in guerra, ma sempre lì nel cuore, strazia le relazioni tra la madre e Igiaba. Un giorno, nel 1989, la madre attraversa Roma per un possibile lavoro di domestica ma è respinta perché nera. > Urla nel silenzio. (...) E con quell'urlo, senza voce, con quell'umiliazione senza tempo, si insinua nella mente colma di nostalgia lo skyline di Mogadiscio. Arrivato lì, al centro dei suoi sospiri, per confortarla. Torna in Somalia; scompare per due anni senza dare più notizie perché travolta dalla guerra civile. Per Igiaba, ancora adolescente, è un abbandono con un impatto devastante: comincia a soffrire di bulimia nervosa. > Dagalka wabu dilai je'eelka. La guerra uccide l'amore. (...) Io vomito la guerra. Fino ad azzerare in me ogni sogno. Fino ad azzerare in me ogni me. Come quei parenti di mia madre persi nella bruma del loro scontento. E nel Jirro che non gli dava tregua. Al ritorno, Halima comincia a parlare alla figlia, > da donna a donna. Se prima le aveva raccontato della sua infanzia, in campagna a pascolare le pecore, adesso le narra la sua vera vita. > Il trauma di aver perso il paese natale lei e il paese di origine io ci accumunava nel lutto. (...) Voleva, a livello inconscio, (...) passarmi la sua vita. Perché non si trattava più di una storia famigliare e basta. Halima ricorda di come sia stata infibulata, e naturalmente > parlava di papà. Costruiva la sua leggenda. (...) Lei una centralinista e lui un uomo bellissimo, primo cittadino di una città che odorava di spezie. Poi, avvolta nella sua veste bianca, ogni tanto (...) mi cercava con lo sguardo. E in quel contatto di occhi, io figlia, lei madre, pensavamo al profugo. All'esilio che avevamo attraversato insieme. Quella malattia agli occhi che perseguita oggi Igiaba, ormai verso la menopausa, quel non aver figli o un marito, tutto questo deriva, forse, dall'avere somatizzato la lacerazione della sua vita, lei italiana innamorata di Roma, lei figlia di una Somalia distrutta? Che la tragedia dei popoli colonizzati, sfracellati e destinati all'oblio, le sofferenze dei migranti del mondo, le guerre, le stragi , le donne e i bambini violentati e trucidati, che tutto questo sia un segno di un destino che ci aspetta, anche noi ricchi, confortati dalle nostre belle leggi, e dall'aria condizionata? Un' amica ha proposto a Igiaba di leggere le Troiane di Euripide. Al centro c'è Cassandra che dice: > Io porto la fiaccola, io celebro, inondo la luce, vedete, con questa mia lampada il tempio. Come Cassandra, anche noi (umanità dilaniata) la portiamo la fiaccola. (...) Portarla è il nostro fardello. I romanzi di Scego hanno un filone comune: l'intreccio tra storie personali e vicende generali e come sia possibile scoprire sé stessi, e gli altri, solo dal dipanarsi di questo inviluppo dentro la propria coscienza. E' quindi imprescindibile per l'autrice scrivere racconti complessi, con molte vicende parallele in un contesto fortemente politico, e poco psicologico. In «Oltre Babilonia» del 2008 il punto di sintesi è data dalla lingua, in quella scuola di arabo, dove gente di diverse provenienze studia questo «esperanto»; in "Adua > del 2015 l'autrice parla di un tradimento, di un'Italia amata che scaccia il migrante, e infine in quella commistione di realtà e fantasia che è Una linea di colore > del 2020, due donne realmente vissute si sintetizzano in un personaggio inventato, che porta con sé le ferite dell'emigrazione e della schiavitù, (vedi le recensioni di questi libri in questo sito). In Cassandra a Mogadiscio" Scego cambia prospettiva, come non mai parla di sé stessa, confessa le proprie fragilità fisiche e psicologiche. La brillante e simpatica scrittrice, incontrata in tante Feste dell'Internazionale, si rivela una personalità tragica, che evoca e interiorizza dolori esistenziali e planetari: un Ungaretti contemporanea. Parla della Somalia? No, sta parlando del suo Paese amato, l'Italia, sull'orlo della frantumazione, della sua Roma, in balia della violenza verbale e fisica, della sua adorata lingua, l'italiano, che pare ormai destinato a una regressione nelle sue antiche lingue locali. Insomma, narrando la sua famiglia e il suo Paese di origine, Scego riflette su sé stessa come italiana. Dov'è la Terra Promessa? O quella di Ungaretti è solo un'utopia disperata? Il punto di forza di Scego è sempre la scrittura; pur in un italiano semplice e immediato, l'autrice evoca sensazioni che lasciano il segno nel lettore: sono spesso brevi frasi, messe lì inaspettate, non sempre inserite nel filo della narrazione, quasi che Scego si lasci trasportare dalle emozioni più che dalla trama. Quest'ultima è un punto di debolezza; la ricchezza della narrazione non è ricondotta in modo efficace a una sintesi facilmente rintracciabile dal lettore. A questa confusione narrativa contribuiscono gli espedienti letterari che tanto paiono piacere alla scrittrice; in questo caso sono i colloqui con la nipote così come la scansione dei capitoli per parole chiave, che spesso non sintetizzano i contenuti dei capitoli stessi. Scavando poi come non mai nel proprio intimo e nelle proprie relazioni fondamentali, in particolare verso la madre, emerge la carenza delle analisi psicologiche. Quelle di Scego, come di molti autori non occidentali, sono storie corali, introiezioni del dolore universale più che introspezioni dei propri sentimenti. Perché leggerlo? Si scopre una Scego non conosciuta, la lettura è tuttavia difficile.
The Casual Vacancy
Una scrittrice di successo decide di abbandonare il suo genere per inoltrarsi in altri filoni narrativi. Come succede spesso, questo tentativo si rivela un clamoroso insuccesso. La critica ne dà, invece, un apprezzamento molto positivo: sulla rivista Internazionale il romanzo è stato recensito con il massimo dei voti, cinque stelle. Sono io che non ho capito le qualità del libro o sono le attese di profitto delle case editrici a determinare i giudizi? Lʼidea alla base del racconto è interessante. Siamo in una piccola cittadina inglese, percepita dai suoi abitanti come «unʼisola felice», dove la buona borghesia pensa di poter vivere in modo confortevole e sereno, isolata dai problemi del mondo moderno. Peccato che nel recente passato un grande proprietario abbia venduto un appezzamento di terreno sul quale è stato costruito un quartiere popolare, i cui problemi sociali impattano negativamente sul presunto benessere della cittadina. Inoltre, su proprietà del Comune, viene gestito un centro per tossico dipendenti, con tutti i disagi ne conseguono. Ebbene, la morte improvvisa di un consigliere, di forte sensibilità sociale e quindi favorevole al mantenimento del centro, è lʼopportunità per cambiare le maggioranze nel consiglio comunale, chiudere il centro e trasferire il quartiere popolare alla città vicina, che potrebbe essere interessata a sua volta per modificare i propri equilibri politici. Si scatena la corsa per conquistare il posto, reso vacante nel consiglio comunale. Ci si sarebbe aspettato un racconto di forte impronta sociale e politica, con i suoi intrighi ed eventuali colpi di scena. Non è così. Il racconto procede stancamente con la narrazione delle diverse famiglie coinvolte, i rapporti tra i coniugi, le relazioni tra genitori e figli, lʼambiente scolastico e così via. Nella prima parte del romanzo il lettore si perde nei personaggi, che sembrano tutti avere lo stesso peso nella struttura narrativa. Successivamente il libro diviene meno noioso e meglio delineato, in quanto alcuni personaggi, generalmente i «figli», inviano email diffamatorie sul sito del Comune, non per ragioni politiche ma per sfogare in qualche modo rancori e voglia di ribellione. Sarebbe stata unʼidea interessante, ma anche questa si perde nel nulla. Alla fine, il lettore si trova con unʼedizione romanzata di «Desperate Housewives», che chiude, perché qualsiasi romanzo deve finire, in modo lacrimevole, così da permettere qualche lacrimuccia. Lʼautrice scrive molto bene, in un inglese elegante e moderno ad un tempo. Anche se si accetta lʼapproccio psicologico del romanzo ai problemi sociali, stupisce il modo generico con il quale vengono affrontati temi molto complessi, come quelli dei rapporti intergenerazionali e dei minori in famiglie ad alto disagio sociale. Il punto più debole è la struttura narrativa. Innanzitutto la trama è dispersiva, frammentata e priva di azioni. Come è possibile che unʼautrice così esperta non sia stata capace di dare unitarietà e dinamicità alla narrazione? In secondo luogo, la scrittrice non disegna una gerarchia di personaggi, alcuni più importanti intorno ai quali gira il racconto e sui quali sviluppare gli eventuali approfondimenti psicologici, esistenziali e sociali. Tutti i personaggi sono sullo stesso piano, restando superficiali e perdendo il lettore in molteplici filoni narrativi. Perché non leggerlo? È noioso, banale e inutilmente lungo.
Cat on a hot tin roof (la gatta sul tetto che scotta)
Il tema di fondo è la menzogna; lʼautore sviluppa questo argomento nel contesto della famiglia, ossia in quellʼambiente sociale, che più di altri, dovrebbe favorire la fiducia reciproca. Per anni i membri di questa famiglia hanno agito in una apparente concordia; quando, però, si scopre che Big Daddy, il capo famiglia e «padre padrone», è malato di cancro, la morte attesa travolge i protagonisti: da questa sorta di catarsi nasce la verità o una nuova menzogna? Come spiega Tennessee Williams nelle «note per il regista» la scena è la stanza da letto di una grande casa di campagna del Mississippi; in questa camera sono vissuti due scapoli, precedenti proprietari della piantagione, e quindi > la stanza deve evocare dei fantasmi: è stata gentilmente e poeticamente frequentata da una relazione che deve aver avuto una tenerezza non comune . È la scena appropriata per una commedia > che tratta delle emozioni umane più profonde, e ha bisogno di dolcezza come sottofondo . Il lavoro teatrale si sviluppa in tre atti. I protagonisti del primo atto sono Brick, un ex giocatore di football ormai alcolizzato, e la moglie Margaret. Lʼuomo non vuole più avere rapporti con la donna, dopo che lei lo ha tradito con il suo migliore amico: morto, forse suicida, a seguito dellʼadulterio. La perdita dellʼunica persona importante per Brick ha spinto questʼultimo a trovare conforto nellʼalcol. Se Brick persegue vittimisticamente «il fascino dello sconfitto», Margaret non si dà per vinta: è consapevole che la famiglia sta per andare a pezzi, e non vuole che il marito perda la propria posizione sociale ed economica a favore del fratello. Brick, amatissimo dai genitori, è in grande difficoltà in una eventuale successione: è alcolizzato e per di più non ha ancora avuto figli, mentre il fratello ne ha ben sei. Nel lungo colloquio con il marito, di fatto un soliloquio, Margaret si chiede quale sia la vittoria di «una gatta su un sottile tetto che scotta»: «soltanto stare su di esso, penso, per quanto possa....» ma poi aggiunge che il silenzio non funziona, > serrare la porta e chiudersi un una casa che brucia nella speranza di dimenticare che la casa sta bruciando . Nel secondo atto assistiamo al confronto tra Big Daddy e Brick, tra padre e figlio. Anche in questo caso si tratta in gran parte di un soliloquio: parla soprattutto Big Daddy e veniamo a sapere che questʼuomo, apparentemente forte, deciso ed autoritario, è pieno di disgusto. > Per tutte queste maledette bugie e bugiardi con i quali ho dovuto vivere, e per tutta questa maledetta ipocrisia con la quale ho vissuto per tutti questi quarantʼanni ; tale è il disgusto che talvolta pensa che sia molto meglio > un maledetto vuoto (...) che tutta questa porcheria con la quale la natura lo riempie . Dinanzi a questa disperata confessione Brick risponde che la conversazione è > come tutte le altre che noi abbiamo avuto insieme nelle nostre vite! È senza senso, senza senso, è, è dolorosa (...) tu non hai una maledetta cosa da dirmi! La passività di Brick si trasforma improvvisamente in furia, quando il padre solleva il sospetto che nei rapporti tra Brick e lʼamico ci sia stato qualcosa di più intimo di una semplice amicizia; ed allora Brick, vigliacco come tutti i deboli, rivela al padre la verità, che gli è stata fin ora nascosta: ha il cancro e sta per morire. Con lʼurlo disperato di Big Daddy («tutti bugiardi, tutti bugiardi... mentire, morire, bugiardi») si chiude il secondo atto. Nel terzo atto i figli e le nuore informano la moglie di Big Daddy, anchʼessa ignara, della vera malattia del marito; il fratello di Brick cerca di convincere la madre a mettere tutti i beni in un fondo fiduciario, escludendo di fatto Brick dallʼeredità. Brick è indifferente come al solito, mentre Margaret combatte disperatamente, al punto che dice una evidente bugia: dichiara di essere incinta e quindi di poter dare un nipote a Big Daddy. Ci sono due versioni del terzo atto. Nella prima stesura lʼ autore immagina che la storia si concluda con una dichiarazione di amore di Margaret a Brick, alla quale questʼultimo risponde in modo elusivo e crudele ad un tempo: «sarebbe divertente se fosse vero!». Nella seconda stesura, quella che è andata in scena, su consiglio del regista lʼautore prevede che Brick sostenga la bugia della moglie e accetti lʼamore incondizionato di Margaret: «Ti ammiro, Maggie» (dice Brick), e così risponde la donna: > ciò che tu hai bisogno è qualcuno che prenda cura di te, gentilmente, con amore (...) ed io posso! Sono determinata a farlo, e niente è più determinata di una gatta su un sottile tetto che scotta. La morte ha finalmente disperso il velo della menzogna? Con la prima versione Tennessee Williams risponde in modo negativo, neanche la «nera cosa» che arriva «senza invito» ci libera dallʼipocrisia e dalla sfiducia reciproca: sui rapporti umani grava una condizione esistenziale di vuoto, riempito da troppa menzogna, siamo condannati a non comunicare. Di certo, questa visione pessimistica non può essere rimossa dalla conclusione proposta dal regista, troppo stucchevole e banale per essere reale. Tennessee Williams fa una osservazione, particolarmente utile alla comprensione della commedia: > un poʼ di mistero deve essere lasciato alla rivelazione dei caratteri in una commedia, così come un grande mistero è sempre lasciato nellʼespressione di una personalità nella vita, perfino nella conoscenza del proprio animo . E pertanto dobbiamo guardare a come si evolvono i personaggi nella storia, tenendo presente che «gli attori devono muoversi liberi sulla scena». Ed allora è evidente come Brick rimanga chiuso nel suo mondo, al contrario la personalità di Margaret emerge con sempre maggiore forza, quasi che non voglia più essere solo la moglie di un uomo fallito, ma sia invece pronta a prendere in mano le redini della famiglia. La morte rivela i veri caratteri dellʼessere umano. La commedia è pressoché perfetta e ciò spiega il grande successo. Mentre il terzo atto, nella versione finale, è estremamente mosso e ricco di personaggi, i primi due atti peccano di una certa staticità, a stento mitigata dai rumori di sotto fondo, esterni alla scena, e dallʼingresso temporaneo di alcuni personaggi minori. Alla lettura i due atti risultano prolissi e ridondanti; certo il giudizio potrebbe cambiare alla luce della recitazione in teatro. Perché leggerlo? È un grande lavoro teatrale, di grande fascino sono le figure di Brick e di Margaret; per apprezzarlo bisogna andare a teatro.
Cécile est morte
È probabile che questo non sia uno dei romanzi migliori di Simenon. La trama è molto semplice: la nipote, che faceva da serva, uccide la zia malata quando questʼultima rifiuta a darle i soldi per il fratello. Guardando nei cassetti scopre delle vecchie carte, che dimostrano come la zia, insieme con il suo amante, abbia ucciso il marito quindici anni prima. L’ex amante della zia, che è ancora il suo socio in affari e vive in un appartamento limitrofo, uccide a sua volta Cécile per impedirle di rilevare i contenuti dei documenti trovati. Dal punto di vista del genere poliziesco le vicende del romanzo appaiono scontate e il ritmo non avvince di certo il lettore. Lʼambientazione (la figura di Maigret, la vita piccolo borghese) è descritta in modo frettoloso, quasi superficiale. Il pregio fondamentale del romanzo è lo stile. Anche se la lingua francese non è facile (a causa della ricchezza dei vocaboli) essa diviene di agevole comprensione grazie alla successione delle frasi e delle parole, che anche foneticamente contribuiscono a trasmettere i tratti dei personaggi, l’atteggiamento di Maigret e le caratteristiche salienti del contesto. Da apprezzare non è tanto il romanzo nella sua totalità, ma alcuni scorci, come il seguente: > Il arrivait a Maigret de hausser les épaules quand on s’émerveillait devant lui de la résignation des humbles, des malades …..sans horizon…. ; il savait par expérience que la bete humaine s’accomode de n’importe quel nid, du moment qu’elle peut le remplir de sa chaleur, de son odeur, de ses habitudes .
A cena col commendatore
Lʼautore immagina che un impresario di opera lirica, ormai in pensione, decida di mettersi a scrivere affinché si sappia chi fosse realmente: > curioso degli altrui travagli... marmoreo commendatore di unʼepoca ormai trascorsa . Prima della sua dipartita, il commendatore sarebbe riuscito a comporre tre racconti, che riporterebbero episodi reali della sua vita. Nella «Giacca Verde», lʼimpresario ha scritturato un brillante direttore dʼorchestra per lʼOtello di Verdi. > un uomo di genio ( ma) così vano che si occupa costantemente dellʼimpressione, anzi dellʼeffetto che egli produce su chiunque lo accosti . Durante le prove, tutto é proceduto bene sino allʼattacco dei timpani, quando, improvvisamente, il direttore ha chiesto di sospendere lʼesecuzione, portando a giustificazione un improvviso malore. Lʼimpresario é riuscito, tuttavia, a farsi confessare le vere ragioni dellʼinterruzione ed anche della decisione del musicista di rompere il contratto. Durante la seconda guerra mondiale, il direttore, giovane e non ancora famoso, si era rifugiato in un paese di montagna dellʼItalia Centrale, dove aveva fatto amicizia con il suonatore di timpani presente nellʼorchestra: «un ometto di mezzʼetà, modesto, tranquillo, dallo sguardo spento» , il quale, però, si era fatto conoscere come un noto maestro di musica, ricevendo la stima e lʼammirazione della gente del luogo. Ebbene, il giovane direttore, ben più valente e affermato del povero orchestrale, non aveva svelato la sua vera identità, ma si era presentato come un umile impiegato di banca, Ma perché dissimulare? > Spensieratamente, per curiosità, per vizio, avevo disceso il vago sentiero della burla.... e vedendo quel piccolo uomo grassottello, dalla buffa giacca verde e dal passo balzellante, venirmi incontro nel refettorio, io avevo soprattutto guardato la giacca e non lʼuomo . Ma non era solo la superficialità a portarlo al futile inganno, cʼera anche «un sottilissimo ed esasperato piacere, quello di non essere più io», ma in tal modo aveva tradito lʼamicizia, il legame sincero tra due uomini che si erano trovati insieme in un momento difficile della propria vita. E adesso il direttore, importante ma vanesio, preferisce fuggire piuttosto che affrontare il povero orchestrale, che resta, invece, saldo nel suo ruolo e nella sua dignità, modesto lavoratore della musica. Nel secondo racconto, «Il padre degli orfani», lʼimpresario fa visita ad un collega, che aveva lasciato improvvisamente lʼattività, per gestire un orfanotrofio. Quando gli chiede i motivi di una decisione così drastica, il collega gli racconta una storia commovente: aveva incontrato in treno un bambino malato, ne era rimasto impressionato, ma, per pigrizia o per i troppi impegni di lavoro, aveva indugiato a prestare aiuto e, quando si era deciso a farlo, aveva scoperto che il bambino era morto, in quanto la famiglia non era stato in grado di comprare i farmaci necessari. Un bellissimo racconto, se non fosse che lʼimpresario casualmente scopre la vera storia: il collega aveva un legame omosessuale con un giovane, che aveva avuto un bambino da una ballerina. Pur richiesto di dare un aiuto, il collega si era rifiutato e aveva, tra lʼaltro, allontanato da sè il giovane per timore che la sua irreprensibile vita borghese fosse sconvolta dallo scandalo. > Si era pentito di tanti peccati, non del solo mortale che aveva commesso. Aveva fatto mille sacrifici, non quellʼuno senza il quale tutti gli altri non avevano valore: il sacrificio, allʼamore, della propria vanità . Lʼimpresario vorrebbe costringerlo a riconoscere la sua abbiezione, ma poi lo vince la ripugnanza di una scena isterica, la fatica di togliere ad un uomo la propria maschera. Nel terzo racconto, «La finestra», lʼimpresario va a far visita ad una vecchia amica inglese, di cui è da sempre innamorato. Spera di poter vivere insieme gli anni della vecchiaia, ma poi scopre che la donna ha sempre amato un filibustiere, un poco di buono, che lʼha abbandonata da molti anni. Lʼimpresario riesce a dimostrare il vero carattere di questo bellimbusto, ma è inutile. Anche dinanzi alle prove più evidenti, la donna conferma il proprio amore. Per lʼimpresario è lo svelamento di un mito, di un sogno di tutta la vita: > se pensavo a Twinkle come lʼavevo lasciata ventʼanni addietro e poi sempre ricordata, schietta, arguta e di gusti così semplicemente nobili.... non credevo, guardandomi intorno, ai miei occhi. Eppure, la sua lunga solitudine, popolata dalle fantasie e dal rimorso, mi spiegava anche questa corruzione . Con il suo stile semplice, elegante ed arguto, Soldati affronta i temi della complessità dellʼanimo umano, riconducendola a tutto ciò che in noi cʼè di ambiguo e di incerto. La maschera, dietro la quale ci nascondiamo, non è un artificio, ma fa parte intrinsecamente della nostra coscienza. I racconti sono compatti ed essenziali, sorretti da una abile e veloce struttura narrativa. I protagonisti e gli ambienti sono disegnati con poche ed efficaci pennellate, attente ai particolari ( le mani, il modo di vestire, lʼarredamento), così da ricordare, con felice sorpresa, i romanzi dellʼottocento. Perché leggerlo? Sono racconti bellissimi, la scrittura è piacevole e fluida.
Il Centravanti è stato assassinato verso sera
Il romanzo descrive l’attività di Pepe Carvalho, un misto fra Marlowe e Nero Wolff, chiamato a proteggere un calciatore della più importante squadra di Barcellona, che si pensa minacciato di morte. In realtà la storia poliziesca fa da sfondo alla descrizione di ambienti di Barcellona in pieno boom edilizio e trasformazione urbana: i personaggi si muovono in un contesto nel quale i vecchi valori franchisti si stanno dissolvendo ed emergono nuovi valori legati al capitalismo rampante. Al disfacimento della società e alla violenza dominante fanno da contraltare i piccoli piaceri quotidiani (il mangiare) e i valori dell’amicizia che rappresentano gli ultimi ancoraggi per l’essere umano. La parte migliore è costituita propria dalla descrizione di Barcellona, dalla caratterizzazione dei personaggi, mentre talvolta alcune digressioni, di carattere quasi filosofico, rallentano il ritmo della narrazione. Lo stile è molto ricco e articolato e risente dell’influenza dei grandi scrittori di letteratura poliziesca americana e di Simenon.
Che fare ?
Cernysevskij fu un rivoluzionario russo dellʼottocento, precursore delle grandi ideologie e correnti politiche che portarono alla rivoluzione dʼottobre del 1917. Economista, filosofo, scrittore, fu incarcerato a trentaquattro anni nel 1862 e rimase in prigione sino al 1888. Scritto nei primi anni del carcere da un giovane idealista, il romanzo ha una preponderante impronta morale e politica, che compromette la componente più propriamente narrativa. Il tema è di grande attualità: la libertà e lʼeguaglianza della donna. Vera (in russo significa fede) vive in una gretta famiglia borghese ed é destinata ad un matrimonio di convenienza con un pretendente ricco e volgare. In una splendida raffigurazione che ne dà un sogno di Vera alla fine del libro (una incredibile anticipazione dello stile onirico di Nietzsche), alla giovane, rappresentata in «una donna giacente», la regina Astarte intima di essere sottomessa al suo signore. > Rallegrane gli ozii. Amalo, poiché egli ti comprò; e se non lʼami, ti ucciderà . Ma Vera risponde che non è lei > ritratta in questa scena. Allora io non esistevo. Quella donna era schiava. dove manca lʼeguaglianza, non vʼha posto per me . Ed infatti Vera rifiuta il suo destino, si ribella alla famiglia e sposa un giovane medico. Non è una semplice rivolta di una adolescente risoluta. Vera sa bene che è uscita da «un sotterraneo umido e scuro» per liberare le altre donne, le quali «ancora giacciono prigioniere ed inferme». Ormai indipendente, Vera avvia una sartoria, dove le lavoranti non solo si spartiscono gli utili e decidono loro le scelte aziendali e quale organizzazione darsi, ma si dedicano anche alla propria istruzione e allʼemancipazione delle donne. I rapporti matrimoniali tra Vera e il marito si ispirano allʼamicizia, senza rapporti affettivi e sessuali. > Sta ora bene attento: ecco come vivremo (...). Prima di tutto, avremo due camere, la tua e la mia: in una terza camera pranzeremo, riceveremo gli amici comuni. In secondo luogo, io non entrerò in camera tua (...) e tu nemmeno entrerai nella mia camera . Sempre nel sogno finale Vera immagina che questa figura di donna sia rappresentata da unʼaltra regina, la Verginità. > La brutalità primitiva dellʼuomo fu educata via via dalla bellezza muliebre.(...) Lʼuomo amò la vergine pura, inaccessibile. Ma la donna non aveva ancora una coscienza . Sembra una situazione serena, ma un profondo disagio pervade Vera. È un sogno a rivelarlo. La giovane immagina che un artista la obblighi a leggere il suo diario. > Cʼera scritto di noi due (racconta Vera al marito) e del bene che ci vogliamo, e poi di botto, al tocco della sua mano, apparivano delle brutte parole, dovʼera detto che io non ti amavo . Vera non può certo seguire la terza regina, Afrodite, che invita ad unʼapparente libertà, perché perseguita «mercanteggiando il piacere». Deve conoscere il vero amore, che si fonda sullʼeguaglianza di intelletto, di sentimenti e di sesso tra uomo e donna. Si innamora di un amico del marito, Kirsanov: la loro storia è contrastata perché entrambi vorrebbero non riconoscerla e restare fedeli, lei allo sposo, lui allʼamico. Il suicidio del marito di Vera permette di concretizzare la loro storia dʼamore, realizzando «lʼeguaglianza tra le due creature che si amano». Così parla la quarta regina nel sogno di Vera. > Riconosciuta la parità dei due sessi, lʼuomo non considera più la donna come una sua proprietà. Si amano lʼun lʼaltro, perché così vogliono . (...) Se vuoi con una sola parola esprimere quel che io sono, chiamami eguaglianza. Il sovrastante ricorso ai dialoghi tra i personaggi, ed in particolare tra Vera, il marito e Kirsanov, dà la sensazione di trovarsi dinanzi ad un discorso socratico, che rinforza la caratteristica filosofica e moraleggiante dello scritto. È sempre Vera a condurre il ragionamento, mentre i due uomini sono stereotipi, figure schiacciate dalla personalità della donna. Vera è un carattere complesso; dapprima è semplicemente una giovane ancora incerta e spaventata; coglie in modo pragmatico lʼopportunità di un matrimonio liberatore; con la tipica sicurezza giovanile affronta una relazione priva della carezza soave, assidua, il bisogno di cullarsi voluttuosamente in un sentimento di tenerezza«. Poi, conosce»lʼimperiosità di quel sentimento soave > , anche se non sa chiamarlo amore. Il suicidio del marito la sconvolge, ma lo supera, definendo il senso di colpa che ne è seguito come un inutile melodramma". Un poʼ di egoismo non guasta! Infine, diviene una donna consapevole sino in fondo del proprio valore e delle proprie aspirazioni. Può darsi che Cernysevskij si sia indentificato con Vera e che quindi il libro sia un romanzo di formazione, o un canto del cigno di una giovinezza perduta. Dal punto di vista letterario è un racconto mediocre; lo stile narrativo basato sui dialoghi, la sovrabbondanza di riflessioni, disgressioni e dichiarazioni lo rendono ampolloso, ripetitivo e prolisso. Solo i sogni aprono uno squarcio innovativo in una struttura narrativa tradizionale, poco incline ad approfondire i personaggi e le situazioni. Perché non leggerlo? È noioso.
A che punto è la notte
È un libro che si legge tutto dʼun fiato. L’ambiente è la Torino degli anni ’60, nella fase di intensa industrializzazione e di sviluppo della Fiat. Inizialmente i personaggi si muovono in modo autonomo tra di loro: un venditore di matite, che si scoprirà essere un carabiniere in incognito alla ricerca di laboratori di lavorazione della droga, una giovane ragazza della borghesia torinese che ha come amante un misterioso commercialista, che poi si scoprirà essere un contabile della mafia, una redazione di una casa editrice (l’occasione per una parodia degli intellettuali), interessata alla pubblicazione di strane cassette di dialoghi di un parroco, che professa idee eretiche e ha plagiato un gruppo di parrocchiani, un ufficio del commissariato, che si interessa di una presunta aggressione al parroco, un ingegnere della Fiat, che si interessa di gestione delle scorte. Tutti questi personaggi si ritrovano, casualmente, alla messa del parroco eretico, durante la quale il prete stesso viene ucciso in un attentato dinamitardo. Si avvia unʼindagine complessa e difficile, caratterizzata da altre due uccisioni, quelle del venditore di matite e dell’ingegnere della Fiat. La vicenda si conclude con la scoperta di una truffa ai danni della Fiat di cui l’inspiratore è un alto dirigente dell’azienda; il parroco, l’ingegnere e i parrocchiani sono gli esecutori materiali. Il libro è molto complesso e articolato ma ha diversi aspetti di rilievo: la trama molto suggestiva e ricca di colpi di scena, un ritmo narrativo serrato, che raramente decade nel superfluo, la sovrapposizione delle storie e quindi anche dei temi: la storia d’amore della ragazza e del commercialista mafioso, l’ambiente della Fiat con la sua gerarchia e i suoi riti aziendali, l’ambiente della polizia con i contrasti con i carabinieri, il mondo religioso con i suoi incubi secolari (le sette gnostiche), la solitudine sentimentale del commissario Santamaria e in generale di tutti i personaggi «adulti» del libro. Sullo sfondo emerge l’Italia in trasformazione, nella quale i valori tradizionali, le stesse piccole ruberie, vengono travolte dall’industrializzazione e quindi dall’espansione della città: non è un caso che il romanzo sia ambientato sostanzialmente nella periferia, in un contesto urbano e sociale sempre più degradato e sconvolto. Ma sarà una società peggiore di quella passata? Gli autori non sembrano pensarlo: Thea, questa giovane ragazza della borghesia, preferisce il legame con un mafioso alle amicizie della sua classe sociale e la madre pensa che è forse meglio così piuttosto che sposarsi un ingegnere della Fiat, corrotto e paranoico. Si rompono gli schemi rigidi di una società ipocrita e solo in tal modo i personaggi trovano il loro destino, e l’amore, anche se al di fuori delle regole tradizionali. Esiste poi un altro tema, che emerge solo alla fine del romanzo. L’alto dirigente della Fiat viene scoperto perché si dimentica che è sempre seguito da due poliziotti di scorta, che devono assicurarne la sicurezza. La solitudine del potere, la sua indifferenza rispetto agli umili sono anche la fonte della rovina di chi è al vertice della società e pensa che sia persino inutile accorgersi degli altri. La democrazia è un processo inevitabile?
Chi dice e chi tace
Il romanzo è ambientato a Scauri, un paese in provincia di Latina, dove è nata e cresciuta l'autrice. > Sul lungomare i lidi splendevano nella luce dorata del tramonto. (...) Coppie di fidanzatini passeggiavano allacciati, due donne, entrambe con una tuta di ciniglia, camminavano svelte...(...) Gli intonaci della case cercavano di resistere alla salsedine, dalla Bussola arrivava una musica ballabile e gli uomini fumavano e bevevano birra tenendosi la pancia. (...) Alle pareti del dopolavoro ferroviario erano affisse una foto sbiadita di Gramsci, un'immagine ricostruita di Berlinguer, la prima pagina del primo numero dell'Unità.... In questa insignificante e sonnolente località della costa laziale prende dimora Vittoria, che vive in una villa con una giovane donna. > Occhi non chiari ma pieni di luce, portava un cappello di paglia che aveva visto giorni migliori, pantaloni morbidi, un maglione bianco a trecce, (...) Vittoria sembrava uscita dalle pagine di Oggi. (...) Sembrava una principessa araba in una tenuta di campagna toscana. Chi era Vittoria? A questa domanda cerca di rispondere Lia quando il corpo senza vita della donna è trovato nella vasca di bagno della casa. In un ambiente indifferente e pettegolo, Lia pare l'unica a interessarsi delle cause della morte (suicidio o omicidio?) e soprattutto di chi fosse realmente Vittoria, perché aveva abbandonato Roma e perché conviveva con una ragazza, che non poteva certo essere sua figlia. E Lia scopre che Vittoria è come > il greco, aveva lasciato poche tracce e per raggiungere il significato, ammesso ce ne fosse uno, bisognava procedere ricombinando gli elementi, consci che sarebbe sempre rimasto un margine per l'interpretazione o, nel peggiore dei casi, che nessuna delle combinazioni avrebbe avuto senso. E' chiaro che Chiara Valerio ha molto amato e sofferto il greco antico!. Sotto l'apparenza di un racconto Noir, Lia s' inoltra nel labirinto di quel mistero che alberga in tutti noi, indecifrabile ma cui cerchiamo di dare ordine. A questo conflitto interiore che anima la letteratura, come diceva Ungaretti, l'autrice cerca di dare una soluzione con un approccio troppo razionale, facendolo diventare un rompicapo filosofico o matematico che cela la paura di allontanarsi dai definiti e rassicuranti valori prevalenti. E se Lia fosse stata attratta sentimentalmente da Vittoria? Su un lungomare che non è quello di Scauri, forse sulle rive del Nilo o in un' oasi del deserto, > vedevo Vittoria. (...) Mi avvicinavo e le chiedevo. Perché? Vittoria sorrideva, (...) mi prendeva il viso tra le mani, mi baciava. Io chiudevo anche gli occhi. Nel sogno ero felice. Ancora un rumore, una voce, due voci. Staccavo le labbra da quelle di Vittoria e mi guardavo intorno. Le mie figlie correvano verso di me.... Per me è stato un romanzo sofferto, abbandonato e poi ripreso per voler arrivare comunque alla fine e scoprire l'enigma e il mito di Vittoria. I due aspetti si sovrappongono: da un lato svelare cosa c'è dietro a questa donna della buona borghesia romana, dall'altro capire perché nella piccola e provinciale Scauri Vittoria si sia trasformata in un riferimento immaginario e vagheggiato. Sarebbero già stati due temi complessi da portare avanti insieme, oscillando tra noir e romanzo sociale; Valerio ha voluto anche indagare il vissuto di Lia, senza però svelarne fino in fondo la psicologia, le frustrazioni e i desideri di trasgressione. Tutto è rimasto in superficie. La scrittura accentua la fatica del lettore: le frasi scarne e apodittiche, l'uso ripetuto del punto per chiudere periodi senza verbo, il frequente cambio di soggetto narratore, io, lei e tu, le numerose digressioni, l'affollamento dei personaggi, i mutamenti di direzione nello sviluppo del racconto, sono caratteristiche stilistiche che accrescono la frammentazione della narrazione e rompono il fluire del discorso. Chiara Valerio ha uno stile spigoloso e saggistico, mentre le parti migliori sono proprio quelle in cui traspaiono elementi onirici e una soffusa nostalgia della sua Scauri. Perché leggerlo? Interessante la figura di Lia ma è un romanzo faticoso.
Chicago
Il libro è un insieme di storie di egiziani che lavorano e studiano a Chicago, presso lʼuniversità di medicina. In alcuni casi si tratta di persone ormai avanti negli anni, che si sono affermate e apparentemente integrate nella società americana. In altri casi sono giovani ricercatori, che hanno ricevuto una borsa di studio dal governo egiziano e che , quindi, dipendono per il successo della loro carriera dalle autorità del proprio paese. Devono impegnarsi duramente per ottenere ottimi risultati accademici, ma devono anche stare molto attenti a non assumere atteggiamenti critici o semplicemente irriverenti del regime egiziano, allora quello di Mubarak. Le storie si sviluppano autonomamente, intrecciandosi solo a tratti. Shaima è una giovane molto devota, che > a dispetto delle sue eccezionali doti scientifiche, era di unʼignoranza abissale per quanto concerne gli strumenti utili per sedurre un uomo . Già sulla trentina, incontra un collega egiziano, del quale si innamora e con il quale scopre le delizie del sesso. Questa vicenda sembra evolversi verso un lieto fine, quando Shaima si ritrova incinta e, dinanzi al diniego spaventato del giovane ( un figlio disturberebbe la sua carriera accademica), è costretta ad abortire, pur contro le sue convinzioni religiose. Marwa ha sposato, prima di trasferirsi in America, un giovane allʼapparenza brillante e serio. In realtà il marito si rivela uno squallido individuo: avido, autoritario,infido, con gusti sessuali perversi e violenti, e per di più spia dei servizi segreti egiziani. Marwa vorrebbe divorziare ma trova lʼopposizione dei genitori ed allora, furbescamente, crea una situazione per la quale la separazione diviene inevitabile: il marito è disponibile a concederla ad un potente personaggio dei servizi segreti, pur di aver garantita la carriera accademica, pregiudicata dalla sua totale insipienza come ricercatore. Se i giovani sono costretti a muoversi, chi ingenuamente e chi con astuzia, negli spazi ristretti concessi da una società repressiva ed ipocrita, a questo destino non sfuggono gli stessi adulti. Saleh ha preferito fuggire dallʼEgitto abbandonando la donna amata, della quale soffre, ancora dopo tanti anni, il pesante rimprovero: «È proprio un peccato che tu sia un vigliacco!» esclamò la ragazza dicendogli addio. Saleh si è sposato con una americana ma è stato per lui un matrimonio di convenienza, tantʼè vero che la nostalgia per la madre patria diviene ad un certo punto irrefrenabile e assume persino aspetti feticistici, come indossare i suoi vecchi abiti egiziani. Vorrebbe riabilitarsi rispetto dimostrando alla donna amata di essere un uomo coraggioso che rischia per le sofferenze del suo popolo. Non ci riesce, perché in fondo è un codardo, e quindi si uccide. Anche Rafat si è sposato con una donna americana, dalla quale è nata una figlia. In un drammatico incontro tra padre e figlia ( in un ultimo tentativo di salvarla dalla droga) la ragazza svela con violenza la finzione su cui Rafat ha appoggiato tutta la vita: > sei un impostore ( gli grida), un attore fallito, che recita una parte cretina che non convince nessuno. Cosa sei? Egiziano o Americano? Naghi è un idealista, aperto alle nuove esperienze che gli concede la società americana, convinto che occorra lottare per la libertà e la democrazia del proprio paese. Si muove al di fuori degli schemi, spesso esponendosi in un ambiente infido, quale quello degli egiziani allʼestero. Incontra una ragazza ebrea, con la quale ha una relazione sentimentale, fatta di passione, di affetto e di scoperta reciproca. Riceve la visita di un esponente dei servizi segreti egiziani, che lo invita ad abbandonare le velleità rivoluzionarie e gli fa sapere che è in possesso di riprese dei suoi amplessi focosi con la giovane ebrea. Chi può aver collocato una telecamera nascosta nel suo appartamento? Paradossalmente Naghi accusa lʼamica, tanto profonde sono la diffidenza e le barriere tra i due popoli. > Per quanto forte sia il tuo amore ( dice la ragazza) non ti scorderai mai che sono ebrea. Posso essere sincera con te finché voglio, la tua fiducia in me sarà sempre fragile . Anche Naghi, che vorrebbe essere un poeta, non sfugge al destino di finzione e di sospetto generato da una società repressiva. Tutte le storie si sviluppano in parallelo creando un caleidoscopio di vite, voci ed immagini, tale che è difficile cogliere un comune filone narrativo. I bozzetti di cultura egiziana, costruiti con sottile ironia, gli abili tratteggi dei personaggi e delle loro vicende, nonché la descrizione dettagliata delle propensioni erotiche dei personaggi e delle coppie, sono una trappola che rinchiude il lettore nelle particolarità facendogli perdere il senso complessivo del romanzo. Senza dubbio cʼè una critica alla società egiziana. Ma è probabile che il significato nel libro risieda nellʼinfelicità creata dagli schemi repressivi della società. Esiste un legame tra sistema sociale ed istituzionale ( la mancanza di democrazia) e il destino individuale, anche quello appartenente ai sentimenti intimi e familiari. E che questo non sia solo una caratteristica del mondo egiziano appare evidente dallʼunica storia, nella quale i personaggi non sono del paese nord africano. Graham è un professore sessantenne, libertario ed eccentrico. Incontra Carol, una donna di colore, con la quale porta avanti una meravigliosa relazione dʼamore. Ma Carol, perché nera, non trova lavoro, finisce a fare la modella ed è spinta a concedersi ad un importante dirigente di una azienda. Si amano, eppure la segregazione sociale distrugge il loro rapporto, perché non si sfugge agli effetti devastanti di una società ineguale, anche se formalmente democratica. Aswani è un abile scrittore, ma la struttura narrativa basata su racconti multipli e paralleli non si può prolungare a lungo senza appesantire la narrazione e disperderla in troppi rivoli. Dʼaltra parte non esiste una trama complessiva che permetta di riprendere il filo del romanzo, per cui alla fine la narrazione risulta prolissa e poco avvincente. Perché leggerlo? È un insieme di bozzetti piacevoli e intriganti.
The childhood of Jesus (L'infanzia di Gesù)
«In age of iron» (tra le recensioni) la madre abbandonata dalla figlia e condannata alla solitudine esclama con disperazione «lasciami andare da me stessa, (...) è un compito difficile, ma sto imparando». In Disgrace (anch'esso tra le recensioni) il protagonista, un borioso intellettuale, va verso la morte: > sdraiato su una sedia di plastica tra il puzzo delle penne di gallina e delle mele in decomposizione, sente il suo interesse per il mondo defluire a goccia a goccia . E se invece noi non accettassimo la morte, anche se essa assume la forma del Paradiso? Un adulto e un bambino si ritrovano in un mondo immaginario, dove predomina la gentilezza e l' amicizia, nel quale tutto fluisce sempre uguale a sé stesso, dove tutti si sono dimenticati del proprio passato. > Niente sta mancando. Il niente che tu pensi che stia mancando è un'illusione. Tu stai vivendo in un'illusione. Per il protagonista > questa vita è troppo placida per il suo gusto, manca troppo di sù e giù, di dramma e tensione, è troppo, di fatto, come la musica alla radio. Anodina«, è questa la parola spagnola»? La storia stessa non è che una narrazione. La nostra storia non è reale. Ed allora che cos'è la nostra vita? Un racconto? Insomma, accettare il Paradiso lo si può fare solo perdendo sé stessi. Dice Dante nel canto XXXIII del Paradiso, > Qual è colui che sognando vede,/che dopo il sogno la passione impressa/rimane, e l'altro a la mente non riede, /cotal son io, ché quasi tutta cessa/mia visione, e ancor mi distilla/nel core il dolce che nacque da essa (versi 58-62).Ossia, solo se mi abbandono ad una mistica intuizione di Dio posso dissolvermi nel Paradiso ed acquisire una pace, serena ed eterna, anche se monotona Se avessi continuato la lettura forse avrei capito il ruolo del bambino (Gesù che accompagna l'incredulo Giuseppe?); devo confessare che ho interrotto il libro in forza del diritto di tutti i lettori di poter abbandonare un racconto, se esso non piace. Ciò che mi ha disturbato sono state l'astrattezza dei dialoghi e la ripetitività della trama. Sembra, quasi, che lo scrittore stia parlando con San Tommaso o con qualche altro teologo, usando i personaggi non come soggetti vivi e ricchi di sentimenti ma come bolse controfigure di concetti. D'altra parte siamo in Paradiso. Coetzee ci ha convinto: con la morte è meglio scomparire nel nulla. Perché non leggerlo? Astratto, noioso e inconcludente.
The children's book
Il romanzo è ambientato in Inghilterra tra la fine dellʼOttocento e lʼinizio del Novecento. È lʼera trionfante della borghesia, che terminerà tragicamente con la prima guerra mondiale. Lʼinnovazione della tecnica e nellʼarte, anche in quella artigianale, la libertà dellʼindividuo e lʼuguaglianza, il ruolo della donna e il femminismo, le idee socialiste ed anarchiche sono i tratti distintivi di questo periodo storico e fanno da cornice ad un tema profondamente attuale: quello dellʼinfanzia tradita. Alla fine dellʼottocento, > i bambini erano differenti dai bambini prima e dopo. Essi non erano né bambole né adulti in miniatura. Essi non erano nascosti in nursery, ma erano presenti ai pranzi familiari, dove i loro caratteri in sviluppo venivano presi seriamente e razionalmente discussi, durante i pasti e durante lunghe passeggiate in campagna. E tuttavia, nello stesso tempo, i bambini in questo mondo avevano le loro proprie separate, largamente indipendenti vite, come bambini. I genitori trovavano difficile fare in pratica ciò che essi credevano in teoria che essi dovrebbero fare, ossia amare tutti i bambini in modo eguale . Non bisogna, tuttavia, pensare ad un romanzo storico e sociale, si tratta infatti di un racconto complesso, nel quale i diversi piani narrativi, interiori ed esteriori, si intersecano tramite le storie fantastiche di una delle madri di queste grandi famiglie borghesi: Olive. I suoi sette figli ( che si scoprirà non essere tutti figli della stessa madre e dello stesso padre) sono oggetto ciascuno di un racconto. Ma qui sta il primo tradimento: le storie non sono in realtà per loro, ma per il pubblico, come Olive confessa ad un certo punto: > a me realmente non piace costruire bambini immaginari. Divento spaventosamente annoiata dalle loro piccole dispute e dalla loro innocenza. Ma i lettori hanno un insaziabile desiderio per queste intelligenti piccole persone che compiono comiche avventure . Non cʼè da parte dei genitori una vera attenzione ai bambini: le loro idee utopistiche sullʼeducazione, sulla libera scelta dei figli, su un ambiente affettuoso e stimolante dove far crescere i giovani, sono solo parole, che nascondono una reale indifferenza. E i bambini crescono a prescindere dai genitori ma scoprendo via via le menzogne dei padri e delle madri, i loro sotterfugi e in alcuni casi anche la loro violenza. Essi si adattano a non svelare la verità, a non disturbare la dominante ipocrisia e a non svelare i segreti famigliari. Ciascuno reagisce in modo diverso: chi si rifugia nella vita dei boschi isolandosi da tutti, chi nasconde, abilmente, le sue vere idee politiche, chi scarica la propria rabbia contro gli oggetti amati dal padre, chi rimane sospeso, in attesa, lasciando che la vita rotoli via. Cʼè anche chi fugge dalla vaghezza ideologica dei genitori inseguendo professioni concrete, come quelle del medico e dellʼoperatore di borsa. La prima guerra mondiale chiude tragicamente molte delle vite dei giovani protagonisti e lascia i sopravvissuti profondamente trasformati. Ma la guerra è solo lʼepilogo di una tragedia che si era già espressa nei racconti fantastici, quasi psicanalitici, di Olive, tutti centrati intorno a storie del mondo sotterraneo, quasi ad anticipare la vita delle trincee. Capita talvolta che scrittori anche di valore si misurano con narrazioni troppo superiori alle proprie forze e alle proprie abilità. È questo il caso di questo libro, che non solo affronta troppi temi ( i bambini e gli adulti, le storie interrelate di diverse famiglie, le opere dʼarte e la nascita dei musei moderni, il femminismo e molti altri ancora) e troppi personaggi, ma soprattutto risulta ridondante a causa di una prosa ricca, ricercata e barocca. Troppe parole, troppi argomenti ma poca capacità di trasmettere tensione e coinvolgimento da parte del lettore. La trama narrativa, così come i personaggi sembrano artefatti, monotoni e in molti casi scontati. Perché non leggerlo? È prolisso e la fatica di arrivare fino in fondo non viene premiata da momenti espressivi di alto livello.
La chimera
> Davanti a me, sul mio tavolo, mentre scrivo, cʼè una fotografia a colori... La fotografia di Antonia , o meglio di una delle tante Madonne, tutte simili, dipinte da un pittore ambulante nei primi anni del Seicento. > Quegli occhi neri come la notte, e luminosi come il giorno; quel neo sul labbro superiore; quelle labbra rosse e carnose e poi quel ricciolo ribelle che scappa fuori dal panneggio, sulla guancia sinistra .... era una copia fedele del ritratto di Antonia, della strega quindicenne di Zardino. Possiamo supporre che sia stata questa fotografia, di una adolescente, «uno stato di grazia, prima ancora che unʼetà», a spingere Vassalli a narrare > una grande storia, dʼuna ragazza che visse tra il 1590 e il 1610...., e delle persone che furono vive insieme a lei, negli anni stessi in cui lei fu viva, e che lei conobbe; di quellʼepoca e di quei luoghi . I luoghi sono Novara e un piccolo borgo, oggi scomparso. Zardino > fu un villaggio come quegli altri che si vedono laggiù, un poʼ a sinistra e un poʼ oltre il secondo cavalcavia; sotto la montagna più grande e più imponente di questa parte dʼ Europa, il Monte Rosa. (...) Una chimera! Da lassù, dalla sommità della chimera oggi si vede > una pianura vaporosa con qualche albero qua e là e unʼautostrada che affiora dalla nebbia ; allora, nel Seicento, si contemplava > un paesaggio di vigneti e di boschi verso le paludi e gli argini del fiume; di prati e di baragie (terreni incolti, brughiere) (...); di campi di granoturco, di grano e di risaie e un abitato il quale > tra le case era grigio, angusto, primitivo e però anche, nella buona stagione, tutto era fiorito di convolvoli e di rosine rampicanti . In questa epoca e in questi luoghi Antonia trascorse la sua breve vita: abbandonata alla nascita, sopravvissuta allʼinfanzia, adottata da una famiglia contadina di Zardino, la cui modesta agiatezza dava origine ad invidie e rancori, la ragazza era troppo bella, altera e indipendente per non essere al centro dei pettegolezzi e dellʼastio delle comari: lei, «unʼesposta», cosa pensava di essere, una piccola signora! Forse sarebbe potuto diventare donna ,sposarsi e avere figli, se le circostanze non lʼavessero trascinata verso una morte spietata. Si invaghisce di un «camminante», ossia di uno di quegli «anarchici della campagna», che vagavano in odio «ad ogni servitù». Innamorata proprio dello suo spirito libero, dei suoi racconti di viaggi e di città, Antonia compie lʼimprudenza di incontrarlo di notte, al tramonto, sotto una vecchia quercia, che le leggende del villaggio vorrebbero luogo di spiriti maligni, dimora del Diavolo. Un giovane prete fanatico la denuncia al SantʼUffizio, accusandola di stregoneria. Il caso vuole che sia in atto una lotta di potere tra il Tribunale dellʼinquisizione e la Curia vescovile, e la povera Antonia è la vittima inconsapevole di questo scontro politico. Un caldo torrido, una lunga siccità e la paura di epidemie spingono a cercare un capro espiatorio: e chi meglio di una misera contadinella, troppo imprudente e vivace? > Le fiamme crepitarono alte, la notte diventò chiara come il giorno, le lingue di fuoco si unirono in unʼunica vampata. (...) Si videro i capelli della strega che svanivano nel nulla e la sua bocca che sʼapriva in un grido senza suono. (...) Antonia non fu più. Esplose il giubilo della folla. (...) Allora, finalmente, incominciò la festa . Nella premessa, intitolata «il nulla», Vassalli ci offre una interpretazione metafisica: > per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla . Se ci si allontana dal fragore e dalla passione del nostro tempo ci si accorge come la storia, e la nostra esistenza, non siano altro che un fluire senza scopo e senza senso, appunto il nulla. Perché Antonia è stata mandata al rogo? Perché non le è stata concessa di vivere? Per evitare che il tempo si chiuda su di noi, che il nulla ci riprenda, forse solo un Dio potrebbe intervenire, ma > è lui lʼeco di tutto il nostro vano gridare. (...) Colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto e però purtroppo non può dircele per questʼunico motivo, così futile!: che non esiste. Con tutto il rispetto per lʼautore dobbiamo dire come il fascino del romanzo non risieda nella sua filosofia della storia; ciò che avvince sono i personaggi e lʼambiente. Certo sono tutti scomparsi, ma a noi lettori ci appaiono ancora così profondamente vivi, nei loro sentimenti, nelle piccole e grandi motivazioni che li agitano e li spingono ad amare, a credere, a sopravvivere, anche soffrendo. E che dire di Antonia, figura del Seicento ma così moderna nelle sue ingenue aspirazioni e meraviglie? Eccola che arriva a Zardino, ancora bambina. > Lʼesposta, rannicchiata tra due sacchi, la guardava (la campagna novarese) scorrere nei suoi occhi spalancati; e chissà mai le passava per la testa vedendo per la prima volta le montagne riflesse e frantumate negli specchi delle risaie, e le lunghe file dei salici con i rami tagliati, e tutto il resto. (...) Forse, anzi probabilmente, non pensava a niente; lasciandosi cullare dal dondolio del carro e lasciandosi distrarre dalle novità e dalla varietà delle immagini (...) un airone ritto in mezzo a una risaia, un volo dʼanatre... Altro che metafisica questo è vero amore per la propria protagonista! Vassalli è un grande scrittore anche sotto il profilo stilistico. La sintassi è ricca ed articolata, con un uso sapiente della punteggiatura. Le descrizioni dettagliate del paesaggio, la rappresentazione dei personaggi, ricchi di sfumature, pure in quelli maggiormente odiosi, come il boia o il grande inquisitore, lʼabile ricorso agli aggettivi sono tutti elementi che rendono fluido ed attrattivo il racconto. Lʼunico limite, forse, è lʼeccessivo ricorso a citazioni di documenti storici, quasi a voler dare affidabilità alla narrazione. Perché leggerlo? Bello, piacevole, interessante e profondo.
A ciascuno il suo
Il libro, ambientato in un piccolo paese siciliano, racconta di un delitto e dell’indagine compiuta da un insegnante di provincia, «per curiosità e per noia», che scopre il vero assassino e viene per questo ucciso. Al di là dell’ambientazione, tipica di una società nella quale prevale l’omertà, l’ipocrisia e la falsità nei rapporti tra le persone, l’aspetto più interessante è costituito dalla figura del personaggio, il professore Laurana: curioso e ingenuo nello stesso tempo, vive in una dimensione sua propria al di fuori delle regole della piccola comunità. In realtà non ha nessuna intenzione di denunciare l’assassino ma ciò che lo muove, e lo perde, sono una fede «illuministica» nella conoscenza e la ricerca di nuove emozioni. Estraneo, nella sostanza, alla società nella quale vive, non ne capisce le regole e gli si addice l’affermazione finale del libro: «era un cretino». Lo stile asciutto e vigoroso, che non lascia spazi alla retorica e a ridondanze barocche, lo rende di esempio per l’intera letteratura italiana.
Cigni Selvatici: tre figlie della Cina
Il libro ripercorre la storia della Cina dal 1909 al 1978: dalla Cina feudale ed imperiale sino alla fine della Rivoluzione Culturale, attraverso lʼinvasione giapponese e la lotta per lʼindipendenza, la guerra civile tra i comunisti e il Kuomintang, la vittoria di Mao e la nascita della repubblica popolare, i lunghi anni di perenne rivoluzione delle guardie rosse e i conseguenti sconvolgimenti sociali. Queste vicende drammatiche sono narrate dal punto di vista di tre donne: la nonna, ancora prigioniera della società tradizionale, la madre, che incarna la figura della donna cinese emancipata, ed infine la figlia Jung Chang, protagonista e narratrice, espressione della nuova Cina. Il racconto si conclude la partenza di Chang per lʼAmerica. È un grande affresco storico, talmente dettagliato da essere una sorta di resoconto (né saggio né romanzo), con la conseguenza di appiattire le vite individuali e frammentare i grandi avvenimenti politici e sociali, rendendoli inesplicabili. È inutile sintetizzare il libro; è più interessante soffermarsi su alcuni temi di fondo. Cosa significa vivere allʼinterno di un grande mito, che si dissolve lentamente ma inesorabilmente? La giovane Chang è cresciuta nel culto di Mao e sino alla fine cerca di salvarne la figura. > Che cosa era stato a trasformare la gente in mostri? Perché tutta quellʼinutile brutalità? Fu allora che la mia devozione a Mao cominciò a vacillare. (...) Nella mia mente cominciarono a insinuarsi dubbi sullʼinfallibilità di Mao, ma a quello stadio, come altre persone, attribuivo la colpa più che altro alla moglie di Mao e allʼAutorità della Rivoluzione Culturale. Mao, lʼimperatore divinizzato, era ancora al di sopra di ogni sospetto . Poi lo giustifica in qualche modo. > Mao trovava soffocante lʼidea del progresso pacifico: era un condottiero militare irrequieto, un poeta - guerriero, e aveva bisogno di azione, di azione violenta . Ed infine arriva ad una svolta definitiva: crollano le certezze travolgendo lo stesso legame con la Cina. > Ora mi chiedevo: se questo è il paradiso, allora lʼinferno che cosʼè? (...) nel mondo esisteva davvero un posto più carico di sofferenza. (...) Fu in quello stato dʼanimo che composi la poesia. Parlavo della morte del mio passato indottrinato e innocente come di foglie morte strappate a un albero da un turbine di vento e trasportate in un mondo senza ritorno. Ad incrinare la grande devozione verso Mao è anche il contrasto tra i legami familiari e i valori comunitari. La madre di Chang ha rischiato la vita per la liberazione della Cina e per lʼidea comunista, eppure per il suo carattere indipendente ed attento ai valori autentici della vita, come lʼamicizia, viene additata alla pubblica disapprovazione. Quando chiede quali sono le cose per cui deve chiedere istruzioni al Partito, le viene risposto «Tutte». Non cʼè uno spazio individuale. > Mia madre aveva diciotto anni, si era appena sposata ed era piena di speranze per una nuova vita, ma si sentiva infelice. (...) Scoprì di non riuscire a darne la colpa al Partito, che le sembrava nel giusto, così incolpò mio padre, prima per averla messa incinta e poi per non averla sostenuta quando era stata attaccata e respinta . La decisione di Chang di abbandonare la Cina è anche una fuga dal destino di sua madre, la quale ha talmente interiorizzato lʼautorità del Partito da non rendersi conto che il richiamo a valori comunitari è ipocrita e assurdo, e giustifica soltanto un potere assoluto. Nel distacco di Chang verso il suo paese natale, nel rifiuto della sua patria e nellʼ idealizzazione dellʼOccidente, incide anche il padre, la cui devozione al comunismo è assoluta, è un uomo «fedele innanzi tutto alla rivoluzione». Quando però fu costretto a bruciare i suoi libri, scoppiò in un > pianto lacerante, incerto e selvaggio, il pianto di un uomo che non era abituato a spargere lacrime . Lʼ unica reazione è lʼaffetto, una debolezza «borghese» criticata dal Partito. > Rimasi così atterrita che sulle prime non osai far nulla per consolarlo. Alla fine lo abbracciai da dietro e lo tenni stretto, ma non sapevo cosa dire. (...) Dopo il falò, ebbi la netta sensazione che nella sua mente fosse cambiato qualcosa : La pazzia è lʼunica conclusione ad una vita totalmente dedicata alla fede politica. La lunga carrellata storica ha un lieto fine per Chang (vince una borsa di studio e può andare in America), ma si conclude malamente per la Cina: un luogo non più amato dalla giovane. Sarebbe stato un bel tema se non fosse stato trattato da un libro ibrido: non è un saggio di storia perché questʼultima, per essere utile, può essere studiata solo «dallʼalto», così da fornire una visione complessiva; non è un romanzo perché avrebbe richiesto uno stile narrativo maggiormente ricco nelle parole e nelle immagini, sarebbe stato neccessario approfondire i sentimenti dei personaggi e i loro rapporti reciproci, dettagliare di meno non limitandosi a descrivere, preoccupandosi invece di esprimere e comunicare il clima culturale e sociale. Insomma, non si può parlare di un luogo se non lo si ama più. Non si può scrivere di storia partendo da un microcosmo. Perché non leggerlo? È lungo, piatto, prolisso; non aiuta a capire la storia recente della Cina.
Il Cigno Nero
> Continuavo a vivere e a scrivere. Senza entusiasmo a vivere e a scrivere. (...) Guardavo con suprema indifferenza le mie giovani colleghe cariche di fascino e di sacro zelo passarmi davanti senza nemmeno darmi delle gomitate. Io stessa mi mettevo da parte per far loro strada . Questo incipit del romanzo genera nellʼingenuo lettore lʼidea che ci si trovi dinanzi alla storia di una ragazza, con «una faccia come tante altre», che cerca sé stessa nella Milano degli anniʼ 80, città rampante, aggressiva e bramosa di soldi. Qualche sospetto dovrebbe venire per il nome improbabile della giovane: Arlette, la firma di una rubrica di un periodico dal titolo «Dialoghi dʼamore». Comunque, lʼabile costruzione letteraria del romanzo farebbe ben sperare: il presente è narrato da Arlette mentre le vicende che hanno portato allʼoggi, gli anni ʼ40 e ʼ50, sono scritte in terza persona, così da distinguere la scoperta da parte di Arlette della sua vita come frutto del passato dalla narrazione oggettiva dei fatti e dei personaggi, che hanno determinato questo passato. Via via che ci si inoltra nella lettura ci si accorge che questa opinione iniziale è unʼillusione, si è dinanzi ad una occasione perduta. La trama è tanto inverosimile da diventare banale. Lʼambiente è lʼalta borghesia lombarda, sempre in bilico tra Milano e la Svizzera. Allʼinizio degli anni ʼ40 Edison è un abile e spregiudicato imprenditore; con i soldi della moglie, ripetutamente e apertamente tradita, ha costruito un impero editoriale. Ha una relazione con una giovane scrittrice, che lo abbandona quando Edison rifiuta di pubblicarle un romanzo. La moglie, invece di seguire lʼesempio dellʼamante e quindi lasciare il marito, sopporta con pazienza: per amore dei figli come ogni brava madre? per interesse come ogni buona figlia della borghesia? Non lo sapremo mai perché nel romanzo manca qualsiasi approfondimento dei personaggi. Anche la moglie di Edison ha una breve storia dʼamore, ma non con una persona normale, nientedimeno con un monsignore. Quando ritorniamo al presente, veniamo a sapere che Arlette è figlia dellʼamante di Edison e ha avuto una relazione con il figlio di Edison. Non spaventatevi! Non siamo di fronte ad un incesto perché Arlette è nata da un altro uomo; anche se Casati Modignani ha una propensione per il torbido e il morboso (in un episodio alcuni bambini guardano da uno spioncino alcune donne fare pipì) cʼè un limite per una scrittrice della buona borghesia! Dalla storia dʼamore di Arlette è nata una bambina, erede del grande impero editoriale dopo il suicidio del padre, compiuto, ovviamente, in un luogo eccezionale: una suite del Gran Hotel di Rimini. Questa breve sintesi è un assaggio di una storia piena di intrighi, di quelli che dovrebbero darci delle sorprese, ma che risultano scontati, perché dopo poche pagine lʼingenuo lettore capisce che tutto è possibile. La noia subentra; ma ciò che maggiormente indispone è la visione del mondo: le figure maschili sono uomini maturi, ricchi, potenti, le figure femminili donne fragili e rassegnate ad un ruolo subalterno, sempre alla ricerca di un amante o di un marito, che dia sicurezza ed ovviamente una vita agiata. Non ci sono giovani dei quali innamorarsi? Il matrimonio è un approdo sereno, dove non si vedono > scintillanti arcobaleni ma (...) la dolce naturalezza di due coniugi collaudati da una vita vissuta insieme . Si sogna una vita banale, lontana dagli intrighi di una borghesia affamata di potere e di denaro, pur godendone i vantaggi. Non cʼè niente di male scrivere dellʼalta borghesia, forse disturba un poʼ la superficialità con la quale la scrittrice tratta di avvenimenti drammatici e importanti, quali la seconda guerra mondiale e la Resistenza, la narrazione di questʼultima intrisa di luoghi comuni. Non si possono accettare, invece, la vacuità dei personaggi e la pochezza delle ambientazioni (le descrizioni dei salotti e dei giardini sembrano quelle tipiche degli arredatori, fredde e impersonali). Casati Modignani riporta una citazione di un poeta ed educatore dellʼottocento: > così nellʼoceano della vita noi passiamo e ci parliamo. Uno sguardo e una voce. Poi di nuovo il buio . Può essere vero, ma bisogna dare voce alle persone, ai personaggi, parlare dei loro sentimenti e delle loro storie, non solo fatte di intrighi, potere, lusso e soldi. Perché non leggerlo? È veramente brutto! Insignificante, noioso e superficiale.
Cinque romanzi brevi
Il libro comprende cinque romanzi ( La strada che va in città, È stato così, Valentino, Sagittario e Le voci della sera) e quattro racconti ( Unʼassenza, Casa al mare, Mio marito, La madre). Scritti in un periodo di trentʼanni, dal 1933 al 1961, rispecchiano lʼevoluzione letteraria ed esistenziale dellʼautrice, dalla giovinezza alla piena maturità. Come dice la stessa scrittrice nella prefazione del 1964, si è dinanzi ad una ricerca stilistica con la quale lo sforzo «di scrivere non più per caso.... fingendo di sapere», ha portato a scoprire > che il pericolo dʼessere casuale lo correvo lo stesso. Perché non si trattava di un vizio dellʼadolescenza, ma piuttosto dʼun vizio del mio spirito.. ero abile nel fingere di amare quello che mi era in verità indifferente . Tuttavia, questa annotazione del 1964 sembra essere, a sua volta, una finzione, perché in tutti gli scritti di questa raccolta emerge un tale male di vivere, un così forte pessimismo della situazione femminile, che sarebbe sconcertante che queste condizioni esistenziali fossero una simulazione, un «tirare a indovinare». Ed infatti la raccolta testimonia anche di un percorso di vita, dalla consapevolezza dellʼinfelicità allʼindifferenza. Limitandosi ai tre romanzi principali, nel primo ( La strada che va in città, 1941) la protagonista è una adolescente, che abita in campagna, insieme con i fratelli e il cugino Nini. La città è un luogo dove andare per fuggire da una vita monotona e conoscere lʼamore. La ragazza è corteggiata da Giulio, ma è in fondo innamorata del cugino Nini. Lʼadolescenza termina bruscamente quando la protagonista scopre di essere incinta di un bambino di Giulio e, pur sapendo di non amarlo, accetta di sposarlo. Ma vorrebbe ritornare a prima, quando poteva > scappare ogni giorno in città, e cercare del Nini e vedere se era innamorato di me, e andare anche con Giulio in pineta ma senza doverlo sposare. Eppure tutto questo era finito e non poteva più ricominciare . Con la stessa passiva rassegnazione accetta la notizia del suicidio di Nini e con il tempo «diventava sempre più difficile pensare a lui». Il secondo romanzo ( È stato così, 1947) è il più sconcertante. Si apre con la protagonista che uccide il marito con un colpo di pistola. Segue il racconto di come si arrivati a questo omicidio. Giovane maestra conosce Alberto, un uomo più anziano, non bello ma interessante. > Mi chiedevo se lui era innamorato di me e se io ero innamorata di lui e non capivo più niente. Non mi diceva mai parole dʼamore e anchʼio certo non gli parlavo di questo . Eppure lo sposa per scoprire che il marito ha una amante da molti anni e spesso si allontana con lei per lunghi periodi. La protagonista accetta questa vita > perché non ero mai stata capace di vivere e adesso certo era troppo tardi per imparare , ma la morte della figlia avuta dal matrimonio e la reazione fredda del marito scatenano la disperazione troppe volte repressa. Non può più vivere con questʼuomo né potrà conoscere altri uomini ed allora «gli ho sparato negli occhi». Nelle annotazioni del 1964 a questo romanzo, dedicato al marito, Ginzburg sembra quasi sminuirne lʼimpatto drammatico dicendo che «il colpo di pistola è nato dal caso», poteva anche non esserci, anche se è proprio lʼomicidio a dare il senso al racconto. La scrittrice vuole rifiutare una profonda ed intima infelicità fingendo di scrivere per caso? E poi perché dedicare al marito uno scritto nel quale si sentono così forti il rancore e la delusione? Nel terzo romanzo ( Le voci della sera 1961), il racconto abbandona, almeno apparentemente, i temi del dolore e della infelicità per scivolare verso le problematiche dellʼindifferenza e dellʼincomunicabilità. La protagonista narra la sagra familiare dei Balotta e della loro progressiva dissolvenza. I vari componenti di una stirpe un tempo vigorosa perseguono stancamente progetti imprenditoriali mai realizzati e stringono grigi matrimoni infelici. Anche la protagonista ha una relazione con uno dei rampolli, ma di nascosto come due amanti. Quando si decidono ad uscire allo scoperto, per sposarsi, smettono di parlarsi e di cercarsi, perché > si è sciupato tutto... perché abbiamo cominciato a sotterrare i nostri pensieri, bene in fondo, bene in fondo dentro di noi. Poi, quando riprenderemo a parlare, diremo solo delle cose inutili... vuol dire essere infelici ma fare in modo di non dirselo, per poter vivere . Non resta che lʼincomunicabilità, bene espressa dai dialoghi senza senso, di cose banali ed inutili, della madre della protagonista, con i quali si chiude il romanzo. Fin dagli esordi la scrittura di Ginzburg è asciutta, essenziale ed incisiva, e quindi fortemente innovativa rispetto allo stile ampolloso e ridondante del primo novecento. Via via che si prosegue nella raccolta, sono evidenti alcuni tentativi di rendere la narrazione più ariosa e descrittiva, ma poi la scrittrice ritorna alla stringatezza: le frasi non sono più, tuttavia, «una scudisciata ed uno schiaffo», come nella Strada che va in città, ma diventano dialoghi serrati, con una forte impronta teatrale, quasi pirandelliana. È come se lʼautrice abbia tentato di aprirsi per poi ritornare a rinchiudersi in un mondo nel quale è possibile solo la vacua comunicazione. La narrazione di Natalia Ginzburg sovrasta, invade con la sua «consapevolezza, assoluta, inesorabile e mortale» di una infelicità senza scampo, di una vita che deve aver sopportato un dolore profondo, ben nascosto in un esistenza intellettualmente e socialmente brillante. È una pena con un profondo connotato femminile. Le protagoniste, che sono sempre lʼio narrante, sono brutte e banali, incontrano uomini superficiali ed egoisti e la loro stessa maternità è vissuta come un obbligo, un incidente, che spesso si chiude in modo infausto. La condizione femminile sembra essere una prigione e un destino già segnato, in un ambiente sociale piccolo borghese. Perché leggerlo? Sono romanzi molto belli sotto il profilo letterario e sono la testimonianza di una dimensione femminile del dolore.
La Ciociara
Per Moravia La Ciociara > era il suo omaggio di romanziere alla Resistenza come fatto collettivo . Lʼambiente è la Ciociaria, a sud - est di Roma, il contesto storico è il periodo tra lʼottobre 1943 e il giugno 1944, quando questo territorio fu sconvolto dal lungo stallo nellʼavanzata degli alleati, a causa delle linee di fortificazioni di Cassino e del fallimento dello sbarco di Anzio, nel gennaio del 1944. La narratrice e protagonista del romanzo è Cesira: cresciuta in Ciociaria, ha sposato un bottegaio romano, un uomo che la disprezza, chiamandola «la burina». Ed infatti Cesira è rozza, plebea e contadina, ma forte e concreta, grande ed esperta lavoratrice. La sua vita ruota intorno alla casa, al negozio, e alla figlia Rosetta. Così la descrive la madre allʼinizio del racconto: > aveva un viso come una pecorella, con gli occhi grandi, di espressione dolce e quasi struggente ; in seguito dovrà ammettere > che questa perfezione era fragile e quasi artificiale, come quella di un fiore cresciuto in una serra calda . Per Cesira la guerra è lontana ( > sti figli di mignotte, si scannino tra di loro finché vogliono, che ce ne importa a noi della loro guerra? ). E come dirà un altro personaggio, > la guerra è brutta soltanto per i fessi. (...) Vengano i tedeschi, vengano gli inglesi, vengano i russi, quello che per noialtri negozianti deve contare soprattutto è pur sempre il negozio e se il negozio va bene, tutto va bene . Così la pensa anche Cesira, si arricchisce infatti con la borsa nera per tutti gli anni della guerra. Dopo lʼ8 settembre Cesira si ritrova piena di denaro ma senza provviste, costretta a fare la fame. Decide di lasciare Roma e andare in Ciociaria, presso i genitori. Il treno porta le due donne sino a Fondi, dove la linea si interrompe. Trovano alloggio presso una losca famiglia, che abbandonano in fretta perché Rosetta ha subito le proposte indecenti di un piccolo gerarca fascista. Scappano, quindi, in montagna, in un misero villaggio di pastori, dove hanno trovato rifugio numerose famiglie, fuggite da Fondi. Nelle lunghe pagine dedicate alla vita comune degli sfollati e dei contadini, Moravia parla di una sua esperienza personale, al punto che avvenimenti e protagonisti sono i medesimi del suo diario di quei giorni terribili, quando fu costretto con Elsa Morante a ripararsi in Ciociaria. La narrazione, scorrevole ma prolissa, è portata avanti abilmente, procede bene nel contrasto tra i fatti terribili della guerra (desolazioni, bombardamenti, rastrellamenti, violenze) e la splendida indifferenza della natura, che segue, immutabile e cinica, lʼeterno ciclo delle stagioni. Il racconto sembra sospeso, in attesa dellʼarrivo degli alleati, che dovrebbero portare «lʼabbondanza». Compare Michele. un giovane intellettuale, fermo nelle idee e coraggioso nei comportamenti. A differenza di Rosetta, che deve la sua innocenza allʼignoranza, Michele è ben consapevole di ciò che accade, dellʼoppressione nazi- fascista, che non riguarda solo il piccolo mondo degli sfollati, ma tutta lʼItalia, condotta ad un generale disastro materiale e morale. Figura positiva, è come imprigionato nella vita degli sfollati, nella misera e ignavia quotidianità dellʼattesa, solo attenta a sopravvivere in qualche modo. Finalmente arrivano gli alleati; dovrebbe essere la liberazione, ed invece la situazione precipita. Alcuni tedeschi prelevano Michele, che poi uccidono, quando il giovane si schiera in difesa di una famiglia di contadini: Michele muore da eroe. Le due donne sono sorprese, sole ed isolate, da un gruppo di soldati alleati, i quali violentano Rosetta. Lo stupro cambia la ragazza; lei così innocente dichiara alla madre stupefatta: > lui o un altro per me fa lo stesso. (...) Voglio fare lʼamore perché è la sola cosa che mi piaccia e mi sento di fare. E dʼora in poi sarò sempre così . Lo stupro, la morte di Michele, la guerra cambiano profondamente anche Cesira: era una donna sicura, diviene incerta, tormentata, tanto che i suoi sonni sono attraversati da incubi, quasi che solo il mondo onirico le permetta di ritrovare lʼoriginaria solidità; in uno di questi sogni immagina che Rosetta si sia sposata e che «si sbottonava il corpetto e dava la mammella al pupo», ma era Rosetta o quella povera pazza che aveva incontrato vagare nella campagna, in mezzo alle desolazioni della guerra? Quali che fossero le intenzioni, lʼautore non riesce ad esprimere la tragicità della guerra ai civili, e ciò per due motivi. Innanzitutto prevale un forte pessimismo sulla natura degli uomini, che conduce allʼaccettazione di quanto avviene, a non ribellarsi, a subire; atteggiamento che non viene certo riscattato dallʼultimo capitolo, nel quale il dolore sembrerebbe ridare prospettiva a Rosetta e a Cesira. È una appendice ipocrita e dolciastra, utile ad evitare un finale troppo cinico per trovare accoglienza presso i lettori. In secondo luogo, la metamorfosi di Rosetta, da brava ragazza a «mignotta», è inverosimile (si supera così facilmente uno stupro?), sa di morboso e rispecchia lʼidea tipicamente maschile sulla natura sensuale della donna. Insomma, la violenza sessuale di gruppo sarebbe stata una iniziazione, un modo brusco per conoscere «le cose brutte» del mondo. Dʼaltra parte > lei adesso ci aveva preso gusto a quello che i marocchini le avevano imposto con la forza . Da momento catartico lo stupro diviene lʼinesorabile destino di tutte le donne. Non si può essere accusati di essere politicamente corretti se si dice che questa visione di Cesira - Moravia è insopportabile, oltre a far perdere tensione allʼ intera storia. La trama è costruita mirabilmente, i personaggi sono ben disegnati, la scrittura è fluida, agevole e perfetta con il suo arioso periodare. Il lettore viene condotto per mano sino allo stupro, preannunciato lungo tutta la narrazione da lievi accenni e da fugaci episodi; quando accade appare inevitabile. Moravia conferma le sue grandi doti di scrittore. Perché leggerlo? Cesira è una vittima e la sua storia è emblematica di quanto accade ai civili in tutte le guerre.
La città dei prodigi
Il romanzo racconta la storia di Barcellona tra il 1888 e il 1929; un arco di tempo tra due esposizioni universali, che videro la trasformazione urbanistica e sociale della città. Mendoza, giornalista catalano ma non indipendentista, narra i cambiamenti di Barcellona dal punto di vista di un misero ragazzo di campagna, che viene a lavorare a Barcellona all' edificazione delle strutture della esposizione del 1888; ragazzo, che dopo un breve periodo al servizio dei lavoratori, diviene un uomo d'affari spregiudicato e un po' criminale. Così l'autore presenta Onofre Bouvila: > basso di statura, con ampie spalle, (...) lineamenti pallidi e ruvidi, capelli neri arruffati. I vestiti erano rattoppati, in disordine e poco puliti. (...) C'è qualcosa nel suo sguardo che rende nervosi. Però, non c'è da temere, > un'altra piccola sardina che la balena (Barcellona) si mangerà senza neanche accorgersi. Non sarà così. Onofre farà rapidamente carriera dentro il sindacato anarchico per l' impegno e le qualità di leadership. Potrebbe continuare a fare attività politica, probabilmente finendo in carcere, sicuramente restando povero e sfruttato. Invece, senza apparenti rimpianti, diviene il guarda spalle di un affarista, che si serve di Onofre come un picchiatore senza scrupoli, utile in una città travolta dalla speculazione immobiliare, dalla corruzione e dalle ruberie, con una borghesia rampante, pronta a tutto pur di arricchirsi. Come una sorta di Mastro Don Gesualdo catalano (si veda la recensione del libro di Verga in questo sito), Onofre sale la scala sociale, crea le giuste relazioni con l'alta borghesia, sposa una rampolla di un'altolocata famiglia di Barcellona, diviene un uomo potente, immensamente ricco, senza remore morali, sempre determinato sulla via del successo. Che cos'è che lo muove? Un giorno. all'inizio della sua ascesa sociale, va da una chiromante per conoscere il futuro. La risposta delle carte è vaga, come sempre; ma la donna vede che non gli spetta la felicità né la ricchezza: ciò che persegue Onofre è la vendetta. Il padre, un uomo d'affari, millantatore e pasticcione, è stato umiliato nella sua vita; Onofre vuole riscattarlo dimostrando che il figlio non solo diventerà ricco e potente, ma potrà piegare ai suoi piedi quella stessa borghesia che aveva così disprezzato e cacciato il padre. E' come Il Conte di Montecristo o un banale rappresentante di un sistema corruttivo che ha plasmato Barcellona? Non lo sapremo mai, l'autore non indaga l'animo di Onofre, un personaggio che resta sempre nelle ombre della nebbia di una città tumultuosa, la vera protagonista: di fatto, Barcellona si è mangiata la sardina, malgrado che Onofre creda di dominarla. E forse, proprio per affermare disperatamente la sua supremazia, per l'esposizione del 1929 Onofre si fa costruire un elicottero, allora oggetto prodigioso, e con questo mezzo scompare in cielo, dinanzi a una folla sbalordita e agli occhi increduli di Alfonso XIII e del dittatore De Rivera. E' una fuga? E' salito in Paradiso? O semplicemente è scoppiato l'elicottero uccidendo Onofre? L'autore non lo dice, lascia a noi trovare il finale di una vita straordinaria. Ciò che è certo è che alla fine del 1929 De Rivera sarà costretto a dimettersi e l'anno successivo Alfonso XIII lascerà il trono e verrà insediata la repubblica. E' finita un'epoca per la Spagna e Barcellona, si avvia un'altra storia. Come capita spesso nei romanzi moderni, il libro è lungo e dispersivo. La parte migliore è la prima, in cui l'autore racconta l'arrivo di Onofre a Barcellona, l'ambiente in cui vive, la miseria, la fatica, i strani personaggi che frequentano la casa dove il ragazzo ha trovato alloggio; è particolarmente intrigante la figura di Dolfina, compagna di lotta, sempre insieme a un gatto nero, selvaggio e aggressivo; ragazza che è il primo amore dell'ingenuo Onofre, il quale, nel conquistarla, mostra già quel cinismo e quella determinazione che lo accompagnerà per tutta la vita: uccide il gatto nero, lo elimina perché un ostacolo, come farà fuori tutti quelli che gli impediranno di raggiungere i suoi obiettivi, a prescindere dai legami affettivi. Nella costruzione dell'ambiente si percepisce Charles Dickens (si vedano le recensioni di David Copperfield e di Oliver Twist in questo sito), anche se Mendoza affronta il tutto con un tratto ironico e distaccato, senza moralismi. Peccato che questo stile narrativo si dissolve nel corso del romanzo, insieme alla capacità di costruire i personaggi, sempre più banali, e perdendo l'approccio storico- sociologico che aveva così ben delineato la prima parte. Perché Barcellona è la città dei prodigi? Non certo per il suo sistema corruttivo, di cui Onofre è un rappresentante; Barcellona è una città stupefacente perché si è sempre reinventata, in un processo interminabile di distruzione creativa, lottando, in modo anche velleitario, contro Madrid e gli avvenimenti che spesso le sono stati ostili. Mendoza pare suggerire che l'annientamento totale della città all'inizio del Settecento, alla fine della guerra di secessione spagnola, abbia azzerato il passato e abbia contribuito a creare un clima culturale e sociale orientato al futuro, pronto di continuo a travolgere la città sotto il profilo urbanistico, architettonico ed economico. Perché leggerlo? E' interessante sotto il profilo storico, ma troppo lungo.
Le città del mondo
Il viaggio, la fuga, la ricerca del cambiamento costituiscono i temi di questo romanzo, ambientato nell’arido ambiente siciliano e tra mille città, reali nei nomi ma fantasiose e immaginarie nella loro descrizione. Due pastori, padre e figlio, una ragazza in fuga, che trova asilo presso una vecchia prostituta itinerante, due giovani sposi, sempre in viaggio per motivi che non è possibile sapere, un padre, che cerca di abbandonare il figlio presso una città accogliente. A questi personaggi sempre in viaggio si contrappone un contesto apparentemente immobile, ma in realtà in attesa di grandi cambiamenti sociali ed economici: una vecchia signora, in attesa di una morte che si fa attendere, osserva con il cannocchiale la campagna e le città vicine, sperando in un cambiamento che possa stravolgere la società. I personaggi si incrociano lungo il racconto ma non esiste di fatto un filo conduttore se non il viaggio tra le tante città. Si tratta di un romanzo particolare, che lascia il desiderio del cambiamento e un senso di freschezza, che deriva proprio dalla presenza di giovani che cercano, comunque, qualche cosa nel futuro.
The Clan of the Cave Bear (Ayla, figlia della terra)
Il romanzo è il primo di una saga di successo, che ha come protagonista una donna Sapiens in un'Europa di milioni di anni fa, quando la nostra specie convisse a lungo con l'uomo di Neanderthal. A seguito di un terremoto la piccola Ayla si trova abbandonata, destinata senza dubbio alla morte. Viene accolta da una tribù di Neanderthaliani. La regola vorrebbe che un individuo degli «Altri» sia soppresso perché > ogni deviazione dal comportamento usuale potrebbe scatenare l'ira degli spiriti. E la bambina è realmente diversa: > aveva poco più di quattro anni, (...) ma camminava eretta su gambe forti e muscolose, (...) la sua bassa fronte si piegava indietro in una lunga, larga testa, che si appoggiava su un collo corto e spesso , poteva articolare dei suoni, poteva persino ridere. A salvarla sono due persone importanti del Clan: Iza, la curatrice, e Creb, lo sciamano. Li muove un sentimento di curiosità e solidarietà insieme. Sono coscienti che Ayla crescerà in un ambiente diffidente, se non ostile, e dovrà imparare a comportarsi come la gente del Clan: adottare la corretta postura di una femmina Neanderthaliana, rispettare i rigidi ruoli sociali, imparare il linguaggio dei segni, reprimendo ogni pulsione al linguaggio parlato. > Ci sarà il tempo, Iza pensava, di insegnarle le buone maniere. Stava già cominciando a pensare alla bambina come sua. (...) Creb era silenzioso, pieno di pensieri. > Essere accettata dentro il Clan non cambia chi è. E' nata dagli Altri, come può imparare tutta la conoscenza che hai? Tu sai che lei non ha memoria . Non ha il passato dei Neanderthaliani, quell'insieme di conoscenze e valori che si sono sedimentati nei millenni e sono la struttura portante della loro società. Per esempio, la tradizione vuole che le femmine non vadano a caccia, funzione sociale che spetta solo ai maschi e su cui essi hanno creato il loro potere. Irrequieta, curiosa, indisciplinata, Ayla ha imparato di nascosto a cacciare con la fionda, ed è bravissima. E' la prima, e non sarà l'ultima, deviazione dalle regole. Tutte le volte, la generosità di Ayla, la sua evidente volontà d'integrarsi nel Clan e la diffusa credenza che Ayla sia protetta da uno Spirito superiore, portano la tribù a perdonarla, sino a vederla come una di loro. Ayla vive un conflitto interiore tra integrarsi nella comunità ed essere libera, essere sé stessa, non più oppressa da una società claustrofobica. A trattenerla è l'affetto per Iza e Creb, che l'hanno accolta contro il parere di tutti. Malgrado i suoi sforzi, Ayla ha un nemico irriducibile: Broud, il futuro leader del Clan; gli indispone l'atteggiamento della donna degli «Altri», falsamente remissivo, lo irrita la crescente popolarità della donna, contesta la sua stessa inclusione nel Clan, contraria alla tradizione. E' animato da un misto di pulsioni di potere, di ottusa ottemperanza alla tradizione ed anche da una inconfessabile attrazione per Ayla. Come per tutti i maschi messi alle strette, non resta che lo stupro. Broud violenta Ayla, che resta incinta e dà alla luce un bambino, che porta le sembianze dell'Homo Sapiens e quelle dell'Uomo di Neanderthal. E' un mostro! grida Broud, va soppresso secondo le regole. Ma così non avviene, anzi le femmine del Clan che hanno appena partorito si rendono disponibili ad allattare il figlio di Ayla, la quale ha perso il latte. La solidarietà femminile è più forte della tradizione! Vicina alla morte, Iza ricorda ad Ayla che un giorno Broud sarà il capo e allora > non penso che tu dovresti vivere con questo Clan quando Broud diviene leader. (...) Penso che sarebbe meglio che andassi via. Decretata morte vivente da Broud, isolata ed emarginata, ad Ayla non resta che il cammino verso altre terre, alla ricerca degli «Altri». La scrittrice attinge con sapienza all'antropologia per ricostruire i meccanismi sociali del Clan, meccanismi che sono descritti con minuzia di particolari. Si potrebbe facilmente obiettare che la società dell'uomo di Neanderthal poteva essere profondamente differente da quella delle società primitive dell'Homo Sapiens. E' un'osservazione corretta ma non rilevante ai fini della lettura del romanzo, il cui tema è l'accoglienza del diverso. Dobbiamo dire che l'integrazione fallisce: malgrado gli sforzi, Ayla resta una degli «Altri», desiderosa di libertà, innovatrice ed esploratrice (suggestive le pagine che descrivono la piccola Ayla alla scoperta della foresta); la gente del Clan cerca di includere Ayla, ma non riesce a ribellarsi a Broud, non possono rompere le regole, andare contro la tradizione. Il messaggio è pessimista, alla luce dei conflitti del presente, saremo mai capaci di accogliere chi è diverso da noi? Forse, se ci liberiamo dalla Memoria. Il romanzo è lungo e prolisso, alternando momenti di tensione con lunghe pagine che poco aggiungono alla storia. Costruito intorno a un articolato sistema di personaggi, il racconto si disperde in una marea di nomi, perdendo la focalizzazione sui protagonisti e sulla rappresentazione dell'ambiente, sociale e naturale. Si va avanti nella lettura aspettandosi sempre qualcosa di nuovo, come per esempio l'incontro con gli «Altri»; invece, non avviene niente di dirompente e la conclusione pare scontata. La scrittura è lineare, elegante e ricca nel lessico: un bell'inglese. Perché leggerlo? E' molto lungo, ma vale la pena, alla fine.
Il Clandestino
Nella Resistenza (la guerra di liberazione tra il 1943 e il 1945) la scelta di prendere le armi contro il nazifascismo nacque raramente da una maturazione meditata; il più delle volte fu un atto di inconsapevole spavalderia, incosciente dei rischi che si andava a correre. Come scrisse Luigi Meneghello in «I Piccoli Maestri», fu > un urlo, (...) un sentimento collettivo (...) inebriante: si avvertiva la strapotenza delle cose che partono dal basso, le cose spontanee . Anche Mario Tobino approfondisce la scelta della lotta partigiana, e lo fa con il suo stile, di chi «studia gli uomini e li ama». Anselmo è un giovane ufficiale medico, di recente tornato dalla Libia. > Era ancora imbambolato dalla guerra, aveva nelle orecchie i lamenti dei soldati, era stato spettatore di azioni crudeli. Come il protagonista del romanzo di Cesare Pavese (La casa in collina), vorrebbe «un letargo, un anestetico», per > riscoprire la bontà, la tenerezza che nel mondo, al di là di ogni brutta violenza, ci dovevano essere ancora . Un giorno, dopo lʼ8 settembre, una donna lo ferma per strada. > Lʼaspettavo, volevo domandarlo a lei che ha fatto la guerra. (...) Chi è stato? Ora con chi siamo? Cosa ci hanno fatto credere? Di chi è la colpa? E tutti quelli che sono morti, poverini? (...) Li ho visti morire, è stato inutile... risponde Anselmo e «sentì che era stupidamente per piangere». Per il giovane è uno scossone, un risveglio, deve uscire dal torpore, mettersi in azione. Nella sua città, Viareggio (nel romanzo chiamata Medusa), un gruppo di giovani ha creato unʼorganizzazione clandestina: si definiscono marxisti - leninisti, si dicono comunisti, anche se non hanno mai letto Marx e Lenin e non hanno ancora avuto contatti con il risorto partito comunista (lo desiderano ardentemente). Cʼè poi un vecchio ammiraglio, il quale vorrebbe agire; è stato messo a riposo dalla Regia Marina per le sue posizioni anti fasciste. ma è animato da una fanciullesca voglia di lottare, di fargliela vedere ai fascisti e ai tedeschi. Anselmo diviene ben presto lʼufficiale di collegamento tra «i clandestini» e lʼammiraglio, gli vengono affidate missioni delicate e difficili, che riesce ad assolvere sempre molto bene, per le sue doti di equilibrio e di fine tessitore delle relazioni umane. Tobino ci conduce attraverso i primi passi della lotta partigiana, come si trattasse di un romanzo di evasione; situazioni pericolose però narrate in modo esilarante ed ironico si sovrappongono al racconto del crescente legame che si crea tra i giovani clandestini, giovani non ancora adulti, caratteri profondamente diversi, differenti le condizioni sociali e il livello di istruzione, ma sempre animati dalla voglia di vivere e da una comprensione reciproca, che supera i difetti e le varie attitudini: lʼazione porta allʼamicizia e questʼultima allʼunità. I clandestini così come lʼammiraglio vivono sullʼorlo del burrone, come se fosse un gioco, certo rischioso ma senza dubbio a lieto fine. IL volto crudele della guerra emerge, al di là del nostro desiderio di serena avventura: non siamo al cinema, come fantastica uno dei protagonisti del libro! Cominciano le perquisizioni, i rastrellamenti, gli arresti. Anselmo partecipa allʼuccisione di un fascista a La Spezia, lui stesso uccide uno squadrista, che ha assassinato crudelmente lʼammiraglio. Devono lasciare Viareggio e andare sulle montagne, a combattere la guerra partigiana, dove Anselmo troverà la morte. > Chiuse gli occhi (...) e subito sognò di essere in un bosco densissimo di fronde, lui era sdraiato, uccelli di nido gli volavano intorno, gli mettevano il becco vicino, lʼaprivano come ridessero, uguali a bambini soddisfatti di aver mangiato . Chi si aspetta il Partigiano Johnny di Fenoglio non può che restare deluso: qui non ci sono eroi solitari. Il romanzo è costruito linearmente, senza enfasi, una cronaca aperta, ricca di infinite possibilità, la quale riesce a scherzare perché lucida, trasparente, ed eppure amorevole verso i protagonisti, persino nei confronti dei fascisti. > Ma i fascisti perché fanno questo? si domandò Anselmo in un mormorio . La determinazione dei «clandestini» prende corpo dagli avvenimenti, sono loro a farli adulti, a maturarli politicamente, a renderli dei combattenti, convinti comunque che come le navi possono navigare nel mare calmo come in quello agitato, anche tra gli alberi, dove > mugolava la morte, (...) purtuttavia cʼera felicità, letizia, di fronte alla presente solitudine . Perché leggerlo? Splendido libro di un autore purtroppo dimenticato.
The cold eye of Heaven (Farley)
Quando ci si avvicina alla fine della vita si desidera ripercorrere con la memoria la propria esistenza. Se si è dei grandi uomini ci si può illudere di lasciare un ricordo di sé con una biografia ricca di personaggi e di avvenimenti: una sorta di narrazione del proprio ruolo nella storia. Ma quando si è dei piccoli uomini con una vita banale che senso ha fare una cronaca della propria vita? Non resta che la rimembranza che ci vede «nella fissità di un ritratto», frutto della mescolanza di fatti reali e di immaginazione (si veda in questo sito il «Giorno del giudizio» di Salvatore Satta); oppure, per dirla con Italo Svevo, > la vita più intensa è raccontata in sintesi dal suono più rudimentale, quello dell'onda del mare, che, dacché si forma, muta ad ogni istante finché non muore (vedi la «Coscienza di Zeno» recensita in questo sito). Christine Dwyer Hickey compie un'operazione ancora più spericolata di quella di Zeno e Satta. All'apparenza l'autrice ripercorre l'esistenza di Farley come se fosse un resoconto a ritroso degli eventi più importanti della sua vita di modesto impiegato: ultrasettantenne ormai solo, attende con ansia di vedere la giovane vicina che «lo faccia sentire un po' più giovane, soltanto un poco meno vecchio»; si affanna ad acquistare un vestito adeguato al funerale del proprio titolare, funerale dove per altro non è invitato; lo vediamo al rinfresco per il suo pensionamento chiedersi se gli mancherà qualcosa della vita di ufficio, con > le stupide freddure e l'arroganza dei giovani, le trivialità del lunedì mattina e l'odore di dopo barba scadente, i troppi fastidi e i dispetti senza senso, i primi della classe e i menefreghisti di ogni cosa Andando indietro nel tempo vediamo Farley prendersi cura della madre, la quale ha sempre preferito il fratello intellettuale, egoista ed assente; ed eccolo dall'amante (la moglie del titolare) prendere la decisione sconsiderata di finanziare la ditta per cui lavora senza pretendere un attestato del prestito; ed indietro ancora il lutto devastante per la perdita della moglie, la scelta di mettersi a lavorare per sposarsi abbandonando sogni di viaggi, la notizia della morte del padre, lui ancora dodicenne, e infine a cinque anni in ospedale l'inutile attesa della visita dei genitori. Di certo, Farley è il tipico piccolo borghese; se si è appiattito in una routine senza ambizioni e colpi di scena è in fondo colpa sua: ha sempre fatto le scelte meno impegnative, si è messo a disposizione degli altri quasi volentieri, sia che fossero il titolare, la moglie, l'amante ovvero la madre, il fratello e persino la vicina di casa, vagheggiata nei rimasugli erotici di un povero vecchio. Se però mettiamo Farley «sdraiato comodamente su una poltrona Club», come avrebbe detto Svevo, ci accorgiamo come la vita di Farley sia girata attorno ad un'attesa, quella del padre. Prendiamo ad esempio due passaggi del romanzo. Farley ha cinque anni, arrivano finalmente in ospedale la mamma e il fratello, chiede dov'è il padre. E' a pescare? Alla risposta della donna che è al lavoro e non è potuto venire dal figlio, Farley percepisce > il rumore dell'acqua che scorre dolcemente. Si vede adesso su una riva. (...) Sta indossando gli stivali di gomma che lo coprono sino alla coscia: stivali che riconosce da una scatola in un ripiano essere quelli del padre. (...) E' solo. Solo sulla riva. Un uomo, un ragazzo, un bambino, un neonato, un uomo di nuovo, tutto all'improvviso . Adesso è vecchio alla fine del libro. Vede il vicino correre a prendere l'autobus ma non riconosce il viso. > Allora il suo proprio padre invade la sua mente. Faccia sfortunatamente chiara. Morto d'infarto.. (...) Comunque di certo un bastardo che non ebbe il tempo o una parola per nessuno. Un ringhioso. Ringhiava al giornale, ringhiava alla radio, ringhiava se tu gli parlavi mentre stava pranzando . E al funerale tanti bei discorsi su un uomo che lui e suo fratello non avevano conosciuto. > Un grande conversatore. Un uomo intelligente. (...) Appassionato di pesca con la mosca . Il romanzo è un capolavoro. Non è solo l'arguto espediente di un racconto a ritroso. In ciascuno degli eventi della sua vita Farley si muove come Bloom nell'Ulisse di Joyce: un cammino dispersivo ma affascinante tra strade e negozi di Dublino, tra personaggi minori che danno il senso di una vita solitaria ma superficialmente socievole (Farley è sempre padrone di sé), tra riflessioni laterali, apparentemente marginali. Ne esce un percorso disordinato dei flussi di coscienza del protagonista e di come la faticosa manifestazione dell'io si radichi nei luoghi e nelle relazioni, e non in astratto in un lettino di un psicanalista. La scrittura è poi splendida e vibrante: è un diluvio di parole meravigliose, di fonemi intraducibili dei quali ci si appaga con l'orecchio e non con la vista, di un lessico ibridato con il parlare quotidiano, all'interno di una costruzione sintattica travolgente anche se non immediata per il lettore italiano, senza dubbio difficile da rendere nella nostra lingua. Perché leggerlo? E' splendido, l'autrice è Joyce e Rushdie insieme.
La colpa
È possibile sfuggire allʼangoscia solo frugando nella propria mente, inseguendo una > follia lucida di costruzione di possibilità terribili perché plausibili, plausibili perché possibili, possibili perché pensate, pensate perché presenti da qualche parte, nella mente... (come) un Prometeo nudo, arrossato, gocciolante, legato dallʼimmaginazione con lacci dʼacciaio sulla cima più alta e più esposta a strapiombo sullʼabisso ? O è necessario un fatto, anche traumatico e violento, che costringa ad uscire dai propri incubi, a riscoprire lʼamicizia, a reinventare «tenerezze e assalti» da «drappi e materassi sfondati»? Questo romanzo narra una rinascita a nuova vita. In una Marecchia descritta come una terra selvaggia, una «landa nera e brulla», Estefan è un diciannovenne sbandato e disorientato, come tanti ragazzi. Porta con sé un profondo senso di colpa. Ancora bambino, gli è morto accanto il fratellino durante la notte, senza che lui se ne accorgesse. Lo poteva salvare? O è lui che lo ha ucciso? Da quel momento Estefan è diventato il > figlio più stronzo, gatto davanti ai fari, sacco per boxeur... meglio non esistere, a volte, per gli altri. Meglio, a volte, non esistere affatto . E da allora lo accompagna un incubo: immagina di essere al bordo di un buco, della cui profondità non distingue i contorni e non capisce i colori, ma intravede «bambini, altalene, scivolo, strilli, lacrime» e soprattutto > Mamma killer cartonata... Mamma terrifica, Mamma con labbra colore arteria sottili sottili. Sottili che tagliano. È vestita con papaveri neri strappati.. (e) ride, ed è una risata brutta, una risata che sembra tirata su con uncini potenti, che potrebbero stracciare la faccia di Mamma tutta intera . Si potrebbe dire facilmente, e superficialmente, che Estefan avrebbe bisogno dellʼaffetto dei genitori, e soprattutto di sua madre. Ma la realtà non è così facile, perché la perdita del fratellino ha travolto una famiglia un tempo serena, ha distrutto le relazioni reciproche, ha caricato Estefan della colpa di essere sopravvissuto. Il racconto narra la vita disordinata e senza senso di Estefan, tra corse in macchina, spinelli ed alcool, discoteche, sempre fuori casa e contro la scuola, continuamente in un conflitto sordo con il mondo degli adulti. Cʼè, tuttavia, unʼamicizia profonda, quella con Martino, un altro ragazzo difficile, che alterna unʼapparente docilità con scatti improvvisi di violenza. Anche lui porta con sé una ferita dallʼinfanzia: è stato violentato dallo zio quandʼera bambino (sinceramente unʼinutile ridondanza ai fini della narrazione). Una sera, vagando nella «selvaggia» Marecchia, Estafan si imbatte in un casolare isolato di un vecchio contadino che vive con la nipote, una bambina rimasta orfana sin dalla nascita. La madre era una tossica, morta dandola alla luce. Le peripezie di Estefan tra gli animali della fattoria e lʼincontro con la bambina sono una delle parti più riuscite del racconto. Lʼautrice non riesce, tuttavia, a liberarsi dal piacere dei rimandi introspettivi ed allucinanti, ricadendo di nuovo nella trappola delle immagini inquietanti, senza abbandonarsi alla dolcezza della favola. Lo sterco, il fieno, gli animali da cortile, le attrezzature diventano, per il protagonista e per lʼautrice, un > non luogo. Un luogo del pensiero in cui il tempo si sfracella. Cʼè la mietitrebbia fossile, il fieno e i ragni, il pollo e chissà cosʼaltro. Microbi e batteri come se piovesse, ragnatele di una perfezione imbarazzante e un delirio di giochi di luce da gustarsi in silenzio. Qui il tempo passato e quello presente si compenetrano... (ma) il futuro è fottuto . La storia è,tuttavia, più tenace della propensione al delirio auto distruttivo. Nasce unʼ affettuosa e singolare amicizia tra Estafan e il bambino: un legame che resiste anche quando si riaffaccia il senso di colpa. Per una serie di casualità, infatti, il nonno della bambina, uscito di notte a cercarla, si uccide con un colpo di fucile. Estafan fugge disperato dopo essersi assicurato che la bambina fosse in buone mani. Nella corsa subisce un incidente gravissimo. Lo ritroviamo in ospedale, solo e con «il dolore che gli occupa la mente», ma Martino e la bambina sono lì ad aspettarlo. > Il ragazzo (Martino) gli prende le dita fra le sue. Estefan apre gli occhi, mette a fuoco. E non gli sembra vero, per la prima volta non rimpiange il bianco . Nei ringraziamenti lʼautrice osserva come > scrivere questo libro abbia significato per me dare senso a tanti eventi, è stato un processo doloroso e stupendo . Senza dubbio questo percorso interiore è andato a scapito della lucidità complessiva, della trama e dellʼapprofondimento dei personaggi. Il lettore apprezza lʼidea narrativa e i contorni, anche se abbozzati, dei protagonisti e dellʼambiente, ma non può non rimpiangere lʼoccasione perduta, ciò che poteva essere il romanzo se lʼautrice si fosse trattenuta da inseguire gli incubi e i deliri della mente. La scrittura è ridondante di aggettivi e di immagini, quasi barocca e spesso criptica. Andrebbe riscritto. Perché non leggerlo? Lʼinseguimento degli abissi della mente è noioso, alla fine.
Un colpo di Stato
Si tratta di un breve racconto, ambientato nel Benin e che descrive alcuni episodi di un colpo di stato. Lʼautore si trova nel paese africano e viene catturato, insieme con un francese, da forze militari, che non si capisce se fanno parte dellʼesercito regolare o dei colpisti. Nelle vicende narrate predomina una generale confusione, in merito alle origini del colpo di stato, ai ruoli svolti dalle forze militari e agli stessi personaggi che si incontrano. Predomina nellʼautore un senso di frustrazione: viene interrogato, mantenuto in prigionia senza mangiare e bere, viene colpito e poi liberato con molte scuse per lʼequivoco. Sembra una vicenda irreale, come se fosse stata inventata e proprio per questa emblematica di una follia collettiva. È lʼAfrica che si disgrega e lʼautore ne è uno spettatore sbalordito ed incredulo. Perché non leggerlo? È un racconto troppo esile per risultare interessante ed attrattivo.
Come dio comanda
Un brutto libro, non certo al livello dei precedenti. Un gruppo di amici abitano in provincia e ruotano intorno a un ragazzino che vive in un ambiente desolato e squallido. Il carattere e la storia dei personaggi sono portati sino all’assurdo. Il padre del ragazzo è un fanatico nazista, con il mito della forza ma in fondo buono e legato profondamente al figlio; un altro amico è un alcolista, appena separatosi dalla moglie, che muore nel tentativo di fare una rapina a una banca; un altro, ancora, è un minorato psichico che in un momento di follia uccide una ragazza per poi uccidersi. Il tema di fondo del libro è il forte legame tra il padre e il figlio: un affetto che riesce a sopravvivere e a crescere anche in un ambiente squallido e tra personaggi apparentemente dominati da miti assurdi. Un altro personaggio positivo è costituito da un assistente sociale, che aiuta il ragazzo e trova poi l’amore. Come ha scritto Francesco Troiano > Ammaniti dipinge, al di là del plot, il ritratto di un paese devastato dalla volgarità e dallʼappiattimento consumistico: gli uomini hanno capelli tinti e le donne occhiali griffati, vanno in vacanza nei villaggi Valtur o al Coral Bay«di Sharm el Sheikh, prendono i telefonini da»Cellulandia«e fanno acquisti al centro commerciale»Quattro camini > . Intorno, la miseria di chi non ce lʼha fatta, dipinta però senza indulgere a simpatie di maniera: la ferocia, magari non del tutto consapevole, dei poveri, esplode - come già avveniva in Io non ho paura > - in modi devastanti e imprevedibili, che non lasciano spazio a giustificazioni di sorta . È una melassa di episodi, di sentimenti e di temi sociali, che scade nel noioso e nello scontato.
Complete Shorter Fiction
Il libro raccoglie i principali racconti di Oscar Wilde, nei quali è soprattutto rimarchevole lo stile, in particolare la struttura della frase. Il periodo non è particolarmente elaborato privilegiando le frasi corte, ma l’accostamento delle parole (semplici e vicine a un linguaggio quotidiano) riesce a dare caratteristiche poetiche, in certi casi elegiache allo scritto. Ne risulta un inglese splendido, che recupera l’essenzialità dei vocaboli con il ritmo discorsivo. Il contenuto dei racconti è generalmente fantastico e in molti casi paradossale: attinge al mondo della natura e del soprannaturale che rappresentano il contesto e forniscono spesso i protagonisti. A una prima lettura sembra predominare un approccio generalmente moralistico accompagnato da una ricerca dell’inverosimile e dalla nostalgia della «bontà» della natura rispetto all’egoismo e alla grettezza degli uomini. In realtà emergono una diffusa melanconia, quasi una ricerca di qualche cosa che si è perso (una ricerca del tempo perduto?) e un elogio della bellezza. Tutti i protagonisti (le persone, gli animali, gli ambienti naturali) sono caratterizzati da sublimi tratti fisici e da notevoli peculiarità intellettuali: il brutto non esiste. Prevale quindi l’estetica nei confronti dell’etica: una sorta di esaltazione dell’estetismo. Si chiarisce in tal modo anche il tema della melanconia: si tratta della nostalgia della bellezza perduta. Di particolare interesse è il racconto «The portrait of Mr W. H.» nel quale l’autore formula alcune ipotesi sul destinatario di alcuni sonetti di Shakespeare. Per apprezzarlo sarebbe necessario conoscere meglio le poesie e il teatro di Shakespeare ma è evidente come anche in questo caso uno dei temi sia l’amore per la bellezza, che emerge dall’opinione del protagonista che la persona descritta nei sonetti fosse un giovane attore, che recitava le parti femminili nelle tragedie. Shakespeare non voleva lusingare un personaggio importante ma scriveva soltanto di amore per chi lavorava con lui (senza dubbio meno «altolocato») e con il quale aveva un comune modo di sentire.
Le comte de Monte-Cristo
La trama del romanzo è nota. Edmond Dantés viene imprigionato a torto. Riesce a liberarsi e diventa enormemente ricco e quindi dedica la sua vita alla vendetta mediante una serie di inganni e di atti di crudeltà. Sembra che il romanzo abbia avuto spunto da una vicenda vera. Si sviluppa su tre diversi livelli:l’avventura, assicurata solo talvolta da un ritmo avvincente, come nella prima parte (la prigionia, la conoscenza dell’abate Farina e la fuga) e in alcuni momenti successivi. Troppo spesso il romanzo si sviluppa in modo lento e noioso anche quando si è di fronte a sorprese e colpi di scena;l’ambientazione che emerge dalla descrizione di Roma, della stessa isola di Monte Cristo e della società parigina. In alcuni casi si tratta di un affresco efficace anche se un po’ di maniera (come nel caso di Roma), in altri casi si è di fronte ad una descrizione superficiale e frettolosa;il super eroe, impersonato dalla figura del conte di Monte Cristo, un eroe che si rivela negativo, in quanto porta avanti la sua vendetta con un sadismo ed una voluttà, che non sono giustificati dal solo desiderio di giustizia. Da questo punto di vista appaiono molto più vivi e reali «i cattivi» del romanzo, che sono di fatto i veri personaggi, in quanto dotati di un loro spessore e mossi da contraddizioni che li rendono umani. Il romanzo è ripetitivo e noioso ed è veramente difficile arrivare sino in fondo.
Con gli occhi del nemico
Questo libro raccoglie quattro conferenze tenute da Grossman tra il 2004 e il 2006. Due di queste riguardano la natura dello scrivere, le altre affrontano la situazione «spaventosa e ambigua e complessa» di Israele. Ciò che unisce la riflessione sulla letteratura con quella sulla politica è la missione della scrittore: per Grossman consiste nel rifiuto alla > rinuncia alla possibilità di capire cosa io pensi veramente... Sicché, forse, sarebbe meglio non pensare, non sapere, affidare il compito di pensare, di agire e di stabilire norme morali a chi certamente ne sa più di me . Grossman condivide quanto sostiene Vargas Llosa, nella prefazione a «la Zia Julia e lo scribacchino»: la letteratura prende le mosse dal dissenso di chi scrive rispetto al mondo, da > quel che lui vorrebbe sopprimere, aggiungere o correggere nella vita . Il punto di partenza è, tuttavia, una ricerca interiore, che richiama a Pamuk, per il quale > essere scrittori significa prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi («la valigia di mio padre»). Per lʼautore israeliano,infatti, > lʼimpulso primario che innesca e muove la scrittura è il desiderio di inventare e raccontare una storia, e conoscere se stessi. Del resto, più scrivo e più mi rendo conto della forza di un secondo impulso, che collabora e completa il primo: il desiderio di conoscere il prossimo dallʼinterno, da dentro... sentire che cosa significa essere unʼaltra persona . E quindi il movente fondamentale > è lʼaspirazione a rimuovere, volontariamente, ciò che mi difende dallʼaltro , per superare > lo sforzo che facciamo per non scoprirci completamente con lʼaltro... per preservare...il telaio in cui è contenuta, a volte imprigionata, la nostra multiforme ed erratica psiche . Il perno di questo passaggio dalʼ io agli altri è costituito dai personaggi. > Scrivere un romanzo significa, in larga misura, essere totalmente responsabili di qualche decina di personaggi . Per spiegare questa affermazione, rilevante alla luce della povertà descrittiva e psicologica di tanti romanzi moderni, Grossman si affida ad una indovinata metafora. Lo scrittore è come qualcuno che tiene decine di persone imprigionate in cantina. > Ogni tanto gli converrà far quattro chiacchiere con loro...provare a calmare le tensioni... ascoltare le loro storie e i loro ricordi, a rammentare loro tutto quello che resta ancora da sognare, da rimpiangere, affinché dimentichino per un momento la fossa soffocante in cui si trovano . Dallʼattenzione sui personaggi discendono i compiti, che Grossman affida alla politica. > Se cʼè una cosa che vorrei sperare che politici e uomini di governo possano prima o poi imparare dalla letteratura, è proprio questo modo di votarsi a una situazione, e alle persone che vi sono intrappolate , a causa in misura non irrilevante delle trappole che gli stessi politici e uomini di governo hanno contribuito a creare. Lʼaccenno alla responsabilità della politica conduce alle conferenze che parlano della drammatica situazione di Israele. Non si può non ammirare il coraggio, ma anche la dignità, di Grossman nellʼaccusare frontalmente le responsabilità del governo di Israele nel perseguimento di una politica di aggressione, che sta conducendo ad uno snaturamento dei fondamenti stessi dello stato di Israele, delle sue istituzioni, della stessa legalità, mettendo in moto un processo, che sembra irreversibile, di «smarrimento e di smembramento.. del corpo pubblico, sociale». Tuttavia, la riflessione più interessante di Grossman riguarda un aspetto che spesso non viene sottolineato: la graduale scomparsa del > modello dellʼebreo universale, cosmopolita, che aspira a compiere una missione intellettuale e morale , sostituito dallʼutilitarismo, dalla forza e dalla competitività aggressiva. Se la terra di Israele doveva essere negli ideali del sionismo un modo per porre fine alla Diaspora, rendendo il popolo ebreo finalmente «uguale» agli altri popoli, la paura e lʼostilità verso gli altri (innanzitutto verso i palestinesi) perdurano gli schemi psicologici e spirituali della Diaspora, questa volta in chiave aggressiva. Da oppresso il popolo ebraico diviene oppressore. È inutile cercare nelle conferenze di Grossman la leggerezza e la sottile ironia di Pamuk o di Vargas Llosa. Non è solo lo stile dello scrittore, sempre serioso, complesso e meditativo. È il dramma dellʼuomo, come persona (innanzitutto come padre per la perdita del figlio), come israeliano, che assiste al dissolvimento del proprio popolo, come ebreo, dinanzi al tradimento di valori millenari, che impedisce a Grossman di lasciarsi lontano le tinte cupe e drammatiche. Lʼangoscia che trasuda dalle parole, il taglio filosofico delle considerazioni, il senso di un destino ineluttabile, al quale si può contrapporre solo lʼutopia, rendono la lettura pesante ed impegnativa, a tratti ripetitiva. Solo in alcuni momenti ci si immedesima emotivamente con lo scrittore. È quando, nella splendida commemorazione di Rabin, chiede con dignità di non giudicarlo con commiserazione ed indulgenza perché mosso da un «sentimento di rabbia e di vendetta» per la terribile tragedia della morte del figlio. Anche il dolore può essere usato dal potere per far tacere il dissenso e la critica! Perché leggerlo? Le riflessioni sullo scrittore e sulla letteratura sono particolarmente interessanti.
Con le peggiori intenzioni
Il libro è ambientato nel contesto della borghesia romana (pariolina) degli anni’70 e ʼ80. Una famiglia ebrea, i Sonnino, conduce una vita estremamente lussuosa e dispendiosa, anche se si trova ad attraversare periodi di grande successo, la bancarotta e poi la ripresa economica. Il capostipite, il nonno Bepy, vive nella più totale sregolatezza e influenza, nel bene e nel male, il destino di tutti i suoi famigliari, i figli e i nipoti. La storia dei Sonnino si incrocia con quella dei Cittadini, il cui capostipite, Nanni, è stato socio di Bepy ma poi ha continuato ad accumulare una ricchezza sempre più grande, nobilitandosi sposando una principessa. Anche Nanni ha determinato la vita dei suoi famigliari, il figlio che si suicida, il nipote alcolista e la nipote Gaia, di cui è innamorato Daniel, il nipote di Bepy. Un primo filone conduttore del libro è la storia delle due famiglie, quasi una Buddenbrook romana. Ma le vicende famigliari sono l’occasione per la descrizione di personaggi e di ambienti paradossali, sulla falsariga di Middlesex di Jeffrey Eugenides, e per una ricerca del tempo perduto di Daniel, che ricorda in qualche modo Proust. È pure presente il tema dell’ebraismo, con accenti e richiami a Woddy Allen. Si tratta, quindi, di un libro fortemente influenzato da altre letture e lo stile stesso ricorda Saul Bellow o la versione di Barney. Il ritmo e la struttura sono all’inizio piacevoli per poi diventare sempre più noiosi, ripetitivi e scontati. L’uso eccessivo della forma interrogativa e la mescolanza di linguaggi e lingue frammentano la narrazione, la quale non si appoggia né su una descrizione approfondita del contesto (la rappresentazione della borghesia romana risulta superficiale e sotto certi aspetti falsa, tenendo conto della cultura cosmopolita del protagonista) né su un analisi dei personaggi, dei loro sentimenti e della loro evoluzione emotiva e spirituale. Forse, l’aspetto più genuino del libro è la storia di una gioventù, una visione intellettuale e ironica delle vicende di Moccia.
Le Confessioni d'un italiano
Carlino è il figlio naturale della contessina di Fratta e cresce presso gli zii, lasciato alla cura dei servi e considerato come un «parente di serie B». Presso il castello di Fratta, vive anche la cugina, una bambina più piccola di Carlino, di nome Pisana. Carlino si innamora sin da ragazzo della Pisana, una ragazza sempre più vivace e imprevedibile, che ha con Carlino un rapporto controverso: ne ricerca la protezione e l’affetto quando ne ha bisogno per poi ferirlo nei sentimenti frequentando altri ragazzi e trattandolo male. Il romanzo (fine ‘700 metà ‘800) è la storia di questo amore, accompagnata dalla nostalgia di un’infanzia, povera e trascurata, ma felice e spensierata. Le vicende politiche (la vecchia società feudale di provincia, la decadenza di Venezia, il periodo napoleonico, la restaurazione ecc. ) sono importanti ma di contorno a questo rapporto travagliato ma profondo che lega Carlino e la Pisana. I due si mettono assieme e poi si lasciano per ritrovarsi infine in un continua lotta di sentimenti e di ruoli reciproci, che prescinde da tutti gli sconvolgimenti che li circondano e nei quali sono profondamente immersi. Emergono due temi, tipicamente romantici ma di grande attualità:la nostalgia per l’infanzia: > eravamo felici senza fatica, felici senza saperlo... per me gli è vero ci fu anche lo spiedo da girare; ma perdono anche allo spiedo, e vorrei volentieri girarlo ancora per riavere l’innocente felicità di una di quelle sere beate, fra le ginocchia di Martino, o accanto alla culla della Pisana . Ma il ricordo dell’infanzia e delle persone si perde lentamente in una lunga vita: > ombre dilette e melanconiche delle persone che amai, voi vivete ancora in me... la gioventù rimase viva nella mente dell’uomo; e il vecchio raccolse senza maledizione l’esperienza della virilità . Domina quindi una diffusa tristezza, una rassegnazione che nasce dalla consapevolezza che tutto scompare come il grande amore: > perdonami di averti amato alla mia maniera, dice la Pisana in punto di morte, di aver sacrificato te a un mio ghiribizzo strano e inconcepibile, di non aver cercato nella tua vita altro che un occasione di appagare le mie strane fantasie!... Tu non dovevi capirmi, tu dovevi odiarmi, e invece mi hai sopportato! . Incomprensibilità dell’amore, dell’affetto che lega due persone e le spinge a volersi bene nonostante tutto. E il romanzo si chiude proprio con un inno all’amore per la Pisana: > ti intravvedo azzurrina e compassionevole al raggio morente della luna (siamo in pieno romanticismo)... sperammo ed amammo insieme... senza di te che sarei io mai? . Un altro tema del romanzo è costituito dal trapasso dalla società aristocratica a quella borghese, dalle speranze di unʼItalia libera e dalla crescente delusione di questo disegno. Un altro tema è senza dubbio rappresentato dal pessimismo sull’animo degli italiani, sulla loro strutturale incapacità di essere un popolo libero ed «etico». Si tratta, come già detto, di contorni, di contesti all’interno dei quali si sviluppano i veri filoni conduttori del romanzo. Se è vero come dice Goffredo Bellonci che il romanzo non è solo il romanzo della Pisana, in quanto l’autore intende descrivere il percorso verso una crescente consapevolezza dell’individuo e di un popolo che trova in sé la forza della rinascita, è pur vero che la rete dei sentimenti è quella che dà modernità ed attualità al romanzo. Il romanzo è molto lungo e prolisso. Le prime duecento pagine (l’infanzia nel castello di Fratta) sono molto belle, veloci, fresche, briose e ironiche. Si leggono tutte di un fiato. Poi il romanzo assume un ritmo discontinuo, spesso lento e pesante, talvolta inutile. Il lettore ci si perde e a fatica prosegue nella lettura.
Confessioni del cavaliere d'industria Felix Krull
Quale mistero nasconde questo romanzo che ha accompagnato tutta la vita di Thomas Mann? Iniziato nel 1910 e poi abbandonato, è stato ripreso nel 1954, un anno prima della morte dello scrittore. Thomas Mann immagina che un singolare personaggio, incantatore o semplice imbroglione, racconti la sua vita e lo fa partendo da un emblematico episodio della sua giovinezza. Ancora bambino viene portato dal padre al circo, dove può ammirare lo spettacolo di un famoso clown, il cui contegno, pur nelle differenti situazioni, scabrose o comiche, > serbava una grazia scevra dʼogni volgarità e trascuratezza... libero ed arguto e diffondeva la gioia della vita, se si può con questʼespressione indicare lo squisito e doloroso senso dʼinvidia, la nostalgia, la speranza ed il bisogno dʼaffetto in cui sʼaccende lʼanimo umano alla vista di ciò che è bello e felicemente perfetto . Alla fine dello spettacolo il padre accompagna il bambino a conoscere il famoso clown e al fanciullo appare una «vista ributtante», un uomo volgare, tutto cosparso di orribili pustolette, in un atmosfera pregna di unguenti e belletti. > Ma gli adulti, la gente esperta della vita, che si lasciava così spontaneamente, anzi con passione, sedurre da lui, non sapevano di essere ingannati, oppure con una tacita intesa, non volevano considerare ingannatore quellʼinganno? Forse era così a pensarci bene: in qual momento la lucciola si mostra nel suo vero aspetto, quando si libra nella notte estiva come poetica scintilla, oppure quando si torce sulla nostra palma, ridotta ad un misero insetto? Il tema è quindi quello della duplice personalità dellʼuomo, del suo ambiguo e costante travestimento, per cui si assumono le sembianze di ciò che piace: la vita è un inganno verso gli altri e verso sé stessi. Felix Krull nasce da un piccolo industriale tedesco, fraudolento produttore di uno spumante contraffatto. Grazioso senza essere bello, > biondo e brunetto insieme, con la luce degli occhi azzurri.... il fascino velato della voce, la lucentezza serica dei capelli , Felix avrebbe continuato volentieri lʼindolente ritmo della sua adolescenza, se non fosse costretto, allʼetà di diciannove anni, a trovarsi un lavoro, per il fallimento e il suicidio del padre. Un amico di famiglia gli trova un lavoro a Parigi presso un grande albergo. Qui il giovane conduce una duplice esistenza: lift boy e apprendista cameriere durante lʼorario di lavoro, elegante e raffinato parigino nel tempo libero, godendo dei soldi delle ricche ospiti dellʼhotel, alle quali concede le sue dolcezze amorose. Aveva raggiunto la sua aspirazione più profonda, la «permutabilità»: semplicemente scambiando lʼabito e lʼacconciatura poteva essere, a piacimento, un servitore ed un signore. È una vita che gli aggrada, quando un ricco giovane, invaghitosi di una cantante dʼoperetta, gli propone di sostituirlo in un viaggio in giro per il mondo, che i genitori gli hanno imposto nella speranza che dimentichi lʼindecente amante. È il grande salto: > fui colto da un brivido di gioia pensando alla compensazione fra essere e parvenza che la vita voleva concedermi, allʼapparenza che essa voleva aggiungere allʼessere . Ci aspetteremo una situazione pirandelliana, invece Thomas Mann ci conduce attraverso divagazioni filosofiche e sociologiche, che si sovrappongono alla narrazione dei principali episodi della conquista sociale di Felix. La prima tappa del viaggio è Lisbona, dove il protagonista viene accettato facilmente dallʼalta società. Ad attirarlo sono in particolare la moglie e la figlia del Direttore del Museo delle Scienze: la prima una prosperosa e rigida nobildonna ( «non graziosa ma bella») ,la seconda una giovinetta, «dalle labbra orgogliosamente serrate», con la tipica asprezza del Sud. È la «doppia immagine» del fascino femminile: la nobiltà altera e la graziosa ed acerba giovinezza. Felix vorrebbe assaporarle entrambe, vagheggia persino il matrimonio, ma sarà la nobildonna ad esortarlo a non «cercar fortuna in fanciullaggini» e a lasciarsi invece trascinare dal «turbine di forze primordiali» scatenate da un petto regale e maturo. E qui si interrompe la prima parte delle memorie di Felix Krull e noi supponiamo che il giovane abbandoni le velleità di un solido orizzonte borghese, a lui peraltro precluso dal vivere sotto mentite spoglie, e di andare avanti nella sua vita da avventuriero e da imbroglione. Ma non lo sapremo mai perché il racconto della vita di Felix resta incompiuto. Il romanzo è diviso in due parti. Sino alla sostituzione tra Felix e il ricco giovane, riconosciamo lo stile del grande Thomas Mann: la narrazione si sviluppa in modo lineare, la trattazione degli episodi e dei personaggi è brillante, persino lievemente ironica, ed i «capricci» (le divagazioni, la mancanza di una sequenza temporale, gli approfondimenti) sono funzionali alla comprensione complessiva. Nella seconda parte la struttura del racconto diviene dispersiva e confusa. È senza dubbio abile raccontare e commentare le vicende ricorrendo alle lettere del presunto figlio, Felix, ai presunti genitori, sconcertati, per altro, da quanto viene narrato, pensando, come è vero, che sia un parto della fantasia. Questo espediente letterario dimostra la maestria di Mann, ma non riesce a ricondurre il romanzo ad un minimo di compattezza e lucidità. Sembra che lʼautore stia inseguendo, con le ultime energie rimaste, il compimento di unʼopera, cui tiene molto. Ma la foga prende la mano e i tanti argomenti e pensieri si affollano senzʼordine. Perché non leggerlo? Non vale la pena.
The Confidential Agent
Il romanzo è ambientato in Inghilterra, dove un agente segreto deve negoziare per il suo paese in guerra l’acquisto di carbone. Il libro è noioso, forse perché non così differente dagli altri libri di avventura di Greene, e manca comunque dell’ironia e del ritmo narrativo del «nostro uomo all’Avana».
La conquista dell'America
Il libro ha come oggetto la conquista del Centro America da parte degli spagnoli nel ‘500 e nel ‘600, conquista che viene narrata mediante le vicende di cinque personaggi: Colombo, Cortès, Las Casas, Duran e Sahagùn. A ciascuno di questi personaggi l’autore fa corrispondere un differente atteggiamento nei confronti della conquista:in Colombo l’approccio prevalente è quello della scoperta, che lo conduce a una forte attenzione verso la natura e l’ambiente e a un sostanziale disinteresse nei confronti della popolazione indigena, che viene fondamentalmente assimilata alla natura;in Cortès prevale lo spirito di conquista e quindi la conoscenza del linguaggio e della mentalità della popolazione indigena in funzione del perseguimento di obiettivi militari. Cortès comprende rapidamente il mondo simbolico degli atzechi e dei maya e lo utilizza in modo molto efficace per rinforzare e comunicare meglio l’invicibilità degli spagnoli. L’autore ritiene anzi che uno dei motivi del rapido disfacimento dell’impero atzeco sia proprio da ricondurre a un sistema di credenze basato sull’inevitabilità del futuro, la cui direzione non poteva essere modificata e poteva essere letta mediante una serie di «segni». Cortès quindi indaga la popolazione indigena proprio per capirne il mondo spirituale e i relativi «segni» e quindi utilizzarli a proprio favore mediante un’accorta politica di comunicazione. Da questo punto di vista Cortès si presenta come un precursore della semiotica;in Las Casas, prete domenicano, il filo conduttore è l’amore per la popolazione indigena, che si basa su una concezione egualitaria e sull’idea che il popolo indo-americano avesse già valori cristiani e fosse quindi «buono», in contrapposizione con la crudeltà degli spagnoli. Come dice l’autore, l’approccio del prete domenicano si basa su categorie valutative e non sulla conoscenza dei costumi e della cultura degli atzechi. > Se il pregiudizio di superiorità è indiscutibilmente un ostacolo sulla via della conoscenza, si deve riconoscere che il pregiudizio di eguaglianza rappresenta un ostacolo ancora maggiore, perché porta a identificare puramente e semplicemente l’altro con il proprio ideale di sé (o con il proprio io) ;in Duran, prete domenicano cresciuto in America, emerge lo spirito di conoscenza, anche se all’interno di una visione meticcia dei rapporti con la popolazione indigena. Già l’ultimo Las Casas, dopo il famoso dibattito di Valladolid contro un altro prete che sosteneva l’inferiorità degli indigeni e il diritto di renderli schiavi, aveva scoperto la relatività delle varie posizioni ideali e la scomparsa di qualsiasi posizione privilegiata, rinunciando al diritto di assimilare gli indiani. Duran ritiene che la conoscenza della lingua e della cultura degli indigeni sia lo strumento fondamentale per poterli convertire al cristianesimo. Lo studio lo conduce a una sorta di ibridazione culturale, che si manifesta in vari modi, alcuni anche singolari: gli indigeni sono stati già oggetto di una predicazione cristiana e quindi le loro divinità sono simili al dio cristiano, ritiene di svolgere il compito di storico, di una storia di eroi (quella degli atzechi), narra la storia della conquista rispecchiando l’incredulità per il crollo di un impero così ben organizzato;Sahagùn, prete francescano, scrisse ben dodici libri, in atzeco e in spagnolo, nei quali descrive la civiltà di questo popolo. L’autore è il precursore dei moderni studiosi e quindi riesce a descrivere senza dare alcuna interpretazione. Molto interessante è il confronto tra la descrizione di un sacrificio umano da parte di Duran e da parte di Sahagùn, dal quale emerge con evidenza la descrizione fredda e distaccata da parte di questʼultimo. Sahagùn utilizza dei questionari, la cui struttura riflette la sua idea di ciò che può essere una civiltà. Anche in lui la conoscenza riflette dei giudizi di valore. Il libro è molto complesso e articolato, ma in fondo cerca di rispondere ad alcune domande di fondo: è possibile conoscere l’altro? È possibile salvaguardare la differenza nell’uguaglianza? È possibile evitare il massacro, culturale e fisico, da parte del conquistatore? A queste domande l’autore non riesce a dare una risposta esauriente, ma il libro descrive un probabile percorso, dalla scoperta attraverso il massacro sino all’ibridazione culturale e al relativismo, e afferma come bisognerebbe partire dalla conoscenza reciproca, che a sua volta passa attraverso la comunicazione (conoscenza del linguaggio e dei «segni»).
A conquistare la rossa primavera
Scritto nei giorni immediatamente successivi al 25 aprile 1945, questo libro è un romanzo autobiografico, ricordo di > cose vissute, e ancora vive dentro, prima che il tempo abbia placato il tumulto dei sentimenti ( Giorgio Amendola nota introduttiva allʼedizione del 1975). Lajolo, nome di battaglia Ulisse, ha partecipato, credendoci, a tutte le guerre fasciste. Il 25 luglio 1943, giorno delle dimissioni di Mussolini, lo sorprende attonito. > È la fine... la gente grida di contentezza... ho il gelo sulla fronte, la camicia dʼordinanza mi stringe alla gola come un laccio.... ora cominciano i lunghi giorni di tristezza . Cosa fare? Da un lato la sua storia personale lo spinge ad impegnarsi nella repubblica di Salò, dallʼaltro lato sente dentro > qualcosa di inconciliabile ( che) mi diceva di non accettare. Non sapevo ancora bene distinguere cosa fosse.... ma capivo, anche se in modo indefinito, che in quel posto sarei stato sulla falsa strada, non avrei fatto del bene al paese... (e) uscivo per la campagna. La terra incrostata ed arida pareva si fosse ritirata in se stessa, gelosa e paurosa di vedersi scoperta . Per un uomo dʼazione, come Lajolo, il tormento spirituale non può durare a lungo e non si risolve con la meditazione. Saranno i giovani del suo paese ( Vinchio dʼAsti) e la sua terra ( le Langhe) a fargli scegliere la via. > Quei ragazzi miei, che al buio sʼerano tutti alzati al cenno di chiamata, pronti a dare la vita, mʼavevano detto che quello era lo spirito patriottico vero... ( sono) gli stessi ragazzi che erano partiti tante volte a far la guerra . > La mia terra! Non potevo tradirla perché la sentivo dentro la mia carne. La mia terra, con i suoi paesi e le case basse multicolori, coi tetti corrosi e splendenti, e le cascine con gli orti circondati da canneti sottili... forse mai come in questi tempi avevo conosciuto da vicino la mia terra . E sono proprio la solidarietà tra combattenti, scandita da un elenco minuzioso di nomi dei compagni partigiani, e le immagini della «cara terra astigiana» a costituire i pregi distintivi del romanzo. Lʼautore non ci si può soffermare a lungo perché le azioni si susseguono con un crescendo di intensità e drammaticità sino al terribile inverno 1944-45. In quei mesi i nazifascisti sviluppano il massimo sforzo per distruggere le forze partigiane, che erano riusciti a costituire nelle zone adiacenti ad Asti quella che è stata chiamata la repubblica del Monferrato. È un inseguimento partigiano per partigiano, che porta anche a crudeli rappresaglie contro la popolazione civile. Lajolo, ormai uno dei capi della Resistenza, si nasconde, con alcuni compagni, in tane e cascinali, nascosti nella boscaglia. La narrazione ricorda le pagine del Partigiano Jonny, ambientato sempre nelle Langhe e nello stesso periodo. Ma il racconto di Lajolo è freddo, scarno, minuzioso, e proprio per questo emozionante e coinvolgente. Sempre prevale in Lajolo la fraternità con i compagni, un legame intriso di ammirazione, affetto e comprensione, anche verso quelli che, ad un certo punto, si danno alla fuga Talvolta affiora la retorica, ma essa viene decisamente ricacciata indietro da uno stile asciutto, quasi da resoconto militare. Dʼaltra parte Lajolo è ben cosciente di combattere una guerra civile. > Sono i tristi pensieri che ci schiude in cuore la crudeltà della guerra civile, quando sei costretto a far la guerra tra le tue case . E sorgono allora domande angosciose. > Perché, mi domando, hanno imparato a soffrire, perché dopo tanti anni di guerra hanno sentito il bisogno di combattere ancora? Durante la guerra partigiana Lajolo diviene comunista. Per nostra fortuna, lʼautore dà poco spazio alla discussione politica così come raramente approfondisce la sua maturazione ideologica. Quando lo fa, rapidamente il racconto scivola in frasi scontate, tante volte lette ed ascoltate. A noi, delusi e pessimisti, impressiona la grande speranza, che anima il mondo ideale dei protagonisti. Fa riflettere la sicurezza con la quale pensano al futuro: un grande cambiamento nella cultura, nellʼetica e nella struttura sociale. Che dire di questa convinta affermazione: > nessuno più ci intontirà con le parole. Noi abbiamo appreso a giudicare dai fatti, freddamente, passando tutti e tutto al vaglio della nostra coscienza . Perché leggerlo? Un ricordo «a caldo» della Resistenza, senza retorica.
Il contesto
Il libro racconta le vicende del commissario Rogas, che è chiamato a indagare sugli omicidi di una serie di magistrati. Il commissario individua una pista (una persona condannata ingiustamente che si sta vendicando) ma viene dirottato dai suoi superiori sulla pista a sfondo politico. In questa direzione scopre che si intende uccidere un uomo politico dell’opposizione per bloccare unʼeventuale alleanza tra forze politiche della maggioranza e quelle dell’opposizione. Pedinato, viene organizzata una falsa scena del delitto, nella quale il commissario avrebbe ucciso il leader dell’opposizione per essere poi ucciso. Un amico del commissario va dal nuovo capo dell’opposizione per dirgli la verità ma viene convinto a desistere per il bene «della pace sociale». Il libro è stato scritto nel 1971 e risente del periodo del compromesso storico e del terrorismo, riflette in modo eccessivo le problematiche politiche che riguardano quella fase storica e che rendono il racconto lento, prolisso e poco interessante. Si conferma la base pessimistica dell’autore sulle reali possibilità di cambiamento del nostro paese, ma manca il ritmo narrativo degli altri romanzi e l’ironia di sottofondo si annega in un noioso filosofeggiare.
Conversazione in Sicilia
Un giovane operaio vive un sentimento di profonda insoddisfazione per la propria vita: > la quiete della non speranza. Credere il genere umano perduto e non avere voglia di fare qualche cosa in contrario, voglia di perdermi, per esempio, con lui . Questa insoddisfazione («questi astratti furori») è un fatto intimo, ma anche una coscienza del dolore cosmico. Il giovane cerca di uscirne con un viaggio, che possa costituire un ritorno alla propria infanzia e nel contempo un approfondimento di se stesso, una riflessione sui valori e le idee prevalenti nella società. Il viaggio è articolato in diversi momenti topici: le conoscenze in treno, dove le persone sono archetipi di ruoli sociali, l’arrivo nel paese, il colloquio con la madre, il giro con la madre presso le case del paese per effettuare le iniezioni, l’incontro con l’arrotino e la sbornia nell’osteria, il fratello morto in guerra e infine «la sintesi» dell’intero romanzo presso il monumento in bronzo del paese. Lo sviluppo dei temi, i frequenti cambiamenti nello stile e nel ritmo narrativo (talvolta cinematografico, in altri momenti lirico e suggestivo, ricco di simbolismi e allegorie) rendono estremamente difficile fornire unʼinterpretazione univoca, come dimostrato dalla rassegna della critica, dove ciascuno degli autori sembra commentare un romanzo differente da quello letto dagli altri. Esistono senza dubbio diverse chiavi interpretative: rapporto con i genitori e con la terra di origine, descrizione di una crisi di valori che non trova risposta nelle forze politiche e sociali (impersonate nell’arrotino, nel tappezziere e nell’oste) , disperazione esistenziale, che non viene risolta dal ritorno nel grembo materno, ricerca stilistica di un approccio cinematografico alla scrittura. È probabile che il romanzo sia un po’ di tutto questo, tanto da configurarsi come un sistema aperto e dinamico, che non può essere richiuso in unʼunica interpretazione. A me piace pensare che la vera chiave interpretativa del romanzo sia il contesto, quella Sicilia, > una piccola Sicilia ammonticchiata, di nespoli e tegole, di buchi nella roccia, di terra nera, di capre, con musica di rampogne, che si allontanava dietro di noi, e diventava nuvola e neve, in alto . Quell’ambiente che inquadra il ritmo continuo della vita («il giro delle iniezioni»), della malattia e della morte, che rendono tutti gli uomini simili e uguali di fronte al dolore e a un destino comune. > Era notte, sulla Sicilia e la calma terra: l’offeso mondo era coperto di oscurità, gli uomini avevano lumi accanto chiusi con loro nelle stanze, e i morti, tutti gli uccisi, si erano alzati a sedere nelle tombe, meditavano. Io pensai, e la grande notte fu in me notte su notte. Quei lumi in basso, in alto, e quel freddo nell’oscurità, quel ghiaccio di stella in cielo, non erano una notte sola, erano infinite; e io pensai alle notti di mio nonno, le notti di mio padre, e le notti di Noè; le notti dell’uomo, ignudo nel vino e inerme, umiliato, meno uomo di un fanciullo o d’un morto . E allora il vero tema è, forse, l’identificazione e il senso di appartenenza a una dimensione collettiva, costituita dal genere umano. Il personaggio centrale è quello del Gran Lombardo, che sente ed esprime una volontà di grandi doveri, di fare qualche cosa per l’umanità. Ma non si sa cosa fare e quindi l’operaio conclude: > non piango in me. Non piango in questo mondo... E uscì dalla casa, in punta di piedi . Il romanzo presenta delle pagine molto suggestive e raggiunge il suo culmine stilistico e narrativo nel «giro delle iniezioni» e più in generale nella prima parte: il viaggio in treno e l’arrivo al paese. In altri momenti prevale un approccio intellettualistico, che porta anche alla frammentazione della narrazione rendendola talvolta ridondante e prolissa.
Il convitto
Il romanzo è il capitolo conclusivo di una trilogia: «La strada del Donbas (2009),»Mesopotamia«(2014) e»Il Convitto«(2017). Come nel romanzo di Cesare Pavese»La casa in collina«(si veda la recensione in questo sito) Corrado chiedeva»un letargo, un anestetico, una certezza di esser ben nascosto«così da non farsi coinvolgere dalla Resistenza, così Pasa, il protagonista de»Il Convitto«, a chi gli consiglia di fuggire risponde che»era solo un insegnante, un semplice insegnante (...) nient'altro che un insegnante, il resto lo interessava poco. Dove sarebbe dovuto andare, chi ci sarebbe stato ad aspettarlo, cosa c'era da temere, sarebbe andato tutto bene, lui era solo un insegnante > . Ed è rimasto con il vecchio padre senza neanche seguire le notizie in televisione mentre divampa la guerra nel Donbas tra ucraini e russi. Nessuno sa come sia successo che le viscere della terra si siano spalancate sputando fuori quel nerume, (...) tutto prenderà fuoco come in una città medievale: casa dopo casa, strada dopo strada, tempo qualche giorno, e poi non ci sarà più nulla > . A scuoterlo dall' ignavia è il rimorso per aver permesso che il figlio della sorella fosse rinchiuso in un convitto; vuole andare a riprenderlo anche se deve attraversare la linea del fronte, in mezzo ai combattimenti. Si mette in viaggio, in una peregrinazione che lo riporta sempre negli stessi luoghi come se non proseguisse verso una qualche direzione ma girasse in tondo come un orso nel circo. (...) Da tre giorni cammino insieme a persone che neppure conosco. Come se una molla mi spingesse da dietro, m'impedisse di fermarmi. E la molla spinge anche loro, allo stesso modo, lontano da casa. Anche se almeno metà di loro non ha più né una casa né una famiglia. Vagano per la circonvallazione senza avere alcuna possibilità di uscirne. Girano in tondo intorno alla propria città. E anch'io giro con loro, non so perché > . In un ambiente devastato dalle bombe e dalla violenza, dove non c'è pietà per nessuno, la peregrinazione di Pasa diviene un pellegrinaggio fuori dal tempo e dallo spazio (la guerra del Donbas del 2014): è come un cammino in un incubo, fatto di un miscuglio di personaggi, di distruzioni, di morte, di ricordi del passato. E' un sogno o la realtà? Perché quel soldato, suo ex scolaro, lo ha risparmiato? Perché hanno ucciso il custode del Convitto, l'unico insegnante che non era fuggito per custodire i giovani ospiti del convitto? Perché lui, così pavido e maldestro, si salverà? L' illustrissimo dottore gli ha chiesto di assistere un ferito, un adolescente di vent'anni. > Tra poco se ne andrà, ora chiuderà gli occhi e sarà finita.(...) All'improvviso Pasa percepisce accanto a lui un'altra presenza, sconosciuta, ferma lì ad aspettare, pertinace.(...) Chi sta aspettando? Per chi è venuta? Di sicuro per me, immagina Pasa. E' lei che da tre giorni non mi perde d'occhio, è lei che emana questo greve odore di cane bagnato, è a me che dà la caccia, è contro di me che prende la mira.(...) A quel punto il ferito gli stringe la mano.(...) Percepisce che la morte lo aggira, si allontana e si avvicina all'altro.(...) Non guardare, si dice, non devi guardare, corri soltanto, corri più veloce che puoi, finché ne hai la forza e il tempo, corri e non ti voltare... Giovanna Brogi, l'ottima traduttrice dall' ucraino, nella sua postfazione interpreta il romanzo come un percorso di formazione di Pasa, il quale riflette sulla propria identità anche linguistica, prende coscienza della propria pusillanimità e comprende che deve scegliere dove stare. Questa interpretazione contrasta con l'incupimento metafisico dell'intero racconto dove non c'è una prospettiva di salvezza e rinascita. Si prenda un brano finale, ricco di simbolismo in contrasto con l'apparente iperrealismo del racconto. Abbiamo lasciato Pasa nella sua fuga dalla morte. > C'è una tale quantità di bianco da far sembrare che tutti i colori si siano esauriti.(...) Campi bianchi e l'asfalto nero della strada lungo il quale lui cerca di fuggire, che dovrebbe salvarlo.(...) E distingue netti i cani oscuri sul fondo bianco.(...) Sono sempre più vicini, feroci e impavidi, sanno che la vittima non può sfuggire, che non ha via di scampo, eccola, lì davanti a pochi balzi, ancora un attimo, qualche altro momento, e potrai saltarle addosso, conficcarle i denti nella gola mentre lei cerca di liberarsi, di ingannare la sorte . A Pasa non resta che la compassione, la «pietas» latina, espressa nelle ultime pagine dal nipote non più adolescente: il riconoscimento da parte del ragazzo della fragilità dello zio, forse, salva Pasa. L'essenzialità della scrittura, le parole scarne, il ritmo incalzante accompagnato da lunghe sospensioni, la capacità narrativa di passare da un intenso realismo a un simbolismo onirico sono i tratti distintivi di questo capolavoro, una felice sorpresa in un panorama letterario spesso banale. Che siano le condizioni essenziali dell'esistenza a creare opere di valore, ciò che non è possibile quando prevale la morbida e salottiera quotidianità? Non sarà che la letteratura europea abbia bisogno della guerra per rinascere? Perché leggerlo? E' interessante sotto il profilo storico, ma soprattutto è affascinante lo stile letterario: un capolavoro.
Il coraggio del pettirosso
> Non cʼè ingenuità in chi pensa che un popolo possa esistere davvero solo se cʼè qualcosa, come un libro appunto, che lo racconti agli altri . Così spiega il tipografo Ruben al giovane Saverio per spingerlo a narrare di Carlomagno e della sua gente. Non sappiamo dove fosse questo villaggio; forse si trovava nelle Alpi Apuane, di certo era un paese di cavatori, duri, selvaggi, ostinatamente legati ad una propria cristianità, fatta di leggende, di valori comunitari, di libertà di coscienza. Ed è di questo che parla il romanzo: il coraggio del pettirosso. > Vorrei il permesso, signoria, di andare un poʼ dove mi pare, tanto non darei fastidio a nessuno, piccolino come sono . Così chiese il pettirosso al re degli uccelli del bosco; e per risposta il falchetto gli ruppe una zampa, costringendolo a volare con una ala sola. Ma il piccolo pettirosso non si arrese e > volava sempre più in alto e un poʼ più in là del posto che gli avevano assegnato , fino a che > dallʼalto prese a bombardare sul capo il re degli uccelli a colpi di cacatine . Per raccontare di questo paese immaginario, e della libertà che lì si professava, lʼautore la prende dalla lontana, forse anche troppo. Saverio vive ad Alessandria dʼEgitto ed è figlio di un fornaio anarchico, il quale, come tutti i suoi amici, ritiene che Ungaretti fosse un fascistone. Alla morte del padre Saverio scopre una raccolta di poesie: «il porto sepolto» e lo sorprendono in particolare questi versi di Ungaretti. > Vi arriva il poeta/E poi torna alla luce con i suoi canti/E li disperde/Di questa poesia/Mi resta/Quel nulla/Di inesauribile segreto . Che cosa voleva esprimere il poeta? E perché suo padre leggeva questo libro? Giovane superficiale e perditempo, da quel momento viene preso da una irrequietudine crescente, che neanche un viaggio nel deserto riesce a sopire. Vuole conoscere il paese del padre, appunto Carlomagno. Va in Italia e visita Roma in «preda di una sensazione di sovrabbondanza fiabesca». Si imbatte in Ungaretti. > Il vecchio, ma quanto era vecchio! a guardarlo così da vicino sembrava più vecchio di un sasso. (...) gli occhi fiammeggianti di un idolo zulu, (...) mi sembrava irreale, fatto dʼaria come i ginn . Il grande poeta sembra riconoscerlo e gli fa avere un foglietto, in italiano arcaico e confuso, dove era scritto che un certo Pascal, «luterano perfido», fu bruciato sul rogo. Pascal era il suo cognome, si parla di un suo avo? Saverio non riesce ad andare a Carlomagno perché la polizia lo espelle. Ritorna ad Alessandria e compie immersioni sempre più profonde e pericolose; forse pensa di trovare il porto sepolto, di cui parla Ungaretti. Colto da embolia, viene ricoverato in una clinica, dove giace per mesi abulico, senza forza e volontà. Per spingerlo a reagire viene indotto a raccontare la sua vita ed anche i sogni delle sue notti agitate. Ed è così che tutto ciò che sappiamo è una storia dentro la storia, > una storia sognata, inventata di sana pianta, una storia di cinque secoli fa in un posto perso nel mondo . In unʼ Europa devastata dalle guerre di religione tra cattolici e protestanti, Pascal, un vecchio soldato di ventura, si ritrova a Carlomagno, dove viene prescelto come sposo da Sua (strana usanza ma il mondo era rovesciato in quel villaggio sperduto e singolare). Sua intende scrivere la storia di Carlomagno, vuole essere la sua poetessa. Spinge il marito, di solito prudente ed accorto, ad intraprendere un viaggio per recuperare i mezzi per stampare un libro. Recuperano una Bibbia in italiano, tradotta da un calvinista, la leggano di nascosto ed infine arrivano in Val Pellice, la valle degli eretici valdesi. Quando però tornano a Carlomagno è arrivata lʼinquisizione, decisa a normalizzare il villaggio e la sua gente. Pascal è accusato di eresia e trascinato al rogo; Sua, incinta ,si è salvata in groppa a sua madre, «in groppa a un demonio, fate voi». E Sua poté stampare il suo libro, e Saverio lo sognò e lo raccontò, perché potesse essere un «pettirosso da combattimento». Tutto ha preso le mosse da una poesia, anche poco chiara. Alcune parole hanno portato in superficie una coscienza, un alito di libertà, un desiderio irresistibile di conoscere le proprie radici, anche se tragiche. Fra i tanti temi che tratta, le innumerevoli suggestioni, le troppe divagazioni, il romanzo parla della forza della narrazione, del libro scritto e raccontato; e così facendo ci porta in un mondo libero, in quellʼ Italia protestante che poteva essere un occasione per il nostro Paese, se non fosse stata soffocata, condannandoci ad un destino di ignavia, ignoranza e ipocrisia. È pertanto un libro politico allʼinterno dellʼinvolucro della favola. Il sogno è la parte migliore del romanzo, forse anche perché lʼautore si muove in un ambiente familiare. La scrittura è sempre raffinata ed efficace, tuttavia il racconto è dispersivo, troppo spesso un polpettone. Maggiani ha voluto dire troppo ed ha rovinato in questo modo il nucleo fondamentale, costituito dal sogno e dal villaggio immaginario di Carlomagno. Perché leggerlo? Ci anima di spirito protestante.
I corsari delle bermude
Il libro appartiene al ciclo delle Bermude. Il contesto è la rivoluzione dʼindipendenza americana (quindi metà del settecento) e il protagonista è sir William, un nobile inglese di origine francese, che si è fatto corsaro per combattere il fratellastro, il crudele marchese Halifax, che gli vuole portare via lʼamata. Lʼamore infelice e la grande poesia del mare sembrano essere i riferimenti del romanzo: > ah! quella notte! abbracciati sulle dune di sabbia, ascoltavamo il ritmo sonoro delle onde. È una musica divina, una musica che vale tutte quelle create dagli strumenti dʼottone, di rame, di bronzo . È allʼinizio si assiste ad una battaglia navale, come nei migliori romanzi di Salgari. In seguito la trama prende unʼaltra direzione. Lʼamata è prigioniera a Boston, città in mano agli inglesi e sotto assedio dagli americani. Sir William, insieme con i suoi prodi, Testa di Pietra e Piccolo Fiocco, si introduce nella città assediata e cercano di liberare la donna. Si susseguono una serie di avventure, ma alla fine il crudele marchese di Halifax riesce a fuggire con lʼamata di sir William. Il ritmo narrativo è lento, appesantito da continui scambi di scherzi e di battute tra Testa di Pietra e Piccolo Fiocco: i colloqui dominano mettendo in secondo piano lʼazione. Dʼaltra parte il vero protagonista del romanzo è Testa di Pietra, la sua furbizia, la sua saggezza contadina, la nostalgia per la sua terra natale. la Bretagna. Ma Salgari non riesce a dipingere i sentimenti. Senza azione e senza personaggi tenebrosi e ad un tempo eroici, il racconto perde di fascino e diviene noioso. Perché non leggerlo? Non ci sono il mare, lʼamore e il destino infelice: non cʼè quindi il vero Salgari.
Il Corsaro Nero
Siamo nel Seicento, il secolo dei pirati, > gente composta principalmente di spostati, di soldati e di marinai avidi di bottino , che scorrazzavano il mare dei Caraibi > per mettere le mani sulle ricche miniere dalle quali la Spagna traeva fiumi dʼ oro . Tra questi «ladroni del mare» cʼera anche un nobile italiano, il conte di Ventimiglia, il Corsaro Nero: > era vestito completamente di nero.... anche lʼaspetto di quellʼuomo aveva, come il vestito, qualche cosa di funebre, con quel volto pallido, quasi marmoreo . La storia ha inizio con la notizia dellʼimpiccagione del Corsaro Rosso, fratello del Corsaro Nero, che ha fatto la stessa fine degli altri due fratelli, tutti assassinati a tradimento per mano del duca Wan Guld. Il Corsaro Nero decide di recuperare il corpo del fratello per dargli degna sepoltura. La spedizione a Maracaybo, dove era stato impiccato il Corsaro Rosso, costituisce un preambolo dei temi del libro: colpi di scena, duelli, astuzie ed eroismi, inquadrati in una natura rigogliosa e meravigliosa, con quadretti di una tipica città coloniale, abitata da una popolazione di mercanti e di cavalieri spagnoli. Si combatte e si uccide ma non cʼè odio tra pirati e spagnoli: il vero nemico è uno solo, il duca Wan Guld: il fiammingo traditore. Arriviamo ad un punto di svolta del romanzo. Recuperato il corpo del fratello, si svolge il funerale sulla Folgore, la nave del Corsaro Nero: > il mare sfolgoreggiava sempre intorno alla nave, rumoreggiando sordamente.... quelle ondulazioni avevano in quel momento degli strani sussurrii. Ora parevano gemiti di anime, ora rauchi sospiri, ora flebili lamenti . Dinanzi ad un equipaggio, emozionato ma anche terrorizzato dai fantasmi dei fratelli morti, Il Corsaro Nero rompe il silenzio funebre con un terribile giuramento: > la mia anima sia dannata in eterno, se io non ucciderò Wan Guld e sterminerò tutta la sua famiglia come egli ha distrutto la mia! . Il destino è segnato: non cʼè più spazio per altre scelte, per una diversa volontà. La vita del Corsaro Nero non può che seguire la strada segnata da questo giuramento. Il Corsaro Nero cerca la vendetta ma incontra invece, in modo imprevedibile, lʼamore. La Folgore si imbatte in una nave spagnola, che viene conquistata dopo una cruenta battaglia e lì i pirati fanno prigioniera una fanciulla, > una bella figura di giovane, alta, slanciata, flessuosa, dalla pelle delicatissima, di un bianco leggermente roseo . Quale contrasto tra lʼaspetto lugubre del Corsaro Nero e il biancore della giovane! Fin dallʼinizio si capisce che è nato un amore, ma questo amore porta con sé la tragedia. Salgari ci lascia nellʼincertezza, non ci svela subito chi è la fanciulla, ma si capisce come il Corsaro Nero sappia che > i morti possono abbandonare i profondi baratri dove riposano e salire alla superficie a distruggere le speranze di felicità. Dʼaltra parte la giovane intuisce che il traditore di cui si vuole vendicare quel «funebre gentiluomo dʼoltremare» potrebbe essere suo padre. Il lettore deve ancora aspettare. I pirati vanno alla conquista di Maracaybo e poi il Corsaro Nero insegue Wan Guld nella foresta e nelle paludi dellʼAmerica Centrale. La natura, splendida ma spietata, diviene per numerose pagine la protagonista del romanzo. Il Salgari avventuroso e esotico scrive qui alcune delle sue pagine migliori. Wan Guld riesce a fuggire ma sfortunatamente uno spagnolo rivela al Corsaro Nero che la fanciulla è la figlia del fiammingo traditore. Non vale per il Corsaro Nero una massima seguita dai pirati, che non chiedono mai alle loro donne di rendere conto di ciò che hanno fatto nel passato, ma solo di ciò che faranno nel futuro. Per il Corsaro Nero il passato si racchiude nel suo disumano giuramento: la fanciulla viene abbandonata in una scialuppa: "soffiava forte il vento allora e nella profondità del cielo guizzavano vividi lampi, mentre allo scrosciare delle onde si univa il rombo dei tuoni... intanto che la scialuppa si allontanava sempre... fra i gemiti del vento ed il fragore delle onde si udivano, ad intervalli, dei sordi singhiozzi... Guarda lassù! ( dice il fido Carmaux) il Corsaro Nero piange! Il Corsaro Nero è il capolavoro di Salgari e , senza dubbio, uno dei più bei libri della letteratura italiana, non solo di quella di avventura. Unicamente una critica elitaria, quale quella italiana, poteva non cogliere la complessità del romanzo. È un libro di avventura ed anche qualche cosa di più. Innanzitutto è unʼesplosione di fantasia, il gusto del meraviglioso e dellʼorrido che solo lʼimmaginazione può conseguire. Basti pensare alla descrizione ricca e meticolosa dellʼambiente naturale, allʼattenzione alle vesti, tutte ricamate, cariche di pizzi e traboccanti di colori, alle raccapriccianti ed efferate scene di battaglie. La fantasia costituisce anche la fuga da una angoscia esistenziale, che è alla base della personalità del Corsaro Nero. Le vicende della vita portano solo dolore, gli affetti sono causa di sofferenza e bisogna sfuggire da una realtà che non dà felicità e pace. Cʼè in qualche modo un demone che trascina lʼuomo al suo triste destino ed allora è meglio, fin che si è in tempo, rifugiarsi nellʼimmaginazione. Perché leggerlo? È un libro di avventura, romantico ma anche moderno nel suo messaggio di dolore e di angoscia.
Cortocircuito
Il libro è costituito da una serie di racconti, che trattano di storie di migranti stranieri in Italia. Nel primo, il Turbante, un sikh arriva nel nostro paese fuggendo la miseria e trova lavoro presso una fattoria in Toscana. Inizia un processo di avvicinamento, culturale e personale, tra la padrona di casa e lʼimmigrante, che condurrà la prima alla scoperta di un mondo e il secondo ad integrarsi gradualmente nei costumi del nostro paese: lʼabbandono del turbante e la rasatura della barba rappresentano lʼespressione visibile della frattura rispetto al paese di origine. Nel secondo racconto, il Cortocircuito, lʼinterruzione della corrente elettrica in un quartiere di Roma permette alla protagonista di scoprire un accampamento di migranti rumeni in un campo abbandonato, limitrofo al condominio Sono loro la causa del cortocircuito in quanto si sono collegati abusivamente alla rete elettrica; lʼintervento di riparazione comporterà anche la distruzione della squallida dimora ( una catapecchia senzʼacqua e servizi igienici), nella quale viveva questa povera gente. Il terzo racconto, Scuolabus, è senza dubbio il più bello, in quanto congiunge il tema dellʼimmigrazione con quello dellʼinfanzia. Una bambina ha come baby sitter una ragazza filippina. Di solito è la mamma ad accompagnarla al pulman della scuola, un bus giallo. Un giorno, però, la mamma si ammala ed è la ragazza filippina a portare la bambina alla fermata e, malgrado le proteste, la carica su un altro bus, di colore blu. La bambina si trova quindi a passare alcuni giorni in un altro asilo nido, con altre maestre e compagni. Cerca disperatamente di dire alla mamma dello sbaglio ma non viene creduta ed, anzi, alimenta nei genitori preoccupazioni crescenti per queste fantasie e presunte bugie. Alla fine la mamma si accorge dello sbaglio ma lʼerrore della ragazza filippina ha permesso alla bambina di scoprire un nuovo mondo. Il quarto racconto, Sospetti, parla di due migranti, unʼucraina ed una filippina, che badano a due donne anziane, tutte due sulle sedie a rotelle. Per una disattenzione delle due ragazze, si verifica un incidente mortale: le due donne muoiono, si apre unʼinchiesta della polizia che scagionerà le ragazze. Infine lʼultimo racconto, Il Gabbiano, prende il titolo dallʼomonimo scritto di Cechov. La vicenda è molto triste: la donna ucraina, che si accompagna con un italiano, vorrebbe ricongiungersi con il figlio, che è rimasto nel paese di origine. Riceve una proposta di matrimonio da un anziano, presso il quale lavora come badante. I figli si oppongono e la cacciano lasciandola senza lavoro. Inoltre lʼamico italiano reagisce con violenza e la donna decide di lasciarlo ritrovandosi di nuovo sola. I racconti rappresentano un percorso stilistico e contenutistico. Sotto il profilo del ritmo narrativo e della struttura della lingua, lʼautrice prende sempre più confidenza, passando da uno stile ancora incerto e basato su riflessioni a modalità narrative sempre più efficaci, che fanno emergere il senso delle vicende dal narrazione piuttosto che dalle considerazioni. Parimenti, lʼautrice passa dalla scoperta alla consapevolezza crescente di una desolazione e di una solitudine, che non è più sociologica ma esistenziale. Nel primo racconto prevale ancora la questione culturale e sociale, anche se allʼinterno di una sensibilità da scrittrice. > Il motivo per cui trattengo le domande sulla punta della lingua, non è solo la difficoltà di comunicare, quanto la convinzione di invadere con unʼindiscrezione troppo disinvolta, di stampo sfacciatamente occidentale, il suo mondo privato, distante anni luce dal nostro, e perciò pressoché inafferrabile . Alla fine del libro la risposta a questa ricerca di comunicazione è la solitudine, che abbraccia tuttavia sia il migrante che lʼitaliano. > Tu ricorda parole Cechov? Trigòrin dice lui sente come volpe che cani corre dietro, così sente io. Io corre, corre, corre, e cani corre anche dentro gambe. E Mascia dice che quando amore entra dentro cuore, meglio no, meglio caccia via, meglio dimentica. Io meglio senza, io meglio sola . Ma forse la risposta va ricercata nella disponibilità alla scoperta che anima la bambina di Scuolabus: lʼerrore della ragazza filippina le fa scoprire due asili nido profondamente differenti, uno moderno ed un di stampo tradizionale-religioso, ma alla bambina piacciono tutte e due e il suo vero problema è lʼaffetto della mamma. Perché leggerlo? È un libro apparentemente esile ma in realtà profondo. È piacevole da leggere e ha al suo interno un vero piccolo capolavoro: il racconto della bambina con il Scuolabus.
La coscienza di Zeno
Siamo a Trieste tra la fine dellʼottocento e i primi anni del novecento. Lʼautore immagina che uno psicoanalista pubblichi «per vendetta» le memorie di un suo paziente, che si è sottratto alla cura ed ha raccontato un sacco di bugie. Il romanzo ha quindi la forma narrativa dellʼautobiografia. «Sdraiato comodamente su una poltrona Club», Zeno cerca di ricordare gli avvenimenti più importanti dell ʼesistenza, tenendo conto che > la vita più intensa è raccontata in sintesi dal suono più rudimentale, quello dellʼonda del mare, che, dacché si forma, muta ad ogni istante finché non muore . Lo sforzo di ritornare al passato non è un percorso cronologico ma un soffermarsi sui momenti più importanti della vita. La struttura narrativa segue, infatti, i differenti punti di vista, dai quali Zeno guarda la propria biografia. Il primo capitolo ha come oggetto il fumo, o meglio lʼultima sigaretta, quel proponimento, sempre disatteso, di smettere il vizio. Il lettore incontra subito la lieve e paradossale ironia che caratterizza tutto il libro, ma ci si imbatte anche con il tema portante del romanzo: il timore che > trovandomi in corsa traverso il tempo non potessi più essere raggiunto dallʼamore e più in generale da ciò che si vorrebbe essere. Ritornare al passato fa riaffiorare il divario tra le aspirazioni e ciò che si è raggiunto. Emerge un costante senso di colpa, al quale bisogna trovare una plausibile giustificazione. La consapevolezza di «essere vissuto indarno», come diceva Leopardi, «farammi acerbo», alimentanto un misto di malinconia e di affanno. Il ricordo è > dolce per sé; ma con dolor sottentra il pensier del presente, un van desìo del passato, ancor tristo, e il dire: io fui ( Le ricordanze). I capitoli successivi svolgono lo stesso tema allʼinterno di uno schema narrativo sempre più complesso ed articolato. Zeno investiga il proprio animo in rapporto alle principali figure della sua vita. Nel secondo capitolo, «morte del padre», Zeno non riesce ad offrire lʼaffetto filiale che vorrebbe perché troppo forte è la delusione del padre per le evidenti incapacità del figlio come uomo dʼaffari. Nel terzo capitolo, «matrimonio», il protagonista non consegue lʼamore, impersonato dalla bella Ada, e si sposa, senza sapere perché, con Augusta, la sorella bruttina. Nel quarto capitolo, «moglie e amante», Zeno non è un bravo marito né un buon amante, mentre nel quinto capitolo, «associazione», è lʼamicizia che viene persa. Zeno, che pur ha cercato di aiutare in tutti i modi Guido, marito di Ada, non è capace di evitarne la rovina economica e il suicidio, tanto da essere accusato da Ada, il suo eterno amore, di avere tradito lʼamico. Lʼautobiografia potrebbe concludersi a questo punto. Invece, lʼaffermazione del dottore, che Zeno è guarito, perché ha capito che nel suo inconscio amava sua madre e odiava suo padre ( il famoso rapporto di Edipo), scatena la reazione razionalistica di Zeno, che confessa, candidamente, che ha sempre mentito, trovando subito una giustificazione: > ( il dottore) non studiò che la medicina e perciò ignora che cosa significhi scrivere in italiano per noi che parliamo e non sappiamo scrivere il dialetto.... se egli sapesse come raccontiamo con predilezione tutte le cose per le quali abbiamo pronta la frase e come evitiamo quelle che ci obbligherebbero di ricorrere al vocabolario . In realtà, se ci poniamo dallʼesterno, e non dal punto di vista di Zeno, gli avvenimenti potrebbero essere interpretati in modo differente rispetto alla visione del protagonista. Zeno è un buon figlio, che cerca di star vicino al padre, è un buon marito pur con qualche scappatella, si preoccupa dei figli, è generoso, pronto ad aiutare lʼamante e lʼamico in difficoltà, si rivela un abile uomo dʼaffari, quando è costretto a farlo. Tutte le sue questioni esistenziali nascono da come vive la vita nella coscienza più che dal reale vissuto. Sarà necessaria la guerra per rompere il velo di ignoranza che Zeno ha della propria vita e per rivelare che il protagonista sa affrontare le difficoltà e trarne anzi vantaggio economico. Ma allora il libro è solo la facile ironia sulla psicoanalisi e più in generale sulla psicologia? Discipline che sembrano voler trovare problemi laddove un approccio razionalistico alla vita ne darebbe una soluzione fattibile e serena. In realtà, il romanzo può essere letto a cerchi concentrici, dalla realtà allʼinconscio e viceversa: la descrizione dellʼimpatto dellʼio profondo sulla coscienza dellʼuomo, vera eccezionalità rispetto alla prosaicità dellʼesistenza. Esiste una chiave interpretativa di ogni coscienza, che lʼautore deve ammettere, malgrado il suo approccio razionalistico. Per Zeno questa chiave interpretativa sembra risiedere nella dicotomia buono - cattivo, alimentata da un episodio dellʼinfanzia. > Assistevo senza grande dolore alla tortura che veniva inflitta a Guido dal bilancio messo insieme da me con tanta cura e me ne venne un dubbio curioso e subito dopo un curiosissimo ricordo. il dubbio: ero io buono o cattivo?... mi vedevo bambino e vestito ( ne sono certo) tuttavia in gonne corte, quando alzavo la mia faccia per domandare a mia madre sorridente: sono buono o cattivo, io?.... Oh incomparabile originalità della vita! Era meraviglioso che il dubbio chʼessa aveva già inflitto al bimbo, in forma tanto puerile, non fosse stato sciolto dallʼadulto quando aveva già marcato la metà della sua vita . Perché leggerlo? È un libro molto denso, complesso, ricco di spunti. Va letto, ma non prima di addormentarsi.
Cosmopolis
Eric Packer è un giovane brillante della finanza, che perde e guadagna milioni di dollari in pochi secondi giocando sulle monete e sulla borsa. Il romanzo descrive una giornata, nella quale Eric si muove per la città con la sua limousine, alternando fugaci incontri amorosi, rapide colazioni, blocchi del traffico dovuti a violente manifestazioni di dimostranti e la funerale di idolo della musica,la visita di un dottore con un costante monitoraggio dellʼandamento dello yen, moneta rispetto alla quale sta perdendo milioni di dollari.Se allʼinizio il racconto sembra surreale e ironico volendo descrivere la vita assurda di un giovane uomo della finanza, ad un certo punto del romanzo si capisce che si va verso la tragedia. In realtà la vita stessa di Eric, ben protetta dalle guardie del corpo e dalla limousine, è minacciata da unʼondata di attentati, anche lontani, verso gli esponenti della finanza. Via via che si sviluppa la giornata, cadono le barriere, psicologiche e fisiche, che separano il giovane milionario dal mondo violento che lo circonda. Eric va incontro alla morte ( sarà ucciso), ma sembra quasi che la desideri e la ricerchi per fuggire ad una vita che gli potrebbe diventare pesante e insopportabile se non può più godere dellʼeccitazione che deriva dalla conquista del denaro. > Egli capì che cosa gli mancava, lʼimpulso predatoe, il senso di grande eccitazione che lo guidava attraverso i suoi giorni, il puro e intenso bisogno di vivere . Lʼidea di partenza del romanzo è senza dubbio brillante e si sviluppa su diversi livelli: la crisi esistenziale del protagonista (si sveglia desiderando di andare dal barbiere come una persona comune), la descrizione di una città caotica ed assurda, i rapporti umani frettolosi tipici dellʼera del business e dellʼinformatica ed infine la morte come epilogo al quale non si può sfuggire. Lʼinsieme della trama, ricca di episodi e di personaggi incomprensibili, e una struttura del linguaggio estremamente difficile sia per quanto riguarda i vocaboli che la sintassi, contribuiscono a rendere criptica e pesante la lettura. Il libro è giustamente dedicato a Paul Auster, in quanto domina lʼimpronta intellettualistica di questo autore: caratteristica di molti autori di New York.
La Cotogna di Istanbul
La cotogna é > lʼunico frutto che con il tempo è capace di rendere più forte lʼodore anziché farlo illanguidire. È brutta, tutta piena di bitorzoli, ma con il tempo diventa più rotonda, più morbida, più bella e femminile . Il racconto è la narrazione di un amore tenace, per una terra e per una donna. La terra è la Bosnia, «la terra dei lunghi amori e dei lunghi rancori». La donna è Masa, «viso da tartara, occhi come grani di uva nera». Il destino vuole che il fidanzato della donna venga arrestato pochi giorni prima del matrimonio. Masa, > chioma fluente color rame scuro, testa dura come una partizanka e volitiva come una bosgnacca , aspetta il suo uomo per dieci anni ( in realtà nel frattempo si sposa e ha ben due figlie, ma è una parentesi di nessuna importanza nel racconto e di cui non si capisce il senso). Quando lʼuomo ritorna, dopo pochi giorni viene ucciso da una granata ed allora > per Masa la bella... finì un amore durato dieci anni dʼattesa, non so se rendo lʼidea, e dieci giorni di libera uscita . È a questo punto della storia che si inserisce Max, ingegnere austriaco, che si innamora di Masa e con lei della Bosnia e di Serajevo, perché > da nessuna parte puoi capire meglio il destino dʼEuropa... dove era morta lʼultima illusione ( della grande fratellanza universale) verso le case attorno allʼaeroporto crivellate dai segni di Armageddon . Ma anche il grande amore di Max per Masa viene distrutto, questa volta dal tumore che porterà la donna alla morte. Alla notizia della perdita di Masa. Max si convince che > soltanto una cosa avrebbe potuto fermare quel destino maledetto: era il frutto che doveva prendere, e forse non aveva preso in tempo, la misteriosa zuta dunja, la gialla meraviglia della città imperiale. E invece Masa, la bella di Bosnia, dagli occhi come grani di uva nera, era morta aman aman senza aver quella cotogna aspettata da Istanbul . Ed allora Max si mette in viaggio a piedi alla ricerca della cotogna. A questo punto la storia diviene così confusa che possiamo dire soltanto che Max muore misteriosamente in un hotel di Istanbul. Capita spesso che uno scrittore molto bravo in un genere letterario voglia misurarsi con ambiti, strutture narrative e scritture che non li sono congeniali, con il risultato di fallire. Si pensi a Ken Follett che con «la cruna dellʼago» aveva scritto un bellissimo thriller per poi dedicarsi a grandi romanzi storici, con i quali si è capito chiaramente che non era Tolstoj né Victor Hugo. Questo è il caso di Rumiz, ottimo giornalista, che ha voluto narrare una storia, già confusa di per sé, nella forma di una lunga ballata. Ne è venuta fuori una prolissa, frammentaria, noiosa, irritante canzone dʼautore. Affidarsi alle suggestioni e agli effetti evocativi può andar bene per una canzone, composta da alcune strofe, ma sopportare tutto ciò per circa duecento pagine è veramente eccessivo. La verità é che non tutti sanno creare un poema! Perché non leggerlo? È irritante, superficiale e noioso.
La crisi della coscienza europea
Il libro ripercorre lo sviluppo delle idee dal 1680 al 1715, periodo nel quale, come dice l’autore > avvenne nella coscienza europea una crisi: tra il Rinascimento, da cui derivava direttamente, e la Rivoluzione francese, che preparò, non ce ne fu nella storia delle idee nessuna di più importante. L’uomo, e l’uomo soltanto, diventava la misura di tutte le cose . La prima parte del libro riguarda la demolizione del passato, in particolare lo sviluppo delle opinioni contro la religione. I titoli dei capitoli sono emblematici dell’oggetto della furia distruttrice: i grandi mutamenti psicologici e contro le credenze razionali. L’autore si sofferma sia sui grandi personaggi (come Pierre Bayle, Leibniz, Bossuet) sia sulle correnti culturali sottostanti alle grandi filosofie, come la negazione del miracolo, degli oracoli e delle stregonerie. Ne deriva un affresco incredibile di storie personali, di interrelazioni tra personaggi, di incredibile diffusione di libri e di giornali, di un mondo cosmopolita, che trova la sua origine nella revoca dellʼeditto di Nantes, con il quale vengono espulsi dalla Francia i protestanti. In realtà la Riforma è alla base del nuovo pensiero e i filosofi eretici, in particolare Spinosa, ne sono gli ispiratori. Di particolare interesse è poi la figura di Richard Simon, che vuole leggere testualmente i testi sacri e ne coglie tutte le contraddizioni. Dice il Simon, > sono convinto che non si possa leggere con frutto la Bibbia, se prima non si conosca quanto concerne la critica del testo. Come dice Hazard, erano ribelli nati…. sbrigativi, presuntuosi, paragonavano tutta la storia a un foglio di carta, tutto pieno di cattive pieghe: bisognava abolire tali pieghe, e tornare alla pagina bianca, ecco tutto!... il mondo era pieno di errori, generati dalle facoltà ingannatrici dell’anima, garantiti da autorità incontrollate, diffusosi con il favore della credulità e della pigrizia…(si) doveva compiere innanzitutto un immenso ripulisti > . La seconda parte del libro riguarda la costruzione del futuro e in particolare il percorso che porterà al predominio della Ragione, ossia del metodo scientifico. L’autore si sofferma, anche in questo caso, sul contributo dei grandi uomini, innanzitutto Locke, Newton, ancora Leibniz e Vico, ma soprattutto esplora i cambiamenti sotterranei, quelli che Hazard chiama i valori immaginativi e sensibili: il pittoresco, la psicologia dell’inquietudine e così via. Ne deriva un affresco ricco di suggestioni, che riesce a descrivere molto bene la contemporaneità tra un pensiero alto > , che vuole ricondurre ad un approccio razionale il reale, e correnti sotterranee che mantengono gli elementi magici nella società. La modernità nasce quindi bifronte ma ha un motore costituito dall’inquietudine, dal desiderio di esplorazione, dalla ricerca di una felicità che non è più possibile ricondurla allʼaldilà. Una filosofia che rinuncia alla metafisica e si restringe volontariamente a quel che può cogliere di immediato nell’anima umana. Una morale che si fraziona in più morali: il ricorso all’utilità sociale, tanto per sceglierne una. Il diritto alla felicità, alla felicità sulla terra…. La scienza che assicurerà il progresso indefinito dell’uomo e quindi la sua felicità > . La tolleranza come virtù (si pensi all’Epistola de Tolerantia di Locke) e poi i primi tratti di romanticismo che si trovano nel concetto di inquietudine di Locke: e non sarà forse inutile osservare che l’inquietudine è il principale stimolo che ecciti l’industria e l’attività degli uomini > . L’inquietudine consiste nel desiderio di ciò che ci manca ma anche nella speranza e nella fiducia di poterla avere. Che cosa è rimasto di questo ribollio di idee oggi? Lo spirito critico si è spento in una marea di parole vuote, il metodo scientifico si è frantumato in metodologie e tecniche, l’uomo ha perso di conseguenza fiducia nel futuro e il magico > , le credenze irrazionali hanno ripreso vigore. L’inquietudine si è riflessa su se stessa. Cosa occorre fare? Buttare i libri alle ortiche (come sembra suggerire il film Cento Chiodi di Olmi) e buttarsi nell’empatia con gli altri e con la natura? O riprendere con calma le fila di un discorso interrotto, ridando fiducia al metodo scientifico? Come diceva Vico ma in tal densa notte di tenebre…. apparisce questo lume eterno, che non tramonta, di questa verità…: che questo mondo civile è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono, ritrovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana".
Un cuore così bianco
Il romanzo si apre con un mistero (il suicidio della presunta prima moglie del padre di Juan, il protagonista e io narratore) e si chiude con la soluzione dell'enigma, che non dirò per non privare il lettore della sorpresa. Tra questi due lati del racconto, il segreto si svela lentamente, perché è in fondo sempre conosciuto, o sospettato: come Lady Macbeth nella tragedia shakespeariana, Juan vorrebbe conservarsi innocente, non sapere, anche se ha vergogna di avere «un cuore così bianco». E' vero che gli episodi che riaffiorano nella mente del protagonista paiono profetizzare lo svelamento del mistero. E' una successione di fatti, reali o immaginati; un susseguirsi sempre più confuso perché ribollente nella coscienza: durante il viaggio di nozze a Cuba la mulatta intravista dalla finestra dell'albergo (mentre la giovane sposa è a letto malata), lo confonde con l'amante che non arriva e gli urla > Io ti ammazzo ; la nonna racconta a Juan, ancora bambino, la leggenda di un serpente che ingoierebbe le giovani spose; il lungo racconto sull'amica Berta, che cerca incontri occasionali e lo costringe a guardare i video di un certo Bill, che non rileva il volto e fa richieste oscene, ben accolte perché > la condizione ideale è quella dell'attesa e dell'ignoranza ; persino la ragazza della cartoleria che ha fatto sognare l'adolescente Juan, perché lo rendeva > felice pensare al futuro astratto, era tutto rimandato, lei era lì un pomeriggio dopo l'altro, sempre localizzabile e non c'era motivo per concretizzare il futuro e farlo smettere di essere futuro. Se il tema fosse quello di come noi rifiutiamo di riconoscere la «verità», il romanzo oscillerebbe tra il raffinato «Open City» di Cole Teju, in cui il protagonista analizza la propria vita non ricordando un episodio ignobile della propria giovinezza, perché non vuole sapere, e l'affascinante racconto di Salvatore Satta, «Il giorno del giudizio», in cui l'unica speranza è quella «di crearsi fantasmi, ai quali aggrapparsi» (si vedano le recensioni in questo sito). In realtà c'è dell'altro. In uno dei capitoli più intriganti, Juan, per il suo lavoro d'interprete, deve tradurre la conversazione di due statisti: uno spagnolo e l'altro inglese. Stanco del difficoltoso procedere del dialogo, decide d'inventarsi quanto si dicono i due, portandoli a parlare dei loro sentimenti, anche quelli intimi. > Raccontare deforma, raccontare i fatti deforma i fatti e li altera e quasi li nega, tutto ciò che si racconta diventa irreale e approssimativo benché veritiero. (...) L'unica verità è quella che non si conosce e non si trasmette, quella celata e non controllata, forse per questo si racconta tanto e si racconta tutto, perché niente sia mai accaduto, una volta raccontato. E allora quando alla fine del romanzo Juan vede e ascolta il colloquio rivelatore del segreto, e lo fa solo attraverso uno spiraglio di una porta, la scoperta lo spinge a raccontare per nascondere disperatamente la verità in un frastuono di parole e immagini, perché il mistero sia «come pitture e nient'altro», come dice Shakespeare. Nell'appendice al romanzo Marìas sottolinea come solo la letteratura e le arti possono narrare l' enorme zona d'ombra della nostra esistenza,. Se però in «Domani nella battaglia pensa a me» questo approccio aveva creato una specie d'incantamento dentro cui si muovevano i personaggi all'interno di una trama strutturata, qui Marìas si è abbandonato a un fluire confuso di ricordi , al fascino del continuo ritorno, allo scorrere del tempo dove neanche le parole creano un pur esile ancoraggio (si vedano le recensioni del libro già citato e del «L' uomo sentimentale» in questo sito). Citando Ungaretti si potrebbe dire che il mistero in noi è indicibile, ma è compito della letteratura dare un ordine alla sua espressione, per evitare che ci perdiamo in una moltitudine di vocali e consonanti, di sillabe ed eleganti strutture sintattiche. Perché leggerlo? E' prolisso ma interessante.
Il cuore delle cose
Il romanzo è ambientato nei primi del Novecento alla fine della Restaurazione o Rinnovamento Meiji: il lungo periodo tra il 1867 e il 1912 che era iniziato con l'affermazione del potere imperiale sullo Shogunato Tokugawa. Questo riferimento storico è opportuno non solo per contestualizzare il racconto, centrato sull'ambiguo e complesso rapporto tra due generazioni, ma per renderlo anche attuale; così come oggi, siamo in una fase di transizione negli assetti politici e sociali così come nelle coscienze e nel modo di sentire. Un giovane studente conosce una persona più anziana, identificata solo con il termine di «maestro». Ne è affascinato; è attratto dai modi taciturni e burberi, dal suo stile di vita solitario, distaccato dalla società e dagli altri esseri umani, dalle sue riflessioni, sempre criptiche, sull'amore, l'onestà, il denaro. In modo ambiguo il maestro esercita sul ragazzo una sorta di ricatto, l'attesa di un tradimento. > Sono un solitario, ma in un certo senso non lo sei anche tu? (...) Tu, incontrando me, probabilmente senti una certa solitudine. Ma perché io non ho la forza di aiutarti a liberartene, tu ora ti rivolgerai in qualche altra direzione e non verrai più da me. (...) Lei può pensare che io possa allontanarmi (risponde il ragazzo). (...) Il maestro pareva non ascoltarmi. Eppure dovrai stare attento, perché nell'amore c'è colpa. Se rimarrai con me, non avrai soddisfazione, ma nemmeno correrai pericoli. Pochi indizi fanno intravedere ciò che c'è dietro alla misantropia del maestro: va spesso sulla tomba di un amico, la cui morte avrebbe cambiato il carattere dell'uomo, senza che si voglia spiegare le ragioni e gli antefatti di questo mutamento. Dopo la laurea il ragazzo torna dai genitori, in attesa di trovare un lavoro. Il padre è gravemente malato, ormai è alla fine. > La mia malinconia tendeva a trasformarsi con il trasformarsi del frinire delle cicale, come se il destino che mi avvolgeva si muovesse per gradi dentro un immenso ciclo di diverse esistenze. Il ragazzo è combattuto tra l'affetto e il dovere filiale, che vorrebbe che restasse presso il capezzale del padre, e il desiderio di non interrompere il rapporto con il maestro. > Per me, il maestro era una figura in ombra, e non sarei stato contento fino a quando non mi si fosse rivelato del tutto. Una lunga lettera, preceduta da insistenti telegrammi, spinge il ragazzo a compiere un atto imperdonabile; abbandona il padre morente per correre a Tokyo dal maestro. Che cosa scrive il maestro in questa sorta di testamento morale? E come se il ragazzo avesse svolto una funzione ermeneutica. > Preferirei vedere il mio passato annullato con la mia vita, piuttosto che offrirlo a qualcuno che non lo desidera. In verità, se non ci fosse stata una persona come te, il mio passato non sarebbe mai stato conosciuto da nessuno, nemmeno indirettamente. Solo a te, dunque, fra milioni di giapponesi, intendo raccontare il mio passato, perché tu sei sincero. E' inutile inoltrarsi nella estesa confessione del maestro, che scarica le sue colpe sulle fragili spalle del ragazzo. Possiamo solo dire che si è comportato in modo disonesto, lui che si sentiva pieno di virtù. Ha spinto un amico al suicidio, rendendogli evidenti le contraddizioni tra le aspirazioni spirituali per una vita ascetica e l'attrazione amorosa verso una giovane donna, amata anche dal maestro. > E così, pur desiderando seguire in tutta sincerità la vita dell'onestà, me ne allontanai. Ero uno sciocco, se vuoi, un astuto arrogante. (...) Dentro di me nacque, come in un vortice, la sensazione di aver vinto barando e di essere stato sconfitto come uomo. Nella bella prefazione, dal titolo espressivo «Soseki: la solitudine come arte», Gian Carlo Calza ripercorre la biografia umana e letteraria dell'autore e definisce «Il cuore delle cose» «un resoconto fedele della vita o del destino stesso dell'autore». Se pensiamo come nessuno dei protagonisti del romanzo abbia un nome e che già in un'opera del 1905 («Io sono un gatto» vedi recensione in questo sito) Soseki avesse giocato sui due personaggi (il gatto narratore e il noioso professore d'inglese) per descrivere le diverse facce della stessa personalità, si può suggerire che il giovane studente, il maestro e l'amico, siano differenti punti d'indagine del carattere dell'autore: il ragazzo rappresenta la fragilità della giovinezza ricca di attese, l'amico suicida sta per la ricerca di ancoraggi spirituali in una fase di transizione, e infine il maestro è Soseki orami disilluso, rinchiuso nell'individualismo e in una visione pessimistica della vita e del Giappone. Se ci distacchiamo dalla biografia dell'autore e ci trasferiamo in modo ardito nell'Italia di oggi, ecco che il rapporto tra il ragazzo e il maestro pare ben qualificare la crisi intergenerazionale che caratterizza il nostro Paese. Noi, «baby boomers», siamo i cattivi maestri che distillano pillole di saggezza, belle frasi retoriche, ma come il maestro di Soseki siamo disonesti perché manipolatori, protetti dalle nostre pensioni, con comportamenti ben lontani da quanto pomposamente affermiamo. I giovani sono il ragazzo, ingenui, pieni di aspirazioni, in fuga dai cattivi maestri, ai quali non credono più! Questa trasposizione al presente è suggerita anche dalla rappresentazione teatrale del «Il cuore delle cose» da parte di Kenzaburo Oe ( si veda la recensione di«La foresta d'acqua» ) dove il maestro è visto come un «falso educatore» dai giovani liceali che assistono alla rappresentazione. In modo elegante e nitido l'autore indaga l'intrigo psicologico e morale tra il maestro e il giovane, cosi come tra il primo e l'amico suicida. La narrazione procede lenta e talvolta ripetitiva; la lunga lettera ha troppo i tratti del soliloquio da non essere prolissa. Perché leggerlo? Sollecita numerose riflessioni sul presente.
Cyclops
Il romanzo prende le mosse da un antefatto storico: una nave con un misterioso carico affonda dinanzi a Cuba. Subito dopo, la scena si sposta negli anni'80 su una spiaggia in Florida. Un dirigibile, > immobile nell'aria tropicale, in bilico e tranquillo, come un pesce sospeso in un acquario , attende un magnate americano per andare alla ricerca del presunto tesoro finito sul fondo del mare col naufragio. > Ciò che nessuno sapeva, o possibilmente sospettava, era che Raymond Le Baron e i suoi amici al bordo del «Prosperteer» fossero svaniti in un mistero che andò ben oltre qualsiasi ricerca di un tesoro. Da questo momento prendono l'avvio una serie di vicende incredibili e confuse. Dopo cinquecento pagine è difficile ordinare i fili narrativi, cerchiamo di farlo. Le Baron fa parte di un circolo segreto di capitalisti che ha creato una base spaziale sulla Luna, dove sono arrivati anche i sovietici; questi cercheranno di espugnare l'avamposto americano ma saranno annientati dai valorosi in una battaglia sul suolo del nostro satellite; e tutto questo all'insaputa del presidente degli Stati Uniti! Le Baron e i suoi non sono rimasti uccisi nel naufragio del dirigibile, ma sono stati fatti prigionieri dai perfidi comunisti in una base segreta a Cuba, e per di più i sovietici vogliono far fuori Fidel Castro, che vorrebbe rendersi autonomo dall'Unione Sovietica. Già questi fatti richiedono un eroe per essere dipanati; e questo è Dirk Pitt, una sorta di Sandokan al centro della produzione letteraria di Cussler. In questo romanzo lo conosciamo prima in una scena avvincente su una spiaggia della Florida, dove il nostro eroe impedisce che il dirigibile trascinato dal vento faccia una strage dei poveri villeggianti, affascinati e terrorizzati: > le vele multicolori della flotta di «windsurfer» balenavano attraverso l'acqua verde-azzurra come un prisma impazzito. Poi ritroviamo Pitt, immaginiamo stanco dopo l'eroica avventura, > tra tre dozzine di scintillanti auto d'epoca, un antico aeroplano, e un vagone ferroviario fine Ottocento. Pitt ha appena il tempo di guardare con affetto un favoloso coupé sportivo, distrutto da un'esplosione e che intende riportare alla sua precedente eleganza e bellezza, quando riceve una telefonata dalla moglie di Le Baron che gli chiede di aiutarla a trovare il tesoro nascosto. E ancora ci sono altre avventure sino a che il nostro Sandokan americano conduce «i buoni» a sventare le trame dei perfidi e maldestri sovietici, trovando persino il misterioso carico. Travolto, ma contento di tanta superficialità dopo aver letto «Melanconia della resistenza» di Làszlò Krasznahorkai (vedi la recensione in questo sito), ho riposto il libro, sicuro di non leggerne altri dell'autore. C'è thriller e thriller. Per giudicare il romanzo dobbiamo però andare ai tanti film americani che riempiono le sale cinematografiche e che vengono proiettati nei nostri teleschermi. L'affollamento dei personaggi e delle vicende nasconde la difficoltà degli autori di thriller di dare spessore alle storie e ai protagonisti. In questo romanzo Pitt pare indifferente al fascino dell'unica figura femminile, la bella vedova; c'è solo una breve e pudica scena d'amore, mentre esprime empatia e solidarietà per i compagni d'avventura, con uno stile tipicamente cameratesco. Non è quindi un vero Sandokan, tenebroso e melanconico perché l'amata è la figlia del suo nemico. A merito dell'autore bisogna dire che la violenza è contenuta, forse perché il romanzo è stato scritto negli anni'80. Dal punto di vista stilistico il romanzo è ben scritto. In particolare stupiscono le descrizioni per la precisione e il dettaglio. Le scene migliori sono quelle del mare, a conferma dell'amore dell'autore per questo ambiente. Perché leggerlo? Può essere un momento di svago se si è stanchi di letture dense. Ma solo una volta!





































































