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Odissea
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Odissea

Il libro ha come oggetto il ritorno di Odisseo alla propria casa ed è strutturato in quattro parti:il preambolo, nel quale un concilio degli dei, su proposta di Atena, decide di permettere a Odisseo di riprendere il viaggio verso casa ordinando a Calipso di liberare l’eroe;la decisione di Telemaco, figlio di Odisseo, di liberarsi dei pretendenti, che continuano a frequentare il palazzo e a dilapidare il patrimonio del padre. Dopo un’inutile invito al popolo ad aiutarlo nella lotta contro i pretendenti, Telemaco compie un viaggio presso altri sovrani per conoscere le sorti del padre e sapere se è possibile superare la situazione di incertezza nel quale si trova e dare in moglie la madre, prendendo pienamente in possesso i propri beni;il viaggio di Odisseo presso i Feaci, con la scena della tempesta e l’incontro con Nausicaa (le pagine più belle del poema) e il racconto delle avventure;l’arrivo a casa, il progressivo svelamento della propria identità e la strage dei pretendenti. Da molti autori l’Odissea è interpretata come il ritorno di Ulisse (e quindi del viaggiatore) e come unʼesaltazione della sua intelligenza e astuzia. In realtà si tratta di un poema molto complesso nel quale si sviluppano differenti temi narrativi e si contrappongono diverse personalità. Un primo tema è senza dubbio quello del viaggio e soprattutto del mare. Non è un caso che le pagine più affascinanti del poema siano quelle del libro V, che tratta della tempesta e del naufragio di Odisseo: > Gli si avventò un’onda altissima, con terribile impeto, e fece girare la zattera. Lontano, fuori dalla zattera fu sbalzato e il timone lasciò andare di mano: in mezzo si spezzò l’albero sotto l’orrenda raffica dei venti lottanti, lontano la vela e l’antenna caddero in mare. Molto tempo rimase sommerso, non fu capace di tornare subito a galla, sotto l’assalto della grande onda... finalmente riemerse e dalla bocca sputò l’acqua salsa, amara, che a rivi gli grondava dal capo . > Al naufrago, e più in generale all’ospite, occorre sempre fornire accoglienza e rifugio : così parla Nausicaa alle ancelle nel libro VI: > fermatevi ancelle: dove fuggite alla vista d’un uomo? Forse un nemico credete che sia?... Ma questi è un misero naufrago, che c’è capitato, e dobbiamo curarcene: vengono tutti da Zeus gli ospiti e i poveri; è un dono, anche piccolo, è caro . Il tema dell’ospitalità è uno dei filoni dominanti dell’Odissea e corrisponde proprio al sentimento collettivo di un popolo, di naviganti e che è cosciente di come la fortuna, e la ricchezza, possano cambiare rapidamente. Un secondo tema è costituito dalla complessa personalità di Odisseo, che è ben sintetizzata dalle parole di Atena nel libro XIII: > Furbo sarebbe e scaltrito chi te superasse in tutti gli inganni, anche se è un dio che t’incontra. Impudente, fecondo inventore, mai sazio di frodi, non vuoi neppur ora, in patria, lasciar da parte le astuzie, e i racconti bugiardi, che ti sono cari fin dalle fasce. Via, non parliamone più, perché ben conosciamo le astuzie entrambi . Ulisse è un grande inventore di storie ed è emblematico che le sue famose avventure non siano narrate dal poeta ma siano oggetto di un racconto di Odisseo ai Feaci. Sono fatti veri o sono invenzioni fiabesche, così come quelle che con tanta facilità racconta al pastore Eumeo, alla moglie a allo stesso padre? Ma chi è Odisseo, un perenne vagabondo, un uomo ormai abituato solo a combattere e a viaggiare? È incredibile che proprio nel momento in cui si svela a Penelope, invece di abbracciarla e di esprimere il proprio amore, deve subito informarla della previsione dell’indovino Tiresia, secondo la quale è destino che debba lasciare ancora Itaca per intraprendere un nuovo viaggio e morire infine nel mare. Non ci sono in Odisseo sentimenti verso il figlio, la moglie e il padre, che eppure hanno così tanto sofferto: l’unico momento di vero affetto sembra essere quello verso la madre nei splendidi versi del libro XI: > E mi slanciai tre volte, il cuore mi obbligava ad abbracciarla; tre volte dalle mie mani, all’ombra simile o al sogno, volò via: strazio acuto mi scese più in fondo, e a lei rivolto parole fugaci dicevo: Madre mia, perché fuggi mentre voglio abbracciarti? . Un terzo tema è costituito da Telemaco e dal complesso processo con il quale, cresciuto senza un padre, deve diventare, suo malgrado, adulto. Come è diverso dal padre!. È pieno di incertezza, di dubbi, combattuto tra l’amore verso la madre e il desiderio di riprendere possesso dei propri beni e della propria indipendenza. I dubbi del giovane lo rendono un personaggio moderno, proprio perché ricco di intime contraddizioni, che sono il frutto del conflitto tra il suo ruolo (quello di principe), il suo affetto verso la madre e il fatto di non essere all’altezza della forza del padre: non riesce a tendere l’arco! > Non io per Zeus... impedisco le nozze della madre, anzi dico che sposi pure chi vuole, e le offro doni infiniti. Ma non oso cacciarla suo malgrado di casa con perentorio comando: che un dio non voglia! (libro XX), ma poi deve imporsi alla madre stessa e diventare finalmente adulto: > Madre mia, quanto all’arco, nessuno più di me fra gli Achei n’è il padrone... su, torna alle tue stanze e pensa all’opere tue, telaio e fuso... Lei stupefatta tornò alle sue stanze, e la prudente parola del figlio si tenne in cuore (Libro XXI). Un quarto tema è rappresentato dalla figura di Pallade Atena, che costituisce la vera protagonista del poema. Non solo si deve alla dea la liberazione di Odisseo da Calipso, ma soprattutto sono i suoi continui consigli e suggerimenti che permettono a Telemaco e a Odisseo di agire con la dovuta accortezza. Non siamo di fronte a fatti meravigliosi e incredibili (a miracoli) ma è sottostante a tutto il poema il tema dell’intelligenza e dell’indipendenza di giudizio, che è appunto impersonata da Atena. In un articolo di La Repubblica del 25 novembre 2006 viene commentato il libro XXIII nel quale Penelope riconosce Odisseo. La donna ricerca un segno segreto, che le confermi che l’uomo è veramente Odisseo, perché troppo lunga è stata l’attesa e vuole essere sicura, > perché Penelope crede in una sola forma di conoscenza: quella dei segni segreti, fondata sulla propria memoria e quella di Ulisse . A Telemaco che la accusa di avere «il cuore più duro del sasso», Penelope risponde: > Creatura mia, il cuore nel mio petto è attonito: non riesco né a dirgli parola né a interrogarlo né a guardarlo nel viso. Ma se è davvero Odisseo che in patria è tornato, oh molto bene e facilmente potremo conoscerci: abbiamo per noi dei segni segreti che noi sappiamo e non gli altri . E quando Odisseo le dà il segno (il letto nuziale ricavato all’interno di un grande olivo che non è possibile spostare per le radici), Penelope riconosce il marito e «di colpo si sciolsero le ginocchia ed il cuore» e allora entrambi ritrovano l’antico amore: > e a lui venne più grande la voglia del pianto; piangeva tenendosi stretta la sposa dolce al cuore, fedele;... così bramato era per lei lo sposo a guardarlo, dal collo non gli staccava le candide braccia .

Olive comprese
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Olive comprese

Siamo nellʼItalia degli anniʼ30 in piena era fascista. In un piccolo paese del lago di Como, quattro balordi trascorrono il tempo in osteria e a fare scherzi. Un giorno, per fare un piacere alla prostituta del villaggio, avvelenano i piccioni che normalmente stazionano nelle piazze e nelle vie. Uno di questi piccioni viene regalato ad una vecchia signora, che muore avvelenata. Da questo episodio prendono le mosse tutta una serie di avvenimenti che hanno come protagonista il maresciallo del paese. Si tratta della classica figura del carabiniere: ligio allʼordine, severo ma nel contempo pragmatico e di buon senso, cerca di risolvere i problemi della gente del paese operando come un «buon padre di famiglia». Il racconto corre veloce, anche perché aiutato da uno stile brioso ed essenziale, tra vicende un poʼ paradossali, come quella del fratello che si preoccupa che la sorella, magrolina e devota, non sposi un amico dotato di attributi sessuali particolarmente esagerati, e personaggi singolari, come la moglie del podestà, che crede di essere tre persone in una e cambia continuamente personalità. Lʼatmosfera ricostruita dallʼautore è quella tipica che ci è stata tramandata riguardo allʼItalia fascista: un regime assurdo, non amato ma subìto, ma nello stesso tempo paternalistico e accondiscendente. Il maggior pregio del libro è che si legge molto bene, ma sia i personaggi che gli ambienti restano superficiali e lontani. I primi diventano quasi delle macchiette, i secondi (il lago di Como e la vita del villaggio) risultano alla fine irrilevanti. lʼabile ritmo narrativo non compensa la vacuità dei contenuti. Perché non leggerlo? Perché ha senso leggerlo solo in treno, quando si è molto stanchi.

Andrea VitaliGarzanti
Oliver Twist
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Oliver Twist

L’ambiente è l’Inghilterra della seconda metà dell’Ottocento, caratterizzata da una diffusa povertà, da una crescente criminalità e da una borghesia bigotta e spesso ostile ai più poveri. Oliver è un trovatello, che viene prima allevato in uno ospizio per poi essere affidato (o ceduto) a una famiglia per imparare un mestiere. Qui subisce notevoli angherie e quindi decide di fuggire per ritrovarsi poi in mano a un gruppo di delinquenti, che fanno capo ad un ebreo (Fagin), avido e crudele, e a un altro personaggio, violento e paranoico. Oliver deve imparare a rubare, ma, durante una rapina, rimane ferito e viene accolto da una famiglia, che lo cura e conosce quindi la bontà e la generosità della buona borghesia. Si succedono una serie di avventure e un intreccio di personaggi, per cui alla fine si scopre che Oliver è l’erede di una grande fortuna ed era stato rapito dall’ebreo per conto del fratellastro, che voleva impedire che Oliver potesse far valere i propri diritti. Tutto finisce in bene, in quanto i cattivi vengono puniti e Oliver può vivere felice con la sua nuova famiglia. A un certo punto del romanzo, Dickens ricorda come > sia costume sul palcoscenico in tutti i melodrammi sanguigni, di presentare scene comiche e scene drammatiche in un ritmo regolare. Tali cambiamenti appaiono assurdi: ma essi non sono così inusuali come sembrano a prima vista. Il passaggio nella vita reale da una tavola ben apparecchiata al letto di morte, e da abiti da lutto a vestiti da festa non sono di meno incredibili: soltanto, là, noi siamo protagonisti, invece di spettatori passivi e ciò fa una grande differenza . La vita è quindi una continua sorpresa e la storia di Oliver Twist vuole rappresentare la vicenda ottocentesca, dell’era del grande inurbamento, di un eroe. Solo che non c’è niente di fantastico o di avventuroso in ciò che racconta Dickens se non una serie di episodi spesso melensi, intrisi di un facile moralismo, che tende a separare nettamente il bene dal male. Nella prima parte del romanzo, quando si narrano le vicende del piccolo Oliver, ci sono ancora da parte dell’autore una sottile ironia sulla società inglese del suo tempo e una critica all’ipocrisia a un approccio verso la povertà, che nasconde, sotto unʼapparente carità e benevolenza, disprezzo e crudeltà. Molto efficace, da questo punto di vista, è la scena nella quale Oliver bambino, timido e impacciato, si presenta davanti al comitato dell’ospizio per essere valutato ai fini della sua destinazione nel futuro. I diversi personaggi del comitato vengono descritti da Dickens in modo magistrale ed emerge una chiara visione di una borghesia che vede la povertà come la predisposizione verso il male e la disgrazia. Nello stesso modo l’autore porta avanti una critica sociale all’utilizzo dei bambini come manodopera e al mancato rispetto delle loro esigenze, fisiche e intellettuali. Nella seconda parte del romanzo, si cade nel melodramma con una netta separazione tra il «mondo del bene» (la media borghesia gentry che vive di buoni sentimenti) e il «mondo del male», caratterizzato dai bassi fondi della società: l’avido ebreo, la giovane prostituta, che alla fine si redime, il violento e il fratellastro cattivo. Oliver stesso scompare dalla scena ed emerge come personaggio fondamentale Fagin, che trama continuamente alla ricerca della ricchezza e del possesso. Le scene migliori sono proprio quelle che riguardano il gruppo dei criminali e il loro muoversi per le strade di Londra: una città tenebrosa, sporca, in disfacimento e dove la gente vive in case senza finestre, diroccate e maleodoranti. La descrizione di Londra ricorda, per ricchezza ed efficacia espressiva, la poesia di D’Annunzio sulle città mostruose. L’inurbamento viene visto da Dickens come un declino della comunità verso un mondo disumano, a differenza della campagna dove si può vivere felice e sereni. Non per niente Oliver e i suoi amici abbandoneranno Londra per ritornare nei piccoli villaggi dell’Inghilterra agricola. Le vicende sono scontate, predomina eccessivamente un approccio moralistico, lo stile non è sempre fluido, poichè la costruzione della frase si presenta spesso complessa e ridondante: tutti questi elementi rendono il romanzo poco piacevole.

Charles DickensChapman & Hall
Oltre Babilonia
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Oltre Babilonia

Il romanzo è una matassa di narrazioni, in tempi ed ambienti diversi, ma riconducibili a due storie familiari. Mar è figlia di Miranda, una donna argentina, e di un padre somalo che non ha mai conosciuto. Zuhra è somala, figlia di Maryam e anchʼessa di un padre sconosciuto. Sono cresciute e vivono a Roma e sono italiane, ma entrambe non sanno quale sia la loro lingua madre e si sentono in qualche modo in bilico tra due identità. Così dice Zuhra > mamma mi parla nella sua lingua madre. Un somalo nobile dove ogni vocale ha un senso. Nella bocca di mamma il somalo diventa miele. In somalo ho trovato il conforto del suo utero, in somalo ho sentito le uniche ninnananne che mi ha cantato,in somalo certo ho fatto i primi miei sogni. Ma poi, ogni volta, in ogni discorso, parola, sospiro, fa capolino lʼaltra madre. Lʼitaliano aceto dei mercati rionali, lʼitaliano dolce degli speaker radiofonici, lʼitaliano serio delle lectiones magistrales. Lʼitaliano che scrivo . Il tema dellʼidentità, e quindi della lingua, non è tuttavia lʼoggetto dominante del romanzo. Il libro si sviluppa intorno al tema della sofferenza e della riscoperta di sé stessi. Mar è una ragazza che ha perso la sua amante, suicida, e il suo bambino. Essa vive un rapporto difficile con la madre, assente e lontana, perché sempre chiusa nel suo dolore: è stata la compagna di uno dei carnefici, di quelli che hanno torturato e assassinato tanti argentini, forse anche il fratello della donna. Zuhra, a sua volta, è stata violentata da bambina, perchè abbandonata dalla mamma, che ha cercato per anni di trovare nellʼalcol un rifugio alla distruzione sociale ed umana della Somalia. Sulle due ragazze incombono, quindi, il dramma delle proprie madri. Ed è solo tramite il racconto delle terribili vicende che hanno dovuto sopportare Miranda e Maryan, che è possibile riprendere il filo dei rapporti tra le madri e le proprie figlie e permettere a questʼultime di trovare un proprio equilibrio. Era necessario, tuttavia, un luogo fisico, un punto di incontro; ed esso è costituito da Tunisi, dalla scuola di arabo, dove gente proveniente da tanti mondi diversi si ritrova per studiare una lingua, che unisce così tanti popoli: un nuovo esperanto? Sarà la lingua a portarci oltre babilonia? Si tratta di un libro complesso. Sotto il profilo stilistico lʼartificio letterario delle storie parallele richiede una lettura attenta in quanto non sempre si riesce a riprendere il filo narrativo. Il rischio di una frammentazione del racconto è, tuttavia, compensato dalla possibilità per lʼautore di usare stili letterari diversi: da quello tipico dei giovani romani ad uno disteso ed evocativo, più congeniale a storie degli anni ʼ 60 e degli anniʼ70. Lo stile rende evidente il salto generazionale tra le figlie e le madri così tra queste e le proprie famiglie di origine. Molti sono, invece, i temi trattati dal libro: la fatica e la ricchezza di avere più identità, la forza delle lingue come strumento di crescita e di coesione sociale, il racconto come liberazione, la sofferenza esistenziale e in particolare quella delle donne, la disperazione dei popoli. Il centro di gravità del libro è, comunque, la donna, che deve vivere in un mondo di violenza e di soprusi: le donne operose, spesso solidali, ma molto sovente vittime e strumenti del potere maschile. Perché leggerlo? La scrittura è molto efficace, ricca di suggestioni, i personaggi affascinano, gli ambienti, in particolare quelli somali, creano forti emozioni, e soprattutto elementi di riflessione per noi italiani: una serie di bellissimi frammenti.

Igiaba ScegoDonzelli
Oltre il fiume
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Oltre il fiume

Geeʼs Bend è un braccio di terra, bagnato su tre lati dal fiume Alabama, laddove lʼacqua forma una sorta di grande e inarcuato tornante. Per raggiungere la più vicina cittadina i «benders» devono percorrere un tragitto di un ora e mezzo di macchina o di un quarto dʼora di traghetto, se questo non fosse stato abolito negli anniʼ60 dallo sceriffo della contea, con la seguente ineccepibile motivazione: > non abbiamo chiuso il traghetto perché erano neri, (...) lʼabbiamo chiuso perchè se lʼerano dimenticati, che erano neri . Geeʼs Bend è un enclave unico: tutti i residenti discendono dai sedici schiavi che si insediarono in questa striscia di terra nel 1816; lʼisolamento geografico e la scarsa attrattività del suolo hanno permesso alla piccola comunità di non essere alterata dai grandi sconvolgimenti sociali e politici che hanno interessato la storia americana: la guerra civile, le segregazioni razziali, la grande depressione, il movimento di liberazione di Martin Luther King. Anche quando questʼultimo li coinvolse, assumendoli come paradigma dello sfruttamento del popolo afroamericano, i «benders» andarono «oltre il fiume», come li invitò il grande leader nero, combatterono per lui e soffrirono per la sua morte, ma poi tornarono alla loro terra, perché > per una donna di colore, che discende dagli schiavi, (...) il fiume supplica che lo si attraversi, e al tempo stesso sbarra la strada . Ma oggi la piccola comunità, ridotta ormai a qualche centinaio di sopravvissuti, rischia di scomparire. Il progetto di un nuovo traghetto romperà definitivamente lʼisolamento. Moehringer coglie abilmente questo momento narrandolo con gli occhi e la mente di una piccola donna di Geeʼs Bend. > Mary è tutta fatta di cerchi. Il suo corpo è tondo, la sua faccia è tonda, il suo fiume è tondo. Nel mondo di Mary Lee ogni cosa è tonda, perché è soltanto alla fine di qualcosa, di un secolo, di una storia, di una frase, che se ne capisce veramente lʼinizio. (...) Ha passato lʼintera vita in questo luogo senza tempo. Come ha fatto lʼetà a scovarla? Tramite Mary Lee Moehringer ripercorre la storia di Geeʼs Bend, intrecciando vicende sociali con episodi della vita della donna. È una dolce e malinconica narrazione: ci sono momenti di rivolta, cʼè tanta sopportazione, ma il tutto è intriso di rassegnata benevolenza; e questo non solo perché Mary Lee > è una persona gentile (... se non posso ridere e scherzare con te, se non posso essere carina e amichevole, meglio che lasciamo stare) , ma perché > una vita fa Mary Lee contava sul fiume per proteggerla da quelli che amichevoli non lo erano affatto. (...) Il suo fiume è un forte Dio bruno, (...) Eterno, Silenzioso, Dà la vita, e la prende senza esitare. È la forza che ha plasmato il mondo di Mary Lee. (...) Ci sono persone che passano la vita a opporsi a ciò che le limita. Mary Lee ce lʼhanno battezzata nellʼacqua che la limita. Per lei è un dono, e per ciò che le è dato rende grazie. Questo lungo racconto riporta alla mente un grande romanzo italiano: Il Mulino del Po. Come nel libro di Riccardo Bacchelli, anche qui si parla degli umili, delle vittime, e lo si fa come lo fece il conservatore e cattolico Bacchelli, con nostalgia, quasi per dire: la vita era migliore allora, quando si era isolati, non si poteva andare a scuola, si era poveri e si subivano le prepotenze dei bianchi, ma almeno si viveva protetti dal grande fiume (qui lʼAlabama, là il Po), in una vita tranquilla, senza tempo. Ma la storia avanza, caro Moehringer, e lo sfruttamento dei neri, dei contadini, dei «dannati della terra» non può essere la banale occasione per fare del folclore, per vincere, immeritatamente, un premio Pulitzer con un racconto hollywoodiano. Perché non leggerlo? Banale, meglio il Mulino del Po.

J.R. MoehringerPiemme
L'ombra delle colline
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L'ombra delle colline

Il romanzo si apre con un sogno. Il protagonista, Stefano che è anche lʼio narrante, viene condotto dallʼamico Francesco a caccia, tra le colline del suo Piemonte. Il bosco è un insieme di «cascate e piramidi di usignoli riuniti», un paradiso di felicità; e poi improvvisamente le > chiome degli alberi erano cumuli di minuscoli teschi corrosi, verdastri, che a milioni tintinnavano sinistramente gli uni contro gli altri . Il sogno è premonitore del senso del romanzo, che si sviluppa tra il ricordo e la vita presente, tra la violenza vissuta e immaginata da un lato e il «gomitolo della cose quotidiane» dallʼaltro. > Devo sforzarmi a ricordare. Devo provarmi perché questi ricordi giacciono sepolti, in ispida confusione e separati da me. Sono stato bene, normale e lieto e aggressivo finché mi è riuscito di vivere al di fuori di me . La casa di campagna è un riferimento importante per il protagonista, per la natura che la circonda e per i fatti terribili che gli sono successi nella sua giovinezza: la morte del nonno, lʼuccisione di un soldato tedesco, la partecipazione alla guerra partigiana. Stefano vive ormai a Roma, uomo di successo, ma unʼ inquietudine crescente gli ha impedito di sposarsi e porta avanti una monotona relazione con la sua ormai ex fidanzata. La decisione di compiere insieme una visita nella vecchia casa di campagna, dove vive ancora lʼarcigno padre, sembra poter riaccendere il rapporto tra i due, ma il peso del ricordo è troppo forte. > Sono cresciuto tra i morti, Lu, e ho potuto metterli da parte, collocarli lontano, a furia di sperare nella pace, nella comune e lunga vittoria... E oggi, questi morti è giusto che io torni a scrutarmeli accanto.... Non spaventarti, Lu, tanto tutto andrà avanti come prima, come sempre, persino noi! persino per colpa nostra! . Il ritorno nei luoghi della giovinezza non serve. «Forse, conclude lʼautore, ci toccherà soggiacere a unʼeterna rassegnazione». È un illusione sperare che il ritorno al passato possa liberare dagli incubi che derivano dal ricordo e dalla delusione delle speranze e dei desideri della giovinezza: solo vivere «nellʼumile alba di ogni giorno», senza progetti e senza sogni, può dare un poʼ di pace. È un romanzo profondamente pessimista, dove la scrittura si esprime al meglio proprio quando assume accenti lirici ed evocativi, come nella descrizione delle colline e nella narrazione dei sogni. Sullo sfondo compaiono i grandi fatti del dopoguerra ( lo smarrimento per il crollo del fascismo, la resistenza, il fallimento della mancata attuazione dei cambiamenti attesi), ma ciò che interessa allʼautore è dare il senso di un dolore esistenziale e vi riesce proprio con la lingua, con lʼuso sapiente degli aggettivi e della punteggiatura. Quando, invece, passa a tratteggiare i caratteri e a costruire i dialoghi, si assiste ad una caduta del ritmo narrativo, che diviene monotono e ridondante. Perché non leggerlo? Alcuni brani sono molto belli e trattano di un tema molto attuale: la delusione dellʼItalia di oggi. Ma nel complesso il romanzo risulta noioso e prolisso.

Giovanni ArpinoOscar Mondadori
One of us e Home, sweet home
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One of us e Home, sweet home

Si tratta di due brevi racconti, che, cosa usuale per Fante, hanno come ambiente la tipica famiglia italiana. Nel primo racconto, giunge un telegramma che annuncia la morte di un cugino, un ragazzo che era stato compagno di giochi di Mike, uno dei tanti fratelli della famiglia. Si sviluppa una scena molto divertente, nella quale, mentre la mamma piange per il dolore della sorella, che ha perso un figlio, i ragazzi si contendono il telegramma al punto di distruggerlo, aprendo, di conseguenza, la discussione su come è morto il cugino e quale sarà la data del funerale. La scena si sposta al funerale, al quale partecipano la mamma, Mike e suo fratello più piccolo, il narratore. Ciò che colpisce i ragazzi è che lo zio non piange la morte del figlio, mentre tutti i parenti, in particolare le donne, si scatenano in lamenti e grida. Mike, in particolare, ha paura di avvicinarsi allo zio, in quanto teme che per la sua somiglianza con il cugino morto, possa essere oggetto di astio. Ed è proprio la visione di Mike, di ciò che poteva essere anche suo figlio, che rompe la chiusura del lutto e spinge lo zio a piangere: > stavano seduti. Mike sorseggiava goloso un frappé, e zio Frank gli stava davanti, col viso nelle mani e grandi lacrime scivolavano dalle sue guance e cadevano sul tavolo, mentre guardava Mike e il suo frappé . Nel secondo racconto Jimmy ritorna a casa dei genitori, dal quale se ne era andato dopo una lite burrascosa con il padre. Si ripropone la scena di una classica famiglia italiana: la mamma ha preparato una buona cena con i dolci che piacciano a Jimmy e spera che tutto vada bene, senza liti e discussioni; il padre fa finta di aver dimenticato, è disoccupato e dopo la cena se ne va all’osteria come tutte le sere; i fratelli accolgono con entusiasmo il fratello maggiore, ma ripropongono poi la vita di tutti i giorni dalla quale Jimmy si sente ormai escluso. La conclusione non può che essere: > mi alzerò e butterò via la sigaretta, e avrò voglia di essere con lei (la fidanzata), non qui, in questa dannata insignificante città dimenticata da Dio . I racconti, soprattutto il primo, sono molto belli. Lo stile è quello tipico di Fante, elegante, dolce e scorrevole.

Open City
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Open City

Quando si camminava per le strade di una città > ogni decisione, dove voltare, quanto a lungo rimanere perso nel pensiero dinanzi ad un edificio abbandonato, non era consequenziale, e per questa ragione era un segnale di libertà. Percorrevo i quartieri della città come se li dovessi misurare con il mio passo, e le stazioni della metropolitana servivano come ricorrenti motivi del mio procedere senza fine . Il protagonista e narratore di questo romanzo è un giovane psichiatra di origine nigeriana, figlio di un coppia mista, padre africano e madre europea. Trascorre gran parte del tempo libero vagando per le strade di New York. > Le camminate venivano incontro ad un bisogno: esse erano una fuga dallʼambiente mentale, strettamente regolato, del lavoro e una volta che le scoprii come una terapia esse divennero una cosa normale, ed io dimenticai comʼera stata la vita prima che io iniziassi a camminare . Errare a piedi per la città è una grande metafora. È un percorso toponomastico, una scoperta geografica e come tale «un regime di competenza e di perfezione». Nel contempo è un viaggio nel labirinto della mente. Come la pianta urbanistica di una città, la mente umana è una rete di intersezioni logiche, un modello razionale, allʼinterno del quale, tuttavia, noi ci muoviamo a salti. Sono sufficienti unʼimmagine, uno stralcio di un discorso, un incontro casuale per portarci «lontano», ad altre immagini, a ricordi, alla profondità dellʼinconscio verso un " io > mai compiutamente esplorato e dischiuso. Il romanzo può essere letto su tre livelli. Innanzitutto è un resoconto del vagabondaggio urbanistico del protagonista. Muovendosi senza meta egli incontra dei luoghi, descritti minuziosamente nella loro storia e funzione urbana; essi sono anche, e soprattutto, spartiacque tra quartieri e punti di imprevedibile svolta del percorso a piedi. Camminare permette di travolgere il modello razionale, in quanto non si è costretti a seguire direttrici di traffico, e ciò porta, senza volerlo, a zone inaspettate della città, importanti per la storia ma ormai dimenticate nella coscienza degli abitanti. Lʼimprovvisazione e la lentezza del camminare permettono anche di imbattersi in altre persone. Molti sono incontri occasionali, altri invece riguardano frequentazioni abituali, ma sempre incontrate per caso. Comunque sia, esse danno lʼopportunità di farsi narrare la vita degli altri, i loro ricordi, le loro aspirazioni e le idee che animano la loro esistenza. Il nostro protagonista non ama parlare, preferisce ascoltare, ma lo fa senza curiosità, quasi dovesse assolvere, anche fuori dal lavoro, alla sua professione di psichiatra. La città offre, poi, scoperte inattese, che riportano al secondo livello di lettura del romanzo: i genocidi compiuti dallʼuomo occidentale. È incredibile, ma in Manhattan stessa, nel centro del capitalismo mondiale, ci sono luoghi che rimandano alla strage delle popolazioni autoctone, così come interi quartieri, fatti di grattacieli e di palazzi, sono stati edificati su un cimitero, dove venivano seppelliti gli schiavi, morti nelle traversate dallʼAfrica o deceduti appena giunti in America. Con tutta la sua prosopopea lʼ Occidente non rispetta neanche il culto dei defunti! La città esprime, quindi, una ferita cosmica, un dolore universale, latente e nascosto nella coscienza dellʼuomo contemporaneo. Il vagare senza meta suscita anche rimembranze, portandoci al terzo livello del racconto: lʼinfanzia con la breve ed intensa relazione con la nonna materna, il funerale del padre, lʼaccademia militare dove il giovane protagonista ha compiuto gli studi, prima di trasferirsi negli Stati Uniti. È la Nigeria, che riaffiora, con il suo spiritualismo così lontano dalla cultura occidentale. Ma è soprattutto il rapporto non risolto con la madre, la quale porta con sé una ferita profonda: ella è frutto di uno stupro, del quale fa una colpa alla nonna materna, sua madre, e alla terra natale, il Belgio. Inseguendo il labirinto della mente il protagonista è quindi arrivato ad un punto oscuro, il dolore esistenziale della madre, che le ha impedito di amare veramente il figlio. Siamo giunti alla conclusione del viaggio nellʼinconscio? Cʼè qualche cosʼaltro che il protagonista non vuole riconoscere ed accettare? Nel peregrinare lungo le strade della città il protagonista incontra casualmente la sorella di un amico dʼinfanzia. È lei a riconoscerlo e a parlargli. Si scambiano i classici convenevoli di chi non si vede da molto tempo, tra persone la cui relazione è stata superficiale e poco importante. Lʼamica invita il protagonista ad un party presso la casa del fidanzato. Mentre guardano dal terrazzo le innumerevoli luci di Manhattan, lʼamica prende da parte il protagonista e gli ricorda che, quando ella aveva quindici anni ed io ero di un anno più giovane..... io avevo forzato me stesso dentro di lei... dopo, lei disse, nelle settimane che seguirono, nei mesi ed anni che seguirono, io avevo agito come se non sapessi nulla, lʼavevo persino dimenticata al punto di non riconoscerla quando ci incontrammo nuovamente, e mai cercai di prendere atto di ciò che avevo fatto... ma non è stato così per lei, ella disse, il piacere della negazione non è stato possibile per lei". > Ciascuno di noi deve, a qualche livello, prendere sé stesso come il metro di giudizio per la normalità, deve assumere che la dimora della propria mente non è, non può essere, interamente opaca a lui Per me sono sempre lʼeroe > e così, che cosa vuol dire quando, nella versione di un altro, io sono il cattivo? Il romanzo si conclude con una metafora altamente evocativa. La statua della Libertà è ciò che tutti gli emigranti vedono in arrivo verso New York. Eppure contro questa grande statua si fracassano centinaia di uccelli, spinti dalle correnti e dal vento. Esiste un sistema preciso di statistiche che registrano ciascuna morte: la specie, il numero, la data e le condizioni del tempo. Con una precisione scientifica si vuole dare razionalità ad un fenomeno cosmico ed esistenziale, che racchiude il destino di ciascuno di noi, come popolo emigrante e come individuo alla ricerca di sé stesso. Siamo di fronte ad un libro complesso, difficile nei suoi contenuti, intellettualmente ricco ma poco vigoroso, per certi versi criptico e prolisso. A sorreggere una inesistente trama narrativa ed un altrettanto fragile sistema di personaggi è la scrittura: un inglese elegante, delicato, sofisticato e semplice ad un tempo. Si legge con piacere ma ci si perde nella dispersione della narrazione e nello sforzo ossessivo di dare spazio a troppi argomenti e riflessioni. Perché non leggerlo? Troppo lungo e prolisso. Ci si perde.

Teju ColeRandom House
Opinioni di un clown
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Opinioni di un clown

Hans, è un giovane di una famiglia ricca e influente ma che lavora come clown, ed è stato lasciato dalla sua ragazza, Maria. Fervente cattolica, la giovane non è riuscita più a vivere con Hans, che è molto critico verso la religione e più in generale verso il perbenismo borghese e non sopporta il gruppo di cattolici frequentato da Maria. Hans si dà al bere e si ritrova a perdere il lavoro, solo nel suo appartamento, a cercare contatti con gli amici, il padre e il fratello. Riceve solo dei rifiuti e quindi decide di andare per la strada a chiedere l’elemosina suonando una chitarra e cantando inni liturgici. Il romanzo è fortemente ambientato nella Germania del dopoguerra e, da questo punto di vista, molto datato. Un tema è tuttavia di carattere universale: il rifiuto di una società ipocrita e falsa, che non accetta la verità e la contestazione delle regole sociali dominanti. In che modo si può reagire: con il niente. > Hai tentato di consolarti con lo stantio cinismo di sinistra di Fredebeul: inutilmente. Inutilmente avrai cercato di arrabbiarti dello stantio cinismo di destra di Blothert. C’è una bella parola: niente. Non pensare a niente. Non al Kanzler o al katholon, pensa al clown che piange nella vasca da bagno, al caffè che gli sgocciola sulle pantofole . Il tema del niente è il filone conduttore del romanzo e trova origine nella figura di Henriette, la sorella mandata al fronte a morire, la profonda ferita del giovane, il lutto mai ricomposto. Henriette spesso si estraniava e non pensava a niente e diceva che ciò era meraviglioso. Così le recite da clown sono un modo per estraniarsi, per vedere il mondo dal punto di vista del niente. Il tempo passato nella vasca da bagno, l’attesa dello squillo del telefono, la maschera e il vagabondaggio sono tutte modalità con le quali l’autore ricerca il niente e quindi si separa da un mondo, politico-sociale ma anche personale, che egli non accetta e che gli appare mostruoso nella sua vacuità. Il ritmo narrativo è molto veloce, con un intercalarsi di introspezioni intime e di colloqui, sempre in qualche modo interrotti e deludenti. Ricorda in qualche modo quello di Javier Marias con la differenza che la vena caustica è molto più forte e non lascia spazio a una dolce e rassicurante ironia. Il percorso narrativo sembrerebbe condurre a un suicidio del protagonista che ritrova invece conforto e sopravvivenza nella maschera da clown, perché solo mascherati si può vivere in una società dove predomina l’affarismo e il perbenismo.

Heinrich BollOscar Mondadori
L'ora di greco
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L'ora di greco

Nel primo canto del Paradiso, Dante indica con la parola «trasumanar» quel superamento dei limiti umani senza di cui non sarebbe possibile contemplare Dio in tutta la sua potenza; poi, leggendo questa cantica, scopriremo che il percorso nei diversi Cieli sarà una trasformazione della vista e dell'udito, così da reggere la luce e i suoni dell'Empireo. E se invece la conciliazione con sé stessi e con gli altri avvenisse secondo una strada inversa, con il silenzio e la cecità? Sin dall'infanzia, per la protagonista di questo romanzo > la frase più banale lasciava intravedere con la trasparenza del cristallo perfezioni e imperfezioni, verità e inganno, bellezza e bruttezza. Lei si vergognava di quelle frasi, che si dipanavano bianche come ragnatele dalle sue mani e dalla sua lingua. Il divorzio e la perdita dell'affidamento del figlio la scaraventano nel silenzio: > è un silenzio freddo e rarefatto, come un'ombra privata del proprio corpo, come il tronco cavo di un albero morto, come lo spazio oscuro tra una meteora e l'altra. Il protagonista, invece, è cresciuto in Germania, gli è stata diagnosticata la perdita graduale e inesorabile della vista; è tornato in Corea dove insegna greco antico a uno sparuto gruppo di studenti, tra cui la nostra protagonista. Con la lingua greca l'autrice pare riferirsi al Mito della Caverna di Platone: in questa famosa allegoria i prigionieri non vedono che ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta di loro di fronte, e credono che queste visioni siano oggetti reali così come lo siano gli echi provenienti da eventuali passanti al di fuori della prigione. Se questi prigionieri uscissero dalla caverna scoprirebbero che gli oggetti e le voci non erano che illusioni; siamo condannati ad un eterno offuscamento da parte dei nostri sensi, non sarà la filosofia a salvarci, la conciliazione non si realizzerà tramite la vista e l'udito, con i nobili sensi di Dante. L'incontro avverrà solo quando ci affideremo agli altri sensi, così come paiono fare i nostri protagonisti: > con gli occhi chiusi, strofina la guancia sul viso di lei, (...) le bacia la bocca. I capelli bagnati dietro le orecchie, le sopracciglia. Come una flebile risposta proveniente da lontano, le dita fredde sfiorano le sue sopracciglie e si dileguano. (...) I cuori e labbra che si toccano, uniti ed eternamente separati.  Tante volte ho pensato che il nostro enorme e complesso cervello sia una sovrastruttura che pesa sulle relazioni tra gli esseri umani come un macigno; che siano più felici gli animali nella loro ingenua immediatezza. Forse, è questo che vuol dire questo romanzo, ponendo al centro la lingua di Platone e narrando la strada vicenda di una donna e di un uomo che finiranno per amarsi senza parlare e vedersi. O forse, è troppo difficile per noi occidentali comprendere un romanzo di una cultura e di una lingua così distanti dalla nostra. E' probabile che l'autrice volesse dire dell'altro, ma è questo che mi è parso di capire. Hang Kang sta avendo una grande promozione editoriale da quanto ha vinto il premio Nobel. Leggendo questo breve romanzo, c'è da chiedersi se questa fama sia dovuta ad un'effettiva qualità editoriale o invece ad un gusto esotico, al desiderio di scoprire un paese ancora sconosciuto come la Corea. Questa domanda sorge spontanea dinanzi alla mancata distribuzione dei romanzi di Laszlo Krasznahorkai**, di ben altro spessore e qualità. (si veda la recensione in questo sito di «Melanconia della resistenza»).** **Perché non leggerlo? Di difficilissima comprensione.**

Kang HanAdelphi
L'orecchio di Kiev
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L'orecchio di Kiev

Nel 1919 Kiev era contesa da diverse forze: l'esercito bianco di Anton Denikin, sostenuto dall'Intesa, cercava di sovvertire i bolscevichi; i cosacchi sotto la guida dell' «atamano» Simon Pertljura combattevano per l'indipendenza dell'Ucraina; l'Armata Rossa lottava per fermare le azioni contro rivoluzionarie e respingere le pretese della Polonia sulla Galizia. Malgrado che il romanzo sia ambientato in un preciso momento storico, il racconto pare sospeso in un mondo senza tempo, proiettato in una realtà dispotica, dominata dal disordine e dalla violenza, come se conflitti , devastazioni e crimini siano il tratto inesorabile e immutabile delle terre di mezzo tra l'Occidente e la Grande Russia. Un atto sanguinolento avvia il racconto: la stessa sciabola che aveva ucciso il padre tronca di netto l'orecchio destro del giovane Samson; orecchio che il ragazzo riesce miracolosamente a raccogliere e a riporre in una scatola di caramelle. Samson è spaventato e disorientato; rimasto solo, si organizza per andare avanti in una città dove mancano il riscaldamento e il cibo e dove la vita di ciascuno è appesa a un filo, tra soprusi e uccisioni. In quel momento Kiev è controllata dall'Armata Rossa ed è incredibile come continui la vita ordinaria e come la nuova autorità si adoperi a perseguire i furti e gli omicidi (ma non ci sono gli «investigatori di una volta»), spenda energie per censire la popolazione («trecento a interpellare i residenti»), perseveri nella meticolosa burocrazia del regime zarista (ma manca la carta!), assicuri l'energia elettrica, anche se la legna sta per finire. > E' la cacofonia della rivoluzione, questa: troppe armi in giro, zero sicurezza e cento volte più banditi e rapinatori! (...) Sono rimaste solamente le firme sui verbali!. E' proprio la burocrazia a salvare il giovane Samson, dando non solo un pranzo quotidiano, ma anche uno scopo alla sua vita solitaria. Si rivolge alla milizia per protestare per la requisizione dei suoi mobili, in particolare la scrivania del padre dove aveva riposto la scatola di caramelle con dentro il suo orecchio. La bella calligrafia e la chiarezza espositiva del suo esposto lo fanno assumere nel settore investigativo. E da qui parte un thriller perché il giovane Samson è determinato a scoprire gli autori di un atroce delitto. L'indagine poliziesca s'intreccia con una storia d'amore; un'addetta al censimento viene a vivere con Samson, ma tra loro c'è solo un sussurro del ragazzo, «Sposami»; parola timidamente pronunciata mentre la giovane dorme o fa finta di dormire. Con una punta d' ironia, Karkov scrive come la > la vicinanza senza fretta alcuna di passione rompa la solitudine del giovane Samson, il quale si sente in sogno come > un eroe esausto, (...) mentre una ninfa seminuda vegliava su di lui.   L'abile trama e l'agile scrittura non nascondono la debolezza del thriller e soprattutto non evitano una delusione nel lettore. Dal titolo sembrerebbe che l'orecchio troncato sia al centro del romanzo. Tramite l'orecchio, per un fenomeno miracoloso,  il giovane Samson può ascoltare da lontano, nitidi e precisi, gli intrighi e i pericoli che incombono su di lui. Questa idea non è sfruttata sino in fondo; e questo perché l'autore non intende ricorrere a elementi magici, volendo restare ben piantato in un realismo narrativo, a sua volta carico di una «attesa malinconica» di un qualcosa che cambi il destino dell'Ucraina.  Perché leggerlo? Con lieve ironia racconta la storia sofferta dell'Ucraina.

Andrei KurkovMarsilio
Orlando Furioso
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Orlando Furioso

Il poema narra le vicende della guerra tra Carlo Magno e gli arabi illustrando il percorso di Ruggiero, capostipite della famiglia degli Estensi, verso la fede cristiana e la scelta di campo a favore del re carolingio. Accanto a Ruggiero si sviluppano le vicende degli altri personaggi e vengono narrate storie innumerevoli, alcune delle quali si innestano nella trama principale mentre altre rappresentano digressioni apparentemente anche casuali. Dalla lettura del poema, estremamente gradevole e divertente, emergono alcune considerazioni di rilievo: la sua modernità. Il ritmo incalzante della narrazione, la chiusura di ciascuno dei Canti (che lascia l’aspettativa su quanto verrà detto nel successivo), l’intreccio tra le diverse vicende (da telenovelas), il gusto dell’immaginazione e dei fatti meravigliosi e incredibili (una successione straordinaria di effetti speciali). L’Orlando Furioso sembra essere il precursore del prevalente approccio alla letteratura e al cinema e la dimostrazione tangibile di come la qualità della narrazione permetta di immaginare e creare nella mente scene e ambientazioni a differenza di quanto avviene nel cinema attuale che vuole uno spettatore passivo. Uno studio attento dell’Orlando Furioso in una chiave moderna fornirebbe elementi utili per una riflessione e una revisione dell’attuale letteratura e della produzione cinematografica; il divertimento dell’immaginazione. Nell’Orlando Furioso si è spesso letto un atteggiamento ironico dell’autore nei confronti della letteratura cavalleresca: si tratta della famosa ironia ariostea. A mio avviso tuttavia ciò che colpisce è soprattutto il valore dell’illusione e dell’immaginazione. Si percepisce in tutto il poema (soprattutto nei primi trenta canti) come l’autore si stia divertendo a creare situazioni fantastiche, paradossali e incredibili. Ed è proprio da questa ricerca del divertimento (dello scrivere come evasione per se stessi) che nasce la freschezza e l’originalità dell’intero poema; la donna e la femminilità. I veri protagonisti del poema sono le donne che esprimono sempre un carattere forte, tipicamente femminile. Si pensi alle figure delle donne guerriere (Bradamante e Marfisa) che pur essendo molto più brave degli uomini nei campi di battaglia manifestano un senso della cura e sentimenti di affetto, che sono tipicamente femminili. La scelta stessa di Angelica di sposare un oscuro pastore preferendolo a Orlando, scatenando la pazzia di quest’ultimo, sembra marcare la contraddizione tra la profondità dei sentimenti della donna e la vacuità alla base dei comportamenti degli uomini (nei quali prevalgono l’orgoglio e il senso dell’onore). È evidente che l’autore prende le parti delle donne, spesso anche in modo esplicito, in altri casi facendo emergere la sua preferenza con la descrizione del personaggio e delle vicende; il realismo verso la politica. Si parla spesso di discrezione dell’Ariosto che evita di fare pesare sul poema le proprie vicende personali e le proprie idee. Malgrado la sua riservatezza appare evidente come l’Ariosto abbia una visione realistica e malinconica, ma non cinica, della situazione italiana e in particolare dell’incapacità dei governanti di dare una soluzione alla frammentazione del paese e alla sua conseguente dipendenza dallo straniero. In questo senso le idee di Ariosto come «funzionario pubblico» emergono al di là delle intenzioni dell’autore e fanno intravedere un personaggio di grande valore, che, a differenza del Machiavelli, affronta il tema della politica con realismo ma anche con una grande passione civile. È quindi probabile che i personaggi e le loro vicende simboleggino anche idee politiche e costituiscano quindi anche messaggi ancora da interpretare. Lo stile letterario è molto bello con un verso di evidente derivazione dal Petrarca ma senza dubbio più facile alla lettura. Forse è proprio il suo ritmo così armonioso che lo rende talvolta un po’ ripetitivo soprattutto quando le vicende e il ritmo della narrazione non concentrano l’attenzione del lettore.

The Ottoman Cage: a novel of Istanbul
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The Ottoman Cage: a novel of Istanbul

Un cadavere viene trovato in un vecchio edificio, tipicamente in legno, adiacente al Topkapi Museo, a Istanbul. È un ragazzo, tenuto rinchiuso per anni, sedato dallʼuso costante di droghe. Non è circonciso, così come lʼinquilino dellʼappartamento viene descritto dai vicini come un riservato signore armeno. Tutto fa pensare ad un delitto allʼinterno della comunità armena, ma > gli abitanti di Istanbul non sono conosciuti per la loro predilezione per le cose semplici . Inizia una difficile indagine. A condurla è lʼ ispettore Ikmen: un tipico turco moderno, laico, apparentemente di larghe vedute, ma di fatto fortemente legato alle tradizioni. Dedito al lavoro e alla frequentazione notturna dei bar, trascura la numerosa famiglia e la moglie malata. Malgrado il suo grave stato di salute, le ha affidato il padre, ormai sconvolto dalla demenza senile. Il coroner, e migliore amico di Ikmen, è un agiato medico armeno, mentre il principale collaboratore nella polizia è un ebreo. È un miscuglio di comunità, che riflette la storia di Istanbul, con la particolarità che gli armeni, per il genocidio del 1915, sono > in qualche modo un caso speciale, perfino rispetto alle altre comunità non turche . Questa particolarità si chiama sfiducia. Ci si può fidare di un armeno, anche se da anni amico e collega? Oppure, invece, è vero che il legame tra gli armeni è più forte dellʼamicizia e del ruolo istituzionale, che si ricopre? Accanto alle indagini, che si evolvono con scoperte inaspettate, il romanzo parla della cooperazione tra persone che appartengono a culture, storie e religioni differenti. Solo se la lealtà istituzionale fa premio sulla solidarietà di clan cʼè la garanzia che esista la libertà. Come dice Ikmen > noi che abbiamo scelto di servire la legge, la dobbiamo mettere per prima, davanti ai nostri sentimenti personali , perché fino a quando «ci sono uomini come noi gli»altri«non possono realmente prendere il controllo». È un noir ben costruito. Lʼautrice dipana con perizia gli indizi, anche se con uno ritmo narrativo privo di suspense, talvolta noioso. A latere della storia principale, si sviluppano le vicende personali dei diversi protagonisti. In particolare, il racconto si sofferma sulla figura di Ikmen. La sua indifferenza verso la moglie lo rende sinceramente antipatico, al di là della funzione emblematica, che sembra affidargli lʼautrice: quella della contraddizione della Turchia moderna tra occidente ed oriente. Lʼinclinazione a soffermarsi sulle perversioni sessuli e il finale banale e scontato compromettono la qualità di un romanzo, per altri aspetti di buona fattura. Perché leggerlo? È un buon noir.

Barbara NadelSt. Martin's Press
Our man in Havana
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Our man in Havana

Il romanzo è ambientato a Cuba nel periodo immediatamente precedente alla rivoluzione. Il protagonista, venditore di aspirapolvere (gli affari vanno male) e vedovo con una figlia quattordicenne, viene ingaggiato dallo spionaggio inglese come agente all’Avana. Attirato dai soldi, il protagonista crea una falsa rete di spie e si inventa una serie di informazioni, ovviamente totalmente false. A causa dell’importanza che assume la sua attività, Londra invia due agenti a sostegno, tra i quali Beatrice, della quale il protagonista si innamora. Il racconto si sviluppa intorno a questo tema paradossale, che ironizza sui sistemi di spionaggio. Anche quando verrà scoperto, al protagonista verrà offerto una posizione all’interno dell’organizzazione, in quanto non è possibile ammettere l’errore e comunque qualche cosa di vero può esserci comunque nelle informazioni fornite, anche se chiaramente false. Lo stesso Graham Greene ha inserito questo romanzo nella categoria «divertimenti» e questo giudizio ha senza dubbio influenzato i critici e i lettori nell’interpretazione del libro: una derisione del mondo dello spionaggio e un’accusa, anche se in forma di scherno, della sua tendenza a falsificare la realtà (tema molto attuale). In realtà , se si legge il romanzo al di fuori di questa chiave di lettura, emergono altri temi interpretativi: il mondo immaginario creato dal protagonista (una rete di spie e le false informazioni) mette in moto un meccanismo di vicende anche tragiche, che distrugge la serenità e i legami di amicizia che contraddistinguevano la vita del protagonista. Inoltre quest’ultimo si muove privilegiando i sentimenti familiari (dare alla figlia un futuro di prosperità) rispetto alle esigenze della politica e ai valori di fedeltà al proprio paese. Emerge la contraddizione tra i valori "veri«, costituiti dall’amicizia e dai legami familiari, rispetto a quelli»falsi > , rappresentati dal senso di appartenenza a entità astratte, quali la nazione e le ideologie. Nell’epilogo Beatrice, in realtà l’unico carattere veramente positivo del romanzo, spiega ai propri superiori che anche se lo avesse saputo non avrebbe fermato il protagonista, perché stava lavorando per qualche cosa di importante non per la convinzione di qualcuno su una guerra globale che potrebbe non capitare mai... e poi cosa significa il proprio paese: una bandiera che qualcheduno inventò duecento anni fa«. Il limite più significativo, che rende appropriata la definizione di»divertimento", sta proprio nella figura del protagonista, che non sembra rendersi conto di ciò che ha creato, subendo di fatto gli avvenimenti e lasciando che siano gli altri a creare e a risolvere i problemi. Si tratta di un atteggiamento passivo, che rende a certi tratti monotono e scontato il romanzo. Lo stile è molto efficace, molto legato ai dialoghi e con una struttura della frase con evidenti connotati cinematografici: l’inglese è quello classico.

Graham GreeneHeinemann